Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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il proclama del generale Alexander

13 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testo del proclama che il generale Alexander indirizzò ai partigiani italiani il 13 novembre 1944.

Il proclama venne trasmesso da «Italia combatte», la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari.

«Nuove istruzioni impartite dal generale Alexander ai patrioti italiani. La campagna estiva, iniziata l’11 maggio, e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita; inizia ora la campagna invernale.

In relazione alla avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità dei lanci; gli Alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto il gen. Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

  1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
  2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
  3. attendere nuove istruzioni che verranno date o a mezzo radio “Italia combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate: la parola d'ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
  4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti;
  5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico, studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
  6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
  7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
  8. il gen. Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l'espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate la scorsa campagna estiva».
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Parigi, 11 novembre 1940

9 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

In Francia, l’11 novembre è il giorno in cui si celebra la vittoria del 1918, i sacrifici e l’eroismo dei combattenti della prima guerra mondiale, il giorno in cui si rende loro omaggio all’Arco di Trionfo, ravvivando la fiamma ed esponendo il tricolore sulla tomba del milite ignoto.

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Nella Francia occupata dai nazisti, l’11 novembre 1940 s’inscrive nella coscienza della nazione, malgrado la censura, la propaganda tedesca e quella della repubblica collaborazionista di Vichy. Giovani studenti parigini si radunano all’Arco di Trionfo, sfidando il divieto degli occupanti: è una delle prime forme di resistenza all’invasore nazista.

La manifestazione, che avviene solamente quattro mesi dopo la sconfitta della Francia, orienta il popolo alla resistenza e nello stesso tempo rende la stretta di mano tra Hitler e Pétain, avvenuta il 24 ottobre, il simbolo infamante del tradimento.

Pétain con Hitler

11 novembre 1940: come non scegliere questa giornata commemorativa per affermare l’amore della patria, la speranza di una vittoria?

Già, venerdì 8 novembre, gli studenti comunisti hanno manifestato davanti al Collège de France, scandendo il nome di Paul Langevin e gridando «Liberté» e «Vive la France». (Paul Langevin, arrestato il 30 ottobre 1940 dalla Gestapo, fisico, professore al Collège de France, scienziato di fama internazionale, era uno degli intellettuali che avevano sostenuto il Front Populaire e che erano impegnati nella lotta antifascista).

Si apprende che Radio Londra ha rivolto un appello a tutti i francesi, e in particolare agli ex combattenti, perchè depongano fiori sulla tomba del milite ignoto.

Le autorità tedesche d’occupazione, in un manifesto, hanno proibito qualsiasi forma di ricordo che costituirebbe, secondo loro, un insulto al Reich e un attentato all’onore della Wermacht. Ciò ha indignato diversi parigini. Se ne parla nelle brasserie, nelle classi dei licei, nei corridoi della Sorbona, nel Quartiere Latino.

La Commissione, incaricata della censura nei media, ha stabilito che, per la rievocazione dell’11 novembre, i giornali non potranno dedicare più di due pagine.

I giornali pubblicano un comunicato della prefettura di polizia di Parigi, che riecheggia quello del Kommandantur: « A Parigi e nel dipartimento della Senna, le pubbliche amministrazioni e le imprese private lavoreranno normalmente il giorno 11 novembre. Le  cerimonie commemorative non avranno luogo. Nessuna pubblica dimostrazione sarà tollerata».

Nel Quartiere Latino, nei grandi licei di Parigi, la collera e l’indignazione si diffondono. Gli studenti che hanno partecipato alla manifestazione dell’8 novembre davanti al Collège de France – quasi tutti comunisti – e i liceali – spesso dell’Action Française – dei licei Janson-de-Sailly, Buffon, Condorcet, Carnot, decidono di redigere e stampare dei volantini ed esporli nei licei e nelle facoltà universitarie, invitando tutti gli studenti a manifestare. «Studenti di Francia, l’11 novembre è per te un giorno di festa nazionale. Malgrado l’ordine delle autorità di occupazione sarà un giorno di raccoglimento. Tu andrai a rendere onore al milite ignoto, alle ore 17,30. Non assisterai a nessuna lezione. L’11 novembre 1918 fu il giorno di una grande vittoria. L’11 novembre 1940 sarà l’inizio di una più grande. Tutti gli studenti sono solidali. Vive la France! Ricopiate queste parole e diffondetele».

Tutto inizia il mattino dell’11 novembre. Vengono depositati dei fiori ai piedi della statua rappresentante la città di Strasburgo, in Place de la Concorde. Poi, con il passar delle ore, la folla risale gli Champs-Elisées, depone migliaia di bouquet, corone di fiori davanti alla statua di Georges Clemenceau.

Un commissario di polizia ripete, con una voce dolce: «Andate via, niente raggruppamenti, vi prego, sono proibiti». Subito dei soldati tedeschi, scesi da una vettura, circondano la statua. «Il comandante tedesco non vuole manifestazioni» ripete il commissario.

Improvvisamente, a partire dalle ore 17, migliaia di studenti riempiono il piazzale dell’Arco di Trionfo. Altri arrivano in corteo, drappo tricolore in testa, dall’Avenue Victor Hugo.

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Si sentono esplodere colpi di arma da fuoco. Dei veicoli carichi di soldati tedeschi zigzagano sul piazzale e sui marciapiedi, disperdendo i manifestanti. Ci sono dei feriti. Alcuni manifestanti sono travolti dai mezzi militari. Improvvisamente delle SS, armi in pugno, escono dal cinema Le Biarritz. Nuovamente si sentono dei colpi di arma da fuoco e delle raffiche di mitragliatrice.

Si ode la Marseillaise, poi il Chant du départ. Si sentono grida «Vive la France», «abbasso Pétain», «abbasso Hitler».

I tedeschi piazzano una batteria di mitragliatrici, colpiscono con i calci delle armi da fuoco. Si combatte. Una dozzina sono i morti, un centinaio gli arrestati, che vengono caricati su camion, condotti in Avenue de l’Opera, dove si trova un Kommandantur, poi alla prigione di Cherche-Midi, pestati con pugni e calci, con manganelli e il calcio dei fucili. Vengono fatti passare tra due ali di soldati ubriachi. Alcuni vengono sbattuti contro un muro, puntati da un plotone di esecuzione nel cortile della prigione di Cherche-Midi.

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Un generale fa irruzione nel cortile. Si è messo a picchiare i soldati, insultandoli «ubriachi, banda di ubriachi». E vedendo gli studenti, si è indignato, esclamando «ma sono dei bambini!». Questi giovani saranno trattenuti in carcere per tre settimane, prima di essere rilasciati.

Solamente sabato 16 novembre la radio e la stampa hanno dato la notizia  che «queste manifestazioni hanno richiesto l’intervento del servizio d’ordine delle autorità di occupazione». Ma la notizia della manifestazione si è propagata per tutta la Francia, suscitando un’ondata di emozioni. Non viene prestata alcuna attenzione al comunicato del Kommandantur. Genera indignazione il testo del documento del vice presidente del Consiglio - Pierre Laval – dal titolo «La verità sugli incidenti dell’11 novembre», in cui si dice «quattro persone sono state leggermente ferite, nessuno è stato ucciso».

Non si conosce l’esatto numero delle vittime, ma vista l’importanza dell’avvenimento, vengono presi provvedimenti da parte del governo di Vichy e dalle autorità di occupazione. Viene decretata la chiusura dell’Università di Parigi e degli istituti universitari della capitale. Gli studenti iscritti ai corsi dovranno, ogni giorno, recarsi a firmare presso il commissariato del loro quartiere.

Il rettore Roussy è revocato e sostituito dallo storico Jérome Carcopino, che riscuote la fiducia del potere di Vichy. La ripresa dei corsi viene fissata per il 20 dicembre, quando le vacanze di fine anno incominciano ... il 21.

