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dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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La COSTITUZIONE italiana

L’articolo offre degli spunti di riflessione sull’ordinamento della nostra Repubblica, ancor oggi di attualità. Già durante i lavori dell’Assemblea Costituente, per la definizione di alcuni articoli della Costituzione (ad esempio sul bicameralismo), erano state avanzate delle proposte poi lasciate cadere.

 

Alcune date significative della storia della Repubblica

12 aprile 1944Le stazioni radio di Bari e di Napoli trasmettono il proclama Vittorio Emanuele III agli italiani (sarà il suo ultimo): «Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica, nominando Luogotenente generale mio figlio. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l'unità nazionale, è definitiva e irrevocabile ».

Così esce praticamente di scena il vecchio re, dopo un regno di quarantaquattro anni, durante il quale ha visto l'età di Giolitti, la guerra di Libia e la prima guerra mondiale, la vittoria e il difficile ritorno alla pace; ha visto un'Italia libera e democratica, e poi ha ceduto al fascismo.

22 aprile 1944Si forma un nuovo governo. Badoglio ne è ancora il capo, ma i ministri non sono di scelta regia e rappresentano tutti i partiti antifascisti.

18 giugno 1944Non più il Capo dello Stato ma il Comitato di Liberazione Nazionale designa, come presidente del Consiglio, Bonomi. Badoglio si ritira a vita privata. I membri del Governo giurano ancora nelle mani del Luogotenente, ma con la seguente formula: «I sottoscritti ministri e sottosegretari di Stato italiani si impegnano sul loro onore di esercitare le loro funzioni per i supremi interessi della nazione e di non commettere alcun atto che possa in qualsiasi maniera pregiudicare la soluzione del problema istituzionale prima della convocazione dell’Assemblea Costituente».

25 aprile 1945:Insurrezione nazionale.

16 marzo 1946: decreto luogotenenziale n° 99

Stabiliva che «contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente» il popolo sarebbe stato chiamato a decidere, mediante «referendum», sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia). L'Assemblea Costituente aveva il compito di fissare e regolare la forma dello Stato con norme della Costituzione.

Lo stesso decreto affidava all'Assemblea Costituente una serie di attribuzioni politiche e legislative. Le affidava innanzi tutto la elezione del Capo Provvisorio dello Stato, qualora il «referendum» avesse fatto prevalere la Repubblica sulla Monarchia e il controllo politico sul Governo, dichiarato responsabile nei suoi confronti, il che implicava la investitura fiduciaria del Governo stesso e la facoltà di obbligarlo alle dimissioni mediante una mozione di sfiducia. Quanto alla funzione legislativa, il decreto stabiliva che durante il periodo della Costituzione e sino alla convocazione del Parlamento, instaurato dalla nuova Costituzione, il potere legislativo sarebbe rimasto delegato al Governo.

Il decreto prefissava altresì la «durata» dell'Assemblea Costituente, stabilendo che essa sarebbe stata sciolta di diritto il giorno della entrata in vigore della nuova Costituzione.

Infine veniva fissata la data storica della elezione della Assemblea Costituente; storica, per vero, a duplice titolo; perché in quella giornata - che fu il 2 giugno 1946 - il popolo italiano sarebbe stato chiamato a decidere la forma dello Stato, optando tra la Monarchia e la Repubblica, e inoltre avrebbe scelto i componenti dell'Assemblea Costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato italiano.

Il decreto legislativo, che disponeva queste così importanti determinazioni era, come tutti i decreti legislativi del tempo, un provvedimento del Governo - il secondo, dopo la liberazione del territorio nazionale, e presieduto dall’on. De Gasperi -, ma era stato preceduto da un parere della Consulta Nazionale. Questa Consulta era stata istituita dopo la liberazione del territorio nazionale e ad essa partecipavano esponenti delle forze politiche, che si erano affermate dopo la liberazione, e uomini politici del tempo prefascista benemeriti della Nazione per i loro precedenti «parlamentari», o per la loro resistenza al regime, come Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Nitti, Enrico De Nicola e Benedetto Croce, ma senza che la Consulta rappresentasse effettivamente, e nella proporzione delle sue divisioni politiche, la comunità dei cittadini.

La discussione svoltasi in questa Assemblea in poche giornate, ai primi di marzo del 1946, segnò l'apoteosi di Vittorio Emanuele Orlando. Il vecchio parlamentare, il Presidente della Vittoria al tempo della prima guerra mondiale, ma anche il celebre professore di diritto pubblico, era stato chiamato a presiedere la Commissione incaricata di esaminare lo schema del provvedimento legislativo, e fu lui che ne accompagnò la relazione nell'aula di Montecitorio con un discorso smagliante, che indusse il Presidente della Consulta Nazionale a proclamare l'affissione tra gli applausi dell'Assemblea.

Per la prima volta nella storia dello Stato italiano, il popolo sarebbe stato chiamato ad un «referendum» nazionale per una decisione politica di tanta importanza - le consultazioni popolari precedenti risalivano ai plebisciti di annessione, rimessi a un corpo elettorale molto limitato -; ed era anche la prima volta che lo Stato italiano avrebbe avuto una «sua» Costituzione, deliberata da un'Assemblea Costituente, in luogo dello Statuto del Regno, una carta costituzionale «concessa» nel 1848 dal re Carlo Alberto per il Regno sardo piemontese e divenuta Statuto del Regno d'Italia per estensione plebiscitaria.

 

I lavori della Costituente

Venne istituito un ministero per la Costituente, al quale venne preposto l'on. Pietro Nenni.

Pietro Nenni Fornito di un numero esiguo di funzionari, il temporaneo ministero per la Costituente visse in lotta col tempo, giacché la data del 2 giugno 1946 costituiva un termine non superabile, in vista del quale si sarebbe dovuto predisporre la legge elettorale, attendere alla convocazione dell'Assemblea Costituente, provvedere all'opera di informazione del pubblico e di preparazione del materiale di studio, ritenuto utile per elaborare la nuova Costituzione dello Stato.

Vennero costituite tre Commissioni: la Commissione economica, la Commissione per la riorganizzazione dello Stato e la Commissione per i problemi del lavoro, tutte formate da tecnici e cattedratici della materia, di uomini politici qualificati, nonché di funzionari dello Stato appartenenti alle alte magistrature.

