dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

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viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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avvenimenti recenti

Lissone, 25 aprile 2013

Pubblichiamo l'intervento del prof. Giovanni Missaglia, presidente vicario dell'ANPI di Lissone e rappresentante dell'ANPI provinciale di Monza e Brianza.

25 APRILE 2013

Ren e Giov La retorica che quasi inevitabilmente accompagna le celebrazioni è spesso insopportabile. Oggi – nel mezzo di una situazione così cupa – sarebbe persino imperdonabile. Mi capirete, perciò, se il tono e i contenuti della riflessione che sto per proporvi saranno intrisi di un’amarezza che qualcuno giudicherà inadatta ad un giorno di festa come il 25 aprile.

La festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo cade quest’anno in un momento particolarmente difficile della vita pubblica. La crisi economica che da diversi anni ci colpisce ha ormai ampiamente superato i livelli di guardia determinando forme di vera e propria disperazione sociale come ci raccontano le cronache dei troppi suicidi o, meno tragicamente, i dati di una nuova emigrazione, specie giovanile, degli italiani all’estero. Alla crisi economica si lega, naturalmente, una crisi sociale che si manifesta soprattutto nelle crescenti disuguaglianze e nella progressiva erosione del ceto medio, non a torto considerato un vero e proprio pilastro degli ordinamenti democratici, la garanzia, l’assicurazione contro le avventure populiste e fascistoidi che hanno sempre trovato un terreno fertile negli squilibri della distribuzione della ricchezza. Le società nelle quali i troppo ricchi chiedono una fortezza che tuteli i loro privilegi e li protegga dall’assalto degli affamati o, viceversa, nelle quali i troppo poveri si offrono alle seduzioni dei sedicenti salvatori della Patria sono il terreno di coltura ideale degli esperimenti autoritari. Alla crisi economica e a quella sociale si aggiunge, con ogni evidenza nel caso italiano, una crisi politico istituzionale che le ultime elezioni politiche non solo non hanno contribuito a risolvere ma hanno persino aggravato. Le difficoltà nella formazione di un nuovo governo sono state e sono sotto gli occhi di tutti e per uscire dall’impasse nell’elezione presidenziale è stato confermato Giorgio Napolitano. Al quale dobbiamo rispetto e riconoscenza, senza tacere, però, che non appartiene alla fisiologia della vita politica di un Paese la rielezione di un uomo di 88 anni alla guida della Repubblica. Il Paese è spaccato, le forze politiche e parlamentari non sono facilmente componibili, il discredito verso la politica, verso l’idea stessa di politica, ha raggiunto livelli di guardia e i principali partiti italiani sono quelli dell’astensione  e della protesta. Una specie di furia distruttrice sembra travolgere tutto e tutti.

In questo quadro così desolante, mi sembra che la prima lezione che ci viene dall’esperienza dell’antifascismo e della Resistenza sia il richiamo a una piena assunzione di responsabilità, individuale e collettiva. Gli antifascisti prima, negli anni del ventennio, e i resistenti poi, nel biennio 43-45, sono innanzitutto coloro che non hanno aspettato, che non hanno scaricato su altri la responsabilità, coloro che hanno saputo distinguersi dal tradizionale indifferentismo di tanta parte del popolo italiano. Sono coloro che hanno chiesto innanzitutto a se stessi: qual è il mio ruolo, la mia responsabilità, in questo frangente così drammatico della vita del Paese? Non era facile ieri e non è facile neppure oggi: l’indifferenza alla vita pubblica, il sospetto preconcetto verso ogni forma di impegno politico, la delega all’uomo della provvidenza che risolva miracolisticamente tutti i problemi sono tratti reali del carattere italiano. A suo modo, lo ricordava Emanuele Artom nel suo splendido diario. Emanuele Artom era un giovane di 29 anni quando, a seguito delle brutali torture fasciste, morì il 7 aprile 1944 in una cella delle Carceri nuove di Torino:

 “… il fascismo – scrive Artom - non è una tegola cadutaci per caso sulla testa: è un effetto della apoliticità e quindi della immoralità del popolo italiano. Se non ci facciamo una coscienza politica non sapremo governarci e un popolo che non sa governarsi cade necessariamente sotto il dominio straniero o sotto una dittatura”

. Artom aveva, ha, ragione. La apoliticità è, in ultima analisi, una forma di immoralità, se è vero come è vero che la vita morale comincia con un’assunzione di responsabilità: quando la Storia chiama, bisogna rispondere, personalmente e collettivamente, bisogna scegliere da che parte stare, che è una cosa ben diversa dall’indistinto grido qualunquistico contro i politici e contro la politica, dall’indistinto “tutti a casa” che, per quanto contenga una legittima esasperazione per i difetti e le colpe della politica, è anche una forma di insopportabile autoassoluzione collettiva: noi siamo il popolo, oggi diremmo la società civile o, più volgarmente, la gente, la parte sana del Paese, loro sono i politici, oggi diremmo la casta, la sola responsabile delle sciagure che ci accadono. No, direbbe Emanuele Artom: il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa, ma un effetto della apoliticità e quindi della immoralità del popolo italiano. Che infatti per vent’anni aveva tributato un consenso largo al fascismo e aveva lasciato soli, molto soli, i grandi protagonisti di quella minoranza antifascista a cui deve andare la nostra infinita riconoscenza. Non a caso il 25 luglio 1943 il fascismo cadde non per una sollevazione popolare, ma  fondamentalmente a causa  della piega che la guerra stava prendendo – gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia quindici giorni prima e stavano risalendo la penisola – e delle conseguenti divisioni interne al regime, plasticamente visibili nella notte tra il 24 e il 25 luglio, quando il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini e molti gerarchi con la complicità del Re tentarono di separare il loro destino da quello dell’ormai perdente Duce che fino al giorno prima avevano sostenuto ed esaltato.

 Aveva ragione Artom come aveva e ha ragione Giacomo Ulivi, un partigiano ancora più giovane. Impegnato nelle fila della Resistenza, Giacomo fu arrestato per ben tre volte dai tedeschi fino a che, il mattino del 10 novembre 1944, a soli diciannove anni, venne fucilato sulla Piazza Grande di Modena da un plotone della Guardia Nazionale Repubblicana, un corpo armato della Repubblica Sociale Italiana. In una lettera scritta agli amici tra il secondo e il terzo arresto, Giacomo ci ha lasciato un testamento meraviglioso nel quale il richiamo alla responsabilità, individuale e collettiva, ha una forza straordinaria.

 

Cari amici,

dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami al flagello. Vorrei che pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano.

Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto …

 Mi chiederete, perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco, per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro ? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà: nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa, è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. E’ il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato, è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica …

 

L’errore, vuole dirci Giacomo, è rifugiarsi nel “privato”, perché in questa comprensibile aspirazione si può nascondere un grande pericolo, quello di abbandonare qualsiasi forma di partecipazione o, almeno, di consapevolezza politica. Per vent’anni – Ulivi si sta riferendo al ventennio della dittatura fascista- ci hanno detto che la politica è una cosa sporca, un’attività che deve essere lasciata agli “esperti”. Ancora oggi, a ben pensarci, l’immagine della “sporcizia” della politica è molto diffusa. E’ impressionante l’elenco di luoghi comuni che si possono ricordare: “i politici sono tutti uguali”, “rubano tutti”, “pensano solo ai loro interessi”, “non cambierà mai niente”, ecc. Sono frasi fatte, luoghi comuni, appunto, prodotti di un pericoloso qualunquismo che in genere serve a giustificare il proprio disimpegno. La realtà è che i politici non sono né migliori né peggiori degli insegnanti, degli imprenditori, degli impiegati, dei liberi professionisti e degli operai. Guai a contrapporre il mondo politico “cattivo” e la società civile “buona”. Il bene e il male non si distribuiscono per categorie! Giacomo Ulivi sarebbe insorto di fronte a queste dilaganti banalità.

La seconda lezione che oggi, in questo panorama politico, sociale ed economico così difficile, mi sembra di particolare attualità è quella che ci viene dalla Costituzione nata dalla Resistenza. Si continua a parlare con troppa leggerezza della necessità di riformare la Costituzione. Qualche aggiustamento è effettivamente sensato: ridurre il numero dei parlamentari e superare il bicameralismo perfetto, per esempio, sono obiettivi che potrebbero aiutare a rendere più efficiente la macchina dello Stato. Ma dovremmo smettere di chiedere alla Costituzione o troppo o troppo poco. Le chiediamo troppo, quando ci illudiamo che una grande riforma costituzionale possa magicamente risolvere i problemi del Paese. Tali problemi, in quanto sono economici e sociali, hanno la loro radice nelle grandi contraddizioni della globalizzazione, nelle gigantesche trasformazioni produttive che stanno determinando una nuova divisione del lavoro e una redistribuzione della ricchezza su scala planetaria, non certo negli articoli della nostra Costituzione. Quando poi questi problemi sono politici, più che originarsi dal nostro assetto costituzionale, dipendono dallo statuto ancora incerto della UE e, soprattutto, dalla crisi morale e ideale che ha dissanguato la capacità di proposta delle forze politiche e il loro radicamento popolare. Ma alla nostra Costituzione, proprio per essere davvero eredi fedeli della Resistenza, dovremmo chiedere molto di più. Essa delinea un programma che in troppe parti è ancora inattuato. Negli ultimi tre decenni, il tema dell’attualità della Costituzione ha cambiato completamente di segno. Potrei dire, con una semplificazione non fuorviante, che l’aggettivo “inattuale”, riferito alla Costituzione, ha smesso di significare “non sufficientemente attuata”, “ancora da attuare”, ed è invece diventato sinonimo di “invecchiata”, “superata”. E’ un passaggio che – ad avviso mio ma soprattutto di molti costituzionalisti e dello stesso popolo italiano che nella sua maggioranza ha respinto, nel referendum del giugno 2006, una proposta di modifica costituzionale così vasta da dare origine, di fatto, ad una nuova Costituzione – è un passaggio, dicevo, infondato. O, se si preferisce, fondato sull’illusione che la crisi del sistema politico italiano potesse essere imputabile alla Costituzione e, perciò, superabile proprio agendo sul sistema costituzionale. Ma la crisi del sistema politico –dei partiti, della loro credibilità, del loro radicamento, delle loro basi ideologiche – è altra cosa dal sistema costituzionale –che invece definisce i diritti e i doveri dei cittadini e l’architettura istituzionale dello Stato.

Penso, invece, che si dovrebbe ricominciare a parlare di inattualità della Costituzione nel primo senso che ho segnalato: la Costituzione è inattuale perché non è ancora stata sufficientemente attuata. Consiglio sempre un esercizio salutare: leggere la Costituzione e poi guardarsi intorno. Si scoprirà che il progetto costituzionale è ancora lontano dall’essere realizzato. A puro titolo di esempio, mi limito a segnalare i dati più evidenti. Quanti sono i giovani capaci e meritevoli che ancora non possono giungere ai più alti gradi dello studio a causa della loro condizione sociale (art. 34)? O gli inabili che non possono fruire di un’idonea formazione professionale per meglio inserirsi nella società (art. 38)? E – tema quanto mai “attuale” quanti lavoratori non percepiscono un salario sufficiente ad assicurare a sé e alla loro famiglia un’esistenza libera e dignitosa (art. 36)? E quante sono le discriminazioni sessiste di cui le donne sono vittime nelle famiglie, nella società e nel mondo del lavoro, a dispetto di quanto statuito dagli articoli 3 e 37 della Costituzione? Se dal campo dei diritti sociali passiamo a quello dei diritti civili, il panorama non è più consolante. Possiamo considerare compiuto il cammino della libertà religiosa se oggi molti fedeli non possono neppure disporre di un luogo di culto dove pregare, o se le minoranze religiose non hanno alcuna possibilità di far conoscere la loro storia neppure nelle scuole pubbliche (artt. 8 e 19)? Qualcuno si sentirebbe di dire che tutti hanno identico accesso al diritto di difesa a prescindere dal loro reddito (art. 24)? O che la pena, nonostante alcune esperienze d’avanguardia di molti operatori carcerari, consente davvero la realizzazione del fine costituzionale della rieducazione del detenuto (art. 27)? E infine, per venire ai fondamenti della stessa democrazia: non è forse vero che abbiamo appena votato, per la terza volta consecutiva, sulla base di una legge elettorale che stravolge il principio della sovranità popolare, attribuendo un abnorme premio di maggioranza alla Camera dei deputati che stravolge il principio di uguaglianza del voto sancito dall’articolo 48 e impedendo sostanzialmente agli elettori di scegliere gli eletti?

