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dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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storie di lissonesi

16 giugno 1944 - 16 giugno 2014

Nel giorno del 70° anniversario della loro fucilazione, l'ANPI di Lissone ha ricordato i quattro giovani partigiani lissonesi con una breve cerimonia.

Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui

 

 

 

Pierino-Erba.jpg   Carlo-Parravicini-copie-1.jpg   Remo-Chiusi.jpg   Mario-Somaschini.jpg

Pierino Erba                                           Carlo Parravicini                               Remo Chiusi                                 Mario Somaschini

Giovedì 15 giugno 1944

Sono ormai quattro anni che l’Italia è in guerra, fino all’ 8 settembre 1943 al fianco dei tedeschi, ora con gli Alleati, che il 4 giugno hanno liberato Roma. Mentre l’avanzata degli Alleati procede lentamente lungo la penisola, il nord Italia è sotto occupazione nazista: i tedeschi, alla fine di settembre 1943, hanno contribuito alla formazione della Repubblica Sociale Italiana con a capo Mussolini, che ha la capitale a Salò, sul lago di Garda.

Da dieci giorni le truppe alleate, formate da americani, inglesi e canadesi, sono sul territorio francese. L’operazione Overlord, che ha portato più di 1.200.000 soldati sulle coste della Normandia, è in corso anche se la resistenza tedesca si sta rivelando più dura del previsto.

A Lissone da un mese si è formato il locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Lo sciopero generale del marzo 1944 (a cui avevano partecipato anche gli operai dell’Incisa, che contava circa 1200 dipendenti e dell’Alecta, 500 dipendenti) aveva ottenuto un grande e lusinghiero successo così da scuotere in Lissone l'assenteismo della popolazione, interessandola alla lotta per la liberazione e a coloro che combattevano per ottenerla.


Lissone, Venerdì 16 giugno 1944
.

Da alcune ore i quattro partigiani lissonesi Remo Chiusi, Mario Somaschini, Pierino Erba e Carlo Parravicini, accusati dell’attentato in Corso Milano contro due militi fascisti (avvenuto in tarda serata di ieri), sono nelle mani dei nazifascisti: Erba e Parravicini sono presso la Casa del Fascio di Lissone (l’attuale Palazzo Terragni), Chiusi e Somaschini in Villa Reale a Monza.


Nell'ora di uscita degli operai dal lavoro, gli altoparlanti chiamano a raccolta la popolazione in piazza Ettore Muti (l'attuale piazza della Libertà) per assistere ad uno spet­tacolo. La gente, ignara di quanto stava per accadere, si ferma e s'infittisce in una sospettosa attesa. Ad un certo punto, dalla scalinata della Casa del Fascio scendono due giovani quasi inca­paci di reggersi in piedi per le torture subite: sono Pierino Erba (di 28 anni) e Carlo Parravicini di anni 23.
I due partigiani vengono messi davanti alla fontana e fucilati tra lo sgomento della popolazione.

L'incredulità e lo sbigottimento della folla attonita lasciano il posto all'orro­re ed al terrore ed in un attimo la piaz­za si svuota mentre altre raffiche di mitra solcano l'aria.

Ed inizia una sera impregnata di spa­vento, la gente si chiude nelle proprie case ed in paese sembra che il copri­fuoco sia calato in anticipo tanto le vie sono deserte: si sentono solo le scarpe chiodate delle ronde che perlu­strano le strade facendo scoppiare qualche bomba a mano o sventaglian­do contro l'acciottolato delle raffiche di mitra per il sadico gusto di intimidire maggiormente la gente.

L’indomani alla Villa Reale di Monza, Remo Chiusi e Mario Somaschini, entrambi ventitreenni, subiscono la stessa sorte dei loro amici.

Nei giorni seguenti anche Radio Londra nella trasmissio­ne "La Voce della Libertà" ricordava il tragico episodio esaltando il martirio dei quattro patrioti.
Finita la guerra, i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi furono celebrati il 13 Maggio 1945 nella chiesa di San Carlo.


A guerra terminata, sulla tomba a loro dedicata presso il cimitero urbano



i Lissonesi scrissero:

“libertà e umanità fu per questi martiri anelito di vita, insofferenza di tirannia, assassinati da piombo fascista e da sevizia nazista, lor giovinezza immolata è monito di pace e di giustizia, cittadini meditate ed imparate”.

 

 

L’anno successivo fu posta sul luogo della fucilazione una targa commemorativa in marmo, recante la scritta “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero  trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.

La cerimonia di inaugurazione avvenne alla presenza del Sindaco ing. Mario Camnasio (1946 - 1951).

 

La lapide commemorativa originaria, nel 2005, iniziati i lavori di riqualificazione di Piazza Libertà, è stata ricollocata al cimitero urbano.

 

Inoltre i dipendenti delle O.E.B. Officine Egidio Brugola, a ricordo dei loro colleghi, posero una lapide all’interno dello stabilimento in Via Dante.

Nel 1985, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, e la Direzione aziendale realizzarono un nuovo monumento in acciaio che reca la scritta ” “Gli operai di questo stabilimento pongono a ricordo dei loro compagni di lavoro SOMASHINI MARIO, ERBA PIERINO, CHIUSI REMO caduti per la libertà”. Ancora oggi nelle ore notturne viene illuminato, a perenne ricordo.

 

 

 







































Dopo il 25 Aprile 1945, la piazza principale della nostra città (Piazza Fontana per i lissonesi), per un breve periodo fu chiamata Piazza IV Martiri prima di assumere la denominazione attuale di Piazza Libertà. Nel corso del XX secolo la piazza, ha cambiato nome diverse volte: dapprima Piazza della Chiesa (per la presenza della vecchia chiesa), poi, dopo la I guerra mondiale, Piazza Trento e Trieste, in seguito, dal 1934 Piazza Vittorio Emanuele III, quindi Piazza Ettore Muti.

 

nella foto: I Maggio 1945 in Piazza IV Martiri.

Dal balcone di Palazzo Terragni, il socialista monzese Ettore  Reina parla ai lissonesi, attorniato dai membri della locale Sezione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale)


L’A.N.P.I. lissonese, mentre ricorda il sacrificio di questi quattro giovani concittadini, desidera dedicare anche un pensiero a tutti i lissonesi che in vari modi si opposero al fascismo. Vogliamo ricordare anche chi attuò la cosiddetta Resistenza silenziosa ed i cui nomi non sono riportati nei libri di storia o nei documenti ufficiali, chi lottò nelle file della Resistenza armata, chi fu internato nei campi di concentramento in Germania, tutti coloro che persero la vita perché anche Lissone divenisse una città libera e democratica.

16-giugno-2007.jpg documento originale sulla fucilazione di Pierino Erba e Carlo Parravicini 

documento originale sulla fucilazione di Remo Chiusi e Mario Somaschini

(i documenti sono l'esatta trascrizione degli originali conservati presso gli Archivi di Stato di Milano)

Vendredi 6 juin 2014 5 06 /06 /Juin /2014 11:39
Attilio-Mazzi.JPG  
27/4/1885     9/4/1945 a Mauthausen-Gusen
Lissone, 9 aprile 2014
Oggi desideriamo ricordare Attilio Mazzi che per il suo dichiarato antifascismo perse la vita. Dedichiamo queste brevi note a tutti i suoi parenti.
Ma ripercorriamo brevemente i fatti di quella domenica 25 luglio 1943.
Nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo, alle 3 del mattino viene approvato l'ordine del giorno presentato da Grandi (con 19 voti su 27); la fine del fascismo è decretata: Mussolini è messo in minoranza. Il Gran Consiglio ha provocato la caduta del regime.
Alle 17 Mussolini porta al re le decisioni del Gran Consiglio e viene informato che sarà sostituito a capo del governo dal generale Badoglio. Al termine dell'udienza Mussolini viene tratto in arresto.
25-luglio-STAMPA.jpg  
       corriere-sera.jpg
Il radiogiornale della sera (alle ore 22.45) informa gli italiani dell'accaduto.

Mazzi-Attilio.jpg
A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, ­arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi - un benestante milanese ma veronese di nascita, da tempo attivo in Lissone dove aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno e dove svolge una ben avviata attività di intermediazione e di rappresentanza di legnami con sede in Via Roma - sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo, come per salutare il nuovo spazio di libertà che finalmente sembrava schiudersi. Sfila nel centro del paese, percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del Fascismo.

Ma dopo la fondazione della Repubblica Sociale, il 22 febbraio 1944, la polizia arresta Mazzi davanti alla stazione, all'arrivo dalla sua abitazione di Milano. Rinchiuso nelle carceri di Monza, interrogato dalle SS, viene trasferito a San Vittore. Negli stessi giorni il suo magazzino di legnami di via Roma viene saccheggiato: da un momento all'altro la sua famiglia si trova senza più nulla, sul lastrico. Il 27 aprile 1944 Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, è internato nel campo di concentramento di

Fossoli (dove, il 12 luglio 1944, rischia di essere fucilato con Davide Guarenti), prima di finire i suoi giorni, per la fatica sul lavoro e gli stenti, nel lager di Mauthausen-Gusen. Da Fossoli 
undefined scrive una tenerissima lettera alla moglie: “... Qualunque cosa avvenga, tu dovrai essere fiera del nome che porto. Non mi sono mai pentito di essere stato, e lo sono sempre un vero italiano – lo dissi e lo ripetei ai miei inquisitori con testa alta. Ci tengo a ripeterlo perché tu un giorno lo possa dire …”. 
Desideriamo oggi ricordarlo per la sua forza d'animo e, raccogliendo il suo invito, ci impegniamo a far conoscere il suo sacrificio alle nuove generazioni.  Durante l’Amministrazione del sindaco Fausto Meroni, una via di Lissone è stata dedicata ad Attilio Mazzi. 
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Mercredi 9 avril 2014 3 09 /04 /Avr /2014 07:00

Arturo-Arosio.jpg   stella-brigata-partigiana-fronte.jpg   stella-brigata-partigiana-retro.jpg

 

«Quando il tuo corpo

non sarà più, il tuo

spirito sarà ancora più

vivo nel ricordo di

chi resta.

Fa che possa essere

sempre di esempio»

   (ultimo messaggio lasciato scritto sul muro

di una cella delle carceri di Via  Tasso

a Roma

da uno dei martiri delle Fosse Ardeatine)






 
Il 18 marzo 1945 veniva fucilato dai nazifascisti Arturo Arosio. 

Di anni 19. Nato a Lissone (Milano) il 24 maggio 1925, come molti altri giovani
risponde al bando Graziani di chiamata alle armi e si arruola nella Divisione alpina «Monterosa»; addestrato con i commilitoni a Münsingen, in Germania, sotto la diretta supervisione dei tedeschi, rimpatria nella seconda metà del 1944 ed è dislocato in un reparto di presidio nell'entroterra ligure. Valutata la situazione, diserta e si aggrega ai partigiani della Brigata «Centocroci» di La Spezia. Catturato durante un rastrellamento, viene processato per diserzione e condannato a 30 anni di reclusione, grazie alla difesa di un capace avvocato, Emilio Furnò, che riesce ad evitargli (seppure per poco) la fucilazione. La sera del 13 marzo 1945 due partigiani armati di rivoltella irrompono nell'abitazione del tenente della X flottiglia Mas Roberto Gandolfo (arruolato nella 5a Compagnia del Battaglione «Lupo») e lo uccidono insieme a suo padre. Per rappresaglia il Tribunale militare di Chiavari condanna a morte con rito sommario sei prigionieri (Arturo Arosio, Giuseppe Barletta Alessandro Sigurtà, Emanuele Giacardi, Luigi Marone e Mario Piana), prelevati il 18 marzo dalle carceri, condotti sul luogo dell'azione partigiana, in località «Villa Pino» di Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante), e fucilati da un plotone della 3a Compagnia della XXXI Brigata Nera «Generale Silvio Parodi» comandato dal tenente Giuseppe Barbalace. Per cinque di essi la fine è immediata; il sesto, Mario Piana, lasciato per morto, trascinatosi sul terreno riesce a raggiungere il vicino bosco, dove è ritrovato dopo alcune ore dai partigiani; ricoverato all'ospedale da campo di Santo Stefano d'Aveto, si spegne nel giro di pochi giorni per emorragia. Sul luogo della fucilazione, accanto alla casa della famiglia Gandolfo, un cippo ricorda i sei fucilati. La salma di Arturo Arosio è trasportata a fine maggio 1945 a Lissone, suo paese natale, per la celebrazione di solenni funerali partigiani. (tratto da “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945” a cura di Mimmo Franzinelli – Ed. Oscar Storia – marzo 2006 pag.87, 88 e 89)

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Lettera alla famiglia del 5 maggio 1944, scritta durante l’addestramento in Germania


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Tratte dalla pubblicazione “Le Brigate del Popolo” del 17 gennaio 1946 (pagg. 12 e 13)

ARTURO AROSIO 14ma Brigata del Popolo

Partigiano di fede, per il suo ideale sacrificò la vita. Dopo un lungo periodo di dura prigionia venne fucilato a Sestri Levante dai tedeschi, perche appartenente a formazioni partigiane.