Il ministero per la Costituente curò la pubblicazione di un «Bollettino di informazioni e di documentazione», largamente diffuso e che si vendeva anche nelle edicole dei giornali. Lo scopo e il tono del Bollettino era quello di divulgare in forma succinta ed accessibile a tutti le nozioni necessarie per comprendere i compiti affidati all'Assemblea Costituente, aggiornando i lettori sulle maggiori Costituzioni del mondo, sui movimenti costituzionali in atto, sui problemi e sulle scelte possibili, che attendevano l'Assemblea Costituente.

 manifesto per Costituente scrutinio referendum 2 giugno 1946

In perfetta osservanza del termine prefissato, con ordinata operazione di voto e una assai alta partecipazione dei cittadini alle urne, l'Assemblea Costituente veniva eletta nei giorni 2 e 3 giugno 1946, risultando composta di 556 «onorevoli costituenti», tra cui 21 donne.

1946 ripartizione seggi Assemblea costituente

Il sistema proporzionalistico, adottato per la sua elezione, conferì all'Assemblea Costituente una rappresentanza politica variegata. Se la dominavano i rappresentanti di tre partiti: la Democrazia Cristiana in testa con 207 «costituenti», il Partito Socialista con 115, il Partito Comunista con 104. L'Unione Democratica Nazionale, un raggruppamento che raccoglieva liberali, democratici del lavoro e indipendenti ottenne 41 rappresentanti; il Fronte dell'Uomo Qualunque» 30 rappresentanti capeggiati dal suo fondatore Guglielmo Giannini, un noto commediografo giornalista, che aveva suscitato un movimento politico intorno al suo giornale intitolato «L'Uomo qualunque»; 23 rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano, ancorato al programma del Partito Repubblicano storico; e 36 rappresentanti di gruppi politici minori, quali Blocco Nazionale della Libertà, il Partito d’Azione, il partito dei Contadini ed altri.

giugno 1946 lavori CostituenteRiunitasi il 25 giugno 1946 per la prima volta a Montecitorio, prescelto a sua sede, sotto la presidenza del decano Vittorio Emanuele Orlando, l'Assemblea si elesse prima di tutto il suo Presidente nella persona di Giuseppe Saragat. Indi provvide alla elezione del Capo Provvisorio dello Stato nella persona di Enrico De Nicola, avendo il «referendum» sulla questione istituzionale attribuito una netta vittoria alla forma di Stato repubblicana.

Si stabilì di deferire l’incarico ad una Commissione, composta da 75 «costituenti» e da questo numero denominata poi la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, già Presidente del Consiglio di Stato, appartenente al Partito Democratico del Lavoro. I 75 «costituenti» designati dal Presidente dell'Assemblea furono, in pratica, i facitori della Costituzione e furono scelti in proporzione alla forza numerica dei gruppi politici, che componevano l'Assemblea. Nella Commissione restarono compresi eminenti personalità degli stessi partiti, come Palmiro Togliatti e Attilio Piccioni, giovani e meno giovani «costituenti », sino allora ignoti, ma tra i quali alcuni sarebbero saliti ad alti ed altissimi ranghi della vita politica italiana, come Luigi Einaudi, Giovanni Leone, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Umberto Terracini e Paolo Rossi. E vi erano presenti «tecnici» di grande prestigio, come i professori di diritto pubblico Piero Calamandrei, Costantino Mortati, Tommaso Perassi.

La Commissione dei 75 fu suddivisa in tre sottocommissioni, a ciascuna delle quali fu assegnato di predisporre una diversa parte del progetto, rimettendosi ad un Comitato ristretto, chiamato di «redazione», la coordinazione delle parti, e alla Commissione nel suo «plenum» le decisioni sui punti rimasti controversi e l'approvazione finale.

Si era d'accordo che la nuova Costituzione italiana sarebbe stata una Costituzione lunga, un testo costituzionale non limitato a stabilire l'organizzazione fondamentale dello Stato, bensì a determinare, anche nei sommi suoi istituti e princìpi, l'assetto economico e sociale della Nazione.

La materia costituzionale fu così ripartita: alla prima sottocommissione si attribuirono i rapporti civili, e cioè la determinazione della posizione del cittadino come persona, nei suoi diritti fondamentali di libertà, e come partecipe della vita politica della comunità, nei suoi diritti e doveri politici fondamentali. Alla seconda sottocommissione l’ordinamento costituzionale della Repubblica con la determinazione degli organi supremi, nonché delle loro attribuzioni. Alla terza sottocommissione infine i diritti e i doveri economico-sociali, con la determinazione dei diritti del cittadino lavoratore, della iniziativa economica privata rispetto all'intervento dello Stato nella vita economica nazionale, la delimitazione più moderna e circoscritta del diritto di proprietà privata, nonché il controllo sociale della vita economica.

Vi furono delle proroghe rispetto ai tempi previsti: queste furono causate anche dall'esercizio dell'attività politico-legislativa, che in certi momenti assorbì interamente l'Assemblea e con la quale si alternava la discussione e la votazione dei singoli articoli del testo costituzionale.

Episodi culminanti di questa attività, diversa ed estranea al compito primario dell'Assemblea, furono le discussioni per la investitura fiduciaria dei tre «ministeri», sempre capitanati dall'on. De Gasperi, discussioni delle quali la più intensa fu quella per la investitura del Governo «monocolore democristiano» nel giugno 1947. Tale Governo seguiva quello che si era chiamato governo «tripartito», nel quale cioè si erano associati per la guida politica e amministrativa del Paese i tre maggiori partiti (Democrazia Cristiana, Partito Comunista e Partito Socialista); e la crisi relativa comportava la estromissione da cariche di governo dei rappresentanti del Partito Comunista. A questa crisi politica aveva contribuito la scissione del Partito Socialista nell'ultimo suo congresso tenuto a Palazzo Barberini, con la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani ad opera di Giuseppe Saragat: un evento politico che aveva indotto lo stesso on. Saragat a dimettersi dalla carica di Presidente dell'Assemblea Costituente.

Al suo posto, venne eletto Umberto Terracini, al quale toccò l'onere e l'onore di dirigere la discussione e l'approvazione da parte dell'Assemblea Costituente della nuova Costituzione.

L'Assemblea partecipò ampiamente all'esercizio della funzione legislativa, quale organo consultivo del Governo, cui tale funzione era stata affidata durante il periodo della Costituente, esaminando un numero cospicuo di disegni di legge.

L'Assemblea Costituente iniziò l'esame del progetto di Costituzione il 4 marzo 1947. Il progetto venne innanzitutto sottoposto ad una valutazione complessiva, da cui emersero problemi che avrebbero poi dato luogo alle maggiori discussioni dell'analitica disamina dei suoi 139 articoli.

