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Poesia

dedicata ai 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

obiettivi del sito

Vogliamo "dare un futuro alla memoria", nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti.

Il sito vuol essere un luogo ideale per ricordare avvenimenti di storia del '900 del nostro Paese. Oltre a riportare le iniziative dell'ANPI - Sezione "Emilio Diligenti" di Lissone, verranno altresì messi in rete episodi e racconti di vita di cittadini lissonesi che si opposero al regime fascista, alcuni dei quali furono fucilati dai nazifascisti o morirono nei lager tedeschi.
È nostra intenzione inserire, nelle varie ricorrenze, le storie dei caduti lissonesi per la Liberazione. Non mancheranno pagine dedicate alla Resistenza italiana ed europea.

La Storia

Il senso della Storia è capire, cercare, trovare, documentare, spiegare …

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“Fino a quando queste storie sono raccontate alle generazioni future ci sarà memoria. Se il filo si spezza si perde la conoscenza del passato, non si comprende il presente e non si potrà vivere il futuro”.
 

“Noi, - diceva Emilio Diligenti, partigiano, sindacalista, amministratore (alla sua memoria abbiamo intitolato la nostra Sezione lissonese dell’A.N.P.I.) - crediamo che il grande concetto di partecipazione, che fu alla base della Resistenza sia il fondamento della nostra civiltà. Lo è per noi certamente ma ai giovani bisogna cominciare da capo a insegnarglielo. Dobbiamo studiare ancora la nostra storia, bisogna aggiornarla con le nuove esperienze e far capire che l'antifascismo non può essere un fatto di noi partigiani, dei combattenti per la libertà. L’antifascismo, come la democrazia, sono un fatto di civiltà, di libertà, di dignità da diffondere. Occorre in ogni modo prendere precisa coscienza di quella che è stata la tormentata storia d'Italia nella prima metà del 20° secolo, per risolvere positivamente il rapporto fascismo-antifascismo, portando a compimento quella rivoluzione democratica che sola potrà eliminare per sempre dalla società italiana ogni radice di fascismo”.

difendiamo la Costituzione


LA COSTITUZIONE ITALIANA
PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Art. 6.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

 

Immagini varie

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Resistenza italiana

Dal luglio 1941 al 24 gennaio 1944, dai microfoni di Radio Milano-Libertà, furono ogni giorno trasmessi, diretti all'Italia, commenti agli avvenimenti tragici di quel periodo, appelli alla resistenza antifascista e poi alla lotta armata, indicazioni politiche. Radio Milano-Libertà era una emittente del Partito comunista italiano che lavorava in Unione Sovietica nel quadro di una attività radiofonica promossa dall'Internazionale comunista dopo l'aggressione tedesca all'URSS del 22 giugno 1941: fu cosa diversa da Radio Mosca, la radio del governo sovietico, che pure aveva sue trasmissioni in lingua italiana.

2.000 furono le trasmissioni effettuate: tra i circa. 350 articoli che costituiscono l'archivio di Radio Milano-Libertà,
262 sono di Togliatti, che scrisse nello stesso periodo in cui preparò anche (sotto il nome di Mario Correnti) le trasmissioni di Radio Mosca. Commentavano, giorno per giorno, gli avvenimenti in Italia, gli articoli della stampa di regime, i discorsi dei gerarchi, ecc.

Non siamo in grado di dire quanto esteso e largo fosse allora, in Italia, l'ascolto di Radio Milano-Libertà. Le testimonianze dei compagni, che in quegli anni lavorarono e lottarono in Italia, sono varie e incerte: un pubblico largo di ascoltatori vi fu certamente fra le masse popolari, e ad ogni modo assai vasta fu l'eco delle trasmissioni nel quadro comunista. Molti fra gli articoli che furono scritti per l'Unità clandestina o fra i volantini di propaganda antifascista furono elaborati sulla base delle trasmissioni di Radio Milano-Libertà. E le stesse discussioni che si svolsero nei e fra i gruppi dirigenti del PCI di Roma e Milano, soprattutto nel periodo successivo alla caduta di Mussolini, nell'estate e, poi, dopo 1'8 settembre1943, avevano come punto di riferimento anche quello che veniva detto da Radio Milano-Libertà.

L’idea-forza che Togliatti avanza con convinzione e tenacia, ogni giorno, è quella dell’unità d’azione fra tutti gli italiani, dai democristiani ai liberali e ai socialisti, ai comunisti che non ne potevano più di un regime che aveva portato l’Italia di sconfitta in sconfitta e alla servitù verso i tedeschi.

Il «fronte nazionale» di cui si fa espressione Radio Milano-Libertà e di cui parla Togliatti in queste trasmissioni «non esclude nessuna tendenza politica, nessuna categoria di interesse e -nessuna sfumatura di opinioni», e il suo obiettivo «non è né di classe né di partito ma essenzialmente e solamente nazionale» perché «si tratta 'di salvare la nazione da una rovina economica, da nuovi disastri militari e dallo sfacelo e dal caos politico».

Gli articoli trasmessi da, Radio Milano-Libertà sono un continuo e instancabile incitamento alla lotta' ma costituiscono una indicazione, a volte minuziosa, e una direttiva al partito comunista e a tutto il movimento antifascista e partigiano su come organizzarsi e lottare.

Successivamente, per tutto il corso dei mesi e degli anni, l'intervento e l'indicazione si precisano e diventano sempre più incalzanti: «Diffondere le nostre parole d'ordine, a voce, scrivendole sui muri, con manifestini. Dare la caccia ai tedeschi che sono in Italia, indicandoli all'odio e al disprezzo di tutti. Sabotare la produzione di guerra». Il 30 gennaio 1941 (le «quattro giornate» verranno alla fine di settembre del 1943!) incita Napoli alla rivolta: «Napoli deve essere fra le prime a far sentire a tutto il paese la protesta energica del popolo ... Operai napoletani, popolani e popolane di Napoli, non abbiate paura». Il 19 maggio 1942, si rivolge ai cittadini della Sardegna:«Prendete il fucile, fuggite dalla caserma o dal campo, datevi alla macchia». E il 12 giugno 1942 invita a «non disertare le assemblee dei sindacati fascisti per strappare al governo l’indennità di carovita». E negli stessi giorni si rivolge ai contadini:«Che in ogni villaggio si mettano d'accordo quattro o cinque capi famiglia, i più autorevoli e mandino in giro i giovani, le ragazze, a dire a tutti i contadini, anche nelle cascine più lontane che le imposte. questa volta non si devono pagare». E agli operai di Torino dice che «bisogna fare come nel 1917»: e che bisogna muoversi per fare in modo che «gli sforzi degli operai italiani si fondano con quelli degli operai di tutta l'Europa e del mondo intero che lottano per spezzare le catene del fascismo e ridate al mondo, con la libertà, la pace». E ai braccianti dell'Emilia e della Puglia che «bisogna far rivivere una grande tradizione di organizzazione e di lotta ... e passare allo sciopero, al sabotaggio dei lavori agricoli, alle manifestazioni violente, all'incendio delle case e dei raccolti dei signori». E il 20 marzo 1943, Togliatti dice. che «anche da noi c'è posto per un movimento di partigiani … ci sono soldati e ufficiali tedeschi ai quali·bisogna fare capire coi mezzi più energici che è ora che se ne vadano dal nostro paese ... Anche da noi vi sono decine di treni che ogni giorno partono per la Germani con i prodotti del nostro suolo. Bisogna che questo finisca. Questi treni ci vuole qualcuno che li faccia deragliare». E il 15 maggio 1943, ancora più chiaramente: «Mussolini non se ne andrà se non lo cacciamo. Ma per cacciarlo è necessaria l'insurrezione armata delle grandi masse popolari della città e della campagna».E il 30 ottobre 1943, la direttiva precisa: «È dovere dei partiti antifascisti di svolgere il più intenso lavoro per creare dappertutto una organizzazione e una direzione le quali permettano di passare dagli atti di gruppi più o meno isolati alla vera e propria guerra di grandi unità di partigiani contro l'invasore, di passare alla vera e propria insurrezione di intere città e di province e regioni intere contro le truppe di occupazione e contro gli sgherri fascisti».

Una politica di unità nazionale e democratica che tutto subordina all'obiettivo politico principale che era quello di combattere contro i fascisti e i tedeschi e di salvare l'unità e l'indipendenza del paese: e che fa dipendere, conseguentemente, dal raggiungimento di tale obiettivo lo sviluppo stesso della politica e della lotta del movimento operario e del partito . comunista per gli obiettivi di trasformazione democratica e socialista.

Samedi 17 octobre 2009
- Recommander

Al di fuori del Regno la guerra continuava duramente. Stava nascendo la resistenza ai tedeschi e la lotta per bande. L'opposizione alla dittatura fascista, che si era manifestata durante e dopo i «quarantacinque giorni», era diventata guerra partigiana contro le devastazioni e le deportazioni naziste. Si costituivano i primi Comitati di liberazione con le loro formazioni armate. Sulle trasmissioni di Radio Bari si intensificò il controllo militare. I comandi alleati, il governo provvisorio e gli stessi rappresentanti dei partiti antifascisti, riuniti in Comitato di Liberazione Nazionale, furono d'accordo nell'impostare una trasmissione speciale per i volontari della libertà che agivano nell'Italia occupata, che obbedisse alle direttive del generale Alexander, il quale esortava alla cautela e alla prudenza nella diffusione delle notizie.

