Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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viaggio a Stella

23 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone

viaggio a Stella

Domenica 14 settembre 2014 “VIAGGIO DELLA MEMORIA” a Stella (SV) alla casa di Sandro Pertini

Partecipanti al viaggio a Stella (SV), organizzato dalla Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, davanti alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini.

La casa di Sandro Pertini è in Via Muzio 42 a Stella San Giovanni (SV). È sede Museale e biblioteca, nonché sede dell’Associazione “Sandro Pertini”, che mantiene e diffonde il patrimonio storico, umano e politico del presidente Pertini.

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Milano, 16 agosto 1943: il capolavoro di Leonardo in grave pericolo

15 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

1943 Milano 1943 Milano Corso Vittorio Emanuele

Milano e le cittadine confinanti furono fra i luoghi italiani più colpiti durante la seconda guerra mondiale. Il primo bombardamento avvenne nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1940 con lievi danni alle strutture pubbliche ed industriali. Ne seguirono altri, ad intervalli, fra il giugno e il dicembre 1940. Il primo massiccio bombardamento di Milano (dopo un intervallo durato tutto il 1941 e parte del 1942) si verificò il 24 ottobre 1942, in pieno giorno, ad opera dell'aviazione inglese. Nella notte del 14-15 febbraio 1943 fu il turno degli aerei americani. Fra il 7 e l'8, il 12 e il 13, il 14 e il 16 agosto 1943 gli attacchi furono più violenti e numerosi: Milano fu colpita più volte da ben 916 bombardieri. Vennero sganciate in quei giorni 2600 tonnellate di bombe. Furono distrutte migliaia di case, i servizi pubblici furono interrotti, i morti si contarono a centinaia. I bombardamenti proseguirono nel 1944 in un crescendo pesantissimo.

1943 Milano palazzo bombardato 1943 Milano Piazza Fontana bombardata

Alla fine del 1943 a Milano si contavano 250.000 senza tetto, 300.000 evacuati, 687 morti e 113 feriti. Il 65% dei monumenti era stato gravemente danneggiato o distrutto. Dei 273 edifici protetti della città, 183 avevano subito danni.

1943 Milano San Babila bombardata 1943 Milano Sant'Ambrogio bombardata 

Il 14 febbraio 1943 un raid aereo provocò qualche danno di minore entità alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e alla volta del refettorio. Un altro attacco durante la notte fra il 13 e il 14 agosto 1943 danneggiò il convento ma non il refettorio.

1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 

Padre Acerbi, un veterano della grande guerra, trascorse l'ennesima notte all'addiaccio in un umido rifugio antiaereo di Milano, in compagnia dei suoi confratelli domenicani. Sperava che i terrificanti eventi cui aveva assistito la notte precedente non si sarebbero ripetuti. Era domenica 15 agosto 1943. Quel giorno lui e i suoi concittadini avevano festeggiato Ferragosto, l'Assunzione di Maria Vergine, ma la celebrazione si era svolta sottotono. Acerbi aveva pregato per la cessazione dei bombardamenti, chiedendo anche solo qualche ora di tregua: i milanesi erano stanchi e avevano bisogno di dormire, così come lui e gli altri frati.

Poco dopo la mezzanotte, mentre la luna piena cominciava a riemergere da un'eclissi parziale, aveva riudito il temuto suono delle sirene antiaeree. I raid precedenti avevano già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare la città. Venti minuti dopo le sirene, aveva sentito il rombo dei bombardieri, poi coperto dal frastuono delle prime esplosioni. La terra aveva tremato sotto i piedi dei confratelli, con crescente violenza, a mano a mano che la prima ondata dei Lancaster della RAF britannica si avvicinava al centro. I lampi delle esplosioni avevano reso ancor più luminoso il cielo già chiaro. L’aria si era riempita dell'odore acre degli incendi. Un ordigno da quasi due tonnellate era scoppiato vicino al rifugio dei monaci, con un boato assordante.

Qualche notte prima, le schegge avevano investito la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il refettorio. Sorprendentemente, nessuna aveva danneggiato il gioiello di Milano, l'opera che sorvegliava i pasti quotidiani dei domenicani: L'ultima cena di Leonardo. Per tradizione, da secoli i frati mangiavano di fronte alla parete su cui Leonardo aveva ritratto i dodici apostoli e Gesù in procinto di consumare la loro cena.

Quando sorse l'alba, padre Acerbi vide che l'esplosione aveva interrotto quella tradizione, forse per sempre.

Leonardo aveva scelto un approccio contemplativo quando aveva dipinto il Cenacolo. Matteo Bandello, giovane monaco e rinomato autore di novelle, osservò che Leonardo «soleva anco spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro di che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava».

Quando l'affresco era stato terminato, nel 1498, tutti erano rimasti sbalorditi. Fino ad allora le rappresentazioni di quel soggetto, dai primi affreschi nelle catacombe del V e del VI secolo fino alle opere più recenti di Taddeo Gaddi (1350 ca.), Andrea del Castagno (1447 ca.), Domenico Ghirlandaio (1480 ca.) e Pietro Perugino (1493 ca.), avevano enfatizzato il tema dell'eucaristia, disponendo i dodici apostoli intorno al tavolo mentre Cristo preparava e offriva il pane e il vino consacrati. L’ambientazione di quelle opere era immaginaria, le figure erano statiche e prive di emozioni. Spesso Giuda veniva ritratto in disparte, lontano da Gesù e dagli altri apostoli.

Ma Leonardo, attento osservatore della natura e studioso del corpo umano, aveva rotto con la tradizione e fuso la cerimonia dell'eucaristia con il drammatico momento in cui Cristo annuncia ai presenti: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Avendo notato che «i movimenti dell'uomo sono altrettanto variegati delle emozioni che li attraversano», il maestro aveva ritratto la reazione di ogni apostolo a quell'annuncio sconvolgente: Filippo si porta le mani al petto come a protestare la sua innocenza, Giacomo maggiore fa un gesto di indignazione, Bartolomeo non stacca gli occhi da Gesù e si sporge in avanti, mentre Giuda, dopo avere rovesciato accidentalmente il sale, si ritrae sulla difensiva e stringe un sacchetto, forse contenente i trenta denari. L’uso del colore e l'aspetto realistico dei personaggi coinvolgono l'osservatore nella drammatica narrativa di Leonardo.

La notte di Ferragosto del 1943 il dipinto rischiò di scomparire, polverizzato. La bomba piombò al centro del chiostro dei Morti, un piccolo spazio erboso a est del refettorio e a nord della chiesa. L’esplosione distrusse il corridoio coperto che i monaci biancovestiti attraversavano quotidianamente. L’unica testimonianza rimasta della sua esistenza erano alcune colonne spezzate, che fino al giorno prima sostenevano le graziose arcate e gli affreschi del passaggio che portava alla chiesa.

La detonazione mandò in frantumi la parete orientale del refettorio, facendo crollare il tetto. Le travi maestre distrussero la fragile volta dell'edificio come un martello calato su un uovo. Nel 1940 i funzionari addetti alla tutela delle opere d'arte avevano preventivamente sistemato una protezione fatta di sacchi di sabbia, impalcature di legno e rinforzi metallici su entrambi lati della parete settentrionale. Grazie a questa precauzione, il capolavoro di Leonardo non crollò. Anche se il giorno dopo l'attacco nessuno era in grado di confermare lo stato dell'Ultima cena, padre Acerbi pensò al miracolo quando vide che, forse, l'affresco era sopravvissuto a una bomba esplosa a una ventina di metri di distanza.

Per dipingerlo, Leonardo aveva adottato una tecnica sperimentale. Invece di utilizzare il procedimento consueto, applicando i pigmenti all'intonaco fresco, aveva dipinto su una parete asciutta, sperando di ottenere una tavolozza più completa. Questo approccio si adattava bene anche al suo metodo di lavoro, lento e meditativo. Aveva impiegato circa tre anni a completarlo; una volta finito, misurava 460 cm di altezza per 880 di lunghezza, e copriva quasi l'intera larghezza del refettorio. Ma l'esperimento era fallito: dopo meno di vent'anni, la superficie pittorica mostrava già diversi segni di deterioramento. Nel 1726 c'era stato il primo di una lunga serie di interventi di restauro, alcuni documentati, altri no. Troppo spesso, però, questi sforzi riflettevano non tanto l'intenzione di far riaderire la pittura di Leonardo alla parete perpetuamente umida, quanto piuttosto il desiderio del restauratore di legare la sua attività e il suo nome al capolavoro. Come osservò un'esperta: «Non esiste al mondo un'opera d'arte che, quanto il Cenacolo, sia più venerata dal popolo e più offesa dagli intellettuali».

