Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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16 e 17 giugno 1944: la fucilazione di 4 partigiani lissonesi

13 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #pagine di storia locale

Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui

Lissone 16 giugno 2020: l'ANPI ricorda i quattro giovani partigiani lissonesi fucilati il 16 e 17 giugno 1944.

 

Pierino Erba     Carlo Parravicini      Remo Chiusi     Mario SomaschiniPierino Erba     Carlo Parravicini      Remo Chiusi     Mario Somaschini
Pierino Erba     Carlo Parravicini      Remo Chiusi     Mario SomaschiniPierino Erba     Carlo Parravicini      Remo Chiusi     Mario Somaschini

Pierino Erba Carlo Parravicini Remo Chiusi Mario Somaschini

Giovedì 15 giugno 1944

Sono ormai quattro anni che l’Italia è in guerra, fino all’ 8 settembre 1943 al fianco dei tedeschi, ora con gli Alleati, che il 4 giugno hanno liberato Roma. Mentre l’avanzata degli Alleati procede lentamente lungo la penisola, il nord Italia è sotto occupazione nazista: i tedeschi, alla fine di settembre 1943, hanno contribuito alla formazione della Repubblica Sociale Italiana con a capo Mussolini, che ha la capitale a Salò, sul lago di Garda.

Da dieci giorni le truppe alleate, formate da americani, inglesi e canadesi, sono sul territorio francese. L’operazione Overlord, che ha portato più di 1.200.000 soldati sulle coste della Normandia, è in corso anche se la resistenza tedesca si sta rivelando più dura del previsto.

A Lissone da un mese si è formato il locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Lo sciopero generale del marzo 1944 (a cui avevano partecipato anche gli operai dell’Incisa, che contava circa 1200 dipendenti e dell’Alecta, 500 dipendenti) aveva ottenuto un grande e lusinghiero successo così da scuotere in Lissone l'assenteismo della popolazione, interessandola alla lotta per la liberazione e a coloro che combattevano per ottenerla.

Lissone, Venerdì 16 giugno 1944

Da alcune ore i quattro partigiani lissonesi Remo Chiusi, Mario Somaschini, Pierino Erba e Carlo Parravicini, accusati dell’attentato in Corso Milano contro due militi fascisti (avvenuto in tarda serata di ieri), sono nelle mani dei nazifascisti: Erba e Parravicini sono presso la Casa del Fascio di Lissone (l’attuale Palazzo Terragni), Chiusi e Somaschini in Villa Reale a Monza.

Nell'ora di uscita degli operai dal lavoro, gli altoparlanti chiamano a raccolta la popolazione in piazza Ettore Muti (l'attuale piazza della Libertà) per assistere ad uno spettacolo. La gente, ignara di quanto stava per accadere, si ferma e s'infittisce in una sospettosa attesa. Ad un certo punto, dalla scalinata della Casa del Fascio scendono due giovani quasi incapaci di reggersi in piedi per le torture subite: sono Pierino Erba (di 28 anni) e Carlo Parravicini di anni 23. I due partigiani vengono messi davanti alla fontana e fucilati tra lo sgomento della popolazione.

L'incredulità e lo sbigottimento della folla attonita lasciano il posto all'orrore ed al terrore ed in un attimo la piazza si svuota mentre altre raffiche di mitra solcano l'aria.

Ed inizia una sera impregnata di spavento, la gente si chiude nelle proprie case ed in paese sembra che il coprifuoco sia calato in anticipo tanto le vie sono deserte: si sentono solo le scarpe chiodate delle ronde che perlustrano le strade facendo scoppiare qualche bomba a mano o sventagliando contro l'acciottolato delle raffiche di mitra per il sadico gusto di intimidire maggiormente la gente.

L’indomani alla Villa Reale di Monza, Remo Chiusi e Mario Somaschini, entrambi ventitreenni, subiscono la stessa sorte dei loro amici.

certificati fucilazionecertificati fucilazionecertificati fucilazione

certificati fucilazione

Nei giorni seguenti anche Radio Londra nella trasmissione "La Voce della Libertà" ricordava il tragico episodio esaltando il martirio dei quattro patrioti. Finita la guerra, i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi furono celebrati il 13 Maggio 1945 nella chiesa di San Carlo.

alcuni momenti dei funerali nella chiesa di San Carloalcuni momenti dei funerali nella chiesa di San Carlo

alcuni momenti dei funerali nella chiesa di San Carlo

A guerra terminata, sulla tomba a loro dedicata presso il cimitero urbano

i Lissonesi scrissero:

LIBERTÀ E UMANITÀ

FU PER QUESTI MARTIRI

ANELITO DI VITA INSOFFERENZA DI TIRANNIA

ASSASSINATI DA PIOMBO FASCISTA

E DA SEVIZIA NAZISTA

LOR GIOVINEZZA IMMOLATA È MONITO

DI PACE E DI GIUSTIZIA

CITTADINI MEDITATE ED IMPARATE

L’anno successivo fu posta sul luogo della fucilazione una targa commemorativa in marmo, recante la scritta “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.

La cerimonia di inaugurazione avvenne alla presenza del Sindaco ing. Mario Camnasio (1946-1951).

La lapide commemorativa originaria, nel 2005, iniziati i lavori di riqualificazione di Piazza Libertà, è stata ricollocata al cimitero urbano.

Inoltre i dipendenti delle O.E.B. Officine Egidio Brugola, a ricordo dei loro colleghi, posero una lapide all’interno dello stabilimento in Via Dante.

Nel 1985, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, e la Direzione aziendale realizzarono un nuovo monumento in acciaio che reca la scritta ” “Gli operai di questo stabilimento pongono a ricordo dei loro compagni di lavoro SOMASHINI MARIO, ERBA PIERINO, CHIUSI REMO caduti per la libertà”. Ancora oggi nelle ore notturne viene illuminato, a perenne ricordo.

Dopo il 25 Aprile 1945, la piazza principale della nostra città (Piazza Fontana per i lissonesi), per un breve periodo fu chiamata Piazza IV Martiri prima di assumere la denominazione attuale di Piazza Libertà. Nel corso del XX secolo la piazza, ha cambiato nome diverse volte: dapprima Piazza della Chiesa (per la presenza della vecchia chiesa), poi, dopo la I guerra mondiale, Piazza Trento e Trieste, in seguito, dal 1934 Piazza Vittorio Emanuele II, quindi Piazza Ettore Muti.

I Maggio 1945 in Piazza IV Martiri. Dal balcone di Palazzo Terragni, il socialista monzese Ettore Reina parla ai lissonesi, attorniato dai membri della locale Sezione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale)

L’A.N.P.I. lissonese, mentre ricorda il sacrificio di questi quattro giovani concittadini, desidera dedicare anche un pensiero a tutti i lissonesi che in vari modi si opposero al fascismo. Vogliamo ricordare anche chi attuò la cosiddetta Resistenza silenziosa ed i cui nomi non sono riportati nei libri di storia o nei documenti ufficiali, chi lottò nelle file della Resistenza armata, chi fu internato nei campi di concentramento in Germania, tutti coloro che persero la vita perché anche Lissone divenisse una città libera e democratica.

documento originale sulla fucilazione di Pierino Erba e Carlo Parravicini

documento originale sulla fucilazione di Remo Chiusi e Mario Somaschini

16 e 17 giugno 1944: la fucilazione di 4 partigiani lissonesi16 e 17 giugno 1944: la fucilazione di 4 partigiani lissonesi16 e 17 giugno 1944: la fucilazione di 4 partigiani lissonesi
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12 giugno 2020

12 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Oggi avrebbe compiuto 91 anni, Anna Frank. Annelies Marie Frank, era nata il 12 giugno 1929 a Francoforte sul Meno, città della Germania sud-occidentale, nello Stato federato dell’Assia (Länder). La sua famiglia ebraica era composta dalla madre Edith, dal padre Otto e dalla sorella di tre anni più grande, Margot.

Anne Frank ad Amsterdam nei primi anni quaranta World History Archive Agf

Nel 1933 i Frank, dopo l’ascesa dei nazionalsocialisti in Germania e l’acuirsi delle violenze contro gli ebrei e i loro beni, si trasferirono ad Amsterdam. Nella città olandese, Otto Frank dirigeva una fabbrica produttrice di aromi e pectina situata nel centro della città, e consentiva alla propria famiglia di vivere un tempo relativamente sereno fino all’arrivo dell’esercito nazista, che nell’arco di pochi giorni, nel maggio 1940, occupò i Paesi Bassi.