Nacque così Italia combatte, la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari, poi di Radio Napoli e Radio Roma, alla liberazione della capitale. Si trattava di un servizio con obiettivi esclusivamente militari. Tutti i redattori avevano un nome di battaglia, per non esporre alle eventuali rappresaglie dei nazifascisti i parenti o gli amici lasciati dall'altra parte dell'Italia. Le informazioni sulle vicende belliche arrivavano dall'VIII e dalla V Armata; quelle politiche, economiche e sociali dai servizi del PWB (Psycological Warfare Branch), che le ricavava a sua volta dalle principali agenzie di stampa e dalle intercettazioni radiofoniche. I redattori di Italia combatte, oltre a selezionare e rielaborare le notizie in rapporto alle esigenze della trasmissione, aggiungevano servizi particolari e informazioni raccolte al di qua e al di del fronte. I commenti - secondo le testimonianze di molti redattori - erano abbastanza liberi, purché in linea con le direttive militari degli Alleati e non in contrasto con la politica filomonarchica degli inglesi. Non mancavano certo motivi di incomprensione e di attrito: era nota, ad esempio, la tendenza degli americani a nascondere o limitare le notizie sull'avanzata dell'esercito sovietico e le vittorie dell'Armata rossa.

Ogni sera, in apertura, veniva trasmesso il Bollettino della guerra partigiana in Italia, con numero d'ordine progressivo. Esso risultava diramato ufficialmente «dal quartier generale del generale Alexander». Ma il Qg forniva solo i principali elementi informativi sulle azioni partigiane; il «Bollettino» conteneva molte altre notizie supplementari, di varia provenienza. Spesso veniva accompagnato da brevi editoriali, affidati a personalità rappresentative dell'amministrazione alleata.

Molto più produttivi delle dichiarazioni di intenzione erano i «consigli generali» che Italia combatte trasmetteva alle forze di liberazione antifasciste e che erano marcati da una concretezza drammaticamente ispirata alle necessità della guerriglia.

L'appello al frutto del lavoro andato distrutto per opera della barbarie nazifascista era un tasto ricorrente in molti servizi di Italia combatte.

Questo stile era presente anche nelle testimonianze di quanti, passate le linee, venivano chiamati a trasmettere brevi messaggi dai microfoni di Italia combatte: Oreste Lizzadri (Longobardi) a Radio Bari; Alberto Moravia ed Elsa Morante a Radio Napoli. Tutto quanto potesse contribuire all'obiettivo militare della lotta antitedesca quadro della direzione politica della guerra imposta dagli Alleati, veniva trasmesso: interviste con partigiani che riuscivano ad assicurare i collegamenti, servizi su singole azioni speciali, conversazioni di attualità e, infine, messaggi convenzionali sul tipo di quelli emessi da Radio Londra, istruzioni ai partigiani in rapporto alle esigenze tattiche, alle vicende stagionali, ai movimenti o alle soste delle operazioni ai rifornimenti, al sabotaggio.

Una delle rubriche più note, Spie al muro, consisteva nel mettere sull'avviso gli antifascisti, i partigiani e quanti si rifiutavano. di collaborare con i nazifascisti, sull'attività spionistica di persone insospettate e perciò ancora più pericolose. Occorreva porre in guardia tutti i cittadini che partecipavano in un modo o nell'altro alla Resistenza, che aiutavano le organizzazioni clandestine, che nascondevano perseguitati politici, prigionieri evasi, ebrei ecc. Il mezzo migliore era di segnalare per radio, da una parte all'altra del fronte, i nomi dei delatori. Questi nomi erano ricavati dalle liste dell’OVRA in base ai compensi riscossi dagli informatori della polizia segreta fascista. Molti di questi ex informatori erano rimasti nella Repubblica Sociale protetti dal segreto professionale. Ma alcuni cominciavano ad agire anche nel Sud. Segnalarli per radio significava indurre i conoscenti a non fidarsene, a prendere le debite distanze. Magari spingere loro stessi a ridurre lo zelo, mettersi da parte, cambiare mestiere. Fargli capire che il gioco, il doppio gioco, diventava sempre più pericoloso, che si avvicinava la resa dei conti.

Nell'insieme dei suoi messaggi, la radio italiana controllata dal PWB mirava in quel periodo a due precisi obiettivi: da un lato, un obiettivo di carattere strettamente militare, tipicamente tecnico, che nel corso del 1944 diventerà, con il diffondersi delle radio clandestine una delle caratteristiche della guerra partigiana; dall'altro, un obiettivo più ampio di informazione democratica.

In un'Italia spaccata in due dal conflitto, la radio aveva a che fare con due realtà affatto diverse; aveva inoltre la non trascurabile funzione di essere un tramite tra gli italiani del Sud e quelli del Nord.

La popolazione italiana, sia nelle zone libere che in quelle ancora occupate dai nazifascisti, aveva bisogno più che mai di orientamenti sicuri e di notizie certe, non solo di essere rassicurata sulle intenzioni di pace e di progresso degli anglo-americani.


tratto da: "Storia della Radio e della televisione in Italia" di Franco Monteleone - Marsilio Editore - 1995 

Vendredi 16 octobre 2009
- Recommander

Quattro colpi di tamburo, era la sigla di Radio Londra. Punto-punto-punto-linea, un suono cupo ma che in linguaggio Morse era la lettera V di Victory. La guerra si faceva anche sulle onde dell'etere, la radio era un'arma potente. Harold Raphael Gaetano Stevens, colonnello dell'esercito inglese nato a Napoli, fu chiamato dalla BBC per leggere i testi preparati da Aldo Cassuto. Voce flemmatica, molto british, con un’ombra di accento partenopeo. Un successone durato sei anni, dal 1939 al 1945.




trascrizione della trasmissione del colonnello Stevens del 22 aprile 1941, ore 22,40

“Buona sera.

Due mesi di arresto e mille lire di multa colla condizionale: è questo il prezzo, per ogni cittadino italiano incensurato, dell'abbonamento alle trasmissioni di Radio Londra, oltre al canone annuale dell'EIAR e all'eventuale confisca dell'apparecchio, se questo è di proprietà del nostro ascoltatore. Il prezzo è caro, ne conveniamo, ma non siamo noi a trarne profitto; e, d'altronde, il numero crescente dei nostri ascoltatori dimostra quanto siano vaste le categorie di italiani che affrontano questo rischio per ascoltarci.

Non vi è esortazione della stampa o delle autorità fasciste, non vi è minaccia di pene, non vi è sanzione effettiva che possa circoscrivere o fermare questo continuo allargarsi della massa dei nostri ascoltatori in Italia. Nel Nord e nel Mezzogiorno, nel centro e nelle isole, nelle città e nelle campagne, in montagna o sul mare, non vi è un centro abitato nel quale la voce di Radio Londra non sia ascoltata; furtivamente eppure con intensa attenzione, colla emozione di fare ciò che è proibito e di preservare qualche cosa di caro.

In ogni grande casamento cittadino, a una data ora del giorno o della sera, vi è almeno una radio il cui altoparlante parla sommesso come un sussurro. È l'ora di Radio Londra; e il capofabbricato non deve sapere, per quanto, forse, sia occupato ad ascoltare anche lui.

Si mandano i bambini a letto; perché non parlino l'indomani a scuola e qualcuno faccia la spia al maestro, e il maestro faccia la spia al fiduciario rionale. Se una visita batte alla porta, la radio viene spenta di colpo. Si spengono i lumi a volte; come se l'oscurità dovesse attutire il suono; si ascolta alla cuffia; si adoperano antenne portabili orientandole in modo da favorire la ricezione ed eliminare le rumorose interferenze delle stazioni fasciste; e quando si può ascoltare perfettamente è come un trionfo.

Lo stesso avviene nei piccoli centri rurali dove il radioamatore coraggioso e ammirato è, magari, uno solo; e tutti sanno chi è; e nessuno lo dice; e tutti attendono da lui le notizie, le vere notizie, i ragionamenti politici, i veri ragionamenti. Forse è l'albergatore, forse il farmacista, forse il dottore; comunque, una persona fiera di compiere un atto di coraggio e di intelligenza che lo distingua dal gregge di coloro che non osano e coi quali, nel giorno delle celebrazioni, egli è costretto a confondersi indossando la stessa uniforme nera e lo stesso berretto alla tedesca. Il maresciallo dei carabinieri lo sa; ma sorride sornione, pensando che forse non è lontano il giorno in cui saranno questi isolati a dettare la legge.

Questo fenomeno generale e profondo inquieta il regime fascista, perché forse è l'unica forma di protesta possibile contro il regime. Protesta muta, anche se non sorda; spontanea, anche se inorganica; concorde, anche se sgorga da sentimenti diversi e contrastanti; vasta, anche se composta da elementi individuali; e progressivamente sempre più vasta, più concorde, più spontanea.

