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dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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la persecuzione degli ebrei

    1911-sinagoga-Roma-copie-1.jpg La sinagoga di Roma

Ghetto di Roma, 16 ottobre 1943: alle 5.15 del mattino le SS rastrellano 1.024 persone. Due giorni dopo, diciotto vagoni piombati partono dalla stazione Tiburtina diretti al campo di concentramento di Auschwitz: solo sedici persone faranno ritorno.

     

È il 16 ottobre del 1943, il "sabato nero" del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05  del 18 ottobre,  diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.

Documenti emersi dagli archivi americani fanno luce su una verità inquietante: il corso degli eventi poteva essere cambiato. Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirlo.

Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione.

 

L’oro di Roma

La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà,  Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi,  Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell'oro avviene non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, e precisamente al numero 155, che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma formalmente “l'Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” (è ora sede del Museo Storico della Liberazione).

Kappler non si presenta. Non vuole abbassarsi alla formalità di ricevere quell'oro che ha estorto. Si fa sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura viene eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesata viene registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell'operazione, mentre Almansi ha segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate sono nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritano ancor di più il capitano che si oppone anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio, cioè ripetere l'operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz dà l'ordine di ripetere le pesate. I chili sono 50.

 

La retata

La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due hanno già fatto con Kesserling. Non può sapere che già è stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento. Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e organizza la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti. Per quale motivo allora non alzarono un dito per fermare la strage? E Pio XII perché si limitò solo a protestare? Il Papa, in realtà, era sottoposto ad un tacito ricatto: più di 800mila ebrei si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi di tutta Europa, in gran parte occupata dai nazisti.

Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara furono tradotti alla stazione Tiburtina, e da lì ad Auschwitz.

     foto 5  Auschwitz campo di sterminio

 

Il rapporto di Kappler sulla deportazione degli ebrei romani
rapporto Kappler arresto e deportazione ebrei romani

Samedi 12 octobre 2013 6 12 /10 /Oct /2013 10:10

Vento primaverile”, così era stata denominata la retata degli ebrei in Francia, non sarà che una tappa della “soluzione finale”.

 

Due SS, il Haupsturmführer Dannecker e Röthke, sono gli ufficiali tedeschi organizzatori responsabili del “Vento primaverile” (così era stata denominata la retata degli ebrei). Dirigevano la Sezione IV B4 della Gestapo a Parigi, definita IV J “della repressione antiebraica”. Avevano avuto l’onore di ricevere le consegne per l’operazione “Vento primaverile” direttamente dal generale delle SS Reinhardt Heydrich, che era venuto a Parigi il 15 maggio (1942), poco tempo prima della sua morte. Tredici giorni dopo, infatti, il 28 maggio, Reinhardt Heydrich fu ucciso a Praga da due paracadutisti cechi venuti da Londra per compiere la loro missione.

Heydrich.jpg

Dando questi ordini, Heydrich non faceva che portare a termine le decisioni assunte nel corso della conferenza chiamata di Wannsee, nel corso della quale, nel gennaio 1942, era stato deciso lo sterminio degli ebrei europei. Infatti, è durante questa conferenza svoltasi a Berlino al 56 e 58 di Grossen Wannsee-Strasse, nell’ufficio di Eichmann, che i nazisti elaborarono definitivamente la “soluzione finale”, cioè l’annientamento totale degli ebrei europei. L’elite delle SS erano in quel giorno riuniti a Wannsee-Strasse, sotto la presidenza di Heydrich, Eichmann e l’SS Müller.

Vento primaverile”, in Francia, non sarà che una tappa della “soluzione finale”.

Il 16 luglio 1942, all’alba, iniziò a Parigi una vasta operazione di polizia, denominata “Vento primaverile”. Voluta dalle autorità tedesche, mobilitò circa 9.000 uomini delle forze del governo di Vichy. Quel giorno e quello seguente, 12.884 ebrei furono arrestati, tra loro 4.051 bambini. Mentre i celibi e le coppie senza figli furono condotte nel campo di internamento di Drancy, le famiglie, circa 7.000 persone, vennero rinchiuse nel Velodrome d’Hiver. Lì vi rimasero più giorni fino al loro internamento a Pithiviers e a Beaune la Rolande (prima di essere deportati nei lager in Germania e in Polonia), in condizioni spaventose, quasi senz’acqua ne viveri.

«L’alzata di spalle di una guardia è rimasta più profondamente impressa nella mia memoria che non le urla delle vittime» Arthur Koestler

 

Il libro “La Grande rafle du Vel d’Hiv” è frutto di una lunga inchiesta che mette in evidenza la schiacciante responsabilità del governo di Vichy nella deportazione degli ebrei di Francia. Rimane ancora oggi il documento di riferimento sul crimine del “Giovedì nero” del luglio 1942.

Gli autori del libro sono Claude Lévy e Paul Tillard.

Nato nel 1925 a Enghein-les-Bains, Claude Lévy partecipa alla Resistenza prima in Combat poi nel FTP-MOI (35a Brigata). Arrestato nel dicembre 1943, imprigionato, consegnato ai tedeschi, viene deportato il 2 luglio 1944. Riesce a fuggire e raggiunge i partigiani.

Sua madre, suo padre e numerosi altri membri della sua famiglia, arrestati dalla Polizia e dalla polizia di Vichy, perché ebrei, furono deportati e sterminati a Auschwitz.

Paul Tillard, nato nel 1914 a Soyaux (Charente), entrò presto nella Resistenza. Venne arrestato dalla polizia di Vichy nell’agosto 1942. Consegnato alla Gestapo venne inviato come ostaggio nel forte di Romainville e poi deportato nell’aprile del 1943 nel lager di Mauthausen, in Austria. Liberato il 6 maggio 1945, pubblicò, al suo ritorno, la prima testimonianza francese sui campi di concentramento nazisti.

Il 27 luglio 1966, a cinquantuno anni, Paul Tillard morì in seguito alle conseguenze della deportazione. 

 

Bibliografia:

Claude Lévy e Paul Tillard - La grande rafle du Vel d’Hiv – Ed. Laffont 1992

Jeudi 25 octobre 2012 4 25 /10 /Oct /2012 07:17

È durante questa conferenza svoltasi a Berlino al 56 e 58 di Grossen Wannsee-Strasse, nell’ufficio di Eichmann, che i nazisti elaborarono definitivamente la “soluzione finale”, cioè l’annientamento totale degli ebrei europei.

 

adolf-Eichmann.jpg

La conferenza di Wannsee si doveva tenere il 7 dicembre 1941, ma fu rinviata a causa degli importanti avvenimenti che si verificarono quel giorno: attacco giapponese a Pearl Harbor, e la conseguente entrata in guerra degli Stati Uniti.

Convocata su incarico di Eichmann, per iniziativa di Heydrich, che a sua volta era stato incaricato da Goering, infine si tenne il 20 gennaio 1942, in un grande salone-ufficio del palazzo al numero 56-58 di Wannsee-Strasse. C’era un grande camino dove bruciava della legna. Il verbale della riunione specificava che “la soluzione finale del problema ebreo in Europa dovrà essere applicata a 11 milioni di persone ... Al fine di attuare la soluzione finale del problema, gli ebrei dovranno essere trasferiti sotto buona scorta all’Est ed essere impiegati nel servizio del lavoro. Incolonnati, gli ebrei validi, uomini da una parte e donne dall’altra, saranno condotti in questi territori per costruire strade; è implicito che gran parte di loro si autoeliminerà naturalmente per il loro stato di deperimento fisico; I rimanenti che sopravvivranno e quelli che si considereranno come la parte più resistente, dovrà essere trattata di conseguenza».

Diversi documenti attribuiscono il significato esatto alla parola “trattamento” e indicano, senza alcuna ambiguità, che si intendeva semplicemente la morte.

«Quando gli altri partecipanti se ne andarono, rimasero soli Heydrich, Müller e Eichmann nell’ufficio, scherzando mollemente seduti in comode poltrone dinnanzi al camino. Heydrich era particolarmente contento ... Fumava ... Heydrich mi chiese in che modo si dove essere redigere il protocollo d’intesa; poi siamo rimasti noi tre seduti; mi ha offerto uno o due bicchieri di cognac, o tre ... Poi loro se ne sono andati e io mi sono seduto nel mio ufficio per stendere il protocollo» racconterà poi Eichmann.

 

Bibliografia:

Claude Lévy e Paul Tillard - La grande rafle du Vel d’Hiv – Ed. Laffont 1992

Lundi 15 octobre 2012 1 15 /10 /Oct /2012 07:14

17 luglio 1942: il resoconto completo della visita di ispezione di Himmler ad Auschwitz.

 

Venerdì 17 luglio 1942, il secondo giorno del grande rastrellamento degli ebrei a Parigi, la “Grande rafle du Vel d’Hiv”, Himmler, il capo della Gestapo, si recò a ispezionare il campo di concentramento di Auschwitz. La sua fabbrica della morte doveva ricevere del materiale e perciò si doveva accertare che tutto fosse pronto. Nessuno in Europa sembrava ostacolare la “soluzione finale”. La Germania si trovava al culmine della sua potenza.

I bollettini di guerra del quartier generale del Führer non sono che un grido di vittoria. L’avanzata tedesca si sviluppava in modo folgorante, non solamente sul fronte russo, ma anche in Africa del Nord dove le divisioni di Rommel controbattevano le forze britanniche dopo aver conquistato Tobruk il 22 giugno.

Il 12 luglio, un comunicato aveva segnalato che le truppe tedesche e alleate, notevolmente appoggiate dalla Luftwaffe, avevano sconfitto il nemico e lo avevano annientato nel corso delle operazioni offensive che si erano sviluppate ad ovest del Don, tra il 28 giugno e il 9 luglio ...

Dopo la presa di Voronej, il 7 luglio, il Don veniva raggiunto a sud di questa città e si erano stabilite diverse teste di ponte su un fronte di 350 chilometri. Il 22 luglio, si apprenderà che, mentre i combattimenti proseguivano vittoriosamente in Africa settentrionale, nei dintorni di El Alamein, dove gli inglesi avevano perso 1200 uomini e un numero considerevole di carri armati, sul fronte russo Rostov in fiamme veniva attaccata da ovest, da nord e da est, una frase del comunicato precisava che un’armata tedesca avanzava rapidamente in direzione di Stalingrado. Era la prima volta che questo nome appariva nei bollettini del quartier generale hitleriano e nessuno allora pensava che i combattimenti che si svolgeranno intorno a questa città, dal mese di ottobre seguente al gennaio 1943, segneranno la sconfitta dell’esercito tedesco.

I “quaderni di Auschwitz” hanno conservato il resoconto completo della visita del ministro del Reich: «Il 17 luglio (1942), Himmler, SS Reichsführer, è venuto per la seconda volta ad Auschwitz per un giro di ispezione. Erano presenti il Gauleiter Bracht, l’SS Obergruppenführer Kammler. Accompagnato dai suoi ospiti, Himmler ispezionò tutto il territorio del campo, le aziende agricole, le costruzioni in corso, i laboratori, le piantagioni sperimentali a Rapsko, così pure gli allevamenti e la scuola forestale».

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Ispezionando in seguito il campo di Birkenau, potrà assistere all’annientamento di un convoglio di ebrei che arrivava: lo scarico dal treno, la selezione dei deportati giudicati abili al lavoro, l’uccisione degli inabili col gas nel bunker n°2 e il successivo sgombero. Questo convoglio era composto da 2.000 ebrei olandesi arrivati il 17 luglio, 1303 uomini e 697 donne.

1251 uomini e 300 donne furono giudicati abili al lavoro, 449 inabili furono inviati nelle camere a gas: è al supplizio di 449 persone che Himmler assistette. La sera Himmler fu ricevuto a Katowice a casa del Gauleiter Bracht; si recò in compagnia del comandante del campo Höss e della moglie di questi, oltre al capo delle installazioni agricole di competenza di Auschwitz, Obersturmbannführer, dott. Caesar.

«Il 18 luglio, Himmler ispezionò il campo municipale, le cucine, il campo delle donne, che comprendeva i blocchi da 1 a 10, le fabbriche, le scuderie, i macelli, i panifici e la caserma delle guardie, il “Canada”. I detenuti avevano soprannominato“Canada” le baracche nelle quali i beni tolti ai deportati ebrei venivano riuniti e selezionati. Nel 1943, il “Canada” non contava meno di 35 baracche.

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Alcuni commando speciali di deportati selezionavano una quantità enorme di vestiti, di oggetti di valore, fedi nuziali o differenti gioielli, i denti in oro strappati ai cadaveri, gli occhiali e i giocattoli abbandonati dai bambini. L’oro e l’argento erano trasferiti alla banca centrale del Reich (escludendo quei quantitativi rubati dalle guardie SS); gli orologi andavano all’Ufficio amministrativo centrale delle SS a Orianenburg; gli occhiali al servizio sanitario; gli articoli di consumo corrente, come i fazzoletti, le valige, gli zaini, i pettini, i pennelli da barba all’ufficio incaricato della propaganda del germanesimo.

«Nel campo delle donne – sta scritto nei “Quaderni di Auschwitz” – Himmler chiese di assistere alla bastonatura di una detenuta con lo scopo di constatarne gli effetti. Visto lo stato in cui era stata ridotta la donna bastonata, ordinò che, da quel momento, la bastonatura doveva essere praticata sulle donne solamente dopo la sua personale autorizzazione. Al termine della sua ispezione, Himmler si recò, per un ultimo colloquio, nell’ufficio di Höss a cui ordinò di accelerare la costruzione del lager di Birkenau, degli stabilimenti degli armamenti e di perfezionare lo sterminio degli ebrei inabili al lavoro. In segno di riconoscimento per le realizzazioni già terminate, Himmler nominò Höss Obersturmführer, innalzandolo così di grado.

 

Bibliografia:

Claude Lévy e Paul Tillard - La grande rafle du Vel d’Hiv – Ed. Laffont 1992

Mercredi 10 octobre 2012 3 10 /10 /Oct /2012 07:00

Lo sterminio di una famiglia perbene

I due fratelli e le tre sorelle Milla di Verderio superiore furono arrestati dai tedeschi nell’ottobre 1943 perché ebrei e trasferiti ad Auschwitz, da dove non fecero più ritorno.

 

“Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare si che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. "

Primo Levi, Se questo è un uomo

  

Dall'Inizio del 1942 all' ottobre del 1943 abitò a Verderio Superiore, provenendo da Milano, la famiglia Milla, composta da tre sorelle, Laura, Lina, Amelia, e un fratello, Ferruccio. Nell'ottobre del 1943 tutti vennero arrestati, in quanto ebrei, da militari tedeschi: prima, a Verderio, Ferruccio; qualche giorno dopo, a Milano, le sorelle. Con Ferruccio fu arrestato anche un fratello, U go, che aveva raggiunto i famigliari da non più di due giorni. Fuggirono invece la moglie di quest'ultimo, Lea Milla, e la figlia, Serena, di dieci anni. Il 6 dicembre i cinque arrestati furono "trasportati" ad Auschwitz, da dove non fecero più ritorno.

  

LE LEGGI RAZZIALI. La famiglia Milla era approdata a Milano nel 1913 dopo vari trasferimenti in località del centro e del sud d'Italia. Di queste peripezie sono testimonianza i diversi luoghi di nascita dei suoi componenti: Ferruccio nasce a Cento, Ferrara, il 27 marzo 1888, Ugo a Vignola, Modena, il 14 novembre 1894, Laura a Pesaro il 3 agosto 1897, Lina a Urbino il 10 luglio 1901 e Amelia ad Amelia, Terni, il 27 aprile 1904.

La famiglia era composta anche da Olga e Max, nati a Messina, Gabriella a Loiano, Bologna, e altri due fratelli, uno morto in giovane età, l'altro, Aldo; morto al termine della prima guerra mondiale, quando ancora era soldato. Il lavoro del padre Ernesto, ufficiale del dazio; era la causa dei continui trasferimenti. Di lui si ricorda che, molto giovane, fu volontario garibaldino e che partecipò alla campagna risorgimentale combattendo, in particolare, nella battaglia di Bezzecca. Era nato a Modena ed era sposato con Giulia Levi, originaria di Ferrara. All'entrata in vigore delle leggi razziali, novembre 1938, Laura è segretaria di una Scuola comunale, Lina è impiegata presso la ditta Brunner e Amelia è casalinga. Dei due fratelli, Ferruccio, ragioniere, lavora  allo scatolificio Ambrosiano. Ugo è sposato con Lea Milla di Vittorio e Coen Gialli Nelly; ha una figlia, Serena, nata nell’ottobre 1933.

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Fra Ugo e Lea esisteva forse un lontano legame di parentela. Anche i Milla, come tutti, gli ebrei residenti in Italia, dal 1938 dovettero cominciare a fare i conti con la legislazione razziale, introdotta dal regime fascista. Con il Regio decreto 1728 del 17 novembre, infatti, un certo numero di italiani, circa quarantamila persone, scoprirono, per il fatto di essere ebrei, di appartenere ad una particolare razza e perciò di non poter godere degli stessi diritti, e nemmeno di avere gli stessi doveri, degli altri cittadini, quelli che seppero allora di appartenere alla "razza ariana". Il decreto legge definiva i criteri di appartenenza alla "razza ebraica" (art.8) e, alle persone che rientravano in questa categoria, imponeva pesanti limitazioni riguardanti il lavoro e la proprietà privata, interdiceva la possibilità di prestare servizio militare, vietava i matrimoni con cittadini italiani "ariani". Conteneva anche dei criteri di discriminazione fra gli stessi ebrei, stabilendo che parte delle norme che esso stesso dettava non dovevano essere applicate agli "ebrei discriminati", a coloro cioè che fossero stati in grado di documentare meriti di guerra, personali o di membri della famiglia, o la propria adesione al Partito Fascista in determinati periodi. Il 14 luglio 1938 venne pubblicato, con la firma di alcuni noti uomini di scienza, il "Manifesto della Razza", con l'intento di dare all'antisemitismo fascista una parvenza di scientificità.

 

L’AUTODENUNCIA IN COMUNE. Non ci sono testimonianze riguardo alla reazione dei Milla alla notizia dell'entrata in vigore delle misure antiebraiche. Si può presumere che furono simili a quelle del resto della comunità: un misto di incredulità, di amarezza e di apprensione. I Milla sottostarono all'obbligo dell'autodenuncia presso il Comune di residenza, previsto dal decreto legge del 17 novembre. Attraverso questa norma, che permise di compilare l'elenco degli ebrei in Italia, i tedeschi e i fascisti si ritrovarono fra le mani uno strumento assai utile allorché, dall'autunno del 1943, daranno inizio alla “caccia all' ebreo”. I fratelli Milla percorsero la strada della richiesta di discriminazione: dai documenti conservati all' Archivio di Stato di Milano risulta che cercarono di far valere a questo scopo la partecipazione del padre Ernesto alle campagne garibaldine e i propri meriti durante il servizio militare. Solo a Max fu riconosciuto lo stato di “ebreo discriminato”, per la sua partecipazione alla guerra libica e a quella mondiale. Poté contare anche sull'intervento del ministero dell’Interno che, al Prefetto che già aveva espresso parere contrario, suggerì di rivedere la pratica  e di tener conto che il richiedente aveva avuto il padre volontario garibaldino. Da quanto si deduce dalla documentazione relativa alla domanda dì discriminazione sembra che l'atteggiamento dei Milla nei confronti del regime sia stato abbastanza tiepido: di tutti loro il segretario federale del Partito Fascista a cui spettava il compito di esprimere un parere, pur non potendo fare rilievi sfavorevoli, dice che "non risulta abbiano dato dimostrazione alcuna di attaccamento al regime". Solo Ferruccio è iscritto al partito, ma la data di iscrizione, 1928, non è tale da costituire un vantaggio ai fini dell'accoglimento della domanda. A causa delle leggi razziali, Laura dovette lasciare l'impiego di segretaria nella scuola comunale. Sul lavoro degli altri fratelli i provvedimenti razziali non ebbero probabilmente effetti negativi: non erano dipendenti pubblici né ricoprivano ruoli dirigenti nelle fabbriche dove lavoravano.