Le trasmissioni di France Libre, dai microfoni delle BBC da Londra, ripetono: «Dietro questa folla coraggiosa, gli uomini di Vichy sentono che c’è tutto un paese che si rivolta ... ».

Bibliografia:

Max Gallo, 1940 de l’abîme à l’espérance, XO Éditions, 2010

 

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28 ottobre 2017 L'antifascismo in marcia

20 Octobre 2017 , Rédigé par anpi-lissone

95 anni fa i fascisti marciarono su Roma con l'intento di istituzionalizzare la loro ideologia di violenza e morte.

Oggi qualcuno tenta di riportare indietro l'orologio della storia per ricostituire un'Italia incivile, del razzismo e dello squadrismo.

L'ANPI dice No. E per riaffermare il valore dell'antifascismo promuove una “marcia” di iniziative che realizzerà in tutta Italia assieme alle associazioni, ai partiti e ai movimenti democratici.

28 ottobre 2017 L'antifascismo in marcia

L'ANPI provinciale di Monza e Brianza organizza un presidio antifascista a Monza, dinanzi al Binario 7 in via Turati, dalle ore 10 alle ore 13, invitando tutta la cittadinanza democratica a partecipare numerosa.

Interverrà il Presidente della Provincia di Monza e Brianza, Roberto Invernizzi.

Si invitano i partiti di ispirazione democratica e antifascista, le associazioni, i sindacati ad aderire alla manifestazione.

Chiediamo alle sezioni di partecipare con le proprie bandiere.

Gli iscritti e simpatizzanti dell’ANPI di Lissone sono invitati a partecipare; l’appuntamento è alla stazione di Lissone alle ore 10,00 di Sabato 28 ottobre per raggiungere, in treno, la manifestazione.

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28 ottobre 1922

20 Octobre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 23 marzo 1919, a Milano in un locale al primo piano di Piazza San Sepolcro, nasceva il movimento dei "Fasci italiani di Combattimento", destinato a diventare poi il P.N.F. (Partito Nazionale Fascista). Quel giorno passò alla storia per la nascita del fascismo ed anche per la nascita dello squadrismo. 
Dopo pochi giorni, gli arditi di Ferruccio Vecchi, colui che aveva presieduto la riunione dei "Sansepolcristi", aggredirono un corteo socialista e incendiarono la redazione dell' "Avanti" nel centro di Milano.

Il 24 ottobre 1922 a Napoli si tenne una massiccia adunata di squadre fasciste, alle quali Mussolini annunciò il proposito di calare su Roma se entro poco tempo non gli fosse stato affidato il governo dell'Italia. Mentre il capo del governo Facta si dimetteva il 26 Ottobre, le squadre con la complicità di prefetti e sindaci bloccarono molti uffici pubblici e ferrovie, nonostante fossero mal armate rispetto all'esercito. Occuparono e si ammassarono in città come Civitavecchia, Mentana e Tivoli, ma le loro condizioni si facevano abbastanza precarie: mancavano viveri, le armi erano spesso insufficienti o non adatte.

Il re decise inizialmente la mobilitazione militare: Mussolini fu anche arrestato dal prefetto, ma il sovrano, temendo una guerra civile e la fine del suo regno, all'improvviso mutò atteggiamento non firmando il proclama di stato d'assedio del 28 Ottobre proposto da Facta. Mussolini che si era previdentemente ritirato a Milano (a pochi chilometri dalla neutrale Svizzera, possibile rifugio in caso di fallimento...), e da lì rifiutò anche le ultime mediazioni. Vittorio Emanuele sotto la spinta dei maggiori esponenti della classe industriale affidò la sera del 29 il compito di formare un nuovo governo a Benito Mussolini.

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La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 fu un evento che simbolicamente rappresenta l'ascesa al potere del Partito Nazionale Fascista (PNF), attraverso la nomina a capo del governo del Regno d'Italia di Benito Mussolini.

Dall’ottobre 1922 l’Italia è governata da Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva dato l’incarico dopo la marcia su Roma.

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il primo Consiglio dei Ministri del ministero Mussolini

 

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La scuola italiana nell’ottobre 1922

20 Octobre 2017 , Rédigé par anpi-lissone

La scuola italiana appariva, alla vigilia dell'ascesa del fascismo al potere, in preda ad una grande confusione, mentre da più parti si chiedeva un cambiamento sostanziale di tutto l'ordine scolastico ed educativo. Tanti erano i dibattiti, le proposte, ma alla fine i tentativi di riforma, ultimo quello di Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione tra il 1920 e il 1921, erano sempre falliti, per l'opposizione di questa o quell'altra forza.

Il 28 ottobre del 1922 era un sabato. Le scuole erano aperte da quasi un mese, ma in molte città italiane, Milano, Torino, Bologna, Ferrara e Roma, i giorni di effettiva lezione non erano stati molti. Le violenze fasciste nei confronti di persone e sedi dei partiti avversari e dei loro giornali, avevano consigliato i genitori, al minimo sentore di disordini, di tenere i figli a casa. In molte scuole quel 28 ottobre mancavano anche molti maestri e professori pendolari, impossibilitati a raggiungere il posto di lavoro per la quasi totale paralisi delle ferrovie.

Nella capitale si temeva, più che in ogni altra città, la guerra civile, lo scontro tra i 28 mila soldati in assetto di guerra e i 25 mila fascisti armati che stavano giungendo da ogni parte d'Italia per operare il colpo di Stato con la cosiddetta “marcia su Roma”.

Benito Mussolini, convocato dal re con un telegramma, “marciò” in treno, approfittando di uno spiraglio nello sciopero dei ferrovieri, giungendo a Roma da Milano, il 30 ottobre, in vagone letto, ghette chiare e bombetta, come da cerimoniale di Corte. Il re si era rifiutato di firmare il decreto per lo stato d'assedio. Mussolini, appena giunto a Roma, si dichiarò “fedele servitore” della monarchia. La formazione del governo fascista venne ufficialmente ratificata dal re Vittorio Emanuele III lo stesso giorno dell'arrivo di Mussolini a Roma, mentre gli squadristi fascisti imperversavano per la città distruggendo sedi di giornali e di partiti e bastonando giornalisti e deputati.

A Milano, il "Corriere della Sera" si era piegato di fronte alla minaccia di Mussolini che se il giornale fosse uscito a commentare la rivoluzione fascista avrebbe dovuto fare i conti con le sue squadracce. Era stato “autorizzato” ad uscire, invece, il giornale nemico, il socialista l’“Avanti!”, già devastato alcuni giorni prima, ma era solo una trappola: un alibi preventivo al sadico piacere di bruciarne, poi, le copie e completare la distruzione della sede del quotidiano.

Al ministero della Pubblica Istruzione venne chiamato il filosofo idealista Giovanni Gentile.

 

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Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora

19 Octobre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissonese, figlio di Antonio Giovanni Vismara e di Claudia Minotti, Leonardo Vismara é stato un protagonista della Resistenza a Lissone. Conosciuto come Nando da Biél, é stato una figura di primo piano del Comitato di Liberazione Nazionale lissonese.

Sulla sua attività di oppositore al regime fascista fin dalla prima ora vi è una ricca testimonianza nelle schede conservate nel Casellario Politico Centrale, ufficio della direzione generale della Pubblica sicurezza del Regno d'Italia che aveva il compito di curare il sistematico aggiornamento dell'anagrafe dei cosiddetti "sovversivi".

In questo articolo sono riportate alcune di queste schede: ringrazio Claudio Castoldi, nipote di Leonardo Vismara, che sta conducendo una ricerca sulla vita di suo nonno, per avermele fornite.

Conosciuto come Nando da Biél, dal soprannome dato a suo nonno, fin dalla giovane età, mentre frequenta con buon profitto la Regia Scuola Tecnica di Monza, matura una profonda coscienza civile permeata dei valori di solidarietà, di giustizia e libertà propugnati dal movimento socialista.