Nell’ambito del più ampio progetto di sterminio degli ebrei europei, i nazisti istituirono anche ad Amsterdam le modalità di oppressione, spoliazione e deportazione già sperimentate in tante altre città del Reich. I Frank, vistasi rifiutare la possibilità di emigrare negli Stati Uniti e impossibilitati a fuggire altrove, trovarono rifugio in una sezione non utilizzata della ditta di Otto Frank, in Prinsengracht 263, dove rimarranno per due anni interi. Con loro, la famiglia Van Pels (Hermann, Auguste e Peter) e poco tempo dopo il signor Fritz Pfeffer. Da fuori, nessuno doveva sospettare che in quell’edificio fossero nascosti ebrei: stracci contro i vetri delle finestre, spiragli ricoperti di cartone, buio. L’alloggio segreto, per Anna, rappresentava una chiusura contro l’esterno, una barriera che per metà si mostrava angosciante e per metà faceva assaporare la possibilità quotidiana di salvarsi, sfuggendo alla deportazione.

Circa tre settimane prima, per il suo tredicesimo compleanno, Anne aveva ricevuto in dono un diario. Le servirà per raccontare la clausura forzata che inizia il 12 giugno 1942 e termina il 1° agosto 1944, tre giorni prima dell’arresto.

pagina del diario nell Anne Frank Zentrum di Berlino Andreas Pein Laif Contrasto

Dal suo diario:

«In maggio del 1940 i bei tempi finirono: prima la guerra, poi la capitolazione, l’invasione tedesca e l’inizio delle sofferenze di noi ebrei. Le leggi antisemite si susseguivano all’infinito e la nostra libertà fu molto limitata». (20 giugno 1942)

«Così ci incamminammo sotto il diluvio, papà, mamma e io, ognuno con la sua cartella o borsa della spesa piena degli oggetti più svariati. Gli operai che andavano a lavorare di mattina presto ci guardavano pieni di compassione; dalle facce si capiva che erano dispiaciuti di non poterci offrire nessun mezzo di trasporto; l’appariscente stella gialla parlava da sé». (9 luglio 1942)

«L’alloggio segreto col nostro gruppo di rifugiati mi sembra uno squarcio di cielo azzurro attorniato da nubi nere cariche di pioggia. L’area rotonda e circoscritta su cui stiamo è ancora sicura, ma le nubi si avvicinano sempre di più». (8 novembre 1943)

«Ma guardavo anche fuori dalla finestra aperta, verso un bel pezzo di Amsterdam sopra a tutti i tetti, fino all’orizzonte che si tingeva di viola. Finché questo esiste, pensavo, e io posso viverlo, questo sole, quel cielo, senza una nuvola, finché esiste non posso essere triste». (23 febbraio 1944)

«Quassù mi sento tuttora più al sicuro che non sola in quella casa grande e silenziosa». (26 maggio 1944)

Venerdì 4 agosto la polizia tedesca fa irruzione nell’Alloggio Segreto, arrestando Anna Frank, la sua famiglia e gli altri clandestini. Tutti vengono deportati prima nel campo di concentramento di Westebork e successivamente ad Auschwitz.

Anna morirà di tifo e di stenti a Bergen Belsen nel marzo del 1945, tre settimane prima che le truppe alleate inglesi liberassero il campo di prigionia.

Disegno di Thomas Geve dal titolo “L’arrivo ad Auschwitz” Nel 1943, a poco più di tredici anni, viene deportato ad Auschwitz e in seguito a Gross-Rosen e Buchenwald, dove finalmente, nell'aprile del 1945, irrompe l'esercito alleato che libera gli internati. Geve chiede delle matite e dei fogli con cui fissa in 79 disegni il ricordo della prigionia.

Tratto da: Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz di Thomas Geve - Einaudi 2011 Yad Vashem Publications.

Thomas Geve, tredicenne ad Auschwitz

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10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra

9 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Per l’Italia iniziava 80 anni fa la seconda guerra mondiale: una guerra inutile e sciagurata in cui l’Italia era stata trascinata dal regime dittatoriale fascista, che aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani.

10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra

Il 10 giugno del 1940 l'Italia entrò in guerra accanto alla Germania, contro la Francia e l'Inghilterra. Mussolini, svincolato da ogni autorizzazione o controllo di tipo parlamentare democratico, lo annunciò dal balcone di palazzo Venezia, a Roma, davanti a una piazza che lo applaudì freneticamente.

«Quel giorno, a Roma, le maestre avevano radunato nei cortili delle scuole le Piccole Italiane. Le bambine erano arrivate un po' affannate, per il caldo del primo pomeriggio, ancora con il pranzo sullo stomaco, ma tutte ben pettinate, i capelli lustri sotto il berrettino di seta nero, la camicetta bianca stirata, il distintivo cucito sul petto e i gradi sulla manica, la gonna nera a pieghe e le calzine bianche. Le Giovani Italiane si erano radunate sotto il Colosseo ed erano entrate in piazza Venezia a passo svelto da via dei Fori Imperiali; dall'altra parte della piazza erano arrivati i Balilla con i calzoncini corti, poi gli Avanguardisti con lo sguardo fiero e l'aria marziale. Nella grande piazza, i vari gruppi si erano disposti ordinati e compatti, come pezzi su una scacchiera, ad aspettare la parola del Duce. In attesa che si affacciasse al balcone cantarono l'Inno a Roma. Rimasero fermi più di un'ora sotto il sole, pronti ad alzare il braccio nel saluto romano al momento giusto e a rispondere al Saluto al Duce».

10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra

La dichiarazione di guerra pronunciata da Mussolini il 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia

Scrive Lucio, figlio di un IMI (Internato Militare Italiano, cioè quei soldati italiani che  saranno fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e costretti al lavoro coatto in Germania e negli altri territori del Reich): «Una giornata tragica per la nostra terra quel 10 giugno; da quella decisione iniziarono le sofferenze per gli italiani e i nostri padri in particolare , prima sui fronti di guerra e poi in Germania. Di seguito un link del filmato del discorso del Duce. Lo avrete visto molte volte ma è un documento storico e vale sempre la pena di rivederlo per una riflessione sui nostri errori come italiani; non si può non notare infatti le piazze piene di gente...» video 10 giugno 1940

e a Lissone:

«Un'ora segnata dal Destino sta per scoccare sul quadrante della Storia, l'ora delle decisioni irrevocabili [...]. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano [...]».

Con queste parole altisonanti Mussolini annuncia alle ore 17 del 10 giugno 1940 l'entrata in guerra dell'Italia al fianco della Germania nazista.

Era un caldo lunedì pomeriggio; anche i dirigenti degli stabilimenti lissonesi fermarono la produzione. I dipendenti, incolonnati dietro i cartelli recanti il nome della fabbrica, si diressero verso piazza Vittorio Emanuele II, dove rimasero in attesa sotto gli altoparlanti per ascoltare le parole del duce trasmesse via radio. C’erano tutte le autorità schierate, arrivava gente da ogni parte: come raccontano le cronache, poche e sparute le grida di entusiasmo e di approvazione, circoscritte comunque ai soli individui in camicia nera; moltissimi invece gli sguardi sgomenti delle donne e degli uomini preoccupati per il destino dei loro figli; tangibili l'amarezza e lo sconforto dei giovani, che vedono profilarsi l'esperienza del fronte.

 

Due grandi firme del giornalismo italiano, così hanno scritto di quel 10 giugno 1940.

 

 

 

Enzo Biagi

«Nel giugno del 1940 io non avevo ancora vent'anni ... »

 

 

 

e

Giorgio Bocca 

Quando il 10 giugno 1940 entriamo in guerra, la tacita intenzione del nostro comando affidato al maresciallo Badoglio è di aspettare che i tedeschi abbiano sconfitto le armate franco-inglesi ... »

 

 

 

 

BibliografiaBibliografia

Bibliografia

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9 giugno 2020: in ricordo di Carlo e Nello Rosselli

8 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza italiana

Carlo e Nello Rosselli

Carlo e Nello Rosselli

Parigi, sabato 19 giugno 1937.

33 di Rue La Grange-aux-Belles, quartiere operaio.

Una stradina stretta trasformata in viale fiorito per gran numero di corone e fasci di fiori porta alla «Maison des Syndicats».. Nella grande sala delle assemblee due feretri, drappeggiati di velluto carminio, quasi scompaiono sotto fiori e nastri, rossi, le ghirlande, rosse, foglie di quercia e d'alloro. Sono quelli di Carlo e Nello Rosselli, rispettivamente di 38 e 37 anni.

Erano stati uccisi, il 9 giugno, da un gruppo terroristico filofascista, la «Cagoule», Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale, a Bagnoles-de-l'Orne, una città termale in Bassa Normandia, a circa 230 chilometri da Parigi, famosa per i suoi fanghi benefici alle affezioni del sistema venoso e specialmente alle flebiti. Carlo era arrivato a Bagnoles-de-l'Orne il 17 maggio 1937, per curarsi di una flebite, di cui aveva già sofferto da ragazzo e che si era ridestata in Spagna, dove era al comando di una colonna di antifascisti sul fronte aragonese. Lo aveva poi raggiunto il fratello Nello.