Non è merito nostro, di noi che lavoriamo giorno e notte qui a Londra per informare il pubblico italiano di quanto avviene nel nostro paese e nel mondo: noi cerchiamo soltanto di avvicinarci alla realtà dei fatti, e di ragionare con sincerità e buon senso. Ma sappiamo che l'Italia ha sete di verità e di senso comune; e non è possibile allontanare dall'acqua le labbra degli assetati. Due mesi di arresto e mille lire di multa sono troppo pochi per questi imputati; e di più sarebbe troppo per i giudici. Buona sera”.

Jeudi 15 octobre 2009
- Recommander

Si stava curvi, ad ascoltare. Di notte, magari con una coperta sopra, a occultare apparecchio e orecchio. Perché ascoltare era proibito. Ogni tanto, fra fruscii e scoppi elettromagnetici, la manopola trovava la sintonia e spuntava una voce. Amica o nemica? In che lingua parlava? E le notizie? Buone o cattive? Si abbassava il volume, si avvicinava l'orecchio. Con coraggio pari alla paura, si ascoltava una storia diversa. Radio Londra soprattutto, ma anche Radio Algeri, Radio Barcellona, Radio Tunisi, e tutte le emittenti che con i loro nomi tracciavano la geografia della libertà perduta. La parola, trasportata flebile dall'etere, si amplificava nella voce dell'ascoltatore al suo vicino, in un fenomeno di ascolto collettivo comune a tutto il continente.

La radio aveva cambiato le abitudini degli italiani. Il fascismo l'aveva imposta come megafono del pensiero unico e unificante, ma non aveva fatto i conti con la natura anarchica del mezzo, capace di superare i confini e abbattere barriere di qualunque natura.

Razza o non razza, appena fu chiaro che anche altrove si raccontavano ben altre verità, venne naturale mettersi in ascolto. E quale evento più di una guerra costringe gli uomini, paradossalmente, a cercare di parlarsi?

Nel 1936 la guerra di Spagna precede di qualche anno lo scoppio del secondo conflitto mondiale e migliaia di italiani si arruolano volontariamente nelle brigate internazionali per combattere l'ascesa del franchismo. Nasce Radio Barcellona.


stazioni radio ricevute al Centro di Controllo dell’EIAR durante la guerra di Spagna (le radio che si opponevano al regime fascista venivano classificate come stazioni di propaganda comunista)


Trasmissioni fatte di rapide traduzioni del notiziario spagnolo e informazioni provenienti dal fronte. Per confondere l'intercettazione fascista l'emittente va in onda con il nome di Radio Milano.

Il regime fascista subì il colpo e mise in piedi Radio Verdad, con il compito di contrastare Radio Barcellona sulle stesse lunghezze d'onda e alle stesse ore con trasmissioni che agli ascoltatori dovevano sembrare emesse dalla penisola iberica e che invece venivano irradiate dall'Italia.

Era la "guerra delle onde". Più fantasiosa e meno cruenta di quella fatta con bombe e fucili ma non meno efficace. Il fascismo, ostile a ogni libera manifestazione di pensiero, aveva capito da subito che le radio straniere potevano incrinare quell'immagine di ordine sociale, consenso assoluto e compostezza politica che il Duce voleva propagandare agli italiani. Le parole dovevano essere solo d'ordine. Nel 1930 cessò per legge l'attività dei radioamatori: bisognava evitare che si ripetesse la "beffa di Nizza", quando nel 1926 un giovane avvocato, Sandro Pertini, con un piccolo apparecchio aveva inviato i suoi messaggi antifascisti verso la costa ligure.

La legge dei tribunali e quella dei manganelli cercarono a più riprese di limitare il dilagante fenomeno dell'''ascolto clandestino di massa". Ma solo nel 1938, con un decreto regio che proibiva di fissare le sintonie sulle stazioni estere, fioccarono arresti e condanne, sempre più pesanti: anche fino a cinque anni di confino.

Proibito ascoltare, ma quasi tutti lo facevano: studenti, professionisti, casalinghe, contadini. Si ascoltava per necessità. Perché la gente voleva sapere cosa realmente stesse succedendo. Non lo poteva certo chiedere all'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) o alla stampa, ferocemente controllata dal regime. Per aggirare i controlli e non farsi identificare dai rivenditori (e dunque dai fascisti), i militanti del Partito comunista clandestino usavano questo stratagemma: non acquistavano l'apparecchio ma lo chiedevano in prova al rivenditore per un periodo di quindici giorni.

Dopo il tramonto, quando la notte liberava l'etere dalle frequenze e l'ascolto era più chiaro, l'orecchio si avvicinava all'altoparlante e la mano girava la manopola. “Tu-Tu-tu-tuum. Tu-Tutu-tuum”. Sembrava la Quinta di Beethoven, e forse lo era. Ma era soprattutto un cupo segnale morse: tre punti e una linea. Una V. Quella di Victory, Vittoria. L'indice e il medio di Winston Churchill si materializzavano così e Radio Londra arrivava nelle case degli italiani.

Le trasmissioni ebbero inizio il 27 settembre 1938, quando, al culmine della crisi di Monaco, il primo ministro Charberlain trasmise il suo discorso alla nazione anche in francese, tedesco e italiano: nascevano così i "servizi europei" della BBC. Con lo scoppio delle ostilità, un anno dopo, le trasmissioni in lingua italiana si intensificarono: da un quarto d'ora a un'ora e mezza al giorno nel maggio del 1940, fino a raggiungere le quattro ore e un quarto, suddivise in quattordici trasmissioni, nell'agosto del 1943.

Gli italiani cominciano a fidarsi di Radio Londra. Così le sue voci diventano familiari. Come quella del colonnello Stevens, soprannominato il "colonnello Buonasera" perché così iniziano sempre i suoi commenti. Non è né alto né biondo, ma alla radio tutti se lo immaginano così. La madre gli ha lasciato un leggero quanto simpatico accento napoletano, esercitato negli anni in cui è stato addetto militare all'ambasciata di Roma.

Sbarcate in Sicilia, le truppe alleate videro, sul dorso di una collina, una scritta composta da lettere giganti: ''W il colonnello Stevens". Ma erano anche altri gli eroi di Radio Londra. John Marus, inglese di passaporto e veneto di origine, era il tanto temuto Candidus. Polemista asciutto, smontava con l'arma dell'antiretorica le menzogne del regime fascista.

Ma con il progredire della guerra si diradano i programmi leggeri e si moltiplicano i messaggi speciali destinati alle forze della Resistenza. Sono frasi volutamente enigmatiche, scandite dallo speaker e il cui significato drammatico (spostamenti di truppe, invio di armi) spesso contrasta con il senso ironico che giocoforza le avvolge: "Felice non è felice", "È cessata la pioggia", "La mia barba è bionda", "La gallina ha fatto l'uovo", "La vacca non dà latte.

Anche la ricezione di Radio Londra però non è sempre perfetta.

Ecco allora un consiglio per abolire i fruscii: «Prendete una scatola di cartone di 40 centimetri per lato, togliete il coperchio e il fondo. Praticate due fori su uno dei lati del telaio. Avvolgete 20 spire con 30 metri di filo, i due capi denudateli e collegateli uno alla presa di terra, l'altro alla presa aerea dell'apparecchio radio». Chissà se funzionava veramente. Radio Londra di sicuro ha funzionato, costituendo un punto di riferimento per tutte le emittenti dell'Italia liberata che rilanciavano le sue notizie o il suo segnale.

I fascisti della Repubblica Sociale Italiana cosa pensavano degli ascoltatori di Radio Londra?

Quali provvedimenti occorreva prendere per impedirne l’ascolto?

Da un rapporto redatto, a fine giugno 1944, dalla Guardia Nazionale Repubblicana:

 


«La propaganda nemica fa sempre più presa nell'animo della popolazione e sarebbe molto opportuno o sequestrare gli apparecchi radio o bloccarli a un'unica stazione italiana».

 

«La propaganda che il Partito svolge incessantemente sia a mezzo della stampa che della radio è ascoltata da pochi, troppo pochi! Sono quei pochi che hanno mantenuto integra la fede e la speranza che l'Italia di Mussolini possa risorgere, ma tutto il resto, il grosso della popolazione, fa solo commenti sfavorevoli. Il popolo, sfiduciato dalla realtà dei fatti e imbevuto della propaganda nemica attraverso Radio Londra, resta sordo a qualsiasi richiamo della Patria e con questo suo atteggiamento passivo e di attesa si dimostra, ogni giorno di più, favorevole al movimento antinazionale».
Mercredi 14 octobre 2009
- Recommander

Tra le prime fu Radio Palermo, subito occupata dagli americani dopo lo sbarco nell'Isola il 10 luglio del 1943. Musica, notizie, ma anche un'accorta impostazione psicologica: perché gli speaker sono emigrati o figli di emigrati e al microfono parlano il siciliano. Arrivano anche i combat teams, truppe con il compito di esercitare la propaganda nelle zone dei combattimenti e attrezzate per installare emittenti locali nelle più importanti città della Sicilia.

Ma anche Radio Sardegna, vera unica radio libera (e non liberata) nel suolo nazionale, si affida alle cronache della BBC per lanciare, a partire dal mese di settembre, il suo segnale. Prima da Bortigali (un paesino della provincia di Nuoro), con un improbabile trasmettitore manomesso dai tedeschi, installato su un camion e riportato a nuova vita il 10 ottobre del 1943 dopo quindici giorni di prove, poi dalle grotte cagliaritane di Is Mirrionis, dove un gruppo di militari dà corpo alla programmazione dell'emittente. Sulla lunghezza d'onda di 555 metri pari a 540 chilocicli, si alternano notizie, canzoni, informazioni sulle famiglie divise dal conflitto, conversazioni politiche e culturali.