L’elenco potrebbe e dovrebbe continuare. Non per misconoscere i progressi che sessant’anni di vita costituzionale e repubblicana hanno realizzato. Ma per capire una volta per tutte che i progressi, quando ci sono stati, sono stati resi possibili da una classe dirigente radicata nello spirito del 25 aprile. E che i passi indietro, il vero e proprio regresso costituzionale che ha dominato i due decenni della cosiddetta seconda Repubblica, sono dipesi tra l’altro da uno smarrimento ideale, dal non aver più posto a fondamento del proprio pensiero e della propria azione politiche l’antifascismo, la Resistenza, il 25 aprile e la Costituzione.

Giovanni Missaglia 

 


l'intervento della Sindaco Concettina Monguzzi




Vendredi 26 avril 2013 5 26 /04 /Avr /2013 12:08



Dopo il 1946.


La Costituzione repubblicana aveva stabilito l’uguaglianza formale fra i sessi, ma la conquista dei diritti civili si intrecciava da parte delle donne con la percezione, che divenne via via più nitida negli anni Sessanta e Settanta, di aver raggiunto diritti non completi, di avere di fronte consuetudini sociali e culturali che ancora non riconoscevano loro una reale parità.

Dalla fine degli anni Sessanta il cambiamento dell’idea stessa di politica diffuso dai movimenti giovanili e studenteschi iniziò a investire anche la sfera del privato, modificando le forme di partecipazione alla vita pubblica. Per settori consistenti della popolazione femminile, soprattutto nelle grandi città, l’adesione alla mobilitazione del '68 significò in molti casi una forma di iniziazione alla politica. Il bisogno di impegnarsi attivamente fu anche un modo per dar voce a istanze di emancipazione e di liberazione che fino a quel momento erano state scarsamente recepite a livello istituzionale.

Gli anni Settanta furono il periodo in assoluto più importante per il movimento femminista italiano, che dovette fronteggiare sia la crisi del Paese, sia una difficile modernizzazione. Questi anni, grazie anche e, forse, soprattutto, alle battaglie condotte dalle donne, segnarono importanti vittorie civili, sociali e culturali. In Italia, dal dopoguerra ad oggi, la condizione sociale e giuridica delle donne si è infatti lentamente ma radicalmente modificata. Ecco alcune tappe fondamentali di tale cammino:


1948

Entra in vigore la Costituzione. Gli articoli 3, 29, 31,37,48 e 51 sanciscono la parità tra uomini e donne.

Angela Maria Cingolani Guidi è la prima donna sottosegretario (Industria e commercio con delega all'artigianato).

1950

Varata la legge 26 agosto 1950, n. 860, «Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri».

1956

Le donne possono accedere alle giurie popolari col limite massimo di tre su sei (la norma rimarrà in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili.

Le funzioni riconosciute alle donne sono ancora quelle legate alla figura materna. Il loro intervento viene giudicato opportuno in quei casi in cui i problemi vadano risolti, «più che con l'applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la conoscenza del fanciullo che è proprio della donna».

1958

La legge Merlin chiude definitivamente le case di tolleranza: legge 20 febbraio 1958, n. 75, «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui».

1959

Viene istituito il Corpo di polizia femminile.

1963

Il matrimonio non è più ammesso come causa di licenziamento: legge 9 gennaio 1963, n. 7, «Divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio e modifiche della legge 26 agosto 1950, n. 860».

Marisa Cinciari Rodano è eletta vicepresidente della Camera. Le donne sono ammesse alla magistratura: legge 9 febbraio 1963, n. 66, «Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni».

Un ulteriore passo avanti nell'effettiva attuazione dell'art.51 della Costituzione: le donne possono accedere a tutti i pubblici uffici senza distinzione di carriere né limitazioni di grado.

1968

L'adulterio femminile non è più considerato reato.

L'art. 559 del Codice penale recitava: «La moglie adultera è punita con la reclusione fino ad un anno. Con la stessa pena è punito il correo». Per il marito non esisteva nulla del genere: la disparità di trattamento non rispettava le norme fondamentali della Costituzione. Con due senten­ze del 19 dicembre 1968, la Corte costituzionale abroga l'articolo sul diverso trattamento dell'adulterio maschile e femminile e quello analogo del Codice penale.

1970

Viene approvata la legge sul divorzio: legge dicembre 1970, n. 898, «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio».

L'introduzione del divorzio in Italia era stata collegata alla questione del voto alle donne. In sede costituente, il PCI, per una scelta di fondo sfociata nell'approvazione dell'art. 7, non aveva sollevato la questione. La Commissione dei 75 avrebbe voluto includere l'indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale, ma, dopo un'aspra battaglia in aula, la parola «indissolubile» non era stata inserita, bocciata con un esiguo margine di voti.

Nel 1965, il socialista Loris Fortuna avanzò la prima proposta di legge, sulle orme del collega Renato Sansone, che negli anni Cinquanta aveva proposto a più riprese e senza successo una legge di «piccolo divorzio», per i casi estremi di ergastolani, malati di mente, scomparsi, divorziati all'estero.

Dopo l'approvazione della nuova normativa, nel 1974 sarebbe stato indetto un referendum abrogativo, ma in seguito alla vittoria del fronte del NO col 59% dei voti la legge sarebbe rimasta in vigore.

1971

La Corte costituzionale cancella l'articolo del Codice civile che punisce la propaganda di anticoncezionali.

Dall'inizio degli anni Sessanta la pillola contraccettiva era in commercio in molti Paesi europei, ma nel 1968 la Chiesa condannò aspramente la contraccezione. Nel 1969 la pillola cominciò, tuttavia, a essere venduta anche in Italia, come farmaco per le disfunzioni del ciclo mestruale. Nel 1971 la Corte costituzionale, dopo un'aspra battaglia, abrogò l'art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori col carcere.

Viene approvata la legge sulle lavoratrici madri: legge 30 dicembre 1971, n. 1204, «Tutela delle lavoratrici madri».

Sono istituiti gli asili nido comunali: legge 6 dicembre 1971, n. 1044, «Piano quinquennale per l'istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato».

1975

Riforma del diritto di famiglia: legge 19 maggio 1975, n. 151, «Riforma del diritto di famiglia».

Fino a questa riforma, il peso dell'educazione dei figli gravava, di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento giuridico. La patria potestà spettava ad entrambi i genitori, ma il suo esercizio toccava al padre, secondo l'art. 316 del Codice civile.

Col nuovo diritto di famiglia, la legge riconosce parità giuridica tra i coniugi che hanno uguali diritti e responsabilità e attribuisce ad entrambi la patria potestà.

1976

Per la prima volta una donna, Tina Anselmi, viene nominata ministro (Lavoro e previdenza sociale).

1977

È riconosciuta la parità di trattamento tra donne e uomini nel campo del lavoro: legge 9 dicembre 1977 n. 903, «Parità fra uomini e donne in materia di lavoro».

1978

Viene approvata la legge sull'aborto.

Nel 1974 i radicali avevano iniziato una campagna per un referendum al fine di abrogare le norme che penalizzavano l'aborto. Gli articoli dal 546 al 551 del Codice penale stabilivano, infatti, che la donna che si procurava un aborto dovesse essere punita con la reclusione da uno a quattro anni (ma, se l'aborto era effettuato per "salvare l'onore", era prevista una riduzione, che andava da un terzo alla metà della pena).

Dopo l'approvazione della legge, un referendum abrogativo del maggio del 1981 non avrebbe avuto successo.

1979

Nilde Jotti è la prima donna presidente della Camera.

1981

Il motivo d'onore non è più attenuante nell'omicidio del coniuge infedele.

1983

La Corte costituzionale stabilisce la parità tra padri e madri circa i congedi dal lavoro per accudire i figli.

1984

Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è costituita la Commissione nazionale per la realizzazione delle pari opportunità, presieduta da Elena Marinucci.

1986

La commissione nazionale per la parità uomo e donna elabora il «Programma azioni positive»: aziende e sindacati devono tutelare accesso, carriera e retribuzioni femminili.

1989

Le donne sono ammesse alla magistratura militare.

1991

Legge 10 aprile 1991, n. 125, «Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro».

La legge dovrebbe essere in grado di intervenire nel rimuovere le discriminazioni e valorizzare la presenza e il lavoro delle donne nella società. Purtroppo, è ancora poco applicata.

1992

Legge, 25 febbraio 1992, n. 215, «Azioni positive per l'imprenditorialità femminile».

La legge sull'imprenditoria femminile favorisce la nascita di imprese composte per il 60% da donne, società di capitali gestiti per almeno 2/3 da donne e imprese individuali.

1993

Con la legge 25 marzo 1993, n. 81 per la prima volta vengono introdotte le "quote rosa" in merito alle elezioni dei rappresentanti degli enti locali.

Si stabilisce che per le elezioni regionali e comunali, i candidati dello stesso sesso non possano essere inseriti nelle liste in misura superiore ai due terzi: ciò riserva, di fatto, un terzo dei posti disponibili al sesso sottorappresentato (cioè le donne). Per le elezioni nazionali, viene introdotta l'alternativa obbligatoria di uomini e donne per il recupero proporzionale ai fini della designazione alla Camera dei deputati.

Nel 1995 questa serie di interventi legislativi è stata annullata con la sentenza n. 422 della Corte costituzionale, avendo il giudice stabilito che, in materia elettorale, debba trovare applicazione solo il principio di uguaglianza formale e che qualsiasi disposizione tendente ad introdurre riferimenti al sesso dei rappresentanti, anche se formulata in modo neutro, sia in contrasto con tale principio.

1996

La legge 15 febbraio 1996, n. 66, «Norme contro la violenza sessuale», punisce lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale come in precedenza.

Il governo nomina un ministro per le pari opportunità, Anna Finocchiaro.

2000

Legge 8 marzo 2000, n. 53, «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città».

Sia il padre che la madre possono chiedere l'aspettativa, da sei a dieci mesi, entro gli otto anni di vita del bambino. La cura dei figli smette di essere, dal punto di vista legislativo, esclusiva prerogativa delle madri.

2003

Legge costituzionale 30 maggio 2003, n. l, «Modifica dell'art. 51 della Costituzione».

L’art. 51 della Costituzione («Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») viene modificato, con l'aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

2004

La legge sulle elezioni dei membri del Parlamento europeo introduce una norma in materia di "pari opportunità": legge 8 aprile 2004, n. 90, «Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell'anno 2004».

L’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati.

Samedi 2 mars 2013 6 02 /03 /Mars /2013 08:08

 

Sant'Anna di Stazzema, la strage archiviata: "Una sentenza inaudita"

la posizione dell'ANPI sulla sentenza:

“Che si possa archiviare 'per mancanza di prove' una vicenda storicamente accertata e per la quale dieci cittadini tedeschi sono stati condannati in Italia, in tutti i gradi di giudizio, all’ergastolo, è veramente inaudito e incredibile, perché significa che non ci si è resi conto dell'orrenda tragedia compiuta, per mano tedesca e fascista, e non si è pensato non solo alle ragioni imposte dal diritto ma neppure a quelle imposte dalla umanità”.

Con queste parole il presidente dell'Anpi nazionale, Carlo Smuraglia, ha commentato il provvedimento di archiviazione della strage di Sant'Anna di Stazzema deciso dalla procura di Stoccarda.

Dieci erano stati gli ergastoli decisi dalla magistratura italiana, in tre gradi di giudizio, per ex soldati della Reichsführer SS che, nell'agosto 1944, compì la strage.

La sentenza del tribunale di La Spezia era chiara: gli indagati, essendo in servizio nelle forze armate tedesche, nemiche durante la fine della Seconda guerra mondiale dell'Italia: “Con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, tutti, secondo la specifica qualità e mansione, contribuendo alla materiale realizzazione del crimine e comunque reciprocamente rafforzandosi nel proposito delittuoso, il mattino del 12 agosto 1944, alle ore 7 circa e seguenti, in Sant'Anna di Stazzema, senza necessità e senza giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e anzi nell'ambito e con finalità di un'ampia operazione di rastrellamento pianificata e condotta contro i partigiani e la popolazione civile che a quelli si mostrava solidale, cagionava la morte di numerose persone - verosimilmente tra le 457 e le 560 circa, tra le quali, e in prevalenza, anziani, donne e bambini - le quali non prendevano parte alle operazioni militari, agendo con crudeltà e premeditazione”.

