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La stampa delle formazioni partigiane

11 Novembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Impugnare la penna quando si impugna lo sten, parlare un linguaggio fatto di parole quando il nemico di dentro e di fuori non sembra intendere che il rude linguaggio delle bocche da fuoco, potrà apparire a qualcuno un ritrarsi dall’azione, dalla lotta, mentre è tempo di azione e di combattimento. Teniamo a fare sapere a tutti che noi non interrompiamo l'esecuzione dei nostri compiti di guerra; rubiamo tempo al riposo per rivolgersi a questo compito di immensa importanza (da La nostra stampa, «Il Partigiano, Volontario della libertà». Organo della III Divisione garibaldina Cichero, a. I, n. 1, 1° agosto 1944).

Il giornale partigiano nasce nelle formazioni durante la lotta. La redazione, l’apparato tecnico, la diffusione, la sua stessa esistenza sono legati alle vicende della lotta di liberazione, e ne sono a loro volta condizionati. Così i giornali hanno un’esistenza precaria, una periodicità irregolare. «Esce quando e come può», è il sottotitolo di uno dei più diffusi periodici partigiani, «Il Ribelle».

Le condizioni variano di situazione in situazione: non tutti i gruppi partigiani ebbero infatti giornali, e non sempre i giornali furono espressione di un particolare partito. Anche se la situazione dei giornali di formazione legati ai partiti appare più definita ed organicamente strutturata.

15 giugno 1944 il partigiano fronte 1-ottobre-1943-il-combattente-1.jpg

Spesso questi fogli avevano una limitatissima tiratura, poche centinaia di copie, a volte poche decine, erano dattiloscritti, manoscritti, ciclostilati e, in casi sporadici, stampati. La loro diffusione era limitata alla zona controllata dalla formazione, ma costituiva un’indispensabile organo di collegamento con le popolazioni locali.

Ma i giornali di formazione rappresentano soprattutto un materiale indispensabile per ricostruire la vita delle bande, il loro variare nel tempo, la loro maturazione o evoluzione politica, le motivazioni morali della lotta partigiana e i modelli culturali di riferimento.

Questi fogli costituirono inoltre lo strumento fondamentale di comunicazione.

All’origine della vasta produzione giornalistica è ravvisabile, certamente, un «bisogno di raccontare», di rendere testimonianza di un’esperienza singolare, aspra e pericolosa.

Il bisogno di raccontare, che è proprio di tutta l'esperienza politica e culturale della generazione uscita dal fascismo e dalla guerra, che trova echi nella memorialistica contemporanea di guerra e concentrazionaria o nei racconti del dopoguerra - si pensi a Fenoglio o a Calvino - ma che nasce, a livello di esperienza collettiva, nella stampa partigiana.

La stampa partigiana si struttura come riproduzione scritta del racconto orale.

Era insomma « una voce che proveniva anche dal basso, dunque, data la mescolanza degli strati sociali nei gruppi partigiani, da attori e testimoni dei fatti, non una voce dall'alto come solo si verificava nei fogli di guerra dell'esercito regolare.

Questa produzione costituisce un solido rapporto fra il partigianato e il retroterra sociale e locale: attua una saldatura fra le motivazioni politiche che hanno determinato l’organizzazione delle bande, e i problemi della popolazione in guerra.

Più difficile è ricostruire un itinerario politico o un programma di rinnovamento sociale negli altri giornali di formazione. Di solito alle origini della scelta resistenziale, almeno nel primo periodo, non c'è una precisa ideologia politica, ma un impulso morale: il desiderio di ritrovare la propria dignità e di cacciare i traditori fascisti o nazisti.

Emerge fortissima l’esigenza di creare una società più giusta, un mondo nuovo.

Si afferma una sentita esigenza di rinnovamento: dalle sofferenze della guerra, dalle lotte e dalle distruzioni deve nascere un mondo nuovo, che abbia come protagonista l’uomo e che sia espressione e sintesi delle libertà civili. La Resistenza deve essere il momento iniziale di questo rinnovamento.

Patrioti I 

I fogli d’ispirazione azionista

Quest’ansia giacobina di rinnovamento viene colta ed espressa soprattutto in alcuni fogli di formazione, specie nei casi in cui più capillare e profonda è l’opera di educazione e la personalità del commissario politico. È il caso dei giornali di ispirazione azionista del Cuneese, organizzati e diretti da Livio Bianco, ma anche di altre testate coordinate dal PdA in Piemonte. Tra queste pubblicazioni, la stampa delle brigate Giustizia e Libertà è forse la più rappresentativa sia per numero, la continuità e la diffusione, sia per il tono generale e l’alta professionalità dei redattori.

Superato il duro inverno 1943-44, con il miglioramento dell'organizzazione politica e militare, il direttivo militare delle brigate GL iniziò a pubblicare l’organo ufficiale delle formazioni «Il Partigiano alpino». Stampato nel Canavese dal febbraio 1944, in due sole pagine, il giornale raggiunse una tiratura di 20.000 copie, diffuse in tutta la regione; dall'agosto ebbe un'importante edizione lombarda, che raggiunse le 10.000 copie e fu diffusa anche nell'Emilia e nel Veneto. Organo destinato precipuamente a militari, il foglio ufficiale delle GL non si limita alle informazioni militari e alle illustrazioni dei problemi strategici, ma propone anche questioni di politica interna, dai problemi istituzionali alla ricostruzione.

