Due mesi fa abbiamo celebrato in tutto il
nostro Paese il 150° dell’Unità d’Italia, unità conquistata con il Risorgimento; oggi, con questa cerimonia, ricordiamo quello che viene definito il “secondo Risorgimento”: la Liberazione
dell’Italia dalla dominazione nazista e dal regime fascista.
Come il Risorgimento aveva, dopo lunghi
secoli, ridato agli italiani una dignità morale, facendo sentire alla gente la bellezza di un ideale per il quale si doveva lottare, così pure la Resistenza è stata una straordinaria
testimonianza morale, civile e politica.
Il Risorgimento prima e, soprattutto, la
Resistenza poi sono due esempi eclatanti dell’impegno diretto di tanti italiani per la costruzione del loro futuro.
Siamo oggi qui per festeggiare la
Liberazione
Oggi con la nostra presenza vogliamo ricordare
tutti coloro, uomini e donne, che hanno scritto con il loro coraggio e perfino con il loro sangue quella pagina magnifica e tragica della nostra storia, che è la guerra di Liberazione.
Siamo qui per ricordare e comprendere il
nostro passato.
Ha scritto un grande scrittore francese,
victor Hugo: «La memoria è la nostra forza. Quando la notte tenta di ritornare, bisogna riaccendere le grandi date come si accendono delle
fiaccole».
La memoria storica arricchisce e allarga la
nostra esperienza, ci connette invisibilmente alle generazioni passate e ci dà un saldo fondamento per il presente.
La Resistenza italiana è stata la
manifestazione nazionale di un fenomeno europeo. Movimenti di resistenza si svilupparono, infatti, in tutti i Paesi occupati dalla Germania nazista.
La Resistenza italiana è nata dalle vicende
convulse e drammatiche che seguirono l’8 settembre 1943. Forze democratiche e antifasciste si batterono per circa due anni, con grandi sacrifici e sofferenze, per conseguire la Liberazione
dall'occupante nazista e contemporaneamente per mutare l'identità della nostra Patria, da quella di una nazione oppressa dal totalitarismo nazifascista, ad una nuova identità democratica.
La Resistenza italiana fu dunque lotta di
liberazione e insieme lotta antifascista condotta sotto la guida di forze politiche di origine e natura diversa, che riuscirono a trovare in questa scelta antifascista, realizzata attraverso i
Comitati di Liberazione Nazionale, il terreno comune di una forte determinazione e unione popolare.
Gli esiti di questa intesa appartengono ad una
fase cruciale della storia d'Italia. Se è vero che la Liberazione fu essenzialmente, sotto il profilo militare, opera degli Alleati, sia pure con l'appoggio e l'aiuto efficace della nostra
Resistenza, gli esiti del conflitto d'allora per il nostro assetto politico e democratico furono merito e prerogativa della nostra Collettività Nazionale. Il mutamento della forma istituzionale
dello stato da monarchia a Repubblica, ottenuto con il referendum del giugno 1946 e l'elaborazione e approvazione, a larghissima maggioranza, della Costituzione furono esclusivo merito del Popolo
italiano.
La Resistenza è stata principalmente azione;
la lotta militare si intrecciò però con l’elaborazione politica; si posero le premesse politiche per la nuova Italia.
La Resistenza resta un evento cruciale nella
storia del nostro Paese perché in essa si formò la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana.
La guerra di Liberazione è stata la confluenza
di due elementi diversi: le correnti antifasciste che si erano opposte alla dittatura durante il ventennio e le masse popolari, in uniforme e non, il cui malcontento verso il fascismo si era
manifestato in modo sempre più acuto nel corso della seconda guerra mondiale. La guerra di Liberazione non scoppiò come una guerra tradizionale, con un atto formale, ma nacque come moto
spontaneo.
Resistenti furono i militari italiani che
combatterono a Cefalonia, e che vennero trucidati dai nazisti, i militari che combatterono al fianco degli Alleati nel Corpo Italiano di Liberazione.