Leonardo è un “ragazzo del ‘99” (nell'uso comune il termine si riferisce a tutti i nati nel 1899 che, a militare, potevano essere impiegati sul campo di battaglia durante la prima guerra mondiale). Precettati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni, i primi ragazzi del ‘99 furono inviati al fronte solo nel novembre del 1917, nei giorni successivi alla disfatta di Caporetto.

Nando si ritrova al fronte fianco a fianco con contadini e operai, comandati da vertici militari che sommavano spesso un'inadeguata preparazione tecnica nella conduzione di una guerra moderna a una cinica condotta delle operazioni, immolando centinaia di migliaia di vite in ripetuti quanto vani assalti frontali.

Dalla acquisita consapevolezza di essere solo “materiale umano” mandato al macello, che si aggiungeva alla prevalente estraneità popolare alla guerra, scaturirono diverse forme di rifiuto del «dovere sacro» di sacrificarsi per il bene della patria: casi di renitenza e diserzione non furono rari.

Anche Nando viene dichiarato disertore dal Tribunale Militare di Cremona e condannato a sei anni di reclusione perchè non si era più presentato alla sua Compagnia, in occasione di un servizio fuori sede a cui era stato comandato. Dopo la vittoria italiana di Vittorio Veneto, amnistiato, viene però mandato a Valona, in Albania, che è un protettorato italiano, per svolgere il servizio di leva.

Tornato alla vita civile, aderisce alla Gioventù Comunista, diventando poi il segretario della sezione lissonese. All’avvento del fascismo e con lo scioglimento dei partiti politici, diventa un sorvegliato speciale dei Carabinieri.

Le camicie nere non lo lasciano in pace: purghe con olio di ricino, bastonate fino allo svenimento, incarcerato più volte nel carcere monzese; un giorno lo appendono a testa in giù ad un balcone davanti a tutti.

Ma il suo antifascismo è incrollabile, come risulta dai documenti del Casellario Politico Centrale. Il Casellario Politico Centrale era un ufficio della direzione generale della Pubblica sicurezza del Regno d'Italia che aveva il compito di curare il sistematico aggiornamento dell'anagrafe dei cosiddetti "sovversivi".

 

Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora
Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora

E quando scoppia la guerra di Spagna matura il desiderio di arruolarsi come volontario nelle “Brigate internazionali” in difesa della Repubblica spagnola contro i nazionalisti del caudillo golpista Francisco Franco.

Un gran numero di quadri e di organizzatori di queste brigate, costituitesi nell’ottobre del 1936, giocheranno in seguito, nei rispettivi paesi, in ruolo importante nella Resistenza al fascismo: tra gli Italiani che vengono inquadrati nella “Brigata Garibaldi”, i fratelli Rosselli, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Leo Valiani, Giovanni Pesce, Randolfo Pacciardi. “Oggi in Spagna, domani in Italia” era il loro motto. Numerosi anche gli scrittori di varie nazionalità: André Malraux, Ernest Hemingway, George Orwell, Antoine de Saint-Exupery, John Dos Passos.

Alla caduta della Repubblica spagnola, Nando, giunto in territorio francese insieme ai reduci della “Brigata Garibaldi”, viene internato nel campo di concentramento di Gurs (era uno dei più vasti campi di concentramento costruiti in territorio francese. Era situato a poca distanza dal confine con la Spagna, ai piedi della catena dei Pirenei).

 

Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima oraLeonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora
Il campo di concentramento di Gurs
Il campo di concentramento di Gurs

Il campo di concentramento di Gurs

Le condizioni di vita nel campo di concentramento di Gurs.

A Gurs venne rinchiusi anche degli ebrei. In una retata dei nazisti, nell'ottobre 1940 la Gestapo rastrellò 7500 ebrei, donne e bambini compresi, che vivevano da generazioni nei dintorni di Karlsruhe, una città della Germania sudoccidentale, lungo le rive del Reno, evacuandoli oltre il confine.

Il trasporto non prese la direzione orientale, normale luogo di deportazione negli anni successivi, ma quella occidentale, dove gli espulsi caddero sotto la responsabilità del governo fantoccio di Vichy, il regime instaurato nella Francia meridionale non occupata dai tedeschi, che all'inizio dell'anno ne avevano invaso la parte settentrionale. I nazisti lo avevano fatto senza avvisare i francesi di Vichy, i quali reagirono deviando i treni verso vari campi di internamento, fra cui quello situato nella periferia paludosa di un piccolo comune chiamato Gurs, ai piedi dei Pirenei.

I treni in cui erano stipati gli ebrei si fermarono nella stazione ferroviaria più vicina, a Oloron-Sainte-Marie, dove le persone vennero ammucchiate in camion aperti. Cadeva una torrenziale pioggia gelata mentre essi percorrevano l'ultimo tratto di quel lungo, amaro viaggio. Infreddoliti, zuppi, traumatizzati e lontani 1300 chilometri dalle loro case, venivavano condotti verso squallide baracche fatiscenti disposte in fila. I loro miseri bagagli giacevano nel fango.

Gli assistenti sociali che visitarono il campo gestito dai francesi poco dopo l'inizio dell'inverno rilevarono «un'atmosfera irrespirabile di disperazione umana» e «un intenso desiderio di morte» fra i prigionieri più anziani. Dietro fili spinati e torrette con sentinelle armate, le baracche di legno alloggiavano le persone stipate. All'interno non c'era riscaldamento né acqua corrente, tantomeno arredi, ma proliferavano i pidocchi i topi, gli scarafaggi e le malattie. «Pioveva continuamente», scrisse un prigioniero. «Il terreno era un pantano; si poteva scivolare e affondare nel fango». I prigionieri spartivano alti stivaloni per percorrere l'accesso melmoso a un bagno primitivo: dei secchi all'interno di un cubicolo aperto e senza porta. Sopra tutto ciò si spandeva, avrebbe scritto storico, «il tanfo dell'argilla mescolato alla puzza di urina». Il pasto era composto da pane, brodo allungato e surrogato di caffè. Non c’era abbastanza acqua potabile, e la fame era implacabile.

Leonardo Vismara viene poi impiegato nella costruzione di fortificazioni, inquadrato in squadre di lavoro, sul confine orientale della Francia. Riesce a fuggire e a raggiungere Parigi. A Nanterre, un sobborgo della capitale francese, conduce una vita da rifugiato.

Dopo l’arresto di Mussolini, il 25 luglio 1943, decide di rientrare in Italia.

Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora

Al confine di Bardonecchia viene arrestato e tradotto nel carcere di Susa.

Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora

Poi al carcere di Bergamo.

Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora

Finalmente il 23 dicembre 1943 “viene rimesso in libertà” ma “sottoposto a vigilanza”.

Leonardo Vismara, un oppositore al regime fascista fin dalla prima ora

A Lissone riprende i contatti con gli antifascisti della zona. Contribuisce alla formazione del CLN lissonese e, con il nome di battaglia di Raimondo, è incaricato della formazione delle squadre d’azione in vista dell’insurrezione finale con funzioni di collegamento col comando militare del Corpo Volontari della Libertà.

Il 27 aprile 1945, ottiene la resa di una colonna armata tedesca che si sta aprendo la strada verso Como e la Svizzera passando per Muggiò.

Leonardo Vismara (a sinistra) con gli altri membri del CLN lissonese

Leonardo Vismara (a sinistra) con gli altri membri del CLN lissonese

Di seguito, pagine dei verbali delle riunioni del CLN - Comitato di Liberazione Nazionale di Lissone – in cui vengono riportati alcuni interventi di Leonardo Vismara, nome di battaglia Raimondo. Gli originali dei verbali sono conservati negli Archivi Comunali di Lissone.

verbale fine luglio 1944

verbale fine luglio 1944

verbale del 20 luglio 1944

verbale del 20 luglio 1944

Nel verbale si fa riferimento agli aiuti alle famiglie dei quattro giovani “massacrati”, già consegnati da Ottavio; inoltre, si decide, su proposta di Leonardo Vismara (Raimondo), di preparare “quattro targhe in marmo con la scritta Piazza Quattro Martiri che, al momento opportuno, sarebbero state collocate agli angoli della piazza ove era avvenuto il massacro, previa distruzione di quelle già esistenti, recanti la scritta Piazza Ettore Muti, collocate dai fascisti”.

sfilata del 1° maggio 1945
sfilata del 1° maggio 1945

sfilata del 1° maggio 1945

Dopo un breve incarico nella prima Amministrazione straordinaria del Comune di Lissone, esce di scena dalla vita politica lissonese.

