Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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La donna durante il fascismo

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Si attribuisce al Duce questa battuta:”Le donne debbono tenere in ordine la casa, vegliare sui figli e portare le corna”

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Per consolidare il proprio regime improntato sull'autoritarismo, Mussolini adottò una politica anti-femminista, che impose alla donna l'esclusivo ruolo di madre-casalinga e facendo così della maternità, oggetto di pubblica esaltazione, a sostegno della forza nazionalista dello Stato. 
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Manifesto e particolare di un concorso per l'incremento demografico


Allo scopo di incrementare le nascite, lo Stato fascista vietò l'uso di anticoncezionali e il ricorso all'aborto, nonché qualsiasi forma di educazione sessuale.

La funzione procreativa femminile, come si è preannunciato, determinò un progressivo allontanamento della donna dalla sfera pubblica.

Poiché le opportunità occupazionali per le donne, andarono drasticamente riducendosi, sino allo scoppio del secondo conflitto bellico, ogni ragazza non riceveva incoraggiamenti a proseguire gli studi.

La controtendenza al fenomeno del calo occupazionale femminile iniziò a manifestarsi nel 1940 e ad accentuarsi per tutta la durata della seconda guerra mondiale, perché giovani e meno giovani furono chiamati alle armi e i loro posti di lavoro furono così ricoperti da mogli, sorelle e donne che si ritrovarono, all'improvviso, nella necessità di provvedere al sostentamento di famiglie con prole numerosa e private del capo-famiglia.

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Due testimonianze:

“Durante il fascismo la donna poteva essere licenziata se si sposava o se rimaneva incinta, non aveva accesso a tutte le professioni, non aveva sviluppo di carriera, non aveva parità previdenziale, non aveva pari diritti all'interno della famiglia anche riguardo all'educazione dei figli”. (Tina Anselmi)


“Era un ruolo molto limitato, con molti divieti. Essenzialmente la donna era vista come madre. Veniva, infatti, premiata quando aveva molti figli 
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e discriminata - allora non si usava questo termine - qualora volesse impegnarsi in attività professionali. Negli uffici pubblici il personale femminile non poteva superare il 10% del personale complessivo. Quindi non c'era nessuna forma di uguaglianza”. (Miriam Mafai)


 
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La Resistenza delle donne 1943-1945

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il contributo del genio femminile alla Resistenza

La gratuità del servizio alla Resistenza probabilmente allora non era così evidente, ma risulta essere un messaggio ancora oggi estremamente attuale. Offrire un contributo al bene comune (allora era la lotta per la libertà) senza avere la certezza e l'aspettativa di poter trarre nessun altro vantaggio che la possibilità di offrire una società più giusta: un atteggiamento che allora scattò in modo quasi automatico in molti, un atteggiamento che diventa provocazione per il nostro tempo, soprattutto di fronte a un deficit di partecipazione e di voglia di occuparsi delle cose di tutti. Un'altra piccola annotazione che potrebbe ben descrivere il contributo del genio femminile alla Resistenza. Le donne, allora come oggi, sanno portare concretezza e attenzione ai piccoli particolari che sono decisivi per la buona riuscita di qualsiasi azione. La concretezza appartiene soprattutto alle donne ed è merce rara in un universo maschile che rischia di trascurare le piccole cose solo apparentemente inutili.

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Il riconoscimento dell’impegno

Dopo la Liberazione la qualifica di partigiano fu riconosciuta a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiuto almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche). Poste così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veniva messo fuori gioco e che - salvo casi eccezionali - per loro si sarebbe potuto parlare solo di «contributo» dato alla Resistenza, un termine che già contiene in sé un senso di inferiorità e di dipendenza. Come hanno mostrato ormai diverse studiose, esiste un forte divario tra il numero di donne che a vario titolo si opposero al nazifascismo e il numero di quante si videro effettivamente riconosciuto il lavoro svolto. Ciò non toglie che a livello nazionale furono riconosciute a quel tempo circa 35.000 partigiane e 70.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, una cifra piuttosto consistente. Di loro, 4653 furono arrestate, torturate, condannate; 2750 deportate e 623 fucilate o cadute in combattimento. Alle donne furono assegnate 19 medaglie d'oro al valore militare, di cui 15 alla memoria.

La memoria della Resistenza al femminile è stata poi limitata dal silenzio di tante protagoniste di quegli anni duri. Un silenzio che per molte donne è stato una scelta consapevole. Complessivamente parlando, però, il silenzio delle donne è stato quello più «assordante», per vari motivi: l'abitudine alla sottomissione all'uomo e al capo famiglia, il timore di passare per una «poco di buono» e per una donna rotta a chissà quali avventure, o al contrario l'idea di aver fatto solo il proprio dovere o comunque nulla di eccezionale in un tempo come quello della guerra.

Le donne furono presenti in tutti gli ambiti della Resistenza organizzata: scontro armato, informazione, approvvigionamento e collegamento, stampa e propaganda, trasporto di armi e munizioni, organizzazione sanitaria, organizzazione di scioperi e manifestazioni per il pane e contro il carovita e il mercato nero.

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La «staffetta» era qualcosa di più che una semplice «postina» come verrebbe da pensare: era colei che portava ordini e comunicazioni, ma anche armi e munizioni, che accompagnava uomini in fuga verso la salvezza e così via. Il rischio era sempre elevato e bisognava dimostrare notevole sangue freddo e tanta fortuna quando ci si imbatteva in un qualsivoglia posto di blocco: tanto più che bisognava mettere in conto non solo di rischiare la vita, ma di diventare oggetto di sgradite e pesanti attenzioni maschili.

Inoltre occorre considerare che tutte le attività informative svolte dalle ragazze e dalle donne.

La capacità di iniziativa individuale

Il punto di partenza cronologico è naturalmente l'8 settembre 1943, anche se non si possono dimenticare tanti precedenti, come l'antifascismo dimostrato nel corso del Ventennio o come le proteste pubbliche di madri e mogli per il graduale peggioramento delle condizioni di vita tra 1942 e 1943. Proprio al momento dell'annuncio dell'armistizio e di fronte al disfacimento delle nostre forze armate e alla cattura, quasi senza colpo ferire, di centinaia di migliaia di nostri soldati, le donne seppero reagire con inattesa decisione e inventiva.

Il maternage di massa - ovvero la sensibilità e la capacità di esplicare funzioni materne e protettive verso i nostri soldati in quei giorni di settembre - spinse un'infinità di donne di ogni età e di ogni regione italiana a considerare come propri figli quanti passavano davanti alle loro abitazioni, chiedendo un pezzo di pane, un abito borghese, un pagliericcio per riposare. Capacità di iniziativa individuale e fantasia segnarono i comportamenti di molte donne.