I maggiori riguardarono:

  1. la introduzione di un preambolo enunciativo di dichiarazioni politico-giuridiche;
  2. i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica e la recezione del Trattato e del Concordato del Laterano nella Costituzione;
  3. la introduzione dell'ordinamento regionale nella struttura dello Stato con la salvaguardia della sua unità;
  4. la istituzione di una seconda Camera, nel progetto chiamata «Camera dei senatori» e specialmente la sua composizione, che il progetto aveva collegata all'ordinamento regionale e ristretta a cittadini qualificati;
  5. la istituzione dell'Assemblea Nazionale, risultante dalle due Camere riunite, cui venivano commessi adempimenti politici di massima rilevanza, dalla elezione del Presidente della Repubblica alla investitura fiduciaria del Governo, alla mobilitazione e alla entrata in guerra, alla deliberazione dell'amnistia e dell'indulto;
  6. la istituzione di una Corte Costituzionale, con il compito precipuo di sindacare la costituzionalità delle leggi;
  7. il diritto di sciopero, dal progetto concesso senza limiti di sorta «a tutti i lavoratori», ma che si voleva limitare con riguardo precipuo ai pubblici servizi, e che si concluse con l'aggiunta «nei limiti della legge».

I verbali delle numerose sedute testimoniano che i «costituenti» seppero essere pari all'alto compito loro affidato. Non tutti i «costituenti» presero la parola, anzi la maggior parte non intervenne che con il voto; ma la presenza alle sedute fu quasi sempre elevata e sempre cospicua la partecipazione alle numerose votazioni. Furono ancora i componenti della Commissione che si distinsero nel dibattito accanto naturalmente ad altri «costituenti» e ai maggiori esponenti dei partiti politici, nonché ai ministri e al Presidente del Consiglio in carica, che peraltro tennero i loro discorsi dagli scranni dei deputati e non dal banco del Governo.

Situazione al settembre 1947

Nei primi giorni del mese passava in discussione la seconda parte del testo costituzionale, destinato all'ordinamento della Repubblica.

Proposte lasciate cadere:

  • la proposta di una sola Camera, ma la seconda Camera, che tornò ad essere denominata Senato (della Repubblica) perdette quella composizione differenziata in ordine alla scelta dei suoi componenti, che il progetto aveva introdotto, e si assimilò alla Camera dei deputati;
  • la proposta di una elezione direttamente popolare del Presidente della Repubblica, che i redattori del progetto avevano respinto;
  • la istituzione dell’Assemblea Nazionale. Si previdero soltanto le Camere riunite in seduta comune con attribuzioni limitate.

Passarono:

  1. l'ordinamento regionale. Fu aggiunta la Regione del Friuli-Venezia-Giulia alle Regioni ad autonomia speciale e reintrodotte accanto ai Comuni le Province, che il progetto aveva degradato a sole circoscrizioni amministrative di decentramento statale e regionale;
  2. la istituzione della Corte Costituzionale e il sistema per la revisione della Costituzione.

 

Approvate anche le disposizioni finali e transitorie, si volle anche sottoporre il testo costituzionale ad una politura letteraria ad opera di illustri linguisti, quali Antonio Baldini, Concetto Marchesi e Pietro Pancrazi.

Il giorno 22 dicembre 1947 il testo definitivo del progetto con i suoi 139 articoli e le disposizioni finali e transitorie, venne sottoposto al voto segreto di tutti i 515 «costituenti» presenti alla solenne seduta - anche il Presidente Terracini volle partecipare alla votazione, abbandonando il suo seggio a un Vice Presidente -, ed esso risultò approvato con 453 voti favorevoli e 62 contrari.

Proclamato l'esito della votazione fra generali applausi e conclusa la seduta in un'atmosfera di soddisfazione e anche di commozione, dopo i discorsi dell'on. De Gasperi e di Vittorio Emanuele Orlando, l'Assemblea Costituente non si sciolse ancora. Una disposizione transitoria della Costituzione stabiliva infatti che essa sarebbe stata convocata per deliberare, entro il 31 gennaio 1948, sulla legge per l'elezione del Senato, sugli Statuti regionali speciali e sulla stampa. Inoltre l'Assemblea avrebbe mantenuto, fino alla elezione delle nuove Camere, i compiti di controllo politico e di attività legislativa, che il decreto legislativo istitutivo del 1946 le aveva conferito; e in effetti le Commissioni permanenti, da essa costituite per l'esame dei progetti legislativi del Governo, rimasero a disposizione di questo.

Nel periodo residuo della sua attività di corpo politico, l'Assemblea Costituente approvò, con leggi costituzionali, gli Statuti della Sardegna, della Valle d'Aosta, del Trentino-Alto Adige e della Sicilia.

emblema-Repubblica-italiana.jpgInfine approvò, completando la disposizione costituzionale sulla bandiera nazionale, l’emblema dello Stato: «La stella a cinque raggi di bianco bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota d'acciaio dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro rosso, con la scritta in bianco in carattere capitale: Repubblica Italiana».

  

Bibliografia:

Antonio Amorth, I lavori dell'Assemblea Costituente

     in “Dal 25 luglio alla Repubblica. 1943-1946”, ERI 1966

Mercredi 30 avril 2014 3 30 /04 /Avr /2014 07:00

Dall'unità d'Italia alla Costituzione

 

Il papa «prigioniero» in Vaticano

Nel 1870, il papa è l’ultimo ostacolo politico all’unità d’Italia.

Per il Risorgimento, la difesa dello Stato pontificio – sotto l’autorità dei vescovi di Roma dall’VIII secolo – è diventato simbolo della lotta della Chiesa contro il mondo moderno. Una lotta destinata al fallimento, in quanto questi territori dividono la penisola nel mezzo e la loro scomparsa è la condizione per la sua unificazione.

La guerra franco-prussiana dà agli italiani l’occasione per far finire questa situazione. Il 20 settembre 1870, i Piemontesi entrano a Roma. Pio IX abbandona la sua residenza del Quirinale per rifugiarsi in Vaticano, dove si considera allora come prigioniero.

1870 breccia di Porta Pia

Poco dopo, il 13 maggio 1871, l’Italia vota una «legge delle guarentigie» che accorda al papa e all’amministrazione della Chiesa - la Santa Sede - certi vantaggi, tra cui la possibilità di intrattenere delle relazioni diplomatiche e il godimento dei palazzi del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo, ma senza beneficiare di una qualunque extraterritorialità, ivi compresa la basilica di San Pietro.

Pio IX, per il quale la sovranità territoriale è la garanzia dell’indipendenza spirituale del trono apostolico, rifiuta. Inoltre, risponde riaffermando il divieto fatto nel 1868 ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica: è il Non expedit (non conviene); né eletti né elettori. Questo non impedisce ai cattolici di partecipare alle elezioni locali e di avere un peso nella vita sociale del paese mediante delle potenti associazioni, con tutta una rete di cooperative, di giornali e anche delle banche.

