Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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Da “I miei sette figli” di Alcide Cervi

23 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini». Alcide Cervi

Il 25 novembre 1943 venivano catturati nella loro casa di Campegine i fratelli Cervi . 

 Nell’introduzione del libro "I miei sette figli" di papà Cervi, Sandro Pertini ha scritto:

«La storia dei Cervi dimostra come si possa diventare antifascisti partendo dai valori più elementari ed essenziali: l'amore per l'uomo, il culto della famiglia, la passione per il lavoro dei campi». 

  papà Alcide Cervi mamma Cervi

«I miei figli hanno sempre saputo che c'era da morire per quello che facevano, e l'hanno continuato a fare, come anche il sole fa l'arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte.

i sette fratelli Cervi

E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada».

(In Emilia le pietre funerarie, che indicano il luogo ove fu fucilato un partigiano, sono situate in mezzo ai campi).

Nella vita eravamo così: otto eravamo uno e uno tutti e otto.

Uno che conosce l'agricoltura emiliana, sa che la maggiore produzione sta nel latte, che il “capitale” sono le vacche. Ma tutto dipende dal foraggio, che dev’essere parecchio e di buona qualità. Così il latte viene abbondante, grasso e saporoso ...

Nei dintorni di Campegine c’eran tutte gobbe e buche, e con una terra così il foraggio non viene bene, perché l'irrigazione è difettosa, l'acqua stagna nelle buche e fa il marcio. Il foraggio viene poco e cattivo, il latte magro e misero, il contadino povero e disperato.

Aldo studiava sempre come si poteva fare per cambiare metodo e leggeva libri. Era abbonato a riviste di agricoltura e alla Riforma Sociale che era diretta da Einaudi.

Lì c’era un articolo che parlava dei terreni come i nostri, a gobbe e buche, e spiegava come si poteva livellare.

Cercano un nuovo terreno non più a mezzadria ma in affitto: lo trovano ai «Campi rossi» di Gattatico.

E così facemmo San Martino (significava fare trasferimento) in una giornata di novembre, il mese di San Martino.

Il primo carro prese il cammino, e dietro gli altri. lo e Genoveffa avanti sul biroccio, poi i carri con le donne e i bambini in cima, dietro le bestie, e intorno, avanti e sempre cambiando posto, i sette figli in bicicletta.

La sera ci mettemmo tutti a studiare il piano per lo sterro. Aldo dirigeva l'impianto vagoni e binari, Gelindo doveva fare con gli altri fratelli le squadre sterratori e i turni, Agostino e io pensavamo ai picchetti per il livello.

E tutto il giorno si lavorava e si cantava. La sera,ci riunivamo nella stalla e si faceva il bilancio del giorno e si fissavano i metodi di scavo per l’indomani.

Da allora tutti i contadini della zona impararono a livellare. E oggi nel reggiano non si trovano più appezzamenti a gobbe e buche.

Intanto Aldo fa sempre attività politica, e adesso ha trovato un altro sistema per organizzare la gente. Ci sono i confinati politici, tanti in quella epoca, che là dove stavano gli davano poco da mangiare, così Aldo va nelle case dei contadini, a Campegine, e chiede se vogliono mandare un pacco a persone bisognose che lottano anche per loro, e lì approfittava per fare la predica. Gli emiliani sono stati sempre di cuore per queste cose, anche gente non politica, e quasi sempre il pacco veniva fuori. Così la popolazione si affezionava e veniva all'antifascismo. Poi Aldo faceva le collette, le sottoscrizioni, e tutti volevano che andasse alla casa loro, perché gli piaceva sentirlo parlare.

In quel tempo tenemmo nascosti anche molti ricercati politici.

Certi contadini, ormai, ci guardavano preoccupati e qualcuno aveva persino paura a parlare con noi, ma i più ci seguivano nella lotta. Così Aldo pensò che bisognava incoraggiare, far capire che il fascismo non ci fermava nel progresso e che noi eravamo sempre in testa nel lavoro e nella tecnica.

A quel tempo, di trattori quasi non ce n'erano nella bassa, i contadini aravano ciascuno per proprio conto e a fatica. Invece se avessimo comperato un trattore, lo si sarebbe prestato anche agli altri, sarebbe stato un modo per rinvigorire l'amicizia con i contadini più sospettosi. Così Aldo andò a Reggio e comprò un trattore Landini, con quello venne fino a casa, e imboccò la strada nostra tra gli sguardi di tutti i vicini. Molti andavano appresso, altri correvano per rivederlo passare e guardare bene i cingoli e gli ingranaggi, per avere cognizione. Aldo salutava tutti in cima al trattore, e teneva vicino un mappamondo, che girava e rigirava, secondo le buche. - Porto a spasso il mondo, - diceva allegro, - e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo.

Intanto si arriva al 1940, e l'Italia entra in guerra.

Aldo andava in giro per le case di sera a leggere e spiegare L'Unità, l’Avanti, e qualche quaderno di Giustizia e Libertà.

Diceva di Hitler che invadeva l'Europa e spiegava che cos'è l'imperialismo. Faceva l'esempio degli industriali che ci sono in Italia, di quanto rubano al contadino e all' operaio, sulla forza lavoro, sulla luce elettrica, sui concimi chimici, sui prezzi dei prodotti agricoli, sugli attrezzi industriali, e spiegava la concorrenza tra i monopoli, italiani ed esteri, così i contadini capivano la ragione della guerra come se leggessero sul libro dei conti.

Un bel giorno la Lucia (era un’amica dei Cervi) portò nella nostra casa una macchina a inchiostro per stampare i manifestini antifascisti. Aldo li scriveva, per i mezzadri, gli affittuari, gli artigiani, con una parola buona per ciascuno, e poi Gelindo faceva funzionare la macchina, che era divenuto un lavoro di casa come gli altri.

Per il socialismo i miei figli avevano una venerazione grande, perché ci vedevano la giustizia sociale e l'uomo emancipato. Ci vedevano i sogni fatti dai padri, dai primi predicatori reggiani dell'emancipazione, il vangelo che diventa terra, ferro, e leggi per la contentezza dell'uomo, contro i prepotenti e i ladri. Tutta la mia famiglia ha sempre sentito che gli uomini sono uguali e che devono essere uniti per il progresso.

Ferdinando aveva passione per le api perché ci vedeva la società giusta, organizzata nel lavoro, come quella socialista, diceva.

