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Settembre 1943, la Milano del dopo armistizio

3 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Settembre 1943, gli stracci sono sempre i primi a volare. La Milano del dopo armistizio si presenta come una città devastata dalle incursioni aeree dell'agosto precedente.
   

Degli oltre duecentomila abitanti rimasti senza tetto la maggior parte sono operai: alloggiavano in «abitazioni malsane e carissime» e ora, dopo che i bombardamenti alleati hanno infierito sui quartieri popolari di Porta Genova, Porta Ticinese, Porta Garibaldi e sull' area a nord dell'Arena, non hanno più nemmeno quelle.

Diverso il discorso per i ceti abbienti, i quali, a quest'epoca, sono già sfollati trovando riparo nelle campagne e nelle valli lombarde. Le autorità municipali, di fronte a tale situazione, ventilano sì un progetto di accertamento e di requisizione dei vani disponibili, ma basta il coro di proteste del sindacato proprietari di fabbricato perché tutto si areni e la proverbiale solidarietà meneghina, il "gran coeur de Milan ", si blocchi di fronte all'inviolabilità della proprietà privata.

Adesso, dopo l '8 settembre, il problema degli alloggi è aggravato anche dalle requisizioni operate dai tedeschi. Trovare casa, anche un buco in cui accalcarsi, diventa impresa sempre più ardua, almeno per chi non possiede un reddito superiore.

Non meno drammatica si presenta la situazione alimentare: le razioni assegnate a prezzi controllati - per ammissione degli stessi repubblichini - forniscono «meno di un terzo del fabbisogno minimo».

Il ricorso al mercato nero è, dunque, un fatto scontato e indispensabile, senonché i prezzi vanno registrando un'impennata vertiginosa. Anche qui, accanto alle disastrose conseguenze di un'economia di guerra di per sé asfittica e sempre più corrosa dalla speculazione, accanto alla rarefazione dei prodotti e alle difficoltà di approvvigionamento dovute al dissesto dei trasporti e al dominio dei cieli da parte dell' aviazione alleata, si aggiunge il peso dell'occupazione germanica.

La fissazione del cambio lira-marco nel rapporto 1 a 10, incoraggia l'accaparramento di beni di consumo da parte dei militari e dei cittadini tedeschi e concorre alla progressiva lievitazione dei prezzi della borsa nera, peraltro già inaccessibili alle classi più povere.

Con lo scorrere delle settimane la situazione generale peggiora sempre più. Il costo della vita ascende a livelli impensati: il capitolo alimentazione del settembre 1943 registra un aumento di 50 punti rispetto ai 14 dell'anno precedente e quello del vestiario un aumento di 74 punti (8 nel 1942).

Nei mesi successivi, da ottobre a dicembre, la Militärkommandantur 1013 segnala l'inadeguatezza del rifornimento dei grassi (destinati prevalentemente al fabbisogno della Wehrmacht), la deficiente disponibilità di zucchero, la scarsità di scarpe e la minaccia della totale scomparsa del sale. Buon ultimo anche la produzione risicola lombarda è destinata all'esportazione verso il Reich e, pertanto, alla popolazione italiana non potranno essere distribuiti che esigui quantitativi.

A completare il quadro già drammatico c'è anche la mancanza di combustibile e di legna da ardere per affrontare i rigori dell'inverno ormai prossimo: a fine anno l'indice relativo al capitolo riscaldamento e luce segna un aumento di ben 84 punti. Va da sé che, in una simile situazione, la difesa del salario e del posto di lavoro si identifichi come non mai con le possibilità di sopravvivenza, tanto più che la classe operaia si trova ora a dover fronteggiare anche i provvedimenti adottati dal padronato nella nuova congiuntura economico-politica.

Dall'agosto all'ottobre del 1943 in previsione della smobilitazione dell'industria bellica e, poi, per la scarsità di materie prime, il numero degli operai occupati diminuisce dell'8,8%, mentre l'indice delle ore lavorative eseguite cala di quasi 11 punti in settembre e di 17,2 in ottobre.

Le cifre statistiche relative all'intera Italia settentrionale trovano conferma in ciò che accade nel capoluogo lombardo. Tra settembre e ottobre si scatena una massiccia ondata di licenziamenti: la Caproni (6.000 dipendenti) ne espelle 2.000, la Lagomarsino (4.000) ne caccia 3.000, la Brown Boveri 2.000 su un totale di 5.000, la Safar (3.000 dipendenti) ne allontana 1.500, la Olap 500, le Rubinetterie riunite 1.300, la Montecatini 700, la Rizzoli riduce il personale da 200 a 70 unità, la Magni chiude, l'Innocenti non licenzia ma sospende 1.500 lavoratori. A nessuno viene corrisposto il previsto pagamento del 75% del salario da parte della cassa integrazione e i licenziamenti sono accompagnati dalla contrazione delle ore lavorative e dal mancato rispetto di accordi aziendali: alla Montecatini la settimana è ridotta a cinque giorni lavorativi, alla Safar si scende a due e inoltre si eludono gli impegni presi in merito alla concordata distribuzione di carbone e di biciclette per gli operai e se ne sospendono altri 300; all' Alfa Romeo di Melzo non vengono pagate le 35 lire pattuite per la trasferta né si provvede, come promesso, agli alloggi per i lavoratori; alla Grazioli si rifiuta il pagamento del 75% del salario ai sospesi e, in novembre, alla Caproni vengono ridotte le tariffe preventive del cottimo. 

 

Novembre 1943, l'angoscia grava sulla città come la sua proverbiale nebbia. Le forniture di gas e energia elettrica sono limitate a alcune ore della giornata, la gente va a dormire al buio e al freddo con l'incubo dei bombardamenti: una valigia ai piedi del letto e la torcia elettrica a dinamo sul comodino, per essere pronti al primo allarme a precipitarsi nelle cantine trasformate in malsicuri rifugi antiaerei.
 

C'è poco da mangiare: a chi possiede una tessera annonaria, in ottobre, sono stati distribuiti un chilo di patate, 100 gr. di fagioli, 50 gr. di salumi, 80 gr. di carne suina, un decilitro di olio, 200 gr. di burro e 100 gr. di grassi di maiale. Riso e pasta si aggirano attorno al chilo, di carne di manzo neanche parlarne, la verdura è introvabile. Una saponetta da bagno da 100 gr. deve durare due mesi e tra poco sparirà dal mercato. Per chi fuma la razione giornaliera è di tre sigarette.

 

Ma non esiste solo una Milano operaia che fa la fame, ne esiste anche un' altra: una Milano che sembra non voler pensare a quanto sta succedendo, una Milano che vuole stordirsi, che vuole o finge di illudersi che tutto stia tornando alla normalità. E i tedeschi, che di questa pseudonormalità hanno bisogno, ne incoraggiano gli aspetti più frivoli concedendo a tutto spiano autorizzazioni alla riapertura di cinema e teatri. I sette cinematografi rimasti aperti nei giorni dell'armistizio diventano ventotto alla fine di ottobre, più quattro teatri.

Bombardata la Scala, la stagione lirica si riapre al Nuovo con il Rigoletto e, se proprio non va bene a chi ha dello spettacolo un gusto un po' più grasso, al Mediolanum c'è Gambe al vento, con la compagnia di quel Nuto Navarrini che vanterà intime amicizie tra gli assassini della Legione autonoma Ettore Muti e che spesso si mostrerà in pubblico indossandone la divisa: negli anni cinquanta troverà benevola accoglienza nei palinsesti televisivi della Rai. Per chi ha denaro, invece, da sabato 29 ottobre è ripreso il galoppo all'ippodromo di San Siro.

È anche contro questa falsa normalità che i gappisti devono battersi per impedire che dilaghi e invischi le coscienze nell'accettazione passiva dell'occupazione straniera e del rigurgito squadrista.
da “Due inverni un’estate e la rossa primavera” di Luigi Borgomaneri


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Settembre 1943: i militari italiani a Cefalonia

3 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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A Cefalonia la divisione "Acqui" scelse la via della lotta senza speranza e, dopo otto giorni di combattimenti, cedette a preponderanti forze tedesche. La rappresaglia fu inaudita e precisa.

«Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento ... La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza ...

Carlo Azeglio Ciampi, Cefalonia, 1° marzo 2001

 

La Divisione "Acqui" l'otto Settembre 1943 presidiava l'isola di Cefalonia con la maggior parte dei suoi effettivi ad eccezione del 18° Regg. Fanteria del III Gruppo del 33° Regg. Artiglieria e della 333ma batteria 20m/m dislocati nell'isola di Corfù.

L'organico della Div. Acqui all'8 settembre a Cefalonia era così composto: 17 Reggimento Fanteria - 317 Reggimento Fanteria - 33 Reggimento Artiglieria - 33 Compagnia Genio T.R.T - 31 Compagnia Genio Artieri - 3 Ospedali da Campo.

