Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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10 Avril 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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Gli scioperi del 1943 e 1944 in Italia

26 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Le agitazioni operaie si diffusero da Torino, vero epicentro della protesta operaia, a partire dal 5 marzo, nelle altre città del Piemonte (Asti, Cuneo, Alessandria, Vercelli) e alla fine di marzo le agitazioni coinvolsero anche Milano e il resto della Lombardia. Infatti, a partire dalla giornata del 24 e per tutta l’ultima settimana del mese, il centro della lotta si spostò a Milano, Varese e Como con un’appendice finale espressiva che si registrò nei primi giorni di aprile nuovamente in Piemonte, in particolare nei lanifici di Biella.

I reali protagonisti delle agitazioni operaie, al di là dell’ultima settimana guidata dalle maestranze tessili biellesi, furono quindi gli operai metalmeccanici delle grandi aziende torinesi e milanesi, dalla FIAT Mirafiori alla Falck di Sesto San Giovanni, ai Caproni, alla Ercole Marelli, alle Officine Fratelli Borletti, Bianchi, eccetera. Tuttavia, episodi significativi di lotta si registrarono sia in altre regioni italiane, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, passando per Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche, che negli altri settori manifatturieri oltre che nei rami “chimici” a partire dalle miniere, alle aziende del vetro, nel settore della concia e in quello delle fibre tessili artificiali, ma soprattutto nel settore della gomma, con gli scioperi alla Pirelli di Milano.

Gli operai scesero in sciopero e diedero avvio alla contestazione aperta contro il Regime chiedendo “pane e pace”, quindi, dissociandosi dalla guerra fascista, considerata sbagliata e ingiusta, e segnando la sconfitta di Mussolini sul fronte interno attraverso la perdita definitiva del consenso già prima della sua destituzione.

Gli scioperi operai del marzo-aprile 1943 rappresentano le prime agitazioni di massa dopo quasi un ventennio di repressione sociale.

Tuttavia va sottolineato come il corporativismo fascista e la storia stessa del sindacalismo fascista avevano rappresentato il tentativo di integrare le masse lavoratrici all’interno dello Stato autoritario. Non a caso, nei momenti di crisi, la conciliazione con il mondo del lavoro appare in maniera evidente – anche alle classi dirigenti più retrive – come l’unico modo per evitare il dissolvimento finale.

Di fatti, prima che l’Italia si ritrovasse spezzata in due, sotto il governo Badoglio, nel momento di maggiore disorientamento delle classi dirigenti del Paese, viene concluso l’accordo Buozzi-Mazzini per il riconoscimento delle Commissioni interne: vi è la consapevolezza che la Nazione non può sopravvivere senza riaprire quantomeno il dialogo con il mondo del lavoro. E immediatamente dopo gli anglo-americani capiranno che le forze vive e affidabili del paese sono le forze sociali e sosterranno la riorganizzazione sindacale già decisamente avviata dai lavoratori in tutte le province liberate del Paese. E lo stesso Mussolini, attraverso le norme di indirizzo generale approvate dal Consiglio dei Ministri della RSI, puntava alla impossibile riconciliazione con il mondo del lavoro, proponendo il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese e, più in generale, proponendo una disperata riedizione del fascismo sociale delle origini e rispolverando i motivi anti-borghesi della prima ora.

Ma la strada intrapresa dal mondo del lavoro portava inequivocabilmente verso la democrazia e verso la ricostruzione su nuove basi della vita civile ed economica italiana. Il momento di rottura più significativo che emerge appunto nel primo ciclo di lotte, attraverso gli scioperi del marzo ’43, lo si ha attraverso la presa di distanza dalla guerra fascista. E’ l’atteggiamento di fronte alla guerra che determina la vera rottura tra il fascismo e il Paese. Il senso di una disfatta, quale quella che segue al 25 luglio e all’8 settembre, che è decisiva per dare al mondo del lavoro la percezione della caduta, della vera e propria cesura della storia nazionale.

Gli scioperi, pur nascendo da esigenze strettamente economiche, ebbero una forte valenza politica ponendo al centro i tre temi della libertà, della pace e del lavoro. Inoltre, le lavoratrici e i lavoratori scesi in piazza si riappropriarono con forza, seppure per breve tempo e senza particolari effetti immediati, di una delle tante libertà calpestate dalla dittatura: lo sciopero il cui divieto era stato sancito nel 1926 dal fascismo.

In seguito, la destituzione di Mussolini e la sua sostituzione con il maresciallo Badoglio, e la fine del fascismo, aprono a un periodo di intensa attività politica all’interno dei Comitati di opposizione cittadini e nelle neo-costituite Commissioni interne di fabbrica. Al contempo l’occupazione dell’Italia del Nord da parte della Germania hitleriana, all’indomani dell’armistizio con le forze anglo-americane, e la costituzione della Repubblica sociale italiana danno avvio ad una nuova fase.

Gli scioperi e i sabotaggi alla produzione nelle fabbriche del nord caratterizzano questo periodo che vede la partecipazione diretta dei lavoratori nei Comitati di agitazione, nelle squadre armate dei cittadini e nelle brigate partigiane.

In questo clima si inscrive lo sciopero del 1944, guidato dalla classe lavoratrice. La connotazione e la dimensione politica che si concretizza negli scioperi del 1943 e, ancor più, del marzo 1944 non nasce improvvisa, ma ha alla base una vasta azione di vero e proprio antifascismo che precede il momento insurrezionale, traslandolo dalla dimensione più economica a una più esplicitamente politica. Antifascismo e lotta contro l’occupazione tedesca, quindi, si mescolano e si intrecciano con la repressione repubblichina e la deportazione nazista, complici le strutture e la proprietà delle fabbriche, determinando un nuovo flusso di deportati, che vide protagonisti migliaia di lavoratori italiani a partire dagli operai delle aree industriali ai contadini e braccianti.

Lo sciopero generale del 1944 segna il passaggio definitivo del mondo del lavoro all’azione diretta, alla resistenza più ferma e alla guerra partigiana che assumerà definitivamente i caratteri di guerra di popolo contro l’occupazione nazi-fascista. È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.

Così nel marzo del 1944, la reazione operaia – e questa volta con una estensione straordinaria – annientò il tentativo della Repubblica sociale italiana di tessere nuovi rapporti col mondo del lavoro, di recuperare il consenso perduto attraverso i progetti di socializzazione e attraverso tutte le proposte tardive, velleitarie e contraddittorie del governo mussoliniano di Salò.

La classe operaia italiana che giunge agli scioperi del ’43-44 è una classe che riacquista piena fiducia nelle proprie forze; si assiste al passaggio da una fase difensiva e di lotta di tipo quasi esclusivamente economico, ad una offensiva in cui la caratterizzazione è essenzialmente di natura politica. Non si sciopera solamente contro gli industriali e i padroni, ma contro il fascismo, contro la guerra fascista e a sostegno della lotta partigiana, per l’insurrezione, per la libertà e per la democrazia.