Intanto l'Annona (L'Annona era un servizio comunale preposto al razionamento dei generi alimentari durante la guerra), per dare grano e carne ai banditi fascisti, tortura i contadini con le spiate, le persecuzioni, i ricatti. Tutto all'ammasso, grida il fascio, e invece l'organizzazione clandestina diceva: niente all'ammasso! (Conferire all'ammasso era un obbligo sancito dal governo fascista per cui tutti i prodotti alimentari venivano contingentati). I miei si mettono subito a convincere i contadini, che non sapevano come difendere il «capitale» dalla requisizione. Aldo ha un'idea strategica. Ai contadini che avevano dato tutto il bestiame all'ammasso e non avevano carne per sfamarsi, dà carne a volontà, ma a prestiti di breve scadenza, così quei contadini dovevano salvare qualche capo dalla requisizione per restituire il dato. E quando si presentavano operai di Reggio, e spesso operai delle officine meccaniche Le Reggiane, dove si riparavano aerei tedeschi e si fabbricavano aeroplani italiani, Aldo dava carne e farina, purché gli portassero pezzi di motore degli aeroplani. Così la resistenza alla guerra non era più fatta solo sulla propaganda, ma sulla lotta per vivere. Una volta un operaio delle Reggiane portò la testa di un cilindro di uno Stukas e Aldo disse che il sistema cominciava a funzionare.

Insieme alla carne e alla farina, Aldo ci metteva in sovrappiù la stampa clandestina, così i contadini capivano il perché di quel baratto. Noi non davamo un grammo all'ammasso.

Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull' aia.

Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo.

Aldo  propone:

- Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese.

Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie.

A Campegine, chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande, e tutti fanno onore alla pastasciutta celebrativa. Ma si avvicinano i carabinieri, e vogliono disperdere l'assembramento. Gelindo si fa avanti e dice:

- Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi.

E i carabinieri si mettono a mangiare.

Intanto i fascisti erano spariti come scarafaggi nei buchi.

A Reggio il governo Badoglio si fece capire nemico del popolo, più che in tutte le altre zone d'Italia. Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace. Era il 28 luglio 1943.

Le Reggiane diventarono un centro di lotta contro la guerra. Se ne accorsero poi i tedeschi quando facevano riparare i loro Stukas che non si riparavano mai, o quando sparivano casse di proiettili, o pezzi di mitraglia, che finivano in montagna per i partigiani.

Arriva l'8 settembre.

La notte del 9 le divisioni corazzate delle SS occupano la città. Alla mattina i tedeschi fanatici sfilano per le vie del centro cantando.

La popolazione faceva come le sabbie mobili e inghiottiva i soldati per salvarli dai tedeschi. Venivano fatti entrare per le finestre, dai balconcini si calavano le corde, carri di fieno portavano soldati nascosti, donne si mettevano a braccetto con uomini mai visti, cosi che al distretto di Reggio su 200 soldati i nazisti ne trovarono solo tre. Lo stesso si faceva per i prigionieri anglo-americani scappati. Anche la nostra casa diventò una stazione di smistamento. Ma noi facevamo in modo diverso. Non soltanto volevamo che i soldati ci dessero le armi, e in cambio gli davamo i vestiti, ma a quelli che si presentavano senza armi gli dicevamo di andarne a trovare una e portarla. Così dopo qualche giorno i fienili sono diventati arsenali, e abbiamo finanche una mi­tragliatrice. La casa è piena di soldati e le donne la sera preparano il rancio. Intanto i ragazzi sono in giro per cercare abiti civili, perché quelli che abbiamo non bastano. Alla notte c'è il trasferimento. I soldati, vestiti da contadini, se ne partono a gruppi, con biciclette che ci siamo fatti dare in prestito.

Intanto in tutto il reggiano i contadini e gli operai cominciano a muoversi e ci arrivano le direttive contro l'invasore tedesco. Cominciano gli atti di sabotaggio, e i contadini assaltano gli uffici dell'ammasso per non lasciare il grano ai tedeschi.

Nascono i GAP (Gruppi di azione patriottica).

I miei figli organizzano un piano per far scappare i prigionieri del campo di Fossoli. Di notte vanno ai lati del campo, tagliano il filo spinato. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una. caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni. Ci sono diverse nazionalità, inglesi, americani, russi, neozelandesi, e parlano ognuno la propria lingua.

C'erano tutti gli alleati. Una sera dopo cena, ci mettiamo a cantare canzoni ognuno del proprio paese e d'improvviso viene fuori il canto dell'Internazionale. La sapevano tutti e la cantavano nella loro lingua, ma quella sera c'era una lingua sola e un cuore solo: l'Internazionale.

Tutti vogliono partire tranne i russi che chiedono di combattere.

Aldo si mise poi in contatto con i compagni che già lavoravano in montagna.

Veniva l'inverno, difettavano i collegamenti, così dal Comitato di Liberazione di Reggio viene l'ordine di ritirarsi dalla montagna.

Ormai, però, i prigionieri erano diventati troppi a casa mia, allora erano trenta. Ai primi di novembre, il Comitato di Liberazione vuole sfollati i prigionieri, ché il rischio è troppo grande. L'ultimo scaglione deve partire il giorno 25.

Così viene la notte, quella notte del 25 novembre, quando i fascisti, sicuri di trovare i prigionieri, perché avevano avuto la spiata, circondano la casa nostra.

Non era ancora l'alba, pioveva a dirotto, e noi dormivamo tutti. A un certo punto ci svegliano i lamenti del bestiame e colpi di fuoco ... Sparano dai campi intorno alla casa ... - Cervi, arrendetevi!

Non diciamo parola e prendiamo subito le armi. Le donne trascinano nelle stanze le cassette delle munizioni ...

Intanto noi abbiamo infilato le pistole tra gli scuri, Aldo ha un mitra e apre il fuoco. Anche gli stranieri sparano con noi. Ci rispondono altri colpi e il fuoco dura qualche minuto. Poi noi cominciamo a scarseggiare nei tiri finché ci guardiamo tutti e ci parliamo nelle stanze, le munizioni sono finite. Aldo guarda dalla finestra verso il fienile, vede un bagliore, e dice: brucia, non c'è più niente da fare.

Io dico: non mi arrendo a quei cani, andiamo giù tutti quanti, è meglio morti che vivi. Aldo mi ferma e dice: no, papà, che ci sono le donne e i bambini. Meglio arrendersi.

Aldo ci riunisce e dice: - Sentitemi bene. Quando ci interrogheranno, solo io e Gelindo ci prenderemo la responsabilità. Gli altri non sanno niente, è chiaro?

Entrarono nell'aia due autocarri, poi ho saputo che erano venuti in 150 uomini per prenderci. La casa bruciava, e ora si vedevano i fascisti armati fino ai denti ...

La madre li abbracciava tutti come poteva, e se li stringeva al petto, e li carezzava sul capo, e piangeva e diceva: meglio morire, meglio morire ... Ci portano via, mentre le donne e i bambini restano soli nella casa che brucia.

Continua a piovere, così forse l'incendio finirà presto.

Ma poi ho risaputo che sì, l'incendio è finito presto, ma che i fascisti, appena andati via noi, si sono messi a rubare e a saccheggiare tutto, mobili, macchine, copertoni, e poi bruciarono i libri, li strapparono e se li misero sotto i piedi.

In carcere vengono interrogati e pestati. I sette fratelli pensano un piano di fuga.