 

IL TRASFERIMENTO IN BRIANZA. Tra la fine del 1941 e l'inizio del 1942, lo Scatolificio Ambrosiano, azienda che operava a Sesto San Giovanni, per i continui bombardamenti a cui era sottoposta quella zona, trasferì i più importanti macchinari a Verderio Superiore e, con buona parte delle maestranze, fra cui i Milla, continuò lì l'attività. Vennero affittati alcuni edifici di proprietà della famiglia Gnecchi, situati nei pressi dell'incrocio fra la provinciale per Cornate e la via per Paderno d'Adda; il rustico, attualmente centro sportivo, fu adibito alla produzione, l'ala sinistra della villa Gnecchi e "l'aia" servirono come alloggi. Nella prima abitavano i Passaquindici, proprietari dell'azienda. I Milla abitavano nell'"aia", un edificio eclettico dell'Ottocento, il cui cortile, pavimentato con grosse pietre, veniva utilizzato dai contadini per stendere il raccolto ad asciugare. Conducevano una vita abbastanza riservata, soprattutto le donne che si vedevano in paese solo verso sera. Chi li conobbe li ricorda come persone affabili e cordiali. Ferruccio, dopo le sue lunghe passeggiate a piedi, si intratteneva a parlare con gli abitanti della vicina cascina, cercando di impararne il dialetto. Nell azienda ricopriva il ruolo di ragioniere contabile, mentre Lina era impiegata; Amelia, dalla salute malferma, faceva i lavori di casa; Laura, pur abitando a Verderio continuò a lavorare a Milano, forse presso la scuola ebraica di via Eupili. In Svizzera, con le rispettive famiglie, ripararono le sorelle Gabriella e Olga: quest’ultima vi morì qualche mese dopo l’arrivo. Ugo, con la moglie e la figlia, si trasferì a Ferrara presso alcuni parenti. Lasciò in seguito questa città, in cui non si sentiva sicuro, e, con decisione che si rivelerà tragica, raggiunse i fratelli a Verderio. Il fratello Max, fin dal 1939, si era rifugiato con la famiglia in Inghilterra, sospendendo l’attività commerciale di Milano.

 

L’INTERROGATORIO ALL’HOTEL REGINA. La sera del 13 ottobre 1943, alcuni soldati tedeschi si presentarono all’abitazione dei Passaquindici e, urlando minacciosi, li accusano di dare lavoro e di nascondere ebrei. Ad avvisare i tedeschi sarebbe stato un operaio desideroso di vendicarsi per il licenziamento subito. Ferruccio Milla, recatosi in quella casa per giocare a carte, si dichiara ebreo e viene arrestato; stessa sorte tocca al fratello Ugo, sopraggiunto poco dopo. Con loro vengono arrestati anche i fratelli Passaquindici, Donato e Vittorio, e un loro cognato, Nicola Rota. I cinque vengono tradotti al carcere di Bergamo e in seguito trasferiti a quello di San Vittore, a Milano. I Milla, prima di raggiungere San Vittore, vengono interrogati al comando SS di Milano, presso l'Hotel Regina. Nicola Rota resta in carcere per circa una settimana, il tempo necessario al comando tedesco per accertarsi che non fosse ebreo; Donato e Vittorio Passaquindici verranno rilasciati dopo tre settimane. La ricostruzione di quanto accadde la sera del 13 ottobre, che risulta dalla testimonianza di Lea Milla raccolta dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano, e della sorte che toccò nei giorni successivi agli arrestati, secondo i ricordi di Nicola Passaquindici e Francesco Amendola, nipoti di Donato e Vittorio, fa affiorare alcuni interrogativi cui è difficile rispondere. Chi erano i soldati artefici dell'operazione? Perché fecero irruzione, piuttosto che direttamente dai Milla, nella casa dei Passaquindici? Come mai questi ultimi vennero trattenuti in carcere? A queste domande si può cercare di dare risposta solo attraverso supposizioni, non potendo contare su altre testimonianze né sui documenti delle carceri coinvolte, Bergamo e Milano, che risultano irreperibili. Secondo quanto annota nel Liber Cronicus l’allora parroco, Don Carlo Greppi, il 15 ottobre 1943 arrivarono a Verderio circa 200 militari tedeschi e vi rimasero fino all'inizio di dicembre, alloggiando a Villa Gnecchi, gli ufficiali, e all'asilo, alla scuola materna e all’oratorio i soldati. Si può supporre che, prima del 15, una pattuglia abbia fatto un sopralluogo in paese, per organizzare la permanenza del contingente. A loro “qualcuno” potrebbe aver rivelato la presenza di ebrei. Perché dai Passaquindici? Forse la segnalazione fu imprecisa e furono indicati loro come ebrei (per molto tempo, vuoi per il cognome insolito, vuoi perché forestieri, molti sono stati convinti che lo fossero). Perché anche loro furono arrestati e trattenuti in carcere? Il motivo addotto dai tedeschi, secondo il ricordo dei nipoti, fu che avevano dato lavoro, e quindi protezione, ai Milla: a quella data, però, nessuna norma impediva loro di avere dipendenti ebrei. Un'altra ipotesi potrebbe essere che attraverso i Passaquindici i tedeschi pensassero di risalire al nascondiglio delle sorelle Milla, che in un primo tempo erano riuscite a fuggire: se così fosse stato, ci si domanda però come mai la detenzione di Donato e Vittorio si protrasse oltre la data dell'arresto di Lina, Laura e Amelia? L'arresto e la successiva detenzione dei signori Passaquindici, persone facoltose, potrebbe giustificarsi come un tentativo di estorcere loro denaro, sottoponendoli a qualche forma di ricatto legato alla presenza dei Milla a casa loro: è però necessario dire che nessuno dei nipoti interpellati ha mai sentito parlare di una simile ipotesi.

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LA CLINICA "CARATE BRIANZA". Fu Lea Milla ad accorgersi, a notte fonda, dell'assenza del marito e a dare l'allarme alle cognate: informate dell'accaduto, decisero di lasciare Verderio. Lea, insieme alla figlia, si rifugiò a Buscate in casa di un'amica, da dove ogni giorno si recava a Milano per avere notizie del marito e del cognato. Dopo qualche tempo raggiunse la madre Nelly Coen Gialli, ricoverata presso la clinica "Carate Brianza" (oggi clinica "Zucchi"), nell'omonimo paese in provincia di Milano. In quegli anni circa venti ebrei si nascosero in questa casa di cura: venivano chiamati da parenti già ricoverati, che avevano sperimentato la solidarietà del primario, il professor Magnoni e della madre superiora, Suor Luigia Gazzola, durante le perlustrazioni dei tedeschi. Verso le ore sette del 14 ottobre, Laura, Lina e Amelia chiamarono la signora Ida Sala, che lavorava da loro come domestica, le affidarono le chiavi di casa e le comunicarono di dover partire immediatamente per Milano. Ad eventuali domande sulla oro partenza, la pregarono di rispondere di non saper niente. Lasciarono Verderio senza alcun bagaglio. Alle nove circa, nella casa irruppero alcuni soldati tedeschi armati di mitra: era presente la signora Ida ancora intenta alle pulizie. Le assicurarono di non aver niente contro di lei, ma di cercare gli abitanti della casa (più volte, nei giorni seguenti, Ida Sala incontrerà questi militari, ormai di stanza a Verderio, che le rivolgeranno amichevolmente la parola), poi svuotarono il guardaroba gettando il contenuto nel cortile della casa: se ne impossessarono gli abitanti del paese, secondo alcune testimonianze, verrà bruciato, secondo altre. Non si sa se a Milano le tre sorelle si rifugiarono a casa loro, in via Farini 40, o si nascosero in casa di conoscenti: si sa invece che, probabilmente attraverso il cappellano del carcere, riuscirono ad avere notizie dei fratelli e a mettersi indirettamente in contatto con loro. È forse a causa di questa comprensibile imprudenza che fu individuato il loro rifugio e, il 21 ottobre, vennero arrestate. Il carcere di San Vittore servì, tra ottobre e novembre 1943 e la fine di gennaio del 1944, da luogo di concentramento per gli ebrei arrestati nella città e nella provincia di Milano, in alcune grandi città del Nord Italia e nelle zone di confine tra l'Italia e la Svizzera. A questo scopo vennero destinati alcuni settori del carcere, requisiti fin dal settembre dai tedeschi e da loro direttamente gestiti.

 

IL TORTURATORE DI EBREI. Responsabile per gli arresti e la detenzione degli ebrei era Otto Kock, un SS-Hauptscharführer che, per il crudele zelo con cui assolveva al suo compito, venne soprannominato dai suoi collaboratori Judenkock, Cucinatore di ebrei. Durante gli interrogatori, che effettuava personalmente presso il suo ufficio all'hotel Regina o a Villa Luzzato, deposito dei beni sequestrati, utilizzava la violenza e l’intimidazione per ottenere dai prigionieri informazioni sul nascondiglio dei loro parenti. La “ginnastica” e le percosse produssero un principio di infezione ad una gamba al signor Ferruccio Milla che, di conseguenza, al momento della partenza per Auschwitz, venne trasportato al treno su di una barella. Questo fatto, di cui parlerà Enzo Levy, suo compagno di sventura in una lettera indirizzata a Lea Milla, compromise certamente le sue possibilità, forse già scarse, per via dell’età, di superare la “selezione” all'arrivo al campo. All’inizio di dicembre del 1943, il numero di internati a San Vittore, frutto delle retate susseguitesi per tutto il mese precedente, era tale che il comando tedesco decise di formare un convoglio per Auschwitz. Se ne occupò il fiduciario di Eichmann, Theodor Dannecker, comandante del distaccamento volante del distaccamento di polizia di sicurezza nazista, cui spettava il coordinamento delle retate e delle deportazioni. All’alba del 6 dicembre furono preparati, nei sotterranei della Stazione Centrale, i vagoni merce per effettuare il “trasporto”. I prigionieri percorsero il tragitto fra il carcere e la stazione su camion con teloni abbassati, riascosti agli occhi di quei pochi che, in una Milano ancora addormentata, li avrebbero potuti vedere. Al treno partito da Milano si aggiunsero altri vagoni a Verona: insieme formarono il convoglio 21T proveniente da Trieste. Del convoglio 5 sono stati identificati 246 deportati, fra cui 20 bambini nati dopo il 1930. La più piccola, Rosa Osmo di Firenze, aveva solo pochi mesi, essendo nata nel 1943: verrà uccisa all'arrivo ad Auschwitz con due fratellini di due anni. Solo 5 persone faranno ritorno a casa. Il treno si arrestò allo scalo merci di Auschwitz la mattina dell'11 dicembre, dopo cinque giorni e cinque notti di “allucinante viaggio”, come lo definisce un reduce che racconta anche della fame e del freddo, dei pianti e dei lamenti, delle sofferenze dei vecchi e degli ammalati. Giunti alla meta i prigionieri dovettero attendere, chiusi nei vagoni, che un altro treno venisse scaricato. Quando fu il loro turno, scesero sulla banchina dove cominciò la “selezione”. Da una parte furono radunati coloro che sarebbero stati immessi nel campo, dall'altra i destinati alla camera a gas. Dei primi si conosce il numero esatto, 61 uomini e 35 donne (dato riferito ad entrambi i convogli, 5 e 21T), grazie ai documenti conservati al museo di Auschwitz, dove sono registrati i numeri di matricola degli immessi nel campo.

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L'INVIO ALLE "DOCCE". Secondo i risultati di un' approfondita ricerca condotta da Liliana Picciotto Fargion, Ferruccio, Ugo, Laura, Lina ed Amelia Milla non superarono la "selezione": dovettero così avviarsi, a piedi o su camion con il simbolo della Croce Rossa, verso gli edifici dove, in locali mascherati da docce, i non ammessi al campo venivano uccisi con il gas.

Un ordine di polizia (N.5, 30 novembre 1943), lo stesso che stabiliva che tutti gli ebrei residenti in Italia dovevano essere inviati in campi di concentramento appositamente allestiti, e un decreto legge (N.2, 4 gennaio 1944) ordinavano la confisca a favore dello Stato di tutti i beni, mobili e immobili, appartenenti a cittadini "italiani di razza ebraica" o a persone "straniere di razza ebraica non residenti in Italia". I decreti di confisca erano di competenza del "capo della provincia", denominazione che, nella Repubblica Sociale, aveva sostituito quella di prefetto. Questi provvedimenti colpirono la famiglia Milla quando ormai i cinque fratelli erano morti. A Ferruccio venne confiscato, presso la Banca Commerciale di Milano, un conto di deposito con la somma di 770,50 lire, a Ugo due conti correnti, per un totale di 117,80 lire, ed i beni sequestrati nell’appartamento in via Natale Battaglia 41 dove avevano abitato in affitto prima di lasciare Milano. Tali beni, di cui lo stato repubblichino poté arricchirsi, consistevano, secondo il verbale del sequestro redatto da un vicebrigadiere di Pubblica Sicurezza, in una bambola di pezza, cinquantacinque libri di lettura e otto giocattoli in legno per bambini. Lea Milla, moglie di Ugo, con la madre e la figlia Serena lasciò la clinica di Carate Brianza poco dopo la Liberazione e andò ad abitare con il fratello Umberto in un appartamento messo loro da un amico, l'ingegner Guffanti, titolare di un'impresa di costruzione: le loro abitazioni, infatti, erano state requisite durante la guerra e non vi poterono tornare. Serena poté frequentare, per la prima volta liberamente, la scuola. Un decreto revocò le confische attuate dalla repubblica fascista ed i beni che ne erano stati oggetto vennero restituiti. Negli anni seguenti Lea acquisirà il diritto ad una pensione e nel 1968, grazie alla legge N.404 del 1963 a favore dei "cittadini italiani colpiti da misure di persecuzione nazionalsocialista", otterrà un indennizzo. Lea per anni cercò di avere notizie del marito e dei cognati: interpellò associazioni e partiti politici, fece pubblicare inserzioni sui giornali e si rivolse direttamente ai reduci dal campi di sterminio. Fra le risposte ai suoi appelli, la lettera di Enzo Levy, lo stesso a cui si è già accennato in precedenza, rappresenta l'ultima testimonianza certa riguardante i fratelli Milla in vita.

 

Da Torino, il 16 agosto 1945, indirizzando a

"CASA DI CURA - CARATE BRIANZA", egli scrive:

Gentile signora Lea Milla,

Rispondo solo oggi alla sua lettera del 3 corr., perché ero fuori Torino e sono ritornato solo ieri sera. Tutta la numerosa famiglia Milla era con me a S. Vittore e precisamente i due fratelli Ugo e Ferruccio e le tre sorelle Laura, Luisa [il nome esatto è Lina, N.d.A.] ed Amelia. Stavano tutti discretamente (come si può stare in prigione, senza sapere cosa ci attendeva). Soltanto il signor Ferruccio a causa delle percosse ricevute e alla "ginnastica" fattaci fare dai signori SS aveva un principio di infezione ad una gamba ma il giorno della partenza venne trasportato all’ultimo momento, su di una barella sino alla stazione e caricato sul carro bestiame, assieme a noi tutti. Non so se abbia resistito al viaggio che durò sei giorni ma all'arrivo ad Auschwitz gli uomini giovani e forti vennero subito divisi dagli altri e quindi non ebbi più modo di vedere nessuno dei suoi parenti. Si teme però che quasi nessuno sia delle donne che dei bambini e dei vecchi, per non parlare degli ammalati, sia sopravvissuto. Questo pensiero è così straziante. anche per me, che in quel gruppo avevo mia madre e mia sorella, che io stesso stento a crederlo. Pensi, cara signora, che io sono uno dei pochissimi superstiti finora rientrati in Italia! Moltissimi sono ancora gli assenti e di quesiti solo, di pochi si hanno e si potranno avere notizie!

Non disperi tuttavia e riceva tutti i miei auguri che DIO le conceda di rivedere le persone a lei care. 

Le porgo i miei ossequi. Enzo Levy

 

 

Bibliografia:

articolo di Marco Bartesaghi su “Brianze” n°34 anno 2005

Mardi 31 juillet 2012 2 31 /07 /Juil /2012 07:23

Tra i quaranta ebrei arrestati in Brianza e deportati nel contesto della politica di sterminio della Germania nazista, due storie: quella di Elisa Ancona da Lissone e quella della famiglia Gani da Seregno.

 

Elisa Ancona

Era nata il 10 ottobre 1863 a Ferrara. Prima di rifugiarsi a Lissone in seguito all’occupazione tedesca del nostro Paese dopo l’8 settembre 1943, abitava in via Nievo 26 a Milano. Era vedova di Achille Rossi. Risiedeva nel capoluogo lombardo dal 1902 ed era iscritta alla locale Comunità israelitica. L’anziana donna fu arrestata il 30 giugno 1944 a Lissone da militi della Guardia Nazionale Repubblicana e reclusa a San Vittore. Venne successivamente trasportata a Verona dove fu inclusa, il 2 agosto, nel trasporto proveniente da Fossoli e arrivato ad Auschwitz il 6 agosto 1944. Elisa Ancona, come avveniva per tutti gli anziani, fu avviata subito alle camere a gas; aveva quasi 81 anni.

 

La famiglia Gani

Giuseppe Gani nato il 16/08/1895 a Ioannina

Speranza Zaccar nata il 17/10/1900 a Corfù

Regina Gani nata il 7/12/1926 a Milano

Ester Gani nata il 19/7/1928 a Milano

Alberto Gani nato il 20/4/1934 a Milano

Questa è la famiglia Gani, la cui storia dà la misura di quanto sia stata terribile la persecuzione razziale in Brianza; due giovani genitori e tre ragazzi che furono vittime della scelleratezza dei militi fascisti che li arrestarono, cioè italiani come loro, e di un delatore che li denunciò, cioè di un seregnese, di un brianzolo, di un abitante della terra dove credettero di trovare rifugio e protezione.

La prima residenza di Giuseppe Gani in Italia è registrata nel 1918 a Milano. Il 1° ottobre 1925 sposò Speranza Zaccar, anche lei ebrea di origini greche. Dalla loro unione nacquero tre figli, Regina, Ester ed Alberto. Dal 1934 abitavano in corso Vercelli 9.

I Gani erano benestanti, Giuseppe era titolare di una ditta in proprio che si occupava di esportazione di tessuti;

Dopo l’emanazione delle leggi razziali nel 1938, la vita della famiglia Gani si complicò. Furono costretti ad inoltrare domanda per rimanere in Italia (1939), per poter conservare personale di servizio “ariano” (1939 e 1941), perché avevano alle dipendenze una donna di servizio. I figli furono emarginati da scuola. Regina che frequentava il corrispondente delle attuali scuole medie presso il liceo Manzoni di Milano, venne espulsa dall’istituto con altri 64 studenti.

Nell’autunno 1943, Giuseppe decise di far sfollare la famiglia in provincia, a Seregno, probabilmente con il duplice scopo di sfuggire ai bombardamenti alleati sulla città e alla caccia all’ebreo scatenata dai tedeschi e dai collaborazionisti fascisti della repubblica sociale.

Il 10 febbraio 1944, le autorità fasciste sequestrarono l’appartamento dei Gani con tutto ciò che vi era contenuto. Il 16 giugno la questura di Milano ne decretò la confisca. Il 29 febbraio la Banca Commerciale italiana, ottemperando alle normative antiebraiche vigenti, denunciò la liquidità dei Gani depositata presso la sua sede. Il 16 ottobre 1944 vengono confiscati i soldi suddetti, su decisione del capo della Provincia, con voltura a favore dello Stato.

Probabilmente a cavallo tra l’inverno 1943 e la primavera 1944, dalla casa di via Milano, situata nei pressi della stazione di Seregno, i Gani, per prudenza, cambiano nascondiglio: la madre con i tre figli alla Ca’ Bianca, edificio di fronte all’ospedale cittadino, in una cascina a due cortili chiusi, presso la famiglia Casati, mentre Giuseppe trova riparo in via Volta presso una delle figlie sposate del Casati. Il capofamiglia, Luigi Casati, era un contadino e antifascista convinto.

Alla fine del mese di agosto 1944, un mattino, un drappello di fascisti italiani accompagnati da un tedesco irruppe nell’abitazione dei Casati e arrestarono i Gani, madre e i tre figli. Giuseppe Gani era riuscito a sfuggire alle ricerche ma prima di notte fu anch’egli catturato. Di sicuro la delazione di un cittadino seregnese fu all’origine della spedizione.

Il 20 agosto le cinque persone delle famiglia Gani entrarono nelle celle di San Vittore a Milano. Il 7 settembre vennero trasferiti nel campo di raccolta di Bolzano-Gries. Rimasero diciassette giorni nelle baracche del campo altoatesino, dopo i diciotto trascorsi a san Vittore. Il 24 ottobre, sul convoglio n° 18 siglato RSHA (la sigla dell’istituzione delle SS deputata all’esecuzione dello sterminio in tutta Europa), partirono da Bolzano-Gries alla volta di Auschwitz. C’era un solo bambino su quel treno, alberto Gani, di dieci anni. Per quattro giorni viaggiarono stipati come bestie e martoriati dalla sete. Il 28 ottobre era ancora notte quando il convoglio s’incanalò sul binario che entrava nel lager di Auschwitz. In una scena da incubo, fra guardie che urlavano e i cani che abbaiavano, i prigionieri vennero fatti scendere; il dottor Mengele o uno dei suoi collaboratori li aspettavano per la selezione. Giuseppe, Speranza e il piccolo Alberto vennero inviati immediatamente alle camere a gas. Ester e Regina furono fra le 59 persone che superarono la selezione, come rivelano i documenti tedeschi conservati nell’archivio del museo di Auschwitz. Furono destinate al lavoro da schiave o a qualche postribolo nazista. Finirono poi nel lager di Bergen Belsen, dove venivano concentrate soprattutto le donne, e dall’11 febbraio 1945, data dell’ultimo avvistamento da parte di un testimone, non se ne seppe più nulla.