L’attacco aereo del 16 agosto 1943 fu solo l'ultimo e il più drammatico esempio di «intervento» invasivo.

L’umidità della parete settentrionale aveva sempre preoccupato i custodi dell'affresco, e la sua improvvisa esposizione agli elementi creò nuovi rischi. Il crollo del muro orientale infranse il delicato microclima del refettorio; la calura dell'estate milanese aumentò l'umidità della parete, provocando un rigonfiamento e quindi un distacco del materiale pittorico. L'esplosione aveva anche scaraventato alcuni sacchi di sabbia contro la superficie del dipinto: il primo temporale estivo avrebbe potuto lavarne via intere sezioni. Un edificio più basso a ridosso della parete settentrionale del refettorio aveva subito gravi danni ed era pericolante; forse sarebbe bastata una scossa, e di sicuro un'esplosione ravvicinata in seguito a un altro raid alleato, per far crollare il muro. Anche se questo fosse sopravvissuto, il capolavoro di Leonardo era in grave pericolo.

 

Bibliografia:

Guglielmo Mozzoni, La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio 1943 al 30 aprile 1945, Edizioni Arterigere 2011

Robert M. Edsel, Monuments men, Sperling & Kupfer 2013

1943 Milano galleria 1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 2 1944 dicembre Milano La Scala 2

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un lutto nella nostra Sezione

12 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Giuseppina Galanti ci ha lasciati. Era nel Consiglio direttivo della nostra Sezione. Ha combattuto con tutte le sue forze una malattia dolorosa. Era sempre partecipe a tutte le nostre iniziative fino all’ultimo, dando il suo contributo prezioso. Era schiva ma ben determinata nello svolgimento degli incarichi a lei affidati. Ci mancherà la sua dolcezza, la sua simpatia, il suo sorriso.

Il direttivo della Sezione

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Seconda missione del CLNAI in Svizzera (23 ottobre-8 novembre 1944)

29 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La campagna alleata in Italia andava esaurendosi sull'Arno e immani problemi si affacciavano per poter sostenere il movimento nei mesi a venire, e forse per tutto il periodo invernale.
Il maggiore inglese Churchill (Peters) che era stato paracadutato insieme con Cadorna insisteva perché rappresentanti del CLNAI andassero al Sud.
In una riunione del 21 ottobre Parri comunicò che era giunto un messaggio da Berna che informava dell' arrivo in Svizzera di un colonnello Rosebery, del War Office di Londra, che desiderava conferire con Leo (Valiani). Così fortunatamente ci si mise tutti d'accordo su una missione Pizzoni-Valiani con incarichi politici e finanziari, e fu questa gran fortuna perché da essa scaturì l'accordo degli Alleati sull'invio della prima delegazione del CLNAI al Sud.
Si attraversava un periodo difficile con i corrieri: in seguito a vari incidenti, i valorosi corrieri stavano organizzando nuove linee di espatrio.
La missione Pizzoni-Valiani si protrasse per sei giorni (23-29 ottobre 1944), e furono giorni pieni, con una quantità di colloqui con autorità alleate e svizzere e con amici emigrati politici.
Leo ebbe un primo colloquio con il colonnello Rosebery, che, per averlo già conosciuto, aveva in lui molta fiducia. Poi Rosebery parlò a lungo con me e gli esposi la nostra tragica situazione, con l'inverno alle porte, la repressione nazifascista in pieno sviluppo, i partigiani demoralizzati per il mancato intervento alleato nell'Ossola.
Il 25 ottobre, nella sala del consolato britannico si tenne una riunione plenaria angloitaliana. Si parlò dapprima del fabbisogno finanziario, necessario per alimentare la lotta e i rappresentanti del Comitato lo indicarono in un minimo di 160 milioni di lire mensili, di cui circa il 40 per cento per il Piemonte e il rimanente per le altre regioni. Decisa la missione al Sud, si stabilì di trattare colà quanto si riferiva ai mezzi finanziari.
Il mio compito era quello di persuadere i miei interlocutori che i fondi erano affidati a mani sicure e che la loro distribuzione, ai centri e comandi più importanti, veniva effettuata con discernimento e cautela. Spiegai quindi ampiamente come veniva custodito il danaro, come veniva cambiato in banconote per la distribuzione in centri dove gli assegni non potevano essere convertiti in biglietti di banca, e in base a quali criteri veniva fatta la ripartizione fra regioni, ecc.
In relazione alla grave crisi di danaro circolante nell'Italia del Nord e quindi alle difficoltà di ottenere banconote, io dissi che i finanziamenti si sarebbero dovuti effettuare contemporaneamente seguendo due direttive:
a) dalla Svizzera, con compensazioni, garanzie bancarie o invio diretto, mediante i fidi corrieri, di biglietti di banca italiani, possibilmente escludendo l'invio di banconote svizzere;
b) dall'Italia del Sud mediante lancio da trasporti aerei, per i quali fu indicato un campo a Malghe Fontana Mora, zona Presolana, a quota 1.900 metri circa - ampiezza del campo 700 metri per 400; località più vicina: Gromo, a tre ore di mulattiera.
Furono predisposti anche i messaggi radio, negativo: «Ritorna l'inverno»; positivo: «L'Italia è bella». Il campo era controllato dal locale comando di zona e poteva esserlo anche da inviati del Comando militare e del CLNAI: era stato scelto da Ferruccio Parri.
Altro importantissimo argomento di discussione fu il lancio di rifornimenti alle formazioni partigiane, che era stato particolarmente esiguo nei mesi di settembre e ottobre. Ciò, oltre a diminuire l'efficienza dei reparti, aveva avuto un effetto deprimente sul loro spirito combattivo, coincidendo con l'arrestarsi dell'offensiva alleata e con l'approssimarsi dell'inverno.
Gli Alleati consideravano il nostro apporto secondario dal punto di vista militare, considerato, e mi indussero a intensificare gli sforzi per far sempre più apprezzare l'importanza del movimento politico, prospettando il CLNAI come un organo che sempre più, e meglio, attirava a sé tutte le forze antifasciste dell'Italia del Nord, le teneva unite e dava a loro un indirizzo unitario.
Sempre a proposito di lanci, e con riferimento al periodo di nostra occupazione dell'Ossola, il colonnello Rosebery precisò che per sei giorni dieci carriers (grossi aeroplani da trasporto) con scorta di caccia, erano stati tenuti pronti a compierne, ma non avevano potuto decollare per le piogge e il terreno fangoso: si trattava di quindici tonnellate di materiale per spedizione.
 
La lotta che si svolse nell'Ossola
Nel settembre, alcune formazioni partigiane che ivi operavano occuparono tutta la zona, scacciandone i presidi tedeschi e fascisti. L'operazione dette subito l'impressione di stabilità e si costituì immediatamente una giunta di governo dell'Ossola, primo esperimento insurrezionale su scala di una certa importanza.
L'impresa dell'Ossola, indubbiamente gloriosa, fu sfortunata: l'avanzata degli Alleati in Italia arrestata, il mancato arrivo di rifornimenti e di armi per un complesso di vicende e fatalità, la sorda e mal celata rivalità nei comandi delle formazioni, così che solo negli ultimi giorni si riuscì a costituire un comando unico, tutto questo fece sì che, quando i nazifascisti tornarono all'attacco con forze preponderanti, la Resistenza dovette cedere nonostante i numerosi atti di abnegazione e di valore individuali.
Bibliografia
Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995
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Prima missione del CLNAI in Svizzera (29 marzo-5 aprile 1944)

22 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Fin dal novembre 1943, Ferruccio Parri (allora Marsili, e poi Walter, prima di diventare Maurizio) che aveva avuto dal CLN l'incarico di occuparsi della parte militare del movimento di Resistenza, ritenne opportuno di stabilire un contatto con gli Alleati e di sua iniziativa si recò in Svizzera, accompagnato, all'insaputa di tutti, da Valiani (Leo); furono così abbozzati i primi accordi in colloqui con McCaffery (ufficiale britannico, capo della centrale svizzera della Special Force) e con altri esponenti alleati e svizzeri.

