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Erino Casati, partigiano con nome di battaglia “Topo”

27 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Erino Casati

Erino Casati, combattè per la libertà nella guerra partigiana che arse sui monti nei piani nelle città d’Italia contro i nemici all’umanità e alla Patria”

firmato i Comandanti del Corpo Volontari della Libertà, Ferruccio Parri, Luigi Cadorna, Luigi Longo, Giambattista Stucchi, Enrico Mattei, Mario Argenton.

brevetto partigiano Erino Casati firme comando generale CVL

Il Corpo Volontari della Libertà, (CVL) costituitosi a Milano il 9 giugno 1944 è stato la prima struttura di coordinamento generale dei partigiani ufficialmente riconosciuto sia dagli Alleati che dal Governo italiano.

 

Erino Casati fu uno dei giovani lissonesi che aderirono alla Resistenza e che diedero il loro valido contributo nella lotta per la liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista; per questo ha avuto dalla Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica la qualifica di “partigiano combattente per la Lotta di Liberazione”. 

commissione riconoscimento partigiani

 

Era nato il 28 marzo 1924 a Brugherio, da Carlo e Irene Castelli.

Erino e il fratello Bruno erano conosciuti a Lissone come “i Casati de la Rutunda”. La Rutunda” era un quartiere a sud del centro abitato di Lissone, al confine con Monza.

Quando Erino nasce mancano, in Italia, 10 giorni al voto: le elezioni si svolgono, infatti, il 6 aprile. 1924

Il fascismo, ormai padrone delle piazze e del Governo, non tollerava di essere ancora in minoranza in Parlamento. Si ricorse allora ad una legge liberticida, preparata da Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La «Legge Acerbo», attribuendo la maggioranza assoluta alla lista che avrebbe raccolto il venticinque per cento dei voti, garantiva al fascismo mano libera anche alla Camera dei Deputati. Il comportamento preelettorale dei partiti democratici favorì i piani dei fascisti. Questi accolsero nelle loro liste, il cosiddetto «listone», anche esponenti di altri movimenti, indebolendo così gli avversari, mentre per questo ultimo simulacro di competizione elettorale i vari gruppi politici divisero le loro forze. Ma i fascisti non intendevano affidare la loro sorte alla libera volontà dei cittadini e, durante la campagna elettorale, intimidirono gli avversari con una serie di violenze: così l'opposizione fu imbavagliata ovunque. Si votò in un clima di intimidazione e i risultati non smentirono le previsioni. Furono eletti 374 candidati del listone, mentre l'opposizione, che si era presentata divisa, ne ottenne meno della metà. Era il frutto non di una libera votazione ma di una campagna di sopraffazioni e di violenza.

E a Lissone?

I sostenitori della lista Nazionale che aveva per simbolo il fascio littorio e per capolista Benito Mussolini, pubblicano alla vigilia delle elezioni del 1924 un foglio dal titolo “Vai là, che vai bene ...”.

1924 foglio del fascio lissonese 1924 dal foglio del fascio lissonese

Il giornale pubblicato dai fascisti lissonesi 

L’arroganza preelettorale dei fascisti lissonesi fu punita dalle urne: la lista Nazionale fu solo quarta dopo i popolari, i socialisti e i comunisti.

Dal settembre 1923, l’amministrazione comunale straordinaria era affidata al commissario prefettizio Alfonso Campanari, a cui subentrò, il 19 settembre 1924, in attesa di una ordinaria amministrazione, il commissario prefettizio Carlo De Capitani da Vimercate.

1924 manifesto commissario Carlo De Capitani commis prefettizio 09 1924

 

La famiglia di Erino era composta, oltre che dal padre Carlo e dalla madre Irene, dal fratello Bruno, maggiore di due anni; abitava in una cascina in territorio del Comune di Monza al confine con Lissone. Nel 1926, si trasferisce in una villetta “CASA IRENE” in Via Trieste, a Lissone. I figli crescono in una famiglia in cui si respira aria di opposizione al regime fascista. Erino frequenta le scuole elementari di Via Aliprandi, a Lissone, e le scuole professionali di avviamento al lavoro a Monza.

 Casa Irene r Casa Irene 1926 r

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Lissone contava circa 16.000 abitanti.

Piazza Libertà panorama

 

La guerra fu dichiarata il 10 giugno del 1940 e con essa arrivarono le prime direttive richieste dalla nuova condizione del Paese, alle quali Lissone si adeguò con l'adozione del razionamento. Contemporaneamente furono incoraggiati gli allevamenti domestici (pollame, conigli e piccioni) e nacquero i primi orti di guerra. Così il piazzale IV Novembre, posto di fronte alle scuole Vittorio Veneto, divenne un ampio campo di grano.

Nel febbraio del 1942, poi, alla requisizione delle campane di bronzo della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo, seguì la raccolta del rame. Di sera, l'oscuramento a causa dei bombardamenti aerei sconsigliava di uscire di casa. Durante la notte del 21 marzo 1942, in paese ci fu un allarme aereo. Negli stessi giorni, tra le prime manifestazioni di protesta in provincia di Milano, vi fu lo sciopero di 40 operaie lissonesi delle officine meccaniche Cesare Bosi di Via Piave.

Bosi.jpg

 

Il 1 marzo 1942 (secondo anno di guerra) in Italia era stata ridotta la razione di pane a 150 grammi pro capite. Il tesseramento del pane portò quasi immediatamente alla quasi totale sparizione dal mercato della farina. Quello che avviene per la farina, si era già verificato per gli altri generi razionati: pasta, riso, farina di granoturco, carni, uova, grassi, zucchero.

Il razionamento tendeva a coprire una parte del fabbisogno, assicurando mediamente poco più di 1000 calorie giornaliere. Per arrivare a circa 2000 calorie la popolazione non poteva fare altro che ricorrere al mercato nero. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari reperibili al mercato nero era talmente consistente da risultare spesso proibitivo per le famiglie operaie e quelle a reddito fisso.

Gli operai reggono con difficoltà la fatica di dieci ore di lavoro al giorno con la malnutrizione determinata dal razionamento.

carta annonaria

La vita delle operaie è dura: la paga è di gran lunga inferiore a quella degli uomini e il lavoro in fabbrica è spesso pesante, tuttavia, esse possono contare sulla sicurezza di un salario, anche se, finito il turno di lavoro, ritornano ad essere casalinghe, che si devono improvvisare sarte per adattare abiti usati e trarne cappotti, gonne e pantaloni per i ragazzi; devono diventare magliaie, disfare vecchie maglie e golf per trasformarli in sciarpe, calze, golfini. Con il salario o lo stipendio del marito, se c’è, se non è in guerra, bisogna comperare al mercato nero i generi alimentari per integrare le misere razioni distribuite con le tessere. Ogni giorno bisogna “inventare” una minestra o qualche altro piatto se la pasta o il riso tesserati sono finiti. Ma se manca la legna o il carbone da mettere sulla stufa, come si può cucinare un pasto caldo?

Lo sciopero delle 40 operaie lissonesi dura dalle 8 del mattino fino alle 14, secondo il rapporto dei Carabinieri di Desio al prefetto (AS Milano, Pref., II vers, cart. 243). 

classe 1924

 

I coscritti della classe 1924 in posa per la tradizionale fotografia sui gradini della chiesa prepositurale di Lissone. Il loro motto “Tremerà mare cielo e terra ma non il 24 in guerra” è emblematico dei tempi.

Una legge del 1934 aveva introdotto la pratica e la cultura militare nella scuola, obbligatorie per i ragazzi a partire dagli 8 anni: nel programma scolastico l’istruzione premilitare e militare erano diventate materie fondamentali di studio. Il regime, che fin dalla scuola primaria tentò di inculcare nei ragazzi ideali bellicosi “credere, obbedire e combattere” o “libro e moschetto, fascista perfetto” e altri slogan, fallì perchè vent’anni di oppressione fascista sboccheranno non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale: la scelta di una libertà e di una democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

Erino Casati, diciottenne, il 16 ottobre 1942, è chiamato al Distretto di Monza per la visita militare.

Come risulta anche dalle caratteristiche riportate nel foglio matricolare, è un bel ragazzo, di statura media, fronte alta, colorito roseo, occhi e capelli castani. Di professione fa il meccanico inizialmente presso le Officine Egidio Brugola di Lissone, poi alla Falck di Sesto San Giovanni, dove già lavorava suo padre. È molto bravo nella riparazione di biciclette.

Novembre 1942, a Lissone, una maestra di quinta elementare scrive sul “Giornale della classe”: «Continuano le incursioni nemiche sulle nostre città. Sovente, durante le lezioni, il segnale di allarme ci costringe a sospenderle per trovare rifugio nel ricovero della scuola. Il nostro paese finora è stato risparmiato». Una postazione antiaerea era in funzione, al confine con Monza, nei pressi della frazione Cazzaniga. Avvicinandosi Natale, le scuole vengono chiuse il 21 dicembre e non riapriranno che il 16 febbraio (quasi due mesi di chiusura per risparmio di combustibile).

Alla fine del 1942, la quasi totalità dell'Europa continentale era caduta sotto la dominazione tedesca. Dalla punta della Bretagna ai monti del Caucaso, dall'estremità artica della Norvegia alle sponde del Mediterraneo, Berlino dominava incontrastata. In tre anni la Germania nazista si era costruita un «impero» che pretendeva di far durare più di mille anni.

Gli sfollati a Lissone portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese. Nel marzo del 1943 sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale, che videro la partecipazione anche degli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell'Alecta (500 dipendenti), e che contribuirono attivamente alla crisi delle istituzioni, crisi che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

Nonostante i divieti e il rischio di severe sanzioni, non pochi erano coloro che di nascosto ascoltavano i messaggi del colonnello Stevens da Radio Londra.

Nelle famiglie e a scuola mancava di tutto.

Il 19 maggio 1943, Erino, diciannovenne, viene chiamato alle armi, destinazione Gorizia nel reparto di addestramento reclute XX Settembre, arma Fanteria.

Sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva. Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR erano stati rimpatriati, lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani, ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano.

L’11 giugno 1943 erano i diecimila soldati italiani di Pantelleria ad arrendersi. All'indomani la stessa sorte toccava ai quattromila uomini della guarnigione di Lampedusa. Nella notte del 10 luglio, gli Alleati, con la settima armata americana del generale Patton e l'ottava armata inglese del generale Montgomery, sbarcavano in Sicilia e procedevano rapidamente all’occupazione dell'isola con il favore della popolazione.

Il 25 luglio 1943 Mussolini è destituito e arrestato per ordine del Re che nomina Badoglio a Capo del Governo.

Il 26 luglio, i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, che erano stati arrestati ed incarcerati a San Vittore alla fine di giugno per le loro idee contrarie al regime, vengono liberati. A Lissone, Attilio Mazzi, un benestante milanese ma veronese di nascita che aveva uno stabilimento per la tranciatura del legno in Via Roma, sfila per le vie del paese, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio e mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

Attilio-Mazzi-sul-balcone-Palazzo-Terragni.jpg

Dopo l’avvento della Repubblica Sociale Italiana, Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: dal campo di concentramento di Fossoli, venne trasportato in Germania nel lager di Mauthausen-Gusen dove morì.

Agosto 1943: nella notte tra il 14 e il 15 agosto altro terribile bombardamento su Milano.

Arriva l’8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima.

Il 9 settembre 1943, Erino, con alcuni altri suoi commilitoni, riuscì a scappare dalla caserma prima che i tedeschi la occupassero e facessero tutti prigionieri. Il suo tentativo di fuga, come raccontò a Fernanda Meroni, che diventerà poi sua moglie, fu rocambolesco, simile a quello che Gian Battista Stucchi, monzese, descrive nel suo libro“Tornim a baita”: «Ero assai simile all'animale che d'istinto sente il terremoto prima ancora che la terra incominci a tremare. Addormentarsi in quello stato d'animo era impossibile. L'attesa non fu di lunga durata. Il mio orologio segnava poco più dell'una quando avvertii voci e rumore di passi provenire dal pianterreno e dalla scala. ... La porta della camera si spalancò di colpo e vidi spuntare la canna della Machine-pistole e subito il tedesco che impugnava l'arma contro me.

- Waffe (arma) ! – mi urlò in faccia e tosto strappò la mia pistola dal fodero che portavo infilato al cinturone.

- Rauss, shnell, shnell (fuori, svelto, svelto)! – e mi spinse nel corridoio.

Vidi altri tedeschi armati e intenti alla stessa operazione verso i nostri ufficiali ...

- Abort – gridai al mio cerbero accompagnando la parola col gesto del braccio, e mi diressi al gabinetto.

In fondo al corridoio, a lato del gabinetto, una porta a vetri immetteva su un balconcino. Scavalcai la ringhiera e mi calai fino a toccare con la punta dei piedi il tetto sottostante; quindi mi appiattii immobile contro il muro. ... Sentii gli ordini gridati in tedesco e infine lo scalpiccio dei prigionieri e della scorta armata che si allontanavano. Mi lasciai scivolare fino ad uno stretto cortiletto ... raggiunsi quindi un piccolo terrazzo-giardino prospiciente la strada nazionale del Brennero. ... Avrei dovuto a quel punto attraversare la rotabile battuta dal nemico e calarmi al di là, in basso, verso il fiume ... La notte nuvolosa e buia mi favoriva, ma esitavo per il timore di essere notato. ... balzai in piedi, scavalcai il parapetto oltre la strada e dolcemente ... slittai lungo il ripido pendio per una ventina di metri fino alla riva. Il primo passo era fatto».

Gli “sbandati”, così vennero definiti questi soldati sfuggiti alla cattura, agli arresti delle truppe tedesche calate in Italia, svestono la divisa e cercano di avviarsi verso casa. A loro gran parte della gente manifestò solidarietà e offrì aiuto. I macchinisti rallentavano la corsa dei treni ed effettuavano fermate impreviste per permettergli di scappare. Questi atteggiamenti esprimevano il desiderio della popolazione di dire basta alla guerra, basta alla violenza, basta alla dittatura, basta al fascismo.

Numerose famiglie diedero abiti borghesi ai militari del disciolto esercito regio, li accolsero e nascosero nelle loro case.

Gli “sbandati”, tra i quali vi era Erino, decidono di andare ognuno per la propria strada per la paura di essere individuati. Dopo varie peripezie, Erino arriva a Carugate, il paese di nascita di sua madre, e trova rifugio presso una zia che lo nasconde in un casolare di campagna.

Dopo l’8 settembre, nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come lavoratori coatti nelle industrie del Reich. Il Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

Il 12 settembre 1943, Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco. La mattina del 15 settembre la radio italiana trasmette un comunicato dell'Agenzia Stefani: «Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia».

Dai documenti ufficiali viene cancellato lo stemma sabaudo di Casa Savoia.

 

In Brianza si diffusero allora i bandi minacciosi del comando tedesco, insediatosi a Monza, che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

 manifesto-forze-germaniche-sette-1943.jpg proclama tedesco Lissone 170943 

 

Il 23 settembre 1943, ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

A Lissone, dall'11 agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini), l'ing. Aldo Varenna aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per “diplomatici” motivi di salute.

Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. Il Partito Comunista inizia la mobilitazione di un gruppo dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita senza troppi indugi alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna: il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando. Le Brigate Garibaldi saranno composte da battaglioni, a loro volta formati da distaccamenti.

È nelle campagne di Carugate che Erino viene in contatto con i partigiani delle SAP (Squadre di Azione Patriottica) che operavano nella zona del Vimercatese.

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che continuavano generalmente a vivere nei loro paesi, svolgendo il proprio lavoro e che venivano chiamati a svolgere azioni di propaganda clandestina, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militari colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.

Da partigiano, Erino assumerà il nome di battaglia “Topo”.

Bruno Trentin nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nell’esercito della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere».

Intanto a Lissone piazza “fontana”, dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti. Nel palazzo Mussi, affacciato sulla stessa piazza, trova alloggio un comando antiaereo tedesco. Nei locali di palazzo Magatti (vecchio municipio), in via Garibaldi, si insediano i militi della Guardia Nazionale Repubblicana, il cui compito era il controllo capillare del paese volto in particolare a contrastare  la Resistenza.

L’8 marzo 1944 Erino non risponde al richiamo del “rinascente” esercito della Repubblica Sociale italiana.

decreto-sanzioni-per-gli-sbandati-18-aprile-1944.JPG Prefettura-Punizioni-renitenti-classe-1924-25.JPG Corriere Sera 3 agosto 1944 Graziani

 

Casa Irene, l’abitazione di Via Trieste della famiglia Casati, è soggetta a frequenti ispezioni da parte dei fascisti. Cercano Bruno ed Erino. Un giorno penetrano di soppiatto nella casa intimando ai presenti di tenere le mani alzate; inutilmente, perquisiscono ogni locale minacciando di fucilare papà Carlo, se non rivela il nascondiglio dei figli.

Siamo alla fine del 1944: Lissone giunse a contare circa 1.800 sfollati per la maggior parte provenienti da Milano.

Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

Le condizioni della popolazione lissonese erano pesanti: freddo, causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere, penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane.

Con l’arrivo della primavera, la fine della guerra si avvicina.

Molti partigiani scendono dai monti per prepararsi all’insurrezione. Erino ed il fratello Bruno arrivano a Lissone. Prendono contatti con i membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Erino fa parte del IV distaccamento della 119a Brigata Garibaldi, distaccamento di Lissone.

La 119aBrigata Garibaldi era intitolata  a Quintino Di Vona insegnante, nato a Buccino (Salerno) il 30 novembre 1894, fucilato a Inzago (Milano) il 7 settembre 1944.

Militante socialista, il professor Di Vona aderì, nel 1921, al Partito comunista. Il professore, inquadrato nella 119aBrigata Garibaldi, partecipò a numerosi atti di guerriglia. Catturato, in seguito a delazione da militi della Brigata Nera di Monza (che giunsero a Inzago all'alba del 7 settembre), Di Vona fu, per ore ed ore, picchiato a sangue. Dalle sue labbra non uscì una parola che potesse danneggiare la Resistenza. Nel primo pomeriggio i fascisti, al comando di un sottufficiale delle SS germaniche, trasportarono con un camion l'insegnante nella piazza principale del paese. Qui Di Vona fu fucilato da un manipolo di militi in camicia nera.


Zona operativa 119ma Brigata Garibaldi timbro 119 brigata Di Vona

 

Nella cartina la zona operativa della 119a Brigata Garibaldi e delle altre due formazioni, la 183a e la 185a.

Il mese di dicembre 1944 è un mese fondamentale per la 119a Brigata Garibaldi, in quanto il Comando regionale, per la vastità della zona di sua competenza e per il numero sempre crescente di effettivi, decide che le sue forze vengano riorganizzate in tre distinte brigate ciascuna con un settore operativo ben definito: la 119a è affidata al comando di Alfredo Cortiana ‘Enzo’ , con Giuseppe Carcassola ‘Minotto’ commissario politico e opera in tutti i paesi a cavallo della strada provinciale Milano-Seregno-Erba con i centri di Bresso, Cormano, Cusano, Cinisello Balsamo, Muggiò, Nova, Lissone, Seregno e Desio, dove ha sede il Comando di Brigata. Con la 183a e la 185a compongono la Divisione ‘Bassa Brianza’ il cui comando è affidato ad Eliseo Galliani ‘Andrea Verri’ coadiuvato nel ruolo di commissario politico da Eugenio Mascetti ‘Gianni Curti’.

medaglia-brigata-Garibaldi.JPG stella-Brigata-Garibaldi.JPG

 

Scrive Angelo Cerizzi in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese: «Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone notoriamente antifasciste non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa come fra persone in attesa del treno. Le riunioni invece del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, in casa di Volfango (Gaetano Cavina), la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti».

Il Comando Militare della 119a Brigata Garibaldi affiancava l’opera del Comitato di Liberazione Nazionale, composto dai rappresentanti civili dei partiti democratici.