Alle 14 l'orchestra della «Federazione Sinfonica dei Concerti Poulet e Siohan», diretta da Siohan, esegue la Settima sinfonia di Beethoven.

9 giugno 2020: in ricordo di Carlo e Nello Rosselli

Poi una folla dei grandi appuntamenti storici accompagna i Rosselli al cimitero Père-Lachaise. Li seppelliscono all'ombra degli ippocastani, verso il «Mur des Fédérés», davanti al quale nel 1871 furono fucilati gli insorti della Comune. In tombe vicine, Eugenio Chiesa, Gobetti, Turati, Treves .  Sul quotidiano di proprietà del mandante Galeazzo Ciano la notizia del delitto è data sabato 12 giugno 1937 con questo sfrontato sottotitolo: «Si tratta senza dubbio di una "soppressione" dovuta ad odii tra diverse sette estremiste».

9 giugno 2020: in ricordo di Carlo e Nello Rosselli

Secco l'incipit del documento diffuso dal Comitato centrale di Giustizia e Libertà: «Noi denunciamo in Benito Mussolini il mandante dell'assassinio perpetrato in Francia dai sicari fascisti contro Carlo e Nello Rosselli». Un'accusa che la ricerca storica non invaliderà.

Significative le conclusioni di Renzo De Felice al termine dell' attenta ricognizione di un robusto apparato documentale: «La documentazione oggi disponibile prova senza ombra di dubbio che il delitto fu commesso su mandato del Sim e che la uccisione di Carlo Rosselli era stata studiata almeno dal febbraio nel quadro di un'azione volta a sopprimere varie "persone incomode" e cioè esponenti attivi dell'antifascismo impegnati nel sostegno della Spagna repubblicana e nella denuncia dell'intervento italiano contro di essa».

Mentre le indagini e i procedimenti penali svoltisi in Francia contro gli esecutori materiali del delitto e i loro capi francesi non hanno mai ufficialmente affrontato il problema dei mandanti stranieri, gli elementi emersi nel corso di quelli svoltisi in Italia dopo la caduta del fascismo non lasciano dubbi, anche se alla fine, la serie dei processi celebrati si è conclusa con un'assoluzione generale. Come ha scritto Salvemini che più di ogni altro ha approfondito le vicende del delitto e dei processi ai quali esso ha dato luogo, "è certo che il delitto fu compiuto da cagoulards francesi per mandato ricevuto da un ufficiale del Sim, Navale; che costui ricevé il mandato dal suo superiore del SIM Emanuele; che costui lo ricevette certamente da Galeazzo Ciano". Secondo Salvemini, "è assai difficile per non dire impossibile" pensare che Ciano avesse agito di testa sua "e non per esegire una volontà di Mussolini".

Nel 1951 i familiari ne traslarono le salme in Italia, nel cimitero Monumentale di Trespiano, nel piccolo borgo omonimo, nel comune di Firenze, sulla via Bolognese. La tomba riporta il simbolo della “spada di fiamma”, emblema di GL, e l’epitaffio scritto da Calamandrei: «GIUSTIZIA E LIBERTÀ / PER QUESTO MORIRONO / PER QUESTO VIVONO».

Nello stesso cimitero sono sepolti Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Spartaco Lavagnini.

Bibliografia:

Giuseppe Fiori – Casa Rosselli – Einaudi 1999

L’Italia in esilio. L’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre  a cura di:

Archivio Centrale dello Stato Roma

Centre d’Etudes et de Documentation sue l’Emigration Italienne, Paris

Centro Studi Piero Gobetti,Torino

Istituto Italiano di Cultura, Paris

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6 giugno 1944: operazione Overlord, nome in codice dello sbarco in Normandia

5 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Il luogo dello sbarco dell’operazione Overlord fu scelto durante la conferenza Trident nel maggio 1943 a Washington: venne preferita la Normandia piuttosto che il Pas-de-Calais, in quanto le divisioni tedesche presenti in questa zona erano più numerose e soprattutto perché non vi erano spiagge e porti che consentissero un rinforzo rapido della testa di ponte.

Alla fine del mese di gennaio 1944, Eisenhower stabilì i mezzi che dovevano essere impiegati nell’operazione: tre divisioni aviotrasportate e cinque divisioni trasportate via mare (due americane e tre inglesi). La zona di sbarco si doveva estendere per circa 60 chilometri, dall’estuario del fiume Orne alla costa orientale del Cotentin. Durante la notte precedente l’operazione anfibia, le divisioni aviotrasportate dovevano coprire tutto il settore di sbarco al fine di proteggerlo ai suoi fianchi.

La scelta della Normandia per l’operazione Overlord consentì di ingannare i tedeschi. Con l’operazione Fortitude, lanciata dagli Alleati, si fece credere ai tedeschi ad uno sbarco nel Pas-de-Calais, bloccando così alcune divisioni tedesche in quest’ultimo settore.

D-DAY Sbarco per la vittoria

La decisione di attaccare i nazisti in Normandia porta la data del 6 giugno 1944. Alle 9.33 del mattino le agenzie americane lanciano il primo flash sullo sbarco. Ma per mettere in ginocchio la Germania il prezzo è altissimo: diecimila morti nelle prime 24 ore.

 

sbarco-in-Normandia.jpg

 

Articolo di Silvio Bertoldi

«Overlord», il Signore: questo è il nome che americani e inglesi hanno scelto per indicare l'operazione di sbarco sul Continente. «Overlord» comincerà quando verrà il momento del D-Day, il Decision Day, o giorno della decisione. Il D-Day viene il 6 giugno 1944, alle 6.30 del mattino, tra nuvole basse e mare di onde lunghe e scure: 2727 navi mercantili, 700 da guerra, 2500 mezzi da sbarco, 1136 aerei inglesi (tra cui una formazione agli ordini del famigerato generale Harris che distruggerà Dresda senza un perché), 1083 aerei americani. Il fronte corre da Le Havre a Cherbourg in Normandia. Una sorpresa per i tedeschi che aspettavano l'attacco sulla Manica, al Pas de Calais, e non vogliono ammettere di essersi sbagliati. Cinque i punti di sbarco, classificati con nomi di fantasia: «Utah» o «Omaha» di pertinenza degli americani a occidente, «Gold», «Judno» e «Sword» per gli inglesi a oriente. Un giorno intero di battaglia sanguinosissima ed è inutile illudersi di salvare il soldato Ryan: di soldati Ryan ne moriranno circa diecimila nelle prime ventiquattr'ore, il prezzo tremendo (peraltro previsto) pagato per una testa di ponte in Europa dopo quattro anni di guerra. Il colpo decisivo per mettere in ginocchio la Germania e sollevare l'Urss dal sostenere da sola il peso del conflitto. Torna alla memoria la promessa di Churchill nella drammatica notte del 2 agosto 1940, quando tutto sembrava perduto: «Ricordate: non ci fermeremo, non ci stancheremo mai, non cederemo mai; l'intero nostro popolo e l'Impero si sono votati al compito di ripulire l'Europa dalla peste nazista e di salvare il mondo dal nuovo Medioevo... e il mattino verrà».

Quel mattino è venuto. È cominciato poco dopo la mezzanotte del 5 giugno, quando sono partiti 60 incursori con il compito di segnalare le zone di atterraggio ai 72 alianti lanciati su Caen, precedendo le divisioni di paracadutisti dei generali Taylor e Ridgway: gli stessi che l'8 settembre sarebbero dovuti scendere su Roma, se un terrorizzato Badoglio non li avesse scongiurati di soprassedere. Poi è toccato alle due Armate, la prima americana di Bradley e la seconda inglese di Dempsey, entrambe agli ordini di Montgomery, l'eroe partito da El Alamein, che ha giurato di concludere la sua corsa solamente a Berlino. Come sarebbe in effetti avvenuto, se ragioni politiche non avessero costretto Eisenhower a imporgli di lasciare la precedenza ai russi.

Alle 9.33 del mattino del 6 giugno le agenzie di stampa americane avevano lanciato il primo flash con l'annuncio dello sbarco, poi era stato letto il proclama di Eisenhower ai soldati. Il generale non aveva fatto economia di parole ed era ricorso a quello che riteneva il tono epico adatto alla circostanza. ...

A Londra, alla Camera dei Comuni, a mezzogiorno Churchill stava illustrando la presa di Roma, avvenuta due giorni avanti. Un segretario gli passò un biglietto, lui lo lesse e, senza alterare il tono della voce, annunciò che la battaglia per liberare l'Europa dal nazismo era cominciata e con l'aiuto di Dio sarebbe continuata fino alla vittoria. Quella sera stessa le truppe alleate erano saldamente attestate nell'entroterra della Normandia e prendeva il via la lunga cavalcata che le avrebbe condotte all'Elba, dopo che Patton ebbe distrutta a Bastogne l'estrema speranza di Hitler di rovesciare la situazione.