Successivamente avvertivamo la necessità di nuove intese con gli Alleati e, in una riunione del CLNAI avvenuta nel mese di marzo 1944 a Canegrate, fu deciso di inviare delle missioni al Sud e in Svizzera.

La prima fu affidata a Parri e a Pippo Dozza (Ducati, rappresentante del PCI nel CLNAI, sarà sindaco di Bologna su incarico del CLN nei giorni della Liberazione), ma non si effettuò mai per la impossibilità di compiere il viaggio. Per la missione in Svizzera fui designato io insieme con l'avvocato Giambattista Stucchi (Federici) di Monza, di parte socialista, con l'intesa che io dovevo occuparmi principalmente di argomenti politici e di finanza e Stucchi, che era uno dei collaboratori di Parri, di argomenti militari.

 

Per l'organizzazione del nostro espatrio ci affidammo al più anziano dei nostri corrieri: in automobile fino oltre Malnate; poi, in una strada secondaria trovammo un contrabbandiere con delle biciclette e così per sentieri raggiungemmo un cascinale nei pressi di Uggiate; ivi sostammo fino all'imbrunire e allora proseguimmo a piedi, cautamente, fino nelle vicinanze della rete di confine. Scambiati i segnali con i doganieri svizzeri, dopo una corsa veloce, arrivammo alla rete, già tagliata; strisciammo sotto, fummo accolti da un doganiere e da un contadino, e con loro raggiungemmo una vicina casa. Lì era ad attenderci quello che fu sempre il nostro grande amico svizzero, il capitano Guido Bustelli, del servizio politico-militare dell'esercito. Poi raggiungemmo Lugano, dove, nella sua abitazione privata, il viceconsole britannico, signor Lancelot de Garston, ci attendeva insieme con McCaffery.

Parlammo a lungo. Pur riconoscendo che nei pochi mesi di lotta, nello smarrimento e nella confusione di idee e di propositi conseguenti all'8 settembre, l'opera di organizzazione era stata lunga e difficile, pur tenendo presenti gli enormi e continui pericoli della vita cospirativa, era certo che gli unici organi capaci di organizzare la Resistenza, autorizzati a farlo - e che di fatto stavano raccogliendo e prendevano ogni giorno più saldamente in pugno le redini del movimento - erano i CLN. Nulla di serio o di importante era possibile all'infuori di essi. Era preciso interesse degli Alleati, e loro dovere, di far capo e di aiutare unicamente i CLN; di insistere perché tutti i partigiani e gli antifascisti facessero capo ai CLN; di indirizzare in questa opera di autorità e di persuasione tutti quelli che dall'Italia chiedevano aiuto in Svizzera.

 

Alla fine riuscimmo a persuaderlo, cosicché egli divenne il nostro più valido amico e sostenitore sia presso gli antifascisti italiani, sia presso il governo di Londra che a poco a poco fu indotto a riconoscere ufficialmente l'autorità del CLNAI e ad appoggiarlo, quasi esclusivamente, in ogni sua attività.

McCaffery, poi, insistette sempre nel chiederci di occuparci il meno possibile di politica e il massimo possibile di attivismo. Egli accettò i nostri argomenti che dimostravano come i partigiani italiani, dopo vent'anni di regime dittatoriale, non potevano non preoccuparsi di politica, e che l'idea antifascista era il massimo e quasi unico comune denominatore che li tenesse uniti e che desse il lievito e l'ideale alla terribile lotta che conducevano, lotta che si doveva prevedere fosse dura e lunga, rendendo quindi indispensabile un contenuto di alta idealità che sostenesse i combattenti nel tempo e nei momenti di stanchezza e di smarrimento.

Descrivemmo con accorate parole lo sfascio dell'esercito italiano dopo l'8 settembre e come, di conseguenza, gli ufficiali in servizio permanente effettivo, specie dei gradi superiori, avessero perso ogni autorità, come questi ultimi non fossero adatti a condurre una guerra del tipo partigiano, come infine gli ufficiali inferiori e i soldati che ancora volevano battersi si andavano facilmente inquadrando nelle formazioni partigiane, nelle quali in genere gli elementi più decisi e capaci finivano con affermarsi e ottenere i posti più importanti.

Comunque, una selezione era in atto e bisognava riconoscere e ammettere una realtà, cioè che il Partito comunista dava coi suoi militanti un apporto decisivo nella lotta, sia per numero, sia per fermezza di intenti.

Intuivo, e poi seppi esattamente, che gli Alleati ci volevano attivisti, organizzatori e non politici, o, almeno, politici solo per quel tanto che serviva a dare ampiezza e forza alla nostra lotta. E sapevo che gli aiuti, da parte alleata, senza i quali ben poco di fattivo potevamo costruire, ci sarebbero venuti solo se ci conformavamo alle loro direttive.

Dopo qualche sera della nostra permanenza a Lugano e dopo lunghe osservazioni con Stucchi, col quale procedetti sempre d'accordo, e che fu un leale, serio e assennato compagno di lavoro, decidemmo, anche perché Dulles non aveva ancora potuto venire a Lugano, di consegnare a McCaffery il piano completo delle forze e delle dislocazioni delle unità partigiane, che era nelle nostre mani.

 

Ricordo che a quell'epoca (marzo 1944) la consistenza delle nostre bande era di 8-10.000 uomini, effettivi, inquadrati nelle formazioni, e i nuclei organici ben individuati, numerosi e dis­seminati per tutta l'Italia del Nord. Nel piano che consegnammo il tutto era accuratamente segnato in ampia carta geografica e dava quindi anche la prova della accuratezza dei nostri servizi centrali.

Gli inglesi furono molto impressionati e da questo documento e dal lungo rapporto che Stucchi fece. So che impiegarono l'intera notte a inviare un dispaccio cifrato a Londra e si può affermare che la nostra opera personale e i dati che abbiamo fornito valsero a iniziare l'opera di valorizzazione del movimento di Liberazione dell'Italia del Nord, e, col tempo, a ottenerci quel riconoscimento ufficiale da parte delle autorità alleate, che accettarono il CLNAI come l'unico organo propulsore e guida autorizzata nella lotta per la Liberazione dell'Italia del Nord. Inoltre, da allora McCaffery e i suoi uomini divennero nostri decisi sostenitori, e così pure Dulles, e la loro opera fu preminente e preziosa, per tutti gli aiuti che ci vennero.

Il raggiunto affiatamenro ebbe per diretta conseguenza un immediato aiuto finanziario, che concordammo provvisoriamente in lire 10 milioni al mese, da fornirsi in parti uguali dai britannici e dagli americani.

 

Con il capitano Bustelli (trovammo in lui un uomo deciso ad aiutarci in tutti i modi, compatibilmente con le istruzioni che aveva dai suoi superiori e con le direttive politiche della Svizzera) dovevamo concordare il servizio regolare dei corrieri per il Comitato. Dovevamo, inoltre, disciplinare l'accoglimento in Svizzera di profughi politici italiani.

Non esisteva per gli italiani un diritto di asilo, ma bensì una facoltà da parte svizzera di accordarlo. Alla frontiera, la prima autorità svizzera che accoglieva erano i doganieri, che dipendevano per la parte polizia dalla Polizia cantonale, con sede a Bellinzona.

Non tutti i doganieri potevano comprendere la nostra situazione, anzi alcuni erano seccati per il molto lavoro che il continuo passaggio dava loro e propensi a non andare tanto per il sottile; così avvennero molti casi di persone ricacciate oltre frontiera, che poi incapparono nei fascisti o nei tedeschi e furono incarcerate e morirono.

 

Nei nostri colloqui fu chiarita la posizione dei fascisti che tentavano di espatriare e fu raggiunto un accordo. Infatti, durante tutto il periodo della cospirazione ben pochi, dopo i giorni caotici immediatamente susseguenti all'8 settembre, riuscirono a passare. Per gli ebrei che potessero provare la loro situazione, non c'era dubbio: gli svizzeri erano dispostissimi ad ammetterli.

Il nostro compito fu quello di assicurare asilo agli emigrati politici e di facilitarne l'identificazione nei casi in cui non potessero provare le loro ragioni di espatrio. Si addivenne così a una intesa sulla base del famoso passaporto del CLNAI. Fu questo un documento concordato nel testo, nelle persone che erano autorizzate a stilarlo e firmarlo e nella calligrafia di queste persone, delle quali fu inviato esemplare a Bustelli.