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Negli ultimi tempi erano stati aggregati come rinforzo due compagnie mitraglieri di Corpo d'Armata - una compagnia Genio Lavoratori. Dalla Acqui dipendeva pure il Comando Marina di Argostoli dotato di tre batterie per la difesa costiera, una flottiglia di MAS e una flottiglia di Dragamine, un reparto di Carabinieri e un reparto di Guardia Finanza.

Il totale delle truppe italiane si aggirava su undicimilacinquecento uomini fra sottoufficiali e truppa con 525 ufficiali.

Nel mese di Agosto 1943 a integrare il Presidio Italiano era sbarcato nell'isola un contingente di truppe tedesche costituite da un reggimento granatieri di fortezza con 9 pezzi di artiglieria. Tale contingente ammontava complessivamente a 1800 uomini fra cui 25 ufficiali, al Comando del Ten. Col. Hans Barge.

Nella notte dall'8 al 9 Settembre giunse al Comando Divisione il primo radiogramma dal Gen. Vecchiarelli Comandante Generale delle Truppe in territorio Greco che deformava nella lettera e nello spirito il proclama del maresciallo Badoglio condizionando l'atteggiamento della truppa alla linea di condotta che avrebbero assunto nei nostri confronti i tedeschi, non trascurando tuttavia che l'ex alleato veniva additato come nuovo nemico contro il quale bisognava tempestivamente premunirsi.

Il giorno 9 si è incominciato a notare un gran movimento di alcuni autocarri tedeschi dalla penisola di Lixuri dove erano dislocati verso Argostoli la capitale dell'isola.

Questo movimento aveva lo scopo di apportare rinforzi al proprio presidio di Argostoli.

Alla sera il Gen. Gandin Comandante la Divisione, invitava a rapporto il Ten. Col. Barge per comunicargli il testo del primo radiogramma del generale Vecchiarelli.

Il Barge assicurava che non aveva fino a quel momento ricevuto alcuna direttiva dal comando superiore tedesco, pertanto avrebbe continuato a collaborare con la Divisione nel senso di evitare che sorgessero incidenti tra italiani e tedeschi.

Il Gen. Gandin invitava a colazione il Ten. Col. Barge, il quale se ne esimeva, inviando come suo rappresentante il Ten. Fanth, il quale al brindisi si levava augurando all'Italia, tanto provata da una lunga guerra sfortunata, un'avvenire migliore e per chiarire che qualunque sviluppo avessero potuto assumere i rapporti italo tedeschi, sarebbero stati improntati a cavalleresca lealtà.

Nella notte perveniva il secondo radiogramma emesso dal Gen. Vecchiarelli con il seguente testo: "Seguito mio ordine 0225006 dell'otto corrente. Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino al cambio con reparti tedeschi non oltre le ore 10 del giorno 10 Settembre. In aderenza clausole armistiziali truppe italiane non oppongano da questa ora resistenza ad eventuali azioni forza anglo americane. Reagiscano invece ad eventuali azioni forze ribelli. Truppe italiane rientreranno al più presto in Italia, una volta sostituite grandi unità si concentreranno in zone che mi riservo fissare unitamente modalità trasferimento. Siano portate al seguito armi individuali ufficiali e truppa con relativo munizionamento in misura adeguata a eventuali esigenze belliche contro ribelli. Siano lasciate a reparti tedeschi subentranti armi collettive tutte artiglierie con relativo munizionamento. Conseguiranno parimenti armi collettive tutti altri reparti delle forze armate italiane in Grecia, avrà inizio a richiesta comandi tedeschi a partire da ore 12 di oggi - firmato Generale Vecchiarelli".

Questo telegramma determinò lo sbandamento delle Divisioni in Grecia e destò nel comando della Acqui un doloroso stupore.

Esso pose il Gen. Gandin Comandante della Acqui dinanzi ai seguenti interrogativi: come cedere le armi ai tedeschi, cioè ai nemici degli alleati, quando l'ordine del Governo imponeva di cessare le ostilità contro gli alleati e di reagire ad atti di violenza tedesca? Bisogna ubbidire al Governo o disubbidire al Comandante dell'armata o viceversa?

Da questo tragico dilemma aveva inizio il dramma di Cefalonia.

Allo Stato Maggiore della Divisione a rapporto con il Gen. Gandin sorse un dubbio sul secondo radiogramma così in contrasto con il proclama del Governo che poteva essere apocrifo, perchè a conoscenza che sin dall'8 Settembre parecchi comandi in Grecia avevano deposto le armi ed i rispettivi cifrari erano caduti in mano tedesca.

Pertanto tale radiogramma veniva respinto al comando d'Armata come parzialmente indecifrabile. Sta di fatto che tale radiogramma paralizzò l'iniziale orientamento anti-tedesco del comando Divisione.

Il giorno 10 di mattina verso le ore 8 si presentava al comando Divisione il Ten. Col. Barge che a nome del comando superiore tedesco, chiedeva la cessione completa delle armi compresa quelle individuali definendo come termine le ore 10 dell'11 Settembre e come località di consegna la piazza principale di Argostoli alla presenza della popolazione.

Il Gen. comandante rispondeva chiedendo una dilazione dei termini, facendo presente di avere ricevuto dal Comando d'Armata un solo radiogramma e che era stato costretto a respingerlo perchè indecifrabile, chiedendo altresì di consegnare solamente le artiglierie e l'armamento collettivo scartando la piazza di Argostoli al fine di evitare al soldato italiano una così aperta umiliazione dinanzi alla popolazione greca.

Il Ten. Col. Barge si congedava promettendo di prospettare ogni cosa al proprio comando.

Nel frattempo il Gen. Gandin convocava a rapporto il Gen. Gherzi Comandante della Fanteria e tutti i comandanti dei Reggimenti nonchè il Comandante delle forze navali per esporre la situazione e sentire i rispettivi pareri.

In questo primo Consiglio di guerra prevale il parere di cedere le armi collettive, ma non le armi individuali. La notizia dell'ingiunzione di cedere le armi si era diffuso come un baleno nei reparti che manifestavano un acceso risentimento antitedesco.

I soldati della Acqui non intendevano sottostare alla grave umiliazione di fronte alla popolazione di Cefalonia.

Dello stesso parere erano la maggior parte dei giovani ufficiali. I tedeschi infrangendo lo "Status quo" conseguente alle trattative in corso, attuarono numerosi spostamenti di truppe facendo altresì affluire rinforzi dal continente.

Ma la Acqui era ben decisa a non lasciarsi sopraffare. A rafforzare questa situazione contribuiva la solidarietà del popolo greco che si univa spiritualmente al soldato italiano compresi gli ufficiali dell'esercito popolare greco di liberazione che operava sulle montagne, i quali si presentavano ai nostri comandi chiedendo armi ed offrendo generosamente la loro collaborazione.

Nella notte del 10 e 11 Settembre si rinnovavano i colloqui tra il Gen. Gandin e il Ten. Col. Barge venendo ad un accordo in linea di massima che prevedeva la consegna esclusiva delle armi collettive.

Nella mattinata dell'11 Settembre però il Ten. Col. Barge invitava repentinamente il Gen. Gandin a definire chiaramente il suo atteggiamento, sottoponendogli la scelta tra le seguenti proposte:

1 - con i tedeschi

2 - contro i tedeschi

3 - cedere tutte le armi anche quelle individuali.

Termine del tempo per la risposta: le ore 19 dello stesso giorno.

I tedeschi, era chiaro, non intendevano perdere tempo e verso le ore 17 puntavano un semovente su un nostro dragamine che isolato era costretto a ritirarsi dopo aver consegnato gli otturatori delle due mitragliatrici al comando artiglieria.

Il Generale Comandante a questo punto riuniva nuovamente a Consiglio tutti i comandanti di corpo, ma prima di trasmettere al comando tedesco la risposta definitiva all'ultimatum riuniva i sette Cappellani della divisione per sentire il loro definitivo parere.

I Cappellani ad eccezione di uno consigliavano la cessione delle armi.

La giornata del 12 Settembre si profilava molto burrascosa e densa di eventi. Fin dalle prime ore veniva notato un intenso via vai di aerei che paracadutavano rifornimenti ai tedeschi. Vennero pure segnalati sbarchi di uomini e mezzi nella baie rimaste isolate per la partenza dei mezzi navali che avevano ricevuto ordine di partire per nuove basi.

Il giorno 14 Settembre alle 2 antimeridiane, il Generale Comandante mediante fonogramma urgente pregava i comandanti di reparto di invitare le truppe ad esprimere il proprio parere sui seguenti 3 punti prima di prendere di fronte a Dio e agli uomini la suprema decisione:

1 - contro i tedeschi

2 - insieme ai tedeschi

3 - cessione delle armi.

All'alba ogni comandante raduna i suoi uomini e commenta con serenità obbiettiva la drammaticità della situazione. Alle prime ore del giorno 14 il Comando Divisione raccoglie l'esito del plebiscito. La risposta che prorompe unanime, concorde, è una sola: il primo punto ha riscosso il cento per cento delle adesioni. "Guerra al tedesco"

Contemporaneamente perviene dal Comando supremo italiano un cifrato a firma "Gen. Francesco Rossi" che ordina di resistere alle richieste tedesche, confermando l'ordine governativo dell'8 Settembre 1943.

