Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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Un luogo della città dedicato a Sandro Pertini

3 Décembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Lissone, 3 dicembre 2016

Anche la nostra città avrà una piazza dedicata all’ex Presidente della Repubblica, “il più amato dagli Italiani”.

La cerimonia ufficiale di intitolazione avverrà Sabato 10 dicembre alle ore 10,30. Piazzale Pertini sarà l’area antistante Villa Magatti, antica sede del Municipio, simbolo della città, edificio che richiama alla mente tanti momenti della storia di Lissone.

Nelle immagini la piazza che sarà dedicata a Sandro Pertini, com'era negli anni '60 e attualmente:

Un luogo della città dedicato a Sandro PertiniUn luogo della città dedicato a Sandro PertiniUn luogo della città dedicato a Sandro Pertini

In attesa della cerimonia , ieri sera a Palazzo Terragni, la compagnia teatrale “Utòpia” ha presentato lo spettacolo “Gli uomini per essere liberi Sandro Pertini il Presidente”, con musiche dal vivo e proiezioni di immagini, che ha ripercorso i momenti salienti della vita del nostro ex Presidente della Repubblica.

L’ANPI di Lissone esprime la sua grande soddisfazione per la decisione dell’Ammministrazione Comunale e parteciperà con suoi rappresentanti alla cerimonia.

Fu proprio Sandro Pertini che, durante il suo settennato al Quirinale, con Decreto del Presidente della Repubblica del 27 novembre 1982, conferì a Lissone il titolo di città.

Diversi sono gli articoli dedicati a Sandro Pertini pubblicati nel nostro sito, e precisamente:

25 gennaio 1944: la fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli

27 aprile 1945: Pertini da Radio Milano

Intervista a Sandro Pertini

25 settembre: anniversario della nascita di Sandro Pertini

Una bella notizia

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Salvatore Lambrughi, internato militare in Germania

29 Novembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissone, 21 novembre 2016

Salvatore Lambrughi ci ha lasciati. Durante la seconda guerra mondiale, giovanissimo, è stato un IMI, Internato Militare Italiano in Germania, cioé uno dei prigionieri che i tedeschi hanno utilizzato come manodopera coatta. Secondo la storiografia moderna gli IMI vengono definiti "gli schiavi di Hitler".

L'ANPI di Lissone lo ricorda.

Proprio in questi giorni, alla presenza dei ministri degli esteri di Italia e Germania si é tenuta la cerimonia di apertura della mostra "Tra più fuochi. La storia degli Internati Militari Italiani 1943-1945" presso il Centro di documentazione “NS-Zwangsarbeit”, Britzer Straße 5, 12439 Berlino.

La mostra che ha carattere permanente è allestita nel quartiere di Schöneweide, nelle casupole ancora esistenti di un lager dove vennero rinchiusi militari e civili italiani costretti al lavoro coatto.

La mostra sugli IMI è stata realizzata dalla Fondazione “Topografia del terrore” che gestisce alcuni fra i principali luoghi della memoria sulla seconda guerra mondiale nella capitale tedesca (un milione di visitatori nel 2015).

In questo articolo sono narrate le sue vicissitudini

In un quaderno di una trentina di pagine, Salvatore Lambrughi racconta i principali avvenimenti di quel triste periodo della sua vita, durante la seconda guerra mondiale, trascorso in prigionia.

Salvatore Lambrughi

 

Dalla prima pagina del quaderno:

«Memorie di un prigioniero di guerra in Germania. Il grido di un prigioniero di guerra soffocato dal dolore. Così iniziò il calvario che durò venticinque mesi». 

Il 23 agosto 1943, il diciottenne lissonese Salvatore Lambrughi, classe 1924, risponde alla chiamata alle armi e dal distretto militare di Monza viene destinato a Vicenza. In città nota la presenza di soldati tedeschi. Passano quindici giorni: l’8 settembre alla radio viene dato l’annuncio dell’avvenuto accordo segreto di armistizio tra l’Italia e le potenze alleate, fino ad allora nemiche. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate dai tedeschi. Salvatore viene disarmato dai tedeschi e fatto prigioniero.

disarmo IMI stazione Pordenone

Caricato su un vagone ferroviario, 40 uomini in un carro merci piombato, del tipo usato per il trasporto di cavalli, parte per la Germania.

campi

Il suo destino è simile a quello di altri 600.000 soldati italiani prigionieri: diventa un Internato Militare Italiano (IMI) in Germania. Secondo questo status, deciso da Hitler il 20 Settembre 1943, agli IMI doveva essere riservato un trattamento peggiore di quello di qualsiasi altro prigioniero. E ciò in conseguenza di quel “NO” che dissero quando, con lusinghe e minacce, fu chiesto loro di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

Dal quaderno di Salvatore: «Dopo due giorni e due notti di viaggio, la tradotta si ferma in aperta campagna: a piedi, attraversiamo una grande pineta al cui interno vi era il campo di concentramento. Sul cancello d’ingresso la scritta: KUSTRIN Stalak 3 C.

baracche sentinella

Küstrin, località a circa 100 chilometri ad est di Berlino, sul fiume Oder, era il nome tedesco di Kostrzyn, cittadina della Polonia. 

«Ad accoglierci vi sono due ufficiali, un tedesco ed un italiano. Le parole dell’ufficiale italiano suonano come un terribile avvertimento: “L’acqua di questo campo non è potabile: per berla occorre farla bollire. Vi avverto perché qui sono già morti ottantamila russi”».

I prigionieri italiani vengono poi sottoposti al taglio dei capelli e fotografati; a ciascuno viene assegnato un numero di matricola inciso su una piastrina: a Salvatore Lambrughi tocca il numero 39280.

foto-numero

«Poi veniamo passati in rassegna da un ufficiale tedesco accompagnato da un interprete italiano. Con altri 4 internati vengo destinato a svolgere dei lavori agricoli. Con un trattore mi portano in una fattoria della zona. Il nostro alloggio è una baracca già occupata da ottanta alpini italiani prigionieri.

L’indomani si incomincia a lavorare nei campi: c’è chi raccoglie patate, chi barbabietole. C’erano anche russi, uomini e donne, alcune delle quali con bambini piccoli che dovevano accudire. Durante il primo giorno alla fattoria, attraversando il cortile, incontro un soldato russo con due patate bollite in mano che, sorridendo, me ne offre una: un bel gesto inaspettato di solidarietà tra prigionieri. Passarono quattro mesi. Un giorno arrivò da Berlino una richiesta di quindici prigionieri da utilizzare per lo sgombero delle macerie di edifici bombardati dagli Alleati. Salvatore è tra i prescelti. L’indomani partenza su un carro merci.