Come fu vissuta l'avventura dalle due parti? Il giorno dello sbarco Rommel, capo dell'armata tedesca stanziata in Normandia, non si trovava al suo comando di La Roche-Guyon. Fidando nell'inclemenza del tempo, che lasciava pensare a tutto tranne alla possibilità di uno sbarco, era partito in automobile per la Germania. Andava a festeggiare il compleanno della moglie e le portava in regalo un paio di scarpe francesi. Lo avvertì Speidel, il suo capo di Stato Maggiore e si precipitò verso Parigi a tappe forzate. Capì subito che per tamponare la falla si dovevano spostare le divisioni del Nord verso la zona di Cherbourg, ma per questo occorreva il consenso di Hitler. Il Führer stava dormendo e l’ordine categorico era di non svegliarlo prima di mezzogiorno. Così seppe dello sbarco con dieci ore di ritardo e anzi non volle credere che si trattasse dello sbarco vero, bensì di una manovra degli Alleati, un diversivo a scopo di disturbo. Negò a Rommel di disporre delle truppe richieste e in tal modo diede al nemico una chance di successo mai immaginata. Qualche tempo prima Rommel aveva detto che, quando fosse cominciata la battaglia di Normandia, quello sarebbe stato «il giorno più lungo». Non azzeccò la previsione. Il 6 giugno non fu il giorno più lungo, al cadere della sera era praticamente terminato, con gli Alleati vittoriosi sulla costa.

Per Eisenhower il problema era diverso, legato soprattutto alle condizioni meteorologiche. Dopo una preparazione durata mesi, aveva deciso di attaccare il 5 giugno, perché in quel giorno si presentavano le condizioni ideali di luna, di marea e di vento che, se lasciate passare, si sarebbero ripetute soltanto il mese successivo. Non si poteva restare tanto tempo in sospeso, dunque o subito o chissà quando. Ma una bufera implacabile cominciò a imperversare sulla Manica e rese impossibile la partenza delle navi. Già da venerdì 2 giugno si erano scatenati gli elementi e fu necessario rinviare. Dopo lunghe ore di attesa spasmodica il meteorologo inglese, colonnello Stagg, la sera del lunedì annunciò che il 6 mattina si sarebbe presentata la possibilità di uno spiraglio di qualche ora. Si trattava di cogliere quella problematica occasione, con il pericolo che tutto cambiasse di nuovo. Eisenhower decise di rischiare. Le truppe erano imbarcate da giorni, non era possibile tenerle ancora «prigioniere» nelle navi. Vi fu un'ulteriore consultazione e poi, sulla fede nelle previsioni di Stagg, l'annuncio: «OK si parte». Era il D-Day, il giorno della decisione.

Stagg, l'oscuro eroe della grande avventura, aveva lavorato senza un attimo di sosta per decifrare le sue carte del tempo e indovinare il momento magico per l'attacco. Così era avvenuto, la schiarita c'era stata. Quando le navi furono partite e i comandi svuotati diventarono silenziosi, Stagg si ritirò nel suo accantonamento, si gettò vestito su una branda e dormì dodici ore filate.



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Sbarco in Normandia 1 Sbarco in Normandia 2 Sbarco in Normandia 3 Sbarco in Normandia 4 Sbarco in Normandia 5 Sbarco in Normandia 6 Sbarco in Normandia 7 Sbarco in Normandia 8 Sbarco in Normandia 9 Sbarco in Normandia 10 Sbarco in Normandia 11

 

 

Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

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Operazione Overlord

5 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1944, una flotta gigantesca, la più formidabile mai assemblata nella storia dell’umanità, (21 convogli americani e 38 anglo-canadesi che trasportavano o rimorchiavano 2.000 mezzi da sbarco, scortati da una formazione di 9 corazzate, 23 incrociatori e 104 cacciatorpediniere) levò l’ancora dalle coste meridionali dell’Inghilterra per far rotta verso la Francia.

Le truppe alleate (che contavano nei loro ranghi 1,7 milioni di Americani, 1 milione tra Inglesi e Canadesi e 300.000 altre reclute, divise tra Francesi, Polacchi, Belgi, Olandesi, Norvegesi e Cecoslovacchi) disponevano di circa 2 milioni di tonnellate di materiale e di 50.000 mezzi (carri armati, veicoli semicingolati, automitragliatrici, camion, veicoli).

Mezzo milione di soldati del Reich era dispiegato tra l’Olanda e la Bretagna lungo il “Muro dell’Atlantico”, il sistema di fortificazioni fatto costruire da Rommel. Il grosso delle forze tedesche (la XV armata era disposta nella zona del Pas de Calais, là dove la Manica è più stretta, luogo di un probabile sbarco alleato secondo le previsioni di Hitler. Dieci divisioni blindate sono pronte ad intervenire, ma sono troppo distanti dalla costa.

Lo scarto in mezzi tra le due aviazioni è enorme: gli Alleati dispongono di 3.000 bombardieri e 5.000 caccia contro 320 apparecchi tedeschi.

È il feld-maresciallo Gerd von Rundstedt che prende il comando delle forze tedesche sul fronte occidentale. Al momento dello sbarco, Rommel è in Germania per festeggiare il compleanno della moglie.

Altri fattori rendono più facile la realizzazione del piano di invasione. Un esempio: sette messaggi trasmessi dagli Alleati alla Resistenza francese, benché intercettati dai servizi segreti tedeschi, non vengono mai ritrasmessi ai comandi militari in Francia.

Il comando supremo dell’Operazione Overlord è affidato al generale americano Eisenhower e il comando tattico al generale inglese Montgomery.

Il cattivo tempo sulla Manica provoca un ritardo di ventiquattro ore delle operazioni.

1944-Eishenower-e-paracadutisti.JPG

Le condizioni meteorologiche costringono il generale Eisenhower a scegliere la data del 6 giugno. La bassa marea delle prime ore del mattino e il levarsi tardivo della luna facilitano l’atterraggio degli alianti e il lancio dei paracadutisti.

Nella notte dal 5 al 6 giugno, le navi partite da diversi porti inglesi della Manica convergono al loro punto di incontro (“Piccadilly Circus”) per dirigersi sulle coste situate tra la foce della Senna e la penisola del Cotentin.

Il “Giorno più lungo” inizia alle 3 e 14 del mattino del 6 giugno con il bombardamento aereo delle difese costiere tedesche, seguito dall’atterraggio dei paracadutisti alleati (circa 18.000 uomini su 20.000 potranno compiere la missione che a loro era stata assegnata), il cui compito consisteva nell’annientare il sistema logistico del nemico. Due ore più tardi inizia il bombardamento navale alleato. La copertura aerea è impressionante e i tiri dei cannoni della marina micidiali. Pe evitare qualsiasi sorpresa, le navi dei convogli sono precedute da dragamine e protette dallo sbarramento di palloni frenati (potevano ascendere fino a quote di 1.500 m, tendendo i cavi di collegamento che consentivano di interdire ed ostacolare i velivoli ostili a bassa quota).

1944 cartina sbarco Normandia

Alle 6 e 30 i primi segni dello sbarco: la prima ondata d’invasione del gruppo di armate, agli ordini di Montgomery raggiunge le spiagge il cui nome in codice sono “Utah”, “Omaha”, “Gold”, “Sword” e “Juno”.

Questo impressionante spiegamento di forze è seguito dall’arrivo di 145 banchine galleggianti in cemento destinate alla costruzione di porti artificiali per l’attracco di navi fino a 10.000 tonnellate e di elementi di una pipeline prefabbricata “Pluto” (Pipeline-under-the-ocean) che fornirà il carburante necessario all’armata.

I primi soldati a calpestare il suolo delle coste francesi sono gli Americani della I armata del generale Omar Bradley che sbarcano sulle spiagge d’Utah e d’Omaha dove lo stato del mare e la resistenza accanita dei tedeschi li mettono in seria difficoltà. Sulle spiagge di Gold, Sword e Juno, gli inglesi della II armata del generale Miles Dempsey sono più fortunati. Alcune ore dopo, gli Inglesi si ammassano già nei dintorni di Caen, mentre le unità americane si battono ancora contro le fanterie e le Panzer divisioni accorse in tutta fretta sulle colline circostanti.

1944-sbarco-mezzi-Normandia.JPG

Alle ore 9 e 33 del 6 giugno 1944, il quartier generale di Eisenhower comunica al mondo intero il seguente messaggio: «Sotto il comando supremo del generale Eisenhower, le forze alleate navali, sostenute dalle potenti forze aeree, hanno incominciato a sbarcare armate alleate sulla costa nord della Francia». È questo l’annuncio che l’operazione “Overlord”, ossia l’invasione della Francia, è riuscita e il mondo libero non può che rallegrarsene.