A questo punto la posizione della Acqui è ormai chiara. L'ordine del Comando supremo elimina ogni dubbio.

Alle ore 12 il Comando Divisione consegna in Argostoli al comando tedesco la seguente risposta: per ordine del Comando supremo Italiano e per volontà degli ufficiali e dei soldati, la Divisione Acqui non cede le armi. Il Comando tedesco farà conoscere le sue decisioni entro le ore 9 del giorno 15 Settembre.

Ormai non c'è più tempo da perdere, il comando Divisione, il Comando Artiglieria e il Comando Genio si trasferiscono presso il Comando tattico in località Procopata.

Alle ore 10.45 le batterie contraeree aprivano il fuoco contro due idroplani da trasporto e una batteria del 33° Artiglieria affondava un pontone carico di tedeschi che tentava di accostarsi alla riva.

Ha così inizio la grande battaglia di Cefalonia che trova le forze contrapposte in rapporto di sparirà perchè nel frattempo i tedeschi, durante le trattative facevano affluire sull'isola 5 battaglioni di fanteria e 2 Gruppi di artiglieria da montagna.

La battaglia di Cefalonia si protrasse aspra e sanguinosa dalle ore 14 del 15 Settembre alle ore 16 del 22 Settembre sotto il fuoco interrotto (24 ore su 24 ore) di bombardamenti aerei di STUKAS in picchiata che mitragliavano a vista d'uomo.

I nostri fanti nonostante il martellamento aereo reagirono con indicibile accanimento non cedendo di un sol palmo.

Nel corso della battaglia gli Stukas oltre a bombardare e mitragliare, lanciarono manifestini invitanti alla resa e alla diserzione a nome del Generale di Corpo d'Armata Libert Lanz.

Il testo era il seguente: "Italiani di Cefalonia, camerati italiani, ufficiali e soldati perchè combattere contro i tedeschi? Voi siete stati traditi dai vostri capi, voi volete ritornare nel vostro paese per stare vicino alle vostre donne, ai vostri bambini, alle vostre famiglie? Ebbene la via più breve per raggiungere il vostro paese non è certo quella dei Campi di Concentramento inglesi.

Conoscete già le infami condizioni imposte al vostro paese con l'armistizio angloamericano. Dopo avervi spinto al tradimento contro i compagni d'armi germanici, ora vi si vuole avvilire con lavoro pesante e brutale nelle miniere d'Inghilterra e d'Australia che scarseggiano di mano d'opera. I vostri capi vi vogliono vendere agli inglesi, non credete a loro. Seguite l'esempio dei vostri camerati dislocati in Grecia, Rodi e nelle altre isole, i quali hanno tutti deposto le armi e già rientrano in Patria; come hanno depositato le armi le divisioni di Roma e delle altre località del vostro territorio nazionale. E voi invece proprio ora che l'orizzonte della Patria si delinea ai vostri occhi, volete proprio ora preferire morte e schiavitù inglese. Non costringete, no, non costringete gli Stukas germanici a seminare morte e distruzione. Deponete le armi! La via della Patria vi sarà aperta dai Camerati tedeschi!" "Camerati dell'Armata italiana, col tradimento di Badoglio, l'Italia fascista e la Germania nazionalsocialista sono state abbandonate nella loro lotta fatale. La consegna delle armi dell'armata di Badoglio in Grecia è terminata completamente, senza spargere sangue.

Soltanto la Divisione Acqui al comando del Gen. Gandin, partigiano di Badoglio dislocata sulle isole di Cefalonia e Corfù e isolata dagli altri territori, ha respinto l'offerta di una consegna pacifica delle armi e ha cominciato la lotta contro i camerati tedeschi e fascisti.

Questa lotta è assolutamente senza speranza. La Divisione Acqui in due parti è circondata dal mare senza alcun rifornimento e senza possibilità d'aiuto da parte dei nostri nemici. Noi camerati tedeschi non vogliamo questa lotta. Vi invitiamo perciò a deporre le armi e ad affidarvi ai presidi tedeschi delle isole.

Allora anche per voi come per gli altri camerati italiani è aperta la via verso la Patria, se però sarà continuata l'attuale resistenza irragionevole sarete schiacciati e annientati fra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche che stanno raccogliendosi. Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà più tornare in Patria, perciò camerati italiani appena leggerete questo manifesto passate subito ai tedeschi. È l'ultima possibilità di salvarsi.

Il Generale Tedesco di Corpo d'Armata.

É inutile dire che tali manifestini hanno avuto l'effetto contrario riaffermando in tutti i soldati la più ferma volontà di vincere e di scacciare i tedeschi dall'isola.

Il Gen. Gandin dopo aver letto tale manifesto, in presenza del suo Stato Maggiore si strappò dal petto la croce di ferro gettandola sul tavolo e disse: Se perdiamo ci fucileranno tutti. Fu la convinzione di tutti, ma nessuno vacillò, nessuno esitò, bisogna andare fino in fondo e così fu. Mentre la battaglia infuriava, continuarono a sbarcare ingenti forze tedesche con armi automatiche e mezzi corazzati; il Gen. Gandin fece inviare al Comando Supremo italiano un radiogramma chiedendo l'invio di qualche aereo per contrastare l'avanzata tedesca. A questo telegramma fu risposto in questi termini:

"Marina Argostoli per Comando Divisione: Impossibilitati invio aiuti richiesti, infliggere nemico gravi perdite possibili ogni vostro sacrificio sarà ricompensato. Firmato Gen. Ambrosio".

Nel frattempo la lotta degenerava, ogni reparto catturato veniva passato per le armi, perchè i tedeschi non volevano fare prigionieri.

La sera del 21 Settembre e l'alba del 22 l'intera Divisione veniva decimata e il Gen. Gandin convocò per l'ultima volta il Consiglio di Guerra il quale decise di chiedere la resa senza condizioni.

La riunione per la resa durava circa due ore, quindi gli ufficiali del comando divisione deponevano sul tavolo le loro pistole di ordinanza diventando da quel momento prigionieri di guerra.

Nonostante la bandiera bianca in segno di resa issata sul Comando tattico, non finiva la fucilazione dei reparti che deponevano le armi.

Alle ore 16 del 22 Settembre la battaglia di Cefalonia era finita, ma le fucilazioni continuavano per tutta la giornata del 23 Settembre durante i rastrellamenti effettuati dai tedeschi.

Dopo le esecuzioni sommarie in massa sul campo di battaglia nel corso delle quali avevano incontrato la morte 155 ufficiali e 4750 uomini di truppa, sembrava che l'impeto di bestiale ferocia sanguinaria fosse giunto al suo epilogo. Purtroppo tra il 23 e il 28 Settembre i tedeschi massacrarono altri 5000 uomini di truppa e 129 ufficiali, compreso il Gen. Gandin, i rimanenti 163 ufficiali accantonati presso la palazzina dell'ex comando Marina e all'ex caserma Mussolini vengono caricati su autocarrette e trasferite a punto San Teodoro nella famigerata casetta rossa e, dopo un sommario processo vengono avviati al supplizio a 4 per volta.

Compiuto l'orrendo crimine bisognava far scomparire le tracce; ad eccezione di alcune salme lasciate insepolte gettate in cisterne artificiali, la maggior parte vengono bruciate in una fossa comune e i resti buttati in mare.

Secondo i più recenti accertamenti (non facili) le perdite complessive della Divisione Acqui e della Marina ammontano a 390 ufficiali su 525 e 9500 uomini di truppa su 11500.

Pertanto gli scampati, cioè i superstiti, erano 135 ufficiali e 2000 circa uomini di truppa, la maggior parte deportati in Germania e poi in Russia da dove una parte non è più tornata.

Terminato l'eccidio di Cefalonia le truppe tedesche sbarcarono a Corfù. Il piccolo presidio resisteva per qualche giorno ma sopraffatto dall'ingente forza tedesca dovette cedere le armi, lasciando sul campo di battaglia parecchi uomini. Alla resa la rappresaglia tedesca fu meno crudele che a Cefalonia, ma si accanì sugli ufficiali che furono fucilati e i loro corpi dopo averli appesantiti con sassi furono gettati in mare. L'epopea della Divisione Acqui era giunta al suo epilogo.

(tratto dalla pubblicazione dell’Associazione Nazionale Reduci e Caduti della Divisione “Acqui”, a cura di Marco Pazzini)

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Terrore a Cefalonia

3 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Si batterono da eroi contro lo strapotere del nemico. Duemila di loro erano morti in battaglia sotto i bombardamenti degli stuka e dell' artiglieria tedesca. Il 21 settembre di quel 1943 i superstiti alzarono bandiera bianca. Si erano arresi, ma furono massacrati. Caddero, così, a Cefalonia, dai cinque ai sei mila e cinquecento soldati italiani della divisione Acqui. I corpi, depredati, furono gettati in mare o in specie di foibe dell'isola o sommariamente interrati. Disse a Norimberga il generale Telford Taylor, pubblico accusatore: "Questa strage deliberata di militari italiani è una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato". Hubert Lanz, comandante del XXII corpo d'armata della Wehrmacht, fu condannato alla pena irrisoria di 11 anni, ma presto fu graziato. In Italia i 30 responsabili diretti del gigantesco assassinio non sono mai stati citati in giudizio.