La fabbrica, ma non solo la grande fabbrica, ritorna ad essere quello spazio di socializzazione politica che vent’anni di dittatura non erano riusciti mai a neutralizzare del tutto. A Milano, infatti, i tranvieri paralizzano la città e accanto agli operai entrano in sciopero anche gli impiegati e gli studenti universitari. Emblematico è inoltre lo sciopero del più autorevole giornale della borghesia italiana, il “Corriere della sera”. Le campagne tornano in fermento in tutta Italia. Lo svolgimento degli scioperi al Nord, infatti, è parallelo all’avvio del grande ciclo delle lotte per la riforma della terra partita dal Mezzogiorno, parallelamente all’avanzata Alleata, che contrapponeva la struttura politico e sociale del regime fascista alla opportunità apertasi con i ‘Decreti Gullo’.

È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.»

 

Dalla relazione di Adolfo Pepe, direttore della Fondazione Di Vittorio, al convegno tenutosi al Palazzo delle Stelline a Milano il 10 marzo 2007, dal titolo: I lavoratori, il Sindacato e la lotta di Liberazione. "Dagli scioperi del Marzo 1943 ai GAP"

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Le donne nella Resistenza

2 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne affrontarono tra il 1940 e il 1945 un periodo dei più scuri: figli e mariti al fronte, a casa razionamento e bombardamenti. L'8 settembre anche la loro rassegnazione doveva trasformarsi: la donna, partecipa attivamente alla lotta di liberazione e prende coscienza del suo ruolo nella nuova società italiana. Lo dimostrano alcuni brani di lettere di donne della Resistenza condannate a morte:

«... A voi conver il dovere di addolcire il dolore di mia madre; ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessari.

 

«Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un soldato che va sul campo di battaglia: sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà. Avrei tanto voluto vedere i tempi nuovi».

 

«Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile».

 

Ha scritto Thomas Mann:

«Tutto ciò sarebbe stato invano, inutile, sciupato il loro sogno e la loro morte? No, non può essere. Non c'è stata idea per cui gli uomini abbiano combattuto e sofferto con cuore puro ed abbiano dato la vita che sia andata distrutta ».

 

La Resistenza fu un fenomeno europeo. Il termine coniato dai francesi indicò l'opposizione che l'Europa fece al nazismo. Fu insieme lotta armata, resistenza passiva, movimento popolare, rivolta patriottica.

In Italia la Resistenza prese l'aspetto di un secondo Risorgimento; un moto che unì e saldò per la prima volta nella storia nazionale uomini diversi per provenienza di classe e per ideali politici. Fu l'incontro delle grandi masse popolari con i partiti antifascisti.

Vi persero la vita 35.000 partigiani; 10.000 civili furono uccisi in azioni di rappresaglia; 33.000 militari perirono nei campi di concentramento; 8.000 furono deportati nei «Lager» per motivi politici; 32.000 caddero combattendo nelle formazioni partigiane che si organizzarono all'estero. Le donne vi parteciparono largamente: 70.000 presero parte ai gruppi di difesa; 35.000 in azioni di guerra partigiana; 16 furono decorate di medaglia d'oro. Perché? Cosa fu che le mosse? Ne abbiamo intervistate alcune.

 

Lidia Beccaria (Cuneo): «Avevo alcuni amici ebrei per cui non riuscivo a capire la presa di posizione contro di loro. non riuscivo a rendermi conto del perché io avrei dovuto rifiutare alcune amicizie che fino al giorno prima mi erano state molto care. Successivamente penso che il colpo maggiore me l'abbiano dato i miei fratelli di ritorno dalla Russia, quando mi hanno raccontato e quello che era successo durante la ritirata e quello che avevano fatto i tedeschi e quello che avevano visto sia in Polonia che in Russia. L'ultimo colpo certamente, a parte il 25 luglio, avvenne il 12-13 settembre quando i primi carri armati tedeschi sono entrati a Mondovì».

 

Sandra Codazzi (Reggio Emilia): «Era assolutamente assurdo, ingiusto, che i tedeschi portassero via gli uomini in quella maniera e sopratutto vedere (vicino al treno nel quale mio padre si trovava, un treno piombato che portava i deportati in Germania) un gruppo di tedeschi e di fascisti che sparavano su noi donne che eravamo andate là per cercare i nostri genitori, fratelli, eccetera. Ecco, ebbi una ribellione enorme e forse per la prima volta nella mia vita ho provato una cosa che poi non ho provato forse più: ho provato cioè che cosa è l'odio ».

 

A. Ciccetti (Milano): «Mettevano dentro la busta-paga un tagliandino dove c'era scritto "Deve pagare 5 lire (ricordo benissimo) per il Partito Fascista, per la tessera del Partito Fascista". Ci ho scritto su: "Rifiuto". Dopo due o tre giorni mi chiamano in direzione e mi dicono: "Tu sei passabile per il Tribunale speciale". "Perché?". "Perché hai rifiutato la tessera del fascio". "lo la rifiuto semplicemente perché è appena morto mio fratello, in guerra. Aveva vent'anni... Dunque la guerra mica l'ho voluta io, l'avete voluta voi. E basta"».

 

Marta Pellegrino (Cuneo): «L'8 settembre, quando, diciamo, si è sfasciato l'esercito, naturalmente ho scelto questa strada, perché ho capito che questi ragazzi in montagna avevano bisogno anche dell'apporto delle donne. Loro da soli non potevano, perché quelli che erano lassù, in montagna, non potevano naturalmente venire in città, perché sarebbero stati arrestati. Ed allora mi sono decisa a fare la staffetta. Ho cominciato ad andare avanti e indietro, a Boves, con la mia bicicletta, a portare armi, munizioni, documenti, notizie, medicinali, viveri, secondo quello che poteva servire».

 

Con la Resistenza la donna diventa protagonista di un avvenimento storico a fianco degli uomini. Accetta la guerra come individuo che vi partecipa responsabilmente di persona; accetta la guerra con le sue regole di violenza; e la guerra non le risparmierà alcuna violenza. Le donne arrestate, condannate, torturate, sono 4.563; le donne fucilate o che nel corso di azioni armate caddero, furono 623; le donne deportate in Germania furono circa 3.000. In montagna parteciparono a tutte le azioni delle formazioni partigiane; e in montagna la donna scopre un'altra dimensione di sé. L'occasione le dimostra che se necessario può prendere il controllo della situazione, può condurre una azione, guidare una formazione. Oltre cinquecento sono state le donne cui sono stati affidati compiti di comando anche militare. Ne abbiamo incontrato alcune; ecco le loro storie nelle interviste di Liliana Cavani:

La sera del 7 novembre a Bologna si combatte contro i tedeschi la battaglia di porta Lame, decisiva per le formazioni partigiane. Fu una ragazza di 17 anni, Germana Boldrini, a dare il segnale dell'attacco partigiano.

