Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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La Scuola di disegno e intaglio

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

La Scuola di disegno e intaglio (diventerà nel 1926 la Scuola professionale di Lissone)

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fu fondata nel 1878 dalla Società di mutuo soccorso fra operai e agricoltori, per il grande interesse verso l'industria del mobile che la società aveva.

Dal 1895 fino al 1925 la Società di mutuo soccorso e la Scuola vennero guidate da Rodolfo Fossati

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(che fu pure sindaco dal 1914 al 1920). Antonio Perego, di Seregno, fu il primo direttore e anche uno dei primi insegnanti.

La scuola aveva lezioni quotidiane dalle venti alle ventidue, da ottobre a giugno, e la durata dell'intero corso di formazione era variabile dai 5 ai 7 anni: a un corso comune preparatorio di due anni, seguiva un corso specializzato per falegnami ebanisti o intagliatori (3 anni), che poteva infine essere completato con un corso superiore facoltativo, biennale. Tra le materie insegnate vi erano la geometria e l'ornato: la scuola disponeva, come materiale didattico, di varie raccolte di riviste e di modelli. La Scuola era destinata inizialmente ai figli dei soci della Società di mutuo soccorso, e venne successivamente aperta a tutti gli abitanti del luogo e dei paesi limitrofi. Rimaneva comunque un elemento di discriminazione nella tassa d'iscrizione, per cui chi abitava in Lissone pagava 2 lire, e gli altri 5.

 

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Il sistema del lavoro a domicilio

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Negli anni ’70 del XIX secolo, il comune di Lissone (come risulta dalle risposte ai questionari della Prefettura di Milano) «è per la maggior parte agricolo, l'industria sua è nell'arte del falegname de' mobili, e del tessitore di cotone. Lavorano tutti a casa propria. I tessitori sono quasi tutti donne circa 500, dagli anni 15 ai 45 dipendenti tutti dai negozianti di Monza. Il loro sviluppo fisico non è troppo florido, e nelle donne maritate scarseggia il latte pei loro bimbi, il loro guadagno è di una lira al giorno. I falegnami saranno 400 dagli anni 15 ai 50; mestiere più sano e più proficuo, il loro lavoro è dato parte ai negozianti di Lissone, e parte ai negozianti di Milano».

Questi dati potrebbero essere non completamente veritieri in quanto l’attività artigianale era principalmente svolta a domicilio (e successivamente in laboratori annessi alle abitazioni), generalmente a carattere familiare e talvolta come secondo lavoro (almeno per alcuni dei membri della famiglia). Inoltre, il fenomeno dell' occultamento volontario, per sfuggire agli obblighi fiscali, rendeva estremamente difficile avere una stima esatta delle dimensioni del settore.

E Don Ennio Bernasconi, nel suo Lissonum, sostiene che:

«in questo periodo di tempo Lissone subì la sua più importante trasformazione economico-sociale, passando da villaggio dedito all'agricoltura e tessitura casalinga a mano, a grosso centro dell'industria del mobile e del legno ... con carattere spiccato di industria a domicilio».

Il sistema del lavoro a domicilio incontrava tra gli operai larghissimo favore, anche per la libertà e l'indipendenza che lo caratterizzano.

ditta-Meroni-e-Fossati.jpg Viale della stazione

Tra le industrie lissonesi che principalmente incoraggiavano l’attività dell’artigiano a domicilio, figurava la ditta A. Meroni e R. Fossati: “riconosciuto in pratica che nella costruzione dei mobili il lavoro della macchina risulta quasi insignificante in confronto dell'opera fine ed accurata che può compiervi la mano dell'uomo, pensò di studiare uno speciale ordinamento del lavoro a domicilio e, istruiti a mezzo di buoni tecnici i falegnami già iniziati nell' arte, migliorandone i conoscimenti, ed allevatine altri secondo i precetti più idonei”, favorì il crescere di “numerosi laboratori tutti prosperi e promettenti”.

In un’inchiesta dell’Umanitaria del 1904 si dice: «L’”industria a domicilio” dei mobili consiste nella produzione a domicilio da parte dell’operaio per conto, non già del cliente, o del consumatore, ma di un imprenditore che ha una funzione precipuamente commerciale.

Il processo di formazione di ogni laboratorio domestico in Brianza è questo: un apprendista, appena si è specializzato, ed è diventato “capace” tecnicamente e finanziariamente, si stacca dalla famiglia o dal padrone e impianta bottega per proprio conto, assume a sua volta degli apprendisti e dei garzoni coi quali stringe contratti annuali, e si fa aiutare dalla moglie e, più tardi, dai figliuoli, ma lungi dal conservarsi un produttore indipendente, cade sotto il negoziante all’ingrosso o sotto l’incettatore di Milano per l’acquisto della materia prima e per la vendita del mobile compiuto o quasi. Solo i mobili scadenti che non hanno la più piccola pretesa artistica e i mobili perfetti, di un ordine artistico superiore, vengono venduti direttamente al cliente, così che, fino ad oggi, il solo operaio altamente specializzato, che è ebanista e intagliatore insieme, che dà all'opera propria un'impronta personale e artistica, si mantiene “artigiano” indipendente.

La produzione dei mobili è quasi totalmente esercitata a domicilio. Ogni famiglia ha il proprio laboratorio - che serve spesso anche da cucina - nel quale lavorano i componenti la famiglia stessa sussidiati molto spesso da salariati di varie categorie. I locali che servono da abitazione e da laboratorio sono quasi sempre a piano terreno e, fatta eccezione per le case costruite da poco, lasciano molto a desiderare dal lato della comodità e dell'igiene. La loro cubatura è generalmente sproporzionata alle persone che vi si accasano. Spesso i pavimenti sono logorati, umidicci, ed alcune volte mancano o sono rimpiazzati da un grossolano acciottolato».

 1916 bottega artigiana

 La carriera del falegname cominciava attorno ai 10-11 anni, come garzone (era usanza che le famiglie dello stesso paese si scambiassero i figli per iniziarli al lavoro); il gradino successivo era quello di apprendista, mentre una volta raggiunta l'indipendenza professionale il falegname si staccava dalla famiglia o dal padrone per impiantare una propria bottega; l'ambizione ad impiantare il più presto possibile un proprio laboratorio determinava la creazione di un numero elevatissimo di unità produttive di dimensioni molto limitate.

In genere, negli stabilimenti dei commercianti veniva concentrata la manodopera più qualificata, per le fasi finali di montaggio e rifinitura dei prodotti.

cartoline dell’Archivio fotografico della Biblioteca civica di Lissone

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Il primo sciopero di lissonesi dall’Unità d’Italia

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

«1885 il mese di luglio fatto il sciopero di questa convenzione fra noi paesani di andar più a giornata al padrone perché non si può vivere ... »

dal manifesto affisso in piazza Garibaldi da contadini sconosciuti, rimosso la mattina del 13 luglio 1885 dai regi carabinieri di Lissone.

 

L'esasperazione dei contadini ebbe modo di manifestarsi quando, nell'ultimo ventennio del secolo, il quadro dell'economia brianzola fu sconvolto dalla crisi agraria internazionale. La messa a coltura di vastissime aree di terreno vergine negli Stati Uniti d'America innalzò bruscamente la produzione mondiale dei cereali, determinandone il crollo dei prezzi sui mercati internazionali. Lo stesso fenomeno si aveva per i bozzoli, causa la crescente produzione asiatica, in particolar modo giapponese.

