Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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La Grande Guerra: una guerra totale

20 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #I guerra mondiale

La Grande Guerra: una guerra totaleLa Grande Guerra: una guerra totale
La Grande Guerra: una guerra totale

1918 – 2018. In occasione del centenario della fine della “Grande Guerra” , riportiamo alcune considerazioni di Marcello Flores sulla prima Guerra mondiale, tratte dal suo libro “Il genocidio degli Armeni”.

La “Grande Guerra” è la prima guerra “totale”, che anticipa, prefigura e apre la strada alle violenze più drammatiche dell'intero XX secolo.

Quando la guerra del 1914 non riuscì a produrre rapidamente un risultato, quando diventò una forma di guerra d'assedio tra potenze industriali i cui domini si estendevano da un capo all'altro del pianeta, questa si trasformò in un altro tipo di guerra, più grande, più letale e più corrosiva di qualsiasi conflitto precedente. È a questa nuova tipologia di guerra che si applica propriamente l’etichetta di «guerra totale».

                                                                    ****

C’è larga convergenza tra gli storici, ormai, sul carattere di cesura epocale rappresentata dalla prima guerra mondiale.

In poco più quattro anni muoiono nove milioni di persone, quasi tutte fra i venti e i trent'anni, tanto che si darà il nome di «generazione perduta» ai giovani nati nell'ultimo decennio dell'Ottocento e che erano entrati nell'adolescenza mentre il mondo festeggiava con fiducia l'ingresso nel XX secolo.

È un risultato che nessuno, neppure i più pessimisti, aveva minimamente ipotizzato, mentre era largamente diffusa, in entrambi gli schieramenti, la convinzione che il conflitto sarebbe stato breve.

Le intere economie dei paesi in guerra si piegano alle necessità militari, la mobilitazione della società perché partecipi allo sforzo bellico è continua e si cerca di ottenerla con la forza della propaganda e dell'infiammazione patriottica o, quando entrambe si dimostrano inefficaci, con irreggimentazione e la disciplina coatta, la limitazione delle libertà e la minaccia della repressione.

Se questo avviene nelle democrazie più evolute - dove ogni principio, interesse, istituzione sono subordinati al «valore» dell’efficacia bellica -la situazione negli Stati autocratici o semidittatoriali è ancora più drammatica, in modo particolare e tragico per le minoranze nazionali, considerate in blocco inaffidabili e pericolose.

Il ruolo e il peso dei militari nelle decisioni politiche si accompagna alla creazione di un clima plumbeo nell'intera vita sociale e culturale. L'amor di patria si presenta spesso con caratteristiche del sacrificio convinto e accettato delle proprie e altrui libertà.

Siamo di fronte, come è stato ripetuto più volte e come è orma quasi diventato un luogo comune che non suscita particolare emozione, alla prima guerra “totale”, che anticipa, prefigura e apre la strada alle violenze più drammatiche dell'intero XX secolo.

È l’intreccio della produzione industriale con la società di massa a generare un nuovo tipo di guerra, anche se la guerra totale non è mai letteralmente totale. È «totalizzante» nel senso che, quanto più si prolunga, tanto più cresce l'ammontare delle risorse umane e materiali inesorabilmente inghiottite nel suo vortice.

Quando la guerra del 1914 non riuscì a produrre rapidamente un risultato, quando diventò una forma di guerra d'assedio tra potenze industriali i cui domini si estendevano da un capo all'altro del pianeta, questa si trasformò in un altro tipo di guerra, più grande, più letale e più corrosiva di qualsiasi conflitto precedente. È a questa nuova tipologia di guerra che si applica propriamente l’etichetta di «guerra totale».

Il primo anno di guerra si dimostra il più costoso, in termini di vite umane e di battaglie sanguinose, perché entrambi gli schieramenti sono ancora convinti della possibilità di vincere rapidamente il conflitto.

Le regole di guerra, che pure in passato non avevano certo impedito spargimento di sangue e inutili carneficine, sembrano cambiate per sempre.

Il fatto che circa la metà degli uomini tra i diciotto e i quarantanove anni fosse coinvolta nella guerra e che la mobilitazione raggiungesse l'80 per cento di quella fascia l'età - il cuore pulsante e produttivo di ogni nazione - spiega adeguatamente il sentimento di novità - speranza prima e paura dopo - che accompagna il conflitto.

