Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
Articles récents

Terezin, in tedesco Theresienstadt

13 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Il testo di questa conversazione riproduce i dialoghi del film di Claude Lanzmann Un vivant qui passe. La sua importanza è legata al contenuto: la strabiliante scoperta che un delegato della Croce rossa internazionale visitò il campo di Auschwitz e il ghetto di Terezin (Terezin, in tedesco Theresienstadt), mentre era in corso lo sterminio degli ebrei, e non si accorse, o non volle accorgersi di niente.

 

... dei dettagli delle cose che i nazisti hanno attuato in occasione della visita ... di tutte le misure che sono state prese. ... Per esempio, avevano fatto ripulire tutte le strade e le avevano fatte asfaltare. Questo è stato un primo provvedimento. Sulla grande piazza di Theresienstadt, proprio di fronte al Kaffehaus, avevano fatto erigere, qualche giorno prima del vostro arrivo, un padiglione per la musica, con un orchestra che suonava ... Inoltre, hanno sistemato delle panchine nella piazza e nel cosiddetto giardino pubblico, ecc. ... uno spazio per i bambini, per i neonati e per i più piccoli, di una sorta di Kinder Pavillon, decorato con immagini di animali, e con una cucina, delle docce e dei lettini. Questo è stato fatto ... tutto ciò non esisteva prima ...E non esisterà dopo ...

 

 

C. LANZMANN Adesso, Dr. Rossel, parliamo di Theresienstadt.

DR. ROSSEL Theresienstadt. È un grande problema. Un problema molto grande! La visita a Theresienstadt fu organizzata dai tedeschi sotto la pressione e la richiesta reiterata, in particolare del Comitato internazionale della Croce rossa, ma anche di altri Paesi neutrali. lo ho fatto parte di questa visita organizzata ...

C. LANZMANN Era lei dunque che rappresentava il Comitato internazionale della Croce rossa?

DR. ROSSEL Sì, ma solo durante la visita a Theresienstadt.

C. LANZMANN Soltanto per questa visita.

DR. ROSSEL La prima.

C. LANZMANN La prima.

DR. ROSSEL Perché ci sono state tre visite se non ricordo male.

C. LANZMANN Due.

DR. ROSSEL O due. Ce n'è stata una dopo. In questa, ero stato incaricato di andare a vedere ciò che mi mostravano. Ho fatto un rapporto allora che non rinnego e che confermo nella sua sostanziale validità. Se ero l'incaricato, dunque, ero gli occhi che potevano vedere e dovevo, ripeto, dovevo fare il possibile per vedere anche oltre, se ci fossero state delle cose da vedere oltre. È stato detto che Theresienstadt era una sorta di campo Potëmkin, vale a dire quel villaggio finto preparato apposta per la visita della zarina. Forse era ancor più grave di così, perché la nostra visita era stata con tutta evidenza preparata a ragion veduta.

C. LANZMANN Era il 23 giugno del 1944.

DR. ROSSEL 1944. Grazie per avermelo ricordato. Sarei stato incapace di essere così preciso con la data. Si trattava di una visita ben preparata come una commedia ... Lei mi chiede: «Qual era la sua impressione, qual era il clima a Berlino, qual era l'atmosfera nel momento in cui era ad Auschwitz?» Ebbene, per essere espliciti, a Theresienstadt l'impressione era di un clima del tutto falsificato. Innanzitutto perché la visita fu richiesta dai nazisti e poi perché era attesa; come sempre, in piena guerra, quando si aspetta un'ispezione, tutto viene messo in ordine. Quanto a me, ciò che mi diede subito fastidio fu anche l'atteggiamento degli attori israeliti. Si trattava di un villaggio Potëmkin, un villaggio truccato, e se adesso io posso essere franco ...

C. LANZMANN Deve esserlo.

DR. ROSSEL A questa età se non si dice quel che si pensa veramente!

C. LANZMANN Assolutamente.

DR. ROSSEL Era un campo riservato ai privilegiati. È orribile a dirsi, perché mio Dio, e poi non voglio accusare nessuno, non voglio ferire della gente che ha sofferto terribilmente. Ma sfortunatamente, c'erano dei Prominenten, dei privilegiati appunto e il campo dava l'impressione che avessero rinchiuso là dentro degli israeliti molto ricchi, o importanti nella loro città, che non si poteva certo fare scomparire troppo d'improvviso. Là dentro c'era una quantità di notabili che era in ogni senso anormale, se paragonata con la situazione degli altri campi, persino per prigionieri, non è così? Non so bene quanti medici ci fossero, e quanti notabili d'ogni dove e l'atteggiamento di tutta questa gente era assai curioso. Poiché un uomo che di mestiere visita continuamente e per mesi i campi per prigionieri, ha l'abitudine di notare un tipo che gli fa l'occhiolino e che attira la sua attenzione su qualcosa di particolare. Era un atteggiamento corrente. Ebbene, a Theresienstadt, niente, niente. Una docilità e una passività che per me erano ... che davano luogo al peggior malessere.

Era una visita prevista dalle SS sulla quale si poteva riferire: «Ho visto questo e quello, ho fotografato la tal cosa, ecc.» Io ho fotografato tutto quello che ho voluto, del resto ho scattato molte e molte e ancora molte fotografie. Si dice che una fotografia, a volte, parla assai più che non mille parole, non è forse vero? Ebbene ho fotografato molto, ma il clima era falsato da questa impressione di quegli israeliti che si consideravano, essi stessi, mi capisca bene, dei Prominenten, è questo il termine che si preferiva a quel tempo, vale a dire come dei privilegiati, e che non avevano per niente voglia di rischiare di venire deportati, perché altrimenti si sarebbero concessi un'allusione, o un segno, o se si vuole il passaggio di un foglio o di un rapporto; cosa che gli sarebbe stata assai facile, dottor Lanzmann, facile, facile, poiché non eravamo spiati e filmati e non c'erano i mezzi che ci sono oggi per sottoporre qualcuno a controllo. A Theresienstadt, quando passavamo da quei piccoli corridoi, o attraverso la città stessa, o da una stanza, se qualcuno, lei mi capisce, avesse voluto metterci in tasca, a me o agli altri due delegati, qualcosa, la cosa sarebbe stata estremamente facile.

C. LANZMANN Capisco bene quel che vuole dirmi. Ed è un punto molto importante. Quanto tempo è durata la sua visita nel ghetto di Theresienstadt?

DR. ROSSEL La mia visita, penso, direi che è durata due o tre ore.

C. LANZMANN Non di più?

DR. ROSSEL Non di più.

C. LANZMANN A me sembra che sia durata di più. Nel rapporto lei afferma che è stata più lunga.

DR. ROSSEL Lo vedo, dottor Lanzmann, sa ... sono passati ... Lei dice che era il 194··· 3 ?

C. LANZMANN 44.

DR. ROSSEL 44. Ne è passata acqua sotto i ponti. Non voglio dire di avere ragione ... non voglio proprio ... ma in questo momento ho l'impressione precisa che la mia visita sia durata due o tre ore al massimo.

C. LANZMANN Lei è arrivato verso le dieci del mattino.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Poi ha pranzato ed è ripartito verso le sei del tardo pomeriggio.

DR. ROSSEL Ma certo, allora c'è stata una parte della visita fuori della città fortezza. Sicuro. Ci hanno spiegato infatti che c'era anche una Kleine Festung, è vero.

C. LANZMANN La piccola fortezza.

DR. ROSSEL Non avevamo ... non avevamo alcun diritto di entrarvi. Ci è stato detto: «In ogni modo, voi potete passarci davanti, ma là sono rinchiusi dei prigionieri di "diritto comune". I "diritto comune" sono dei detenuti, dei nostri detenuti e la cosa non vi riguarda. Avete il diritto di visitare la città». Come lei sa, la città stile Vauban è ben protetta e cintata da ... Come Langres un po', se si vuole, non è forse così?

C. LANZMANN Sì, sì.

DR. ROSSEL Costruita del resto in uno stile architettonico simile.

C. LANZMANN Sì, una fortezza.

DR. ROSSEL Una fortezza chiusa, di quelle fortezze che non sono mai state attaccate e che per questo sono rimaste intatte.

C. LANZMANN Ha fatto la visita in compagnia di. ..

DR. ROSSEL Ho compiuto la visita in compagnia di alcuni impiegati del Consolato che dovevano essere dei danesi o degli olandesi, non mi ricordo con esattezza.

C. LANZMANN Dei danesi.

DR. ROSSEL Danesi. E poi con i tedeschi, le SS e i responsabili nazisti che hanno organizzato la visita. Non ricordo i loro nomi, e non posso proprio fare niente al proposito per dirglieli.

C. LANZMANN Non glieli ha chiesti i nomi?

DR. ROSSEL Oh no, li ho visti appena.

C. LANZMANN E ha visto tanti ebrei?

DR. ROSSEL Molti. Erano tutti israeliti. Per quel che mi riguarda non ho visto altre persone là dentro. Inoltre avevano tutti la stella gialla. Dunque ho visto soltanto israeliti.

C. LANZMANN Uno di loro le ha rivolto la parola?

DR. ROSSEL Ah sì. Il dottor so and so, che si è annunciato ...

C. LANZMANN Epstein.

DR. ROSSEL Epstein in qualità di capo del ghetto. Ed era lui che ci guidava nella visita. Ma proprio lui, in nessun istante ... E allucinante, non è vero che nessuno ti dica: «Ma insomma, questa è tutta una farsa». E veramente, lo era fino a quel punto!

C. LANZMANN Perché lei oggi dice che era tutto una farsa? A quell' epoca, lo sapeva che si trattava solo di una farsa?

DR. ROSSEL No. Ma si sapeva bene che se si veniva invitati a visitare un campo, si trattava di un campo eccezionale.

C. LANZMANN Lei ha assolutamente ragione quando dice che si è trattato di una farsa, ma di una farsa preparata in modo straordinariamente eccellente. I nazisti preparavano la vostra visita da mesi, e si trattava di quella che loro chiamavano la Verschonerungsaktion, che significa: azione di abbellimento. Voi, avete realmente fatto visita a un ghetto Potëmkin. A quell'epoca ne aveva avuto sentore?

DR. ROSSEL No, no. Ho creduto e poi lo credo ancora che mi abbiano fatto visitare un campo per notabili ebrei privilegiati. Era l'impressione che avevo e che ne ho tratto. Non l'ho mai scritto nero su bianco. Del resto, il comportamento della gente era tale, che la cosa era molto antipatica in sé. L'atteggiamento degli israeliti in quella città ... Io stesso avevo l'impressione che ci fossero degli israeliti, e lo penso tutt' ora, che a colpi di dollari e a forza di versare dollari al Portogallo riuscivano a sistemare la loro situazione e si permettevano così di durare. E lei lo sa meglio di me che taluni israeliti molto ricchi hanno persino ottenuto dei permessi di espatrio, firmati da Himmler. Non se ne parlava, tuttavia, con quella gente in quel campo, mio Dio, ma ... ma, intendo dire, se ne parlava tra di noi, e sapevamo bene che se si era abbastanza ricchi da possedere, per esempio, un quarto di Budapest e compagnia, e poi se si era il signor Tale e Tal altro che oggi ... parlo delle dinastie ...