Bibliografia:

Renato Pellizzoni - LA FORZA IMMENSA DI UN IDEALE -  Una pubblicazione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Sezione “Emilio Diligenti” di Lissone - 2015

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Quei duemila carabinieri deportati dalla Capitale

10 Octobre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono migliaia i carabinieri che hanno combattuto nelle file della Resistenza o sono morti nei campi di prigionia,dopo aver rifiutato l’adesione alla repubblica di Mussolini. Di loro si è sempre parlato troppo poco, anche se si trovano carabinieri in tutte le grandi formazioni partigiane in Italia e all’estero. Come non si ricordano mai abbastanza i carabinieri che presero parte alle Quattro giornate di Napoli o i giovani “allievi” che a Porta San Paolo, a Roma, con i soldati e la popolazione, opposero una eroica resistenza armata all’invasione nazista della Capitale. E come non ricordare Salvo D’Acquisto, gli eroici carabinieri di Fiesole (Firenze) massacrati dai fascisti e dai nazisti, o gli ufficiali e militari uccisi alle Ardeatine?

C’è un episodio poco noto, ma dolorosissimo, che si svolse a Roma, durante l’occupazione nazista: la deportazione di oltre duemila carabinieri poi trasferiti nei lager e sottoposti, come al solito, ad ogni tipo di tortura, alla fame, al freddo per poi finire nelle camere a gas.

La studiosa e storica Anna Maria Casavola ha condotto una straordinaria inchiesta su quella deportazione dei carabinieri e ne ha ricavato un bel libro dal titolo: 7 ottobre 1943 - La deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti (Edizioni Studium, Roma).

Abbiamo ripreso dal volume, autorizzati gentilmente da Anna Maria Casavola, che ringraziamo, il racconto del viaggio dei carabinieri verso la prigionia e alcune terribili testimonianze.

LA DEPORTAZIONE RIMOSSA

copertina libro 7 ottobre 1943Il libro di Anna Maria Casavola fa finalmente luce sull'internamento da Roma dei Carabinieri catturati dai nazisti con l'acquiescenza delle autorità fasciste

Per 60 anni gli archivi storici dell'Arma dei Carabinieri hanno gelosamente custodito in silenzio la memoria del concentramento e della cattura di circa 2.500 Carabinieri presenti a Roma e della loro deportazione nei campi di internamento militare il 7 ottobre 1943, nove giorni prima della razzia nel Ghetto di Roma e della deportazione di 1.024 ebrei. Essi costituivano un patrimonio di forza addestrata, di conoscenza investigativa e di capacità organizzativa di uomini che, per la loro lealtà istituzionale, non apparivano affidabili agli occupanti nazisti e ai loro collaborazionisti della RSI. Un potenziale che, affiancato alla Resistenza - armata e non - del Fronte militare clandestino e dei partiti interni ed esterni al Comitato di Liberazione Nazionale, avrebbe reso difficilmente controllabile la Capitale.

Grazie all'accesso a documenti non più secretati di archivi militari italiani, tedeschi ed alleati e, soprattutto, a diari e testimonianze dirette di giovani allievi e maturi sottufficiali, ufficiali di carriera e militari volontari, il volume segue la vicenda da prima della cattura all'estenuante viaggio su carri ferroviari, all'internamento nei Lagere indaga sulle ragioni del rifiuto che - al pari degli altri 600.000 militari italiani - anche i Carabinieri provenienti da Roma (ma originari di ogni parte d'Italia) opposero alle lusinghe di chi li allettava ad arruolarsi nella RSI e ad entrare a far parte della Guardia Nazionale Repubblicana, di fatto sottoponendosi all'inquadramento e agli ordini della Milizia fascista e scegliendo di reprimere la rivolta di altri italiani contro l'occupante nazista.

L'occasione e la ricchezza documentaria delle testimonianze raccolte ha offerto all’Autrice la possibilità di affrontare anche altri aspetti della partecipazione dei Carabinieri alla Resistenza, fatto corale e non di singoli. Nuova e sorprendente luce, infine, viene fatta anche sulla liberazione di Mussolini dalla custodia di Campo Imperatore.

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Presentazione della II edizione del libro “Un secolo tra i banchi di Scuola”

27 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone

Dopo una prima edizione stampata a cura della Sezione lissonese dell’ANPI, Ass. Naz. Partigiani d’Italia, il libro “Un secolo tra i banchi di scuola. Lissone dall’Unità d’Italia agli anni Sessanta” di Renato Pellizzoni, é stato ripubblicato a cura dell’Amministrazione Comunale di Lissone.

Delibera della Giunta comunale n°76 del 22/2/2017

copertina del libro

copertina del libro

introduzione del Sindaco Monguzzi e dell'Assessore Talarico

PREFAZIONE

Come appassionato studioso della storia d’Italia del Novecento, nelle mie letture ho sempre prestato attenzione anche agli accadimenti di quel periodo storico nella nostra città.

Dal 2007, quando l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha allestito in Biblioteca la mostra “A scuola col Duce”, a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea di Como, ho indirizzato le mie ricerche sulle tematiche della scuola. Un impulso ad un ulteriore approfondimento è venuto, nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Ho trovato allora negli archivi comunali dei documenti dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, che hanno resistito al naufragio del tempo e conservato le memorie del vissuto dei nostri avi. Il mio interesse si è concentrato anche sui registri di alcune classi delle scuole elementari lissonesi durante il regime fascista.

A partire dall’anno scolastico 1928-29, il “Giornale della classe”, si era arricchito di nuove pagine riservate alla “Cronaca e osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola”, pagine che per Regio Decreto gli insegnanti erano tenuti a compilare. Queste note preziose sono ormai dei documenti storici che illuminano la realtà sociale, culturale e politica del nostro Paese in quell’epoca. Leggendole si può capire come la scuola fosse coinvolta nella vita della comunità locale e della nazione.

Oggi gli insegnanti sono impegnati ad educare i ragazzi ai valori della tolleranza, della democrazia, della pace, della pari dignità tra i popoli. In un passato non molto lontano non era così. Per questo nel libro vengono riportate pagine di registri di alcune quinte elementari, ritenendo che il loro contenuto consenta di conoscere, nel modo più diretto, quale fosse la funzione della scuola sotto il fascismo.

Fondamentale nello sviluppo dell’operazione di indottrinamento della gioventù operata dal regime fu l’adesione della maggior parte dei maestri e delle maestre alla nuova ideologia. Il fascismo li blandì e si servì della loro opera. Già nel dicembre 1925, rivolgendosi agli insegnanti Mussolini aveva detto: «Voi siete degli uomini che hanno responsabilità tremende e ineffabili, di lavorare sul cervello, sulla coscienza, sugli uomini».

In quelle pagine dei registri si può spesso constatare lo zelo di molti docenti nella loro compilazione: ciò era anche dovuto al controllo sul loro operato esercitato dal direttore didattico e dagli ispettori ministeriali.

Ha scritto lo storico Ricciotti Lazzero: «Esaminando ciò che il fascismo ha fatto sui banchi di scuola si possono trarre gli elementi per capire e giudicare qualunque ideologia totalitaria nata o che nasca intorno a noi ... Perché la libertà nasce nelle aule delle scuole elementari, dove per la prima volta al bambino viene consegnato un libro. Quel libro deve essere corretto e leale, senza dottrine devianti e senza falsi scopi ... Sarà poi la realtà della vita con tutte le sue asprezze a modulare il carattere d’ogni creatura a seconda di ciò che porta dentro, e non un’uniforme o un canto di guerra».