 

Tratto dal libro di Pietro Arienti “Dalla Brianza ai lager del III Reich” - Editore Bellavite - Missaglia 2012

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Pietro Arienti scrive a proposito della famiglia Gani: «Mi sono sempre chiesto se lo sconosciuto delatore l’abbia mai appresa questa storia, se mai siano apparse ancora davanti a sé le immagini di quel bambino e di quelle ragazze, pensando a come la loro vita sia potuta finire in cenere».

 

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Pietro Arienti è nato a Seregno nel 1961. Da diversi anni si occupa di storia locale, con una particolare attenzione agli eventi legati alla seconda guerra mondiale che hanno interessato il territorio brianzolo.

Diverse sono le sue pubblicazioni; oltre a quelle riguardanti la sua città e studi ed articoli sulla persecuzione degli ebrei in Brianza, le più recenti sono:

Quelli che son tornati. Dalle rive del Lambro alle sponde del Don: testimonianze della campagna di Russia;

Viaggio tra i luoghi della Resistenza in Brianza;

La Resistenza in Brianza (alla 2a edizione).


 

Jeudi 5 juillet 2012 4 05 /07 /Juil /2012 07:00

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28 ottobre 1922.

I fascisti “marciano su Roma”. Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III incarica Mussolini di formare il nuovo governo.

 

6 aprile 1924.

Vittoria della lista dei fascisti e dei loro alleati alle elezioni per la Camera.

 

3 gennaio 1925.

Mussolini alla Camera si assume la responsabilità dell’assassinio (avvenuto il 10 giugno precedente) del deputato socialista Giacomo Matteotti.

 

novembre 1926.

Varo delle leggi “fascistissime”: scioglimento di tutte le associazioni e i partiti contrari al fascismo, istituzione del confino di polizia per gli oppositori ecc.

                                 

11 febbraio 1929.

Firma dei Patti lateranensi tra Italia e Chiesa cattolica.

 

30 gennaio 1933.

Hitler diventa cancelliere del Reich tedesco. Introduzione della legislazione antiebraica nella Germania nazista.

 

1936-1937.

Il governo fascista del Regno d’Italia, in connessione con la conquista e la colonizzazione dell’Etiopia, approfondisce il razzismo e vara primi provvedimenti di apartheid e di divieto di relazioni tra italiani e popolazioni delle colonie.

 

1937.

Diffusione dell’antiebraismo in Italia, con campagne di stampa e pubblicazioni.

14-15 febbraio 1938.

Il Ministero dell’Interno dispone il censimento della religione professata dai propri dipendenti

 

14 luglio 1938.

Pubblicazione del documento Il fascismo e i problemi della razza. Il testo (talora noto col titolo Manifesto degli scienziati razzisti) fornisce le basi teoriche all’introduzione ufficiale del razzismo.

 

22 agosto 1938.

Censimento speciale nazionale degli ebrei, ad impostazione razzista. Vengono censite 58.412 persone aventi per lo meno un genitore ebreo; di esse, 46.656 sono effettivamente ebree (pari a circa l’1 per mille della popolazione della penisola).

 

1-2 settembre 1938.

Il Consiglio dei ministri approva un primo gruppo di decreti antiebraici. Essi contengono tra l’altro provvedimenti immediati di espulsione degli ebrei dalla scuola e di espulsione della maggior parte degli ebrei stranieri giunti nella penisola dopo il 1918.

 

6 ottobre 1938.

Il Gran consiglio del fascismo approva la Dichiarazione sulla razza. Il testo detta le linee generali della legislazione antiebraica.

 

7-10 novembre 1938.

Il Consiglio dei ministri approva un secondo e più organico gruppo di leggi antiebraiche. Esse tra l’altro contengono la definizione giuridica di “appartenente alla razza ebraica” e dispongono il divieto di matrimonio tra “ariani” e “semiti” o “camiti”; inoltre contengono provvedimenti di espulsione degli ebrei dagli impieghi pubblici e (in forma più completa) dalla scuola, di limitazione del loro diritto di proprietà, ecc.

 

1938-1942.

Espulsione totale degli ebrei dall’esercito; divieto di pubblicazione e rappresentazione di libri, testi, musiche di ebrei; sostanziale espulsione dalle libere professioni; progressiva limitazione delle attività commerciali, degli impieghi presso ditte private, delle iscrizioni nelle liste di collocamento al lavoro.

 

9 febbraio 1940.

Mussolini fa comunicare ufficialmente all’Unione delle comunità israelitiche italiane che tutti gli ebrei italiani dovranno lasciare l’Italia entro pochi anni.

 

10 giugno 1940.

Ingresso dell’Italia in guerra. Internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente “pericolosi” e degli ebrei stranieri cittadini di stati aventi una politica antisemita.

 

maggio 1942.

Istituzione del lavoro obbligatorio per alcune categorie di ebrei italiani.

 

agosto 1942-primavera 1943. Ad autorità governative, e in particolare a Mussolini, pervengono notizie progressivamente sempre più chiare sull’azione di sterminio di ebrei attuata nei territori controllati dall’alleato tedesco.

 

maggio-giugno 1943.

Decisione di istituire nella penisola campi di internamento e lavoro obbligatorio per ebrei italiani abili al lavoro.

 

10 luglio 1943.

Sbarco degli Alleati in Sicilia.

 

15-25 luglio 1943.

Decisione italiana di consegnare alla polizia tedesca gli ebrei tedeschi presenti nella Francia sudorientale occupata dall’Italia; direttiva di trasferimento a Bolzano degli internati (per lo più ebrei stranieri) del campo di Ferramonti di Tarsia in Calabria.

 

25 luglio 1943.

Caduta di Mussolini.

 

estate 1943.

Il nuovo governo guidato da Badoglio blocca l’attuazione delle disposizioni del maggio-luglio precedente, revoca alcune circolari, lasciando tuttavia in vigore tutte le leggi persecutorie.

 

8 settembre 1943.

Annuncio dell’armistizio tra il Regno d'Italia e gli Alleati. Fuga del re e del governo al sud.

 

10 settembre 1943.

Inizio ufficiale dell'occupazione militare tedesca della penisola; nelle regioni di Trieste e Trento i tedeschi istituiscono le Operationszonen Adriatisches Kuestenland e Alpenvorland, assumendovi anche i poteri civili.

 

settembre 1943.

Liberazione dell’Italia meridionale e della Sardegna da parte degli Alleati. Nascita delle prime formazioni partigiane nel centro-nord. Colloqui di Mussolini con responsabili nazisti in Germania.

 

15-16 settembre 1943.

Primo convoglio di deportazione di ebrei arrestati in Italia (da Merano) e primi eccidi di ebrei nella penisola (sulla sponda piemontese del lago Maggiore); entrambi ad opera dei nazisti.

 

23 settembre 1943.

Costituzione di un nuovo governo fascista guidato da Mussolini, che assume l’amministrazione dell’Italia centrale e settentrionale (escluse le Operationszonen). Successivamente il nuovo Stato viene denominato Repubblica sociale italiana (Rsi).

 

23 settembre 1943.

Una disposizione interna della polizia tedesca inserisce ufficialmente gli ebrei di cittadinanza italiana tra quelli immediatamente assoggettabili alla deportazione.

 

16 ottobre 1943.

La polizia tedesca attua a Roma una retata di ebrei, la più consistente dell’intero periodo. Due giorni dopo vengono deportate ad Auschwitz 1023 persone.

 

14 novembre 1943.

Approvazione a Verona del “manifesto programmatico” del nuovo Partito fascista repubblicano, il cui punto 7 stabilisce “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

 

30 novembre 1943.

Diramazione dell’Ordine di polizia n. 5 del Ministero dell’interno della Rsi, decretante l’arresto degli ebrei di tutte le nazionalità, il loro internamento dapprima in campi provinciali e poi in campi nazionali, il sequestro di tutti i loro beni (alcune settimane dopo verrà disposta la trasformazione dei sequestri in confische definitive).

 

dicembre 1943.

Allestimento del campo nazionale di Fossoli, in attuazione dell’ordine del 30 novembre (i primi ebrei vi vennero trasferiti dai campi provinciali a fine mese).

 

4-14 dicembre 1943.

Decisione tedesca di riconoscere alla Rsi il ruolo principale nell'organizzazione e nella gestione degli arresti e dei concentramenti provinciali.

 

5 febbraio 1944.

Il capo della polizia della Rsi ordina a un prefetto (quello di Reggio Emilia) di consegnare ai tedeschi gli ebrei arrestati da italiani. Si tratta del primo ordine esplicito di tal genere oggi conosciuto; pochi giorni dopo il prefetto risponde comunicando il trasferimento degli ebrei a Fossoli.

 

19 e 22 febbraio 1944.

Partenza dei primi convogli di deportazione da Fossoli (per Bergen Belsen e Auschwitz) organizzati dalla polizia tedesca. Il campo di Fossoli si rivela quindi come il punto operativo di cerniera tra Rsi e Terzo Reich per la deportazione.

23 marzo 1944.

Eccidio delle Fosse Ardeatine, a Roma; tra i 335 uccisi vi sono 75 ebrei.

 

4 giugno 1944.

Liberazione di Roma. Avanzata Alleata nell’Italia centrale.

 

fine luglio-inizi agosto 1944.

Chiusura di Fossoli e trasferimento del campo nazionale a Bolzano.

 

24 febbraio 1945.

Ultimo convoglio di deportazione di ebrei dall’Italia (da Trieste per Bergen Belsen).

 

aprile 1945.

Liberazione dell’Italia settentrionale.

 

Questa cronologia è tratta da "La persecuzione degli ebrei durante il fascismo. Le leggi del 1938", Camera dei deputati, Roma 1998, pp. 185-187.

 

Il periodo 1938-1943 è tragico per gli ebrei italiani. Michele Sarfatti nel suo studio certifica che in questi sei anni vengono assoggettate alla persecuzione circa 51.100 persone, cioè poco più dell’1 per mille della popolazione della penisola; i perseguitati sono in parte (circa 46.600) ebrei effettivi e in parte (circa 4500) non-ebrei classificati "di razza ebraica". L’antisemitismo permea la vita del paese in tutti i suoi comparti. In un solo anno, dei 10 mila ebrei stranieri presenti in Italia, 6480 sono costretti a lasciare il Paese. Uno degli epicentri della "pulizia etnica" del fascismo sono le scuole e le Università. Nel giro di poche settimane, 96 professori universitari, 133 assistenti universitari, 279 presidi e professori di scuola media, oltre un centinaio di maestri elementari, oltre 200 liberi docenti, 200 studenti universitari, 1000 delle scuole secondarie e 4400 delle elementari vengono allontanati dagli atenei e dalle scuole pubbliche del regno: una profonda ferita, mai completamente rimarginata, viene inferta alla cultura italiana. Molti illustri docenti sono costretti all’esilio (come Enrico Fermi, che ha una moglie ebrea); altri costretti al silenzio e alla miseria, esclusi da quegli istituti che hanno creato, come Tullio Levi Civita (fisico e matematico), che si vede persino negare l’ingresso alla biblioteca del suo Istituto di Matematica della Università di Roma dal nuovo direttore, Francesco Severi. La stessa tragica sorte subiscono 400 dipendenti pubblici, 500 dipendenti privati, 150 militari e 2500 professionisti, che perdono i loro posti di lavoro e vengono ricacciati nel nulla, senza possibilità non solo di proseguire la loro carriera, ma spesso anche di sopravvivere. Gli episodi di violenza fisica da parte fascista sono per fortuna contenuti (qualche incidente si verifica solo a Roma, Trieste, Ferrara, Ancona e Livorno)

Gli ebrei come reagiscono? Quelli che hanno la possibilità, emigrano: i più verso le Americhe, molti in Palestina (alla data del 28 ottobre 1941 risultano aver lasciato il regno 5966 ebrei di nazionalità italiana). L’1 per mille dei perseguitati si suicida. Il caso più drammatico è quello di Angelo Fortunato Formiggini, giornalista, editore, fra i primi a rendersi conto della pericolosità del fascimo. Si registrano anche molte abiure e pubbliche dissociazioni (3880 casi tra il 1938 e il 1939) ed anche qualche "arianizzazione", ottenuta col presentare documenti falsi e forti somme di denaro. Sono invece pochi quelli che fanno valere una legge, emanata ad hoc, secondo la quale era da considerarsi "ariano" l’ebreo che dimostrava di essere figlio di un adulterio. Gli altri si adattano a vivere come possono, si organizzano in seno alle stesse Comunità e continuano, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d’oltralpe che dall’avvento di Hitler al potere continuano ad affluire numerosi in Italia (tra il ’38 e il ’41, nonostante i divieti e le leggi razziali, ne arrivano almeno 3mila, anche grazie alla compiacenza delle guardie di frontiera).

Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, è autorizzato dal governo a creare un’organizzazione per assistere i rifugiati ebrei giunti in Italia da altre parti d’Europa. Conosciuta come Delasem, il nome per esteso di questa organizzazione era Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei. Tra il 1939 e il 1943 la Delasem aiuta oltre cinquemila rifugiati ebrei a lasciare l’Italia e raggiungere Paesi neutrali, salvando loro la vita.

 

II guerra mondiale, la persecuzione si aggrava

La politica razziale del fascismo dovrebbe concludersi con l’allontanamento di tutti gli ebrei dalla penisola. Mussolini decide nel settembre 1938 l’espulsione della maggioranza degli ebrei stranieri e nel febbraio 1940 l’espulsione entro dieci anni degli ebrei italiani. L’ingresso dell’Italia in guerra il 10 giugno 1940 blocca l’attuazione di queste decisioni.

Con la guerra, però, il fascismo aggrava la persecuzione dei diritti, istituendo nel giugno 1940 l’internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente pericolosi (per il regime) e degli ebrei stranieri i cui paesi avevano una politica antiebraica. Nel ’40 gli ebrei italiani internati o confinati sono 200 (tra essi, vi è Leone Ginzburg con la moglie Natalia); nel ’43 raggiungeranno il migliaio. Il numero degli ebrei stranieri internati è di gran lunga più alto, anche se mancano dati precisi al riguardo.

Campi di concentramento vengono aperti in ogni parte d’Italia. I più importanti sono quelli di Campagna e di Ferramonti. De Felice nel suo libro "Storia degli ebrei sotto il fascismo", parla di oltre 400 tra luoghi di confino e campi di internamento, ma non è stato ancora fatto un censimento attendibile. Ebrei vengono rinchiusi anche nelle prigioni delle maggiori città italiane, San Vittore a Milano, Marassi a Genova e Regina Coeli a Roma.

Non è finita. Nel maggio 1942 gli israeliti di età compresa tra i 18 e i 55 anni sono precettati in servizi di lavoro forzato(ma su 11.806 precettati, ne saranno avviati al lavoro solo 2038). Nel maggio-giugno 1943 vengono creati dei veri e propri campi di internamento e lavoro forzato per gli ebrei italiani.

Soltanto all’Estero, la situazione è visibilmente migliore: in Francia, Jugoslavia e Grecia, i comandi italiani intervengono spesso a difesa degli ebrei e sottraggono molti di loro ai tedeschi, salvandoli dalla persecuzione e dalle deportazioni. Scriverà in un rapporto a Berlino un alto ufficiale delle SS, Roethke: "La zona di influenza italiana (…) è divenuta la Terra Promessa per gli Ebrei residenti in Francia".

Il 25 luglio del '43 viene destituito Mussolini e sciolto il partito fascista. Il governo Badoglio rilascia i prigionieri ebrei, abroga le norme che prevedono il lavoro obbligatorio e i campi di internamento ma – nonostante la sollecitazione dei partiti antifascisti - lascia in vigore le leggi razziali, che non sono revocate neppure dal Re. Badoglio scriverà nelle sue memorie che "non era possibile, in quel momento, addivenire ad una palese abrogazione delle leggi razziali, senza porsi in violento urto coi tedeschi". Un comodo alibi. Forse qualche peso nella decisione ha anche la nota della Santa Sede al Ministro dell’Interno badogliano secondo cui la legislazione in questione "ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma".

 

1943, l'occupazione tedesca, la Rsi e le deportazioni

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Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, gli ebrei rifugiati al Sud tirano un sospiro di sollievo. La persecuzione è finita e il Governo Badoglio prende atto delle richieste degli Alleati. L’articolo 31 del cosiddetto armistizio lungo è chiaro al riguardo: "Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinioni politiche saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate". E infatti il 24 novembre del ’43 il consiglio dei ministri comincia ad abrogare le leggi razziali.

Nel centro-nord occupato dai tedeschi, invece, la situazione degli ebrei si aggrava ulteriormente. Già il 15-16 settembre 1943 i nazisti arrestano e deportano 22 ebrei di Merano, e negli stessi giorni rapinano e uccidono quasi 50 ebrei sulla sponda piemontese del lago Maggiore, a Meina, Baveno, Arona. Il 23 settembre il RSHA, la centrale di polizia tedesca che gestiva la politica antiebraica, comunica che gli ebrei di cittadinanza italiana sono divenuti immediatamente assoggettabili alle "misure" in vigore per gli altri ebrei europei. La prima retata delle SS è quella del 16 ottobre 1943 a Roma: quel sabato vengono rastrellati 1259 ebrei; due giorni dopo 1023 di essi vengono deportati ad Auschwitz (tra di essi vi è anche un bambino nato dopo l’arresto della madre); di questi deportati, solo 17 sopravviveranno.

La neonata Repubblica di Salò non è più tenera del fascismo con gli ebrei, anzi. La Carta di Verona del 14 novembre 1943 - il manifesto politico della Rsi - risolve il problema degli ebrei italiani nel capitolo settimo, affermando che tutti i membri della razza ebraica sono "stranieri e parte di una nazione nemica". L’Ordine di Polizia numero 5, emanato il 30 novembre 1943 e trasmesso il giorno seguente alla radio, annuncia che tutti gli ebrei saranno inviati ai campi di concentramento, fatta eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant’anni. Tutte le proprietà ebraiche nella Repubblica di Salò saranno sequestrate e assegnate alle vittime dei bombardamenti alleati. Una legge del 4 gennaio 1944 trasforma i sequestri in confische (alla data di Liberazione il numero dei decreti di confisca sarà di circa 8mila; la Rsi si approprierà di terreni, fabbricati, aziende, titoli, mobili, preziosi, merci di famiglie ebraiche pari a oltre 2 miliardi di lire).

Già il 1° dicembre le autorità italiane cominciano ad arrestare gli ebrei e a internarli in campi provinciali; alla fine di quel mese iniziano a trasferirli nel campo nazionale di Fossoli, nel comune di Carpi, in provincia di Modena. Nella "caccia agli ebrei", i più accaniti sono i fascisti delle bande autonome, la banda Carità a Firenze, la banda Kock a Roma e poi a Milano, la legione Muti, e la Guardia nazionale repubblicana, le Brigate Nere, le SS italiane. Ma si macchiano di complicità con i nazisti pure le prefetture, la polizia e i carabinieri (alcune prefetture e comandi – scrive De Felice – ci mettono "uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità"). E’ un fatto ormai accertato che i 4210 ebrei deportati dopo l’Ordine n. 5, siano stati arrestati quasi tutti dalle autorità italiane. Una "caccia" che durerà fino alla fine: il 25 aprile del 45, un gruppo di militi fascisti in fuga verso la Francia, si ferma a Cuneo per prelevare sei ebrei stranieri e li uccide, gettando i loro corpi sotto un ponte.

L’8 febbraio del 1944 il campo di Fossoli passa sotto il comando tedesco e il comandante italiano del campo, che pure aveva assicurato più volte che non avrebbe mai consegnato i suoi prigionieri ai nazisti, all’atto pratico non mantiene le sue promesse. A Fossoli si realizza – come ha scritto Sarfatti – "la saldatura tra le politiche antiebraiche italiane e tedesca". Dal campo modenese, infatti, gli ebrei catturati dalle autorità italiane vengono inviati nei lager dell’Europa orientale. E che in quei luoghi gli ebrei non vadano in gita ma vengano uccisi, Mussolini lo sa almeno dal febbraio del ‘43, quando aveva ricevuto un rapporto segreto di Ciano sulle deportazioni e le "esecuzioni in massa degli ebrei" in Germania.