Nella pianura emiliana fiorirono le cosiddette «case di latitanza», che punteggiarono tutto il territorio. Per esempio nel Reggiano se ne trovavano a Campegine, Gattatico, Montecchio, S. Ilario d'Enza, Poviglio e così via, fino alla montagna. Erano generalmente poveri casolari sperduti in mezzo alle campagne: alcune nascondevano temporaneamente partigiani, disertori, alleati, ex prigionieri, mentre altre erano adibite allo smistamento dei giovani dalla pianura alla montagna e dalla montagna alla pianura. Le donne di queste case erano disposte a collaborare con la Resistenza e quindi pronte a preparare cibi e coperte per quanti si rivolgevano a loro in un qualsiasi momento del giorno e della notte. Erano le donne che curavano i feriti e li sorreggevano nei primi passi di convalescenza. Erano le donne che sostenevano gli ospiti nei momenti di sconforto, offrendo loro parole di speranza e d'incoraggiamento ed erano sempre loro che sostenevano la curiosità dei piccoli che sapevano, ma non dovevano sapere, inventando frasi di circostanza. Con coraggio nascondevano armi nei rifugi, nei fienili o nei doppi fondi dei mobili e celavano i loro uomini di fronte alle insistenze dei fascisti e dei tedeschi, trovando sempre le scuse più credibili per proteggerli dall'arresto.

In questo caso, se scoperte, al rischio dell'arresto o della fucilazione si aggiungeva quello di veder immediatamente bruciata la propria abitazione:

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fu quel che capitò a Genoeffa Cocconi Cervi, la moglie di Alcide e la madre dei sette celebri fratelli. Genoeffa morì di crepacuore dopo la fucilazione dei figli e dopo un nuovo incendio della sua casa nel novembre 1944.

L’assistenza offerta a tutte le categorie di perseguitati comportava dunque notevoli rischi e non può certo essere intesa come una sorta di scelta più tranquilla e meno coraggiosa rispetto alla lotta armata.

Una forma diversa di solidarietà fu manifestata dalle donne che si attivarono per portare soccorso agli antifascisti incarcerati.

Donne coraggiose si prodigarono negli ospedali per curare i feriti - veri o presunti che fossero - e per celare, magari sotto improbabili ma terribili diagnosi mediche, ebrei e ricercati. Furono in primo piano, naturalmente, molte suore, come quelle dell'ospedale Niguarda di Milano o della Poliambulanza di Brescia. Ricordiamo il caso di Maria Peron, lei stessa infermiera a Niguarda: proprio in quanto coinvolta nelle operazioni di salvataggio di ebrei e partigiani all'interno delle strutture dell'ospedale, ella rischiò l'arresto e dovette lasciare Milano. Si recò presso le formazioni partigiane della Val Grande e divenne ben presto leggendaria per la sua capacità di organizzare i servizi di cura e di reperimento dei medicinali, in una zona di guerra soggetta a numerosi rastrellamenti. Maria esercitò di fatto l'attività del chirurgo e salvò più di una vita, conquistando in tal modo una sorta di parità professionale e diventando popolare anche presso i valligiani.

A Torino donne, appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, si diedero un compito ancora più delicato e rischioso: «quando si veniva a sapere che c'erano dei caduti in città, certe donne andavano a togliere la corda agli impiccati, li lavavano, li componevano. Altre pensavano a portare i garofani rossi al cimitero. Le tombe dei partigiani erano sempre tutte infiorate.

I Gruppi di Difesa della Donna

I Gruppi di Difesa della Donna ebbero un importante ruolo: non solo sostenere la lotta partigiana, ma anche sensibilizzare le donne, far loro maturare una coscienza politica e prepararle in tal modo alle responsabilità del dopoguerra. Nati a Milano nel novembre '43 per iniziativa del Partito Comunista italiano, del Partito Socialista di Unità Proletaria e del Partito d’Azione, questi gruppi si diffusero dal 1944 in tutta Italia e vennero riconosciuti ufficialmente dal Comitato di Liberazione Alta Italia. Tra queste donne agirono figure celebri come Camilla Ravera, Lina Merlin e Ada Gobetti. Nell'aprile del '44, nacque il giornale «Noi Donne»

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che insisteva sull'importanza e la specificità del ruolo delle donne nella difesa delle case e nella lotta quotidiana contro il carovita, invitando appunto a prepararsi «ad amministrare e governare». Il loro programma era semplice, ma di notevole importanza:

«Le donne italiane vogliono avere il diritto al lavoro, ma che non sia permesso sottoporla a sforzi che pregiudicano la loro salute e quella dei loro figli. Esse chiedono:

- la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, dell'impiego delle donne nelle lavorazioni nocive;

- essere pagate con una salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini;

- delle vacanze sufficienti e l'assistenza nel periodo che precede e che segue il parto;

- la possibilità di allevare i propri bimbi, di vederli imparare una professione, di saperli sicuri del proprio avvenire; di partecipare all'istruzione professionale e non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici soltanto a lavori meno qualificati;

- la possibilità di accedere a qualsiasi impiego, all'insegnamento in qualsiasi scuola, unico criterio di scelta: il merito;

- di partecipare alla vita sociale, nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi locali e nazionali.

Non mancava, ovviamente, la richiesta del pieno diritto di voto politico e amministrativo per tutte le donne.

In questo contesto, in molte località italiane, si ebbero ripetute mobilitazioni al fine di raccogliere viveri, indumenti, sigarette, medicinali per aiutare concretamente le formazioni partigiane ad affrontare l'inverno del 1944.

 IMI stazione Pordenone

Nella Resistenza armata

Nella Resistenza non furono molte le combattenti vere e proprie, e tuttavia non mancano esempi in tal senso. Furono diverse le ragazze che chiesero, con maggiore o minore successo, di imparare a sparare e di poterlo poi fare davvero.

donna-partigiana.jpg 1945 25 aprile Milano partigiane

Elisa Oliva fu comandante in Valdossola e, in seguito, ricordò di aver così risposto a chi le voleva togliere il comando: «Non sono venuta qua per cercarmi un innamorato. Io sono qua per combattere e ci rimango solo se mi date un'arma e mi mettete nel quadro di quelli che devono fare la guardia e le azioni. In più farò l'infermiera. Se siete d'accordo resto, se no me ne vado [...] Al primo combattimento ho dimostrato che l'arma non la tenevo solo per bellezza, ma per mirare e per colpire [...]

Anche nei GAP militarono donne che parteciparono direttamente ad azioni rischiose e alla preparazione ed esecuzione di attentati (a Roma, Carla Capponi fu partecipe dell'attentato di via Rasella, nei GAP di Milano Onorina Brambilla, con il marito Giovanni Pesce fu protagonista della lotta armata).