«A tarda sera il treno si ferma in una stazione: si ode il segnale di allarme, segno di un imminente bombardamento aereo. Le bombe cadevano a poca distanza dal treno: lo spostamento d’aria provocava forti scossoni al carro merci. Ci sentivamo come topi in trappola; c’era chi piangeva, chi pregava».

Salvatore, sperando nella buona fortuna, si sdraia sul fondo del vagone coprendosi la testa col bavero del pastrano. Cessato l’allarme, il treno può ripartire e, a notte inoltrata, arriva a Spandau West. Sobborgo di Berlino, era una zona industriale e per questo era soggetta a continui bombardamenti sia di giorno che di notte.

«A piedi raggiungiamo un grande campo di concentramento. Il mattino seguente, dopo l’appello in cortile, vengo destinato a lavorare, anzichè alla rimozione delle macerie, in una grande fabbrica: la Siemens. Era un edificio di dieci piani: il mio reparto si trovava al quinto.  Io ero addetto alla tempera di bulloni e rondelle».

appello

Scrive Salvatore: «Un giorno, verso l’alba, suona l’allarme: si corre verso un rifugio, interrato per metà, chiamato “paraschegge”. Passano sopra di noi un gran numero di aerei che sganciano bombe in continuazione. Qualcuno viene abbattuto dalla contraerea. Una bomba cade nei pressi del nostro rifugio, nella buca dove si portava la spazzatura: fortunatamente non esplode, ma lo spostamento d’aria è tale che un prigioniero che stava raggiungendo il rifugio viene scaraventato contro un palo della luce, perdendo la vita. A me saltano tutti i bottoni del pastrano che indosso».

Già dal primo giorno, durante la pausa di lavoro, in tedesco Frühstück, delle ore 9,30, durante la quale i dipendenti bevevano del caffè e mangiavano fettine di pane con margarina e marmellata portate da casa, una donna tedesca, che lavorava nello stesso reparto, si avvicina all’affamato Salvatore, rintanato in un angolo nelle vicinanze dei forni per la tempera: gli offre delle fettine di pane, senza farsi scorgere dagli altri dipendenti, e si allontana rapidamente. La stessa scena si ripete per più giorni. Salvatore, diciannovenne, viene poi a conoscenza del probabile motivo di quei momenti di generosità: un prigioniero italiano, già da alcuni mesi in quella fabbrica, lo informa che il figlio della donna, giovane marinaio, era dato per disperso. «Si prendeva cura di me come se fossi suo figlio tanto che, quando doveva andare in ferie, lasciò la tessera del pane ad una sua amica per non farmi mancare niente. Ma un giorno, purtroppo, venni improvvisamente trasferito.

Dalla fabbrica a piedi fino alla stazione, poi su un carro merci verso una destinazione sconosciuta. Il treno percorse diversi chilometri e si arrestò in aperta campagna. In un capannone ci fecero fare una doccia e i vestiti furono sottoposti a disinfezione. Ripartimmo sullo stesso carro e giungemmo verso sera in una stazione di un piccolo paese, Barwalde. Trascorremmo la notte dormendo sulla paglia in un grande cascinale. Rimanemmo in questa località alcuni mesi: si lavorava in una grande pineta i cui alberi venivano utilizzati per la produzione della carta. Poi altro trasferimento in un grande campo di concentramento. Era inverno. La prima notte al campo la passammo dormendo all’aperto: il mattino seguente ci svegliammo coperti di neve. Poi ci mostrarono quelli che dovevano servirci come riparo per la notte: erano delle piccole tende di forma circolare. Ci venne distribuito del caffè e dopo l’appello, scortati da soldati armati, fummo condotti al lavoro.

Eravamo impiegati nella costruzione di fortificazioni: si scavavano fossati anticarro, larghi quindici metri e profondi cinque, e trincee; si allestivano inoltre postazioni per i cannoni. Alcune SS tenevano sotto controllo i prigionieri al lavoro».

Una delle prime sere, di ritorno al campo, non vede più il suo zainetto che aveva lasciato sotto la tenda e viene colto dalla disperazione; era tutto ciò che gli era rimasto. Per fortuna un suo compagno lo ritrova nei dintorni.

«Un giorno  - racconta Salvatore – un prigioniero che lavorava al mio fianco, esausto per la malnutrizione o perchè ammalato, si era fermato appoggiandosi al badile. Venne notato da due guardie: in un attimo gli furono addosso, e a colpi di badile lo tramortirono. Il poveretto rimase a terra fino a sera, poi due suoi amici lo trasportarono in spalla al campo. Mentre passavano nelle vie di quel piccolo paese,  alcuni ragazzini iniziarono a deriderli e a gli sputargli addosso».

A giudizio di Salvatore, questo fu il periodo peggiore della sua prigionia. Il lavoro era massacrante, reso ancor più pesante per la scarsa alimentazione. Alcune volte, al mattino o alla sera durante l’appello, il comandante del campo operava una selezione di quei prigionieri che non riteneva più abili al lavoro: la strategia nazista dell’annientamento attraverso il lavoro era una triste realtà in quel campo!

La nostalgia di casa ogni tanto lo prende. Ricorda Salvatore un momento struggente di questo terribile periodo della sua prigionia: una sera, osservando la luna piena il cielo, immagina che anche sua madre, i suoi cari, la stiano guardando e ciò gli infonde la forza di volontà per resistere.

Per le pessime condizioni igieniche del campo, anche le malattie infettive si diffondono. Un giorno, da Berlino arrivano due ufficiali medici, che sottopongono i prigionieri a dei controlli. «Avevo male alla gola; dagli esami medici sono risultato positivo alla difterite. Fui perciò messo in quarantena in una tenda un po’ più protetta dal freddo. Per quaranta giorni venni esentato dal lavoro: la malattia mi aveva colpito in forma lieve, altrimenti non sarei qui a raccontare, come capitò a qualche altro ammalato».

cimitero IMI nel lager

Tornato al lavoro, un giorno sente dei colpi di cannone: sono le armate russe che avanzano verso l’Oder mentre soldati tedeschi sono in ritirata. «Scortati da guardie tedesche, dobbiamo abbandonare il campo: ci viene consegnato un filone di pane a testa che, a detta dei tedeschi dovrebbe durare per sei giorni, ma la maggior parte dei prigionieri lo divora in poco tempo».