I successori di Pio IX (Leone XIII, Pio X, Benedetto XV) mantengono formalmente il Non expedit, pur inviando qualche segno di apertura. E nelle elezioni del 1913, di fronte alla possibilità di un successo socialista, i cattolici sono invitati a votare per dei candidati liberali. Si dovrà tuttavia attendere il 1919 perché Benedetto XV tolga una volta per tutte il Non expedit e che il Partito Popolare, appena fondato da un prete siciliano, Don Luigi Sturzo, faccia eleggere 100 deputati alla Camera.

Poi dopo l’arrivo al potere di Mussolini, iniziano delle trattative riservate con il governo fascista. Questi sfociano nella firma dei Patti del Laterano, l’11 febbraio 1929, tra Mussolini e il cardinal Gasparri, segretario di Stato della Santa Sede.

1929-firma-patti-lateranensi.jpg

Un trattato internazionale crea lo Stato della Città del Vaticano (il più piccolo del mondo, 44 ettari), un concordato rende la religione cattolica la religione dello Stato italiano, e un indennizzo finanziario compensa il Papato della perdita dello Stato Pontificio.

Il papato dispone tuttavia ancora di un potere temporale, anche se simbolico, ma al prezzo di un accordo momentaneo con uno Stato totalitario, il che gli procura numerose critiche. Alcuni cattolici, inoltre, si interrogano sulla necessità di questo ritorno al potere temporale della Chiesa.

Negli anni seguenti, Pio XI non risparmia critiche al regime fascista. Ciò non impedisce a Mussolini di desiderare che si attui la conciliazione del 1929 con l’apertura di una via trionfale che unisce il Tevere alla basilica di San Pietro. I lavori vengono iniziati nel 1939 ed è in occasione dell’anno santo del 1950 che viene inaugurata la grandiosa prospettiva che conduce oggi al cuore della Cristianità.

Era questa, per sommi capi, la complicata situazione che stava di fronte ai deputati dell'Assemblea Costituente che avevano il compito di ripensare i rapporti della nuova Italia, democratica e repubblicana, non più fascista e monarchica, con la Chiesa cattolica.

 

Articolo 7 della Costituzione Italiana:

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

 

Stato italiano e Stato del Vaticano: la questione romana

Il problema dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa si complicò soprattutto a motivo delle particolari vicende storiche che avevano condotto, nel 1861, alla nascita dell'Italia unita. È necessario perciò ricordare brevemente i termini della cosiddetta "questione romana".

È noto che il regno d'Italia, proclamato nel 1861, non comprendeva, tra gli altri, il territorio del Lazio, che faceva parte dello Stato pontificio.

Si trattava, quindi, di portare a compimento l'unità territoriale del Paese. Ma si trattava anche di definire ex novo i rapporti con la Chiesa, che di fatto vedeva ridimensionato il proprio potere temporale. Compito tutt'altro che semplice, se si pensa che il papa, Pio IX, non aveva ancora riconosciuto le annessioni del 1859. Si giunse, tra alterne vicende, e in un preciso contesto internazionale, al noto epilogo del 1870: il governo diretto da Giovanni Lanza ordinò al generale Cadorna di passare all'azione e il corpo di spedizione aprì una breccia nelle mura di Roma, a Porta Pia, liberando la città e ponendo fino al potere temporale dei papi (20 settembre 1870).

Nell'ottobre dello stesso anno un plebiscito sanzionò l'annessione di Roma e del Lazio e nel luglio successivo la capitale e il Governo furono trasferiti a Roma.

La contrarietà della Chiesa a qualsiasi forma di accordo complicò il compito di definire i suoi rapporti con lo Stato. Tali relazioni. perciò, non furono stabilite da un trattato bilaterale, ma da un atto unilaterale, cioè da una legge dello Stato, la cosiddetta legge delle guarentigie. La Chiesa continuava a non riconoscere ufficialmente lo Stato italiano e, da questo punto di vista, fu del tutto coerente il celebre non expedit (dal latino: non conviene) pronunciato dalla Curia romana nel 1874: i cattolici venivano invitati ad astenersi dalla vita politica del nuovo Stato, giacché qualsiasi forma di partecipazione sarebbe equivalsa a un suo riconoscimento.

Dato il peso oggettivo del mondo cattolico in Italia, si può capire l'enorme problema che stava di fronte alle classi dirigenti del Paese. Lo Stato, come si dice, poteva contare su basi di consenso molto ristrette: erano pochi i cittadini che davvero si riconoscevano nelle istituzioni e che le sentivano come proprie. La lacerazione con la Chiesa, certo, non aiutava.

Si può capire, soprattutto, la soddisfazione di Mussolini, che potè presentare i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) come la definitiva chiusura della questione romana: in effetti la Chiesa, in cambio di rilevanti privilegi come, tra gli altri, il riconoscimento che la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato e che l'Italia considera fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica, riconosceva finalmente in via ufficiale lo Stato italiano.

 

1929 da La Gazzetta del Popolo

Il carattere laico dello Stato italiano risultava assai attenuato, mentre la Chiesa acquistava privilegi che non avrebbe mai ottenuto dalla classe dirigente liberale prefascista, come il matrimonio religioso con effetti civili e l'introduzione nelle scuole dell'insegnamento della dottrina cattolica, «fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica». Inoltre, alle organizzazioni dipendenti dall'Azione cattolica era consentito continuare a svolgere la loro attività sotto il controllo delle gerarchie ecclesiastiche. Si trattava di un provvedimento di straordinaria importanza, se si considera che uno dei primi atti della dittatura era stato lo scioglimento di tutte le associazioni non fasciste. Rispetto alla massa dei cittadini privati del diritto di associarsi liberamente, i cattolici potevano invece mantenere in piedi la loro rete organizzativa che, formalmente finalizzata all'azione spirituale, in realtà continuava ad agire in ogni settore della vita civile.

Per il fascismo, che puntava a ottenere il controllo assoluto dell'intera società, era un'autolimitazione notevole. Eppure Mussolini aveva dovuto fare queste concessioni: l'appoggio della Santa Sede, più ancora che il sostegno della monarchia, rappresentava un pilastro fondamentale per l'edificio fascista. Fino a quando i rapporti tra il Duce e il Vaticano fossero rimasti armonici, alto e basso clero avrebbero assicurato l'obbedienza e persino il consenso delle masse cattoliche alla dittatura.

 

I Patti Lateranensi

Sono divisi in tre parti: il trattato internazionale (con esso, la Santa Sede riconobbe l'Italia come Stato ufficiale e in cambio ottenne la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano), la convenzione finanziaria (con la quale l'Italia diede una forte indennità in denaro al Papa come risarcimento per la perdita dello Stato Pontificio), il concordato (con il quale si regolarono i rapporti interni fra Stato e Chiesa).