I fascisti aprono la porta della nostra cella e gridano: Famiglia Cervi, fuori!

Io esco in testa, ma mi dicono: - Tu che vuoi, sei vecchio, torna indietro.

- Sono il capo famiglia, e voglio stare insieme ai miei figli. Ma intanto viene un contrordine, tutti di nuovo nella cella, ancora non è pronto.

Ci dicono: tornate a dormire, sarà per domattina.

All'alba nuova chiamata, ed escono i miei sette figli. Chiedo dove li portano.

- A Parma, per il processo, - mi rispondono. E li portano via alla svelta, faccio in tempo appena a salutarli.

Il 7 gennaio 1944 il carcere viene bombardato.

Le mura del carcere crollano in mezzo a un iradiddio di schianto e di polvere. Io mi infilo dentro il buco che serviva per l'accettazione dei pacchi, e salto nella strada, altri nascosti dalla polvere passano attraverso il crollo ... io prendo la Via Emilia ... mi volto verso Reggio: vedo fiamme e fumo, nel cielo arancio ... una famiglia che conoscevo mi dà una bicicletta ... Arrivo a casa alle 23 e tutti dormivano. Entro, guardo l'attaccapanni, i figli non erano tornati ... - Si sa niente dei figli?

La moglie risponde come distratta: - Se non lo sai tu, noi non sappiamo niente ... - Li hanno portati a Parma per il processo ... - E se non li avessero portati a Parma, se fosse una bugia? - diceva la moglie ... - Se non li hanno portati a Parma li avranno deportati in Polonia a lavorare ...

Per un mese e mezzo non mi disse parola sui figli. Aspettava sempre che mi rimettessi dall'ulcera e dalla prigione, e così ogni sera andava a letto con il segreto nel cuore e in più con me che non capivo e parlavo di loro come se fossero vivi ...

- I nostri figli non torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette. Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: - Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti.

Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso ... li avevo salutati con la mano, l'ultima volta, speranzoso ... invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l'illusione, e mi hanno salutato sorridendo; con quel sorriso mi davano l'ultimo addio.

Che ne sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita.

Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto!

La certezza della loro causa, i partigiani, le donne, i compagni, gli operai, i fiori, le lapidi, gli affetti, che da tutte le parti abbracciano i miei figli, mi hanno dato una forza enorme che mi fa resistere alla tragedia.

Così si erano svolti i fatti che avevano portato all'uccisione: un gappista, il 27 dicembre, fece giustizia del segretario fascista di Bagnolo in Piano. I gerarconi della provincia si riunirono funebremente la notte stessa davanti al morto, e giurarono vendetta: - Uno contro dieci, - gridavano quelli che avevano imparato dai tedeschi. Ma qualcuno suggerisce l'idea: - Fuciliamo, i sette fratelli Cervi ... Infatti li portano al Poligono di tiro ...

A casa, Genoveffa aveva lasciato la direzione dei lavori alla nuora più anziana ... gli occhi suoi non erano più di questa terra e la mente era lontano, coi figli suoi ...

I fascisti ci avevano bruciato la casa quando ci arrestarono, poi ci ammazzarono i figli, ma non gli bastava e vennero a bruciarci ancora il 10 ottobre del 1944. A quella data eravamo solo due vecchi, quattro donne e undici bambini ... Così vennero di notte e diedero fuoco al fienile, poi scapparono via.

Usciamo dalla casa e ci mettiamo a gettar acqua, con i bambini e tutti. Genoveffa quando vide le fiamme, risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Cosi cadde di colpo e il cuore non resse, gli era venuto l'infarto. Rimase a letto per un mese ... Morì il 14 novembre del 1944, senza avere conoscenza ...

(Siamo nel 1955, quando è uscito il libro)

Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini».

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Umberto Viganò: internato in Germania per aver scioperato

19 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Umberto Viganò era nato a Biassono il 10 aprile 1908 e risiedeva a Lissone. Umberto, operaio specializzato alla Pirelli, aveva sposato la sorella di Pierino Erba, fucilato in Piazza Libertà a Lissone il 16 giugno 1944. 

Il 23 novembre 1944 in seguito ad uno sciopero viene arrestato con altri 160 compagni di lavoro. Subito dopo l’arresto viene tradotto al carcere di San Vittore, a Milano, dove rimane fino al 29 novembre.

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Racconta la moglie di Umberto, Giovanna Erba, allora madre di due bambine – una di 2 anni e l'altra di due mesi: «non mi ero ancora ripresa dalla perdita di mio fratello Pierino, quando la sera del 23 novembre, preoccupata per il ritardo di mio marito dal lavoro, mi son vista arrivare in casa un suo collega. Mi portava la notizia che, nello stesso giorno, c'era stato un rastrellamento alla Pirelli e 160 operai, tra i quali mio marito, erano stati prelevati dal lavoro per essere deportati in Germania». «I cinque giorni nei quali mio marito, coi suoi compagni di lavoro, è stato rinchiuso nel carcere di San Vittore, col pericolo d'essere vittima di una rappresaglia sono stati tremendi. Così come sono stati tremendi i momenti della partenza dallo scalo Farini per la Germania: centinaia di familiari ammassati in attesa dei pullman provenienti dalle carceri, un clima di tensione esasperata che avrebbe potuto degenerare, i soldati tedeschi che ci respingevano lontano. Questi giorni sono stati per me un incubo e li ho ancora chiari nella mente e nel cuore».

Umberto Viganò viene internato nel campo di concentramento di Beesem, a circa 100 km da Desdra. 

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Ogni giorno, a piedi, insieme a centinaia di altri prigionieri italiani, malnutriti, deve raggiungere  Schkopau, una città a 5 chilometri dal lager, per essere impiegato come lavoratore coatto in una delle più importanti fabbriche chimiche del Reich, la Buna-Werke, in cui si lavora a pieno ritmo per l’industria bellica del Reich. 

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Liberato dagli Americani nell’aprile del 1945, ritorna in Italia 19 giugno del 1945, provato e in cattive condizioni fisiche che richiedono mesi e mesi di cure.

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70mo Costituzione: Cultura arte musica nella Costituzione

18 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Articolo 9 della Costituzione italiana

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica [cfr. artt. 3334].

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

locandina

locandina

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Giornata nazionale del tesseramento 2018

12 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

manifesto giornata del tesseramento a Lissone

manifesto giornata del tesseramento a Lissone

In occasione della “Giornata nazionale del tesseramento” proclamata dall’ANPI nazionale, Sabato, 17 novembre 2017, siamo stati in Piazza Libertà con un banchetto, dalle ore 15,00 alle 18,00.

I cittadini hanno potuto conoscere la funzione dell’ANPI nella società odierna e i suoi princìpi ispiratori.

Inoltre, sono state illustrate le attività della nostra Sezione, svolte e in svolgimento, in occasione del 70mo della Costituzione italiana.