Unico sentimento espresso nell’ultima lettera ai suoi cari l'orgoglio di morire per la sua Patria "Italia”.

Fucilato a Sestri Levante il 18 marzo 1945.





 







UNA LETTERA

Un glorioso caduto ebbe la 14.ma Brigata: il caporale Arturo Arosio, nome di battaglia “Tarzan”, fucilato il 18 marzo 1945 dai nazifascisti di Sestri Levante. Ad illustrare la figura di “Tarzanogni nostra parola sarebbe vana per cui ci rimettiamo alla sua penna pubblicando stralci della lettera scritta poco prima di essere condotto alla fucilazione.

 

Chiavari, 16 marzo 1945

Cara mamma. Carletto, Antonio, Bruno, Angelina, Ernestina, Luigia e il cognato Luigi, Zii, Zio, parenti, cugini e cugine, amici.

Eccomi a Voi con questo ultimo mio scritto primo di partire per la mia sentenza, io muoio contento di aver fatto il mio dovere di vero soldato e di vero italiano; cara mamma sii forte che io dal cielo pregherò per te; sei stata l'unica consolazione, hai sofferto tanto per me e soffrirai ancora dopo la mia morte? Cara mamma io pregherò tanto per te e per i fratelli e sorelle!

Cari fratelli e sorelle, siate orgogliosi di aiutare la mamma e sopportare la sua pesante croce che dovrà portare in alto dei cieli. Mamma non piangere per me, pensa che tu mamma nell’altra guerra, hai avuto un fratello caduto al fronte, e io vado a raggiungerlo la dove godrò un'altra vita felice e beata, dove ci sarà un altro tribunale davanti a Dio onnipotente, là dove ci sarà finalmente giustizia per quelli che hanno fatto del bene o del male.

Cara mamma, fratelli e sorelle, nel momento della mia morte, invocherò e pregherò per voi, pregherò il Signore perché vi benedica e vi tenga sani in una lunga vita di pace e felicità. Miei cari fratelli ricordatevi di me nelle vostre povere preghiere, credo che tutto il male che vi ho fatto, me l'avrete perdonato; scusatemi se vi ho fatto arrabbiare e perdonatemi di tutto.

Al mio caro Carletto, che tutti giorni facevo impazzire credo che mi perdonerà di tutto il male che gli ho fatto, per le volte che l'ho fatto piangere? Mi perdoni?

Ai miei cari fratelli Anselmo e Bruno, per fare che aiutino la mamma e sia ubbidienti e laboriosi, ricordino che il loro fratello è stato processato e dopo fucilato nella schiena.

Alle care sorelle Ernestina, Angelina e Luigia perché mi perdonino e preghino per me, che io pregherò per loro quando salirò in cielo.

Alla mia cara mammina che tanto piangeva per me, mamma sii forte a sopportare questo tremendo delitto, che Dio pense a maledire questi uomini senza fede e senza speranza in Dio. Dio non paga solamente al sabato, ma paga tutti i giorni. Fate bene fratelli, che il tempo passa e la morte s’avvicina.

Vi mando i miei ultimi saluti e baci, tanti bacioni a te mamma, baci a voi cari fratelli, Carlo, Anselmo, Bruno, baci alle mie care sorelle Angelica, Ernestina, Luigia e Luigi.

Vostro fratello Arturo.

 

Tuo figlio ti manda tanti baci, tanti saluti; ci rivedremo in cielo.

Arturo, ciao mamma mia.

 

Salutami la zia Vittorina, Viola, Salvatore, lo zio Giuseppe, la zia Agnese, Arturo, Teresina, Arcangelo, Maria Adelaide, zia Giovanna e tutti i suoi figli, lo zio Alessandro, zia Paolina, Alfonso, sua moglie e i suoi figli, Arturo e tutti gli altri parenti che non ricordo più.

Baci a tutti, ci rivedremo in cielo, Ciao, ciao, ciao.

Mamma, miei fratelli e sorelle, pregate per me. Baci, baci, baci.

Vostro Arturo.

 

Un inutile commento sciuperebbe la piena di commozioni e sentimenti che suscita la lettura di questa lettera, sono parole semplici di un'anima semplice che va a presentarsi a Dio, conscia di aver fatto null'altro che il proprio dovere.

Ed in pochi minuti prima di morire ecco il suo nobile post scriptum alla lettera.

 

Chiavari, 18 marzo 1945.

Cara mamma,

sii forte che io vado a trovare il caro e amato papà e tutti i nostri cari morti. Baci, baci, baci.

Saluti a tutti i nostri cari parenti. Ciao mamma, fratelli e sorelle.

Vostro Arturo - Ciao. 


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funerali-a-Lissone-del-partigiano-Arturo-Arosio-nome-di-battaglia-Tarzan.jpg
































Arturo era credente: a lui dedichiamo la «Preghiera del partigiano»:


"Signore, ca
la la notte sui monti, ed io elevo a Te la mia preghiera. Tu che leggi nel cuore degli uomini, ascolta questa voce. Benedici la mia casa lontana, coloro che in ansia attendono il mio ritorno.

Benedici i compagni che vegliano in armi, fa' che l'occhio sia vigile, pronta la mente, salda la volontà.

Benedici la gente d'Italia, i fratelli che soffrono, perché dalle loro pene fiorisca la libertà, ritorni il regno della giustizia.

Accogli nel Tuo mondo di luce i nostri Morti, rendimi degno del loro sacrificio.

Fa' che ogni mio gesto, ogni pensiero, sia puro come le nevi, guarda con misericordia alle mie colpe.

Benedici l'Italia, o Signore, benedici coloro che nel suo nome operano e combattono.

Così sia".

 


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Il cippo in località Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante) che ricorda i partigiani caduti tra cui Arosio Arturo 


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Il Comune di Lissone nel decennale della Liberazione


Arturo Arosio aveva tre fratelli e tre sorelle. Abitavano in Via Crippa a Lissone. Nella foto degli anni ’30, Arturo è il primo a destra.

 

 


Due sono stati i processi cui è stato sottoposto Arturo Arosio dopo la sua cattura, il secondo dei quali è stato una vera e propria farsa: una sentenza scontata, pronunciata, nel pomeriggio del 18 marzo 1945 dopo un processo con rito sommario, da giudici militari del Tribunale di guerra della “Monterosa”, giudici succubi del regime tirannico della Repubblica Sociale Italiana, ormai con i giorni contati, e sotto la minaccia delle Brigate Nere.
Emilio Furno, uno dei tre avvocati difensori che con le loro arringhe hanno tentato di evitare la condanna alla fucilazione dei sei partigiani rinchiusi nel carcere di Chiavari, così scrive:

Chiavari, 18 marzo 1945.
Oggi al tramonto, in S. Margherita di Fossa Lupara, Brigate Nere hanno eseguito la sentenza di morte contro un gruppo di Partigiani, pronunciata nel pomeriggio dal Tribunale di Guerra della «Monterosa». Oggi la morte ha stroncato la giovinezza di altri nostri fratelli.
La sera cade sui corpi insanguinati di Barletta Giuseppe, Piana Mario, Marone Luigi, Arosio Arturo, Sigurtà Alessandro, Giaccardi Emanuele.
Come erano giovani!
Barletta, Piana, Arosio, Giaccardi vent'anni. Marone ventuno. Sigurtà ventidue.
Pesa su di me un'invincibile angoscia, fatta di avvilimento e d'ira.
Ho lasciato il Tribunale piangendo né mi· son dato pena di·nascondere le lacrime ai Giudici militari, silenziosamente raccolti sulla scalinata di Villa Navone. Ma non serve a nulla il piangere! Sottolinea soltanto la mia impotenza. E non solo la mia. Quando finirà questa guerra fratricida?
Rolando Perasso, Giovanni Trucco, fraterni compagni nella dolorosa via che essi stessi mi hanno esortato a percorrere, sono stati fino a tardi con me. Rolando ha detto poche parole, vincendo la sua pena di uomo con l'accettazione del combattente. Più loquace Trucco, con il quale ho spartito la fatica e la difesa e che oggi ha pronunciato un'orazione ardente e coraggiosa.
Caro Giovanni! Ricorderò sempre quello che hai detto oggi in Tribunale. Ed i pallidi volti dei giudici.
Domani, forse, sembrerà nulla, sembrerà naturale, ma oggi ci vuole molto coraggio a dire certe cose! Trucco ha detto che voleva portare in aula la voce e l'ammonimento del popolo, assente, ma presente. E ha portato questa voce, chiedendo la liberazione dei giovani con estrema energia.
Il vecchio alpino non ha avuto peli sulla lingua. Trucco ed io abbiamo speso tutte le nostre forze. Qualcosa abbiamo ottenuto. Gli imputati erano dieci. Quattro hanno avuto salva la vita. Ma non basta al nostro cuore. Ho negli occhi i sei condannati.
Piana Mario, ancora ferito al viso, calmissimo. Affrontava risoluto il suo ultimo combattimento. Marone Luigi aveva conservato, ancor dopo la condanna, la sua ligure compostezza. E dalla scalinata del Tribunale guardava il sole, alto nel cielo. Barletta, Arosio, Sigurtà, Giaccardi hanno saputo vincere il tremito della carne. Tutti intorno a me, prima di salire sulla corriera, che li avrebbe portati a S. Margherita di Fossa Lupara. Che sforzo a non piangere davanti ad essi. Marone mi ha consegnato il portafoglio, ricordo per il padre. Lo apro questa notte. V'è la sua fotografia, un'immagine di S. Antonio, una moneta abissina.
La mia angoscia aumenta. Aumenta la mia solitudine. … E' ancora guerra.
Eppure la primavera si è già affacciata sull'appennino e guarda dolce il ligure mare. Ma la primavera non ferma il destino. Avv. Emilio Furno (da “Storia della Divisione Garibaldina «Coduri» di Amato Berti e Marziano Tasso Seriarte Genova 1982)

In corriera i sei partigiani, tra cui Arturo Arosio, vengono portati da militi delle Brigate Nere a Santa Margherita di Fossa Lupara, frazione di Sestri Levante.

Su un dosso tra viti ed ulivi, a poca distanza dal mare, in un paesaggio che suscita sentimenti di pace e di tranquillità in chi oggi raggiunge il luogo, avviene la tragedia.


 

Nel silenzio della natura, siamo stati anche noi oggi, muti, sul posto dove un cippo ricorda i sei partigiani fucilati: Arturo è il primo della lista.


Abbiamo trovato dei fiori freschi che gli amici dell’ANPI di Sestri Levante avevano appena deposto. Poi abbiamo scambiato delle parole con gli attuali proprietari del terreno su cui avvenne la fucilazione: a noi, nati con la Costituzione repubblicana, in un Paese libero, hanno raccomandato di far conoscere ai giovani ciò che è stato. E' un impegno che ci proponiamo di mantenere.

 

Vendredi 28 mars 2014 5 28 /03 /Mars /2014 06:00
Il 16 agosto del 1918 nasceva a Lissone Mario Bettega. Calciatore biancoblu della ProLissone, di grande talento, operaio della Breda, antifascista, impegnato nella Resistenza, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945 moriva nel lager di Mauthausen.
 
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Mario Bettega     16/8/1918      19/3/1945 a Mauthausen

 

Dopo l’8 settembre 1943 la Resistenza armata dei partigiani in montagna e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica nelle città, aveva bisogno di armi, che arrivavano attraverso vari canali tra cui le fabbriche di armi, soprattutto dalla Breda.