La percentuale dei morti, al termine, fu ancora più impressionante. Più di un serbo su tre che aveva indossato l'uniforme venne ucciso, e per bulgari, rumeni e turchi la percentuale fu di uno su quattro, per tedeschi e francesi di uno su sei e per gli italiani e per gli inglesi di uno su otto.

L'ingresso in questo che si sarebbe dimostrato un massacro collettivo fu accompagnato all'inizio da una mobilitazione in gran parte spontanea ed entusiasta. La volontà bellica degli alti comandi e di non pochi politici fu rafforzata dalla spinta dal basso che ebbe la partecipazione alla guerra, l'entusiasmo patriottico per entrarci, il disprezzo e l'oltraggio per chiunque mostrasse qualche ragionevole dubbio o auspicasse la pace o la neutralità.

Il processo di demonizzazione del nemico, che costituisce uno degli aspetti salienti della guerra mondiale, rende particolarmente virulento il concreto scatenamento di quell' educazione all'odio che i diversi nazionalismi stavano diffondendo da anni in ogni paese.

È la guerra che crea le condizioni perché un sentimento come l’odio nazionale, etnico e razziale - più o meno presente ad ogni latitudine - possa trasformarsi in massacri e crimini di guerra e sia capace di innalzare oltre misura il livello di tolleranza alla violenza delle popolazioni coinvolte.

Nel contesto del conflitto ogni gruppo nazionale o etnico si sente - ed è realmente, visto che la guerra coinvolge e sconvolge tutti - vittima, ed è incapace di guardare alla realtà altrimenti che con il filtro del nazionalismo, del proprio interesse collettivo o della propria paura.

 

Bibliografia:

Marcello Flores – Il genocidio degli Armeni – Società Editrice il Mulino

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La Grande Guerra, “immenso impero regno della morte”

20 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #I guerra mondiale

Le ricorrenze, quando non sono occasioni vuote o retoriche, possono servire da stimolo al ricordo e alla riflessione.

Costretti a morire per quella che papa Benedetto XV nel 1917 aveva definito "Un'inutile strage"

 

Ad centotre anni dall'inizio della Prima guerra mondiale, l’orrore racchiuso nei numeri a cinque zeri, riguardanti le vittime i cui nomi restano, in ogni piccola frazione, incisi sui gelidi monumenti ai caduti, sembra dissolversi in una dimensione della memoria dai contorni sfuocati; come se quella tragedia in bianco e nero appartenesse alla storia di un altro pianeta, nonostante che abbia investito violentemente il passato di ogni famiglia e comunità, segnando l’esistenza di milioni di individui risucchiati dentro quello spazio estremo che nel 1917 un caporale dei bersaglieri di Asti definì «immenso impero, regno della morte», venendo condannato a due mesi di carcere per lettera denigratoria.

La Grande Guerra, “immenso impero regno della morte”
La Grande Guerra, “immenso impero regno della morte”
La Grande Guerra, “immenso impero regno della morte”
La Grande Guerra, “immenso impero regno della morte”
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Gli studenti dell'Istituto Meroni di Lissone per il 70mo della Costituzione

19 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Per il 70esimo anniversario della Costituzione italiana, gli studenti dell'Istituto Meroni di Lissone hanno realizzato sei stendardi con alcuni articoli della Costituzione, che sono stati collocati sulle colonne di Piazza Libertà.

foto tratte dal sito internet del Comune di Lissone
foto tratte dal sito internet del Comune di Lissone
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70mo La Costituzione in musica

18 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Lettura e interpretazione musicale degli articoli della Costituzione italiana nella storia della Musica

70mo La Costituzione in musica
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70mo anniversario della Costituzione nuovi eventi

12 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

70° Anniversario della Costituzione

continua la rassegna di eventi dedicati

 

vedi nel sito del Comune di Lissone tutti gli appuntamenti del mese di ottobre e del mese di novembre

 

 

 

http://www.comune.lissone.mb.it/70-anniversario-Costituzione-Italiana-appuntamenti-ottobre-novembre

70mo anniversario della Costituzione nuovi eventi
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Lettera di un insegnante

7 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Lissone,  7 ottobre 2018

 

Un insegnante di liceo, iscritto alla nostra associazione, l’ANPI di Lissone, ci scrive:

«La scuola è cominciata da meno di un mese. In questo mese ho incontrato diciassette famiglie e diciassette ragazze e ragazzi.