C. LANZMANN È successo in Ungheria con la famiglia Weiss.

DR. ROSSEL La famiglia Weiss. Allora, quella gente, a dire il vero, possedeva abbastanza denaro per rendersi liberi e ottenere permessi di espatrio. Ebbene, in quel caso, avevo l'impressione di essere di fronte a gente che non aveva la levatura internazionale dei Weiss o di un Rothschild, per potere uscire dalle grinfie naziste, ma che erano abbastanza potenti e che dovevano avere versato una buona quantità di denaro per essere in quel posto. È l'impressione che ho al fondo del mio cuore e che ho portato con me dopo la mia visita a Theresienstadt. E io me lo chiedo ancora oggi - ci credo ancora - malgrado tutto quello che mi hanno detto.

C. LANZMANN Che cosa le hanno detto?

DR. ROSSEL Ebbene, che dopo la mia visita questa gente è stata sterminata, immediatamente. Credo ancora che fossero notabili israeliti abbastanza ricchi per pagare la loro sopravvivenza, essendo là.

LANZMANN Vennero sterminati dopo la sua visita e furono sterminati prima.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Allo stesso modo.

DR. ROSSEL So bene che molti di loro sono stati sterminati dopo.

C. LANZMANN Dopo la visita.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Bene, d'altronde era l'idea di Himmler fin dall'inizio. Creando Theresienstadt, aveva voluto dar vita a un ghetto. All'inizio per gli ebrei del Reich, del grande Reich, vale a dire Germania, Austria e Cecoslovacchia, per quegli ebrei che era assai più difficile sottoporre a trattamento, perché ...

DR. ROSSEL È proprio così.

C. LANZMANN ... perché erano ex combattenti della Prima guerra mondiale ed erano delle persone anziane.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Donne anziane e uomini in età avanzata. Ed è vero che tra loro c'erano anche quelli che lei chiama i Prominenten, vale a dire della gente che aveva lavorato negli organismi della comunità ebraica e, anche ... che sono stati deportati a Theresienstadt con altri. Ma proprio Himmler aveva l'intenzione precisa di camuffare l'impresa generale di sterminio, e Theresienstadt era qualcosa che si poteva e che si voleva mostrare.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Bene. Ma la verità è che prima della visita della Croce rossa, circa centomila ebrei che erano passati da Theresienstadt sono stati deportati ad Auschwitz e a Treblinka, dove sono morti, e dopo la visita è accaduta la stessa cosa. E il ghetto di Theresienstadt viveva nel terrore più assoluto. Allora, in effetti, quello che lei ha visto, capisco assai bene le sue sensazioni, ma lei ha visto il terrore di quegli ebrei. E colui che vi ha ricevuti, il famoso sindaco di Theresienstadt, o il presidente ... del ghetto, il dottor Epstein, e di cui lei ha detto che parlava proprio come un automa, non è così?

DR. ROSSEL Si, è proprio così.

C. LANZMANN Ebbene, è stato assassinato tre mesi dopo la vostra visita.

DR. ROSSEL È pur sempre, pur sempre ...

C. LANZMANN Nella Kleine Festung, la piccola fortezza.

DR. ROSSEL Alla piccola fortezza. Lei sa bene qual è la caratteristica dei tedeschi e, io penso, di ogni regime che organizza campi di sterminio; è quella di utilizzare una parte delle vittime in compiti amministrativi e organizzativi. Al termine di un certo periodo di tempo, poiché essi sono perfettamente al corrente di quanto è accaduto proprio a coloro che loro stessi hanno fatto partire per il massacro, sanno bene che non sopravviveranno. Si tratta di un sadismo straordinario, perché i tedeschi non avrebbero mai avuto bisogno, loro che sono macchine e perfetti organizzatori, dell' aiuto delle loro vittime, ma hanno trovato in quei politici o in quegli israeliti sempre un gruppo di persone che credevano di poter sopravvivere o di durare alcuni mesi di più, collaborando!

C. LANZMANN Quello che lei dice adesso rappresenta un grosso problema, in verità.

DR. ROSSEL Ma sta proprio qui l'orrore. Dottor Lanzmann è qui che si trova l'orrore, perché è là dove l'uomo discende sempre più in basso ... non è forse così?

C. LANZMANN Ripeto che la questione costituisce un grosso problema ... un vero problema ... e una cosa simile è accaduta in tutti i ghetti dell'Est ...

DR. ROSSEL Sì, si pone questo problema in tutti i ghetti.

C. LANZMANN È la questione degli Judenräte, dei consigli ebraici dei ghetti. Ma nel suo rapporto lei dipinge un quadro abbastanza soddisfacente di. ..

DR. ROSSEL Abbastanza soddisfacente ...

C. LANZMANN ... di Theresienstadt.

DR. ROSSEL ... delle condizioni di igiene e di tutto ciò che ho visto. Se lei è ... dottor Lanzmann, se la mandano in un posto per osservare e vedere.

C. LANZMANN Ma lei ha anche detto per osservare e per vedere al di là ...

DR. ROSSEL Al di là, certo, al di là.

C. LANZMANN ... al di là di ciò che a un primo sguardo si vede.

DR. ROSSEL Ebbene, ciò che io ho visto proprio al di là, è questo asservimento, questa passività, qualcosa insomma che non avevo digerito.

C. LANZMANN Sono in possesso dei dettagli delle cose che i nazisti hanno attuato in occasione della visita ... di tutte le misure che sono state prese.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Ed è straordinario perché si trova con esattezza la stessa cosa nel suo rapporto. Lei afferma che ha potuto scattare tutte le fotografie che voleva. Ed è proprio questo che loro volevano, che lei scattasse delle fotografie.

DR. ROSSEL Certo.

C. LANZMANN Lo desideravano ... Per esempio, avevano fatto ripulire tutte le strade e le avevano fatte asfaltare. Questo è stato un primo provvedimento. Sulla grande piazza di Theresienstadt, proprio di fronte al Kaffehaus, avevano fatto erigere, qualche giorno prima del vostro arrivo, un padiglione per la musica, con un orchestra che suonava, ed è proprio quell'orchestra che lei e la delegazione avete visto e di cui parla nel suo rapporto.

DR. ROSSEL Pensi che non me ne ricordo più.

C. LANZMANN Eppure è così

DR. ROSSEL Ah, le credo, le credo.

C. LANZMANN Ma tutto ciò non esisteva prima.

DR. ROSSEL Ne sono convinto.

C. LANZMANN E non esisterà dopo. Le dico questo, per mostrarle l'immensità dell'inganno e come era stato preparato. Inoltre, hanno sistemato delle panchine nella piazza e nel cosiddetto giardino pubblico, ecc. Lei parla nel suo rapporto con grande meraviglia di uno spazio per i bambini, per i neonati e per i più piccoli, di una sorta di Kinder Pavillon, decorato con immagini di animali, e con una cucina, delle docce e dei lettini. Questo è stato fatto ...

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN ... qualche giorno prima del suo arrivo, e poi è scomparso subito dopo, e per un motivo molto semplice: le nascite erano praticamente vietate ...

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN ... a Theresienstadt. Con l'aborto obbligatorio.

DR. ROSSEL Ecco!

C. LANZMANN Era contraddittorio rispetto alla politica di sterminio permettere ...

DR. ROSSEL Certo.

C. LANZMANN ... delle nascite. Allo stesso modo avevano messo dei pannelli colorati con dei cartelli indicatori: zur Bank, zur Post, zur Kaffehaus (in direzione della posta, della banca, del caffè), come facevano del resto nei campi di sterminio. A Treblinka era la stessa cosa: c'era una stazione, con un orologio, ben decorato, ma che segnava sempre la stessa ora. Bene. E le case che le hanno fatto vedere erano state ristrutturate completamente. Lei scrive anche di avere assistito a un pasto, dove c'era una cameriera che aveva una cuffietta inamidata. Tutto questo era stato predisposto esclusivamente per lei e per i delegati ...

Lei scrive: «Lo stato dell'abbigliamento, in linea generale è soddisfacente. Le persone che incontriamo per strada sono vestite bene, con le differenze che si incontrano normalmente in una piccola città, tra gente più o meno ricca. Le signore eleganti hanno tutte calze di seta, cappelli e foulard, borsette moderne. Anche i giovani sono vestiti bene. Si incontrano anche dei ragazzi con capelli lunghi e barba». Li avevano preparati apposta per lei. Nel suo rapporto, parla anche, ed è una delle rare eccezioni di cose negative che racconta, di sovrappopolazione. Ma la sovrappopolazione era tale che, per preparare la visita, i nazisti hanno deportato circa cinquemila persone ad Auschwitz, dove questa gente è stata gassata subito, perché così il luogo era meno popolato e lei avesse una migliore impressione. Lei parla della banca. Bene. Tutto ciò era stato preparato solo per la visita. Hanno anche ribattezzato le vie. Lei parla di libertà di culto e ha fatto visita a una sinagoga. Non c'era una sinagoga a Theresienstadt. Era una sorta di palestra che hanno trasformato, otto giorni prima, in sinagoga. Hanno cambiato tutto. Hanno persino cambiato i nomi. Hanno sostituito il termine ghetto con l'espressione Judisches Siedlungsgebiet, vale a dire area di popolamento ebraico. Il Judenälteste, l'anziano, il presidente del Consiglio ebraico, che era Epstein, aveva assunto un nuovo titolo e i nazisti lo chiamavano il sindaco di Theresienstadt. Avevano vietato anche il Grusspflicht, l'obbligo del saluto, vale a dire, quello prescritto agli ebrei che erano tenuti a salutare i nazisti. E lei non lo ha visto, perché il saluto obbligatorio, rivolto a un nazista davanti a lei, era vietato sotto pena di morte. Hanno persino fatto delle prove generali prima della visita, perché il nervosismo era ai massimi livelli, e avevano così paura che lei potesse dubitare di qualcosa, che hanno ripetuto la parte come ossessi. La sua visita è stata teleguidata, metro per metro e al secondo. E allora, quando lei parla delle condizioni degli alloggi, per esempio, dicendo che le sono sembrati in complesso decenti e convenienti, dimostra di non aver visto niente di Theresienstadt! Perché si doveva andare nelle baracche o nelle caserme, dove la gente viveva come ad Auschwitz.

DR. ROSSEL Certo.

C. LANZMANN Vivevano nei letti in quattro o in cinque ...

DR. ROSSEL ... di questo, adesso, ne sono consapevole.

C. LANZMANN ... quattro o cinque per letto, e in pratica vivevano in condizioni spaventose. Lei parla di alimentazione. E nel suo rapporto riporta anche il numero delle calorie e dice, duemilaquattrocento calorie ... questo dice.

DR. ROSSEL Ho riportato quello che mi è stato riferito.

C. LANZMANN Le calorie erano duecento. La gente crepava di fame. Lei dice dodici o quindici decessi al giorno, nel suo rapporto, il che fa circa quattrocento morti al mese. E non le hanno certo mostrato che a Theresienstadt c'è un crematorio che vale per grandezza quanto quello di Auschwitz, con quattro forni giganteschi. E bruciavano le persone, intendo, a Theresienstadt era ... ed è per questo che la storia è terribile, le condizioni di vita erano atroci e la gente veniva poi deportata ad Auschwitz o a Treblinka, senza mai tregua, senza tregua e tutto questo non si è mai fermato. E questo Epstein di cui lei parla, in realtà era un uomo coraggioso, e proprio a causa del suo coraggio e di un discorso che ha pronunciato tre mesi dopo la sua partenza, è stato assassinato alla piccola fortezza.

DR. ROSSEL Alla piccola fortezza.

C. LANZMANN Ma quello che volevo chiederle ... Che sia stato ingannato non c'è niente di strano, poiché i nazisti volevano proprio imbrogliarla. E tuttavia lei afferma che l'atteggiamento degli ebrei l'ha infastidita, come la loro passività; è questo che ha detto, vero?

