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 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

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II guerra mondiale

1943 Milano   1943 Milano Corso Vittorio Emanuele

Milano e le cittadine confinanti furono fra i luoghi italiani più colpiti durante la seconda guerra mondiale. Il primo bombardamento avvenne nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1940 con lievi danni alle strutture pubbliche ed industriali. Ne seguirono altri, ad intervalli, fra il giugno e il dicembre 1940. Il primo massiccio bombardamento di Milano (dopo un intervallo durato tutto il 1941 e parte del 1942) si verificò il 24 ottobre 1942, in pieno giorno, ad opera dell'aviazione inglese. Nella notte del 14-15 febbraio 1943 fu il turno degli aerei americani. Fra il 7 e l'8, il 12 e il 13, il 14 e il 16 agosto 1943 gli attacchi furono più violenti e numerosi: Milano fu colpita più volte da ben 916 bombardieri. Vennero sganciate in quei giorni 2600 tonnellate di bombe. Furono distrutte migliaia di case, i servizi pubblici furono interrotti, i morti si contarono a centinaia. I bombardamenti proseguirono nel 1944 in un crescendo pesantissimo.

1943 Milano palazzo bombardato   1943 Milano Piazza Fontana bombardata

Alla fine del 1943 a Milano si contavano 250.000 senza tetto, 300.000 evacuati, 687 morti e 113 feriti. Il 65% dei monumenti era stato gravemente danneggiato o distrutto. Dei 273 edifici protetti della città, 183 avevano subito danni.

1943 Milano San Babila bombardata   1943 Milano Sant'Ambrogio bombardata  

Il 14 febbraio 1943 un raid aereo provocò qualche danno di minore entità alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e alla volta del refettorio. Un altro attacco durante la notte fra il 13 e il 14 agosto 1943 danneggiò il convento ma non il refettorio.

1943 ospedale Maggiore Milano bombardato  

Padre Acerbi, un veterano della grande guerra, trascorse l'ennesima notte all'addiaccio in un umido rifugio antiaereo di Milano, in compagnia dei suoi confratelli domenicani. Sperava che i terrificanti eventi cui aveva assistito la notte precedente non si sarebbero ripetuti. Era domenica 15 agosto 1943. Quel giorno lui e i suoi concittadini avevano festeggiato Ferragosto, l'Assunzione di Maria Vergine, ma la celebrazione si era svolta sottotono. Acerbi aveva pregato per la cessazione dei bombardamenti, chiedendo anche solo qualche ora di tregua: i milanesi erano stanchi e avevano bisogno di dormire, così come lui e gli altri frati.

Poco dopo la mezzanotte, mentre la luna piena cominciava a riemergere da un'eclissi parziale, aveva riudito il temuto suono delle sirene antiaeree. I raid precedenti avevano già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare la città. Venti minuti dopo le sirene, aveva sentito il rombo dei bombardieri, poi coperto dal frastuono delle prime esplosioni. La terra aveva tremato sotto i piedi dei confratelli, con crescente violenza, a mano a mano che la prima ondata dei Lancaster della RAF britannica si avvicinava al centro. I lampi delle esplosioni avevano reso ancor più luminoso il cielo già chiaro. L’aria si era riempita dell'odore acre degli incendi. Un ordigno da quasi due tonnellate era scoppiato vicino al rifugio dei monaci, con un boato assordante.

Qualche notte prima, le schegge avevano investito la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il refettorio. Sorprendentemente, nessuna aveva danneggiato il gioiello di Milano, l'opera che sorvegliava i pasti quotidiani dei domenicani: L'ultima cena di Leonardo. Per tradizione, da secoli i frati mangiavano di fronte alla parete su cui Leonardo aveva ritratto i dodici apostoli e Gesù in procinto di consumare la loro cena.

Quando sorse l'alba, padre Acerbi vide che l'esplosione aveva interrotto quella tradizione, forse per sempre.

Leonardo aveva scelto un approccio contemplativo quando aveva dipinto il Cenacolo. Matteo Bandello, giovane monaco e rinomato autore di novelle, osservò che Leonardo «soleva anco spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro di che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava».

Quando l'affresco era stato terminato, nel 1498, tutti erano rimasti sbalorditi. Fino ad allora le rappresentazioni di quel soggetto, dai primi affreschi nelle catacombe del V e del VI secolo fino alle opere più recenti di Taddeo Gaddi (1350 ca.), Andrea del Castagno (1447 ca.), Domenico Ghirlandaio (1480 ca.) e Pietro Perugino (1493 ca.), avevano enfatizzato il tema dell'eucaristia, disponendo i dodici apostoli intorno al tavolo mentre Cristo preparava e offriva il pane e il vino consacrati. L’ambientazione di quelle opere era immaginaria, le figure erano statiche e prive di emozioni. Spesso Giuda veniva ritratto in disparte, lontano da Gesù e dagli altri apostoli.

Ma Leonardo, attento osservatore della natura e studioso del corpo umano, aveva rotto con la tradizione e fuso la cerimonia dell'eucaristia con il drammatico momento in cui Cristo annuncia ai presenti: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Avendo notato che «i movimenti dell'uomo sono altrettanto variegati delle emozioni che li attraversano», il maestro aveva ritratto la reazione di ogni apostolo a quell'annuncio sconvolgente: Filippo si porta le mani al petto come a protestare la sua innocenza, Giacomo maggiore fa un gesto di indignazione, Bartolomeo non stacca gli occhi da Gesù e si sporge in avanti, mentre Giuda, dopo avere rovesciato accidentalmente il sale, si ritrae sulla difensiva e stringe un sacchetto, forse contenente i trenta denari. L’uso del colore e l'aspetto realistico dei personaggi coinvolgono l'osservatore nella drammatica narrativa di Leonardo.

La notte di Ferragosto del 1943 il dipinto rischiò di scomparire, polverizzato. La bomba piombò al centro del chiostro dei Morti, un piccolo spazio erboso a est del refettorio e a nord della chiesa. L’esplosione distrusse il corridoio coperto che i monaci biancovestiti attraversavano quotidianamente. L’unica testimonianza rimasta della sua esistenza erano alcune colonne spezzate, che fino al giorno prima sostenevano le graziose arcate e gli affreschi del passaggio che portava alla chiesa.

La detonazione mandò in frantumi la parete orientale del refettorio, facendo crollare il tetto. Le travi maestre distrussero la fragile volta dell'edificio come un martello calato su un uovo. Nel 1940 i funzionari addetti alla tutela delle opere d'arte avevano preventivamente sistemato una protezione fatta di sacchi di sabbia, impalcature di legno e rinforzi metallici su entrambi lati della parete settentrionale. Grazie a questa precauzione, il capolavoro di Leonardo non crollò. Anche se il giorno dopo l'attacco nessuno era in grado di confermare lo stato dell'Ultima cena, padre Acerbi pensò al miracolo quando vide che, forse, l'affresco era sopravvissuto a una bomba esplosa a una ventina di metri di distanza.

Per dipingerlo, Leonardo aveva adottato una tecnica sperimentale. Invece di utilizzare il procedimento consueto, applicando i pigmenti all'intonaco fresco, aveva dipinto su una parete asciutta, sperando di ottenere una tavolozza più completa. Questo approccio si adattava bene anche al suo metodo di lavoro, lento e meditativo. Aveva impiegato circa tre anni a completarlo; una volta finito, misurava 460 cm di altezza per 880 di lunghezza, e copriva quasi l'intera larghezza del refettorio. Ma l'esperimento era fallito: dopo meno di vent'anni, la superficie pittorica mostrava già diversi segni di deterioramento. Nel 1726 c'era stato il primo di una lunga serie di interventi di restauro, alcuni documentati, altri no. Troppo spesso, però, questi sforzi riflettevano non tanto l'intenzione di far riaderire la pittura di Leonardo alla parete perpetuamente umida, quanto piuttosto il desiderio del restauratore di legare la sua attività e il suo nome al capolavoro. Come osservò un'esperta: «Non esiste al mondo un'opera d'arte che, quanto il Cenacolo, sia più venerata dal popolo e più offesa dagli intellettuali».

L’attacco aereo del 16 agosto 1943 fu solo l'ultimo e il più drammatico esempio di «intervento» invasivo.

L’umidità della parete settentrionale aveva sempre preoccupato i custodi dell'affresco, e la sua improvvisa esposizione agli elementi creò nuovi rischi. Il crollo del muro orientale infranse il delicato microclima del refettorio; la calura dell'estate milanese aumentò l'umidità della parete, provocando un rigonfiamento e quindi un distacco del materiale pittorico. L'esplosione aveva anche scaraventato alcuni sacchi di sabbia contro la superficie del dipinto: il primo temporale estivo avrebbe potuto lavarne via intere sezioni. Un edificio più basso a ridosso della parete settentrionale del refettorio aveva subito gravi danni ed era pericolante; forse sarebbe bastata una scossa, e di sicuro un'esplosione ravvicinata in seguito a un altro raid alleato, per far crollare il muro. Anche se questo fosse sopravvissuto, il capolavoro di Leonardo era in grave pericolo.

 

Bibliografia:

Guglielmo Mozzoni, La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio 1943 al 30 aprile 1945, Edizioni Arterigere 2011

Robert M. Edsel, Monuments men, Sperling & Kupfer 2013

1943 Milano galleria   1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 2   1944 dicembre Milano La Scala 2

Jeudi 16 mai 2013 4 16 /05 /Mai /2013 09:02

IL-TEMPO-8-maggio-1945.jpg

 

C'è una fotografia che ritrae dei bambini intenti a giocare con armi e proiettili sparsi sul terreno, nel cortile di un grande caseggiato. E' finita.



Nel bunker della Cancelleria, a Berlino, Hitler ha ucciso Eva Braun, poi si è sparato. Ha voluto che anche il suo cane prediletto, Blondi, venisse abbattuto. Poi, i camerati hanno bruciato i corpi di Adolf e della moglie.

 

La Repubblica di Salò non ha vissuto che diciotto mesi.

Mussolini non ha molte illusioni; confida al prefetto Nicoletti: «I tedeschi perdono sempre un'ora, una battaglia, un'idea». Il cardinale Schuster, che riceve Mussolini in Arcivescovado, lo descrive come «un uomo senza forza di volontà che muove incontro al suo fato senza reazione».

Alle 16.20 del 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello arrugginito di una villa, cadono fucilati Benito Mussolini e la sua amante Clara Petacci, che ne ha voluto condividere il destino.

Il 7 maggio il Grande Reich firma l'atto di resa senza condizioni: al posto del Führer comanda l'ammiraglio Donitz, eletto suo successore.

A Berlino si contano cinquemila suicidi. Sono arrivati quelli dell'Armata Rossa e non guardano tanto per il sottile, ma dicono le donne che ricordano i terribili bombardamenti: «Meglio un russo sulla pancia che un americano sulla testa».

Il 6 agosto, gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, tre giorni dopo tocca a Nagasaki: due lampi accecanti, che sviluppano una temperatura di milioni di gradi, diecimila volte più del sole.

Si contano le perdite: l'URSS raggiunge la cifra enorme di 37 milioni, di cui 12 sono i caduti. Più di settantamila città e villaggi risultano distrutti, 30 mila fabbriche sono in rovina, 25 milioni di persone sono senza casa.

Gli americani non arrivano, tra morti e dispersi, a 400 mila; i francesi, tra prima e dopo l'armistizio, 275 mila; gli inglesi 330 mila; l'Italia ha avuto, tra militari e civili, 309.453 morti e 135.070 dispersi. Le perdite tedesche sarebbero state di 2.250.000 caduti e di un milione e mezzo di dispersi. Il Giappone, tra feriti, dispersi e deceduti, circa 1.500.000 uomini; la Polonia oltre un milione di soldati uccisi, e cinque milioni di cittadini, dei quali tre sono ebrei.



L'Italia ha avuto tra militari e civili trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi, settecento chilometri di ferrovia sono distrutti o danneggiati, ha perso un milione e novecentomila vani e più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri, più di quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili, 19 mila ponti risultano abbattuti, novecento dieci acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche. 
Secondo una stima americana, il costo totale della seconda guerra mondiale sarebbe stato di 1.154.000.000.000 di dollari, di cui 94.000.000.000 pagati da noi. Sono pochi i mutamenti territoriali: la Cecoslovacchia cede all'Unione Sovietica l’Ucraina Sub-carpatica, la Polonia raggiunge l’Oder Neisse, e divide la Prussia orientale con Mosca, alla quale cede una zona di confine, compresa Brest-Litovsk.

Un orologio di Hiroshima,

 

 

coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

Un marinaio a Manhattan, sulla Times Square, si butta su un'infermiera della Croce Rossa per baciarla, e celebrare così la sconfitta del Giappone.

Poi, una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io». 

Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti.

 

Da “la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti” di Enzo Biagi – Corriere della Sera 1980


cimitero americano a Omaha Beach (Normandia)


 

cimitero polacco a Montecassino

 

ATTO DI RESA MILITARE TEDESCA

Firmato a Reims alle ore 2:41 del 7 Maggio 1945

Noi sottoscritti, in virtù dell'autorità conferitaci dall'Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Supremo Comando delle Forze di Spedizione Alleate e contemporaneamente all'Alto Comando Sovietico, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a questa data sono sotto il controllo Tedesco.

L'Alto Comando Tedesco invierà immediatamente a tutte le proprie autorità militari terrestri, navali ed aeree e a tutte le forze sotto il suo controllo, l'ordine di cessare ogni operazione militare attualmente in atto a partire dalle 23:01, ora dell'Europa Centrale, dell' 8 Maggio e di rimanere nelle posizioni in cui si trovano in quel momento. Nessuna nave dovrà essere deliberatamente affondata, né dovranno essere arrecati danni agli scafi, alle macchine o alle attrezzature di bordo e nessun aereo dovrà essere volontariamente distrutto o danneggiato.

L'Alto Comando Tedesco provvederà attraverso i propri Comandanti, ad assicurare che venga prontamente eseguito ogni ulteriore ordine impartito dal Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e dall'Alto Comando Sovietico.

Questo atto di resa militare potrà essere integrato da successive condizioni di resa globale da imporre alla Germania per conto delle Nazioni Unite.

Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco od ogni altra forza militare sotto il suo controllo non ottemperi a quanto stabilito da questo Atto di Resa, il Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e l'Alto Comando Sovietico adotteranno i provvedimenti che riterranno più opportuni.

Firmato a REIMS, in Francia, alle ore 02:41 del 7 Maggio 1945

In rappresentanza dell'Alto Comando Tedesco: Alfred JODL

ALLA PRESENZA DI:

In rappresentanza del Comando Supremo Alleato: Walter Bedell SMITH

In rappresentanza dell'Alto Comando Sovietico: Ivan SOUSLOPAROV

In qualità di Testimone: François SEVEZ (Generale dell'Esercito Francese)

 



 
Vendredi 3 mai 2013 5 03 /05 /Mai /2013 07:00

29 aprile 1945: a Caserta, le forze tedesche in Italia firmano segretamente la resa incondizionata, divenuta operante alle 14.00 del 2 maggio. Giunge così a conclusione l'operazione Sunrise, nome in codice delle lunghe trattative condotte in Svizzera tra l'OSS, il servizio segreto americano, diretto da Allen Dulles, e il comandante delle SS in Italia, Karl Wolff. È la prima capitolazione dell'esercito hitleriano, che segna la fine delle ostilità sul fronte italiano.

Si evitò così un'inutile resistenza finale lungo l'arco alpino e ulteriori distruzioni vennero risparmiate. I tesori della Galleria degli Uffizi, che erano stati trafugati dai nazisti, furono immediatamente recuperati e Ferruccio Parri, prigioniero della Gestapo, venne riconsegnato agli americani in Svizzera, sano e salvo, già nel marzo 1945. Ma fino all'ultimo l'esito dell'operazione (denominata in codice Sunrise, cioè «Alba») restò in bilico. Wolff, che aveva condotto il negoziato a Berna con l'agente dei servizi segreti americani (allora la sigla era Oss) e futuro direttore della Cia Allen Dulles, inizialmente non riuscì a convincere Kesselring e rischiò di essere arrestato e fucilato. Solo le notizie provenienti da Berlino, dove Hitler si era sparato il 30 aprile nel bunker della Cancelleria, sbloccarono la situazione e consentirono di attuare la resa firmato il giorno prima a Caserta da due emissari tedeschi.

 

 

 

Nel salone di palazzo Reale, Caserta, a sinistra i delegati tedeschi, di fronte l'estensore del verbale delle tre firme e l'interprete tedesco, a destra il Generale Morgan e alle sue spalle anche il Generale Kislenko (con gli stivali)

Jeudi 2 mai 2013 4 02 /05 /Mai /2013 07:15

È il massacro compiuto dalle truppe di occupazione della Germania nazista, ai danni di 335 civili e militari italiani, come atto di rappresaglia in seguito all'attentato, avvenuto il giorno precedente, contro le truppe germaniche in via Rasella, che aveva provocato la morte di trentatré riservisti inquadrati nella Wehrmacht.

 

Scrive Carla Capponi, che aveva partecipato a quell'azione in via Rasella, nel suo libro Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista”:

 

  Cuore-di-donna.jpg «Per noi quell'ordine assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione. L'annuncio "questo ordine è già stato eseguito" con cui terminava il breve comunicato, suonava come una sfida: non avevano scritto "La sentenza è già stata eseguita", perché nessun tribunale avrebbe sancito una condanna così efferata, contro ogni legge, contro ogni morale, contro ogni diritto umano.

Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano fare intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c'erano gli "ordini" del comando nazista, il "Deutschland über alles", della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c'era bisogno né di tribunale né di sentenze.

Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei GAP. L'eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia.

Volevano nascondere un altro crimine, l'avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all'eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell'" errore" si rese conto Priebke mentre svolgeva l'incarico di "spuntare" le vittime prima dell'esecuzione, rilevandole da un elenco all'ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l'esecuzione e l'occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage».

Alle undici e trenta del venticinque marzo, l'Agenzia Stefani emise un comunicato del Comando tedesco di Roma: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest'ordine è già stato eseguito".

 

Giulia-Spizzichino.jpg Nel libro La farfalla impazzita Giulia Spizzichino, scrive:

«Non ricordo come, ma a un certo punto si venne a sapere che alle Fosse Ardeatine c'era un numero impressionante di cadaveri. Non si sapeva esattamente chi vi fosse sepolto, ma era chiaro che si trattava di prigionieri prelevati dalle carceri dopo l'attacco di via Rasella. Erano loro gli scomparsi, e poi c'era stato l’annuncio sul giornale della rappresaglia eseguita. Il comando tedesco non aveva mai comunicato i nomi delle persone trucidate, ma le famiglie che non avevano notizie dei propri cari non si facevano illusioni circa loro sorte.

Chi andò alle cave a vedere riferì che era impossibile solo pensare di dare un nome alle vittime. Quei corpi erano rimasti là sotto per quasi tre mesi ed erano tutti ammassati, a formare un unico groviglio. Qualcuno propose di chiudere l'entrata, rendendo il luogo una grande tomba comune. Le famiglie degli scomparsi però non lo accettavano. Le figlie del generale Simoni, per esempio, si opposero violentemente, obiettando che in quel modo non avrebbero mai saputo se il loro padre fosse lì dentro.

Quando l'odio produce effetti tanto devastanti, per averne ragione non c'è che l'opera dell'amore. Chi si offrì di compierla fu un medico ebreo, il dottor Attilio Ascarelli. Un uomo stupendo, non ho altri modi per definirlo, che impegnò nella difficile impresa tutta la sua passione, la sua professionalità. Voleva attribuire un volto a ciascuno di quei miseri resti. Iniziò a separare i corpi uno per uno, dato che si erano attaccati. Attraverso i ritagli degli abiti e gli oggetti che avevano addosso - i documenti erano stati loro sottratti - riuscì un po’ alla volta a ottenere il riconoscimento di quasi tutti.

Naturalmente anche la mia famiglia fu coinvolta, tanti dei nostri cari mancavano all'appello, ma io andai sul posto poche volte, mia madre non voleva condurmi con sé. Ero sempre triste ogni volta che tornavo alle Fosse Ardeatine!

Ricordo che c'erano tanti pezzetti di stoffa lavati e sterilizzati, appesi a dei fili con le mollette. Erano numerati, per effettuare un riconoscimento bisognava annotarsi quei numeri. All’epoca i vestiti venivano fatti su misura dal sarto, non c'erano abiti confezionati come adesso, quindi le donne di casa tenevano da parte degli avanzi della stoffa per poterla utilizzare per le riparazioni. Per noi, come per tanti, è stata una fortuna. Solo così abbiamo potuto ritrovare i nostri familiari, li abbiamo riconosciuti attraverso la comparazione dei tessuti. Un pezzetto di stoffa per il nonno Mosè, un altro per lo zio Cesare. Mio cugino Franco, i suoi sogni e i suoi presentimenti: tutto in qualche lembo di tessuto! E ogni volta quanto dolore, quanto quanto dolore ... ».

Mercredi 20 mars 2013 3 20 /03 /Mars /2013 15:21

 


I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze



Agosto 1944

Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale.  partigiani-in-azione-Firenze.jpg Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).

Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della po­polazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fa­tale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non sol­tanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfol­lati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi,  emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».

L'unità della XVI divisione, in cui erano inquad­rati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.

Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.

All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.

Sant-Anna-alcune-case-oggi.jpg

Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi. Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.
Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata: «I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

 


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

luogo-del-massacro.jpg

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.

A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.

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Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

 

vittime bambini Stazzema

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.
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Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.
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chiesa-Sant-Anna-di-Stazzema.jpg Nella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.

 

Jeudi 4 octobre 2012 4 04 /10 /Oct /2012 09:00

"Il colpo di pugnale nella schiena" lo chiamerà il presidente americano Roosevelt.

Nel giugno 1940 l’esercito italiano attacca la Francia sul confine alpino: i francesi sono già prostrati dalla disfatta appena subita a opera dei tedeschi, ma i fanti italiani avanzano con enorme fatica. L’equipaggiamento inadatto miete più vittime per assideramento delle pallottole nemiche. “Alla prova della montagna il fascismo era già finito”.

1940-attacco-alla-Francia.jpg  obice-149-13.jpg  

Ha scritto Giorgio Bocca:

giorgio bocca

«Quello che capimmo in quei frenetici, straccioni, deludenti anni trenta, fu che la guerra era persa prima di cominciare. Dai richiami del 1938, dal Vallo Littorio del 1939 fino all'intervento contro la Francia del 1940, uno spettacolo sconsolante di incuria, di impreparazione, di azzardo e di stupidità. Non eravamo antifascisti, ma il fascismo se ne stava andando da solo con quella sua pretesa di essere un gigante mentre era un nano, con il suo bluff scoperto, con quel suo confrontarsi con le grandi nazioni. Se ne stava andando e non potevi far finta di non vederlo, di non capirlo. Il peggio furono i richiami alle armi di un esercito senza mezzi, senza un vero comando. Ti svegli un mattino nella tua piccola città alpina Cuneo, indossi abiti pesanti perché ha già nevicato sull'incombente montagna, esci per andare a scuola al ginnasio, liceo Silvio Pellico, che sta nella città vecchia vicino al collegio dei Salesiani, dove c'è la piazzetta in cui Garibaldi riunì i primi Cacciatori delle Alpi che solo l'armistizio di Villafranca poté fermare mentre stavano marciando su Trento. Esci di casa e vedi che è in corso uno strano esodo, una lunga fila di poveracci vestiti da poveracci, con il vestito brutto che indossi quando vai sotto le armi e con le valigie di cartone che tiri giù dal solaio quando ti arriva la cartolina rossa, la cartolina precetto del richiamo alle armi, e arrivato in piazza Vittorio, fra la città nuova e quella vecchia, ti chiedi: ma questi dove vanno? Perché le caserme stanno nella città nuova e questi invece si dirigono sui portici di quella vecchia. E quando, come ogni mattino, stai per entrare nei portici li trovi occupati dai poveracci. Le caserme non sono pronte, le brande e i materassi non sono arrivati, hanno buttato uno strato di paglia sotto i portici e lì i richiamati devono dormire. Non si sa neppure come dare loro da mangiare. I mulini privati non hanno scorte sufficienti, quelli dell'esercito sono lontani, fra Piacenza e Alessandria, bisogna aggiustarsi con i panettieri borghesi, pagare i prezzi che chiedono, oppure lasciare che i richiamati si arrangino; vendano ai civili i farsetti a maglia o i teli tenda che hanno appena ricevuto. Quello fu il primo inverecondo spettacolo di un regime che voleva conquistare il mondo avendo le toppe ai pan­taloni. Poi arrivò il caos cementifero del Vallo Littorio, che vedevamo sbalorditi con i nostri occhi, noi ragazzi che ogni domenica continuavamo ad andare in montagna. I francesi avevano fin dalla Prima guerra mondiale, da quando l'Italia faceva parte della Triplice, l'alleanza con gli imperi centrali, una linea fortificata che copriva l'intero confine dal mare al Monte Dolent in Valle d'Aosta.

L’ordine di costruire il Vallo Littorio arriva tardi, nel 1938, ed è una corsa disordinata agli appalti di quattrocento aziende senza un preciso piano, con fortificazioni distribuite a caso. I lavori prendono un ritmo frenetico, arrivano dal biellese e dalla bergamasca impresari famelici, alcuni con mezzi ridicoli, un camion e qualche badile, saltano tutti i controlli. Alcune fortificazioni sono prive degli impianti di aerazione, appena si spara i locali si riempiono di gas, i soldati svengono, alcuni si arrangiano mettendo le maschere antigas; in altre mancano i rivestimenti ai muri, l'acqua della neve filtra e può arrivare a metà gamba. I fossati anticarro sono poco profondi.

Anche in montagna le cucine da campo non funzionano, il rancio non arriva. I soldati rimediano come possono, sparano sui camosci delle riserve reali, pescano nei laghi Sella con le bombe a mano, un boato e le trote morte vengono a galla. Camminiamo per le nostre montagne e vediamo come si disfa un regime che si pretende militare e imperiale. Al Colle della Maddalena stanno stendendo i reticolati e il maggiore che dirige i lavori telefona al comando che sta a Bra: "Mi mancano i paletti". Dal comando rispondono: "Cercheremo di farteli avere. Intanto possiamo dire che li state mettendo?". Un giorno mentre siamo al Colle di Tenda, vediamo una lenta carovana militare salire sul colle. Non può usare il traforo: troppo stretto e basso per farci passare i camion giganti da 420 presi agli austriaci nella guerra del 1915-18. Li portano in Val Ruja per una rivista del principe del Piemonte che comanda pro forma la nostra armata. Uno dei cannoni giganti sparerà un unico colpo, sfasciando la canna. La posta non funziona, gli alpini ci danno delle lettere da imbucare giù in pianura. Mancano le pile per i telefoni da campo, le radio sono pesanti, intrasportabili in alta montagna. Gli alpini che incontriamo ci dicono che il loro battaglione conta più muli che soldati. Gli autieri del Genio che devono percorrere tratturi impervi hanno trovato un modo per cavarsela: fingono un incidente, fanno uscire di strada la camionetta.

Come funzioni il comando dell'armata lo vediamo con i nostri occhi. Il comando sta a Bra, sistemato in alcuni vagoni letto delle ferrovie e nei locali del ristorante Alli due buoi rossi; le comunicazioni non funzionano e allora ogni comando di divisione spedisce i suoi al fronte per vedere quel che succede. Succede che le auto si bloccano negli ingorghi all'imbocco delle valli, dove le salmerie non riescono a proseguire e i reparti avanzati non ricevono i rifornimenti.

Due nostre armate sono schierate lungo le Alpi, ventidue divisioni, trecentomila uomini con tremila pezzi di artiglieria. E nessuno capisce perché si debba fare la guerra alla Francia dove lavorano un milione di nostri immigrati. L’eccidio di lavoratori italiani ad Aigues-Mortes è stato dimenticato, i nostri sono accolti fraternamente. Perché fare guerra a un paese già vinto, perché "il colpo di pugnale nella schiena" come lo chiamerà Roosevelt? Lo schieramento francese è ormai ridotto al minimo, dai cinquecentomila uomini dell'inizio della guerra con la Germania si è scesi ai pochi del 10 maggio, quando le ultime riserve sono state mandate al Nord per fronteggiare l'offensiva della Wehrmacht. Restano quarantasei battaglioni per complessivi ottantatremila soldati, ma il morale di questi pochi è ancora buono; la linea fortificata è ottima, e come ha scritto lo stratega Clausewitz: "Attaccare la Francia sulle Alpi è come pretendere di alzare un fucile afferrandolo per la punta di una baionetta". Il nostro comando lo sa: anche in caso di sfondamento, dato lo stato delle strade e il numero dei valichi, non potremo avanzare che per pochi chilometri mentre lo spazio alpino francese è di centinaia di chilometri.

il popolo d italia giornale

Quando il 10 giugno 1940 entriamo in guerra, la tacita intenzione del nostro comando affidato al maresciallo Badoglio è di aspettare che i tedeschi abbiano sconfitto le armate franco-inglesi, cioè il tacito "se io non attacco, voi non attaccate". Ma si può star fermi se a Roma c'è un Mussolini che vuole a ogni costo "qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace"? Bisogna attaccare, costi quel che costi. Il prezzo è ancora alto, ce ne accorgiamo noi che stiamo nelle immediate retrovie, gli ospedali non bastano ad accogliere le migliaia di soldati congelati perché mancano le divise invernali di lana e si combatte con quelle estive di tela, perché gli scarponi sono spesso di cartone e non di cuoio e nella notte del 21 c'è stata un'abbondante nevicata. Le notizie che arrivano dal fronte sono catastrofiche: le divisioni che attaccano il valico del Piccolo San Bernardo finiscono in un intasamento generale, è bastata una frana sulla strada e la resistenza di una compagnia di chasseurs des Alpes perché si formasse una colonna di chilometri, impossibile risalirla con le autoambulanze e con le cucine da campo. I reparti che attaccano in direzione di Briançon sono inchiodati dalle artiglierie del fronte Chaberton, i nostri carri leggeri, le "scatole di sardine" come li chiamano i soldati, si fermano nei reticolati o per avarie al motore; in un vallone un battaglione di fanteria finisce sotto una postazione di mitragliatrici francese. Il massacro è evitato dal comandante francese, il maggiore Renard, che scende a farli prigionieri: trecentotrentacinque che si arrendono senza colpo ferire. Ma sono le notizie che arrivano da Genova e da Torino a farci capire che da questa guerra siamo in pratica già usciti, se ci staremo fino al settembre del 1943 sarà solo perché tenuti in piedi dai tedeschi. Quali notizie da Genova e da Torino? Nel mare di Genova in pieno giorno è comparsa una squadra francese con quattro incrociatori pesanti e venti caccia e si è messa a cannoneggiare indisturbata le fabbriche di Sestri e di Vado, ritirandosi solo nel tardo pomeriggio: la nostra aviazione non si è vista, i piloti dormivano e nessuno ha pensato a svegliarli. E il 15 giugno l'aviazione inglese arriva su Torino, bombarda la Fiat senza che la nostra contraerea intervenga. E non interviene perché non c'è. Nel Mar Ligure la nostra flotta è arrivata tre giorni dopo l'attacco. Mussolini telefona a Hitler perché gli mandi delle batterie, un Hitler generoso e paziente ritarderà l'armistizio con la Francia fino a quando non sarà accettato anche quello con l'Italia. Dicono che all'ingresso dei plenipotenziari francesi il maresciallo Badoglio trattenesse a stento le lacrime della vergogna. Ma il Vallo Littorio avrà almeno una parte preziosa nella guerra partigiana, ci troveremo le centinaia di mitragliatrici abbandonate dal regio esercito. 

In Val d'Aosta invece di preparare la guerra il regime si era preoccupato di italianizzare i valdostani, cambiando i nomi dei paesi: al posto di Morgex, Valdigna, di Courmayeur, Cormaiore, di La Thuile, Porta Littoria. Cambio insensato come e più della guerra. I valdostani non erano italianizzabili per la semplice ragione che, nel corso millenario della loro storia, l'Italia in Val d'Aosta non esisteva. Prima che arrivassero i romani diretti in Gallia, nella valle abitavano i celti che erano avanzati fino al Canavese e oltre. Finché erano stati tranquilli e non avevano ostacolato l'avanzata dei romani, li avevano lasciati campare; una volta ribellatisi un console li aveva fatti prigionieri e venduti in gran parte come schiavi sul mercato d'Ivrea; allora Eporedium. Quelli rimasti in valle si erano mescolati con i coloni romani, che poi erano in gran parte legionari arrivati da chi sa dove o patrizi come Aimus e Avilius, impadronitisi delle terre migliori con una fattoria all'inizio della Val di Cogne, precisamente ad Aimaville, come li ricorda il nome. Insomma, la solita mescolanza di stirpi e di storie. La Val d'Aosta aveva seguito per un migliaio di anni i Savoia partecipando alle loro guerre al di qua come al di là delle Alpi, ed è impossibile dire se fossero pro o contro l'attuale Francia. Possiamo solo affermare che la parte più alta della valle attorno al Monte Bianco si chiamava Harpitania dalla parola Harp che significa "montagna" nella lingua parlata dagli indigeni, un patois simile a quelli occitani, derivanti dalla langue d'oc.

Fronte alpino 20Giu 40Fare una guerra sulle Alpi era un'idea balorda, ma farla sul massiccio del Bianco pura follia. Si era nella catena più alta d'Europa, con montagne sopra i quattromila metri, con nevi eterne, e ghiacciai che portavano ad altri ghiacciai. Per la Val d'Aosta si arrivava nell'Alta Savoia, cioè in villaggi lontani dalla valle del Rodano per un'ipotetica riunione con i tedeschi che scendevano dal Nord. Per fare quella guerra assurda, cioè per simularla, si pensò di usare gli alpini che stavano in valle, del III reggimento e della Scuola alpina. Divisi in quattro gruppi operativi. Uno che per la Val Veny puntava al Col de la Seigne, da cui scendere a Bourg Saint Maurice, altri tre sul Bianco, cioè su un territorio proibitivo anche per dei buoni alpinisti. Quello del Col du Bonhomme era affidato agli uomini della scuola alpina di Aosta comandati da Giusto Gervasutti detto "il fortissimo". Il gruppo di assalto era comandato dal capitano Fabre e dal tenente Lamberti. Alla loro destra un battaglione alpino sul Colle del Gigante, al comando dell'accademico del Club alpino Renato Chabod, famoso scalatore. Nella zona delle Grandes Jorasses c'era la compagnia dell'accademico Boccalatte e all'estrema destra, al Col Ferret, al confine con la Svizzera, i reparti comandati dall'alpinista torinese Emanuele Andreis. Più che un esercito è un raduno dei migliori alpinisti e sciatori italiani. Non esiste un piano militare per la ragione che non esistono veri obiettivi militari, ma dei villaggi che una volta conquistati restano lontanissimi dai nodi strategici. L'obiettivo del gruppo Gervasutti è il villaggio di Les Contamines sotto il Col du Bonhomme da cui si può arrivare a Megève, una stazione elegante di sci. Dal Colle del Gigante per arrivare a Chamonix bisognerebbe scendere per i quattordici chilometri della Mer de Glace e per i suoi crepacci. Così gli altri due settori. E allora perché mandare su quelle rocce, su quei ghiacciai la crème dei nostri alpini se lì la guerra è impossibile?