Sono venuti a bussare alla porta della mia scuola. Io avevo il compito di accoglierli. Vengono da lontano: Togo, Senegal, Egitto, Tunisia, Brasile, Perù, Repubblica Dominicana, Venezuela. Si chiamano Adham, Amal, Andres, Asmaa, Brayan, Cari, Elsayed, Jeikol, Yzabel, Misheel, Mamadou, Mohamed, Mohamed, Nashwa, Salaheldin, Tete, Alfonso (nipote di emigranti italiani). Il più piccolo ha 14 anni, il più grande 19.

Sono arrivati in Italia per raggiungere i loro genitori. Ho stretto le loro mani e ho ascoltato le loro storie, talvolta con l'aiuto di una mediatrice linguistica e di miei studenti che conoscono la loro lingua, talvolta usando le lingue che conosco.

Emmanuel Levinas ha detto: “Il volto non è semplicemente una forma plastica, ma è subito un impegno per me”.

Ho vissuto questo. Il volto è un'alterità che mi trascende e che risveglia in me il nostro mistero di essere umani e parte della vita. Quegli occhi e sguardi fuggitivi o pieni di bisogno e desiderio, quelle voci talvolta tremanti talvolta spavalde a nascondere la paura, quei pudori, dubbi, slanci; le mani avvicinate o allontanate; il pensiero al passato, alle cose perdute; il raccogliere gli abiti e le cose della vita e portarle con sé; il sentire che l'arrivo non è come lo si sognava o immaginava; il vedere con occhi nuovi il proprio paese; lo scoramento che rabbuia o la fiducia che illumina: tutto questo abbiamo condiviso in pochi minuti o in qualche ora. Tutto questo si scrive in due parole: speranza e dignità. Solo questo ho voluto far vivere nel poco che ho potuto fare. Non uno di meno. Non uno escluso. 

Incontri, telefonate, messaggi, mail, prove di valutazione, riflessioni, momenti di gioia e di tristezza. Di giorno, di sera, di notte pure. La lotta contro un sistema farraginoso, arbitrario e talvolta sordo.

Quando mi hanno detto grazie, con le parole, con gli occhi, regalandomi una penna o promettendomi un dolce di ringraziamento, io ho sentito un grazie per loro, perché mi hanno fatto rivivere e ricordare chi sono e cosa sono. Io sono un prof e ho fatto solo il mio dovere. Ho fatto il mio lavoro. È questo che professo. La dignità di ognuno.

Nel rincuorare loro e i loro genitori ho sentito in me la forza delle parole della mia Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”. Punto. Non ci sono aggettivi. Non una parola è di troppo, non una parola manca. Così scrive chi sa cosa è la dittatura e cosa è la guerra. E le ripudia.

La forza di queste parole mi ha sorretto e ho sentito i partigiani accanto a me ad accogliere questi ragazzi. Ho pensato a come li avrebbero accolti loro. Ho sentito che noi ora siamo "tutti". Ora che ognuno ha trovato faticosamente un suo spazio a scuola, nella mia e nelle vicine. È la strada giusta. Lo sento e vedo quando li incontro nel corridoio e mi salutano e mi dicono con gli occhi: questa ora è la mia scuola. Questa è la nostra scuola.

Buona fortuna e coraggio ragazzi. Ora possiamo camminare insieme».

                                                                                                       R.P.

Articolo 34 della Costituzione: La scuola è aperta a tutti”

Lettera di un insegnante
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Continuano le iniziative per il 70mo della Costituzione

2 Octobre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

 

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Lissone nuove iniziative per il 70mo della Costituzione

21 Septembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Lissone, 20 settembre 2018

Dopo la pausa estiva, sono riprese le iniziative della varie associazioni per il 70mo della Costituzione.

Ieri sera si è svolta la prima delle tre conferenze sul tema del lavoro, organizzate dal Circolo Culturale Sociale Don Ennio Bernasconi.

 

la locandina con le prossime conferenze del Circolo Don Bernasconi

tutte le altre iniziative previste per il 70mo della Costituzione a Lissone

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Le leggi razziali del fascismo e la scuola

12 Septembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Il razzismo fascista non fu "all'acqua di rose". Le leggi razziali del fascismo furono una vergogna e una infamia imperdonabile. A causa di quelle leggi migliaia di ebrei italiani furono perseguitati, umiliati, ridotti alla fame, arrestati e poi spediti nei campi di sterminio.