Nel documento seguente del 18 marzo 1945, il comandante Raimondo (il lissonese Nando Vismara, che aveva fatto esperienza militare durante la guerra di Spagna) del IV distaccamento della 119a Brigata Garibaldi, impartisce delle disposizioni al Comando della IV squadra in vista dell’insurrezione che libererà l’Italia prima dell’arrivo delle truppe alleate. L’organizzazione doveva essere la seguente: ogni squadra doveva essere composta da 15 elementi più un caposquadra; a sua volta ogni squadra doveva essere suddivisa in 3 pattuglie di 5 elementi ciascuna con un capo-pattuglia.

Collegamenti con il Comando militare, cooperazione, segretezza, disciplina, ricerca di armi sono i termini che ricorrono nella disposizione, controfirmata dal Commissario politico Ettore, nome di battaglia del lissonese Riccardo Crippa.

verbale-CLN--28-marzo-1945-pag-1.jpg verbale-CLN--28-marzo-1945-pag-2.jpg 

 

«Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione – continua Angelo Cerizzi - si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra tutti i responsabili del movimento clandestino. La delazione ai danni di due patrioti delle SAP portò anche all'arresto di una loro zia la notte del 19 aprile. Fu trovata oltre ad una pistola, una lista di patrioti con i rispettivi incarichi per la imminente insurrezione: furono tutti immediatamente arrestati».

Tra di loro vi erano Erino Casati ed il fratello Bruno.

Benché la guerra per i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica Sociale fosse ormai persa, la loro violenza continuava.

Mentre i partigiani lissonesi vengono portati in camion alla Villa Reale di Monza, basta uno sguardo tra Erino e Bruno per una tacita intesa a non parlare durante gli interrogatori. Intanto, a casa, la madre subisce minacce dai fascisti locali, che la invitano a preparare dei vestiti a lutto, dando per certa l’uccisione dei due figli.

La Villa Reale era il centro operativo della Guardia Nazionale Repubblicana del maggiore Gatti e del suo ufficio politico investigativo. Ribattezzata Villa della Repubblica, era un luogo di prigionia, di torture e di esecuzioni. Il 17 giugno 1944 i due giovani lissonesi Remo Chiusi e Mario Somaschini, dopo essere stati consegnati nelle mani del sadico torturatore Gatti, erano stati fucilati da elementi delle SS naziste e squadristi delle Brigate Nere. Inoltre, il 25 gennaio 1945, erano stati fucilati i partigiani Vittorio Michelini e Alfredo Ratti, con Raffaele Criscitiello (era una guardia di Pubblica Sicurezza, a lui è stata intitolata la caserma della P.S. di Monza).

In Villa Reale i lissonesi arrestati furono divisi e sottoposti a duri interrogatori. Furono tutti avvertiti che li aspettava la fucilazione in piazza a Muggiò quale rappresaglia per l'uccisione di un sottufficiale tedesco. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere un altro gruppo di fucilati. Ma ormai i fascisti capiscono che sono agli sgoccioli e ci ripensano.

Bruno viene malmenato; Erino, mentre vede il fratello malridotto per le percosse subite, viene morsicato al polpaccio e alla schiena dai cani aizzati dagli aguzzini.

«La situazione si fece drammatica anche per i componenti del Comitato di Liberazione nazionale lissonese, che, avvertiti immediatamente da informatrici del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese.

Il CLN si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 aprile sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, insediandosi come autorità riconosciuta insieme all'Amministrazione Comunale scaturita dal Comitato stesso. ».

Erino rimase in stato di arresto dal 21 al 25 aprile 1945, quando venne liberato con gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale.

Proclama-Liberazione-Bassa-Brianza.JPG certificato-detenzione.JPG

 

Tornato a Lissone, Erino riceve le prime cure dal dottor Giuseppe Formigaro, che gli medica le ferite.

Partecipa poi con gli altri partigiani lissonesi alla grande sfilata del primo maggio, la prima festa dei lavoratori dopo la Liberazione.

Lissone-I-maggio-1945--2.jpg

 

A metà maggio, nella chiesa di San Carlo si svolgono i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi Pierino Erba, Remo Chiusi, Mario Somaschini e Carlo Parravicini, fucilati nel giugno 1944. Erino, che aveva avuto i primi tre come compagni di lavoro alle Officine Egidio Brugola, è al fianco della bara di Carlo Parravicini, al quale era legato da un rapporto di amicizia.

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A fine maggio, la salma del partigiano lissonese Arturo Arosio, che dopo la fucilazione avvenuta a Sestri Levante era stato sepolto nel cimitero di Chiavari, è trasportata a Lissone per la celebrazione di solenni funerali partigiani. Erino rende l’estremo saluto ad Arturo, che era stato suo compagno di giochi, accompagnando il feretro per le vie del paese. 

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Negli stessi giorni, Alfredo Pozzi dedica una poesia, dal titolo “I figli migliori”, ai partigiani della Brianza caduti nella lotta di Liberazione, pubblicata su “Libertà”, numero unico, a cura del CLN di Monza:

pubblicazione-10-giugno-1945.jpg

 

Ecco! Quel mondo putrido declina

in un crepuscolo di nero. Nell’alba

nell'alba vicina

vedremo risorgere

i figli migliori ...

Fiammante è quest'alba: scarlatti i colori.

Ecco! Il sole novello! Primavera

di Libertà e giustizia, d'uguaglianza:

il popolo spera

e chiama i suoi Martiri

dal fosso comune:

la carne è straziata, la fede era immune.

Ritornano le salme sulle soglie

del proprio borgo; il popolo fremente,

la madre, le accoglie ...

L'impronta nel secolo

voi primi segnaste:

che raggio di luce tra l'ombre nefaste!

E dal vostro martirio ora germoglia

la coscienza più pura nella massa

che unita si spoglia

di forme tiranniche,

e libera canta

pei martiri nostri la causa n'è santa.

Dalle rustiche tombe voi tornate

all'estrema dimora: tutto un mondo

corrotto segnate

per l'ineluttabile

condanna, al passaggio:

tornate alla luce del sole di maggio. 

 

 

Con questo scritto vogliamo rendere omaggio al valore di questi giovani, tra cui Erino, che seppero scegliere, in un’ora difficile della nostra storia, tra civiltà e barbarie, testimoniando, con il loro impegno, la loro fede nei valori di democrazia, giustizia e libertà. 

Scrive Onorina Brambilla Pesce, partigiana con il nome di battaglia “Sandra” deportata politica nel lager di Bolzano nel suo libro “Pane bianco”: finita la guerra, «il clima politico era molto difficile. Anche se avevamo vinto la guerra di Liberazione, non tutto era andato liscio. I magistrati della Corte di Cassazione, formatisi sotto il regime di Mussolini, applicarono con interpretazioni assai estensive l'amnistia di Togliatti del giugno del 1946, favorendo la scarcerazione di migliaia di detenuti fascisti, compresi personaggi come il ministro della Guerra della Rsi Rodolfo Graziani e come il "principe nero" Junio Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas, rei di tortura ed efferati delitti, ovvero di reati esclusi dal provvedimento del Guardasigilli.

Ci siamo ritrovati così con i padroni più padroni di prima. La situazione era tale che molti partigiani preferivano tacere sul loro passato nella Resistenza: avevano paura di essere licenziati dal loro posto di lavoro. Non solo, ma poiché in quegli anni nelle fabbriche ci furono grandi lotte per i contratti di lavoro, i compagni che avevano incarichi nel sindacato, o anche nelle cellule del partito (ndr comunista), erano pesantemente minacciati di venire cacciati. E se i padroni, per via della compatta reazione operaia, non riuscivano a licenziarli, li colpivano nella loro professionalità, isolandoli in reparti che non erano i loro, magari a non fare niente! Questi erano chiamati dagli operai i "reparti-confino". ... Talvolta eravamo delusi, avevamo vinto la nostra guerra di Liberazione e credevamo che la nostra vittoria avrebbe coinciso con il cambiamento, sia pure graduale, delle strutture economiche e sociali del paese, così da eliminare le ingiustizie contro le quali avevamo combattuto. ... Ci eravamo illusi? Forse sì». E Gianfranco Maris, deportato politico, finito a Mauthausen perchè organizzava delle brigate partigiane comuniste, scrive nel suo libro “Per ogni pidocchio cinque bastonate”: «So che cosa si associa, oggi, al termine “comunista”. C’è stata l’Unione Sovietica, un comunismo che fu una degenerazione dei nostri ideali di allora». 

Racconta la figlia di Erino Casati, Nadia: «Nel dopoguerra, anche per la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, l'Est e l'Ovest, nonostante avessero dato un importante contributo al ritorno della democrazia nel nostro Paese, gli ex partigiani ebbero difficoltà a trovare un lavoro. Alla fine mio padre venne riassunto alla Falck. In fabbrica, come operaio, partecipò alle lotte sindacali contribuendo alla conquista dei diritti dei lavoratori. Come padre ci ha insegnato il valore della libertà, della giustizia e soprattutto dell’onestà».

 

Ringrazio la moglie Fernanda e le figlie Carluccia e Nadia per le loro testimonianze e per aver messo a mia disposizione documenti preziosi di Erino, che mi hanno consentito di ricostruire alcuni momenti della sua vita durante la seconda guerra mondiale.

Renato Pellizzoni

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E cominciò la Resistenza

22 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Anche la gente del “Corriere della Sera” pagò il suo contributo di morti alla Resistenza e alla liberazione. Gaetano Afeltra, giornalista del “Corriere della Sera”, racconta gli avvenimenti di quei giorni visti dall’ ”osservatorio di un grande giornale”. 