Si deve attraversare il fiume Oder che in quel punto è gelato: ciò rende un po’ meno difficoltoso l’attraversamento. «Per chi rimane indietro o si fa male è la fine: i soldati tedeschi gli sparano un colpo di fucile. La ritirata dura sei giorni: arriviamo in una località chiamata Steglitz (un distretto di Berlino), dove c’era un campo di fortuna. Tanta è la fame che anche delle erbe del campo presto diventano cibo per i prigionieri!».

La mattina dopo una quindicina di prigionieri, tra cui Salvatore, vengono prelevati e portati in una casa di fortuna. Poi, un uomo anziano, che si presenta come il nuovo chef (in tedesco capo), li conduce in una zona colpita dai bombardamenti degli Alleati per la rimozione delle macerie: questo era il nuovo lavoro.

«Ogni giorno, in fila dietro lo chef, si raggiungeva una zona bombardata. Una mattina, la nostra squadra passa davanti ad una panetteria danneggiata, il cui proprietario era intento a sgombrarla dalle macerie. Trovandomi in ultima posizione, lascio il gruppo, senza farmi scorgere, e mi presento al panettiere: “ich arbeiten” (posso lavorare, dice Salvatore che ha ormai imparato le parole tedesche essenziali per la sopravvivenza, che gli saranno utili anche in altre circostanze). Alla sua risposta affermativa “ja”, inizio a spalare ottenendo come ricompensa un filone di pane che mangio subito. Rimango tutta la giornata: alle cinque del pomeriggio, mi presento nel cortile del Comune, che era il punto di ritrovo della nostra squadra. Lo chef, in primo momento mi minacciò di mandarmi in prigione, poi si calmò al mio racconto, anzi accosentì che rimanessi per qualche giorno al servizio del prestinaio. Altri giorni lo “chef” arrivava alle sette e, con l’U-Bahn (metropolitana), ci conduceva sul posto di lavoro. Io partivo mezz’ora prima e approfittavo per passare in alcuni negozi, chiedendo “ein bisschen brot (un po’ di pane)”. In qualche caso me lo davano, ma spesso ero costretto dalla fame a rubarlo; lo nascondevo sotto il pastrano per consumarlo poi senza essere scoperto. Una mattina la proprietaria del negozio mi vede e si mette ad urlare: scappo via e mi nascondo in una casa bombardata nelle vicinanze, perchè in quel momento stava passando una compagnia di soldati tedeschi armati che intonavano la canzone Lilì Marleen (famosissima canzone tedesca che racconta la storia del soldato che pensa al suo amore lontano). Passato lo spavento, raggiungo rapidamente il posto di lavoro».

Eravamo ormai nella primavera 1945: i bombardamenti continuavano senza tregua. «Un mattino, un areo sganciò due bombe sopra di noi. Dal primo piano della casa dove mi trovavo con due alpini, mi precipitai giù dalle scale. Per nostra fortuna le bombe caddero poco più lontano, ma lo spostamento d’aria fu fatale per un prigioniero che si trovava nel cortile. Allora mi rifugiai nello scantinato di un palazzo vicino, dove rimasi per tre giorni: con me c’erano anche dei civili russi anch’essi prigionieri. La mattina del quarto giorno udii il rumore di una camionetta; piano piano uscii dal nascondiglio cercando di non farmi notare. I due ufficiali russi che erano a bordo mi videro: scesero subito a terra e con il mitra spianato mi vennero incontro. Con le braccia alzate, salii gli ultimi gradini, dicendo “italiano”. Allora abbassarono i mitra dicendo in russo “italiano buono” e segnalai la presenza di loro compatrioti nello scantinato. Poco dopo arrivarono dei soldati russi: piazzarono sul marciapiede una Katyusha (lanciarazzi di fabbricazione sovietica) e, cantando, iniziarono,  a sparare all’impazzata».

1945 Russi a Berlino

Salvatore con due amici partono alla ricerca di cibo: tutt’intorno vedono distruzione e morte.

«Abbiamo trovato un po’ di farina e delle patate che abbiamo caricato su un piccolo carrello e, in bicicletta, siamo partiti senza una precisa direzione; avevamo in mente una sola cosa: tornare a casa. Dappertutto uno spettacolo di desolazione: rovine e cadaveri sia di uomini che di animali.

Dopo qualche giorno, attraversando anche delle foreste, siamo giunti in una località – non ricordo il nome - situata su di un fiume che era impossibile attraversare: il ponte era stato bombardato. Allora abbandonammo le biciclette e ci dirigemmo verso la stazione. C’era un caos tremendo. Sulla prima tradotta che passò, salimmo senza sapere dove era diretta. Dopo aver percorso diversi chilometri, il treno si fermò. Ci trovavamo a Oleśnica, cittadina della Polonia. Il treno non ripartiva; allora scendemmo. Alcuni prigionieri dicevano che i russi ci avrebbero rimpatriati con una nuova tradotta. Ci sistemammo in un campo di raccolta di prigionieri di guerra. Ma il tempo passava e nessun treno arrivava. Dopo qualche settimana intorno al nostro campo erano comparsi dei soldati tedeschi armati e in stazione vi erano delle guardie russe. Anche per paura di essere portati in Russia, io e un mio amico di Verona decidemmo di fuggire. L’indomani, alle cinque di mattina, con dei pezzi di coperta legati sotto gli scarponi per non far rumore, in tre andammo in stazione e, quando sopraggiunse un treno merci, aprimmo il portellone di un vagone e salimmo. Con nostra sorpresa all’interno del vagone c’erano già altri soldati che dormivano: si svegliarono, erano dei serbi che ci chiesero chi fossimo. Provammo un po’ di paura e allora decidemmo di scendere alla prima fermata. Era una piccola stazione: dopo qualche ora salimmo su un treno passeggeri diretto a Varsavia. Qui c’era la Croce Rossa Italiana: ci diedero del pane e del caffè e poi, sempre in treno, ci portarono a Praga e, dopo quindici giorni, a Innsbruck, dove venimmo alloggiati in una caserma della cavalleria. Eravamo in attesa di essere rimpatriati: finalmente, un mattino, arrivò l’ordine di partenza per l’Italia. Salimmo su una tradotta merci e in poco tempo arrivammo a Bolzano. Era mattina presto, il sole stava sorgendo: delle crocerossine ci portarono del caffelatte. Qualcuno cominciò a intonare la canzone di Beniamino Gigli “Mamma”. Molti soldati e anche delle crocerossine si misero a piangere, ma la gioia di essere riusciti a tornare in Italia era grande.

controlli medici in Italia

Da Bolzano ci portarono poi a Pescantina, nel veronese , dove era stato istituito un centro di accoglienza e di smistamento dei prigionieri rimpatriati. Mi consegnarono un foglio di viaggio e cinquemila lire. Poi ognuno partiva per la propria destinazione. Dopo tanta sofferenza anch’io stavo per tornare a Lissone e finalmente, dopo così tanto tempo, avrei rivisto i miei cari».

ritorno a casa ritorno a casa2

 

In questo documento ho riportato parti del quaderno che Salvatore custodisce gelosamente. Lo ringrazio per avermene consentito la lettura. Ritengo che il suo modo di raccontare le tristi vicende di cui è stato protagonista ne renda partecipe il lettore. Per questo, con la sua autorizzazione, l’ho reso pubblico.