Quella di Cefalonia è sicuramente la più drammatica e la più nota delle tragedie che coinvolsero i reparti italiani subito dopo l’8 settembre. Intere armate, in Grecia, nei Balcani, in Albania, furono lasciate in balia di se stesse. Chi si rifiutò di consegnare le armi all'ex alleato ne subì la reazione violenta e criminale. Ma tutto finì nell'Armadio della vergogna. Nascosto per non turbare il nuovo sistema di alleanze. Nascosto per cercare di cancellare le gravissime responsabilità dell'Alto comando italiano. Gli assassini non furono neanche disturbati con 'avvisi di garanzia'. Hanno dormito sonni di giusti. I superstiti della divisione Acqui furono, invece, processati. Erano stati accusati di ribellione per aver convinto il generale Antonio Gandin a non arrendersi. Vennero assolti, però.

Così scriveva, nell’aprile 2004, Franco Giustolisi nel suo libro “L’Armadio della vergogna” Ed. Nutrimenti.

 

Roma, 19 novembre 2013

Alfred Stork condannato all'ergastolo dal Tribunale militare di Roma.

Chi è Alfred Stork?

Caporale del battaglione Cacciatori di montagna, si propose volontariamente per far parte di uno dei due plotoni di esecuzione che passarono per le armi 129 ufficiali italiani - l'intero Stato maggiore della Divisione Acqui - sparando dall'alba al tramonto.

«Ci hanno detto che dovevamo uccidere degli italiani, considerati traditori»; si è giustificato quando lo hanno sentito. Che quegli ufficiali fossero prigionieri di guerra fu considerato un dettaglio minore. Stork, aveva vent'anni nel 1943. Oggi è un arzillo novantenne, che risiede in Germania. Ieri è stato condannato in primo grado all'ergastolo dal tribunale militare di Roma. «Anche se ci fu un ordine del Fuhrer, questo non significa che partecipare a un atto barbaro e criminale, contrario a tutte le convenzioni internazionali, si possa considerare legittimo» dice il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis.

I familiari delle vittime hanno dovuto aspettare 70 anni per avere giustizia. Con la sentenza del tribunale militare, l'Eccidio di Cefalonia esce dai libri di storia e diventa una verità giudiziaria.

 

Cosa accadde a Cefalonia?

«Le forze armate italiane non esistono più», afferma un comunicato tedesco del 10 settembre 1943. In questo giorno, infatti, l'occupazione dell'Italia è un fatto compiuto e confermato dalle cifre delle spoliazioni militari che il generale Jodl traccia in apporto per Hitler: un milione e 255.660 fucili; 38.383 mitragliatrici; 9.986i pezzi di artiglieria; 15.500 automezzi; 67.600 fra muli e cavalli, e vestiario per 500.000 uomini (ma non sono cifre vere perché forse nell'euforia del Gran Quartiere generale del Führer, si propinano anche dati di questo tenore: «catturati 4.553 aerei e 970 mezzi «corazzati» quando in realtà, al momento della resa, l'Italia non possiede che 272 carri armati e poche centinaia di aeroplani operativi).

Ogni resistenza dell'esercito italiano è sparita, in quanto forza organizzata, ma - al di là del mare e dei confini continentali - rimangono intatte, anche se non utilizzate nel loro potenziale offensivo, notevoli forze. Il loro atteggiamento, in generale, è quello di una vera e propria rivolta contro i tedeschi - gli odiati alleati di ieri - ma anche contro gli ambigui ordini di Roma; una rivolta tuttavia di tipo nuovo, nella storia d'Italia, perché vi confluiscono sia lo spirito degli ufficiali «ribelli» gelosi del proprio «onore militare», sia l'«aspirazione alla libertà» che viene dal basso. È la svolta storica in cui si inserirà la Resistenza.

Il disfacimento dell'esercito all'estero dovuto soprattutto al fatto che, nelle ore dell'agonia, il comando supremo lo ha abbandonato, lo ha lasciato a sé, ha consentito che si sfasciassero le armate purché si salvasse il gruppo di potere che sta attorno al re e alla Corte e che finge di credere che la sua salvezza coincide con quella del Paese travolto dalla tragedia. Ma dove questo veleno dell'ambiguità non giunge, l'esercito, dato così facilmente per spacciato in patria, si batte in terra straniera con un accanimento, con una ostinazione che trova ben pochi riscontri nella storia militare di tutti i tempi: e se crolla, crolla a testa alta.

Nei Balcani e in Dalmazia, dove abbiamo 30 divisioni, in Grecia e nel Dodecaneso - la situazione è simile a quella dell’Italia metropolitana: da tempo i tedeschi hanno già occupato le posizioni migliori per disgregare e disorganizzare l'esercito italiano e hanno istillato a più livelli l'illusione che, con l'uscita dell'Italia dalla guerra, i nostri soldati potranno sottrarsi al carattere perentorio di una scelta definitiva - o da una parte o dall'altra - e tornare in patria al più presto. È appunto facendo leva su questa illusione che i tedeschi ottengono i primi successi, trovano un facile terreno di intesa con gli Alti Comandi disorientati e avviliti, ora che non debbono più «obbedire alle direttive del regime fascista» (come scrive un ufficiale del presidio di Lero alla famiglia) ma decidere autonomamente.

Cefalonia-ufficiale-e-soldati.JPGGià la sera dell'8 settembre cadono le isole dell'Egeo (Rodi, Coo, Simi, Lero, Calino, Stampalia, Scarpanto, Caso, Castelrosso, Samo, Icarnia, Furni, Sira) le cui guarnigioni sono agli ordini ammiraglio Inigo Campioni: i tedeschi della divisione Rhodos (generale Kleemann) occupano di sorpresa gli aeroporti di Rodi, Marizza e Gaddura e l’indomani - 9 settembre - fanno prigioniero il comando dell'isola. Tuttavia parecchi reparti italiani - specialmente il battaglione del 3090 fanteria comandato dal maggiore Anacleto Grasso - impegnano i nazisti in una serie di scontri e di combattimenti, facendo addirittura 200 prigionieri. Il giorno seguente, però, data la situazione disperata in cui vengono a trovarsi a causa dei ripetuti bombardamenti aerei, i reparti italiani debbono cedere le armi anche se l'ammiraglio Campioni si rifiuta di emanare l'ordine del «cessate il fuoco»: il 18 settembre verrà catturato e deportato in Germania; più tardi sarà fucilato dalla repubblica di Salò. A Cefalonia e a Corfù la resistenza italiana è aspra e accanita ad opera dei reparti della divisione di fanteria Acqui, (generale Antonio Gandin a Cefalonia; colonnello Luigi Lusignani a Corfù) ed elementi della Marina e della Guardia di Finanza. A Cefalonia, dopo varie trattative, visto che le forze tedesche continuano a ricevere rinforzi, viene decisa la resistenza armata che dura dal 13 al 24 settembre. Gli italiani combattono ad Argostoli, Telegraphos, Pbaraklata, Rizocuzolo, Phassa, Lixuri, Kimoniko e Divarata con la perdita di 75 ufficiali e di circa 2.000 soldati.

Cefalonia-paesaggio.JPGLa strage di Cefalonia si inizia sul campo di battaglia. Il 22 settembre sono massacrati quasi 4.500 ufficiali e soldati; poi, nei due giorni successivi, vengono condotti a gruppi, dinanzi ai plotoni di esecuzione, gli ufficiali superstiti e alla Casa Rossa di San Teodoro  cadono 400 di essi, fra cui il generale Gandin, futura medaglia d'oro, finché gli stessi tedeschi si stancano di fucilare: restano in vita soltanto 37 ufficiali mentre la truppa, convogliata in mare, è ulteriormente decimata per l'affondamento delle navi sulle zone minate. In totale muoiono a Cefalonia 8.400 italiani e le loro spoglie sono abbandonate insepolte nell'isola perché - dice il nazista maggiore Harald von Hirschfeld - «i ribelli italiani non meritano sepoltura». Solo la pietà dei greci radunerà i poveri resti in primitivi tumuli.

 

Bibliografia:

Franco Giustolisi, “L’Armadio della vergogna”, Ed. Nutrimenti 2004

Enzo Biagi, "La seconda guerra mondiale. Parlano i protagonisti", Rizzoli 1990

 

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Firenze è libera

31 Juillet 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

      I segni della rotta tedesca illudevano le truppe alleate di una rapida conclusione della guerra.

Per quasi 200 chilometri a nord di Roma non ci furono combattimenti.

L'VIII Armata avanzava al centro, tra la via Cassia e la Flaminia, risalendo la valle del Tevere verso Perugia e Orvieto.

Gli americani procedevano invece lungo la costa tirrenica. Civitavecchia fu oltrepassata: il suo porto era stato completamente distrutto dai tedeschi. Ma l'impeto delle Armate alleate andava diminuendo.