Tuttavia, per otto degli ex militari - due sono deceduti in questi anni – il tribunale tedesco non considera provata la responsabilità individuale, nonostante l'appartenenza al reparto colpevole dell'eccidio, e pertanto li ha prosciolti. Non è tutto. In un comunicato i magistrati tedeschi sostengono che la strage non fu programmata da parte dell'esercito nazista, poiché non esistono documenti in merito. Giungono a ipotizzare che l'obiettivo delle SS fosse la guerra ai partigiani e la deportazione di uomini abili al lavoro, e che la violenza sui civili fu conseguente al fallimento dell'azione.

Ma la storia ha raccontato, e la giustizia italiana ne ha tenuto conto, di come fosse in atto nei venti mesi di occupazione nazista del nord Italia una vera e propria guerra alla popolazione civile. Inoltre, come ha dichiarato il pm al processo italiano, Marco De Paolis, alcuni dei dieci indagati erano rei confessi.

“Così - ha aggiunto Smuraglia - le 560 vittime, i loro familiari, i loro figli e nipoti, restano sullo  sfondo, come figure irrilevanti, perché non si è stati in grado di capire che così si rinnova il loro dolore, visto che da anni  invocano verità e giustizia, senza successo. C’è da restare attoniti e sgomenti a fronte di provvedimenti come questo, che si muovono su un filone mai estinto, ed al quale non è mancato l’apporto della Corte dell’Aja, che ha dato più rilievo al ruolo del diritto che non ai valori ed ai diritti umani”.

E' dunque necessario continuare l'azione di testimonianza, di studio perché, come dichiarato sempre dal presidente Anpi: “Bisogna perseguire la verità ed affermare le ragioni della storia, contrapponendole ad ogni tentativo di ridurre la gravità estrema di quanto accaduto in Italia, tra il ‘43 e il ‘45. Bisogna arricchire le ricerche storiche, condurre in porto i procedimenti penali ancora aperti. Ma bisogna anche ottenere una discussione parlamentare seria sulle stragi, sulle responsabilità tedesche e fasciste, sulle  responsabilità collegate all’armadio della vergogna nella loro complessità non solo giuridica ma anche politica".

"Deve andare avanti - precisa Smuraglia - l'interrogazione presentata da un gruppo di senatori e reiterata alla Camera, e la raccolta firme sotto la petizione popolare lanciata a Marzabotto. E infine bisogna premere sul governo, perché si proceda nella 'trattativa' con la Germania, che doveva avviarsi dopo la sentenza dell’Aja e di cui non si sa nulla”.

“Noi  - ha concluso Smuraglia - ci riteniamo impegnati a tutto questo e riteniamo che sia la migliore risposta ai magistrati di Stoccarda, così come ai tanti tentativi di far cadere l’oblio su vicende imprescrittibili. Ed è anche questo il modo migliore per esprimere la solidarietà più forte, affettuosa e sincera, alle vittime, ai sopravvissuti ed ai familiari della strage di S. Anna di Stazzema, così come a tutte le vittime ed i familiari della strage di Marzabotto e di tante altre terribili stragi”.

Gemma Bigi

Jeudi 4 octobre 2012 4 04 /10 /Oct /2012 11:09

Commemorazione della strage in Toscana, alla presenza del presidente tedesco del Parlamento europeo Martin Schulz. 

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SANT'ANNA DI STAZZEMA - "M'inchino di fronte alle vittime di Sant'Anna. E' per loro che abbiamo la responsabilità di costruire l'Europa e di proteggerla dalla speculazione che fa soffrire i popoli e nutre i nazionalismi". Lo ha scritto, in italiano, il presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz, che oggi era in Toscana a commemorare - insieme con autorità italiane e familiari delle vittime - i 560 morti provocati dall'orrore nazista 68 anni fa nel paesino in provincia di Lucca. Ad aprire il corteo che porta all'ossario sul Colle di Cava c'erano, con Schulz, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, il sindaco di Stazzema Michele Silicani e le autorità religiose, civili e militari, oltre a tantissimi gonfaloni di comuni. Una giornata dedicata anche al ricordo dei milioni di morti causati dalla 'follia nazista'.

Sotto l'ossario che ricorda l'eccidio, davanti ai pochi superstiti, ai familiari delle vittime e ai tanti gonfaloni dei Comuni il presidente del parlamento europeo parla in tedesco avvalendosi di una traduzione simultanea. E dice : "La lingua che io parlo è la stessa degli uomini che hanno compiuto questo eccidio. Non lo dimentico. Sono qui come tedesco e come europeo. l'Europa è la via migliore per non ripetere crimini come questo".

Schulz ha detto di non riuscire a "descrivere con parole la crudeltà di tali fatti. Mi presento oggi a voi come tedesco, profondamente scosso dalla disumanità dell'eccidio qui perpetrato in nome del mio popolo". Eppure, ha proseguito il presidente del parlamento europeo, anche oggi c'è chi dice di voler smantellare l'Europa: "Abbiamo cambiato le strutture, facendo nascere l'Europa, ma non abbiamo cambiato gli uomini. Questi sono sempre uguali e sono sempre capaci di commettere crimini come questo". Solo l'Europa, invece, può impedirlo: "E non possiamo permettere oggi che l'Europa venga distrutta da quelle forze speculative che hanno ridotto tanta gente alla disperazione".

"Bisogna non dimenticare mai - ha ammonito Schulz - bisogna mantenere vivo il ricordo. Affinché mai più in Europa ideologie disumane e regimi criminali tornino a mostrare il loro ghigno odioso... La libertà, l'umanità devono essere riconquistate ogni giorno. Questo è il nostro compito di epigoni, questa è la missione che ci hanno assegnato i martiri di Sant'Anna di Stazzema. Vi ringrazio di cuore per tenere vivo il ricordo dei martiri e per permettermi, come tedesco, di commemorarli e di unirmi al vostro lutto. E' un dono fatto a me personalmente"

"Noi tutti dobbiamo scendere in campo contro il ritorno di modi di pensare che hanno sempre portato ai popoli europei nient'altro che disgrazie - ha proseguito Schulz - e minacciano ora di mandare in rovina anche l'Unione europea. Non possiamo permetterci di ricadere negli antichi errori. Se questo spirito foriero di sciagure per i popoli europei conquistasse la maggioranza degli Stati membri dell'Unione, se gli riuscisse di rimettere in questione il carattere di collante di popoli di questa Unione, allora ritornerebbero con esso anche gli spettri della prima metà del XX secolo".

Martin Shultz ha parlato poi di Europa: "Io non vorrei un imperialismo del marco. Abbiamo bisogno di una valuta comune perchè solo una valuta comune ci rende più forti. In Germania - ha aggiunto - ci sono persone che dicono che si dovrebbe reintrodurre il marco perchè così saremmo più forti, mentre la lira, la peseta e il franco sarebbero deboli. Io rispondo, è vero. Ma in questo modo la Germania diventerebbe troppo grande per l'Europa e troppo piccola per il mondo. Da sola non potrebbe affrontare i mercati globali".

 

Il messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Tra i numerosissimi ricordi dell'eccidio, quello del presidente Napolitano. In un messaggio al sindaco Silicani, e a tutti i convenuti alla commemorazione, Napolitano scrive: "Quel 12 agosto 1944 che vide cadere sotto il piombo della barbarie nazifascista 560 vittime inermi, in gran parte vecchi, donne, bambini, è una data scolpita nella memoria di chi visse quei terribili avvenimenti e di chiunque ne conservi il ricordo".

'Il dolore e l'orrore di quella giornata hanno trovato un nuovo momento di commossa rievocazione nella recente concessione a Cesira Pardini della Medaglia d'Oro al Merito Civile per l'eroico gesto compiuto, in quel terribile frangente di efferata brutalità, per salvare a rischio della propria vita la madre e le sorelle" - prosegue Napolitano - "Esempi di generosa solidarietà  sono essenziali per tramandare, soprattutto alle giovani generazioni, i principi di libertà, giustizia e solidarietà che animarono le scelte di allora e sono stati posti a fondamento della rinascita civile e democratica del nostro paese".

da un articolo di MASSIMO VANNI

La Repubblica (13 agosto 2012)

Lundi 13 août 2012 1 13 /08 /Août /2012 15:02

manifesto 25 aprile rid

Discorso pronunciato dal prof. Giovanni Missaglia, dell’ANPI di Lissone, durante la celebrazione del 25 aprile a Lissone. 

Giovanni MissagliaA quasi Settant’anni della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, nel quadro di un contesto storico così profondamente trasformato sia sul piano nazionale che su quello internazionale, il dovere della memoria deve essere accompagnato dal tentativo di individuare e valorizzare gli elementi più attuali dell’esperienza resistenziale. A me pare che oggi, fra le tante possibili, siano tre le questioni sulle quali vale la pena concentrarsi per vedere se l’esperienza storica della Resistenza può ancora parlarci: la questione del ruolo e della funzione dei partiti politici; la questione dell’Europa e della sua unità; infine, la questione del razzismo.

Il ruolo dei partiti politici è stato fondamentale nelle vicende della Liberazione. Basti pensare alla funzione del Comitato di Liberazione Nazionale prima e a quella dell’Assemblea Costituente poi. In un caso come nell’altro, forze politiche diverse e persino configgenti rispetto all’assetto politico e sociale da dare all’Italia da liberare e all’Italia liberata hanno saputo costruire delle esperienze unitarie: al di là delle loro differenze ma anche a partire dalle loro differenze. Insomma, l’esatto opposto del Fascismo, che, mentre negava alla radice le differenze politiche imponendo per legge il partito unico, il Partito Nazionale Fascista appunto, seminava in realtà divisioni laceranti e drammatiche che sfociarono tra l’altro in una “guerra nella guerra”, la lotta tra i partigiani e i fascisti che si svolgeva sullo sfondo delle vicende della seconda guerra mondiale.

I partiti antifascisti seppero operare al di là delle loro differenze, dicevo. Ci sono momenti in cui devono prevalere le ragioni dell’unità. Fu così quando i dirigenti del C.L.N. decisero di accantonare la questione istituzionale, che li vedeva divisi tra repubblicani e monarchici, per farla decidere direttamente dal popolo a liberazione avvenuta, come poi accadde attraverso il referendum del 2 giugno 1946. Fu così durante i lavori dell’Assemblea Costituente, quando le forze politiche, nonostante le posizioni assai diverse che erano emerse durante i lavori preparatori, seppero trovare tutte le convergenze necessarie per votare a larghissima maggioranza, quasi all’unanimità, il testo finale della Costituzione. Trovare le ragioni dell’unità nei momenti più difficili della storia di un Paese è la responsabilità più rilevante di una classe dirigente.

Forse è proprio questo il motivo per cui, oggi, nonostante tutte le differenze del caso, molti apprezzano il cosiddetto governo tecnico: dopo anni di delegittimazione dell’avversario politico è forte in molti la speranza, per qualcuno l’illusione, di poter entrare in una nuova stagione della vita politica, caratterizzata appunto più dalla capacità di costruire sintesi che di seminare divisioni.

Dicevo, anche, però, che i partiti antifascisti seppero operare, non solo al di là delle loro differenze, ma anche a partire da queste differenze. L’unità, insomma, non fu, non è e non dovrebbe mai essere, l’inesistenza delle differenze, ma il convergere di soggetti diversi che stabiliscono modalità comuni per regolare il loro fisiologico conflitto. Dalle differenze (differenze di visioni della società e dell’economia, differenze di valori morali e politici di riferimento, differenze di interessi sociali e materiali rappresentati) si deve costruire un’unità, cioè quell’insieme di norme condivise – e per questo costituzionali - per regolare la coesistenza ma anche il conflitto tra tutte queste differenze per tanti versi irriducibili. E può darsi che sia questo il lato negativo di ciò che chiamiamo governo tecnico: l’illusione che in una società possano non esistere differenze, che vi siano soluzioni neutrali, tecniche appunto, che il conflitto non abbia anche un ruolo propulsore e positivo.