 

Germana Boldrini (Bologna): «In quel momento io mi sganciai dai miei compagni di gruppo ed arrivai a Porta Lame, circa un sei-sette minuti prima; e Il ci fu l'attacco, in piazza della Porta, insomma. E quando arrivai a Porta Lame, con la mia arma automatica e le bombe a mano lanciai il fuoco. I miei compagni mi seguirono e ci fu un grande combattimento. Ci furono delle perdite da parte nostra e delle perdite da parte dei tedeschi».

 

Liliana Cavani: «Da dove le veniva questo grande coraggio? ».

Germana Boldrini: «Forse perché in casa mia si è sempre vissuti in quella atmosfera, date le circostanze del mio povero babbo che aveva vissuto dodici anni di confino e quando era a casa era molestato quasi tutti i giorni dai fascisti; e ne ha subito di tutti i colori ed io essendo la più grande, si vede che mi son messa nel sangue quel certo spirito di coraggio per difendere mio padre fino alla morte, perché aveva passato una gioventù tanto crudele, tanto brutta, che mi rimpiangeva il cuore solo a sentirlo parlare, tante volte. E dopo la morte, la morte brutta, fucilato ... ».

 

Liliana Cavani: «Che cosa era accaduto a suo padre? ».

Germana Boldrini: «Mio padre è stato fucilato. Prima hanno minato la casa e poi l'hanno fucilato sulle macerie della casa».

Liliana Cavani: «E lei, allora, che ha fatto?».

Germana Boldrini: «Ho pensato che volevo difenderlo, volevo vendicarlo ... Questo è stato tutto quello che ho fatto, poiché io non l'ho visto. L'ho visto due giorni prima di morire, poi non l'ho più visto, neanche sono stata al funerale, niente; ché non gli han fatto un funerale civile, gli han fatto un funerale con un carro da buoi, perché non gli hanno dato il permesso neanche di dargli una carrozza, niente ».

 

Nel 1944, Norma Barbolini aveva 24 anni; era in montagna da tempo con una brigata partigiana comandata dal fratello. Uno degli scontri più violenti con i tedeschi fu quello di Ceresologno, nel Modenese, nel corso del quale Norma prese il comando della brigata.

 

Norma Barbolini: «Poiché mio fratello rimase ferito e abba­stanza gravemente (eravamo impegnati in una battaglia molto impegnativa, anche perché quella lotta si svolse così, quasi a tu per tu tra i tedeschi e partigiani e di conseguenza a un certo momento noi eravamo circondati, dopo che la postazione di mio fratello l'hanno messa a tacere, quindi noi abbiamo dovuto cercare con tutte le nostre forze di resistere a questo combattimento) e poiché lì persone che potessero in quel momento prendere delle decisioni non ne vedevo (c'era anche un certo caos) decisi di prendere io quelle decisioni che ritenevo più opportune e ero sicura che i partigiani mi avrebbero appoggiata; si è fatto tutto il possibile, e di conseguenza lì siamo riusciti a portare a termine la battaglia con un enorme successo, fra l'altro ... ».

Liliana Cavani: «Lei che grado aveva? ».

Norma Barbolini: «Io di capitano e avevamo una taglia, io e mio fratello, di 400.000 lire ».

 

In carcere sono sottoposte a interrogatori estenuanti; come i loro uomini, sono al corrente di cifrari, di codici, dei nomi dei capi, della forza numerica delle formazioni. Il nemico non risparmia mezzi per estorcerglieli.

Subito dopo l'8 settembre, Adriana Locatelli raccolse nella sua casa di Bergamo un gruppo di militari sbandati; li guidò per oltre un anno in azioni partigiane, sin quando i tedeschi riuscirono a catturarla e tentarono di farla parlare con ogni mezzo, nel corso di massacranti interrogatori.

In realtà il contributo delle donne italiane non si limitò alle azioni dirette. Nel 1944 le donne partecipano ai grandi scioperi del Nord, di più, li organizzano, sostituiscono i loro uomini quando chiedono pane, vestiti, carbone, migliori condizioni che mitighino la durezza del conflitto armato. E muoiono in quelle manifestazioni. La prima cade a Forlì, nel corso di uno sciopero. È una madre di 5 figli. Nelle case assolvono ai compiti che la tradizione ha loro affidato: lavorano, tagliano, cuciono, preparano indumenti caldi, confezionano pacchi cui aggiungono i viveri che altre donne porteranno in montagna ai partigiani.

 

Norma Barbolini (Modena): «Indubbiamente noi non avremmo potuto far niente senza le donne montanare, anche perché, quando noi siamo arrivati in montagna, nei primi tempi in cui i fascisti hanno cominciato a fare propaganda contro le bande partigiane (perché le chiamavano le bande partigiane, banda, proprio come dei banditi) e quindi noi ci presentavamo nelle famiglie, con queste donne si discuteva, si parlava, e dopo poco quelle donne erano disposte a dividere il loro pane e qualche volta a darci il loro letto, e quando avevamo dei feriti ci aiutavano. Sono state per noi, le donne della montagna, proprio un appoggio indispensabile».

 

In città fanno muro nel corso dei rastrellamenti a difesa degli uomini e ne salvano a migliaia. In campagna avvertono i partigiani del pericolo. Non distinguono tra i propri figli e i figli degli altri e rischiano la vita dei propri per salvare quella degli altri.

Anna Maria Enriquez Agnoletti, fiorentina, era collegata ad una organizzazione che metteva in salvo gli ebrei. Venne catturata, e dopo essere stata brutalmente percossa, fu sottoposta a continui interrogatori, di giorno e di notte, per una settimana. Alla fìne i tedeschi la fucilarono. In carcere, con lei, ma separatamente, era stata rinchiusa la madre.

 

Maria Montuoro venne catturata a Milano e in seguito portata al campo di sterminio di Ravensbruck.

Nei campi le italiane ebbero una vita particolarmente dura. Alla brutalità dell'organizzazione nazista si aggiungeva la diffidenza delle donne degli altri Paesi, che, specie nei primi tempi, consideravano tutti gli italiani responsabili della guerra fascista. Ma ci fu anche per le italiane l'incontro con mondi differenti dal loro. Per la prima volta si trovarono a vivere in una comunità che abbracciava individui diversi per nazione, con un diverso modo di pensare, diverse regole, diverso tipo di comportamento.

Uscirono dai campi di concentramento, dalla lotta partigiana, dalla clandestinità, delle donne diverse.