Proprio allora il comando supremo aveva disposto che alcune Divisioni fossero ritirate per l'operazione «Anvil», lo sbarco nel sud della Francia, previsto per il mese di agosto.

Nello stesso tempo la resistenza tedesca s'irrigidiva. Verso la fine di giugno, sulle rive famose del Trasimeno, ci fu battaglia.

Per guadagnar tempo, Kesselring era riuscito a imbastire con le retroguardie una provvisoria linea di resistenza da Grosseto ad Ancona, mentre le sue Armate si attestavano più indietro, verso la linea «Gotica ».

L'estate era splendida.

I vecchi contadini, che non si rassegnavano ad abbandonare il raccolto, lavoravano accanto ai soldati che combattevano, mietendo e ammucchiando i covoni in mezzo alla battaglia.

Mentre inglesi e americani puntavano verso la linea dell'Arno, il Corpo italiano di liberazione si impegnava a fondo nel settore adriatico.

CIL-avanzata.jpg 

La «spettacolosa avanzata» di cui parlavano i giornali era cominciata un mese prima nella zona delle Mainarde, con alcune riuscite azioni su San Biagio Saracinisco, Monte Mare, Monte La Meta e verso Alfedèna.

Ai primi di giugno il Comando alleato, non desiderando che gli italiani partecipassero alla liberazione di Roma e all'avanzata su Firenze, ne ordinò il trasferimento nel settore adriatico (alle dipendenze del V Corpo britannico), e l'impiego contro le forze tedesche in movimento.

Il 9 giugno i bersaglieri della I Brigata liberarono Chieti e inviarono in direzione dell'Aquila una Compagnia di motociclisti che entrò in città il 13 giugno.

Il castello di Crecchio, dove il 9 settembre dell'anno prima il re e il suo seguito avevano fatto tappa durante la fuga da Roma, era sulla strada degli italiani. La guerra l'aveva ridotto a un ammasso di rovine. Venne lasciato subito alle spalle: cominciava la seconda fase dell'offensiva, l'inseguimento del nemico in ritirata.

Nel settore costiero alle truppe inglesi subentravano i polacchi del II Corpo, e l'avanzata riprese agli ordini del generale Anders.

generale Wladyslaw Anders

Il 15 giugno gli italiani entrarono a Teramo.

La loro marcia era ostacolata dalle interruzioni stradali e dai campi minati.

Il 18 giugno la Divisione «Nembo» liberò Ascoli Piceno abbandonata all'alba dai tedeschi, mentre i polacchi avanzavano lungo la strada costiera puntando su Ancona.

La resistenza nemica sul fiume Chienti durò qualche giorno, poi la marcia riprese, e il Corpo di liberazione entrò a Macerata il 30 giugno accolto anche qui dall'entusiasmo popolare.

Il nuovo obiettivo era il paese di Filottrano che i tedeschi avevano trasformato in un fortino.

L'8 luglio l'artiglieria italiana cominciò i tiri di preparazione, quindi i paracadutisti della Divisione «Nembo» attaccarono con impeto riuscendo a penetrare nell'abitato.

Intorno all'ospedale la lotta fu particolarmente accanita. I tedeschi contrattaccarono con l'appoggio di carri armati, ma nella notte sgombrarono il paese che venne occupato all'alba del giorno dopo.

Filottrano, come il lago Trasimeno nel settore centrale, era un caposaldo della provvisoria linea di resistenza tedesca: la sua conquista aprì ai polacchi le porte di Ancona e valse ai soldati italiani l'elogio del comandante d'Armata.

Lo stesso giorno il generale Anders ordinava l'attacco finale. L'azione fu appoggiata sulla sinistra dalle truppe italiane che impegnarono battaglia sui fiumi Musone ed Esino, liberando Jesi il 20 luglio.

I soldati di Anders entrarono ad Ancona.

La città era molto provata per la durezza dei combattimenti, ma il porto fu riattivato in breve tempo. Polacchi e italiani affiancati continuarono l'avanzata giungendo in agosto sulla linea del Metauro, in vista degli avamposti della «Gotica».

La marcia degli Alleati nell'Italia Centrale fu facilitata dall'opera fiancheggiatrice delle formazioni partigiane dei raggruppamenti «Monte Amiata» e «Gran Sasso».

Nel settore adriatico si distinse in particolare la brigata «Majella», al comando dell'avvocato Ettore Troilo, la quale combatterà per mesi a fianco del Corpo polacco meritando la medaglia d'oro.

Così venne liberata Arezzo, il 16 luglio.

Così qualche giorno prima era avvenuto a Siena, dove il Corpo francese arrivando trovò la città già in mano dei partigiani della Brigata «Lavagnini».

Poco più tardi anche le truppe algerine e marocchine lasciarono l'Italia per l'operazione «Anvil». Il coraggio che avevano dimostrato da Cassino a Siena non cancellava la traccia amara della loro permanenza in Italia.

Con 7 Divisioni in meno, le Armate alleate avanzavano cautamente verso l'Arno, che segnava il limite meridionale delle nuove linee tedesche.

A parte alcune distruzioni in periferia e attorno agli scali ferroviari, il 10 agosto Firenze era quasi intatta, e intatti erano i ponti sull'Arno.

Il giorno prima la fascia intorno al fiume era stata sgomberata per ordine del colonnello Fuchs, comandante tedesco della piazza. In meno di 24 ore i profughi dovettero trovare alloggio altrove. Erano circa 150 mila.

popolazioni-del-sud-Italia-in-fuga-dalla-guerra.jpg

Il loro esodo fu una tragedia.

Alcune migliaia si rifugiarono in palazzo Pitti sperando che tutto sarebbe presto finito. Ma gli Alleati tardavano, le notizie di radio Londra erano un lento stillicidio.

Il 3 agosto venne proclamato lo stato di emergenza.

Era proibito uscire di casa, porte e finestre dovevano rimanere sbarrate giorno e notte. Le pattuglie tedesche avrebbero sparato a vista contro chiunque fosse stato sorpreso per strada.

Senz'acqua, senza pane, né luce, né telefono, la città viveva i giorni più duri della sua storia dall'epoca del famoso assedio nel '500.

La sera del 3 agosto i tedeschi avevano finito di sgomberare i quartieri Sud dell' Arno e di minare i ponti.

La prima esplosione si ebbe alle 10 di notte; poi seguirono le altre, a lunghi intervalli, fino all'alba.

Al mattino Firenze apparve irreparabilmente sfregiata.

Firenze-ponte-minato-nazisti-in-ritirata.jpg Firenze-distruzioni-tedesche.jpg

I tedeschi avevano risparmiato soltanto Ponte Vecchio, credendo in questo modo di pagare il loro debito verso la civiltà; in cambio avevano fatto saltare da una parte e dall'altra palazzi e torri medievali per bloccare gli accessi.

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Da Porta Romana le avanguardie dell'VIII Armata entrarono nella parte meridionale della città all'alba del 4 agosto. Scendevano dalle colline le prime formazioni partigiane e insieme, Alleati e patrioti, cominciarono il rastrellamento dei rioni d'Oltrarno.

I tedeschi avevano lasciato dietro di sé forti nuclei di franchi tiratori e numerose pattuglie erano state tagliate fuori dalla distruzione dei ponti. La liberazione coincise con l'inizio di una battaglia per le strade e dentro le case che si protrasse a lungo.

Il grosso delle truppe inglesi giunse più tardi, mentre la battaglia continuava, e a nord dell'Arno, nella parte occupata ancora dai tedeschi, si preparava l'insurrezione.

Il movimento partigiano era forte e organizzato a Firenze e i suoi capi volevano mostrare agli Alleati che la città era in grado di liberarsi e governarsi da sola.

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Alcuni rappresentanti del CLN riassumono la storia di quei giorni drammatici.

Parla Enriques Agnoletti: 

«I nostri piani prevedevano la convergenza su Firenze delle formazioni partigiane che operavano nei dintorni della città; questo anche per il significato non solo militare, ma politico, che doveva avere la liberazione di Firenze, e prevedevano l'assunzione del Governo provvisorio.

Per questo, non appena proclamato lo stato di emergenza, il Comitato toscano di Liberazione Nazionale si riunì sedendo in permanenza in un piccolo appartamento di via Condotta.

Il 5 agosto inviò una delegazione agli Alleati per poter concordare il prosieguo dell'azione militare». 

Parla Ragghianti:

«Un nostro partigiano, il tenente Fischer, trovò fra le mine, nel corridoio che collega la Galleria degli Uffizi a Pitti una strada. Avvertì il comando e allora noi decidemmo di andare incontro agli Alleati nella parte liberata traversando le linee per affermare il nostro diritto di essere riconosciuti come governo provvisorio e riconosciuti dagli Alleati come unica autorità politica nel territorio liberato». 