Nell’autunno 1943, proprio mentre trasportava su un motocarro un carico di armi quasi totalmente trafugato dalla Breda, il monzese Enrico Bracesco fu arrestato e ferito (internato politico quale elemento molto pericoloso e uno degli organizzatori degli scioperi del marzo '43 alla Breda di Sesto S. Giovanni; anche lui finì a Mauthausen e poi a Hartheim da dove non tornò più).

Mario Bettega era un suo compagno di lavoro. Riforniva con qualche pacco di otturatori e caricatori, di provenienza dallo stesso stabilimento sestese, un abile artigiano metalmeccanico lissonese, Luciano Donghi, comunista ed ex operaio della Breda (a lui era stata dedicata la Sezione lissonese dei Democratici di Sinistra), che a sua volta s’ingegnava a riparare armi quando addirittura non le costruiva. Luciano Donghi costruiva anche piccole bombe che richiudeva nelle scatolette per la carne in conserva. Queste “scatole esplosive” venivano custodite in una fabbrica produttrice di carne in scatola (la Montana), nei cui pressi il Donghi aveva il suo laboratorio clandestino.

Mario Bettega era un noto e apprezzato calciatore della ProLissone.

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Formazione della ProLissone alla fine degli anni ’30. Mario Bettega è il quarto da destra.
 

Con le sue conoscenze tra i giovani che frequentavano la società sportiva, svolgeva un gran lavoro per sostenere ed estendere l’attività resistenziale, oltre ad aiutare gli sbandati.

Mario Bettega e Luciano Donghi avevano contatti con il movimento clandestino locale e le SAP, oltre che con i gruppi partigiani della Valsassina e della Valtellina.

Purtroppo Mario Bettega cadde presto nelle mani dei repubblichini, scoperto mentre trasportava un pacco di otturatori e caricatori provenienti dallo stabilimento sestese della Breda, che servivano, come detto, ad alimentare la produzione clandestina del Donghi.

Dal carcere di San Vittore di Milano, nel novembre 1943 in seguito ad atti da sabotaggio della produzione da parte degli operai della ditta Caproni (la Caproni costruiva biplani e triplani da bombardamento), definiti "fatti ostili alle forze germaniche di occupazione", viene deportato.
Come altri antifascisti arrestati, fu trasportato, dentro un vagone piombato, fino a Mauthausen (vicino a Linz, in Austria), campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro, uno dei più terribili lager nazisti, dove i prigionieri dovevano fare fronte a condizioni di detenzione inumane e lavorare come schiavi nelle cave. Gli italiani deportati qui furono più di 8.000.
Mario Bettega vi morì, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945.
 

LA CANZONE DI DACHAU di Soyfer Yura (traduzione di Franco Fortini).

Reticolati armati di morte

il nostro mondo hanno accerchiato:

martella gelo e sole dannato,

dall'alto, un cielo senza pietà.

Troppo è lontana ogni gioia da noi.

Lontana la Patria, lontane le donne,

quando a migliaia di bigie colonne

muti nell'alba al lavoro si va.

Ma il motto di DACHAU noi lo sappiamo a mente.

Duri come l'acciaio noi si diventerà.

Compagno, sii un uomo.

Compagno, resta umano.

Dura fino alla fine.

Sotto, compagno, dai!

Lavoro è libertà.

Strascica i massi, spingi i carrelli,

non sia mai troppa la pena per te.

Non resta nulla, più nulla non c'è

di quel che eri ai tuoi giorni lontani.

Pianta il piccone, che scava in profondo,

e seppellisci là in fondo il dolore.

Muta te stesso, nel lungo sudore,

in ferro e in sasso, più forte del mondo.

Ma griderà la sirena un mattino:

« In piedi, fuori, per l'ultimo appello! »

Certo, quel giorno, compagno, dovunque

tu sia, per tutti la gioia verrà.

Incontro al sole, dov'è libertà,

colmo di allegro coraggio tu andrai.

E questo nostro lavoro, vedrai,

buono, quel giorno, compagno, sarà ...

mauthausen.jpg

Via-Mario-Bettega.jpg  lager.jpg

Nel 1963, l’Amministrazione Comunale con sindaco Fausto Meroni, ha dedicato a Mario Bettega una via di Lissone.

Mercredi 19 mars 2014 3 19 /03 /Mars /2014 06:00

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Oggi lo ricordiamo.
 12.4.1894 Lissone (Mi) – 12.3.1945 Flossenbürg

 

Nato a Lissone il 12/4/1894, da Ambrogio e Galimberti Giuseppina.

Sposato con Dassi Alessandrina Bice il 5 maggio 1921.

Professione: falegname ebanista.

Comunista, cinquantenne, viene arrestato a Monza nei primi giorni di marzo 1944 e portato nel carcere di Monza. Il 20 marzo 1944 è trasferito a Milano nel carcere di San Vittore. Da qui viene inviato al campo di Fossoli (MO) il 9 giugno 1944 per poi essere mandato, nei primi giorni di agosto 1944, nel lager di Bolzano. Durante il trasporto in treno da Bolzano al lager nazista di Flossembürg, il 18 dicembre 1944, a Vipiteno riesce a fuggire insieme a dieci compagni di sventura (7 sono operai delle industrie di Sesto San Giovanni). Sfortunatamente sono ripresi a Bressanone e rinchiusi nel carcere locale, dove rimangono per qualche giorno, per poi essere nuovamente trasferiti al campo di Bolzano.

Con un nuovo trasporto sono portati a Flossembürg, lager “di frontiera”, situato nel nord-est della Baviera vicino al confine con la regione dei Sudeti, luogo di “sterminio attraverso il lavoro”. Come negli altri lager era in funzione il forno crematorio.

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Ambrogio Avvoi, triangolo rosso di deportato politico, è registrato con numero di matricola 43841. Per il suo tentativo di fuga gli viene riservato un “trattamento particolare”.  
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Muore l’8 marzo 1945. 
Il lager fu liberato il 23 aprile 1945.

 

Nel cimitero di Lissone una lapide lo ricorda.   

 

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Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, ha dedicato ad Ambrogio Avvoi una via di Lissone.

 

 

 

Dati forniti dall’ANED

Mercredi 12 mars 2014 3 12 /03 /Mars /2014 06:00

Nei giorni di calma, come erano belle le serate, tutti uniti a cantare le nostre canzoni, a scherzare, a ridere.

un giovane partigiano diciottenne 

  

 Ercole Galimberti 

Ercole Galimberti, nome di battaglia "Balilla"   

  

 

Come Attilio Meroni, anche Ercole Galimberti, nato a Lissone il 9 aprile 1926, abitante in Via don Minzoni, decide di non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale di Mussolini, maturando la scelta di unirsi alle forze partigiane in montagna. Viene indirizzato verso il Piemonte dove è in continuo aumento il numero di partigiani. Ormai le loro azioni si susseguono una dietro l’altra: sono combattimenti locali, trasporto di armi e stampa clandestina, sabotaggi alle macchine nemiche lungo le autostrade, scritte murali, lanci di manifestini in città, scorta alle frontiere dei prigionieri alleati sbandati nel nostro territorio e degli antifascisti che, essendosi troppo esposti, sono ricercati attivamente dalla polizia tedesca e fascista. Ercole Galimberti opera in Val di Susa, con il nome di battaglia di "Balilla".

Entra a far parte della 42a Brigata Garibaldi "Walter Fontan", comandata da Alessandro Ciamei, nome di battaglia "Falco", a sua volta inquadrata nella III Divisione Garibaldi ''Piemonte".

Dalla Val di Susa passa la linea ferroviaria che, tramite il traforo del Frejus, collega Torino e il Nord Italia con l'Europa centro-settentrionale, permettendo così all'esercito tedesco di ricevere rifornimenti. Diventano di fondamentale importanza le azioni partigiane di sabotaggio. Nonostante gli sforzi dei tedeschi per presidiare il percorso dei treni, in particolare tra l'inverno del 1944 e la primavera del 1945 è un susseguirsi di sabotaggi contro tralicci, binari, ponti.

Il 16 febbraio 1945, nella zona di Chianocchio, piccolo paese a dieci chilometri da Susa, le basi della 42a Brigata Garibaldi sono oggetto di un attacco nazifascista.

In un combattimento presso Pavaglione, frazione montana di Chianocchio, Ercole Galimberti viene catturato. Insieme ad altri partigiani della Brigata caduti nelle mani dei nazifascisti, viene portato in stato di arresto a Bussoleno e qui detenuto.

Il 24 febbraio, in uno scontro tra partigiani e truppe tedesche, rimane ucciso un soldato tedesco, mentre continuano le azioni di sabotaggio da parte dei partigiani: i binari dell’importante linea ferroviaria che attraversa la Val di Susa vengono fatti saltare in due tratti nelle vicinanze del comune di Coldimosso.

Per rappresaglia, il Comando tedesco ordina la fucilazione di cinque partigiani detenuti, tra cui Ercole Galimberti. Informati del loro tragico destino, vengono condotti da un plotone tedesco da Bussoleno verso il centro abitato di Coldimosso.  L’esecuzione avviene il 9 marzo 1945, alle 16,30, in un prato adiacente la centrale elettrica.

Esattamente un mese dopo, Ercole, "Balilla", avrebbe compiuto diciannove anni. Mancano quarantacinque giorni alla Liberazione dell’Italia: la guerra per i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica Sociale è ormai persa, ma la loro violenza continua.

comunicato fucilazione Ercole Galimberti 

manifesto del Comando tedesco che informa dell’esecuzione dei cinque partigiani

 

 

Banditen era il nome con cui i nazisti chiamavano i partigiani nei manifesti rivolti alla popolazione civile. «Achtung Banditen!» era il cartello che veniva appeso nelle campagne e nelle zone in cui più forte era la presenza dei gruppi resistenziali, e che spesso veniva anche appeso al collo dei partigiani catturati e impiccati.

Il comandante della Brigata partigiana, “Falco”, e il commissario politico, nome di battaglia “Ugo”, nel rapporto redatto il giorno seguente la fucilazione per il Comando della III Divisione Garibaldi “Piemonte” (il documento originale è conservato negli archivi dell’ Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” di Torino) così scrivono:

Relazione istoreto

«Arrivati in località Coldimosso (Susa) i cinque Patrioti vengono allineati in un prato … La popolazione subito intuisce ... atterrita si ritira nelle proprie abitazioni» ... «i Patrioti vengono trucidati». Dopo la fucilazione «viene ordinato alla popolazione», di portare, «entro due ore», i corpi dei cinque partigiani al cimitero di Susa e seppellirli «in un'unica fossa, senza cassa e cerimonia alcuna». … Poco dopo «alcuni si avvicinano … sono due giovani ragazze della frazione che caricano le cinque salme sopra un carro …   e si avviano verso il cimitero di Susa». Come ordinato dai tedeschi, i cinque corpi sono deposti in una fossa comune. Più tardi alcuni abitanti del luogo «sotto la loro personale responsabilità, li rimuovono», e li seppelliscono in cinque bare coprendo le loro tombe di fiori.

A Coldimosso, sul luogo dell’esecuzione, una lapide li ricorda.

lapide Ercole Galimberti lapide Ercole Galimberti 2 lapide Ercole Galimberti 3

 

Il corpo di Ercole Galimberti, nel maggio 1945, fu trasportato a Lissone e sepolto con gli altri partigiani lissonesi fucilati.

Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, gli ha intitolato una via.

via-Ercole-Galimberti.jpg

 


Bella ciao

Bella Ciao è una delle canzoni più conosciute. Durante la Resistenza veniva cantata da alcuni gruppi di partigiani dell’Emilia Romagna.

 

Una mattina mi son svegliato

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

una mattina mi son svegliato

e ho trovato l'invasor.

 

O partigiano, portami via

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

o partigiano, portami via,

che mi sento di morir.

 

E se io muoio da partigiano

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e se io muoio da partigiano

tu mi devi seppellir.

 

E seppellire lassù in montagna,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

seppellire lassù in montagna,

sotto l'ombra di un bel fior.

 

E le genti che passeranno,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e le genti che passeranno

mi diranno: " Che bel fior ".

 

È questo il fiore del partigiano,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà.

 

 


 

in memoria di Ercole Galimberti, partigiano lissonese

 

Dimanche 9 mars 2014 7 09 /03 /Mars /2014 08:00

Oggi ricordiamo:
Cassanmagnago Ferdinando, nato a Lissone il 2/06/1924 e morto a Dachau il 9/03/1945.

La sua mamma si chiamava Rivolta Maria; era nata a Lissone il 3/05/1896.