Alcune delle donne martiri della Resistenza hanno conosciuto violenze inenarrabili prima di essere uccise. Occorre tener conto anche la mera violenza psicologica esercitata in occasione di interrogatori o di processi. Rileggere cronache e testimonianze del tempo spinge a guardare con infinita ammirazione a donne che conservarono sangue freddo e dignità assoluta.

Visioni tradizionali e pregiudizi accompagnarono l'impegno delle donne nella Resistenza, specialmente quando esse si trovavano, volutamente o forzatamente a condividere la vita delle formazioni in montagna. Di conseguenza le giovani partigiane finirono per essere sommariamente identificate con figure di donne “facili” tanto che i comandi della Resistenza cercarono di dettare regole e porre limiti rigidi. Nell'agosto del 44 il comando della 19a brigata d'assalto Garibaldi, intitolata a Eusebio Giambone, comunicò al comando generale delle Brigate Garibaldi di aver costituito al proprio interno un distaccamento femminile composto da staffette e da familiari dei propri partigiani.

staffette partigiane

Nacquero comunque molti rapporti affettivi più o meno duraturi, che per lo più ambivano a una situazione di ricerca di solidità e di serietà, tanto che non mancarono i matrimoni celebrati alla macchia o nei paesi delle zone liberate, anche con l'assistenza del prete.

Dopo la Liberazione tutti i pregiudizi emersero - o riemersero - con prepotenza. In tante sfilate per le vie cittadine alle donne partigiane arrivò l'ordine di non sfilare, oppure di farlo figurando solo come crocerossine.

La Resistenza e l’impegno politico

Certo è che - una volta fatta la propria scelta - le donne seppero anche passare all'iniziativa, comprendendo che la Resistenza avrebbe costituito un passo decisivo sulla strada dell'emancipazione propria e di tutte le donne.

La partecipazione alla Resistenza - scoperta anche attraverso autonomi percorsi personali - fu così la premessa per un successivo e forte impegno politico: pur tra mille ostacoli e pregiudizi, le donne avrebbero così cominciato a far politica anche entro le istituzioni pubbliche. L’ingresso di quel sparuto gruppetto di 21 deputate alla Costituente (su 110 candidate) può essere visto come il punto di arrivo della lotta resistenziale al femminile e come il punto di partenza per una nuova storia dell'Italia: una volta tanto, in meglio.

1946 donne alla Costituente 

Bibliografia

Giorgio Vecchio - LA RESISTENZA DELLE DONNE 1943-1945 – Ed In dialogo – Ambrosianeum – 2010  

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Suore durante la Resistenza

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

copertina-libro-Ongaro-Resistenza-non-violenta.jpgLa storia della Resistenza al fascismo e nazifascismo è storia di lotta armata, di eroismi e di tragedie. Ma la Resistenza è stata segnata anche da una grande partecipazione nonviolenta. La racconta Ercole Ongaro nel libro “Resistenza nonviolenta 1943-1945”. Ercole Ongaro è direttore dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Ilsreco)

«La resistenza attuata con tecniche non violente ha avuto un ruolo importante nella lotta di liberazione nazionale, favorendone sicuramente l'esito positivo» scrive Giorgio Giannini, segretario del Centro Studi Difesa Civile.

«Resistere è per prima cosa trovare la forza di dire 'No' [...] Caratteristica dell'atto di resistenza è la volontà di non cedere alla dominazione dell'aggressore che si manifesta in un atteggiamento radicale di non cooperazione e di confronto con l'avversario» afferma Jacques Sémelin.

La Resistenza civile può essere scandita in due forme fondamentali, sulla base di due diversi obiettivi: la prima consiste "nel ricorso a mezzi non armati per agevolare o rafforzare la lotta armata", quali l’aiuto della popolazione ai partigiani, la cura medica dei loro feriti, il favoreggiamento della loro fuga dagli ospedali, la mediazione per lo scambio di prigionieri, il ruolo delle staffette, l'intervento sulla segnaletica stradale, il posizionamento di chiodi sulla sede stradale. La seconda consiste "in un ricorso a forme di mobilitazione e cooperazione intese a difendere obiettivi civili", a contestare la legittimità dell'autorità occupante e collaborazionista, ad aiutare persone o gruppi perseguitati, a costruire nuove forme di legittimità, a impedire le deportazioni, a lottare per la dignità delle persone e per il loro diritto alla sopravvivenza, a lottare contro i diktat dell'occupante e la sua razzia di beni, di risorse, di persone.

In questa forma di resistenza si inserisce il comportamento di molte suore durante la Resistenza.

La scarsa visibilità delle donne nella storiografia della Resistenza è stata ancora più marcata nei riguardi delle suore, cui solo nell'ultimo quindicennio sono state dedicate ricerche specifiche per valorizzare il ruolo avuto da esse, singolarmente o come comunità religiose. La loro emarginazione può essere ricondotta sia alla loro stessa scelta di vita, per molti incomprensibile, sia alla loro "ritrosia a confrontarsi con il passato in nome di una modestia che è virtuosa sul piano personale ma non su quello della memoria collettiva".

Molte suore furono partecipi del salvataggio degli ebrei e tredici di loro (sette di Roma, quattro toscane e due piemontesi) furono insignite del titolo di "Giusta" dalla Fondazione Yad Vashem di Gerusalemme.

Numerosi conventi del Centro-Nord aprirono le loro porte offrendo un provvisorio o a volte un prolungato rifugio. In Piemonte numerosi istituti accolsero intere famiglie ebree o i loro bambini. Il cardinale di Torino Maurilio Fossati fu tra i presuli più attivi nel dare indicazioni in tal senso e nell'ispirare reti di sostegno attraverso il suo segretario don Barale. Nel convento delle Domenicane di Morozzo furono ospiti i membri della famiglia Bachi di Torino; le Domenicane dell'Istituto Sacra Famiglia di Dogliani accolsero la madre e la zia di Marco Levi, un imprenditore di Mondovì. La madre e la sorella di Luciano Jona, ex dirigente della Banca San Paolo di Torino, trovarono sistemazione presso l'asilo infantile delle suore Salesiane di Canelli. Nel convento delle Domenicane di Fossano (Cuneo) fino alla fine della guerra suor Maria Angelica Ferrari accolse la piccola Regina Schneider, mentre suo fratello era collocato in un istituto maschile e la loro madre nell'ospedale cittadino prima come degente e poi come dipendente. Tre bambine di ebrei croati trovarono rifugio nell'asilo del convento di San Giovanni a Rivalta per intervento di suor Maria Anna Operro, mentre i loro familiari vennero ospitati dalla famiglia contadina di Luigi Operro, fratello della suora. La direttrice del piccolo ospedale di Borgo San Dalmazzo nel Cuneese, Suor Anna Volpe, trovò un nascondiglio per undici bambini ebrei nella case del Cottolengo di Bra e della Morra. Le suore dell'istituto delle Figlie di Nostra Signora di Lourdes, a Casale Monferrato, accolsero nei primi mesi dopo l'8 settembre gruppi di ebrei in attesa che l'avvocato Giuseppe Brusasca prendesse di volta in volta accordi per il loro spostamento a Olgiate Comasco, da dove dei contrabbandieri li accompagnavano al confine svizzero.