Questo passaporto valeva per tutti i posti di confine lungo la frontiera Italia-Canton Ticino ed era stilato come segue: «Il signor (cognome e nome, anno di nascita) è persona politicamente compromessa, e pertanto lo si raccomanda per il favorevole accoglimento in territorio elvetico. - Per il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - Firma autorizzata».

Di questi documenti ne furono emessi nel corso della lotta circa 300, e i detentori furono accolti.

Infine, organizzammo con Bustelli il passaggio di banconote italiane che erano portate in pacchi dai nostri corrieri autorizzati.

La nostra missione valse a creare un'atmosfera di fiducia nelle autorità svizzere e il successivo sempre corretto comportamento del CLNAI rafforzò la fiducia riposta in noi, che si mantenne inalterata fino alla fine della lotta di Liberazione».

 

Bibliografia

Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995

 

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Il CLN Alta Italia (CLNAI)

7 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il Comitato delle opposizioni sorto a Milano dopo il 25 luglio affrontò febbrili riunioni nei giorni dopo l'8 settembre nel tentativo di organizzare, in accordo con le autorità militari, la resistenza popolare contro l'esercito tedesco avviando arruolamenti per costituire una Guardia Nazionale. Tutto sfumò nel giro di quarantotto ore, quando fu evidente che il generale Ruggero si era accordato con i tedeschi. Nei giorni seguenti, avuta notizia che il Comitato delle opposizioni romano si era trasformato in CL , anche a Milano fu adottata analoga decisione: presidente fu designato l'indipendente Alfredo Pizzoni. A Milano però non era presente il partito demolaburista di Bonomi.

Tra i compiti cui si dedicò il CLN di Milano, che intendeva porsi come interlocutore per la Lombardia e per l'Italia settentrionale, ci furono l'aiuto agli ex prigionieri alleati per raggiungere il confine svizzero, l'allacciamento di contatti con gli Alleati attraverso la Svizzera, la raccolta di fondi per ogni evenienza, il finanziamento delle nascenti formazioni partigiane e il loro rifornimento di armi. Accanto a questi compiti, assumeva ogni giorno un'importanza essenziale quello politico "di impor[si] quale organismo dirigente della nuova lotta, di farne conoscere la funzione all'opinione pubblica, di legare perciò sempre più profondamente l'antifascismo al paese" sconfiggendo i tentativi del fascismo repubblicano di riconquistare il consenso della popolazione".

15 ottobre 1943 LIBERAZIONE Liberazione-1943-15-ottobre-B.jpg

Il Comitato di Liberazione dell'Italia settentrionale si dotò anche di un bollettino, "Liberazione", che nel primo numero del 15 ottobre pubblicò un ordine del giorno, approvato il 7 ottobre, in cui comunicava la propria costituzione e chiamava tutti i cittadini "alla lotta contro il tedesco invasore e contro i fascisti, che se ne fanno servi: [...] non lasciamo deportare nessuno in terra straniera, non lavoriamo per il nemico tedesco; non lasciamoci inquadrare nelle sue formazioni armate. Ci unisca il grido dei nostri padri: “Fuori i tedeschi!”.

Il 3 novembre gli azionisti Leo Valiani e Ferruccio Parri avevano avuto in Svizzera un franco incontro con due alti ufficiali alleati, lo statunitense Dulles e l'inglese Mac Caffery: fu loro spiegato che la Resistenza partigiana non si sarebbe limitata ad azioni di sabotaggio, come intendevano gli Alleati, ma avrebbe condotto una vera e propria guerra di liberazione, per condurre la quale chiedevano un consistente aiuto in armi e munizioni; non mancarono di chiarire che alla base della lotta stava una pregiudiziale repubblicana e antimonarchica.

Di fronte al montare degli scioperi, iniziati a metà novembre a Torino e successivamemte a Genova, a Milano e in Lombardia il CL dell'Italia settentrionale, che non si era attivato nella loro organizzazione, votò un ordine del giorno di piena solidarietà con la classe operaia.

A fine novembre il CLN lanciò anche un appello ai giovani delle classi di leva chiamate ai Distretti, incitandoli a rispondere No e invitando i cittadini ad aiutarli in ogni modo per mantenere quella decisione. Allo scadere del periodo di presentazione il comandante militare di Milano comunicò al Comando dei carabinieri che, delle classi chiamate, si era presentato soltanto il 6%, pertanto lo invitava a operare rastrellamenti e perseguire i familiari.

Quando la Repubblica sociale italiana, a fine dicembre, diede attuazione a un decreto che rendeva obbligatorio il giuramento di fedeltà al nuovo regime da parte dei dipendenti pubblici, il CLN con un appello del 7 gennaio 1944 esortò anche loro alla disubbidienza civile.

Dopo lo sbarco degli Alleati avvenuto il 22 gennaio ad Anzio e che aveva illuso sull'imminente liberazione di Roma, il CLN centrale di Roma, prevedendo di non poter più continuare a dirigere la lotta nel Nord, decise di investire il CLN dell'Italia settentrionale dei poteri di "governo straordinario del Nord" e il 31 gennaio gli inviò una lettera ìnvitandolo ad agire "fin da ora come un centro dirigente e organizzativo di tutto il movimento nazionale per le vostre regioni" dando un deciso impulso "a tutte le forze, dalla guerra di bande agli scioperi, dai sabotaggi alle manifestazioni popolari “per conseguire l'obiettivo fondamentale della insurrezione generale contro l’occupante”.

Pertanto dal 7 febbraio il Comitato di Milano si denominò CLN Alta Italia (CLNAI). Con tale denominazione il 15 febbraio approvò un ordine del giorno in appoggio alla costituzione del Comitato segreto di agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria che stava organizzando il grande sciopero di tutte le fabbriche dall'1 all'8 marzo e invitò i cittadini ad associarsi all'azione di protesta dei lavoratori finalizzata ad affrettare la liberazione del Paese.

Dopo la liberazione di Roma il Comando militare del CLN si trasformò in Corpo Volontari della Libertà, diretto dal generale Raffaele Cadorna, coadiuvato da Parri e dal comunista Luigi Longo: ad esso furono attribuite tutte le competenze della lotta armata partigiana. Il CLNAI a sua volta diventava a tutti gli effetti il governo della Resistenza, alternativo al governo fascista di Salò: i suoi atti e decreti avevano il valore di atti di governo, secondo quanto deliberato dal CLN romano con la lettera del 31 gennaio. A Roma si insediava il governo Bonomi, espressione diretta dei partiti del CLN, che riconosceva il CLNAI come suo rappresentante nell'Italia sotto occupazione.

Nell'estate 1944 il CLNAI prese deliberazioni per far compiere alla Resistenza un decisivo passo avanti nella definizione dei suoi fini politici e sociali: invitò i cittadini "ad aderire alle organizzazioni di massa che fanno parte del movimento di liberazione, a crearne eventualmente altre, a costituire ovunque dei Comitati di Liberazione Nazionale di località e di categoria, di amministrazione, di fabbrica "che sarebbero stati consultati, a liberazione avvenuta, dai CLN provinciali e locali per procedere alla costituzione di enti rappresentativi della volontà dei cittadini". Disposizioni vennero date per la designazione alle cariche pubbliche, in base a criteri paritetici tra i vari partiti.

Questi provvedimenti erano il segnale che il CLNAI riteneva prossima la fase insurrezionale e si preoccupava di predisporre le condizioni di avvio del nuovo potere democratico. Ma nel giro di qualche settimana sarebbe sfumata la speranza di uno sfondamento della Linea Gotica da parte degli Alleati. Anzi le varie polizie nazifasciste passarono al contrattacco nel tentativo di decapitare la Resistenza nei suoi organi direttivi, realizzando arresti di importanti reti clandestine. Sul quadro che andava incupendosi, il 13 novembre piombò il proclama del generale Alexander che invitava le formazioni partigiane a smobilitare, seppur temporaneamente, in attesa dell' offensiva definitiva di primavera. Gli rispose il CLNAI con un proprio proclama che condannava ogni posizione rinunciataria e di compromesso con il nemico e assicurava i combattenti di sostenere la loro lotta.

In quelle settimane una delegazione del CLNAl, guidata dal presidente Pizzoni, era stata al Sud ad incontrare il governo e il Comando supremo alleato: grande fu la delusione sia per l'incomprensione da parte di Bonomi delle istanze che fermentavano negli ambienti resistenziali del Nord sia per l'intransigenza da parte degli Alleati nell'imporre che, conclusa l'insurrezione, il CLNAI cedesse tutti i poteri di governo e di amministrazione al Governo militare alleato e che tutte le formazioni partigiane venissero sciolte e consegnassero le armi.