A mezzogiorno, il primo ministro britannico, Churchill, rivolgendosi alla Camera dei Comuni, annuncia lo sbarco in Normandia: «La prima serie di sbarchi delle forze alleate sul continente europeo è iniziata nel corso della notte. Questa volta, l’assalto liberatore è stato effettuato sulla costa della Francia. L’armonia più completa regna tra le armate alleate».

Hitler sarà informato dell’invasione solamente in tarda mattinata. Quanto a Rommel, riguadagnerà il teatro delle operazioni in serata del giorno J. Ma i tedeschi si ostinano a pensare che non si tratti della grande offensiva alleata attesa da alcuni mesi. Questo errore fatale contribuirà al successo dell’Operazione Overlord. Hitler invia l’ordine tassativo di non spostare verso la zona dello sbarco le divisioni blindate che si trovavano in altri settori e gli Alleati non saranno respinti in mare «durante la notte» come espressamente richiesto dal Führer.

Al calar della notte, al contrario, circa 160.000 uomini calpestano già il suolo francese. Anche se gli Alleati hanno raggiunto solo in parte i loro obiettivi, l’operazione è un successo.

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La liberazione di Roma, 4 giugno 1944

3 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

1944-Montecassino-bombardata.jpg 1943 dicembre CIL Montecassino

Due giorni dopo la conquista di Cassino e dell'Abbazia, nel settore meridionale del fronte, il II Corpo americano attaccava la linea «Hitler» presso Formia e in direzione di Fondi. Altrettanto facevano algerini e marocchini sui monti Aurunci, mentre nel settore settentrionale il Corpo britannico e quello polacco combattevano aspramente a Pontecorvo e Piedimonte.

Cinque giorni dopo anche la linea «Hitler» era infranta e le Armate alleate potevano avviarsi verso Roma: l'VIII per la via Casilina e la V per la via Appia. Una Divisione americana si dirigeva lungo la costa verso la testa di ponte di Anzio, dove il VI Corpo angloamericano forte come un'Armata, il 23 maggio aveva iniziato l'offensiva.

1944 alleati in Anzio 

L'attacco principale venne sferrato verso i Colli Albani e verso Velletri, occupata qualche giorno dopo, mentre Alexander aveva ordinato di tagliare la ritirata nemica sulla via Casilina puntando in forze su Valmontone. Clark invece preferì insistere in direzione di Roma, e Valmontone fu presa solo il 2 giugno, dopo che i tedeschi avevano completato il ripiegamento. La città di Littoria era stata liberata dall'unica colonna americana, appena un reggimento, che dalla testa di ponte di Anzio s'era diretta verso sud, incontro alla V Armata in arrivo dal fronte del Garigliano. Il ricongiungimento avvenne a Borgo Grappa il 25 maggio. Nella gioia dell'incontro si dimenticava ch'esso si era fatto attendere quattro mesi più del previsto.

Clark disponeva di una formidabile piattaforma per il lancio finale su Roma. È alla capitale ch'egli continuava a guardare, più che alla manovra di aggiramento chiesta da Alexander. Voleva arrivarci prima degli inglesi perché la nuova vittoria su Hitler portasse il suo nome. Per i tedeschi fu un colpo di fortuna. Essi non speravano che gli Alleati, per un motivo di prestigio personale, rinunciassero a cogliere, con un colossale accerchiamento, i frutti della vittoria. Scampati alla trappola di Valmontone, i tedeschi abbandonavano Roma con ogni mezzo, mantenendo sgombre le strade su cui si ritiravano le Divisioni di Cassino. Avevano perso molti uomini, ma avevano salvato l'esercito. Proprio l'ultimo giorno vollero lasciare un altro ricordo di sangue. Alle porte della città, in frazione La Storta sulla via Cassia, per alleggerire un automezzo, assassinarono 14 prigionieri politici fra cui il vecchio sindacalista Bruno Buozzi. Poi risalirono sui camion e ripresero più in fretta la ritirata verso nord.

Il generale Clark rievoca il giorno della presa di Roma:

1944 alleati Roma 1944 giugno Roma porta Maggiore 

«La maggior parte della gente non collega la data del 4 giugno (giorno in cui entrammo a Roma) con lo sbarco del generale Eisenhower in Normandia, ma le due operazioni erano coordinate, e mi era stato dato l'ordine di conquistare Roma, se fosse stato possibile, subito prima dello sbarco di Eisenhower. Sicché combattemmo con tutto l'impegno e ce la facemmo appena in tempo. Naturalmente, volevamo essere la prima Armata che liberava una delle capitali dell'«asse»; ciò avrebbe sollevato il morale degli Alleati e anche degli italiani. Sicché fu con profonda emozione che ci avvicinammo a Roma, e il giorno in cui vidi le mie truppe marciare verso la città, e fui testimone del modo cordiale con cui vennero accolte dalla popolazione, fu un giorno particolarmente felice. Il 5 giugno entrai anch'io in Roma con la mia "jeep" per la via Casilina. Non eravamo molto pratici della città; il generale Hume, che era con noi, aveva suggerito che il Campidoglio sarebbe stato il luogo adatto per incontrarmi con i miei comandanti di Corpo d'Armata.

Nelle vie erano gaie folle, molti cittadini agitavano bandiere. I romani sembravano impazziti d'entusiasmo per le truppe americane. Il nostro gruppetto di "jeep" errava per le vie, ma non riuscivamo a trovare il colle capitolino. Ci eravamo smarriti. A un tratto ci trovammo in piazza San Pietro e un prete si fermò accanto alla mia "jeep" e disse in inglese: "Benvenuto a Roma. Posso esservi utile in qualche modo?».

1944-4-giugno-Alleati-a-Roma.JPG

«Gli chiesi la strada per il Campidoglio. Là intendevo discutere i nostri piani immediati. Volevamo spingerci immediatamente oltre Roma per inseguire il nemico e prendere il porto di Civitavecchia. Quando fummo in piazza Venezia davanti al balcone dal quale Mussolini soleva fare i grandi discorsi, una folla plaudente ci bloccò. Finalmente ci aprimmo un varco e salimmo sul colle. Il portone del Campidoglio era chiuso; io bussai parecchie volte, non sentendomi molto conquistatore di Roma. Mentre si bussava, pensai che quella era per noi una giornata storica. Avevamo vinto la corsa di Roma per soli due giorni».

giugno-44-alleati-a-Roma.jpg romani con fanti americani 

Chi nella capitale ha dimenticato quel giorno? Era la libertà, dopo nove mesi di angoscia e di disperazione. S'affacciava un mondo nuovo, si ricominciava a vivere.

A Roma l'appuntamento col Papa è una tacita consuetudine, quando accade qualcosa d'importante. Ma il pomeriggio del 5 giugno i romani andarono da Pio XII anche per un atto di gratitudine. Tutto in quei giorni era all'insegna della fede nell'avvenire. Ogni occasione era buona per affollare le piazze con bandiere, applaudire, gridare e sfilare in corteo proclamando i propri ideali. Gli Alleati assistevano sbalorditi, ed erano come travolti dall'urto caotico delle passioni politiche che esplodevano dopo tanto tempo.

Nella confusione scoppiarono anche disordini. In Piazza Venezia, dove la gente si raccoglieva più folta che altrove, si sfondarono i cancelli del palazzo delle Assicurazioni Generali in cerca di franchi tiratori inesistenti. La polizia alleata fu costretta ad intervenire con bombe lacrimogene.

Il 6 giugno la notizia dello sbarco in Normandia. È finalmente il secondo fronte, che porterà al tracollo della Germania; e intanto in Russia le Armate sovietiche incalzano. Di fronte alla grandezza degli avvenimenti, l'episodio dei franchi tiratori che, da una casa di via Appia Nuova, hanno aperto il fuoco contro i patrioti e i soldati americani, appare un inutile atto di rabbia e di vendetta. Ogni giorno nuove prove della violenza subita vengono alla luce. Finora Roma non sapeva ancora chiaramente delle Fosse Ardeatine, dove in marzo i tedeschi avevano massacrato per rappresaglia 335 detenuti politici. Adesso era un accorrere di parenti, di amici, di compagni di lotta.

Unità clandestina 30 marzo 1944

L'orrore era pari alla disperazione delle madri.