Quasi una vendetta nei confronti del regime. Quella scatola di legno e ferro che spesso e volentieri portava le insegne del fascio, si prestava indifferentemente ad amplificare le voci del Duce come quelle delle nazioni libere.

Bastava girare la manopola e ascoltare. La radio si ribellava all'ottuso destino propagandistico a cui le camicie nere sembravano averla destinata e diffondeva informazioni e notizie in grado di cambiare il corso della storia.

 

Verso le 18 dell'8 settembre 1943, un dispaccio dell'Agenzia Reuters arriva a Radio Algeri attraverso Radio Ankara. Dall'emittente nordafricana (controllata dagli americani), mezz'ora più tardi il generale Eisenhower informa ufficialmente della stipula dell'armistizio fra l'Italia e le Forze alleate. Alle 19.42 la radio italiana trasmette l'annuncio registrato dal maresciallo Badoglio. Finisce la guerra, inizia la Resistenza.

A Bari il 10 mattina, nella centralissima piazza San Ferdinando, uomini del Partito d’Azione e antifascisti di fede repubblicana decidono di prendere l'iniziativa. In quattro si presentano alla sede dell'EIAR e chiedono di poter utilizzare gli impianti. Giuseppe Bartolo, Michele Cifarelli, Beniamino D'Amato e Michele D'Erasmo affrontano il direttore, l'ingegner Damascelli: «Vogliamo fare un notiziario". Da una casa privata spunta un gigantesco apparecchio CGE, buono a captare Radio Londra e Radio Algeri. Alle 13 e alle 14 vanno in onda i primi notiziari. Contemporaneamente, nella vicina Brindisi, giunge il Re con tutta la sua corte. È una fuga mascherata da ritirata strategica, il sovrano deve spiegare molte cose e si affida ancora una volta alla radio. Chiede al povero Damascelli l'invio di una squadra tecnica per la registrazione di un messaggio, infarcito di maiuscole. «Italiani, nella speranza di evitare più gravi offese a Roma, Città Eterna, centro e culla della Cristianità e intangibile capitale della Patria, mi sono trasferito in questo libero lembo dell'Italia peninsulare con mio figlio e gli altri principi che mi hanno potuto raggiungere».

Le trasmissioni iniziano alle 6 del mattino: «Qui parla Radio Bari, libera voce del Governo d'Italia. Italiani! Una è la consegna, uno il comandamento: fuori i tedeschi!». Gli alleati curano i notiziari in inglese, albanese, serbo-croato e greco. Gli antifascisti alimentano la lotta partigiana.

Ma Radio Bari va quasi sempre in diretta. Jazz e swing, la comicità di Bob Hope e le voci di Bing Crosby e di Marlene Dietrich. Un tocco di leggerezza per stemperare la drammaticità della trasmissione più ascoltata e in onda dal gennaio del 1944, "dedicata ai patrioti italiani che lottano contro i tedeschi". Si intitola "L'Italia combatte". Berlino la teme al punto da aver escogitato una "nota di disturbo" con il compito di sovrastare la voce dello speaker. Perché "L'Italia combatte" non solo dà conto della lotta partigiana e dell'avanzata alleata su tutti i fronti ma smaschera i doppiogiochisti: «Italiani, patrioti: occhio alle spie. A Roma in questo momento i delatori e i venduti al nazifascismo sono aumentati. Vi nominiamo stasera alçuni tra gli elementi più pericolosi che agiscono nella capitale. Essi sono ... ». Registrata su grandi dischi e diffusa con periodicità costante, "L'Italia combatte" verrà rilanciata da tutte le radio controllate dagli angloamericani. Ma sarà soprattutto una risposta forte alla propaganda della Repubblica di Salò e un conforto per gli italiani internati dai nazisti dopo l'8 settembre: seicentomila tra soldati e ufficiali che riuscirono chissà come a procurarsi radio di fortuna e ascoltare le notizie provenienti dalla patria libera.

A fine febbraio 1944, con l'avanzata alleata, la Puglia perse la sua centralità e il cuore dell'informazione si spostò a Napoli.

Gli americani hanno il controllo della programmazione ma dopo vent'anni di fascismo si respira un'aria diversa. La città ha subito centoquattro bombardamenti, ma ha saputo trovare la forza di liberarsi da sola dall'oppressione tedesca nel corso di quattro gloriose giornate di scontri. L'avanzata degli Alleati trova sacche di resistenza e di ferocia. C'è da liberare il nord, ancora sotto occupazione nazista. Le formazioni partigiane organizzano emittenti in grado di rilanciare il segnale proveniente dalle zone presidiate dagli Alleati. La radio è uno strumento di collegamento formidabile.

Nella zona di Firenze è Radio CORA (COmmissione RAdio) a tenere contatti con gli angloamericani. Il Partito d'Azione costituisce una redazione capeggiata da Carlo Ludovico Raggianti ed Enrico Bocci, che opera in clandestinità, con una ventina di collaboratori. La radio è il punto di riferimento della resistenza toscana e non solo. Per questo, il 2 giugno del 1944, alcuni uomini dell'8a Armata vengono paracadutati. Il loro compito è quello di rafforzare la radio, per trasmettere informazioni e ottenere lanci di armi.

Ma nonostante i continui cambi di sede, il 7 giugno i nazisti individuano la radio e irrompono in piazza d'Azeglio durante una trasmissione. Sette partigiani vengono arrestati, un giovane radiotelegrafista viene ucciso. Il blitz si conclude con fucilazioni, torture e deportazioni. Solo in due riusciranno a salvarsi.

L'unica emittente radiofonica partigiana rivolta al pubblico e non destinata a uso strettamente militare, operante prima del 25 aprile 1945, fu Radio Libertà di Biella. Le prime dieci note della canzone "Fischia il vento", suonate da una chitarra scordata, aprivano ogni sera alle 21 le trasmissioni, irradiate da un apparecchio radiotrasmittente proveniente dall'aeroporto di Cameri: «Attenzione Radio Libertà, libera voce dei volontari della libertà. Si trasmette tutte le sere alle ore 21 sulla lunghezza d'onda di metri 21». All'annuncio veniva aggiunta una precisazione: «Non abbiano dubbi coloro che ci ascoltano, siamo partigiani, veri partigiani. Lo dice la nostra bandiera: "Italia e libertà". Lo dice il nostro grido di battaglia: "Fuori i tedeschi, fuori i traditori fascisti". Ecco chi siamo: null'altro che veri italiani. Le nostre parole giungeranno, valicando pianure e montagne, a tutti i compagni patrioti della Liguria, della Toscana, del Piemonte, della Lombardia, dell'Emilia, del Veneto, a tutti coloro che combattono per la nostra stessa causa. Viva l'Italia! Viva la libertà!».

Dal dicembre del 1944 al maggio del 1945, prima per mezz'ora, poi per un'ora al giorno, l'emittente cercò di convincere i giovani arruolati dalla Repubblica di Salò a disertare. Lo scopo era quello di cercare di smontare il più possibile il morale delle formazioni fasciste. Commenti, bollettini di guerra partigiani, notizie, lettere di partigiani o familiari, saluti, brani musicali e anche poesie. La radio trasmise fino a pochi giorni prima della Liberazione, messa a tacere dai fascisti nel corso dell'ultima offensiva, quella del 19 aprile. Sei giorni dopo, dalla sede EIAR di Milano, Sandro Pertini annunciava la sconfitta del nazifascismo. Il 6 maggio nelle strade della città lombarda, sfilavano i partigiani vincitori. E solo sentendo la voce familiare di un radiocronista che aveva legato il suo nome a momenti sereni e spensierati, gli italiani capirono che il periodo più buio e infamante della loro storia era finito. Quella voce era di Nicolò Carosio.

 

Mercredi 7 octobre 2009
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La Resistenza nel maggio 1944 è in rapida ascesa, cammina speditamente; ha dietro di sé la raggiunta « unità nazionale» che, stabilita nel le sue forme legali nel lontano regno del Sud, agisce sempre più in profondità nel territorio occupato dai nazifascisti. Il CLNAI già si considera a tutti gli effetti rappresentante del governo legittimo. In questa nuova fase si prospetta il problema dell'unificazione del Comando delle forze partigiane, la necessità di dare un assetto definitivo o un nuovo assetto sul piano politico e organizzativo agli organi militari sia al centro, sia alla periferia.

Finché i partigiani erano ancora forze disperse, non collegate fra di loro, finché ogni banda agiva isolatamente ognuna nel suo settore, il CLN aveva limitato la sua opera a quel controllo e a quell'aiuto generico che poteva essere fornito dalle sue Giunte militari, organizzate pariteticamente con la rappresentanza dei cinque partiti. Ora la situazione è mutata o va mutando rapidamente: le bande si vanno trasformando in reparti sempre più grossi, si va passando un po' ovunque dal distaccamento d'una trentina d'uomini al battaglione e da questo alla brigata.