I proprietari terrieri reagirono all'andamento sfavorevole del mercato sul governo per ottenere l'adozione di rigide misure protezionistiche e contemporaneamente imponendo ai coloni l'aumento del fitto a grano, l'incremento del numero delle giornate d'obbligo, l'appesantimento degli «appendizi». (Il termine «appendizi» deriva dalla consuetudine padronale di porre questi obblighi come appendici al contratto. In definitiva si trattava di tributi annui in uova, polli, capponi e in una quota di giornate lavorative non retribuite. Se i coloni possedevano animali da tiro erano obbligati a prestare anche servizio di «vettura» o «carratura» per i proprietari terrieri).

La conseguenza più diretta delle peggiorate condizioni produttive fu l'aggravarsi delle condizioni di vita delle masse rurali, alle quali si aggiunsero le nuove richieste padronali, tra cui l'aumento delle giornate che obbligatoriamente il contadino doveva garantire al proprietario in cambio, peraltro, di una paga inferiore a quella stabilita dal mercato. I contadini, inoltre, erano costretti a sostenere le spese per la coltivazione del fondo, mentre le imposte fondiarie venivano divise a metà.

Le condizioni dei contadini erano, perciò, diventate insostenibili.

I coloni, ridotti allo stremo dai ribassi dei prezzi, non potevano permettere che il padronato agrario scaricasse su di loro l'intero costo della grave crisi. Nell'estate del 1885, la situazione sfociò in agitazioni che ponevano sotto accusa i contratti colonici.

Verso la fine di giugno del 1885, a Vimercate, alcuni coloni si opposero alle pretese padronali con uno sciopero, che in pochi giorni dilagò in tutta la Brianza. Era la prima grande agitazione contadina dopo l'Unità d’Italia.

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Si era proprio nel bel mezzo della stagione dei raccolti e del pagamento del fitto a grano. I coloni chiedevano la riduzione del fitto e del canone per l'abitazione, l’abolizione definitiva degli «appendizi», l'aumento del salario per le giornate obbligatorie.

cascina brianzola

Dal vimercatese le agitazioni dilagarono a macchia d'olio in tutta la Brianza raggiungendo anche il mandamento di Monza e quindi Lissone.

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Lo sciopero lissonese del 1885, il primo dall'Unità d'Italia, non fu un fatto marginale nel panorama cittadino e tanto meno un semplice riflesso ad agitazioni che si diffusero in tutto il territorio brianzolo. Lo sciopero non fu organizzato dai movimenti socialisti, che invece dirigevano le agitazioni in molti dei comuni brianzoli; fu più che altro una contestazione spontanea, concepita sull'esempio dei comuni vicini. Tuttavia venne guardato con occhio benevolo dal clero locale, sensibile alle condizioni dei coloni.

In piazza Garibaldi, la mattina del 13 luglio, i carabinieri rimossero un manifesto diretto ai contadini affinché aderissero allo sciopero, minacciando rappresaglie per tutti coloro che non avessero condiviso la contestazione.

I toni accesi della parte introduttiva del manifesto evidenziavano il timore di un possibile sfaldamento della protesta:

«Il primo che va a giornata domani mattina sarà strugiata (distrutta, n.d.r.) la campagna e guardi bene cosa fa».

Il manifesto proseguiva, facendo appello alla comune situazione dei coloni e rnvitandoli al rifiuto delle giornate d'obbligo: «1885 il mese di luglio fatto il sciopero di questa convenzione fra noi paesani di andar più a giornata al padrone perché non si può vivere ... »

 

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Bibliografia:

E. Diligenti e A. Pozzi, La Brianza in un secolo di storia d'Italia (1848-1945), Milano, Teti Editore, 1980

F. Della Peruta, Il movimento contadino nell' alto Milanese (1885-1889)

Appunti di storia locale di Samuele Tieghi

Documentazione varia, in Archivio comunale di Lissone

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Le abitazioni di Lissone nella seconda metà dell’Ottocento

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Le corti

La parte più antica del borgo di Lissone era costituita quasi prevalentemente da corti coloniche. La maggior parte degli edifici era di vecchia fabbricazione.

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Questi fabbricati erano abitualmente destinati ai contadini, anche se nel corso dell'Ottocento vi fecero la loro comparsa in numero crescente i falegnami.

La corte era formata da una serie di costruzioni concentrate attorno ad un cortile interno (court), spesso chiuso che comunicava con le vie del paese tramite un portone.

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Alcuni nomi di corti esistenti anche nei primi anni del Novecento: la “court di Pagan”, nell’attuale piazza Libertà, a forma quadrangolare, abitata dalla famiglia Pagani; la “court di Monguz e Arienti” nell’attuale piazza Italia; in via Loreto la “court di Puz e dei Birè”.

Il cortile era in terra battuta o acciottolato spesso attraversato da acque malsane. Le abitazioni erano generalmente di un piano oltre quello terreno. Le stalle e gli altri edifici sussidiari, il cosiddetto rustico solitamente confinava con le abitazioni.

Al pianterreno si trovavano le cucine che davano direttamente sul cortile, gli unici locali provvisti di camini.

Al primo piano vi erano le camere da letto che servivano contemporaneamente come deposito per le granaglie.

Sopra le stalle, con bovini e in qualche caso equini e maiali, vi erano i fienili.

Gli edifici «ausiliari» erano coperti da un tetto molto sporgente che fungeva da portico per gli attrezzi e i carri.

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Nei pressi delle stalle si trovava la latrina con il suo pozzo nero in cui confluivano i liquami del bestiame. In qualche caso, in un angolo del cortile vi erano i letamai.

Quasi sempre presenti erano i pollai.

Le case erano abitate da famiglie spesso numerose i cui membri dormivano in stanze mal aerate e frequentemente in numero superiore alla capienza del locale, rendendo l'aria irrespirabile. L’illuminazione era affidata raramente al petrolio e al gas acetilene.

Nella seconda metà dell’Ottocento gli edifici colonici subirono una riduzione degli ambienti rustici per ottenere spazi abitativi destinati alla crescente popolazione operaia e alla realizzazione di laboratori artigianali.

Il primo regolamento di polizia urbana redatto a Lissone nel marzo del 1874 stabiliva che, prima di iniziare la costruzione di nuovi edifici, occorreva presentare un progetto all’Autorità comunale.

Un regolamento sulla salubrità delle abitazioni e degli edifici pubblici ci dà un’idea delle precarie condizioni igieniche dei vani abitativi, spesso causa del diffondersi di malattie quali il colera. Spesso le esalazioni nocive erano generate dalla mancanza di latrine, che erano quasi sempre sottodimensionate rispetto al bisogno dei numerosi inquilini soprattutto delle case di corte.

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Mancava a Lissone una rete fognaria, la cui costruzione sarà iniziata solamente nel 1926. Le acque putride frequentemente si infiltravano nei pozzi d'acqua potabile con il conseguente diffondersi di epidemie. Le acque dei pozzi, spesso scoperti, erano contaminate dalla sporcizia che vi penetrava facilmente.

Tra le malattie che assillarono la popolazione lissonese dopo l’Unità d’Italia vi fu il vaiolo, nel triennio 1871-73, che provocò ben 17 morti e che si ripresentò nel 1887-88.  Anche casi di colera si manifestarono negli anni 1866-1867 e nel 1884; questa epidemia viene segnalata a Lissone anche negli anni antecedenti l’Unità d’Italia e precisamente nel 1836, nel 1854-55 e nel 1860.