La ragione di uso comune nel regime di cartapesta: se non ci sono, se non posso, devo almeno far finta di esserci.

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Gli alpini del resto sono abituati alle assurdità dell'esercito, hanno inventato la parola "naja" che vuol dire: questo è il nostro destino, di sacrifici, di fame, di freddo, di morte, il destino che non si discute dei montanari poveri. Non ha senso fare una guerra per la quale non si è preparati nei luoghi dove farla è una follia. Ma bisogna farla. È naja. Anche in Val d'Aosta i magazzini sono vuoti. Il reparto d'assalto della Scuola alpina non ha una radio da campo e neppure un eliografo, cioè una bandiera a lampo di colore. Per i collegamenti dovrebbe usare una muta di cani lupo addestrati al traino di slitte inutilizzabili sui ghiacciai del Bianco. I nostri arrivano in Val Veny e finalmente vengono informati del loro obiettivo insensato. Hanno gallette e carne in scatola per due giorni, non hanno un medico da campo, solo un infermiere improvvisato con uno zainetto con qualche pastiglia di aspirina, della garza, delle bende e una bottiglietta scura con su scritto "veleno" che è tintura di iodio. Finché si sale per le pietre del cono di deiezione la fatica è sopportabile, ma dove comincia il ghiacciaio e bisogna portare a spalle il treppiede della mitragliatrice Beretta che pesa una ventina di chili, bisogna darsi il cambio ogni cento metri di dislivello. Gli uomini si muovono in un silenzio surreale per una guerra, rotto solo dalle scariche di pietre e dalle piccole slavine. Nell'opposto vallone della Lex Blanche salgono gli alpini del battaglione Duca degli Abruzzi, anche loro diretti al nulla del ghiacciaio di Lechaud. E tutti sanno che se arriveranno sul tetto di ghiaccio non troveranno dei nemici veri, ma i loro simili, i chasseurs des Alpes, incontrati ogni anno nei rifugi, con i quali si è gareggiato ogni anno sugli sci e magari festeggiato, come la volta che gli alpini del sergente Prenn, ribattezzato Perenni, hanno vinto la gara di pattuglie alle Olimpiadi di Garmisch. Gli amici diventati nemici sono pochi, quello che resta dell'armata francese delle Alpi, ma ci sono; sono armati e hanno dei buoni binocoli con cui osservano le nostre mosse, dal Col du Bonhomme, dal rifugio del Col du Midi.

L'ordine di operazione è come i discorsi dei gerarchi e dei generali: euforico e ineseguibile, i nostri reparti dovrebbero superare il tetto del Bianco, le sue calotte di ghiaccio, le sue guglie di roccia per tagliare la ritirata a una difesa francese che si è già sciolta da sola, lasciando solo un velo di retroguardia. Nel silenzio che perdura mentre il gruppo di Lamberti si avvicina al colle, qualcuno pensa che non esista più il nemico, che i francesi siano tornati a casa quando hanno saputo della disfatta del fronte nord. Ma non sono tornati tutti a casa. Sul Col du Bonhomme è rimasto con i suoi éclaireurs-skieurs il tenente Jean Bulle, lui con il suo binocolo segue tutto ciò che si muove dal Col de la Seigne al Bianco; e quando vede che gli alpini stanno affondando fino al ginocchio nella neve marcita dalla nebbia apre il fuoco. Le raffiche zampillano davanti ai nostri, ma bisogna defilarsi. Lamberti, che ha una memoria buona, annoterà nel suo diario: "Finché le pallottole fischiano sulla tua testa non sono pericolose. Quella che ti uccide non la senti". Arrivano anche dei colpi di artiglieria che partono da postazioni in caverna, nei pressi di Bourg Saint Maurice. Il capitano Fabre si salva per miracolo da una slavina, Lamberti che è più alto lo vede appeso alla piccozza.

Il tenente Bulle e la sua pattuglia hanno fatto il loro dovere fino alla fine, scendono a Les Contamines e finalmente i nostri dal colle possono vedere sotto di loro le quattro case per cui hanno rischiato la vita, per cui alcuni sono morti, come un fratello di Zeno Colò. Il gruppo di assalto viene sciolto, Lamberti e Fabre tornano ad Aosta. Lamberti annota: "È stata una prima esperienza di guerra. Il meno che se ne possa dire: demoralizzante".

l nostri hanno conquistato Bourg Saint Maurice, che dista dal confine una decina di chilometri. Mentre la banda .suona per festeggiare la vittoria arrivano dei colpi di artiglieria. Li hanno sparati i francesi del forte di Traversette. Anche loro tornano a casa. Almeno non facciamo prigionieri.

Verso il mare nella Val Roya l'avanzata della divisione Modena è stata subito bloccata, la divisione Cosseria si è praticamente persa nell'entro terra di Sospel, i soldati hanno camminato per trenta ore e al primo contatto con i francesi si sono fermati sfiniti. "Sono giorni," osserva il ministro Bottai, "di combattimenti tentati più che compiuti". Il treno armato con quattro cannoni da 152 esce dalla galleria sotto i giardini Hambury e viene subito centrato dalle batterie francesi di Cap Saint Martin e retrocedendo s'incastra con un cannone nella muraglia. Il generale Gambara, comandante del XV corpo di armata, ha deciso di fare due sbarchi a Mentone. I mezzi da sbarco stanno nel porto di Sanremo, sono dei barconi con motori fuoribordo. Dopo una prova ne rimangono utilizzabili solo otto, e mentre nella notte navigano verso Mentone vengono sospinti dal mare grosso sul promontorio della Mortola. Si rinuncia allo sbarco, nessuno capisce perché si siano impiegati dei reparti della Milizia senza addestramento quando c'è a Imperia il Battaglione san Marco, fanteria di marina. Forse Gambara ha voluto crearsi dei meriti presso il partito. Il giorno 23 una colonna scesa dalle montagne occupa Mentone. Osserva un ufficiale dello stato maggiore: "Solo venendo a contatto con la linea difensiva francese ci sarebbe stata una vera battaglia di rottura, la quale invece non ci fu né poteva esserci". Come a dire: non abbiamo fatto una guerra vera perché non eravamo in grado di farla.

Abbiamo avuto seicentotrentuno morti e seicento sedici dispersi. Chi sono questi dispersi, se il campo di battaglia è tutto percorso da strade e ferrovie? Sono dei disertori, a migliaia come ce ne furono in tutte le guerre. I francesi hanno perso trentasette uomini e quarantadue feriti.

Già la mattina del 17 giugno il plenipotenziario Baudoin (gli stessi nomi appena aggiustati da una parte come dall'altra di un confine inventato: Baudoin è Baudino, Giraud è Giraudo, Serrat è Serrati) ha presentato al nunzio apostolico monsignor Valeri le proposte francesi. Due le con­dizioni: l'impossibilità di consegnare la flotta che è già pronta ad autoaffondarsi e "la ricerca comune di una pace durevole" cioè che la Francia venga trattata come una grande potenza. Gli italiani accettano pur di fare in fretta. Giunge a Roma per concludere il generale Hutzinger, gli italiani chiedono di poter presidiare il territorio conquistato, praticamente nulla. Mai nella storia si sono visti dei vincitori così pieni di vergogna di fronte ai vinti. I delegati francesi non hanno ancora finito la lettura, che i nostri gli vanno incontro per stringer loro le mani; Ciano, Badoglio, Pricolo e Roatta sono turbati e affettuosi. Hutzinger ha ancora da chiedere se possiamo lasciargli i pochi aerei rimasti, Badoglio acconsente. Poi c'è da risolvere la spinosa questione dei fuoriusciti antifascisti, i francesi chiedono che si capisca il loro stato d'animo: non possono consegnarci persone cui hanno dato ospitalità. In nessuna clausola dell'armistizio si parlerà dei fuoriusciti. All'Italia fascista va bene che se ne taccia, l'opinione pubblica scoprirebbe che migliaia d'italiani sono riparati all'estero. La firma avviene alle 19:16, Hutzinger si congratula con Badoglio "per l'alto stile con cui ha diretto le trattative", Badoglio risponde: "La Francia è una grande nazione con una grande storia e sono sicuro che non le potrà mancare l'avvenire". Già appare la trama della grande alleanza conservatrice che si formerà nell'Europa occupata dai nazisti, la Francia è pronta al petainismo, l'Italia ha già rinunciato alla Tunisia e alle altre colonie francesi dimostrando di non avere in mente alcuna strategia: nei giorni che seguiranno tenterà timidamente in Libia un'offensiva contro gli inglesi, che sono comunque un osso duro, e lascerà tranquilla la Tunisia praticamente indifesa, che ci assicurerebbe il controllo del Canale di Sicilia e delle comunicazioni fra il Mediterraneo orientale e quello occidentale, che poi dovremo difendere con perdite pesantissime. Non sappiamo vincere neppure per finta, il Duce ha la pessima idea di visitare i campi di battaglia. Hitler si fa fotografare sotto l'Arc de Triomphe e alla tomba di Napoleone, e Mussolini va su e giù per le valli alpine dove non c'è quasi traccia della battaglia. Che pensano gli italiani di questa guerra? Si rendono conto che sono bastati quei pochi giorni a segnare il nostro declassamento sullo scenario mondiale, la fine della nostra propaganda imperiale? Molti capiscono, ma si adattano; dopotutto ci siamo schierati dalla parte del vincitore tedesco, raccoglieremo le briciole della sua vittoria, comunque sempre meglio che niente».

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca - Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco – Feltrinelli 2006

Jeudi 29 mars 2012 4 29 /03 /Mars /2012 07:01

 Dopo il 25 aprile e la liberazione di tutto il territorio nazionale, l'Italia rimane tagliata in due ancora per qualche tempo, perché lungo la «linea Gotica» gli Alleati hanno steso un cordone di polizia, invalicabile senza un loro lasciapassare. Dicono che si tratta di un «cordone sanitario», inteso a impedire il diffondersi dal Sud al Nord del mercato nero e del disordine economico e finanziario. Ma in realtà ad essi preme soprattutto che, nell'incontro immediato, l'Italia dell'insurrezione non sollevi anche l'altra e, con un colpo di mano, si rompa la tregua istituzionale e si proclami la repubblica, col duplice rischio di una ripresa della lotta civile (nella quale le forze anglo-americane sarebbero fatalmente coinvolte, come in Grecia) e del misconoscimento della resa incondizionata e delle sue conseguenze da parte di uno Stato interamente nuovo e di un governo rivoluzionario.

Come è cominciata la tregua istituzionale? Prima ancora di essere imposta formalmente, la tregua si è instaurata di fatto, per la forza degli avvenimenti e per ragioni militari, come un compromesso tra le divergenze che dividono inglesi e americani, e che condizionano la loro condotta politica e strategica dal marzo del '43 ai primi del '44.

Il punto fondamentale della divergenza è noto. Roosevelt vuole impegnarsi esclusivamente nello sforzo decisivo contro la Germania attraverso la Manica, come insistentemente chiede anche Stalin. Churchill preferirebbe sviluppare intanto una vasta operazione dal Sud attraverso l'Italia e i Balcani.

Perciò, quando si prospettano l'eventualità di una resa dell'Italia e l'opportunità di predisporre un programma per il periodo dell'occupazione, Roosevelt dà due direttive - imposizione rigorosa della «resa incondizionata» e abolizione della monarchia - che rispondono prevalentemente a motivi morali e, almeno la seconda, anche elettorali, poiché un'attiva campagna dei fuorusciti antifascisti ha mobilitato un settore dell'opinione pubblica americana contro Vittorio Emanuele III, corresponsabile del fascismo e della guerra fascista e contro la monarchia sabauda.

Invece Churchill, che persegue tenacemente il suo piano strategico-politico, per esigenze di pratica utilità aborrisce dall'una e dall'altra direttiva rooseveltiana. Egli ha in mente una liberazione abbastanza rapida e un'occupazione poco onerosa di parte della penisola italiana, come base adatta e conveniente per ulteriori spinte in direzione dell'Austria e della Jugoslavia. Dunque è convinto che sia meglio conciliarsi gli italiani con un atteggiamento più benevolo che non quello della «resa incondizionata», e che sia essenziale tenere in piedi la monarchia per garantirsi la cooperazione delle forze armate italiane (e specialmente della flotta) e per assicurare l'ordine civile contro un periodo di caos e una probabile ondata comunista. Diversamente, il prezzo degli sbarchi in Italia risulterebbe troppo elevato e il grave peso della occupazione impegnerebbe un'aliquota troppo forte delle non numerose truppe alleate del Mediterraneo, impedendo ogni altra operazione.

Questo criterio di utilità strumentale determina, e insieme chiarisce, l'azione di Churchill assai più che non la sua inclinazione personale verso la monarchia. Al medesimo criterio dovrà assoggettarsi lo stesso Roosevelt, sia pure con riluttanza e con qualche riserva, ma abbastanza velocemente. Donde il compromesso della tregua istituzionale.

Subito dopo il 25 luglio il Presidente scrive esultando al Premier. Più conciliante sulla formula della «resa incondizionata », che difatti non figurerà come tale nel «corto armistizio», egli rammenta tuttavia che dovrà tener fermo il proprio atteggiamento nei confronti della monarchia, a causa delle pressioni che su di lui esercitano gli avversari americani della dinastia dei Savoia. Churchill risponde: «Ora che Mussolini è andato, io tratterei con qualsiasi governo italiano non fascista che sia in grado di consegnare la merce». Il 27 dice ai Comuni: «Mentre gli affari italiani sono in una condizione cosi fluida e flessibile, sarebbe un grave errore per le potenze liberatrici agire in modo da far crollare l'intera struttura e l'espressione dello Stato italiano ».

Il 30 luglio Roosevelt scrive: 

«C'è qui della gente litigiosa che si prepara a far baccano se noi abbiamo l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio. Sono gli stessi che fecero tanto chiasso a proposito del Nord Africa. Oggi io ho detto alla stampa che siamo pronti a trattare con qualsiasi persona o gruppo di persone che possano darci: primo, il disarmo dell'Italia e secondo una garanzia contro il caos. Credo altresì che voi ed io, dopo un eventuale armistizio, potremmo dire qualcosa in merito all'autodeterminazione in Italia, a tempo opportuno». 

Ma Churchill risponde scartando quest'ultima proposta, per il momento; egli non sente «la minima paura d'aver l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio, sempre che costoro siano gli uomini capaci di far fare agli italiani ciò che a noi serve per i nostri scopi di guerra».

Ciò che serve agli anglo-americani per i loro scopi di guerra risulta dal «lungo armistizio» e dai piani elaborati per l'AMGOT: avere il completo controllo delle forze armate italiane; assicurare il massimo sfruttamento delle risorse del Paese per lo sforzo di guerra alleato, sia come base di operazioni sia come fonte di beni di consumo e di servizi; disporre di un governo locale che sollevi il Comandante in Capo da ogni preoccupazione verso la popolazione civile e da complicazioni politiche, e al quale una commissione di controllo trasmetta gli ordini, badando che vengano effettivamente eseguiti.

Dopo l'8 settembre tutti e tre questi obbiettivi appaiono meglio ottenibili col riconoscimento del governo del re e di Badoglio, che ha firmato la resa, ha consegnato la flotta, ha con sé quel che resta delle forze armate, può garantire - con la continuità dello Stato - l'osservanza delle clausole armistiziali e disporre almeno di uno scheletro di apparato amministrativo.

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da LA STAMPA del 20 settembre 1943

Il 19 settembre, quando Mussolini ha appena annunciato la formazione di un nuovo Stato fascista repubblicano nel Nord, gli Alleati si affrettano a lasciare al governo del re l'amministrazione delle quattro province di Brindisi, Lecce, Taranto e Bari, «per conservargli quel poco di dignità che gli è rimasta dopo l'ignominiosa fuga da Roma». Non gli danno di fatto alcun potere decisionale, ma creano così «l'Italia del re» o Regno del Sud.

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E contemporaneamente Eisenhower propone ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: «O accettare e rafforzare il governo del re e di Badoglio, riconoscendolo formalmente non solo come l'unico governo legittimo d'Italia, ma anche come cobelligerante; oppure spazzarlo via e instaurare un governo militare alleato su tutta l'Italia occupata ».