Ferdinando fu arrestato a San Remo (probabilmente nel marzo del 1944). Trascorse un periodo in vari carceri italiani per poi essere trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Con un trasporto che partì il 5 ottobre 1944, con altri 490 deportati, giunse il 9 ottobre nel lager Dachau, nelle vicinanze di Monaco. Gli venne assegnata la matricola 113259.

Il campo di concentramento di Dachau è stato il primo istituito «ufficialmente» dal regime nazista, poche settimane dopo la presa del potere in Germania. Trattandosi di un campo a prevalente presenza di prigionieri politici, fu un "campo modello" nel quale furono sperimentate e messe a punto le più raffinate tecniche di annientamento fisico e psichico degli avversari politici. Il Lager fu sovraffollato al limite tale che tre persone dovevano dormire nello stesso letto, servirsi degli stessi impianti igienici, dividere il poco e pessimo cibo. I prigionieri venivano stroncati dalla fatica.

 

 

Nei primi tempi i prigionieri erano destinati alle opere di completamento delle installazioni del campo, in lavori stradali e di sistemazione del territorio intorno al campo. Poi essi furono distaccati presso varie imprese appaltatrici delle forniture di materiali per impiego bellico, che si erano nel frattempo installate nella zona.

 

 

A Dachau furono registrati a turno circa 200.000 deportati (di cui oltre 10.000 italiani). Il 29 aprile 1945 gli Americani che liberarono il campo contarono 31.432 persone, più altre 36.246 presenti nei sottocampi e distaccamenti. L'anagrafe del campo ha registrato circa 45.000 decessi, ma questa è sicuramente una cifra inferiore alla tragica realtà di Dachau. (fonte A.N.E.D.)

Ferdinando Cassanmagnago morì dopo cinque mesi dal suo arrivo nel lager di Dachau. Aveva solo vent'anni.
Non abbiamo una sua fotografia.


(fonte
A.N.E.D. Sesto San Giovanni)


"lo qui
chiusa da

filo spinato e lassù

la bianca bianca nuvola

che verso casa va

 

lo qui chiusa da

reticolati e poi

sarò una bianca nuvola

che a casa tornerà "

 

AUSCHWlTZ '45

(Ursuia-Budka Suilera- Traduz. L.Settimelli)

(Da “I canti dei Lager”: composizione scritta per "non dimenticare". È polacca e descrive i pensieri di una ragazzina di fronte al forno crematorio.)

 

Dimanche 9 mars 2014 7 09 /03 /Mars /2014 07:59
 Lissone li onora e li ricorda

 

caduti lissonesi

 

 

 

Morti fucilati dai nazifascisti:


AROSIO ARTURO

 

24/05/1925

18/03/1945

Sestri  Levante


CHIUSI REMO

 

19/07/1920

17/06/1944

Monza


ERBA PIERINO

 

10/06/1916

16/06/1944

Lissone


GALIMBERTI ERCOLE

 

9/04/1926

9/03/1945

Susa


GUARENTI DAVIDE

 

5/11/1907

12/07/1944

Fossoli


MERONI ATTILIO

18/06/1925

10/06/1944

Valdossola



PARRAVICINI CARLO

 

16/10/1920

16/06/1944

Lissone


SOMASCHINI MARIO

 

17/04/1921

17/06/1944

Monza

 

Morti in campi di concentramento:

 

 

 


AVVOI AMBROGIO

 

12/04/1894

12/3/1945

Flossemburg


BETTEGA MARIO

 

16/08/1918

19/3/1945

Mauthausen


CASSANMAGNAGO FERDINANDO


2/06/1924


9/03/1945


Dachau

12/02/1911

      24/04/1945

  Buchenwald


DE CAPITANI DA VIMERCATE GIANFRANCO

4/02/1925

5/12/1944

Ebensee


FUMAGALLI ALDO

 

26/09/1921

24/09/1944

Salza/Dora


MAZZI ATTILIO

 

27/04/1885

9/4/1945

Gusen

 

E come potevamo noi cantare,

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze,

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lieti al triste vento.

(Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo)


 

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

Resistenza

(Ora e sempre Resistenza di Piero Calamandrei)

 

Dimanche 27 janvier 2013 7 27 /01 /Jan /2013 07:00

Erino Casati

Erino Casati, combattè per la libertà nella guerra partigiana che arse sui monti nei piani nelle città d’Italia contro i nemici all’umanità e alla Patria”

firmato i Comandanti del Corpo Volontari della Libertà, Ferruccio Parri, Luigi Cadorna, Luigi Longo, Giambattista Stucchi, Enrico Mattei, Mario Argenton.

brevetto partigiano Erino Casati firme comando generale CVL

Il Corpo Volontari della Libertà, (CVL) costituitosi a Milano il 9 giugno 1944 è stato la prima struttura di coordinamento generale dei partigiani ufficialmente riconosciuto sia dagli Alleati che dal Governo italiano.

 

Erino Casati fu uno dei giovani lissonesi che aderirono alla Resistenza e che diedero il loro valido contributo nella lotta per la liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista; per questo ha avuto dalla Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica la qualifica di “partigiano combattente per la Lotta di Liberazione”. 

commissione riconoscimento partigiani

 

Era nato il 28 marzo 1924 a Brugherio, da Carlo e Irene Castelli.

Erino e il fratello Bruno erano conosciuti a Lissone come “i Casati de la Rutunda”. La Rutunda” era un quartiere a sud del centro abitato di Lissone, al confine con Monza.

Quando Erino nasce mancano, in Italia, 10 giorni al voto: le elezioni si svolgono, infatti, il 6 aprile. 1924

Il fascismo, ormai padrone delle piazze e del Governo, non tollerava di essere ancora in minoranza in Parlamento. Si ricorse allora ad una legge liberticida, preparata da Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La «Legge Acerbo», attribuendo la maggioranza assoluta alla lista che avrebbe raccolto il venticinque per cento dei voti, garantiva al fascismo mano libera anche alla Camera dei Deputati. Il comportamento preelettorale dei partiti democratici favorì i piani dei fascisti. Questi accolsero nelle loro liste, il cosiddetto «listone», anche esponenti di altri movimenti, indebolendo così gli avversari, mentre per questo ultimo simulacro di competizione elettorale i vari gruppi politici divisero le loro forze. Ma i fascisti non intendevano affidare la loro sorte alla libera volontà dei cittadini e, durante la campagna elettorale, intimidirono gli avversari con una serie di violenze: così l'opposizione fu imbavagliata ovunque. Si votò in un clima di intimidazione e i risultati non smentirono le previsioni. Furono eletti 374 candidati del listone, mentre l'opposizione, che si era presentata divisa, ne ottenne meno della metà. Era il frutto non di una libera votazione ma di una campagna di sopraffazioni e di violenza.

E a Lissone?

I sostenitori della lista Nazionale che aveva per simbolo il fascio littorio e per capolista Benito Mussolini, pubblicano alla vigilia delle elezioni del 1924 un foglio dal titolo “Vai là, che vai bene ...”.

1924 foglio del fascio lissonese 1924 dal foglio del fascio lissonese

Il giornale pubblicato dai fascisti lissonesi 

L’arroganza preelettorale dei fascisti lissonesi fu punita dalle urne: la lista Nazionale fu solo quarta dopo i popolari, i socialisti e i comunisti.

Dal settembre 1923, l’amministrazione comunale straordinaria era affidata al commissario prefettizio Alfonso Campanari, a cui subentrò, il 19 settembre 1924, in attesa di una ordinaria amministrazione, il commissario prefettizio Carlo De Capitani da Vimercate.

1924 manifesto commissario Carlo De Capitani commis prefettizio 09 1924

 

La famiglia di Erino era composta, oltre che dal padre Carlo e dalla madre Irene, dal fratello Bruno, maggiore di due anni; abitava in una cascina in territorio del Comune di Monza al confine con Lissone. Nel 1926, si trasferisce in una villetta “CASA IRENE” in Via Trieste, a Lissone. I figli crescono in una famiglia in cui si respira aria di opposizione al regime fascista. Erino frequenta le scuole elementari di Via Aliprandi, a Lissone, e le scuole professionali di avviamento al lavoro a Monza.

  Casa Irene r  Casa Irene 1926 r

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Lissone contava circa 16.000 abitanti.

Piazza Libertà panorama

 

La guerra fu dichiarata il 10 giugno del 1940 e con essa arrivarono le prime direttive richieste dalla nuova condizione del Paese, alle quali Lissone si adeguò con l'adozione del razionamento. Contemporaneamente furono incoraggiati gli allevamenti domestici (pollame, conigli e piccioni) e nacquero i primi orti di guerra. Così il piazzale IV Novembre, posto di fronte alle scuole Vittorio Veneto, divenne un ampio campo di grano.

Nel febbraio del 1942, poi, alla requisizione delle campane di bronzo della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo, seguì la raccolta del rame. Di sera, l'oscuramento a causa dei bombardamenti aerei sconsigliava di uscire di casa. Durante la notte del 21 marzo 1942, in paese ci fu un allarme aereo. Negli stessi giorni, tra le prime manifestazioni di protesta in provincia di Milano, vi fu lo sciopero di 40 operaie lissonesi delle officine meccaniche Cesare Bosi di Via Piave.

Bosi.jpg

 

Il 1 marzo 1942 (secondo anno di guerra) in Italia era stata ridotta la razione di pane a 150 grammi pro capite. Il tesseramento del pane portò quasi immediatamente alla quasi totale sparizione dal mercato della farina. Quello che avviene per la farina, si era già verificato per gli altri generi razionati: pasta, riso, farina di granoturco, carni, uova, grassi, zucchero.

Il razionamento tendeva a coprire una parte del fabbisogno, assicurando mediamente poco più di 1000 calorie giornaliere. Per arrivare a circa 2000 calorie la popolazione non poteva fare altro che ricorrere al mercato nero. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari reperibili al mercato nero era talmente consistente da risultare spesso proibitivo per le famiglie operaie e quelle a reddito fisso.

Gli operai reggono con difficoltà la fatica di dieci ore di lavoro al giorno con la malnutrizione determinata dal razionamento.

carta annonaria

La vita delle operaie è dura: la paga è di gran lunga inferiore a quella degli uomini e il lavoro in fabbrica è spesso pesante, tuttavia, esse possono contare sulla sicurezza di un salario, anche se, finito il turno di lavoro, ritornano ad essere casalinghe, che si devono improvvisare sarte per adattare abiti usati e trarne cappotti, gonne e pantaloni per i ragazzi; devono diventare magliaie, disfare vecchie maglie e golf per trasformarli in sciarpe, calze, golfini. Con il salario o lo stipendio del marito, se c’è, se non è in guerra, bisogna comperare al mercato nero i generi alimentari per integrare le misere razioni distribuite con le tessere. Ogni giorno bisogna “inventare” una minestra o qualche altro piatto se la pasta o il riso tesserati sono finiti. Ma se manca la legna o il carbone da mettere sulla stufa, come si può cucinare un pasto caldo?

Lo sciopero delle 40 operaie lissonesi dura dalle 8 del mattino fino alle 14, secondo il rapporto dei Carabinieri di Desio al prefetto (AS Milano, Pref., II vers, cart. 243). 

classe 1924

 

I coscritti della classe 1924 in posa per la tradizionale fotografia sui gradini della chiesa prepositurale di Lissone. Il loro motto “Tremerà mare cielo e terra ma non il 24 in guerra” è emblematico dei tempi.

Una legge del 1934 aveva introdotto la pratica e la cultura militare nella scuola, obbligatorie per i ragazzi a partire dagli 8 anni: nel programma scolastico l’istruzione premilitare e militare erano diventate materie fondamentali di studio. Il regime, che fin dalla scuola primaria tentò di inculcare nei ragazzi ideali bellicosi “credere, obbedire e combattere” o “libro e moschetto, fascista perfetto” e altri slogan, fallì perchè vent’anni di oppressione fascista sboccheranno non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale: la scelta di una libertà e di una democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

Erino Casati, diciottenne, il 16 ottobre 1942, è chiamato al Distretto di Monza per la visita militare.

Come risulta anche dalle caratteristiche riportate nel foglio matricolare, è un bel ragazzo, di statura media, fronte alta, colorito roseo, occhi e capelli castani. Di professione fa il meccanico inizialmente presso le Officine Egidio Brugola di Lissone, poi alla Falck di Sesto San Giovanni, dove già lavorava suo padre. È molto bravo nella riparazione di biciclette.