Il 15 marzo del ’44 Mussolini compie un ulteriore grave passo: istituisce un Ufficio per la razza, alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, e vi pone a capo il super-razzista Giovanni Preziosi che sostiene apertamente che il "primo compito" della Rsi è "quello di eliminare gli ebrei". Preziosi si adopera per inviare nei campi di concentramento non solo gli ebrei puri, ma anche i cittadini di "origine mista", e per confiscare i beni anche degli ebrei "arianizzati".

Prima dell’arrivo delle forze alleate, gli ebrei vengono trasferiti nel campo di Bolzano-Gries, luogo noto per le torture e gli assassinii. Dalla Risiera di San Sabba a Trieste un numero alto di ebrei viene indirizzato a morte sicura e lo stesso destino incontrano 1805 ebrei di Rodi e Kos. Le SS e la milizia fascista catturano e giustiziano sommariamente più di duecento ebrei (77 vengono fucilati alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo, insieme a molti partigiani). In questo sono aiutati da due collaboratori ebrei - a Roma e Trieste - che identificano i correligionari e li consegnano ai loro carnefici.

Per fortuna la persecuzione degli ebrei trova scarso consenso nel popolo italiano, salvo poche eccezioni; molti, pur consci del pericolo cui si espongono, salvano la vita a ebrei italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case; i partigiani accompagnano alla frontiera svizzera vecchi e bambini, e li mettono in salvo. Tra tutti, spiccano gli atti di eroismo di Giorgio Perlasca e del questore di Fiume Giovanni Palatucci (poi morto a Dachau). Anche la Chiesa Cattolica interviene in modo deciso. Molti ebrei trovano rifugio e salvezza nei monasteri o nelle parrocchie (solo a Roma il Vaticano aiuta oltre 4 mila ebrei).

 

Le cifre della deportazione in Italia

Quante vittime ha fatto la deportazione degli ebrei in Italia? Liliana Picciotto Fargion nell'aggiornamento del "Libro della Memoria" (Mursia) riscrive le cifre. Gli ebrei arrestati e deportati nel nostro Paese furono 6807; gli arrestati e morti in Italia, 322; gli arrestati e scampati in Italia, 451. Esclusi quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono 5791. Ovvero circa il 20 per cento della popolazione ebraica italiana ( tra i rabbini-capo la percentuale sale al 43 per cento). A questi vanno aggiunte 950 persone che non si è riusciti a identificare e che quindi non sono classificabili.

Ci sono novità anche sul meccanismo della persecuzione. La Picciotto è convinta, sulla base delle circolari che i nazisti inviavano alle autorità italiane, che tra i ministeri degli Interni tedesco e della Rsi ci fosse un accordo preciso: gli italiani avrebbero pensato alle ricerche domiciliari, agli arresti e alla traduzione nei campi di transito (in particolare quello di Fossoli); i tedeschi alla deportazione nei campi di sterminio. "Manca il documento- precisa - ma i sospetti sono oramai quasi realtà".

Chi si salvò? Secondo i calcoli di Michele Sarfatti, i perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città. Circa 2000 ebrei, tra i quali Enzo e Emilio Sereni, Vittorio Foa, Carlo Levi, Primo Levi, Umberto Terracini e Leo Valiani, parteciparono attivamente alla Resistenza (1000 inquadrati come partigiani e 1000 in veste di "patrioti"), pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana. Una percentuale di gran lunga superiore a quella degli italiani nel loro complesso. Circa 100 ebrei caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi nella penisola o in deportazione; cinque furono insigniti di medaglia d’oro alla memoria. Fra i caduti, vanno ricordati il bolognese Franco Cesana, il più giovane partigiano d’Italia, il torinese Emanuele Artom, i triestini Eugenio Curiel e Rita Rosani, il milanese Eugenio Colorni, il toscano Eugenio Calò, gli emiliani Mario Finzi e Mario Jacchia, e l’intellettuale Leone Ginzburg. Un alto contributo al ritorno della libertà e della democrazia in Italia.

Mercredi 25 janvier 2012 3 25 /01 /Jan /2012 22:46

 

Come è potuto accadere che la minoranza ebraica italiana, profondamente radicata nella storia del Paese, protagonista del Risorgimento e integrata nella vita civile e produttiva, abbia subito la bufera razziale per sette lunghi anni?

La persecuzione degli ebrei in Italia ebbe ufficialmente inizio nel settembre del 1938 quando, dopo una virulenta campagna di propaganda sui giornali, il regime fascista introdusse l'antisemitismo nell'ordinamento giuridico italiano, promulgando le cosiddette leggi razziali.

Corriere nov 1938 leggi razziali

Un sopravvissuto Nedo Fiano ha così sintetizzato: «Gli italiani parlano con disinvoltura delle colpe naziste e non parlano delle colpe italiane. Vogliono l'assoluzione. Invece devono accettare quella che è una responsabilità storica inoppugnabile. Io sono stato denunciato da italiani, imprigionato da italiani, messo in un campo di italiani e poi consegnato ai tedeschi per andare a morire».

La verità è che l'Italia e gli italiani intrapresero autonomamente la persecuzione degli ebrei e la portarono avanti con sistematicità, determinazione ed efficacia.

 La campagna di propaganda antisemita e i primi provvedimenti di discriminazione razziale

Negli anni Trenta in Italia risiedevano tra i 40 e i 50 mila ebrei italiani e, alla vigilia dell'emanazione delle leggi razziali, circa 10 mila ebrei stranieri profughi dalla Germania (almeno un terzo) e dall'Europa centro-orientale. La loro presenza, limitata a meno dell'1 per mille della popolazione complessiva, era concentrata quasi esclusivamente nelle grandi città dell'Italia centro-settentrionale. Le maggiori comunità erano quelle di Trieste, Livorno, Roma, Milano, Venezia, Torino, Ancona, Firenze, Genova e Ferrara e i loro esponenti erano per lo più molto assimilati e ben integrati nel tessuto sociale, senza che questo processo avesse dato storicamente vita a particolari tensioni o resistenze. Un gran numero di ebrei, oltre che al Risorgimento, aveva preso parte alle guerre coloniali e alla Prima guerra mondiale.

Frequenti e numerosi erano i matrimoni misti.

L'atteggiamento degli ebrei fu in tutto e per tutto simile a quello degli altri italiani: in taluni casi di consenso e adesione convinta, in altri di partecipazione per necessità, opportunismo e quieto vivere, in altri ancora di ferma opposizione.

Il 1938 fu un anno cruciale per gli ebrei di tutta Europa: Alla sua vigilia solo la Germania nazista aveva una legislazione antiebraica, mentre nell'estate del 1939 le misure persecutorie antisemite erano entrate nell'ordinamento giuridico di molti paesi: Italia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Polonia, oltre all'Austria annessa alla Germania.

In Italia le leggi razziali furono varate in settembre, anticipate da una campagna di propaganda antisemita sui giornali.

Grande risalto venne dato anche alle posizioni filo-inglesi del sionismo internazionale, insinuando il sospetto che gli ebrei fossero portatori di antipatriottismo e antifascismo.

Uno dei primi atti formali del l'antisemitismo di Stato italiano fu l'Informazione diplomatica n. 14 del 16 febbraio 1938, che introdusse un pericoloso ragionamento: «Il Governo fascista si riserva [ ... ] di vegliare sull'attività degli ebrei di recente giunti nel nostro paese e di fare in maniera che la parte degli ebrei nella vita d'insieme della Nazione non sia sproporzionata ai meriti intrinsechi individuali ed all'importanza numerica della loro comunità».

Il 14 luglio sul «Il Giornale d'Italia» e il giorno seguente sugli altri giornali, fu pubblicato il documento non firmato intitolato Il fascismo e i problemi della razza, meglio noto come Manifesto della razza, presentato come opera di un gruppo di studiosi sotto l'egida del Minculpop.

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Era composto da dieci punti e il nono, dedicato agli ebrei, sottolineava che essi «non appartengono alla razza italiana» e «rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto agli elementi che hanno dato origine agli italiani».

«Quella affermazione teorica di principio fu la prima comunicazione ufficiale dell'avvenuta svolta antisemita da parte del regime.

Subito dopo il ministero dell'Interno ufficializzò la trasformazione dell'Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), che seguì tutta la fase di gestazione e produzione della normativa antisemita. Contemporaneamente fu avviato anche un censimento di stampo razzista al fine di schedare gli ebrei.

Seguirono le leggi razziali vere e proprie. Il regio decreto legge del 7 settembre 1938 n. 1381, intitolato Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri, stabilì il divieto per questi ultimi di fissare dimora in Italia, la revoca della cittadinanza italiana a coloro che l'avevano ottenuta dopo il 10 gennaio 1919 e l'espulsione entro sei mesi.

Il regio decreto legge del 5 settembre 1938 n. 1390, intitolato Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola italiana, sancì l'esclusione degli ebrei dall'insegnamento e dalla frequentazione delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado (solo successivamente venne consentito agli esclusi di frequentare apposite sezioni speciali o scuole create dalle Comunità, assumendo gli insegnanti dispensati dall'incarico, mentre agli studenti universitari già iscritti all'anno accademico 1937-38 non fuori corso, anche se stranieri, fu data la possibilità di completare gli studi).

La STAMPA 3 settembre 1938

Un mese più tardi il quadro generale della persecuzione razziale fu ulteriormente delineato quando, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, il Gran consiglio del fascismo approvò la Dichiarazione sulla razza. Il suo impatto fu devastante per gli ebrei, poiché preannunciò l'espulsione dal Pnf, il divieto di matrimonio misto, il divieto di prestare servizio militare, l'allontanamento dagli impieghi pubblici, il divieto di possedere o dirigere aziende di una certa dimensione e più di cinquanta ettari di terreno e una speciale regolamentazione per l'accesso alle professioni.

gli ebrei non possono

Le disposizioni del Gran consiglio trovarono una prima sistematizzazione nel decreto legge del 17 novembre 1938 n.1728, convertito in legge il 5 gennaio 1939, col titolo Provvedimenti per la difesa della razza italiana (licenziamento da tutti gli impieghi pubblici e assimilati).

Gli allontanamenti dal lavoro riguardarono anche i militari, che furono posti in congedo assoluto.

Gli ebrei furono di fatto estromessi da innumerevoli attività: medico, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, commercialista, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale. L'esclusione riguardò pure gli enti operanti nel teatro, nella musica, nel cinema e nella radio.

Pittori e scultori vennero esclusi dalle mostre, le case editrici cessarono di pubblicare opere di autori ebrei (alcuni riuscirono a pubblicare sotto falso nome), la stampa periodica ebraica fu cancellata e agli ebrei fu perfino vietato di aderire ad associazioni culturali e ricreative, di partecipare a competizioni sportive e di entrare nelle biblioteche. Solo i senatori ebrei, di nomina regia, rimasero in carica.

Di particolare efficacia fu la pulizia etnica nelle scuole e nelle Università, dove l'espulsione coinvolse studenti, direttori e maestri di scuola elementare, presidi e professori, docenti universitari, assistenti e lettori, membri di accademie e società scientifiche, mentre molti libri furono messi al bando.

Parallelamente alla persecuzione, infatti, ebbe inizio la spoliazione dei beni e il regio decreto legge del 9 febbraio 1939 n. 126 stabilì le modalità per l'alienazione dei beni eccedenti rispetto ai limiti imposti, creando un apposito Ente di gestione e liquidazione immobiliare (Egeli).

 

Gli ebrei sotto le leggi razziali

Gli ebrei italiani accolsero con sorpresa ed incredulità l'emanazione delle leggi razziali.

La grande maggioranza degli ebrei rimase fino all'ultimo momento convinta che il regime fascista non avrebbe intrapreso la strada della discriminazione e della persecuzione, o quantomeno che il re sarebbe intervenuto a mitigarne le conseguenze, anche alla luce della profonda integrazione che contraddistingueva gli ebrei italiani e della loro attiva partecipazione al Risorgimento, alla Prima guerra mondiale e alle guerre coloniali.

Solo pochi intellettuali, osservatori attenti della realtà internazionale, molti dei quali antifascisti, ebbero una certa consapevolezza della minaccia incombente.

La consapevolezza del pericolo imminente andò via via crescendo e diffondendosi nel corso dell'estate 1938, fino al concreto avvento del «Razzismo in Italia» e alla decisione mussoliniana di «scimmieggiare la Germania».

Quando le leggi razziali furono emanate, la realtà della persecuzione, ben diversa dalle previsioni, dalle aspettative e dalle ingenue illusioni della vigilia, si palesò in tutta la sua gravità e drammaticità. I sentimenti predominanti furono lo sbigottimento e il senso di stordimento, causati dal fatto improvviso di dover abbandonare da un giorno all'altro abitudini, progetti, identità, vanificando anni di studio e di lavoro e vedendo a rischio la stessa sopravvivenza economica.

Ha ricordato Rita Levi Montalcini: «Mi sembrò, non esagero, di aver perso ogni possibilità di vita».

L'atteggiamento remissivo della maggioranza degli ebrei fu dovuto in buona parte alla rassegnazione e alla consapevolezza dell'impossibilità di fare altro.

Fino all'armistizio dell'8 settembre 1943 - quando la posta in gioco divenne la vita - la maggior parte degli ebrei continuò a perseguire la linea di condotta degli anni e dei mesi precedenti, tesa a dimostrare di essere buoni patrioti e in molti casi anche buoni fascisti.

Fonte di preoccupazione e panico furono anche le misure sulla revoca della cittadinanza e sull'espulsione degli stranieri, per molti dei quali il provvedimento significava dover rientrare nei paesi dai quali erano fuggiti per scampare alle persecuzioni e alle violenze, specie la Germania.

Un'altra conseguenza dell'introduzione dell'antisemitismo di Stato fu l'allontanamento volontario dalla religione e dalle comunità.

Tra il 1938 e il 1943 si ebbero numerose abiure e dissociazioni da parte di ebrei italiani.

Di contro vi furono anche espressioni di resistenza. Tra coloro che abbandonarono la religione e la comunità vi furono diversi fascisti convinti, che tentarono, vanamente, di dimostrare in questo modo la loro presa di distanza da un gruppo ritenuto nemico dell'Italia.

Per gli ebrei fascisti le leggi razziali furono accompagnate anche dal dolore e dalla delusione di vedersi respinti dal movimento e dal regime in cui avevano a lungo creduto.

Le leggi razziali, di contro, ebbero come effetto anche quello di rafforzare il senso di appartenenza degli ebrei alle comunità e la necessità di organizzare in modo autonomo alcuni servizi, a partire dal problema più importante, come quello delle scuole, poiché nel giro di poche settimane andavano reperiti e allestiti i locali, censiti gli alunni, assunti gli insegnanti, il tutto con la sola forza dell'autofinanziamento. Vennero create ventidue scuole elementari e tredici medie, che consentirono di far proseguire gli studi ai giovani e ai bambini cacciati dagli istituti pubblici.

Infine, alcuni ebrei reagirono all'umiliazione e allo sconvolgimento sociale, professionale ed economico causato dalle leggi razziali in modo ancora più estremo, con il suicidio. Furono una trentina coloro che si tolsero la vita a causa della persecuzione - per lo più stranieri o uomini di mezza età, che videro stroncate le loro carriere e impossibile provvedere all'avvenire dei propri figli - metà dei quali entro il giugno del 1939 e l'altra metà entro il luglio del 1943.

 

La scelta di emigrare all’estero

Di fronte al dramma dell'improvvisa estromissione dal tessuto sociale, economico, professionale e dai legami umani spesso consolidati da generazioni, tra la fine del 1938 e lo scoppio della guerra molti ebrei decisero di lasciare l'Italia, non senza dolore e incertezza, dopo essere riusciti a superare innumerevoli difficoltà per ottenere i passaporti e i visti d'ingresso ed essersi garantiti un minimo punto d'appoggio all'estero.

Questa scelta fu dettata da motivazioni diverse, la ricerca della libertà e della dignità, il desiderio di dare ai propri figli la possibilità di studiare e di frequentare l'università, la volontà di non abbandonare l'esercizio delle proprie attività e professioni.

In alcuni casi la reazione alla persecuzione si saldò con gli ideali del sionismo.

L'emigrazione in realtà fu un effetto voluto dal regime fascista. Nel febbraio del 1940, infatti, Mussolini comunicò a Dante Almansi, da poco presidente dell'Unione, che gli ebrei italiani avrebbero dovuto lasciare gradualmente ma definitivamente la penisola e solo lo scoppio della guerra rese inattuabile questo piano.

Stando ai dati registrati dalle Comunità, tra il 1938 e il 1941 dall'Italia emigrarono circa 6000 ebrei, di cui la metà italiani. Considerando che il fenomeno coinvolse prevalentemente gli
esponenti dei ceti più agiati, i giovani in cerca di un futuro migliore e gli intellettuali in fuga dalla morte civile determinata dai provvedimenti razziali, l'effetto dell'emigrazione fu innanzitutto quello di una fuga di cervelli che coinvolse professori, accademici, scienziati e personalità tra le più in vista dell'Italia di quegli anni (come i docenti Emilio Segre e Salvador Luria e gli studenti Franco Modigliani e Rita Levi Montalcini, in seguito insigniti di Premio Nobel). Le mete di questo flusso migratorio, oltre che la Palestina, furono l'America Latina, l'Australia e l'America del Nord (gli Usa accolsero circa un terzo dei fuoriusciti) e, in Europa, l'Inghilterra e la Francia.

 

La Seconda guerra mondiale e l'internamento degli ebrei

L'ingresso dell'Italia in guerra aggravò ulteriormente la posizione degli ebrei. La propaganda antisemita si arricchì di nuovi temi, come la responsabilità dell'Internazionale ebraica nello scatenamento del conflitto e la sua influenza negativa sulle scelte politiche dei paesi nemici. Ben presto gli ebrei divennero anche il capro espiatorio delle mancate vittorie lampo e furono accusati di disfattismo e mancata partecipazione allo sforzo bellico. In questo contesto si ebbero i primi episodi di violenza di un certo rilievo, come la diffusione di manifesti e volantini, alcune aggressioni in luoghi pubblici, il tentativo di incendiare la sinagoga di Torino, la profanazione e distruzione di quelle di Trieste, Ferrara, Spalato e, dopo l'armistizio, Alessandria.

Germania sinagoga distrutta

Per gli ebrei, però, l'unica conseguenza della guerra fu un nuovo giro di vite nella persecuzione. Il regime, infatti, decise l'internamento degli ebrei stranieri o apolidi e degli ebrei italiani ritenuti pericolosi.

Per effetto di questa decisione furono internati oltre 6000 ebrei stranieri e circa 400 ebrei italiani, pari al 10 per cento dei connazionali assoggettati a questa misura. Il momento dell'arresto - spesso avvenuto nelle prime ore dopo la dichiarazione di guerra - fu particolarmente umiliante per il ricorso alle manette e alle catene e fu seguito da un periodo di reclusione di qualche settimana nelle carceri, a stretto contatto con i delinquenti comuni, in attesa di essere destinati ad un campo di internamento sempre sotto «la scorta dei carabinieri».

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L'internamento fu di due tipi, in base alla presunta pericolosità: l'internamento libero o in località, che consisteva nell'obbligo di residenza in determinate località, come per il confino, e l'internamento in campi di concentramento, che consisteva nella reclusione in apposite strutture riadattate e in qualche caso in veri e propri campi con baracche. Nel settembre del 1940 esistevano una quindicina di campi di concentramento dove erano presenti gli ebrei, assieme ad altre categorie di internati, ma ben presto il numero dei campi arrivò ad una cinquantina, localizzati per lo più nell' area centro-meridionale della penisola, più oltre un centinaio di località di internamento libero che, tra il 1942 e il 1943, a seguito del pericolo di uno sbarco alleato nel sud del paese, vennero individuate soprattutto nelle province del centro-nord. I campi vennero allestiti in strutture disabitate - fabbriche, magazzini, mulini, ex conventi, scuole, cinema, ville di campagna e così via - prese in affitto dallo Stato e sottoposte a rapidi e superficiali interventi di ristrutturazione e disinfestazione, arredate per lo più con mobilio disponibile nei magazzini dell' esercito.

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I campi più importanti furono quello calabrese di Ferramonti Tarsia e quello campano di Campagna. Questa circostanza si rivelò fortunata poiché dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e lo sbarco a Salerno degli Alleati i circa 200-400 ebrei italiani e i 2200 ebrei stranieri internati in questi campi e nelle altre località del meridione furono liberati dagli anglo-americani, evitando il rischio di finire nelle mani dei nazisti.