Giornata nazionale del tesseramento 2018Giornata nazionale del tesseramento 2018

E' stata anche l’occasione per raccogliere nuove adesioni e, per i soci, di rinnovare l’iscrizione.

tessera ANPI 2019

tessera ANPI 2019

ANPI 2019: UN INNO ALLA VITA

Intervista all’artista Ugo Nespolo, autore del disegno della tessera Anpi 2019. Cosa rappresenta? “Sono persone molto diverse tra loro che però vogliono stare insieme e riescono a stare insieme, e sono contente”.

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Presentazione opuscolo FAL sul nuovo monumento ai caduti della Resistenza e per la Libertà

12 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

invito alla presentazione

invito alla presentazione

frontespizio opuscolo

frontespizio opuscolo

Sabato, 17 novembre 2018, nella sala polifunzionale della Biblioteca è stato presentato l’opuscolo illustrativo sulla storia del nuovo monumento ai caduti della Resistenza e per la Libertà.

L’opuscolo è stato curato dalla FAL-Famiglia Artistica Lissonese.

Il progetto del nuovo monumento era stato presentato con una mostra a Palazzo Terragni il 25 aprile 2017 e il monumento è stato inaugurato il 25 aprile di quest’anno.

alcuni momenti della presentazione
alcuni momenti della presentazione
alcuni momenti della presentazione
alcuni momenti della presentazione

alcuni momenti della presentazione

Il Sindaco così si è espresso in proposito:

«Sabato 17 novembre, in Biblioteca Civica, si terrà la presentazione dell'opuscolo illustrativo sulla storia del nuovo Monumento ai caduti della Resistenza e per la Libertà.

Con il nuovo Monumento, Lissone si arricchisce di un altro "luogo" attraverso il quale si intende dare voce sul delicato tema della memoria "cosciente".

Il nuovo Monumento non è solo una suggestiva opera di arredo urbano collocato nel nostro Centro storico, al fianco di un'importante struttura architettonica lissonese quale è Palazzo Terragni, ma si fa simbolo di speranza e di unità per la nostra comunità.

Settanta anni fa il Paese sentì il bisogno di prendere in mano le proprie sorti e di liberarsi dal Fascismo, ponendo il fondamento della nostra democrazia, della nostra Costituzione e della nostra Repubblica.

 Oggi, questo Monumento ci ricorda che il 25 Aprile appartiene alla storia e alla libertà di questo Paese.

Un ricordo che si fonda sull'immagine di un albero, le cui radici appartengono a tutti noi, da cui si sviluppano rami che originano simbolicamente germogli, fiori, frutti.

Nuova vita, linfa vitale per la nostra memoria civica.

Fare memoria è scavare nel profondo di noi stessi, capire e raccontare che senza alcuni fatti ed accadimenti noi e la nostra storia avremmo percorso strade differenti, che la nostra vita non sarebbe come lo è ora.

Questo monumento rappresenta una straordinaria occasione per nutrire la nostra memoria, nutrimento per le generazioni più giovani, così abituate dalla società odierna a porre attenzione ai segni, ai simboli, talvolta idolatrandoli tanto da immedesimarvisi rinunciando alla propria identità.

Un albero, emblema di vita, si trasforma in simbolo di memoria per ricordare chi ha speso la vita per donare agli altri un futuro diverso. Un futuro di libertà, di uguaglianza, di diritti e doveri, che è il nostro presente.

Il nuovo Monumento è quindi un segno concreto e tangibile, originato dalla volontà dell'Amministrazione Comunale di restituire alla Piazza un monumento emblema della ritrovata libertà, reso possibile dal lavoro congiunto di tante persone alle quali va il mio più sentito ringraziamento». Il Sindaco Concettina Monguzzi

tratto dal sito internet del Comune

 

e il presidente dell’ANPI di Lissone:

“È dall’anno 2005, quando si ricostituì la Sezione lissonese della nostra Associazione che attendevamo questo momento: avere in città un monumento che ricordasse coloro che diedero la vita perché il nostro Paese diventasse libero e democratico, libero dall’occupazione nazifascista e democratico dopo vent’anni di dittatura.

Prima d’ora, l’unico monumento dedicato ai caduti della Resistenza, era quello in piazza Libertà che ricordava i quattro partigiani lissonesi fucilati nel giugno 1944, dove vi sono oggi le “pietre d’inciampo”.

Felice è stata anche la scelta dell’Amministrazione comunale del luogo dove installarlo, tra Palazzo Terragni e la Torre, dove anche una lapide posta nel 1970, in occasione del 25esimo della Liberazione, fa da monito alle future generazioni perché ricordino il sacrificio dei caduti della Resistenza e per la libertà.

Faccio mie le parole di Eugenio Curiel, giovane docente universitario, assassinato in una via di Milano nel febbraio 1945 da militi della Repubblica Sociale Italiana:

«È triste ma fiero il discorso che fanno ai nostri cuori i morti che ci sono vicini … Combattere fino alla vittoria, fino alla libertà, osare ancora, fare di più, volere tenacemente e instancabilmente la vita e la libertà per noi e per l’Italia, perché volere questo, conquistare questo, è il suffragio migliore per la loro memoria”.

Renato Pellizzoni

la nuova lapide sulla torre di Palazzo Terragni inaugurata il 4 novembre 2018

la nuova lapide sulla torre di Palazzo Terragni inaugurata il 4 novembre 2018

lapide posta sulla torre di Palazzo Terragni  il 25 aprile 1970

lapide posta sulla torre di Palazzo Terragni il 25 aprile 1970

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70mo della Costituzione: Spettacolo di teatro-danza di Irene Carossia

6 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

70mo della Costituzione: Spettacolo di teatro-danza di Irene Carossia

Palazzo Terragni

Sabato 17 novembre 2018- ore 21 a cura di: M.eC. - Associazione Musica e Canto

Riflessione sulla differenza tra diritti e doveri espressi nella Costituzione
Con la Compagnia Stabile Villa Mariani e la Compagnia Stabile Carossia

Inviolabile come la vita delle donne.
Inviolabile come la dignità umana.
Inviolabile come la libertà.
Inviolabile come i diritti.

Con lo spettacolo Inviolabile si afferma il valore dei diritti, non solamente delle donne, ma anche dei diritti sanciti dalla Costituzione Italiana, della quale ricorre il settantesimo.

Uno spettacolo di teatro e teatro/danza con il quale il palcoscenico si offre nel suo straordinario ruolo di luogo di riflessione condivisa.

Uno spettacolo fatto di parole, corpi, emozioni, musica, dove tutto concorre ad affermare la necessità di difendere i diritti umani.

Una Compagnia Stabile piena di forza, passione e condivisione umana, guidata dalla Direttrice Irene Carossia, impegnata in un testo del quale è anche autrice.