 

Nelle immagini seguenti: Elisa Sala, Iris Versari, Salvatrice Benincasa

 Elisa-Sala.jpg Iris-Versari.jpg  Salvatrice Benincasa donna-partigiana.jpgpartigiana-in-bicicletta-Modena-liberata.jpg tina anselmi

Bibliografia:

Liliana Cavani e Paolo Glorioso in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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Caduti lissonesi per la Liberazione

27 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

 Lissone li onora e li ricorda

 

caduti lissonesi

 

 

 

Morti fucilati dai nazifascisti:


AROSIO ARTURO

 

24/05/1925

18/03/1945

Sestri  Levante


CHIUSI REMO

 

19/07/1920

17/06/1944

Monza


ERBA PIERINO

 

10/06/1916

16/06/1944

Lissone


GALIMBERTI ERCOLE

 

9/04/1926

9/03/1945

Susa


GUARENTI DAVIDE

 

5/11/1907

12/07/1944

Fossoli


MERONI ATTILIO

18/06/1925

10/06/1944

Valdossola



PARRAVICINI CARLO

 

16/10/1920

16/06/1944

Lissone


SOMASCHINI MARIO

 

17/04/1921

17/06/1944

Monza

 

Morti in campi di concentramento:

 

 

 


AVVOI AMBROGIO

 

12/04/1894

12/3/1945

Flossemburg


BETTEGA MARIO

 

16/08/1918

19/3/1945

Mauthausen


CASSANMAGNAGO FERDINANDO


2/06/1924


9/03/1945


Dachau

12/02/1911

      24/04/1945

  Buchenwald


DE CAPITANI DA VIMERCATE GIANFRANCO

4/02/1925

5/12/1944

Ebensee


FUMAGALLI ALDO

 

26/09/1921

24/09/1944

Salza/Dora


MAZZI ATTILIO

 

27/04/1885

9/4/1945

Gusen

 

E come potevamo noi cantare,

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze,

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lieti al triste vento.

(Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo)


 

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

Resistenza

(Ora e sempre Resistenza di Piero Calamandrei)

 

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Lissonesi che sono transitati dal lager di Bolzano

5 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Lissonesi che sono transitati con certezza dal lager di Bolzano diretti verso i lager nazisti (dati ANED). Nessuno è tornato a Lissone:

 

Avvoi Ambrogio

 

Bettega Mario

 

Cassamagnago Fernando

 

Colzani Giulio

 

De Capitani da Vimercate Gianfranco

 

Mazzi Attilio

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il campo di concentramento di Bolzano (DURCHGANGSLAGER BOZEN)

5 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

lager Bolzano

SS-POLIZEI (LICHES) - SAMMEL–u  DURCHGANGSLAGER BOZEN (BOLZANO-GRIES)

lager Bolzano 1

da inizio luglio 1944

prima decade, interna e matricola i primi deportati politici;

25-31 luglio 1944

arrivo di un numeroso gruppo dedetenuti evacuati dal DL Fossoli, per l'ampliamento e allestimento del nuovo lager;

25-31 luglio 1944

in vari trasporti si internano detenuti evacuati da Fossol i;

2 agosto 1944

si conclude l'evacuazione da Fossoli con l'internamento degli ultimi 45 detenuti addetti a mansioni speciali e di funzionamento dell'ex lager emiliano;

2 agosto 1944

primo concentramento di un trasporto di deportazione con 450 detenuti destinati a: Birkenau, Dachau, Buchenwald, Ravensbruk;

2 agosto 1944

trasporto con 327 politici al KL Mauthausen;

17 agosto 1944

internamento di 532 detenuti provenienti dal carcere di Milano-S.Vittore, di cui 191 uomini e 30 donne politiche, 291 uomini e 21 donne scioperanti;

4 settembre 1944

trasporto con 450 detenuti politici al KL Flossenburg;

7 settembre 1944

arrivo di 154 politici dal carcere di S.Vittore - Milano;

20 settembre 1944

arrivo di un altro convoglio di detenuti da Milano-S.Vittore;

8 Ottobre 1944

trasporto con 600 detenuti, di cui 484 al KL Dachau;

24 ottobre 1944

trasporto ad Auschwitz-Birkenau di 350 detenuti di cui 200 politici e 150 ebrei;

novembre-dicembre 1944

partenza di vari trasporti per i KL d'oltralpe;

ultimi trasporti

 

7 gennaio 1945

501 detenuti politici diretti al KL Mauthausen;

18 gennaio 1945

408 detenuti politici diretti al KL Flossenburg;

fine gennaio 1945

917 detenuti politici diretti al KL Mauthausen

4-5 febbraioio 1945

384 detenuti politici diretti al KL-Mauthausen;

vari

 

29 aprile 1945

rilascio di un certificato di scarcerazione (liberazione) a circa 500 detenuti;

30 aprile 1945

estensione del certificato di scarcerazione o dirilascio dal lager a tutti i restanti 2800 detenuti;

30 aprile-10 maggio 1945

il lager passa sotto la direzione del C.I.C.R. di Ginevra fino alla partenza di tutti i detenuti;

4 maggio 1945

chiusura del lager e Liberazione città da parte dei partigiani.

lager Bolzano 2

Note documentarie:

Il campo di Bolzano-Gries fu installato nell'area del magazzeno-garage dell'ex Reggimento Genio-Artiglieria, sito in via Resia alla periferia nel quartiere di Gries. Fin dall'inverno 1943 fu adattato per sistemare e rieducare alcuni detenuti altoatesini, civili e militari, che allora funzionò provvisoriamente come una specie di compagnia di disciplina. Trovandosi il lager di Fossoli in zona "infestata" da "ribelli" partigiani, il comando germanico del Bds a Verona stabilì il trasferimento in zona più sicura e, il 21 luglio 1944, con l'arrivo a Gries di un gruppo di detenuti provenienti da Fossoli, iniziarono i lavori di ampliamento ed allestimento del campo, per ricevere un gran numero prigionieri provenienti da molteplici prigioni di mezza Italia.

Nel nuovo lager fu subito creata una bassa costruzione-bunker con 48 piccole celle di m.1,30 x 3, sempre zeppe di detenuti ritenuti pericolosi, tutti soggetti a molteplici torture, anche a morte.

Furono installati nuovi settori interni per ospitare vari laboratori: falegnameria (30 detenuti addetti), officina meccanica (15/18 detenuti), elettricità (15 detenuti), calzoleria (12), tipografia (10), sartoria (8), cucina (4), infermeria (3), muratori (10), lavanderia, ecc.

Diversamente che a Fossoli, a Bolzano le baracche dimora erano contrassegnate da una lettera. Nell'Hangar-rimessa erano sistemati i blocks dalla A alla F, mentre i blocchi dalla G alla M furono sistemati con la costruzione di un nuovo baraccamento.

Il blocco "A" ospitava circa 130 lavoratori interni fissi; il "B" circa 200 "Arbeiter" dei vari kommandos; il "C" circa 200 detenuti; il "D" circa 250; l"'E" con circa 250 detenuti considerati pericolosi, trasferiti a metà novembre 44 al blocco "F"; l'''F'' ospitava un minimo di 100 donne, sia politiche che ebree ed altre, trasferite poi al blocco "E"; il "G" variava; l"'H" circa 300; l'''I'' circa 250; l'''L'' riservato agli ebrei maschi; etc.

 

Furono internati e transitarono dal campo oltre 15.000 prigionieri di cui 369 tra italiani e stranieri. Dei menzionati, 139 ebrei rimasero nel lager, mentre altri 3350 detenuti furono trattenuti e adibiti a lavori nel lager, nei kommandos di città e nelle dipendenze esterne. Un kommando importante di città era quello operante nella Galleria del Virgolo, dove la ditta I.M.I., trasferiti gli impianti da Ferrara, vi costruiva cuscinetti a sfera; un'altro era in una fabbrica di tende militari dove le detenute cucivano occhielli alle tende.