DR. ROSSEL È così.

C. LANZMANN Ma allora, vorrei sapere perché lei dice queste cose oggi e non ne parla nel suo rapporto? Perché nel suo rapporto lei dice: «Ho visitato una città di provincia normale».

DR. ROSSEL Esatto.

C. LANZMANN ... «quasi normale».

DR. ROSSEL «Quasi normale» è proprio quello che mi hanno fatto vedere. E io non avevo niente da dire, non potevo certo inventarmi cose che non avevo visto.

C. LANZMANN No, certo, lei non poteva inventarsi cose che non aveva visto, ma avrebbe, forse, potuto ...

DR. ROSSEL Avrei potuto ...

LANZMANN Poiché afferma che il nodo della questione era di riuscire a vedere oltre.

DR. ROSSEL Oltre.

C. LANZMANN Per esempio non poteva accorgersi ... di quella parodia?

DR. ROSSEL In quel caso, uno si aspetta, come le ho già detto, almeno una strizzatina d'occhio, un aiuto. Niente. Dottor Lanzmann, niente è proprio niente. Niente è niente. Oggi ancora non riesco a capire quella gente che sapeva, oggi ne siamo consapevoli appieno, sapeva di essere perduta, condannata che ... come ...

C. LANZMANN Non ci si sente mai completamente perduti, si ha sempre un po' di speranza.

DR. ROSSEL Si, vivevano nella speranza di quella commedia, dato che, anche lei l'ha detto e oggi se ne ha la prova, giocavano tutte le loro carte, le loro ultime possibilità di sopravvivere.

C. LANZMANN Recitavano una commedia sotto la minaccia di un terrore. Questo è molto chiaro. Del resto, lei non ha parlato con qualche ebreo.

DR. ROSSEL Con nessuno.

C. LANZMANN Solo quell'Epstein ha parlato con lei, un uomo che era ...

DR. ROSSEL Qualche parola.

C. LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL Solo qualche parola.

C. LANZMANN Credo che lui abbia fatto un discorso introduttivo e poi un saluto al momento della partenza, e lei ne trae l'essenziale ...

DR. ROSSEL È probabile.

C. LANZMANN ... delle informazioni, che poi sono contenute nel rapporto.

DR. ROSSEL Non mi ricordo più tanto bene del suo discorso introduttivo.

C. LANZMANN No, ma lei dice, per esempio, ed è questo che mi sembra interessante ... Nel suo rapporto, scrive: «Possiamo dire che l'aver trovato in quel ghetto una città che viveva una vita quasi normale ci ha causato uno stupore immenso ... »

DR. ROSSEL Sì, questa è l'impressione che ne ho ...

C. LANZMANN «Ci aspettavamo il peggio», ecc., «Abbiamo detto agli ufficiali della polizia SS, incaricati di accompagnarci, che la cosa che ci ha stupiti di più è stata la difficoltà di ottenere le autorizzazioni formali per visitare Theresienstadt».

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Ed è proprio quello che volevano farle credere ...

DR. ROSSEL Farmi credere.

C. LANZMANN ... in un certo senso. Ma poi, perché scrive a un certo punto: «È una città normale» e poi scrive: «Questa città ebraica è veramente sorprendente». Se è normale, che cosa c'è di sorprendente in quel luogo ? Che cosa l'ha sorpresa?

DR. ROSSEL Mi è difficile oggi ritornare nei panni di quell'uomo giovane che ero in quegli anni. Ma effettivamente, non mi aspettavo quello che ho visto. Mi aspettavo una visita come quella che facevo ai prigionieri di guerra, o ai prigionieri sottufficiali renitenti, nel corso delle quali si vedevano delle persone ... mi capisce, magre, smunte, gente come quella che incontravamo tutti i giorni nei campi di deportati e pur anche nelle stazioni! Vedevamo appunto queste cose. E Theresienstadt mi aveva dato l'impressione di essere una città per ebrei privilegiati.

C. LANZMANN Ma non erano magri?

DR. ROSSEL No, non erano magri.

C. LANZMANN Crepavano di fame.

DR. ROSSEL Non erano affatto magri ... quelli che ho visto io non erano proprio per niente magri.

C. LANZMANN Crepavano di fame. Le hanno nascosto i magri.

DR. ROSSEL Sì, mi hanno nascosto i magri. Ma anche i bambini non erano proprio magri.

C. LANZMANN Lei dice ... ah sì, volevo chiederle anche questo, a proposito della vita in famiglia. Lei scrive questo, mi perdoni un attimo, ecco: «A causa della sovrappopolazione, la vita familiare è sfortunatamente difficile a Theresienstadt. Molte persone che vivono nelle baracche collettive sono separate. Queste persone, naturalmente, hanno tutta la libertà di ritrovarsi fin dal mattino, e poiché si tratta in generale di gente anziana, non ci sono reclami». Ecco, non ho ben capito quello che voleva dire.

DR. ROSSEL Ah! Forse volevo dire che le coppie erano separate e che tuttavia si trattava di uomini anziani e di donne vecchie ...

C. LANZMANN Sì, insomma non ne soffrivano ...

DR. ROSSEL Proprio così, non soffrivano di essere ...

C. LANZMANN Sì, è così. .. non c'erano problemi ...

DR. ROSSEL Forse è proprio questo che voglio dire nel rapporto.

C. LANZMANN ... problemi di sesso.

DR. ROSSEL Lo penso, ma non lo so con esattezza.

C. LANZMANN Non è a me che l'ha detto, ma alla mia collaboratrice: ha detto che aveva l'impressione che quella gente fuggisse lontano da lei come si fugge dalla peste.

DR. ROSSEL Ah, sì. Certo. La gente mi evitava. Era una cosa piuttosto evidente.

C. LANZMANN Faceva forse parte della commedia il fatto di evitarla? Proprio così, si sentivano incapaci di recitare quella scena.

DR. ROSSEL Può essere, può essere. Ma nessuno ha tentato di dirmi qualcosa, nessuno si è fatto carico di pensare: «Ebbene, lancerò un grido e proverò almeno a dire qualcosa».

C. LANZMANN Sarebbe stata la morte immediata.

DR. ROSSEL La morte immediata. La questione non si pone nemmeno. Non so come si possa reagire, non ho mai vissuto l'esperienza di avere un fucile puntato nella schiena, ma comunque quella passività è qualcosa di molto difficile da digerire.

C. LANZMANN Imputa loro una certa colpevolezza.

DR. ROSSEL No, non spetta a me giudicare, ma sono stupito questo sì. Che si possa mettere in scena una commedia che coinvolge centinaia di persone e che la cosa funzioni: questo mi stupisce.

C. LANZMANN Gli ebrei erano gli attori, ma i loro registi erano i tedeschi.

DR. ROSSEL Ah, certo, la questione non si pone nemmeno.

C. LANZMANN Lei conclude il rapporto: «La nostra relazione non cambierà il giudizio di nessuno. Ciascuno è libero di condannare l'atteggiamento assunto dal Reich per risolvere la questione ebraica. Se tuttavia, questo nostro rapporto dissipa una parte del mistero intorno alla città di Theresienstadt, questo basta». Che cosa voleva dire esattamente con questa frase? Quali erano le persone alle quali sperava di fare cambiare il giudizio?

DR. ROSSEL In ogni caso, eravamo assolutamente contrari alla segregazione razziale e contro la deportazione degli israeliti nei ghetti. È qualcosa di così contrario alla nostra mentalità di piccoli svizzeri, che io non avevo mai visto nulla di simile, tanto che questo era già di per sé un orrore, anche se non avevamo consapevolezza dello sterminio di massa.

C. LANZMANN Si duole oggi per questo rapporto?

DR. ROSSEL Non vedo proprio come avrei potuto redigerne un altro diverso. Lo firmerei ancora.

C. LANZMANN Anche sapendo ciò che le ho detto?

DR. ROSSEL Sì, certo.

C. LANZMANN Vale a dire che l'hanno completamente ingannata ...

DR. ROSSEL Sì, ma ...

C. LANZMANN E che la realtà era ...

DR. ROSSEL ... era ...

C. LANZMANN ... un inferno. Certo, lei non scrive che si tratta di un paradiso, ma il suo rapporto è roseo.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Si ricorda di Epstein? Fisicamente, a chi assomigliava?

DR. ROSSEL Non riesco a vederlo bene. Vedo un vecchio signore, e vedo ... ma no, sarei ... no, proprio non lo vedo. Non posso affermare che riesco a vederlo e non posso descriverglielo.

C. LANZMANN L'hanno ucciso esattamente tre mesi dopo la sua visita. Le deportazioni per Auschwitz ricominciavano, e questo creava un grosso terrore a Theresienstadt e c'era il panico...

DR. ROSSEL Sì.

LANZMANN ... nel ghetto. Ha fatto questo discorso di cui adesso le leggo un piccolo estratto, che traduco con approssimazione: «Theresienstadt si assicurerà la possibilità di sopravvivere soltanto mobilitandosi radicalmente per il lavoro». Pensavano che il lavoro li avrebbe salvati. «Non bisogna parlare, ma lavorare. Basta con le speculazioni. Siamo come su una nave che aspetta di entrare in porto, ma che non può raggiungere la rada perché una barriera di mine glielo impedisce». Era nel settembre del 1944.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Almeno, avevano notizie di ciò che stava accadendo fuori.·«Soltanto il comandante della nave conosce lo stretto passaggio che conduce al porto. Non deve prestare attenzione alle luci ingannevoli e ai segnali che gli provengono dalla costa. La nave deve restare dove si trova e attendere ordini. Dovete avere fiducia nel vostro comandante che fa tutto ciò che è umanamente possibile per garantirvi la sicurezza dell'esistenza. In tal modo, avviciniamoci al nuovo anno». Si trattava del nuovo anno ebraico, in settembre.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN «Avviciniamoci al nuovo anno con serietà e fiducia e con la ferma volontà di rimanere ancorati e di fare il nostro dovere». E i nazisti l'hanno ucciso alcuni giorni dopo, per essere precisi, alla piccola fortezza, Kleine Festung, con una pallottola nella nuca. Le sue parole sono strazianti.

 

 

Bibliografia:

Claude Lanzmann – Shoa – Einaudi Stile libero Dvd 2007

Lire la suite

La storia Simon Srebnik

13 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

A ottanta chilometri a nord-ovest di Lódz, nel cuore di una regione un tempo a forte popolazione ebraica, Chelmno fu in Polonia la località del primo sterminio di ebrei con il gas. Ebbe inizio il 7 dicembre 1941. 400.000 ebrei furono assassinati a Chelmno in due periodi distinti: dicembre 1941-primavera 1943; giugno 1944-gennaio 1945. Il modo di somministrare la morte rimase fino alla fine identico: i camion a gas.

Dei 400.000 uomini, donne e bambini che giunsero in quel luogo, si contano due superstiti: Michael Podchlebnik e Simon Srebnik.

Simon Srebnik, sopravvissuto dell'ultimo periodo, era allora un ragazzino di tredici anni e mezzo. Suo padre era stato abbattuto sotto i suoi occhi, nel ghetto di Lodi, sua madre asfissiata nei camion di Chelmno. Le SS lo arruolarono in uno dei reparti di «ebrei del lavoro», che assicuravano la manutenzione dei campi di sterminio ed erano anch'essi destinati alla morte.