      Il 25 aprile, prima dell'avvio dell'insurrezione, il CLNAl emanò un decreto sull'amministrazione della giustizia che fissava norme precise "affinché la punizione dei delitti fascisti fosse sottratta alla indignazione popolare e avvenisse con una sanzione di legalità": furono pertanto disposte Commissioni di Giustizia per la funzione inquirente, Corti d'Assise del Popolo per quella giudicante e Tribunali di Guerra per lo stato di emergenza. Contestualmente il presidente del CLNAI Pizzoni fu sostituito con il socialista Rodolfo Morandi. Nell'ultimo mese le riunioni cruciali del CLNAI furono tenute nei locali dell'Istituto salesiano di via Copernico 9. L'insurrezione vi fu proclamata nella storica riunione del 25 aprile, in cui fu ribadita anche la capitolazione totale delle forze nazifasciste e la pena di morte per i gerarchi del fascismo.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

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Il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (CCLN) di Roma

5 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il CL romano, sorto immediatamente dal preesistenre "Comitato dei partiti antifascisti", assunse il ruolo di CL centrale sia per la sua collocazione nella capitale sia per la presenza in esso di esponenti di spicco dei partiti antifascisti (Ivanoe Bonomi per la Democrazia del lavoro, Alcide De Gasperi o Giovanni Gronchi per la DC, Ugo La Malfa per il Pd'A, Pietro Nenni per il PSIUP, Giorgio Amendola per il PCI.

I partecipanti alle prime riunioni, sotto la presidenza di Bonomi, furono: il democristiano De Gasperi, il liberale Casati, il demolaburista Ruini, i comunisti Scoccimarro e Amendola, i socialisti Nenni e Romita, gli azionisti La Malfa e Fenoaltea.

Il 16 ottobre il CCLN approvò all'unanimità un impegnativo ordine del giorno, proposto dagli azionisti e stilato da Gronchi, che proponeva una netta rottura rispetto allo Stato monarco-fascista: di fronte al disegno mussoliniano di suscitare gli orrori della guerra civile e alla situazione creata dal re e dal governo Badoglio, dichiarava che la "guerra di liberazione, primo compito e necessità suprema della riscossa nazionale", necessitava di unità spirituale del Paese e chiedeva "la costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e contro la guerra nazista", assegnava a tale governo il compito di "assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato, condurre la guerra di liberazione al fianco delle Nazioni Unite, convocare il popolo, al cessare delle ostilità, per decidere sulla forma istituzionale dello Stato".

Questi obiettivi furono una base di discussione nel primo Congresso dei CL svoltosi  a Bari il 28-29 gennaio 1944, cui partecipò il socialista Oreste Lizzadri in rappresentanza del CCL . Vi fu raggiunta una linea di compromesso, in base alla quale veniva chiesta l'abdicazione del re e il rinvio della questione istituzionale a un referendum popolare da tenersi dopo la fine della guerra.

Il re accettò la proposta, formulata dal liberale De Nicola (resa pubblica soltanto il 12 aprile), di abdicare a favore di un luogotenente, a condizione che tale carica fosse affidata al figlio Umberto e il passaggio dei poteri avvenisse dopo la liberazione di Roma; sul fronte diplomatico ci fu la novità del riconoscimento del governo del Sud da parte della Russia; infine, al rientro dalla Russia dopo un lungo esilio, il segretario comunista Palmiro Togliatti fece approvare dal suo partito un mutamento di linea politica, diventato noto come "svolta di Salerno": considerato che in Italia vi era una situazione di stallo contrassegnata "da un lato [da] un governo investito del potere ma privo di autorità perché privo dell'adesione dei partiti di massa, dall'altra parte [da] un movimento di massa autorevole ma escluso dal potere", il partito comunista proponeva la creazione di un nuovo governo forte e autorevole con la partecipazione dei partiti di massa e il rinvio della soluzione del problema istituzionale a un'Assemblea Costituente da convocare nel dopoguerra.

Il nuovo governo, ancora presieduto da Badoglio, ma formato da ministri designati dai sei partiti del CLN, venne costituito il 22 aprile. L'obiettivo del PCI, inoltre, diventava la "democrazia progressiva" che non emarginava le classi subalterne ma le faceva protagoniste di una società più giusta, abbandonando l’idea della rivoluzione socialista, non attuale in quel momento.

Il 5 maggio il CCLN approvò la costituzione del nuovo governo.

Il 5 giugno, liberata Roma, il re abdicò e Badoglio presentò le dimissioni al luogotenente Umberto. Tre giorni dopo ci fu l'incontro a Roma tra Badoglio, con i suoi ministri antifascisti dimissionari, e il CCLN: i rappresentanti dei partiti chiesero a Badoglio di farsi da parte lasciando la guida del nuovo governo a Bonomi, presidente del Comitato, che costituì nei giorni seguenti il nuovo governo, espressione del CCLN.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013 

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I Comitati di Liberazione Nazionale

3 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

In continuità con i Comitati di coordinamento dei partiti antifascisti - sorti con diverse denominazioni nelle città italiane dopo il 25 luglio 1943 con lo scopo di chiedere al governo Badoglio un ritorno alle libertà democratiche, la liberazione dei detenuti politici e la conclusione della guerra - il 9 settembre fu costituito a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che lanciò un comunicato "per chiamare gl'italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni". Sei erano i partiti che componevano il CLN: i comunisti, i socialisti, gli azionisti, i democristiani, i liberali, i demolaburisti. A presiederlo fu Ivanoe Bonomi, anziano esponente socialriformista, rappresentante della Democrazia del lavoro.

portasanpaolo.jpgDalle prime ore del 9 settembre, combattimenti erano in corso nei dintorni di Roma, poi in città: la divisione "Granatieri" a sud e le divisioni "Ariete" e "Piave" a nord stavano opponendo resistenza all'avanzata delle truppe germaniche, rallentando la e in alcuni casi fermandola. La fuga all'alba del re, del governo e dello Stato Maggiore dell'esercito minò lo sforzo messo in atto dai soldati e dai numerosi cittadini che spontaneamente li affiancarono: gli scontri più accesi, con decine di morti, furono alla Cecchignola, all'Eur, alla Magliana, a Porta San Paolo, fino alla capitolazione delle truppe firmata nel pomeriggio del 10 settembre.

L’importanza dell'appello diramato a poche ore dall'armistizio è nella tempestività con cui è stato fatto, nella rappresentatività dei soggetti in campo e soprattutto nell'aver interpretato un sentire comune di grandi masse di popolazione che, senza avere conoscenza della diramazione di quell'appello, avevano di fatto cominciato, subito e spontaneamente, ad assumere scelte e a compiere gesti di resistenza: per l'amarezza di assistere allo sfacelo dell'esercito e all'eclisse delle autorità istituzionali, per l'indignazione e il furore suscitato dalle prime mosse dell'occupante nazista, per un senso di umanità verso i tanti fuggiaschi. Fu questa la premessa che permise ai CLN di affermarsi come la guida politica della Resistenza, come soggetti che da istituzione di fatto erano stati riconosciuti istituzione di diritto.

All'interno del CLN vi fu una dialettica fatta di contrasti aspri su questioni di fondamentale importanza, quali la strategia di lotta contro i nazifascisti, la questione istituzionale, le scelte di politica economico-sociale, il rapporto con gli Alleati e la collocazione internazionale.

I CLN avevano adottato come regola che le deliberazioni venissero adottate all'unanimità, anche se ciò costituiva un freno alla loro attività e ritardava la tempestività dei provvedimenti.

È grazie all'unità di tutte le forze protagoniste della Resistenza, progressiste e moderate, che nel dopoguerra si poté avviare quel processo di elaborazione del patto fondativo della Repubblica concluso con il varo della Costituzione: un testo che ha posto i più alti valori umani - pace, libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà - come orizzonte della comune convivenza.