Nel Bergamasco, a Torre Boldone, le suore Poverelle, che gestivano l'ospedale dell'Istituto Palazzolo e un orfanotrofio, prestarono soccorso dall'autunno 1943 prima a ex prigionieri alleati e poi a ebrei in fuga: gli ebrei venivano fatti passare per degenti fino a quando erano sicuri i contatti per il loro passaggio in Svizzera ad opera della rete clandestina OSCAR, organizzata presso il Collegio Arcivescovile San Carlo di Milano. Ma il 30 maggio 1944 una perquisizione dell'Ufficio politico investigativo accertò la presenza di alcuni di loro sotto falso nome: furono catturati i fratelli Guido, Mario e Vittorio Nacamulli, di origine greca, Giuseppe Weinsrein, di origine boema, Oscar Tolentini e Gustavo Corrado Coen Pirani. La superiora madre Anastasia Barcella riuscì a darsi alla fuga. Le indagini portarono poi la polizia fascista a interessarsi a una struttura collegata, l'Istituto Palazzolo di Milano, che aveva un ospizio femminile in via Gattamelata e uno maschile in via Aldini; il 14 luglio nell'ospizio femminile furono individuate soltanto tre anziane ebree, poiché altre dodici ebree erano state portate in un appartato ripostiglio dell'istituto. Furono recluse a San Vittore madre Donata Castrezzati e la sua segretaria suor Simplicia Vimercati. Il 17 luglio fu perquisito l'ospizio maschile e arrestata madre Clara Filippini, che aveva però fatto a tempo a mettere in salvo gli ebrei ospitati. L’intervento del cardinal Schuster riuscì a ottenere il 3 agosto il rilascio delle tre religiose, acconsentendo al loro "confino" nell'istituto per Frenastenici di Grumello al Monte (Bergamo). Dalla documentazione raccolta risulta che le suore Poverelle, tra ebrei e altri ricercati (resistenti e renitenti), accolsero 200 persone in via Aldini e 165 in via Gattamelata.

Un'altra oasi di salvezza per ebrei e ricercati fu il convento di clausura di S. Quirico ad Assisi, dove era abbadessa madre Giuseppina Biviglia, che fu indotta ad aprire le porte del suo convento dal vescovo Giuseppe Placido Nicolini. A portarvi i primi ebrei fu il guardiano del convento di San Damiano padre Rufino Niccacci; vi furono ospitate le famiglie Kropf, Gelb, Baruch, Jozsa e altre. Gli uomini stazionavano in un dormitorio, le donne e i parenti anziani nei locali della foresteria. A tutti vennero forniti documenti d'identità contraffatti per iniziativa di padre Rufino che coinvolse nell'impresa rischiosa il tipografo assisano Luigi Brizi, che produsse documenti falsi anche per la rete clandestina toscana (ritirati dal ciclista Bartali). Tutto funzionò a dovere fino al 26 febbraio 1944, quando qualcuno dei rifugiati, che era uscito dal monastero, fu fermato e rivelò di essere alloggiato a San Quirico. Ci fu una perquisizione, ma mentre madre Giuseppina teneva testa ai funzionari di polizia, gli ebrei riuscirono a mettersi al sicuro negli antichi sotterranei del monastero, da dove nelle notti seguenti uscirono per altre destinazioni.

A Roma nel 1943-44 vi erano 475 case religiose femminili; circa 150 offrirono ospitalità a ebrei e ricercati. Gli oltre 4.400 ebrei nascosti a Roma in strutture religiose erano collocati in maggioranza presso istituti di suore. Molte madri superiore si mossero di loro iniziativa, altre attesero indicazioni da parte di sacerdoti amorevoli in contatto con il Vaticano, soprattutto quando doveva essere violata la clausura. Un documento del 1945 ha assegnato il maggior numero di ospiti ebrei ai seguenti istituti: Suore di Nostra Signora di Sion (187), Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue (136), Suore del Buono e Perpetuo Soccorso (133), Maestre Pie Filippini (114), Oblate Agostiniane di Santa Maria dei sette dolori (103), Suore Orsoline dell'Unione Romana (103), Suore della Presentazione (102), Adoratrici Canadesi del Prezioso Sangue (80), Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento (76), Figlie del Sacro Cuore di Gesù (69), Suore Compassioniste Serve di Maria (63), Suore di San Giuseppe di Chambery (57).

Le suore furono inoltre molto attive negli ospedali per nascondere i ricercati, per far fuggire i degenti che rischiavano la deportazione o la fucilazione: all'Ospedale di Niguarda a Milano suor Teresa Scalpellini e poi suor Giovanna Mosna, dell'Istituto di Carità delle Sante Capitanio e Gerosa, furono protagoniste di molti interventi in questo campo e si mossero in sintonia con i medici Cazzullo, Rizzi, Gatti-Casazza, Grossoni e con le infermiere Minghini, Berti, Modone e Colzani.

Preziosa si rivelò la presenza delle suore nelle carceri, dove alcune figure ricevettero un attestato unanime di stima e di riconoscenza. A suor Giuseppina De Muro, religiosa delle Figlie della Carità con convento nel quartiere popolare di San Salvario a Torino, era stata affidata la responsabilità del settore delle detenute politiche nelle carceri, controllato dai tedeschi, sottoposto a disciplina molto rigida. Con le sue consorelle, una decina, fece entrare di nascosto in carcere indumenti e generi alimentari da distribuire alle detenute bisognose, in particolare alle ebree anziane prelevate in fretta e furia dalle case di riposo dove erano ricoverate. Poi ottenne di fornire medicinali ai detenuti: questo le permise di portare loro viveri, di diventare il tramite per informazioni familiari e politiche, di provvedere ai bisogni di una ventina di sacerdoti arrestati per aiuto a ebrei e partigiani. Su iniziativa delle Figlie della Carità fu anche allestita una infermeria.