Le dipendenze esterne di lavoro erano dislocate a: MERANO (400 detenuti), SARENTINO (oltre 200), CERTOSA (50+), VIPITENO (in una fabbrica di armi sfollata qui da Cremona), indi MOSO (Moos), Kdo OT, BRESSANONE, CAMPO TORES, COLLE ISARCO, GARRUTI, MALLES e NURAN.

Questi erano gli orari del campo, per la stagione estiva e per quella invernale:

- sveglia        ore 5 e 5,30 per le donne;

ore 5,30 e 6 per gli uomini;

- adunata      ore 6 e 18 per la conta dei presenti;

- lavoro        ore 7 - 12 e 13 - 17;

- rancio         ore 12 e 17,30;

- silenzio       ore 20 e 21 con chiusura nelle baracche

lager Bolzano 3 lager Bolzano 5

I timbri tondi in questione furono usati dal comando tedesco per autenticare documenti inerenti il lager. La corrispondenza spedita dal campo di Bolzano non porta quindi alcun timbro del lager ma solo il timbro lineare di censura (inchiostro viola).

Ai detenuti lavoratori erano di spettanza i due "pasti" giornalieri mentre per gli inattivi - ammalati o invalidi un solo "pasto".

I contrassegni di categoria conosciuti erano i seguenti:

TRIANGOLO ROSSO      assegnato a comunisti, attivisti politici, partigiani, scioperanti; tutti assegnati a lavori pesanti e destinati ai campi SS di 3° e 2° categoria.

TRIANGOLO ROSA        a sospetti politici di relativo interesse e a rastrellati, adibiti a lavori fuori del campo, con la possibilità di diventare liberi lavoratori o nel peggio dei casi di essere destinati a campi di primo grado. 

TRIANGOLO GIALLO      a ebrei; adibiti a lavori vari all'interno del campo, tutti destinati alla deportazione. Non fu loro assegnata matricola. 

TRIANGOLO BIANCO     (o VERDE) a detenuti considerati ostaggi: personalità varie, famiglie o parenti di partigiani e politici ricercati. È quasi certa la non assegnazione della matricola. 

"ARBEITER"                 non ben definito il motivo del loro arresto. Non portavano alcun distintivo di qualifica ne il numero matricolare. Erano adibiti a lavori leggeri e in seguito destinati a scarcerazione dal campo.

 

VORARBEITER         detenuti specializzati addetti ai laboratori sorti nel lager.

 

lager Bolzano celle


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Doppia cartolina in dotazione al carcere milanese di San Vittore. Cartolina di risposta indirizzata il 6 agosto 1944 al detenuto politico Bruno Galmozzi, nato a Milano il 29/9/1907. Catturato dalla Gestapo il 20 maggio 1944 mentre trasportava verso l'Alto Novarese un grosso carico d'armi e munizioni, fu rinchiuso a S.Vittore al 5° indi al 6° raggio ed ebbe la matricola n°274 US indi la n° 2764. Dieci giorni dopo la ricezione della cartolina-risposta, il 17 agosto, con altri 539 detenuti, il partigiano Galmozzi sarà trasferito allo SS-Durchgangslager di Bolzano-Gries, dove fu assegnato al block A con matr. n°2979, trattenuto al lager quale operaio tecnico e capo tipografia del lager. 

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Biglietto di franchigia scritto il 14 gennaio 45 dal detenuto politico n° 2979 - Bruno Galmozzi, passato alla censura (A), con timbro postale di tipo "E" in data 18 gennaio 1945.· La copia del registro detenuti, qui in fotocopia ridotta, porta elencato il nominativo del l'Haftling in questione, con relativa matricola e blocco .di alloggio - che per i detenuti ' "Vorarbeiter" addetti a lavori tecnici nel lager era la baracca "A".

Come per Fossoli, il campo di Bolzano-Gries era comandato dal tenente-SS Karl Tito (per un periodo era il maresciallo Haage), seguiva il tenente-SS Muller, il maresciallo-SS Hans Haage per la disciplina, l'SS altoatesino Albini Cologna capo del bunker o blocco celle, le SS-ucraine Mischa Seifert e otto Seit torturatori del blocco celle.

Anche il campo di via Resia in BZ-Gries ospitò un buon numero di antifascisti e partigiani stranieri, tra questi parecchi francesi e italiani residenti in Francia.

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L'ingresso dell'ex lager fotografato negli anni seguenti la liberazione; qui sede dell'autorimessa "Resia".

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Biglietto di franchigia mancante del timbro postale delle P.T.di Bolzano ma portante tre censure diverse: del lager (A), dell'Uff.di Bolzano città (apposto al verso - I) e ··dell'Uff.Prov.di Torino. Fu spedito il 7 dicembre 1944 dal partigiano garibaldino Giovanni Costa, nato a Sion (Svizzera), catturato nel settembre 1944 nella zona operativa del canavesano. Costa fa il suo ingresso al lager il 10 novembre 1944 ed ebbe la matr.6628, assegnato al block "C". Il 23 dicembre evade dal campo e clandestinamente raggiunge la sua formazione garibaldina nel canavesano.

Il servizio postale autorizzato dal comando SS del lager ebbe ufficialmente inizio nell'ottobre 1944 fino a tutto febbraio 1945, ma ugualmente uscirono scritti su carta comune che su franchigie del campo. Nella prima metà del suddetto periodo i detenuti, ebrei compresi, ebbero in assegnazione due biglietti al mese, nel secondo periodo la assegnazione fu ridotta a una franchigia al mese. La franchigia veniva concessa ai soli detenuti addetti ai lavori del campo ed a quelli dei kommandos-lavoro di città che delle dipendenze esterne. Nessuna concessione in assoluto per i detenuti nelle celle.

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Veduta interna parziale dall'ingresso lager. Sullo sfondo il blocco Celle, alla sinistra il blocco-baracche dalla A alla F, alla destra l'infermeria ecc. Si precisa che questa foto é stata erroneamente stampata con il negativo in senso sbagliato, pertanto il blocco-baracche deve ritenersi alla destra dell'ingresso.

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Le censuratrici del lager furono le signore: SS-Suzi Ziegler e fraulein Rosa.

I timbri usati dalle poste di Bolzano per le franchigie e le comuni lettere partite dal campo furono i seguenti: a - Deutsche Dienstpost Alpenvorland - Bozen o Bozen l, con lettera “d”; b - annullo muto in due cerchi con la sola data; c - Bolzano ferrovia; d - Bolzano corrispondenza pacchi; e - Bolzano Ferrovia-distribuzione.

Gran parte degli scritti dei detenuti, oltre la censura del campo, furono sottoposti ad altre censure: a Bolzano stessa o alla sede provinciale di destinazione.