Dunque: lavorare al di là delle differenze ma a partire dalle differenze. Questo seppero fare i partiti. E oggi ne sentiamo un gran bisogno. Critichiamoli, lavoriamo per rinnovarli, inventiamone di nuovi, ma non delegittimiamo il sistema dei partiti. Senza i partiti tradiremmo la Resistenza. Senza i partiti non c’è democrazia. “Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, recita l’articolo 49 della Costituzione. Senza i partiti non ci sarebbe che il plebiscitarismo e, a determinare la politica nazionale, non resterebbe che il duce, l’unto del Signore, il demagogo senza scrupoli; oppure, se così si può dire, il partito unico della Tecnica, un potere apparentemente neutrale ma nella realtà capace di imporre come neutrali delle scelte di parte, legittime, ma di parte. Perciò guardiamo con interesse alla proliferazione di liste civiche, nel nostro territorio come in tutto il Paese, non perché rappresentano un’alternativa ai partiti, ma, al contrario, perchè si tratta pur sempre di parti, partiti sui generis se si vuole, di cittadini che prendono parte, che prendono partito non a caso per candidati e progetti diversi, a dimostrazione del carattere originariamente e costitutivamente conflittuale della scena politica e del carattere parziale, partitico, delle opzioni e delle soluzioni di volta in volta proposte. Non lasciamoci fuorviare, perciò, dalla sterile contrapposizione tra i partiti, che sarebbero il male assoluto, e la società civile, che rappresenterebbe invece il bene. Ricordiamoci, piuttosto, della lezione di un grande antifascista, Gaetano Salvemini che, riferendosi alla classe politica del suo tempo, scriveva: “Per un dieci per cento rappresenta la parte migliore del paese, per un altro dieci per cento rappresenta la feccia, per il restante ottanta per cento rappresenta il paese come esso è”.

Per venire al tema dell’Europa e della sua unità, vorrei cominciare col richiamare il nome di Altiero Spinelli, l’esule antifascista che, al confino sull’isola di Ventotene, nel 1941 vide con straordinaria lucidità le ragioni della catastrofe che attraversava l’Europa e le forme per superarla. Spinelli scrisse il celebre Manifesto per un’Europa libera e unita, per una federazione degli Stati Uniti d’Europa. I nazionalismi dilaganti nella prima metà del Novecento avevano prodotto due guerre mondiali sorte proprio a partire dalle rivalità tra paesi europei. Sessanta milioni di morti furono il prezzo di questa cecità nazionalistica. Spinelli vide che solo un processo di integrazione europea avrebbe potuto evitare una nuova, una terza catastrofe. E la costruzione della CECA nel 1951, della CEE nel 1957 e della UE nel 1992 hanno rappresentato, pur tra molte manchevolezze, una politica di pace oltre che una politica economica. Per questo dobbiamo guardare allarmati alla crisi che l’Unione Europea sta attraversando. Essa non è soltanto una crisi economica scandita dagli impietosi dati sulla recessione e neppure soltanto una crisi politica segnata dal deficit di legittimità democratica di molte istituzioni europee  capaci di assumere decisioni importantissime senza adeguate procedure per misurare il consenso dei popoli. Crisi economica e crisi politica sono ormai due aspetti di una più generali crisi spirituale dell’Europa, se è vero che persino un popolo tradizionalmente europeista come quello italiano avverte sempre più l’Europa come un ostacolo o un fattore di impoverimento. Sono già molti i segnali che ci parlano dell’emergere di nuovi nazionalismi e di nuovi localismi. Ma la strada per risolvere i problemi non è un di meno, ma un di più di Europa. Le chiusure nazionalistiche e localistiche le abbiamo conosciute bene e non abbiamo nessun desiderio di rivederle. Il progetto di integrazione europea è stato forse il più grande risultato della sconfitta del nazifascismo. La crisi di questo progetto, perciò, è un’offesa alla Resistenza e allo spirito dell’antifascismo, che è sempre stato patriottico senza mai essere nazionalista. L’amore di patria, il patriottismo, la volontà di riscattare il Paese, sono stati fattori essenziali della lotta antifascista, ma, come insegna la lezione di Altiero Spinelli, essi non si sono mai confusi con un gretto nazionalismo, perché ne facevano parte integrante la consapevolezza della libertà e dell’uguaglianza di tutti i popoli e quella della necessità di creare istituzioni sovranazionali.

Infine, lasciatemi dire che, se è vero che la xenofobia e il razzismo sono l’essenza del nazifascismo, nella sua visione gerarchica della società e dell’umanità, ossessivamente divise in superiori ed inferiori, in superuomini e in sottouomini, non possiamo non guardare con orrore ai tanti episodi di cronaca che ci parlano di intolleranza per chi è straniero, per chi è nero, per chi è ebreo, per chi è omosessuale, per chi è diverso. Ma l’orrore non basta. Il razzismo è un fenomeno sociale e culturale complesso che l’indignazione non basta certo a sconfiggere. Nel quadro della drammatica crisi economica che stiamo attraversando, poi, esso trova un terreno fertile di sviluppo, che innesca con molta facilità  meccanismi atavici come quello della ricerca del capro espiatorio. Per  questo occorre combattere il razzismo su più fronti. Quello economico sociale, perché la dilagante crescita delle disuguaglianze che attraversa anche il nostro Paese non può non favorire una guerra tra poveri. Quello culturale, perché il sapere e la cultura servono a dare un nome alle cose e perciò a non esserne schiacciati e a non alimentare reazioni violente e irrazionali. Ma anche quello politico e amministrativo, perché il governo della cosa pubblica, anche e soprattutto a livello locale, è uno strumento per favorire occasioni di conoscenza,  di incontro e di composizione pacifica dei conflitti.

Difendere e rinnovare il sistema dei partiti e contrastare il qualunquismo dell’antipolitica; lottare per forme più democratiche di integrazione europea e contrastare il ritorno dei nazionalismi e dei localismi; combattere il razzismo e le sue cause sono, oggi, i compiti che ci spettano, che spettano a tutti coloro che sanno ancora vedere nella Resistenza l’atto fondativo della Repubblica italiana e della sua Costituzione.

alcune immagini della Festa della Liberazione a Lissone

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Jeudi 26 avril 2012 4 26 /04 /Avr /2012 17:43

 

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schiavi di Hitler

 

Centro di ricerca “SCHIAVI DI HITLER” / fondo I.M.I. Claudio Sommaruga

22012 Cernobbio (CO) - via Regina, 5 - mail: info@schiavidihitler.it - www.schiavidihitler.it

Sezione dell'Istituto di Storia Contemporanea "P.A. Perretta" 22100 Como – via Brambilla, 39

 

Io sostengo il punto di vista che una parte importante della realizzazione dei diritti umani sia il diritto di chiunque sia stato o sia costretto a lavorare per altri a ricevere l'adeguata ricompensa.

Per il lavoratore coatto questo indennizzo deve essere dato da chi ha tratto profitto da lui”.

Simon Wiesenthal, lettera a Ricciotti Lazzero, 20 marzo 2000

 

Giustizia per le vittime italiane e greche del nazismo

 

Dal 12 al 16 settembre si terrà presso la Corte internazionale di giustizia a L’Aia il dibattimento inerente il ricorso presentato dalla Germania contro l’Italia per le sentenze della nostra Corte di Cassazione in merito alle cause giudiziarie in corso relative a:

 

sfruttamento del lavoro coatto di oltre settecentomila internati militari e civili italiani deportati dopo l’8 settembre 1943,

eccidi compiuti dall’esercito tedesco contro i civili sugli Appennini nel corso della 2a guerra mondiale,

esecutività in Italia delle sentenze dei tribunali greci relative alla strage di Distomo.

 

La difesa dell’immunità degli stati trova la convergenza del governo tedesco e di quello italiano, ribadita da una dichiarazione congiunta che affida al tribunale internazionale “il chiarimento su tale questione” contro la decisione della nostra massima Corte, che con chiarezza ha ribadito che gli stati non possono pretendere immunità quando commettono gravi crimini di guerra o crimini contro l'umanità.

 

Noi temiamo che con il processo a L’Aia si vogliano chiudere definitivamente i capitoli dolosi e dolorosi della nostra storia a cui non si è voluto per oltre sessantacinque anni rendere giustizia.

 

Critichiamo e condanniamo l’atteggiamento del governo tedesco, che rifiutando il riconoscimento delle responsabilità delle sue imprese e del nazismo antepone alla giustizia e alla storia degli individui gli interessi economici e le opportunità politiche. Nello stesso tempo critichiamo e condanniamo l’atteggiamento del governo italiano, che offende i suoi cittadini e la storia del Paese in nome della ragione di stato e sospende l’esecutività delle sentenze dei tribunali della Repubblica.

 

Ancora una volta la vicenda della deportazione per lavoro coatto e le stragi di civili sono oggetto di scambio in nome di interessi che nulla hanno a che fare con la dignità degli individui e delle nazioni.

 

Tutto questo è particolarmente grave nella comune dimensione europea e costituisce un’offesa a qualsiasi politica che sulla ”memoria” voglia costruire un patrimonio comune in grado di orientare e di essere di monito al presente, per preservarlo dagli errori e dalle tragedie del passato.

 

Ma c’è di più in questo processo che si apre a L’Aia, che va al di là dello spregio dei cittadini italiani e greci, macinati dalla guerra nazista e dalla real-politik di tutti i governi del dopoguerra, qualcosa su cui dobbiamo porre attenzione.

 

La corte è chiamata ad esprimere un giudizio e fare giurisprudenza sul delicato e decisivo confine fra diritto individuale e responsabilità istituzionale.

In discussione a L’Aia c’è in generale il principio dell’immunità degli stati oltre“il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità“, un principio che attiene il diritto internazionale dei popoli nel presente.

 

Storia della nazione e dei suoi cittadini, diritti individuali e collettivi sono in discussione in una causa ignorata dai media e coperta dal silenzio degli stati.

 

Riteniamo indispensabile in questa occasione fare sentire la nostra protesta e invitiamo quanti provano la nostra stessa preoccupazione ed indignazione a fare sentire la loro voce in tutte le sedi che giudicheranno più opportune.

 

Cernobbio 8 settembre 2011

Centro di ricerca “Schiavi di Hitler”

Claudio Sommaruga, Valter Merazzi, Maura Sala,                          

 

Chi intende porre la sua firma in calce a questo documento può comunicarlo scrivendo a: info@schiavidihitler.it

Informazioni e notizie, col vostro aiuto su: www.schiavidihitler.it

 

Samedi 10 septembre 2011 6 10 /09 /Sep /2011 15:05

Egeo-Mantovani.jpg  Il 12 luglio Egeo Mantovani, Presidente onorario dell’ANPI provinciale di Monza-Brianza e membro del Comitato Onorario Nazionale della nostra associazione, compie 91 anni.

 

Ha scritto Loris Maconi, presidente dell’ANPI provinciale di Monza-Brianza

“L’ANPI provinciale intende festeggiare questa felice ricorrenza.

Pensiamo che rappresenti il giusto riconoscimento per chi, come lui, ha partecipato attivamente alla lotta di liberazione e allo sviluppo del movimento democratico, grazie alla  partecipazione alle lotte dei lavoratori negli anni difficili del dopoguerra.

L’impegno di Egeo, come tutti sappiamo, continua in modo costante anche ora. Infatti non solo è la figura più rappresentativa dell’ANPI provinciale, ma anche colui che, con il suo incessante lavoro, assicura alla nostra associazione un ruolo importante sul territorio.

Martedi’ 12 luglio 2011 alle ore 18.30 presso il circolo Cattaneo tutti gli iscritti all’ANPI festeggeranno i bellissimi 91 anni di Egeo Mantovani.

 

Chi è Egeo Mantovani

Figlio di braccianti agricoli, trasferitisi a Carpi e poi nell'Agro Pontino, a undici anni inizia a lavorare come bracciante e meccanico. Mobilitato durante la Seconda guerra mondiale, Mantovani fa parte della divisione Ariete, di stanza nell'Africa settentrionale, e partecipa anche alla battaglia di El Alamein. L'8 Settembre 1943 si trova a Bologna; la sua caserma è occupata dai nazisti, ma lui riesce a scappare. Si rifugia prima da una zia (che con altre donne aiutava i soldati sbandati, fornendo loro abiti e calzature borghesi), ma presto entra nelle formazioni partigiane che si vanno organizzando sulle montagne tosco-emiliane. Partecipa così a numerose azioni contro i nazifascisti e ha modo di salvare molti soldati inglesi. Mantovani, che è stato fra i protagonisti della liberazione della sua città, ha ricevuto dal comune di Carpi un riconoscimento ufficiale del contributo dato alla Resistenza. Entrato nel 1946 alla "Magneti Marelli", dal 1954 al 1970 è stato membro della commissione interna. rendendosi protagonista di numerose conquiste sindacali. In quegli stessi anni ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quello di presidente della Cooperativa "Carlo Cattaneo" di Monza, membro del direttivo provinciale della Fiom, segretario del Coordinamento nazionale della Magneti-Marelli. Da diversi anni è l'anima e il punto di riferimento dell'ANPI di Monza e della Brianza. Nel 2008 è stato eletto Presidente onorario della nuova ANPI provinciale di Monza-Brianza. Instancabile nella sua quotidiana attività di coordinatore e divulgatore dei principi dell'antifascismo, Egeo Mantovani dice sempre: "C'è molto da lavorare: dobbiamo tirarci su le maniche".