A San Vittore fu suor Enrichetta Alfieri a conquistare i cuori dei detenuti. Vi era arrivata nel 1923. Fernanda Wittgens, direttrice della Pinacoteca di Brera, detenuta a San Vittore dal luglio 1944 ha testimoniato che suor Enrichetta "si prodigava per tutti, sempre presente, sempre carica nel soggolo, nella cuffia, nelle vesti, fin nelle scarpe, di messaggi, cibi, denari, nonché di lime d'acciaio". Molte decine furono i detenuti politici liberati e centinaia quelli a cui fu dato qualche soccorso. Per aver fatto uscire dal carcere un biglietto di una detenuta ai familiari e avervi a sua volta scritto alcune frasi, suor Enrichetta fu arrestata il 23 settembre 1944 con l'accusa di spionaggio e intesa col nemico e posta in una cella di isolamento. L'intervento del cardinal Schuster ottenne la sua liberazione il 7 ottobre, a condizione di un suo allontanamento: suor Enrichetta raggiunse le tre suore dell'Istituto Palazzolo confinate a Grumello al Monte. Fece ritorno a San Vittore il 6 maggio 1945, accolta con entusiasmo dai detenuti. Del gruppo di suore di San Vittore ha scritto Maria Massariello Arata, detenuta a San Vittore nei mesi di luglio e agosto 1944 e poi deportata a Ravensbruck:

 «Ricordo con animo pieno di commossa gratitudine le revende suore di San Vittore: la madre superiora suor Enrichetta Alfieri, suor Gasparina, suor Vincenza, suor Onorina e le altre ancora. Sono anch'esse nobili figure della resistenza milanese. Con i maniconi della loro veste, le loro S. Messe in San Vittore, quanti biglietti portarono fuori dal carcere! Erano biglietti di collegamento dei carcerati con l'attività clandestina esterna che continuava, erano avvisi salutari, esortazioni alla prudenza. E tutto questo con grave pericolo. Vegliavano anche sugli interrogatori che avvenivano in una camera con finestra ad inferriate che dava sul giardino. Una sera quando il mio interrogatorio si prolungava più del consueto tra minacce di torture varie, approfittando di un'assenza del tenente e dei suoi collaboratori che erano andati a rifocillarsi, suor Vincenzina comparve tra le sbarre e mi porse un rosso d'uovo con marsala».

Un altro "angelo" delle carceri fu suor Demetria Strapazzon, che operava nella prigione di San Biagio a Vicenza. Si occupò soprattutto dei detenuti che mancavano di tutto, di vestiti e di viveri supplementari. Nell' autunno del 1943 si curò in particolare dei detenuti slavi, che da un anno non avevano contarti con le famiglie. Nei mesi seguenti ebbe a interessarsi dei resistenti torturati, cui medicava le piaghe, somministrava calmanti; assistette i condannati a morte, trascorrendo con loro le ultime ore e confortandoli con amore materno; introduceva in carcere viveri. Sentendosi spiata ed accusata, teneva preparata una valigetta nel caso venisse deportata all'improvviso. A fine guerra il capitano partigiano Gaetano Bressan la ringraziò con una lettera per l'opera da lei svolta "con tanto spirito di abnegazione e di cristiana pietà nei riguardi dei patrioti detenuti nel periodo della dominazione nazifascista".

Queste donne coraggiose uscite dall'anonimato, rappresentano centinaia di altre suore che nelle carceri, negli ospedali e nei loro istituti si sono schierate dalla parte delle vittime e di chi era nel bisogno: con scarsa o nessuna coscienza politica inizialmente, poi man mano sempre più consapevoli delle loro scelte orientate a salvare vite in nome del senso umanitario e della carità cristiana che faceva loro riconoscere nei sofferenti il volto del Signore a cui si erano consacrate.

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore

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Roma 24 febbraio 2018 manifestazione Mai più fascismi mai più razzismi

16 Février 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

il discorso della presidente dell'ANPI Carla Nespolo alla manifestazione di Roma

Roma 24 febbraio 2018 manifestazione Mai più fascismi mai più razzismi

Le 23 organizzazioni promotrici dell'appello “Mai più fascismi”, espressione di tanta parte del mondo democratico, hanno indetto per sabato 24 febbraio, a Roma, la manifestazione nazionale “Mai più fascismi - Mai più razzismi”. Il programma è il seguente: concentramento alle ore 13.30 in Piazza della Repubblica, avvio del corteo e arrivo in Piazza del Popolo alle ore 15.00. A presentare la manifestazione sul palco della Piazza sarà l’attore Giulio Scarpati. Il programma è il seguente: lettere e racconti di partigiane e partigiani letti da studentesse e studenti, testimonianza di un giovane migrante, esibizione dei Modena City Ramblers, messaggio video della Senatrice a vita Liliana Segre. Concluderà la Presidente nazionale ANPI, Carla Nespolo.

Tante le adesioni alla manifestazione tra cui quelle dell’UCEI (Unione delle Comunità ebraiche italiane), dell’Unione degli universitari, della Rete degli studenti medi, della Rete della Conoscenzadel movimento LGBT e della Rete NOBAVAGLIO.

Saranno presenti, anche nel corteo, Sindaci e Presidenti di Regione con le fasce e il gonfalone.

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Continua la raccolta firme “MAI PIÙ FASCISMI”

11 Février 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Continua la raccolta firme “MAI PIÙ FASCISMI”

Si stanno moltiplicando nel nostro Paese sotto varie sigle organizzazioni neofasciste o neonaziste presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web. Esse diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell’odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia, a ottant’anni da uno dei provvedimenti più odiosi del fascismo: la promulgazione delle leggi razziali.

L’ANPI nazionale, insieme a numerose associazioni e a diversi partiti politici, ha promosso un appello rivolto alle istituzioni per portare all’attenzione la questione della sempre più inaccettabile presenza di movimenti che si ispirano alla ideologia fascista (vedi allegato).

Questa iniziativa richiede una grande mobilitazione per raccogliere il più alto numero possibile di firme.

L’ANPI di Lissone, presso la nuova sede di piazzale Pertini, promuove la raccolta firme in calce al documento “MAI PIÙ FASCISMI”. La raccolta delle firme è iniziata Sabato 20 Gennaio.

Chi intende firmare può scrivere a  anpilissone@libero.it 

Gli verranno comunicati gli orari durante i quali poter firmare.

appello “MAI PIÙ FASCISMI”

inizio della raccolta delle firme

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1938 - Le leggi razziali del fascismo

11 Février 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Il razzismo fascista non "fu all'acqua di rose". le leggi razziali del fascismo furono una vergogna e una infamia imperdonabile. Quelle leggi, infatti, portarono alla morte migliaia di ebrei e provocarono sofferenze indicibili, paura, terrore, angoscia e miseria.

Le leggi razziali furono emanate nel 1938: esattamente il 14 luglio con la pubblicazione del famoso "Manifesto del razzismo italiano" poi trasformato in decreto, il 15 novembre dello stesso anno, con tanto di firma di Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d'Italia e imperatore d'Etiopia "per grazia di Dio e per volontà della nazione" .