Poche le ville e palazzi in cui abitavano le famiglie più benestanti del paese.

Tra queste si ricordano: il palazzo dei conti San Martino e Rocca che occupava quasi tutta la via S. Antonio e parte della via San Carlo, il Palazzo Magatti, divenuto dal 1910 il nuovo municipio,

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la villa del benefattore Mauro Riva, villa Mussi in piazza della Libertà, villa Spaziani Carabelli posta immediatamente dopo il ponte della stazione sulla via per Muggiò, villa Gatti Massimiliano, anch'essa nei pressi della stazione ferroviaria, e villa Reati (ex Baldironi) ubicata in via Fiume.

 

Com’era la situazione nelle altri parti d’Italia?

Una grande indagine parlamentare sulla condizione del mondo agrario italiano, nota come «Inchiesta Jacini» dal nome di Stefano Jacini, a lungo ministro dei Lavori Pubblici, fotografa l'Italia povera, lacera e macilenta della seconda metà del Diciannovesimo secolo.

Nell'anno in cui inizia la pubblicazione del rapporto, il 1880, il mondo moderno è lanciatissimo. L'Europa è passata in quarant'anni da 1700 a 101.700 miglia di binari ferroviari, vale a dire da 2735 a 163.635 chilometri. È appena stata accesa la prima lampadina elettrica ideata da Thomas Edison a New York nel 1879, da 24 il telefono di Antonio Meucci e il primo ascensore in un grande magazzino di New York, da 26 il motore a scoppio, da 29 le rotative per la stampa dei quotidiani e il telegrafo sottomarino che collegava la Francia e la Gran Bretagna.

Eppure, mentre a Chicago è già stato costruito il primo grattacielo ed è partita la sfida a chi farà svettare quello più alto, le condizioni abitative degli italiani, nelle relazioni dei commissari della «Jacini», appaiono spesso medievali.

In Sicilia, «tra le tante cause della decadenza morale del contadino siciliano [c'è] la malsania e la ristrettezza delle abitazioni, ove in una medesima stanza o stamberga convivono persone d'ambo i sessi e di diverse età, sdraiati talvolta, per mancanza di letto, sulla paglia (padre, madre, figlie e figli, cognati, fanciulli) in compagnia del maiale o di altre bestie, in mezzo al sudiciume e al lezzo, ed in quella compiono ogni operazione della natura».

In provincia di Catanzaro, scrive il deputato e medico Mario Panizza, «i concimi si conservano nelle stalle; e se il bestiame, come accade, sta all'aperto, vengono accumulati lì presso; il concime si vede anche accumulato nelle camere da letto, se queste sono al pianterreno, o nella pubblica via. Le case, in generale, sono umide, luride, affumicate, pericolanti, spesso senza im­poste e senza soffitto. Non esiste nettezza pubblica; lo stato dei paesi muove ribrezzo». Né le cose vanno diversamente risalendo la penisola fino a quella che diventerà la dolce, linda e civilissima Umbria: «Nella provincia di Perugia se le condizioni igieniche delle case coloniche e loro adiacenze fossero meglio curate, non si lamenterebbero alcune malattie. Le coliche, le dissenterie, i reumatismi, le pleuro-polmoniti e la tifoidea sono le malattie ordinarie e prevalenti [...] Il concime si gitta in un canto addossato alla rinfusa ad una parete della casa colonica sotto la gronda dei tetti». Più a nord ancora, nelle terre di Parma, «i cessi mancano in tutta la provincia, salvo qualche eccezione. Le stalle ed i magazzini fanno corpo colla casa colonica, e comunicano direttamente, o, alcuna volta, per mezzo di un androne aperto. I concimi, dopo essere stati qualche giorno nelle stalle, si ripongono nei cortili o in vicinanza della casa. La nettezza interna è del tutto negletta; le case hanno poca luce, e non avrebbero aria, se non la ricevessero dalle pareti mal connesse e cadenti; talvolta di giorno il medico è costretto a visitare gl'infermi col lume. Non è punto curata anche la nettezza dei villaggi, massime di quelli posti sulle montagne, dove si lascia fermentare nelle pubbliche vie ogni specie d'immondizie».

Non c'è una regione dell'Italia, neppure una, dove il rapporto parlamentare possa segnalare un quadro abitativo soddisfacente.

L'«Inchiesta Jacini» riporta: «La stalla è la parte principale della casa del contadino, è ad un tempo il luogo del bestiame, il salone e il santuario della famiglia. È nella stalla che si passano i lunghi inverni; è là che la padrona di casa riceve parenti e amici; là la famiglia lavora, si ricrea, mangia e dorme. Intanto che le donne cuciono, rappezzano o filano, gli uomini giuocano alle carte o se la passano discorrendo [...] Le stalle o la camera dove dimora la famiglia sono riscaldate con delle stufe di ferro fuso o di pietra; la loro apertura per fortuna è nella camera stessa e serve a rinnovare l'aria. Si ha la cattiva abitudine di riscaldare troppo, onde esiste sovente fra la temperatura esterna e quella della camera riscaldata una differenza di 20 o 30 gradi. Questo contrasto di temperatura, aggiunto alla mancanza di aperture, che impedisce l'azione della luce e il rinnovamento dell'aria, produce frequentemente delle bronchiti, o polmoniti, o reumatismi» .

Dove portasse tutta quella miseria e quella sventurata estraneità a ogni cultura igienica da parte dei nostri nonni, lo si capisce dalle statistiche. Come quella sulle cause di morte nel 1887, il primo anno in cui si cominciò a tener nota di alcuni dati. Dai quali emerge che a uccidere gli italiani, in dodici casi sui primi sedici della classifica, erano soprattutto le infezioni. Con in testa la «malattia delle mani sporche», cioè la gastroenterite, seguita dalle malattie polmonari.

Racconta Eugenia Tognotti ne Il mostro asiatico: storia del colera in Italia che, nonostante l'eziologia del «male blu», chiamato così perché si lasciava dietro corpi rinsecchiti e bluastri, e i suoi modi di trasmissione fossero «ben chiari anche al più oscuro medico di villaggio» e così «le raccomandazioni per la bollitura dell'acqua e del latte», l'ignoranza collettiva intorno al ruolo della sporcizia nello spartiacque tra la vita e la morte, era tale che «i giornali ospitavano annunci pubblicitari di anticolerici come l'estratto di assenzio, l'acqua di Orezza (Corsica), "minerale, ferruginosa, acidula, gazosa e senza rivale"; o, ancora, la "menta di Ricqlès" di cui si vantavano i successi a Marsiglia e a Tolone».

E se questa era la cultura della classe media che leggeva i giornali, è facile immaginare cosa dovesse pensare la plebe analfabeta.

Certo, se ci fosse stato un generoso investimento sulla prevenzione, l'istruzione, la scuola, le cose sarebbero andate diversamente. Ma il governo italiano, al di là delle fiammeggianti battaglie di qualche illuminato, non pareva interessato al tema. Lo dice il vertiginoso ricambio di ministri (33 dall'Unità al 1901) della Pubblica Istruzione. Lo dicono le statistiche di Ernesto Nathan, mazziniano, economista, sociologo, appassionato di numeri e percentuali, secondo il quale l'Italia, che impiegava in spese militari oltre un quinto del suo bilancio, dedicava alla formazione culturale dei suoi cittadini il 2,7 per cento contro il 4,4 della Spagna, il 6,6 della Francia, il 7,5 della Baviera o il 10 abbondante della Gran Bretagna.