 

Salvatore Lambrughi è amante della pittura, diversi sono i quadri da lui dipinti appesi alla pareti della sua casa di Lissone, e della poesia: nelle pagine del suo quaderno ne ha trascritte alcune.

In occasione del “Giorno della Memoria”, il 27 gennaio 2010, a Salvatore Lambrughi è stata consegnata una medaglia d’onore come riconoscimento dello Stato italiano per il suo internamento nei lager nazisti.

medaglia per IMI

E in occasione del 70° annoversario della Liberazione, Roberta Pinotti, ministro della Difesa, gli conferi' la "medaglia della Liberazione"

 

attestato del Ministro della Difesa Roberta Pinotti

attestato del Ministro della Difesa Roberta Pinotti

Salvatore Lambrughi, internato militare in Germania
targa dell'ANPI

targa dell'ANPI

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Il referendum del 4 dicembre 2016

18 Novembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Ecco come sarà la scheda elettorale per il referendum:

Il referendum del 4 dicembre 2016

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Disposizioni per il Superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016"?».

lettera del Presidente del Consiglio Matteo Renzi agli italiani all'estero

lettera del Presidente del Consiglio Matteo Renzi agli italiani all'estero

lettera del Presidente del Consiglio Matteo Renzi agli italiani all'estero

Le modalità del voto per corrispondenza degli italiani all’estero

Dopo il ricevimento del plico:

 

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Presentazione del libro "BELLA CIAO"

15 Novembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

DOMENICA 20 NOVEMBRE 2016

ORE 15 – CASA DELLA MEMORIA

Via Federico Confalonieri 14, Milano

domenica 20 novembre in occasione di Bookcity verrà presentato il libro "BELLA CIAO" di Carlo Pestelli.

La Sezione ANPI di Lissone sostiene l’iniziativa della casa editrice Add, curatrice dell'evento.

L’appuntamento e il sostegno della nostra Sezione Anpi di Lissone è segnalato nel calendario degli appuntamenti

La recensione del libro BELLA CIAO di Carlo Pestelli

 

 

Come arrivare alla CASA DELLA MEMORIA di Via Federico Confalonieri 14

dalla Stazione Centrale:

metrò 2 (verde) direzione Abbiategrasso o Assago Forum (è indifferente) fino a GIOIA (1 fermata), poi a piedi per via Sassetti e via De Castillia;

oppure

linea 60 direzione Zara fino a VIA POLA (3 fermate), poi a piedi per via Rossellini e via Sassetti.

Dalla Stazione Garibaldi:

metrò 5 (lilla) fino a ISOLA (1 fermata), poi a piedi per via Volturno,

oppure

a piedi diritto in piazza (soprelevata) Gae Aulenti, poi discesa con ponte pedonale verso via De Castillia.

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RUBRICA SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE

7 Novembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Venerdì 18 Novembre 2016 ore 21,00
presso la sala Polifunzionale della Biblioteca di Lissone
 
l’A.N.P.I. di Lissone organizza una serata informativa sulle ragioni del NO alla riforma Costituzionale
 
Giovanni Missaglia chiarirà i vostri dubbi rispondendo a tutte le domande che gli verranno poste
 
partecipate per essere informati ed esprimere un voto consapevole al referendum
 

ore 21,00 presso la sala Polifunzionale della Biblioteca di Lissone per essere informati ed esprimere un voto consapevole al referendum

a cura di

Giovanni MISSAGLIA,

docente di Storia e Filosofia, autore di manuali di Educazione alla cittadinanza per i Licei

 

RUBRICA SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Il 4 dicembre è il giorno scelto dal governo per il referendum costituzionale.

Il REFERENDUM COSTITUZIONALE ha come oggetto il seguente quesito referendario:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente "disposizioni per il Superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016"?».

Interventi

"CAPIRE, VALUTARE E VOTARE"

"LA GRANDE RIFORMA? LA GRANDE ILLUSIONE"

"UN MOSTRO SOLTANTO ITALICO"

MA CHE SENATO SARÀ MAI? (parte seconda)

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA: ARBITRO O GIOCATORE ?

PREMIERATO FORTE, PARLAMENTO DEBOLE, REGIONI DEBOLISSIME

GOLIA CONTRO DAVIDE ovvero LO STATO CONTRO LE REGIONI

I MISTERI DEL POPULISMO: LA RIDUZIONE DEI COSTI

LA LIBERTÀ NON É STAR SOPRA UN ALBERO ...

altri contributi

Giovanni Missaglia

Giovanni Missaglia

Giovanni Missaglia, vicepresidente dell’ANPI di Lissone

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É morta TINA ANSELMI

2 Novembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone

É morta TINA ANSELMI

L’ANPI di LISSONE la ricorda.

Tina Anselmi era nata a Castelfranco Veneto nel 1927 in una famiglia cattolica antifascista. II suo impegno civile e politico, iniziato con la Resistenza, cui prende parte come staffetta partigiana, è proseguito, dopo la guerra, nel sindacato e all'interno della Democrazia cristiana. Laureata in Lettere all'Università Cattolica di Milano, divenne insegnante nella scuola elementare.

È stata presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2 e della Commissione sulle conseguenze delle leggi razziali per la comunità ebraica.

Eletta alla Camera dei Depurati nel 1968, riconfermata fino al 1992, nel 1976 è stata nominata ministro del Lavoro. È la prima donna in Italia a ricoprire tale incarico.

Ha retto in seguito per due volte il ministero della Sanità, dal marzo 1978 al 4 agosto 1979 e compare fra gli autori della riforma che introdusse il Servizio sanitario nazionale.