Il 25 luglio, il ministro della cultura popolare Dino Alfieri e il segretario del partito fascista Achille Starace si erano premurati di ricevere "un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane che avevano, sotto l'egida del ministero della cultura popolare, redatto il manifesto che gettava le basi del razzismo fascista".

Con il manifesto e con le leggi successive, agli ebrei venne proibito, tra l'altro, di prestare servizio militare, esercitare l'ufficio di tutore, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici "ariani". Gli ebrei venivano anche licenziati dalle amministrazioni militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dagli enti parastatali, dalle banche, dalle assicurazioni e dall'insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado. Infine, i ragazzi ebrei non potevano più essere accolti nelle scuole statali.

Insomma una vera e propria tragedia per migliaia di persone, magari con alle spalle anni ed anni di onoratissimo lavoro o carriera. Le colpe del regime di Mussolini furono gravissime, ma la tendenza generale è, ancora oggi, quella di addossare tutto alla "follia" nazista.

Ed ecco, il 5 agosto del 1938, comparire nelle edicole e nelle librerie, il primo numero del giornale "La difesa della Razza" diretto da Telesio Interlandi. Interlandi era un giornalista e uno scrittore sulla cresta dell'onda che già dirigeva, su richiesta di Mussolini, il quotidiano “Il Tevere”.

Gli scritti di Interlandi, comunque colto e preparato, erano già di un razzismo ripugnante.

Con “La difesa della Razza” la politica del regime nei confronti degli ebrei diventa metodica e, per così dire, "scientifica" e pianificata.

La rivista, fu il prodotto giornalistico più vergognoso e infame del fascismo.

Il primo numero è pieno di vergognose scempiaggini, stupidità, sciocchezze e idiozie teoriche sulle quali si reggeva la politica antiebraica fascista che non faceva altro che scimmiottare quella nazista.

In base a quelle cosiddette teorie (quasi sempre penose, false perfino ridicole) migliaia di ebrei italiani furono perseguitati, umiliati, messi alla fame, arrestati e poi spediti nei campi di sterminio.

il primo numero del giornale "La difesa della Razza"

Il senso della copertina è chiaro: la spada del fascismo che divide il bel profilo dell'italico antico romano dalle altre razze spurie e animalesche.
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Manifesto redatto da un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, sotto l'egida del ministero della cultura popolare, che gettava le basi del razzismo fascista". 
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Ecco i 10 punti:

1.  LE RAZZE UMANE ESISTONO. - La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica. materiale. percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse. quasi sempre imponenti. di milioni di uomini. simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori. ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2.  ESISTONO GRANDI RAZZE E PICCOLE RAZZE. - Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori. che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei. i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze,la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. IL CONCETTO DI RAZZA E' CONCETTO PURAMENTE BIOLOGICO. Esso è quindi basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni sto­riche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc .. non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è di­versa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti che da tempo molto antico costituiscono i di,versi popoli sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine. che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. LA POPOLAZIONE DELL'ITALIA ATTUALE E' DI ORIGINE ARIANA E LA SUA CIVILTA' E' ARIANA. - Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.

5. E' UNA LEGGENDA L'APPORTO DI MASSE INGENTI DI UOMINI IN TEMPI STORICI. - Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisonomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni,per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa; i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimon­tano quindi nell' assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da un millennio.

6.  ESISTE ORMAI UNA PURA "RAZZA ITALIANA". - Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico·linguistico di popolo e di nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. E' TEMPO CHE GLI ITAILANI SI PROCLAMINO FRANCAMENTE RAZZISTI. - Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza.

La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose.

La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indrizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie·del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani. un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per, i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. E' NECESSARIO FARE UNA NETTA DISTINZIONE TRA I MEDITERRANEI D'EUROPA (OCCIDENTALI) DA UNA PARTE GLI ORIENTALI E GLI AFRICANI DALL'ALTRA. - Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili. '

9. GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. - Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia.

Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I CARATTERI FISICI E PSICOLOGICI PURAMENTE EUROPEI DEGLI ITALIANI NON DEVONO ESSERE ALTERATI IN NESSUN MODO. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un corpo comune e differiscono solo per alcuni caratteri. mentre sono uguali per moltissimi altri.

Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.


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Giornate nazionali del tesseramento 2018 sabato 3 e domenica 4 febbraio

31 Janvier 2018 , Rédigé par anpi-lissone

3 febbraio 2018

Inaugurata ufficialmente la nuova sede dell'ANPI di Lissone in  Piazzale Pertini alla presenza del Sindaco Concettina Monguzzi.

alcuni momenti della conferenza d'organizzazione e dell'inaugurazione della sede
alcuni momenti della conferenza d'organizzazione e dell'inaugurazione della sede
alcuni momenti della conferenza d'organizzazione e dell'inaugurazione della sede
alcuni momenti della conferenza d'organizzazione e dell'inaugurazione della sede
alcuni momenti della conferenza d'organizzazione e dell'inaugurazione della sede
alcuni momenti della conferenza d'organizzazione e dell'inaugurazione della sede

alcuni momenti della conferenza d'organizzazione e dell'inaugurazione della sede

relazione del presidente della Sezione

Le principali attività svolte nell'anno 2017

Sabato 3 febbraio alle ore 15  la Sezione ANPI di Lissone ha organizzato la Festa del tesseramento con inaugurazione della nuova sede 

 

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iniziative per il 70mo anniversario della Costituzione italiana

29 Janvier 2018 , Rédigé par anpi-lissone

Tra le iniziative per il 70mo anniversario della Costituzione italiana che si stanno svolgendo nella nostra provincia, segnaliamo 4 incontri pubblici per riscoprire origini, principi e valori della nostra Costituzione.

Organizzati dall'Anpi Monza e Brianza, CGIL MB e Associazione Minerva, con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, si svolgeranno due in febbraio (1 febbraio e 23 febbraio) e due in marzo (1 marzo e 22 marzo) alle ore 20,45 presso la Camera del Lavoro di Monza, sala Trentin.

Nel primo incontro di Giovedì 1 febbraio, l’intervento del nostro vicepresidente Giovanni Missaglia, prof. di Filosofia e Storia, avrà come tema “ANTIFASCISMO E DEMOCRAZIA DAGLI ANNI DELLA DITTATURA ALLA RESISTENZA

Allegato il programma completo degli incontri

 

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Giorno della Memoria 2018

22 Janvier 2018 , Rédigé par anpi-lissone

alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale
alcuni momenti del concerto multimediale

alcuni momenti del concerto multimediale

Giorno della Memoria 2018

L’iniziativa organizzata dall’ANPI di Lissone in occasione del Giorno della Memoria è il concerto multimediale “UN VALZER PER ROSIE” a cura dell’Accademia Viscontea.