Ancora Enriques Agnoletti: 

«Noi avevamo prestabilito già da tempo l'organizzazione della città, non soltanto creando un comando militare unico, ma designando i membri della Giunta Comunale e il Sindaco che si installarono in Palazzo Vecchio al momento della insurrezione creando gli organi tecnici, l'organizzazione ospedaliera, la provincia, la camera di commercio, in modo che gli Alleati si trovassero di fronte a una città già organizzata e si potesse effettivamente esercitare questi poteri di governo provvisorio». 

La notte fra il 10 e l'11 agosto i tedeschi si ritirarono verso la periferia nord della città ponendo dei caposaldi lungo i viali di circonvallazione.

La manovra di sganciamento, che lasciava intuire una imminente iniziativa alleata, fece scattare il piano militare. La prima insurrezione organizzata in un grande centro, e la più lunga, aveva inizio.

Il segnale venne dato all'alba dalla Martinella di Palazzo Vecchio, e la campana del Bargello le rispose. Poco dopo, da Palazzo Riccardi, il Comitato di Liberazione chiamava i cittadini alla lotta e assumeva i poteri di governo provvisorio.

Era venuta l'ora di combattere per la libertà.

Parla il colonnello Niccoli capo delle formazioni militari: 

«Alle 6 di mattina dell'11 agosto detti l'ordine di insurrezione. Durante la notte i tedeschi si erano ritirati al di là del Mugnone lasciando dei caposaldi a Porta Prato, alla fortezza Dabbasso, in Piazza Cavour e al ponte del Pino».

La battaglia s'accese subito violenta perché i tedeschi erano ancora a ridosso della città e tentavano dei ritorni offensivi verso il centro.

Soli, di fronte all'avversario, male armati, i partigiani si battevano con impegno, mentre gli Alleati indugiavano Oltrarno, limitandosi a sminare le macerie e i passaggi di Ponte Vecchio.

Le vittime delle esplosioni erano ancora insepolte, e s'aggiungevano ai numerosi caduti dell'insurrezione.

I «fratelli della misericordia» andavano a raccoglierli e li seppellivano in cimiteri di fortuna, nei giardini e negli orti.

Un'atmosfera di morte incombeva sulla città. Attraverso il fiume, fra le macerie dei ponti giungevano ogni tanto dei rifornimenti. La città era stremata, anche i partigiani avevano fame. Gli Alleati non si muovevano e la battaglia in città continuava.

Prosegue Niccoli: 

«Qui siamo nella zona di Porta Prato.

Una Compagnia di guastatori voleva far saltare il terrapieno della ferrovia. Le condizioni sono molto cambiate dal '44. Ecco, qui c'era una rampa erbosa che portava alla ferrovia. Mandammo qui una Compagnia della Brigata terza "Rosselli", la quale entrò dal sottopassaggio della ferrovia. Immediatamente appena arrivata sul viale Belfiore fu fatta segno a un forte tiro d'infilata. Fu risposto al fuoco, i tedeschi si allontanarono in modo che fu possibile impedire il seminamento delle mine nella ferrovia.

Purtroppo ci fu un ritorno di forze dei tedeschi in modo che alle 15,30 del pomeriggio i nostri partigiani dovettero ripiegare con forti perdite. La battaglia in questa zona durò circa una settimana.

Anche qui al Ponte del Pino si sono svolti dei combattimenti asprissimi. A questi combattimenti ha preso parte anche una squadra di giovanissimi tra i 14 e i 17 anni del "Fronte della Gioventù" che hanno avuto delle forti perdite.

Gli Alleati sono entrati a Firenze la mattina del 14, ma effettivamente tutta la lotta per la liberazione della città di Firenze è stata effettuata dai partigiani». 

Quando le avanguardie inglesi passarono finalmente l'Arno, già Firenze riprendeva a vivere, mentre a nord i partigiani combattevano ancora sulle colline e il grosso degli Alleati era bloccato Oltrarno dai ponti distrutti.

 

Per gettare una passerella sul fiume, fu necessario far saltare quanto restava del ponte Santa Trìnita. Un nuovo spettacolo per i fiorentini che avevano ancora negli orecchi le esplosioni della notte del 4 agosto.

La passerella era però riservata ai soldati. I civili dovevano contentarsi dei passaggi di fortuna, tavole gettate sulla corrente, sentieri aperti fra le macerie dei vecchi ponti.

Così per tutto quel mese d'agosto si videro file di gente che si agitavano sui cumuli bianchi di polvere, da una riva all'altra, cercando di ristabilire le comunicazioni fra le due parti della città che la guerra aveva diviso.

Firenze aveva sofferto molto, ma poteva dire di essersi liberata da sé.

Firenze-libera.JPG Firenze-libera-2.JPG 

I partigiani della Divisione «Arno», delle Brigate «Rosselli», delle squadre del centro, che avevano combattuto per quasi un mese praticamente da soli, avevano ben meritato la gratitudine della città.

I morti in quei giorni furono più di 200, e tre le medaglie d'oro. Alighiero Barducci detto «Potente», il comandante della Divisione «Arno», e gli altri caduti, ebbero solenni onoranze funebri.

Come diceva il manifesto dell'11 agosto, i fiorentini avevano conquistato «il diritto di essere un popolo libero combattendo e cadendo per la libertà».

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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IX Festa provinciale A.N.P.I. MONZA e BRIANZA

17 Juin 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

 

IX FESTA PROVINCIALE dell'ANPI di Monza e Brianza

LA COSTITUZIONE C'E'... APPLICHIAMOLA!

28 giugno - 2 luglio 2017 BESANA BRIANZA - via De Gasperi

TUTTI I GIORNI MOSTRE, DIBATTITI, CONCERTI E SPETTACOLI.

Programma

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Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui

11 Juin 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

caduti lissonesi nella guerra di Liberazione dal nazifascismo

 

"pietre d'inciampo" che l'Amministrazione comunale ha posato nel 2015 in sostituzione del monumento distrutto da un camion in manovra giovedì 25 maggio 2014

"pietre d'inciampo" che l'Amministrazione comunale ha posato nel 2015 in sostituzione del monumento distrutto da un camion in manovra giovedì 25 maggio 2014

Lissone, 6 giugno 2017: ore 17 una breve cerimonia per ricordare.

Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui
Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui
Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui

l'ANPI di Lissone ricorda i quattro giovani partigiani lissonesi fucilati il 16 e 17 giugno 1944

Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui

 

Pierino Erba                                                            Carlo Parravicini

 

Pierino-Erba.jpg  Carlo-Parravicini-copie-1.jpg  Remo-Chiusi.jpg  Mario-Somaschini.jpg

Remo Chiusi                                                Mario Somaschini

Giovedì 15 giugno 1944

Sono ormai quattro anni che l’Italia è in guerra, fino all’ 8 settembre 1943 al fianco dei tedeschi, ora con gli Alleati, che il 4 giugno hanno liberato Roma. Mentre l’avanzata degli Alleati procede lentamente lungo la penisola, il nord Italia è sotto occupazione nazista: i tedeschi, alla fine di settembre 1943, hanno contribuito alla formazione della Repubblica Sociale Italiana con a capo Mussolini, che ha la capitale a Salò, sul lago di Garda.

Da dieci giorni le truppe alleate, formate da americani, inglesi e canadesi, sono sul territorio francese. L’operazione Overlord, che ha portato più di 1.200.000 soldati sulle coste della Normandia, è in corso anche se la resistenza tedesca si sta rivelando più dura del previsto.

A Lissone da un mese si è formato il locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Lo sciopero generale del marzo 1944 (a cui avevano partecipato anche gli operai dell’Incisa, che contava circa 1200 dipendenti e dell’Alecta, 500 dipendenti) aveva ottenuto un grande e lusinghiero successo così da scuotere in Lissone l'assenteismo della popolazione, interessandola alla lotta per la liberazione e a coloro che combattevano per ottenerla.


Lissone, Venerdì 16 giugno 1944

Da alcune ore i quattro partigiani lissonesi Remo Chiusi, Mario Somaschini, Pierino Erba e Carlo Parravicini, accusati dell’attentato in Corso Milano contro due militi fascisti (avvenuto in tarda serata di ieri), sono nelle mani dei nazifascisti: Erba e Parravicini sono presso la Casa del Fascio di Lissone (l’attuale Palazzo Terragni), Chiusi e Somaschini in Villa Reale a Monza.

Nell'ora di uscita degli operai dal lavoro, gli altoparlanti chiamano a raccolta la popolazione in piazza Ettore Muti (l'attuale piazza della Libertà) per assistere ad uno spet­tacolo. La gente, ignara di quanto stava per accadere, si ferma e s'infittisce in una sospettosa attesa. Ad un certo punto, dalla scalinata della Casa del Fascio scendono due giovani quasi inca­paci di reggersi in piedi per le torture subite: sono Pierino Erba (di 28 anni) e Carlo Parravicini di anni 23. I due partigiani vengono messi davanti alla fontana e fucilati tra lo sgomento della popolazione.

L'incredulità e lo sbigottimento della folla attonita lasciano il posto all'orro­re ed al terrore ed in un attimo la piaz­za si svuota mentre altre raffiche di mitra solcano l'aria.