Il Luogotenente, che intuiva la precarietà del momento, venne a Roma pochi giorni dopo la liberazione. Forse contava su qualche gesto di simpatia da parte dei romani. Ma la sua visita improvvisa passò quasi inosservata, e Umberto tornò a Napoli deluso. Come si era stabilito in aprile, il governo arrivava a Roma dimissionario, e a Badoglio subentrò Ivanhoe Bonomi che raccolse intorno a sé uomini designati dai sei partiti antifascisti. La lotta contro i tedeschi rimaneva il primo punto del programma di governo.

Oltre Roma la guerra continuava senza slancio. Ma Alexander e Clark, tornati amici dopo la contesa per Valmontone, erano ottimisti. Alexander rivolse un proclama alle truppe: «Questa battaglia, di cui è terminata la prima fase, è stata un successo magnifico. Come dicono i francesi: " Une belle victoire". La conquista di Roma è in se stessa naturalmente un grande avvenimento. Ha un grande valore morale, un grande valore politico. Ma come obiettivo militare non ha che scarsa importanza. Ciò che veramente importa è il fatto che noi stiamo compiendo quello che ci eravamo prefissi di fare, e cioè annientare sul campo le Armate tedesche. Il nemico è in uno stato di totale disorganizzazione, avendo subìto gravissime perdite, tanto che i prigionieri sono oltre 20.000 e ci sono 8.000 tedeschi feriti ricoverati a Roma, oggi, in questo momento. Molti di più giacciono morti sui campi di battaglia. Le perdite del nemico sono state dunque molto gravi, esso è disorganizzato. E noi lo stiamo inseguendo». 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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2 Giugno 2020: una Festa della Repubblica particolare

27 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #varia

74 anni fa, il 2 giugno 1946, gli Italiani, nel referendum tra la monarchia e la repubblica, votarono in grande maggioranza per la Repubblica.

2 giugno 19462 giugno 19462 giugno 1946

2 giugno 1946

Nell'anno in cui la pandemia ha stravolto le vite e la società, la Festa della Repubblica è carica di significato per la ripartenza. Dice Carla Nespolo, presidente dell'ANPI: "Il 2 giugno saremo impegnati non solo a celebrare una data storica, ma lanceremo un messaggio forte e chiaro: per risolvere la crisi attuale è fondamentale e imprescindibile attuare pienamente la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza".

manifesto dell'ANPI in occasione della Festa della Repubblica 2020

manifesto dell'ANPI in occasione della Festa della Repubblica 2020

LE INIZIATIVE DELL'ANPI PER LA FESTA DELLA REPUBBLICA

La maratona social dell''Anpi sulla Costituzione e 21 rose per le donne che la scrissero

"Ogni giorno pubblicheremo sui social un articolo della Costituzione e il 2 giugno deporremo una rosa rossa sulle tombe delle 21 Costituenti".

 

Le 21 donne elette alla CostituenteLe 21 donne elette alla Costituente

Le 21 donne elette alla Costituente

"Attuare pienamente i principi e le disposizioni della Carta costituzionale ... a cominciare dall'articolo 3 della Costituzione che recita: "Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale..."

E l'omaggio delle rose per le "madri" costituenti: per Adele Bei, Bianca Bianchi che si battè per il riconoscimento giuridico dei figli naturali, Laura Bianchini che lottò per la scuola pubblica, Elisabetta Conci che si occupò degli statuti speciali e di autonomia regionale, Maria De Unterrichter Jervolino in prima linea sul fronte della scuola, Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Nadia Gallico Spano, che organizzò i "treni della felicità" che trasportarono 70 mila bimbi meridionali orfani nelle famiglie del Nord.

E ancora per Angela Gotelli a cui si deve la sfida per il diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura, Angela Guidi Cingolani che gettò le basi della legge di tutela delle lavoratrici madri, Teresa Mattei, Angela Minella Molinari, Maria Nicotra Verzotto, Ottavia Penna Buscemi, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

A queste donne che hanno contribuito a scrivere la nostra Carta Costituzionale avevamo dedicato una mostra dal titolo LIBERE e SOVRANE

Alcuni momenti dell’inaugurazione della mostra

alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
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alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
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alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana

alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana

In un suo discorso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto:

«Con il 2 giugno 1946 s' inaugurava una fase nuova nella storia del nostro giovane Stato, contrassegnata da grande partecipazione popolare, passione civile, speranza nel futuro.
E, di lì a poco, si schiudeva per l'Italia un periodo di crescita economica, sociale e culturale senza precedenti …

Volgendo lo sguardo al nostro passato ci si accorge di quanto cammino sia stato fatto dalla Repubblica per garantire agli italiani democrazia, libertà, benessere, giustizia, diritti, qualità della vita. Di quanti ostacoli siano stati superati, quando è prevalsa la coesione, il senso di responsabilità, la lungimiranza».

Un messaggio ancora di grande attualità!

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"Sono fiero del mio Paese"

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del “Concerto dedicato alle vittime del coronavirus” nel 74° anniversario della Festa Nazionale della Repubblica 

video

L'Inno nazionale della Repubblica Italiana

 

LA FESTA DELLA REPUBBLICA a LISSONE

Dal sito del Comune di Lissone

► Guarda il video

Leggi il discorso del Sindaco

Manifesto del Comune di Lissone del 2 giugno 2020

 

Discorso del Sindaco di Lissone 2 giugno 2020 

Care concittadine e Cari concittadini,

il prossimo martedì, 2 giugno, festeggeremo la Festa Nazionale della Repubblica, la festa di tutti gli italiani.

È una data che, quest'anno, precede un'ulteriore riapertura in termini economici, commerciali, produttivi, turistici e sociali.

Un giorno importante, emblematico nell'anticipare una ripartenza che, auspichiamo tutti, potrà dare il via ad un nuovo slancio per tutto il nostro Paese.

Il 2 giugno 2020 è davvero carico di speranze, di auspici, di attese. È un giorno che giunge dopo tre mesi di dubbi, di incertezze, di criticità che hanno cambiato per sempre le nostre vite.

Abbiamo maturato decisioni complesse, cambiato stili di vita, modificato le nostre abitudini, riacquistato il valore del bello, del giusto, del semplice, dell'essenziale.

Abbiamo cambiato la nostra quotidianità riscoprendo il senso della libertà, l'imprescindibile forza che spinge ciascuno di noi a cercare spazi, idee, esperienze che siano sempre nuove.

Sarà, senza alcun dubbio, un festeggiamento inusuale e distante, ma non per questo meno intriso del significato di sentirci tutti connazionali e accomunati da identici valori di uguaglianza, di libertà, di solidarietà, di aiuto reciproco.

Parole che, nel periodo di emergenza igienico-sanitaria, abbiamo visto tradotte in azioni concrete, comprendendo ancor più quale sia il significato di uno Stato che agisce per supportare chi si trova in un momento di difficoltà.

L'Italia, pur in un momento di sofferenza, ha saputo reagire con laboriosità e sacrificio, stringendosi in un grande territorio unito, pur nelle proprie diversità, contraddistinto dalla ricchezza d'animo di chi lo abita e lo fa vivere.

In questo 2020 celebriamo quindi il 2 giugno senza il tradizionale appuntamento con il Concerto della Banda che consentiva di trasmetterci quegli ideali che nel dopoguerra ispirarono la rinascita dell'Italia e la crescita della Repubblica.

Non ci saranno eventi pubblici in occasione del 2 giugno, ma io e la mia Amministrazione Comunale vogliamo rimarcare l'importanza di questo evento chiedendo a Voi tutti un gesto concreto: esporre la bandiera tricolore dai vostri balconi.

La bandiera italiana è simbolo di unione e di aiuto reciproco, è stato un mezzo per sentirci meno soli nel periodo di quarantena.

Ha rappresentato un appiglio per sentirsi saldi nei momenti di difficoltà.  

In una società che si fa troppo spesso travolgere dalla successione degli eventi, rimane importante soffermarsi su quei fatti che hanno scritto la nostra storia.

Il passaggio da monarchia a Repubblica avvenne a seguito di un referendum istituzionale al quale parteciparono quasi venticinque milioni di elettori, tra cui, per la prima volta, le donne.

La scelta della Repubblica segnò la storia di uno Stato e dei suoi abitanti, e di conseguenza del nostro Comune, delle nostre famiglie e di noi stessi.

Fu una scelta coraggiosa: gli italiani scelsero la forma la più difficile, la più impegnativa, la più innovatrice e riformatrice.

Quella decisione permise alle eccellenze culturali, intellettuali, artistiche, industriali d'Italia di potersi esprimere liberamente, contribuendo da protagonisti allo sviluppo d'Italia. La crescita del nostro Paese divenne inarrestabile, contraddistinta da uno spirito di responsabilità e di presa in carico del proprio destino.

La Repubblica, quando si nutre di partecipazione, è autorevole e non teme il conflitto, perché lo sa governare.