È la vicenda di Rosie Glazer, arrestata e deportata ad Auschwitz, e di altre splendide figure di donne sopravvissute agli orrori dei campi di concentramento grazie all’amore per il ballo e per la musica.

Il concerto avrà luogo domenica 28 gennaio alle ore 17 nella sala polifunzionale della Biblioteca civica in piazza IV Novembre.

È un incontro per non dimenticare la più grande tragedia del XX secolo attraverso l’insolito sguardo della musica.

Esecuzioni musicali, racconti, immagini e filmati riveleranno curiosi e inediti aspetti della politica culturale delle dittature nazi-fasciste e degli orrori dei campi di concentramento..

Violinista/relatore Maurizio Padovan

Il concerto multimediale ha il patrocinio del Comune di Lissone.

programma del conxerto

programma del conxerto

tutte le iniziative a Lissone in occasione del Giorno della Memoria 2018

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I militari italiani internati nei lager nazisti

26 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla Conversazione tenuta da VITTORIO E. GIUNTELLA il 24 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano.

Debbo di necessità limitarmi ad alcuni aspetti essenziali del problema storico rappresentato dalla vicenda dei militari italiani internati nei lager nazisti dopo l'8 settembre 1943. Più che sugli episodi vorrei porre l'accento sulla portata e il significato di questa vicenda.

Desidero anzitutto precisare la dimensione di questo fenomeno dell'internamento: si tratta di una massa considerevole di militari, oltre seicentomila. I dati di fonte tedesca sono imprecisi e oscillano dai seicentomila ai settecentomila. Sono le vittime della catastrofe militare dell'8 settembre. L'armistizio li ha sorpresi nel vasto scacchiere di guerra, nel quale sono presenti le forze armate italiane, dalla Francia alla penisola balcanica, alle basi navali dell'Atlantico e del Baltico, ai comandi tappa della Polonia. Sono stati coinvolti i reparti della madrepatria, specie nell’Italia centrale e settentrionale, che non sono riusciti sottrarsi alla cattura. Si tratta di giovani delle classi più attive e più valide della popolazione. Sono le vittime doloranti del disastro dell'8 settembre. Vi sono tra di loro gli scampati agli eccidi di Cefalonia, Corfù, Spalato, Lero.

I militari italiani internati nei lager nazistiI militari italiani internati nei lager nazisti
I militari italiani internati nei lager nazistiI militari italiani internati nei lager nazisti
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti

momenti di vita degli IMI nei lager nazisti

Questa massa imponente di militari viene deportata in Germania. Gli ufficiali sono divisi dai soldati; gli ufficiali superiori dagli inferiori. Hitler dispone che gli ufficiali siano trasferiti per punizione in Polonia, nei campi peggiori già abitati dai prigionieri russi. Anche in Germania normalmente sono assegnati agli internati italiani i lager dove erano stati i russi, lager che il Comitato internazionale dello Croce Rossa ha dichiarato inabitabili. A centinaia di migliaia vi erano morti i russi, decimati dalle epidemie e dai patimenti. Le fosse comuni dei russi sono il panorama abituale al di là dei reticolati.

Nella gerarchia dei militari prigionieri dei tedeschi i russi sono all'ultimo posto e gli italiani al penultimo: russi e italiani sono stati privati delle garanzie previste dalle convenzioni internazionali e dell'assistenza del Comitato internazionale della Croce Rossa. Naturalmente i campi degli internati militari italiani non sono paragonabili a quelli più spaventosi, in cui furono concentrati i deporti politici e gli ebrei per esservi massacrati. Ma anche in questi campi finirono alcuni militari.

Mussolini ebbe a dichiarare che si sarebbe dovuto vergognare se dagli internati militari non avesse potuto trarre almeno ventimila volontari per le sue forze armate. Dovette vergognarsi anche in questo caso, perché non riuscì ad arruolare nel ricostituito esercito fascista ventimila internati e dovette ricorrere allo stratagemma di inviare all'addestramento in Germania militari reclutati in Italia. Sottoposti a ripetute richieste di adesione alle formazioni SS, all'esercito tedesco e a quello fascista, oltre il 90 per cento dei militari italiani internati (le statistiche del Ministero della Difesa parlano del 99 per cento) oppose netto rifiuto. Non vi era nessuna comunicazione fra i diversi lager, ma ovunque il comportamento degli internati italiani fu identico.

Lo sconcerto e la preoccupazione per le ripercussioni che l'episodio avrebbe potuto avere in Italia, sono ampiamente testimoniati nel carteggio di Mussolini con Hitler utilizzato dal Deakin per la sua storia della repubblica di Salò.

Mi sembra che su questo rifiuto ci si debba soffermare per analizzarne le motivazioni e per sottolineare che le decisioni furono da ciascuno prese individualmente e sapendo bene a che cosa si andava incontro.

Vorrei citare due sole testimonianze, quella di un soldato, che non aderì, e quella di un ufficiale, che, non avendo aderito inizialmente, aderì in seguito, perché va ricordato, che fino all'ultimo giorno di guerra rimase aperta la possibilità di uscire dal lager aderendo.

Scrive nel suo diario il primo: "Il tedesco con voce stridula grida e l’interprete traduce: 'Chi non è fascista alzi la mano'. Eravamo in duemila, consapevoli che stavamo per decretarci un destino di sofferenze e forse di morte ma tutti, non uno escluso, abbiamo alzato la mano: era una selva di braccia e in quell'istante ci siamo sentiti tutti noi”. L'ufficiale domanda ancora: “Da dove vengono?” “Da tutti i fronti: è la risposta”.

L'ufficiale, che fini per aderire, era un ufficiale di marina. Al rientro in Italia scrisse una relazione, che fu presentata a Mussolini e che ora è conservata nell'Archivio centrale dello Stato a Roma, "Il generale” egli scrive “ci disse alcune parole: aderendo si aveva il trattamento dei soldati e dell'ufficiale tedesco che mangia bene ed è ben pagato. Coloro che non avessero voluto aderire sarebbero stati oramai abbandonati al loro destino e avrebbero pensato la fame e l'inverno polacco a servirli. Questo discorso fatto a gente che, affamata, scarsamente coperta, stava più di un'ora all'aperto a parecchi gradi sotto zero, ebbe un effetto deleterio. Ci prese una tristezza ed uno scoraggiamento infinito; ci si chiedeva di essere dei mercenari, perché non della Patria ci si parlava, ma del soldo e del vitto. Non della fratellanza che sola in tanta sciagura avrebbe dovuto risollevare dal fango l'Italia, ma un italiano minacciava altri italiani di essere abbandonati al loro destino”.