Dall'estate del 1944 furono pubblicati nel Cuneese «Giustizia e Libertà», «Quelli della montagna», «La Grana», il giornale umoristico. «Cacasenno» e «Naja repubblichina», un giornale destinato alle formazioni della Rsi. Con il crescere e il successivo organizzarsi di nuove formazioni, anche le testate si moltiplicarono in una vasta serie di pubblicazioni diffuse dalle Langhe al capoluogo piemontese. Specialmente nel bel giornale della I Divisione GL, «Quelli della montagna», si coglie il legame profondo fra il partigiano e la sua terra, che è proprio di tutta la migliore produzione partigiana.

 

Il «Pioniere»

Un caso altrettanto singolare è quello del «Pioniere», un altro giornale di formazione pubblicato a Torre Pellice, centro di una popolazione valligiana profondamente antifascista, ad opera di un piccolo gruppo di redattori guidati da Roberto e Gustavo Malan. Il giornale, ciclostilato nei primi mesi, poi stampato, uscì settimanalmente, con una tiratura che salì dalle 800 copie iniziali fino alle 15.000 stampate nel periodo precedente la liberazione, diffuse anche a Torino e nell’Astigiano. Colpisce negli articoli di fondo del «Pioniere» la profonda e sentita esigenza di un rinnovamento che parta dal basso.

 

«Il Ribelle»

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Carattere assolutamente originale e a se stante rispetto a tutti gli altri organi di formazione, assume il periodico «Il Ribelle», organo delle Fiamme Verdi bresciane. Pur essendo il giornale di una formazione autonoma operante nelle valli lombarde, «Il Ribelle», che porta la falsa indicazione di Brescia, ma viene scritto e stampato nel Milanese è il portavoce di un gruppo di cattolici , laici ed ecclesiastici, non legati alla Democrazia Cristiana, e si mostra aperto ai contributi anche di militanti di altri partiti.

Alle origini del «Ribelle» è il ciclostilato «Brescia libera» pubblicato, dall'ottobre 1943, dallo stesso gruppo di cattolici impegnati in organizzazioni sociali, come le Acli, e di cui facevano parte don Giuseppe Tedeschi, Laura Bianchini, Claudio Sartori, Vittorio E. Alfieri, e soprattutto Teresio Olivelli. Lo stesso Teresio Olivelli, assistente alla cattedra di diritto amministrativo e rettore del collegio Ghislieri di Pavia, fu l'animatore del gruppo. L'intensa spiritualità, l'ansia di ricreare un mondo e una società "più civile e umana, conforme al Vangelo, costituiscono la piattaforma ideale del gruppo.

Da parte sua, Olivelli aveva già elaborato fin dal 1943, uno Schema di discussione sui princìpi informatori di un nuovo ordine·sociale, in cui tutta la grande tradizione del riformismo cattolico lombardo sembra confluire in un'analisi della società e della guerra. Un tema che viene ripreso nell'editoriale del secondo numero - l'unico articolo che poté pubblicare prima dell'arresto e della deportazione a Flossemburg, dove morì - e che espone la filosofia del giornale e della sua redazione:

A questa nuova città aneliamo con tutte le forze; più libera, più giusta, più solidale, più «cristiana». Per essa lottiamo, lottiamo. giorno per giorno, perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono «liberatori». Solo uomini che si liberano. Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti, e del lavoro, nei popoli e fra i popoli; anche quando le scadenze paiono lontane e i meno tenaci si afflosciano: a denti stretti anche se il successo immediato non conforta il teatro degli uomini, perché siano consapevoli che la vitalità d'Italia risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di risurrezione, di combattimento; nel nostro amore.

Giornale più di dibattito ideologico che di informazione militare, «Il Ribelle» seppe tuttavia rispondere anche a esigenze di più vasta divulgazione, pubblicando i documenti delle Fiamme Verdi, un ampio notiziario sulle deportazioni e una varia rassegna della stampa. Costituì comunque in campo cattolico l’esempio più significativo di un programma non integralista, laico e aperto ad ampie riforme statali e sociali.

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La stampa delle formazioni garibaldine

Ancora più complesso il panorama della stampa delle formazioni garibaldine, che rappresenta il gruppo più ampio e numerose di testate (secondo un calcolo di Laura Conti, i giornali delle brigate Garibaldi furono un centinaio rispetto ai 16 di Giustizia e Libertà e ai 12 delle brigate autonome). E tuttavia, questi periodici sono facilmente riconducibili a una tematica unitaria, a un modulo comune, per il rapporto più costante con la direzione centrale e per una maggiore circolazione della stampa di partito. In realtà, anche la stampa garibaldina è opera, almeno nella sua parte più direttamente politica e formativa dei commissari politici, molto più presenti e attivi che nelle altre formazioni, e dei comandanti di divisione.

La stampa garibaldina pubblica quindi, accanto all’organo ufficiale «Il Combattente» nelle sue varie edizioni regionali, una vasta serie di ·testate locali particolarmente numerose nelle vallate alpine del Piemonte o nei territori dove vengono costituite le cosiddette «zone libere». L’organizzazione propagandistica prepara anche una nutrita serie di giornali murali, opuscoli, volantini e, in alcuni casi, di trasmissioni radiofoniche.

Si tratta di una capillare organizzazione del consenso che, mentre accetta la linea politica elaborata dal partito, la interpreta poi individualmente e nelle varie situazioni locali, e secondo le personali capacità dei redattori. Assistiamo così a una riduzione nel locale, o meglio nella concretezza della realtà locale, delle grandi scelte istituzionali o politiche.