Ottomila morti contò Napoli, nell' epidemia di colera del 1884.

Era una strage, ogni volta che partiva un'epidemia di colera. Quasi 34 mila furono i morti, nei 4 anni dall'84 all'87.

 

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Documento del 12 marzo 1848 in cui il medico condotto segnala un caso di vaiolo di un lavoratore (Giuseppe Parravicini Parmigiano) addetto alla costruzione della linea ferroviaria Milano Como nel tratto interessante il Comune di Lissone. Il medico dichiara “di non poter praticare i soliti sulfamigi come si usa in simili circostanze, perché l’ammalato dorme all’aria libera su di un cassinaggio, ove le disinfestazioni sono affatto inutili. Le lavature pure non si possono praticare, poiché l’ammalato è privo di ogni supelletile”.

 

Bibliografia:

Gian Antonio Stella ODISSEE – Italiani sulle rotte del sogno e del dolore Edizioni Corriere della Sera 2004

 

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Lissone, l'Adalgisa e «la stansa de Lissòn»

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Già dall'inchiesta dell'Umanitaria, condotta agli inizi del XX secolo sull’industria brianzola dei mobili, risulta evidente la posizione rilevante di Lissone nel settore mobiliero. Ed è significativo che mentre la maggior parte dei paesi della Brianza erano e sono rinomati chi per le belle ville, chi per avere dato i natali a qualche uomo illustre, chi per la bellezza del panorama, Lissone era nota per l'industriosità dei suoi abitanti. Ce lo testimonia anche Cesare Cantù in «Milano e il suo territorio» quando, parlando di Lissone, la definisce «Industriosa terra, i cui abitanti hanno grido nell'arte del falegname e dell'intarsiatore».

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Ma la fama di Lissone ce l'ha confermata persino Carlo Emilio Gadda, scrittore attento a queste cose, puntiglioso nelle ricerche d'archivio per costruire personaggi minuziosamente e collocarli con precisione nel loro tempo: la «sua» Adalgisa, nel 1913, non compra una «camera da letto» ma «la stansa de Lissòn».

 

L Adalgisa

Ma vale la pena di riportare la pagina intera:

«Ebbe (l'Adalgisa n.d.r.), insomma, un'adolescenza e una giovinezza illibata: fino al povero Carlo. 'Seppe capire' il Carlo. Lo 'apprezzò', lo 'intuì', lo 'studiò': e lo capì così a fondo, che certe volte, se glielo avessero dimandato là per là, sui due piedi, tra il ferro caldo e la salsa d'amido, non avrebbe saputo dire nemmen lei che cos'era: se un ragioniere o un mineralogista, o piuttosto anzi un filatelico, un entomologo (ma questo assai più tardi): o un valoroso, un reduce dalla Libia. O un minchione. 'On bel mincionòn d'ora, con du oècc, cont on par de barbìs .. .'. Seppe amare il Carlo anche prima del sindaco: ma solo per facilitare il sindaco. I sindaci dell'epoca demoliberale, è noto, certe volte erano un po' duri d'orecchio: avevano bisogno anche loro d'un qualche incoraggiamento, poveri asini, per decidersi a inalberare la sciarpa, se non prorpio ad offrire la penna.

Così, non sempre, ma di quando in quando, accadeva pure che le spose dopo un cinque mesi dall'asperges ti sfornavano magari un settimino: che tutti però, lì per lì, lo avrebbero detto di nove. 'Quattro chili e mezzo! 'significava la bilancia, senza pronunziar parole. E come settimino di cinque mesi, date retta, poteva anche passare.

Per lei ci fu un anno, il 1913, se ben ricordo, o forse il '14 - se ben connetto i millesimi in aristoteloide unità - ci fu un estate bruciata che il nostro sindaco aveva proprio l'aria di voler ciurlare nel manico, da quell'insigne menatorrone che era: e anche 'la stansa de Lissòn', già comandata, sembrava languire in fabbrica: o addirittura languirne il modello nel magazzino delle Idee, come una pura Idea-Stanza.

Ma lei, l'Adalgisa, 'seppe perseverare nel suo affetto'. Impavida».

In «una relazione del cancelliere del censo del distretto tredicesimo al prefetto del dipartimento dell'Olona in data 12 novembre 1804 «si rileva che "la sola comune di Lissone ha n° 44 Famiglie che eserciscono l'arte di Falegname, le quali travagliano in fabbricare mobili vendibili, ed eccone le indicazioni. 1. Li legnami occorrenti sono provveduti in questo Dipartimento. 2. Il valore delle opere ridotte in merci non si può individuare, e tali manifatture si smerciscono nell'interno. 3. n° 68 persone sono verisimilmente occupate nelle Manifatture. 4. Si servono dei soli istromenti da falegname. 5. Dal 1769 in avanti tale manifattura si è accresciuta”».

Scrive Don Bernasconi:

 

copertina Lissonum

«Lissone è ormai diventato il maggior centro non solo di Lombardia, ma d'Italia dell'industria e del commercio del mobilio; ad esso affluiscono giornalmente operai a centinaia dai paesi vicini a cercarvi lavoro; ad esso si indirizzano anche i fabbricatori di Milano e della Brianza, ed i compratori di tutta Italia. Le sue numerosissime Ditte commerciali, (memorabili per importanza ed anzianità la Soc. A. Ferdinando Paleari e Figli e la Soc. A. A. Meroni e R. Fossati)

1890 mobilificio Paleari ditta Meroni e Fossati

che raccolgono il mobile dalle botteghe private od hanno annesso un opificio, tengono ormai aperti negozi, depositi, rappresentanze in tutte le città e grossi centri d'Italia, e si affermano con successo nelle Esposizioni, Fiere Campionarie, Mostre e simili. Già due volte si tenne in paese, con esito felice, una grandiosa Esposizione Biennale dei Mobili della Brianza, con un concorso largo di espositori ed acquirenti. E dal 1921 è aperto un Mercato dei mobili (un palazzo appositamente eretto) per mettere in diretto contatto produttore e compratore. Il progresso della meccanica italiana ha sviluppato anche le macchine per la lavorazione del legno (seghe, piallatrici, ecc.,) le quali hanno sostituito il pesante lavoro manuale del segantino, con enorme vantaggio nella rapidità della produzione, e ormai dagli stabilimenti e dalle segherie pubbliche vanno passando anche nelle modeste botteghe».

Prendiamo ora in esame la situazione di Lissone in campo economico all'inizio del '900 seguendo le indicazioni di Diligenti e Pozzi.