Catene alle caviglie, come tutti i suoi compagni, il ragazzo attraversava ogni giorno il villaggio di Chelmno. Dovette il fatto di essere risparmiato più a lungo degli altri alla sua estrema agilità, che gli faceva vincere le gare organizzate dai nazisti fra quegli incatenati, gare di salto o di corsa. E anche alla sua voce melodiosa: diverse volte alla settimana, quando si doveva dar da mangiare ai conigli dell'allevamento SS, Simon Srebnik, sorvegliato da un guardiano, risaliva il Ner su una imbarcazione a fondo piatto, fino ai limiti del villaggio, verso i campi di erba medica. Cantava arie del folklore polacco e il guardiano in cambio gli insegnava ritornelli militari prussiani. A Chelmno tutti lo conoscevano. I contadini polacchi, ma anche i civili tedeschi, poiché quella provincia della Polonia era stata annessa al Reich alla caduta di Varsavia, germanizzata e ribattezzata Wartheland. Così avevano cambiato Chelmno in Kulmhof, Lódz in Litzmannstadt, Kolo in Warthbrücken, ecc. Dei coloni tedeschi si erano stabiliti ovunque nel Wartheland, e a Chelmno esisteva anche una scuola elementare tedesca.

Nella notte del 18 gennaio 1945, due giorni prima dell'arrivo delle truppe sovietiche, i tedeschi uccisero con una pallottola nella nuca gli ultimi «ebrei del lavoro». Simon Srebnik fu anche lui abbattuto. La pallottola non lese i centri vitali. Tornato in sé, si trascinò fino a un porcile. Un contadino polacco lo raccolse. Un ufficiale medico dell' Armata Rossa lo curò, lo salvò. Qualche mese più tardi Simon partì per Tel Aviv con altri scampati.

E là in Israele l'ho scoperto.

Ho persuaso il ragazzino cantore a ritornare con me a Chelmno. Aveva 47 anni.

 

Una piccola casa bianca

mi resta nella memoria.

Di questa piccola casa bianca

sogno ogni notte.

 

Contadini di Chelmno

Aveva tredici anni e mezzo. Aveva una bella voce, cantava in modo molto bello, e lo ascoltavamo.

 

Una piccola casa bianca

mi resta nella memoria.

Di questa piccola casa bianca

sogno ogni notte.

 

Quando l'ho riudito cantare oggi, il mio cuore ha battuto molto più forte, perché quello che è successo qui è stato un delitto. Ho davvero rivissuto quello che è successo.

 

Simon Srebnik

Difficile da riconoscete, ma era qui. Qui bruciavano la gente.

Molta gente è stata bruciata qui. Si, è questo il luogo.

I camion a gas arrivavano là.

C'erano due immensi forni e dopo, gettavano i corpi in quei forni, e le fiamme salivano fino al cielo.

Fino al cielo?

Sì.

Era terribile.

Questo non si può raccontare. Nessuno può immaginare quello che è successo qui. Impossibile. E nessuno può capirlo.

E anch'io, oggi...

Non posso credere di essere qui. No, questo non posso crederlo.

Qui era sempre così tranquillo. Sempre.

Quando bruciavano ogni giorno 2000 persone, ebrei, era altrettanto tranquillo.

Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.

Era silenzioso. Calmo. Come ora.

 

Tu, ragazza, non piangere,

non essere così triste,

ché la cara estate si avvicina ...

e allora tornerò.

Un fiaschetto di rosso, una fetta di arrosto,

è ciò che le ragazze ...

offrono ai loro soldati.

Quando i soldati sfilano

le ragazze aprono ...

le loro porte e finestre.

 

Contadini di Chelmno

Pensavano che i tedeschi facessero apposta a farlo cantare sul fiume.

Era per loro un oggetto di divertimento. Lo obbligavano a farlo.

Cantava, ma il suo cuore piangeva.

Quando la famiglia si riunisce ne parlano ancora, intorno alla tavola.

Perché la cosa era pubblica, vicino alla strada tutti lo sapevano.

Era davvero un'ironia da parte dei tedeschi, loro uccidevano la gente, ma lui era obbligato a cantare. È questo che pensavo.

Claude Lanzmann

 

 

Bibliografia:

Claude Lanzmann – Shoa – Einaudi Stile libero Dvd 2007

Lire la suite

1922-1923 la violenza fascista

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 25 aprile 1945, giorno della liberazione, segnò la fine della guerra in Italia e l'inizio di una nuova storia nazionale. Le forze della Resistenza, dopo due anni di lotta contro l'esercito nazista e i fascisti della repubblica di Salò, avevano vinto. La loro azione aveva liberato intere regioni, facilitato l'avanzata delle truppe alleate e del ricostituito esercito italiano lungo la valle padana, salvato porti e impianti industriali. Grandi e piccoli centri erano insorti gli uni dopo gli altri ma il momento decisivo fu l'insurrezione delle grandi città del Nord, Genova, Milano, Venezia, dove gli uomini armati delle montagne si congiunsero ai gruppi che già operavano per le vie e per le piazze; la vittoria era l'atto finale della Resistenza iniziata all'indomani dell'8 settembre 1943 ed era costata un largo tributo di sangue: 46.000 morti e 21.000 feriti. «L'Italia - scrisse Churchill- deve la propria libertà ai suoi caduti partigiani, perché solo combattendo si conquista la libertà».

Il 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia assunse i poteri di governo, mentre Mussolini in uniforme tedesca cercava di fuggire oltre confine. Il fascismo finiva a Milano dove era nato. Ma l'azione armata, la lotta partigiana non erano stati uno scatto di rivolta, un capovolgimento improvviso, una sommossa imprevedibile. Quel 25 aprile maturava da più di vent'anni, dapprima nell'animo di pochi che poi coraggiosamente avevano condotto molti all'opposizione e alla lotta. Quella giornata segnava il culmine degli anni oscuri e difficili dell'opposizione politica e morale al fascismo, la fine vittoriosa di una lotta per la libertà cominciata molto tempo prima.

 

1922-1923 la violenza fascista 

La lotta era cominciata il 28 ottobre 1922 all'epoca della cosiddetta «marcia su Roma».

marcia.jpg 

Allora solo pochi capirono il pericolo e si opposero all'avvento del fascismo al potere. In realtà non fu un vero colpo di Stato; il re, il Parlamento, l'esercito avrebbero potuto facilmente impedirlo. Infatti le colonne fasciste che si avvicinavano alla capitale erano state agevolmente fermate da un pugno di soldati e di carabinieri, da alcuni blocchi ferroviari, da qualche acquazzone autunnale. Il loro capo, Benito Mussolini, era a Milano, chiuso nella sede del suo giornale, in attesa degli eventi. Arrivò a Roma solo più tardi, in vagone letto, quando il re lo convocò al Quirinale. E solo allora, dopo che i più alti organi dello Stato gli avevano aperto le porte, i fascisti poterono sfilare per le vie della città. Ma quella parata disordinata dinanzi ad una popolazione muta ed incerta segnò la fine di un'epoca e l'inizio della conquista del potere da parte di una minoranza aggressiva. Gli uomini che allora si impadronirono del Paese, sia pure con una vernice di legalità, erano infatti una minoranza, sconfitti in tutte le elezioni fin da quando si erano organizzati in partito nel 1919.

Le cause di quella facile vittoria erano molte. La fine del primo conflitto mondiale aveva aperto in Italia, a differenza degli altri Paesi vincitori, una crisi economica, morale e sociale. Le deboli strutture del Paese non avevano resistito ad una guerra che gli interventisti, contrariamente alla opinione di Giolitti, dei socialisti e dei cattolici, avevano ritenuto breve e vittoriosa. Poi, nonostante la vittoria, una profonda delusione aveva afferrato gli animi; le classi smobilitate, i reduci dal fronte portavano aspirazioni nuove, insoddisfatte; si diffondevano l'inquietudine e lo spirito di protesta. Le organizzazioni degli ex combattenti accusavano lo Stato di debolezza; serpeggiavano rivendicazioni di carattere nazionalistico e l'avventura dannunziana di Fiume aveva fornito un pessimo esempio di rivolta contro lo Stato.

La crisi economica era gravissima, il costo della vita s'era moltiplicato di cinque volte. La presenza delle grandi fortune accumulate in pochi anni e il modello della rivoluzione russa inducevano gli operai a manifestazioni di insofferenza e di protesta, e i contadini a reclamare le terre che erano state loro promesse negli anni difficili. Gli scioperi, l'occupazione delle fabbriche e delle terre erano frequenti, e avevano fatto insorgere nelle classi abbienti uno spirito di reazione e nei ceti medi un desiderio d'ordine imposto anche con la forza. La classe politica dirigente si dimostrava incapace di valutare i pericoli che si profilavano, di trovare un assetto stabile basato sulla collaborazione, e usava invece le agitazioni sociali come uno strumento per dividere gli avversari, credendo di poterli poi facilmente controllare.

I partiti si frazionavano in una lotta che disperdeva le loro energie, mentre i grandi proprietari terrieri favorivano l'azione di chi sembrava proteggerli dalla sovversione e dalle richieste popolari. La democrazia liberale che per più di quarant'anni aveva governato l'Italia unita, oscillava fra una politica di concessioni e di riforme e la tentazione di repressioni autoritarie. Altri gruppi politici non intendevano sostenerla né collaborare tra loro; fu il caso dei socialisti e dei cattolici che non riuscirono a raggiungere una intesa e, cosa più grave, si rifiutarono di partecipare ad un governo presieduto da Giovanni Giolitti.

In questo quadro il fascismo, nato con un vago programma sociale, ma con precise intenzioni di potere, aveva trovato presto la propria strada, inserendosi nella crisi dello Stato. A molti sembrava promettere fermezza, decisione e i frutti della vittoria, ad altri appariva capace di reprimere i tumulti nelle piazze o nelle campagne. Sconfitto alle urne, il fascismo aveva subito scelto la strada della violenza. In tre anni le imprese degli squadristi erano state innumerevoli, avevano colpito le leghe contadine, le cooperative, le amministrazioni comunali, le sedi dei giornali di opposizione, le case degli avversari politici, uccidendo, devastando, protette dall'impunità.

Alla fine, davanti all'ultimo atto di debolezza della monarchia, e del governo, Mussolini e il suo partito, in quell'ottobre del 1922 esautorarono definitivamente lo Stato e conquistarono il potere. Il futuro duce sfruttava nella sua propaganda l'aspirazione all'ordine e i più genuini sentimenti patriottici. Basta ricordare la famosa frase pronunciata al momento di ricevere l'incarico dal re: «Maestà, vi porto l'Italia di Vittorio Veneto».

Vittorio Eman III e Mussolini 

Non si può ancora, a questo punto, parlare di antifascismo. C'era chi vedeva chiaramente la minaccia, chi già combatteva o era rimasto vittima, e c'era ancora un'opposizione parlamentare. Sembrava ancora possibile frenare la corsa alla dittatura, «normalizzare», come si diceva, il movimento, opporgli armi legalitarie. Era un'illusione che cadde presto. Conquistato il governo, il terrorismo fascista non scomparve. Continuarono le «spedizioni punitive», le devastazioni dei giornali; si moltiplicarono le vendette e le persecuzioni. Gli squadristi non tolleravano che la loro «rivoluzione» fosse ancora sottoposta alle critiche o al voto parlamentare. Le squadracce sfuggivano allo stesso controllo dei dirigenti del partito.

I «ras» di provincia, tra cui si distinguevano Italo Balbo e Roberto Farinacci, imperversavano contro le organizzazioni contadine, le cooperative, i circoli di cultura, le Case del popolo, specialmente nella Valle Padana, in Emilia e in Romagna, dove la classe contadina e quella operaia erano più avanzate. È qui appunto che con l'aiuto della classe agraria sono nate le prime e più violente squadracce fasciste che aumentavano di giorno in giorno di numero e di forza soprattutto per l'aiuto delle questure di allora.