 

Dopo la sconfessione da parte dei nazisti dell'accordo per Milano, in cui il generale Ruggero aveva creduto, il “Corriere” non era più uscito. Ma mercoledì 15 settembre arrivò un ordine dal comando tedesco ma fatto emanare dalla prefettura. Fu pubblicato in corpo 12 incorniciato in testa all'ottava colonna del giornale. Diceva: «D'ordine delle autorità civili della provincia di Milano il giornale riprende le sue pubblicazioni». A firmarlo come redattore responsabile era Amedeo Lasagna, il più vecchio giornalista del “Corriere”. Una scelta che voleva significare l'obbedienza formale a un atto di forza. L'interregno di Lasagna durò esattamente venti giorni, dal 16 settembre al 5 ottobre.

Ma che cosa successe al “Corriere” durante quel breve periodo? Milano era ormai in mano ai nazisti e ai fascisti di Salò. I pochi redattori rimasti in sede, chi per ragioni di età, chi perché temeva rappresaglie avendo la moglie ebrea e chi per pura necessità di vivere, cercarono di confezionare un giornale distratto, come assente.

Ricordo la prima pagina di quel numero: come fondo di quasi tre colonne «Conosci te stesso», che divagava su agricoltura e industria; e un notiziario di agenzia striminzito e scialbo. Esempio, in testa di pagina: «La legge su prestiti e affitti. Secco diniego nordamericano a una richiesta dell'Argentina»; mentre lo sbarco degli alleati a Salerno era confinato in poche righe. Ma questo stato, per dir così, di limbo non poteva durare molto. Alessandro Pavolini cacciò il vecchio Lasagna e mandò Ermanno Amicucci come direttore, Ugo Manunta come vice. Così l'”occupazione” di via Solferino raggiunse il suo culmine.

Il cambio di atmosfera fu subito visibile. Cominciarono a circolare vere e proprie liste di proscrizione con i nomi dei giornalisti, degli scrittori che durante i quarantacinque giorni avevano preso posizione contro la dittatura ventennale, denunciandone le violenze, gli abusi e anche il ridicolo. Riproduco qui i nomi dei redattori e dei collaboratori del “Corriere” per i quali tale denuncia ufficiale poteva significare l'arresto, la deportazione e magari la morte: Domenico Bartoli, Mario Borsa Raffaele Calzini, Camilla Cederna, Benedetto Croce, Ludovico D'Aragona, Luigi Einaudi, Francesco Flora, Ettore lanni, Indro Montanelli, Adolfo Omodeo, Guido Piovene, Filippo Sacchi.

Anche i fratelli Crespi, proprietari del giornale, ebbero I loro guai. Furono arrestati dalla polizia neofascista, fra l'ottobre e il novembre 1943, per la loro “complicità” con le direzione Sacchi e Janni. ...

La disavventura dei fratelli Crespi finì di lì a poco con la loro messa in libertà, ma con la confisca della proprietà del “Corriere della Sera”, che tornò alla famiglia, dopo molti contrasti politici, quasi un anno dopo la Liberazione.

Ma intanto, mentre in via Solferino continuava la vita dimezzata di un quotidiano stretto nella morsa del neofascismo e dell'occupante tedesco, i redattori che avevano lasciato il giornale, ripresisi dal primo tramortimento, cominciavano a cercarsi, a ritrovarsi, a stabilire delle intese. Nasceva così il giornalismo clandestino, il giornalismo della Resistenza.

Era naturale che questo secondo “Corriere” diventasse un centro di raccolta e di propulsione delle forze antifasciste. Dopo l'8 settembre, la struttura di opposizione interna, già esistente fin dal 1942, venne perfezionata, si completò anche con scopi di difesa degli impianti contro eventuali tentativi di occupazione o distruzione dei fascisti e dei nazisti.

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Per proteggersi contro gli arresti e le razzie della repubblica sociale e della Gestapo, era stato organizzato un vero piccolo servizio di avvistamento: giorno e notte qualcuno vigilava gli ingressi, per avvertire i colleghi che fossero stati ricercati dai nazifascisti e invitarli a non entrare, a nascondersi. Tutta una serie capillare di contatti, d'accordo con il C.L.N., agiva per dare rifugio, aiuto ai ricercati; per favorirne, se necessario e possibile, l'allontanamento dalla città. Tutta questa attività antifascista ebbe il suo peso, dopo la liberazione, per assicurare al “Corriere" un volto del tutto diverso da quello che gli avevano imposto vent'anni di controllo fascista.

Appena insediato quale direttore del “Corriere", Amicucci aveva fatto mandare delle lettere al redattori assenti intimando di riprendere il lavoro. L'iniziativa ebbe conseguenze drammatiche, perché l'elenco degli “assenti” venne inviato alla prefettura e qualcuno della segreteria del giornale fornì alle autorità d'occupazione perfino le foto di quanti non erano tornati al lavoro, esponendoli dunque a graavi pericoli. Così fummo costretti tutti a cercare dei rifugi. Montanelli, contro il quale era stato spiccato mandato di cattura, riparò nell'appartamento di Amilcare Morigi,. un collega del “Corriere”. Io andai ad abitare in Via privata Vasto, nell'appartamento lasciato da gente sfollata. .

Per la mia vecchia amicizia con un medico famoso, e famoso antifascista, Paolo Pini, ero entrato in rapporto da tempo con Mario Borsa, Ferruccio Parri, l'avvocato Veratti e altri oppositori del regime. Finii così per essere un punto di riferimento, una specie di “collettore” per tutto quello che riguardava la stampa a Milano. Vedevo molto spesso Lombardi, De Luca, Mazzali, Albasini-Scrosati, Marazza. Ci occorreva un contatto con l’interno del “Corriere”: lo trovammo in Benso Fini.

Fini proveniva dall'antifascismo cattolico; era stato per lungo tempo a Parigi, e là per vivere aveva fatto il vicecorrispondente per il “Corriere”. Allo scoppio della guerra, costretto a rimpatriare, aveva trovato un posto oscuro in redazione. L'essere rimasto al “Corriere” anche dopo l'8 settembre, non era stato per lui una scelta politica libera ma, al contrario, la conseguenza di una drammatica necessità familiare: stava per nascergli un secondo figlio. La moglie, una russa di origine ebraica, era ricercata dai nazifascisti. Il povero Fini era disperato per questa situazione che contrastava con le sue convinzioni. Lo confortai e gli dissi che ci sarebbe stato utilissimo quale nostro occhio e orecchio all'interno del giornale.

Naturalmente questo “Corriere” clandestino, di cui facevano parte, con me, Montanelli, De Vita, Francavilla, Damiano, Morigi, Alonzi (altri, come Lanfranchi, Lanocita, Sacchi, Simonazzi erano rifugiati in Svizzera) si riuniva in posti sempre diversi.

I contatti con la vita interna del giornale erano essenziali, oltretutto perché proprio nella tipografia di via Solferino si stampavano parecchi fogli clandestini.

Il compito affidatomi dal C.L.N. non era solo di occuparmi dei giornalisti in clandestinità, ma anche di tenere contatti con gli operai e gli impiegati del “Corriere”. Sapevo che all'interno del giornale c'era una cellula comunista di cui facevano parte Gibelli Colombini, Ghisalberti, Dalmaso, Baroni, Dall'Olio, Pane e Maluresi, ma non sapevo chi ne fosse il capo, per poter entrare in contatto in vista di un'azione comune. Ne parlai a Riccardo Lombardi, verso la metà d'ottobre del '43'; Lombardi ne parlò a sua volta al rappresentante comunista del C.L.N. Mi fu fissato un incontro per il 2 novembre al cimitero di Musocco, e mi venne indicato il numero del campo, della tomba e anche il nome del defunto. «Lì», mi disse Lombardi, «troverai un signore con aria molto raccolta.» Difatti tutto funzionò alla perfezione. Il signore ai piedi della tomba era Alfredo Acquaviva, classe 1910, che il partito aveva fatto rispondere a un annuncio economico apparso sul “Corriere” dopo i bombardamenti, nel quale l'amministrazione di via Solferino chiedeva un fattorino: anzi, prometteva un premio di ingaggio. Acquaviva fu assunto, riscosse il premio e cominciò a funzionare come capo-cellula del P.C.I. aziendale: uomo onesto ma molto duro, inflessibile, deciso. Sotto la guida di Alfredo la cellula comunista, che già operava all'interno del giornale e che aveva provveduto a introdurre e nascondere armi per una eventuale difesa degli impianti contro ogni tentativo di distruzione da parte dei tedeschi, assunse un ruolo determinante. Si formò subito un C.L.N. aziendale formato da Acquaviva per il P.C.I., da Fraschini per il P.S.I. e da Genchi per la D.C.

Furono organizzati degli scioperi (quello del marzo 1944 partì proprio dal “Corriere”), sabotaggi di vario genere, ritardi di composizione e di uscita del giornale, continui guasti alle macchine; si arrivò fino all'audacia di far entrare, durante l'ora di mensa, tre partigiani in tuta da operai che, montati su un tavolo,·parlarono contro i nazifascisti incitando alla guerriglia anche all'interno del “Corriere”. I tedeschi erano nello stesso stabile, in una sala in fondo alla redazione; guardie repubblichine stavano ai vari ingressi. Eppure l'impresa fu compiuta, sfidando tutti i pericoli, con la complicità, s'intende, del C.L.N. aziendale. Una beffa che sconvolse i tedeschi e i fascisti, i quali, pochi giorni dopo, fecero una retata nello stabilimento, che non giovò a nulla perché nessuno parlò. Gli arrestati dovettero essere rilasciati, altrimenti il giornale non usciva. Nel corso di un'altra incursione in via Solferino, i nazisti, invece, portarono via un cronista, Mario Miniaci, un impiegato e quattro operai.

Miniaci e un operaio riuscirono a cavarsela, e tornarono dal campo di concentramento alla fine del conflitto, ma gli altri tre operai e l'impiegato vi persero la vita.