Nel 1911 «Lissone, registrava 10.654 abitanti. Qui, oltre alle già fiorenti attività mobiliere, si stava sviluppando un altro ramo dell'industria, completamente nuovo, quello della lavorazione meccanica del legno. La prima trancia a piatto, interamente in legno ma con un coltello di ferro lungo circa un metro, venne realizzata dai fratelli Mussi addirittura nel 1880. I primi fogli di tranciato furono ricavati da una radica di noce. Ma quella invenzione non ebbe successo anche perchè i mobilifici non erano ancora in grado di adeguare i loro processi produttivi a quella innovazione tecnologica che apriva una serie di problemi sia mercantili sia nella tecnica costruttiva e quindi nelle attrezzature. La stessa arretratezza dell'industria meccanica rendeva molto problematico il perfezionamento di quella prima trancia rudimentale. Occorreranno ancora una ventina d'anni di ricerche e sperimentazioni per arrivare ad applicazioni di macchine collaudate nella lavorazione del legno. Comunque, nel 1907 i progressi fatti anche in questo campo permettono a Carlo De Capitani di promuovere la costituzione della società italo-lettone Luterna a sostegno della prima fabbrica italiana di compensati, che non aveva vita facile poiché il mercato mobiliero stentava ad assorbire un prodotto che non fosse tutto di legno massiccio. Ma ormai i tempi sono maturi anche per la lavorazione meccanica del legno: l'espansione industriale proseguirà ininterrottamente anche in questo comparto. Nel 1910 sorgeranno la Sapeli, un'altra fabbrica di compensato e aziende che installano sia refendini francesi Guillet per ridurre i tronchi in tavolame, sia serie di macchine per la costruzione di mobili (seghe a nastro, piallatrici, trapani e torni), aziende queste ultime che lavoreranno per terzi, cioè per gli artigiani. A Lissone vengono ancora ricordati gli impianti meccanizzati dei Casati, di Meroni (detto Zot), di Schiantarelli (detto Roc). Nel 1916 la Sapeli installerà una sfogliatrice americana Merit che le permetterà di far fronte all'accresciuta richiesta di compensato, in particolare per uso aeronautico. Fabbriche di compensato, trance e segherie in quegli anni sorgeranno anche a Meda, Seregno, Desio, Seveso e Cesano Maderno.

«Ma la più grande fabbrica di compensati e tranciati d'Italia sarà realizzata, ancora a Lissone, dopo la prima guerra mondiale, esattamente nel 1920: si chiamerà Incisa e arriverà a dare lavoro a oltre mille dipendenti e a trasformare giornalmente 1750 quintali di tronchi in 70 metri cubi di compensato».

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Nel censimento industriale del 1911 Lissone è uno dei comuni con più di mille occupati in campo industriale. Durante il conflitto del '15-'18 «anche la lavorazione del legno, particolarmente impegnata nelle commesse militari a Lissone, Meda, Seveso e Cabiate, non sfuggiva alla regola» del parassitismo che caratterizzava le attività produttive dell'epoca. «In quel periodo sorgevano la lega cattolica dei tessili a Muggiò e quella dei mobilieri a Lissone. A Lissone inoltre, per iniziativa di Grandi, veniva creata la Cooperativa di lavoro e di produzione fra falegnami e affini. La nuova associazione però era destinata ad avere una vita stentata, anche perchè nei centri mobilieri il reclutamento per la produzione bellica soffocava ogni altra attività.

Si tenga presente che migliaia di operai brianzoli furono avviati al lavoro in stabilimenti ausiliari». «Il dopoguerra fu anche un periodo felice per i centri mobilieri: stava fiorendo l'industria del compensato, del tranciato, degli specchi, degli accessori in metallo, dei marmi e delle vernici; si profilava già una ripresa del turismo, favorita dalla promozione sociale di nuovi ceti, che avrebbe stimolato lo sviluppo alberghiero e quindi il mercato di prodotti per l'arredamento; brianzoli avventurosi in numero sempre più crescente esploravano paesi e foreste in tutti i continenti alla ricerca di tronchi e di nuove essenze di legno per arricchire la produzione mobiliera, alimentare l'industria dei tranciati e dei compensati: tutti i fenomeni in atto aprivano prospettive di espansione.

 

Carlo De Capitani da Vimercate 1913-maestranze-De-Capitani.JPG

Un pioniere lissonese, Carlo De Capitani, già fondatore di una delle prime fabbriche di compensato, la Luterna, è già in Africa nel 1921 (secondo notizie raccolte negli archivi di vecchie aziende, l'inizio delle ricerche per l'importazione di legname in Brianza, potrebbe essere così datato: 1924 in Brasile e nel Venezuela; 1926-27 nell'Unione Sovietica, in Romania e Bulgaria; 1932-34 in India, Canada, altri paesi dell'America Latina, Afghanistan, Persia, Turchia e Jugoslavia); nel '26 le 'camerette brianzole' arrivano sul mercato inglese dando vita a fiorenti scambi che cesseranno nel '31, dopo il tracollo della sterlina e la conseguente istituzione di un dazio protettivo del 30%; dal '27 i mobilieri esportano anche nell' America del Nord e nel Sudafrica».

1920 De Capitani fiera

 

Bibliografia:

AA. VV. Le affinità elettive – La Brianza e Lissone – Studi e ricerche nell’area del mobile Arti Grafiche Meroni Lissone 1985

Affinità Elettive 

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Le condizioni materiali di vita dei lissonesi dopo l’Unità d’Italia

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

La vita materiale degli abitanti di Lissone era spesso ostacolata dalle pessime condizioni igienico sanitarie. In un altro articolo si è già fatto riferimento alle condizioni delle abitazioni alla fine dell’Ottocento, sottolineando lo stato di degrado di buona parte di esse. In realtà, la precaria situazione sanitaria, a cui si deve aggiungere l'alimentazione scadente, mutò solo in parte durante la prima metà del Novecento.

Sin dagli ultimi decenni dell'Ottocento le autorità erano intervenute per arginare il diffondersi di malattie quali la pellagra, il tifo e il colera, definendo una serie di norme inequivocabili per la salvaguardia della salute pubblica. Nel 1884 una sottocommissione prefettizia incaricata di svolgere una serie di studi sulla pellagra venne a Lissone, dove ebbe modo di osservare lo stato allarmante in cui versava la pubblica igiene in quasi tutto il territorio comunale.

Venne osservata, innanzitutto, la presenza negli opifici di fanciulli al di sotto dei dieci anni, che lavoravano come operai con grave danno per la loro salute. Il fenomeno del lavoro minorile, diffusissimo in quei centri che andavano industrializzandosi, determinava spesso l'aggravarsi di situazioni sanitarie, favorendo le occasioni per il contagio di malattie quali la tubercolosi e di altre patologie infettive.

Sulla presenza della tubercolosi a Lissone nei primi anni del Novecento è indicativa la testimonianza del Regio commissario Giovanni Nota che così commentava la situazione: «Altre malattie, pur esse gravissime, ma meno impetuose e più lentamente diffusive, come ad esempio la tubercolosi polmonare, serpeggiano del pari e sfuggono più di quelle alle misure di cautela e di difesa che contro di essa devono essere apposte. Ora, essendo in questa, come in tante altre cose, più facile il prevenire che il reprimere, è da porre maggior impegno per il risanamento delle abitazioni, esigendo severa pulitura e conveniente selciatura di tutti i cortili, la costruzione di adatte fosse o vasche di smaltimento delle acque pluviali e soppressione della più parte delle attuali latrine, veri centri e fonti permanentemente di infezione, e la costruzione di altre meglio rispondenti alle imprescindibili necessità igieniche. Facendo in questo modo e vigilando assiduamente e rigorosamente affinché la pulizia sia mantenuta, si potrà conseguire un soddisfacente successo». Relazione del Regio commissario Giovanni Nota al ricostituito Consiglio comunale di Lissone nella seduta del 6 dicembre 1908, ACL, b. 289, f. 4

La court di sfrata

Inoltre i ragazzi erano sottoposti a lunghi orari lavorativi, ulteriore aggravante che finiva col minare le già precarie condizioni di salute.