In tutta Italia la violenza fascista non aveva tregua e le repressioni costituivano un metodo di governo, mentre Mussolini in Parlamento minacciava di fare di quell'aula «sorda e grigia un bivacco di manipoli».

Furono particolarmente presi di mira alcuni centri dell'antifascismo, fra cui Molinella, un piccolo paese presso Bologna, che venne perseguitato per anni. Qui, come altrove, il fascismo s'accanì contro ogni forma d'organizzazione democratica. Una delle vittime più note di Molinella fu il sindaco socialista Giuseppe Massarenti, organizzatore di cooperative e animatore della collaborazione contadina. Per questo egli doveva poi finire al confino ad Ustica.

incendio-Avanti.jpg

La strada della violenza era ormai irreversibile. E l'esempio più clamoroso si ebbe a Torino dove nel dicembre del 1922 con il pretesto di una vendetta privata, i fascisti rastrellarono la città, incendiarono i circoli e le Camere del Lavoro, devastarono la sede della rivista Ordine Nuovo, malmenarono Antonio Gramsci e i suoi compagni. Il bilancio della triste impresa fu l'assassinio di undici persone, operai e dirigenti sindacali, compiuto dagli uomini del console della milizia Piero Brandimarte. Nessuna reazione delle autorità, e solo qualche blando provvedimento del governo: la pratica fu archiviata e gli assassini rimasero impuniti.

Il 23 agosto del 1923 fu ucciso a colpi di bastone il giovane parroco di Argenta Don Minzoni, allievo di Toniolo, laureato in scienze sociali, decorato di medaglia d'argento per aver combattuto con gli arditi sul Piave. Don Minzoni era colpevole, agli occhi dei fascisti emiliani, responsabili della sua morte, di aver chiesto la distribuzione ai contadini delle terre e nuovi patti di lavoro. Anche questo delitto rimase impunito e il capo della Pubblica Sicurezza d'allora, Emilio De Bono, scrisse al fiduciario di Ferrara: «Per eventuali bastonature non si devono imbastire altri processi». La stampa di opposizione aveva ancora sufficiente autonomia da denunciare il fatto e La Voce Repubblicana, diretta dal Ferdinando Schiavetti, accusò Italo Balbo quale mandante dell'aggressione.

Il primo anno di governo fascista, fu così caratterizzato dall'imperversare dei «ras» di provincia contro ogni forma di opposizione e di vita democratica. Questo triste periodo, che vide l'agonia della libertà, si chiuse con due episodi di violenza a Roma: l'invasione della villa dell'ex Presidente del Consiglio, Saverio Nitti, e la bastonatura di Giovanni Amendola, uno dei maggiori oppositori del fascismo, approvata poi dal giornale di Mussolini. Si continuava a sperare nella normalizzazione ma l'anno successivo, il 1924, fu, in un certo senso, ancora peggiore.

 

Di seguito gli articoli:

Le elezioni del 1924 e il delitto Matteotti

27 giugno 1924: l'Aventino

1925: La distruzione delle strutture dello Stato di diritto

L’opposizione al fascismo, in esilio

L’attivismo di Giustizia e Libertà

Il Tribunale speciale

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

Le elezioni del 1924 e il delitto Matteotti

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il fascismo, ormai padrone delle piazze e del Governo, non tollerava di essere ancora in minoranza in Parlamento. Si ricorse allora ad una legge liberticida, preparata da Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La «Legge Acerbo », attribuendo la maggioranza assoluta alla lista che avrebbe raccolto il venticinque per cento dei voti, garantiva al fascismo mano libera anche alla Camera dei Deputati. Il comportamento preelettorale dei partiti democratici favorì i piani dei fascisti. Questi accolsero nelle loro liste, il cosiddetto «listone», anche esponenti di altri movimenti, indebolendo così gli avversari, mentre per questo ultimo simulacro di competizione elettorale i vari gruppi politici divisero le loro forze. Una parte dei liberali, con alla testa Salandra, entrarono nel listone fascista. Un'altra ala invece, guidata dal vecchio Giolitti (che in un discorso a Dronero aveva rifiutato le offerte di Mussolini) si presentò per conto suo. Vi furono poi altre sei liste liberali, e altre due liste democratiche: quella di Giovanni Amendola fieramente intransigente, e quella di Ivanoe Bonomi, che non fu eletto. Due furono anche le liste socialiste, quella unitaria di Turati e Treves, praticamente guidata da Giacomo Matteotti, e quella massimalista. Matteotti aveva rifiutato di fare blocco con l'ala estrema del socialismo; quella che si era separata a Livorno nel 1921 e che aveva preso il nome di Partito Comunista. Con liste autonome si presentava anche il Partito Popolare di cui Luigi Sturzo aveva lasciato la direzione prima ad un triumvirato, costi­tuito da Rodinò, Gronchi, Spataro e poi ad Alcide De Gasperi.

Ma i fascisti non intendevano affidare la loro sorte alla libera volontà dei cittadini e, durante la campagna elettorale, intimidirono gli avversari con una serie di violenze: la più grave, presagio degli attentati contro il Parlamento, fu commessa nel febbraio a Reggio Emilia dove venne assassinato Antonio Piccinini, tipografo, candidato dei socialisti massimalisti. Così l'opposizione fu imbavagliata ovunque. Si votò il 6 aprile in un clima di intimidazione e i risultati non smentirono le previsioni. Furono eletti 374 candidati del listone, mentre l'opposizione, che si era presentata divisa, ne ottenne solo meno della metà. Era il frutto non di una libera votazione ma di una campagna di sopraffa­zioni e di violenza.

Giacomo Matteotti

Due mesi dopo, alla riapertura della Camera, una voce si levò a protestare contro gli abusi, le illegalità, le violenze, chiedendo la sospensione di quasi tutti i deputati eletti nel «listone». Era la voce di Giacomo Matteotti, e quello fu il suo ultimo discorso in Parlamento e anche l'ultima speranza di opposizione parlamentare. Fra il tumulto e le invettive dei fascisti egli dichiarò: 

«Molti sistemi sono stati impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto ... Sentiamo tutto il male che all'Italia apporta il sistema della violenza ... Badate, il soffocamento della libertà conduce ad errori dei quali il popolo ha provato che sa guarire ... La tirannia determina la morte della nazione ... ».

Ma intanto, la tirannia aveva già condannato a morte Matteotti. Il delitto fu poi ricostruito nei particolari. Il 10 giugno del 1924, una automobile si fermò accanto a lui, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, sulla strada che egli percorreva per andare a Montecitorio. Cinque squa­dristi, guidati da Amerigo Dumini, lo inseguirono lungo la scaletta che scende al fiume, lo stordirono, lo trascinarono in macchina, allontanandosi poi sulla via Flaminia. Si sparse l'allarme: tre giorni dopo si parlò di assassinio, la polizia finse di indagare. Il corpo straziato di Matteotti fu ritrovato due mesi dopo, nella macchia della Quartarella, vicino a Riano, a ventitré chilometri da Roma.

1924-ritrovamento-corpo-Matteotti.jpg

Quando il delitto venne provato e denunciato, la pietà per l'ucciso si unì alla indignazione verso i colpevoli e i mandanti. L'assassinio non era più l'opera brutale e spavalda dello squadrismo locale, ma un atto della politica del governo fascista. Solo in agosto, dopo la scoperta e il riconoscimento del cadavere, furono celebrati i funerali. L'ultimo viaggio di Matteotti, per volontà del governo, venne circondato dalla prudenza: la salma partì quasi di nascosto da Monterotondo verso Fratta Polesine, vicino a Rovigo; e lassù, nel paese natale dell'ucciso, una grande folla accompagnò Matteotti dal treno al cimitero.

Ma intanto, prima ancora del ritrovamento della salma, si aprì ovunque intorno al regime, un vuoto morale. Caddero le ultime illusioni di normalizzazione e la frattura fra fascisti e antifascisti diventò incolmabile. Ci si trovava di fronte ad un delitto di Stato; un esponente dell'opposizione era stato soppresso dai sostenitori del Capo del Governo. C'era tensione nel Paese e nel Parlamento. Nell'aula di Montecitorio il deputato socialista Gonzales dichiarò: «Denuncio alla Camera e al Paese il fatto atroce e senza precedenti». Il deputato repubblicano Chiesa tuonò di rincalzo: «Il Governo tace, allora è complice!». Mussolini taceva e sembrò in quel momento che il suo regime fosse travolto in un'esecrazione generale.

L'opinione pubblica apparve profondamente scossa e anche quella parte della stampa che aveva dimostrato incertezza e compiacenza finì per condannare i metodi del fascismo. Da ogni parte si levarono voci solenni di condanna e di deplorazione.

Scrisse Antonio Gramsci: 

«La convinzione che il regime fascista sia responsabile dell'assassinio del deputato Giacomo Matteotti, così come è pienamente responsabile di innumerevoli altri delitti non meno atroci e nefandi, è ormai incrollabile in tutti. L'indignazione sollevata da un capo all'altro dell'Italia dal nuovo misfatto è rivolta contro tutto un regime che si regge e si difende con organizzazioni brigantesche».

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

27 giugno 1924: l'Aventino

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dopo un primo periodo di incertezze e di sgomento seguìto all’uccisione di Matteotti, Mussolini cominciò a reagire passando alla controffensiva e, come primo atto, chiuse la Camera dei Deputati. Le opposizioni però, dai democratici ai popolari, dai socialisti ai comunisti, sembrarono finalmente in grado di coalizzarsi. Il 27 giugno, in una sala di Montecitorio, ricordando Matteotti, Filippo Turati pronunciò un solenne discorso. La mozione finale dell'assemblea, approvata all'unanimità, stabilì che l'opposizione non sarebbe rientrata alla Camera finché non fosse stata soppressa la milizia fascista e punita la violenza e la illegalità. Nacque così la secessione parlamentare che prese il nome di Aventino.

Col discorso del 3 gennaio 1925, Mussolini si assunse da solo la responsabilità storica, morale, politica dell’accaduto. «Dichiaro qui - egli disse - al cospetto di questa assemblea, al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto ... se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere».

Come reagì l'Aventino? Quali che furono le incertezze e le debolezze della secessione, con essa si affermò in maniera netta l'opposizione morale, prima ancora che politica, fra i partiti democratici da una parte e il fascismo dall'altra. Ma la controffensiva democratica, chiesta fra gli altri da Gobetti, non ci fu. In realtà i deputati aventiniani, con Amendola in testa, credevano di avere posto le condizioni costituzionali per un intervento del re. Ma Vittorio Emanuele rimase sordo ai loro appelli confermando così la sua fiducia in Mussolini. Da quel momento l'antifascismo scelse la sua strada che fu d'opposizione intransigente. A Firenze un gruppo di ex combattenti (Cristofani, De Liguori, Piani, Traquandi) fondarono un'associazione antifascista clandestina, «Italia libera», che in qualche occasione scese anche in piazza apertamente, e di cui fecero parte Carlo Rosselli e Ernesto Rossi, la medaglia d'oro Raffaele Rossetti e tanti altri. Nacque quindi, patrocinata da Amendola, la «Unione Nazionale delle Forze Liberali e Democratiche », in cui rientrarono, fra i tanti, Bonomi e Calamandrei, Cianca e De Ruggiero, Papafava e Ruini, Salvatorelli e Vinciguerra, Carlo Sforza. Erano gli ultimi sussulti di libertà.