Laddove non sopraggiunse la liberazione ad opera degli Alleati, invece, i campi d'internamento si trasformarono in agevoli anticamere della deportazione e della morte, come nel caso di Urbisaglia (Macerata).

Non mancarono le sofferenze e le difficoltà connesse alla carenza di cibo, alla durezza dei luoghi, alla precarietà degli alloggi, al sovraffollamento delle strutture, alla condivisione forzata degli spazi e del tempo con persone sconosciute delle più diverse condizioni sociali, oltre ovviamente alla privazione della libertà e alla spersonalizzazione tipica di ogni lager.

Per gli stranieri si aggiunse il timore costante di essere rimpatriati o consegnati ai nazisti e l'impossibilità di chiedere aiuto e conforto ad amici e parenti.

Parallelamente ai provvedimenti d'internamento proseguì anche il crescendo di disposizioni normative discriminatorie e vessatorie nei confronti degli ebrei, nel solco della legislazione avviata nel 1938. Nel febbraio 1942 il ministero delle Corporazioni ordinò ad aziende e uffici di collocamento di favorire sempre l'occupazione dei «lavoratori di razza ariana», sia in caso di assunzioni, sia in caso di licenziamenti, e due mesi più tardi fu vietato agli ebrei di lavorare nei cantieri navali e negli stabilimenti «ausiliari alla difesa della nazione». Ne conseguì l'espulsione di molti ebrei da fabbriche e imprese private.

Il 6 maggio 1942, una circolare della Demorazza ai prefetti stabiliva la precettazione a scopo di lavoro degli ebrei di età compresa tra i diciotto e i cinquantacinque anni.

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L'Italia nel «cono d'ombra» della shoah.

La caduta del fascismo e la nomina di un nuovo esecutivo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio venne accolta con gioia dagli ebrei, in Italia e all'estero.

Ben presto, però, alla «profonda emozione» subentrarono «i timori e la delusione di molti».

Infatti, nei 45 giorni che precedettero l'8 settembre, il nuovo governo Badoglio non abrogò le leggi razziali, nonostante le sollecitazioni in tal senso da parte dei partiti antifascisti, limitandosi a cancellare le sole norme sul lavoro obbligatorio e sull'internamento dei civili italiani accusati per motivi politici (27 luglio), mentre la liberazione degli stranieri sudditi di stati nemici fu decretata solo dopo l'armistizio (10 settembre). L'intera legislazione razziale fascista fu cancellata solo a fine anno, in applicazione del testo (lungo) di armistizio predisposto dagli Alleati che all'articolo 31 stabiliva espressamente l'abrogazione di «tutte le leggi italiane che implicano discriminazione di razza, colore, fede ed opinioni politiche». Ma molte disposizioni prese in via amministrativa furono cancellate addirittura nel dopoguerra.

La scelta di indifferenza verso la legislazione razziale che fu dettata anche dalla massiccia presenza di forze armate tedesche sul territorio nazionale e dall'inevitabile ambiguità con cui fu gestito l'armistizio, ebbe conseguenze gravissime e si rivelò di fatto un favoreggiamento al successivo sterminio degli ebrei italiani. Al di là dell' adozione o meno di provvedimenti formali, il mancato smantellamento della macchina della persecuzione razziale e la mancata distruzione degli elenchi compilati a partire dal 1938 e depositati presso gli archivi prefettizi (completi di ogni indicazione, compresi gli indirizzi), rese più facile ai nazisti procedere all'individuazione, alla cattura e alla deportazione degli ebrei nell'Italia occupata.

L'armistizio dell' 8 settembre 1943 e la successiva occupazione militare tedesca segnarono quindi l'ingresso ufficiale dell'Italia centro-settentrionale nel cono d'ombra della shoah e il passaggio dalla persecuzione dei diritti a quella delle vite degli ebrei. Le autorità naziste, infatti, estesero immediatamente la «soluzione finale» - l'arresto, la deportazione e lo sterminio sistematico degli ebrei - al territorio italiano e il governo, gli uffici, le forze armate e di pubblica sicurezza della Rsi collaborarono in modo attivo e autonomo a quest'opera di morte.

Gli. ebrei, dal canto loro, furono colti di sorpresa e rimasero per lo più inermi di fronte al precipitare della situazione.

Gli ebrei in Italia, pur avendo già sospetti e notizie certe su ciò che i tedeschi stavano facendo ai loro correligionari nel resto d'Europa, non corsero quindi per tempo ai ripari e ciò avvenne essenzialmente per tre motivi: l'erronea convinzione, già smentita nel 1938, che in Italia non sarebbero mai potuti avvenire gli eccessi di cui era giunta voce dalla Germania, dalla Polonia e dalla Russia; l'oggettiva impossibilità di fuggire all'estero per via della guerra che aveva chiuso le frontiere; la completa deresponsabilizzazione del governo Badoglio, che abbandonò gli ebrei italiani e stranieri a se stessi e non tenne in alcun conto la criticità della loro posizione nel corso della gestione, peraltro nel complesso disastrosa, dell' armistizio.

 

I primi eccidi e le grandi retate

La politica (e la pratica) di sterminio sistematico degli ebrei in Italia prese il via nelle ore successive all'annuncio dell'armistizio e proseguì senza soluzione di continuità fino ai giorni della sconfitta militare del nazifascismo, nell'aprile del 1945. Essa si sviluppò in linea generale secondo tre fasi distinte. La prima, nel corso del mese di settembre, fu caratterizzata da stragi e uccisioni di ebrei sull'onda emotiva del tradimento italiano e, in forma estrema, nel quadro più generale delle azioni punitive contro l'ex alleato, come la cattura e la deportazione dei militari destinati all'internamento e al lavoro coatto in Germania (altri eccidi che coinvolsero gli ebrei si verificarono anche in seguito, come nel caso delle Fosse Ardeatine a Roma, dove il 24 marzo 1944 furono uccisi per rappresaglia 75 ebrei, assieme a 260 non ebrei); parallelamente a queste azioni criminali, isolate e scollegate tra loro, iniziarono gli arresti sistematici nella zona di Bolzano, in particolare a Merano (16 settembre 1943).

La seconda fase, tra l'ottobre-novembre del 1943 e l'inizio del 1944, fu caratterizzata dalle grandi retate nelle città a maggiore presenza ebraica. La terza fase, dai primi del 1944 agli ultimi giorni del conflitto, fu quella della caccia all'uomo e degli arresti singoli, con la piena collaborazione, nonché l'autonomo attivismo, di funzionari, militari e civili della Rsi.

Tra il 15 e il 23 settembre 1943 i nazisti catturarono e uccisero 54 ebrei, molti dei quali profughi da Salonicco, sulla sponda piemontese del lago Maggiore a Meina, Baveno, Arona, Stresa ed altre località. Il 18 settembre nel cuneese furono rastrellati e internati nella caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo circa 350 ebrei stranieri, fuggiti da San Martin Vésubie nell'ex zona d'occupazione italiana in Francia, ed alcuni ebrei italiani di Cuneo e provincia.

La prima grande retata delle SS nelle città fu quella di sabato 16 ottobre – il giomo dell'infamia - a Roma, preceduta di una settimana da quella di Trieste, mentre un' operazione analoga già prevista a Napoli fu resa impossibile dall'insurrezione dei cittadini.

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Nella capitale vennero rastrellate 1259 persone ritenute ebree. «Furono catturati, - racconta nel suo diario il marito di un'ebrea, - vecchi (uomini e donne), molti trasportati in pigiama o avvolti in lenzuola, una puerpera, bambini ... Si trasportarono tutti in una sala del Collegio Militare dove li interrogavano uno per uno e rilasciavano i cattolici, le famiglie miste ed i nati da matrimonio misto, minacciando la fucilazione per le dichiarazioni false [...]. Gli altri furono lasciati qualche giorno in quella sala senza vitto, dormendo sul nudo pavimento, poi furono piombati in un vagone bestiame e avviati in Germania».

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Il convoglio di 1023 ebrei (tra i quali oltre 200 bambini, compreso uno nato dopo l'arresto della madre) partì dalla Stazione Tiburtina il 18 ottobre ed arrivò ad Auschwitz la notte del 22. La mattina del 23 i prigionieri furono fatti scendere e cominciò la selezione: più di 800 furono immediatamente mandati nelle camere a gas e gli altri rinchiusi nel lager. Solo 17 sopravvissero.

La retata fu affiancata da una parallela azione di ricatto e rapina ai danni della Comunità e dei singoli nuclei familiari romani e fu condotta nel totale disinteresse delle autorità italiane e vaticane (che comunque non mossero un dito né protestarono). Dopo Roma seguirono altri blitz: a Genova il 3 novembre e nei giorni seguenti, a Siena e Montecatini il 5-6 novembre con la partecipazione di un gran numero di militi fascisti, a Firenze il 6-7 e 26-27 novembre (quest'ultimo blitz nei conventi della città) col maggior numero di arrestati dopo Roma, a Bologna il 6-7-8 novembre e a Milano il 3 e l'8 novembre.

In questa politica di arresti singoli di ebrei si distinsero sia le strutture ufficiali della Rsi sia le bande autonome fasciste. La Rsi, a differenza del fascismo delle origini, ma in linea con la svolta del 1938, nacque con l'antisemitismo ben iscritto nelle sue carte fondamentali. Il 14 novembre 1 943 il Congresso del Partito fascista repubblicano, riunito si a Verona, approvò un manifesto programmatico che al punto sette stabiliva: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica».

Il 30 novembre l'Ordine di Polizia numero 5, emanato dal neo ministro dell'Interno repubblicano Buffarini Guidi e trasmesso il giorno seguente alla radio, annunciò che tutti gli ebrei - «a qualunque nazionalità appartengano» e compresi i discriminati - sarebbero stati arrestati e inviati nei campi di concentramento provinciali, in attesa di essere riuniti in campi speciali appositamente attrezzati; dieci giorni dopo fu deciso di fare eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant'anni.

 

La caccia all'uomo

Fu anche deciso che tutte le proprietà ebraiche fossero sequestrate (una legge del 4 gennaio 1944 trasformò i sequestri in confische), affidando la custodia, l'amministrazione e la vendita dei beni all'Egeli affinché le somme ricavate fossero versate allo Stato a parziale recupero delle spese di assistenza, sussidio e risarcimento danni ai sinistrati dalle incursioni aeree nemiche. Alla data della Liberazione il numero dei decreti di confisca sarà di circa 8000, con i quali la Rsi si approprierà di terreni, fabbricati, aziende, titoli, crediti, oggetti preziosi, ma anche di mobili, soprammobili, stoviglie, vestiario, biancheria e merci varie per oltre 2 miliardi di lire.

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Nella caccia agli ebrei i più accaniti furono i fascisti delle bande autonome, come la banda Carità a Firenze, la banda Kock a Roma e poi a Milano, la legione Muti, la Gnr, le Brigate Nere, le SS italiane. Si macchiarono di complicità con i nazisti pure le prefetture, le questure, la polizia, i carabinieri, le forze armate e gli uffici comunali.

Tutto l'apparato burocratico italiano fu coinvolto ed è un fatto ormai acclarato che la gran parte degli ebrei deportati dopo l'Ordine n.5 furono arrestati da italiani, avvalorando la tesi di molti storici, secondo la quale «senza la collaborazione delle autorità politiche e di polizia della Rsi la deportazione degli ebrei dall'Italia verso i campi di sterminio non sarebbe stata assolutamente possibile», almeno non in modo casi sistematico.

 

La vita in clandestinità e l'espatrio in Svizzera

Tra il settembre '43 e l'aprile '45 circa 35 000 ebrei presenti sul territorio della Rsi sfuggirono agli arresti e alle deportazioni, nascondendosi nell'Italia occupata sotto falso nome o cercando rifugio in Svizzera oppure al Sud. Nel dettaglio, stando a quanto ricostruito da Sarfatti, tra 5500 e 6000 ebrei riuscirono a mettersi in salvo nella Svizzera neutrale dopo un lungo, faticoso e pericoloso cammino in montagna (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti), 500 riuscirono a superare la linea del fronte e a trovare riparo nelle regioni meridionali della penisola già liberate dagli Alleati e circa 29000 vissero per tutto il periodo dell'occupazione in clandestinità, in situazioni spesso difficili.

Se un numero così elevato di persone poté sopravvivere in clandestinità, fu anche merito della generosità e della disponibilità di migliaia di italiani non ebrei.

Anche la Chiesa cattolica si mobilitò, ai vertici e alla base, e numerosi ebrei trovarono rifugio e salvezza nei monasteri, nelle parrocchie e in altre strutture ecclesiastiche. Solo a Roma il Vaticano aiutò oltre 4000 ebrei, anche se non sempre i fascisti e i nazisti rispettarono l'extraterritorialità di alcuni di questi luoghi.

A proposito di questi fenomeni di solidarietà si è parlato, giustamente, di resistenza civile e nel dopoguerra l'istituto storico Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito a coloro che aiutarono attivamente gli ebrei il riconoscimento di «Giusti fra le Nazioni»; tra questi spiccano autori di autentici atti di eroismo, come Giorgio Perlasca.

Fenomeno altrettanto diffuso, tuttavia, fu quello delle delazioni e delle denunce, che costarono la vita a molti ebrei e contribuirono a creare un clima di terrore.

Gli ebrei che riuscirono a trovare riparo in Svizzera, furono internati, secondo le regole internazionali, in appositi campi, con la importante differenza che - passato il confine - non dovevano più nascondere la propria identità ed erano al riparo dalla caccia all'uomo nazista e fascista.

In Svizzera fuggirono anche molti oppositori del regime che, se ebrei, come il comunista Umberto Terracini, erano ricercati sia per motivi politici che per motivi razziali.

 

Gli ebrei nella Resistenza

Circa 1000 ebrei italiani clandestini - pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana, percentuale superiore a quella degli italiani - entrarono nella Resistenza, inquadrati come partigiani, tra i quali Eugenio Curiel, Vittorio Foa, Primo Levi, Pino Levi Cavaglione, Liana Millu, Enzo ed Emilio Sereni, Elio Toaff, Umberto Terracini, Leo Valiani, Giulio Bolaffi.

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L'adesione degli ebrei alla Resistenza non fu dettata solo dalla reazione all'antisemitismo nazifascista - che ebbe ovviamente una parte importante nella loro lotta - ma, come per gli altri partigiani, si fondò anche su motivazioni politico-ideologiche e sull'avversione più in generale verso un regime dittatoriale che soffocava la libertà.

La militanza nelle file della Resistenza comportò un costo notevole in termini di vite umane. Circa 100 ebrei caddero in combattimento oppure furono arrestati e uccisi nella penisola o in seguito alla deportazione nei lager nazisti.

 

Dai lager italiani ai campi di sterminio

La sorte più drammatica toccò agli ebrei arrestati dai tedeschi e dagli italiani, i quali dopo un periodo di detenzione in carcere o nei campi provinciali presenti su tutto il territorio della Rsi (da Senigallia ad Aosta), dal dicembre del 1943 furono trasferiti nel campo di transito di Fossoli, e di là deportati nei lager del Reich, principalmente ad Auschwitz. Da Fossoli transitarono 2844 ebrei.

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Con l'avanzata delle forze alleate, il nuovo campo di smistamento per gli ebrei divenne quello di Bolzano-Gries, più vicino alla frontiera con il Reich. A Bolzano, dove transitarono 207 ebrei, il trattamento fu più duro che a Fossoli. Gli ebrei catturati in Veneto, in Friuli, a Fiume e in Dalmazia (zona di operazione del litorale adriatico) vennero invece concentrati a Trieste, dapprima nel carcere del Coroneo e poi nel campo della Risiera di San Sabba, da dove non meno di 1196 ebrei (è il numero di coloro che è stato possibile identificare) furono deportati ad Auschwitz. La Risiera fu l'unico campo di sterminio in Italia, dotato di un forno crematorio, e vi trovarono la morte alcune migliaia di antifascisti, partigiani slavi e italiani, ostaggi civili. Nella Risiera furono uccise anche alcune decine di ebrei.

Il trasferimento nei campi di sterminio avveniva mediante tradotte di carri bestiame dette «trasporti speciali».

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Giunti ad Auschwitz i deportati venivano subito sottoposti alla selezione. I treni venivano aperti dai prigionieri addetti sotto la sorveglianza delle SS e in una confusione indicibile le famiglie venivano divise, con gli uomini da un lato e le donne con i bambini dall'altro, per un rapido e superficiale controllo medico.

Coloro che superavano la selezione - di solito intorno al 20-30 per cento di ogni convoglio - venivano avviati verso vere docce a forza di ordini per lo più incomprensibili, urlati in tedesco, e di maltrattamenti, fatti spogliare, rasati, privati di tutto, dotati del pigiama a righe o, a causa della penuria di tessuto al momento dell'arrivo degli italiani, di abiti riciclati dai morti e infine immatricolati. Identificati dal triangolo giallo e posti nella posizione più bassa della gerarchia nazista all'interno dell'universo concentrazionario venivano utilizzati come manodopera nel campo e spesso la morte sopraggiungeva poco dopo per gli stenti, la fame, il freddo, le malattie o la violenza dei carcerieri.

Il bilancio finale della persecuzione delle vite, assai complicato da stilare con dati precisi all'unità, fu spaventoso. Nel settembre del '43 entro i confini della Rsi erano presenti circa 43.000 ebrei, di cui 8000 stranieri o apolidi ex italiani, compresi 1300-1500 ebrei fuggiti precipitosamente dalla Francia sud-orientale passata sotto il controllo tedesco dopo lo sbando delle forze armate italiane. Di questi, circa 8000 furono deportati o uccisi in Italia e dei deportati solo 837 sopravvissero.

Nel dettaglio - riportando i dati aggiornati del Libro della memoria di Liliana Picciotto, al quale si fa riferimento e si rimanda per i dati sulla deportazione - si contano 6806 ebrei deportati nei lager nazisti (dei quali 5969 furono uccisi) e 322 ebrei uccisi in Italia (compresi 42 casi di suicidio indotto dal timore della cattura, morte naturale causata dall'impossibilità di affrontare la prigionia o la clandestinità e uccisioni mentre tentavano di sfuggire all'arresto). Da aggiungere anche 900-1000 persone che non è stato possibile identificare e presumibilmente in grande maggioranza uccise. Le vittime furono circa il 20 per cento della popolazione ebraica presente in quel momento in Italia (percentuale che sale al 43 per cento tra i rabbini-capo).

 

La fine dell'incubo e la memoria

Quando ebbero inizio le deportazioni dall'Italia, si era già messa in moto la macchina hitleriana della «soluzione finale» e il regime di controllo nei lager tedeschi era diventato ancora più severo del passato. Pertanto, ai pochi ebrei italiani che passarono le selezioni e sfuggirono alle camere a gas, era vietata qualsiasi corrispondenza, anche attraverso i moduli prestampati, ed era impossibile tenere diari o inviare all'esterno biglietti clandestini.

La liberazione e la fine dell'incubo non avvennero per tutti gli ebrei allo stesso modo e nello stesso arco temporale, ma il ritorno alla vita normale fu difficile per ciascuno di essi, da vari punti di vista (psicologico, sociale e materiale), e in diversi casi non si realizzò mai. Gli ebrei che erano in clandestinità nelle regioni del centro Italia furono liberati nella primavera-estate del 1944, quasi un anno prima degli altri correligionari, mentre chi si trovava al nord dovette attendere la primavera del 1945. Per i pochi sopravvissuti alla deportazione, la liberazione sopraggiunse più o meno nello stesso periodo (tra gennaio e maggio del '45) con l'arrivo delle truppe alleate - i russi da oriente e gli anglo-americani da occidente - ai cancelli dei lager, ma il rientro in Italia fu ritardato e avvenne a scaglioni solo tra l'agosto del 1945 e il marzo del 1946, dopo mesi e mesi di collaborazione più o meno forzata con le truppe alleate.

Nei reduci dai lager scattarono anche il senso di colpa per avercela fatta, la difficoltà di comunicare l'orrore dei campi di sterminio e la paura di non essere creduti, che negli anni seguenti causarono ulteriori sofferenze, spingendo molti di loro a chiudersi nel silenzio e perfino a suicidarsi.

Sullo sfondo c'era un Paese che voleva voltare pagina, riluttante ad ascoltare il racconto dei deportati e poco propenso a fare i conti con il proprio passato e le proprie responsabilità. La stessa opinione pubblica mondiale, sconvolta da un conflitto che aveva causato 50 milioni di vittime e distruzioni enormi, prima di metabolizzare cosa era stato effettivamente il sistema concentrazionario nazista e riconoscerne il carattere di vicenda unica, fu più portata a considerare lo sterminio sistematico degli ebrei come «un evento marginale rispetto a quanto avvenuto durante il secondo conflitto mondiale».