Ed inizia una sera impregnata di spa­vento, la gente si chiude nelle proprie case ed in paese sembra che il copri­fuoco sia calato in anticipo tanto le vie sono deserte: si sentono solo le scarpe chiodate delle ronde che perlu­strano le strade facendo scoppiare qualche bomba a mano o sventaglian­do contro l'acciottolato delle raffiche di mitra per il sadico gusto di intimidire maggiormente la gente.

L’indomani alla Villa Reale di Monza, Remo Chiusi e Mario Somaschini, entrambi ventitreenni, subiscono la stessa sorte dei loro amici.

Nei giorni seguenti anche Radio Londra nella trasmissio­ne "La Voce della Libertà" ricordava il tragico episodio esaltando il martirio dei quattro patrioti.
Finita la guerra, i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi furono celebrati il 13 Maggio 1945 nella chiesa di San Carlo.


A guerra terminata, sulla tomba a loro dedicata presso il cimitero urbano

i Lissonesi scrissero:

“libertà e umanità fu per questi martiri anelito di vita, insofferenza di tirannia, assassinati da piombo fascista e da sevizia nazista, lor giovinezza immolata è monito di pace e di giustizia, cittadini meditate ed imparate”.

 

L’anno successivo fu posta sul luogo della fucilazione una targa commemorativa in marmo, recante la scritta “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero  trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.

La cerimonia di inaugurazione avvenne alla presenza del Sindaco ing. Mario Camnasio (1946 - 1951).

 

La lapide commemorativa originaria, nel 2005, iniziati i lavori di riqualificazione di Piazza Libertà, è stata ricollocata al cimitero urbano.

 

Inoltre i dipendenti delle O.E.B. Officine Egidio Brugola, a ricordo dei loro colleghi, posero una lapide all’interno dello stabilimento in Via Dante.

Nel 1985, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, e la Direzione aziendale realizzarono un nuovo monumento in acciaio che reca la scritta ” “Gli operai di questo stabilimento pongono a ricordo dei loro compagni di lavoro SOMASHINI MARIO, ERBA PIERINO, CHIUSI REMO caduti per la libertà”. Ancora oggi nelle ore notturne viene illuminato, a perenne ricordo.

 

Dopo il 25 Aprile 1945, la piazza principale della nostra città (Piazza Fontana per i lissonesi), per un breve periodo fu chiamata Piazza IV Martiri prima di assumere la denominazione attuale di Piazza Libertà. Nel corso del XX secolo la piazza, ha cambiato nome diverse volte: dapprima Piazza della Chiesa (per la presenza della vecchia chiesa), poi, dopo la I guerra mondiale, Piazza Trento e Trieste, in seguito, dal 1934 Piazza Vittorio Emanuele III, quindi Piazza Ettore Muti.

 

nella foto: I Maggio 1945 in Piazza IV Martiri.

Dal balcone di Palazzo Terragni, il socialista monzese Ettore  Reina parla ai lissonesi, attorniato dai membri della locale Sezione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale)

L’A.N.P.I. lissonese, mentre ricorda il sacrificio di questi quattro giovani concittadini, desidera dedicare anche un pensiero a tutti i lissonesi che in vari modi si opposero al fascismo. Vogliamo ricordare anche chi attuò la cosiddetta Resistenza silenziosa ed i cui nomi non sono riportati nei libri di storia o nei documenti ufficiali, chi lottò nelle file della Resistenza armata, chi fu internato nei campi di concentramento in Germania, tutti coloro che persero la vita perché anche Lissone divenisse una città libera e democratica.

16-giugno-2007.jpg

 

(i documenti sono l'esatta trascrizione degli originali conservati presso gli Archivi di Stato di Milano)

documento originale sulla fucilazione di Pierino Erba e Carlo Parravicini

documento originale sulla fucilazione di Remo Chiusi e Mario Somaschini

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Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

7 Juin 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

9 giugno 1937 - 9 giugno 2017

Parigi, sabato 19 giugno 1937.

33 di Rue La Grange-aux-Belles, quartiere operaio.

Una stradina stretta trasformata in viale fiorito per gran numero di corone e fasci di fiori porta alla «Maison des Syndicats».. Nella grande sala delle assemblee due feretri, drappeggiati di velluto carminio, quasi scompaiono sotto fiori e nastri, rossi, le ghirlande, rosse, foglie di quercia e d'alloro. Sono quelli di Carlo e Nello Rosselli, rispettivamente di 38 e 37 anni.

Erano stati uccisi tre giorni prima, il 9 giugno, da un gruppo terroristico filofascista, la «Cagoule», Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale, a Bagnoles-de-l'Orne, una città termale in Bassa Normandia, a circa 230 chilometri da Parigi, famosa per i suoi fanghi benefici alle affezioni del sistema venoso e specialmente alle flebiti. Carlo era arrivato a Bagnoles-de-l'Orne il 17 maggio 1937, per curarsi di una flebite, di cui aveva già sofferto da ragazzo e che si era ridestata in Spagna, dove era al comando di una colonna di antifascisti sul fronte aragonese. Lo aveva poi raggiunto il fratello Nello.

Alle 14 l'orchestra della «Federazione Sinfonica dei Concerti Poulet e Siohan», diretta da Siohan, esegue la Settima sinfonia di Beethoven.

Poi una folla dei grandi appuntamenti storici accompagna i Rosselli al cimitero Père-Lachaise. Li seppelliscono all'ombra degli ippocastani, verso il «Mur des Fédérés», davanti al quale nel 1871 furono fucilati gli insorti della Comune. In tombe vicine, Eugenio Chiesa, Gobetti, Turati, Treves .

Sul quotidiano di proprietà del mandante Galeazzo Ciano la notizia del delitto è data sabato 12 giugno 1937 con questo sfrontato sottotitolo: «Si tratta senza dubbio di una "soppressione" dovuta ad odii tra diverse sette estremiste».

Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

Secco l'incipit del documento diffuso dal Comitato centrale di Giustizia e Libertà: «Noi denunciamo in Benito Mussolini il mandante dell'assassinio perpetrato in Francia dai sicari fascisti contro Carlo e Nello Rosselli». Un'accusa che la ricerca storica non invaliderà. Significative le conclusioni di Renzo De Felice al termine dell' attenta ricognizione di un robusto apparato documentale: «La documentazione oggi disponibile prova senza ombra di dubbio che il delitto fu commesso su mandato del Sim e che la uccisione di Carlo Rosselli era stata studiata almeno dal febbraio nel quadro di un'azione volta a sopprimere varie "persone incomode" e cioè esponenti attivi dell'antifascismo impegnati nel sostegno della Spagna repubblicana e nella denuncia dell'intervento italiano contro di essa. Mentre le indagini e i procedimenti penali svoltisi in Francia contro gli esecutori materiali del delitto e i loro capi francesi non hanno mai ufficialmente affrontato il problema dei mandanti stranieri, gli elementi emersi nel corso di quelli svoltisi in Italia dop la caduta del fascismo non lasciano dubbi, anche se alla fine, la serie dei processi celebrati si è conclusa con un'assoluzione generale. Come ha scritto Salvemini che più di ogni altro ha approfondito le vicende del delitto e dei processi ai quali esso ha dato luogo, "è certo che il delitto fu compiuto da cagoulards francesi per mandato ricevuto da un ufficiale del Sim, Navale; che costui ricevé il mandato dal suo superiore del SIM Emanuele; che costui lo ricevette certamente da Galeazzo Ciano". Secondo Salvemini, "è assai difficile per non dire impossibile" pensare che Ciano avesse agito di testa sua "e non per esegire una volontà di Mussolini".

Nel 1951 i familiari ne traslarono le salme in Italia, nel cimitero Monumentale di Trespiano, nel piccolo borgo omonimo, nel comune di Firenze, sulla via Bolognese. La tomba riporta il simbolo della “spada di fiamma”, emblema di GL, e l’epitaffio scritto da Calamandrei: «GIUSTIZIA E LIBERTÀ / PER QUESTO MORIRONO / PER QUESTO VIVONO».

Nello stesso cimitero sono sepolti Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Spartaco Lavagnini.

Bibliografia:

Giuseppe Fiori – Casa Rosselli – Einaudi 1999

L’Italia in esilio. L’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre  a cura di:

Archivio Centrale dello Stato Roma

Centre d’Etudes et de Documentation sue l’Emigration Italienne, Paris

Centro Studi Piero Gobetti,Torino

Istituto Italiano di Cultura, Paris

1982
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27 maggio 2017 Giornata antifascista promossa dall’ANPI

23 Mai 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

«La Costituzione, nata dalla Resistenza, ha rappresentato il capovolgimento della concezione autoritaria, illiberale, esaltatrice della guerra, imperialista e razzista che il fascismo aveva affermato in Italia».                              Sergio Mattarella
 

video spot ANPI nazionale per la Giornata antifascista del 27 maggio 2017

Il presidente dell'ANPI nazionale Carlo Smuraglia: "Esistono molti fascismi e bisogna considerarli un pericolo. Facciamo attenzione ai primi sintomi per mettere in azione gli antidoti".