Il concordato, la parte più importante dei Patti, ridusse sensibilmente il carattere laico dello Stato stabilendo, per esempio, la validità civile del matrimonio religioso, l'impegno a impartire l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole dello Stato, la negazione dei pieni diritti civili ai sacerdoti. In generale, fu la Chiesa a ottenere una posizione di privilegio nei rapporti con lo Stato, rafforzando notevolmente la sua presenza nella società.

 

Nel febbraio del 1984, Craxi a nome del governo da lui presieduto firmò con la Santa Sede un nuovo concordato che ritoccò gli accordi precedenti, rendendo facoltativa l'ora di religione nelle scuole, abolendo il nulla osta vescovile per l'assunzione da parte dello Stato di un ecclesiastico, lasciando alla totale competenza del papato la nomina dei vescovi.

Vendredi 29 avril 2011 5 29 /04 /Avr /2011 07:00

Disposizione XII della Costituzione Italiana

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

 

La Costituzione italiana è il frutto di un grande sforzo politico collettivo per rigenerare la vita politica su basi costituzionali dopo la tragedia della dittatura fascista e le drammatiche dissoluzioni operate sulla vita materiale e spirituale del Paese. Ciò spiega l'impostazione antifascista della nostra Costituzione sia nei principi, più profondi e più importanti, antiautoritari e democratici, sia nelle norme più esplicite, come la Disposizione XII che vuole essere non un elemento di rivalsa o di vendetta ma solo, e giustamente, un'ulteriore garanzia per la democrazia italiana. Soprattutto allora, a guerra appena finita, quando il pericolo di un rigurgito fascista era ancora molto forte e vivo il ricordo della trasformazione da regno democratico-liberale a dittatura. Si capisce chiaramente, allora, il timore che spinse i padri costituenti a deliberare tale disposizione, anche perché una delle condizioni dell'armistizio dell'8 settembre 1943, imposte dagli alleati angloamericani all'Italia, era stata l'introduzione di sanzioni contro il fascismo e i suoi esponenti

La volontà evidente degli alleati, come della classe politica al Governo, era quella della defascistizzazione dello Stato. Così, già dal 1945 vennero emanate norme penali (poi modificate nel 1947, nel 1952 e nel 1975) miranti a colpire la ricostituzione del partito fascista e le attività neofasciste, secondo queste tipologie

 

      repressione dei fatti di promozione, organizzazione e partecipazione al regime fascista nel periodo monarchico e poi durante la Repubblica sociale italiana;

 

      punizione dei reati di intelligenza e di collaborazione con i tedeschi durante l'occupazione militare del Paese;

 

      repressione della ricostituzione del disciolto partito fascista e delle attività neofasciste.

 

1938-addestramento-al-passo-romano.jpg

Truppe della milizia fascista che, nel gennaio 1938, si addestrano al passo romano.

 

Vennero così emanati dei provvedimenti di epurazione nei confronti dei pubblici impiegati delle amministrazioni civili e militari dello Stato. In realtà, i provvedimenti di epurazione ebbero scarsa efficacia perché prevalse l'orientamento verso una generale pacificazione degli animi.

Di particolare rilievo le misure penali contro gli alti gerarchi, che prevedevano l'ergastolo e, nei casi più gravi, la pena di morteper i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti, colpevoli di avere annullato le garanzie costituzionali, distrutte le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesse e tradite le sorti del paese condotto alla attuale catastrofe(art. 2, Decreto legislativo n. 159/1944). Erano inoltre previste pene per chi aveva organizzato squadre fasciste, compiuto atti di violenza e di devastazione, promosso o diretto l'insurrezione del 28 ottobre 1922 o il colpo di Stato del 3 gennaio 1925.

Più pesanti le norme penali che colpivano il collaborazionismo militare o politico con i tedeschi dopo l'8 settembre, a cui si applicarono le sanzioni previste dal codice penale militare di guerra. In realtà, la punizione di questi gravissimi reati fu intensa solo nei primi mesi dopo la liberazione e nelle zone del nord d'Italia; successivamente, vari provvedimenti di amnistia cancellarono gli effetti penali della maggior parte dei processi contro i collaborazionisti.

Così, anche se mancava una destra politicamente attiva, molti erano gli uomini implicati con il fascismo e con la Repubblica di Salò in circolazione. Infatti, già nel dicembre del 1946 si costituì il Movimento sociale italiano (Msi), direttamente collegato, per ideologia e per uomini. al disciolto Partito nazionale fascista. Ci fu chi sostenne che, Disposizione XII alla mano, anche l'Msi dovesse essere sciolto. In realtà, esso ebbe i suoi parlamentari regolarmente eletti, tenne congressi regolari e svolse regolare attività politica. Ma l'insurrezione di Genova, nel luglio del 1960, contro un congresso dell'Msi che cercava di legittimarsi come partito di governo senza nascondere la sua continuità ideologica col passato, dimostra quanto vivo fosse il sentimento antifascista in Italia e quanto previdente sia stato il divieto della disposizione.

 

L’attuale disciplina (legge n. 152, del 22 maggio 1975) stabilisce che si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando un'associazione, un movimento o un gruppo di almeno cinque persone perseguono finalità antidemocratiche, esaltando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o svolgendo propaganda razzista, ovvero esaltando esponenti o metodi del partito fascista o compiendo manifestazioni esteriori di carattere fascista.

Le pene previste sono:

 

      promotori e organizzatori dell'associazione neofascista: reclusione da 5 a 12 anni;

 

      partecipanti: reclusione da 2 a 5 anni.

 

Le pene sono raddoppiate se l'associazione assume il carattere di organizzazione armata o paramilitare.

La legge punisce, inoltre, l'apologia di fascismo come la propaganda volta alla costituzione di un associazione neofascista, la pubblica esaltazione di principi, esponenti e metodi del fascismo, l'attuazione di manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero proprie del nazismo in occasione di pubbliche riunioni. Per tali reati sono previste pene che possono arrivare fino a 5 anni di reclusione.

 

Bibliografia:

Mauro Albera e Giovanni Missaglia – Professione cittadino – Ed. Hoepli Milano 2008

 

Vendredi 15 avril 2011 5 15 /04 /Avr /2011 07:00

Un testamento di centomila morti: con questa tragica e bellissima espressione, di Piero Calamandrei, insigne giurista esponente del Partito d'Azione e membro dell'Assemblea Costituente, ha definito la Costituzione della Repubblica italiana. Rivolgendosi a un pubblico di studenti universitari, il 26 gennaio del 1955, Calamandrei pronunciò, tra le altre, le seguenti parole:

Ora vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione, c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: sono tutti sfociati qui, negli articoli. Ed a saper intendere, dietro questi articoli si sentono delle voci lontane.

Quando leggo nell'articolo 2 "L'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" o quando leggo nell'articolo 11 "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli", "la patria italiana in mezzo alle altre patrie", ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini.