Le leggi razziali furono emanate nel 1938: il 14 luglio venne pubblicato il "Manifesto del razzismo italiano" redatto, sotto l'egida del ministero della Cultura Popolare, da un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, poi trasformato in decreto, il 15 novembre dello stesso anno, con tanto di firma di Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d'Italia e imperatore d'Etiopia "per grazia di Dio e per volontà della nazione".

Con il manifesto e con le leggi successive, agli ebrei venne proibito di prestare servizio militare, esercitare l'ufficio di tutore, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici "ariani". Gli ebrei venivano anche licenziati dalle amministrazioni militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dagli enti parastatali, dalle banche, dalle assicurazioni e dall'insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado. Infine, i ragazzi ebrei non potevano più essere accolti nelle scuole statali. Insomma una vera e propria tragedia per migliaia di persone, magari con alle spalle anni ed anni di onoratissimo lavoro.

Una delle prime istituzioni statali in cui fu introdotto l'antisemitismo fu proprio la scuola già a partire dall'estate 1938.

Le leggi razziali del fascismo e la scuola

Il razzismo era completamente estraneo alla coscienza e alla tradizione italiana; l'applicazione delle leggi discriminatorie procedette a fatica e con parecchie resistenze.

Il 19 luglio 1938 - poco dopo la pubblicazione del documento noto come "Manifesto degli scienziati razzisti" - la Direzione generale per la demografia e per la razza, organismo istituito in seno al ministero degli Interni e preposto all'applicazione della normativa persecutoria antiebraica, dispose il censimento di tutti gli ebrei appartenenti all'amministrazione statale. In agosto fu vietato a tutte le scuole di accettare alunni stranieri ebrei (compresi quelli dimoranti in Italia) per il successivo anno scolastico, mentre era previsto il licenziamento dei professori incaricati e dei supplenti ebrei. L'appartenenza alla razza ariana divenne essenziale per entrare nel pubblico impiego. Sempre nello stesso mese il ministro Bottai con una circolare ministeriale sollecitava i provveditori alla massima diffusione nelle scuole primarie e secondarie della rivista " La difesa della razza", diretta da Telesio Interlandi.

Le leggi razziali del fascismo e la scuola
Le leggi razziali del fascismo e la scuola

Un'altra circolare disponeva il divieto di adozione dei libri di testo di autori di razza ebraica.

In settembre insegnanti ed alunni ebrei, salvo eccezioni, erano esclusi dalle scuole pubbliche italiane. La sospensione dal servizio per maestri e professori sarebbe scattata a partire dal 16 ottobre. A tale misura dovevano adeguarsi anche presidi, direttori, assistenti universitari, liberi docenti, membri delle Accademie, degli Istituti, delle Associazioni di scienze, lettere e arti e tutte le altre persone di "razza ebraica" impiegate, con qualsiasi mansione, nelle scuole (bidelli, segretari), negli uffici del ministero.

Lo Stato si impegnava ad istituire a proprie spese sezioni "separate" di scuola elementare nelle località in cui vi fossero stati almeno dieci bambini ebrei in età scolare; in queste scuole anche gli insegnanti potevano essere di razza ebraica. Il ministero dell'Educazione nazionale autorizzava, comunque, le comunità israelitiche ad aprire scuole elementari per i propri bambini.

I decreti di settembre colpirono 200 professori (98 erano docenti universitari) e 5.600 allievi, di cui 4.400 erano scolari, 1.000 alunni di scuola media, 200 studenti universitari, inoltre più di 133 aiuti e assistenti universitari, 114 autori di libri di testo.

La discriminazione razziale nella scuola fu ufficialmente annunciata dal ministro Bottai in persona in una trasmissione radiofonica diffusa il 16 ottobre 1938, in occasione dell'apertura del nuovo anno scolastico: «... La Scuola italiana agli italiani ... Gli ebrei avranno, nell'ambito dello Stato, la loro scuola, gli italiani la loro ...».

La normativa persecutoria fu accompagnata da una accesa campagna propagandistica nella scuola - con conferenze, lezioni, opuscoli, articoli sui periodici scolastici e non - volta a prevenire o annullare le reazioni negative ai provvedimenti.

Le scuole furono invitate ad abbonarsi a “La difesa della razza”.