 

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l'Associazione Culturale ATHÉNA per 70mo della Costituzione

5 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

9 novembre ore 21 - Articolo ZERO: La qualità della vita del cittadino | Lissone, Biblioteca - Piazza IV Novembre

9 novembre ore 21 - Articolo ZERO: La qualità della vita del cittadino | Lissone, Biblioteca - Piazza IV Novembre

INVITO 9 novembre ore 21 - Articolo ZERO: La qualità della vita del cittadino | Lissone, Biblioteca - Piazza IV Novembre

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smitizzare il mito della Prima Guerra Mondiale

3 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #I guerra mondiale

«Ogni due o tre generazioni, quando la memoria si indebolisce e gli ultimi testimoni dei massacri precedenti scompaiono, la ragione si offusca e degli uomini ricominciano a diffondere il male». (Olivier Guez)

Cent’anni fa, il 4 novembre 1918, in Italia finiva la prima guerra mondiale.

A “Vittorio Veneto” si svolse l'ultimo scontro armato sul nostro fronte, tra Italia e impero austro-ungarico, con la vittoria dell'esercito italiano.

La prima guerra mondiale è conosciuta anche con il termine di “Grande Guerra” perché così apparve alle popolazioni che vi si trovarono coinvolte. Fu una guerra “Grande” non solo per estensione dei fronti e per numero degli stati coinvolti: mai prima c'erano stati tanti soldati in trincea, tante armi in dotazioni agli eserciti, tante industrie impegnate a sostenere lo sforzo bellico.

Quella carneficina insanguinò l’Europa, un’Europa che, dalla sua fondazione negli anni Cinquanta, ci ha consentito di vivere anni di pace; un’unità europea che ora è minacciata dal rinascere dei nazionalismi, nazionalismi che furono una delle cause della Grande Guerra.

Benché avesse fatto parte della Triplice Alleanza, con la Germania e l’Austria-Ungheria fino allo scoppio del conflitto e fosse entrata in guerra contro i suoi ex alleati, l’Italia fu tra i vincitori della Prima Guerra mondiale.

Per avere un’idea della dimensione di quel conflitto che stravolse il mondo dal 1914 al 1918, caratterizzato da una violenza senza precedenti, si devono citare dei numeri: i numeri non hanno un’anima, ma quelli della guerra contengono tutto il dolore degli uomini.

smitizzare il mito della Prima Guerra Mondiale
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smitizzare il mito della Prima Guerra Mondiale

Le cifre sono implacabili: complessivamente 9,7 milioni di uomini trovarono la morte, circa due milioni di tedeschi, un milione e ottocento mila  russi, un milione e quattrocentomila francesi, un milione e centomila austroungarici, 885.000 britannici, 650.000 italiani e 116.000 americani e tanti di altri stati belligeranti.

20 milioni furono i feriti (12 milioni per i paesi dell’Intesa e 8 milioni per quelli della Triplice Alleanza).

L’Italia ebbe un milione di feriti, tra cui 500.000 mutilati, 74.620 storpi, 21.200 rimasti senza un occhio, 1.940 senza occhi, 120 senza mani, 3260 muti, 6.760 sordi, invalidi la cui vita fu definitivamente spezzata.

I civili che persero la vita raggiunsero la considerevole cifra di 8,9 milioni.

Dal 1915, a causa di ogni sorta di penuria, la vita diventò difficile in Europa.

In tutte le nazioni coinvolte nel conflitto, le donne, incoraggiate dalla propaganda ufficiale, sostituirono gli uomini, partiti per il fronte, nelle loro occupazioni professionali d’anteguerra.

La durata del lavoro aumentò, le condizioni igieniche si degradarono, i bisogni per il riscaldamento diventarono insoddisfacenti e le epidemie aumentarono di intensità.

La tubercolosi, malattia legata alla degradazione delle condizioni di vita, ancora virulenta all’inizio del XX secolo, guadagnò terreno in tutta Europa.

Le malattie veneree aumentarono anch’esse di intensità a causa delle numerose truppe sui territori dei paesi belligeranti, creando preoccupazioni sull’avvenire delle future generazioni.

Nel 1918 scoppiò una gigantesca epidemia di influenza spagnola che agendo su organismi indeboliti, fece circa 20 milioni di morti nel mondo.

350.000 furono gli italiani morti di spagnola, 500.000 se si considerano le complicazioni legate all’influenza.

Alla fine delle ostilità si contarono circa 7,5 milioni di soldati prigionieri e dispersi.

La Prima guerra mondiale generò un fenomeno inedito nella storia dei conflitti: 4,2 milioni di vedove. Il numero degli orfani si aggirò sugli 8 milioni.

La fine della guerra vide una pace precaria e un’Europa destabilizzata: il carattere radicale dei trattati conclusi con gli imperi centrali, in piena disintegrazione, generò dei sentimenti di rancore e di rivincita che faranno da substrato ai movimenti estremistici di sinistra e di destra.

La carta dell’Europa venne profondamente ridisegnata per la creazione di nuovi paesi, come la Polonia, la Cecoslovacchia, il regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, nocciolo della futura Jugoslavia.

I ritagli territoriali produssero grandissimi spostamenti di popolazioni e un numero considerevole di rifugiati.

Le perdite in vite umane durante la guerra produssero anche un deficit di natalità.

Le economie dei paesi belligeranti uscirono devastate dalla guerra. L’inflazione subì un’impennata catastrofica.

L’Italia, firmataria dei trattati con gli imperi centrali vinti, rimase delusa dei compensi territoriali ottenuti. Gabriele D'Annunzio coniò il termine “vittoria mutilata”, definizione che diventò un vero e proprio mito politico. All’Italia resterà un sentimento di amarezza e di frustrazione che in parte sarà la causa dell’ascesa del fascismo di Mussolini.

Appena conclusa la guerra, prese il via una sorta di “frenesia commemorativa” fatta di monumenti ai caduti, grandi sacrari militari, fino alla trasformazione del Vittoriano in monumento al Milite Ignoto. In un primo momento la necessità dell’elaborazione del lutto, anche collettiva, da parte dei famigliari e degli amici delle vittime ha avuto un ruolo importante, e lapidi e monumenti ai caduti hanno svolto anche questa funzione. Ma subito dopo, e in particolare dopo la presa del potere da parte del fascismo, è stata attuata una vera e propria “politica della memoria” per costruire una sorta di religione della patria fondata sul “sacrificio eroico” dei soldati.

A partire dal 1928, poi, il regime iniziò la progettazione e la costruzione di grandi monumenti e sacrari nazionali. Il sacrario militare di Redipuglia è l’emblema di questo uso politico della morte e della memoria: 22 giganteschi gradoni di marmo bianco, che contengono le spoglie di oltre 100mila soldati, su ciascuno dei quali è scolpita ossessivamente la parola «Presente», come nel rito dell’appello durante i funerali o le commemorazioni dei cosiddetti “martiri fascisti”.

sacrario di Redipuglia

sacrario di Redipuglia

Demistificare la narrazione apologetica e celebrativa della Prima guerra mondiale significa porre le basi per creare una più solida coscienza critica non solo del perché fu orrore quella guerra, ma di come lo sono state anche altre guerre.