Così, se esaminiamo un campione, di necessità limitato, di alcuni di questi giornali, vediamo come, pur in presenza di minore originalità e ricchezza di proposte di trasformazione rispetto ad altri giornali, si realizzi invece in essi una traduzione a livello di massa di concetti e direttive politiche, nel quadro di una determinata situazione militare. Così «Il Partigiano Volontario della libertà» - Organo di una divisione garibaldina che operava nell'entroterra ligure - e pubblicato dal 10 agosto 1944 sotto la direzione del comunista Giovanni Serbandini (Bini), realizza, pur con mezzi molto limitati e primitivi, un difficile rapporto fra la stampa di base, con le sue reminiscenze scolastiche (le vignette, i bozzetti), e le indicazioni di politica generale di mobilitazione e d'informazione locale.

In alcuni giornali del Biellese, come «La Baita» diretta da Francesco Moranino (Gemisto), che raggiunge una tiratura di 4.000 copie a stampa, si ha una più critica valutazione politica e una proposta di modelli di «democrazia progressiva» più aperti alle istanze di rinnovamento. Questo giornale ha la collaborazione anche dei civili ed è particolarmente attento ai problemi sociali.

Sempre in Piemonte, nella contigua Valsesia, esce «La Stella alpina», foglio delle brigate comandate da Cino Moscatelli che continuerà a uscire come settimanale anche durante l'immediato dopoguerra. Quindicinale a stampa di grande formato, quasi sempre di quattro pagine, ben curato e strutturato con grande professionalità, il giornale ha tutte le caratteristiche di una moderna testata locale. In prima pagina le direttive militari, gli articoli d'informazione politica, spesso derivati dagli organi ufficiali di partito, e un'ampia informazione sulla guerra, articolata in varie rubriche («Brigata di eroi», «Corrispondenza garibaldina», «Bollettini di guerra»).

Uno sforzo di convogliare le esigenze politiche e operative in un programma di educazione politica di base, si può cogliere in tutta la produzione garibaldina: da quella ricchissima delle zone emiliano-romagnole e marchigiane, in cui predominano gli appelli alla popolazione delle campagne per il sostegno alla lotta partigiana e quindi i problemi della terra, a quelli rivolti più direttamente alle gente cittadina e alla classe operaia.

 settembre 1943 L Azione

Bibliografia

Giovanni De Luna, Nanda Torcellan, Paolo Murialdi – La stampa italiana dalla Resistenza agli anni sessanta – Editori Laterza 1980

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4-novembre-2012

4 Novembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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La Grande rafle du Vel d’Hiv

25 Octobre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Vento primaverile”, così era stata denominata la retata degli ebrei in Francia, non sarà che una tappa della “soluzione finale”.

 

Due SS, il Haupsturmführer Dannecker e Röthke, sono gli ufficiali tedeschi organizzatori responsabili del “Vento primaverile” (così era stata denominata la retata degli ebrei). Dirigevano la Sezione IV B4 della Gestapo a Parigi, definita IV J “della repressione antiebraica”. Avevano avuto l’onore di ricevere le consegne per l’operazione “Vento primaverile” direttamente dal generale delle SS Reinhardt Heydrich, che era venuto a Parigi il 15 maggio (1942), poco tempo prima della sua morte. Tredici giorni dopo, infatti, il 28 maggio, Reinhardt Heydrich fu ucciso a Praga da due paracadutisti cechi venuti da Londra per compiere la loro missione.

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Dando questi ordini, Heydrich non faceva che portare a termine le decisioni assunte nel corso della conferenza chiamata di Wannsee, nel corso della quale, nel gennaio 1942, era stato deciso lo sterminio degli ebrei europei. Infatti, è durante questa conferenza svoltasi a Berlino al 56 e 58 di Grossen Wannsee-Strasse, nell’ufficio di Eichmann, che i nazisti elaborarono definitivamente la “soluzione finale”, cioè l’annientamento totale degli ebrei europei. L’elite delle SS erano in quel giorno riuniti a Wannsee-Strasse, sotto la presidenza di Heydrich, Eichmann e l’SS Müller.

Vento primaverile”, in Francia, non sarà che una tappa della “soluzione finale”.

Il 16 luglio 1942, all’alba, iniziò a Parigi una vasta operazione di polizia, denominata “Vento primaverile”. Voluta dalle autorità tedesche, mobilitò circa 9.000 uomini delle forze del governo di Vichy. Quel giorno e quello seguente, 12.884 ebrei furono arrestati, tra loro 4.051 bambini. Mentre i celibi e le coppie senza figli furono condotte nel campo di internamento di Drancy, le famiglie, circa 7.000 persone, vennero rinchiuse nel Velodrome d’Hiver. Lì vi rimasero più giorni fino al loro internamento a Pithiviers e a Beaune la Rolande (prima di essere deportati nei lager in Germania e in Polonia), in condizioni spaventose, quasi senz’acqua ne viveri.

«L’alzata di spalle di una guardia è rimasta più profondamente impressa nella mia memoria che non le urla delle vittime» Arthur Koestler

 

Il libro “La Grande rafle du Vel d’Hiv” è frutto di una lunga inchiesta che mette in evidenza la schiacciante responsabilità del governo di Vichy nella deportazione degli ebrei di Francia. Rimane ancora oggi il documento di riferimento sul crimine del “Giovedì nero” del luglio 1942.

Gli autori del libro sono Claude Lévy e Paul Tillard.

Nato nel 1925 a Enghein-les-Bains, Claude Lévy partecipa alla Resistenza prima in Combat poi nel FTP-MOI (35a Brigata). Arrestato nel dicembre 1943, imprigionato, consegnato ai tedeschi, viene deportato il 2 luglio 1944. Riesce a fuggire e raggiunge i partigiani.