La Repubblica rappresenta quindi uno spazio pubblico in cui le differenti sensibilità e i legittimi interessi di parte trovano una sede per confrontarsi. Un confronto rispettoso dell'opinione altrui, soprattutto quando questa è differente.

Ecco perché è importante che noi tutti, anche oggi, facciamo nostra questa Festa e la sentiamo parte della nostra storia quotidiana.

La Repubblica in questo periodo di emergenza, anche attraverso gli Enti territoriali e locali, ha saputo mostrare vicinanza e sostegno alla popolazione.

La Festa della Repubblica ci ricorda che tutti noi siamo chiamati a metterci al servizio della comunità nella costruzione del bene comune. Mettendoci al servizio dei valori più alti che stanno alla base del benessere comune, realizzeremo gli intenti della nostra Costituzione e renderemo onore ai sacrifici di vite umane e sofferenze che il nostro popolo, il popolo italiano ha dovuto affrontare.

A voi, concittadine e concittadini, chiedo davvero di sentire nostra questa festa, la festa di tutti gli italiani.

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La nota del Presidente emerito dell’ANPI Carlo Smuraglia

Dai valori della Costituzione alla cittadinanza attiva

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I "TRE FONTANOT: Spartaco, Nerone, Giacomo

16 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza europea

«La patria, per un operaio, è là dove lui lavora»

Spartaco Fontanot rivolto ai suoi giudici, che gli domandano perché, siccome non è francese, si batta per la Francia.

 

Oggi in una prospettiva di unificazione europea, è importante sottolineare il carattere internazionalista della Resistenza: decine di migliaia di italiani combatterono con i movimenti di resistenza in vari paesi europei, nei Balcani, in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e in Francia, terra di emigrazione e di ospitalità di molti fuoriusciti antifascisti. Battersi contro le orde hitleriane: questa lotta comune fu un bell’esempio di fraternità ed eroismo.

monumento alla Resistenza europea a Como

monumento alla Resistenza europea a Como

particolari del monumento alla Resistenza europeaparticolari del monumento alla Resistenza europea
particolari del monumento alla Resistenza europeaparticolari del monumento alla Resistenza europeaparticolari del monumento alla Resistenza europea

particolari del monumento alla Resistenza europea

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monumento alla Resistenza a Mentone

Les Italiens du maquis

Non c’è un dipartimento della Francia che non conti dei partigiani italiani tra i suoi morti. Sono numerosi gli italiani caduti nelle insurrezioni di Marsiglia, Lione e Parigi. Ancor più il numero dei caduti e deportati nell'Est (Meurthe-et-Moselle, Moselle, Haut-Rhin, ecc.) dove in alcuni centri furono compiuti massacri di resistenti italiani.

«Dei circa 600 morti di cui ci sono pervenuti i nomi» - scrive Pia Leonetti Carena nel suo libro “Les Italiens du maquis” - «non rappresentano che una parte, dal 30 al 40% degli Italiani caduti in Francia. Tra di loro ci sono uomini di ogni età, la maggior parte sono giovani, anche di molto giovani, dai 15 ai 25 anni. Circa le loro condizioni, esse rispecchiano la grande colonia italiana in Francia composta principalmente da lavoratori, operai e contadini. Nella lunga notte dei combattimenti, di audaci sabotaggi, centinaia sono morti senza lasciare una traccia. I partigiani, i combattenti senza uniforme non portano neanche la povera piccola piastrina di riconoscimento che consente di identificare un soldato caduto in combattimento. Se, per assurdo, si trovasse qualche documento su di loro, molto spesso è un falso. Si trova, nelle gesta di questi combattenti, quel senso dell’azione di tutti i semplici volontari che, in un’ora decisiva, mettono le loro braccia, il loro cuore, il loro pensiero, la loro vita al servizio della libertà».

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In occasione del 75° anniversario della fine dell’occupazione nazista di gran parte dell’Europa,

tra le molte storie di italiani caduti per la liberazione dall’occupazione nazista della Francia, desidero raccontare quelle di tre giovani, conosciuti in Francia come “LES TROIS FONTANOT”.

Nel libro “Contro il fascismo oltre ogni frontiera”, Nerina Fontanot racconta: «L’avventura umana e politica della famiglia Fontanot si svolge attraverso mezza Europa dai primi anni del Novecento sino alla fine della seconda guerra mondiale. I Fontanot sono operai ai cantieri navali di Monfalcone, socialisti ed anarchici, poi comunisti. Un ramo della famiglia combatte nella Resistenza sul confine orientale d’Italia, a contatto con la Resistenza slovena. Un altro ramo si sposta in Francia, e dopo l’invasione tedesca combatte nella Resistenza francese. Tutti pagano prezzi altissimi».

SPARTACO

Spartaco ha due anni quando, all’inizio del 1924, arriva in Francia, da Monfalcone, con il padre Giacomo Fontanot e la madre Lucia Fumis. I Fontanot sono una delle tante famiglie che emigrano in quel periodo in Francia per motivi politici, perché antifascisti. In Italia, nel clima di totale sospensione delle libertà sindacali e civili e di prevaricazione del fascismo, i Fontanot, fin dalla prima ora, avevano assunto un atteggiamento di rifiuto e di opposizione al regime.

A ventidue anni abbandona gli studi di meccanico per impegnarsi, come il padre, corpo e anima, nella lotta contro l’invasore tedesco. Molto apprezzato per le sue qualità di organizzatore e per la sua energia, Spartaco Fontanot è nominato, nel novembre 1942, sottotenente dei Francs-Tireurs et Partisans de la Main d'Oeuvre Immigrée (FTP-MOI) della regione parigina. Fa parte del “gruppo Manouchian”, dal nome del suo comandante, il poeta armeno Missak Manouchian e dal tecnico Joseph BoczovIl gruppo era composto da uomini e donne di diverse nazionalità. Con un centinaio di membri rispecchiava il microcosmo delle varie comunità immigrate in Francia negli anni Venti e Trenta del Novecento. Si trattava di uomini e donne che rinnegavano il nazismo.

Spartaco Fontanot appare come un capo incontestato. Partecipa all’attacco con bombe a mano di un deposito tedesco a Nanterre, all’assalto di un camion carico di soldati della Wehrmacht, a Parigi; all’attacco della caserma di Rueil e  all’esecuzione di un traditore. È anche alla testa di quelli che attaccano von Schaunburg, comandante della “Grande Parigi”, e Ritter, il negriero, capo dello STO (Service Travail Obligatoire, che reclutava manodopera da inviare in Germania a lavorare, in base ad una legge promulgata dal regime di Vichy).

Dopo lunghi pedinamenti, la Gestapo, tramite un provocatore riesce ad arrestarlo, nel novembre 1943, con diversi resistenti. È per la Gestapo l’occasione sperata, del resto abilmente preparata, di organizzare davanti all’opinione pubblica un processo ben orchestrato di «terroristi» e di «comunisti». Così comincia, il 17 febbraio 1944, all’Hotel Continental di Parigi, il «processo dei 23».

Il «gruppo dei 23» è composto, oltre che da Missak Manouchian e Joseph Boczov, da 20 stranieri: una donna rumena, poi deportata in Germania ed uccisa, uno spagnolo, cinque italiani (Spartaco Fontanot, Dino della Negra, Antonio Salvadori, Cesare Luccarini, Amedeo Usseglio), otto polacchi, due armeni, tre ungheresi e tre francesi. Questi partigiani (torturati e condotti nell’aula del processo ammanettati con le mani dietro alla schiena) hanno mostrato davanti ai giudici il coraggio di uomini che hanno fatto la loro scelta, che sapevano perché si battevano e che andavano degnamente alla morte.

Ai giudici che gli domandavano perché, lui che non è francese, si batta per Francia, Spartaco Fontanot risponde che la patria, per un operaio, è là dove lui lavora. Tre giorni dopo la sentenza, il 21 febbraio 1944, viene fucilato insieme ai suoi compagni al Mont Valérien, un’altura sopra Parigi.

 

L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién
L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién
L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién

L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién

Spartaco al momento della fucilazione aveva 22 anni. Pochi giorni prima della morte aveva scritto un’ultima lettera ai suoi familiari. La lettera è stata inserita nel libro “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea” pubblicato nelle edizioni Einaudi nel 1954.

La lettera scritta da Spartaco Fontanot ai genitori e alla sorella prima della fucilazione (il cugino Nerone era già stato fucilato)
La lettera scritta da Spartaco Fontanot ai genitori e alla sorella prima della fucilazione (il cugino Nerone era già stato fucilato)

La lettera scritta da Spartaco Fontanot ai genitori e alla sorella prima della fucilazione (il cugino Nerone era già stato fucilato)

un passo della lettera di Spartaco ai suoi genitori

un passo della lettera di Spartaco ai suoi genitori

«In questa sua ultima lettera ai genitori, prima della sua esecuzione, Spartaco ha saputo esprimere con tutta semplicità la portata universale del suo sacrificio»

Un’enorme e scandalosa pubblicità viene data al «processo dei 23». Nelle città, nei paesi, i manifesti l’ “Affiche Rouge” si moltiplicano, con la fotografia dei condannati, in cui si faceva credere che i processati non fossero i liberatori della Francia ma facessero parte di un “Armèe du crime” composto da terroristi assassini. Tutto per mostrare i volti dei «terroristi» con a fianco delle riproduzioni di deragliamenti e di uccisioni.