Nella scuola non vi fu, quindi, unicamente l'introduzione della legislazione persecutoria nei confronti degli ebrei. Dall'autunno del 1938 gli studenti di "razza ariana" rimasti nelle classi furono educati ad essere consapevoli e fieri della loro superiorità razziale. Razzismo e antisemitismo si diffusero nei libri di testo, nell'insegnamento e nella formazione degli stessi insegnanti, nella vita scolastica quotidiana.

Le leggi razziali del fascismo e la scuola

Furono create ventidue scuole elementari e tredici medie che consentirono di far proseguire gli studi ai giovani e ai bambini cacciati dagli istituti pubblici.

Dal diario di una bambina ebrea torinese: «Oggi è il primo giorno della mia nuova vita di scuola. Andandoci pensavo con rammarico alla mia maestra e alle compagne che avevo dovuto lasciare».

Scrive nel suo libro “La farfalla impazzita” Giulia Spizzichino, ebrea romana sfuggita alla retata del 16 ottobre 1943 nel ghetto di Roma:

«L’elemento personale che associo alle leggi razziali sono le lacrime di mia madre, il brutto giorno in cui io venni allontanata dalla scuola. Lì per lì mi colpirono molto, non l’avevo mai vista piangere. Una mattina, frequentavo l’avviamento commerciale da un paio di mesi, il preside la convocò a scuola e con aria contrita le disse che non potevo più frequentare le lezioni. Lei scoppiò in lacrime, io ero interdetta. Avevo undici anni e alle elementari ero sempre andata bene. Forse non provai nemmeno un particolare dispiacere, del resto non capivo cosa ci fosse dietro quella espulsione, a differenza dei miei genitori che lo comprendevano perfettamente e prevedevano una svolta ancora più crudele.

Povera mamma, per lei fu un’umiliazione tremenda venire in classe, raccogliere tutti i miei libri e quaderni e portarmi via. Io in quei momenti stavo lì a occhi bassi, non capivo perché l’avessero costretta a ricondurmi a casa. Ero terrorizzata all’idea di aver fatto qualcosa di male e temevo una punizione da parte di mio padre, di cui avevo molta soggezione.

Ricordo bene come si svolsero le cose: io ero in classe, il preside arrivò e mi fece uscire in un corridoio dove, davanti a mia madre, spiegò che era arrivata una lettera del Partito Nazionale Fascista e per questo io dovevo lasciare la scuola. Il concetto era che non potevo più stare a contatto con le altre bambine. Di colpo mi sentii come affetta da un morbo contagioso. Quando mi dissero che dovevo lasciare la scuola, credo di non essere neppure rientrata in classe. Mi vergognavo, se l’ho fatto è stato solo per riprendere i miei oggetti scolastici, non ho avuto il tempo di salutare nessuno».

Le leggi razziali del fascismo e la scuola
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8 settembre 1943

4 Septembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

 
Il capo del Governo Badoglio invia al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio in cui informa Einsenhover di non poter annunciare l'armistizio a causa della consistente presenza di truppe tedesche nei dintorni della capitale e sconsiglia l'invio della divisione aviotrasportata data l'impossibilità italiana di fornire il carburante e i mezzi necessari ai reparti sbarcati. Eisenhower respinge la richiesta di ritardare l'annuncio e minaccia pesanti ritorsioni in caso contrario; anzi, alle 16.30 radio New York anticipa la notizia della firma dell'armistizio con l'Italia. 8settembre1943-1-.jpg Poco dopo il re, Badoglio, Guariglia, Acquarone, Carboni e i ministri della guerra, della marina e dell'areonautica si riuniscono al Quirinale, dove arriva la notizia dell'annuncio dell'armistizio dato dagli americani.               

Il generale Castellano con il generale Eisenhower
Al nord reparti tedeschi comandati da Erwin Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l'occupazione dei punti strategici, in particolare impianti industriali e vie di comunicazione.