Vorrei che questo lavoro consentisse di orientarsi in quel periodo non felice della nostra storia soprattutto a chi non l’ha vissuto, né l’ha sentito raccontare dai genitori o dai nonni.

Generalmente il ricordo di una maestra o di un maestro dei primi anni di scuola rimane indelebile nella memoria di una persona.

In questa seconda edizione del libro, ho voluto inserire la testimonianza sulla scuola di quegli anni di Giuseppe Pizzi, ex presidente della Famiglia Artistica Lissonese, che in “Una maestra di nome Gemma” descrive vividamente la figura della sua insegnante.

La mia ricerca si è poi allargata alla scuola primaria italiana: un viaggio attraverso le sue principali riforme e la sua evoluzione, dal “fare gli italiani” al “fare degli italiani dei fascisti”, al “fare degli italiani dei cittadini”.

I cambiamenti nel mondo della scuola sono determinati da diversi fattori, che nel libro vengono analizzati alla luce dei principali avvenimenti succedutisi in Italia dall’Unità agli anni Sessanta del Novecento: gli interventi legislativi in materia di istruzione, l'evolversi del costume, delle condizioni di vita, della cultura di un popolo.

Ho, altresì, prestato una particolare attenzione alle trasformazioni dell’ambiente, dell’economia, della vita politica e sociale di Lissone documentate in alcuni capitoli.

Oltre agli archivi, le fonti della mia ricerca sono stati i numerosi documenti di storia locale. Uno, in particolare, desidero citare: è quel prezioso libro scritto da Sergio Missaglia “Lissone racconta”.

La mia intenzione era di raccontare delle storie, non di scrivere un manuale di storia, nell’interesse di tutti coloro che amano rivolgersi al passato per ritrovare in esso tante ragioni del nostro presente e tanti stimoli per il nostro futuro. Spero di esserci riuscito.

                                                                            Renato Pellizzoni

In questa seconda edizione aggiornata, é stata inserita la testimonianza di Giuseppe Pizzi, ex presidente della FAL, Famiglia Artistica lissonese, sulla vita scolastica alla fine degli anni Quaranta.

testimonianza di Giuseppe Pizzi sui suoi anni di scuola elementare

Il libro è stato presentato Sabato 7 ottobre 2017 alle ore 10 in Villa Magatti (ex sede del Municipio).

L’iniziativa era inserita in “LIBRITUDINE 2017 IX edizione del Festival del Libro”, dieci giorni dedicati alla lettura, alla musica e all'arte.

Il libro è pubblicato in formato e-book nel sito internet del Comune di Lissone.

Sfoglia il libro in formato e-book

 

programma completo di LIBRITUDINE

Presentazione della II edizione del libro “Un secolo tra i banchi di Scuola”
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1° ottobre 1943: Napoli era libera

20 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Alcune testimonianze di napoletani che sono stati protagonisti di quei giorni drammatici.

Intanto la liberazione del Sud si completava rapidamente. Dopo un facile sbarco a Taranto il 9 settembre le avanguardie britanniche si spinsero nella Penisola Salentina e verso Brindisi. A Bari giunsero la sera del 15. Attaccati a Gioia del Colle, i tedeschi si ritirarono a nord del fiume Ofanto, mentre soldati italiani e popolo insorgevano a Matera, Rionero in Vulture e in altri centri e si liberavano. Avanzando in Calabria, il XIII Corpo britannico occupò Crotone, Castrovillari e Belvedere e si diresse quindi da una parte verso Potenza e Taranto, dall'altra verso Salerno. Il congiungimento con la V Armata avvenne a Vallo della Lucania il 16 settembre, quando cioè la crisi era già stata superata.

L'incontro fra i comandanti delle due armate fu cordiale solo in apparenza. Durante la crisi, Montgomery aveva inviato al collega americano un messaggio: «Quando ci riuniremo sarà un gran giorno». Clark l'aveva commentato ironicamente, perché era sicuro che l'VIII Armata sarebbe arrivata a cose fatte. Ora, mentre sorrideva a Montgomery, Clark ripensava al brutti momenti passati in quei giorni. 

«Avevo posto il mio quartier generale - ricorda Clark - sulla spiaggia vicino al fiume Sele, e quella notte, la prima notte che io passavo a terra, i tedeschi arrivarono fin là e facemmo appena in tempo ad andarcene. Ma era normale che i tedeschi attaccassero in quel punto, tra il settore inglese e quello americano, per cui la situazione fu estremamente critica per due o tre giorni. Ma io ero convinto che i nostri uomini avrebbero tenuto duro, e così infatti fecero, per cui alla fine potemmo proseguire verso il nostro obiettivo: Napoli ». 

Nessuna città aveva sofferto per la guerra quanto Napoli. Oltre cento bombardamenti aerei avevano fatto 22.000 morti. I tedeschi completarono l'opera finendo di distruggere il porto.

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Con l'8 settembre la pazienza era giunta al limite. La tracotanza dei nazisti, che avevano occupato la città, si aggiungeva alle miserabili condizioni della gente e le esasperava. Mancava l'acqua, si soffriva la fame. E la rivolta covava.

Il 12 settembre il comando tedesco della piazza aveva proclamato lo stato d'assedio minacciando per ogni soldato ferito o ucciso rappresaglie cento volte maggiori. Gli avvisi recavano una firma che i napoletani non avrebbero più dimenticato, un nome che è rimasto il simbolo di tutte le loro sofferenze: il colonnello Scholl.

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Il 22 settembre un nuovo bando: si ordina di sgomberare entro le 24 ore tutta la fascia costiera della città per una profondità di 300 metri. Significa che 150.000 persone devono lasciare le loro case e cercare un alloggio impossibile. Gran parte della città si svuota. Sembra che Scholl sia riuscito nel suo intento di terrorizzare i napoletani. In realtà non ha fatto che esaltarne la rabbia. Nessuno ubbidisce più ai nuovi bandi. Al decreto per il servizio obbligatorio del lavoro sono attese 30.000 persone e se ne presentano 150. Scholl s'infuria. Ordina la deportazione della popolazione maschile. Chi non si presenta sarà fucilato.

Egli non immagina che questa città, nota per la sua gentilezza e la sua bonaria filosofia, stia per ribellarsi. Una rivolta spontanea che scoppierà dappertutto, senza piani ne ordini. Ecco diverse testimonianze di napoletani che rievocano quei giorni drammatici: 

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« Il 27 sera s'è incominciato a sentire qualche sparo sporadico e ciò fu dovuto proprio al rastrellamento che avevano iniziato i tedeschi, dopo i bandi. Ma questi tedeschi che non conoscevano la città erano accompagnati dai fascisti collaborazionisti i quali conoscendo le famiglie che avevano dei giovani, accompagnavano i tedeschi fin nelle case di questi, anche loro amici che in quel momento avevano dimenticato la vecchia amicizia. Da qui nacque una specie di organizzazione in questo senso, che molti giovani si raggruppavano in un sol posto, in una cantina, in una chiesa, non so, è vero, in un palazzo, in una masseria, e quando si è saputo che i rastrellamenti sarebbero stati ancora più intensificati allora si è pensato alla difesa». 

«Qui al Vomero i combattimenti hanno avuto inizio la sera del 27; uscimmo dalle Selve di Case Puntellate giù alle spalle e ci avviammo verso il centro. Il primo scontro con i tedeschi lo abbiamo avuto in via Bellini ed è stato in quel posto che verso le 18 circa incontrammo per la prima volta il professor Tarsia. Ci fu simpatica la sua figura di vecchio arzillo il quale portava uno scollino rosso al collo e con un bastone in mano si mise a gridare: “Dai, andiamo addosso ai tedeschi, questi disgraziati che vogliono creare una colonia tedesca qui in Italia!". La figura del vecchio ci piacque, allora pensammo di tenerlo come il simbolo dell’insurrezione del Vomero e lo facemmo comandante, comandante affibbiandogli il titolo di colonnello perché non sapevamo se era o non era militare, ma per dare un titolo specifico e alto lo chiamammo colonnello».