La fine della guerra innescò un difficile processo di reintegrazione che, tra l'altro, fu accompagnato anche dall'espletamento di fredde pratiche burocratiche per riavere posti di lavoro e proprietà, che spesso esposero a nuove umiliazioni e frustrazioni chi era stato immotivatamente privato dei propri diritti, estromesso dalla propria posizione sociale e professionale e spogliato dei propri beni.

 

Bibliografia:

Mario Avagliano Marco Palmieri “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia - Diari e lettere 1938-1945” Einaudi 2011

Dimanche 22 janvier 2012 7 22 /01 /Jan /2012 07:07

      Nel libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia -Diari e lettere 1938-1945” vi sono le parole scritte dalle vittime di una persecuzione e di un crimine che il nazifascismo voleva mettere a tacere ed annientare, ma che invece sono arrivate fino a noi, lasciandoci traccia tangibile, prova storica inconfutabile e memoria indelebile di ciò che è stato. Dando ragione all'epigrafe di una di queste vittime, Angelo Fortunato Formiggini, che nell'atto estremo di togliersi la vita a causa delle leggi razziali italiane, scrisse:

 

Né ferro né piombo né fuoco

possono salvare

la libertà, ma la parola soltanto.

Questa il tiranno spegne per prima.

Ma il silenzio dei morti

rimbomba nel cuore dei vivi.

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Da una lettera del 1° settembre 1938: «La verità è che sono rimasto sorpreso; non mi aspettavo tanto, e così presto, mai, mai avrei potuto pensare che da noi, nella civile e gentile Italia "madre delle genti", potesse allignare la trista pianta dell'antisemitismo. Si è mai visto al mondo, la persecuzione mondiale di una razza? Dove andranno? È possibile che non si tenga conto di ciò che hanno dato agli studi, all' arte, alla patria, alla scienza, alla società, in tutti i paesi? Che Mussolini voglia seguir Hitler anche in quello ?»

 

E Rita Levi Montalcini: «Mi sembrò, non esagero, di aver perso ogni possibilità di vita»

 

«Non rimane che voltarsi agli onesti e dire loro: sono israelita di religione, italiano di paese, nascita, lingua, ho separato la forma religiosa dalla politica, non ho invaso, perché da non so quanti anni residente in Italia (forse 800 o 900), ho sempre parlato questa mia lingua, ho sempre amato questa mia terra».

 

Un ebreo tedesco, sposato con una ebrea italiana, così si esprime: «Ma oggi il mondo ci è precluso. Siamo soli nello spazio che per noi è venuto freddo, e la sua ricca vastità c'è inaccessibile. Siamo terribilmente soli, espulsi dall' ambiente, gettati nell'incertezza e nell'angoscia dei senza patria, come certe sperdute masse di materia staccate dagli astri e lanciate nel niente».

      classe femminile 

Vengono create 22 scuole elementari e tredici medie che consentono di far proseguire gli studi ai giovani e ai bambini cacciati dagli istituti pubblici.

Una bambina di Torino: « Oggi è il primo giorno della mia nuova vita di scuola. Andandoci pensavo con rammarico alla mia Maestra e alle compagne che avevo dovuto lasciare».

 

Tra la fine del 1938 e lo scoppio della guerra molti ebrei decisero di “far fagotto", cioè di lasciare l'Italia, non senza dolore e incertezza, dopo essere riusciti a superare innumerevoli difficoltà per ottenere i passaporti e i visti d'ingresso ed essersi garantiti un minimo punto d'appoggio all'estero:

«eravamo disposti, ad abbandonare tutte le nostre cose, spinti dalla preoccupazione che gli avvenimenti precipitassero, costretti a staccarci da tanta massa di ricordi e di affetti tra cui la nostra casa, che ci eravamo faticosamente costruita pezzo per pezzo e mi sembrava impossibile il poterla abbandonare insieme con tutto quanto ci circondava».

 

Per gli ebrei, però, l'unica conseguenza della guerra fu un nuovo giro di vite nella persecuzione. Il regime, infatti, decise l'internamento degli ebrei in diverse località: Urbisaglia, Tarsia, Campagna, Ferramonti, etc.:

«È terribile pensare che siamo stati confinati qui perché l'Italia non aveva fiducia in noi, ciò che è ancora più terribile per me che sono nata in Italia e che ho amato il mio paese come ogni buon cittadino italiano».

 

Scrive nel settembre 1941 un ebreo internato nel campo di Isernia:

«Ci troviamo in circostanze disastrose. Una grande sala di cinema serve da dormitorio di noi tutti 46. Lo spazio fra i letti è appena di 40 cm e a stento passabile. Nessuna possibilità di riscaldamento esiste nella sala in quanto installandovi una stufa l'aria diventerebbe irrespirabile. D'inverno e d'autunno quando dovremo per forza chiudere le porte laterali della sala, rimarremo nel freddo, in un buio quasi notturno e senza ventilazione. A causa del vitto, del clima e dell’acqua il 20 per cento di noi sono affetti da una febbrile infezione viscerale di carattere tifoideo».

 

Il 6 maggio 1942 una nuova misura razziale segnò un'ulteriore radicalizzazione della persecuzione, toccando «l'estremo limite di una persecuzione dei diritti degli ebrei raggiunto dal fascismo» prima del passaggio alla persecuzione delle vite. Una circolare della Demorazza ai prefetti indicò che «Con disposizione ministeriale odierna appartenenti alla razza ebraica anche se discriminati di età dai diciotto ai cinquantacinque anni compresi sono sottoposti a precettazione a scopo di lavoro».

«Una nuova legge, - annota nel suo diario uno dei precettati,
- impone a tutti i giovani ebrei anche se discriminati di età dai diciotto ai 55 anni compresi, di presentarsi, dietro cartolina a precetto al municipio per il lavoro obbligatorio».

 

Il 30 novembre l'Ordine di Polizia numero 5, emanato dal neo ministro dell'Interno repubblicano Buffarini Guidi e trasmesso il giorno seguente alla radio, annunciò che tutti gli ebrei - «a qualunque nazionalità appartengano» e compresi i discriminati - sarebbero stati arrestati e inviati nei campi di concentramento.

«Da qualche giorno, sono state emanate delle leggi d'inasprimento verso gli ebrei: riunione in campi di concentramento di tutti gli ebrei fino a 70 anni e confisca di tutti i loro beni. Noi purtroppo non abbiamo preso la notizia sul serio, mentre quasi tutti gli altri hanno cercato di nascondersi in altri luoghi cambiando nome!»

 

«senza la collaborazione delle autorità politiche e di polizia della Rsi la deportazione degli ebrei dall'Italia verso i campi di sterminio non sarebbe stata assolutamente possibile, almeno non in modo così sistematico».

  

«Per me - si legge in una memoria di quei giorni – l’arresto fu un momento terribile, non so neppure descrivere ciò che provai. Al sentire il rumore di quel catenaccio che ci chiudeva nella cella, mi sembrò che qualcosa chiudesse la mia vita stessa; credevo di impazzire al pensiero di quello che sarebbe potuto succederei, il terrore di venir deportati si fece più vivo in quei primi momenti della nostra prigionia, e fui presa da una crisi così acuta di disperazione che ora non voglio neppure più ricordare!».

 

Se un numero così elevato di persone poté sopravvivere in clandestinità, fu anche merito della generosità e della disponibilità di migliaia di italiani non ebrei, grazie ai quali - si legge in una lettera scritta nei giorni della Liberazione: «abbiamo sempre avuto dove dormire la notte e la fame brutta non abbiamo mai sofferta nonostante gli otto mesi in alta montagna, isolati dal mondo, sovente senza viveri sufficienti, sempre dovendo abnegare di ogni conforto. Facendo la guardia dall’alba fino al crepuscolo, dovevamo scappare assai spesso in conseguenza dei rastrellamenti, di soldati in giro, di persone sconosciute. Eravamo, quasi senza coperte, senza un paio di scarpe per camminare».

 

Eugenio Curiel in una lettera alla famiglia:

«E quando viene la tristezza ed il peso diviene duro a portare, bisogna dire: Vita! Vita! e tirare avanti con serenità e coraggio, ringraziando che tutto il tumulto non riesca a spezzare la nostra fiducia nelle cose fondamentali della vita, ma anzi ci tempri a sperare e a volere cose migliori e una vita più ricca».

 

Giulio Bolaffi scrive nel suo diario:

«W L'Italia Libera»,  «lo ho viva speranza, che questa guerra debba terminare presto e tutti i miei voti sono perché tutti noi ci possiamo ritrovare per poter iniziare la creazione di una nuova Italia in cui veramente la giustizia e la fratellanza vi regnino sovrani»!

 

Primo Levi, in una relazione scritta subito dopo la loro liberazione, nel '45: «Il viaggio da Fossoli ad Auschwitz durò esattamente quattro giorni e fu molto penoso, soprattutto a causa del freddo; il quale era così intenso, specialmente nelle ore notturne, che la mattina si trovavano coperte di ghiaccio le tubature metalliche che correvano nell'interno dei carri, per il condensarsi su di essa del vapore acqueo dell'aria respirata. Altro tormento, quello della sete, che non si poteva spegnere se non colla neve raccolta in quell'unica fermata quotidiana, allorché il convoglio sostava in aperta campagna e si concedeva ai viaggiatori di scendere dai vagoni, sotto la strettissima sorveglianza di numerosi soldati, pronti, col fucile-mitragliatore sempre spianato, a far fuoco su coloro che avessero accennato ad allontanarsi dal treno».

«Appena il treno giunse ad Auschwitz (erano circa le ore 21 del 26 febbraio 1944), i carri furono rapidamente fatti sgombrare da parecchie S.S., armate di pistole e provviste di sfollagente; e i viaggiatori obbligati a deporre le valigie, fagotti e coperte, lungo il treno stesso. Poi la comitiva fu subito divisa in tre gruppi: uno di uomini giovani e apparentemente validi, del quale vennero a far parte 95 individui; un secondo di donne, pure giovani, gruppo esiguo, composto di sole 29 persone; e un terzo di bambini, di invalidi e di anziani. E, mentre i primi due furono avviati separatamente in campi diversi, si ha ragione di credere che il terzo sia stato condotto direttamente alla Camera dei gas a Birkenau e i suoi componenti trucidati nella stessa serata»!

 

Il dovere della memoria

Ha scritto Settimia Spizzichino: «Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. lo della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l'inverno è inverno sul serio, è un assassino .. , anche se non è stato il freddo la cosa peggiore. Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L'ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero»?

Dimanche 22 janvier 2012 7 22 /01 /Jan /2012 07:00

Il quadro storico politico

 

Gli ebrei quanti erano

I cittadini italiani di religione ebraica, ben integrati nella nazione sia sul piano materiale sia sul piano ideale, fin dalla creazione dello Stato nazionale condividevano con gli altri italiani i valori fondanti della nuova patria nata nel 1861. Ne ricevettero in cambio piena accettazione sociale e possibilità, priva di remore, di entrare a far parte delle élites della nazione. Lo Stato liberale durò fino all’instaurazione, nel 1922, di un regime fascista che si avviò ben presto a divenire dittatoriale e teso a ridurre i poteri dello Stato a semplici organi di notificazione dell’operato del suo capo, Mussolini.

Nel 1927, completata l’integrazione tra lo Stato e il Partito nazionale fascista, aboliti gli altri partiti e le organizzazioni sindacali, soppressa la libertà di stampa, Mussolini avviò una svolta «normalizzatrice», proclamando la fine dello squadrismo, del radicalismo di piazza e della rivoluzione.

Le assunzioni e le carriere nella pubblica amministrazione vennero subordinate all’iscrizione al partito. Anche la scuola subì lo stesso processo, con l’inquadramento dei giovani nelle organizzazioni paramilitari del regime. Gli stessi mezzi di comunicazione (radio, stampa, cinema) caddero sotto il totale controllo della censura fascista, mentre lo sport e le attività del tempo libero furono rigidamente organizzati e diretti dall’alto. Nel 1931 si impose ai professori universitari di giurare fedeltà al fascismo: milleduecento cattedratici aderirono, dodici (fra i quali quattro ebrei) si rifiutarono.

In ogni momento e in ogni luogo, si imposero una simbologia e un rituale finalizzati al culto della personalità del capo (il duce). Si istillò nella società l’idea che il buon cittadino dovesse fedeltà assoluta e devozione all’idea fascista. In questo contesto Mussolini poté, nel 1928, ridurre il parlamento alla semplice funzione di notaio della volontà propria e del partito, trasferendone le maggiori competenze a un altro organo, il Gran Consiglio del Fascismo, all’apice del Partito nazionale fascista. Questo si riuniva sotto la presidenza di Benito Mussolini nella sua qualità di presidente del Consiglio.

Fino alla seconda metà degli anni Trenta, nulla di grave accadde agli ebrei italiani che si atteggiarono verso il potere similmente a tutta la popolazione: osteggiando il regime e operando per rovesciarlo oppure apprezzandolo e militando in suo favore. Mussolini soffriva però di pregiudizi antiebraici personali, che emersero con sempre maggior nitidezza nel corso degli anni della sua dittatura. Ce ne sono segni dagli esordi del suo impegno politico, fino ad arrivare al 1936 e alla decisione di fare dell’antisemitismo un motivo sostanziale del regime fascista. Nel processo decisionale che portò a tale esito non mancarono sicuramente vari altri fattori, come il fatto che le comunità ebraiche di allora erano un elemento di disturbo rispetto al programma fascista di strutturare la società intorno all’ideale di una identità nazionale basata sui valori dell’ antica Roma e, dopo la guerra d’Etiopia, di una identità etnica e razziale. In questa visione, gli ebrei erano l’unico esempio di lampante diversità culturale; costituivano infatti, anche se in modo variegato per intensità, carattere e latitudine, una minoranza separata, identificabile, con usi, religione, aspirazioni diversi dalla maggioranza. Sulla stampa gli ebrei cominciarono a essere dipinti come infidi dal punto di vista dell’osservanza fascista e della fedeltà alla nazione: si chiedeva loro provocatoriamente di schierarsi contro i correligionari d’Europa, contro le idee sioniste, contro la commiserazione per gli ebrei perseguitati in Germania. Essi dovevano, secondo il sentire ufficiale, abbracciare in toto i miti, le tradizioni, gli ideali italiani. Scipione, Cesare, Augusto, Machiavelli, Cavour dovevano essere gli uomini ideali del passato da venerare e imitare, non i personaggi della tradizione ebraica. Si temeva che gli ideali propri degli ebrei avessero il potere di minare l’unità ideologica della nazione da una parte, e che fossero un pessimo esempio di percorso spirituale autonomo per il resto degli italiani dall’altra. La tentazione di imitare la Germania nazista e rinsaldare la concordanza ideologica con essa non fu, a nostro parere, del tutto estranea all’idea di adottare un antisemitismo di Stato.

Tra il 1933 e il 1936 Mussolini iniziò con il prendere provvedimenti contenitivi del presunto strapotere ebraico introducendo una politica antisemita segreta di «sfaldamento» di singoli ebrei dai posti di responsabilità, poi, nel 1936-37, adottò provvedimenti di esclusione generalizzati di tipo proporzionalista e di numerus clausus, sul modello applicato in Ungheria. Il suo obiettivo finale era però quello di espellere tutti gli ebrei dalla società e indurli a lasciare l’Italia: passare cioè da una politica di antisemitismo proporzionale a una politica di antisemitismo assoluto.

Lo fece predisponendo una legislazione antiebraica, accurata e articolata in molti aspetti (talvolta trascurati dagli stessi nazisti, come l’espulsione dalle scuole, applicata in Italia prima ancora che in Germania) che richiese particolare attenzione giuridica.

Prima di intraprendere una legislazione antiebraica a largo raggio, il regime stabilì il 22 agosto 1938 un censimento speciale degli ebrei d’Italia, vera e propria schedatura discriminatoria: i cittadini italiani professanti religione ebraica risultarono essere 46.656; cioè circa l’uno per mille della popolazione totale.

 

La legislazione «per la difesa della razza»

La prima legge, uscita il 5 settembre 1938, espelleva bambini, ragazzi e insegnanti ebrei dalle scuole pubbliche, la seconda, uscita il 7 settembre, espelleva gli ebrei stranieri dal suolo italiano. Dopo di queste, una raffica di leggi e di circolari ministeriali avvelenò la vita degli ebrei in Italia. Si contano almeno 189 provvedimenti antiebraici: espulsione dall’esercito, divieto di matrimoni misti, apposizione del marchio di razza ebraica sui documenti, licenziamenti dai pubblici uffici, divieto di piccolo commercio ambulante, divieto di rappresentare opere artistiche di autori ebrei, divieto di accesso alle biblioteche e agli archivi pubblici, divieto di esercitare libere professioni, divieto di possedere beni immobili eccedenti una certa quota, e molto altro. Il complesso legislativo persecutorio fu accompagnato da leggi di definizione di chi fosse da considerare ebreo e chi no, basate sull’appartenenza razziale di ciascun individuo, cioè, sulle sue origini biologiche e di sangue.

Nel processo decisionale fascista di introdurre in Italia un’ostilità antiebraica nazionale, l’antisemitismo politico fu direttamente collegato a una ideologia razzista originata da due diverse sorgenti: un razzismo antinero, maturato contestualmente alle conquiste coloniali dell’Africa orientale nel 1935, e un razzismo antropologico di marca europea derivante dal darwinismo sociale maturato alla fine dell’Ottocento nelle università e nei circoli intellettuali. Non a caso, il fascismo denominò la legislazione antiebraica «Leggi per la difesa della razza italiana».

 

I principali problemi che Mussolini dovette affrontare nell’adottare un antisemitismo razzista furono due. Uno costituito dagli ebrei d’eccellenza che si distinguevano nel servizio alla nazione: vi erano schiere di intellettuali, professori universitari, industriali, ufficiali dell’ esercito e perfino fascisti in vista, ebrei, che intralciavano, almeno moralmente, la strada verso provvedimenti antiebraici radicali. Il secondo grande problema era il fatto che un terzo della popolazione ebraica italiana era strettamente legata alla popolazione circostante per via dei matrimoni misti: perseguitare un membro ebreo di una famiglia mista significava punire in qualche modo anche la parte non ebraica della stessa famiglia.

La prima questione era del tutto irrisolvibile sicché il regime, anziché affrontarla, dette l’affondo adottando una politica antiebraica radicale e totalizzante, non tenendo conto di nessuna eccezione (salvo alcune marginali, più d’immagine che di contenuto, per meriti fascisti e bellici legati alla Prima guerra mondiale, le cosiddette discriminazioni) e respingendo ogni amareggiata protesta. Per il secondo, la soluzione escogitata fu di considerare cattolici i figli di matrimonio misto allevati nel cattolicesimo, esentandoli quindi da persecuzione, e di far emigrare tutti gli altri. Nel giro di una generazione l’Italia si sarebbe in effetti liberata di tutti gli ebrei.

Tutto ciò avvenne mentre il paese era alleato a pieno titolo, sia ideologicamente, sia militarmente, con la Germania nazista. Questa perseguiva, riguardo agli ebrei, obiettivi simili all’Italia: il suo fine tra il 1933 (anno della presa di potere da parte di Hitler) e il 1941 (anno dell’emanazione della circolare che proibiva l’emigrazione da qualsiasi paese sotto influenza tedesca) era di sbarazzarsi degli ebrei inducendoli a lasciare in massa il paese.

La differenza tra i due è che il mito del sangue, propugnato con forza in Germania, era del tutto estraneo all’Italia.

Più tardi e in concomitanza con la guerra all’Est, condotta con grande decisione dalla Germania nazista, ma con grande riluttanza dall’Italia fascista, nei piani nazisti si fece strada l’idea di liberarsi degli ebrei anche fisicamente.

L’espansione geografica tedesca verso l’Est e l’occupazione di nuovi territori, gremiti di ebrei, rese impossibile la soluzione dell’emigrazione e portò alla ribalta la soluzione dell’eliminazione fisica. Non così fu per l’Italia fascista che aveva, sì, come abbiamo visto, elaborato una propria politica antiebraica, ma lontanissima dall’idea di adottare la soluzione dell’assassinio di massa.