Il 9 giugno 1944 si costituisce il «Comando generale per l'Italia occupata del Corpo volontari della libertà».

Il Comando generale è diviso in più sezioni (assistenza, operazioni, informazioni e controspionaggio, aviolanci, trasporti e collegamenti, prigionieri alleati, falsi). Della sezione più importante, la sezione operazioni, sona responsabili Ferruccio Parri e Luigi Longo, coadiuvati da un tecnico militare. Il dirigente azionista e quella comunista occupano così in seno alla struttura collegiale del Comando una posizione preminente che rispecchia, oltre che il loro prestigio personale, il rapporto di forza che s'è consolidato alla periferia (ove le brigate garibaldine e le brigate GL sono le più consistenti e numerose).

Ecco le prime direttive del CVL alla periferia:

«Il Comando generale per l'Italia occupata, pur non presumendo di dirigere le azioni delle varie unità, nell'autonomia e nell'iniziativa delle quali riconosce un elemento di quella rapidità e agilità che devono caratterizzare l'azione partigiana, farà opera però affinché le singole azioni siano sempre più dirette verso un movimento d'insieme, organizzato secondo i migliori criteri dettati dall'esperienza. Farà avere a questo proposito a tutti i Comitati e Comandi dipendenti delle istruzioni soprattutto per quanto riguarda la preparazione organizzativa tecnica della insurrezione nazionale ... »

bibliografia
“Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964


Mercredi 30 septembre 2009
- Recommander

Mentre lo Stato italiano viene diviso in due e ogni giorno s'allarga di più la fenditura che divide il Nord dal Sud, minacciando paurosamente l'esistenza nazionale fin dalle fondamenta, ponendo in forse anche la conquista risorgimentale dell'unità, ha ancora un'assai debole voce il nuovo elemento che dovrà impedire colla sua azione il maturarsi di una tale rovina, il Comitato di liberazione nazionale. Sorto a Roma nelle giornate infuocate dell'armistizio, aveva superato d'un balzo, sotto la spinta degli avvenimenti, le divergenze fra le correnti politiche che erano in esso confluite. Era nato di getto come organo insurrezionale chiamando alle armi i cittadini di Roma, e aveva solennemente dichiarato, nella vacanza d'ogni potere, la propria natura e i propri compiti di governo straordinario. Da organo unitario dell'antifascismo s'era di colpo trasformato in organo d'unità nazionale.

Il primo CLN che assume i compiti di effettiva guida della lotta di liberazione per un'intera regione è quello di Torino. Sono vari i motivi che producono questa sua priorità: la sua stessa anzianità di costituzione (il Fronte nazionale di Torino fu il primo a costituirsi in Italia, nel 1942), la tradizione antifascista non solo operaia ma estesa ai gruppi borghesi più avanzati, il senso particolarmente radicato a Torino, punto di partenza per l'unità d'Italia nel Risorgimento, della « legalità» dello Stato e quindi della completa «illegalità» della pseudo-repubblica; insieme al passato, gli avvenimenti più recenti, il fatto che Torino per due volte nel marzo e nel novembre '43 ha dato il segno della riscossa operaia. Tutto ciò confluisce nell'attribuire al CLN piemontese, fin dal suo esordio, i lineamenti di un vero e proprio «governo di guerra» già ramificato fin dal settembre nei suoi vari settori: comitato generale e comitato esecutivo, comitato militare, finanziario, stampa e propaganda, per gli approvvigionamenti.

D’altro canto al principio del 1944 arriva definitivamente in porto anche la questione dei poteri del CLN per l'Alta Italia. Già il CLN lombardo si è guadagnato di fatto la propria autorità, estendendo la propria sfera organizzativa sino a Firenze.

Alla fine di gennaio la questione è definitivamente risolta con la lettera inviata dal CLN di Roma a quello di Milano con la quale, nella prospettiva d'una imminente liberazione della capitale e d'una separazione dell'Italia settentrionale dal resto del paese, il CLN lombardo viene investito dei poteri di «governo straordinario del Nord», rappresentante già fin da questo momento del «nuovo governo democratico»

Nella lettera il CLN centrale afferma che ormai è divenuto suo « primo compito» quello di promuovere e dirigere la partecipazione popolare alla battaglia per la liberazione di Roma e precisa che anche per il Nord «la lotta deve avere come sbocco finale l'insurrezione generale contro l'occupante ».

Nasce così il CLNAI che nella prima e importante mozione stabilisce:

«Il nuovo sistema politico sociale ed economico non potrà essere se non la democrazia schietta ed effettiva. Del governo di domani il CLN è oggi una prefigurazione» e riafferma «l'unità del patto di riscossa e di rinnovamento democratico che lega i cinque partiti. Chi opera contro l'unione di essi opera contro il paese».

Si tronca così con questo documento ogni tentativo interno di scindere la Resistenza.

 

Il CLN di Milano, in seguito trasformatosi in CLNAI, era originariamente (settembre I943) composto dai liberali Arpesani e Casagrande, dai comunisti Li Causi e Dozza, dagli azionisti Albasini Scrosati e Parri, dai socialisti Veratti (poi deceduto) e Viotto, dai democristiani Ca e Enrico Falk, sotto la presidenza dell'indipendente Alfredo Pizzoni. Successivamente il Comitato ebbe a subire le seguenti modifiche: per il PLI, ad Arpesani si aggiunsero Anton Dante Coda e Filippo Jacini; per il PC, Dozza si recò in Emilia e a Li Causi si aggiunsero Sereni e Longo che ben presto passò al CVL; per il PdA, Parri passò al CVL e ad Albasini si aggiunsero Lombardi e Valiani; per il PSIUP si aggiunsero Marzola, Pertini, Morandi; per la DC, Casò fu sostituito da Marazza a cui si aggiunse anche Augusto De Gasperi. La presidenza del CLNAI restò a Pizzoni sin quasi alla Liberazione, poi passò a Morandi.


Alfredo Pizzoni presidente del CLNAI

bibliografia:
“Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

Mardi 29 septembre 2009
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Il clero italiano, fin dall'inizio dell'occupazione tedesca, aveva dovuto scegliere fra due alternative: la Resistenza patriottica all'invasore, quale ad esempio fu quella condotta in Belgio dal primate belga cardinale Mercier durante la prima guerra mondiale o l’acquiescenza allo stato di fatto, quale si ebbe in Francia durante l’occupazione nazista.

In Italia invece non fu scelta con chiarezza né l'una né l'altra strada, non ci fu una politica vaticana «a senso unico», facilmente definibile nelle sue caratteristiche. L'unica direttiva che arri da Roma fu quella di negare il riconoscimento de iure alla repubblica di Salò, pur riconoscendola come un governo di fatto.

Il clero basso, si può dire in ogni regione, offre la sua assistenza agli «sbandati» e continua ad offrirla anche quando essi sono divenuti «ribelli» e poi patrioti: è un'assistenza che travalica facilmente i limiti della carità imposta dai doveri sacerdotali, poiché non si limita, almeno nelle sue manifestazioni più esplicite, a offrire un rifugio, uno scampo alle persecuzioni nazifasciste, ma fornisce un vero e proprio appoggio al consolidarsi delle prime formazioni partigiane e collabora in forme più o meno dirette alla loro efficienza bellica. Numerosi esempi possono essere portati in tal senso risalendo dal Sud al Nord.

A Roma spicca la figura di don Pietro Morosini, fucilato «per l'opera di ardente apostolato fra i militari sbandati... l'acquisto e la custodia delle armi» («se mi lascerete libero ricomincerò da capo», dichiarò orgogliosamente ai suoi giudici). E ancora a Roma è da ricordarsi il coraggioso gesto compiuto da' un sacerdote, don Paolo Pecoraro: il 12 marzo 1944, in occasione della benedizione papale in piena piazza San Pietro, gremita fino all'impossibile, dove abbondavano fascisti ed SS tedesche, non esitò con sprezzo del pericolo e rischiando la propria vita, ad issarsi su uno dei piedistalli dell'obelisco e ad esortare a voce altissima tutti gli italiani a battersi contro gli oppressori, a cacciare il nemico invasore.

Decine e decine di parroci sull'Appennino e sulle Alpi acconsentono a trasformare le loro canoniche in depositi d'armi, e non solo consentono, ma sono essi stessi a suscitare e ad organizzare la guerra di liberazione. Così, ad esempio, fa don Pasquino Borghi nelle zone del Reggiano, fucilato nel gennaio come organizzatore dei primi nuclei di ribelli, il parroco don Agnesi in Piemonte che trasforma la sua canonica in «ufficio d'arruolamento della IV brigata Garibaldi», don Gaggero a Genova al quale fa capo il CLN locale. E gli esempi si
potrebbero moltiplicare. Ci sono anche quelli che assumono direttamente il comando delle formazioni partigiane come «don Pietro» nella provincia di Massa-Carrara e «don Carlo» in quella di Reggio Emilia. Sono questi gli esempi più avanzati, alcuni d'eccezione, ma è indubbio che la gran massa del clero basso si dimostrò favorevole, e non solo a parole, alla Resistenza.