Alle precarie condizioni dei fanciulli che lavoravano nei laboratori o nelle fabbriche, si aggiungevano, come persone facilmente soggette al contagio delle malattie infettive anche le donne, in particolar modo le donne incinte che lavoravano nelle fabbriche dedite alla tessitura, le quali frequentemente lavoravano anche fino agli ultimi giorni prima del parto.

Le operaie lissonesi impegnate nel ramo tessile erano numerose, si pensi che solo nel 1894 la ditta Pessina annoverava 62 operai e ben 485 operaie lissonesi.

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La relazione della commissione d'indagine sottolineava anche la disdicevole abitudine dei contadini lissonesi di tenere il granturco nelle stanze da letto. La mancanza di granai costringeva i contadini a conservare il mais direttamente nelle stanze delle abitazioni. Generalmente, veniva appeso a poco a poco secondo necessità. Al problema della conservazione del mais in casa, si aggiungeva la questione della cottura del pane, genere d'alimento tanto necessario per le classi povere, che veniva preparato senza le adeguate precauzioni ed era «voluminoso, poco cotto e senza sale». La pasta per il pane era nella maggioranza dei casi preparata direttamente in casa; si trattava per lo più di grosse pagnotte da un chilo e mezzo sino a cinque chili. La cottura poteva venire ordinata direttamente ai fornai del paese o, per quanto riguarda le famiglie contadine, essere effettuata utilizzando il forno rurale, messo a disposizione, non sempre gratuitamente, dai proprietari delle cascine o delle corti.

La sottocommissione si soffermò parecchio a lamentare le già osservate condizioni di degrado di molte abitazioni lissonesi, sottolineando che: «le case coloniche sono insufficienti al bisogno degli abitanti, sono poco pulite, mancano di latrine e nei cortili contengono liquami che mandano esalazioni mefitiche».

la curt del Guast  La court del Gabela

I problemi igienico-alimentari denunciati dalla commissione prefettizia non furono tuttavia risolti per diversi decenni.

Qualche provvedimento per la tutela dell'igiene venne comunque preso. Nel 1895, ad esempio, il territorio comunale venne diviso in due condotte mediche in previsione di affiancare un collega all'unico medico condotto. Tuttavia la seconda condotta venne istituita ufficialmente solo nell’ottobre del 1900 e i lissonesi dovettero aspettare sino al 1902 per poter usufruire del secondo medico.

Tra le malattie che assillarono la popolazione lissonese verso la fine dell’Ottocento si segnala la diffusione nel 1887-88 del vaiolo (presente a Lissone già nel triennio 1871-73 con ben 17 morti), il colera che tormentò i lissonesi nel corso di buona parte dell'Ottocento (1836, 1854, 1855, 1860, 1866-67, 1884) e che solamente nel 1910 vide la sua diffusione contrastata dal miglioramento di alcuni servizi come la costruzione dell'acquedotto, nonché dalla febbrile attività degli amministratori comunali per la divulgazione popolare della profilassi.

 

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il tram passa da Lissone

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Nel 1907, trascorsi alcuni decenni dall'apertura della stazione di Lissone, si costituì la Società tranvie elettriche Briantee che si occupò della gestione di quella linea tranviaria tanto importante per la "Brianza mobiliera", cioè della Monza-Lissone-Desio-­Seregno-Meda-Mariano Comense-Cantù.

tramvie briantee

L'11 aprile 1907, nel Consiglio comunale si decise la partecipazione del Comune di Lissone all'impresa della Società per le tramvie elettriche Briantee.

 

1907 per tramvia

Emilio Magatti, nominato rappresentante comunale nel consorzio, ebbe il compito di stipulare gli atti di concessione e di tenere i rapporti con i rappresentanti degli altri comuni.

Nel giugno 1910 fu introdotta la corrente elettrica necessaria alla trazione del tram e la linea tranviaria entrò in funzione  nel mese di luglio.

Durante i lavori fu abbattuto l’oratorio di San Rocco, che sorgeva sull’angolo meridionale costituito dalla via Pietro da Lissone e dalla via Monza.

 

oratorio di San Rocco

Si trattava di una chiesetta eretta nel 1514 per ottenere la protezione di San Rocco contro il diffondersi delle epidemie di peste. L'edificio, però, impediva al tram di compiere la curva necessaria al tragitto previsto.

Il percorso del tram, una volta entrato in Lissone dalla via Monza proseguiva per via San Rocco fino a piazza Garibaldi, poi a sinistra lungo via Baldironi, via Besozzi, via Milano (attuale via Matteotti) e proseguiva in direzione di Desio, Seregno, Meda per arrivare a Cantù.

Quattro erano le fermate del tram in Lissone. La linea tranviaria funzionò fino al novembre del 1952.

 

tram Monza Cantu 

 

tram piazza Garibaldi tram via matteotti

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L’antico Comune di Cassina Aliprandi

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

stemma Cassina Aliprandi 

stemma del Comune di Cassina Aliprandi

 

La superficie comunale era di 146,64 ettari. Il 72,1% del territorio era occupato dai terreni arativi (a coltura cerealicola), il 21,6% dai vigneti, il 4,6% dai boschi e l'1,7% da edifici ed orti.

Numerosi i gelsi presenti sul territorio comunale: un rilevamento del 1858 computò ben 1554 "moroni", con un aumento di tre volte e mezzo rispetto al dato di metà Settecento.

 

Ciò era in correlazione al vertiginoso sviluppo dell'allevamento del baco da seta, legato alle forti richieste da parte del settore manifatturiero tessile.

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doppio castello per la bachicoltura

 

Con la Seconda Guerra d'Indipendenza (1859) la Lombardia fu aggregata allo Stato sabaudo, formando così il primo nucleo di quello che, con le successive annessioni degli altri Stati preunitari, sarebbe diventato, di lì a breve, il Regno d’Italia, ufficialmente proclamato nel 1861.

1861 Italia

 

Uno dei primi atti del nuovo governo fu la riforma delle amministrazioni locali. In ottemperanza alla nuova “legge comunale”, il comune di Cassina Aliprandi riunì per l'ultima volta il proprio Convocato il 3 dicembre 1859, onde procedere alla formazione della “lista elettorale” da cui sarebbe poi sortito un Consiglio Comunale (composto da quindici membri aventi mandato quinquennale con rinnovo annuale di tre clementi); questa assemblea avrebbe poi espresso una Giunta Municipale, formata da due assessori (più due supplenti) annualmente eletti, e dal sindaco, capo dell’amministrazione comunale designato però con nomina regia, effettuata su segnalazione del prefetto e del sottoprefetto), avente mandato triennale.

Con la subentrata riforma dei compartimenti civili il Comune di Cassine Aliprandi venne inserito nel Mandamento di Desio, appartenente al Circondario di Monza, in Provincia di Milano.

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La sede della Pretura era a Desio, mentre quella del Tribunale era a Monza.

Il 20 aprile 1860 il sindaco Passoni, a nome della comunità, scrisse al re Vittorio Emanuele II un'appassionata lettera di adesione ai progetti di unità nazionale.

Sempre in quell'anno fu formato il contingente locale della Guardia Nazionale.