Sua madre, suo padre e numerosi altri membri della sua famiglia, arrestati dalla Polizia e dalla polizia di Vichy, perché ebrei, furono deportati e sterminati a Auschwitz.

Paul Tillard, nato nel 1914 a Soyaux (Charente), entrò presto nella Resistenza. Venne arrestato dalla polizia di Vichy nell’agosto 1942. Consegnato alla Gestapo venne inviato come ostaggio nel forte di Romainville e poi deportato nell’aprile del 1943 nel lager di Mauthausen, in Austria. Liberato il 6 maggio 1945, pubblicò, al suo ritorno, la prima testimonianza francese sui campi di concentramento nazisti.

Il 27 luglio 1966, a cinquantuno anni, Paul Tillard morì in seguito alle conseguenze della deportazione. 

 

Bibliografia:

Claude Lévy e Paul Tillard - La grande rafle du Vel d’Hiv – Ed. Laffont 1992

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La conferenza di Wannsee

15 Octobre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

È durante questa conferenza svoltasi a Berlino al 56 e 58 di Grossen Wannsee-Strasse, nell’ufficio di Eichmann, che i nazisti elaborarono definitivamente la “soluzione finale”, cioè l’annientamento totale degli ebrei europei.

 

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La conferenza di Wannsee si doveva tenere il 7 dicembre 1941, ma fu rinviata a causa degli importanti avvenimenti che si verificarono quel giorno: attacco giapponese a Pearl Harbor, e la conseguente entrata in guerra degli Stati Uniti.

Convocata su incarico di Eichmann, per iniziativa di Heydrich, che a sua volta era stato incaricato da Goering, infine si tenne il 20 gennaio 1942, in un grande salone-ufficio del palazzo al numero 56-58 di Wannsee-Strasse. C’era un grande camino dove bruciava della legna. Il verbale della riunione specificava che “la soluzione finale del problema ebreo in Europa dovrà essere applicata a 11 milioni di persone ... Al fine di attuare la soluzione finale del problema, gli ebrei dovranno essere trasferiti sotto buona scorta all’Est ed essere impiegati nel servizio del lavoro. Incolonnati, gli ebrei validi, uomini da una parte e donne dall’altra, saranno condotti in questi territori per costruire strade; è implicito che gran parte di loro si autoeliminerà naturalmente per il loro stato di deperimento fisico; I rimanenti che sopravvivranno e quelli che si considereranno come la parte più resistente, dovrà essere trattata di conseguenza».

Diversi documenti attribuiscono il significato esatto alla parola “trattamento” e indicano, senza alcuna ambiguità, che si intendeva semplicemente la morte.

«Quando gli altri partecipanti se ne andarono, rimasero soli Heydrich, Müller e Eichmann nell’ufficio, scherzando mollemente seduti in comode poltrone dinnanzi al camino. Heydrich era particolarmente contento ... Fumava ... Heydrich mi chiese in che modo si dove essere redigere il protocollo d’intesa; poi siamo rimasti noi tre seduti; mi ha offerto uno o due bicchieri di cognac, o tre ... Poi loro se ne sono andati e io mi sono seduto nel mio ufficio per stendere il protocollo» racconterà poi Eichmann.

 

Bibliografia:

Claude Lévy e Paul Tillard - La grande rafle du Vel d’Hiv – Ed. Laffont 1992

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Dai “quaderni di Auschwitz”

10 Octobre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

17 luglio 1942: il resoconto completo della visita di ispezione di Himmler ad Auschwitz.

 

Venerdì 17 luglio 1942, il secondo giorno del grande rastrellamento degli ebrei a Parigi, la “Grande rafle du Vel d’Hiv”, Himmler, il capo della Gestapo, si recò a ispezionare il campo di concentramento di Auschwitz. La sua fabbrica della morte doveva ricevere del materiale e perciò si doveva accertare che tutto fosse pronto. Nessuno in Europa sembrava ostacolare la “soluzione finale”. La Germania si trovava al culmine della sua potenza.

I bollettini di guerra del quartier generale del Führer non sono che un grido di vittoria. L’avanzata tedesca si sviluppava in modo folgorante, non solamente sul fronte russo, ma anche in Africa del Nord dove le divisioni di Rommel controbattevano le forze britanniche dopo aver conquistato Tobruk il 22 giugno.

Il 12 luglio, un comunicato aveva segnalato che le truppe tedesche e alleate, notevolmente appoggiate dalla Luftwaffe, avevano sconfitto il nemico e lo avevano annientato nel corso delle operazioni offensive che si erano sviluppate ad ovest del Don, tra il 28 giugno e il 9 luglio ...

Dopo la presa di Voronej, il 7 luglio, il Don veniva raggiunto a sud di questa città e si erano stabilite diverse teste di ponte su un fronte di 350 chilometri. Il 22 luglio, si apprenderà che, mentre i combattimenti proseguivano vittoriosamente in Africa settentrionale, nei dintorni di El Alamein, dove gli inglesi avevano perso 1200 uomini e un numero considerevole di carri armati, sul fronte russo Rostov in fiamme veniva attaccata da ovest, da nord e da est, una frase del comunicato precisava che un’armata tedesca avanzava rapidamente in direzione di Stalingrado. Era la prima volta che questo nome appariva nei bollettini del quartier generale hitleriano e nessuno allora pensava che i combattimenti che si svolgeranno intorno a questa città, dal mese di ottobre seguente al gennaio 1943, segneranno la sconfitta dell’esercito tedesco.