«Allora si è cominciato a dare addosso ai tedeschi per impedire che mettessero queste mine. E le armi so' state portate da delle donne, da dei ragazzi, da noialtri stessi, insomma c'è stata una collaborazione direi quasi di tutto il quartiere, non soltanto di noi adulti, di noi giovani, ma c'erano dei vecchi, c'erano delle donne; mi ricordo che dei cestini di bombe a mano ci sono state portate da una ragazza, da una popolana, e lei ci portava le bombe a mano che noi dalla terrazza tiravamo contro questi guastatori per disturbarli nella loro azione. Così v'è stata sparatoria lì fino alla sera e mano mano però si è cominciato a sentire anche per tutta Napoli le sparatorie; giungevano notizie: al Carmine si combatte, sul ponte della Sanità si combatte». 

«Quando i tedeschi stavano per far saltare il ponte della Sanità che è lassù, un sottotenente dell'esercito, Dino Del Prete, organizzò una certa difesa con una barricata e contemporaneamente da quella terrazza, da questa di fronte a me e da questa dove ci troviamo noi, dei patrioti incominciarono a sparare ». 

«L'azione del 28 fu indubbiamente una delle più importanti che si ebbero qui a Napoli sia per la intensità del combattimento e sia per lo scopo che raggiungemmo, cioè quello di evitare che venisse minato il ponte della Sanità. Già i tedeschi avevano scaricato queste due cassette e si accingevano, appunto, a metterle sotto una parte laterale del ponte, precisamente in quella zona lì dove c'è una birreria. Ci fu uno scontro violentissimo: mentre noi sparavamo e avanzavamo contro i tedeschi in campo scoperto, loro avevano il grande vantaggio non solo di sparare con armi automatiche ma di essere assolutamente riparati. L'azione fu felice, riuscì. Infatti riuscimmo a neutralizzare i tedeschi: ci furono naturalmente dei feriti, altri scappavano e così riuscimmo a togliere le cassette dove erano già le micce non ancora accese, per la verità, e a evitare la distruzione del ponte della Sanità». 

«E allora il giorno appresso quando sono scesi con i carri armati hanno sparato alla loggia delle suore filippine, e so' morte nove, dieci persone. Quindi noi perciò anche la notte e il giorno abbiamo tenuto sempre fermi questi uomini credendoci quindi che loro ci assalissero. Dopo scesero i carri armati e durante questa sortita vi furono diversi morti perché i carri armati spararono non solo con mitraglie ma spararono anche con dei cannoni che avevano sia il primo sia il secondo carro». 

«E anche qui alla discesa morirono, anche al Reparto, alla Salute, alla Duchessa, all'Ascesa, è vero, di via Pessina. Hanno colpito parecchia gente e sono morte parecchie persone. Non so se rendo l’idea ... È logico che se noi non avessimo fatto questo chi lo sa che cosa sarebbe successo». 

La mattina del 29, quando sono arrivato, qui, nella zona di Santa Teresa, ho già trovato molti uomini organizzati più o meno così, sommariamente, e immediatamente io mi recai verso Capodimonte: la dove si trovavano i tedeschi asserragliati nel bosco di Capodimonte. Intanto man mano dalle varie zone sia della via Fonseca, che dalla Stella che da Mater Dei, venivano giù gruppi di uomini, sì, gruppi di uomini armati più o meno nel migliore dei modi perchè armi erano state reclutate sia presso la caserma dei carabinieri che presso un deposito della marina che si trovava giù alle fontanelle di Mater Dei.

Allora si pensò di costruire una barricata e a tal uopo ci servimmo di una vettura tramviaria che era rimasta ferma proprio in quella zona; quindi si rese necessario far scendere giù da Mater Dei un mezzo dei vigili del fuoco che ci potesse aiutare con delle corde a capovolgere questa vettura tramviaria. Capovolta la vettura tramviaria il resto della strada fu coperto da carrettini della nettezza urbana e da mattoni e da basoli che furono divelti proprio dalla strada in modo che si creò addirittura uno sbarramento su via Santa Teresa. E questo durò per tutta la giornata fino alle quattro, quattro e un quarto del pomeriggio quando venne segnalata la presenza di carri armati che scendevano giù da Capodimonte. Allora fu veramente difficile soprattutto allontanare le donne e i bambini che si trovavano al centro della strada». 

«Mio figlio aveva 17 anni. È uscito verso le quattro e mezza da casa. Si è unito al tenente Falda che comandava questi ragazzini, erano una cinquantina di ragazzi. Allora il tenente disse: - chi è che vuole uscire in mezzo per i tedeschi a bruciare quel carro armato? - Allora il ragazzo si è levato le scarpe e ha detto, dice: vado io - il più audace! È uscito in mezzo 'a strada, teneva un bottiglione di benzina e poi ha buttato la bomba sul carro armato e ha incendiato il carro armato. Il ragazzo stava scappanno per salvarsi. Allora tutti insieme per via Roma, via Toledo, venivano delle camionette con i tedeschi con le mitragliatrici e mi hanno mitragliato il ragazzo, mi hanno levato le gambe al ragazzo. Il ragazzo è andato a terra e buttava sangue; chiamava aiuto, il ragazzo, ma non c'era nessuno che lo poteva aiutare. La mattina so' venuti verso le sette al balcone, mi hanno venuto a chiamare: - Pasquale sta ferito sotto a nu' palazzo. Jamme, venite, venite! - 'I dice: - Nunziatina, hanno ferito a Pasquale! -. Figurate, io ero la madre, no! Scappai, scappai, e in mezzo alla strada di via Roma ci sta un'altra strada, e in terra stavano tutti figli tutti ammazzati! Figurarsi, io corsi, io e mia nuora, e lo vedetti di sotto a 'nu palazzo 'n coppa a 'na sedia a sdraio, già muorto, 'o figlio mio. Ma se non so' morta chillu giorno nun more chiù, vedenno un figlio accussì bello, buono, tutte teneva tutte le qualità 'sto figlio mio, tutto, tutto buono era! » . 

«Alla discesa di questi carri armati si tentò di fermarli, ma invano, con delle bombe a mano, con delle bottiglie di benzina, insomma con delle armi rudimentali che si preparavano stesso sul posto, armi che venivano man mano rifornite da una ragazza, da una certa Maddalena Cerasuolo che allora aveva diciotto, diciannove anni, se ben ricordo, e che è stata veramente di aiuto a tutti quanti ». 

«Sì, il primo giorno delle bombe facemmo un posto di guardia, qui, un po' più avanti del ponte, ed ero io, mio padre ed altri diciassette uomini che facemmo una nottata intera dove stavano i tedeschi. La mattina dissi: - voglio sparare anch'io. - Un ragazzo disse: - questo è un 91, lo sai sparare? - Disse mio fratello: - adesso glielo insegno io! - E così il primo colpo che ho tirato sono andato a finire con la testa al muro».

«Le azioni naturalmente continuarono con maggiore violenza il 29 mattina, perché il 28 eravamo in pochi, pochissimi. Con noi parteciparono all'azione i carabinieri. Ci suddividemmo qua sulle diverse terrazze: questa terrazza, l'altra terrazza che c'è là vicino. Alcuni sparavano, è vero, dai ponti Rossi, e naturalmente, questa azione fece sì che i tedeschi cominciarono ad allontanarsi».