 

La situazione in Brianza

Don Enrico Assi, uno dei sacerdoti che più hanno partecipato alla Resistenza brianzola insegnante al seminario di S.Pietro a Seveso più volte imprigionato dai fascisti, nel suo libro Cattolici e Resistenza afferma:

«Se la Resistenza fu essenzialmente rivolta dello spirito non contro altri uomini, ma contro un'allucinante concezione dell'uomo e della storia .... se la Resistenza fu l'esplosione della grande idea della libertà e anelito verso un mondo nuovo, non poteva che costituire il luogo della presenza e dell'opera dei preti e dei cattolici».

Ma, per il clero, fu veramente così? Il fenomeno del collaborazionismo fra gli ecclesiastici fu ben poca cosa. Si limitò all'ambiente dei cappellani militari, intriso di sentimenti patriottici influenzati dalla fascistizzazione dei reparti.

Vi fu però una profonda diversità del comportamento delle alte gerarchie ecclesiastiche da quello del basso clero.

Per quanto riguarda i vescovi del centro-nord, la maggior parte non diede credito al fascismo repubblichino. Cercarono con un atteggiamento distaccato, di far dimenticare gli anni delle benedizioni ai gagliardetti, dei Te Deum per le conquiste coloniali e del nazional-cattolicesimo. Pochissimi si fecero coinvolgere (sempre comunque marginalmente) nel movimento per la libertà. I due vescovi delle diocesi milanese e comasca che coprivano il territorio brianzolo, il cardinal Ildefonso Schuster e monsignor Alessandro Macchi, non si distaccavano da questo clichè. Non è nota nessuna presa di posizione autorevole, chiara ed espressa a gran voce o sottovoce contro quella “allucinante concezione dell’uomo e della storia” che, giustamente diceva don Assi.

Per il basso clero non fu così. Molti semplici sacerdoti, molti parroci di campagna e di paese che vivevano a stretto contatto con la popolazione e della quale, quindi, conoscevano le privazioni, i lutti determinati da quella guerra ed ora anche le angherie fasciste, meglio comprendevano qual erano le le necessità più elementari da soddisfare, il problema dei giovani renitenti da proteggere con i  tedeschi in casa.

I prevosti e i maturi parroci brianzoli assumono un contegno distaccato e freddo nei confronti della repubblichina, ma alla popolazione per ancestrale senso di rispetto all'autorità costituita o per timore, consigliano con fervore di non muoversi contro gli occupanti, di non compiere gesti ostili per non suscitare rappresaglie, per evitare spargimenti di sangue e mantenere comunque l'ordine. Suggeriscono di attendere con rassegnazione la fine di questo tragico momento e di pregare.

È un dato di fatto, una realtà, è che la Chiesa fu con ciò un elemento di attenuazione dell'opposizione al nazifascismo in Brianza, di freno all'appoggio alla Resistenza, condizionando molto anche l'attività delle formazioni cattoliche.

Chi furono, allora, i sacerdoti più vicini al movimento clandestino? In genere erano i preti dell'ultima generazione, i più recettivi verso la necessità di ritrovare la libertà e verso il bisogno di dare il giusto valore alla politica.

Alcuni esempi di sacerdoti brianzoli impegnati nella Resistenza:

don Aurelio Giussani, di Baruccana di Seveso ed insegnante al collegio S.Carlo di Milano, membro dell'O.S.C.A.R. (Organizzazione di soccorso cattolico degli antifascisti ricercati), che si costituisce proprio all'interno dell'istituto milanese. Ricercato dai fascisti; è costretto nell'ottobre del 1944 a lasciare Milano. Si unirà alle bande partigiane dell' Appennino emiliano divenendo, col nome di padre Carlo da Milano, il cappellano della 2° brigata Julia e poi della Divisione Val di Taro, scendendo dai monti solo dopo la Liberazione;

don Antonio Redaelli, parroco di Barzanò, che incitava i giovani dal pulpito a non aderire ai bandi della Rsi.

O altri appartenenti ufficialmente alla Resistenza come don Fortunato di Monza nella cui casa vi era una base della della brigata liberale Ippocampo, o come don Mario Limonta di Concorezzo, cappellano e medico del gruppo Cinque giornate che combattè al S.Martino nel varesotto e che riparò in Svizzera dopo la battaglia. E ancora:

don Luigi Vantellini di Nova Milanese che era in contatto coi gruppi partigiani della Valtravaglia che riforniva di soldi;

don Bonzi, del collegio Pio XI di Desio che accusato di favorire i partigiani del luogo e di nascondere armi, venne arrestato il 29 aprile 1944, tradotto nelle carceri di Monza e poi a S.Vittore da dove fu inviato a Bolzano Gries e quindi deportato a Dachau. Morì, essendo il suo fisico ormai compromesso dal trattamento riservatogli, a 43 anni nell'aprile del 1947;

don Antonio Bossi, coadiutore al S.Gerardo a Monza, fu cappellano della 52°Brigata del Popolo;

don Giuseppe Orsini, coadiutore a Varedo, teneva i contatti fra la brigata Mazzini del luogo e il distaccamento della Brigata del Popolo;

don Antonio Cazzaniga, parroco di Cederna a Monza, fu arrestato il 7 ottobre 1943 con l'accusa di nascondere armi; non trovandole i fascisti lo incarcerarono a S.Vittore dove fu anche torturato. Fu liberato per l’intervento del cardinale Schuster presso il console tedesco;

don Vittorio Branca, presso la parrocchia di Camnago. Nella canonica della piccola frazione aveva trovato ospitalità prima del tentativo di espatrio sotto il nome di avvocato Martinelli, Concetto Marchesi, direttore dell'Università di Padova, ricercato dopo il discorso del 1° dicembre 1943 in cui aveva invitato gli studenti alla resistenza. Don Vittorio gli divenne ottimo amico pagando questo rapporto con diversi interrogatori a cui fu sottoposto dai fascisti della caserma di Seregno.

Di notevole spessore fu l'apporto al movimento resistenziale offerto da quel centro di antifascismo marcato stretto dalla polizia repubblichina che si era installato nel collegio arcivescovile, il Niccolò Tommaseo di Vimercate. Erano in tresca con il centro di Vimercate anche altre parrocchie limitrofe come quella di Burago Molgora, dove don Alessandro Decio aveva nascosto alcune armi, don Domenico Villa e don Peppino Villa di Arcore, veri fiancheggiatori dei partigiani, e don Virginio Zaroli, coadiutore a Villasanta che protesse numerosi sbandati e renitenti.

Un rancoroso rapporto del gennaio 1945 sulla situazione del ribellismo in Brianza, stilato dal comandante della Brigata Nera di Monza tenente colonnello Zanuso, si accanisce contro la massoneria nera, come viene definito il clero. Rileva una zona particolarmente pericolosa nel vimercatese dove si ritiene che la comunità cattolica influenzi in senso anti-Rsi la popolazione. Dunque anche ai fascisti era nota e dava fastidio l'opera del clero brianzolo. Un clero che, certo, si oppose al nuovo regime e ai tedeschi in gradi diversi, che si espose in un' azione di contrasto al nuovo potere in misura molto varia, ma che in gran parte, con le dovute eccezioni, non fu in questi venti mesi fascista. Uno sbandato, un ebreo, un partigiano bussando ad una canonica poteva, non certo con sicurezza, ma con buone probabilità, trovare ricovero ed assistenza.

 

Elaborazione da:

-       “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi  1964

-       La Resistenza in Brianza 1943-1945” di Pietro Arienti  Bellavite  2006

Lundi 28 septembre 2009
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Un’insurrezione “spontanea”

La situazione del Mezzogiorno nelle tragiche giornate dell'autunno è la situazione della parte d'Italia su cui la guerra, l'urto fra i due opposti eserciti grava con tutto il suo peso aggiungendo lutti a lutti, rovina a rovina.

Tutto il peso della lotta si concentra nella Campania, e Napoli si trova al centro della formidabile pressione.

Il 12 settembre il colonnello tedesco Scholl assume il« comando assoluto» con un proclama in cui impone lo stato d'assedio, il coprifuoco e la consegna delle armi.

I nazisti a Napoli saccheggiano, distruggono: la loro furia, che travolge soldati sbandati, e cittadini inermi, raggiunge il culmine nell'incendio della Università. Gli edifici vengono invasi e dati alle fiamme, la popolazione rastrellata per le vie è costretta ad assistete in ginocchio all'esecuzione di un marinaio sulla soglia dell'Università; una lunga colonna di deportati viene avviata verso Aversa, quattordici carabinieri, rei d'aver resistito al palazzo delle Poste, vengono fucilati nel corso della tragica marcia. È dall'Università che s'inizia la distruzione metodica della città che secondo gli ordini di Hitler avrebbe dovuto essere ridotta « in fango e cenere»; e la scelta del punto di partenza del piano terroristico non è, probabilmente, casuale: era infatti nello stesso Ateneo che dopo il 2 luglio avevano risuonato più alte le parole della libertà, come nel proclama del l° settembre con cui il rettore magnifico Adolfo Omodeo ricordava ai giovani che i loro maestri erano della generazione del Carso e del Piave e comprendevano il loro affanno ». S'inizia poi la sistematica distruzione delle zone industriali, del grande stabilimento ILVA di Bagnoli, mentre tutta la città è messa a sacco.