Resistenti sono stati gli operai che
parteciparono nella primavera del 1944 agli scioperi delle grandi fabbriche del Nord Italia, che costarono a molti di loro la deportazione in Germania.
Resistenti vanno considerati gli oltre 600.000
italiani che, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, finirono nei lager tedeschi, costretti al lavoro coatto. Tra questi internati militari vi era anche mio padre Arnaldo, che per 20 mesi
fu costretto a lavorare come uno schiavo in un campo di concentramento in Germania.
Non possiamo altresì dimenticare i civili
uccisi nelle numerose stragi, come a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema: anche quando l’esito della guerra era ormai scontato, la violenza dei fascisti della Repubblica Sociale Italiana e dei
nazisti mantenne intatta la propria drammatica efficacia senza alcuna attenuazione.
Le stragi dei civili e le uccisioni dei
partigiani continuarono fino agli ultimi giorni, quasi le ultime ore.
La Resistenza armata, senza un sostegno
diffuso della popolazione, non avrebbe potuto sopravvivere.
Hanno determinato questa partecipazione
popolare le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta militare, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto l’8
settembre, e l’alternativa di nascondersi o di combattere, che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò.
Vent’anni di oppressione fascista sboccarono
non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale.
Gli Alleati, che ebbero un peso determinante
nella conduzione della guerra, al termine del conflitto, hanno riconosciuto il grande contributo militare della Resistenza.
La parte migliore del popolo italiano aveva
riconquistato, per tutta la Nazione, la dignità perduta dopo venti anni di regime fascista e tre anni di guerra al fianco di Hitler.
L’Italia è così diventata un paese
democratico. Questi valori di democrazia e di rispetto della persona umana vennero sanciti con la Costituzione, promulgata nel 1948 e divenuta fondamento della nostra convivenza politica e
civile. In essa sono rispecchiate le esigenze fondamentali della vita umana: Libertà, Giustizia, Dignità, Solidarietà, Eguaglianza, Progresso.
E proprio sul tema della difesa della
Costituzione e sull'antifascismo inteso come netta opposizione alle molte forme del fascismo di oggi che l'Anpi, in questi anni, sta attirando molti cittadini di tutte le età.
Nonostante il ricambio generazionale, l’ANPI è
un'associazione viva, conta 120mila iscritti (15.000 in più rispetto al 2010). È presente in tutte le 110 province italiane. Nascono nuove Sezioni un po' dappertutto e numerosi sono i giovani che
vi aderiscono.
Fra l’altro come recita l’articolo 2 del
nostro Statuto, uno dei compiti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è quello di «battersi affinché i princìpi informatori della Guerra di
Liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni».
In questo giorno di festa desidero mandare un
saluto a tre lissonesi ancora viventi che hanno partecipato alla Resistenza:
Gabriele Cavenago, partigiano delle Squadre di
Azione Patriottica, che è anche presidente onorario della Sezione dell’ANPI di Lissone, a Carlotta Molgora, staffetta partigiana, a Oreste Ballabio, appartenente al Corpo Italiano di
Liberazione.
Il mio pensiero va anche ai 15 lissonesi che
persero tragicamente la vita nella guerra di Liberazione.
8 di loro furono fucilati e 7 morirono nei
lager nazisti. I loro nomi sono incisi sui monumenti sui quali poco fa abbiamo deposto dei fiori.
La conquista della libertà e della democrazia
rappresenta un bene che dobbiamo a coloro che hanno lottato nella Resistenza.
Quelle donne e quegli uomini che parteciparono
attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, perseguivano l’ideale di una nazione
libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani.
A loro va il nostro pensiero e la nostra
gratitudine.
Viva il 25 Aprile, viva l’Italia.
Renato Pellizzoni
Nel pomeriggio presso la nostra sede di piazza Cavour, esposizione dell’opera “Anelito di libertà” dell’artista Giacomo Nicola
Manenti.