«Il primo gruppo di ostaggi che io ho visto trasportare al campo sportivo sono stati quelli di via Bernini, circa due camion, portandoli qua, sistemandoli dove ci sono attualmente quelle tribune. Allora decidemmo di attaccare il campo sportivo. Noi partigiani del Vomero, combattenti vomeresi, siamo fieri e molto di una sola cosa: quella che possiamo avere il vanto che la prima bandiera sventolata dai tedeschi è stata da quella finestra, perché è stato qua che loro alle due di notte si sono arresi con un trucco che usammo. Essendo restati solamente in otto o nove partigiani a presidiare il campo con i tedeschi dentro, facemmo finta di essere circa otto compagnie chiamando dalla prima all'ottava compagnia; contemporaneamente facemmo uscire i vecchi e le donne dai ricoveri con i bambini che facevano rumore con latte e pentole gridando: - abbasso i tedeschi, assaltiamoli, ammazziamoli, non ne lasciamo scappare uno - tanto che il capitano Sakan, con tutto il suo decantato coraggio, a un certo punto sentì il bisogno di parlamentare».

«Quando finì l'azione al campo sportivo, ché i tedeschi che erano nel campo sportivo si arresero, fecero un accordo, pare la sera del 30, che avrebbero rilasciato subito gli ostaggi che avevano, pare che erano in numero di quarantasette, qualche cosa del genere, e che avrebbero lasciato tra la notte e il mattino, è vero, dal 30 al 1° ottobre, la città senza colpo ferire ma senza neppure essere disturbati o offesi dai partigiani.

L'accordo in città fu mantenuto alla lettera e dagli uni e dagli altri, però i tedeschi, appena arrivati sulle colline di Capodimonte, cioè fuori dalla cerchia della città, vennero meno a quella parola che avevano dato, piazzarono le batterie e le autoblinde, adesso non so con certezza, e incominciarono a sparare indiscriminatamente sulla città mietendo moltissime vittime ». 

All'alba del 1° ottobre gli Alleati partirono per compiere l'ultimo tratto di strada che li separava da Napoli. Potevano avanzare liberamente senza bisogno di esploratori. L'unico ostacolo era rappresentato dalla folla che si riversava nelle strade a salutarli.

L'entrata in città avvenne alle nove e mezza, mentre nei quartieri alti si combatteva ancora contro i franchi tiratori. Ecco la testimonianza di Maddalena Cerasuolo la giovane che abbiamo già saputo essere stata di grande aiuto per i combattenti napoletani: 

«I tedeschi andarono via ma i fascisti ci diedero filo da torcere. Sparavano dai balconi, dalle finestre, dalle terrazze, nascosti però, non a faccia a faccia. Gli americani già erano entrati da giù verso Santa Teresa... Noi sparavamo allora contro una finestra e io stavo inginocchiata a terra, quando vedo un pezzo di colosso così e non li conoscevo gli inglesi, gli americani, non li avevo mai visti. Mi guardò perché avevo le giberne, l'elmetto e compagnia bella disse: - okey! - Non posso mai dimenticarlo. Agli altri gli prendeva il fucile e lo spezzava; a me disse: - presto, tu passa! - perché io feci cenno di volerlo tenere per me stessa, per ricordo. Feci così, lui mi capì e mi disse: - presto, tu casa, okey, okey! - Poi facemmo un grande corteo e andammo per via Roma: c'era la musica, si cantava il "Piave". A me una crocerossina mi diede un fascio di fiori. E pe' tutta via Roma si cantava. Andammo a palazzo reale; lì c'erano le avanguardie, c'era Montgomery, un certo generale Hunt. Allora mi fecero cenno di salire e io con i fiori non sapevo come parlare, non li avevo mai visti. Uscii anch'io al balcone. Dissi: - vi porto questi fiori a nome di Napoli e che voi siate i benvenuti. - E lui mi diede un bacio qui e un bacio qui. Mi baciò ... Montgomery».

Napoli era libera: ma mentre l'euforia della liberazione a poco a poco si spegneva, apparivano, con accresciuta evidenza, tutte le sue piaghe.

L'amministrazione alleata doveva affrontare i problemi di una città di oltre un milione di abitanti, privi di viveri, di lavoro, di risorse. Crollata la vita economica non c'erano altre possibilità che quelle offerte dagli Alleati. Fuori degli uffici le file dei disoccupati erano lunghissime, e chi poteva cercava di arrangiarsi.

Intanto nel porto, miracolosamente riattivato in appena 72 ore, le prime navi attraccavano a banchine improvvisate, scaricando materiale, munizioni e anche viveri per la città.

1944 agosto aiuti Alleati

Da qualche mese Napoli era affamata. In settembre la razione giornaliera di pane era scesa a 100 grammi. Negli ultimi giorni pane e farina erano scomparsi del tutto. Era inevitabile che si ripetessero le scene cui gli Alleati avevano già assistito più a Sud; a Napoli di nuovo, c'erano le proporzioni: una fame molto più grande, perché accumulata, nei giorni, nelle settimane, nei mesi, e una popolazione vastissima.

I problemi di ogni giorno, che lo slancio della lotta contro i tedeschi aveva accantonato, si riproponevano drammaticamente. Nelle quattro giornate c'erano il furore e la speranza. Ora si avvertiva un'inquietudine nuova mentre si annunciava un inverno lungo e grigio.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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La guerra totale applicata all’Italia - La strage di Meina

13 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

15 settembre 1943

Tre fatti esemplari segnano, alle origini, il rapporto fra i resistenti e l'occupante (nazista): la strage di Meina, l'incendio di Boves, la battaglia di San Martino. Ovverossia il genocidio e la guerra totale applicati all'Italia. Questi tre episodi di paura e di sangue servono a illustrare i modi e le ragioni della guerra totale, e l'odio dell'italiano per chi non è più, scrive Croce, «l'umano avversario / nelle umane guerre / ma l'atroce presente nemico / dell'umanità». Un nemico omogeneo in cui l'italiano del settembre (1943) non distingue fra soldato e poliziotto, fra tedesco e nazista, fra giovane e vecchio, fra ardito e riservista: «I territoriali», si legge in un diario, «non è che siano meno feroci dei loro compagni combattenti. Torturano per dare l'esempio, fucilano, impiccano». Un nemico odiato dopo tanti nemici combattuti senza ragione e senza odio. Per gli italiani umili il tedesco è il diavolo. Su una cappella valdostana si legge la dedica alla Madonna: «Pour nous avoir sauvé des Allemands».

La strage di Meina (15 settembre 1943) 

Meina è un villaggio residenziale sulla riva del lago Maggiore, luogo di rifugio, nel settembre del 1943, di famiglie israelite. Alcune hanno qui le loro ville; gli ebrei rimpatriati da Salonicco dopo l'occupazione tedesca abitano in albergo. Le famiglie Fernandez, Mosseri, Torres, Modiano ali hotel Meina dove è arrivata da Milano, la famiglia Pombas; in tutto, diciassette persone. Nei giorni dell'armistizio passano le punte motorizzate tedesche che vanno a chiudere i valichi con la Svizzera, ma il 15 settembre un reparto SS mette presidi nei centri rivieraschi e il Comando a Baveno. Sono SS reduci dal fronte russo, specializzate nella strage dell’ebreo; lassù il massacro è finito, qui si può continuare, anche se, al confronto si tratterà di briciole.

Un plotone viene diritto all'hotel, cattura gli ebrei. Chi li ha indirizzati? Le voci corrono nel piccolo paese sulla riva del lago. Si dice che siano stati i Petacci, i parenti di Claretta l'amante di Mussolini, per vendicare le ironie e gli insulti del periodo badogliano. C'è chi parla invece di un cliente novarese: avendogli l'albergatore rifiutato una stanza, lo avrebbe denunciato come ebreo che favorisce gli ebrei. A fine guerra si racconterà di misteriosi giustizieri in divisa inglese (gli israeliani della VIII armata britannica?) venuti da Milano a regolare i conti. Ma non c'è niente di certo, i fatti certi sono questi, che avvengono, dal 15 settembre, nell'albergo.