O quando leggo nell'articolo 8 "Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge", ma questo è Cavour! O quando leggo nell'articolo 5 "La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali", ma questo è Cattaneo! O quando nell'articolo 52 leggo, a proposito delle forze armate, "L'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica ", l'esercito di popolo, ma questo è Garibaldi! O quando leggo all'articolo 27 "Non è ammessa la pena di morte", ma questo, studenti milanesi, è Beccaria!! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, voi giovani dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o.giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione

 

Le riflessioni di Calamandrei sono un'introduzione ideale alla storia della Costituzione italiana. I riferimenti a Beccaria, a Mazzini, a Garibaldi, a Cavour e a Cattaneo esprimono bene il radica mento della nostra Costituzione nella tradizione della migliore intellettualità italiana e nell'opera dei protagonisti del nostro Risorgimento che portò, nel 1861, alla nascita dell'Italia unita.

 

Il riferimento ai partigiani, alle migliaia di morti caduti nella Resistenza, richiama, invece, la radice più immediata e vicina della Costituzione: l'antifascismo e la lotta partigiana. Se non si tiene presente che questa è l'origine della nostra Carta costituzionale, non se ne può capire nulla e, soprattutto, non se ne può apprezzare il valore civile.

 

Bibliografia:

Mauro Albera e Giovanni Missaglia – Professione cittadino – Ed. Hoepli Milano 2008

 

 

 

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De Nicola e Terracini firmano la Costituzione Italiana

Lundi 28 mars 2011 1 28 /03 /Mars /2011 12:02

Il 27 dicembre 1947 la Costituzione è promulgata dal Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola.

 

Il 25 aprile 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione generale ed emanò il decreto dell'assunzione di tutti i poteri da parte dei Comitati di Liberazione regionali, provinciali e cittadini.

Finiva in Italia la seconda guerra mondiale, ma il Paese era da ricostruire: il 10% delle case e il 90 % dei ponti erano distrutti, le ferrovie inefficienti, perdite incalcolabili in agricoltura, mille miliardi di danni.
I disastri della guerra


Ferruccio Parri, esponente di spicco della Resistenza, il nome di battaglia di "Maurizio", è il primo Presidente del Consiglio dei Ministri di un Governo di unità nazionale composto da democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, liberali e demolaburisti.

Ferruccio-Parri.jpgIl primo provvedimento del governo Parri è la creazione del Ministero della Costituente, affidato a Pietro Nenni, con il compito di predisporre progetti per la riforma dello Stato.

Il governo Parri nomina la Consulta Nazionale, anche se non eletta direttamente dal popolo è la prima Assemblea rappresentativa che si riunisce dopo il fascismo: i suoi 430 componenti sono ex partigiani,reduci, rappresentanti di partito e dei sindacati, e, novità assoluta, in segno della conquista dei diritti politici, 13 donne.

La Consulta fa le veci del Parlamento, ma gli Italiani vogliono scegliere i loro rappresentanti, dopo venti anni di dittatura. Nell’autunno del 1945 si moltiplicano le manifestazioni che chiedono di poter eleggere un’assemblea costituente.

Il 10 dicembre 1945, a seguito delle dimissioni dei ministri liberali, cade il governo Parri: gli subentra Alcide De Gasperi. Solo tre anni prima Alcide De Gasperi aveva contribuito alla fondazione della Democrazia Cristiana, riunendo membri del Partito Popolare e giovani cattolici. Rester alla guida del Paese per sette anni.

Nel governo De Gasperi sono presenti i sei partiti che formavano il Comitato di Liberazione Nazionale: Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito Socialista di Unità Proletaria, Partito d’Azione, Partito Liberale e Democrazia del Lavoro.

Nel 1944 il governo Bonomi aveva stabilito che la forma istituzionale dello Stato da adottare sarebbe stata decisa direttamente dall’Assemblea Costituente. De Gasperi, invece, ritiene che la scelta spetti al popolo.

I partiti riuniscono i propri congressi. Occorre definire i programmi per il governo del paese e per la Costituzione che verrà e soprattutto ogni partito deve stabilire quale posizione assumere riguardo l’assetto costituzionale.

A Roma si riunisce il V congresso del Partito Comunista sotto la guida di Palmiro Togliatti. Al Congresso del Partito d’Azione si discute della possibilità di avere una repubblica presidenziale del tipo di quella americana. La guida del Partito Repubblicano, Pacciardi, non ha dubbi sull’esito del referendum, la monarchia sarà seppellita sotto una valanga di no. Tra i partiti che si riuniscono a congresso c’è anche il Partito Democratico del Lavoro, fondato da Bonomi e da Ruini. Dopo vent’anni di vita clandestina anche il partito Socialista si riunisce a congresso a Firenze. La Democrazia Cristiana, nel suo primo congresso, sostiene la scelta della repubblica, mentre è il filosofo Benedetto Croce a inaugurare il III congresso del Partito Liberale con un discorso in cui esorta i militanti a restare uniti.

Resta da scegliere il sistema elettorale con cui affrontare il voto. Per scrivere la Costituzione è necessario il contributo della più ampia area degli orientamenti politici, così la scelta cade sul meccanismo proporzionale che fotografa la situazione reale del Paese e tutela le minoranze, dando rappresentanza a tutti i partiti in proporzione ai voti ricevuti.

Si decide che il giorno stesso in cui gli Italiani andranno a votare per il referendum, monarchia o repubblica, eleggeranno anche il nuovo parlamento e si fissa la data: il 2 giugno.

La televisione ancora non c’è ma, per la prima volta, si fà ampio usa dei mezzi di informazione di massa.

 

Nella primavera del 1946 si svolgono le elezioni amministrative per costituire i Consigli di oltre 5.000 comuni e per gli Italiani si tratta di una prova generale di democrazia. Dopo anni di consenso obbligato possono, infatti, manifestare la propria volontà e apprendere nuove abitudini: nessuno sa più cosa significhi ricevere un certificato elettorale.

Per la prima volta sono ammesse al voto le donne: si tratta di oltre 14 milioni di elettrici.

Ma la grande attesa è tutta sul referendum monarchia o repubblica: paure e speranze di cambiamento dividono il Paese.

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La situazione pare precipitare quando il Re Vittorio Emanuele III decide di abdicare in favore del figlio Umberto. È il 9 maggio e questa abdicazione scatena un mare di polemiche: i partiti della sinistra accusano il Re di voler condizionare le elezioni ed in questo clima teso si arriva al 2 giugno.
 Alle urne va quasi il 90% degli aventi diritto. Il 5 giugno, per radio dal Viminale, il ministro Romita diffonde l’annuncio semiufficiale: la repubblica ha quasi due milioni di vantaggio.