Nel corso della sua carriera politica ha fatto parte anche delle commissioni Lavoro e previdenza sociale, Igiene e sanità, Affari sociali.

Si è continuamente occupata molto dei problemi della famiglia e della donna: si deve a lei la legge sulle pari opportunità. Nel 2004 ha promosso la pubblicazione di un libro intitolato “Tra città di Dio e città dell'uomo. Donne cattoliche nella Resistenza veneta” per la quale ha scritto l'introduzione e un saggio.

È stata più volte presa in considerazione da politici e società civile per la carica di Presidente della Repubblica.

Ha scritto Dacia Maraini:

«Ho conosciuto Tina Anselmi molti anni fa, in un tempo in cui stembrava possibile cambiare sia la famiglia che la società. Pur in settori diversi, con un'ideologia differente, Tina e io, come tante altre donne alla metà degli anni Settanta, eravamo unite da una medesima passione civile e da un legame che andava oltre le differenze: la consapevolezza che tutte insieme si poteva fare qualcosa per migliorare non solo noi, ma l'intero paese. Tina nel 1976 fu la prima donna ministro nella storia italiana, e certo per le donne fu una grande conquista.

Se penso alle due date, 1976 e 1978, non posso che valutare il cambiamento che in due anni ha vissuto il nostro paese: dalla conquista di un dicastero per una donna, con tante speranze e la sensazione di un inizio ricco di possibilità, al rapimento Moro e all'uccisione degli uomini della sua scorta, fino, dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio, alla morte dello statista democristiano.

Diceva Tina, nel ricordare la sua esperienza di quei terribili 55 giorni - durante i quali era stata la “staffetta” tra la famiglia Moro e il partito - che mai più nulla sarebbe stato come prima e che «avremmo dovuto dare delle risposte e non fummo capaci di darle». Tina non abdicava mai alla sua libertà di pensiero, al suo giudizio critico».

Nel libro “Bella ciao. La Resistenza raccontata ai ragazzi” Tina Anselmi ricordava che, negli anni Trenta del Novecento, quando frequentava le scuole elementari di Castelfranco Veneto:

«A scuola si studiava, tra le altre materie, la dottrina del fascismo: era una materia obbligatoria, e chi non andava alla lezione di dottrina il sabato pomeriggio, non poteva entrare in classe il lunedì mattina. L’articolo primo della dottrina del fascismo diceva: "Lo Stato è un valore assoluto, niente al di fuori dello Stato, niente contro lo Stato, niente al di sopra dello Stato: lo Stato è fonte di eticità". Secondo quella dottrina, ogni legge è legittima e giusta perché viene dallo Stato, ed è giusto che il cittadino creda, obbedisca e combatta senza porsi nessuna domanda, senza ragionare con la propria testa.

Finché la dottrina si imparava a scuola, noi non ci facevamo caso, si imparava e basta; ma quando abbiamo visto a cosa portava quella dottrina, i suoi effetti pratici, quando abbiamo visto applicato il diritto di perseguire gli oppositori e di ucciderli, di uccidere i malati di mente perché la razza tedesca doveva essere perfetta, il diritto di bruciare la gente nei forni crematori, quando abbiamo visto bruciare nella piazza del paese un medico colpevole di aver curato un partigiano, quando abbiamo udito i lamenti dalle carrozze piombate che deportavano i nostri soldati in Germania, allora abbiamo rifiutato, ho rifiutato e combattuto un regime politico che legittimava le cose più terribili in nome dello Stato».

Tina Anselmi, Gabriella, giovane staffetta partigianaNella prefazione del libro “Tra la città di Dio e la città dell'uomo, donne cattoliche nella Resistenza veneta” ha scritto Tina Anselmi (che, a diciassette anni scelse di fare la staffetta partigiana, con il nome di Gabriella, perché «non potevo voltare lo sguardo dall'altra parte, quando i nazifascisti occupavano la mia terra e portavano morte e distruzione»):

«La fede ha dato la forza di fare anche delle scelte dirompenti, rischiose, trasgressive. Lottare per la libertà ci ha dato la spinta per impegnarci in politica. Credo infatti che la partecipazione sia il contenuto più ricco che il mondo cattolico abbia dato alla Resistenza. Partecipazione che non finisce nell'episodio militare, ma che va oltre e che diventa impegno politico per la vita».

«Adesso quando qualcuno, che evidentemente non ha vissuto la Resistenza, dice che non dovevamo fare azioni di guerra, perché queste hanno portato ritorsioni, vendette, eccidi, la risposta che noi possiamo dare è che se non avessimo fatto niente, i tedeschi e i fascisti per quanto tempo ancora avrebbero occupato il paese? Come ci saremmo presentati davanti a quanti hanno combattuto il nazifascismo? Davanti alle nazioni vincitrici? Alcide De Gasperi si presentò alla Conferenza della Pace di Parigi, dicendo che non tutti gli italiani erano stati fascisti, e poté affermarlo perché c'era stata la Resistenza che legittimava la sua difesa del nostro paese».

Tina Anselmi ha accettato un ruolo estremamente impegnativo, quello di essere presidente della Commissione parlamentare inquirente sulla Loggia P2 di Licio Gelli. Nell’ottobre del 1981 fu la presidente della Camera Nilde Iotti a designarla per quel delicato incarico. E lei prima di decidere prese quindici minuti per riflettere, chiese un parere a un caro amico, Leopoldo Elia, presidente della Corte Costituzionale, e infine accettò.

Disse ad Anna Vinci, autrice del libro “LA P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”: «Il mio rammarico è che non si è voluto continuare a indagare, a studiare il nostro lavoro, ad andare in fondo, a leggere, soppesare i 120 volumi degli atti del Commissione, che tutti potrebbero consultare, che si trovare nella biblioteca della Camera».

Diceva Tina Anselmi: «Basta una sola persona che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio ... Fate presto a pubblicare i miei appunti, dopo, anche solo qualche giorno dopo, sarà troppo tardi»

Purtroppo quel suo lavoro - come per anni ha denunciato, inutilmente, la stessa Anselmi - è stato accantonato.