Con i rappresentanti degli operai del “Corriere” mi incontravo ogni settimana in luoghi sempre diversi. Mi presentavano spesso richieste d'ordine pratico: avevano bisogno di cibo, legna, indumenti. Dicevano - e avevano ragione - che con le assegnazioni della tessera non era possibile sopravvivere senza ricorrere alla borsa nera e ritenevano che l'azienda avesse il dovere di intervenire in loro aiuto. Naturalmente io non potevo far altro che presentare le richieste all'amministratore del “Corriere”, Aldo Palazzi, il quale in quel periodo era invischiato in duplici o addirittura triplici giochi. Doveva barcamenarsi con i tedeschi (per esempio, al “Corriere” si stampava “Sveglia”, un giornale di smaccata propaganda nazifascista); con i neofascisti, per obbedire ai quali aveva applicato all'azienda la “socializzazione” voluta da Salò; infine doveva cercare di tenersi buoni anche i partigiani, più per paura, s'intende, che per convinzione.

I nostri incontri avvenivano di notte. Quando c'era bisogno di vederci, egli si faceva occasionalmente ospitare nell'appartamento di una sua ex segretaria, in via Vasto, nella stessa casa in cui, al terzo piano, ero nascosto io. Io gli presentavo le richieste degli operai quasi in forma d'ultimatum: in genere chiedevano un chilo di lardo, mezzo chilo di burro, trecento grammi di zucchero, qualche pacchetto di sigarette, legna da ardere; magari, una volta tanto, un taglio d'abito, un paio di scarpe.

Procurarsi questi semplici ma preziosissimi beni era impresa difficile in quei tempi. Ma Palazzi non aveva scelta, se voleva frenare il malcontento all'interno dello stabilimento, cosa alla quale egli teneva moltissimo. Così girava per le campagne, pagando questo vettovagliamento a un prezzo carissimo e poi mandando i camion del “Corriere” a ritirare il bottino, che veniva nascosto dietro i pacchi dei giornali. Palazzi ostentava con noi i rischi che correva in tale attività, per farsene un titolo di merito, direi quasi un lasciapassare per il futuro.

La partecipazione di giornalisti, operai e impiegati di via Solferino alla Resistenza fu dunque larga. Molti di noi ebbero fortuna: sia pure fra minacce, disagi, paure, fughe, riuscirono a scampare alla cattura, alla deportazione, addirittura alla morte. Altri pagarono duramente, come i quattro dipendenti che, catturati insieme con Miniaci, lasciarono la vita in un Lager: furono Luigi Tacchini, Otello Ghirardelli, Dionigi Parietti, Ferdinando De Capitani (che si vantava di appartenere alla famiglia dei De Capitani d'Arzago). Anche Indro Montanelli venne arrestato carcerato a San Vittore, condannato a morte per “intelligenza col nemico”, condotto a Gallarate in attesa dell'esecuzione e solo miracolosamente liberato. Giulio Alonzi finì a villa Triste, dove fu sottoposto dalla banda Koch a torture che non lo piegarono, anche se lasciarono nel suo organismo conseguenze che lo fecero poi morire prematuramente.

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Alonzi, nato nel 1893, vecchio antifascista, compagno d'armi di Ferruccio Parri nella prima guerra mondiale era entrato al “Corriere” con Albertini. Rimasto in redazione anche dopo la partenza di Albertini, malgrado la sua ben nota ostilità al regime, e sia pure in una posizione d'ombra, dopo l'8 settembre contribuì a riorganizzare le forze dell'antifascismo anche sul piano militare. Fu tesoriere della Resistenza e comandante delle formazioni Giustizia e Libertà in Lombardia, quindi in stretto contatto con Parri. Catturato dai nazifascisti, fu liberato solo dopo il 25 aprile.

Sulla terribile avventura sono riuscito, dopo anni di intransigente riserbo, a far parlare Mario Miniaci. Un racconto che cercherò di riferire, per quanto mi è possibile, con le sue stesse parole, e che mette soprattutto in luce il carattere di assurdità di tutta la vicenda.

«Nel tardo pomeriggio del 2 marzo 1944», racconta Miniaci «stavo lavorando come di consueto in cronaca con vari colleghi ... Verso le 18 e trenta uno dei nostri fattorini viene ad avvertirmi che in saletta d'aspetto ci sono tre guardie repubblichine che chiedono di me. Sorpreso, più che allarmato, vado a sentire che cosa vogliono. Sono giovani in abito civile, l'aria pacifica, facce da bravi ragazzi o quasi. Sono incaricati, dice uno, di accompagnarmi al comando germanico, vi sarò interrogato, non sanno però su che cosa. Mi assicura che, in ogni modo, si tratta solo di informazioni, semplici formalità, mi sbrigherò presto senza fastidi ... Difatti, tornai a casa solo sedici mesi dopo. Le semplici formalità che mi attendevano avrebbero implicato tra l'altro che i miei non sapessero più nulla di me, se ero vivo o morto, e tantomeno dove. Né avrei potuto ricevere io notizie di loro. Il campo di concentramento di Ebensee sarebbe rimasto sino all'ultimo inaccessibile e, anzi, addirittura ignoto anche alla Croce Rossa. Per quattro dei cinque compagni di prigionia che, come me, venivano dal "Corriere", prelevati al giornale o a casa loro, le stesse "semplici formalità" si sarebbero concluse con la morte nel Lager ... »

cimitero IMI nel lager

Miniaci riteneva di non aver nulla da temere data, come egli la chiama, “la sua scolorita apoliticità”. «Di poter essere stato denunciato da qualcuno non lo pensavo ... mentre seguivo le guardie repubblichine. Mi condussero non al comando germanico, ma in una casa di via Copernico, mi pare al numero 23, e lì mi introdussero in un locale terreno adibito a guardina, già affollata di altre persone. Interrogatori niente, contestazioni nessuna. Era quello il quartier generale del comandante della Guardia Nazionale repubblichina di Milano ... »

Quando, l'indomani, Miniaci e gli altri tre dipendenti del “Corriere” arrestati, vennero trasportati da via Copernico a San Vittore, vi trovarono i colleghi Ferdinando De Capitani, linotipista, e Torquato Spadi, spedizioniere.

«Eravamo anche noi sei destinati alla deportazione con un folto gruppo di professionisti, commercianti, operai accomunati tutti, presto affratellati, dalla medesima sorte. L'indomani venimmo portati alla stazione centrale e stipati in piedi in un carro bestiame che venne sigillato e sorvegliato all' esterno da militari ...

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«Tappa di otto giorni a Innsbruck, poi Mauthausen per quaranta giorni, infine Ebensee. Rapati e depilati, casacca di tela a righe, e per ciascuno sul petto e al polso il numero distintivo. Sul petto anche il triangolo rosso che significava deportato politico, sovversivo. Fame, freddo, percosse, umiliazioni, fatiche da stremare. Ma non è adesso il caso di rievocare quell'inferno. Cose che si sanno, se non si vuole ignorarle.

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«Posso attestare la forza d'animo, la dignità, la prova di carattere che diedero quei quattro del "Corriere" che subirono il martirio sino a soccombere. Ferdinando De Capitani, il più avanzato di età, lo ricordo ancora curvo con la sua gamella in attesa della ripugnante zuppa del campo. Un giorno non lo vidi più nella lunga fila. L'avevano caricato su un autocarro con altri anziani che non potevano reggere a quei lavori rudi, ripartivano per Mauthausen. Camera a gas, circolava questa voce, non c'era da dubitarne.

«Tacchini mi fu a lungo compagno nella massacrante fatica di trasportare a spalla grossi tronchi, si allestivano nuovi blocchi, che erano le baracche per la notte. E poi c'erano i lavori di sterro, nei quali era impiegato anche Spadi, sempre coraggioso. Tacchini si faceva via via più scheletrico, infossato nelle spalle, stringeva i denti e pur trovava la forza di sorridere. Finché la sua fibra cedette. Parietti riuscivo a salutarlo qualche volta nel gabbiotto dove era addetto alla lavanderia, lavorava di lena a strofinare e sciacquare mucchi di indumenti che venivano recuperati dai cadaveri. Non faceva che parlarmi dei suoi quattro figli lasciati in tenera età. Piccolo ma vigoroso, era deciso a resistere. Ma negli ultimi giorni, alla vigilia della liberazione del campo, maneggiando quegli indumenti infetti prese il tifo e ne morì due giorni dopo l'arrivo dei soldati americani.

liberazione

«Otello Ghirardelli era stato comandato con altre squadre, me lo vedo ancora davanti al piazzale dell'appello, con quella sua fierezza franca, di galantuomo. La morte stroncò anche lui, prima della grande ecatombe che il Lager vide nelle ultime settimane, quando a Ebensee venivano fatte affluire colonne di deportati dagli altri campi, man mano che gli amencani e i russi avanzavano.»

Miniaci scampò anche all'ultimo rischio. Dopo traversie facilmente immaginabili, il 21 giugno 1945 rimetteva piede a Milano. Più di un anno prima era stato prelevato come una “cosa” senza che nulla gli venisse contestato, senza una spiegazione.

Se mi sono soffermato su queste vicende, è stato per testimoniare che anche la gente del “Corriere della Sera” pagò il suo contributo di morti alla Resistenza e alla liberazione. Già all'indomani dell'8 settembre, avevamo cominciato a capire che ci attendeva un tempo terribile e buio. Quanto lungo e terribile, non potevamo immaginarlo.

 

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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Milano in mano ai nazisti

15 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

L’agonia di Milano.

Gaetano Afeltra, dalla fine del 1942 giornalista del “Corriere della Sera”, racconta gli avvenimenti di quei giorni del settembre 1943, visti dall’ ”osservatorio di un grande giornale”.

 

Giovedì 9 settembre 1943. 

I cronisti del «Corriere» vengono sguinzagliati per la città a raccogliere informazioni. Bisogna avere un quadro attendibile della situazione. Prima di tutto cercare di conoscere le intenzioni dei tedeschi. Si sente sparare. I telefoni suonano all'impazzata. La gente vuole sapere cosa succede. I corridoi si riempiono di persone a cui è facile accedere al giornale: sono i nomi grossi dell'antifascismo, ansiosi di notizie. In poco tempo via Solferino è diventato un centro di raccolta. L'ufficio intercettazioni capta una notizia da una radio non ben precisata secondo la quale si starebbe raggiungendo un accordo con i tedeschi per il loro pacifico ritiro dalla Penisola. Janni scuote le spalle (Ettore Janni, vecchio redattore del “Corriere”, antifascista, era uscito dal giornale all’avvento di Mussolini: a lui i Crespi, proprietari del “Corriere”, avevano deciso di affidare la direzione all’indomani del 25 luglio 1943). Non ci crede. A .lui risulta che la Wehrmacht in questi quarantacinque giorni è entrata in forze dal Brennero ed è convinto che le misure naziste saranno molto dure. Si parla di diciotto divisioni dell'esercito e di una di SS alle porte di Roma.