I diciassette ebrei dopo la cattura sono stati riuniti in un salone al terzo piano. Sentinelle davanti alla 'porta, proibizione di avvicinarsi, unica eccezione per una signora milanese «ariana» fidanzata di un Pombas. Alla notizia della retata c'è stato il fuggi fuggi degli ebrei dalla costa, ma qualcuno non ha potuto evitare la cattura. Trascorrono sette giorni: gli ebrei sempre chiusi nel salone del terzo piano gli «ariani» che riprendono la solita vita. Siamo in tempi, di grandi egoismi e le SS si mostrano cortesi con gli «altri». Il 22 giunge da Baveno un giovane ufficiale di nome Krüger, riunisce gli «altri» e dice: «Vi avviso che stanotte trasporteremo gli ebrei in un campo di lavoro. Prego scusare se ci sarà un po' di disturbo». E agli ebri tramite l'interprete, la signora Rosenberg: «stanotte partite per un campo di lavoro che è a duecento chilometri. Restano, per il momento nonno Fernandez e i suoi tre nipotini. Troveremo per loro un mezzo di trasporto più comodo».

Il viaggio notturno degli ebrei di Meina non è lungo duecento chilometri, termina appena fuori il paese, in riva al lago. I tedeschi li fanno scendere, ordinano agli uomini di togliersi la giacca (hanno una lunga esperienza, una tecnica precisa, evitano le fatiche inutili come quella di togliere le giacche ai cadaveri da affondare nel lago). Poi li uccidono a colpi di rivoltella alla nuca, gli legano dei pietroni al collo con funicelle di acciaio, li buttano in acqua. E stato un lavoro notturno affrettato: le correnti del lago slegano i pietroni, l'indomani i cadaveri affiorano, i pescatori si avvicinano. Una barca ne traina due a riva mentre passa in bicicletta da Arona la signorina Galliani, frequentatrice dell'hotel Meina: «Ma li conosco» dice «lui è un Fernandez, lei è la signora Maria Mosseri». Arrivano i carabinieri. «Via», dicono, «lasciate stare. I tedeschi non vogliono che ci occupiamo di questa faccenda».

Nella notte fra il 23 e il 24 vengono trucidati il nonno Fernandez e i nipotini. Si odono gli urli dei bimbi, le implorazioni del vecchio, gli spari. La macabra pesca continua. Se affiora un cadavere, le SS lo raggiungono in barca e lo sventrano con le baionette perché si riempia d'acqua. Poi trovano un metodo più sicuro: li trascinano a riva e li bruciano con i lanciafiamme.

Negli altri paesi l'eliminazione avviene giorno per giorno.

Un rapporto dei carabinieri del 30 settembre dà queste cifre di ebrei uccisi e gettati nel lago: Arona 4, Meina 12, Stresa 4, Baveno 14. Forse non è la cifra esatta, ma non è questo che conta. L'ordine di uccidere è arrivato a Baveno da Milano, dal capitano Saewecke.

La lezione di Meina.

La strage degli ebrei sul lago Maggiore dà agli italiani del settembre la lezione agghiacciante del genocidio. Lezione diretta, inequivocabile, che dovrebbe mettere fine alle mormorazioni, ai dubbi. Ma l'incredulità è tenace, l'italiano, come gli altri occupati, come il mondo, non vuole credere a un delitto cosi fuori di misura. Da noi le voci sulla persecuzione sono arrivate da alcuni anni; poi il sospetto del massacro, portato dai nostri soldati, reduci dal fronte russo o dai Balcani. Tutti quegli ebrei deportati; gli altri usati come schiavi; e dietro qualcosa di spaventoso, di inconfessabile.

“Un ebreo vestito di nero correva agitando un bastone; allon­tanava i bambini dalla tradotta, sapeva che i tedeschi sparavano senza pietà. Una ragazza passando lungo la nostra tradotta senza mai sostare, con voce calda, lontana, ripeteva in latino una pre­ghiera: chiedeva pane. Era un'ombra, sembrava uscita da un mondo di bestie” (da “La guerra dei poveri” di Nuto Revelli).

Il diarista italiano che vede e scrive in una stazione polacca, nell'estate del 1942, arriva a immaginare un mondo di bestie, non lo sterminio burocratizzato e scientifico delle camere a gas. I reduci come lui raccontano, ma nell'Italia del 1943 l'opinione pubblica non può pensare la «soluzione finale», cioè lo sterminio di un popolo intero, donne vecchi e bambini. Non ci pensano neppure gli ebrei italiani, anche se ospitano dei correligionari austriaci, cecoslovacchi e francesi sfuggiti al massacro. Nessuno ha visto con i suoi occhi, tutti pensano che «qui non succederà». Molti israeliti italiani non ci credono neppure dopo Meina, neppure nei primi mesi della repubblica fascista. Ce ne sono che si rivolgono al ministro fascista Buffarini Guidi per sapere se è proprio vero. La guida politica della comunità ebraica italiana è mediocre, ferma su posizioni di prudentissima rassegnazione.

Dopo Meina si dà la caccia all'ebreo in tutte le provincie italiane, negli stessi giorni si fa la retata degli israeliti francesi riparati nella valle Gesso, vicino a Cuneo, al seguito della IV armata. Sono circa 900, ne vengono catturati 493, solo 25 sopravviveranno alla deportazione. Caccia ai 55.000 ebrei fra locali e forestieri che si trovano in Italia. I tedeschi occupanti non hanno bisogno di una istruzione particolare: il generale SS, Karl Wolff ha partecipato alla strage in Polonia; il suo braccio destro generale Wilhelm Harster ha eliminato giudei in Olanda; a Trieste c'è Odilo Globocnik, colui che ha insegnato a Adolf Eichmann, il grande organizzatore dell'eccidio, come si possono usare le camere a gas.

(da “Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca)
 

16 gennaio 2009

Questa notte è improvvisamente mancata nella sua Milano Rebecca Behar, l’amica Becky.

Sopravvissuta alla strage di Meina e degli ebrei dal Lago Maggiore del settembre-ottobre 1943, quando aveva poco più di tredici anni, ha dedicato gran parte della sua vita a portare testimonianza di quei tragici avvenimenti in ogni dove e soprattutto nelle scuole. Assieme al marito Paolo, ha incontrato migliaia di studenti, ha raccontato la sua storia ovunque, si è battuta per la verità contro ogni tentativo di strumentalizzazione e banalizzazione, contro ogni forma di razzismo, per salvare la memoria e la dignità di chi in quella orrenda strage scomparve nel nulla.

E’ un lutto grave, che priva ogni cittadino democratico e noi, amici sinceri, di una voce (la sua era roca e dolcissima allo stesso tempo) preziosa e insostituibile.

Ancora in questi giorni stavamo organizzando con lei nuovi incontri (a Meina per l’inaugurazione delle scuole ai Fratelli Fernandez Diaz, a Stresa, a Verbania, a Novara, a Prato Sesia, a Oleggio) in occasione del prossimo giorno della memoria. C’eravamo da poco incontrati a Trecate, di cui era cittadina onoraria.

Ora non c’è più e non ci sembra possibile. Il dolore è grande. Stringiamo il prezioso diario che ci ha lasciato:

Era la camera 410, ultimo piano. Noi eravamo sei: i miei genitori, mia sorella, i miei fratelli. Ci spinsero dentro e c’erano altri sedici ospiti dell’albergo, sprangarono la porta con una sentinella dietro. Cedemmo i materassi agli anziani. C’era chi piangeva, chi pregava, i grandi provavano a farci coraggio. Fuori si sentivano urla, ordini, un gran via vai di tedeschi.

Dopo due giorni una SS, nemmeno ventenne, mi prese da parte e mi chiese: come ti chiami? Becky risposi. E lui: tu sei ebrea, un giorno ti sposerai, farai dei figli ebrei e saranno tutti nemici della grande Germania”.

Addio Becky!

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