Continua Anna Vinci:

«Lei ha vinto, tuttavia ....» Lo testimonia la relazione conclusiva, e il suo discorso alla Camera, nella seduta del 9 gennaio 1986. «Ha vinto, perché la Commissione, con la collaborazione di uomini di buona volontà, passione civile e qualità professionale, uomini rari e per questo quanto più preziosi, ha segnato il solco e gettato il seme per un’opera di bonifica nei luoghi nascosti dell'incontro tra crimine, politica, denari, anche, mafie, cominciando dai servizi segreti, come indicava con tanta lucidità e lungimiranza nella relazione ... Una bonifica che, sebbene non sviluppata e completata, è stata un argine al completamento del piano di Rinascita democratica piduista, del materassaio di Arezzo, Licio Gelli ... Tina Anselmi è stata una donna forte, libera e coraggiosa, che ci ha regalato una delle pagine più onorevoli della nostra Repubblica, tanto spesso offesa da coloro che dovrebbero rappresentarla avendo giurato di difendere la Carta costituzionale».

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Una bella notizia

25 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Una bella notizia

Nel luglio 2011, la nostra associazione aveva chiesto all’Amministrazione comunale allora in carica, di dedicare alla memoria del defunto presidente della Repubblica, Sandro Pertini, un luogo di Lissone.

Oggi con la Giunta di Concettina Monguzzi sindaco, il nostro desiderio è diventato realtà.

dal sito del Comune di Lissone:

LISSONE INTITOLERA' UN PIAZZALE A SANDRO PERTINI

«La Giunta Comunale ha deciso di intitolare l'area verde collocata di fronte a Villa Magatti (compresa tra la via Garibaldi e via Paradiso) al Presidente Sandro Pertini. L'intitolazione di questo spazio, che prenderà il nome di "Piazzale Sandro Pertini - Settimo Presidente della Repubblica Italiana - 1896-1990", vuole ricordare il ruolo determinante del Presidente Pertini in un momento particolarmente difficile per la vita del Paese e quanto il suo mandato presidenziale sia stato caratterizzato da una forte impronta personale, tanto da essere ricordato come il "Presidente più amato dagli italiani" e come uno dei "padri della Patria" in virtù della sua opera nell'ambito della Resistenza e dell'Assemblea Costituente».


Domenica 14 settembre 2014 con un “VIAGGIO DELLA MEMORIA” eravamo andati a Stella (SV) alla casa di Sandro Pertini. La casa di Sandro Pertini è in Via Muzio 42 a Stella San Giovanni (SV). È sede Museale e biblioteca, nonché sede dell’Associazione “Sandro Pertini”, che mantiene e diffonde il patrimonio storico, umano e politico del presidente Pertini

Una bella notizia

Alessandro Pertini è nato a Stella (Savona) il 25 settembre 1896. Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche e sociali. Coniugato con Carla Voltolina. Ha partecipato alla prima guerra mondiale; ha intrapreso la professione forense e, dopo la prima condanna a otto mesi di carcere per la sua attività politica, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino. Sottrattosi alla cattura, si è rifugiato a Milano e successivamente in Francia, dove ha chiesto e ottenuto asilo politico, lavorando a Parigi. Anche in Francia ha subito due processi per la sua attività politica. Tornato in Italia nel 1929, è stato arrestato e nuovamente processato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a 11 anni di reclusione. Scontati i primi sette, è stato assegnato per otto anni al confino: ha richiesto di non dare seguito alla domanda di grazia presentata da sua madre. Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933, in cui rinuncia alla domanda di grazia.

Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933

Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933

Tornato libero nell'agosto 1943, è entrato a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalla SS, è stato condannato a morte.

La sentenza non ha luogo. Nel 1944 è evaso dal carcere assieme a Giuseppe Saragat, ed ha raggiunto Milano per assumere la carica di segretario del Partito Socialista nei territori occupati dal Tedeschi e poi dirigere la lotta partigiana: è stato insignito della Medaglia d'Oro.

Il discorso di Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, pronunciato la sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, liberata dalle formazioni “Matteotti”.

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera

Conclusa la lotta armata, si è dedicato alla vita politica e al giornalismo. E' stato eletto Segretario del Partito Socialista Italiano di unità proletaria nel 1945. E' stato eletto Deputato all'Assemblea Costituente. E' stato eletto Senatore della Repubblica nel 1948 e presidente del relativo gruppo parlamentare. Direttore dell'"Avanti" dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1952, nel 1947 ha assunto la direzione del quotidiano genovese "Il Lavoro". E' stato eletto Deputato al Parlamento nel 1953, 1958, 1963, 1968, 1972, 1976.

E' stato eletto Vice-Presidente della Camera dei Deputati nel 1963. E 'stato eletto Presidente della Camera dei Deputati nel 1968 e nel 1972. Dopo il fallimento della riunificazione tra P.S.I. e P.S.D.I,. aveva rassegnato le dimissioni, respinte da tutti i gruppi parlamentari.

E' stato eletto Presidente della Repubblica l'8 luglio 1978 (al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995). Ha prestato giuramento il giorno successivo. Ha rassegnato le dimissioni il 29 giugno 1985: è divenuto Senatore a vita quale ex Presidente della Repubblica. E' deceduto il 24 febbraio 1990.

Questo è il racconto di Pertini, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

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Sandro Pertini

25 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Pertini-e-Biagi.jpgAlessandro Pertini ha 47 anni quando, il 25 luglio 1943, cade Mussolini e più di 13 ne ha trascorsi in carcere o in domicilio coatto. Nel '68 diventa presidente della Camera e nel 1978, ottantaduenne, capo dello Stato. Nel corso del settennato ottiene grande prestigio e uno straordinario consenso popolare.

Questo è il racconto di Pertini Alessandro, del fu Alberto e di Muzio Maria, avvocato, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

25 luglio 1943: come vissero quel giorno

 

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

 

Bibliografia

 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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Aldo Mapelli, patriota

23 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Aldo Mapelli, patriota

Dalla testimonianza di Maurizio Mapelli, figlio di Aldo, e dai documenti del padre da lui gelosamente conservati.

Aldo Mapelli, nasce il 29 giugno 1923 a Besana in Brianza, frazione Calò, proprio davanti alla chiesa dove una volta c’era una cascina ora scomparsa. Figlio di Fermo e di Amabile Corti, Lavora presso la ditta Viganò e Brivio di Via Carotto di Lissone, quando, il 12 gennaio 1943 viene richiamato alle armi.

attestato della ditta Viganò e Brivio di cui era dipendente

attestato della ditta Viganò e Brivio di cui era dipendente

Stemma del 41° Reggimento di fanteria "Modena"
Stemma del 41° Reggimento di fanteria "Modena"

Dal 15 gennaio 1943 viene inquadrato nella Compagnia mortai del 41° Reggimento di fanteria "Modena" con sede a Imperia.