La Reuter conferma lo sbarco della Quinta armata americana nei pressi di Salerno. Un pilota canadese di ritorno da un volo su Napoli ha dichiarato che 250 chilometri di mare rigurgitano di unità alleate, dalle navi da sbarco alle corazzate. Da Roma informazioni contraddittorie. All'ambasciata tedesca bruciano documenti. Cosa vuol dire? Che vanno via? Il direttore è sempre più pessimista. «Legga questa piuttosto» dice al collega che gli ha portato il breve dispaccio. È una D.N.B. l'agenzia ufficiale tedesca: «Hitler ha riunito al Quartler generale un consiglio di guerra al quale hanno partecipato Goering, Himmler, von Ribbentrop, Keitel, l'ammiraglio Doenitz e il ministro degli armamenti Speer. Per quanto nulla si sappia ufficialmente del temi trattati, si dà per certo che il consiglio si sia occupato dell'Italia dopo la richiesta di armistizio».

«È il segno che il pazzo si scatena» commenta Janni.

Arrivano notizie di incidenti a Milano. Un giornale svizzero pubblica che nel pomeriggio di ieri, alle prime indiscrezioni delle radio straniere, l'ambasciatore di Germania a Roma si è precipitato dal re. Erano le ore 18, quasi due ore prima dell'annuncio di Badoglio. Quando lo informano della visita il sovrano scatta: «Per carità, ditegli che non ci sono». L'ambasciatore capisce e prima di andarsene pronuncia con rabbia una frase in tedesco. Nell'udienza concessagli lo stesso giorno, sei ore prima, Vittorio Emanuele l'aveva rassicurato: «L'Italia non capitolerà mai».

Alcuni redattori chiedono di parlare con il direttore.

Propongono di portare la testata del “Corriere” a Bari con tutta la redazione. Potrebbe essere un'idea. Colto di sorpresa Janni prima riflette, poi dice: «Avremmo due "Corriere": uno a Bari e l'altro nazifascista a Milano. Il "Corriere" è in via Solferino».

Gli incidenti avvenuti nel corso di manifestazioni antinaziste, alcune delle quali davanti alle fabbriche, hanno avuto tragiche conseguenze: a Sesto due tedeschi uccisi e tre operai caduti; a Milano, nei pressi della stazione, un morto da entrambe le parti. I feriti ricoverati sono varie decine. Al comando militare di via del Carmine si, temono rappresaglie.

E tardi. Bisogna stringere per la prima pagina. Su nove colonne: «Perché l'Italia è stata costretta a chiedere l'armistizio. Una nota di Badoglio a Berlino e a Tokyo». Il fondo ha per tltolo «Una sera di battaglia» e così viene stampato per circa dieci mila copie. Poi sorge il dubbio che la «sera di battaglia» possa equivocarsi con quella di Milano, con morti e feriti, e il titolo è subito cambiato con un altro più esplicito: «Nella bufera»...  

Intanto tornano i cronisti. Gli incidenti sono molto gravi. Le SS hanno prelevato degli ebrei, non si sa dove li abbiano portati. Molti altri episodi suscitano seria inquietudine. Janni telefona a casa avvertendo di non stare ·in pensiero perché resta a Milano. Invece c'è da stare molto in pensiero. Il generale Ruggero, comandante della piazza di Milano, fa sapere che sta trattando con il comando .tedesco per un'occupazione della città senza spargimento di sangue. Nelle caserme regna il caos. Si sentono aerei volare: è il terrore. Cala la sera. Gli operai del “Corriere” chiedono armi per difendere lo stabilimento. C'è un'aria di battaglia. Tutto può accadere.

Nei corridoi del giornale il brusio via via diminuisce.

Anche i redattori se ne vanno. C'è già chi pensa alle valigie ...

L'alba di venerdì 10 settembre sorgeva lenta e angosciante. Dalle finestre spalancate donne in vestaglia e uomini spettinati e in maglietta si sporgevano per vedere cos'era quel calpestio nelle strade in un'ora così mattiniera. Il cielo era terso, la città prendeva luce ma tutto intorno era spettrale e-triste. Nelle vie, soldati sparsi e a gruppi camminavano in fretta rasentando i muri come fuggiaschi. Qualcuno senza giubba, chi se l'era messa sul braccio, chi stringeva la sua valigia di fibra e faceva fatica a tenere il passo con gli altri, tutti però scalcinati, affannati, gioventù improvvisamente immiserita. Corrono verso la stazione per prendere i primi treni e tornarsene a casa, nascondersi: poi si vedrà. Le corriere vengono prese d'assalto. Altri invece sono alla disperata ricerca di un abito borghese: una giacca, un paio di pantaloni, che sia vecchio, stinto, non importa, pur di non farsi riconoscere in divisa. Un tenente chiede se è pru­dente andare alle Ferrovie Nord attraverso il parco. Per carità, c'è una caserma tedesca a cento metri. Passano camion carichi di SS. Arrivano colpi lontani di artiglieria, ma non si riesce a capire da dove vengano; c'è chi dice che il fragore delle fucilerie viene dalla parte di viale Monza, alle porte di Sesto.

 

Al «Corriere» ...

«Bisogna far sparire subito il direttore, se no lo prendono», dice Arturo Lanocita, capocronista. ... I tedeschi sanno tutto. Ricordano bene gli articoli del direttore: e poi sono aiutati da quei fascisti che si erano nascosti e che adesso escono dalle tane. Un ufficiale delle SS ha chiesto alla prefettura l'elenco dei redattori. Per fortuna hanno risposto di non averlo. Ce l'hanno a morte col "Corriere" e non solo con Janni ...».

Alle undici e un quarto di venerdì 10 settembre, a distanza di diciotto anni, Janni lasciava per la seconda volta il “Corriere”: ma lo lasciava per esserci stato, sia pure solo quarantacinque giorni, da uomo libero e coraggioso.

Una cupa atmosfera si avverte in redazione. Tutti sono taciturni e pensierosi. Ognuno cerca di capire il proprio destino. L'idea dominante è: adesso cosa accadrà di me? Solo Alonzi, De Vita e Montanelli hanno uno strano contegno. Escono poi ritornano, sono cercati al telefono, parlano in un certo modo, si capisce che sono già in azione. Come mai? Immaginando quello che sarebbe fatalmente accaduto dopo il 25 luglio si erano preparati per la resistenza e la clandestinità, ognuno con il proprio gruppo, il giorno in cui l'Italia avrebbe dichiarato l'ar­mistizio, predisponendo anche la difesa del “Corriere”. Alonzi incontrava il suo vecchio amico Ferruccio Parri, del quale doveva diventare poi il luogotenente nella guerra di Liberazione: si erano conosciuti al “Corriere” dove Parri rimase fino all'uscita di Albertini; De Vita si trovava con Negarville e Li Causi; e Montanelli si vedeva con Poldo Gasparotto e Martinelli (entrambi fucilati poi a Fossoli).

Si sa che i tedeschi hanno occupato Pavia, Piacenza, Parma, Reggio, Brescia e Bergamo e tutte le località minori. Milano è circondata da mezzi corazzati, pronti a entrare in città. Le voci sono sempre più drammatiche. Gli operai chiedono armi. Si parla di morti. Il servizio intercettazioni informa che il re, la regina, Umberto e Badoglio stanno per raggiungere una località sicura. Radius e io ci guardiamo in faccia. E noi, che facciamo?

Saranno state le sei quando improvvisamente dalla radio lo speaker dice: «Attenzione, attenzione, fra qualche minuto verrà data una grande notizia». Scompiglio generale. Che sarà? Squilla il telefono. E il Comando generale che chiede di parlare con il direttore. Il direttore non c'è. Il redattore-capo nemmeno. Informano il generale Ruggero della situazione. Ruggero fa dire: «Mandino un redattore qualificato con cui parlare, e tengano fermo il giornale perché c'è un lungo comunicato da pubblicare, con una grande notizia». Intanto la radio ripeteva ogni quarto d'ora il suo «Attenzione, attenzione ... ». I minuti diventavano ore. Noi, mancando il di­rettore responsabile, avevamo un buon motivo per non fare uscire il giornale. Radius, Rizzini e Francavilla mi dissero: «Vai tu». Andai. Il Comando del Corpo d'Armata rigurgitava di ufficiali e di voci. Quando arrivai dissi solo: «Corriere». Fui subito introdotto nella stanza del comandante.

Il generale Ruggero mi accolse con grande cordialità. Ricordo che un'enorme carta della Lombardia piena di cerchietti rossi era spiegata sul tavolo: «Queste» mi disse, «sono città già occupate dai tedeschi». Poi, mostrandomi i telefoni, aggiunse: «Vede questi apparecchi? Ci crede lei che dalla notte dell'otto non è più giunta una chiamata? Sono muti. A Roma non c'è anima viva con cui parlare. Nessuno che ci dia una direttiva. Al ministero della Guerra nemmeno il centralino risponde. Ebbene, la responsabilità per la Lombardia me l'assumo io. Questo è il comunicato che fra poco leggerò alla radio. Milano non sarà occupata. Abbiamo raggiunto un accordo per cui i tedeschi si fermeranno a dieci chilometri da Milano e i nodi più importanti della città saranno presidiati da reparti misti tedeschi e italiani. Siccome il loro armamento è superiore al nostro, ho ottenuto che in questi reparti misti il numero dei soldati italiani sia il doppio. Cosa ne pensa lei?».