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L’hangar dimora con i blocchi dalla “A” alla “F”

Tra uccisioni e decessi conosciuti, nel campo di via Resia si assommano ad oltre 120 morti, tra questi i 23 militari italiani incorporati nelle Missioni segrete alleate e paracadutati o sbarcati da sommergibili e distaccati presso comandi partigiani. Prelevati dal blocco "E" (dei pericolosi) il 12 settembre 1944 alle ore 4 del mattino, furono portati in mutande alle Caserme Mignon di Bolzano e trucidati. Altri furono assassinati sotto tortura nelle celle del lager o al Corpo d'Armata sede della Gestapo. L'Oberscharführer Karl Gutweniger é il responsabile degli eccidi di Fossoli e dei 23 del DL Bolzano.

Nel campo esisteva una organizzazione politica clandestina già all 'inizio della sua attività, formata in gran parte dall'organizzazione già operante a Fossoli. Fino alla fine funzionò un C.L.N. del campo, in contatto costante con il C.L.N. di Bolzano, con il ·C.L.N. di Milano e con il comando generale del C.L.N.A.I. pure a Milano. A Bolzano città il lavoro fu organizzato da "Giacomo" (Francesco Visco Gilardi) e da "Anita" (Franca Turra) in unione a Lilli-Mascagni Nella, ad Andrea e Mario Mascagni, ad "Angelo" (Manlio Longon), a Mons. Daniele Longhi, a "Bepi" (Giuseppe Bombasaro, del gruppo "Bari" Divisione "Alto Adige"), a Marco (Enrico Pedrotto), a "Vincenzo" (Rinaldo Del Fabbro), ad Armando Condanni, a Pavan padre e figlio, a Vito Liberio ed alle Signore: Maria-Antonietta, Pia e Donatella Ruggeri, Gilberti, Fiorenza Liberio, Elena Bonvicini, Mariuccia, ecc. Il collegamento con il CLN Bolzano, con quello di Milano ed il CLNAI fu tenuto da Virginia Scalarini (fiiglia del celebre caricaturista dell'Avanti!) e da Gemma , Bartellini.

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Il dottor Gilardi, nato a Milano ma residente da quattro anni a Bolzano quale direttore amministrativo delle Acciaierie F.R.O., fu incaricato dal CLN e CLNAI di Milano di allestire e dirigere un servizio clandestino di assistenza agli internati del lager, procurando loro cibo, vestiario, corrispondenza segreta, piani di fuga, documenti falsificati ed evasioni sia dal campo che dai vagoni di deportazione e dai Kdo lavoro. Si conoscono almeno 23 fughe, singole o a gruppetto, riuscite ad opera di "Giacomo"(Gilardi) mentre molte altre favorite ed aiutate. Il 19 dicembre 44, su delazione, "Giacomo" fu catturato e portato nelle celle del Corpo d'Armata - sede della Gestapo per i rituali crudeli interrogatori con sevizie; il 22 fu portato al Lager dove gli fu assegnata la matr.n° 8017 e rinchiuso nella cella 28 del "Bunker-prigione fino al giorno della liberazione. Nell'organizzazione, il posto di Gilardi fu assunto dalla signora Franca Turra coadiuvata da Mariuccia moglie di Gilardi, con altri. 

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Oltre alla assistenza ai detenuti, furono messe in atto numerose fughe dal campo, dai kommandos e durante i trasporti di deportazione. Scoperta dai nazisti tale organizzazione partigiano-assistenziale, furono catturati alcuni dei maggiori esponenti, sottoponendoli a crudeli sevizie sotto interrogatori e carcerandoli alfine nel blocco celle in attesa del peggio, essi sono: Mons.Daniele Longhi (matr. 7.459), "Giacomo" (matr. 8017), Nella Lilli-Mascagni (matr. 10.599) e Mario Mascagni (matr. 10.891).

Mentre imperversava la guerriglia, con i tedeschi ancora padroni del Trentino-Alto Adige, il 29 aprile 1945 i circa 3250 detenuti rimasti nel lager di Bolzano (non più trasportabili in convogli diretti ai KL dal febbraio 45, per impraticabilità delle linee· ferroviarie) furono liberati tramite l'intervento dello svizzero Signor Crastan - delegato ufficiale del C.I.C.R. di Ginevra che, due giorni dopo prende in consegna il lager di via Resia allorchè le SS lasciano il campo.

Il voluminoso incartamento di documenti del lager, compreso quello dell'ex campo di Fossoli, fu dato alle fiamme dalle SS poco prima di lasciare il campo, sia nella stufa del comando campo, sia nella caldaia del Corpo d'Armata sede della Gestapo di Bolzano. Fu salvato un registro matricolare dell'Intendenza che, in data 5 febbraio 1945, elencava gli internati presenti, con numero di matricola fino a 11.116 detenuti matricolati, transitati e diretti ai KL di Germania e di Polonia.

Bolzano fu liberata ed evacuata dai nazisti il 4 maggio 1945. Sul terreno del lager, da decenni sono sorte case popolari, mentre in prossimità é stato eretto un significativo monumento a ri cordo dei detenuti deceduti nel lager e dei morti in deportazione nei KL di oltre confine.

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LETTERA CLANDESTINA DI UNA DETENUTA EBREA TRAMITE LA COMPIACENZA DI UNA DETENUTA POLITICA

Scritto consegnato alla censura del campo in data 29 gennaio 1945, poi inoltrato dalla Kommandantur-SS del lager il 10 febbraio. La lettera é indirizzata alla signora Rosa Franchini (Franchina) residente a Milano - via S.Maurilio 20, da parte della detenuta politica matricola n° 8482 Maria Mariani-Leoni. In realtà, la lettera fu scritta dalla internata ebrea Signora Evelina Montefiore alla madre - signora Olimpia Nizza vedova Montefiore - clandestinamente residente in un paese del varesotto. La signora Franchini, cui é indirizzata la lettera, é la moglie del dottor Bargiotto (funzionario del Comune di Milano) il quale la recapitò poi segretamente alla Signora Nizza fuggita per non essere arrestata e deportata. La Signora Montefiore, nata e residente a Milano - via Compagnoni 21, fu liberata a Bolzano su intervento del delegato del CICR il 29.3.1945. 


tratto da:

pubblicazione di FELICE PIROLA

di FELICE PIROLA (Lissone il 16 febbraio 1923 - Milano 2000), Internato Militare Italiano matricola di prigioniero di guerra n° 69378


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Testimonianza di Onorina Brambilla Pesce “Sandra”, deportata nel campo di concentramento di Bolzano

5 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Onorina Brambilla primo piano

Gappista, medaglia d’oro al valor militare per la sua attività nella Resistenza. Fu catturata il 12 settembre 1944 a causa di una soffiata di una spia. Portata a Monza, presso la “Casa del Balilla” (l’attuale Binario 7), «picchiata con forza», poi trasferita alle carceri di Monza, dove rimase «due mesi in una cella isolata», venne in seguito deportata nel campo di concentramento di Bolzano.

 La sua testimonianza

«Ricordo i chilometri in bicicletta o a piedi per la città, a ogni ora e con ogni tempo, col sole o con la pioggia, spesso passando con il cuore in gola in mezzo ai nazifascisti.