Bibliografia:

AA. VV.- La guerre des affiches - Editions Prisma Paris 2018

Aldo Cazzullo - La guerra dei nostri nonni. 1915-1918: storie di uomini, donne, famiglie – Mondadori 2017

Valerio Gigante, Luca Kocci, Sergio Tanzarella - La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla I guerra mondiale - Ed. Dissensi, Viareggio 2015

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4 Novembre 2018

2 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #I guerra mondiale

100° anniversario di Vittorio Veneto

Giorno dell'Unità d'Italia e Festa delle Forze Armate  

Il 4 novembre del 1918, il giorno della Vittoria dell’Italia sull'Austria nella Prima guerra mondiale, simbolicamente si completò il processo dell'unificazione italiana. Un processo lungo e difficile, che aveva avuto i suoi albori con l'età napoleonica e si era sviluppato attraverso cospirazioni, movimenti politici, moti rivoluzionari e guerre. Dagli otto stati pre-unitari nasceva una nazione indipendente. Dai moti del 1820-21 a quelli del 1831, dalle insurrezioni del 1848 alla campagna dello stesso anno ed a quella dell'anno successivo, poi la II Guerra d'Indipendenza, i plebisciti, la spedizione dei Mille, l'Esercito Meridionale, l'intervento nelle Marche e nell'Umbria fino alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1861. E poi i successivi tasselli per completare l'unità, con la guerra del 1866 e la presa di Roma. La Prima guerra mondiale diventa quindi la tappa conclusiva dell’unità dell’Italia. E per questo il 4 novembre è stato scelto come giorno in cui si celebrano le Forze armate e appunto l’Unità della nazione. I numeri della Prima guerra mondiale furono questi: oltre 5 milioni di mobilitati, di cui oltre 4 milioni assegnati all'esercito, 680.000 caduti, 270.000 mutilati, un milione di feriti, 600.000 prigionieri, 64.000 dei quali morti per stenti in mano nemica. Nato come "festa della Vittoria", con il tempo il 4 Novembre è diventato "Giorno dell'Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate" ».

100° anniversario di Vittorio Veneto

 “Vittorio Veneto” è la località nei cui pressi si svolse l'ultimo scontro armato tra Italia e impero austro-ungarico durante la prima guerra mondiale, con la vittoria dell'esercito italiano e segnò la fine della guerra sul nostro fronte.

Nel 1914 l'Europa appariva ormai come una polveriera sul punto di esplodere, ma l'opinione pubblica europea sembrava del tutto inconsapevole del pericolo imminente.

1914 luglio SarajevoSarebbe bastata una piccola scintilla - il 28 giugno del 1914, l'assassinio a Sarajevo in Serbia dell'erede al trono degli Asburgo, l'arciduca Francesco Ferdinando, e di sua moglie - per innescare il grande incendio della prima guerra mondiale.

L'Europa nel 1914 risultava divisa in due schieramenti contrapposti che facevano capo ad altrettante alleanze militari: la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza. La prima vedeva l'adesione di Francia, Inghilterra e Russia; la seconda quella di Germania, Austria e Italia. Le aree di maggior tensione nello scenario europeo erano: l'Alsazia-Lorena tra Francia e Germania, il Trentino e la Venezia-Giulia tra Italia e Austria. Ma la vera zona calda erano i Balcani, verso i quali si concentravano le mire espansionistiche delle grandi nazioni.

Le dichiarazioni di guerra: Austria contro Serbia (28 luglio 1914), Germania contro Russia (1° agosto 1914), Germania contro Francia (3 agosto 1914), Gran Bretagna contro Germania (4 agosto 1914), Austria contro Russia (6 agosto 1914), Francia contro Austria (11 agosto 1914), Gran Bretagna contro Austria (12 agosto 1914).

Dopo alcuni mesi dall'inizio della guerra il conflitto si estende a buona parte dell'Europa, coinvolgendo anche paesi extra-europei come il Giappone. A scendere in guerra a fianco degli Imperi centrali furono Impero ottomano e Bulgaria, mentre con l'Intesa si schierarono Grecia, Romania e, nel 1915, l'Italia.

Quei fatidici quindici giorni dell'estate del 1914, che segnarono l'avvio e il dilagare delle ostilità, sarebbero rimasti impressi nella memoria degli europei.

Il 1914 rimane una data che marca profondamente la storia del mondo ed ecco perché il primo conflitto mondiale viene correntemente definito la Grande Guerra: iniziava in quel momento un processo destinato a cambiare il destino non solo delle popolazioni del vecchio continente, ma anche dei popoli colonizzati nel resto del pianeta.

 

la "Grande" Guerra

Nel novembre di 100 anni fa finiva la prima guerra mondiale. Nel mondo niente era più come prima della guerra. All’est la rivoluzione bolscevica aveva trionfato, la Germania era in ginocchio, l’Austria-Ungheria era scomparsa, nasceva una nuova Europa con nuovi paesi: gli Stati baltici, la Polonia, la Cecoslovacchia; a sud l’impero ottomano era disintegrato, ad ovest la Francia aveva ripreso l’Alsazia e la Lorena, passavano all’Italia il Trentino-Alto Adige e Trieste.

Più di 9 milioni di uomini avevano perso la vita sui campi di battaglia.

La guerra in Europa, iniziata nell’estate 1914, è stata la prima "guerra totale" che aveva opposto diverse nazioni, coinvolgendo le forze economiche.

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Una guerra totale è una guerra dove la distinzione tra militari e civili tende a ridursi e dove i civili ci vanno di mezzo come i soldati. Certo le atrocità commesse dalle truppe tedesche in Belgio e nel nord della Francia nell’estate del 1914 o ancora i bombardamenti di Reims sono diverse da quelle di Hiroshima e della distruzione di Desdra, ma la differenza tra le due guerre mondiali è una differenza di scala, dovuto ai limiti della tecnologia. Se i tedeschi avessero disposto di più “Grande Bertha”, i Parigini avrebbero sofferto di più. D’altro canto il genocidio degli Armeni preannuncia in un certo senso quello degli Ebrei.

Una novità della prima guerra mondiale é la nozione del "fronte". Nel XIX secolo le guerre erano fatte da armate in movimento. La guerra, 1914-1918, all’inizio era come quelle dell’800, con delle armate mobili che si cercano, ma nel giro di qualche settimana, il fronte si stabilizza su centinaia di chilometri.

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Si ha dapprima la trincea, che è la conseguenza di questa guerra di "fronte". Poi entra in gioco l’artiglieria: la novità sta nell'uso massiccio dell'artiglieria.

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Nessuna guerra nella storia aveva avuto un tale impiego esagerato di artiglieria: nella battaglia di Verdun (su un fronte di 17 Km di lunghezza e 3 di laghezza) è caduto un obice di grosso calibro (105 mmm o più) su ciascun metro quadrato. Per trasportare un così ingente quantitativo di munizioni erano stati necessari 872 treni e 26.000 vagoni. L’artiglieria distrugge tutto e stravolge completamente  il paesaggio.