Il regime si sentiva forte, sicuro di vincere. L'ultima trincea dell'opposizione fu la stampa. Perseguitata in tutti i modi, soffocata, sabotata, la stampa antifascista continuò ad essere una delle poche voci libere in un Paese che si avviava alla tirannia. C'erano i grandi quotidiani ancora per poco indipendenti, e accanto ad essi Il Lavoro di Genova, Il Mondo di Roma, diretto da Alberto Cianca e sul quale scriveva Amendola. E c'erano i giornali di partito: Il Popolo, La Giustizia, L’Avanti, La Voce Repubblicana, L’Unità, e qualche altro. Accanto ad essi, si allineavano i grandi periodici di battaglia: insieme a L'Ordine Nuovo, che Antonio Gramsci aveva fondato nel 1919, c'era a Torino un centro ideologico e morale che fu La Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti. A Firenze si distingueva un periodico battagliero diffuso clandestinamente, il Non mollare, nato in casa di Carlo e Nello Rosselli e a cui collaboravano anche Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Nello Traquandi. A Milano, Ferruccio Parri e Riccardo Bauer, con altri, dettero vita alla rivista Il Caffé.

In realtà dopo il 3 gennaio, il giornalismo indipendente cominciò ad avere la vita sempre più difficile: sequestri, arresti di direttori (tra i quali Pietro Nenni), allontanamento e sostituzione dei giornalisti irriducibilmente avversi. Il senatore Alfredo Frassati fu costretto a cedere La Stampa e Luigi Albertini ad abbandonare il Corriere della Sera. I giornali divennero così portavoce ufficiali della politica del governo, con ordini severi o comunicati precisi da pubblicare. La stampa libera, colpita da decreti di soppressione, fu costretta a diventare clandestina.

Poche ormai erano le voci che osavano levarsi contro il regime. Tra queste, il manifesto redatto da Benedetto Croce, con il quale il filosofo napoletano rispondeva al manifesto di Giovanni Gentile e degli intellettuali fascisti. Il documento di Croce, firmato da molti degli uomini di cultura che si opponevano alla tirannia, diceva, fra l'altro, di voler essere «la protesta sollevata da alcuni liberi intellettuali contro la versione e l'interpretazione delle cose d'Italia che gli intellettuali fascisti hanno creduto di dover diffondere». Anche nelle Università, tra gli studenti, si svilupparono fermenti di opposizione al fascismo. Nella vecchia Sapienza di Roma, come negli altri atenei italiani, si formò l'«Unione Goliardica per la Libertà» fra cui si ritrovarono, allora ventenni, alcuni uomini che nel 1943 si adoperarono per la ricostruzione dei partiti: Ugo La Malfa, Lelio Basso, Rodolfo Morandi, Giorgio Amendola, Leone Cattani e tanti altri.

Nel 1925 si tennero gli ultimi congressi d'opposizione: quelli dell'Unione Nazionale e del Partito Popolare. Il congresso del Partito Socialista fu proibito e quello comunista si tenne all'estero, a Lione. Nel suo discorso congressuale Amendola disse fra l'altro: «Dobbiamo maturare nel nostro spirito quell'atteggiamento di paziente intransigenza che soltanto può richiamare intorno a noi le forze migliori del nostro Paese ... ». E De Gasperi al congresso del Partito Popolare: «Imparino tutti i democratici, liberali e socialisti, che il nostro partito, anche quando ha lottato contro di loro, ha lottato in difesa della libertà». Ma, ormai, dai fascisti, neppure le parole venivano più tollerate. Nel luglio del 1925 Amendola fu aggredito e bastonato fra Montecatini e Pistoia. In ottobre a Firenze, in una fosca notte di violenza, molte persone furono uccise o ferite. La spedizione punitiva ebbe origine in via dell' Ariento dove i fascisti stavano dando la caccia a un tipografo del Non mollare. Nei tafferugli due uomini, fra cui un fascista, rimasero uccisi e la vendetta degli squadristi fu immediata e crudele. Per una intera notte entrarono di forza in alcune case della città in cerca di antifascisti. Così furono uccisi il deputato socialista Gaetano Pilati e l'avvocato Gustavo Console, ambedue distributori del Non mollare. L'antifascismo venne braccato, in tutti i modi, costretto a nascondersi o a prendere la via dell'esilio. Eppure Piero Gobetti poteva ancora scrivere fino alla fine del 1925: «Esiste in Italia un gruppo di uomini, nei partiti e fuori dei partiti che non ha ceduto e non cederà ... Anche se pochi, rimarranno come un esempio per la classe politica di domani... Sono minoranza, numericamente poverissima, ma incutono rispetto anche al più agguerrito nemico ...». Intanto, l'esperienza aventiniana s'era consumata senza esito positivo

 

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

1925: La distruzione delle strutture dello Stato di diritto

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel corso del 1925 il regime provvide a consolidarsi e a mettersi al riparo con alcune leggi che cominciarono a distruggere, come avvenne decisamente poco dopo, le strutture dello Stato di diritto. Mussolini, diventato Capo del Governo, assunse i poteri esecutivi esautorando il Parlamento; i sindaci elettivi vennero sostituiti dai podestà nominati dal governo, associazioni e istituti non graditi furono sciolti, la libertà di stampa soppressa definitivamente. Allora si levarono, contro la tirannia e contro il tiranno, gesti isolati e senza speranza. Un ex deputato socialista, Tito Zaniboni, decise di uccidere Mussolini sparandogli con un fucile a cannocchiale dalla finestra dell'albergo Dragoni, nel centro di Roma, di fronte a Palazzo Chigi; qui il duce doveva affacciarsi ad un balcone, il 4 novembre del 1925. Ma fra i cospiratori c'era anche un confidente della polizia e così l'attentato fu scoperto in tempo e Zaniboni venne arrestato due ore prima della apparizione di Mussolini. Un colpo di pistola dell'anziana signora inglese Violet Gibson, lo ferì leggermente al naso. Nei giornali e nei cinegiornali dell'epoca il Capo del Governo si fece fotografare con un vistoso cerotto ma praticamente illeso. Poi fu la volta del giovane anarchico di Carrara, Gino Lucetti, che fu condannato a trent'anni di carcere.

Ma l'atto definitivo, quello che fece scattare le leggi speciali liberticide, fu l'attentato a Bologna del 31 ottobre 1926. L'episodio avvenne all'angolo tra via Rizzoli e via Indipendenza, mentre Mussolini si recava in automobile alla stazione per ritornare a Roma. Dalla folla partì un colpo di rivoltella che andò a vuoto, ma un gruppo di personaggi del seguito del duce con alla testa Arconovaldo Bonaccorsi, il famigerato «conte Rossi» della guerra di Spagna, si lanciarono su un ragazzo di 14 anni, Anteo Zamboni, ritenuto l'autore dell'attentato. Il ragazzo fu linciato sul posto, nonostante che non si avesse alcuna certezza che fosse stato lui a sparare. Anteo fu sepolto nella parte del cimitero chiamata dei traditori e la sua famiglia venne perseguitata per anni. L'episodio di Bologna fornì però il pretesto al fascismo per fare nuove decisive leggi contro la libertà.

Alla fine del 1925, che Mussolini definì il proprio «anno napoleonico», la prima battaglia dell'antifascismo era ormai perduta. I deputati aventiniani furono dichiarati decaduti e si istituirono le cosiddette «leggi per la difesa dello Stato». Nacquero così i Tribunali speciali, il confino politico, si ristabilì la pena di morte. Si compì così un'inversione di civiltà, sopprimendo alcuni fondamentali diritti dei cittadini di una società libera: un'inversione di civiltà che contrastava anche radicalmente con le tradizioni del Paese. La dittatura mussoliniana era ormai assoluta, l'antifascismo entrava nella fase della clandestinità, dell'esilio, del carcere. Piero Gobetti era morto a Parigi, a 25 anni, il 16 febbraio del 1926; Giovanni Amendola moriva a Cannes, due mesi dopo; ambedue per le conseguenze delle percosse fasciste. E pochi giorni dopo l'attentato Zamboni, alla vigilia di un dibattito in Parlamento contro la pena di morte, venne arrestato Antonio Gramsci.

Il regime si era ormai imposto. Tutte le garanzie contemplate dalla Costituzione e dalle vecchie leggi liberali non esistevano più. Incontrastato dominava il fascismo e con poteri assoluti il «dittatore ». Cominciava, nella lotta per la libertà, l'ora più rischiosa e difficile.

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

L’opposizione al fascismo, in esilio

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Tra il 1922 e il 1926 tanti italiani lasciarono l'Italia.

Aboliti i partiti, soppressa la libertà di stampa, considerati decaduti i deputati che avevano partecipato all'Aventino, sciolte le associazioni sindacali, non rimaneva agli oppositori del fascismo che il carcere, il confino o l'espatrio clandestino. Fino al 1925 l'emigrazione aveva avuto carattere di massa: operai e contadini iscritti ai partiti antifascisti, organizzatori di cooperative e sindacalisti delle leghe bianche e rosse, perseguitati, prendevano la via grigia e triste dell'esilio.

Si è parlato di 300.000 emigrati politici durante il fascismo. Sono cifre difficili a controllare ma si calcola che dei lavoratori italiani in Francia, almeno centomila avevano lasciato l'Italia per ragioni politiche. La Francia, l'Austria, la Svizzera erano infatti le mete preferite dei profughi e in quei Paesi si crearono i primi nuclei dei centri d'opposizione in esilio. Si rinnovava così la tradizione risorgimentale del fuoriuscitismo e dell'esilio e si formarono addirittura alcuni uffici per facilitare l'espatrio clandestino. Uno dei più noti fu quello organizzato a Milano da Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Riccardo Bauer e Giovanni Mira.

Tra il 1926 e il 1927, dopo le leggi eccezionali cominciò l'esodo degli antifascisti più illustri, intellettuali e dirigenti politici. Per 17 anni, idealmente collegati agli uomini rimasti a lottare clandestinamente in Italia, essi formarono quei gruppi di fuorusciti il cui compito era duplice: proseguire la battaglia politica ed ideologica contro il fascismo, assicurando la continuità dei partiti d'opposizione e preparando il terreno alla resistenza armata; e, insieme, testimoniare nel mondo l'esistenza d'un'altra Italia, diversa da quella dei gerarchi e delle camicie nere, anzi ad essa decisamente contraria. I frutti di quella lunga e difficile lotta si raccolsero poi fra il 1943 e il 1945, quando tutta l'Italia migliore si riconobbe negli esuli, nei condannati, nei cospiratori, nelle vittime.

Primo a partire e a raggiungere Parigi fu Francesco Saverio Nitti, ex Presidente del Consiglio. Dopo di lui, Don Luigi Sturzo, che si stabilì a Londra, da dove con articoli e conferenze proseguì la battaglia antifascista. Poi fu la volta di Giuseppe Donati, direttore del Popolo, perseguitato dai fascisti per aver accusato il comandante della Milizia Emilio De Bono al tempo del delitto Matteotti. Quindi varcò la frontiera il grande storico Gaetano Salvemini, maestro dell'antifascismo fiorentino, che con libri e conferenze, in Europa ed in America, rimase fra i più lucidi e irreducibili avversari del regime di Mussolini.

La colonia degli esuli politici si ingrossava di giorno in giorno: Treves, Buozzi, Nenni, Modigliani e il giovane Saragat fra i socialisti; Chiesa, Egidio Reale, Schiavetti, Pacciardi, Trentin fra i repubblicani; Alberto Cianca, direttore del Mondo e collaboratore di Amendola, Carlo Sforza già Ministro degli Esteri, e che lo sarà anche nell'Italia liberata; Palmiro Togliatti che prima di trasferirsi in Russia diresse da Parigi un centro comunista collegato con le reti cospirative italiane.