Capii che il generale Ruggero parlava con me più da uomo che da comandante, che voleva più sfogarsi che avere un parere. Mi offrì una sigaretta (Serraglio, ricordo) e si appoggiò all'angolo della scrivania. «Che ne pensa? Lo legga e mi dica la sua opinione.» Lo lessi. Mi colpì una frase al principio: «Nei contatti che il Comandante tedesco ha preso con me ho dichiarato che in base agli ultimi ordini avuti nella notte tra l'8 e il 9 dai miei superiori non debbo fare la guerra ai germanici, ma debbo resistere all'impiego della forza da qualunque parte venga e non cedere le armi in nessun caso. Rendendosi conto della fermezza della mia decisione, il comandante tedesco ha accettato di non pretendere di disarmare le mie truppe, fidandosi della mia parola che non avrei attaccato». Seguiva poi il testo dell'accordo.

Finito di leggere, mi sentii estremamente imbarazzato. Stetti zitto. Il generale ruppe il mio silenzio: «Allora, che ne dice?». Scuotendo la testa gli rispondo: «Bisognerebbe credere all'impegno dei tedeschi, ma a me pare impossibile». Il generale però ci credeva o voleva cre­dervi e aggiunse: «Senta: questa mattina tutti chiedevano armi. Io stesso sono stato nelle fabbriche per placare gli operai. Ho chiesto ventiquattr'ore di tempo per tentare un accordo. Ci sono riuscito e sa perché? Perché con i generali con cui ho trattato, da camerata a camerata, si era stabilita una buona amicizia nata·al tavolo della mensa comune. Uno mi ha detto: "Firmando l'accordo, rinunziamo a vendicare i quattordici tedeschi uccisi oggi negli scontri a Milano e a Sesto San Giovanni". Ci siamo stretti la mano. Fra noi soldati, l'onore è tutto».

Il generale mi chiese di farlo accompagnare alla sede della radio con la macchina del giornale. Qui lesse il suo proclama concludendo: «Ho accettato quest'accordo con animo straziato per evitare a Milano ancora atroci sofferenze». Il generale era ossessionato dall'idea che la città potesse essere bombardata.

Poco dopo le otto tornai al “Corriere” per completare il giornale che avrebbe avuto in prima pagina il proclama di Ruggero. Ma verso le ventitré, il generale fece chiamare ancora il “Corriere” e l'ufficiale incaricato disse: «Fermate il comunicato e mandate il giornalista che è venuto prima». Confesso che ebbi paura. La situazione giustificava ogni timore. Chiesi a Radius di accompagnarmi. Lo scenario di via Brera era, nello spazio di poco più di due ore, mutato: carri armati tedeschi riempivano la strada, c'era un gran movimento di truppe. Salimmo nell'ufficio del generale. Si spalancò una porta e ne uscirono due alti ufficiali tedeschi: poi si affacciò Ruggero stesso, mi vide, fece un segno con la mano chiamandomi seccamente: «"Corriere"!». Radius e io entrammo nel suo ufficio. Ruggero appariva distrutto. Disse solo: «Domani i milanesi mi sputeranno in faccia. I tedeschi si sono rimangiati l'accordo, occuperanno la città». Gli alti ufficiali che avevamo visto uscire erano i due generali firmatari dell'accordo. Gli avevano detto che, per ordine del Führer, l'accordo era stato sconfessato, e che le truppe tedesche stavano già occupando Milano.

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Ruggero aveva le lacrime agli occhi, la voce non era più quella. Ci chiese di togliere dalla prima pagina il suo proclama; purtroppo non era più possibile. Ormai il “Corriere” era stampato e in parte diffuso. Così l'indomani uscimmo con il testo dell'accordo “rinnegato”. La gente vide i carri armati tedeschi sotto casa e non a dieci chilometri, come gli era stato promesso.

Il generale Ruggero si consegnò prigioniero ai tedeschi e fu deportato in Germania. Corse la voce che si fosse tolto la vita per l'inganno e l'umiliazione subiti. In realtà Ruggero poté tornare dalla prigionia e morì a Roma nel 1970.

Con quel numero il “Corriere” cessava le pubblicazioni. Milano era in mano ai nazisti. Gli operai fremevano. Le armi erano arrivate. Certo con i «Tigre» di Hitler non si poteva resistere a lungo. Ma l'animus c'era. Tacchini, Fraschini, Zacchetti, Dall'Olio e altri operai, notte e giorno, a turno, erano sui tetti pronti a dare l' allarme per difendere il loro giornale. Via Solferino divenne per qualche giorno l'Alcazar del giornalismo.

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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25 luglio 1943: i tre proclami

10 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

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L'ANNUNCIO ALLA NAZIONE. Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato Sua Eccellenza il cavaliere Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio.

 

Il secondo:

LA PAROLA DI VITTORIO EMANUELE: Sua Maestà il Re e Imperatore ha rivolto agli italiani il seguente proclama:

Italiani! Assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate. Nell'ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il sacro suolo della Patria. L'Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle istituzioni che ne hanno sempre confortata l'ascesa, la via della riscossa. Italiani! Sono più che mai indissolubilmente unito a voi dalla incrollabile fede nell'immortalità della Patria. Firmato: Vittorio Emanuele. Controfirmato: Badoglio.

 

Il terzo:

PROCLAMA DI BADOGLIO: PRECISA E CHIARA CONSEGNA.

Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l'Italia. Viva il Re. Firmato: Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. 

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Bruno Casati, il partigiano “Matteotti”

27 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Bruno Casati partigiano

«È doveroso segnalare i nominativi di quei Partigiani, Patrioti e Benemeriti che in misura diversa ed in modi vari hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione, sia di coloro che hanno avuto l'attestazione della apposita Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica, sia di coloro che parimenti operarono attivamente per il successo, sia infine di coloro che sentirono l'anelito alla Libertà ed aderirono alla Resistenza».

pubblicazione 40 cop pubblicazione 40 anniversario liberazione

Così scriveva Angelo Cerizzi, sindaco di Lissone dal 1975 al 1985, in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese, in occasione del 40° anniversario della Liberazione. In quell’elenco di giovani lissonesi distintisi nella liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista, vi sono Bruno Casati ed il fratello Erino, che hanno avuto la qualifica di “partigiani combattenti per la Lotta di Liberazione” dalla Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica (dall’Archivio del Comune di Lissone: b263, fase 5 Elenco partigiani e patrioti lissonesi, anni 1947-48)

 

quaderno partigiano 

da un quaderno di Bruno Casati:

«É meglio morire in piedi che vivere in ginocchio» Dolores Ibarruri

«Imparate imparate, che la società ha bisogno della vostra intelligenza» Antonio Gramsci

 

Casa Irene r Casa Irene 1926 r 

 

A Lissone, in Via Trieste, quasi al confine con Monza, vi è una casa con una targa che reca la dicitura “CASA IRENE 1926”. La villetta era stata costruita nel 1926 per la famiglia di Carlo Casati. Carlo Casati era nato a Monza: prima di trasferirsi nella nuova casa, abitava in una cascina adiacente situata però nel territorio del Comune di Monza.

Nel 1926, la famiglia di Carlo Casati risultava così composta: la moglie, Castelli Irene, i figli Bruno, di quattro anni (era nato l’8 novembre 1922) ed Erino di due anni (nato il 28 marzo 1924), e la piccola Annamaria. La primogenita Irene era morta di influenza “spagnola”, subito dopo la fine della prima guerra mondiale.

La nuova casa di via Trieste era stata dedicata alla moglie Irene, ma ricordava anche la primogenita. Nel 1930 nascerà Piera, ultimogenita, tuttora vivente.

 

Com’era Lissone in quegli anni ‘20?

Il paese contava quasi 13.000 abitanti.

In Italia, dall’ottobre 1922, a capo del Governo vi era Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva dato l’incarico dopo la cosiddetta “marcia su Roma” dei fascisti.

Anche a Lissone, nel novembre del 1922, si era costituita la locale sezione del Fascio nazionale di combattimento.

inaugurazione gagliardetto del fascio di Lissone 

Inaugurazione del gagliardetto del Fascio di Lissone

Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il “Listone” di Mussolini, che su scala nazionale aveva ottenuto una media del 60% dei votanti, in Brianza aveva riscosso un misero 18,7%, uno dei peggiori risultati elettorali d’Italia. A Lissone il Listone di Mussolini era stato votato solamente da 307 elettori (il 13,2 % dei lissonesi votanti). I voti dei lissonesi erano andati al partito Popolare (1069), al partito socialista (432) e al partito Comunista (326).

elezioni 1924 a Lissone  1924 Monza volantino fascisti

Risultati elezioni 1924 LISSONE e manifesto di minaccia dei fascisti di Monza e circondario

Appena furono resi pubblici i risultati delle elezioni, un manifesto, a firma dei fascisti di Monza e del circondario, apparve sui muri dei paesi della Brianza, in cui si addebitava la causa dell’insuccesso del “Listone” di Mussolini in Brianza «ai vari bolscevichi bianchi e rossi» ... «Monza e il suo circondario fanno parte dell’Italia o della Russia?» ... «Basta! chi semina vento raccoglie tempesta» «sessantamila bastardi» ... «traditori».

Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza.

Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano, solo a Monza furono devastate le sedi del giornale “Il Cittadino” e della Camera del Lavoro, 14 circoli cattolici e 12 socialisti; nel circondario cooperative, circoli e biblioteche di ben 43 paesi subirono la stessa sorte. A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

A Roma, nel giugno 1924, il rapimento e l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, che in Parlamento aveva protestato contro gli abusi, le illegalità, le violenze, chiedendo la sospensione di quasi tutti i deputati eletti nel “Listone”, aveva scosso la coscienza del paese.

E Matteotti sarà il “nome di battaglia” che Bruno Casati assumerà durante il suo periodo di vita partigiana.

 

1924 ritrovamento corpo Matteotti 

Ritrovamento del corpo di Matteotti

 Scriveva L’Unità il 16 settembre 1924: «Le sedi dei giornali e dei partiti sono state prese d’assalto a Roma. A Milano il prefetto fa sequestrare l’Avanti e l’Unità».