Ma delle due soluzioni il Comandante raccomanda fortemente la prima per ragioni militari, facendo presente la considerevole assistenza già ottenuta in Sardegna, in Corsica e altrove dall'attiva cooperazione delle forze italiane che obbediscono al re. A suo parere il riconoscimento della legittimità e della cobelligeranza deve essere accordato alle seguenti condizioni: l'inclusione dei rappresentanti dei partiti politici nel governo, in modo da farne una coalizione nazionale; la promessa di elezioni libere per un'Assemblea Costituente, dopo la guerra; e possibilmente l'abdicazione del re in favore del figlio o del nipote, richiedendo tuttavia questo punto un ulteriore studio, «perché potrebbe dimostrarsi più popolare all'estero che tra il popolo italiano ».

Queste proposizioni, nelle quali Eisenhower cerca di accozzare tutt'insieme le sue esigenze di Comandante, le propensioni della Casa Bianca e quelle di Churchill, i pareri dei suoi servizi di Intelligence e le sollecitazioni dei fuorusciti antifascisti, sono abbastanza contraddittorie. Assai più coerenti sarebbero i suggerimenti che, negli stessi giorni, a lui manda il Segretario di Stato Cordell Hull. Hull non si fida del re né di Badoglio, e propone di formulare il «lungo armistizio» in modo da sospendere per tutta la sua durata i poteri della corona italiana e di affidare il governo ai partiti antifascisti. Con questa soluzione saremmo di fronte non soltanto al pieno riconoscimento delle responsabilità del re e del diritto degli italiani a scegliersi le loro istituzioni dopo la fine della guerra, ma anche a un rigoroso condizionamento della tregua istituzionale, nel senso che la Corona, privata dei poteri costituzionali, non potrebbe avvalersene per influire a proprio vantaggio sulla futura scelta tra monarchia e repubblica.

Tuttavia Churchill dichiara scopertamente ai Comuni: 

«È necessario che il re e il maresciallo Badoglio siano sostenuti da tutti gli elementi quali si siano, liberali e di sinistra, capaci di tener testa alla combinazione nazifascista, e di creare così le condizioni che consentano di cacciare tale infame combinazione dal suolo italiano. Tutto ciò, naturalmente, senza alcun pregiudizio per l'indipendente diritto della nazione italiana di dare quella qualsiasi sistemazione che preferisce al futuro governo del Paese, nella linea democratica, quando la pace e la tranquillità saranno restaurate ». 

Come Eisenhower, anche Churchill cita i combattimenti delle truppe italiane contro i tedeschi in Sardegna e in Corsica e il comportamento della popolazione civile, mettendoli in questa luce: 

«La popolazione e le forze militari italiane si sono dovunque mostrate sfavorevoli o attivamente ostili ai tedeschi: esse si sono mostrate dovunque ansiose di obbedire sino ai limiti delle loro possibilità agli ordini del nuovo governo del re d'Italia». 

E infine giustifica con questa versione la mancata difesa di Roma e la fuga di Pescara:

«Le divisioni tedesche corazzate, che si trovavano fuori di Roma, irruppero nella città e ne cacciarono il re e il governo, che si sono ora stabiliti dietro le nostre linee avanzate». 

Le responsabilità passate e presenti del re vengono così ignorate per ragioni di convenienza militare e politica, per una contrapposizione dell'«Italia del re» alla repubblica di Mussolini, come lo stesso Churchill scrive a Stalin: 

«Ora che i tedeschi hanno messo Mussolini a capo del cosiddetto governo fascista repubblicano, è importante parare questa mossa facendo tutto il possibile per rafforzare l'autorità del re e di Badoglio». 

Roosevelt, i suoi consiglieri Hopkins e Hull - benché si siano piegati malvolentieri alle varie transazioni di guerra col re e Badoglio, come a espedienti transitori giustificati soltanto da vantaggi militari, e non vedano l'ora di effettuare un mutamento che trasferisca tutto il potere ad altri elementi politici non associati con Mussolini e il fascismo - debbono accettare ormai anche quest'altro compromesso indicato da Eisenhower e da Churchill: la compartecipazione al potere dei partiti antifascisti insieme col re Vittorio Emanuele, con l'intesa che questa soluzione non menomi la possibilità degli italiani di scegliere la propria forma di governo, quando la pace sarà restaurata.

La medesima formula vien fatta includere nel proclama con cui Badoglio annuncia la dichiarazione di guerra alla Germania, e si ritrova nella dichiarazione congiunta del 13 ottobre con cui Roosevelt, Churchill e Stalin accettano l'Italia come cobelligerante. Ed è una formula estremamente ambigua.

È vero che quando Badoglio ha firmato il peggiore strumento della «resa incondizionata», cioè l'armistizio lungo, la resa è già soggetta a condizioni. Roosevelt, Churchill e Eisenhower hanno già promesso che gli italiani saranno trattati umanamente e che il loro aiuto militare nella guerra contro la Germania otterrà una ricompensa; hanno loro assicurato la possibilità di riguadagnare un posto rispettato nel mondo, e di scegliersi la propria forma di governo. Ma tra queste condizioni la esplicita promessa - suggerita da Eisenhower - di libere elezioni per un'Assemblea Costituente dopo la guerra, non c'è.

Nel discorso di Churchill e nella dichiarazione tripartita si parla di scelta della forma di governo: non della forma dello Stato. La tregua istituzionale resta piuttosto sottintesa; e comunque, nelle enunci azioni degli Alleati, essa si configura nei termini più favorevoli possibili a Vittorio Emanuele e alla monarchia.

Da un lato gli Alleati definiscono «assoluto e autonomo» il diritto di scelta degli italiani, dall'altro già lo sminuiscono rimettendo nell'ombra le responsabilità del re e cercando di ottenergli il sostegno di tutte le forze politiche; e rendono questo diritto ancora più agevolmente vulnerabile nel momento in cui, caduto il suggerimento di Cordell Hull, lasciano tutti i poteri costituzionali alla Corona.

L'azione dei politici e dei partiti antifascisti del Comitato di Liberazione Nazionale, d'ora in poi, si concentrerà nello sforzo di risolvere questo problema e si estrinsecherà sia nel tenace rifiuto di collaborare col re - poiché la collaborazione equivarrebbe a un riconoscimento della sua non responsabilità - sia in una serie di tentativi e di atti intesi a svuotare i poteri e a neutralizzare gli strumenti di cui dispone la Corona, in modo che la scelta degli italiani possa avvenire, a suo tempo, senza ingerenze della dinastia e risulti davvero una scelta libera tra monarchia e repubblica.

La posizione di rifiuto caratterizza subito, per forza di circostanze, i partiti e gli uomini politici operanti nel Sud. L'altra questione invece, quella dei poteri costituzionali, vien posta con più forza - ma anche tra seri contrasti - nell'ambito del CLN a Roma.

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Dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale alcuni sono dichiaratamente repubblicani e prendono talora - come gli azionisti, i socialisti e più tiepidamente i comunisti atteggiamenti di rigorosa intransigenza; altri sono tuttora agnostici, come la democrazia cristiana, o tendenzialmente monarchici come i liberali e i demolaburisti. Ma gli uni e gli altri concordano ben presto sulla necessità della tregua istituzionale, e anche nell'ambito del CLN i dissensi, i contrasti e perfino le crisi sorgono quando si teme che una tendenza possa avvantaggiarsi nei confronti dell'altra nel periodo della tregua.

Di fronte ai rapporti e agli accordi che si sono stabiliti tra il governo del re e gli Alleati, e alle condizioni nelle quali si è instaurata la tregua, i partiti del CLN cercano di reagire con una propria, diversa posizione. A partire dal 28 settembre il CLN riesce a riconvocarsi e a riunirsi più volte - sempre cambiando sede, e talora mutando i partecipanti, perché infuria il terrore nazista - e porta avanti un aspro dibattito. A giudizio degli uni è necessario accettare il mantenimento provvisorio della monarchia nelle sue funzioni, puro mettendola sub judice, mentre gli altri vorrebbero che essa fosse accantonata mediante una sospensione «effettiva ed evidente» delle prerogative regie. Questi ultimi riprendono insomma la tesi di Cordell Hull, pur senza conoscerla.

All'ipotesi che il re torni a Roma e si proponga di completare il ministero Badoglio col concorso dei partiti antifascisti, si oppone un rifiuto per tre motivi: la mancata dichiarazione di guerra alla Germania dopo «l'ibrido colpo di Stato del 25 luglio»; la fuga del monarca e del maresciallo senza lasciare istruzioni precise alle truppe, donde lo, sfacelo del 9 settembre; la colpevole negligenza nella custodia di Mussolini, donde la guerra civile in atto. All'ipotesi che il re, tornando nella capitale, inviti il CLN a formare un nuovo governo, si pongono due condizioni: che questo governo abbia tutti i poteri costituzionali e la monarchia sia relegata in una specie di limbo con «la sola funzione di segnare la continuità fra il passato e l'avvenire richiesta dalle Nazioni Unite a garanzia della validità e della permanenza delle gravi e durissime clausole della resa»; e che il vecchio giuramento di fedeltà al re e ai suoi reali successori sia sostituito «con una solenne dichiarazione dei ministri di astenersi, fino alla decisione popolare, da ogni atto che possa pregiudicare, in un senso o nell'altro, la soluzione del problema istituzionale rimessa alla libera volontà del Paese»

Tutto ciò è condensato in un ordine del giorno del 16 ottobre, steso da Giovanni Gronchi e approvato all'unanimità. Esso fissa in particolare due punti: il governo del re e di Badoglio non consente una operante unità spirituale del Paese per la riconquista della libertà e dell'indipendenza, e perciò deve essere sostituito da un «governo straordinario», espressione dei partiti democratici; questo governo straordinario deve assumere «tutti i poteri costituzionali dello Stato, evitando però ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare». Più tardi, il 17 novembre, un altro ordine del giorno ribadisce la sostanza del primo e aggiunge che il problema istituzionale dovrà essere sottoposto al popolo «nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona».

Con questo secondo ordine del giorno il CLN respinge l'ipotesi che una reggenza, quale è stata già ventilata nel Sud, possa mai assolvere l'istituto monarchico dalle colpe di Vittorio Emanuele. La reggenza «potrebbe far mettere in disparte, o comunque indebolire, quella richiesta di una libera decisione del Paese sulle forme istituzionali che è fondamentale e pregiudiziale e va ben oltre l'esigenza di abdicazione immediata»

L'idea della reggenza, che appare nei suggerimenti di Eisenhower, è già stata affacciata anche dal laburista Ivor Thomas. Nel corso del dibattito che si è prolungato dalla fine di luglio ai primi di agosto ai Comuni, un agguerrito gruppo di oppositori ha contrastato il programma di Churchill basato sul valore strumentale dello Stato italiano e del regime Vittorio Emanuele-Badoglio come forza da impiegare contro i tedeschi. Aneurin Bevan, in quell'occasione, ha rammentato al Premier certe sue vecchie simpatie per Mussolini; altri hanno chiesto l'incriminazione di Badoglio per la guerra d'Etiopia; sono stati fatti i nomi degli animatori della lotta antifascista, i quali non potrebbero certamente collaborare col re, corresponsabile del fascismo; e Ivor Thomas ha detto che semmai la monarchia italiana potrebbe essere salvata soltanto dall'ascesa al trono del piccolo principe di Napoli, assistito da un Consiglio di reggenza.

Qui è prevista la posizione in cui vengono appunto a trovarsi Benedetto Croce, i leaders politici del Regno del Sud e i reduci dal confino e dall'esilio, come Sforza, Cianca e Tarchiani, allorché Badoglio, premuto da Eisenhower e impegnato dalle direttive concordate a Mosca dalla conferenza dei ministri degli Esteri delle tre grandi potenze, deve adoperarsi per dare una larga base democratica al suo governo, includendovi i rappresentanti dei partiti antifascisti. La loro risposta è negativa. Vittorio Emanuele, «supremo colpevole» della rovina del Paese, non può dare coesione né vigore morale alla lotta di liberazione: perciò deve abdicare immediatamente. Questa è la tesi di Croce. I contatti del filosofo con i consiglieri di Eisenhower - l'inglese MacMillan e l'americano Robert Murphy - con alti ufficiali alleati, con inviati dei servizi di Intelligence e di autorevoli giornali inglesi e americani, valgono a riaprire e a pubblicizzare la questione della responsabilità del re. Allo stesso effetto conduce l'atteggiamento di Sforza. Vittorio Emanuele deve andarsene.

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La reggenza pare a Croce «un'idea molto savia ... perché rimanda la questione di monarchia o repubblica alla decisione di tutto il popolo italiano, presa in forma legalmente corretta, cioè per mezzo di una Assemblea Costituente e di un plebiscito», e intanto elimina Vittorio Emanuele e anche Umberto, mentre il titolo di re andrà al principe di Napoli con un reggente o un Consiglio di reggenza, che consentirebbe «il risorgere di una rigenerata monarchia costituzionale con un principe educato dalla nuova Italia antifascista e liberale».

In linea di principio, Croce è un monarchico: un monarchico liberale e antifascista.

Benedetto Croce

Ma anche i repubblicani (azionisti, socialisti, comunisti) debbono rendersi conto che ora niente di più si potrebbe in nessun modo ottenere dagli Alleati; e così si rimane assai al di qua delle posizioni fissate a Roma dal Comitato di Liberazione Nazionale. Né più oltre andrà il Congresso di Bari, dove si riaffermerà che, non consentendo le condizioni attuali un'immediata soluzione della questione istituzionale, l'abdicazione del re è condizione essenziale per la ricostruzione morale ed economica dell'Italia e per la formazione di un governo di larga coalizione democratica munito di «pieni poteri» (che è una formula più restrittiva di quella dell'ordine del giorno del 16 ottobre).

atti del Congresso CLN Bari

Benedetto Croce, il leader democristiano Rodinò e lo stesso Sforza hanno fatto in modo che, dove la risoluzione del Congresso domanda l'abdicazione del re, non si faccia menzione del principe Umberto. La ragione è che essi attendono l'esito delle conversazioni avviate da Enrico De Nicola per indurre Vittorio Emanuele non già ad abdicare, bensì a ritirarsi dalla vita pubblica dopo aver designato il principe ereditario come Luogotenente del regno, affidandogli le sue funzioni fino al momento della consultazione popolare. I partiti di sinistra non sanno nulla di tutto ciò; ma in pratica, quando avviene il Congresso di Bari, alla fine del gennaio del 1944, l'eventualità dell'abdicazione di Vittorio Emanuele è svanita da tempo. Il re vi si è rifiutato recisamente. Gli Alleati non hanno insistito, assorbiti dalle cure dell'apertura del secondo fronte e dagli altri problemi emersi nella conferenza dei tre Grandi a Teheran, e già è stata messa allo studio la formula della luogotenenza. Un «memorandum sull'abdicazione del re e l'istituto italiano della luogotenenza», redatto dall'esperto inglese Guy Hannaford per la Commissione alleata di controllo in Italia, porta la data del 21 dicembre 1943. Nove giorni più tardi De Nicola propone a Croce l'espediente della luogotenenza, «che durerebbe due o tre anni, cioè fino a quando il popolo possa essere consultato e dia il suo responso sulla forma istituzionale da adottare». Il filosofo non nasconde inizialmente la propria riluttanza: la luogotenenza «porta logicamente verso la repubblica», perché, togliendo la continuità dei poteri all'istituto monarchico, è quasi impossibile che poi la consultazione popolare o la Costituente «possano tornare alla monarchia». Perciò egli è convinto che il re non l'accetterà. Ma si arrende alla certezza manifestata da De Nicola, al quale attribuisce un «migliore intuito del carattere del re».

La decisione di Vittorio Emanuele matura il 20 febbraio del '44 a Ravello, dove ora egli risiede. Fa sapere a De Nicola che accetta la luogotenenza e ne darà subito annuncio con un proclama; ma il trapasso dei poteri avverrà alla liberazione di Roma «e questo differimento sarebbe necessario per ragioni di residenza, e simili». Il differimento delude Croce e Sforza. Tanto più che non si tratta di ragioni di residenza, si sono riaperte delle divergenze tra gli inglesi e gli americani.

Churchill continua a fidarsi più del vecchio re e di Badoglio che non dei partiti antifascisti. Il 22 febbraio pronuncia un crudo discorso ai Comuni: 

«Quando si deve reggere una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro ugualmente comodo e pratico a portata di mano. Ora non si può cambiare governo, in Italia. È da Roma che un governo italiano su più vasta base può essere formato, e io non posso dire se un tale governo sarà di aiuto agli Alleati altrettanto dell'attuale. I rappresentanti dei vari partiti italiani non hanno alcuna autorità elettiva, e certamente non avranno alcuna autorità costituzionale sino a che l'attuale re abdichi, o egli stesso e il suo successore non li invitino ad assumere quell’ufficio».

Dunque, fin dopo la presa di Roma, niente mutamenti neanche nella posizione del re, dal cui ritiro dipende unicamente la formazione di un «governo su più vasta base». Ma diverso è il parere di Roosevelt. Il Congresso di Bari ha suscitato larghi motivi di propaganda contro il re non soltanto nell'Italia del Sud, ma anche all'estero, e particolarmente negli Stati Uniti. Il lungo ritardo nell'occupazione di Roma ha già convinto il Dipartimento di Stato che non dev'esserci un ulteriore rinvio nella riorganizzazione del governo italiano e che si deve far pressione sul re perché, con la sua abdicazione, renda possibile la formazione di un governo di larga coalizione. Il nuovo Comandante in Capo, il generale inglese Maitland Wilson, ha prospettato ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: o premere sul re perché abdichi in favore del figlio, o informare i leaders politici italiani che gli Alleati non tollereranno alcun cambiamento nella situazione politica fino all'occupazione di Roma e che ogni tentativo di intralcio frapposto al governo Badoglio sarà rigorosamente represso. Avvertendo la pressione dei partiti e dell'opinione pubblica, Wilson raccomanda la prima soluzione e chiede che i governi alleati inducano il re ad inchinarsi alla volontà popolare.