 

Il suo racconto:

«L’8 settembre 1943 mi trovavo a Bologna presso la Caserma “Marconi” del VI Reggimento del Genio, ero sergente. Quel giorno, mentre ero in libera uscita, passai davanti a un bar situato nei pressi della stazione centrale di Bologna e distante poche centinaia di metri dalla Caserma; dall’interno sentii delle grida, mi fermai e appresi, attraverso il bollettino radio, che era stata accettata la domanda di armistizio da parte delle forze anglo-americane. Capendo subito l’importanza di quel comunicato, feci dietro front e rientrai in Caserma dove vi era stato il cambio della guardia e al Caporal Maggiore che la comandava domandai se fosse arrivato qualche Ufficiale dato il momento così delicato. Attesi qualche ora e nessuno si fece vivo: debbo anche dire che gli Ufficiali e Marescialli dormivano fuori dalla Caserma o addirittura con la famiglia. Verso le ore 19,00 decisi di formare una ronda, composta da due soldati e me, per andare a vedere che cosa succedeva in città. Nel centro di Bologna percorremmo strade e portici e notammo che tutto era calmo, solo in alcune osterie si festeggiava l’evento: «Finalmente la guerra è finita!» gridavano. Mi ricordo che incontrammo un tedesco un po’ anzianotto e un uomo che era sulla soglia di casa sua ci sussurrò: «Prendetelo!», ma io dissi: «Noi non abbiamo nessun ordine!». Forse quell’uomo aveva capito la gravità di quel momento.

 

Alle ore 23,00 ritornammo in Caserma e al Caporal Maggiore che comandava il picchetto di guardia dissi: «Stai attento, chiudi bene i cancelli perché non si sa mai che cosa può succedere». Io e i due soldati di ronda andammo a dormire: loro in camerata ed io nelle camerette dei sottufficiali con i quali mi fermai una mezz’ora a parlare e verso mezzanotte ci coricammo in branda. In piena notte verso le ore due sentii una voce stridula che diceva: «VECH! VECH!» e mi vidi puntata una pila in faccia. In quel momento mi si agghiacciò il sangue, mi alzai in fretta e invece di indossare la mia divisa infilai una tuta da meccanico.

 

In fretta e furia, con un fucile puntatomi addosso uscii dalla cameretta e andai nel cortile a raggiungere gli altri sottufficiali che erano già stati presi. Dalle camerate fecero scendere in cortile tutti i soldati e graduati. Nel cortile il cerchio degli ormai prigionieri si stringeva sempre più e così per loro fu facile disarmarci. lo nella mia testa pensavo: «Stai a vedere che dopo quasi due anni di guerra contro gli inglesi in Africa settentrionale con la Divisione Ariete, avanti e indietro in quel maledetto deserto, fino ad El Alamein da cui sono riuscito a scamparla, vengo fatto prigioniero proprio da coloro che combattevano fianco a fianco con me».

 

Conoscendo bene la Caserma e sapendo che da un lato di essa scorreva il fiume Lame, mi acquattai dietro il corpo di guardia e strisciando arrivai alla scarpata. Dopo aver percorso ancora circa venti metri mi portai sotto un ponte dove sapevo esserci solitamente due sentinelle a guardia dell’entrata della Caserma. Al mio arrivo le sentinelle chiesero: «Chi va là?». Risposi che ero il Sergente Mantovani e avvicinandomi dissi loro che cosa stava succedendo e che i tedeschi avevano occupato la caserma e fatto tutti prigionieri senza sprecare un colpo. Le sentinelle mi chiesero che cosa potevano fare e io consigliai loro di gettare il fucile, di scappare e di nascondersi da qualche parte. Mi ascoltarono e così ci separammo.

 

La prima cosa che mi venne in mente era quella di andare da mia zia Maria che abitava a Porta S. Vitale e così di corsa alle tre di notte, passando di portico in portico, di strada in strada, raggiunsi la casa della zia e questo fu il mio primo rifugio. Mia zia, aiutata anche da amiche e conoscenti, mi diede degli abiti borghesi e un paio di scarpe. In seguito seppi che alcuni soldati pur essendo in abiti borghesi erano stati arrestati perché calzavano scarponi da militare. In città regnava una parvenza di calma: solo qualche automezzo blindato, perché la maggior parte della forza tedesca era impegnata a trasferire i prigionieri delle caserme di Bologna e dintorni all’interno del campo sportivo cittadino.

 

I tedeschi trasferirono questi prigionieri in Germania nei campi di concentramento, trasportandoli su convogli ferroviari di tipo carro bestiame. Seppi poi che ne deportarono oltre 600.000.

 

Io rimasi a Bologna, ma circa una settimana dopo venni a conoscenza che vi era in atto da parte dei tedeschi una caccia spietata nei confronti di coloro che erano riusciti a non farsi prendere. Per vedere che cosa si poteva fare, incontrai di nascosto alcuni ufficiali e sottufficiali e venni a sapere da loro che alcuni commilitoni altoatesini della mia caserma avevano subito aderito alle formazioni tedesche.

 

Di nascosto mi trovai altre volte con gli altri ufficiali nel centro di Bologna, ma poi per paura di essere individuati e spiati scegliemmo di andare ognuno per la propria strada. Verso il 20 settembre decisi di darmi alla macchia e così la mia ragazza mi fece conoscere l’ing. Carlini, suo datore di lavoro, persona antifascista di origine marchigiana il quale mi fece arrivare sulle montagne tosco-emiliane della provincia di Bologna… Ma da qui in poi, inizia un’altra storia».


 

Dall’ANPI di Lissone

Caro Egeo,

in occasione del tuo compleanno, l’ANPI di Lissone desidera ringraziarti per il tuo costante impegno per la nostra associazione.

Anche quest'anno, in occasione del 25 aprile, hai intrattenuto gli studenti del Liceo Enriquez di Lissone parlando della Resistenza in Italia e della tua esperienza. Hai promesso loro di ritornare.

La tua assidua presenza  costituisce per tutti noi un utile punto di riferimento.

I tuoi consigli, i tuoi suggerimenti nelle varie occasioni sono sempre preziosi.

La tua scelta di vita, prima da partigiano poi nella vita civile, è un esempio per i giovani con i quali cerchi di mantenere frequenti contatti nelle scuole.

Il tuo modo di dire "C'è molto da lavorare: dobbiamo tirarci su le maniche" è uno sprone ad agire: la vitalità della nostra associazione, l’incremento del numero degli iscritti e delle sezioni sul nostro territorio brianzolo sono anche merito del tuo impegno.

Per questo te ne siamo grati e ti auguriamo ancora ogni bene e 

... lunga vita ai partigiani!

                                                 Il direttivo dell'ANPI di Lissone

Mardi 12 juillet 2011 2 12 /07 /Juil /2011 07:22

... ci vuole coraggio / a trascinare le nostre suole /

da una terra che ci odia /ad un'altra che non ci vuole ...

 

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Proprio sul filo della frontiera
il commissario
ci fa fermare
su quella barca troppo piena
non
ci potrà più rimandare
su quella barca troppo piena
non
ci possiamo ritornare.

E che l'Italia sembrava un sogno
steso per lungo ad asciugare
sembrava una donna fin troppo bella
che stesse lì per farsi amare
sembrava a tutti fin troppo bello

Che stesse lì a farsi toccare.

E noi cambiavamo molto in fretta
il nostro sogno
in illusione
incoraggiati dalla bellezza

vista per televisione

disorientati dalla miseria

e da un po' di televisione.

Pane e coraggio ci vogliono ancora
che questo mondo non è cambiato
pane e coraggio
ci vogliono ancora
sembra che il tempo non sia passato
pane e coraggio commissario

che c'hai il cappello per comandare
pane e fortuna moglie mia

che reggi l'ombrello per riparare.

 

Per riparare questi figli
dalle ondate del buio mare
e le figlie dagli sguardi
che dovranno sopportare
e le figlie dagli oltraggi
Che dovranno sopportare.

Nina ci vogliono scarpe buone
e gambe belle Lucia
Nina ci vogliono scarpe buone
pane e fortuna e così sia
ma soprattutto ci vuole coraggio
a trascinare le nostre suole
da una terra che ci odia
ad un'altra che non ci vuole.

Proprio sul filo della frontiera
commissario ci fai fermare
ma su quella barca troppo piena
non ci potrai più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci potremo mai più ritornare.

Canzone

di Ivano Fossati

 

 

La storia della canzone è narrata in prima persona da un emigrante clandestino che sta per varcare il confine per entrare in Italia. La canzone è un'epica del coraggio e del pane: il coraggio dei migranti che, obbligati dalla loro miseria, intraprendono un viaggio verso terre che non li vogliono; il pane della condivisione che, nutrimento dei poveri, dovrebbe almeno essere un diritto per tutti.

Mercredi 6 avril 2011 3 06 /04 /Avr /2011 07:00

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Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare

Era ancora un bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro in una miniera della Grand’Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì ragazzino al Partito comunista e divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la "Pasionaria", a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro, porta ancora nel corpo le schegge della ferita più grave.

Rientrato in Italia nel 1940, Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. "Rubini".

Nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare concessa a "Visone" (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra l’altro "Ferito ad una gamba in un’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito…In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume…".

 

Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi "Un garibaldino in Spagna" del 1955 e "Senza tregua – La guerra dei G.A.P." del 1967. Proprio nel sessantesimo anniversario della Liberazione, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci hanno pubblicato, presso le Edizioni Arterigere-EsseZeta, un "libro della memoria" di 368 pagine intitolato: "Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia".

Dopo la scomparsa del valoroso combattente antifascista, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente dell'ANPI Nazionale e di Milano, Tino Casali, il seguente messaggio: "Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa di Giovanni Pesce, comandante partigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, protagonista della Resistenza al nazifascismo e della Liberazione di Milano e Torino, tenace assertore dei principi di libertà, di pace, di eguaglianza e di democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica. Nel ricordo dei momenti di incontro, in cui ho potuto apprezzare e stimare la passione, il coraggio e gli ideali di cui Giovanni Pesce ha dato testimonianza, partecipo sentitamente al dolore dei familiari e al cordoglio del movimento antifascista e democratico".


da "Senza tregua – La guerra dei G.A.P."

La battaglia dei binari

Greco. Giugno 1944. È un piccolo lembo della periferia milanese, isolato dalla città da fasci di binari ferroviari che ne tagliano in due il centro. Non è un luogo attraente: il fumo delle locomotive ha annerito le case e il ponte sul quale corre la strada angusta verso Prato Centenaro, le cascine, le ville padronali. La guerra ha intristito ancor di più il luogo: un senso di desolazione grava su tutto. Le ville sono state abbandonate dai proprietari, trasferitisi in luoghi sicuri, lontano dai bombardamenti. Da più di venti anni la palazzina comunale ignora i dibattiti democratici del consiglio. Un tempo il sindaco, dopo il lavoro, andava a fare una partita a carte all'osteria o a barattare quattro chiacchiere in farmacia o sui cantieri. Ma del mondo di allora è scomparso anche il ricordo. La gente ora, è di­versa. Molti di quelli che abitavano in questo angolo di Milano sono lontani e forse non rivedranno più le loro case. Sono giovani che la guerra ha trascinato in paesi sconosciuti, dove non avrebbero mai immaginato di rimanere come soldati dell'Asse. A Greco è arrivata altra gente: duri, ostili, uomini della Feldgendarmerie, del Genio ferroviario della Wehrmacht e delle SS, diffidenti, sospettosi di tutto, anche dei fascisti, sono incaricati di controllare, di sorvegliare il funzionamento delle grandi officine di riparazione ferroviaria.

Molti i ferrovieri: quando lavorano non possono fare un passo senza essere seguiti dalla sentinella, come nei campi di concentramento; conversano a bassa voce e si interrompono bruscamente allorché si avvicina un collaborazionista.

Lungo i binari che transitano da Greco, sotto il ponte grigio del cavalcavia, sono sfilate a migliaia lunghe colonne di carri merci, una parte notevole del dramma dell'8 settembre è stata recitata davanti alla palazzina: grigia della stazione di Greco, sotto gli occhi dei ferrovieri e della gente di questo piccolo angolo di Milano. Dai vagoni bestiame, sprangati e sigillati, si sono levate di giorno e di notte, invocazioni di aiuto e sono stati lanciati biglietti disperati.

Quando era possibile, qualche vagone è stato forzato e il macchinista ha rallentato in curva più del necessario. Qualcuno ha potuto saltare in tempo dal treno diretto verso i campi di raccolta e i campi di sterminio. La mano di un ferroviere di Greco, aprendo uno spiraglio ha potuto lanciare nei carri-merci una borraccia d'acqua, un pezzo di pane.