 

L'approvvigionamento idrico del comune era, da sempre, affidato ai pozzi. All'epoca se ne contavano cinque: due alla Cascina S.Margherita, due alla Cascina Aliprandi ed uno alla Cascina Bini. Ad uno specifico rilevamento condotto nel 1865 le acque di tutti furono giudicate di buona qualità.

La popolazione locale si era ormai attestata ad una quota di poco inferiore alla 500 unità. Nel 1861 furono ufficialmente computati 491 residenti (di cui 483 effettivamente presenti) in occasione del primo censimento generale dell’Italia unificata.

Quasi tutti gli abitanti svolgevano mansioni connesse all’agricoltura: qualcuno come piccolo possidente o affittuario, qualcuno come massaro o fattore dei grandi proprietari, altri ancora come fittavoli minori, i restanti come semplici dipendenti.

Qualche famiglia aveva affiancato all’attività agricola qualche altro lavoro complementare come la tessitura del cotone.

Alcune abitazioni versavano in precarie condizioni igieniche e i loro occupanti erano a rischio di malattie infettive.

Nel 1857 si era verificata un'epidemia di colera (si ripeterà anche dieci anni dopo, nel 1867) e il medico della condotta, comprendente i Comuni di Cassina Aliprandi e Seregno, dottor Luigi Ripa, di origini pavesi, si prodigò allestendo una “casa di soccorso” per gli ammalati, oltre ad adoperarsi in seguito ad incentivare il miglioramento delle condizioni di igiene 
pubblica oltre a diffondere la pratica della vaccinazione fra gli abitanti delle tre cascine.

 

Dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, il Comune di Cassina Aliprandi venne a trovarsi nella strana situazione di gravitare, ben più di quanto non fosse mai avvenuto in passato, nella sfera d'attrazione lissonese: i sindaci delle due località erano padre e figlio, rispettivamente Carlo Arosio sindaco di Lissone e Pietro Arosio sindaco di Cassina Aliprandi mentre a segretario comunale di entrambe vi era Ferdinando Rivolta, pur esso di Lissone.

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Inoltre, a legge del 20 marzo 1865 sulle amministrazioni locali, prevedeva l’eventualità del "concentramento di Comuni", ovvero la possibilità che un Comune fosse soppresso (ed aggregato ad uno limitrofo più consistente), qualora avesse avuto ridotta popolazione e difficoltà ad ottemperare alle nuove ed onerose incombenze amministrative attribuite dal legislatore all’ente comunale. Per Cassina Aliprandi venne proposta l’aggregazione con Desio, così da non modificare i confini mandamentali.

Il 30 novembre 1868, si riunì, con convocazione straordinaria, quello che alla luce dei successivi eventi, sarebbe alfine diventato l’ultimo Consiglio Comunale aliprandino.

Ma il 10 febbraio 1869 il Ministero degli Interni, attraverso il prefetto di Milano, sollecitava il Consiglio Comunale di Lissone a deliberare circa la disponibilità ad accettare o meno l’aggregazione del Comune di Cassina Aliprandi. E così, il 3 marzo 1869, s’adunò in seduta straordinaria il Consiglio Comunale di Lissone; il sindaco rimarcò “la convenienza della proposta di aggregazione”  che venne approvata a condizione che non venissero poste in carico le eventuali passività di bilancio del sopprimendo Comune di Cassina Aliprandi.

La delibera fu quindi inoltrata alle autorità competenti.

Altri comuni, compresi vari della Brianza, seguirono analoga sorte.

Il 1° aprile 1869 da Firenze, allora capitale del Regno d'Italia, fu emesso il Regio Decreto n. 4992, con il quale il Comune di Cassina Aliprandi veniva dichiarato “soppresso ed aggregato a quello di Lissone” a partire dal 1° giugno successivo.

Il documento, recante la firma del re Vittorio Emanuele II, venne registrato presso la Corte dei Conti alcuni giorni più tardi.

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un Regio Decreto emesso nel 1866 da Re Vittorio Emanuele II da Firenze, allora capitale del Regno d'Italia. La capitale del Regno d'Italia era stata spostata da Torino a Firenze l'anno precedente (1865). 

Il 1° giugno 1869, martedì, alle ore 9 del mattino, Pietro Arosio poté procedere al suo ultimo atto da sindaco, sottoscrivendo la chiusura dei Registri dello Stato Civile.

La storia del Comune di Cassina Aliprandi, dopo una plurisecolare vicenda di significativa autonomia, era finita.

In quello stesso 1° giugno 1869 si tenne, in convocazione straordinaria, la seduta d'esordio del nuovo Consiglio Comunale di Lissone "ingrandito". L'assemblea eletta qualche giorno prima, annoverava anche tre ex-consiglieri aliprandini.

 

 

1870 fine Cassina Aliprandi 

Il subentrato "concentramento" veniva ad aumentare di quasi il 20% la superficie del vecchio Comune lissonese (che, peraltro, ora annetteva un territorio ben maggiore della quota ceduta a metà Cinquecento al costituendo Comune aliprandino, poichè inclusivo anche delle porzioni un tempo appartenenti a Macherio, Desio, Sovico, Seregno ed Albiate) inoltre ne incrementava la popolazione del 13% circa.

Il paesaggio campestre attorno ai tre nuclei cassinari divenuti frazioni lissonesi si conservò sostanzialmente inalterato fin attorno alla metà del Novecento.

 

Bibliografia:

Eugenio Mariani – L’antico Comune di Cassine Aliprandi – S. Margherita – Aliprandi - Bini

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La situazione delle scuole lissonesi, dai primi anni del novecento all’avvento del fascismo

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Nel 1910 la situazione delle scuole lissonesi era allarmante in quanto le aule erano sostanzialmente ridotte a ventidue, dislocate in via Aliprandi, di proprietà della famiglia Paleari, a cui si dovevano aggiungere, causa l'alto tasso di crescita della popolazione, altri locali adibiti a scopi didattici sparsi per il paese, la cui presenza era dovuta all'impossibilità di ampliare l'unico edificio scolastico del centro. Quest' ultimo e le relative aule aggiunte erano frequentate nel 1912 da 1.594 alunni.

I bambini delle frazioni (149 alunni) erano alloggiati in due locali che tutto avevano meno l'apparenza di aule scolastiche.

Interessante notare che le classi nel 1912 erano formate da una media di 57 alunni ciascuna.

L’edificio di via Aliprandi non consentiva l’aggiunta di aule, impedendo di rispondere alla necessità di ampliamento richiesta dall'esuberante crescita della popolazione lissonese.

Il Consiglio comunale era intenzionato a costruire due scuole nel centro cittadino a cui si doveva aggiungere una terza nella frazione Santa Margherita.

Sempre nel 1910, la pubblica amministrazione decise di trovare una nuova sede. Venne così stabilito di acquistare una delle proprietà del dott. Emilio Magatti per risolvere entrambi i problemi, ovvero di provvedere urgentemente all'erezione del fabbricato scolastico e la costruzione di una decorosa residenza per gli uffici comunali.

La sede municipale, situata all’angolo tra Via SS. Pietro e Paolo e Via Aliprandi, di proprietà della ditta Ferdinando Paleari e Figli, non era più adeguata per far fronte alle esigenze: mancavano lo spazio per la conservazione dell'archivio comunale, l’aula per le adunanze del Consiglio comunale e di un locale per le riunioni della Giunta. Inoltre la sede municipale era sprovvista della sala per le udienze del giudice conciliatore, con relativo archivio, e dei magazzini per il deposito del materiale per i pubblici servizi come pompe d'incendio, carro ambulanza, etc.