Spesso passare la frontiera era un'impresa audace e rischiosa. Fu il caso dell'evasione di Filippo Turati, la cui casa, sotto i portici della Galleria di Milano, era vigilata dalla polizia fascista, mentre la sua vita era continuamente minacciata. Turati era l'uomo politico più popolare d'Italia, bisognava sottrarlo all'odio di Mussolini. Carlo Rosselli, Parri, Pertini ed altri, organizzarono l'evasione. Il 21 novembre del 1926 Turati fu fatto uscire di nascosto e condotto in una casa amica a Varese. La polizia fascista, ingannata e accortasi in ritardo della beffa, frugò inutilmente in tutta l'Italia del Nord. Si trattava quindi di far passare Turati oltre la frontiera, e si scelse la strada del mare, perché il vecchio socialista era troppo malato per attraversare i valichi alpini. La notte del 12 dicembre, alla periferia di Savona, sei uomini presero il largo insieme a Turati su una barca a motore, fornita da Francesco Spirito, quasi sotto gli occhi degli agenti. «Con un mare indiavolato - descrisse il viaggio lo stesso Turati - con le onde che riempivano il brevissimo motoscafo, col cielo senza stelle, con una bussola folle, navigammo a lungo senza esser certi della rotta ... ». La traversata durò dodici orribili ore, poi finalmente la Corsica fu in vista e la comitiva raggiunse la rada di Calvi. Turati e Pertini partirono per la Francia, Parri e Rosselli tornarono in Italia con la stessa barca guidata da Italo Oxilia.

Il processo che si aprì contro di loro a Savona rimase famoso per lo spirito d'indipendenza dei giudici di quel Tribunale ordinario, per la partecipazione del pubblico a favore degli imputati, per il coraggio da loro dimostrato. Quel processo fu una grave sconfitta per il fascismo. Agli imputati, davanti ai giudici ancora indipendenti, fu concesso di rivendicare i motivi ideali che avevano animato il loro gesto, e Rosselli poté collegare pubblicamente l'antifascismo al Risorgimento.

« Socialista - egli disse - venuto al socialismo dopo la disfatta, con la convinzione che il riscatto dei lavoratori debba poggiare su basi morali, per riprendere, integrandola, la tradizione di un Risorgimento rimasto patrimonio di pochi, sento oggi con sicura coscienza che la mia modesta azione si collega, per lo spirito che la informa, a quella dei grandi che combatterono per l'indipendenza italiana».

La condanna, mitissima, equivalse ad un'assoluzione e la folla entusiasta applaudì gli imputati gettando fiori.

A Parigi, l'attività politica degli esuli si andò organizzando. Essi formavano una colonia attiva e rispettata. Nacque una concentrazione antifascista che raccolse tutti i partiti ex aventiniani, meno i comunisti. La sua sede era in Rue Faubourg Saint Denis 103, il suo programma quello di aiutare gli espatri, la stampa clandestina, le manifestazioni contro il regime, la polemica ideologica contro lo stato mussoliniano. Si organizzarono congressi e conferenze in cui si ammoniva l'Europa contro il pericolo della diffusione del contagio fascista. Bruno Buozzi, un operaio, l'ultimo segretario della Confederazione Generale del Lavoro, sciolta dal fascismo, ricostituì l'associazione a Parigi. Quando Mussolini tentò di farlo rientrare in Italia, egli rifiutò con queste parole: 

«Per me, al fascismo, non ho nulla da chiedere. La nostalgia della Patria tortura l'animo mio e quello di molti altri, ma il problema supera le persone. Nelle condizioni attuali, credo di servirla meglio qui piuttosto che a Roma e a Torino per graziosa concessione del fascismo ... Non è colpa mia se oggi in Italia non è possibile fare della politica, intesa nel senso più nobile della parola. In ciò non vi è ombra di rimprovero per i rimasti in Italia. Un popolo non può emigrare. E talvolta io considero veramente eroico chi, restando in Italia, non aderisce al fascismo ... ».

A Parigi, la «Concentrazione» ebbe il suo giornale, La Libertà, diretto da Claudio Treves. Comparve all'estero anche l'Avanti!, sorse una «Lega italiana dei diritti dell'uomo», si moltiplicarono i giornali, le conferenze, i congressi. Gaetano Salvemini si adoperò instancabilmente in due continenti, a mettere in luce ciò che stava accadendo in Italia «sotto la scure del fascismo».

Nel 1929, l'antifascismo italiano in Francia si arricchì di un nuovo arrivo, quello di Carlo Rosselli. Confinato nell'isola di Lipari, Rosselli riuscì a fuggire. L'evasione fu organizzata da un gruppo di antifascisti che, pur facendo la spola con la Francia, non erano ancora emigrati: era il gruppo di Parri, di Bauer, di Rossi, diretto da Parigi da Alberto Tarchiani, ex giornalista e futuro ambasciatore. Dopo un primo tentativo fallito, finalmente nell'estate del 1929, avvenne la coraggiosa fuga. Con Rosselli si trovavano Emilio Lussu e Fausto Nitti, il figlio dell'ex Presidente del Consiglio. Il motoscafo era guidato ancora una volta da Italo Oxilia, il pilota dell'evasione di Turati. Con gli altri c'era Gioacchino Dolci, un giovane operaio romano, che appena uscito dal confino volle tornare per liberare i compagni di prigionia.

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

L’attivismo di Giustizia e Libertà

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il gesto clamoroso di protesta di Ferdinando De Rosa, i voli di Giovanni Bassanesi e Lauro De Bosis.

 

A Parigi, dove circolavano numerosi informatori ed emissari della polizia politica del regime, Rosselli con Cianca, Facchinetti, Lussu, Nitti, Rossetti, Tarchiani e Salvemini fondò una nuova alleanza antifascista, «Giustizia e Libertà », che si proponeva non soltanto di rovesciare il fascismo, ma anche la monarchia. «Giustizia e Libertà », che aveva anche un programma di riforme sociali, diventò presto un movimento autonomo dai partiti, deciso a compiere concrete azioni contro la tirannia fascista.

fondatori-Giustizia-e-Libert-.jpg

Non sempre i suoi metodi di lotta furono condivisi nel mondo dell'emigrazione antifascista. Che i metodi di «Giustizia e Libertà» fossero ispirati da un attivismo più deciso, lo dimostrò l'attentato di Ferdinando De Rosa, un giovane socialista collaboratore di Rosselli. De Rosa volle compiere un gesto clamoroso di protesta, e quando il Principe Umberto andò a Bruxelles a fidanzarsi con Maria José, nell' ottobre del '29, il giovane gli sparò un colpo di pistola, mancandolo. Salvato dal linciaggio e processato, egli dichiarò ai giudici: «In me l'istinto rifuggiva con orrore dal fatto di sangue, ma la ragione me lo imponeva come una suprema opera di giustizia». Condannato ad una pena lieve, De Rosa tornò poi in carcere in Spagna, e morì al comando del battaglione «Ottobre» durante la guerra civile.

Proseguendo nell'attivismo che aveva già suscitato polemiche e discordie interne fra i fuorusciti, il movimento di «Giustizia e Libertà» promosse il volo di Giovanni Bassanesi, un maestro ventunenne. Aiutato da Cianca, da Rosselli e da Tarchiani, e accompagnato dall'intrepido Gioacchino Dolci, Bassanesi superò le Alpi su un piccolo monoplano la mattina dell'11 luglio 1930 e, sorvolando il Duomo di Milano, lanciò per un quarto d'ora manifestini antifascisti. L'impresa venne portata a termine brillantemente ma nel viaggio di ritorno l'aereo cadde sul Gottardo. Bassanesi riuscì a salvarsi ma fu arrestato e processato. Un esito tragico ebbe invece un'altra avventura dello stesso tipo compiuta da un giovanissimo poeta e scrittore, Lauro De Bosis. Il suo fu un sacrificio isolato e romantico, un gesto di puro idealismo. De Bosis non era un aviatore, ma, per mettere in pratica il suo progetto, comprò un aereo ed imparò a pilotarlo. Così, nell'ottobre del 1931 spiccò il volo verso Roma, portando migliaia di manifesti che invitavano il re a liberarsi del fascismo e gli italiani a ribellarsi. Per mezz'ora, alle otto di sera, De Bosis riuscì a lanciare i suoi appelli sulle strade del centro di Roma; poi, inseguito dalla caccia fascista, ripartì verso il mare. Non fu raggiunto, ma a mezza strada fra la costa e l'isola d'Elba, l'aeroplano, rimasto senza benzina, precipitò.

Prima di partire per il volo che sapeva senza ritorno, De Bosis aveva scritto un diario: La storia della mia morte. Vale la pena ricordarlo: 

«Pegaso, è il nome del mio aeroplano, ha la groppa rossa e le ali bianche. Ma non andremo a caccia di chimere. Andremo a portare un messaggio di libertà a un popolo schiavo al di là del mare ... La mia morte non potrà che giovare al successo del volo ... lo sono convinto che il fascismo non cadrà se prima non si troveranno una ventina di giovani che sacrifichino la loro vita per spronare l'animo degli italiani... varrò più morto che vivo ». 

De Bosis aveva dato vita con Mario Vinciguerra ad una alleanza nazionale d'ispirazione liberale che si proponeva di rappresentare, all'infuori dei partiti, l'unità del Paese in caso di emergenza. Con la sua impresa disperata, De Bosis aveva invitato il re a voler rispettare il patto fra la monarchia e il popolo, cioè lo Statuto. Ma il re rimase sordo al suo invito, come lo era stato nel 1925 all'appello dei deputati aventiniani. Lo Statuto ormai era stato sepolto da una nuova legge elettorale e dall'elezione plebiscitaria a lista unica voluta da Mussolini nel 1929. Quelle elezioni furono una farsa. Le schede del « sì» o del «no» erano di colore diverso e facilmente riconoscibili. Entrare in cabina significava già voler nascondere qualcosa ai vigili funzionari del regime, alle camicie nere di guardia, alla milizia armata. E così l'esito era scontato in partenza. Eppure 136.198 italiani ebbero il coraggio di rispondere «no» al fascismo, sfidando le rappresaglie. Dalla Francia, venne il solenne «no» di Turati. 

«No - egli scrisse - perché una gente di recente assurta a dignità di popolo, l'avete retrocessa e degradata a plebe imbavagliata e supina ... No! Perché avete scisso le famiglie, lanciato i figli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, costretti gli spiriti liberi all'atroce alternativa di un duplice esilio: oltre confine; esilio anche più amaro, nella propria terra, sottoposti all'ostracismo del lavoro, inchiodati all'iniquo dilemma: o piegarsi o perire ... ».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

Il Tribunale speciale

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Tribunale-speciale-fascista.jpg

Come era costituito e come funzionava; dal racconto di Sandro Pertini, che dal Tribunale speciale subì una dura condanna. 

Molti altri in Italia non si piegarono. Ma il fascismo era intollerante di ogni superstite opposizione. Gli strumenti legali normali di cui disponeva non sembravano più sufficienti al regime per condannare agevolmente gli avversari politici. Il processo di Savona era stato una dura lezione, perché aveva permesso al pubblico di parteggiare per gli imputati. Chiuso sempre più nella spirale del totalitarismo, il regime decise di sottrarre le sue vittime perfino al giudizio della Magistratura ordinaria per trarle invece di fronte ad un Tribunale speciale. Furono abolite così le ultime garanzie riconosciute ai cittadini dallo Stato di diritto. Gli accusati vennero sottratti ai loro giudici naturali per essere processati da un tribunale di parte; da un tribunale fedele e politicizzato, presieduto non da magistrati, ma da ufficiali della milizia o dell'esercito. I processi venivano celebrati quasi clandestinamente e le sentenze, obbedendo a direttive politiche, erano una pura formalità.