Il 10 giugno, nella sala della Lupa, la Cassazione si riunisce per comunicare i risultati del referendum. Per una strana coincidenza è questa una data che gli Italiani ricordano bene: il  10 giugno 1924, infatti, il socialista Giacomo Matteotti venne ucciso per aver apertamente accusato i fascisti di aver commesso illegalità per vincere le elezioni. Il 10 giugno è legato ad un altro evento drammatico: il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarava guerra a Francia e Gran Bretagna, entrando di fatto nel secondo conflitto mondiale. Alle ore 18, in una sala gremita, il Presidente della Corte, Giuseppe Pagano, comunica i dati delle lezioni: gli Italiani hanno scelto la repubblica.

I risultati del referendum non sono omogenei: tendenzialmente il centro-nord ha votato per la repubblica e il sud per la monarchia.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno, De Gasperi, autorizzato dal Consiglio dei Ministri, assume le funzioni di Capo dello Stato. È scontro tra Governo e Monarchia. Quello stesso giorno, alle 15,30, Umberto II, il cosiddetto Re di Maggio, abbandona il Quirinale, lascia l’Italia e vola in Portogallo. Il suo regno è durato solo un mese.

Il 18 giugno la Suprema Corte di Cassazione proclama ufficialmente i risultati: ha vinto la repubblica.

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Il 25 giugno 1946 si riunisce l’Assemblea Costituente: è la prima assemblea eletta a suffragio universale nella storia d’Italia. 21 sono le donne su 556 deputati: 9 donne della Democrazia Cristiana, 9 del Partito Comunista, 2 del partito Socialista e una per il Partito dell’Uomo Qualunque.

Tra i primi compiti vi è quello di eleggere il presidente dell’assemblea: la scelta cade su Giuseppe Saragat, uno degli esponenti di spicco del Partito Socialista. Poi occorre nominare un Capo dello Stato, sebbene provvisorio: dovrà incarnare il senso dell’unità della nazione. L’uomo più adatto appare Enrico De Nicola, illustre giurista napoletano di sentimenti monarchici.

Il 13 luglio 1946, De Gasperi forma il primo governo della Repubblica italiana: la novità rispetto al passato è che i partiti vengono rappresentati in proporzione ai risultati elettorali. Anche la formula dell’investitura è nuova: i ministri giurano nell’interesse supremo della nazione.

Per svolgere il delicato compito di elaborare un progetto di Costituzione, l’Assemblea decide di nominare una Commissione composta da 75 membri in proporzione alla rappresentanza dei partiti. I membri della Commissione riescono a tenere il lavoro di elaborazione della Carta costituzionale separato dalla lotta politica e dai cambiamenti di maggioranza. La crisi del maggio 1947 fa uscire i partiti comunista e socialista dal Governo De Gasperi.

L’Assemblea Costituente lavora di gran ritmo: in un anno e mezzo si terranno 375 sedute in Parlamento: bisogna elaborare la nuova Costituzione ma anche vigilare sul Governo e assolvere a funzioni legislative. Intanto l’8 febbraio 1947 il comunista Umberto Terracini viene eletto presidente dell’Assemblea Costituente in seguito alle dimissioni di Saragat.


Nell’agosto 1946 si tiene a Parigi la conferenza di pace: in questa occasione verrà definito il nuovo equilibrio mondiale. Sono presenti delegati di 21 Paesi; De Gasperi difende le ragioni dell’Italia.
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Dalle potenze vincitrici l’Italia è considerata un paese sconfitto, che ha perso la guerra. Con l’appoggio del Parlamento, il Governo De Gasperi sollecita una pace giusta, che tenga conto dei sacrifici compiuti dal popolo italiano per liberarsi dall’occupazione nazista e pertanto chiede agli Alleati di non imporci amputazioni territoriali.

Alla successiva elaborazione del trattato, però, l’Italia non può partecipare; a quel tavolo sono ammessi solo i “quattro grandi”: Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia.

 

Nel gennaio 1947 De Gasperi vola in America e riesce a stabilire un rapporto di fiducia con l’Amministrazione statunitense. Il presidente Truman garantisce all’Italia prestiti e nuovi aiuti alimentari.

Il trattato di pace si rivela molto duro per l’Italia: Trieste non viene ricongiunta all’Italia e la zona contesa, già teatro di violenze ai danni della popolazione italiana negli anni dal 1943 al 1945, viene divisa in due L’area di Trieste è affidata al governo militare anglo-americano, mentre una parte dell’Istria finisce sotto il controllo militare jugoslavo. Da queste terre e dalla Dalmazia partiranno migliaia di Italiani, che daranno vita ad un vero e proprio esodo verso l’Italia che durerà circa dieci anni.
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Il trattato è considerato punitivo dal mondo politico e anche la gente comune scende in piazza per protestare. Il Governo, tuttavia, sa che non è possibile rifiutare i termini imposti dalle potenze vincitrici e il 10 febbraio, a Parigi, l’Italia firma il Trattato.

Il 27 giugno il ministro degli Esteri, Sforza, presenta all’Assemblea Costituente il testo del Trattato di Pace perchè venga ratificato: il risultato è in forse. La discussione in aula è molto accesa, le critiche sono durissime. È il momento del voto: i socialisti decidono di non partecipare, i comunisti si astengono e le destre votano contro. I voti favorevoli  alla ratifica prevalgono. La questione di Trieste è tutt’altro che risolta. Il ritorno della città nei nostri confini sarà possibile solo nell’ottobre del 1954 con una firma, a Londra, di un accordo tra Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Jugoslavia.

Il mondo rivoluzionato dal conflitto fatica a trovare un equilibrio. Se nella lotta contro il nazifascismo le potenze avevano saputo far fronte comune fino alla vittoria, adesso la tensione fra Stati Uniti e Unione Sovietica cresce costantemente e nel 1947 inizia la cosiddetta “guerra fredda”.

Gli Stati Uniti lanciano il famoso “Piano Marshall”, un sistema di aiuti per sostenere l’economia dei Paesi dell’Europa sconvolti dalla guerra.
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Proprio per contrastare l’influenza americana, l’Unione Sovietica costituisce il Cominform, un ufficio di collegamento tra i partiti comunisti dei Paesi dell’Est, al quale aderiscono il Partito comunista italiano e francese. Il nostro Paese entra nel blocco occidentale mentre il Partito comunista italiano mantiene saldo il collegamento con quello orientale.

Il progetto di Costituzione elaborato dalla Commissione dei 75 viene presentato all’Assemblea il 31 gennaio 1947. Il 22 dicembre 1947 il testo è approvato con 453 voto favorevoli e 62 contrari. Il 27 dicembre la Costituzione è promulgata dal Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola. La Costituzione entrerà in vigore il I gennaio 1948.
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Durante il fascismo il Parlamento è stato un guscio vuoto; la Costituzione è il frutto prezioso che segna l’inizio di una fase nuova per la storia d’Italia e rappresenta la rinascita del Parlamento.