Novembre 1942, a Lissone, una maestra di quinta elementare scrive sul “Giornale della classe”: «Continuano le incursioni nemiche sulle nostre città. Sovente, durante le lezioni, il segnale di allarme ci costringe a sospenderle per trovare rifugio nel ricovero della scuola. Il nostro paese finora è stato risparmiato». Una postazione antiaerea era in funzione, al confine con Monza, nei pressi della frazione Cazzaniga. Avvicinandosi Natale, le scuole vengono chiuse il 21 dicembre e non riapriranno che il 16 febbraio (quasi due mesi di chiusura per risparmio di combustibile).

Alla fine del 1942, la quasi totalità dell'Europa continentale era caduta sotto la dominazione tedesca. Dalla punta della Bretagna ai monti del Caucaso, dall'estremità artica della Norvegia alle sponde del Mediterraneo, Berlino dominava incontrastata. In tre anni la Germania nazista si era costruita un «impero» che pretendeva di far durare più di mille anni.

Gli sfollati a Lissone portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese. Nel marzo del 1943 sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale, che videro la partecipazione anche degli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell'Alecta (500 dipendenti), e che contribuirono attivamente alla crisi delle istituzioni, crisi che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

Nonostante i divieti e il rischio di severe sanzioni, non pochi erano coloro che di nascosto ascoltavano i messaggi del colonnello Stevens da Radio Londra.

Nelle famiglie e a scuola mancava di tutto.

Il 19 maggio 1943, Erino, diciannovenne, viene chiamato alle armi, destinazione Gorizia nel reparto di addestramento reclute XX Settembre, arma Fanteria.

Sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva. Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR erano stati rimpatriati, lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani, ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano.

L’11 giugno 1943 erano i diecimila soldati italiani di Pantelleria ad arrendersi. All'indomani la stessa sorte toccava ai quattromila uomini della guarnigione di Lampedusa. Nella notte del 10 luglio, gli Alleati, con la settima armata americana del generale Patton e l'ottava armata inglese del generale Montgomery, sbarcavano in Sicilia e procedevano rapidamente all’occupazione dell'isola con il favore della popolazione.

Il 25 luglio 1943 Mussolini è destituito e arrestato per ordine del Re che nomina Badoglio a Capo del Governo.

Il 26 luglio, i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, che erano stati arrestati ed incarcerati a San Vittore alla fine di giugno per le loro idee contrarie al regime, vengono liberati. A Lissone, Attilio Mazzi, un benestante milanese ma veronese di nascita che aveva uno stabilimento per la tranciatura del legno in Via Roma, sfila per le vie del paese, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio e mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

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Dopo l’avvento della Repubblica Sociale Italiana, Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: dal campo di concentramento di Fossoli, venne trasportato in Germania nel lager di Mauthausen-Gusen dove morì.

Agosto 1943: nella notte tra il 14 e il 15 agosto altro terribile bombardamento su Milano.

Arriva l’8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima.

Il 9 settembre 1943, Erino, con alcuni altri suoi commilitoni, riuscì a scappare dalla caserma prima che i tedeschi la occupassero e facessero tutti prigionieri. Il suo tentativo di fuga, come raccontò a Fernanda Meroni, che diventerà poi sua moglie, fu rocambolesco, simile a quello che Gian Battista Stucchi, monzese, descrive nel suo libro“Tornim a baita”: «Ero assai simile all'animale che d'istinto sente il terremoto prima ancora che la terra incominci a tremare. Addormentarsi in quello stato d'animo era impossibile. L'attesa non fu di lunga durata. Il mio orologio segnava poco più dell'una quando avvertii voci e rumore di passi provenire dal pianterreno e dalla scala. ... La porta della camera si spalancò di colpo e vidi spuntare la canna della Machine-pistole e subito il tedesco che impugnava l'arma contro me.

- Waffe (arma) ! – mi urlò in faccia e tosto strappò la mia pistola dal fodero che portavo infilato al cinturone.

- Rauss, shnell, shnell (fuori, svelto, svelto)! – e mi spinse nel corridoio.

Vidi altri tedeschi armati e intenti alla stessa operazione verso i nostri ufficiali ...

- Abort – gridai al mio cerbero accompagnando la parola col gesto del braccio, e mi diressi al gabinetto.

In fondo al corridoio, a lato del gabinetto, una porta a vetri immetteva su un balconcino. Scavalcai la ringhiera e mi calai fino a toccare con la punta dei piedi il tetto sottostante; quindi mi appiattii immobile contro il muro. ... Sentii gli ordini gridati in tedesco e infine lo scalpiccio dei prigionieri e della scorta armata che si allontanavano. Mi lasciai scivolare fino ad uno stretto cortiletto ... raggiunsi quindi un piccolo terrazzo-giardino prospiciente la strada nazionale del Brennero. ... Avrei dovuto a quel punto attraversare la rotabile battuta dal nemico e calarmi al di là, in basso, verso il fiume ... La notte nuvolosa e buia mi favoriva, ma esitavo per il timore di essere notato. ... balzai in piedi, scavalcai il parapetto oltre la strada e dolcemente ... slittai lungo il ripido pendio per una ventina di metri fino alla riva. Il primo passo era fatto».

Gli sbandati”, così vennero definiti questi soldati sfuggiti alla cattura, agli arresti delle truppe tedesche calate in Italia, svestono la divisa e cercano di avviarsi verso casa. A loro gran parte della gente manifestò solidarietà e offrì aiuto. I macchinisti rallentavano la corsa dei treni ed effettuavano fermate impreviste per permettergli di scappare. Questi atteggiamenti esprimevano il desiderio della popolazione di dire basta alla guerra, basta alla violenza, basta alla dittatura, basta al fascismo.

Numerose famiglie diedero abiti borghesi ai militari del disciolto esercito regio, li accolsero e nascosero nelle loro case.

Gli “sbandati”, tra i quali vi era Erino, decidono di andare ognuno per la propria strada per la paura di essere individuati. Dopo varie peripezie, Erino arriva a Carugate, il paese di nascita di sua madre, e trova rifugio presso una zia che lo nasconde in un casolare di campagna.

Dopo l’8 settembre, nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come lavoratori coatti nelle industrie del Reich. Il Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

Il 12 settembre 1943, Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco. La mattina del 15 settembre la radio italiana trasmette un comunicato dell'Agenzia Stefani: «Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia».

Dai documenti ufficiali viene cancellato lo stemma sabaudo di Casa Savoia.

 

In Brianza si diffusero allora i bandi minacciosi del comando tedesco, insediatosi a Monza, che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

 manifesto-forze-germaniche-sette-1943.jpg proclama tedesco Lissone 170943 

 

Il 23 settembre 1943, ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

A Lissone, dall'11 agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini), l'ing. Aldo Varenna aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per “diplomatici” motivi di salute.

Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. Il Partito Comunista inizia la mobilitazione di un gruppo dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita senza troppi indugi alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna: il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando. Le Brigate Garibaldi saranno composte da battaglioni, a loro volta formati da distaccamenti.

È nelle campagne di Carugate che Erino viene in contatto con i partigiani delle SAP (Squadre di Azione Patriottica) che operavano nella zona del Vimercatese.

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che continuavano generalmente a vivere nei loro paesi, svolgendo il proprio lavoro e che venivano chiamati a svolgere azioni di propaganda clandestina, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militari colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.

Da partigiano, Erino assumerà il nome di battaglia “Topo”.

Bruno Trentin nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nell’esercito della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere».

Intanto a Lissone piazza “fontana”, dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti. Nel palazzo Mussi, affacciato sulla stessa piazza, trova alloggio un comando antiaereo tedesco. Nei locali di palazzo Magatti (vecchio municipio), in via Garibaldi, si insediano i militi della Guardia Nazionale Repubblicana, il cui compito era il controllo capillare del paese volto in particolare a contrastare  la Resistenza.

L’8 marzo 1944 Erino non risponde al richiamo del “rinascente” esercito della Repubblica Sociale italiana.

decreto-sanzioni-per-gli-sbandati-18-aprile-1944.JPG Prefettura-Punizioni-renitenti-classe-1924-25.JPG Corriere Sera 3 agosto 1944 Graziani

 

Casa Irene, l’abitazione di Via Trieste della famiglia Casati, è soggetta a frequenti ispezioni da parte dei fascisti. Cercano Bruno ed Erino. Un giorno penetrano di soppiatto nella casa intimando ai presenti di tenere le mani alzate; inutilmente, perquisiscono ogni locale minacciando di fucilare papà Carlo, se non rivela il nascondiglio dei figli.

Siamo alla fine del 1944: Lissone giunse a contare circa 1.800 sfollati per la maggior parte provenienti da Milano.

Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

Le condizioni della popolazione lissonese erano pesanti: freddo, causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere, penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane.

Con l’arrivo della primavera, la fine della guerra si avvicina.

Molti partigiani scendono dai monti per prepararsi all’insurrezione. Erino ed il fratello Bruno arrivano a Lissone. Prendono contatti con i membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Erino fa parte del IV distaccamento della 119a Brigata Garibaldi, distaccamento di Lissone.

La 119a Brigata Garibaldi era intitolata  a Quintino Di Vona insegnante, nato a Buccino (Salerno) il 30 novembre 1894, fucilato a Inzago (Milano) il 7 settembre 1944.

Militante socialista, il professor Di Vona aderì, nel 1921, al Partito comunista. Il professore, inquadrato nella 119a Brigata Garibaldi, partecipò a numerosi atti di guerriglia. Catturato, in seguito a delazione da militi della Brigata Nera di Monza (che giunsero a Inzago all'alba del 7 settembre), Di Vona fu, per ore ed ore, picchiato a sangue. Dalle sue labbra non uscì una parola che potesse danneggiare la Resistenza. Nel primo pomeriggio i fascisti, al comando di un sottufficiale delle SS germaniche, trasportarono con un camion l'insegnante nella piazza principale del paese. Qui Di Vona fu fucilato da un manipolo di militi in camicia nera.


Zona operativa 119ma Brigata Garibaldi timbro 119 brigata Di Vona

 

Nella cartina la zona operativa della 119a Brigata Garibaldi e delle altre due formazioni, la 183a e la 185a.

Il mese di dicembre 1944 è un mese fondamentale per la 119a Brigata Garibaldi, in quanto il Comando regionale, per la vastità della zona di sua competenza e per il numero sempre crescente di effettivi, decide che le sue forze vengano riorganizzate in tre distinte brigate ciascuna con un settore operativo ben definito: la 119a è affidata al comando di Alfredo Cortiana ‘Enzo’ , con Giuseppe Carcassola ‘Minotto’ commissario politico e opera in tutti i paesi a cavallo della strada provinciale Milano-Seregno-Erba con i centri di Bresso, Cormano, Cusano, Cinisello Balsamo, Muggiò, Nova, Lissone, Seregno e Desio, dove ha sede il Comando di Brigata. Con la 183a e la 185a compongono la Divisione ‘Bassa Brianza’ il cui comando è affidato ad Eliseo Galliani ‘Andrea Verri’ coadiuvato nel ruolo di commissario politico da Eugenio Mascetti ‘Gianni Curti’.

medaglia-brigata-Garibaldi.JPG stella-Brigata-Garibaldi.JPG

 

Scrive Angelo Cerizzi in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese: «Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone notoriamente antifasciste non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa come fra persone in attesa del treno. Le riunioni invece del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, in casa di Volfango (Gaetano Cavina), la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti».

Il Comando Militare della 119a Brigata Garibaldi affiancava l’opera del Comitato di Liberazione Nazionale, composto dai rappresentanti civili dei partiti democratici.

Nel documento seguente del 18 marzo 1945, il comandante Raimondo (il lissonese Nando Vismara, che aveva fatto esperienza militare durante la guerra di Spagna) del IV distaccamento della 119a Brigata Garibaldi, impartisce delle disposizioni al Comando della IV squadra in vista dell’insurrezione che libererà l’Italia prima dell’arrivo delle truppe alleate. L’organizzazione doveva essere la seguente: ogni squadra doveva essere composta da 15 elementi più un caposquadra; a sua volta ogni squadra doveva essere suddivisa in 3 pattuglie di 5 elementi ciascuna con un capo-pattuglia.