Dopo un addestramento di cinque mesi, il 4 giugno 1943 viene “spedito” in Grecia.

Il Reggimento di fanteria "Modena" rimase nel 1942/43 dislocato in Albania e Grecia con compiti di presidio. Verrà sciolto in Epiro dopo l’8 settembre 1943 a seguito degli eventi che determinarono l'armistizio.

Aldo si trova al fronte in condizioni che, come scrive nel suo diario, lo obbligavano “a dormire sulla paglia senza cambiarsi e a saltare frequentemente pranzo (e cena...)”.

Fatto prigioniero dai tedeschi, il 9 settembre 1943, con altri suoi commilitoni viene internato nel campo di concentramento di Riesa (città tedesca della Sassonia), controllato dalle SS, dove resta per breve tempo, per essere poi trasferito in una caserma in Boemia (in Cecoslovacchia, non lontano da Praga).

Come scrive nel suo diario Aldo Mapelli, questa nuova destinazione si presenta come un “Paradiso”: cuccette per dormire e pranzi regolari; le precedenti astinenze lo portano a descrivere minutamente i “menù” giornalieri (pane, salame, verdure, patate per lo più …). Ogni sera ricorda i genitori e il fratello Carlo, allora prigioniero negli USA.

pagine del diario
pagine del diario
pagine del diario

pagine del diario

Nella ricorrenza della festa di Lissone (il 17 ottobre), lo prende la nostalgia ripensando ai momenti di divertimento trascorsi con gli amici l’anno prima.

La vita nel campo é tranquilla e quasi monotona: pulizie, attendenza al maresciallo tedesco, lezioni sull’uso del fucile, istruzione, indottrinamento, qualche sigaretta, giochi a carte con i commilitoni (cita in particolare il Casati “semper insema”, ma anche Pellegrini, Gazzoni, Gelso di Milano …), e qualche volta un po’ di musica con la fisarmonica.

Vige il divieto di uscire dal campo, neanche per la festa nazionale tedesca (Marcia su Monaco).

Alla vigilia di Natale viene loro concesso il permesso di andare in città per assistere alla proiezione di un film; la serata finisce con una festa che si protrae fino alle ore piccole, a cui partecipano anche soldati tedeschi tra cui il maresciallo Kunze, “ubriaco da far paura”.

Alla baldoria dovrebbe seguire il rientro in Italia “partire per la nostra amata Patria”: queste almeno erano le promesse. E invece:

mappa con i campi di concentramento nazisti

mappa con i campi di concentramento nazisti

qui termina il diario e ... racconta il figlio Maurizio:

«Quando si accorsero che il treno non stava andando verso l’Italia ma nella direzione opposta, con alcuni commilitoni riesce a scappare e a rientrare, ...“non si sa come anche se sicuramente c’entra un treno .., in Italia nel 1944».

Dalle dichiarazioni di Aldo Mapelli riportate nel foglio matricolare: «Sono rimasto in Boemia fino a marzo del 1944, poi fuggo e con mezzi di fortuna rientro in Italia».

dal foglio matricolare
dal foglio matricolare
dal foglio matricolare

dal foglio matricolare

Aldo Mapelli, patriota

A Lissone rimane pochi giorni e si deve nascondere. Si “aggrega” a coloro che stanno organizzando la resistenza. Dalla tessera in possesso di Aldo Mapelli, rilasciata dal Comando Militare di Piazza in collegamento con il Comitato di Liberazione di Lissone, risulta facente parte di una delle squadre della 119ma Brigata Garibaldina (documento firmato da Riccardo Crippa, nome di battaglia Ettore).

Dagli archivi lissonesi di storia locale:

Tra i compiti del CLN lissonese vi erano quelli di “organizzare squadre armate di difesa e di intervento”, di agire per “incrementare la lotta partigiana”. I componenti di queste squadre dovevano essere “elementi scelti, che diano prova di saper agire, che siano di provata fede antifascista”. Inoltre, per il loro delicatissimo impiego, dovevano “godere la stima della popolazione per le loro doti di moralità e di onestà”.

Nel verbale del 21 settembre del 1944, vengono date al comandante delle squadre delle direttive ben precise per il momento dell’insurrezione, che si crede ormai prossima: in realtà dovrà intercorrere ancora un lungo inverno. In particolare:

1°) Occupazione della caserma della G.N.R. (n.d.r. Guardia Nazionale Repubblicana, che durante la Repubblica Sociale Italiana aveva sostituito l’arma dei Carabinieri) – Insediamento e punto di ritrovo dei componenti delle squadre;

2°) Organizzazione dei turni di servizio del vettovagliamento;

3°) Occupazione delle aziende pubbliche – gas, luce, acqua; centrale telefonica, magazzino viveri, stazione ferroviaria;

4°) Ordine pubblico

a) evitare disordini, saccheggi, distruzioni di negozi in genere con il fermo di persone sospettate di capeggiare gruppi che abbiano a fomentare disordini per attuare i loro piani criminali;

b) arresto e fermo di persone segnalate nelle liste – loro relegazione e custodia in appositi locali.

trascrizione di documenti originali
trascrizione di documenti originali
trascrizione di documenti originali

trascrizione di documenti originali

tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata
tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata
tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata

tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata

Aldo Mapelli, patriota

Nei giorni della Liberazione lo ritroviamo festante con i compagni davanti all’attuale palazzo Terragni, in quei giorni “Casa del Popolo”, Aldo é il secondo da sinistra

primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone

primo maggio 1945 a Lissone

Aldo Mapelli, patriota

Aldo Mapelli non lascia più Lissone, dove opera come falegname/mobiliere.

Dalla casa di ringhiera di Via Madonna, dove festeggia la nascita del primogenito Maurizio, e con la falegnameria rivolta su piazza Garibaldi, dove ora c’é un ristorante, con la famiglia si trasferisce a Monza, però sempre al confine con Lissone, alla Cascina Crippa, casa natale della moglie Claudina, dove apre un laboratorio di falegnameria e restauro ancora esistente.

Il suo banco da lavoro fa bella  mostra in un prestigioso ristorante ad Alzano Lombardo
Il suo banco da lavoro fa bella  mostra in un prestigioso ristorante ad Alzano Lombardo
Il suo banco da lavoro fa bella  mostra in un prestigioso ristorante ad Alzano Lombardo

Il suo banco da lavoro fa bella mostra in un prestigioso ristorante ad Alzano Lombardo

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Campo di concentramento di Fossoli, 12 luglio 1944

2 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il 12 luglio 1944, 67 internati politici, prelevati dal vicino campo di concentramento di Fossoli, furono trucidati dalle SS naziste all’interno del poligono di tiro di Cibeno.