I “quaderni di Auschwitz” hanno conservato il resoconto completo della visita del ministro del Reich: «Il 17 luglio (1942), Himmler, SS Reichsführer, è venuto per la seconda volta ad Auschwitz per un giro di ispezione. Erano presenti il Gauleiter Bracht, l’SS Obergruppenführer Kammler. Accompagnato dai suoi ospiti, Himmler ispezionò tutto il territorio del campo, le aziende agricole, le costruzioni in corso, i laboratori, le piantagioni sperimentali a Rapsko, così pure gli allevamenti e la scuola forestale».

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Ispezionando in seguito il campo di Birkenau, potrà assistere all’annientamento di un convoglio di ebrei che arrivava: lo scarico dal treno, la selezione dei deportati giudicati abili al lavoro, l’uccisione degli inabili col gas nel bunker n°2 e il successivo sgombero. Questo convoglio era composto da 2.000 ebrei olandesi arrivati il 17 luglio, 1303 uomini e 697 donne.

1251 uomini e 300 donne furono giudicati abili al lavoro, 449 inabili furono inviati nelle camere a gas: è al supplizio di 449 persone che Himmler assistette. La sera Himmler fu ricevuto a Katowice a casa del Gauleiter Bracht; si recò in compagnia del comandante del campo Höss e della moglie di questi, oltre al capo delle installazioni agricole di competenza di Auschwitz, Obersturmbannführer, dott. Caesar.

«Il 18 luglio, Himmler ispezionò il campo municipale, le cucine, il campo delle donne, che comprendeva i blocchi da 1 a 10, le fabbriche, le scuderie, i macelli, i panifici e la caserma delle guardie, il “Canada”. I detenuti avevano soprannominato“Canada” le baracche nelle quali i beni tolti ai deportati ebrei venivano riuniti e selezionati. Nel 1943, il “Canada” non contava meno di 35 baracche.

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Alcuni commando speciali di deportati selezionavano una quantità enorme di vestiti, di oggetti di valore, fedi nuziali o differenti gioielli, i denti in oro strappati ai cadaveri, gli occhiali e i giocattoli abbandonati dai bambini. L’oro e l’argento erano trasferiti alla banca centrale del Reich (escludendo quei quantitativi rubati dalle guardie SS); gli orologi andavano all’Ufficio amministrativo centrale delle SS a Orianenburg; gli occhiali al servizio sanitario; gli articoli di consumo corrente, come i fazzoletti, le valige, gli zaini, i pettini, i pennelli da barba all’ufficio incaricato della propaganda del germanesimo.

«Nel campo delle donne – sta scritto nei “Quaderni di Auschwitz” – Himmler chiese di assistere alla bastonatura di una detenuta con lo scopo di constatarne gli effetti. Visto lo stato in cui era stata ridotta la donna bastonata, ordinò che, da quel momento, la bastonatura doveva essere praticata sulle donne solamente dopo la sua personale autorizzazione. Al termine della sua ispezione, Himmler si recò, per un ultimo colloquio, nell’ufficio di Höss a cui ordinò di accelerare la costruzione del lager di Birkenau, degli stabilimenti degli armamenti e di perfezionare lo sterminio degli ebrei inabili al lavoro. In segno di riconoscimento per le realizzazioni già terminate, Himmler nominò Höss Obersturmführer, innalzandolo così di grado.

 

Bibliografia:

Claude Lévy e Paul Tillard - La grande rafle du Vel d’Hiv – Ed. Laffont 1992

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Sant'Anna di Stazzema, la strage archiviata

4 Octobre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

 

Sant'Anna di Stazzema, la strage archiviata: "Una sentenza inaudita"

la posizione dell'ANPI sulla sentenza:

“Che si possa archiviare 'per mancanza di prove' una vicenda storicamente accertata e per la quale dieci cittadini tedeschi sono stati condannati in Italia, in tutti i gradi di giudizio, all’ergastolo, è veramente inaudito e incredibile, perché significa che non ci si è resi conto dell'orrenda tragedia compiuta, per mano tedesca e fascista, e non si è pensato non solo alle ragioni imposte dal diritto ma neppure a quelle imposte dalla umanità”.

Con queste parole il presidente dell'Anpi nazionale, Carlo Smuraglia, ha commentato il provvedimento di archiviazione della strage di Sant'Anna di Stazzema deciso dalla procura di Stoccarda.

Dieci erano stati gli ergastoli decisi dalla magistratura italiana, in tre gradi di giudizio, per ex soldati della Reichsführer SS che, nell'agosto 1944, compì la strage.

La sentenza del tribunale di La Spezia era chiara: gli indagati, essendo in servizio nelle forze armate tedesche, nemiche durante la fine della Seconda guerra mondiale dell'Italia: “Con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, tutti, secondo la specifica qualità e mansione, contribuendo alla materiale realizzazione del crimine e comunque reciprocamente rafforzandosi nel proposito delittuoso, il mattino del 12 agosto 1944, alle ore 7 circa e seguenti, in Sant'Anna di Stazzema, senza necessità e senza giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e anzi nell'ambito e con finalità di un'ampia operazione di rastrellamento pianificata e condotta contro i partigiani e la popolazione civile che a quelli si mostrava solidale, cagionava la morte di numerose persone - verosimilmente tra le 457 e le 560 circa, tra le quali, e in prevalenza, anziani, donne e bambini - le quali non prendevano parte alle operazioni militari, agendo con crudeltà e premeditazione”.