Roosevelt dunque scrive a Churchill così: 

«Nella situazione attuale il Comandante in Capo e i suoi consiglieri politici, sia britannici sia americani, hanno raccomandato di dare immediato appoggio al programma dei sei partiti di opposizione ... Non riesco assolutamente a capire perché dovremmo esitare ad appoggiare una politica che si accorda così bene con i nostri obbiettivi militari e politici. La pubblica opinione americana non potrebbe mai comprendere la nostra costante tolleranza e il nostro apparente appoggio a Vittorio Emanuele ». 

Ed ecco entra in scena anche Stalin. L'8 marzo, dopo una trattativa della quale gli inglesi e gli americani non sono stati informati, si annuncia il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra l'URSS e l'Italia. Sembra che anche il maresciallo sovietico tenda la mano verso il vecchio «manico della caffettiera». La questione del re non può più restare immobile. Nel giuoco serrato di spinte e di contro spinte che ora si sviluppa, Churchill e Stalin, benché stiano dalla stessa parte, tirano in realtà in direzioni diverse; e altrettanto sta per accadere nell'ambito dei partiti.

I fatti si susseguono velocemente. Il 16 marzo il re convoca a Ravello Badoglio e i membri del governo e, sotto il vincolo del segreto, li informa che rinuncerà alle sue funzioni di capo dello Stato per dar vita alla luogotenenza, appena rioccupata la capitale. Il 27 e il 28 marzo Croce insiste con i suoi amici perché si rompano senz'altro gli indugi, «che possono riuscire dannosi e sono pericolosi», e si induca il re a pubblicare subito il proclama della luogotenenza. Il 30 un articolo delle Izvestija afferma che l'URSS «è pronta con tutti i mezzi» a fare in modo che, a prescindere dalla questione del re, l'ingresso dei partiti antifascisti nel governo Badoglio «non sia rimandato per esempio, fino alla presa di Roma». E lo stesso giorno Palmiro Togliatti, che e appena arrivato da Mosca, dice in una conferenza stampa e in un comunicato del suo partito che occorre sbloccare la situazione.

« Tutte le forze devono unirsi nella guerra contro il nazifascismo Questo è l’obiettivo fondamentale. Col contrasto tra il governo del re e i partiti si sono creati invece una confusione e un disordine che stancano e deludono le masse del popolo». 

Bisogna dunque creare un governo di guerra e organizzare un forte esercito, «che si batta sul serio contro i tedeschi», rinviando il problema istituzionale. E aggiunge di non avere pregiudiziale alcuna contro il maresciallo Badoglio.

Da un punto di vista politico, l'aspetto negativo della proposta di Togliatti è messo in luce da un sostenitore del re come Agostino Degli Espinosa, quando scrive:

«Andarsene significava per il re la consegna della sua figura alla storia senza alcun tentativo di estremo miglioramento. Forse pochi mesi ancora di regno lo avrebbero assolto, anche sul piano dei sentimenti, dall’accusa che gli si muoveva, e di attendere quei mesi ormai ne aveva la forza, poiché nessuno avrebbe potuto giudicare tirannico e antidemocratico il re che introduceva nel suo governo i rappresentanti del partiti che già raccoglievano il massimo numero di seguaci» 

Palesemente Togliatti equivoca fra la tregua istituzionale ormai fuori discussione, e la questione del re e ignora o misconosce, sia il valore del Congresso di Bari, sia il problema dei poteri costituzionali nei termini in cui è stato posto a Roma dal CLN; né si capisce come i partiti, mettendosi col re, siano in grado di organizzare un forte esercito.

Dopo la «svolta» di Togliatti, da un lato sembra in pericolo l'unità dei partiti antifascisti, perché gli azionisti, i democristiani, i liberali, i socialisti rifiutano di passar sopra al deliberato di Bari; dall'altro lato però si profila la possibilità che, andando i comunisti al potere con Badoglio (e il maresciallo certamente non li rifiuterebbe), dovranno finire per andarci anche socialisti e democristiani, poiché sono anch'essi partiti di massa, e ciò non solo fa insorgere i liberali, ma smuove gli Alleati stessi, i quali vogliono un governo di coalizione nazionale .

La giunta dei partiti si riunisce nella casa di Croce a Sorrento. Croce rivela anche alle sinistre i risultati a cui è pervenuto De Nicola e l'impegno preso dal re; non si deve tornare indietro: «Se i partiti che voi rappresentate manterranno salda e leale unione, potremo arrivare a un governo che abbia autorità morale sufficiente per salvare il Paese».

Mentre la disputa continua nei giorni successivi, intervengono gli anglo-americani. L'8 aprile si riunisce la Commissione alleata di controllo; e il 12 si presentano dal re, a Ravello, il capo della Commissione MacFarlane e i consiglieri politici Murphy, MacMillan e sir Noel Charles. Gli dicono che i governi inglese e americano considerano ormai l'opinione pubblica italiana decisamente contraria alla sua permanenza sul trono e ritengono perciò indispensabile la sua rinuncia alle funzioni di capo dello Stato.

Vittorio Emanuele si impunta e resiste: ottiene, come voleva, che il trapasso dei poteri al figlio avvenga soltanto il giorno della presa di Roma, ma deve darne subito l'annuncio. Le stazioni radio di Bari e di Napoli trasmettono il suo ultimo proclama agli italiani: 

«Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica, nominando Luogotenente generale mio figlio. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l’unità nazionale, è definitiva e irrevocabile». 

In base a una risoluzione del Comitato consultivo degli Alleati per l'Italia, il generale MacFarlane fa sottoscrivere a Badoglio due impegni: primo, che il nuovo governo accetta tutte le obbligazioni assunte dal governo precedente verso gli Alleati; secondo, che la questione istituzionale non verrà in nessun modo riaperta fino al momento in cui tutto il popolo italiano sarà in grado di esprimere liberamente il proprio giudizio. È la prima volta che l'impegno della tregua istituzionale, e quindi della scelta elettorale, viene preso per iscritto dal governo e insieme dagli Alleati; e d'ora innanzi esso sarà ripetuto ad ogni nuova formazione di governo.

A loro volta i sei partiti nella dichiarazione programmatica affermano di volersi dedicare unitariamente alla soluzione dei «problemi vitali e urgenti dell'ora», mettendo da parte di proposito gli altri, anche se di somma importanza, «primo fra tutti quello della forma istituzionale dello Stato, che non potrà risolversi se non quando, liberato il Paese e cessata la guerra, il popolo italiano sarà stato convocato ai liberi comizi mercé un suffragio universale ed eleggerà l'Assemblea Costituente». Inoltre «il governo presenterà a suo tempo una legge elettorale ispirata a questi concetti», e si propone intanto di «dar vita, in contatto con i Comitati di Liberazione, a un sia pur ristretto corpo consultivo, simbolo del Parlamento che ci manca». Dunque: tregua istituzionale, Consulta e Costituente.

Mentre si snodano questi avvenimenti, a Roma il CLN attraversa una seria crisi, al fondo della quale sta la diversa interpretazione che i vari partiti danno all'ordine del giorno del 16 ottobre 1943, là dove esso stabilisce che la monarchia rimane sub judice sino a dopo la fine della guerra, ma «tutti» i poteri costituzionali dello Stato vengono assorbiti dal Comitato di Liberazione Nazionale. Già dopo il Congresso di Bari gli azionisti e i socialisti, in sede di CLN, hanno riaffermato l'impossibilità di collaborare in qualsiasi forma con la monarchia. Poi, dopo lo sbarco di Anzio (quando ormai sembra imminente la liberazione di Roma e il CLN discute l'applicazione pratica della formula del 16 ottobre in vista della formazione del nuovo governo), il dissidio fra i partiti si inasprisce: intransigenti gli azionisti e i socialisti, concilianti gli altri.

Ugo La Malfa, spiegando la posizione degli azionisti, ha detto:

«Noi non accettavamo compromessi (e più tardi sconfessammo anche i rappresentanti del Partito d'Azione che erano entrati nel ministero con Badoglio) e mantenevamo una posizione intransigente, perché ci riferivamo sempre all'ordine del giorno del 16 ottobre, che per noi rappresentava la Carta Costituzionale per tutto il tempo che ci separava dalla convocazione dell'Assemblea Costituente».

L'atteggiamento accomodante dei comunisti vien giustificato in questo modo dal senatore Mauro Scoccimarro:

«Gli azionisti e i socialisti con una critica aspra e dura giustamente denunciavano le manovre di spostamento a destra. Ma noi, in quel momento, vedemmo il gravissimo pericolo che si disgregasse il Comitato di Liberazione con gravi ripercussioni sulla lotta partigiana che si conduceva nel Centro-Nord. E intervenimmo per trovare un punto di accordo, avvertendo che i termini concreti in cui si sarebbe risolto il problema dei rapporti di poteri tra il Luogotenente e il CLN non poteva definirsi a priori, ma sarebbe dipeso dal modo come sarebbe stata liberata Roma e dalle condizioni e dagli atteggiamenti degli Alleati. Restava fermo tuttavia che il CLN doveva assumere su di sé la maggior parte dei poteri, anche costituzionali». 

Ma in mancanza di un compromesso, il 24 marzo Bonomi si dimette dalla presidenza del CLN, il quale torna a ricomporsi soltanto dopo la costituzione del governo dell'esarchia con Badoglio.

Il giorno dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele firma a Ravello il decreto per la luogotenenza. Badoglio presenta le dimissioni al Luogotenente Umberto, che lo incarica di formare un nuovo governo. Il pomeriggio dell’8 giugno nella capitale, al Grand Hotel, si riuniscono alla presenza del generale MacFarlane, Badoglio che è il presidente del Consiglio designato da Umberto ed ha con sé i suoi ministri e Bonomi designato dal Comitato Centrale di Liberazione, i cui rappresentanti sono con lui: De Gasperi, Nenni, La Malfa, Scoccimarro, Ruini, Casati.

Nel corso della discussione Togliatti inclina dalla parte di Badoglio. Scoccimarro ha poi raccontato: 

«Noi del CLN ci riunimmo il mattino e fummo tutti d'accordo nel chiedere le dimissioni di Badoglio. Quando poi ci trovammo al Grand Hotel io rividi Togliatti dopo diciassette anni e in un semplice abbraccio, in due minuti, mi chiese: "Qual'è la posizione qui?". E io gli dissi quale era la posizione nostra. Quando presero la parola gli altri rappresentanti del Comitato di Liberazione, Togliatti capì una cosa: che era stato un grave errore di Badoglio venire a Roma con una proposta di rimpasto, perché questo presupponeva un reincarico avuto dal Luogotenente, il che era in contrasto con tutta la posizione del Comitato di Liberazione. E allora fu appunto lui che dichiarò a Badoglio che non poteva appoggiarlo più; che egli era d'accordo con gli amici del CLN, e che d'altra parte Badoglio non aveva in pratica mantenuto gli impegni presi a Salerno sull'epurazione e sul resto ». 

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La conclusione è che Bonomi diventa presidente del Consiglio, Badoglio si ritira a vita privata. E ciò significa che non più il Capo dello Stato, bensì il CLN designa il presidente del Consiglio. I membri del governo giurano ancora nelle mani del Luogotenente, ma con la seguente formula: 

«I sottoscritti ministri e sottosegretari di Stato italiani si impegnano sul loro onore di esercitare le loro funzioni per i supremi interessi della nazione e di non commettere alcun atto che possa in qualsiasi maniera pregiudicare la soluzione del problema istituzionale prima della convocazione dell'Assemblea Costituente». 

E il 25 giugno il governo Bonomi, trasferito a Salerno, approva il suo primo decreto legislativo, che dice: 

«Dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali dello Stato saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà un'Assemblea Costituente». 

A questo punto quella posizione di vantaggio nella tregua istituzionale, che per ragioni di convenienza gli Alleati avevano fatta alla monarchia, è in gran parte smantellata. Con la scomparsa della persona del sovrano dalla designazione del presidente del Consiglio e dal giuramento dei ministri; con l'eliminazione dai decreti del preambolo sulla regalità di fonte divina e popolare; con i poteri legislativi attribuiti al governo e con la definizione dei compiti della futura Costituente siamo di fronte a un ordinamento nuovo che ha quasi rotto ogni continuità costituzionale col regime precedente. E tutto ciò si è raggiunto senza colpi di testa, senza velleità né conati insurrezionali che - date le circostanze - sarebbero stati follia.

Se ora si guarda in retrospettiva alle vicende della questione istituzionale e della tregua, come si giustificano il «cordone sanitario», stabilito dagli Alleati tra Nord e Sud dopo il 25 aprile 1945, e il motivo di fondo che li ha indotti a stenderlo? Diremo che la loro preoccupazione e la loro decisione possono apparire comprensibili, se si tiene a mente non solo il clima arroventato di quelle giornate, ma anche il fatto che, quando l'Italia del Nord si ricongiunge finalmente con quella del Centro e del Sud, rimane una sorta di frattura, politica e psicologica, che il corso stesso degli avvenimenti ha provocata. Una frattura che può apparire seria e preoccupante. A Roma c'è un governo e ci sono dei leaders politici che hanno dovuto fare i conti con delle difficoltà indomabili. Hanno dovuto imparare a destreggiarsi tra mille ostacoli, a far valere dei diritti elementari presso i vincitori. Hanno cercato di giocare vantaggiosamente con gli Alleati le carte offerte dalla Resistenza, dalla partecipazione alla guerra contro i tedeschi, dal ritorno verso la democrazia, dalla leale osservanza degli impegni presi.

Al Nord ci sono i Comitati di Liberazione, che trattano direttamente con gli Alleati, nominano prefetti e sindaci, organizzano la vita civile; ci sono le forze che escono dalla crudele guerriglia di un anno e mezzo e sono ben consapevoli che l'unità e la libertà si sono riconquistate anche con loro inestimabile sacrificio. Perciò nel Nord fervono accese speranze; si sono prodotte delle spinte violentemente innovatrici o, per qualche aspetto, confusamente rivoluzionarie.

E se questo stato di cose spiega il tormento della crisi politica, che va dal 25 aprile alla formazione del governo Parri, spiega altresì la dichiarazione resa nota il 13 luglio dagli Alleati, per rammentare i loro poteri e i loro diritti di vincitori, di occupanti e, in certo modo, di tutori: 

«La Commissione alleata, in seguito alla crisi ministeriale, ha comunicato il testo degli impegni che i membri del nuovo Gabinetto dovranno - come è prescrizione precisa - dichiarare di rispettare. Immutato rimane l'obbligo per tutti i ministri di accettare la tregua istituzionale finché il popolo italiano non abbia avuto l'opportunità di fare esso stesso la propria scelta ».

Ma anche dopo il superamento di quei mesi tempestosi dell'incontro fra le due Italie il cammino verso la consultazione popolare attraverserà altre fasi ardue e tormentose.

I governo De Gasperi

«L'attrito più grave all'interno dei partiti della coalizione - dice Pietro Nenni - si manifestò nei primi due mesi del '46 e rischiò di mettere in crisi il governo De Gasperi». È il momento in cui si tratta ormai di decidere il tempo e il metodo per effettuare la scelta tra monarchia e repubblica: due questioni che possono avere una forte incidenza sulla presa elettorale di ogni singolo partito.

Quanto al metodo, il decreto di Salerno prevedeva che le forme istituzionali sarebbero state determinate dalla Costituente. Ma ora, mentre Nenni e Togliatti, la maggioranza dei ministri e inizialmente lo stesso De Gasperi sono fermi a quel deliberato, il ministro liberale Cattani sostiene che la scelta tra monarchia e repubblica dev'essere affidata alla diretta consultazione popolare mediante un referendum.

Cattani ha allegato in seguito due ragioni a sostegno della sua tesi. Prima di tutto, bisognava domandarsi se non fosse più utile risolvere il problema istituzionale mediante un voto diretto e contemporaneo con l'elezione della Costituente, in modo che l'Assemblea cominciasse i suoi lavori non già in una condizione di passioni scatenate, che fatalmente avrebbero avuto il loro teatro nel Parlamento ma piuttosto in un ambiente già rasserenato e tranquillo, quando quella questione, che aveva turbato gli animi al punto di far rasentare al Paese una lotta civile, fosse già risolta direttamente dal popolo. In secondo luogo, poiché c'erano repubblicani e monarchici nel partito liberale - come ce n'erano in quello democristiano - è ovvio che se il quesito sulle sorti della monarchia fosse stato sciolto separatamente da quello sui partiti, non vi sarebbero state fratture né dispersioni fra gli iscritti e i simpatizzanti. «Era nostra opinione che la questione istituzionale, per importante che fosse, non dovesse sminuire o rompere le nostre forze quando si trattava di affrontare, con la Costituente, tutta la serie dei problemi più essenziali della nazione».

In questo senso si orienta poi anche De Gasperi, poi Togliatti: si adotta il referendum. Ma ancora si discute se esso debba effettuarsi prima, dopo o durante la Costituente, o se contestualmente.