Gli uomini del distaccamento della Feldgendarmerie non si fidano dei ferrovieri, non si fidano di nessuno, vivono nell'isolamento della paura, mentre la popolazione vive nell'angoscia, affamata, martellata dalle incursioni aeree, insidiata dai rastrellamenti delle brigate nere, minacciata dall'incubo delle deportazioni, dalle fucilazioni. Ma anche per la gente di Greco il tenue filo di speranza si ingrossa, mentre su tutti i fronti la situazione dei nazisti va precipitando.

La Wehrmacht subisce colpi durissimi sul fronte dell'Est e il preannuncio della catastrofe si chiama Stalingrado. I partigiani di tutta Europa passano all'offensiva, colpiscono senza pietà il nemico. Sul fronte occidentale la pressione degli anglo-americani si fa incalzante.

In Italia ha inizio "la battaglia dei binari", l'obiettivo del comando militare del C.V.L. Azioni di sabotaggio devono impedire spostamenti di truppe tedesche sui fronti minacciati dall'offensiva sovietica o dagli attacchi anglo-americani. Greco diventa zona di operazione; un bersaglio importante; vi transitano le linee ferroviarie verso i valichi svizzeri; le linee anulari che circondano Milano e si spingono in ogni direzione. Ma l'importanza del nodo ferroviario di Greco è accresciuta dalla presenza delle officine di riparazione, affollate di motrici sfasciate dai bombardamenti e dai sabotaggi.

Ogni giorno la direzione ferroviaria di Greco riceve sollecitazioni telegrafiche sempre più pressanti dai vari compartimenti e dai responsabili territoriali del Genio ferrovieri hitleriano. Il traffico ferroviario si svolge in ore notturne per sfuggire ai bombardamenti alleati, ma non riesce a sottrarsi all'attività dei partigiani. I mezzi colpiti dalle incursioni o dai sabotaggi non sono spesso né trasportabili, né recuperabili, tuttavia i locomotori danneggiati giungono continuamente a Greco. È qui, dunque che il sistema di comunicazione della Wehrmacht deve essere scardinato.

Il comando regionale delle formazioni garibaldine, ai primi di giugno, ordina una delle più importanti azioni di sabotaggio della Resistenza, affidandone il compito alla 3n brigata GAP "Rubini."

La formazione ha subito gravi perdite e molti dei suoi combattenti hanno dovuto lasciare la città per evitare la cattura e trasferirsi in montagna. Il nemico aveva individuato troppe basi e colpito' troppi patrioti. Al logorio degli uomini si è aggiunto il dubbio che fossero ormai facilmente individuabili dai fascisti e dalla Gestapo. Nel giugno del 1944 la brigata "Rubini" è decimata al punto che occorre, più che organizzarla, ricostruirla con forze fresche.

Riesco a reclutare quattro·ferrovieri: Guerra, Ottoboni, C. e Bottani; tutti e quattro di Greco. Due ragazze compiono frequenti viaggi da Milano a Rho. Le strade che dalla città conducono in provincia sono sempre affollate. La speranza di trovare un po' di farina per sfuggire alle insopportabili restrizioni del tes­seramento spinge molte massaie a compiere pellegrinaggi annonari alle cascine e alle case dei contadini. Non è strano che due ragazze, Sandra e Narva, scendano anch'esse, assieme a molte altre donne, al capolinea del vecchio tranvai, l'ormai famoso “gamba de legn", a Rho, con le borse vuote e che, qualche ora dopo, risal­gano sullo stesso trenino per Milano, con le borse piene. Ma non sempre il viaggio col trenino è possibile, a causa dei bombardamenti, dei mitragliamenti e dei ritardi enormi. Allora Sandra e Narva salgono sulle loro biciclette e pedalano verso Rho. Pedalano vigorosamente, quelle due ragazze minute, dall'aria sbarazzina, con gli alti tacchi di sughero. I militi le conoscono per i loro frequenti viaggi in bicicletta, rispondono ai loro sorrisi, senza darsi la briga di frugare nelle loro borse o gettandovi soltanto un'occhiata distratta. Alle volte capita alle ragazze di farsi portare i loro carichi di . esplosivo da qualche poliziotto galante. Tra qualche anno le soprannomineranno le "signorine tritolo."

Nel 1944 Sandra e Narva sono tra le più attive staffette gappiste. Scarseggia l'esplosivo alla brigata "Rubini" e bisogna prelevarlo dal deposito clandestino di Rho e trasportarlo a Milano. Per l'operazione di Greco ne occorre poco meno di un quintale. La cautela necessaria, sia per eludere la vigilanza dei nazifascisti, sia per evitare incidenti nel trasferimento del pericoloso materiale suggeriscono di scegliere Sandra e Narva.

Il trasporto dell'esplosivo è effettuato in piccole quantità con successo. A Milano, il tecnico si mette subito al lavoro e dopo alcuni giorni comunica che tutto è pronto.

Visone, a sua volta, lo comunica a Guerra, capo dell'operazione. Con Guerra riesamina ogni particolare, determina con estrema precisione gli obiettivi, stende il piano nei minuti particolari. Guerra è un giovane tranquillo e cordiale. Alla vigilia sarà di una serenità sorprendente. Non lo si direbbe affatto un "novellino" che partecipa alla sua prima azione. A Greco gli vogliono bene. Lo sanno un buon lavoratore, ha molti amici fra i compagni delle officine, ed è benvoluto dalla gente della vecchia cascina dove abita. È a pensione presso un'anziana signora che gli ha affittato una stanzetta al piano terreno. Dalla finestra Guerra vede il via vai dei poliziotti tedeschi che escono ed entrano dal comando. La villa padronale, contigua alla cascina dove egli abita, è stata requisita dalla Kommandantur ed assegnata alla Feldgendarmerie. Sono gli stessi uomini che Guerra incontra nell'officina ferroviaria e che sembrano volerlo perquisire con lo sguardo. Il capo dei gappisti ferrovieri di Greco è sempre a pochi metri dai poliziotti; al lavoro lo sorveglia una sentinella; a casa, oltre la finestra, il corpo di guardia del comando. Le bombe verranno consegnate a Guerra che si affretta a cercare un nascondiglio sicuro. All'esterno i passi pesanti degli uomini della polizia militare tedesca echeggiano sul selciato del cortile confusi con le risate dei militari a mensa.

Sandra è incaricata di far affluire le bombe sul luogo stabilito.

I convogli che transitano per Greco hanno un'aria furtiva. Gli edifici ferroviari, i serbatoi d'acqua in cemento sono stati sottoposti da tempo a trattamento di cosmesi. Colori gialli, verdi, olivastri, si intrecciano a tinte cupe. L'effetto della "mimetizzazione" è sconcertante.

Dall'alto dovrebbe apparire come un innocuo podere coltivato a grano e a erba medica. Ci sono voluti laboriosi progetti e l'impiego di esperti. Per Guerra, Ottoboni, C. e Bottani la "mimetizzazione" non ha alcun senso. Le locomotive ai quattro gappisti ferrovieri sono tanto familiari quanto 'l'incudine a un fabbro. E le locomotive sono allineate, inconfondibili, sotto le reti mimetiche, sui binari che conducono alle varie corsie dell'ospedale "ferroviario" di Greco. Anche le sentinelle tedesche che di notte passeggiano a passi cadenzati davanti agli impianti e si fermano di colpo al primo rumore insolito fanno parte dello scenario consueto.

Ecco, il nemico è lì si chiama Fritz o Rudolf o Heinz, qualche volta saluta e sorride. I ferrovieri di Greco rispondono al saluto, intuiscono che Rudolf ha una ragazza che lo aspetta al paese; che Fritz, più anziano e grasso, ha almeno un paio di figli e una bottega di artigiano e che Heinz, scuro in volto, deve aver più di una preoccupazione. Ma vi sono anche l'Hauptmannkommandant, responsabile degli impianti di Greco, gli squadristi, Mussolini e Hitler, i vagoni bestiame sigillati carichi di donne, di uomini, di vecchi e di bambini, diretti al Nord, verso la Germania. A questo punto che cosa ha ancora importanza? Il ricordo forse degli esami di concorso del personale ferroviario? Le pedanti domande degli esaminatori? L'affetto per le grandi macchine nere? Adesso tutta la conoscenza e tutta l'esperienza accumulata in anni di lavoro confluisce nella preparazione dell'azione di sabotaggio.

Se ne accorge Visone, quando nel corso di una delle ultime riunioni, alla vigilia della grande operazione, discute i dettagli del piano.

Guerra e gli altri sono operai che conoscono pezzo per pezzo le locomotive e ogni angolo delle officine. Si stabilisce di collocare i pacchi di esplosivo con micce da 20 minuti nei forni di combustione delle macchine a vapore; di distruggere l'apparato motore e di comando dell'impianto di sollevamento e spostamento delle locomotive, il ponte mobile, che scorre lungo una fossa, tra i grandi capannoni ferroviari di Greco. Bloccandone l'attività, s'impedisce l'afl1usso degli altri mezzi danneggiati e si impedisce l'uscita delle locomotive riparate.

Le ore della vigilia sono interminabili. I quattro si accorgono di guardare con occhi diversi non solo i tedeschi, ma il repubblichino che dirige gli impianti, i loro compagni di lavoro che non sanno. Immaginano i volti degli operai, dei capisquadra e di tutti gli altri, "il giorno dopo." Non è più il momento di pensare. Bi­sogna scacciare i ricordi che tentano di riaffiorare, i lontani echi dei giorni sereni. Sono ricordi chiari, di gente semplice: una gita con gli amici, una lontana festa in famiglia, il volto di qualcuno cui si vuol bene;

È notte, una notte di guerra. I quattro sono stesi sulla proda di un fossato, con i loro carichi micidiali guardano i profili scuri della stazione e dell'officina, i blocchi cilindrici dei serbatoi d'acqua che si stagliano nitidamente nella notte stellata. È passato un convoglio che ha sostato brevemente nella stazione: lo sferragliare sui binari si è interrotto, forse per una comunicazione ai sorveglianti tedeschi che viaggiano sul treno.

Si è udito gridare un ordine e dalla locomotiva rispondere:

"Jawohl, Jawohl".

Il convoglio è ripartito. Di tanto in tanto si avverte solo il passo cadenzato delle sentinelle davanti alle officine deserte. Un sasso cade sul metallo con un lungo tintinnio. Da lontano arriva il ronzio sordo degli stabilimenti Pirelli, dove si lavora anche la notte. Il vento cambia direzione e porta altrove quella eco di vita. Ri­torna il silenzio.

Ecco, è il momento. Guerra è già scattato in piedi, lo seguono Ottoboni, C. e Bottani: tra poco quando le due sentinelle tedesche si scambieranno le consegne presso la palazzina della stazione, i quattro partigiani entreranno dalla parte opposta nell'interno dello scalo. Percorrono un breve sentiero, camminando curvi sull'erba di un prato che finisce proprio a ridosso dei binari.

"Accidenti, forse era meglio fasciarci le scarpe con gli stracci ...".

L'imprecazione è provocata dallo scricchiolio della ghiaia spostata nella" zona proibita."

Ora è il momento di separarsi, di ricordare le proprie istruzioni e quelle degli altri per non correre il rischio di scambiare i compagni per i tedeschi. Tra poco la sentinella inizierà il suo andirivieni: è meglio affrettarsi, superare di corsa gli ultimi cento passi, che portano alle locomotive ferme in attesa dell'ispezione. Ogni metro è familiare ai quattro gappisti ferrovieri. Un passo pesante si avvicina. Bisogna nascondersi in fretta. Ci sono cespugli lungo le pareti dell'officina e ai piedi delle mura di cinta. I quattro si stendono a terra. Trattengono il respiro. Rimangono accovacciati, immobili, sentendo il battito tumultl1oso del proprio cuore.

Guerra aguzza lo sguardo e strizza gli occhi. Un rumore lo fa rituffare a testa in giu. Ottoboni stringe i denti e si getta a terra premendo il petto contro il suolo. L'eco dei passi si avvicina, poi la sagoma della sentinella spunta all'angolo esterno del capannone. È meglio controllare le rivoltelle.

Lo stesso tragitto: non sembra tipo da procurare sorprese. Anzi il ritmo del suo andirivieni accorda un minuto in più sul tempo calcolato. Un minuto guadagnato. L'eco dei passi si allontana. Guerra, il primo dei quattro stesi a terra, dà il segnale: "Prima le locomotive e ricordiamoci che il tempo delle micce è di venti minuti".