L’ANPI di Monza, domenica 11 luglio, per la celebrazione del 66° anniversario dell’eccidio, deporrà una corona d’alloro sul luogo della tragedia.

I sei antifascisti brianzoli fucilati:

ANTONIO GAMBACORTI PASSERINI nato a Monza il 14/06/1903

AROSIO ENRICO nato a Monza il 13/11/1904

GUARENTI DAVIDE nato a Monza il 28/08/1894

CARLO PRINA nato a Monza il 28/06/1908: apparteneva alla 25° Brigata del Popolo

CAGLIO FRANCESCO nato a Lesmo nel 1909: apparteneva alla Brigata del Popolo

MESSA ERNESTO nato a Monza il 28/08/1894

 

Antonio Gambacorti Passerini Enrico Arosio Davide Guarenti Carlo Prina Francesco Caglio Enrico Messa

 

Il campo di concentramento di Fossoli era situato nei pressi di Carpi, in provincia di Modena.

23 giugno: viene ucciso a tradimento Poldo Gasparotto

Venti giorni dopo, il 12 luglio, 67 internati antifascisti vengono fucilati.

In quel periodo anche Don Paolo Liggeri era internato a Fossoli. Nelle pagine di luglio 1944 del suo diario (pubblicato nel libro “Triangolo rosso – Dalle carceri milanesi di san Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen Dachau) scrive:

«Sono inquieto questa sera, e, per quanto cerchi di dominarmi, non riesco a calmare il mio nervosismo. Dio mio, mi sembra un delitto il solo pensare certe cose, ma dal momento in cui me ne hanno prospettato la possibilità ... Dunque le cose stanno così!

Questa sera, durante la solita adunata per l'appello, è sopraggiunto il maresciallo Hans delle SS con un gran foglio in mano, e ha fatto semplicemente annunciare che coloro che sarebbero stati chiamati avrebbero dovuto lasciare le file e inquadrarsi a parte. Abbiamo avuto tutti il solito brivido di sgomento che ci coglie ogni volta che si presenta la poco lieta prospettiva di una deportazione in Germania.

L'odioso appello è stato subito iniziato, e, contrariamente alle altre volte, è stato lo stesso maresciallo a chiamare ad alta voce il numero di matricola di ogni internato prescelto. Era una breve lista (settanta uomini), ma ci è sembrata interminabile; e l'atmosfera intorno era divenuta stagnante, pregna di amarezza, di neri presentimenti, non so, non riesco a definire.

Siamo tornati alle nostre baracche con le spalle curve e il cuore stretto ... Io anche questa volta, non sono fra i chiamati. Sono andato a portare la comunicazione al mio vicino di pagliericcio,. il generale della Rovere che non era venuto all’appello perché indisposto. Appena gli ho comunicato che era stato incluso nella lista, l'ho visto trasalire: un attimo; subito si è ricomposto, mi ha stretto la mano, e guardandomi con fermezza negli occhi, mi ha detto:

Non ci vedremo più! ...

Davanti e dentro la 21 A, una ressa indescrivibile: gente che trasporta bagagli e pagliericci, abbracci e baci pieni di effusione che si alternano alle calorose strette di mano del più riservati, e uno schiamazzo continuato, un misto di richiami, di saluti ad alta voce, di promesse, di giuramenti, di auguri, di esortazioni, .di parole d’incitamento di esclamazioni di ogni genere, di espressioni fiere ...

C’e chi grida: La va a pochi! (e mi ricorda Gasparotto ... ). C'è chi è visibilmente commosso, non solo fra quelli che partono, ma anche fra quelli che restano ... , come se volessero scacciare un nero presentimento. 

Il fischio stridulo della ritirata ha messo fine ai commiati.

Quando sono rientrato nella mia baracca, G. mi ha chiesto:

- Lo sai?

- Che cosa?

- Degli ebrei ... ?

- Non so nulla di nulla. Spiegati!

Saranno stati una ventina. Sono stati portati fuori del campo con un camion, equipaggiati con piccone e pala. Sono usciti prima di mezzogiorno e non sono ancora rientrati.

- Be', che vuoi dire?

- Non capisci, o non vuoi capire?

- Parla chiaro! che vuoi dire?

- Li uccideranno ...

- Chi, gli ebrei?

- No, quegli altri.

- Li ucci ... Ma sei tu che dovresti farti impiccare, una buona volta! - Ero così furibondo che l'avrei strozzato - Io non capisco che gusto ci provate tu e molti altri a far circolare sempre le notizie più catastrofiche e a far star male tanti compagni che ne hanno già d'avanzo senza le vostre mal augurate fantasticherie.

Ma gli ebrei non sono tornati.

- Segno che sono andati ad aggiustare qualche strada, o a sgombrar macerie.

- Ma anche Fritz l'interprete si è lasciato sfuggire qualche cenno ...

- Fammi il piacere, non parlarne più con nessuno.

Dio mio, adesso ch'è notte, ci penso ancora e non riesco a tranquillizzarmi. Se fosse vero ... Sciocchezze! Abbiamo, tutti, i nervi malati ... Eppure con le SS tutto è possibile. Basti ricordare Gasparotto ...Ma Gasparotto era uno, questi sono settanta. Sarebbe enorme!

Della mia baracca (la 16 A) sono stati scelti diciassette, fra cui i miei due vicini di pagliericcio: li rivedo. Questa sera non mi daranno la «buona notte» ...

Rivedo anche gli altri, tutti amici cari ... Olivelli, Carlo Bianchi, l'avvocato Vercesi, Passerini, Prina, Francesco Caglio, Arosio, Guarenghi, il colonnello Panceri, e Nilo (simpatico bersagliere padovano), Gulin (oh, quella fuga malriuscita), e Kulziski il capo baracca, e gli altri di cui in questo momento non ricordo i nomi. Penso alle loro famiglie ... il colonnello Panceri mi ha parlato questa mattina della sua Mimma e Carlo Bianchi mi ha mostrato la foto dei suoi «pupi». Attende il quarto ...

No, no! Ho i nervi malati. Sono pazzo. È impossibile! 

Fòssoli - 12 luglio 1944

Li hanno ammazzati tutti!

Questa mattina, all'alba, li hanno ammazzati come cani, poveri fratelli miei! È terribile! 

(continua)

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