“La fame e l'inverno polacco avrebbero pensato a minare dei fratelli. Anche chi come il sottoscritto era pronto ad aderire e non desiderava altro che ritornare uomo e soldato sentì un moto di ribellione in se stesso. Aderirono su circa 2000 ufficiali 160 circa, di cui la maggior parte malati gravi, invalidi e vecchi. I giovani dicevano apertamente che aveva vinto la fame”.

In questo rifiuto massiccio del fascismo (la percentuale più alta indicata nella relazione citata si deve a particolari condizioni di vita di quel lager) ci sono alcuni motivi, che vanno precisati.

Si tratta di una parte notevole della gioventù italiana, che non ha avuto esperienza politica che quella del fascismo, che ha vissuto fino in fondo di persona la guerra disastrosa, dalla campagna di Grecia alla ritirata di Russia e oltre, ed ha, nella catastrofe, individuato le responsabilità del regime e dei suoi capi e capito che la guerra non poteva non essere che la naturale conclusione del ventennio. Al rifiuto di continuare la guerra a fianco dei nazisti e dei fascisti si arriva attraverso questa amara esperienza dei frutti del fascismo. In tutti è preponderante il rifiuto del fascismo come esperienza storica irrevocabilmente chiusa con il disastro e la vergogna.

Anche se all'inizio non vi è nella massa degli internati una chiara coscienza politica (la fedeltà al governo legittimo è per molti ancora il primo argomento), vi è però in tutti la consapevolezza che una generale risposta negativa al fascismo e al nazismo ha il significato di una rottura con il passato, di una scelta, che ha il valore di un plebiscito politico da parte di una generazione che per la prima volta viene direttamente e individualmente interpellata, sia pure in una grave situazione di costrizione esterna.

Il contatto con le altre vittime del nazismo, specie in Polonia (popolazione civile, ebrei, deportati), dà alla decisione il significato di uno schieramento con il resto dell’Europa, che lotta contro l'occupante. È un ritorno nella grande famiglia dei popoli europei, dalla quale il fascismo aveva cercato di distaccare il popolo italiano. La presenza degli internati·italiani nei lager internazionali ha questo carattere provvidenziale.

La lotta contro l'adesione è lotta anche contro se stessi; la fame, il freddo, la paura delle epidemie, la morte; ma anche la nostalgia di casa, specie dopo la notizia del rientro degli aderenti. Questa lotta va condotta ogni giorno, con decisione perché ogni giorno è possibile farla finita e uscire dal lager sottoscrivendo l'adesione. Si tratta di una lotta attiva, che vede tutti impegnati. Nuclei clandestini sostengono i propri compagni con un'adeguata propaganda e con direttive di azione. Sono composti di antifascisti, giovani e anziani, intellettuali e operai, militari effettivi. Tra coloro che hanno fatto una scelta politica precisa, troviamo in questa attività intensa e rischiosa cattolici e protestanti, accomunati nel giudicare il nazismo come il regno dell'anticristo e per i quali il rifiuto ha valore di impegno religioso. Mi sia concesso in questa sede di citare il nome del rettore Lazzati, che guidò la lotta contro l'adesione nei campi di Sandbostel e di Wietzendorf.

Questa lotta è condotta fino in fondo, in una condizione resa ancora più difficile dal fatto che i nazisti non riconoscono agli italiani la posizione giuridica di prigionieri di guerra e le autorità fasciste impedirono ogni intervento del Comitato internazionale della Croce Rossa, anche quando le autorità tedesche ebbero ceduto alle pressanti e ripetute richieste di Ginevra.

È una lotta affrontata come un combattimento, nel quale si può morire; un combattimento a oltranza, senza alternative morali, in condizioni fisiche sempre più precarie, perché a ogni rifiuto i tedeschi aggravano le condizioni di vita. Il numero dei caduti è di conseguenza elevato e proporzionalmente non ha riscontro se non tra i prigionieri russi. Non si è potuto accertare con esattezza il numero dei caduti. Ai trenta-quarantamila delle statistiche ministeriali vanno purtroppo aggiunti i dispersi, per i quali non raggiunta una documentazione di morte. In un recente viaggio in Polonia alla ricerca di documenti sugli internati militari italiani, trovai numerose relazioni sulla scoperta di fosse comuni con centinaia di massacrati e chiare testimonianze della loro nazionalità italiana. A Treblinka, il famigerato campo di sterminio, l'ultimo convoglio conservato con amore nella stazione (sulla quale campeggiano due scritte: "Non più guerre" – “Non più Treblinka”) ancora chiamato dai polacchi “il treno degli Italiani”. Non è tornato nessuno e non si sa neppure quanti fossero. I carri sono molti.

chi rimane e chi ritorna
chi rimane e chi ritorna
chi rimane e chi ritorna
chi rimane e chi ritorna

chi rimane e chi ritorna

Va anche detto che per molti il rimpatrio alla fine della guerra ha significato solo il venire a morire in Italia. Nel Cimitero militare di Merano sono sepolti internati militari morti in sanatorio negli anni successivi alla liberazione.

Gli episodi di questa resistenza, condotta fino allo stremo delle forze, sono tanti. Vi furono dei malati gravi che rifiutarono il rimpatrio condizionato all'adesione; vi furono degli internati, che rifiutarono il rimpatrio anche come lavoratori fascisti, con il solo obbligo di riconoscere la repubblica fascista; vi furono degli internati che scontarono la loro intransigenza nei campi di sterminio.

Gli internati ebbero notizia della Resistenza in Italia e questo tonificò la loro lotta, dando ad essa il carattere di un combattimento comune, per gli stessi ideali e con la stessa tenacia. Notizie dai lager giunsero alla Resistenza italiana, che riconobbe nella decisione degli internati, lo stesso animo e il medesimo ardore combattivo. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia espresse il 27 marzo 1944 la sua solidarietà e la sua ammirazione agli internati che "in una suprema affermazione di dignità e di fierezza hanno voluto negare ogni collaborazione e prestazione al nemico"; “solidarietà e ammirazione", prosegue l'ordine del giorno "che è la solidarietà e l'ammirazione dei liberi e degli onesti di tutto il mondo".

"L'altra faccia della Resistenza", come l'ha chiamata Giorgio Bocca, "la meno nota, non la meno importante” ebbe rilievo anche nel determinare la scelta dello schieramento per migliaia di italiani, padri, madri, spose, figli, parenti di internati nei lager, e anche per coloro vano visto passare nelle stazioni italiane i carri piombati, che li trasportavano in Germania, e avevano assistito alla brutalità delle sentinelle tedesche.

L'internamento è, dunque, parte integrante della Resistenza e si può capire soltanto inquadrandolo in quella che è la generale ribellione degli italiani ai fascisti e ai nazisti.

 

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

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