Si mettono in cammino, cauti lungo i binari. Lontano brilla una fiammella, poi si spegne, la sentinella ha acceso una sigaretta.

La scaletta in ferro di una locomotiva ha una decina di pioli, che di solito si superano d'un balzo, ma di notte con un carico di tritolo a tracolla, possono fare incespicare. Uno dei quattro picchia un ginocchio contro il metallo: i denti mordono le labbra per frenare l'imprecazione.

Una locomotiva ha il forno acceso; Guerra deve scendere rapidamente dalla cabina, precipitarsi all'interno di una delle officine, salire su di un locomotore elettrico. Ha ancora tutte le cariche da innescare.

Gli è parso di vedere una fiammella, una piccola luce rossa. Uno degli altri ha già innescato una miccia e il tic tac dell'orologio ha un battito affannoso. Il corridoio del locomotore elettrico è uno stretto budello; ma permette di usare una lanterna cieca. Apre il portello del vano motori e finalmente accende anche lui la sua miccia. Ha qualche difficoltà a tener ferma la mano. È ansia? O l'affanno della corsa per raggiungere l'officina? Venti minuti di tempo. Quanti ne sono trascorsi? Quattro, cinque? Al massimo sei. Ecco un'altra locomotiva a vapore. Il metallo è freddo, il forno è spento. Un balzo, senza inciampare. Le mani sicure aprono il portello del forno, collocano la carica al centro: Il vano del forno si trasformerà in una potente camera di scoppio. L'ansia del rischio va attenuandosi. Si è già a buon punto e si conta di finire prima del previsto. Cinque locomotive dovrebbero essere state minate. A Guerra restano ancora due cariche. Gli altri probabilmente hanno

Ottoboni e C. stanno rattrappiti. Guerra sente un formicolio gelido corrergli per la schiena. Stringe forte la rivoltella. Se il tedesco si avvicina troppo, sarà facile colpirlo. Ma lo sparo darà l'allarme. La sentinella s'allontana proiettando metodicamente la luce della torcia elettrica sulle locomotive e sui binari. Non si può ancora passare all'azione. Bisogna aspettare che passi almeno tre o quattro volte, accertarsi che non cambi il suo itinerario. I quattro attendono, stesi lungo il muro di cinta. Alloro fianco si apre la fossa delle locomotive, davanti al muro si unisce al fabbricato dell'officina, alle spalle c'è un ampio passaggio tra il muro e la seconda officina. È da là che potrebbe spuntare, all'improvviso, la sentinella scrupolosa.

Finalmente si odono di nuovo i passi del soldato, il rumore di stivaletti corti, la cadenza di un uomo non molto giovane.

Spunta dal medesimo angolo dell'officina, percorre già terminato. Gli sembra che si stiano dirigendo verso il punto di partenza. Non è così: camminano circospetti, uno si stacca dal gruppo e sale su una macchina, una fiammella si accende, si spegne di colpo. Rumore di passi. Quanti minuti saranno trascorsi dall'innesco della prima carica? Dieci, quindici? Chi ha acceso l'ultima mic­cia deve rimanere immobile accanto al filo sottile che brucia, nascondendo il lieve chiarore con la mano. Millimetro per millimetro la piccola brace rossastra avanza. Avanzano anche gli stivali sui binari, si avvicinano alle locomotive minate. Guerra deve ancora collocare una carica nel motore del "traghetto", come chiamano familiarmente i ferrovieri l'apparato di spostamento delle locomotive da un binario all'altro. L'uomo che ha attraversato i binari improvvisamente grida in tedesco.

Guerra è come paralizzato. La voce che grida, si fa sempre più vicina. Non muovere la mano, non toccare le armi, forse il tedesco non ha visto. Un movimento, un gesto lo noterebbe. Guerra resiste; ma riusciranno anche gli altri? Ognuno si pone la stessa domanda. Tutti rimangono immobili.

Non si capisce cosa gridi la sentinella, ma dall'altro lato dello scalo, una voce gli risponde. Un uomo attraversa i binari. Poi si ferma. Lo si intravede, con un piede sul viottolo di ghiaia e l'altro su una traversina. Qualcosa gli luccica nell'occhio destro, forse un monocolo. L'uomo alza il piede, supera il binario, si avvia verso la stazione.

Ora non resta più tempo per essere prudenti. Le micce hanno quasi finito la loro corsa. Guerra è vicino ad una locomotiva con il forno acceso. Innesca la miccia e la colloca tra gli assi della macchina. Resta un'altra carica. "Ragazzi, scappiamo."

. Ad un certo momento Bottani vede un'ombra muoversi nell'oscurità che risveglia in lui, bruscamente un ricordo: si ferma allibito pieno di stupore. Mentre il gruppo si allontana Bottani scatta di corsa verso il locomotore da dove è appena sceso.

Un ferroviere ne ha aperto la porta per andarsi a riposare. Ma quel locomotore è destinato ad esplodere. Che cosa accade all'interno del locomotore? Bottani ne scende con l'ordigno e la miccia accesa e si precipita verso un altro locomotore. Di corsa raggiunge il gruppo.

Gli chiedo:

"Come mai hai tardato?" "Quello là stava per ano dare a dormire vicino all'ordigno. L'ho spostato su un altro locomotore. Certo il ferroviere dovrà svegliarsi bruscamente".

Può avere importanza l'intervallo fra una deflagrazione e l'altra?

Non parrebbe a prima vista ma una esplosione unica rivelerebbe immediatamente l'attentato. Gli scoppi si susseguono tutti e quattro come un bombardamento a tappeto. I tedeschi non sparano. Non si precipitano a bloccare le strade attorno allo scalo. I quattro hanno il tempo di fuggire prima che i nazisti si rendano conto dell'assenza del rumore degli aerei. Dopo gli scoppi, si accendono le fiamme del serbatoio dei lubrificanti. Adesso crepitano le "machine-pistole", "le machinengewehr", persino la mitragliatrice a quattro canne; se ne scorgono le scie traccianti dei proiettili nel cielo limpido. Ma i quattro ormai sono tranquillamente sulla via di casa.

Guerra ha il suo letto in una stanza a ridosso del corpo di guardia Feldgendarmerie. Vicino alla cascina dove abita scorge una donna anziana che si cala in una buca, rifugio antiaereo di fortuna. È una vecchia buca ad un paio di metri sotto terra, adibita a deposito di vino. Nella fossa appena illuminata da un lucignolo Guerra si scontra con un avversario imprevedibile e naturalmente imprevisto, la sua padrona di casa, la buona donna che gli ha affittato una delle stanze.

“Lo so che è stata lei a fare quegli scoppi” urla la donna in preda al terrore. Guerra tenta di calmarla. Lo colpisce la sua intuizione.

"Lo so che è stato lei a fare tutto quel fracasso. Chissà che cosa succederà adesso...".

Un viso dolce da nonnina, senza nessuna cattiveria. Ma grida troppo forte. Qualcuno potrebbe udirla. La Feldgendarmerie si trova in linea d'aria a soli tre metri.

Guerra riflette: si tratta di provocarne un altro, innocuo choc: abbracciarla, un po' per calcolo, un po' con affetto, cara, buona e vecchia nonnina .

Il silenzio torna nel piccolo, incredibile rifugio scavato nel cortile della cascina. Guerra e la nonnina si guardano in silenzio. Fuori non sparano più, gridano. Il ferroviere partigiano va a letto. Davanti alla sua finestra corre via l'ultimo degli uomini disponibili della Feldgendarmerie, il cuoco, costretto a partecipare a un rastrellamento di emergenza.

Il lavoro dei ferrovieri nelle officine di Greco è preceduto, seguito, interrotto dalle perquisizioni e dagli interrogatori, sempre più frequenti, sempre più pressanti della Feldgendarmerie; finché arriva all'improvviso nei reparti un alto ufficiale tedesco seguito da un codazzo di uniformi, accompagnato dal direttore delle offi­cine, un romagnolo amico di Mussolini. Gli operai istintivamente si irrigidiscono all'apparire del corteo, ma i fascisti e il direttore ordinano di continuare il lavoro. Il generale tedesco, rigido, scheletrico, proiétta lo sguardo all'intorno, guardando gli uomini come animali impagliati in un museo di storia naturale; l'ira bolle sotto la maschera di ghiaccio. Anche un generale tedesco ha un superiore: Kesserling. E Kesserling deve avergli rinfacciato il comunicato di Radio Londra sull'impresa dei partigiani italiani a Greco. Nello sguardo del generale c'è il disprezzo per la razza inferiore, ma c'è anche e soprattutto la rabbia repressa.

 

"Attenti alle trombe", è la parola d'ordine che circola nelle officine. Le notizie di "radio fante" non sono buone. "Attenti alle spie." Non tutti i fascisti dello scalo Greco indossano la camicia nera. Non si possono individuare le spie vere o ipotetiche ma si conoscono gli amici. Per questo da Greco non giungerà nessuna relazione alla Gestapo, né all'D.P.I. (Ufficio investigativo politico repubblichino), né alla Muti.

Le spie urtano contro una impenetrabile barriera di silenzio. Nessuno parla. Durante l'orario di lavoro quasi tutti i ferrovieri sono presenti in officina, ad eccezione di coloro che hanno i turni irregolari o sono ammalati. Quaranta ferrovieri si recano ogni giorno al lavoro. A fine giugno 1944, come di consueto, entrano in officina. I tedeschi li arrestano; li conducono alla "Sicherei Dienst," alla Gestapo, all'U.P.I. per costringerli a confessare. La potenza della Wehrmacht si infrange contro la volontà di questi poveri diavoli che piangono in carcere e gridano per le torture. Nessuno parla.

Il 16 luglio, venti giorni dopo l'attentato, un furgone carcerario giunge a Greco. Sono le 9 del mattino. Attorno alle cascine di Greco i papaveri punteggiano di rosso vivo i campi di grano in attesa della mietitura.

La notte è trascorsa senza allarmi, senza l'allucinante luce dei bengala che annunciano la morte dal cielo.

Colombi, Mariani, Mazzelli sono tre ferrovieri antifascisti. Li hanno scoperti con dei volantini addosso. Ma anche se non fosse vero, è certo che sono antifascisti. In prigione hanno avuto paura i primi giorni, poi si sono quasi abituati a stare dietro le sbarre e in mezzo a tanta altra gente".

Hanno dormito sul tavolaccio del carcere. I "camerati" tedeschi li hanno lasciati dormire. All'alba li hanno fatti salire sul furgone diretto, alle officine di Greco dove sta per incominciare il lavoro.

Chissà se le formalità li aiutano a morire. Se è meglio che ti facciano firmare qualcosa, magari la ricevuta della tua vita che se ne va, o una carta bollata con tanti timbri. Ma questa non è una condanna. È un delitto e gli assassini non devono preoccuparsi di citare gli articoli di legge o di formulare la motivazione giuridica della sentenza senza appello. Uccidono tre uomini innocenti. Non li hanno nemmeno torturati. È la prova che non sospettano neppure per un momento che siano gli autori dell'attentato. I carnefici applicano la legge di guerra.

Anche questa è una spiegazione falsa. La legge di guerra tedesca è barbara, ma non viene applicata in questo caso, altrimenti i destinati al plotone di esecuzione sarebbero molti di più. No, questa è la legge della burocrazia in uniforme. Il Feldmaresciallo comandante delle forze tedesche in Italia, ha richiamato duramente il comandante della piazza militare di Milano. Questi ha girato il rimprovero al distaccamento di Greco che ha fatto quanto poteva per individuare i responsabili, senza riuscirci. Il Feldmaresciallo Kesserling non si accontenta di assicurazioni generiche. Vuole la punizione dei colpevoli. E il comandante della piazza di Milano, d'accordo col comandante del distaccamento di Greco gliene procura tre; scegliendo a caso tra gli antifascisti colpevoli soltanto di essere ferrovieri ed italiani. La burocrazia del terrore è placata. Colombi, Mariani, Mazzelli. Tre uomini in piedi davanti ai fucili, di fronte ai compagni, condotti a forza ad assistere all'esecuzione. L'ufficiale tedesco legge una carta. Si riesce solo a capire che Mariani, Colombi e Mazzelli si sono rifiutati di fare i nomi dei responsabili dell'attentato. Una raffica. I tre si piegano in avanti.