Alcune innovazioni fanno di questa guerra la prima guerra industriale: le mitragliatrici, i gas, i lanciafiamme, ma anche i carri armati, i sottomarini e gli aeroplani, con i quali si entra veramente nel XX secolo.

 

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DIRIGIBILE-TEDESCO-I-guerra-mondiale.jpg sottomarino-francese--I-guerra-mondiale.jpg

La morte in massa non si era mai vista prima: i morti raggiungeranno la cifra di 9.400.000, di cui 1.397.000 in Francia (pari a una media di 829 morti al giorno nei 1560 giorni di guerra), a cui si devono aggiungere altrettanti feriti e prigionieri, la maggior parte catturati nel 1914 e a Verdun). In Italia i morti furono 578.000 (mediamente 460 morti al giorno in 1258 giorni di guerra).

effetti-gas-I-guerra-mondiale.jpgCon la prima guerra mondiale si entra nell’era della violenza industriale, di una violenza cieca. La guerra del 1914-1918 è una guerra dove è raro che si uccida guardandosi negli occhi. La “pulizia delle trincee” sicuramente é esistita, ma resta marginale in quanto l’arrivo dei soldati in una trincea nemica è preceduto da una tale preparazione dell’artiglieria che gli uomini, di fatto, sono già morti o non sono in grado di opporre resistenza.

Nel 1918 il mondo non assomiglia più a quello del 1914: la principale conseguenza della Grande Guerra è lo spostamento del centro di gravità dell’economia mondiale dall’Europa verso gli Stati Uniti d’America. Nel 1914 l’Europa era il banchiere del mondo; nel 1918 non più. Per finanziare la guerra i paesi europei si erano indebitati: ormai Wall Street supera la City di Londra o la borsa di Parigi.

Gli Stati Uniti d’America erano entrati in guerra contro la Germania nell’aprile del 1917, al fianco dell’Intesa: per questo intervento fu ristabilita la coscrizione obbligatoria che era stata abolita dopo la guerra di secessione (1861-1865) . I soldati americani arrivarono in massa sul continente europeo: 300.000 nel marzo 1918, un milione nel mese di luglio, il doppio alla vigilia dell’armistizio. 114.000 caddero sui campi di battaglia.

Oltre all’apporto dei militari statunitensi alla vittoria dell’Intesa, non va dimenticato l’aiuto americano nel  campo economico: durante la guerra, gli alleati ricevettero materie prime, alimenti, macchine utensili, materiale ferroviario, benzina.

(Liberamente tratto da un’intervista al prof. Antoine Prost, insegnante alla Sorbona di Parigi, esperto in Storia dell’Educazione e di Storia sociale)

 

In Italia
1917 ritirata CaporettoLa guerra era terminata. Dopo la disfatta di Caporetto, nell'ottobre del 1917 (40 mila morti, 600 mila fra prigionieri e sbandati), sui socialisti si riversarono gli strali della borghesia interventista. Un rigurgito di nazionalismo si diffuse nel Paese individuando nel "disfattismo rosso" la causa del disastro. In realtà la disfatta di Caporetto non fu determinata dall'azione dei socialisti, ma dalla cattiva situazione strategica dell'esercito italiano e dagli errori del comando d'armata. Solo sul Piave si potè fermare l'avanzata di tedeschi e austriaci. Sì, la guerra era terminata, ma il prezzo era stato alto. Erano morti in battaglia 600.000 italiani, migliaia e migliaia i feriti. Vi erano state 870.000 denunce all'autorità giudiziaria militare,
470.000 persone non avevano risposto alla chiamata, 400.000 denunciati per diserzione, 100.000 le sentenze del Tribunale militare, 4.000 le sentenze di condanna a morte delle quali 750 eseguite, 141 le esecuzioni sommarie. Per la prima volta gli eserciti avevano usato armi chimiche.

Eppure in mezzo a tanti dolori, altri si erano arricchiti. Bisognava fornire l'esercito di cannoni, vestire e calzare milioni di persone. Tutte le industrie lavorarono a pieno ritmo: la produzione di automobili che nel 1914 era di 9.200 unità all'anno, nel 1920 raggiunse le 20.000 unità. Il consumo di energia elettrica raddoppiò cosÌ come la produzione nell'industria siderurgica. La Fiat aumentò il proprio capitale: dai 17 milioni del 1914 ai 200 del 1919. L'Ilva, l'Ansaldo, le grandi banche - Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma, Banco di sconto - dettavano legge allo Stato.

I contadini, sbattuti nelle trincee, si erano comportati bene e avevano fatto il loro dovere con la stessa rassegnata determinazione con cui attendevano alla loro quotidiana fatica.

Trieste 4 novembre 1918

In Brianza
In tutta la Brianza si potevano contare 5000 caduti.

A Lissone
Anche Lissone aveva fatto il proprio dovere e 167 erano i morti della prima guerra mondiale.
 I loro nomi 

caduti lissonesi prima guerra mondiale

Secondo quanto scrive Luzzatto in Storia economica dell'età moderna e contemporanea:

“si fanno oscillare fra i 9 e i 10 milioni i morti in guerra; ai quali, aggiungendo l'aumento della mortalità (valutato in 5 milioni) e la diminuzione della natalità che si fa salire a 20 milioni, si arriva ad una perdita totale della popolazione di circa 35 milioni... Alle perdite umane si aggiungono le perdite non meno gravi di ricchezza per la distruzione quasi totale di intere regioni, per l'affondamento di un numero enorme di navi con tutto il loro carico, per i danni recati ad un grande numero di stabilimenti industriali, ai lavori di bonifica e a molta parte dell'attrezzatura agricola, la fortissima diminuzione del patrimonio zootecnico e soprattutto le enormi spese che gli Stati belligeranti dovettero sostenere per causa, diretta o indiretta, della guerra. Le sole spese di guerra vere e proprie ammontavano, secondo fonti attendibili, ad un totale di 210 miliardi di dollari vecchi, di cui 156 furono spesi dalle potenze dell'Intesa e soli 63 dalle potenze centrali.”

Le conseguenze economiche della guerra si riversarono sui Paesi più deboli economicamente. L'Italia uscì dalla guerra con un debito verso gli Stati Uniti pari a 8.537 milioni di lire-oro e verso l'Inghilterra di 15.405 milioni di lire-oro dopo aver sopportato ingenti spese di guerra.