Nelle differenti realtà locali i CLN sorsero in tempi diversi e vissero con modalità differenti: tuttavia sempre la loro efficacia nell'incidere nella situazione dipese, oltre che dalla perizia nel muoversi nella clandestinità, dalla loro capacità di diventare soggetto propulsore e punto di riferimento effettivo della mobilitazione popolare. I loro compiti – come ha scritto Leo Valiani che durante la Resistenza aveva rivestito il ruolo di segretario del Partito d'Azione:

 

- Sostenere moralmente la Resistenza, con la pubblicazione di stampa illegale, col rifiuto di ogni pacificazione coi fascisti e coi tedeschi, col rifiuto di pagare le imposte, col rifiuto del giuramento al governo di Salò da parte di funzionari, magistrati, professori (e sovente con l'abbandono del servizio stesso) e sostenerla materialmente, rifornendone i combattenti con denaro, carte false e, quando riuscirono a procurare aviolanci da parte alleata, anche con armi; spingendo i giovani a disobbedire ai bandi di leva di Salò e aiutandoli a prendere la via dei monti; invitando le masse lavoratrici a scioperi parziali e generali e chiunque potesse farlo al sabotaggio delle installazioni e comunicazioni naziste; galvanizzare la guerra partigiana, con la conferma della sua utilità e la certezza della sua legittimità e della sua vittoria finale; coordinare e unificare le formazioni partigiane, indicare loro la strategia da seguire e le grandi mete da raggiungere; guidarle infine, assieme alle masse lavoratrici, all'insurrezione nazionale unitaria. [...]

- Sostenere il movimento di Resistenza all'eliminazione radicale non solo dell'occupazione tedesca, ma altresì del fascismo, di tutto il fascismo, di quello di Salò e il precedente, e perciò alla conquista del diritto del popolo italiano a giudicare anche la monarchia, che del fascismo era stata corresponsabile. [...]

- Far ritrovare all'Italia, nonostante la sconfitta in guerra, la possibilità psicologica e politica e il diritto morale di parlare a testa alta.

Importante fu lo sviluppo, in tempi diversi, di un vero e proprio movimento dei CLN periferici: provinciali, comunali, di quartiere, di fabbrica, di scuola, di professioni. Emilio Sereni, comunista, presidente del CLN della Lombardia, nell'agosto 1945 scrisse in proposito:

 

«Articolandosi in una fitta rete di CLN di base, che ben più da vicino aderisce alla realtà locale, il CLN diviene qualcosa che è ben più di un organismo interpartito: divien una effettiva rappresentanza di tutto il popolo, della sua volontà democratica e unitaria. A quest'opera di sviluppo capillare dei CLN, che ha posto le premesse della efficacia e della vittoria del movimento di liberazione, i CL Provinciali hanno dato un contributo essenziale. [...] Nei Comitati di Liberazione di base, che vennero sorgendo sempre più numerosi secondo le direttive del CLNAI, e con l'intervento efficace dei CLN Regionali e Provinciali, la composizione risultò sovente meno schematica e più aderente alle situazioni locali, di quel che non avvenisse nei Comitati di liberazione superiori, che conservavano necessariamente il carattere di organismi interpartiti».

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

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Leopoldo Gasparotto, un uomo d'Azione

17 Juin 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il 22 giugno1944, su ordine del Comando delle SS di Verona, Poldo Gasparotto, prelevato dal campo di Fossoli veniva ucciso a tradimento. Nel 70° anniversario della sua fucilazione, l'ANPI di Lissone lo ricorda.

Leopoldo Gasparotto era nato a Milano il 30 dicembre 1902. Educato in una prospettiva laica nei valori della patria e della democrazia, durante gli anni trascorsi al liceo Berchet anima il gruppo studentesco repubblicano; nel 1922 si iscrive al Partito repubblicano e frequenta il Circolo milanese di via Sala, cenacolo del mazzinianesimo lombardo.

Nell'agosto 1923 inizia il servizio militare in artiglieria; si congeda nel novembre dell'anno successivo col grado di sottotenente di complemento. Laureatosi nel 1926 in giurisprudenza all'Università di Milano si specializza come avvocato civilista e coadiuva il padre nello studio legale di via Donizetti 32. Il Partito repubblicano viene disciolto, a fine 1926, insieme alle altre formazioni antifasciste; Gasparotto, contrario al partito dominante rinunzia alla politica, sfiduciato sulla possibilità di rovesciare la dittatura.

Gli anni della gioventù sono rallegrati dalla passione per l’alpinismo. Alle prime impegnative escursioni sulle Dolomiti e sul Brenta, seguono lungo tutto il corso degli anni venti ardite ascensioni sul monte Bianco, sul monte Rosa, sulla Grigna.

Alle escursioni montane Gasparotto unisce dalla metà degli anni trenta il gusto per il volo; conseguito il brevetto di pilota, acquista un piccolo apparecchio Breda 15 S, per il quale utilizza la pista di Taliedo (poi intitolata a Forlanini).
 

Il matrimonio con Nuccia Colombo nel 1935.

Lina (Nuccia) Colombo (Varese 1913-Pisa 1977) condivide col marito l’impegno antifascista; passata in Svizzera il 12 settembre 1943 col figlioletto Pierluigi (nato il 6 luglio 1936), nel marzo 1944 dà alla luce il secondogenito Giuliano e dopo tre mesi rimpatria clandestinamente per partecipare alla Resistenza, affidando la prole a Ofelia Muradore, tabaccaia di Besso (Lugano), che ospitava Ernesta Battisti, vedova di Cesare, e la sua famiglia. Assunto il nome di battaglia di Adele, Nuccia Gasparotto coopera col Comando di piazza di Milano e tiene i contatti con dirigenti delle Brigate Matteotti.

Gasparotto divenuto tenente di complemento di artiglieria di montagna, nel giugno 1935 frequenta la Scuola di alpinismo di Aosta. In quella circostanza diviene amico del generale Luigi Masini, direttore della scuola (filosocialista).

Nel 1936-38 Gasparotto è istruttore ai corsi per guide alpine organizzati presso la Scuola di Aosta. Secondo la testimonianza del giovane imprenditore Leonida Calamida: “Nell'inverno 1938, Gasparotto mi invitò con altri due o tre amici ad arruolarmi ad un corso straordinario per allievi ufficiali, aperto a coloro che, pur avendone avuto diritto, non avevano voluto durante il servizio militare di leva essere ufficiali. La durata del corso sarebbe stata di un semestre, con frequenza di una ventina di giorni al mese. Era importantissimo - ci disse Poldo - che frequentassimo questo corso, per poi, come ufficiali, svolgere fra i militari opera di proselitismo antifascista. In una eventuale insurrezione, l'appoggio dell'esercito o almeno la sua benevola neutralità sarebbero stati di capitale importanza per noi. Poldo era convincentissimo ed io non potevo che dargli ragione.”

A Milano nel 1942 si stabiliscono i primi contatti clandestini in ambito repubblicano-azionista, intensificati dal gennaio 1943, quando lo studio legale Gasparotto, in via Donizetti 32, diviene il punto di smistamento del foglio clandestino «L'Italia Libera», organo del Partito d'Azione, formazione politica cui Poldo Gasparotto aderisce, partecipando alle riunioni convocate clandestinamente. Caduto il regime, l'attività politica ritorna alla luce del sole. Lo studio legale di Mario Paggi," in via Brera 2, diviene il quartier generale del Partito d'Azione milanese. A metà agosto Milano è colpita da terribili bombardamenti aerei; chi può lascia la metropoli, per sfuggire a una situazione insostenibile. Le distruzioni acuiscono l'odio verso la guerra e alimentano la sensazione di un prossimo rivolgimento di fronte. Nell'estate alcuni azionisti, tra cui Poldo Gasparotto, organizzano una rete informativa, per segnalare agli alleati gli spostamenti delle truppe tedesche; la villa di famiglia in località Cantello Ligurno, a mezza strada tra Varese e la Svizzera, diviene la base logistica dell'attività illegale, avviata nella prospettiva della lotta contro l'occupazione nazista.

La clandestinità, l’arresto e la prigionia

Nei primi giorni di settembre, quando appare imminente il rovesciamento delle alleanze militari, Poldo Gasparotto progetta con Pizzoni la formazione della Guardia nazionale, struttura militare per il reclutamento di volontari decisi a opporsi ai tedeschi. Al mattino dell'8 settembre il generale Ruggero assicura l'esecutivo antifascista dell'imminente consegna di armi, ma prende tempo. In serata Badoglio rende noto l'armistizio. L'indomani mattina si presenta alla sede del Comando di piazza, in via Brera, una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale milanese; accanto al comunista Girolamo Li Causi vi è Luigi Gasparotto, tra i più decisi nell'incalzare il titubante generale Ruggero. Il 9 settembre il Partito d'Azione stampa e distribuisce un volantino inneggiante al binomio Esercito e Popolo: «chiunque tenti di spezzare questa unità è nemico del popolo e della nazione italiana», proclamano gli azionisti, nel rivolgere un appello all'arruolamento della cittadinanza.