 

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Emblema della Repubblica

 

Bibliografia:

La rinascita del Parlamento - dalla Liberazione alla Costituzione

DVD - Fondazione Camera dei Deputati 2008

 

Lundi 27 décembre 2010 1 27 /12 /Déc /2010 15:16

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4 incontri sulla Costituzione

 

La Costituzione italiana non è nata per caso. Narra una storia che è costata sofferenza ed è frutto di una lotta al cui centro vi erano e vi sono valori e principi irrinunciabili: la libertà dell'uomo e della donna, la loro eguaglianza di fronte alla legge, il rifiuto del conflitto come norma di convivenza, il rispetto dell'altro.  

Approfondire la sua conoscenza, per esercitare i diritti e i doveri che ci garantisce e ci indica, è l’obiettivo che si propone la Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Quattro saranno gli incontri che il prof. Giovanni Missaglia, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico “Frisi” di Monza ed autore del libro “Professione Cittadino. Dalla Costituzione Italiana alla nascita della Costituzione Europea”, terrà presso la sede dell’ANPI in Piazza Cavour 2 a Lissone.  

Gli argomenti trattati saranno:   

1) Origini, significato e struttura della Costituzione italiana

2) I principi fondamentali della Costituzione

3) La prima parte della Costituzione: i diritti e i doveri dei cittadini

4) La seconda parte della Costituzione: l'ordinamento istituzionale della Repubblica  

La partecipazione è gratuita.  

Il ciclo di lezioni si svolgerà dalle ore 18 alle ore 19.30, nei seguenti lunedì:  

1) 3 maggio

2) 10 maggio

3) 17 maggio

4) 24 maggio  

Per partecipare al corso occorre iscriversi entro il 26 aprile, telefonando al numero 039 480229 (negli orari d’ufficio, risponde lo SPI CGIL di Via San Giuseppe 25) o inviando una mail a anpilissone@libero.it  

Il corso è aperto sia agli studenti delle scuole superiori sia a coloro che intendono approfondire le loro conoscenze sulla nostra legge fondamentale.  

 

repubblica italiana

Lundi 19 avril 2010 1 19 /04 /Avr /2010 21:42

Il 2 giugno 1946 gli italiani vengono chiamati alle urne, oltre che per il referendum istituzionale tra repubblica e monarchia che sancirà la fine di quest’ultima, anche per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente cui sarà affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale (come stabilito con il decreto-legge luogotenenziale del 25 giugno 1944, n. 151). Il sistema elettorale prescelto per la consultazione elettorale è quello proporzionale, con voto "diretto, libero e segreto a liste di candidati concorrenti", in 32 collegi plurinominali, per eleggere 556 deputati (la legge elettorale prevedeva l'elezione di 573 deputati, ma le elezioni non si effettuarono nell'area di Bolzano, Trieste e nella Venezia Giulia, dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano). In base all’esito elettorale, l’Assemblea Costituente risulta così composta: DC 35,2%, PSI 20,7%, PCI 20,6%, UDN 6,5%, Uomo Qualunque 5,3%, PRI 4,3%, Blocco nazionale delle libertà 2,5%, Pd’A 1,1%.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio il 25 giugno 1946 e nel corso della seduta viene eletto presidente Giuseppe Saragat (in seguito dimissionario e sostituito, l'8 febbraio 1947, da Umberto Terracini)   . 
Il 28 giugno l’Assemblea elegge Enrico De Nicola "Capo provvisorio dello Stato", fino a che cioè non sarebbe stato nominato il primo Capo dello Stato a norma della nuova Costituzione. La Costituente inoltre delibera la nomina di una commissione ristretta (Commissione per la Costituzione), composta di 75 membri scelti dal Presidente sulla base delle designazioni dei vari gruppi parlamentari, cui viene affidato l'incarico di predisporre un progetto di Costituzione da sottoporre al plenum dell'Assemblea. I membri sono suddivisi tra i partiti come risulta dalla tabella seguente:
 

Democrazia Cristiana

207

Mov. Indip. Sicilia

4

Partito Socialista

115

Concentr. Dem Repub.

2

Partito Comunista

104

Partito Sardo d'Azione

2

Unione Dem. Naz,

41

Movim. Unionista It.

1

Uomo Qualunque

30

Part. Cristiano Sociale

1

Partito Repubblicano

23

Part. Democr. Lavoro

1

Blocco Naz. Libertà

16

Part. Contadini Italiani

1

Partito d'Azione

7

Fr. Dem. Progres. Rep.

1


Nominata il 19 luglio 1946 e presieduta da Meuccio Ruini, la Commissione si articola in tre Sottocommissioni: la prima sui diritti e doveri dei cittadini, la seconda sull'ordinamento costituzionale della Repubblica (divisa a sua volta in due Sezioni, per il potere esecutivo e il potere giudiziario, più un comitato di dieci deputati per la redazione di un progetto articolato sull'ordinamento regionale), la terza sui diritti e doveri economico-sociali.

Conclusi i lavori delle varie Commissioni, il 31 gennaio 1947, un Comitato di redazione composto di 18 membri, presenta all’aula il progetto di Costituzione, diviso in parti, titoli e sezioni. Dal 4 marzo al 20 dicembre 1947 l’Aula discute il progetto e il 22 dicembre viene approvato il testo definitivo.

La Costituzione repubblicana – giudicata il frutto più cospicuo della lotta antifascista – è promulgata il 27 dicembre 1947   da De Nicola  undefined ed entra in vigore il 1° gennaio 1948. Essa rappresenta l’incontro tra le tre tradizioni di pensiero presenti nella Costituente: quella cattolico-democratica, quella democratico-liberale e quella socialista-marxista. La carta si compone di una premessa, in cui sono elencati i principi fondamentali, e due parti, rispettivamente dedicate ai diritti e doveri dei cittadini e all’ordinamento dello Stato.

 

Roma, 27 dicembre 1947 (Palazzo Giustiniani) - Enrico De Nicola firma l'atto di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana.
 











               La firma di Umberto Terracini

Vendredi 21 décembre 2007 5 21 /12 /Déc /2007 19:51
La-Costituzione-della-Repubblica-Italiana.jpg

Per l’avvicinarsi del 60° della promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana (1 Gennaio 2008), , L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Lissone chiede al Sindaco e all’assessore competente di donare, durante il loro mandato, alle cittadine e ai cittadini lissonesi che compiranno i 18 anni, , una copia della Costituzione della Repubblica Italiana.

Art. 1: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 5: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento
Samedi 30 juin 2007 6 30 /06 /Juin /2007 15:00
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