Collegamenti con il Comando militare, cooperazione, segretezza, disciplina, ricerca di armi sono i termini che ricorrono nella disposizione, controfirmata dal Commissario politico Ettore, nome di battaglia del lissonese Riccardo Crippa.

verbale-CLN--28-marzo-1945-pag-1.jpg verbale-CLN--28-marzo-1945-pag-2.jpg 

 

«Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione – continua Angelo Cerizzi - si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra tutti i responsabili del movimento clandestino. La delazione ai danni di due patrioti delle SAP portò anche all'arresto di una loro zia la notte del 19 aprile. Fu trovata oltre ad una pistola, una lista di patrioti con i rispettivi incarichi per la imminente insurrezione: furono tutti immediatamente arrestati».

Tra di loro vi erano Erino Casati ed il fratello Bruno.

Benché la guerra per i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica Sociale fosse ormai persa, la loro violenza continuava.

Mentre i partigiani lissonesi vengono portati in camion alla Villa Reale di Monza, basta uno sguardo tra Erino e Bruno per una tacita intesa a non parlare durante gli interrogatori. Intanto, a casa, la madre subisce minacce dai fascisti locali, che la invitano a preparare dei vestiti a lutto, dando per certa l’uccisione dei due figli.

La Villa Reale era il centro operativo della Guardia Nazionale Repubblicana del maggiore Gatti e del suo ufficio politico investigativo. Ribattezzata Villa della Repubblica, era un luogo di prigionia, di torture e di esecuzioni. Il 17 giugno 1944 i due giovani lissonesi Remo Chiusi e Mario Somaschini, dopo essere stati consegnati nelle mani del sadico torturatore Gatti, erano stati fucilati da elementi delle SS naziste e squadristi delle Brigate Nere. Inoltre, il 25 gennaio 1945, erano stati fucilati i partigiani Vittorio Michelini e Alfredo Ratti, con Raffaele Criscitiello (era una guardia di Pubblica Sicurezza, a lui è stata intitolata la caserma della P.S. di Monza).

In Villa Reale i lissonesi arrestati furono divisi e sottoposti a duri interrogatori. Furono tutti avvertiti che li aspettava la fucilazione in piazza a Muggiò quale rappresaglia per l'uccisione di un sottufficiale tedesco. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere un altro gruppo di fucilati. Ma ormai i fascisti capiscono che sono agli sgoccioli e ci ripensano.

Bruno viene malmenato; Erino, mentre vede il fratello malridotto per le percosse subite, viene morsicato al polpaccio e alla schiena dai cani aizzati dagli aguzzini.

«La situazione si fece drammatica anche per i componenti del Comitato di Liberazione nazionale lissonese, che, avvertiti immediatamente da informatrici del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese.

Il CLN si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 aprile sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, insediandosi come autorità riconosciuta insieme all'Amministrazione Comunale scaturita dal Comitato stesso. ».

Erino rimase in stato di arresto dal 21 al 25 aprile 1945, quando venne liberato con gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale.

Proclama-Liberazione-Bassa-Brianza.JPG certificato-detenzione.JPG

 

Tornato a Lissone, Erino riceve le prime cure dal dottor Giuseppe Formigaro, che gli medica le ferite.

Partecipa poi con gli altri partigiani lissonesi alla grande sfilata del primo maggio, la prima festa dei lavoratori dopo la Liberazione.

Lissone-I-maggio-1945--2.jpg

 

A metà maggio, nella chiesa di San Carlo si svolgono i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi Pierino Erba, Remo Chiusi, Mario Somaschini e Carlo Parravicini, fucilati nel giugno 1944. Erino, che aveva avuto i primi tre come compagni di lavoro alle Officine Egidio Brugola, è al fianco della bara di Carlo Parravicini, al quale era legato da un rapporto di amicizia.

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A fine maggio, la salma del partigiano lissonese Arturo Arosio, che dopo la fucilazione avvenuta a Sestri Levante era stato sepolto nel cimitero di Chiavari, è trasportata a Lissone per la celebrazione di solenni funerali partigiani. Erino rende l’estremo saluto ad Arturo, che era stato suo compagno di giochi, accompagnando il feretro per le vie del paese. 

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Negli stessi giorni, Alfredo Pozzi dedica una poesia, dal titolo “I figli migliori”, ai partigiani della Brianza caduti nella lotta di Liberazione, pubblicata su “Libertà”, numero unico, a cura del CLN di Monza:

pubblicazione-10-giugno-1945.jpg

 

Ecco! Quel mondo putrido declina

in un crepuscolo di nero. Nell’alba

nell'alba vicina

vedremo risorgere

i figli migliori ...

Fiammante è quest'alba: scarlatti i colori.

Ecco! Il sole novello! Primavera

di Libertà e giustizia, d'uguaglianza:

il popolo spera

e chiama i suoi Martiri

dal fosso comune:

la carne è straziata, la fede era immune.

Ritornano le salme sulle soglie

del proprio borgo; il popolo fremente,

la madre, le accoglie ...

L'impronta nel secolo

voi primi segnaste:

che raggio di luce tra l'ombre nefaste!

E dal vostro martirio ora germoglia

la coscienza più pura nella massa

che unita si spoglia

di forme tiranniche,

e libera canta

pei martiri nostri la causa n'è santa.

Dalle rustiche tombe voi tornate

all'estrema dimora: tutto un mondo

corrotto segnate

per l'ineluttabile

condanna, al passaggio:

tornate alla luce del sole di maggio. 

 

 

Con questo scritto vogliamo rendere omaggio al valore di questi giovani, tra cui Erino, che seppero scegliere, in un’ora difficile della nostra storia, tra civiltà e barbarie, testimoniando, con il loro impegno, la loro fede nei valori di democrazia, giustizia e libertà. 

Scrive Onorina Brambilla Pesce, partigiana con il nome di battaglia “Sandra” deportata politica nel lager di Bolzano nel suo libro “Pane bianco”: finita la guerra, «il clima politico era molto difficile. Anche se avevamo vinto la guerra di Liberazione, non tutto era andato liscio. I magistrati della Corte di Cassazione, formatisi sotto il regime di Mussolini, applicarono con interpretazioni assai estensive l'amnistia di Togliatti del giugno del 1946, favorendo la scarcerazione di migliaia di detenuti fascisti, compresi personaggi come il ministro della Guerra della Rsi Rodolfo Graziani e come il "principe nero" Junio Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas, rei di tortura ed efferati delitti, ovvero di reati esclusi dal provvedimento del Guardasigilli.

Ci siamo ritrovati così con i padroni più padroni di prima. La situazione era tale che molti partigiani preferivano tacere sul loro passato nella Resistenza: avevano paura di essere licenziati dal loro posto di lavoro. Non solo, ma poiché in quegli anni nelle fabbriche ci furono grandi lotte per i contratti di lavoro, i compagni che avevano incarichi nel sindacato, o anche nelle cellule del partito (ndr comunista), erano pesantemente minacciati di venire cacciati. E se i padroni, per via della compatta reazione operaia, non riuscivano a licenziarli, li colpivano nella loro professionalità, isolandoli in reparti che non erano i loro, magari a non fare niente! Questi erano chiamati dagli operai i "reparti-confino". ... Talvolta eravamo delusi, avevamo vinto la nostra guerra di Liberazione e credevamo che la nostra vittoria avrebbe coinciso con il cambiamento, sia pure graduale, delle strutture economiche e sociali del paese, così da eliminare le ingiustizie contro le quali avevamo combattuto. ... Ci eravamo illusi? Forse sì». E Gianfranco Maris, deportato politico, finito a Mauthausen perchè organizzava delle brigate partigiane comuniste, scrive nel suo libro “Per ogni pidocchio cinque bastonate”: «So che cosa si associa, oggi, al termine “comunista”. C’è stata l’Unione Sovietica, un comunismo che fu una degenerazione dei nostri ideali di allora». 

Racconta la figlia di Erino Casati, Nadia: «Nel dopoguerra, anche per la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, l'Est e l'Ovest, nonostante avessero dato un importante contributo al ritorno della democrazia nel nostro Paese, gli ex partigiani ebbero difficoltà a trovare un lavoro. Alla fine mio padre venne riassunto alla Falck. In fabbrica, come operaio, partecipò alle lotte sindacali contribuendo alla conquista dei diritti dei lavoratori. Come padre ci ha insegnato il valore della libertà, della giustizia e soprattutto dell’onestà».

 

Ringrazio la moglie Fernanda e le figlie Carluccia e Nadia per le loro testimonianze e per aver messo a mia disposizione documenti preziosi di Erino, che mi hanno consentito di ricostruire alcuni momenti della sua vita durante la seconda guerra mondiale.

Renato Pellizzoni

Lundi 27 février 2012 1 27 /02 /Fév /2012 23:24

Bruno Casati partigiano

«È doveroso segnalare i nominativi di quei Partigiani, Patrioti e Benemeriti che in misura diversa ed in modi vari hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione, sia di coloro che hanno avuto l'attestazione della apposita Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica, sia di coloro che parimenti operarono attivamente per il successo, sia infine di coloro che sentirono l'anelito alla Libertà ed aderirono alla Resistenza».

pubblicazione 40 cop   pubblicazione 40 anniversario liberazione

Così scriveva Angelo Cerizzi, sindaco di Lissone dal 1975 al 1985, in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese, in occasione del 40° anniversario della Liberazione. In quell’elenco di giovani lissonesi distintisi nella liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista, vi sono Bruno Casati ed il fratello Erino, che hanno avuto la qualifica di “partigiani combattenti per la Lotta di Liberazione” dalla Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica (dall’Archivio del Comune di Lissone: b263, fase 5 Elenco partigiani e patrioti lissonesi, anni 1947-48)

 

quaderno partigiano  

da un quaderno di Bruno Casati:

«É meglio morire in piedi che vivere in ginocchio» Dolores Ibarruri

«Imparate imparate, che la società ha bisogno della vostra intelligenza» Antonio Gramsci

 

Casa Irene r   Casa Irene 1926 r  

 

A Lissone, in Via Trieste, quasi al confine con Monza, vi è una casa con una targa che reca la dicitura “CASA IRENE 1926”. La villetta era stata costruita nel 1926 per la famiglia di Carlo Casati. Carlo Casati era nato a Monza: prima di trasferirsi nella nuova casa, abitava in una cascina adiacente situata però nel territorio del Comune di Monza.

Nel 1926, la famiglia di Carlo Casati risultava così composta: la moglie, Castelli Irene, i figli Bruno, di quattro anni (era nato l’8 novembre 1922) ed Erino di due anni (nato il 28 marzo 1924), e la piccola Annamaria. La primogenita Irene era morta di influenza “spagnola”, subito dopo la fine della prima guerra mondiale.

La nuova casa di via Trieste era stata dedicata alla moglie Irene, ma ricordava anche la primogenita. Nel 1930 nascerà Piera, ultimogenita, tuttora vivente.

 

Com’era Lissone in quegli anni ‘20?

Il paese contava quasi 13.000 abitanti.

In Italia, dall’ottobre 1922, a capo del Governo vi era Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva dato l’incarico dopo la cosiddetta “marcia su Roma” dei fascisti.

Anche a Lissone, nel novembre del 1922, si era costituita la locale sezione del Fascio nazionale di combattimento.

inaugurazione gagliardetto del fascio di Lissone  

Inaugurazione del gagliardetto del Fascio di Lissone

Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il “Listone” di Mussolini, che su scala nazionale aveva ottenuto una media del 60% dei votanti, in Brianza aveva riscosso un misero 18,7%, uno dei peggiori risultati elettorali d’Italia. A Lissone il Listone di Mussolini era stato votato solamente da 307 elettori (il 13,2 % dei lissonesi votanti). I voti dei lissonesi erano andati al partito Popolare (1069), al partito socialista (432) e al partito Comunista (326).

elezioni 1924 a Lissone    1924 Monza volantino fascisti

Risultati elezioni 1924 LISSONE e manifesto di minaccia dei fascisti di Monza e circondario

Appena furono resi pubblici i risultati delle elezioni, un manifesto, a firma dei fascisti di Monza e del circondario, apparve sui muri dei paesi della Brianza, in cui si addebitava la causa dell’insuccesso del “Listone” di Mussolini in Brianza «ai vari bolscevichi bianchi e rossi» ... «Monza e il suo circondario fanno parte dell’Italia o della Russia?» ... «Basta! chi semina vento raccoglie tempesta» «sessantamila bastardi» ... «traditori».

Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza.

Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano, solo a Monza furono devastate le sedi del giornale “Il Cittadino” e della Camera del Lavoro, 14 circoli cattolici e 12 socialisti; nel circondario cooperative, circoli e biblioteche di ben 43 paesi subirono la stessa sorte. A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

A Roma, nel giugno 1924, il rapimento e l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, che in Parlamento aveva protestato contro gli abusi, le illegalità, le violenze, chiedendo la sospensione di quasi tutti i deputati eletti nel “Listone”, aveva scosso la coscienza del paese.

E Matteotti sarà il “nome di battaglia” che Bruno Casati assumerà durante il suo periodo di vita partigiana.

 

1924 ritrovamento corpo Matteotti  

Ritrovamento del corpo di Matteotti

 Scriveva L’Unità il 16 settembre 1924: «Le sedi dei giornali e dei partiti sono state prese d’assalto a Roma. A Milano il prefetto fa sequestrare l’Avanti e l’Unità».

1924 16 sett L Unità  

A Lissone, dal 15 settembre 1924 a capo del Comune vi era un Commissario prefettizio, il commendator Carlo De Capitani da Vimercate, (rimarrà in carica dal settembre 1924 al marzo 1927), in attesa della nomina del podestà.

manifesto 1924 De Capitani commissario prefettizio

Manifesto di insediamento del Commissario Prefettizio Carlo De Capitani da Vimercate

Superata la crisi che era seguita alla scoperta del delitto Matteotti, Mussolini nel discorso del 3 gennaio 1925 dichiarava: «Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è nella forza». Contro l'opposizione, il governo fascista usa la forza dello Stato e quella delle squadre di azione.

Con il 1926 il fascismo si era trasformato in regime totalitario. Tutte le garanzie contemplate dalla Costituzione e dalle vecchie leggi liberali non esistevano più. Incontrastato dominava il fascismo e con poteri assoluti il “dittatore”. Battuti, incarcerati, costretti all'esilio, qualche volta eliminati fisicamente i suoi più decisi oppositori, il fascismo poteva ormai procedere incontrastato.

Dopo le leggi eccezionali molti antifascisti decisero di evadere dal grande carcere che stava divenendo l'Italia andando all'estero per levare dinanzi al mondo intero la protesta degli spiriti liberi contro la dittatura fascista.

Piazza libertà anni 40 2   

Lissone fine anni ‘30

 

Bruno Casati frequenta le scuole elementari di Via Aliprandi, a Lissone e le scuole professionali a Monza. Viene poi assunto alla Breda. All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, lavora come meccanico presso il campo di volo. Ha vent’anni quando, l’8 Settembre 1943, Pietro Badoglio, capo del Governo italiano dal 25 luglio, chiede la resa incondizionata delle Forze Armate, annunciando alla radio la firma dell'armistizio con gli Alleati. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate dai tedeschi.

Il 12 settembre 1943, Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e portato in Germania. Ridotto ad un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini, il 23 settembre 1943, proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

Sui muri della Brianza compaiono bandi minacciosi del comando tedesco, insediato a Monza, che comminano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietano ogni assembramento e che impongono il coprifuoco dalle 9 di sera sino alle 5 del mattino.

Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore è un oppositore del regime.

 

È del dicembre 1943 il primo grande sciopero sotto l’occupazione tedesca, la prima grande sfida operaia contro industriali, fascisti e tedeschi. L'agitazione è la naturale conseguenza del malcontento operaio dovuto all'enorme aumento del costo della vita che si registra a causa della difficoltà degli approvvigionamenti, ma è dalla Caproni e dalla Magnaghi, dove esistono cellule comuniste in piena attività, che essa si propaga trascinando con sé quella di oltre 60 fabbriche di Milano e provincia.

Lo sciopero ha inizio il 12 dicembre e durerà sette giorni. La disponibilità delle masse alla lotta è enorme. L'inverno rigido, il poco cibo e la poca legna (o carbone) per scaldarsi, portano la gente alla disperazione. Non solo i licenziamenti continuano (sempre a causa della mancanza di materie prime e dei bombardamenti sugli impianti), i salari sono bassi, le tessere annonarie non coprono i fabbisogni quotidiani delle famiglie e i generi di prima necessità si trovano solo al mercato nero a un prezzo proibitivo.

Le fabbriche maggiori di Milano e di Sesto San Giovanni, si mobilitano al completo con Breda, Innocenti, Magnaghi, Ercole Marelli e Magneti Marelli, Olap, Pirelli, Radaelli, Elettromeccanica lombarda e Moto Garelli. Alla Breda sono la I e la V Sezione, composte dalle maestranze più qualificate, a svolgere la funzione di avanguardia di tutto il complesso industriale.

Le fabbriche in sciopero sono fondamentalmente quelle «protette», ossia mobilitate per la produzione bellica - dove i lavoratori vengono “trattati meglio” - ma dove l'antifascismo è anche più compatto. Qui, accanto alle richieste di natura economica, si rivendica la liberazione dei detenuti politici, molti dei quali sono ex membri delle Commissioni Interne.

Le autorità tedesche preoccupate delle ripercussioni delle agitazioni sulla resa della produzione finale, richiamano il Brigadeführer SS generale Paul Zimmermann, “l’incaricato speciale per la repressione degli scioperi”, già noto per aver sedato le agitazioni operaie nel torinese. Il Führer vorrebbe far arrestare qualche migliaio di persone da inviare in Germania.

Lo sciopero nel frattempo ha raggiunto dimensioni preoccupanti, estendendosi a un grande numero di officine siderurgiche e metallurgiche, meccaniche ed elettriche.

Sui lavoratori in sciopero vengono fatte intimidazioni dirette contro singoli operai scelti a caso. Dal 15 al 17 dicembre è un'altalena di minacce, fermi e promesse di miglioramenti salariali e alimentari. I datori di lavoro, quando non si fanno essi stessi responsabili della repressione (garantire la produzione significa per gli industriali continuare a ricevere dalla Germania le materie prime necessarie ed evitare il trasferimento degli impianti fuori dall'Italia), si nascondono dietro le autorità tedesche.

Le misure tedesche si fanno di conseguenza più pesanti: si intensificano gli arresti alla Breda, alla Olap, alla Falck, alla Cge, alla Singer.

Tra gli arrestati vi è anche Bruno Casati.

Ecco cosa racconta Angelo Signorelli nel libro “A Gusen il mio nome è diventato un numero”.

«Di notte la polizia fascista arriva a casa. Ci buttarono letteralmente giù dal letto. Mio fratello voleva cercare di scappare dalla finestra, ma poi non opponemmo resistenza, per evitare conseguenze ai nostri genitori. Ci portarono via in fretta e furia. Poi in caserma dei carabinieri di via Volturno a Monza con altri arrestati, tutti lavoratori presso le grandi industrie di Sesto San Giovanni (Falck e Breda) e di Monza (Singer e Hensemberger). All'alba il rastrellamento degli altri operai che avevano scioperato con noi era finito. C'era gente di Monza e Sesto San Giovanni. Fummo portati in prefettura a Milano e lì, oltre a noi c'erano dipendenti della Falck, della Breda, della Pirelli, della Marelli e di altre ditte. Fummo tutti interrogati senza diritto di replica, accusati di organizzazione e istigazione di scioperi e atti di sabotaggio contro la repubblica fascista. Ci mandarono a dormire al carcere di San Vittore, su un pagliericcio. ... Dopo due giorni fummo trasferiti tutti a Bergamo, in camion. Qui ci trovammo con altri operai rastrellati in giro per l'Italia, che si trovavano già lì da qualche giorno. Eravamo affamatissimi e come cibo ci davano una fetta di pane con del brodo per tutta la giornata».

Anche Bruno Casati viene rinchiuso nel carcere di Sant'Agata, ex monastero e dai primi anni dell' 800 destinato a carcere, situato a Bergamo Alta.

lettera carcere Bergamo r  

Una lettera di Bruno, recante la data 18 febbraio 1944, indirizzata alla zia Maria, sorella della madre, dal carcere di Bergamo, dove si trovava ancora detenuto in attesa di un processo.

 

In quei giorni di febbraio 1944 sui muri di Lissone erano comparsi manifesti recanti le norme di protezione antiaerea.

 

Racconta la sorella Piera, allora quattordicenne:«Con la mia amica Giacomina di sedici anni, quando possibile data la situazione di pericolo, ci recavamo a Bergamo in tram e con la funicolare raggiungevamo il carcere situato nella parte alta della città, portando a mio fratello Bruno del pane fatto in casa dalla nostra mamma». Per entrare nel carcere venivano perquisite, anche se in modo discreto data la loro giovane età.

Sempre in febbraio il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi delle classi 1923, 1924, 1925, minacciando la pena di morte per i renitenti alla leva.

 

Ricorda Piera: «Mio fratello Erino si presentò alla chiamata alle armi con destinazione la città di Gorizia. Appena si presentò l’occasione, fuggì dalla caserma e, dopo varie peripezie, arrivò a Carugate, il paese di nascita di nostra madre, e trovò rifugio presso nostra zia Maria che lo nascose in un casolare di campagna». Da partigiano, Erino assumerà il nome di battaglia “Topo”.  A Lissone, invece, il diciannovenne Gianfranco De Capitani da Vimercate, viene arrestato: finirà i suoi giorni nel lager nazista di Ebensee.

Negli stessi giorni, sulle montagne della Valdossola un gruppo di partigiani muore combattendo contro reparti tedeschi e Brigate Nere: tra di loro il monzese Gianni Citterio.

Mentre procede lentamente l’avanzata delle forze alleate verso Roma, a cui si sono aggregati reparti di soldati italiani, il cosiddetto ”esercito del Sud”, verso la metà di marzo un gruppo di detenuti del carcere di Bergamo si appresta a partire. Tra loro anche Bruno Casati.

 

Dal racconto di Angelo Signorelli: «Il 17 marzo fu il giorno della partenza. Arrivarono anche i miei genitori da Monza ... Incolonnati, scortati da una parte dalle SS e dall'altra dai fascisti, andammo a piedi alla stazione, minacciati e picchiati. Nessuno sapeva né che cosa avevamo fatto, né dove eravamo diretti. Eravamo spaventati. I parenti ci avevano portato viveri e la gente generosa di Bergamo ci regalò fiaschi di vino. Fummo stipati a quaranta alla volta su carri-bestiame. Eravamo totalmente inconsapevoli della nostra sorte. Pensavamo di andare a lavorare da qualche parte. Noi di Monza eravamo fortunati, avevamo delle torte fatte dai nostri familiari e del vino e ci dividemmo tutto. Cercammo di staccare qualche asse di legno per scappare».

 

Racconta Piera: «Durante una sosta, Bruno con altri quattro compagni riesce a fuggire dal treno. Dopo varie peripezie, si unisce ai partigiani che operano nell’alto novarese, in Valsesia e nel Verbano Cusio Ossola, con il nome di battaglia “Matteotti”». 

Bruno fa parte della II Divisione d’Assalto “Garibaldi”, 15a Brigata, Battaglione “Volante Azzurra”  Distaccamento Meneghini (i fratelli Meneghini, Bruno e Gino, erano caduti in Val Strona il 9 maggio 1944). Il comandante del battaglione era Ettore Carinelli, nome di battaglia Ettore.

tesserino di riconoscimento 15ma Brigata r  

Ingrossandosi le fila dei partigiani, il battaglione diventa Brigata “Volante Azzurra” inquadrata sempre nella 2a Divisione d’Assalto Garibaldi.

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Tesserino di riconoscimento di Bruno Casati, membro della Brigata “Volante Azzurra”

 

La “Volante Azzurra”, dislocata nel novarese, operava alle pendici del Mottarone e nel Verbano-Cusio-Ossola.

Il suo principale compito era di effettuare azioni di sabotaggio e di disturbo ai presidi nazifascisti.

Racconta un vecchio partigiano appartenente alla formazione: «Erano dei ragazzi meravigliosi, fra i migliori di quanti ebbi l’onore di avere vicini durante “la stagione migliore della nostra vita”».

Dopo il tradimento del comandante della brigata, “Taras”, (una volta scoperto, fu processato, condannato a morte e quindi fucilato), la “Volante Azzurra” passò pressochè al completo alla 10a Brigata “Rocco”, (Rocco Bellio, partigiano fucilato in Valsesia nell'aprile del 1944), inquadrata nella 2a Divisione Garibaldi “Redi”.