Tuttavia, per otto degli ex militari - due sono deceduti in questi anni – il tribunale tedesco non considera provata la responsabilità individuale, nonostante l'appartenenza al reparto colpevole dell'eccidio, e pertanto li ha prosciolti. Non è tutto. In un comunicato i magistrati tedeschi sostengono che la strage non fu programmata da parte dell'esercito nazista, poiché non esistono documenti in merito. Giungono a ipotizzare che l'obiettivo delle SS fosse la guerra ai partigiani e la deportazione di uomini abili al lavoro, e che la violenza sui civili fu conseguente al fallimento dell'azione.

Ma la storia ha raccontato, e la giustizia italiana ne ha tenuto conto, di come fosse in atto nei venti mesi di occupazione nazista del nord Italia una vera e propria guerra alla popolazione civile. Inoltre, come ha dichiarato il pm al processo italiano, Marco De Paolis, alcuni dei dieci indagati erano rei confessi.

“Così - ha aggiunto Smuraglia - le 560 vittime, i loro familiari, i loro figli e nipoti, restano sullo  sfondo, come figure irrilevanti, perché non si è stati in grado di capire che così si rinnova il loro dolore, visto che da anni  invocano verità e giustizia, senza successo. C’è da restare attoniti e sgomenti a fronte di provvedimenti come questo, che si muovono su un filone mai estinto, ed al quale non è mancato l’apporto della Corte dell’Aja, che ha dato più rilievo al ruolo del diritto che non ai valori ed ai diritti umani”.

E' dunque necessario continuare l'azione di testimonianza, di studio perché, come dichiarato sempre dal presidente Anpi: “Bisogna perseguire la verità ed affermare le ragioni della storia, contrapponendole ad ogni tentativo di ridurre la gravità estrema di quanto accaduto in Italia, tra il ‘43 e il ‘45. Bisogna arricchire le ricerche storiche, condurre in porto i procedimenti penali ancora aperti. Ma bisogna anche ottenere una discussione parlamentare seria sulle stragi, sulle responsabilità tedesche e fasciste, sulle  responsabilità collegate all’armadio della vergogna nella loro complessità non solo giuridica ma anche politica".

"Deve andare avanti - precisa Smuraglia - l'interrogazione presentata da un gruppo di senatori e reiterata alla Camera, e la raccolta firme sotto la petizione popolare lanciata a Marzabotto. E infine bisogna premere sul governo, perché si proceda nella 'trattativa' con la Germania, che doveva avviarsi dopo la sentenza dell’Aja e di cui non si sa nulla”.

“Noi  - ha concluso Smuraglia - ci riteniamo impegnati a tutto questo e riteniamo che sia la migliore risposta ai magistrati di Stoccarda, così come ai tanti tentativi di far cadere l’oblio su vicende imprescrittibili. Ed è anche questo il modo migliore per esprimere la solidarietà più forte, affettuosa e sincera, alle vittime, ai sopravvissuti ed ai familiari della strage di S. Anna di Stazzema, così come a tutte le vittime ed i familiari della strage di Marzabotto e di tante altre terribili stragi”.

Gemma Bigi

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25 settembre: anniversario della nascita di Sandro Pertini

18 Septembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

 

Nel luglio 2011, come è possibile verificare nell’articolo che segue, l’ANPI di Lissone aveva chiesto all’Amministrazione comunale, allora in carica, di dedicare alla memoria del defunto presidente della Repubblica, Sandro Pertini, un luogo di Lissone.

In questi giorni abbiamo appreso con gioia che la nuova Amministrazione comunale, guidata dal sindaco Concetta Monguzzi, ha approvato il cambiamento della intitolazione della piazza adiacente l’ufficio postale: sarà dedicata a Sandro Pertini. Anche Lissone, così ricorderà uno dei presidenti della Repubblica “più amato dagli Italiani”.

La nostra associazione, in un prossimo “Viaggio della Memoria” si recherà a Stella, in provincia di Savona, per visitare la casa natale di Pertini, oggi trasformata in un piccolo museo e deporrà dei fiori sulla tomba dove il “partigiano Pert” è sepolto con la moglie Carla Voltolina.

 

 


Luglio 2011

 

L'8 luglio 1978 veniva eletto Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

 

Nel XXXIII anniversario della sua elezione a presidente della Repubblica, l'ANPI di Lissone chiede all'Amministrazione Comunale che sia dedicato un luogo della città  a Sandro Pertini, un presidente della Repubblica molto amato dagli Italiani

.

 


Alessandro Pertini è nato a Stella (Savona) il 25 settembre 1896.

Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche e sociali.

Coniugato con Carla Voltolina.

Ha partecipato alla prima guerra mondiale; ha intrapreso la professione forense e, dopo la prima condanna a otto mesi di carcere per la sua attività politica, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino.

Sottrattosi alla cattura, si è rifugiato a Milano e successivamente in Francia, dove ha chiesto e ottenuto asilo politico, lavorando a Parigi.

Anche in Francia ha subito due processi per la sua attività politica.

Tornato in Italia nel 1929, è stato arrestato e nuovamente processato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a 11 anni di reclusione.

Scontati i primi sette, è stato assegnato per otto anni al confino: ha rifiutato di impetrare la grazia anche quando la domanda è stata firmata da sua madre.

Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933, in cui rinuncia alla domanda di grazia presentata dalla madre.

Tornato libero nell'agosto 1943, è entrato a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalla SS, è stato condannato a morte.