L'illusione che la guerra avrebbe portato l'equilibrio economico e maggior benessere, restò, appunto, un'illusione. I prezzi aumentarono, l'inflazione, iniziata nei primi mesi del 1919, continuò aggravandosi, vennero alla luce episodi inquietanti sulla guerra. I militari esonerati appartenevano tutti alla borghesia, quei pochi che andavano a militare, erano subito nominati ufficiali. Non a caso si cantava una canzone di anonimo autore, Gorizia, che recitava: "Sian maledetti quei giovani studenti / che hanno studiato e la guerra han voluto".

da "4 strade" di Adriano Todaro  - Comune di Nova Milanese - aprile 1995

 

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

 

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

 

Ma nel cuore

nessuna croce manca

 

È il mio cuore

il paese più straziato

 

Valloncello dell'Albero Isolato

il 27 agosto 1916

 

Un poeta in trincea

Il poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970) fu tra i volontari che combatterono sul Carso e vissero in prima persona la durezza della guerra di trincea. In questa lirica, intitolata San Martino del Carso, Ungaretti esprime con grande forza comunicativa il sentimento dell'animo umano lacerato di fronte alle terribili distruzioni della guerra.


Luoghi e monumenti dedicati ai caduti lissonesi nella Grande Guerra

Al cimitero

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particolare del monumento  e monumento dedicato all'aviatore Corino

particolare monumento caduti monumento aviatore Corino

 

Nella torre di Palazzo Terragni (ex Casa del fascio) e nella piazza della Bareggia 

 

sacrario della Torre pal Terragni   monumento caduti Bareggia 15 18

 

Nella Chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo:

sulla parete di sinistra della cappella del Crocefisso vi è una lapide in marmo che riporta i nomi dei caduti nelle guerre del Risorgimento, in quelle coloniali e nella Grande Guerra.

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Porta d'ingresso della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo

Sulle formelle in legno della porta di ingresso sono scolpiti i nomi dei caduti della guerra '15-'18

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Porta d'ingresso della chiesa dell'Oratorio Maschile e altare che si trovava all'interno ora nella chiesa dell'Oratorio femminile

porta chiesa oratorio maschile intera    monumento-ligneo-1955-nella-chiesa-Oratorio 

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Centenario della fine della Grande Guerra

21 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #I guerra mondiale

alcune fotografie del concertoalcune fotografie del concerto
alcune fotografie del concerto

alcune fotografie del concerto

4 Novembre 1918 – 4 Novembre 2018

L’ANPI lissonese, per il centenario della fine della Prima Guerra mondiale, ha proposto un concerto multimediale:

“IL VIOLINO DEL SOLDATO” Musica e musicisti raccontano la Grande Guerra (1914-1918)

A cura dell’Accademia Viscontea. Violinista/relatore Maurizio Padovan

Sabato 3 novembre 2018 ore 16.00 BIBLIOTECA CIVICA DI LISSONE Sala Polifunzionale - Piazza IV Novembre

Con il patrocinio e il contributo dell’Amministrazione comunale di Lissone

 

Centenario della fine della Grande Guerra
Centenario della fine della Grande GuerraCentenario della fine della Grande Guerra
Centenario della fine della Grande Guerra

Durante la Prima guerra mondiale la musica era parte integrante della vita militare. Le canzoni accompagnavano le truppe nelle lunghe ore in trincea, nel corso delle marce o durante il riposo nelle seconde linee. I soldati cantavano per sconfiggere la nostalgia degli affetti familiari, per farsi coraggio nelle ore precedenti un assalto o per scordare i patimenti del fronte o della prigionia. Ma non mancarono le canzoni di protesta che denunciavano la drammaticità di una guerra trasformatasi in una gigantesca carneficina in cui migliaia di giovani venivano sacrificati per la conquista di pochi metri di terreno.

Il violino delle due guerre

il violino del maestro Maurizio Padovan durante il concerto

Lo strumento utilizzato nel corso del concerto appartenne a Juzep da' Rous (Giuseppe Galliano,1888-1980), contadino nativo dj Sampeyre (Val Varaita, CN) che partecipò alla Guerra di Libia (1911-12) e successivamente alla Grande Guerra. Durante il primo conflitto fu ferito a un braccio e decorato con la Medaglia di bronzo al valor militare.

Lo strumento fu costruito a Mirecourt (Francia) nei primi decenni dell'Ottocento e acquistato da Juzep da' Rous a Parigi all'inizio del secolo successivo.

Alla scomparsa del suonatore, che fu l'ultimo testimone della tradizione violinistica degli Occitani d'Italia, il violino venne restaurato e dato in uso a Maurizio Padovan, autore delle pubblicazioni editoriali e discografiche dedicate all'antico repertorio del violinista di Sampeyre.

pieghevole con tema del concerto

Centenario della fine della Grande Guerra
monumenti ai caduti a Lissone
monumenti ai caduti a Lissone
monumenti ai caduti a Lissone
monumenti ai caduti a Lissone
monumenti ai caduti a Lissone

monumenti ai caduti a Lissone

Porta d'ingresso della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo. Sulle formelle in legno della porta di ingresso sono scolpiti i nomi dei caduti lissonesi della guerra 1915-1918
Porta d'ingresso della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo. Sulle formelle in legno della porta di ingresso sono scolpiti i nomi dei caduti lissonesi della guerra 1915-1918Porta d'ingresso della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo. Sulle formelle in legno della porta di ingresso sono scolpiti i nomi dei caduti lissonesi della guerra 1915-1918

Porta d'ingresso della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo. Sulle formelle in legno della porta di ingresso sono scolpiti i nomi dei caduti lissonesi della guerra 1915-1918

i nomi dei caduti della Prima guerra mondiale sulla parete di sinistra dell'altare della Santa Croce nella  chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo. Negli anni Venti del Novecento, la Prima Guerra mondiale era chiamata dai contemporanei "guerra europea"
i nomi dei caduti della Prima guerra mondiale sulla parete di sinistra dell'altare della Santa Croce nella  chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo. Negli anni Venti del Novecento, la Prima Guerra mondiale era chiamata dai contemporanei "guerra europea"

i nomi dei caduti della Prima guerra mondiale sulla parete di sinistra dell'altare della Santa Croce nella chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo. Negli anni Venti del Novecento, la Prima Guerra mondiale era chiamata dai contemporanei "guerra europea"

porta della chiesa dell'Oratorio maschile
porta della chiesa dell'Oratorio maschileporta della chiesa dell'Oratorio maschile

porta della chiesa dell'Oratorio maschile

Nella palestra della Pro Lissone, una targa ricorda gli atleti caduti nella Prima Guerra mondiale

Nella palestra della Pro Lissone, una targa ricorda gli atleti caduti nella Prima Guerra mondiale

monumento all'aviatore Mario Corino, alfiere della Pro Lissone calcio, posto nel "Campo della Memoria" nel cimitero urbano

monumento all'aviatore Mario Corino, alfiere della Pro Lissone calcio, posto nel "Campo della Memoria" nel cimitero urbano

programma delle celebrazioni per il centenario della fine della Grande guerra a Lissone

programma delle celebrazioni per il centenario della fine della Grande guerra a Lissone

programma delle celebrazioni per il centenario della fine della Grande guerra a Lissone

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