Nel volgere di pochi mesi la formazione garibaldina s'ingrandì con i renitenti ai bandi della Repubblica Sociale Italiana (divenendo la 10a brigata "Rocco") e con l'afflusso di altri battaglioni provenienti dalla Valsesia divenne la 2a Divisione Garibaldi "Redi", nome di battaglia di Gianni Citterio, monzese, caduto a Megolo.

Divisione Redi  

I Garibaldini della 10a Brigata Rocco, operativa dall’estate del 1944, erano stanziati sulle alture che si affacciano al Lago d'Orta, porta dell'Ossola e via d'accesso alla Svizzera per il passo del Sempione.

La 2a Divisione Garibaldi “Redi” fu tra le protagoniste delle grandi battaglie per la liberazione di quella zona, dal luglio all'ottobre del 1944, che ebbero il loro culmine nella creazione della libera Repubblica dell’Ossola.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni. Era un vasto territorio occupato dai partigiani che diventò un vero e proprio Stato con un governo, un esercito e una capitale: Domodossola. Fu un esperimento democratico che stupì il mondo intero perché venne realizzato all’interno di un paese in guerra.

Quando smobilitò, la Divisione era la più forte e numerosa formazione partigiana del Verbano-Cusio-Ossola, comprendo oltre 1500 uomini.

In quei giorni il ventiduenne Bruno Casati conobbe Aldo Aniasi, il comandante Iso, che era salito tra quelle montagne con una “banda di ribelli” dopo l' 8 settembre 1943. Diceva Iso: «Il partigiano  deve attaccare e sottrarsi al combattimento. Organizzare imboscate contando sulla sorpresa. Più che ogni altra attività umana, la guerriglia si impara praticandola». Lui la imparò nell'alta Valsesia. Qualche mese dopo la insegnava già ai più giovani, a quelli che non avevano mai maneggiato un fucile, e agli altri che lo incalzavano per l'ansia di attaccare. Impiegò meno di un anno, per passare da soldato semplice a comandante: alla testa della seconda divisione Redi. Era un capo partigiano stimato e seguito, Aldo Aniasi, intelligente, esperto a soli 23 anni.

Comandanti partigiani Ossola   

Comandanti partigiani dell'Ossola: Aniasi è il primo a sinistra

      Bruno incontrò anche Cino Moscatelli, organizzatore della guerra partigiana in Valsesia. Come commissario politico del raggruppamento Divisioni Garibaldi del Cusio-Verbano-Ossola conquistò presto vasta popolarità, ma soprattutto fama di temibile avversario presso i tedeschi e i fascisti.

Tra i documenti custoditi con cura da Bruno Casati quello recante le firme dei due famosi capi partigiani, Iso e Cino.

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La firma Pippo è di Pippo Coppo, dirigente del Pci clandestino e commissario garibaldino della 2a Divisione “Redi”. 

Per alimentare la Resistenza partigiana sulle montagne, per mantenere i collegamenti tra le varie formazioni, tra “i ribelli” e gli antifascisti locali e i Comitati di Liberazione locali, un ruolo fondamentale fu svolto dalle donne.

Racconta Marta: «L'8 settembre, quando, diciamo, si è sfasciato l'esercito, naturalmente ho scelto questa strada, perché ho capito che questi ragazzi in montagna avevano bisogno anche dell'apporto delle donne. Loro da soli non potevano, perché quelli che erano lassù, in montagna, non potevano naturalmente venire in città, perché sarebbero stati arrestati. Ed allora mi sono decisa a fare la staffetta. Ho cominciato ad andare avanti e indietro, con la mia bicicletta, a portare armi, munizioni, documenti, notizie, medicinali, viveri, secondo quello che poteva servire».

Gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.

 

Piera Casati, sorella di Bruno, giovanissima staffetta partigiana.

Piera, oltre al mantenimento dei contatti tra la sua famiglia e Bruno, quando questi si trovava rinchiuso nel carcere di Bergamo, ebbe un ruolo importante: fu una giovanissima staffetta partigiana.

Il suo compito principale era quello di postina.

 

Racconta Piera: «A casa Irene spesso arrivava una ragazza in bicicletta, le cui generalità, credo per motivi di sicurezza, non erano note a nessuno della nostra famiglia. Lasciava un “fagottino” con l’ordine di recapitarlo a Bruno. Senza aprirlo e senza conoscerne il contenuto, lo legavo in vita sotto i vestiti, e, accompagnata dalla zia Maria di Carugate, dove si nascondeva Erino e dove operavano partigiani delle SAP (Squadre di Azione Patriottica), con mezzi di fortuna, su carretti, furgoni, percorrendo anche dei tratti a piedi tra i vigneti, raggiungevamo Cavaglio d’Agogna, paesino sulle colline novaresi. Qui ci recavamo in una cascina di proprietà di Giovanni Tacca, che era una delle basi di collegamento con i partigiani operanti sulle montagne della zona. A Giovanni consegnavamo il fagottino e trascorrevamo la notte nella cascina». I Tacca erano una di quelle famiglie contadine che hanno avuto un’importante funzione nella Resistenza, prestando con generosità aiuto ai “ribelli”, anche nei momenti di pericolo, a volte mettendo a rischio la propria vita o correndo il rischio di vedersi incendiata la casa dai fascisti o dai tedeschi.

All’indomani, Piera e Maria ripartivano alla volta di Lissone con qualche lettera di Bruno.

           Casa Irene, l’abitazione di Via Trieste della famiglia Casati, è soggetta a frequenti ispezioni da parte dei fascisti. Cercano Bruno ed Erino. Un giorno penetrano di soppiatto nella casa intimando ai presenti di tenere le mani alzate; inutilmente, perquisiscono ogni locale minacciando di fucilare papà Carlo, operaio alla Falk, se non rivela il nascondiglio dei figli.

Nonostante i pericoli, Bruno, dopo la caduta della Repubblica dell’Ossola, decide di venire a Lissone per rivedere i genitori. Dal racconto della sorella Piera: «Bruno arriva di nascosto a casa per trascorre qualche giorno in famiglia. Il suo arrivo a Lissone viene però notato: l’irruzione di alcuni fascisti locali, probabilmente allertati da qualche spia, lo costringono ad allontanarsi rapidamente. Per la fuga precipitosa, lascia una pistola sotto il materasso. Mia mamma, al corrente del nascondiglio, onde evitare spiacevoli conseguenze, si precipita verso il letto dove aveva dormito Bruno, solleva il materasso, prende la pistola e la nasconde nelle mie mutandine». Piera per la paura scoppia in un riso isterico mentre sale rapidamente le scale per raggiungere il gabinetto situato al primo piano.

A Maria Antonietta, figlia di Bruno Casati, sono rimasti impressi nella memoria alcuni episodi della vita da partigiano di papà, come le sono stati da lui raccontati. «Nell’ autunno del 1944, un'imboscata ci sorprese nel sonno e fummo costretti a scappare senza scarpe, solo coi mutandoni di lana attraversando il bosco per raggiungere un torrente che dovemmo traghettare per sfuggire all'agguato». Ricorda Maria Antonietta «Papà non dimenticò mai le spine dei ricci che gli si infilarono nei piedi!».

Prosegue Maria Antonietta: «La paura più grande – mi disse mio padre - la provai quando dovetti attraversare la stazione ferroviaria di Lissone, presidiata dai tedeschi, con uno zaino in spalla in cui vi erano delle armi nascoste sotto qualche pezzo di legna». 

      Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

Le condizioni della popolazione lissonese erano pesanti: freddo, causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere, penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane.

Con l’arrivo della primavera, la fine della guerra si avvicina.

Molti partigiani, tra cui Bruno, scendono dai monti per prepararsi all’insurrezione. Rino e Bruno arrivano a Lissone. Prendono contatti con i membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Scrive Angelo Cerizzi in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese: «Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone notoriamente antifasciste non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa come fra persone in attesa del treno. Le riunioni invece del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, in casa di Volfango (Gaetano Cavina), la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti.

L'attività relativa alla ricerca di armi e per i collegamenti militari veniva affidata dai singoli partiti del CLN ad un loro incaricato che si metteva in contatto con il comandante politico della 119a Brigata Garibaldina nella persona del geometra Riccardo Crippa (Ettore).

Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra tutti i responsabili del movimento clandestino. La delazione ai danni di due patrioti delle SAP portò anche all'arresto di una loro zia la notte del 19 aprile. Furono trovate oltre ad una pistola, una lista di patrioti con i rispettivi incarichi per la imminente insurrezione: furono tutti immediatamente arrestati».

Tra di loro vi erano Bruno ed Erino Casati.

documento carcere Monza mod 

«Tradotti alla Villa Reale di Monza furono divisi per interrogarli. I primi arrestati con la zia furono malmenati, addentati da cani aizzati dagli aguzzini, bastonati per ottenere una confessione. Gli altri subirono pure tormenti e vessazioni. Furono tutti avvertiti che li aspettava la fucilazione in piazza a Muggiò quale rappresaglia per l'uccisione di un sottufficiale tedesco. L'attesa divenne spasimo in quel precipitare di eventi. L'incertezza che in quegli sgherri prevalesse la ferocia all'istinto di conservazione - cioè la fuga - provocava in loro una tortura troppo difficile da descrivere se non da chi la sofferse. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere un altro gruppo di fucilati. La situazione si fece drammatica anche per i componenti del Comitato, che, avvertiti immediatamente dalle informatrici del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese.

Il CLN si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, insediandosi come autorità riconosciuta insieme all'Amministrazione Comunale scaturita dal Comitato stesso, mentre venivano liberati gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale».

           Finita la guerra, Bruno tornò alle sue attività lavorative. Racconta Maria Antonietta: «Papà, però, volle completare i suoi studi prediligendo le materie scientifiche. Diverse furono le occasioni di incontro con i compagni partigiani con i quali aveva vissuto più di quindici mesi e, purtroppo, con i famigliari dei diversi caduti» (152 furono i caduti della 2a Divisione Garibaldi “Redi”). Inoltre, quel profondo legame di stima e di riconoscenza che si era stabilito tra Bruno e la famiglia Tacca si mantenne negli anni. Prosegue Maria Antonietta: «Io e le mie sorelle andavamo spesso con papà a Cavaglio d'Agogna a trovare Maria Tacca, rimasta vedova, e il figlio Eligio. Nostro padre non dimenticò mai l'aiuto che gli aveva prestato, nascondendolo e rifocillandolo, come una madre, in alcuni momenti difficili della vita da partigiano».

 

Diceva un partigiano lissonese che era stato con Bruno Casati in Valdossola: «Certo combattendo volevamo un futuro diverso. Prima di tutto abbiamo lottato per cacciare i tedeschi dal nostro paese e i fascisti che erano i loro servi; poi abbiamo lottato per creare un'Italia democratica».

E un’altro ex partigiano, nel 1964, in occasione di un raduno dei componenti della 2a Divisione Garibaldi “Redi”: «Allora forse eravamo un poco “matti”, tuttavia, malgrado le delusioni, le umiliazioni e le amarezze a causa di un’Italia che volevamo migliore e diversa, penso che tutto sommato “ne é valsa la pena!”. A patto che si vada avanti. Nella direzione indicata dalla Resistenza».

E oggi?

Scrive l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che aveva fatto parte del Corpo Italiano di Liberazione “l’Esercito del Sud” combattendo a fianco degli Alleati: «Dove sono i valori, la passione civile, la fiducia negli ideali che hanno infiammato generazioni di giovani disposti a ogni sacrificio personale? Purtroppo ora mi rendo conto che sto vivendo in un paese ben diverso da quello che avevo sognato in gioventù». Penso che anche il partigiano Bruno Casati sarebbe stato dello stesso parere.

Ho potuto ricostruire alcuni momenti della vita da partigiano di Bruno Casati dalle testimonianze della sorella Piera e della figlia Maria Antonietta. Un ringraziamento particolare anche per aver messo a mia disposizione documenti preziosi, parte dei quali sono inseriti nel testo.

Un ringraziamento va anche a direttori dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli "Cino Moscatelli" e dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola "Piero Fornara" per avermi fornito le informazioni in loro possesso.

                                                                                 Renato Pellizzoni

 

Vendredi 27 janvier 2012 5 27 /01 /Jan /2012 07:00
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