Affiche Rouge - (dall'alto, il secondo a destra è SPARTACO FONTANOT, per evidenziarlo ho aggiunto il suo nome in bianco)

Affiche Rouge - (dall'alto, il secondo a destra è SPARTACO FONTANOT, per evidenziarlo ho aggiunto il suo nome in bianco)

Clamori della stampa asservita, alla quale replica subito la stampa clandestina. In segreto, la popolazione copre di fiori le fotografie, sulle quali incolla dei foglietti con la scritta «Morti per la Francia».

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NERONE

Era figlio di Bepi Fontanot e Gisella Teja, cugino di Spartaco. Nel giugno 1942, Nerone ha 21 anni. Operaio metalmeccanico qualificato, si rifiuta di lavorare per i tedeschi e si rifugia a Châtellerault, nel dipartimento della Vienne, nei pressi di Poitiers, dove diventa nel 1943 uno dei diffusori più attivi della stampa clandestina. Nello stesso anno uccide un noto collaboratore dei tedeschi. Sotto lo pseudonimo di René, diventa poi capo dei F.T.P. (Francs-Tireurs et Partisans) della Vienne. Alla testa dei suoi uomini, partecipa a numerose azioni di sabotaggio: deragliamenti di treni, incendio di convogli carichi di munizioni, incendio di depositi di viveri e di cereali destinati ai tedeschi.

Arrestato nell’agosto 1943, malgrado le torture cui è sottoposto, non parla. Nel settembre comparve davanti al tribunale militare tedesco. Durante il processo, si assume la responsabilità degli atti attribuiti al suo gruppo, riuscendo così a salvare uno dei suoi compatrioti che verrà deportato. Nerone Fontanot viene condannato a morte per “attività in favore del nemico e terrorismo”. Dignitoso e calmo, ascolta la sentenza che lo condanna a morte. In prigione, tenta inutilmente di segare le sbarre della sua cella. Scoperto, è controllato a vista, piedi e mani legate fino all’antivigilia dell’esecuzione. È fucilato, il 27 settembre 1943 a Poitiers, con altri sette compagni francesi. Aveva 23 anni.

La madre Gisella, che era internata nel campo di Poitiers, venne a conoscenza della morte del figlio in modo del tutto casuale: leggendo un giornale, vide in testa a uno degli avvisi che annunciavano l’arresto e la fucilazione di resistenti, il nome di Nerone. La notizia della morte di suo figlio gettò Gisella nella disperazione; solo il conforto delle compagne e la sua forza d’animo la aiutarono a sopportare la sofferenza e a sentire che la sorte di suo figlio era comune a quella di migliaia di altri giovani vittime di una guerra crudele. Per il grande dolore e per le privazioni patite durante la detenzione Gisella si ammalò e, nell’aprile del 1944, venne ricoverata in ospedale a Poitiers. Lì finalmente poté ricevere la visita di Jacques; fu un momento di grande gioia, ma anche di grande dolore perché Jacques seppe della morte di Nerone e portò a sua madre la notizia della morte di Spartaco con la copia della sua ultima lettera.

la collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazionela collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazionela collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazione

la collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazione

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GIACOMO detto JACQUES

Figlio di Bepi Fontanot e Gisella Teja, fratello di Nerone.

Nel settembre del 1942, Jacques era studente alla scuola tecnica di Puteaux. Qui iniziò a preparare e a diffondere tra i giovani compagni volantini antitedeschi. Un suo compagno, sorpreso mentre affiggeva un volantino, fu fermato e interrogato. Vennero così arrestati altri studenti, tra cui Jacques. Aveva 16 anni. Subì un processo e, benché assolto, data la giovane età, venne internato nel campo di Tourelles. Nel maggio del 1944, le autorità disposero il trasferimento  dei prigionieri da Tourelles al campo di Rouille.

Durante il trasferimento, Jacques riuscì a vedere sua madre che si trovava malata all’ospedale di Poitiers: da lei seppe che Nerone era stato fucilato.

Il 10 giugno del 1944, un’azione dei partigiani riuscì a liberare una cinquantina di internati del campo di Rouille, tra cui Jacques che riuscì a far pervenire un messaggio a sua madre: “Mamma, siamo liberi, i maquisards ci hanno liberati e verremo presto a liberare anche voi”.

Senza né armi né documenti, in territorio controllato dalle truppe tedesche, il gruppo si nascose nella foresta di Saint Sauvant. Informati da spie della polizia francese, i tedeschi, il 27 giugno 1944, circondarono la zona. Iniziò una caccia all’uomo. Una ventina riuscirono a fuggire, gli altri vennero catturati, tra cui Jacques allora diciottenne, e trucidati.

 

A Vaugeton, il paese più vicino alla foresta, c’è un monumento costruito dopo la guerra in memoria dei giovani caduti. Sul memoriale si legge il nome di Jaques e dei trenta compagni “gloriosi soldati senza uniforme caduti per la Francia e per la liberta“ uccisi nel “massacro di Saint Sauvent”.

I "TRE FONTANOT: Spartaco, Nerone, Giacomo
I "TRE FONTANOT: Spartaco, Nerone, Giacomo
immagine da Antonio BECHELLONI - Bulletin N°28 – Les trois Fontanot - Société d’Histoire de Nanterre 27  juin 2002

immagine da Antonio BECHELLONI - Bulletin N°28 – Les trois Fontanot - Société d’Histoire de Nanterre 27 juin 2002

«La lotta dei Tre Fontanot e, dietro di loro e con loro, della loro famiglia, è emblematica di uno dei momenti più alti della Resistenza straniera, e principalmente italiana, in Francia».

I francesi hanno saputo onorare la memoria dei Tre Fontanot, morti per la liberazione della loro terra, dedicando loro libri, monumenti, manifesti, e intitolando loro vie e piazze a Nanterre e a Parigi.

 

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Breve presentazione del libro: les Trois Fontanot: Nerone, Spartaco et Jacques, nanterriens, fils d’immigrés italiens, morts pour la France

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Chant des Partisans

La chanson commence par des bruits et
des voix de soldats allemands qui marchent
sur Paris.

Ami, entends-tu le vol noir des corbeaux sur nos plaines?
Ami, entends-tu les cris sourds du pays qu'on enchaîne?
Ohé, partisans, ouvriers et paysans, c'est l'alarme.
Ce soir l'ennemi connaîtra le prix du sang et les larmes.
Montez de la mine, descendez des collines, camarades!
Sortez de la paille les fusils, la mitraille, les grenades.
Ohé, les tueurs, à la balle et au couteau, tuez vite!
Ohé, saboteur, attention à ton fardeau: dynamite...
C'est nous qui brisons les barreaux des prisons pour nos frères.
La haine à nos trousses et la faim qui nous pousse la misère.
Il y a des pays où les gens au creux de lits font des rêves.
Ici, nous, vois-tu, nous on marche et nous on tue, nous on crève.
Ici chacun sait ce qu'il veut, ce qui'il fait quand il passe.
Ami, si tu tombes un ami sort de l'ombre à ta place.
Demain du sang noir sèchera au grand soleil sur les routes.
Chantez, compagnons, dans la nuit la Liberté nous écoute.
Ami, entends-tu ces cris sourds du pays qu'on enchaîne?
Ami, entends-tu le vol noir des corbeaux sur nos plaines?
Oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh...

Bibliografia

 

 

AA. VV - L' Italia In Esilio. L' Emigrazione Italiana in Francia tra le due guerre - Archivio Centrale dello Stato Gennaio 1984

 

 

 

Nerina Fontanot - Anna Digianantonio - Marco Puppin - Contro il Fascismo oltre ogni frontiera -  ed. KV 2015

 

 

 

Pia Leonetti Carena - Les Italiens du maquis – Ed. del Duca Paris 1948

 

 

 

Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea 

 

 

 

Giulia Dovi – La forza e la resistenza delle mie radici – Tesi di Maturità 2017-2018

 

 

AA.VV. Le Mont-Valérien : Résistance, Répression et Mémoire - Ed. Gourcuff Gradenigo -2010

 

 

 

 

Antonio BECHELLONI - Bulletin N°28 – Les trois Fontanot - Société d’Histoire de Nanterre 27  juin 2002

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11 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #varia

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