La lotta in città era del tutto particolare, non era come in montagna, dove i partigiani si riunivano in gruppi. In città il gappista era solo, la cospirazione e la lotta clandestina gli imponevano la più assoluta segretezza, talvolta una vita da eremita come nel caso di “Visone” (N.d.A. Giovanni Pesce, diventerà suo marito dopo la Liberazione), che viveva isolato e non incontrava mai nessuno. Il gappista viveva circondato dal nemico, con la possibilità di essere riconosciuto in ogni momento o di essere fermato e perquisito nei continui rastrellamenti».

Giovanni-Pesce-e-Onorina-Brambilla.jpg

 

A Bolzano

«Arrivammo al campo di concentramento di Bolzano il 12 novembre 1944. Fu in quella livida domenica mattina che per la prima volta vidi un campo di prigionia: le baracche, i prigionieri, le mura, i reticolati, le sentinelle sulle piazzole di guardia.

La divisa del campo era una casacca con pantaloni di grossa tela da imballaggio bianco sporco, sulla schiena spiccava una grossa croce in colore rosso che doveva distinguerci come prigioniere. A noi ultime arrivate avevano però dato il permesso di tenerci anche i nostri vestiti. Probabilmente cominciavano a scarseggiare le possibilità di dare a tutti una divisa. Indossai la casacca e pantaloni di tela sopra i miei abiti, perché faceva freddo.

Mi fu assegnato il numero di matricola 6087, col triangolo rosso dei politici e fui destinata al blocco F.

Calci colpi di randello, frustate, accompagnati da urla terribili ci venivano inflitti per i più futili motivi. Guai a non osservare la brutale disciplina.

Le punizioni avvenivano non solo nei blocchi, a volte si veniva portati nella palazzina del Comando, o nelle celle di punizione, che erano stanzette di cemento, buie e gelate. Qui si finiva nelle mani di due giovani ucraini di origine tedesca, Michael Seifert e Otto Stein. Il primo aveva il viso sempre ben rasato, il secondo portava due grandi baffi da tartaro. Massacrarono almeno una ventina di prigionieri.

Il cibo era una disgustosa brodaglia, e chissà cosa c’era nel pane.

Passavamo intere giornate a parlare di cibo la fame non ci abbandonava mai.

Per fortuna potevamo scrivere lettere e ricevere dei pacchi dalle famiglie (che spesso erano trattenuti dai sorveglianti).

Quando i pacchi arrivavano, non duravano un’ora: dividevamo ogni cosa, e questo non era solo un aiuto materiale, ma soprattutto morale. Io li ricevevo da mia madre, che aiutata da Visone, li otteneva dall’organizzazione clandestina.

In tutta la baracca c’era solo una stufa, ma questo non ha mai causato risse per l’accaparramento dei letti più caldi lì intorno. Tra noi donne c’era una certa serenità, cosa che non sempre, accadeva tra gli uomini ...»

 

Bibliografia:

Onorina Brambilla Pesce - Pane bianco – Ed. Arterigere 2012

  

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Testimonianza di Lino Liverani, il partigiano «Colli»

9 Décembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testimonianza di Lino Liverani «Colli»

Brisighella (Ravenna), 1927

partigiano, XXXVI Brigata Garibaldi Alessandro Bianconcini, Appennino imolese-faentino

 

La formazione intanto si ingrandiva sempre più. Affluivano senza sosta nuovi compagni e veri e propri flussi di arrivi caratterizzarono i mesi estivi del '44.

Era un via vai continuo, motivo di soddisfazione ma anche fonte di preoccupazione, perché in larga parte si trattava di persone sprovviste di armamento a cui si doveva provvedere non solo all'inquadramento abituale, ma pure alla dotazione di un' arma in tempi brevi.

Le possibilità di fornirci di armi verteva su tre possibilità: sottrarle al nemico dopo un combattimento; farsele consegnare dagli occupanti nemici di caserme; farcele paracadutare a mezzo di aeroplani alleati tramite appositi e concordati lanci.

Le prime due soluzioni comportavano rischi altissimi che spesso si traducevano in perdite di vite, pur essendo praticate abitualmente.

Il rifornimento a mezzo di lanci aerei da parte delle truppe alleate poteva diventare fattibile solo seguendo certe direttive, direttive che presupponevano contatti con il centro alleato di Bari a mezzo della notissima Radio Londra.

Una volta ottenuta l'autorizzazione da parte del comando alleato s'aspettava che la parola d'ordine fosse ripetuta nella serie dei comunicati serali che facevano da chiusura ai commenti ai fatti del giorno da parte del colonnello Stevens.

Una sera giunse finalmente il segnale convenuto. «I prati sono fioriti».

La comunicazione mise in avviso il comando e tutta l'organizzazione, creando un' attesa spasmodica. I parlottii fitti divennero la costante di quei giorni d'attesa e già si prefiguravano le casse e i colli appesi ai paracadute con le immagini più suggestive. .

Squadre di dieci compagni ebbero il compito di accendere i fuochi e alimentarli continuamente con fascine di legna per determinare l'area di lancio cui indirizzare i paracadute. I fuochi erano costituiti da pile di legna e arbusti di facile combustione, chiaramente visibili dal cielo. L'area aveva una dimensione triangolare con una lunghezza di circa trecento metri e una larghezza nella parte più ampia di circa duecento metri fino a restringersi a punta.

aviolancio-notturno.jpg aviolanci.jpg

Il rischio di venire scoperti dal nemico c'era. La nostra speranza era la notte, quando difficilmente ci avrebbero attaccato. Noi eravamo perfetti conoscitori delle zone e del terreno operativo e quindi un attacco diretto gli avrebbe sicuramente causato diverse perdite. Potevano effettuare attacchi a distanza con cannoneggiamento e mortai, e talvolta accadeva, ma probabilmente il risultato non sarebbe stato adeguato al dispendio di energie necessarie per effettuare l'azione.

La terza sera di attesa, alle 9.30 circa, ecco in lontananza un rumore tenue di aeroplano che aumenta sempre più.

Scatta il dispositivo. Si alimentarono immediatamente i fuochi e le fiamme si alzano rigogliose. L'apparecchio, a fari spenti, sta per entrare nella zona di lancio e appena intravede i fuochi con i faretti di coda rossi fa due segnali consecutivi.

L'intesa è stabilita.

Due giri di virata per scendere al massimo e avvicinarsi al terreno.

Seguimmo le evoluzioni con animo partecipe, ancora un sorvolo e poi un'infinità di ombrelli che s'aprono e ondeggiano sopra le nostre teste. Bisognava aguzzare al massimo i sensi per evitare di non essere colpiti. L'apparecchio si allontana un po', poi vira nuovamente per riportarsi planando sulle nostre teste, e ancora una pioggia di paracadute s'aprirono e fluttuarono leggeri nell' aria.

Fu uno spettacolo che ci dette entusiasmo e ci regalò momenti di gioia in periodi in cui non era facile essere allegri.