Ciò apparve chiaro quando autorità tedesche e autorità italiane si incontrarono nei territori militarmente occupati dall’Italia della Francia meridionale e della Iugoslavia smembrata. Il nostro esercito e i vertici diplomatici non furono disposti a consegnare né ai tedeschi, né ai persecutori locali, gli ebrei rifugiatisi sotto la bandiera italiana, anche se stranieri. Si era nel 1942 inoltrato e lo sterminio era in corso all’Est. Gli italiani, pur essendone solo parzialmente consapevoli, evitarono la consegna per varie ragioni, innanzi tutto umanitarie, ma molto contò anche il fatto che, nei territori da loro occupati, essi desiderassero esercitare senza intralci la loro autorità. Un’altra ragione emerge evidente: i vertici militari e diplomatici italiani così comportandosi, contestavano Mussolini e la sua decisione nel continuare a condurre la guerra a fianco della Germania, scelta che effettivamente portò l’Italia di lì a poco alla catastrofe.

 

Le reazioni ebraiche

Malgrado la disperazione della gran parte dei cittadini ebrei, privati della maggior parte dei diritti fondamentali e sempre più impoveriti, tre risposte organizzate all’oppressione fascista si delinearono tra il 1938 e il 1943:

l’organizzazione subitanea di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938;

l’organizzazione del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai paesi mano a mano invasi dai nazisti;

l’organizzazione dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto sotto la categoria di «internati liberi» o di «internati civili di guerra».

La prima azione venne tempestivamente messa in pratica dalle maggiori comunità ebraiche che, con uno straordinario e civile sforzo finanziario e organizzativo, nel giro di un mese misero in piedi scuole di prim’ordine. Le seconde furono messe in atto dalle organizzazioni di soccorso La Mensa dei Bambini creata a Milano da Israele Kalk e dalla Delasem. Era quest’ultimo acronimo per Delegazione Assistenza Emigranti, ente istituito il primo dicembre 1939 dall’Unione delle Comunità Israelitiche (poi Ebraiche) Italiane in sostituzione del Comasebit, Comitato di assistenza agli ebrei profughi, chiuso d’ufficio dal governo. Il nuovo organismo aveva i compiti precipui di: a) facilitare l’emigrazione della massa di ebrei stranieri che si trovava sul territorio italiano; b) di porgere agli stessi tutta l’assistenza necessaria per il tempo in cui, in attesa di emigrare, fossero costretti a rimanere in Italia.

Gli scopi del nuovo ente erano in linea con il desiderio del governo italiano di liberarsi degli ebrei stranieri presenti nel paese ed evitare così, tra l’altro, che pesassero economicamente sull’Italia. Malgrado le leggi antiebraiche vigenti, la Delasem ricevette la benedizione da parte del regime che le permise una sostanziale autogestione, una libertà di movimento e contatti internazionali con analoghe istituzioni all’estero, tutte cose non comuni per quell’epoca.

La Delasem, guidata da Lelio Vittorio Valobra, ebbe sede a Genova, città marittima di elezione per la partenza verso oltremare dei profughi. Il suo bilancio fu sostenuto fino dagli esordi dall’ente ebraico americano di assistenza Joint (American Jewish Joint Distribution Committee) che già in Germania e in Austria si adoperava per portare sollievo alle frotte di ebrei che cercavano di lasciare quei paesi». Come vedremo, a partire dall’8 settembre del 1943 la Delasem, assieme al Joint, saranno i protagonisti di una vasta operazione di soccorso agli ebrei passati in clandestinità. All’epoca in cui Italia e Germania erano ancora alleate su di un piano di parità, la Delasem intervenne con la sua organizzazione capillare per dare sollievo agli ebrei stranieri internati e a quegli ebrei che erano imprigionati perché accusati di antifascismo. Forniva soccorsi materiali, sostegno morale, vestiario, contatti con le autorità per ottenere visti di ingresso, adozioni a distanza di ragazzi e bambini, informazioni sui passaggi navali e sui paesi che offrivano visti di ingresso agli ebrei e altro.

Ricordiamo inoltre che, tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri 6000 cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di paesi più accoglienti, Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele.

Quanto sopra avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di una intensa propaganda antiebraica della stampa, nell’indifferenza della maggior parte della società civile verso la sorte degli ebrei perseguitati.

 

Gli ebrei stranieri entrati in Italia dalla Francia e dalla Iugoslavia

Come già a partire dal giugno del 1940 gli ebrei stranieri o apolidi che si trovavano sul suolo italiano furono sottoposti al campo di internamento in Italia, così anche gli ebrei stranieri o apolidi che si trovarono nei territori fuori d’Italia, ma occupati dal nostro esercito, nella Francia meridionale e nella cosiddetta II e III Zona della Iugoslavia, a partire dal tardo autunno del 1942 vennero internati sul posto. In Francia circa 5000, distribuiti tra nove diverse località prevalentemente delle Alpi marittime o dell’Alta Savoia, specialmente a Saint Martin Vésubie e a Saint Gervais; in Iugoslavia circa 2700, distribuiti nei campi di Kraljevica sulla costa croata o sulle isole di Brac e di Hvar (successivamente spostati sull’isola di Rab nella Dalmazia italiana), sotto la sorveglianza dell’esercito italiano.

Dopo l’8 settembre del 1943, con lo sfaldamento della IV Armata italiana in Francia, più di un migliaio di quegli ebrei che erano stati in residenza coatta a Saint Martin Vésubie, entrarono clandestinamente in Italia, seguendo i militari in ritirata attraverso i passi delle Alpi Marittime delle Finestre e della Ciriegia. Fu una tragica marcia di famiglie, male in arnese, con bambini al collo e anziani da trascinare su impervie mulattiere, esposte, con il freddo pungente del 9 di settembre, alla fatica e alla disperazione. Questo gruppo, assieme a quello entrato per via ferroviaria in Italia da Saint Gervais, sarà fra i maggiori protagonisti della grande operazione di soccorso messa a segno dalla Delasem e dai comitati locali ebraico-cristiani. I «francesi» di Saint Martin Vésubie, passata la linea di confine con l’Italia, infatti, si riversarono lungo le valli di Cuneo sperando di non incontrare i tedeschi, che si erano lasciati alle spalle fuggendo dalla Francia. Purtroppo però anche in Italia gli avvenimenti avevano portato all’occupazione tedesca e circa trecento cinquanta di essi furono arrestati, dopo la terribile marcia della speranza, nei paesi di Valdieri e di Entracque, e internati nella caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo. Furono più tardi raggiunti da un distaccamento della polizia di sicurezza tedesca di Nizza, salita appositamente per organizzare il convoglio che il 21 novembre 1943 doveva portarli a Nizza e, da lì, al campo di transito di Drancy, ultima tappa, prima della deportazione verso il campo di sterminio di Auschwitz. Quelli che poterono scampare all’arresto si nascosero nei boschi e nelle grotte dei dintorni e, aiutati dalla popolazione locale, lentamente cominciarono a muoversi verso Sud a gruppetti. L’organizzazione del loro viaggio verso nuove mete fu operata dalla Delasem, che fornì mezzi economici, cibo, procurò false carte di identità, itinerari per il percorso, indirizzi dove rivolgersi a Genova, Firenze, Livorno, Roma.

 

Il secondo più cospicuo gruppo di stranieri di cui si occupò la Delasem fu quello degli ebrei iugoslavi. La loro situazione rispetto alla vicenda del soccorso si era determinata nel modo seguente: dopo lo smembramento della Iugoslavia attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, tra aprile e maggio del 1941, una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato indipendente di Croazia, con capitale Zagabria e con a capo Ante Pavelic, fondatore del movimento ustasha (letteralmente: ribelle), pieno di odio nei confronti di una Iugoslavia multietnica e di intolleranza violenta e crudele verso la presenza di serbi, ebrei e zingari. Alcuni altri territori ex iugoslavi furono invece annessi all’Italia: la fascia costiera a sudest di Fiume con le città di Susak e di Bakar, assorbite amministrativamente dalla provincia di Fiume, con a capo il prefetto locale; la metà meridionale della Slovenia, con la città di Lubiana, amministrata da un alto commissario; la costa dalmata tra Split (Spalato) e Zara con le isole costiere e i dintorni di Kator (Cattaro) amministrata dal governatore della Dalmazia.

In queste aree annesse all’Italia con decreto del 19 maggio del 1941, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel paese dal settembre del 1938, cioè la legislazione persecutoria razzista. Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Ma poiché erigere campi di internamento sul posto era un problema talvolta insormontabile per questioni di vettovagliamento e di sicurezza, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui poi vennero ritrasferiti, in condizione di «internati liberi», in domicilio coatto in sperduti paesini del Centro e del Nord Italia.

È bene ricordare che gli ebrei che fuggivano dalle violenze e dalle crudeltà ustasha desideravano ardentemente passare clandestinamente le linee guardando ai territori di recente acquisizione italiana come felice isola di salvezza: essere in seguito privati di una parte della loro libertà era pur sempre una situazione migliore che quella di venir massacrati. Migliaia di persone in quei mesi cercarono di raggiungere Fiume, la Dalmazia, la Slovenia dove, fermati dalle locali autorità, venivano spediti in internamento in Italia, mentre una certa parte, il cui numero non è stato ancora possibile valutare appieno, fu respinta alla frontiera. Questi respingimenti avvennero più nella zona di Fiume che nelle altre due, dove le autorità italiane furono meno severe. Gli ebrei iugoslavi fuggiti dalla Croazia con il meccanismo sopra esposto e poi finiti in stato di «libero internamento» o «internati civili di guerra» nelle province di Treviso, di Rovigo, di Aosta, di Modena saranno loro per lo più, dopo l’8 settembre del 1943, i beneficiari dell’opera di soccorso messa a segno dalla popolazione in mezzo alla quale avevano vissuto per due anni armoniosamente, malgrado le proibizioni di fraternizzare, di svolgere attività lavorativa e l’obbligo di presentarsi alle autorità di polizia ogni giorno.

 

Le retate tedesche e quelle italiane

L’8 settembre del 1943 venne dato alla radio l’annuncio dell’avvenuto accordo segreto di armistizio tra l’Italia e le potenze alleate, fino ad allora nemiche, e i tedeschi si trasformarono in poche ore da alleati in alleati-occupanti. Fu stabilito un nuovo governo fascista repubblicano con a capo Mussolini, liberato dai tedeschi dalla prigionia dove era tenuto dal governo Badoglio e dal re. Lo Stato neofascista prese il nome di Repubblica Sociale Italiana (Rsi) con capitale non più Roma ma la cittadina di Salò sulle rive del lago di Garda.

Fin dalla fine di settembre del 1943, i nazisti importarono in Italia la politica antiebraica già messa in atto negli altri paesi occupati. Il fine era la distruzione delle popolazioni ebraiche locali mediante retate a sorpresa nelle grandi città, concentramento in luoghi prescelti, caricamento del bottino umano su convogli sigillati e avvio verso il campo di Auschwitz in Alta Slesia dove erano stati sistemati, dal marzo del 1943, «moderni» impianti di sterminio per l’assassinio di massa.

La retata più grave fu messa in atto il 16 ottobre 1943 a Roma dove più di mille inermi persone, tra cui numerosi bambini, furono colte nel sonno e trasferite a pugni e calci nel collegio militare di via della Lungara in attesa che venisse predisposto il treno per la loro deportazione.

Le reazioni del Vaticano furono, contrariamente a quanto la stessa diplomazia tedesca si era aspettata, quasi nulle. Il segretario di Stato Maglione si accontentò di un colloquio privato con l’ambasciatore Ernst von Weizsaecker, senza neppure elevare una nota di protesta ufficiale alla Germania. Questo atteggiamento di riserbo tenuto in quella occasione dalla Santa Sede non fece altro che reiterare quello tenuto a livello internazionale nei confronti del genocidio antiebraico che si stava consumando nei paesi invasi dalla Germania e del quale la Santa Sede era stata informata fin dalle prime battute.

La retata a Roma e quelle successive a Firenze, Siena, Bologna, Genova furono condotte da un reparto speciale dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, capeggiato da Theo Dannecker inviato dall’Ufficio di Adolf Eichmann a Berlino, appositamente giunto in Italia. Furono condotte tutte secondo lo stesso schema e senza che le autorità italiane venissero consultate.

Era una mancanza di considerazione verso l’alleato-occupato, che non poteva certo gradire che, sul suo territorio, i tedeschi operassero retate di cittadini italiani, sia pure di cittadini di secondo grado come erano gli ebrei dopo le leggi d’eccezione del 1938 e seguenti.

Occorreva per il governo repubblicano di Mussolini recuperare una parvenza di sovranità e così, il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno della Rsi emanò, tramite i prefetti, l’ordine di arrestare e di internare in appositi campi di concentramento tutti gli ebrei e di procedere alla confisca dei loro beni in attesa del sequestro degli stessi. Da allora, poliziotti e carabinieri ebbero l’ordine di recarsi nelle case ebraiche per arrestare le prossime vittime oppure di mettersi sulle loro tracce in caso che queste fossero fuggite in tempo. A Venezla il 5 dicembre 1943 il questore programmò una vera e propria retata notturna a sorpresa avente per epicentro il vecchio ghetto e la casa di riposo.

Quella del 30 novembre fu una decisione gravissima, poiché metteva automaticamente tutti gli ebrei fuorilegge e li rendeva passibili di arresto immediato, provocando in loro un incontenibile senso di panico e di insicurezza che si aggiungeva al terrore per le retate tedesche. I tedeschi però, non avendo più intenzione di muoversi, appresero la decisione italiana con la massima soddisfazione. Ci rimane il verbale di una riunione berlinese del 4 dicembre 1944 in cui si diceva di accogliere con piacere la decisione italiana dato che sarebbe stato impossibile alle esigue forze di polizia tedesche rastrellare comuni e città grandi e piccole alla ricerca di ebrei.

Dunque dalla sera del 30 novembre 1943 alle questure e alle compagnie dei carabinieri toccò il compito di effettuare ricerche domiciliari di compiere i fermi, di custodire nelle prigioni e nei campi di concentramento provinciali gli ebrei, alla polizia di sicurezza tedesca il compito di prelevarli e di organizzare la loro deportazione ad Auschwitz.

Contestualmente, il ministro dell’Interno scelse l’area per edificare un grande campo di concentramento nazionale per internare tutti gli ebrei arrestati; si trovava nella località di Fossoli, a pochi chilometri di distanza da Carpi in provincia di Modena. Apparentemente le autorità italiane, secondo la nuova legge, dovevano limitarsi a imprigionare tutti gli ebrei in circolazione, per famiglie, compresi i bambini, concentrarli a Fossoli. Ma il luogo aveva la capienza di 4-5000 posti, e gli ebrei in Italia erano molti di più. Questo fatto e altri elementi che emergono qua e là dai documenti, ci inducono a pensare che in dicembre un preciso accordo politico tra italiani e tedeschi in merito alla consegna degli ebrei per la deportazione fosse stato definito. Dalla metà di febbraio 1944 giunse in Italia da Berlino lo speciale addetto alla questione antiebraica con sede presso la centrale della Gestapo a Verona, capitano delle SS Friedrich Bosshammer. Nell’agosto del 1943 il campo di Bolzano sostituì quello di Fossoli, evacuato, mentre nelle regioni nordorientali dell’Italia continuò a fungere da luogo di transito e anche di morte il campo di San Sabba alla periferia di Trieste.

Tra il 16 settembre del 1943 e il 24 marzo del 1945, i convogli che lasciarono l’Italia per il campo di sterminio di Auschwitz o, per ragioni particolari, verso altri campi del «Grande Reich», furono decine tra grandi e piccoli. Trasportarono 6806 persone identificate (ma ce ne sono circa 1000 non identificate), 837 delle quali sopravvissero. Tra di essi nessun bambino.

 

Il soccorso agli ebrei in pericolo

Per meglio valutare l’entità del fenomeno del soccorso prestato agli ebrei conviene innanzitutto ricordare che il totale della popolazione italiana, valutata secondo l’ultimo censimento disponibile, quello del 1936, era di 42 milioni 994 mila anime. Nel 1943, dando per scontato un certo incremento di popolazione e prendendo in considerazione solo le regioni rimaste sotto il regime della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, gli italiani dovevano essere almeno altrettanti.

Nello stesso periodo, gli ebrei rimasti intrappolati nel territorio governato dalla Repubblica Sociale Italiana e dall’occupante tedesco erano circa 32.300 sicché, ridotta la questione in meri termini quantitativi, circa 43 milioni di italiani avrebbero potuto o dovuto proteggere 32.300 ebrei perseguitati.

Di questi, circa 8000 furono gli arrestati (6806 deportati identificati, a cui si aggiungono circa 1000 deportati non identificati, 322 uccisi o morti in Italia prima della deportazione, circa 500 arrestati ma non deportati per mancanza del tempo necessario). Ne rimasero indenni altri 23.500 circa. Segnaliamo però già, a partire dal puro dato numerico, che la salvezza degli ebrei in Italia, per la loro esiguità e per la loro «inqualificabilità» fisica, che in nessun modo li faceva distinguere in mezzo al resto della popolazione, non era questione insormontabile. Gli ebrei facevano parte di una seconda Italia sommersa costituita da migliaia di individui bisognosi di aiuto: come i soldati che avevano smesso la divisa, come i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di internamento, come gli antifascisti ricercati. Senza il soccorso e la connivenza della prima Italia «ufficiale» che viveva, si nutriva, lavorava, operava alla luce del sole, aveva accesso alle tessere annonarie e a documenti accettati, la seconda Italia non avrebbe potuto sopravvivere. Occorreva trovare falsi documenti, finte tessere annonarie, rifugi, cibo, accompagnare i clandestini alla frontiera italo-svizzera, un’attività praticata da centinaia di individui, mossi dalle più diverse motivazioni, tra i quali ci sono anche i soccorritori di ebrei, cosiddetti “Giusti”.

È importante sottolineare come i “Giusti” si mossero su un terreno di solidarietà non solo verso gli ebrei ma verso gli ebrei in un contesto civile ben preciso. La protezione ai ricercati e agli ebrei fa parte della categoria della resistenza civile, come gli scioperi, le manifestazioni di massa per la penuria del cibo, il fiancheggiamento alla lotta armata, la resistenza al reclutamento di manodopera coatta. Non si può isolare il concetto del soccorso agli ebrei da quello di resistenza morale, un fenomeno che interessò tutta l’Europa occupata, anche se variò da paese a paese, da una situazione a un’altra, da un tempo a un altro. Secondo la definizione di Jacques Semelin, la resistenza civile comprese una serie di comportamenti conflittuali con il potere costituito che si avvalsero non di armi, ma di mezzi civili come: il coraggio morale, l’inventiva, l’aggiramento della violenza, la capacità di manovrare i rapporti e di cambiare le carte in tavola a dispetto e ai danni del nemico.

Discorso leggermente diverso va fatto per il soccorso da parte degli ecclesiastici dove l’aiuto agli ebrei fu operato nel quadro di una più vasta opera di aiuto a civili rimasti senza tetto, a rifugiati di ogni tipo, a perseguitati per motivi politici. La carità cristiana fu dispiegata durante la guerra in maniera non specifica nei confronti degli ebrei, ma sicuramente in maniera speciale, per motivi di quantità e di particolare allarme per le loro vite. Il rifugio nei conventi e nelle case religiose, l’aiuto dei parroci nei piccoli centri, la disponibilità e il soccorso prestato da esponenti o semplici iscritti ad Azione Cattolica fu di tale proporzione da assumere un aspetto corale, significativo sul piano ideale ma anche sul piano semplicemente dei rapporti affettivi tra le persone coinvolte. Al contrario di molti osservatori, non pensiamo che per questa opera fosse necessaria una specifica direttiva papale.

Dopo l’8 settembre 1943, il sentimento popolare era ormai cambiato: alla sopportazione e all’indifferenza per i problemi provocati dal regime fascista, si sostituì la rabbia nel constatare che l’Italia era per i tedeschi terra di conquista, dove non c’era limite ai soprusi. Forse gli italiani tardarono a riconoscere la natura del nazismo perché, per anni, esso si era presentato sulla scena come alleato, e, tra l’altro, fino all’8 settembre 1943 non aveva mai usato violenza sugli italiani. Ora che la Germania nazista era diventata alleata-occupante, la reazione fu immediata. I «resistenti civili» furono a migliaia: si trattò soprattutto di persone qualunque, semplici uomini della strada non dotati di particolare educazione o istruzione, che diventarono, a contatto con la barbarie, anticonformisti, non allineati, non filofascisti, non filotedeschi.

Aiutò a predisporre gli animi in tal senso soprattutto la grande operazione di soccorso con vestiario e occultamento dei soldati sbandati nei giorni dopo l’8 settembre 1943, primo atto popolare, non coordinato, di insubordinazione agli ordini nazisti e fascisti.