La proprietà Magatti, posta in via Paradiso n° 1, era formata da un'abitazione civile di 30 locali, da alcuni rustici e terreno annesso.

 

 

vecchio municipioPer vari motivi, passarono, però, altri dieci anni, prima che si iniziassero i lavori per la costruzione del nuova scuola sull'ex area Magatti. Si trattava della futura scuola elementare Vittorio Veneto (sede dell’attuale Biblioteca civica).

Il fabbricato venne aperto agli scolari nel novembre del 1924, anche se i lavori di rifinitura si
protrassero sino all'agosto del 1925.
In questo periodo il Comune era retto da un commissario: Carlo De Capitani da Vimercate.

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Nel novembre del 1927 la nuova scuola venne intitolata a Vittorio Veneto, e, come era usuale sotto il regime fascista, alle singole aule vennero attribuiti i nomi alle principali località della “grande guerra” che furono «segnate dal sangue e dal valore dei soldati d’Italia».

 aula scolastica fascismo

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La funzione della scuola dopo l’Unità d’Italia

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #L'ITALIA tra Ottocento e Novecento

«L’Italia è fatta, ora occorre fare gli italiani»

 

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il Regno d'Italia nel 1861 e il Re Vittorio Emanuele II

 

I governi, nei primi anni dopo l’Unità d’Italia, tenteranno di utilizzare gli strumenti di una pedagogia nazionale con lo scopo di «fare» i nuovi italiani. Si trattava di creare una cultura comune, cultura «intellettuale» e cultura politica essendo indissolubili.

La parola d’ordine fu l’educazione: per mezzo dell’educazione si dovevano formare gli italiani, insegnare loro i valori della patria, della monarchia, l’amore del Paese e del sovrano. E soprattutto preparare le future classi dirigenti.

Il primo ostacolo a questa unificazione culturale era la lingua. Doppio problema, in realtà, a causa della mancanza di una lingua comune, che testimoniava dell’incompiutezza culturale del paese, ma sottolineava anche fortemente la frattura tra le élite colte che avevano adottato l’italiano come lingua comune, cioè nel 1860 il 2,5% della popolazione, e la grande maggioranza che utilizzava i dialetti molto diversi tra loro. Questi dialetti erano d’altronde anche delle «lingue», con delle opere notevoli come, a Roma, quella di Gioacchino Belli che compose all’inizio del XIX secolo centinaia di sonetti in «romanesco».

Nel 1868, Alessandro Manzoni, l’autore dei “Promessi sposi”, fu incaricato dal ministro della Pubblica istruzione di redigere un rapporto destinato a «aiutare a rendere più universale, in tutti gli strati della popolazione, la conoscenza della lingua corretta». Questo rapporto mise in evidenza il legame molto forte tra la lingua e il sentimento nazionale e propose una soluzione relativamente autoritaria, scegliendo il fiorentino come modello, cioé imponendo la lingua di alcune élite a tutti gli italiani. Questo implicò, per esempio, di dover scegliere, nei primi anni dopo l’Unità d’Italia, degli insegnanti toscani. Fu così che all’insegnamento fu affidato il compito di “italianizzare” il paese.

Nel 1861, la situazione, da questo punto di vista, era assai catastrofica: il 78% degli italiani non sapeva ne leggere ne scrivere (54% in Piemonte, Lombardia e Liguria contro il 90% in Sicilia e in Sardegna).

1890 classe elementari

L’organizzazione scolastica si basava su di una legge del 1859, la legge Casati, che regolava l’insieme delle norme, fino all’università, stabilendo il principio di una scuola elementare unica, gratuita ed obbligatoria per maschi e femmine, e dipendente finanziariamente dai comuni, mentre le scuole superiori e le università dipendevano dallo Stato. Questa prima differenziazione indica una ineguaglianza di trattamento e un’emergenza tra l’insegnamento elementare e quello secondario: bene il secondario, e ancor più l’insegnamento superiore, che è oggetto di una reale attenzione dello Stato. Infatti, certi comuni, troppo poveri per finanziare la scuola, la lasciano organizzare dal clero del luogo.

Ogni strato sociale doveva ricevere un tipo di insegnamento specifico: l’insegnamento elementare doveva inculcare nelle classi popolari obbedienza, diligenza, pazienza, amore dell’ordine e del lavoro, mentre l’insegnamento secondario doveva rispondere al desiderio di cultura e d’istruzione delle classi medie che costituivano le forze vive della nazione, i funzionari e gli impiegati di domani, così pure gli insegnanti laici della scuola italiana.

Benché la legge Casati presentasse, nell’Italia di fine XIX secolo, un carattere fortemente innovatore, in quanto strappava parzialmente al clero una delle sue prerogative più importanti, essa andava tuttavia incontro al modo di sentire di una buona parte della classe dirigente, divisa tra il desiderio di imitare i paesi più evoluti nel campo dell’educazione e la paura che l’analfabetismo delle masse non generasse un clima rivoluzionario.

La legge Casati fu sostituita, nel 1881, dalla legge Coppino, più realista: non occorreva dare un insegnamento comune a tutti i ragazzi dai 6 ai 12 anni, e doveva limitarsi alla fascia dai 6 ai 10 anni. «Non dobbiamo dimenticarci – scriveva Coppino – che i bambini del popolo devono apprendere nella scuola primaria la conoscenza e i comportamenti utili alla vita delle famiglie e dei luoghi, e che devono essere aiutati nel loro desiderio di rimanere nella condizione che la natura ha dato loro, piuttosto che di cercare di distaccarsene».

Occorsero vent’anni per formare degli insegnanti validi: nel 1901, diverse scuole di campagna restarono chiuse per mancanza di personale. I risultati si fecero, perciò, attendere e furono contrastanti: l’istruzione elementare restò molto dipendente dalla situazione locale, influenzata fortemente dalla presenza del clero, e riproduceva, dunque, gli squilibri già esistenti nelle varie parti del Paese.

Nel 1901, il 50% della popolazione adulta italiana non sapeva ancora ne leggere ne scrivere (30% nel Nord, 70% nel Sud, mediamente). Tuttavia lo Stato era riuscito ad utilizzare l’istruzione elementare per cominciare a forgiare un sentimento di appartenenza alla comunità nazionale. Il successo di opere come Cuore di Edmondo De Amicis ne è l’esempio. Ma questa istruzione aveva anche alimentato lo spirito battagliero della classe operaia, ormai più istruita, più aperta e quindi più combattiva.

 

Traduzione da un articolo di Catherine Brice, docente all’Università di Paris Est, specialista di Storia politica dell’Italia della fine del XIX secolo

 

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Registro dell’anno scolastico 1861-1862 della scuola elementare del Comune di Lissone (classi I, II e III maschile del maestro Giovanni Mussi)

 

1869 70 registro maschile 1869 70 registro

Registro dell’anno scolastico 1869-1870 della scuola elementare di Cassina Aliprandi (classi I e II maschile e femminile, maestra Maria Brambilla Pisoni). Il comune di Cassina Aliprandi (comprendente le frazioni di Santa Margherita, Bini e Aliprandi) venne unito al Comune di Lissone dal 1° giugno 1869.

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stemma del Comune di Cassina Aliprandi

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