Le dispute sul modo e sul tempo della scelta istituzionale occupano cinque lunghe sedute del Consiglio dei ministri dal 19 al 28 febbraio del '46, con fasi talora drammatiche, con polemiche acute. Racconta Nenni: 

«In quella disputa, che mi mise sovente alle prese con i liberali, io ero il legalitario, perché, essendo ministro per la Costituente, mi attenevo strettamente alle norme del decreto del 25 giugno 1944, il quale prevedeva la Costituente e non il referendum prima, durante o dopo. Tuttavia il corso delle discussioni al Consiglio dei Ministri - assai accese e anche pericolose - fece sì che io assumessi su di me, a un certo momento, la responsabilità di accettare la proposta del referendum da tenersi contestualmente con l'elezione della Costituente. Perché era sorto il problema del referendum? Da parte di alcune forze del Paese e da parte della dinastia l'idea del referendum era suggerita, molto probabilmente, dal ricordo dei plebisciti dell'epoca del Risorgimento. Le nostre diffidenze invece nascevano dal convincimento che la Costituente dovesse avere poteri sovrani, che fosse essa a decidere la forma dello Stato e che la sua decisione fosse inappellabile. Comunque, nel contrasto delle opinioni, e davanti al rischio di una crisi che poteva far perdere al governo il controllo della piazza, e anche determinare delle gravissime complicazioni con le forze di liberazione e di occupazione anglo-americane, io preferii correre l'alea del referendum, anche perché avevo la profonda convinzione che, sia mediante il referendum, sia per deliberazione della Assemblea Costituente, il risultato sarebbe stato in ogni modo la repubblica » 

Rammenta Cattani: 

«Il legalismo dell'on. Nenni noi allora lo qualificavamo giacobinismo e dicevamo che in esso c'era una nostalgia di rivoluzione francese, di processo al re fatto da una Assemblea Costituente. Nenni parlava di Costituente sovrana, il che era perfettamente corretto, ma l'insistenza sulla delega di tutti i poteri dello Stato all'Assemblea richiamava certe lontane reminiscenze scolastiche, come la Convenzione o i Decemviri. Di qui la nostra diffidenza. Ma, in realtà, in quello che poi decidemmo non ci fu niente di illegale». 

Altrettanto importante è la valutazione del tempo. Deve adeguarsi al termometro degli umori dell' opinione pubblica e ai fatti della realtà obbiettiva. Qual'è la realtà, e che cosa segna il termometro? Si affaccia lo spettro della fame, e c'è penuria di carbone. Nenni annota nel suo diario: «Ci si trova davanti alla necessità di ridurre a 150 grammi la razione di pane. È una misura penosa e drammatica. Alla vigilia delle elezioni la minaccia della carestia può essere un fattore di decomposizione sociale e di provocazione». Tuttavia Nenni, come De Gasperi e a differenza di Togliatti, è convinto che si debba «arrivare il più sollecitamente possibile» allo scioglimento di questo grosso problema, in modo da «trovare un nuovo equilibrio e, sulla base di questo, ricostituire la vita democratica e costituzionale del Paese». Infine, il 16 marzo, il Consiglio dei ministri fissa la data del 2 giugno per l'elezione della Costituente e per il referendum.

Il ministro dell'Interno Romita scrive: «L'apparato statale tutto monarchico, la polizia influenzata dai monarchici, l'instabilità dell'ordine pubblico, la preponderanza dei monarchici nel Sud sono altrettanti elementi atti a compromettere la soluzione repubblicana».

Dunque la monarchia è in forte ripresa. Ma gli statali, la polizia, i meridionali - e così via - non sono monarchici naturaliter. Oltre ai sentimenti, entrano nel giuoco le suggestioni e i motivi reali. Nel 1944, quando si è fatto il decreto di Salerno, i simpatizzanti della monarchia sono pochi. Poi la monarchia ha ripreso quota via via, con le vicende dell'epurazione, col gonfiarsi delle agitazioni sociali, con certe affermazioni estremistiche dei partiti di sinistra. «La repubblica è un salto nel buio»: questo slogan fa presa abbastanza largamente tra i conservatori, tra i moderati, tra gli scontenti, tra quanti paventano l'imprevisto e il disordine, anche a prescindere dai partiti nei quali militano o per cui propendono. E in questo senso è valida la tesi di Cattani.

I partiti della sinistra sono sempre stati dichiaratamente repubblicani. I liberali si professano agnostici, ma sono in larghissima parte monarchici. La democrazia cristiana getta ora il suo peso determinante sulla bilancia. Dopo un referendum tra i suoi iscritti, la democrazia cristiana si pronuncia per la repubblica con 740 mila voti contro 254 mila; ai singoli si lascia libertà di scelta.

Eppure, vi è molta incertezza nell'aria. Nenni scrive nel diario: «Per il referendum De Gasperi considera sicura la vittoria repubblicana. Togliatti non esclude che noi si rimanga un poco al di sotto del 50 per cento. Io sono di avviso contrario».

Il 9 maggio Vittorio Emanuele III di Savoia abdica alla corona d'Italia in favore del figlio, che diventa re Umberto II, il «re di maggio» lo chiameranno i repubblicani. «Con l'abdicazione - dice il vecchio monarca al generale Puntoni - la posizione di mio figlio e della dinastia ne risulteranno consolidate»: è una mossa elettorale, intesa ad avvantaggiare Umberto, non coinvolto come il padre nelle responsabilità del fascismo e della guerra. In ogni modo il nuovo re scrive subito a De Gasperi che questo atto non modifica «in alcuna maniera l'impegno da me assunto nei confronti del referendum e della Costituzione». Egli conferma insomma quanto ha già detto nella lettera con la quale ha restituito a De Gasperi, debitamente firmati, i decreti sul referendum e la Costituente: 

«Per assicurare la massima libertà degli individui e delle coscienze, ho dato libertà di voto a quanti sono legati dal giuramento. Io, profondamente unito alle vicende del Paese, rispetterò come ogni Italiano le libere determinazioni del popolo, che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della patria». 

Ma le cose non andranno così lisce.

2 giugno 1946 file ai seggi

Le consultazioni elettorali del 2 giugno 1946 sono certamente tra le più tranquille e le più libere di quante se ne svolgano in quell’anno in tutta l'Europa liberata. Gli elettori vanno compatti alle urne e affollano i seggi; ma, nonostante le tensioni di quei giorni, il ministro dell'Interno Romita, che sta come accampato al Viminale non ha di che preoccuparsi, almeno per la disciplina dei votanti. È assai vivido e quasi pittoresco il suo racconto delle ansie di quella notte tra il 3 e il 4, quando un blocco di voti monarchici del Sud manda in vantaggio per qualche ora la monarchia. Tuttavia la mattina la repubblica ha vinto, e il ministro si affretta a darne pubblica notizia.

Lo scrutinio dei voti e la «proclamazione ufficiale dei risultati spettano alla Corte di Cassazione. Ma già dopo l’annuncio di Romita il re Umberto appare convinto che il responso popolare gli è stato sfavorevole, e ordina la partenza immediata per il Portogallo della regina con i figli: egli aspetterà soltanto la «proclamazione ufficiale». I monarchici invece, col «ricorso Selvaggi», pongono una prima obbiezione di carattere giuridico: per la vittoria della repubblica ci vorrà una maggioranza assoluta, cioè un numero di voti repubblicani che superi i voti monarchici e quelli nulli sommati insieme. Gli altri ribattono che i voti nulli non entrano nel quorum. Dovrà decidere la Cassazione.

Cassazione vittoria repubblica

Il 10 giugno la Corte di Cassazione si riunisce in seduta pubblica nel Salone della Lupa a Montecitorio e il suo primo Presidente Giuseppe Pagano, al termine dei conteggi, dichiara: 

«Repubblica, totale dei voti 12.672.767 (54,3 per cento); monarchia, totale dei voti 10.688.905 (45,7 per cento). La Corte, a norma dell'art. 19 del decreto-legge luogotenenziale 23 aprile 1946, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste, i reclami presentati agli uffici delle singole sezioni, o agli uffici centrali circoscrizionali o alla stessa Corte, concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al referendum; integrerà i risultati con i dati delle sezioni ancora mancanti; e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli». 

Di nuovo è evidente che la repubblica ha vinto, ma la dichiarazione della Corte è interlocutoria. In attesa della «proclamazione ufficiale», rinviata vagamente ad altra seduta, Umberto rifiuta di trasferire i suoi poteri al presidente del Consiglio (come prevede la legge). Dice Nenni: 

«E a quel punto si apre una crisi che durò fino al 13 ed apparve estremamente grave, poiché entrarono in conflitto due posizioni opposte. Da un lato c'era la pressione di una parte del Consiglio dei ministri (e io con quella) che non intendeva in nessun modo che si perdessero altri giorni, e voleva che il risultato elettorale fosse considerato tale da determinare ope legis il trapasso dei poteri dalla monarchia alla repubblica; dall'altra parte c'era la pressione di alcune forze politiche e la resistenza opposta dal re, e soprattutto dai suoi consiglieri, i quali pretendevano che si aspettasse fino alla nuova riunione della Corte suprema. Conflitto molto aspro, molto difficile, in cui cozzarono due mentalità: la mentalità dei giacobini come allora si disse e quella dei moderati; un conflitto nel quale il presidente del Consiglio De Gasperi dimostrò molto tatto, molta saggezza, sicché molto si dovette a lui se le cose non si inasprirono fino a una clamorosa rottura, di cui nessuno era in grado di prevedere le conseguenze». 

Per tre giorni il Consiglio dei ministri rimane riunito quasi in permanenza al Viminale. Al Quirinale Orlando, Nitti, Bonomi confortano la resistenza del re sul piano giuridico, altri la inaspriscono sul piano della fazione. Il conflitto tra Corona e Governo si è trasferito nel Paese; a Roma si vedono forti schieramenti di polizia e di truppa: spira aria di insurrezione. Il risultato del referendum ha mostrato, che l'Italia è nettamente divisa in due: fortemente repubblicana dall'Umbria in su e fortemente monarchica dal Lazio, in giù. De Gasperi fa pazientemente la spola fra i due palazzi: assorbe mortificazioni da un lato e pressioni dall'altro. L'ambasciatore inglese Sir Noel Charles lo informa che il governo di Sua Maestà interpreta come non definitiva la pronuncia della Cassazione; il Capo della Commissione alleata di controllo, l'americano Stone, lo avverte che il governo italiano non può assumere una posizione diversa da quella della Suprema Corte. Nel Consiglio dei ministri si manifestano ipotesi estreme. Qualcuno dei colleghi di partito accusa De Gasperi di debolezza, quasi di non saper fronteggiare la situazione.

Qual'è dunque la posizione di De Gasperi? Nel giudizio, di Giulio Andreotti, egli mira - pur nella fermezza - ad assicurare soprattutto che una svolta così importante, come è la scelta istituzionale, si possa compiere in modo da non offrire in seguito motivi o pretesti di dubitare che essa non abbia un'assoluta validità morale, prima ancora che politica. Vuole altresì che fra i partiti della coalizione non si cristallizzi una frattura, che impedisca poi il più ampio schieramento in seno all'Assemblea Costituente. E infine non ha dubbio che il re, nonostante i consiglieri, nonostante i cavilli e le divergenze giuridiche, finirà per mantenere l'impegno di lealtà verso il responso popolare.

La notte del 12 giugno si rompono gli indugi. Il governo approva unanime quest'ordine del giorno: 

«Il Consiglio dei ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del referendum fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato, l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spetti ope legis al presidente del Consiglio in carica». 

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Nel primo pomeriggio del 13, Umberto parte in volo per l'esilio col nome di conte di Sarre. Ha lasciato dietro di sé un proclama piuttosto acrimonioso, in cui dice che «in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano, della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano» e ha posto il re «nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza». Ma gli elettori che hanno votato per la monarchia accettano democraticamente il volere della maggioranza.

Il 18 giugno, ancora a Montecitorio, la Corte di Cassazione pronuncia finalmente il suo giudizio definitivo. «Ma ormai - ricorda Andreotti - tanto erano prive di interesse per tutti le conclusioni, che nella sala eravamo forse una ventina di giornalisti, e di più non ne erano venuti proprio perché il risultato era dato per scontato, come è scontato il linguaggio dei fatti».

 

 

Bibliografia

AA. VV. - Dal 25 luglio alla Repubblica 1943 – 1946 – ERI 1966

Dimanche 25 mars 2012 7 25 /03 /Mars /2012 07:00

Quasi due anni è durata la “campagna d’Italia”, dallo sbarco degli Alleati in Sicilia alla liberazione di tutta la penisola dall’occupazione nazista e dal regime fascista: due anni che hanno causato al nostro Paese ancora lutti e rovine. Militarmente hanno dato il loro contributo gli Alleati, che ebbero un peso determinante nella vittoria finale della guerra, il Corpo Italiano di Liberazione, le Divisioni partigiane.

Nei seguenti articoli vengono descritti i momenti salienti di questa fase della seconda guerra mondiale:

 

La liberazione della Sicilia

 

Il convegno di Tarvisio: fine della collaborazione fra italiani e tedeschi

 

Dalla Sicilia, attraverso lo stretto, inizia l'attacco alla penisola

 

11 settembre 1943: la battaglia di Salerno

 

11 settembre 1943: il regno del Sud comincia a vivere

 

18 settembre 1943: Mussolini da radio Monaco

 

1° ottobre 1943: Napoli è libera

 

La difficile avanzata degli Alleati verso Roma e la nostra guerra a fianco degli Alleati

 

La repubblica di Mussolini

 

L’attacco alla linea Gustav

 

Il bombardamento di Montecassino

 

Cassino, la più terribile battaglia della “Campagna d'Italia”

 

Mussolini si incontra con Hitler

 

La liberazione di Roma

 

Firenze è libera

 

L’attacco alla linea Gotica

 

Dicembre 1944: il fronte si arresta

 

Il bando Alexander e l’accordo Wilson

 

Partigiani e Gruppi di combattimento in azione

 

La liberazione del Nord Italia

Jeudi 22 mars 2012 4 22 /03 /Mars /2012 07:05

15 maggio 1943

Da due giorni la guerra in Africa è finita: gli Alleati vittoriosi celebrano la conclusione della campagna con una grande parata.

Sfilano sul lungomare di Tunisi i soldati di cinque continenti: sono l'avanguardia di un grande esercito che, presa finalmente l'iniziativa, è riuscito a ottenere un primo successo decisivo.

Dal novembre 1942 al maggio 1943 la situazione militare in Europa e in Africa s'è capovolta. Gli Alleati sono dappertutto all'offensiva. In Russia l'armata sovietica, sconfitti i tedeschi a Stalingrado, si prepara a cacciarli dall'Ucraina e a liberare l'intero territorio nazionale.

1943 Stalingrado bandiera rossa resa-tedesca-a-Stalingrado-2-feb-1943.jpg

Nel Nord Africa l'VIII Armata britannica del generale Montgomery, sfondate le linee italo-tedesche a El Alamein, ha avanzato in pochi mesi fin dentro la Tunisia collegandosi agli americani sbarcati in Algeria, al comando di Eisenhower, ai quali si sono aggiunti i contingenti della Francia libera.

Tunisi è caduta il 13 maggio.

Gli eserciti dell'“asse” sono sconfitti. Centocinquantamila prigionieri tedeschi, centomila italiani. Per i tedeschi è una replica di Stalingrado: per gli italiani è qualcosa di peggio, è la fine di ogni speranza. Per gli Alleati è semplicemente la prima fase di un'operazione più vasta che mira ad un attacco diretto alla fortezza europea.

L'obiettivo più prossimo e naturale è l'Italia.

È il terzo anniversario della dichiarazione di guerra.

L'attacco all'Italia comincia dal punto più meridionale. Siccome le isole di Pantelleria e di Lampedusa sbarrano il canale di Sicilia, gli Alleati hanno deciso di occuparle.

Dal 15 maggio Pantelleria è assediata; il rifornimento di viveri e d'acqua è quasi impossibile. Massicci attacchi aerei sconvolgono le difese dell'isola.

Lo sbarco è affidato ad una Divisione di fanteria inglese, ma l'ideatore dell'operazione è il generale Eisenhower che vuole Pantelleria per il suo aeroporto, per le aviorimesse, e i ricoveri scavati nella roccia.

Le poche batterie italiane ancora in grado di sparare sono ridotte in breve al silenzio.

Finora gli italiani hanno creduto alla propaganda fascista che dipingeva Pantelleria come una fortezza imprendibile. Non conoscevano la potenza distruttiva dei bombardamenti aerei e navali.

Il mattino dell'11 giugno, quando i primi soldati inglesi sbarcarono sull'isola, non trovarono opposizione. Giudicata impossibile ogni resistenza l'ammiraglio Pavesi, comandante della piazzaforte, aveva chiesto a Roma il permesso di capitolare. Mussolini l'aveva concesso subito. Così lo sbarco avvenne senza perdite. L'unica vittima da parte alleata, disse più tardi il generale Bradley, fu un soldato inglese morso da un asino.

Come in Tunisia, gli italiani si arrendevano non soltanto perché soverchiati dalla potenza militare avversaria, ma perché sapevano che ogni resistenza sarebbe stata priva di senso. Civili e militari, e non solo a Pantelleria, non consideravano più gli anglosassoni come nemici.

Dopo Pantelleria fu la volta di Lampedusa.