 

Mercredi 28 juillet 2010 3 28 /07 /Juil /2010 09:24

INTERVENTO DEL PROFESSOR ELIEZER WIESEL, PREMIO NOBEL PER LA PACE

Celebrazione del Giorno della Memoria 2010 al Parlamento italiano

Signor Presidente della Repubblica italiana, onorevoli Presidenti della Camera e del Senato, signor Presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, onorevoli deputati e senatori, signor presidente della Corte costituzionale, sopravvissuti, membri delle comunità ebraiche, come non dirvi della mia grande emozione nell’essere qui. Mia moglie Marion ed io, Presidente Fini, le siamo profondamente grati del calore dell’accoglienza e della sincerità delle sue parole. Ci congratuliamo con l’Italia perché abbiamo partecipato a tante cerimonie, abbiamo visitato tanti Paesi dove viene celebrata la memoria, e posso dirvi che questo Paese costituisce un modello perché la commemorazione in Italia abbraccia tutte le sfere della società.

Abbiamo assistito oggi ad una cerimonia in cui il Presidente della Repubblica Napolitano ha consegnato dei premi ad alcuni studenti, a dei bambini e quando vedi i bambini ovviamente non puoi che sorridere e ti senti anche profondamente coinvolto.

Ieri abbiamo visto l’inaugurazione della mostra sull’Olocausto e quindi vogliamo ringraziarvi perché tutti noi siamo impegnati per ricordare. Siamo qui per ricordare e allora ricordiamo insieme quest’epoca della storia che ha avvolto nelle tenebre la speranza dell’uomo. Un’epoca in cui gli assassini hanno tormentato, torturato, isolato, affamato e ucciso sei milioni di uomini, donne e bambini non per qualcosa che avevano fatto, o detto, o scritto, o posseduto, ma semplicemente perché erano i discendenti di un popolo antico, l’unico popolo dell’antichità che sia sopravvissuto all’antichità.

Dove inizia la memoria? Per l’ebreo che sono, parlare qui infonde un profondo senso di riflessione, di gratitudine e di rispetto perché Roma per noi occupa un luogo speciale. Gerusalemme e Roma hanno memorie che si intrecciano: i saggi della Giudea venivano a Roma per perorare, di fronte agli imperatori romani, la causa del loro popolo ed oggi io, che sono uno dei loro eredi e discepoli, sono qui di fronte a voi, leader di questa nazione straordinaria. Io, il numero A-7713, sono qui a portarvi un messaggio su avvenimenti accaduti duemila anni più tardi.

Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Shlomo, figlio di Nissel e Eliezer Wiesel, numero A-7712, moriva di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald. C’erano italiani a Buchenwald ? Non ricordo, ma ad Auschwitz ce n’erano. Ricordo un certo Luigi, timido, gentile, introverso, non parlava né il tedesco, né lo yiddish, e senz’altro non parlava il polacco, sembrava più perso di altri.

Ho incrociato forse Primo Levi che poi è diventato mio amico, come lei Presidente Fini ha detto? Ad un certo punto siamo stati assegnati alla stessa baracca, ma non era presente nella marcia della morte verso i vagoni che ci hanno portato a Buchenwald; è rimasto in ospedale.

Buchenwald, ricordo la notte in cui siamo arrivati. Molti erano morti per strada, ricordo i vagoni aperti sul treno, ricordo la tormenta di neve, molti sono morti, ma alcuni con le loro ultime forze gridavano «Shma Israel.., Hashem hu haelokim »: ascolta Israele, Dio è il nostro Dio ! Dio, lì ? Io ero uno studente devoto e non ho potuto reprimere il desiderio di unirmi agli altri in questo appello ai cieli.

Sinceramente non posso spiegare perché.

Ricordiamo: nel 1945 la Germania praticamente aveva già perso la guerra contro gli alleati. L’ultima grande battaglia nelle Ardenne è finita con la sconfitta tedesca e, ciononostante, la guerra di Hitler contro il popolo ebraico è continuata senza sosta. I sei campi di sterminio in Polonia erano stati liberati, ma non i campi in Germania e in Austria. Gli ebrei erano ancora oggetto di distruzione, ma perché? Levi dice che ad Auschwitz non c’era luce.

Mi hanno chiesto in un’intervista: quando andrà in cielo, quali saranno le parole che dirà a Dio? Io dirò un’unica parola: perché? Questa domanda non dobbiamo farla soltanto a Dio creatore, ma anche alle creature: perché Hitler e i suoi accoliti, nati nel cuore del cristianesimo, hanno fatto quello che hanno fatto? Perché volevano ad ogni costo distruggere l’ultimo ebreo sul pianeta? Oggi, riuniti per ricordare quel fatto, quell’avvenimento, che non ha precedenti nella storia, ci si potrebbe chiedere: ma perché la memoria? Perché riaprire vecchie ferite? Perché infliggere un tale dolore ai giovani? Per i morti è troppo tardi. Sì, ciò che è stato fatto non può essere annullato, neanche Dio può annullare ciò che è stato fatto.

Tanta paura, dolore e tormento non possono essere dimenticati. Ma possono essere veramente ricordati? In che modo ? In che modo possiamo aprire i nostri cuori e le nostre anime al ricordo e, ancora, conoscere la speranza?

Oggi dovremmo dedicare la giornata non solo al ricordo, ma anche alla riflessione e alla presa di coscienza. In che modo la storia giudicherà il comportamento del mondo? In che modo la storia giudicherà il comportamento dell’Italia? Sì, ci sono state persone coraggiose e nobili in Italia e altrove che hanno cercato di aiutare gli ebrei. Alcuni ci sono riusciti e meritano la nostra profonda gratitudine. Mia moglie Marion ela sua famiglia sono state salvate da una giovane coppia italiana a Marsiglia: oggi è il compleanno di mia moglie e lei è qui con noi. Quindi, io devo lei e la mia felicità ad alcuni italiani a Marsiglia. Ma quanti hanno corso il rischio? Quanti hanno aperto la propria casa ad un bambino ebreo, ad una famiglia ebrea, ad un ebreo che aveva di fronte la prigione e la deportazione? A qualsiasi livello della politica e al più alto livello della spiritualità, il silenzio non aiuta mai la vittima: il silenzio aiuta sempre l’aggressore.

Per molti di noi Auschwitz resta un nodo spartiacque nella storia: c’è un prima e un dopo. Mai prima di allora tanti bambini e tante famiglie sono stati uccisi da tanti uomini, uomini spesso istruiti, colti, che continuavano a manifestare la loro ammirazione per Goethe, Schiller, Bach, Beethoven, Hegel e Dante. Ma che ne fu della loro umanità? Erano disumani? Forse sarebbe un’ipotesi troppo semplicistica. Cosa ha provocato quella metamorfosi ? Negli anni io ho letto ogni libro su quell’epoca, in ogni lingua che conosco, cercando di capire gli assassini.

In che modo il male ha potuto raggiungere una tale profondità e una tale portata? Non sono in grado di spiegare neanche la passività di chi è rimasto a guardare a tutti i livelli. Non era così difficile salvare una vita umana. Non sarebbe stato così difficile, all’inizio del 1944, bombardare i binari che portavano ad Auschwitz, ma per motivi inspiegabili e ingiustificabili quei binari non sono stati bombardati. Perché ?

Ho rivolto questa domanda a diversi Presidenti americani: nessuno mi ha dato una risposta valida. Anzi, avevo paura della loro risposta. Forse perché allora le vittime che avrebbero potuto essere salvate erano ebrei, ebrei ungheresi ?

Non è facile neanche capire le vittime. Come mai tanti sono riusciti ad aggrapparsi alla loro fede nel buio del ghetto e nell’orrore dei campi? Dove hanno trovato la forza di ricostruire la loro vita sulle rovine del loro passato? Nelle sue memorie di Treblinka, un superstite, Yankel Wiernik ha scritto: sarò mai capace di ridere ancora ?

A Birkenau, Zalmen Gradowski, membro del Sonderkommando si chiede: sarò mai in grado di piangere ancora?

Eppure i sopravvissuti in Italia, in Francia, in America, in Israele dopo la guerra sono riusciti ad elaborare il lutto e la rabbia e a creare uno Stato ebraico nella terra degli avi. Solo tre anni intercorrono tra Auschwitz e la rinascita di Gerusalemme e dello Stato sovrano ebraico.

In che modo le vittime di ieri sono riuscite a realizzare tutto ciò nel nome dell’umanità ? Forse qualcuno ha la risposta, io non ce l’ho. Ma forse, ricordando i morti, diamo un insegnamento di vitale importanza ai vivi, un insegnamento sulla vita e la morte, la luce e le tenebre, la crudeltà e la compassione. Insegniamo a chi vuole ascoltare che quello che accade ad una comunità riguarda tutti e che nessun essere umano è solo nel mondo di Dio, ma che solo Dio è solo. Non dobbiamo permettere che nessuna vittima del destino, o prigioniero della società – mai dobbiamo consentirlo – si senta solo, respinto, abbandonato, rifiutato.

La storia oggi vive grandi sconvolgimenti; la nostra generazione è segnata dal disorientamento e dalla sfiducia. I giovani abbracciano il fanatismo religioso che a volte porta anche a missioni suicide. Gli attentati suicidi sono assassinii, omicidi e debbono essere condannati come crimini contro l’umanità ed io rivolgo un appello a lei, Presidente Fini, e a lei, Primo Ministro Berlusconi, potreste essere i primi nel mondo ad introdurre un disegno di legge che designi l’attentato suicida come crimine contro l’umanità.

Questo non fermerebbe le mani degli assassini, ma potrebbe fermare i complici. Chi insegnerà ai giovani – che noi dobbiamo educare – il diritto di tutti i bambini a vivere una vita sicura se non noi che abbiamo visto la parte peggiore dell’uomo?

Io so che alcuni sopravvissuti sono preoccupati: cosa succederà quando l’ultimo di noi non ci sarà più? Io non sono tanto preoccupato. Non sono tanto preoccupato perché credo che chiunque ascolti un testimone diventa un testimone e quindi, parlamentari, diventate nostri testimoni, leader dell’Italia, diventate nostri testimoni.

Debbo confessare, però, che nutro anche una certa frustrazione.

I testimoni hanno parlato e poco o niente è cambiato nel mondo. Il mondo si è rifiutato di sentire, di ascoltare, si è rifiutato di imparare, altrimenti come possiamo comprendere la Cambogia, il Ruanda, la Bosnia, il Darfur, come possiamo comprendere l’antisemitismo oggi? Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall’antisemitismo, cosa potrà farlo? Io parlo dell’antisemitismo.

Come si può trattare con il Presidente di una nazione, Ahmadinejad, che è il primo a negare l’Olocausto e che vuole distruggere uno Stato membro delle Nazioni Unite? Come osa? Io ho visitato tanti Paesi del mondo e ho un’idea, forse non realizzabile. Dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla Corte dell’Aia e accusato di incitamento a crimini contro l’umanità.

La paura esiste ancora, le guerre civili, la fame. Milioni di bambini muoiono di malattia, di fame e di violenza. Il Medio Oriente è in grande tumulto: la pace tra Israele ed i vicini palestinesi è ancora un sogno, ma un giorno arriverà, credetemi, amici; se Israele ha potuto stringere la pace con la Germania, senz’altro sarà in grado di farlo con i suoi vicini. Creiamo un’occasione e mandiamo un appello a coloro che tengono in prigione Shalit: voi avete la credibilità per farlo. Quest’uomo da tre anni vive imprigionato e però c’è la speranza, la speranza deve esserci.

Guardiamo l’Europa: l’Europa è diventata un simbolo della solidarietà internazionale. La Germania e la Francia erano da sempre nemici, si uccidevano per pochi chilometri di territorio, ma oggi sono convinto che tra questi due Paesi non ci sarà mai più la guerra, o tra l’Italia e la Francia non ci sarà mai più la guerra.

Cosa abbiamo quindi imparato dal passato ? Abbiamo imparato che il razzismo è stupido e che l’antisemitismo è un’infamia. Abbiamo imparato che la nostra umanità è definita dal nostro atteggiamento verso l’alterità dell’altro, che abbiamo una chiara scelta tra cadere nella provocazione del nemico e il nostro dovere morale nei confronti gli uni degli altri, la scelta tra il nichilismo e il senso, il significato, tra la paura e la speranza. Questa scelta appartiene a ciascuno di noi.

Per concludere, siamo profondamente grati a voi tutti e profondamente commossi – non sono neanche in grado di dirlo – per questa giornata. Io ho sempre creduto che la vita non è fatta di anni, ma di singoli momenti e questo momento conterà nelle nostre vite. Quindi noi non viviamo nel passato, ma il passato vive nel presente, ed il nostro dovere rimane quello di umanizzare il destino, il mio e il vostro destino. Ricordiamo: qualsiasi cosa noi facciamo, qualsiasi cosa noi diciamo, qualsiasi siano i nostri obiettivi, non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli.

 

Lundi 1 février 2010 1 01 /02 /Fév /2010 14:49
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