Sandro Pertini, che subì una dura condanna dal Tribunale speciale, ci dice come era costituito e come funzionava:

«Era costituito da un presidente scelto tra gli ufficiali generali dell'esercito o della milizia fascista. Da 5 membri scelti tra gli ufficiali della milizia fascista col grado di console, da un relatore senza voto scelto tra il personale della magistratura militare. In un primo tempo questi membri erano nominati dal ministro della Guerra, in un secondo tempo, invece, furono nominati direttamente da Mussolini. Secondo la legge, il Tribunale speciale doveva durare 5 anni, invece ne durò 15. Le udienze non erano pubbliche; soltanto in alcuni casi eccezionali, come nel processo a carico di Tito Zaniboni e del generale Capello fu ammesso il pubblico. Non venivano contestati fatti determinati, solo imputazioni di carattere generico e si colpivano, si condannavano gli imputati anche soltanto per le loro intenzioni e per le loro opinioni. Le sentenze non erano suscettibili di ricorso alcuno ed era imprudente citare testimoni a discarico se non si volevano rendere vittime della repressione fascista. I difensori dovevano essere molto cauti nella loro difesa se non volevano cadere in disgrazia di fronte al fascismo. Quindi il Tribunale speciale non amministrava giustizia, era semplicemente uno strumento di intimidazione, di repressione e di vendetta del regime fascista».

Uno dei processi più famosi fu quello aperto nel 1928 contro Antonio Gramsci, da tempo perseguitato dalla polizia fascista, contro Umberto Terracini e contro un nutrito gruppo di comunisti, sotto l'accusa di aver ricostituito i quadri del partito in Italia. Rievoca il processo Gramsci, Umberto Terracini: 

«Rivedendo Gramsci fui impressionato profondamente dal suo aspetto: le guance scavate, gli occhi stanchi, smagrito nel corpo che si piegava sotto il peso di una bisaccia piena di libri. Ma era sereno e subito scherzò sull'enormità e sulla quantità delle imputazioni delle quali avremmo dovuto rispondere: cospirazione, formazione di bande armate, vilipendio, resistenza alla forza pubblica e naturalmente anche incitamento alla lotta di classe. "Un vero comico grottesco questo processo - disse - ma noi vi metteremo il contrappunto della nostra serenità che è la virtù dei rivoluzionari" ». 

Gramsci sedeva nella prima panca dentro il gabbione di ferro. Quando fu chiamato per il suo turno a rispondere all'interrogatorio, e venne fuori dall'usciolo della gabbia, i giudici rimasero interdetti nel vederlo. Si attendevano infatti che fosse tutt'altro uomo, la personalità che dalle pagine processuali appariva con lineamenti di tanta autorità e forza intellettuale e morale, abituati come erano ad identificare, nella loro rozzezza, la grandezza con la robustezza corpacciuta e muscolosa del fisico. Ma quando sentirono Gramsci, essi capirono perché il capo della dittatura lo avesse indicato particolarmente alla loro severità. E si capisce perché il pubblico ministero pronunciasse quella famosa frase: «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per venti anni».

Gramsci fu condannato a vent'anni e Terracini a ventidue. In totale, 290 anni di carcere a 22 imputati, fra i quali c'era anche Mauro Scoccimarro. Per Antonio Gramsci, con questa condanna, cominciò un'odissea che, da un carcere fascista all'altro, lo portò alla morte, senza che egli abbia mai potuto riottenere la libertà. Malato, imprigionato, isolato, Gramsci continuò ad essere per anni, nel fondo della sua cella, uno dei più irriducibili e temuti avversari del fascismo. Dei nove anni di vita che gli restarono dopo la condanna, Gramsci ne passò cinque nel carcere di Turi, in provincia di Bari. Così scrisse alla madre nel dicembre del 1930: 

«Carissima mamma, ecco il quinto Natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente la condizione di coatto in cui passai il Natale del 1926 a Ustica era una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido più di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di aver arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose. Non ho perduto il gusto della vita, tutto mi interessa ancora ... ». 

L'antifascismo italiano sfilò un anno dopo l'altro davanti ai tribunali del regime. Nel marzo del 1927, quando ormai da mesi viveva nascosto e perseguitato, Alcide De Gasperi fu arrestato a Firenze. Non c'erano contro l'ex segretario del Partito Popolare, prove concrete di alcun reato politico, ma solo il sospetto d'una intenzione d'espatrio. De Gasperi venne arrestato insieme alla moglie. Tradotto a Roma, fu processato con una procedura giuridicamente assurda, con un atto d'accusa per una colpa non commessa e condannato a quattro anni di reclusione solo per essere stato trovato con un passaporto scaduto. Era ormai chiaro che i tribunali fascisti perseguitavano le idee e non si curavano dei fatti. Più tardi, la pena fu ridotta in Appello e De Gasperi restò in carcere sedici mesi. Ma, all'uscita, fu sempre sorvegliato, ostacolato nel lavoro, perseguitato.

In seguito alla denuncia di una spia del regime nell'ottobre del 1930 caddero nelle mani della polizia fascista tutti i dirigenti di «Giustizia e Libertà» che erano ancora in Italia. Fra i 24 arrestati figuravano Riccardo Bauer, Umberto Ceva, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Nello Traquandi, tutti accusati di «delitti di insurrezione contro i poteri dello Stato». Ceva si uccise nella cella 440 di Regina Coeli la notte di Natale, e nel maggio del 1931, nell'aula del Tribunale speciale, s'aprì il processo. «In questa aula - disse l'avvocato Mario Ferrara difensore di Bauer - comincia il nuovo Risorgimento italiano». Si evitarono condanne capitali, ma le pene furono gravi: per Bauer e Rossi, vent'anni, Parri inviato al confino, in carcere tutti gli altri. Il 30 gennaio del 1934 toccò ad un gruppo di cattolici, riuniti nel movimento Guelfo d'Azione, d'essere giudicati dal Tribunale speciale, per «propaganda antinazionale». Le condanne più pesanti, cinque anni di reclusione, toccarono a Malvestiti e Malavasi. Per anni, dal 1927 alla repubblica di Salò, il Tribunale speciale fascista giudicò e condannò gli italiani che s'opponevano al regime. Processò interi gruppi, setacciò città e regioni, 21.000 denuncie, 5.619 imputati, 4.671 condanne. In totale, 28.115 anni di carcere, 3 ergastoli, 42 condanne a morte di cui 31 eseguite. Queste cifre, che dimostrano che l'antifascismo non fu soltanto un movimento di pochi coraggiosi, vanno completate con quelle delle condanne dei Tribunali ordinari, e con il confino. Centinaia, migliaia di antifascisti trascorsero anni di vigilanza e di isolamento nei paesi del sud, a Ustica, a Lipari, a Ponza, alle Tremiti, in Sicilia.

Ma non tutto l'antifascismo si ritrova nell'esilio politico o negli imputati del Tribunale speciale, in quegli anni difficili. Molti italiani, avversi al regime, pur senza passare la frontiera e senza essere condannati, subirono sopraffazioni e violenze. Migliaia sono gli episodi sepolti da una cronaca più drammatica, ma non per questo meno grave. Altri italiani si chiusero nel silenzio, nella muta rivolta al regime, o combatterono battaglie quotidiane nel loro settore, nella loro professione, nella loro fabbrica. Scrisse a questo proposito Salvemini, che pure era emigrato: «Chi rimase in Italia, riuscendo a scansare la galera, non arrendendosi ai fatti compiuti, tenendo duro per anni e anni, salvando l'anima, non mollando, ebbe la vita assai più difficile e più meritoria di chi fu costretto ad emigrare».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

Omaggio al partigiano, giornalista, scrittore Giorgio Bocca

28 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

giorgio-bocca.jpg

Giorgio Bocca si è spento all’età di 91 anni. 

Nel seguente documento, riportiamo alcuni passi del suo libro «Partigiani della montagna» pubblicato per la prima volta nell’ottobre 1945, sei mesi dopo la fine della guerra di Liberazione, alla quale aveva partecipato come giovane partigiano sulle montagne e nelle valli del cuneense.

  

«Certo non l’abbiamo vinta noi la guerra grossa, ma nella guerriglia la nostra parte l’abbiamo fatta. Solo in rare occasioni guerriglia e guerra grossa si confusero, nelle grandi battaglie dell’agosto 1944 per il controllo dei valichi alpini e alcune furono vinte».

 

«Nell’estate del 1944 siamo usciti per così dire dalla macchia, abbiamo liberato le grandi repubbliche, nella Carnia, a Montefiorino, ad Alba, nelle valli cuneensi, nell’Ossola».

 

A proposito della cosiddetta “zona grigia” …

«Non appartenevano alla “zona grigia” i montanari che ci restarono amici anche se i tedeschi avevano bruciato le loro case … C’erano delle ragioni concrete perché la gente stesse dalla nostra parte: parlavamo la stessa lingua, eravamo in pochi da nutrire, li proteggevamo dagli ammassi e dalle requisizioni. Ma c’era anche quella cosa che solo l’invasore ti rivela: la patria, il luogo in cui sei nato, per cui la tua è guerra di casa. E allora capita che al funerale di un partigiano vada tutto un paese incurante dei fascisti che li fotografano o annotano il loro nome.

La “zona grigia” non c’era nelle grandi repubbliche partigiane che facevano esperienze di democrazia, nessuno che si rifiutasse di essere messo nelle liste elettorali, negli incarichi pubblici. Non era massa grigia i parroci di campagna al completo con noi nonostante il diverso avviso di alcuni vescovi, specie in Emilia, dove le lotte tra borghesi e contadini erano state cruente e dove ci sarebbe stata, alla fine della guerra, una resa dei conti che avrebbe coinvolto parte del clero. Chi c’era nei giorni della Liberazione, delle sfilate partigiane, sa che intere città furono in festa, in tripudio, sa che i balli e i canti per festeggiare il gioioso aprile durarono l’estate intera. Tutti nella montagna e nella campagna sapevano dov’erano i nostri rifugi, i depositi delle nostre armi, del nostro grano, ma li ritrovammo quasi sempre intatti a rastrellamenti finiti.

Dov’erano i dubbiosi della “zona grigia” quando scendemmo nelle città tra due ali di folla e la guerra non era ancora finita, gli Alleati sarebbero arrivati solo cinque o sei giorni dopo, ma i fascisti erano in fuga e non si vedevano italiani che li sostenessero? …

Rischi mortali corsero gli italiani per dare rifugio ai ribelli, per nascondere prigionieri alleati, gli ebrei perseguitati» …

 

«Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di Resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica, la sofferta gestazione di un’Italia diversa» …

partigiani-appostati.jpg Napoli-1943-funerali.jpg Napoli-1943-dolore-madri.jpg partigiani-in-azione-Firenze.jpg partigiani-fucilati.jpg 1945 partigiani in Milano Bulow-e-partigiani-copie-1.jpg Torino-libera.jpg 25-aprile-partigiane-in-bicicletta-Ferrara.jpg

Bibliografia:

Giorgio Bocca – Partigiani della montagna – Istituto Grafico Bertello ottobre 1945 – Feltrinelli 2004

Lire la suite