Attaccata dal mare, il mattino del giorno 12, l'isola si arrese poco prima di sera. La sua rapida caduta era attesa. Quando si è sulla china della disfatta, tutto ciò che abbrevia i tempi della sofferenza è accettato con sollievo.

Salvo pochi fanatici che parlarono di tradimento, nessuno osò criticare l'ammiraglio Pavesi per la sua condotta.

Più rapidamente del previsto gli Alleati avevano concluso le operazioni preliminari dell'attacco all'Italia.

Pantelleria ne era stata la prova generale. Era il momento di attuare il piano già approvato in gennaio alla conferenza di Casablanca. La Sicilia doveva essere il primo obiettivo dell'invasione, ma intanto occorreva colpire direttamente tutta l'Italia per indurla ad uscire dalla guerra. Furono sei mesi molto duri per il nostro Paese.

Gli italiani non possono ripensare a quel periodo senza riudire il segnale d'allarme delle sirene che annunciavano l'arrivo incontrastato dei bombardieri. Gli obiettivi preferiti erano le città del Mezzogiorno.

Erano attacchi sufficienti a disorganizzare la vita di un Paese già provato, e ad abbatterne il morale. Gli italiani non avevano un ideale politico che li aiutasse a sopportare. Vedendo crollare le loro case avevano la sensazione della fine e si chiedevano: «perché?».

Più gravi, agli effetti della continuazione della guerra, erano le distruzioni degli impianti: industrie, porti, stazioni ferroviarie, vie di comunicazione. Distruzioni che paralizzavano la macchina militare. In mezzo a tante rovine i vecchi “slogan” della propaganda fascista suonavano falsi.

Il terrore spingeva decine di migliaia di persone a sgomberare le città maggiormente esposte agli attacchi. La situazione alimentare era gravissima, accentuata dalla crisi dei rifornimenti e dall'aumento dei prezzi. Gli stessi gerarchi fascisti ammettevano che i salari coprivano poco più di metà della spesa quotidiana. D'altra parte le razioni assicurate dal tesseramento si rivelavano sempre più insufficienti.

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La fame inaspriva il malcontento. Questo tra l'altro spiega il successo degli scioperi scoppiati in quei mesi nell'Italia settentrionale, che coinvolsero (solo a Torino) oltre centomila operai. Erano scioperi economici, che però avevano un fine politico.

A vedere i soldati reduci dai fronti, specie da quello russo, si provava non ammirazione, ma pietà. Ci si chiedeva, ormai ad alta voce, che cosa si aspettasse a farli tornare tutti in patria e a por fine alla guerra.

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A fine giugno rimanevano all'Italia 59 Divisioni efficienti, 32 delle quali erano dislocate nei Balcani e nell'Egeo, cinque in Provenza, due in Corsica e quattro in Sardegna. Sulla penisola si trovavano soltanto 12 Divisioni. Sei erano nell'Italia settentrionale, assai disperse e lontane dai valichi alpini comunicanti con la Germania. Attorno a Roma erano concentrate 4 Divisioni. Due erano dislocate nel meridione.

La VI Armata di Sicilia, che solo da pochi giorni aveva un nuovo comando, era formata da 4 Divisioni, mescolate e spesso in contrasto con i tedeschi. L'invasione era imminente, eppure la propaganda fascista ostentava ottimismo. Anche i cinegiornali ne traboccavano. Gran rilievo fu dato all'ultima visita del re in Sicilia. Ecco il commento del presentatore: 

«Il Re Imperatore sbarca in un porto della Sicilia iniziando il lungo ed interessante viaggio nell'isola, viaggio durato otto giorni durante i quali il Sovrano ha visitato gli apprestamenti bellici ed ha vissuto tra le truppe e la popolazione, trovando le une e l'altra animate da uno spirito altissimo e da un'indomita volontà di vittoria.

Il Sovrano ispeziona delle opere di difesa; visita un aeroporto che ospita reparti italiani e germanici. Ispeziona unità di camicie nere. Torna dal lungo e laborioso viaggio nell'isola tra le sue truppe, nell'atmosfera ardente d'entusiasmo e di spirito bellico in cui vivono i soldati di terra, di mare e del cielo che presidiano il territorio della Sicilia». 

Gli italiani si chiedevano perché si mettesse tanto in mostra quel re che aveva trascorso gli anni della guerra in un completo isolamento.

Ma qual'era la reale situazione delle difese dell'isola?

Cediamo la parola a uno storico che fu testimone diretto, il generale Emilio Faldella, capo di S.M. della VI Armata. 

«Alla vigilia dello sbarco c'erano per modo di dire delle fortificazioni in Sicilia; cioè c'erano delle piazze marittime, quelle di Augusta e Siracusa e di Trapani che erano fortificate con delle opere sufficienti, ma tutto il rimanente non si può dire che fosse effettivamente fortificato: vi erano delle postazioni in cemento per mitragliatrici, c'erano dei fossi anticarro, c'era un po' di reticolati, c'era qualche zona minata, ma era stato impossibile fare un'organizzazione anche lontanamente paragonabile a quella del Vallo Atlantico perché mancava il cemento, mancava il ferro, mancavano le cupole corazzate. Queste organizzazioni difensive erano più che altro organizzazioni per la osservazione e per la difesa immediata delle coste contro gli attacchi di "commandos". Parlare di artiglierie e di difesa costiera è molto improprio perché o erano delle artiglierie da campagna, che sparavano a tre, quattro chilometri, cinque, sei al massimo; oppure erano delle batterie antiquate che sparavano a nove, dieci chilometri; quindi nulla di paragonabile alle artiglierie navali. Le truppe, poi, destinate a questa difesa, erano: sulla linea costiera le Divisioni costiere le quali davano una sicurezza molto relativa sia per entità numerica dei reparti (il battaglione contava circa seicento uomini) sia per l'armamento, sia per la mancanza assoluta di mobilità sia della fanteria sia dell'artiglieria. Per dire poi quale fosse l'effettiva efficienza di queste Divisioni basta pensare che su un chilometro di fronte c'erano schierati trentasei uomini e due mitragliatrici. Ogni nove chilometri si aveva una batteria di quattro pezzi». 

La situazione economica, sociale e morale della Sicilia era ancor più triste di quella militare. Tutti i mali di cui soffriva allora l'Italia, - miseria, carestia, disorganizzazione della vita civile -, qui erano inaspriti dallo stato di grave isolamento e dal martellamento massiccio dell'aviazione alleata. Il malcontento dei siciliani era aggravato dalla presenza dei tedeschi, che si abbandonavano frequentemente a violenze e ruberie. Era vivo il desiderio di uscire comunque dalla guerra.

Di abbondante in Sicilia, a quell'epoca, c'erano solo le scritte inneggianti al duce e al regime, dipinte sui muri molto tempo prima.

scritte murali di propaganda fascista 

Sembrava che in tutti quegli anni il fascismo fosse stato capace di produrre soltanto parole. Anche i manifesti della propaganda che parlavano di «Sici­lia eroica e fedele, trincea della civiltà europea» apparivano come una derisione.

Realtà quotidiana erano le sanguinose indisturbate incursioni dell'aviazione alleata. Il 19 maggio l'offensiva aerea s'intensificò. Palermo fu la prima città ad essere colpita sistematicamente, soprattutto nel porto.

In giugno cominciarono gli attacchi agli aeroporti. Fu una strage. Alla vigilia dello sbarco, soltanto 49 apparecchi italiani efficienti rimanevano in Sicilia. Anche l'aviazione tedesca subì perdite gravissime.

Per ingannare i comandi dell'“asse” sulle loro intenzioni, gli Alleati concentravano gli attacchi ora su un settore ora sull'altro. Si colpivano le città e i porti contemplati dai piani di sbarco, ma anche quelli che ne erano fuori. Alla fine di giugno non c'era ormai un centro abitato di qualche importanza che non avesse sofferto.

In ultimo la rovina si abbatté su Messina. Tutte le navi traghetto, meno una, vennero affondate; i rifornimenti si ridussero ancora e crebbe nell'isola la sensazione d'essere completamente abbandonati dal resto d'Italia.

Il governo fascista continuava a nascondere la verità.

Il 5 luglio, quando la flotta d'invasione era ormai pronta a salpare, i giornali pubblicarono il testo del discorso che Mussolini, già perfettamente al corrente della situazione in Sicilia, aveva tenuto qualche giorno prima ai gerarchi fascisti.

Mussolini fra l'altro dichiarò: 

«Il nemico deve giocare una carta. Ha troppo proclamato che bisogna invadere il continente. Lo dovrà tentare, questo, perché altrimenti sarebbe sconfitto prima ancora di avere combattuto.

Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del "bagnasciuga", la linea della sabbia. dove l'acqua finisce e comincia la terra. Se per avventura dovessero penetrare, bisogna che le forze di riserva, che ci sono, si precipitino sugli sbarcati, annientandoli fino all'ultimo uomo. Di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l'hanno occupata rimanendo per sempre in una posizione orizzontale, non verticale».

Sicilia carta sbarco alleato 1943  

La più grande flotta che avesse mai solcato le acque del Mediterraneo si era data appuntamento nello stretto di Sicilia. A destra il convoglio che portava l'VIII Armata inglese del generale Montgomery puntava sulle coste sud-orientali dell'isola. A sinistra, diretto verso le coste meridionali, il convoglio che trasportava la VII Armata americana.

Erano complessivamente quasi 1.500 navi da trasporto e oltre 1.800 mezzi da sbarco. 280 navi da guerra facevano da scorta ai due convogli che portavano 160.000 uomini, 14.000 veicoli, 600 carri armati, 1.800 cannoni; 4.000 aerei erano allineati nelle basi nordafricane.

Comandava la VII Armata americana il generale Patton, una delle figure più caratteristiche della guerra.

Il 9 luglio mattina, improvvisamente si levò un vento fortissimo e una violenta bufera sconvolse il Mediterraneo. Qualcuno propose di tornare indietro, ma l'operazione ormai era scattata.

Quella sera, nonostante il maltempo, dagli aeroporti del Nord Africa, decollò l'LXXXII Divisione aviotrasportata americana.

Nel settore della VII Armata i paracadutisti dovevano atterrare fra Niscemi e Gela per preparare una testa di sbarco alla fanteria. Ma la bufera, l'oscurità e una generale confusione dispersero i paracadutisti su un fronte di 100 chilometri.

Nel settore inglese soltanto dodici alianti atterrarono vicino agli obiettivi di Siracusa e Pachino. Quarantasette caddero in mare e molti paracadutisti finirono sotto il fuoco dei difensori.

L'operazione si risolse in un disastro. I paracadutisti furono in gran parte eliminati prima del mattino.

Il mare intanto si era inaspettatamente placato e nel settore orientale le navi da guerra aprirono il fuoco.

Gli inglesi dell'VIII Armata furono i primi a prendere terra. Un'ora dopo che le navi erano entrate in azione, le avanguardie del XXX Corpo sbarcavano dai mezzi d'assalto sulla penisola di Pachino. Seguivano a ritmo accelerato, fra Avola e le spiagge a sud di Siracusa, le prime ondate del XIII Corpo britannico.

1943 alleati Sicilia

Ciò che stupiva gli invasori era la quiete che regnava su quelle coste. Le due o tre batterie che in certi punti avevano risposto al fuoco, erano subito state ridotte al silenzio dai tiri combinati delle navi.

Perciò gli sbarchi avvenivano quasi ovunque senza combattere. Nelle prime ore del mattino, mentre sulle spiagge era un riversarsi continuo di automezzi, carri armati, cannoni, i reparti più avanzati marciavano già sulle strade dell'isola, diretti verso i paesi dell'interno.

Intanto sulle coste sud-occidentali avvenivano gli sbarchi degli americani. All'alba presero terra, a Scoglitti, i fanti della XLV Divisione. Non trovarono alcuna resistenza. Il nome della prima città incontrata, Vittoria, era come un augurio.

Ma sulla sinistra la flotta americana, che s'era avvicinata senza sparare per sorprendere i difensori, fu avvistata alle prime luci dell'alba e le batterie italiane aprirono il fuoco.

Sotto i colpi delle artiglierie navali, le postazioni italiane resistettero tenacemente fino all'esaurimento delle munizioni.

Davanti a Gela gli sbarchi della I Divisione americana continuarono al riparo di cortine fumogene ma, stranamente, senza alcuna protezione aerea.

Nelle deboli e isolate trincee, i reparti costieri italiani non potevano resistere a lungo. Presto la battaglia s'accese nelle strade della città, dove un contrattacco italiano fu respinto a fatica. Alle otto del mattino gli “Stukas” tedeschi piombarono sulla testa di ponte.

Senza l'appoggio dell'aviazione e privi di mezzi corazzati e di artiglieria pesante, ancora a bordo delle navi, gli americani vennero a trovarsi in una situazione critica che peggiorò nel pomeriggio.

La flotta subì gravi perdite, ma verso sera finalmente cominciarono a sbarcare i primi carri armati e i primi cannoni.

Intanto le forze italo-germaniche si raggruppavano a nord di Gela per convergere sulla testa di ponte e ricacciare in mare gli americani.

La Divisione “Livorno” attaccò il mattino dell' 11 luglio. Allo scoperto, sotto il fuoco degli americani trincerati alla periferia della città, gli italiani avanzarono fin quasi alla spiaggia.

La Divisione “Goering” partì più tardi, su tre colonne, con 60 carri armati.

Quando gli americani ne udirono rombare i motori e sferragliare i cingoli, si sentirono tremare il cuore. Così confessarono loro stessi dopo la battaglia.

Alle undici e mezzo la situazione era così critica che il comando della VII Armata americana mandò alla I Divisione l'ordine di tenersi pronti per il reimbarco.

Il fuoco di sbarramento dell'artiglieria navale arrestò gli attaccanti. Quando il generale Patton scese a terra dopo il mezzogiorno, il momento critico era passato. Prima di sera italiani e tedeschi si ritirarono sulle colline dell'interno.

Il generale Von Senger, futuro comandante dei tedeschi a Cassino, che aveva assistito alla battaglia da un'altura a 8 chilometri dalla città, si rese conto che la Sicilia era perduta.

Quarantotto ore dopo lo sbarco, le teste di ponte dell'VIII Armata inglese, da Pozzallo a Capo Murro di Porco, e della VII Armata americana, da Scoglitti a Licata, erano ormai saldamente organizzate.

Respinto a Gela il contrattacco delle Divisioni “Livorno” e “Goering”, la VII Armata si congiunse presso Ragusa con l'VIII, che nel settore orientale continuava ad avanzare senza difficoltà.

Il generale Montgomery aveva due obiettivi: proseguire a ovest, d'intesa con gli americani, e avanzare a nord-est per impadronirsi dei porti della costa ionica, fino a Catania.

Ad Avola gli inglesi incontrarono un gruppo di soldati americani col viso sporco di nerofumo. Erano i paracadutisti del lancio avvenuto la notte fra il 9 e il 10. Qui gli italiani avevano fatto un tentativo di resistenza, poi molti s'erano nascosti nelle case, altri erano stati fatti prigionieri.

Andarono ad ingrossare le file dei loro commilitoni catturati nei primi due giorni. Tutti venivano condotti ai porti e imbarcati sugli stessi mezzi serviti all'invasione. Nel Nord Africa li attendevano i campi di concentramento.

Avanzando sulla sinistra verso la testa di ponte americana, gli inglesi occuparono Noto. In ogni città conquistata issavano la bandiera della vittoria e non avevano rapporti con gli abitanti. Le strade che vedevano passare le colonne di un esercito famoso erano quasi vuote. I siciliani stavano chiusi in casa, dietro le porte e le finestre sbarrate. Diffidavano di quegli sconosciuti e per il momento stavano a vedere.

Siracusa era già stata occupata la sera del dieci. Prima che gli inglesi attaccassero la città, gli italiani avevano fatto saltare le batterie costiere e contraeree e incendiato i depositi di carburante. Poi s'erano arresi.

La rapida conquista di Siracusa fu decisiva agli effetti delle operazioni perché gli Alleati poterono subito utilizzare il grande porto e le sue banchine.

Anche ad Augusta il porto rimase pressoché intatto.

Non appena le avanguardie della V Divisione inglese si avvicinarono alla piazzaforte, l'ammiraglio Leonardi fece saltare le difese, i magazzini e l'arsenale.

Tutto diviene assurdo e confuso quando le cose volgono al peggio. Le catastrofi militari, sotto questo punto di vista, si somigliano.

Il quarto giorno dell'invasione segnò l'inizio del disgelo fra soldati e popolazione. A Palazzolo Acreide gli inglesi della LI Divisione catturarono un treno carico di farina, che i tedeschi avevano razziato dai magazzini comunali e dalle fattorie, e che nella fretta della ritirata avevano dovuto abbandonare. Il comando ordinò di distribuirla alla popolazione.

Per gli Alleati fu un colpo propagandistico. Da allora i siciliani cominciarono a mostrarsi meno diffidenti. Aspettavano l'arrivo delle truppe all'ingresso dei paesi, si raccoglievano in gruppi ai lati delle strade osservandone il passaggio, e quando una colonna si fermava in mezzo all'abitato, la circondavano con applausi e sorrisi. L'accoglienza era ancora più calorosa dove arrivavano gli americani, forse per il fascino del mondo nuovo che li accompagnava.