La sentenza non ha luogo. Nel 1944 è evaso dal carcere assieme a Giuseppe Saragat, ed ha raggiunto Milano per assumere la carica di segretario del Partito Socialista nei territori occupati dal Tedeschi e poi dirigere la lotta partigiana: è stato insignito della Medaglia d'Oro.

 

Il discorso di Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, pronunciato la sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, liberata dalle formazioni “Matteotti”.

 

Il partigiano Pert 

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera


Conclusa la lotta armata, si è dedicato alla vita politica e al giornalismo.

E' stato eletto Segretario del Partito Socialista Italiano di unità proletaria nel 1945. E' stato eletto Deputato all'Assemblea Costituente.

E' stato eletto Senatore della Repubblica nel 1948 e presidente del relativo gruppo parlamentare.

Direttore dell'"Avanti" dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1952, nel 1947 ha assunto la direzione del quotidiano genovese "Il Lavoro".

E' stato eletto Deputato al Parlamento nel 1953, 1958, 1963, 1968, 1972, 1976.

E' stato eletto Vice-Presidente della Camera dei Deputati nel 1963.

E 'stato eletto Presidente della Camera dei Deputati nel 1968 e nel 1972.

Dopo il fallimento della riunificazione tra P.S.I. e P.S.D.I,. aveva rassegnato le dimissioni, respinte da tutti i gruppi parlamentari.

E' stato eletto Presidente della Repubblica l'8 luglio 1978 (al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995). Ha prestato giuramento il giorno successivo.

Ha rassegnato le dimissioni il 29 giugno 1985: è divenuto Senatore a vita quale ex Presidente della Repubblica. E' deceduto il 24 febbraio 1990. 

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Due incredibili e tragiche storie di deportazione in Germania

25 Août 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Luigi Montrasio e Angelo Mattavelli furono arrestati nel corso delle retate pianificate in reazione allo sciopero del marzo 1944 e deportati a Mauthausen come oppositori politici. 


Luigi Montrasio

Nato il 23 marzo 1909 a Monza. Residente in via Marco d’Agrate 21 dove viveva con la moglie Adele Moltrasio, il figlio di sette anni e la figlia di cinque. Luigi Montrasio, trentacinquenne, lavorava come falegname modellista alla Caproni Areonautica. Venne arrestato per sbaglio il 12 marzo 1944: le guardie cercavano un omonimo che abitava solo a cento metri di distanza e lavorava alla Breda. Il figlio ricorda con sicurezza alcuni aspetti del momento dell’arresto: «Mio padre era appena tornato dal lavoro, era sera inoltrata, intorno alle nove perché si recava al lavoro a Milano in bicicletta. Arrivarono alla porta, lo ricordo bene, quattro militi fascisti guidati e comandati da un tedesco delle SS molto giovane ma anche molto duro. Avevano le generalità dell’altro Montrasio dove era evidente la diversa paternità. Mio papà protestò con forza evidenziando che lui era figlio di Gerardo, non di quell’altro nome. Alla SS non importava nulla, un Luigi Montrasio doveva prendere e un Luigi Montrasio doveva venire con lui. Mi aggrappai piangendo alle gambe di mio padre quasi immobilizzandolo; il rappresentante della razza eletta tedesca mi diede un sonoro calcio nel sedere e dovetti nascondermi sotto il tavolo, avevo solo sette anni».

Giunto a Mauthausen gli fu attribuita la matricola 59001. Fu dislocato a Gusen, in particolare venne assegnato a Gusen II, aperto solo il 9 marzo 1944 per provvedere con i suoi prigionieri allo scavo, in località St. Georgen, di uno dei più grandi sistemi sotterranei progettati dai nazisti per impiantarvi macchinari industriali per la produzione bellica, il B8-Bergkristall-Esche 2 (*), che entrò in produzione alla fine del 1944. I prigionieri giornalmente arrivavano stipati sui treni merci e spinti a calci e con ogni genere di vessazioni nei cantieri. Le condizioni di lavoro erano terribili, tanto che Gusen II fu chiamato “l’inferno degli inferni”. La sopravvivenza media era di quattro mesi. Anche Luigi Montrasio, infatti, morì molto presto, il 19 maggio 1944; era arrivato a Mauthausen il 20 marzo: erano trascorsi solo due mesi dal suo arrivo.

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La storia di Angelo Mattavelli

Nato il 17 gennaio 1925 a Sulbiate dov’era residente in via Orientale 14. Nell’estate del 1943 era stato chiamato alle armi per l’arruolamento in Marina, ma il decorso degli avvenimenti, sfociato con l’armistizio, ne bloccò la partenza. Cercò immediatamente lavoro e lo trovò qualche mese dopo alla Breda di Sesto San Giovanni come apprendista aggiustatore alla Sezione I. Il 12 marzo 1944 fu il suo primo giorno di lavoro. Solo tre giorni dopo, mentre usciva dalla fabbrica, incappò in un rastrellamento nel quale, a caso, i nazifascisti fermavano gli operai che si accingevano a tornare a casa. Angelo Mattavelli venne arrestato per partecipazione ad uno sciopero che si era svolto la settimana prima. Il suo è un incredibile e drammatico episodio di una persona arrestata malgrado non avesse partecipato allo sciopero per il semplice fatto che non era presente perché non ancora assunta.