L'azionista Giuliano Pischel, partecipe degli eventi, indica la: paternità del progetto e ne sintetizza gli immediati sviluppi: «L'idea che aveva ventilato Poldo Gasparotto, della costituzione di una Guardia nazionale, veniva ripresa dal Comitato interpartiti tramutatosi in Comitato di Liberazione Nazionale. Ma l'unità operativa tra esercito e popolo resta un'utopia.

Il generale Ruggero, timoroso delle ritorsioni tedesche, si è limitato a generiche promesse, senza esporsi a livello operativo. Il suo atteggiamento è influenzato dall'arrivo del tenente colonnello dei Carabinieri Candeloro De Leo, presentatosi quale emissario del Comando supremo. De Leo, dirigente del servizio segreto militare, vanta contatti col generale Ambrosio e induce Ruggero alla passività.

Un episodio illuminante sulla condotta dei vertici militari nei confronti della nascente organizzazione partigiana, è quella che vide protagonista Rino Pachetti, comandante partigiano. La notte del 9 settembre Pachetti organizzò con Poldo Gasparotto un'azione alla Caproni di Milano; autorizzato dal Gen. Ruggero e con la collaborazione di dirigenti della fabbrica, con pochi uomini uomini disarmò i carabinieri di guardia allo stabilimento e prelevò due autocarri su cui caricò 96 mitragliatrici calibro 7,7 con circa 300.000 colpi e 80.000 maglie per nastri. Questo ingente bottino doveva armare gli uomini, di cui Pachetti aveva assunto il comando, che si andavano raccogliendo tra Cernobbio e il ed il confine svizzero. Il Generale Binacchi, comandante del presidio militare di Como, fermati gli uomini di Pachetti e approfittando della sua assenza, sequestrò le armi che furono poi consegnate ai tedeschi.

Il 10 settembre i rappresentanti del comitato cittadino (Gasparotto, Li Causi, Damiani e Pizzoni) consegnano al comandante di Corpo d'armata una lettera programmatica, per indurlo a rompere gli indugi e ad assecondare l'azione patriottica.

Quel medesimo giorno il generale Ruggero incontra emissari del Comando germanico, da lui rassicurati sulla propria disponibilità. Nel pomeriggio un nuovo abboccamento con gli esponenti antifascisti sancisce la rottura dei rapporti: l'alto ufficiale ha infatti concordato coi tedeschi che l'esercito non ostacolerà l'occupazione della città.

Privi di armi, i promotori del CLN tengono un comizio in piazza Duomo e poi passano nella clandestinità. Scontri sporadici con i tedeschi culminano il pomeriggio del 10 settembre nei pressi della stazione centrale: civili armati si oppongono all'occupazione della stazione e negli scontri uccidono tre militari germanici. In serata il generale Ruggero legge alla radio un comunicato in cui informa dell'avvenuta occupazione delle principali città della Lombardia e dell'Emilia Romagna. In sostanza il Comando di piazza, su direttiva di De Leo, ha lasciato agire indisturbati i tedeschi.

Al mattino dell’11 settembre i punti nevralgici della metropoli sono sotto controllo germanico.
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Su istruzione di De Leo, il generale Ruggero scioglie la Guardia nazionale, sulla base della normativa che vieta ai cittadini l'uso non autorizzato delle armi. Le dinamiche del capoluogo lombardo si ripetono con impressionante analogia in numerose altre città: da Torino a Firenze a Roma. In Lombardia, quel medesimo giorno, reparti germanici assumono pacificamente il controllo di Brescia e di Cremona. I vertici militari restano inerti, quando non collaborano apertamente con l'occupante. Le modalità dell'armistizio, l'ambiguità del comunicato letto da Badoglio alla radio, la fuga del re e dei ministri gettano le forze armate nella confusione, tanto più che i tedeschi sferrano un'impressionante offensiva nella penisola e nei presidi italiani all'estero. Il comportamento di De Leo si chiarirà con l'immediata adesione alla Repubblica sociale italiana, per la quale dirigerà il Servizio informazione militare (SIM). Il 12 settembre i tedeschi, completata l'occupazione di Milano, perquisiscono i cittadini e fermano i militari, in violazione degli accordi stipulati col generale Ruggero. La popolazione è disorientata e demoralizzata dallo scioglimento dell'esercito, disgregatosi all'apparire del nemico. Lo stesso giorno vengono occupate, senza colpo ferire Varese, Como e Sondrio.

Il 12 settembre Gasparotto organizza il passaggio in Svizzera della moglie e del piccolo Pierluigi, attraverso un varco clandestino nella rete confinaria, nei pressi del valico del Gaggiolo. Nuccia si stabilisce a Lugano (dove 1'8 marzo 1944 darà alla luce il secondo figlio, Giuliano). Espatria anche Luigi Gasparotto, ricercato in quanto vecchio antifascista; da Bellinzona si collegherà ai rappresentanti del governo Badoglio in Svizzera.

Con i familiari al sicuro nell'asilo elvetico, Leopoldo Gasparotto passa alla clandestinità (nome di battaglia: Rey) e assume la guida della struttura militare lombarda del Partito d'Azione, coordinandosi col Comitato militare del CLN di Milano, costituito a metà settembre: «Sostituto e primo collaboratore di Parri fu Poldo Gasparotto, il quale partecipò alle riunioni del Comitato militare con tanta frequenza che in alcune testimonianze compare come membro effettivo».

I tradizionali moduli militari si dimostrano inadatti alla lotta contro l'esercito occupante e i reparti collaborazionisti; gruppi numerosi e poco mobili prestano il fianco ad attacchi micidiali, condotti con uno spiegamento di forze cui non è possibile opporre una resistenza frontale. Gasparotto fa tesoro di questa constatazione e dispiega un'azione su due livelli: in ambito urbano e nelle vallate lombarde; tiene viva a Milano un'organizzazione clandestina e alimenta i gruppi costituitisi in località fuori mano. Tra le realtà periferiche di cui è animatore e catalizzatore vi è la provincia di Bergamo, dove si reca di frequente per impiantare la rete militare.

Rey si sposta di frequente dalla città alle vallate alpine, per coordinare l'attività clandestina delle bande e organizzare depositi di armi: visita la Val Brembana e la Val Codera, il Pian dei Resinelli e il Colle di Zambla, ponendo a buon frutto la conoscenza di quelle zone montuose, frequentate sin dagli anni venti in escursioni alpinistiche.

 

Il Triangolo Lariano, quella zona che si protende nel lago compresa tra Como, Erba, Lecco e Bellagio, da classico riferimento per le gite e le vacanze dei milanesi divenne un luogo attraversato da un flusso costante di soldati allo sbando, prigionieri alleati, perseguitati politici in fuga. A metà ottobre in un incontro a Pontelambro tra Leopoldo Gasparotto, il Col. Alonzi, incaricato dal Comitato militare del CLN milanese di tenere i collegamenti con il Comasco, il Col. Morandi, il Ten. Fucci e Giancarlo Puecher si esaminano le possibilità di organizzare nuclei stabili di partigiani nella zona del Triangolo e canali di espatrio più sicuri di quelli che spontaneamente erano stati creati nella zona dalla popolazione, dal clero e da esponenti locali dei partiti antifascisti. I fuggiaschi venivano guidati attraverso percorsi secondari per evitare posti di blocco e pattuglie in perlustrazione, trasbordati dalla sponda orientale a quella occidentale del Lario da barcaioli fidati e quindi accompagnati da valligiani, spesso anche contrabbandieri, sui sentieri che si inerpicavano sui monti che separano il Comasco dalla Svizzera.

Il 23 ottobre passa di nascosto il confine per incontrarsi in una villa di Lugano con esponenti del Comitato di liberazione attivi in Svizzera e informare gli Alleati delle caratteristiche e degli sviluppi assunti dalla guerriglia partigiana.

Dal punto di vista politico l’area in cui Gasparotto opera include – con gli azionisti – repubblicani, socialisti e liberali.