Il 13 luglio, sulla strada di Augusta, il generale Gotti-Porcinari, comandante della Divisione “Napoli”, cadde con il suo Stato Maggiore nelle mani degli inglesi. Proprio quel giorno la Divisione aveva ricevuto l'ordine di contrattaccare nel settore di Augusta. Il Comando d'Armata si trovò quindi costretto a ritirarla prima che gli inglesi l'accerchiassero.

I prigionieri furono ugualmente molti, ma il generale Guzzoni riuscì tuttavia nella manovra di raccogliere su una linea più ristretta le forze rimastegli. Così nella seconda metà di luglio, alle soglie della piana di Catania, l'impeto offensivo dell'VIII Armata urtò contro una resistenza inaspettata. Intorno al ponte di Primosole, sul fiume Simeto, fu combattuta la battaglia più violenta di tutta la campagna di Sicilia.

Paracadutisti inglesi e tedeschi se ne disputarono per qualche giorno il possesso. Il ponte passò più volte di mano. I tedeschi non riuscirono a farlo saltare e infine dovettero abbandonarlo.

I famosi “diavoli verdi” che Hitler aveva mandato sul fronte siciliano per ricacciare in mare gli Alleati, si avviavano in gran numero verso i porti d'imbarco e i campi di prigionia.

Catania non distava ora che 10 chilometri, ma per vari giorni il XIII Corpo dell'VIII Armata inglese non avrebbe fatto grandi progressi oltre il fiume Simeto. Sulla sinistra, intanto, il XXX Corpo britannico occupava Caltagirone e Piazza Armerina, mentre la VII Armata americana, vinta la resistenza delle truppe italiane davanti ad Agrigento, iniziava una rapida avanzata nella Sicilia occidentale.

Il generale Truscott riassume così questa operazione:

«Dopo che venne presa Licata ed Agrigento si decise che la VII Armata avrebbe protetto il fianco sinistro dell'VIII Armata inglese che stava facendo lo sforzo maggiore, ma avrebbe anche conquistato Palermo.

Mentre la I Divisione americana occupava Caltanissetta il 18 luglio e l'LXXXII proseguiva lungo la costa sud-occidentale verso Trapani, la III Divisione di fanteria che io comandavo iniziava la marcia verso Nord.

Credo che a noi tutti abbia fatto impressione l'evidente miseria dei villaggi siciliani, ma nessuno di noi dimenticherà le affettuose accoglienze che ricevevamo al nostro passaggio. I genitori e i nonni di molti dei nostri soldati erano emigrati dalla Sicilia negli Stati Uniti. Apparve evidente a tutti noi il sollievo dei siciliani all'idea che per loro la guerra era finita.

Il generale Patton era ansioso di prendere Palermo dopo aver spazzato la Sicilia occidentale con i mezzi corazzati. In quel momento, tedeschi e italiani si stavano ritirando dalla zona, per cui il principale ostacolo incontrato dai reparti corazzati erano le zone minate sulle strade che dovevano essere percorse dai carri armati. Fu per questo che la mia Divisione, procedendo per cento miglia da Agrigento verso nord a marce forzate, poté arrivare a Palermo in meno di cinque giorni e prima dei mezzi corazzati». 

Il 22 luglio il comandante territoriale di Palermo, generale Molinero, andò incontro al generale Keys che era in testa alla colonna americana e offrì la resa della città chiedendo alcune garanzie per i suoi soldati. Keys insistette per la resa incondizionata. Una città vuota, stremata, accolse gli alleati.

Palermo era la prima grande città europea conquistata dagli Alleati. E per la prima volta degli italiani li chiamavano «liberatori» nonostante l'occupazione formale.

La visita del generale Patton al cardinale Lavitrano contribuì a rafforzare i rapporti amichevoli che scavalcavano quelli ufficiali dei due governi ancora in guerra.

Qualche giorno dopo Patton diede ordine di liberare i prigionieri siciliani. Fu un gesto umano e nello stesso tempo di buona politica. La popolarità degli Alleati si accresceva. E dalla gioia dei siciliani si poteva misurare quanto scarsa fosse ormai la presa che il fascismo aveva sul popolo.

La rapida avanzata della VII Armata americana verso Trapani e Palermo non isolò completamente le truppe italiane che si trovavano nella Sicilia occidentale. Sfilando davanti alle avanguardie del generale Patton, reparti delle Divisioni “Aosta” e “Assietta” riuscirono infatti a congiungersi con le rimanenti forze italo-germaniche, che si ritiravano ordinatamente. Si poté così costituire, da Santo Stefano di Camastra alla piana di Catania, una prima linea di resistenza che per alcuni giorni rallentò l'avanzata angloamericana.

Aerei italiani e tedeschi, dopo l’arresto di Mussolini del 25 luglio e il nuovo governo Badoglio, bombardarono il porto di Pantelleria che gli Alleati utilizzavano per i rifornimenti alla Sicilia. Doveva essere una prova che l'Italia teneva fede alle alleanze.

In Sicilia la guerra continuava sul fronte di Catania. La manovra ritardatrice di Guzzoni sembrava riuscita. Ora gli inglesi attaccavano verso sinistra. Attorno alla stazione di Sferro, caposaldo della linea che sbarrava l'accesso alla piana di Catania, la battaglia durò 48 ore.

Gli attacchi dell'VIII Armata britannica continuarono fino alla fine di luglio. Poi Montgomery decise di intensificare l'offensiva sulla sinistra, nel tentativo di prendere Catania per aggiramento. Il paese di Regalbuto alle falde dell'Etna venne occupato dai canadesi il 10 agosto.

Centùripe era considerata il perno della linea di difesa per la sua posizione elevata. Cadde il 3 agosto.

Dopo due giorni fu presa Paternò.

La situazione dei difensori diventava sempre più insostenibile. Il 25 luglio aveva aggravato la crisi dei reparti superstiti della VI Armata italiana, mentre i tedeschi avevano avuto l'ordine di passare al più presto sul continente.

Misterbianco era l'ultimo caposaldo a ovest di Catania: cadde senza resistenza.

Crollato il fascismo, i siciliani ormai consideravano gli invasori come degli amici.

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In Sicilia era difficile credere alle parole di Badoglio sulla continuazione della guerra. Tutti capivano che si trattava di una frase dietro la quale c'era la volontà di far la pace. Nei paesi liberati la gente cominciava a manifestare le proprie opinioni.

Superate le ultime resistenze, il 5 agosto le avanguardie del XIII Corpo britannico entrarono a Catania da ovest e da sud. Per oltre venti giorni la città era stata la retrovia del fronte e ora, partite le truppe che la difendevano, le autorità aspettavano gli Alleati chiuse nella caserma dei carabinieri. Così a differenza di Palermo, Catania era in uno stato di grave disordine. La popolazione era esasperata dalle privazioni e dalla miseria. Mancava tutto: la carne, il latte, il pane. Il saccheggio era cominciato già prima della partenza dei tedeschi, e in molti casi erano stati i soldati della “Goering” a dar l'esempio rubando persino i materassi degli alberghi. Molte strade, fino a poco prima deserte, d'un tratto si riempivano di una folla vociante che dava l'assalto ai negozi e ai magazzini.

Con Catania gli Alleati disponevano di un nuovo grande porto, ma per il momento esso serviva soprattutto per lo sgombero dei feriti, ch'erano stati numerosi tra le rive del Simeto e l'Etna.

La campagna di Sicilia era praticamente chiusa. Entrambi gli eserciti ne uscirono molto provati. In 38 giorni gli italiani avevano perso 140.000 uomini, in gran parte prigionieri; i tedeschi 37.000, in gran parte morti e feriti, gli alleati 31.000. Contrariamente a quella che divenne un'opinione diffusa, la campagna di Sicilia non fu una passeggiata militare.

La battaglia di Catania era stata risolta dall'offensiva alla sinistra dello schieramento di Montgomery che aveva portato alla rottura anche della seconda linea di resistenza. Nello stesso tempo forti attacchi americani verso Troina e S. Agata di Militello avevano operato lo sfondamento a nord. Non c'erano più ostacoli sulla strada di Messina.

Ormai il comando italo-germanico si preoccupava solo di riportare sul continente il maggior numero di truppe.

Nel pomeriggio dell'11 agosto ebbe inizio la fase finale dello sgombero dell'isola.

Su motozattere, traghetti e imbarcazioni di fortuna, sotto le bombe dell'aviazione alleata e il tiro dell' artiglieria, i resti delle Divisioni italiane e tedesche riuscirono a riparare in Calabria.

Ora per gli alleati arrivare a Messina era soltanto una questione di velocità. Il generale americano Truscott ci ricorda i particolari di quella corsa:

«La presa di Messina avrebbe segnato la fine della Campagna di Sicilia, per cui era naturale che sia gli inglesi che gli americani tenessero molto ad avere il merito della conquista della città. Il generale Patton mi aveva detto un giorno che gli sarebbe proprio piaciuto arrivare a Messina prima di Montgomery, e non dubito che eguali fossero i sentimenti del generale Montgomery». 

Così si accese tra i due alleati una gara singolare. Lungo la strada costiera taorminese, stretta fra l'Etna e il mare, gli inglesi avanzavano con la prudenza che era propria della strategia di Montgomery, spesso tenendo in testa reparti di suonatori scozzesi.

Il comandante inglese ci teneva ad entrare per primo a Messina e ordinò anche uno sbarco strategico a sud della città; ma il ritmo delle cornamuse non è il più adatto a una marcia veloce.

Gli americani, a nord, ci misero uno spirito più sportivo. Pur incontrando distruzioni e intralci come gli inglesi, cercarono di spingere al massimo i loro mezzi corazzati. Avevano assimilato le idee sulla guerra mobile del loro comandante, il generale Patton, audace e spericolato come un “cow-boy”.

Truscott ancora racconta: 

«Compiendo sforzi terribili, la III Divisione di fanteria riuscì a superare gli ostacoli delle demolizioni e l'opera di disturbo dei tedeschi lungo la costa settentrionale della Sicilia, e prese Messina parecchie ore prima dell'arrivo delle avanguardie britanniche. Il generale Patton ed io, con i componenti dei nostri Stati Maggiori, percorremmo la strada tortuosa che porta alla città il mattino del 17 agosto; ci accompagnò per tutta la strada il fuoco d'artiglieria tedesco, proveniente dall'altra riva dello stretto. Mentre conversavamo con le autorità civili nella piazza municipale, davanti al Palazzo di città, arrivò una pattuglia corazzata britannica che era sbarcata sulla costa, a qualche chilometro di distanza. Naturalmente, furono delusi di trovare che gli americani erano arrivati prima di loro». 

La città sembrava in piedi ma in realtà dietro le facciate delle case c'era il vuoto. Come i garibaldini nel 1860, gli Alleati si trovavano ora in faccia alla penisola. E come loro, sapevano ben poco di ciò che li attendeva.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

 

Jeudi 22 mars 2012 4 22 /03 /Mars /2012 07:00

Agosto 1943. Il convegno di Tarvisio pone fine della collaborazione fra italiani e tedeschi.

Churchill e Roosevelt, riuniti in Quebec, stabiliscono le future operazioni in Europa.

Corriere Sera 26 luglio 1943 

Dopo il 25 luglio 1943 la sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che, alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. Vigeva la legge marziale. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Questo rigore mascherava una profonda incertezza. Il maresciallo Badoglio, che col governo era passato al Viminale, circondava di mistero le sue intenzioni. Per le cose essenziali e la condotta della guerra, la liquidazione del fascismo, i rapporti con i tedeschi, agiva all'insaputa dei suoi ministri. La sua condotta era ambigua, anche nei confronti dei partiti antifascisti usciti dalla clandestinità.

Lo stato d'assedio ch'egli aveva imposto al Paese, con tutto il seguito di misure eccezionali e severissime, era una novità nella storia d'Italia degli ultimi trent'anni.

Inutilmente i rappresentanti dei partiti, riuniti nel Comitato delle opposizioni presieduto da Ivanhoe Bonomi, avevano chiesto una maggiore libertà di stampa. I nuovi giornali continuavano ad essere vietati e i vecchi sottoposti a una severa censura.

E tuttavia gli antifascisti non avrebbero desiderato di meglio che collaborare, a patto che il governo avesse affrontato francamente il problema della pace. Su questo punto, pur comprendendo le difficoltà del maresciallo, erano irremovibili: volevano finirla con la guerra.

Badoglio si dichiarava d'accordo. Ma continuava a far da solo. Sembrava che non si fidasse di nessuno.

Dal canto suo il re aveva deciso di insistere (almeno per il momento) nell'alleanza con i tedeschi avendone bisogno per tenere il fronte quel tanto che fosse bastato - egli credeva - a negoziare l'armistizio.

Al Viminale l'inquietudine cresceva. Mentre spediva diplomatici in Vaticano, a Lisbona, a Tangeri per conoscere le intenzioni degli Alleati, Badoglio si preoccupava dei tedeschi. Una sua richiesta a Hitler per un convegno, presente il re al fine di studiare amichevolmente l'uscita dell'Italia dalla guerra, fu respinta. Allora, per non rivelare il suo animo, fu costretto ad accettare la controproposta del Führer per una conferenza fra i ministri e i capi militari.

Hitler Mussolini al Brennero

L'incontro avvenne in zona di confine.

La scelta dimostrava la reciproca diffidenza dei due alleati. In realtà il convegno di Tarvisio segnò la fine della collaborazione fra italiani e tedeschi.

Ribbentrop e Guariglia, nuovo ministro degli Esteri italiano, guidavano le due delegazioni. Li accompagnavano il maresciallo Keitel e il generale Ambrosio. Ribbentrop chiese se il governo italiano avesse avviato i preliminari d'armistizio con gli anglo-americani. Guariglia rispose di no ed effettivamente i suoi tentativi di trattare con gli Alleati erano fino a quel momento falliti.

A sua volta Guariglia chiese il perché dei movimenti tedeschi in Italia; Keitel assicurò che le truppe inviate dovevano creare una riserva strategica. Più insolentemente, Ribbentrop aggiunse che le Divisioni tedesche servivano solo per combattere.

Tutte le speranze di Badoglio si riponevano ora sul generale Castellano, partito per Lisbona il 12 agosto per un altro incontro con gli Alleati. Ma questi, messi in sospetto da tanti indugi, dettero ordine di riprendere i bombardamenti sulla penisola.

Su Milano la notte dal 12 al 13 agosto cadde una pioggia di bombe e di spezzoni incendiari che trasformarono il centro storico in un braciere.

La Galleria e palazzo Marino furono semidistrutti.

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Anche la Scala andò in rovina. Si dovette al sipario metallico se il palcoscenico non fu devastato dalle fiamme.

Torino fu anch'essa colpita nel centro, nei suoi quartieri più belli, carichi di ricordi e di storia.

Il 13 agosto toccò di nuovo a Roma, che per fortuna subì danni soltanto nella periferia sud, adiacente alla zona degli scali ferroviari.

1943-Roma-scalo-san-lorenzo--bombardato.jpg

Gli Alleati erano decisi a finirla. A Quebec, dove in quei giorni si riunivano per stabilire le future operazioni in Europa, Churchill e Roosevelt insistettero per l'Italia sulla resa senza condizioni. Anche Stalin, che non partecipava alla conferenza, fece pervenire il suo benestare.

Alla fine d'agosto l'operazione «Alarico» era ultimata.

Fino a un mese prima le Divisioni tedesche in Italia erano 8, quasi tutte concentrate al sud e nelle isole. Le Divisioni italiane erano 23, delle quali 10 in via di ricostituzione e perciò inutilizzabili. C'erano inoltre 14 Divisioni costiere disperse e male armate, quindi anch'esse inservibili. Ma dal 26 luglio 9 Divisioni e 1 Brigata germaniche si dislocarono nell'Italia settentrionale, in forma di vera e propria occupazione, disponendosi a ridosso dei reparti italiani. Un'altra scese presso Roma e le quattro che erano in Sicilia si unirono a quelle dell'Italia meridionale. La situazione si era così capovolta. Le 13 Divisioni italiane efficienti, più le 3 rientrate all'ultimo momento, col permesso dei tedeschi, ma ancora in viaggio, erano ora controllate da 18 Divisioni e una brigata germaniche, divise in due Gruppi di Armate.

A nord il Gruppo d'Armata B fu affidato al Feldmaresciallo Rommel, mentre il comando supremo per il Sud andò al Feldmaresciallo Kesselring. Si ritrovavano in Italia due comandanti che gravi contrasti avevano diviso al tempo della campagna d'Africa.

La conquista della Sicilia e la nuova situazione interna italiana consigliavano l'attacco diretto alla penisola. Perciò gli Stati Maggiori alleati dettero ordine al comandante supremo del Mediterraneo di raccogliere tutte le forze disponibili per l'invasione.

L'VIII Armata del generale Montgomery doveva effettuare la prima operazione, lo sbarco in Calabria. La seconda, lo sbarco a Salerno, era affidata alla V Armata del generale Clark ed era fissata per il 9 settembre.

Eisenhower e Montgomery erano scettici. Quale accoglienza avrebbe riservato la terra che si stendeva con le sue coste brulle al di là dello stretto?

Il governo italiano, è vero, si disponeva a capitolare.

Ma l'atteggiamento dell'Italia appariva ai militari alleati confuso e contraddittorio. In tutto ciò che stava accadendo in quell'incomprensibile Paese c'era qualcosa di misterioso.

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

Jeudi 22 mars 2012 4 22 /03 /Mars /2012 06:30
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