L’atteggiamento comune cambiò e, in pochi giorni, dall’indifferenza si passò al soccorso attivo o passivo. Per soccorso attivo si intende quell’insieme di attività volte a scardinare deliberatamente la politica nazista e fascista, mediante azioni di sabotaggio, offerta di nascondigli, boicottaggio degli ordini impartiti, fabbricazione di carte false, accompagnamento alla frontiera. Il soccorso passivo si estrinsecò invece in azioni di non coinvolgimento diretto, ma di tolleranza e connivenza verso azioni altrui.

Questo comportamento solidale, visto nel suo insieme, ebbe in Italia due caratteristiche: fu spontaneo e collettivo. Fu un comportamento sociale di completa rottura rispetto al passato e si sottrasse clamorosamente dall’abitudine imposta dal regime di organizzare gli eventi collettivi. Fino ad allora, collettivo aveva voluto dire orientato, mai spontaneo. Dopo l’8 settembre, in poche ore, migliaia di giovani sbandati che servivano nell’esercito gettarono la divisa, si vestirono di abiti civili e chiesero l’aiuto della popolazione per occultarsi nelle campagne, nei casolari in montagna, nelle cantine, ovunque ci fosse qualcuno disposto a nasconderli. A questa massa di militari, si aggiunsero presto soldati o ufficiali alleati fuggiti dopo l’8 settembre dai loro luoghi di internamento e vaganti nella penisola alla ricerca di informazioni, aiuti materiali e logistici per mettersi in contatto con il loro esercito o per attraversare le linee, o per rifugiarsi in Svizzera. Si aggiungano gli antifascisti fuggiti dai campi di internamento disseminati soprattutto nell’Italia Centrale, gli oppositori politici ricercati per attività «eversiva», tutti gli ebrei d’Italia e si vedrà che il movimento di soccorso nei loro confronti non poteva non assumere il carattere di movimento corale: migliaia di persone ne aiutarono altre migliaia. L’aiuto da parte della popolazione civile agli ebrei non si può capire se non collocandolo in questa prospettiva. Scorrendo le vicende dei Giusti, appare chiaro come il soccorso nella maggioranza dei casi fu meramente umanitario, e si capisce perché: i partigiani in montagna o i resistenti in città, di fatto, facevano parte dell’universo dei clandestini perseguitati, con scarse possibilità di porgere aiuto ad altri perseguitati. D’altra parte, le organizzazioni politiche non presero immediatamente coscienza del pericolo mortale in cui versavano gli ebrei. Il CLN, è vero, sollecitato dai vertici della Delasem in Svizzera nell’autunno del 1944 finalmente si mosse, ma i fogli clandestini antifascisti affrontarono il problema solo sporadicamente.

 

I privati, le famiglie amiche, i conoscenti furono più rapidi e determinati perché la situazione di allarme parlò immediatamente alle loro coscienze. Contarono allora di più forme di concordanza fondate su rapporti familiari, professionali, lavorativi, di amicizia, di comunità. Si pensi ai vicini del rione del quartiere ebraico a Roma che nascosero centinaia di cittadini ebrei nelle cantine, nei solai, nei retrobottega dei negozi durante la terribile retata del 16 ottobre 1943 o gli amici che si strinsero talvolta in appartamenti di due, tre locali per ospitare i perseguitati.

È bene ricordare che non ci fu specifico pericolo incombente su chi dava protezione agli ebrei in particolare. Voci, successive alla guerra, di fantomatici proclami che diffidavano la popolazione dall’aiutare ebrei non sono avvalorate dai documenti. Malgrado la pesantissima atmosfera di intimidazione generale per chi non si conformava all’ordine costituito veniva arrestato e punito con la deportazione chi faceva parte o era sospettato di far parte di un movimento antifascista organizzato, o veniva colto a possedere una radio clandestina o armi. Alcuni dei nostri Giusti sono stati in questo senso doppiamente eroici, furono arrestati e deportati per aver generosamente soccorso degli ebrei nel quadro di una loro cosciente attività politica.

La principale forma di soccorso necessario agli ebrei in pericolo era l’occultamento in situazione dove essi non potessero essere più riconoscibili: per occultarsi occorrevano due cose, un ricovero diverso dalla propria abitazione e una falsa identità. Il primo più importante elemento di salvezza fu offerto, oltre che da generosi amici in case private, soprattutto da coloro che avevano a disposizione da offrire luoghi per dormire: conventi, monasteri, case religiose, ospedali.

Da ricerche da noi intraprese, risulta che i religiosi cattolici furono i principali attori dell’occultamento degli ebrei. La situazione di Roma fu particolare perché vide la presenza simultanea di tanti ebrei (una comunità che contava 11.000 membri) e di tanti conventi e case religiose: è naturale che gli ebrei che fuggivano terrorizzati dalla retata scatenata dai nazisti il 16 ottobre del 1943, se privi di amici non ebrei pronti ad accoglierli nelle loro case, bussassero disordinatamente alle porte dei conventi, unica ancora di salvezza. Ciò si verificò a Roma per il modo stesso in cui agì sugli animi la tragica sorpresa del rastrellamento. Negli altri luoghi le cose andarono diversamente, come in una benefica catena: di solito gli ebrei che si trovavano già in condizione di sfollamento in piccoli centri o paesi, giunti l’8 settembre e l’occupazione tedesca, ma ancor più, giunto l’ordine di arresto generalizzato italiano del 30 novembre 1943, si rivolgevano alla persona più in vista, e allo stesso tempo più degna di fiducia del paese, il parroco. Questi, non disponendo di luoghi in cui far dormire le persone bisognose, si rivolgeva ai conventi, ai monasteri vicini o ai seminari per raccomandare gli ebrei, divenuti suoi protetti. La catena dell’esercizio della carità cristiana, altrove che a Roma, fu quindi dispiegata dal clero secolare per una parte e dal clero regolare dall’altra, in una situazione in cui le case religiose e i conventi erano anche i luoghi dove gli sfollati si rifugiarono come primo ricovero dai bombardamenti alleati.

Le altre strutture di elezione per l’occultamento degli ebrei furono gli ospedali, dove occorreva la generosità del primario e la connivenza del personale infermieristico: l’Istituto Dermopatico italiano, il Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, il Policlinico Umberto I, a Roma, così come la casa di cura psichiatrica Villa Turina Amione diretta dal dottor Angela a San Maurizio Canavese e altri furono luogo di sollievo e rifugio.

Quanto all’altro importante elemento di salvezza, i documenti falsi, ricordiamo che per sopravvivere ne occorrevano di due tipi: una carta di identità o una tessera postale (quest’ultima di più fondata legittimità), e una tessera annonaria, distribuita dalle autorità a ogni cittadino, necessaria per ricevere la razione di cibo consentita dall’economia di guerra data nei negozi di alimentari. Gli ebrei in clandestinità erano privi sia delle prime sia delle seconde, per cui, oltre a correre un grande pericolo se colti con i propri documenti stampigliati con la dicitura «di razza ebraica», non avevano modo di procurarsi cibo necessario.

Come per tutti i ricercati, anche per gli ebrei si creò un vero e proprio mercato di falsi documenti, talvolta ceduti gratuitamente per spirito di generosità, talvolta pagati a caro prezzo. Benemeriti impiegati comunali si lasciarono «derubare» di carte di identità in bianco a Roma, Milano, Bellaria e altrove, mentre a Genova si sa che un impiegato comunale si fece pagare profumatamente.

Oltre alle carte in bianco occorrevano dati certi con cui riempirle, nuove fotografie e timbri e punzoni fabbricati appositamente da tipografi compiacenti. I dati falsificati recavano luoghi di residenza nell’Italia Meridionale, difficili da controllare in caso di fermo perché in zona già liberata dagli Alleati. Uno di questi falsari era Giorgio Nissim che con l’aiuto di don Paoli fabbricò decine di queste carte di identità avendo come base la casa degli Oblati a Lucca, altri furono Luigi e Trento Brizi ad Assisi, padre Benedetto Maria a Roma, il cosiddetto Centro X (diretto dal generale Bencivenga) che arrivò a produrre a Roma migliaia di false tessere annonarie su carta filigranata delle Cartiere di Fabriano, sottratta al Poligrafico dello Stato con un audace furto notturno.

Oltre alle comunità religiose o ospedaliere, talvolta ad agire furono comunità civili, come gli abitanti di un villaggio o abitanti di un caseggiato, in un concorso di sentimenti positivi. Mi sembra eccezionale il caso dei molti abitanti di Borgo San Dalmazzo che portarono cibo e generi di prima necessità alla caserma degli alpini, improvvisato campo di concentramento per gli ebrei arrestati a Valdieri ed Entracque per circa un mese, fino al 21 novembre. L’altro caso da segnalare è senz’altro quello della cittadina di Amandola in provincia di Ascoli Piceno, dove tutto il paese si mobilitò assieme alla famiglia del capostazione Brutti per trattenere la famiglia iugoslava degli Almuli Eskenazi, che si era fermata solo per la notte ed era intenzionata a raggiungere il Sud. Fu formato una specie di comitato di soccorso e ognuno procurò qualche cosa per la sopravvivenza nel rifugio rimediato: chi vestiario, chi cibo, chi biancheria da letto, chi stoviglie e pentole. Non fu da meno il paese di Cotignola in provincia di Ravenna, dove ben quaranta ebrei furono sistemati, forniti del necessario per vivere e di documenti falsi da un gruppo di paesani con in testa il professore di musica e il commissario prefettizio.

Gli ebrei, con l’emanazione del sopra citato ordine d’arresto n. 5 diffuso dal capo della polizia Tamburini ai prefetti la sera del 30 novembre del 1943, ricaddero nella categoria dei fuorilegge da arrestare sia da parte della polizia tedesca, sia italiana.

Se scoperti, erano senza scampo, destinati a essere mandati prima nelle prigioni e nelle camere di sicurezza locali, poi al campo di raccolta e di transito (di Fossoli, o di Bolzano poi), dove dovevano attendere il loro turno per la deportazione verso l’Est, eufemismo per dire essere assassinati con il gas oppure introdotti nel campo di sterminio di Auschwitz per essere sottoposti a lavoro-schiavo.

Ogni famiglia cercò di procurarsi la salvezza, tentando di occultare la propria identità confondendosi nel mare dell’anonimato. Si verificava la necessità di dover cambiare spesso residenza o rifugio, con il cuore in gola, con l’ansia di non riuscire a trovare una nuova sistemazione, con sempre meno oggetti personali e vestiti appresso, lasciati nel posto precedente. Su tutti incombeva il terrore di essere scoperti e arrestati assieme alle famiglie, la preoccupazione di procurarsi carte false, cibo e ricovero. Naturalmente riuscirono meglio coloro che avevano legami di familiarità con la parte cosiddetta ariana della popolazione e quindi, prime fra tutte, le famiglie miste, in cui solo un coniuge era ebreo e l’altro partner ariano. Questo è il caso in cui tutto un gruppo familiare era in grado di dare una mano per l’organizzazione della clandestinità. Ci mancano le statistiche, ma è facile pensare che la maggior parte dei salvataggi sia da ascriversi a questa situazione.

La seconda situazione ottimale era quella in cui il capofamiglia era stato (prima dell’autunno del 1938) uno stimato professionista con legami di amicizia e di sodalizio con colleghi e membri della società circostante.

Più una persona aveva allacciato legami di amicizia e di comunanza con la società che lo circondava, più possibilità aveva di essere aiutato, ciò valeva per gli ebrei italiani ma anche per gli ebrei stranieri profughi.

A questo proposito, menzione particolare va fatta all’alto numero di ebrei stranieri profughi o ex internati in Italia che si salvarono. Un fatto stupefacente che non ha pari negli altri paesi occupati dove, al contrario, gli ebrei stranieri e profughi furono in genere i più colpiti dalla persecuzione. Guardando alle statistiche, gli ebrei stranieri colpiti dalla Shoah sono la metà di quelli italiani, 1954 identificati i primi, 3.836 identificati i secondi. Le ragioni di questo fenomeno sono l’alta qualità del soccorso prestato dalla rete Delasem e dalle autorità ecclesiastiche per quanto riguarda gli ebrei «francesi» e l’alto grado di familiarità conseguita con la popolazione locale dai gruppi di iugoslavi in libero internamento in paesini del Centro e del Nord Italia. Tali profughi, di elevata cultura e professionisti costretti a fuggire, furono apprezzati dagli abitanti e, dopo l’8 settembre, protetti e fatti fuggire in massa, specialmente dalle province di Treviso e di Aosta.

La gamma degli interventi in favore degli ebrei andò dalla connivenza verbale, all’aiuto finanziario, all’occultamento dei beni, alla prestazione di ricovero e cibo, all’organizzazione del salvataggio, all’accompagnamento al confine italo-svizzero.

 

Rimane da menzionare le reti di assistenza, che sono giocoforza intitolate a singole persone e a singole situazioni, reti che tuttavia si possono scorgere in filigrana.

La prima e più importante, continuamente citata nelle singole vicende, è l’opera ebraica di soccorso Delasem già attiva legalmente sotto il governo fascista dalla fine del 1939. Divenuta clandestina, si appoggiò alle autorità ecclesiastiche di alto rango, oltreché a una vasta rete di connivenze costituita dai più disparati ambienti sociali: impiegati comunali, medici, industriali, diplomatici stranieri, tipografi. La Delasem stessa si rivolse, per ricevere assistenza nella distribuzione del denaro raccolto all’estero e per il reperimento di ricoveri nei conventi, al cardinal Pietro Boetto a Genova, al cardinal Elia Dalla Costa a Firenze, a monsignor Placido Nicolini vescovo di Assisi, al cardinal Fossati a Torino, al cardinale Schuster a Milano, e all’arcivescovo Antonio Torrini di Lucca, da tutti loro ricevendo un fraterno e solidale aiuto, che andò in alcuni casi fino a far rimuovere la regola della clausura in certi conventi di Firenze e Assisi.

A partire dalla seconda settimana di settembre del 1943 , l’organizzazione, che già si trovava a dover affrontare l’emergenza dei folti gruppi di ebrei provenienti dalla Iugoslavia che si trovavano in internamento, fu travolta dall’ondata di fuggitivi che era dilagata in Italia dalla Francia meridionale attraverso i passi alpini. Essa, che fino ad allora si era occupata di problemi organizzativi legati all’ emigrazione dei rifugiati stranieri presenti nella penisola e di problemi di assistenza sociale nei campi di internamento, per garantire agli stessi un livello di vita sopportabile, dovette rapidamente mutare obiettivi. Con la liberazione dall’internamento degli iugoslavi seguita alla caduta di Mussolini e l’arrivo dei «francesi», il numero di persone bisognose di sussidi in denaro aumentò vertiginosamente e ben presto si profilò l’urgenza di trovare loro ricovero (non ancora nascondigli poiché gli arresti iniziarono in Italia solo il mese successivo).

I profughi, anche per suggerimento dei responsabili della Delasem che fin dalla primavera precedente avevano accarezzato l’idea di spostare gli ebrei residenti nel Nord Italia al Sud in territorio liberato dagli anglo-americani, si diressero di preferenza verso le regioni meridionali. Di conseguenza, gli uffici della Delasem maggiormente coinvolti furono quelli che si trovavano lungo la linea Genova-Torino-Firenze-Roma. In queste quattro città, gli attivisti della Delasem (a Firenze denominata Comitato di soccorso ai profughi) dispiegarono ogni sforzo nell’opera di assistenza, confortati da un flusso di denaro proveniente dalla grande e benemerita organizzazione di soccorso American Jewish Joint Distribution Committee e da poche altre. Questa frenetica attività fu attuata fintanto che l’occupante tedesco non mise in piedi anche in Italia l’organizzazione degli arresti e delle deportazioni verso il campo di sterminio di Auschwitz, cioè fino a metà ottobre del 1943.

I rastrellamenti a Roma il 16 ottobre 1943 e a Genova il 3 novembre successivo misero in allarme non solo gli ebrei stranieri ma indistintamente tutti gli ebrei d’Italia, che furono costretti a passare massicciamente nella clandestinità. In queste condizioni, l’opera della Delasem cambiò di nuovo forzatamente fisionomia: mentre, tra il 1939 e il 1943, i principali destinatari dell’opera di assistenza erano stati gli ebrei stranieri, dall’ottobre del 1943 anche gli ebrei italiani si trovarono ad avere esattamente le stesse necessità. Occorreva: a) cercare nascondigli; b) riuscire a distribuire denaro necessario alla sopravvivenza dei clandestini; c) fabbricare falsi documenti necessari per circolare, ma anche per procurarsi carte annonarie; d) trovare vie sicure per sconfinare in Svizzera.

La Delasem stessa passò nella clandestinità e i suoi attivisti, per poter continuare a operare, dovettero chiedere l’aiuto del mondo ecclesiastico: filiera per eccellenza era la Chiesa cattolica con le sue ramificazioni gerarchiche e territoriali e con la sua consolidata esperienza di esercizio del diritto di asilo.

Talvolta i soccorritori facevano parte non già della popolazione civile o ecclesiastica «spettatrice», ma addirittura dell’universo delle pubbliche autorità, cioè di coloro che erano supposti essere «i persecutori», come funzionari di polizia, carabinieri, finanzieri, podestà, commissari prefettizi, perfino «camicie nere».

Questi, talvolta anticiparono le notizie dei prossimi arresti, talvolta chiusero un occhio sull’esibizione di documenti non del tutto a posto, talvolta aiutarono a trovare sistemazioni o nascondigli, talaltra fornirono essi stessi documenti falsi. Tutti, naturalmente, erano tenuti a eseguire gli ordini, non obbedire era un’insubordinazione, ma a un certo punto della catena un anello si rompeva; questo avvenne ai livelli più alti, per esempio, per i funzionari degli uffici stranieri delle questure di Roma e di Fiume nelle persone di Angelo De Fiore e di Giovanni Palatucci, come per alcuni podestà (carica simile a sindaco, non elettiva, bensì di partito) di piccoli comuni come Ercole Piana, podestà di Bard, Francesco Garofano, podestà di Grognardo, Roberto Castracane, podestà di Villa Santa Maria, Vittorio Zanzi, commissario prefettizio a Cotignola, Giacomo Bassi, segretario comunale a Canegrate. Si hanno anche casi di carabinieri che corsero ad avvertire le prossime vittime di un imminente arresto come nel caso del maresciallo Enrico Sibona a Maccagno o Carlo Ravera ad Alba, o del maresciallo Osman Carugno, che a Bellaria aiutò un cospicuo gruppo di ebrei iugoslavi a trovare un rifugio.

L’aiuto agli ebrei fu un aiuto morale, ma dispiegato con mezzi materiali: occorrevano disponibilità economiche per ospitare una famiglia priva di carte annonarie, bisognosa di tutto, dal vestiario ai libri da leggere. Questo, in una economia di guerra, in un panorama di angoscia martellante, di bombardamenti, di penuria di cibo, di costante paura delle retate, ci fa percepire meglio l’ampiezza dei sacrifici messi in atto da quelli che hanno condiviso per giorni e mesi, talvolta per anni, la vita con gli ebrei.

 

Per il riconoscimento di un Giusto occorre che il salvato o i suoi discendenti rivolgano una richiesta a Yad Vashem che, a sua volta, fa scattare una indagine che coinvolge anche i discendenti del salvatore. Se l’indagine si mostra positiva, nel giro di poco più di un anno il titolo viene concesso.

La maggior parte di essi chiede: «Ma che cosa ho fatto di speciale?» oppure «È stata poca cosa, e del tutto naturale, che cosa avreste fatto, voi, al mio posto?».

Francamente, non crediamo alle predisposizioni, crediamo piuttosto che ogni persona possa trovarsi in ogni momento della propria vita a un bivio tra il bene e il male e che ogni volta abbia la possibilità di scegliere che cosa sia il meglio per sé e per gli altri. Ci sono, è vero, schiere di persone che non si pongono mai in condizione di dover scegliere, ma il fatto che troviamo Giusti in ogni strato sociale e a ogni livello di istruzione, maestri, ecclesiastici, donne di servizio, portinai, impiegati, funzionari pubblici, contrabbandieri, medici, militanti politici, artigiani, capistazione, dimostra che quella del salvatore non è una vocazione, è una situazione in cui si potrebbe trovare ognuno di noi a un certo momento della vita. Sarebbe difficile trovare tra i Giusti un denominatore comune, se non un istintivo rifiuto alla disumanità cui le circostanze d’allora obbligavano.

 

Bibliografia:

I Giusti d’Italia I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945. - Yad Vashem - Edizione Italiana di Liliana Picciotto – Mondadori Oscar Storia 2006

Fondazione CDEC, Milano

 

Dimanche 22 janvier 2012 7 22 /01 /Jan /2012 06:58
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