Tra le priorità dell'organizzazione azionista vi è l'approntamento di una via di fuga verso la Svizzera per ebrei, ex prigionieri alleati e ricercati politici. La vita clandestina è dura, col frequente abbandono di un rifugio e la ricerca di un nuovo asilo, nel continuo timore di essere segnalati da una spia o di incappare in un posto di blocco. L'esistenza precaria, incalzata da fascisti e tedeschi, preclude i contatti con i familiari. Saltuari biglietti, portati oltre confine da persone sicure, contengono poche righe e sono redatti in modo da non provocare danni se dovessero finire in mani nemiche. Sostenuto da un ottimismo di fondo, Gasparotto vede prossime la liberazione della patria e la fine della dittatura fascista.

A Milano i tedeschi giocano contro il movimento partigiano la carta di Luca Osteria, il «dottor Ugo», l'abile segugio che dopo un quindicennio di lavoro spionistico per conto della polizia fascista è passato al servizio dei nazisti.

A metà pomeriggio di sabato 11 dicembre è programmato, nel nascondiglio di piazza Castello, l'incontro con emissari dei gruppi partigiani del monte Grigna. Si tratta di uno degli appuntamenti periodici per fare il punto della situazione, scambiare notizie e concordare una strategia comune.

Un evento imprevisto scompagina i piani e mette la polizia fascista sulle tracce del ricercato. Alle ore 17 la città è già avvolta dalle tenebre. Gasparotto, appena entrato nel portone di piazza Castello 2, viene afferrato da alcuni poliziotti, che lo gettano per terra, lo immobilizzano e gli chiudono le manette ai polsi.

La vita clandestina si è protratta per tre mesi, dopo la lucida visione della necessità di iniziare senza indugi la lotta armata.

Portato a Porta Nuova, in un grande edificio scolastico divenuto base logistica di formazioni paramilitari fasciste, che lo utilizzavano come carcere e luogo di tortura, Gasparotto viene poi rinchiuso a San Vittore, nella cella 12 del sesto raggio, col numero di matricola 864,  a disposizione dei tedeschi. La retata dell’11 dicembre è dovuta alla spiata del sessantottenne Luigi Colombo, proprietario di una farmacia del centro cittadino.

Resistere agli interrogatori non è facile. l tedeschi interrompono la segregazione soltanto per portare la loro vittima nella camera di tortura. La violenza fisica è integrata dalle pressioni psicologiche. A Gasparotto si chiedono i nominativi dei compagni; dai prigionieri sospettati di contatti con lui si pretendono rivelazioni sul suo ruolo. Nessuno dei compagni di lotta di Gasparotto ha subito conseguenze dal suo arresto; nell'estate 1944 Indro Montanelli, riparato in Svizzera, ricorderà con riconoscenza la capacità di serbare il silenzio in circostanze così pesanti: «Quando fu arrestato seppi da Martinelli che Poldo aveva taciuto il mio nome, insieme a quello di tanti altri, nonostante le torture a cui era stato sottoposto.

A Gasparotto viene persino serrata la testa in un cerchio di ferro, senza tuttavia riuscire a farlo parlare del CLN milanese né dei rapporti stabiliti con l'intelligence alleata, tra Lombardia e Svizzera. Le SS, consapevoli dell'importanza del personaggio, cercano in ogni modo di piegarne la tempra. Settimana dopo settimana, il detenuto resiste all'isolamento, immerso nei suoi pensieri e attento ai minimi segnali di vita che gli pervengono dalle altre celle.

Nella primavera del 1944 buona parte del gruppo dirigente del Partito d'Azione milanese è sotto chiave, in condizioni fisiche deplorevoli per il trattamento vessatorio praticato dai tedeschi. Rimangono liberi - oltre a Parri - Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e Leo Valiani.

Invece della deportazione in un Lager del Reich, il prigioniero viene internato a Fossoli.
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Il 22 giugno, su ordine del Comando delle SS di Verona, è prelevato dal campo e ucciso a tradimento.


Bibliografia:

- “DIARIO DI FOSSOLI” di Poldo Gasparotto - a cura di Mimmo Franzinelli - Bollati Boringhieri, Torino 2007

- “Storia del Partito d’Azione” di Giovanni De Luna – Utet Libreria 2006

- “La calma apparente del lago” di Vittorio Roncacci – Macchione Editore 2004


Io so cosa vuol dire non tornare.

A traverso il filo spinato ho visto il sole scendere e morire.

Ho sentito lacerarmi la carne le parole del vecchio poeta:

“Possono i soli cadere e tornare,

a noi, quando la luce è spenta, una notte infinita è da dormire”.

Primo Levi




Leopoldo Gasparotto ritratto da un compagno di prigionia a Fossoli e una pagina del Diario
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dal “Diario di Fossoli”

26 aprile

L'autobus corre attraverso Carpi, poi Fossoli e infine [ ... ] scorgiamo un cartello POL-LAGER. Siamo al campo.

Ci inquadriamo, ad libitum, a gruppi di venti, veniamo avviati ad una baracca ...

30 aprile

Il grosso soldato tedesco ha ucciso un ebreo con una rivoltellata, per errore.

Sono andato all'infermeria per farmi fare un'iniezione endovenosa di calcio e, per la prima volta dopo cinque mesi, mi sono guardato allo specchio, avendo il piacere di non riconoscermi. Eppure gli amici dicono che in questi tre giorni sono migliorato.

18 maggio

Ascensione. La bandiera non viene inalberata!  Con amici sento il desiderio di ritornare alla baracca. Nella baracca, sono attratto dal mio «castello», finisco nevitabilmente per sdraiarmi sul pagliericcio e rinchiudermi nella mia tana. Cinque mesi di isolamento mi hanno abituato, come molti cani tenuti troppo a lungo alla catena, a non sentirmi me stesso se non sono isolato, nella mia cuccia. Pure, partecipo alla vita del campo: mi sforzo di presenziare, quando vi son chiamato come legale, ai «consigli di campo» e, più raramente, alle serotine assemblee di camerata.

15 giugno

Per la prima volta da oltre vent'anni non sono, in quest'epoca, sulle guglie della Grignetta o della Presolana, sul nudo granito della Val Masino o sugli sterminati ghiacciai dell'Oberland bernese e del Bernina. Quando rivedrò le montagne?

da "Diario di Fossoli" di Leopoldo Gasparotto

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70° anniversario della fondazione dell'ANPI

6 Juin 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

 70 anni ANPI

 

Il 6 e 7 giugno l'ANPI celebra a Roma il 70° anniversario della sua fondazione, che avvenne appunto il 6 giugno 1944, in Campidoglio, a soli due giorni dalla liberazione della città Roma. I promotori, partigiani delle formazioni cittadine e delle brigate che avevano operato a ridosso dei due fronti, di Cassino e Anzio, nel deporre le armi e dedicarsi all'avvio della democrazia nella città ritornata capitale d'Italia, vollero creare un sodalizio che riunisse i reduci, fosse di sostegno ai familiari dei caduti, promuovesse gli ideali patriottici, di libertà e solidarietà umana che avevano animato la Resistenza e spinto molti di loro ad unirsi ai combattenti del rinnovato esercito italiano integrato nelle forze armate alleate. A tali propositi l'ANPI è stata coerentemente fedele in questi 70 anni di vita repubblicana, perseguendo il bene comune, nel nome dei valori democratici che la Costituzione ha recepito dagli oppositori al regime fascista e dal popolo italiano che nella grande maggioranza ha espresso e sostenuto la lotta partigiana contro occupanti nazisti e collaborazionisti subendo anche innumerevoli stragi, persecuzioni di innocenti ed atti di vera barbarie.

 

A partire dal 2006, l’ANPI si è poi arricchita della presenza e partecipazione attiva di molti “antifascisti” che si riconoscevano nelle sue finalità statutarie e di tantissimi giovani. Ciò ne fa oggi una prestigiosa garante del rispetto, difesa ed attuazione della Costituzione e dei valori che in essa sono espressi. Una garanzia che nasce non solo dalla presenza di più di 130.000 iscritti, ma anche dalla autorevolezza di un’Associazione che è stata definita, in un importante documento giudiziario, come “erede e successore” dei valori resistenziali. Insomma, un’Associazione fortemente radicata nel migliore passato del nostro Paese, ma che guarda costantemente al futuro, nella speranza che si realizzino al meglio i sogni, le attese e le speranze dei combattenti per la libertà.

 

Il manifesto con le iniziative

 

I partigiani salirono al Campidoglio e fondarono la loro Associazione

Un articolo di Wladimiro Settimelli, dal numero di maggio di Patria Indipendente.  

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