Altra virata con annessa planata: il pilota era bravo e maneggiava l'aereo con vera perizia. Ancora un apparire di ombrelloni ondeggianti, poi luci rosse intermittenti di coda a significare che l'operazione era terminata.

Due segnali di luci vicine erano il saluto che il pilota ci mandava.

Iniziava l'operazione di raccolta. Le squadre preposte si buttarono con grande slancio. Ne facevo parte anch'io.

Solo il recupero dei colli e il trasportarli era una fatica del diavolo.

Si trattava anche di pesi valutabili intorno ai centosessanta, cento settanta chili non facilmente trasportabili, soprattutto i cilindri d'acciaio per la forma caratteristica a siluro. Per quelli caduti più lontano dal posto di raduno era una fatica improba.

Alle tre del mattino l'operazione era quasi terminata.

Iniziò quindi l'operazione di apertura dei colli.

Il clima generale era di grande euforia e di grande attesa. I contenitori a cassetta erano colmi di robe varie: indumenti, scarpe e alimenti, tra cui anche marmellate e burro in grossi pani. I contenitori di metallo contenevano armi, munizioni, esplosivi al plastico.

È appena il caso di dire che i materiali pervenuti non erano della quantità da noi desiderata per quanto concerne le armi e le munizioni. Si sarebbe riusciti ad armare forse un paio di compagnie di nuova formazione, integrando l'armamento a un altro paio, ma non avremmo mai coperto il fabbisogno occorrente di tutti.

Pazienza: bisognerà attingere ai metodi classici finora usati, e cioè sottrarli al nemico.

Rimanevano in disparte due cassette di forma particolare, quasi dimenticate nella foga di aprire le casse dei più grandi. Eravamo curiosi di scoprirne il contenuto, anche perché erano stranamente leggere di peso a dispetto delle altre.

All'interno c'erano dei rotoli di carta di una forma a noi sconosciuta. Qualcuno azzardò l'ipotesi che si trattasse di materiali per effettuare segnalazioni visive dall'alto, qualcun altro disse che poteva trattarsi di carta da scrivere per usi particolari. Eravamo tutti un po' perplessi.

Un compagno, fino ad allora rimasto in disparte si avvicinò e ci guardò sorridendo.

- Ma non vedete che è carta igienica?!

Risatina di qualcuno lontano, ma la maggioranza restò in silenzio. Non capivamo:

- Serve per pulirsi il sedere!

E subito la risata fu grande. Per tantissimi di noi si trattò della prima volta che venivamo a contatto con tale accessorio.

Da quel momento la carta igienica per me rappresentò qualcosa di peculiare, legata indissolubilmente a un ricordo particolare, piacevole ma anche tragico.

Allora ci chiedemmo: possibile che tra infinite cose necessarie la carta igienica avesse un ruolo così rilevante, per gli inglesi? Stupisce anche in relazione ai luoghi, in mezzo a montagne e boschi, nostre dimore abituali.

Dimenticammo presto queste domande. Altri e più importanti pensieri si ponevano alle attenzioni delle nostre menti. Come occultare i paracadute affinché non cadessero nelle mani del nemico?

Si decise di tagliarli e darli in parti proporzionali ai vari contadini delle nostre zone che coabitavano con noi e che prestavano ogni attenzione ai nostri bisogni.

Finalmente le loro donne avrebbero avuto indumenti di seta.

 

Bibliografia:

Stefano Faure, Andrea Liparoto, Giacomo Papi - Io sono l'ultimo. Lettere di partigiani italiani - Einaudi 2012

 

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Testimonianza di Anita Malavasi, partigiana «Laila»

29 Novembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testimonianza di Anita Malavasi «Laila» rilasciata nel 2011

Quattro Castella (Reggio Emilia), 21 maggio 1921 

staffetta, partigiana, CXLIV Brigata Garibaldi Antonio Gramsci, Appennino reggiano

 

Mi chiamo Anita Malavasi e il mese di maggio compio ottantanove anni. Sono diventata partigiana dopo l'8 settembre 1943, a Reggio Emilia, facevo trasporto munizioni, stampa, vettovagliamento. Poi, in montagna, mi hanno insegnato le armi, come usarle e accudirle. Il mio nome di battaglia era «Laila». Lo presi da un romanzo che raccontava di una ragazza in Sud America che combatteva al posto del suo fidanzata ucciso. Ero una bella ragazza, ma noi eravamo state educate severamente, anche nel modo di vestire. Però sfruttavamo la nostra bellezza. Quando, con le armi addosso, passavo al posto di blocco in bicicletta mi mettevo la gonna stretta e fingevo di abbassarmela, loro, fessacchiotti, fischiavano e io passavo.

In montagna mi è capitato di uccidere. La donna è sempre donna. Ma nel momento del pericolo anche la donna accetta le regole della guerra. Non è facile. Nata ed educata per dare la vita, in guerra la vita la togli. È importante capire che non siamo diventate combattenti per spirito d'avventura. Ci furono torture orrende. Nella mia formazione avevo una ragazza, Francesca, che era incinta, ma era lo stesso cosi magra che scappò dalla prigione passando tra le sbarre della finestrina del bagno. Per raggiungerci camminò scalza nella neve per dieci chilometri. Quando il bambino nacque lo allattò solo da un seno perché il capezzolo dell' altro le era stato strappato a morsi da un fascista. ...

Era un mondo maschilista. Soltanto tra i partigiani la donna aveva diritti, era un compagno di lotta. La Resistenza ci ha fatto capire che nella società potevamo occupare un posto diverso. I diritti paritari garantiti dalla Costituzione non sono stati un regalo, ma una conquista e un riconoscimento per ciò che le donne hanno fatto nella guerra di Liberazione. Difendere la Costituzione significa difendere la possibilità di garantire un futuro di libertà e democrazia ai figli delle donne.

In montagna si dormiva insieme, per terra, nei boschi, uomini e donne, ma se uno mancava di rispetto veniva punito. L'amore non contava niente. L'importante per noi era aiutare. Io ero anche fidanzata, lo lasciai quando mi disse che fare la partigiana mi avrebbe reso indegna di crescere i suoi figli. Non mi sono più sposata, anche se in montagna, avevo trovato un ragazzo ... lui si, lo avrei sposato se non me lo avessero ucciso, aveva una mentalità aperta, ma uomini così non ne ho più trovati. Si chiamava Trolli Giambattista, nome di battaglia «Fifa», anche se era coraggiosissimo. È morto nella battaglia di Monte Caio nel 1944, a ventitre anni. L'ho saputo solo sei mesi dopo, quando a primavera la neve si sciolse e il corpo fu ritrovato. È sepolto al cimitero di San Bartolomeo. Gli porto ancora i fiori ... Dev'essere stato importante per me, se mentre ne scrivo me lo rivedo davanti agli occhi. L'unico nostro bacio è stato d'addio. 

Bibliografia:

Stefano Faure, Andrea Liparoto, Giacomo Papi - Io sono l'ultimo. Lettere di partigiani italiani - Einaudi 2012

 

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