Napoli è ridotta alla disperazione per le condizioni selvagge in cui è stata ridotta Napoli, priva di cibo e d'acqua, sgombrata a viva forza e distrutta nei quartieri verso il porto (nello spazio di ventiquattro ore, dal 23 al 24 settembre, oltre 200000 persone restarono senza tetto).

Un antefatto delle Quattro Giornate di Napoli: l'abbandono da parte dei nazisti delle caserme e dei depositi militari contenenti ancora piccole quantità di armi e munizioni. Probabilmente i tedeschi ritennero che il suddetto materiale bellico non avesse importanza, né sarebbe stato utilizzato dalla popolazione contro di loro dopo gli infiniti esempi di terrore, dopo la deportazione di ottomila giovani come misura di rappresaglia per il mancato rispetto del bando Scholl.

Nella notte tra il 27 e il 28 settembre la popolazione si alternò in un incessante via vai fra le caserme e le abitazioni, le donne in cerca di viveri e d'indumenti, gli uomini in cerca d'armi e munizioni.

 

Molte armi erano state già nascoste e conservate gelosamente nei giorni dell'armistizio: ora la determinazione di usarle, di cercare dovunque nuove scorte di esse, di scendere finalmente ,« in istrada» era sbocciata improvvisa come l'unica possibile. Il popolo aveva« fatto la sua scelta », ma in senso opposto a quello richiesto dal proclama fascista. Già nel pomeriggio e nella sera del 27, sollecitati, sembra, dalla falsa notizia dell'arrivo degli Inglesi a Pozzuoli e a Bagnoli, si erano avuti i primi rapidi scontri, le prime scaramucce in più punti della città, episodi in apparenza casuali, certamente non collegati l'uno con l'altro (un gruppo di cittadini che reagisce al saccheggio della Rinascente, un altro gruppo che liberò a piazza Dante dei giovani razziati, due guastatori tedeschi inseguiti a furia di popolo al Vomero), ma altrettanto certamente rivelatori d'uno stato d'animo ormai comune.

All'alba del 28 settembre la rivolta esplose fulminea al Vomero e da Chiaia a piazza Nazionale. Non vi furono collegamenti fra un centro e l'altro dell'incendio, ma l'insurrezione cominciò ad ardere in decine di punti diversi.

Il 28 settembre è la giornata dell'ardimento popolare sfrenato e travolgente: Tra le decine e decine di combattimenti, tanti giovinetti.

Il dodicenne Gennaro Capuozzo funziona da servente a una mitragliatrice in via Santa Teresa presa sotto il fuoco di carri armati tedeschi, finché cade sfracellato, colpito in pieno da una granata sul posto di combattimento.

Filippo Illuminato e Pasquale Formisano, l'uno di tredici, l'altro di diciassette anni corrono incontro a due autoblinde che da via Chiaia cercano d'imboccare via Roma.« Lo scontro fu assai breve, ma impressionante; vi fu chi vide i due intrepidi giovanetti avanzare decisamente sotto le impetuose raffiche di mitragliatrice fino a quando caddero esanimi a pochi passi dalle autoblinde, nell'atto di scagliare ancora una bomba ».

Tutto si è svolto senza un piano, senza collegamenti fra i vari quartieri o gruppi d'insorti anche se talvolta l'azione degli uni ha contribuito al successo di quella degli altri. Esempio maggiore di questa naturale confluenza degli sforzi insurrezionali l'azione svolta da un gruppo di patrioti che a Moiarello di Capodimonte s'impossessano di una batteria da 37/54 e riescono a bloccare per tutta la giornata il tentativo di una colonna di carri Tigre e di autoblinde tedesche di scendere da Capodichino sulla città; probabilmente, se quel tentativo fosse riuscito, la lotta popolare avrebbe avuto un corso diverso o comunque più sfavorevole e cruento.

La rivolta popolare comincia ad organizzarsi, a individuare alcuni obiettivi da conseguire nella ininterrotta ondata del combattimento a viso aperto. Sorge la prima barricata a piazza Nazionale, vengono costituite postazioni d'arme presso il Museo, si chiarisce l'indirizzo principale sorto spontaneamente: impedire che il tedesco attraversi la città verso nord nel corso del ripiegamento e gettare cosi il disordine e il panico nelle sue truppe incalzate da vicino dagli alleati.

Nel corso della battaglia si determina un obiettivo principale: la conquista del « centro» del quartiere costringendo i tedeschi a ripiegare da via Luca Giordano che lo attraversa diagonalmente. L'attacco viene eseguito a squadre e a balzi successivi come in una manovra di guerra regolare. Poi, dopo la furia popolare, anche la furia degli elementi si abbatte sul Vomero: un violento uragano fa sospendere le operazioni e nella notte il nemico perlustra le strade alla caccia degli insorti dileguatisi con le prime ombre.

Il 29 segna il culmine dell'insurrezione napoletana e, mentre prosegue il generoso afflusso dei giovani e degli adolescenti fra le file degli insorti (muore sotto il fuoco d'un'autoblinda il non ancora ventenne Mario Menichini), affiorano i primi elementi organizzativi. Al Vomero si costituisce il Comando partigiano per iniziativa di Antonino Tarsia. In ogni rione emerge nel corso della lotta una figura di «capo-popolo» intorno a cui gravitano i gruppi degli insorti: a Chiaia si fa luce Stefano Fadda, Ezio Murolo in piazza Dante, Aurelio Spoto a Capodimonte. Ovunque gli scontri diventano più intensi e persistenti: nel solo settore Vincenzo Cuoco i patrioti perdono 12 morti e 32 feriti.

A Capodimonte è strenuamente difeso dai partigiani del rione l'unico serbatoio rimasto intatto dall'immane distruzione ed assicurato, in seguito al successo dell'azione, il rifornimento dell'acqua potabile ad alcuni rioni anco­ra per due o tre giorni.

L'episodio risolutivo si verifica infine al Vomero: il comandante del presidio maggiore Sakau chiede di trattare la resa. Accompagnato con bandiera bianca presso il Comando superiore germanico al Corso, lo Scholl, edotto della situazione, è costretto ad ordinare l'evacuazione del campo sportivo e la restituzione dei 47 ostaggi detenutivi, purché i partigiani garantiscano l'immunità al presidio tedesco. È, in sostanza, una capitolazione, la più grave umiliazione per lo Scholl che aveva creduto d'imporre il suo dominio alla città e che ora chiede salva la vita per i suoi soldati a un gruppo di « straccioni» ribelli.

Il 30, pur essendo stata evacuata in massima parte la città dai tedeschi, continuano i combattimenti. Il nemico si lascia dietro la lugubre scia delle rappresaglie: gruppi di guastatori tedeschi, attardatisi nella ritirata, massacrano alcuni giovani in località Trombino. Alla Pigna, nella masseria Pezzalunga, s'ingaggia l'ultimo combattimento delle Quattro Giornate, con violenti corpo a corpo fra i patrioti e i tedeschi, mentre nella città risuonano ancora le fucilate in via Duomo, via Settembrini, piazza San Francesco. Ancora il l° ottobre i tedeschi attuano l'ultima rappresaglia e aprono un violento fuoco sulla città con un gruppo di bombarde piazzate nel bosco di Capodimonte, portando lo sterminio fra la popolazione sino quasi a mezzogiorno: un'ora prima dell'entrata dei primi carri armati angloamericani nella città liberata.

Costretti alla fuga i nazisti sfogano la rabbia per il colpo ricevuto: distruggono le più preziose memorie di quel popolo che non ha piegato la testa sotto i suoi ordini, consumando un’atroce vendetta. A San Paolo Belsito, presso Nola, i tedeschi danno fuoco all' Archivio Storico di Napoli, cioè alla maggior fonte per la storia del Mezzogiorno dal Medioevo in poi.
                                                              
Il bilancio dell'insurrezione napoletana: 152 combattenti caduti; 140 caduti civili, 162 feriti, 19 caduti ignoti (l'elenco delle perdlte continua ad accrescersi anche dopo la liberazione della città: nel pomeriggio del 7 ottobre il palazzo delle Poste, appena riattivato, saltò in aria a causa delle mine lasciatevi dai tedeschi, provocando la morte di molti cittadini.

Sulle barricate s'incontrarono i popolani generosi, le umili donne che offrivano cestini di bombe, come la« Lenuccia» (Maddalena Cerasuolo ) e gli esponenti della piccola borghesia meridionale: un Tarsia insegnante a riposo, un Fadda medicochirurgo, un Murolo impiegato.

Parteciparono alla lotta gli studenti del liceo Sannazzaro al Vomero, gli scugnizzi dei quartieri popolari, gli intellettuali come Alfredo Paruta che iniziò il l° ottobre la pubblicazione del giornale « Le barricate»; come gli operai delle fabbriche napoletane. E certo nell'ondata della collera popolare si erano inseriti - qua e là - gli elementi antifascisti consapevoli. Ma l'insurrezione rimase fino all'ultimo un fatto« spontaneo », senza cioè che potessero prevalere in essa gli elementi d'una guida unitaria e anche una chiara coscienza politica dell'accaduto.

Le Quattro Giornate di Napoli saranno sempre presenti nel ricordo di coloro che militeranno nelle file della Resistenza poiché avevano dimostrato la« possibilità» dell'insurrezione cittadina.

« Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu d'allora la direttiva di marcia per la parte più audace della· Resistenza italiana» (Luigi Longo: dopo l'8 settembre del '43, diede vita alle Brigate Garibaldi. Vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, stretto collaboratore di Parri, fu tra i principali organizzatori dell'insurrezione nel Nord Italia dell'aprile del '45)

 

Liberamente tratto dalle pagine di  “Storia della Resistenza italiana – 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945” di  Roberto Battaglia - Einaudi 1964



Le Quattro Giornate di Napoli in letteratura
da “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca


“Ci eravamo abituati a sentire le frottole della radio, dei giornali: la patria, l'eroica difesa dei confini, l'impero. Tenevamo l'impero, mancava il pane, il caffè ma tenevamo l'impero.

Il comandante tedesco Scholl ha fatto uscire un bando, gli uomini tra i 18 e i 33 anni devono consegnarsi in caserma o saranno fucilati. Su trentamila che se ne aspettavano si sono presentati in 120.

... I tedeschi e i fascisti erano più incanagliti perché la guerra si metteva male. Lo sbarco di Salerno era riuscito. Facevano saltare le fabbriche, saccheggiavano i magazzini per lasciare vuoto. La città negli ultimi giorni di settembre faceva paura per la fame e il sonno in faccia alle persone.

... Bombardavano tutte le notti ...

Gli scoppi delle bombe tedesche si confondevano con i bombardamenti americani, la sirena di allarme arrivava dopo che la contraerea si era messa a sparare.

Le persone uscivano dai ricoveri dopo l'attacco aereo e non trovavano più la casa.

Come venne a piovere cominciò la rivolta. Pare che la città aspettava un segno convenuto, che si chiudeva il cielo. E gli americani smisero di bombardare.

Una domenica di fine settembre, sento in bocca a tutti la stessa parola, sputata dallo stesso pensiero: mo' basta. Era un vento, non veniva dal mare ma da dentro la città: mo' basta, mo' basta.. La città cacciava la testa fuori dal sacco. Mo' basta, mo' basta, un tamburo chiamava e uscivano i guaglioni con le armi.

Fuori i giovani prendevano le armi dalle caserme e le nascondevano. Un gruppo con uno vestito da carabiniere aveva svuotato l' armeria del forte di Sant'Elmo.

I napoletani avevano preso le armi dalle caserme. A volte con le buone, i carabinieri avevano distribuito la loro dotazione per sentimento di fedeltà al re. In altre caserme la paura di una rappresaglia tedesca faceva respingere la richiesta di armi. Allora tornavano con le maniere spicce a requisirle.

L'assalto del primo giorno fu contro un camion tedesco che era andato a saccheggiare una fabbrica di scarpe. Negli ultimi giorni di settembre i tedeschi si erano messi a razziare quello che potevano dentro i negozi e pure nelle chiese. Cominciò con un assalto improvvisato a un loro camion carico di scarpe, la prima battaglia.

Intanto i tedeschi svaligiavano le chiese, facevano saltare il ponte di San Rocco a Capodimonte, quello della Sanità lo salvammo staccando le cariche esplosive, lo stesso facemmo per l'acquedotto. Volevano lasciare la città distrutta. La rivolta è stata una salvezza.

Il centro della rivolta si era piazzato nel liceo Sannazzaro, gli studenti erano stati i primi. Poi uscivano gli uomini nascosti sotto la città. Salivano da sottoterra come una resurrezione. 'Dalle 'ncuollo,' dagli addosso, le strade erano bloccate dalle barricate. Al Vomero tagliavano i platani e li mettevano a fermare il passaggio dei carri armati. Facemmo una barricata a via Foria incastrando una trentina di tram. La città scattava a trappola. Quattro giornate e tre nottate.

I carri armati tedeschi riuscirono a passare lo sbarramento di via Foria, scesero a piazza Dante e si avviarono per via Roma. Là sono stati fermati. Giuseppe Capano, di anni 15, si è infilato sotto i cingoli di un carro armato, ha disinnescato una bomba a mano ed è riuscito da dietro prima dell'esplosione. Assunta Arnitrano, anni 47, dal quarto piano ha tirato una lastra di marmo presa da un comò e ha scassato la mitragliatrice del carro armato. Luigi Mottola, 51 anni, operaio delle fogne, ha fatto saltare una bombola di gas spuntando da un tombino sotto la pancia di un carro armato. Uno studente di conservatorio, Ruggero Semeraro, anni 17, aprì il balcone e attaccò a suonare al pianoforte La Marsigliese, quella musica che fa venire ancora più coraggio. Il prete Antonio La Spina, anni 67, sulla barricata davanti al banco di Napoli gridava il salmo 94, quello delle vendette. Il barbiere Santo Scapece, anni 37, tirò un catino di schiuma di sapone sul finestrino di guida di un carro armato che andò a sbattere contro la saracinesca di un fioraio. La mira dei nostri cittadini era diventata infallibile nel giro di tre giorni. Le bottiglie incendiarie facevano il guasto ai carri armati, li accecavano di fiamme. Ero diventato esperto nel farle, ci mettevo dentro qualche scaglia di sapone per fare attaccare meglio il fuoco. Il diesel ce lo avevano dato i pescatori di Mergellina, che non potevano uscire per mare a causa del blocco del golfo e delle mine.

Sei persone in mezzo a una folla pronta inventavano la mossa giusta per inguaiare un reparto corazzato del più potente esercito che da solo aveva conquistato mezza Europa.

Prima di andarsene i tedeschi avevano lasciato in città bombe a tempo ritardato, una esplose alla posta centrale giorni dopo facendo una strage. Era una loro tecnica, ho saputo che l'hanno fatto anche altrovè. Non sapevano perdere.

A via Foria le barricate con i tram fermarono per ore i carri armati Tigre. Alla fine riuscirono a passare ma non a via Roma. Dai vicoli a monte scendevano all' assalto uomini e ragazzi a buttare bombe e fuoco in mezzo ai cingoli. Contro quei mucchi di spiritati, i corazzati non potevano niente, si ritirarono.

C'era un secondo fronte, i fascisti sparavano dalle case sulla folla insorta. Ci furono battaglie per le scale dei palazzi, sui tetti, fucilazioni sul posto.”

 

Lundi 21 septembre 2009
- Recommander

Nei primi mesi del 1944 il movimento partigiano passa un periodo di raccoglimento e di preparazione ai compiti futuri. Ai primi rastrellamenti, alla prima fase ribellistica, fatta di continue fluttuazioni e incertezze, ha sopravvissuto una schiera relativamente esigua di uomini temprati da quelle prime e durissime prove. Tutti insieme non superano gli effettivi d'una sola delle divisioni tedesche stanziate in Italia: il caos iniziale degli sbandati s'è fissato e precisato nella modesta cifra di 10 mila armati dispersi dalle Alpi all'Appennino ligure-emiliano, armati esclusivamente con le armi «recuperate» al nemico. Ma ciò che conta non è il numero o il bilancio ancora esiguo che si può trarre dalla loro attività bellica: è il fatto che questa schiera di precursori del futuro esercito partigiano s'è ormai radicata come un elemento stabile sulle montagne, s'è connaturata, per così dire, all'ambiente.
 

I contadini delle zone montane che erano state soggette a un continuo impoverimento e spopolamento,


avevano fin dal primo momento accolto con simpatia i rib
elli; come avevano accolto, con un semplice e profondo senso d'umana pietà, gli sbandati del settembre '43 senza far distinzioni fra divise e nazioni. ... il fatto che ogni famiglia contadina aveva anch'essa un figlio morto o disperso nella seconda guerra mondiale. Si faceva con tutta naturalezza per l'ospite italiano o straniero, ciò che si desiderava che fosse stato per il proprio figlio.

I rastrellamenti tedeschi avevano cercato di rompere violentemente questi primi vincoli d'umana solidarietà, avevano mirato innanzi tutto a terrorizzare i.contadini, sottraendo ai ribelli ogni punto d'appoggio e di rifornimento. Malgrado i primi e inevitabili effetti, avevano invece finito per determinare un risultato contrario. ... I contadini delle Alpi e dell'Appennino cominciano a sentire quei primi nudei di ribelli come il proprio esercito, sono essi a battezzarli al principio del 1944, come «patrioti ».

Il nome indica un mutamento profondo nel movimento partigiano. ... Intorno alle bande è cambiato o sta cambiando il primitivo isolamento. Quando ancora la Resistenza non ha i suoi servizi d'informazione e di collegamento, sono i contadini a segnalare per primi di casolare in casolare l'avvicinarsi del nemico, ad esercitare la propria astuzia nella difesa dei patrioti. Un ragazzo che parte dal paese di fondovalle e che raggiunge affannato, ma orgoglioso della missione compiuta il capo dei patrioti sulla montagna per avvisarlo del pericolo imminente; i lenzuoli o le coperte che le famiglie contadine espongono alle finestre per indicare che il nemico è in paese, sono i primi mezzi rudimentali con cui le bande si sono collegate col resto del mondo, i mezzi ai quali spesso hanno dovuto la propria salvezza.

Spesso i patrioti attingono dal folclore contadino anche i nomignoli sotto cui celano la propria identità ...


da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

 

Dimanche 20 septembre 2009
- Recommander