Il giovane partì per il Reich su carri bestiame. La matricola di Mauthausen fu 61690: il 7 maggio fu spostato nell’orribile bolgia di Gusen II (*). Ammalatosi presto, venne ricoverato il 10 agosto nel revier  di Gusen II, l’infermeria del lager; ne uscì l’8 settembre per essere rinviato a lavorare nelle gallerie dove si producevano gli aviogetti della Luftwaffe. Spremuto delle sue energie, com’era programmato dalle SS in questi campi di sterminio, Angelo Mattavelli fu rimandato a Mauthausen per essere internato nella baracca ospedale. La sua resistenza fu vinta il 21 aprile 1945, quando ridotto a una larva umana, fu mandato a morire nelle camere a gas. Aveva solo vent’anni.

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(*) Gusen II “inferno degli inferni” e il B8-Bergkristall-Esche 2

Quando i bombardamenti strategici degli Alleati iniziarono a colpire i centri della Germania, i tedeschi decisero, per garantire la produzione industriale degli armamenti, di realizzare grandi fabbriche sotterranee.

Il KZ Gusen II venne fondato ufficialmente il 9 marzo 1944 per utilizzare i prigionieri come  manodopera per la costruzione della BERGKRISTALL-ESCHE B8, due impianti sotterranei in Austria, nei pressi di St. Georgen / Gusen.

I prigionieri erano alloggiati in 19 baracche nelle vicinanze del KZ di Gusen I e venivano trasportati con una speciale linea ferroviaria al cantiere St. Georgen all’inizio di ogni turno di lavoro.

Nell’impianto dove lavoravano circa 16.000 prigionieri venivano assemblati gli aerei a reazione Messerschmitt Me 262.

Con una superficie di 50.000 m2, una galleria lunga 10 Km, è stato uno dei più grandi e moderni impianti industriali tedeschi sotterranei. Venne costruito in 13 mesi dai prigionieri del campo di concentramento di Gusen II all'interno del complesso di Mauthausen-Gusen.

Gusen, soprannominato “l’inferno degli inferni” a causa della sua elevata mortalità (fino al 98%), è diventato uno dei più orribili lager nazisti della storia europea. Il periodo medio di sopravvivenza era di 4 mesi. Generalmente chi sopravviveva finiva nel Sanitaetslager del vicino campo di concentramento di Mauthausen, dove la maggior parte moriva oppure veniva inviato al castello di Hartheim, distante una quarantina di chilometri, terribile luogo di esperimenti nazisti su cavie umane.

 

Tratto dal libro di Pietro Arienti “Dalla Brianza ai lager del III Reich”  - Edizioni Bellavite - Missaglia - 2012

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Santina Pezzotta, un’adolescente brianzola nei lager nazisti

20 Août 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Spesso mi sembrava che fosse un terribile sogno, e che svegliandomi sarebbe svanito. A quella realtà ci si rifiutava con tutti se stessi. Confrontavo la vita trascorsa in libertà, pur modesta, con quella del lager e mi pareva impossibile che si potessero costringere degli esseri umani a condurre una simile vita d’inferno, se poi si poteva chiamare vita. Fino a quando avrei resistito? Saremmo morti tutti, e nessuno avrebbe mai saputo in quale modo demente ci avevano fatto morire ... E chi orchestrava tutto erano quegli esseri umani che portavano scritto sulla fibbia del cinturone: “Dio è con noi”».  Antonio Scollo, partigiano diciassettenne deportato, minorenne come Santina Pezzotta.

 

La storia di Santina Pezzotta è tratta dal libro di Pietro Arienti “Dalla Brianza ai lager del III Reich”.

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Santina Pezzotta era nata il 17 gennaio 1928 a Brugherio. Residente al quartiere San Fruttuoso di Monza, era operaia specializzata alla Magneti Marelli, stabilimento “N” di Crescenzago. Apparteneva ad una famiglia decisamente antifascista: il padre Serafino che aveva già subito il confino in Francia ed un arresto in Italia, a Sesto San Giovanni, per propaganda politica, fece parte della Resistenza monzese insieme alla figlia Elisa, attiva nella diffusione di stampa clandestina e nel supporto alle famiglie di partigiani arrestati.

Santina nel 1944 aveva dunque solo sedici anni e non si interessava di politica, come testimonia la sorella Elisa. Il 16 marzo si trovava a Bergamo per un compito di lavoro affidatogli dal padre e si trovò coinvolta in un rastrellamento fascista, teso probabilmente a procurare manodopera da inviare in Germania. ... Un’adolescente arrestata completamente priva di ogni colpa, ed esente da qualsiasi capo di accusa immaginabile, avviata nei più orribili campi di sterminio predisposti dai nazisti ...

Il padre si Santina andò ad urlare ai Militi della Legione Muti in mano ai quali vide il registro degli arresti con il nome della figlia che intanto era in carcere a Bergamo.

Le proteste non servirono a niente e la famiglia non ebbe più nessuna notizia della ragazza per un anno e mezzo, cioè fino al suo rientro in Italia.

Santina fu deportata a Theresienstadt, nome tedesco di Terezin, nei pressi di Praga, che era stata utilizzata come ghetto per gli ebrei cechi prima del loro invio ad Auschwitz. Vi giunse il 27 maggio 1944.

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Elisa Pezzotta racconta che, terminata la guerra, avvicinava ogni mezzo che rimpatriava deportati per chiedere informazioni della sorella. Finalmente una sera, era il 30 aprile 1945, ebbero delle notizie favorevoli che alimentavano la speranza: dopo pochi giorni, infatti, Santina tornò.

Le privazioni di ogni genere che aveva subito la rendevano irriconoscibile, “di una magrezza spettrale e con cicatrici in tutto il corpo”.

San Fruttuoso fece una grande, meritata festa all’adolescente che il fascismo si onora di aver sottoposto senza motivo alle più atroci brutalità dei lager del Reich.

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