  

 Alle 19.45 Badoglio con un messaggio alla radio rende nota agli italiani la notizia dell’armistizio, firmato segretamente il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia, dal plenipotenziario italiano generale Castellani e dal generale americano Smith. L'Italia precipita nel caos. Il Re Vittorio Emanuele III e Badoglio lasciano Roma e, a bordo di una nave da guerra, da Pescara raggiungono Brindisi, nella zona già occupata dagli Alleati. L’esercito, lasciato senza ordini precisi, quasi ovunque si dissolve. I tedeschi, che nei giorni precedenti avevano fatto affluire rinforzi dal Brennero, avviano immediatamente l'operazione Achse, che attua le disposizioni a suo tempo predisposte in tale eventualità, e occupano di fatto la penisola italiana, disarmando e catturando centinaia di migliaia di militari italiani, in Italia, in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e sugli altri fronti, avviandoli alla prigionia in Germania. Solo la flotta navale, ad eccezione della corrazzata Roma affondata dai tedeschi, riesce a sottrarsi alle mire tedesche e a consegnarsi agli alleati nell'isola di Malta. Per l’esercito italiano l’annuncio dell’armistizio è uno sfacelo: 60.000 fra morti e dispersi, oltre 700 mila soldati internati in Germania; fra i superstiti, molti fuggono verso casa, molti danno vita a bande partigiane che animeranno la Resistenza. Gli antifascisti danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando il popolo “alla lotta e alla resistenza”.

La notizia dell’armistizio era stata tenuta segreta proprio per scongiurare la reazione dei tedeschi, in vista del progettato aviosbarco di truppe anglo-americane a Roma. L’operazione, troppo rischiosa, viene però annullata. Nella capitale, in particolare nel quartiere di Porta San Paolo,portasanpaolo.jpg esercito e popolazione insieme riescono a fermare l'avanzata del maresciallo Kesselring. Durante la notte le divisioni Granatieri, Ariete e Piave fermano i tedeschi intorno a Roma. Incominciano le operazioni di sbarco della V armata americana nel golfo di Salerno, dove sono schierate le forze tedesche comandate dal generale von Vietinghoff. Gli inglesi sbarcano a Taranto.

Il fatto stesso che, dopo il proclama di Badoglio delle 19.43, la radio seguitasse a ripeterlo, con monotonia esasperante, e non vi aggiungesse nessun'altra notizia, aveva convinto la maggior parte degli italiani che tutto era stato disposto per il meglio, da parte del maresciallo Badoglio e del suo governo, ed anche il re era stato previdente, lungimirante, così si pensava. Segno che in alto loco, insomma, erano state calcolate bene tutte le mosse.
Quella notte Vittorio Emanuele III, Badoglio e i generali abbandonano Roma e fuggono a Pescara, da dove la Marina li porterà a Brindisi sotto protezione alleata.


Il testo del messaggio di Badoglio

"Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

 


Le condizioni alleate per la resa

Lo «short armistice», stabiliva le clausole militari per la resa. Il documento fu consegnato al generale Castellano il 19 agosto 1943. Le condizioni alleate per la resa vennero fissate in forma ancor più dettagliata nel «long armistice» che contemplava anche le condizioni politiche ed economiche.

Lo «short armistice»

Consisteva di 12 articoli. Prevedeva l'immediata cessazione delle ostilità contro le forze alleate. Il Governo italiano si impegnava a fare il possibile per impedire ai tedeschi di impossessarsi di installazioni o materiali che avrebbero poi potuto· usate contro le «Nazioni Unite». I prigionieri e gli internati sarebbero stati consegnati al Comandante in Capo alleato e gli italiani dovevano garantire che nessun prigioniero venisse avviato in Germania dopo il 3 settembre. Era prevista la consegna di tutte le navi da guerra e degli aerei. In caso di bisogno, Eisenhower era autorizzato a impiegare anche le navi della Marina mercantile. Il territorio italiano e la Corsica potevano essere utilizzati dalle Forze Armate alleate come basi operative o per qualsiasi altro scopo, inclusa la piena utilizzazione dei porti e degli aeroporti. Sino all'arrivo delle unità alleate, le truppe italiane avrebbero protetto questi obiettivi, difendendoli, se necessario, da eventuali attacchi tedeschi. Le unità italiane, ancora impegnate in attività operative, dovevano essere subito ritirate dalle loro posizioni. Il Governo italiano si dichiarava disposto ad impiegare con carattere di immediatezza le sue Forze Armate per onorare gli impegni assunti con la firma del trattato. Venivano presi in esame anche gli aspetti amministrativi e quelli concernenti la costituzione di un Governo Militare alleato. Lo stesso poteva dirsi per il disarmo e la smobilitazione: provvedimenti, questi, che sarebbero stati decisi a discrezione delle autorità alleate. Si precisava, infine, che le condizioni economiche, finanziarie e politiche stabilite dagli Alleati sarebbero state trasmesse successivamente. 

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