Intervista al Presidente nazionale ANPI su www.repubblica.it

L’ANPI di Lissone aderisce alla giornata Antifascista con un banchetto in Largo Pertini – Piazza Libertà Sabato 27 Maggio 2017 dalle ore 15,00 alle 19,00

Tutti gli iscritti sono invitati a partecipare

“BASTA CON I FASCISMI”: il 27 maggio, in tutta Italia, Giornata antifascista promossa dall’ANPI

Un’iniziativa unica nel suo genere che segna un ulteriore e importante passo in avanti della nostra Associazione sul fronte del contrasto giuridico, sociale e culturale ai fascismi”. Con queste parole Carlo Smuraglia, Presidente nazionale ANPI, lancia la Giornata antifascista che si svolgerà in tutta Italia sabato 27 maggio.

Una iniziativa che intende costruire nel Paese una diffusa coscienza nazionale sul problema dell’intensificarsi del fenomeno e della minaccia neofascista in Italia e nel mondo, dei razzismi, della xenofobia e sulla necessità, quindi, di una piena attuazione dei principi e dei valori della Costituzione nata dalla Resistenza.

In Italia, in particolare, assistiamo a sempre più diffuse manifestazioni di apologia del fascismo, come il recente raduno al Cimitero maggiore di Milano in onore dei repubblichini di Salò, che sembrano non avere adeguate risposte e attenzione da parte delle istituzioni e della politica. Ancora più grave è l’impatto sulle giovani generazioni delle dimostrazioni di forza e odio che imperversano in modo particolarmente preoccupante nel web: su Facebook, secondo l’inchiesta del quindicinale dell’ANPI sono 500 le pagine apologetiche del fascismo e del razzismo.

L’ANPI il 27 maggio, con iniziative in tutta Italia, tra le quali il seminario nazionale a Roma dal titolo “Essere antifascisti, oggi” lancerà l’allarme e ragionerà su ciò che è urgente fare subito, sul piano di una incisiva attivazione legislativa, culturale e sociale, per arginare l’aberrante avanzata nera.

Aderiscono alla Giornata, tra gli altri, ARCI, CGIL e Libertà e Giustizia.

Comunicato dell'ANPI provinciale di Monza e Brianza

Evento centrale sarà un seminario che si svolgerà a Roma e che vedrà il contributo di storici, giornalisti e intellettuali.

il programma del seminario:

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Lunedì 22 Maggio all’Auditorium del Parco Nord a Cinisello Balsamo

16 Mai 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Lunedì 22 Maggio alle ore 18,30 presso l’Auditorium del Parco Nord a Cinisello Balsamo in via Gorki 100, si svolgerà una importante iniziativa che prevede gli interventi:

La serata è aperta a tutti. Disponibilità di parcheggio.

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in ricordo della liberazione del Campo di Mauthausen

16 Mai 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

“Se qualcosa potrà salvare l’umanità, sarà il ricordo: il ricordo del male servirà da difesa contro il male …” Elie Wiesel (premio Nobel per la Pace)

Il 6 e il 7 maggio 2017, Roberto Pellizzoni, insegnante e socio dell’ANPI di Lissone, ha partecipato con una delegazione di studenti di liceo  alla cerimonia internazionale in ricordo della liberazione del Campo di Mauthausen.

Il viaggio è stato organizzato dall’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) di Sesto San Giovanni. Sono stati accompagnati da Milena Bracesco, figlia del partigiano monzese Enrico Bracesco, deportato e ucciso dai nazisti nel Castello di Hartheim, e da Mariela Valota, nipote di Guido Valota, deportato politico morto a Mauthausen.

La prima sosta, in Austria, è stata al castello di Hartheim, vicino a Linz, che nell’inverno 1940 fu trasformato in un edificio per "l’azione-eutanasia" programma nazista di eugenetica che prevedeva la soppressione o la sterilizzazione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da più o meno gravi malformazioni fisiche.

Nel castello Milena Bracesco ha letto bellissime lettere che suo padre ha scritto a sua madre durante la sua prigionia e Mariela Valota, violinista, ha suonato con una violoncellista brani di musica classica.

Poi hanno raggiunto Gusen, lager dipendente da Mauthausen, dove morirono tra gli altri migliaia di deportati italiani.

Alla presenza di 21 delegazioni da tutta Europa, il presidente federale austriaco, il dottor Alexander van der Bellen (primo presidente austriaco a partecipare a una commemorazione internazionale al Memoriale di Gusen), nel suo discoso ha reso onore al più grande gruppo di vittime del campo di concentramento nazista sul territorio austriaco.

Roberto, con i suoi studenti, si è fermato davanti alla lapide che ricorda il lissonese Attilio Mazzi, deportato e morto nel lager e passato “per il camino” del forno crematorio.

Lì davanti, hanno recitato la poesia di Piero Calamandrei per il generale Kesselring.

Comandante delle truppe tedesche in Italia durante la seconda guerra mondiale, Kesselring, processato a Venezia da un tribunale militare inglese nel 1947, fu condannato alla fucilazione. La condanna fu poi commutata in ergastolo ed infine, nel 1952, Kesselring venne graziato.

Durante il processo ebbe il coraggio di richiedere un monumento in suo onore, visto che, a suo parere, aveva mantenuto durante l'occupazione nazista in Italia un atteggiamento magnanimo nei confronti delle popolazioni civili e dei  resistenti.

Lo avrai camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

 

Non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti videro fuggire

 

Ma soltanto col silenzio dei torturati

più duro d'ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

 

Su queste strade sé vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza

 

Poi visita guidata a Mauthausen.

Un'immagine della liberazione di Mauthausen, tratta dal sito della 11a Divisione americana, i cui uomini entrarono nel campo il 5 maggio 1945. Il comandante Harry Sauders è in piedi sul mezzo corazzato, a sinistra. Alla mitraglia John Slatton. Alla guida Marvin Stark.  Sul portone d'ingresso troneggia ancora l'aquila nazista, che di lì a poco sarà abbattuta dai deportati.

Sull’Appelplaz hanno cantato Bella ciao.

A Mauthausen morì il lissonese Mario Bettega.

 

 


 

Il cimitero militare internazionale di Mauthausen

in ricordo della liberazione del Campo di Mauthausen

Il 16 maggio 1945, in occasione del rimpatrio del primo contingente di deportati, quello sovietico, si tenne sul piazzale dell'appello una grande manifestazione antinazista, al termine della quale fu approvato il testo di questo appello, noto come il "Giuramento di Mauthausen"

Il "Giuramento di Mauthausen"

«Si aprono le porte di uno dei campi peggiori e più insanguinati: quello di Mauthausen. Stiamo per ritornare nei nostri paesi liberati dal fascismo, sparsi in tutte le direzioni. I detenuti liberi, ancora ieri minacciati di morte dalle mani dei boia della bestia nazista, ringraziano dal più profondo del loro cuore per l'avvenuta liberazione le vittoriose nazioni alleate, e saluta no tutti i popoli con il grido della libertà riconquistata. La pluriennale permanenza nel campo ha rafforzato in noi la consapevolezza del valore della fratellanza tra i popoli.

«Fedeli a questi ideali giuriamo di continuare a combattere, solidali e uniti, contro l'imperialismo e contro l'istigazione tra i popoli. Così come con gli sforzi comuni di tutti i popoli il mondo ha saputo liberarsi dalla minaccia della prepotenza hitleriana, dobbiamo considerare la libertà conseguita con la lotta come un bene comune di tutti i popoli. La pace e la libertà sono garanti della felicità dei popoli, e la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra stati e popoli. Dopo aver conseguito l'agognata nostra libertà e dopo che i nostri paesi sono riusciti a liberarsi con la lotta, vogliamo:

  • conservare nella nostra memoria la solidarietà internazionale del campo e trarne i dovuti insegnamenti;
  • percorrere una strada comune: quella della libertà indispensabile di tutti i popoli, del rispetto reciproco, della collaborazione nella grande opera di costruzione di un mondo nuovo, libero, giusto per tutti;
    «ricorderemo sempre quanti cruenti sacrifici la conquista di questo nuovo mondo è costata a tutte le nazioni.

«Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazio nale: il mondo degli uomini liberi!

«Ci rivolgiamo al mondo intero, gridando: aiutateci in questa opera!

«Evviva la solidarietà internazionale!

«Evviva la libertà!»

«Il significato del viaggio e la partecipazione alla cerimonia internazionale è “vedere per conoscere e ricordare”. É indispensabile che i giovani sappiano apprezzare il valore della democrazia, della pace e della solidarietà, che sono le fondamenta dell’Unione Europea nata dalle tragiche esperienze che hanno caratterizzato il Novecento. Conoscere la storia per una loro crescita culturale affinchè sappiano difendere il loro futuro da razzismi e violenze che portarono all’immane tragedia dei campi di sterminio e riflettere sui rinnovati pericoli tutt’ora presenti. Solo con una forte e condivisa memoria storica potremo impedire che i fantasmi del passato rivivano».

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