1924 16 sett L Unità 

A Lissone, dal 15 settembre 1924 a capo del Comune vi era un Commissario prefettizio, il commendator Carlo De Capitani da Vimercate, (rimarrà in carica dal settembre 1924 al marzo 1927), in attesa della nomina del podestà.

manifesto 1924 De Capitani commissario prefettizio

Manifesto di insediamento del Commissario Prefettizio Carlo De Capitani da Vimercate

Superata la crisi che era seguita alla scoperta del delitto Matteotti, Mussolini nel discorso del 3 gennaio 1925 dichiarava: «Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è nella forza». Contro l'opposizione, il governo fascista usa la forza dello Stato e quella delle squadre di azione.

Con il 1926 il fascismo si era trasformato in regime totalitario. Tutte le garanzie contemplate dalla Costituzione e dalle vecchie leggi liberali non esistevano più. Incontrastato dominava il fascismo e con poteri assoluti il “dittatore”. Battuti, incarcerati, costretti all'esilio, qualche volta eliminati fisicamente i suoi più decisi oppositori, il fascismo poteva ormai procedere incontrastato.

Dopo le leggi eccezionali molti antifascisti decisero di evadere dal grande carcere che stava divenendo l'Italia andando all'estero per levare dinanzi al mondo intero la protesta degli spiriti liberi contro la dittatura fascista.

Piazza libertà anni 40 2  

Lissone fine anni ‘30

 

Bruno Casati frequenta le scuole elementari di Via Aliprandi, a Lissone e le scuole professionali a Monza. Viene poi assunto alla Breda. All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, lavora come meccanico presso il campo di volo. Ha vent’anni quando, l’8 Settembre 1943, Pietro Badoglio, capo del Governo italiano dal 25 luglio, chiede la resa incondizionata delle Forze Armate, annunciando alla radio la firma dell'armistizio con gli Alleati. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate dai tedeschi.

Il 12 settembre 1943, Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e portato in Germania. Ridotto ad un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini, il 23 settembre 1943, proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

Sui muri della Brianza compaiono bandi minacciosi del comando tedesco, insediato a Monza, che comminano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietano ogni assembramento e che impongono il coprifuoco dalle 9 di sera sino alle 5 del mattino.

Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore è un oppositore del regime.

 

È del dicembre 1943 il primo grande sciopero sotto l’occupazione tedesca, la prima grande sfida operaia contro industriali, fascisti e tedeschi. L'agitazione è la naturale conseguenza del malcontento operaio dovuto all'enorme aumento del costo della vita che si registra a causa della difficoltà degli approvvigionamenti, ma è dalla Caproni e dalla Magnaghi, dove esistono cellule comuniste in piena attività, che essa si propaga trascinando con sé quella di oltre 60 fabbriche di Milano e provincia.

Lo sciopero ha inizio il 12 dicembre e durerà sette giorni. La disponibilità delle masse alla lotta è enorme. L'inverno rigido, il poco cibo e la poca legna (o carbone) per scaldarsi, portano la gente alla disperazione. Non solo i licenziamenti continuano (sempre a causa della mancanza di materie prime e dei bombardamenti sugli impianti), i salari sono bassi, le tessere annonarie non coprono i fabbisogni quotidiani delle famiglie e i generi di prima necessità si trovano solo al mercato nero a un prezzo proibitivo.

Le fabbriche maggiori di Milano e di Sesto San Giovanni, si mobilitano al completo con Breda, Innocenti, Magnaghi, Ercole Marelli e Magneti Marelli, Olap, Pirelli, Radaelli, Elettromeccanica lombarda e Moto Garelli. Alla Breda sono la I e la V Sezione, composte dalle maestranze più qualificate, a svolgere la funzione di avanguardia di tutto il complesso industriale.

Le fabbriche in sciopero sono fondamentalmente quelle «protette», ossia mobilitate per la produzione bellica - dove i lavoratori vengono “trattati meglio” - ma dove l'antifascismo è anche più compatto. Qui, accanto alle richieste di natura economica, si rivendica la liberazione dei detenuti politici, molti dei quali sono ex membri delle Commissioni Interne.

Le autorità tedesche preoccupate delle ripercussioni delle agitazioni sulla resa della produzione finale, richiamano il Brigadeführer SS generale Paul Zimmermann, “l’incaricato speciale per la repressione degli scioperi”, già noto per aver sedato le agitazioni operaie nel torinese. Il Führer vorrebbe far arrestare qualche migliaio di persone da inviare in Germania.

Lo sciopero nel frattempo ha raggiunto dimensioni preoccupanti, estendendosi a un grande numero di officine siderurgiche e metallurgiche, meccaniche ed elettriche.

Sui lavoratori in sciopero vengono fatte intimidazioni dirette contro singoli operai scelti a caso. Dal 15 al 17 dicembre è un'altalena di minacce, fermi e promesse di miglioramenti salariali e alimentari. I datori di lavoro, quando non si fanno essi stessi responsabili della repressione (garantire la produzione significa per gli industriali continuare a ricevere dalla Germania le materie prime necessarie ed evitare il trasferimento degli impianti fuori dall'Italia), si nascondono dietro le autorità tedesche.

Le misure tedesche si fanno di conseguenza più pesanti: si intensificano gli arresti alla Breda, alla Olap, alla Falck, alla Cge, alla Singer.

Tra gli arrestati vi è anche Bruno Casati.

Ecco cosa racconta Angelo Signorelli nel libro “A Gusen il mio nome è diventato un numero”.

«Di notte la polizia fascista arriva a casa. Ci buttarono letteralmente giù dal letto. Mio fratello voleva cercare di scappare dalla finestra, ma poi non opponemmo resistenza, per evitare conseguenze ai nostri genitori. Ci portarono via in fretta e furia. Poi in caserma dei carabinieri di via Volturno a Monza con altri arrestati, tutti lavoratori presso le grandi industrie di Sesto San Giovanni (Falck e Breda) e di Monza (Singer e Hensemberger). All'alba il rastrellamento degli altri operai che avevano scioperato con noi era finito. C'era gente di Monza e Sesto San Giovanni. Fummo portati in prefettura a Milano e lì, oltre a noi c'erano dipendenti della Falck, della Breda, della Pirelli, della Marelli e di altre ditte. Fummo tutti interrogati senza diritto di replica, accusati di organizzazione e istigazione di scioperi e atti di sabotaggio contro la repubblica fascista. Ci mandarono a dormire al carcere di San Vittore, su un pagliericcio. ... Dopo due giorni fummo trasferiti tutti a Bergamo, in camion. Qui ci trovammo con altri operai rastrellati in giro per l'Italia, che si trovavano già lì da qualche giorno. Eravamo affamatissimi e come cibo ci davano una fetta di pane con del brodo per tutta la giornata».

Anche Bruno Casati viene rinchiuso nel carcere di Sant'Agata, ex monastero e dai primi anni dell' 800 destinato a carcere, situato a Bergamo Alta.

lettera carcere Bergamo r 

Una lettera di Bruno, recante la data 18 febbraio 1944, indirizzata alla zia Maria, sorella della madre, dal carcere di Bergamo, dove si trovava ancora detenuto in attesa di un processo.

 

In quei giorni di febbraio 1944 sui muri di Lissone erano comparsi manifesti recanti le norme di protezione antiaerea.

 

Racconta la sorella Piera, allora quattordicenne:«Con la mia amica Giacomina di sedici anni, quando possibile data la situazione di pericolo, ci recavamo a Bergamo in tram e con la funicolare raggiungevamo il carcere situato nella parte alta della città, portando a mio fratello Bruno del pane fatto in casa dalla nostra mamma». Per entrare nel carcere venivano perquisite, anche se in modo discreto data la loro giovane età.

Sempre in febbraio il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi delle classi 1923, 1924, 1925, minacciando la pena di morte per i renitenti alla leva.

 

Ricorda Piera: «Mio fratello Erino si presentò alla chiamata alle armi con destinazione la città di Gorizia. Appena si presentò l’occasione, fuggì dalla caserma e, dopo varie peripezie, arrivò a Carugate, il paese di nascita di nostra madre, e trovò rifugio presso nostra zia Maria che lo nascose in un casolare di campagna». Da partigiano, Erino assumerà il nome di battaglia “Topo”.  A Lissone, invece, il diciannovenne Gianfranco De Capitani da Vimercate, viene arrestato: finirà i suoi giorni nel lager nazista di Ebensee.

Negli stessi giorni, sulle montagne della Valdossola un gruppo di partigiani muore combattendo contro reparti tedeschi e Brigate Nere: tra di loro il monzese Gianni Citterio.

Mentre procede lentamente l’avanzata delle forze alleate verso Roma, a cui si sono aggregati reparti di soldati italiani, il cosiddetto ”esercito del Sud”, verso la metà di marzo un gruppo di detenuti del carcere di Bergamo si appresta a partire. Tra loro anche Bruno Casati.

 

Dal racconto di Angelo Signorelli: «Il 17 marzo fu il giorno della partenza. Arrivarono anche i miei genitori da Monza ... Incolonnati, scortati da una parte dalle SS e dall'altra dai fascisti, andammo a piedi alla stazione, minacciati e picchiati. Nessuno sapeva né che cosa avevamo fatto, né dove eravamo diretti. Eravamo spaventati. I parenti ci avevano portato viveri e la gente generosa di Bergamo ci regalò fiaschi di vino. Fummo stipati a quaranta alla volta su carri-bestiame. Eravamo totalmente inconsapevoli della nostra sorte. Pensavamo di andare a lavorare da qualche parte. Noi di Monza eravamo fortunati, avevamo delle torte fatte dai nostri familiari e del vino e ci dividemmo tutto. Cercammo di staccare qualche asse di legno per scappare».

 

Racconta Piera: «Durante una sosta, Bruno con altri quattro compagni riesce a fuggire dal treno. Dopo varie peripezie, si unisce ai partigiani che operano nell’alto novarese, in Valsesia e nel Verbano Cusio Ossola, con il nome di battaglia “Matteotti”». 

Bruno fa parte della II Divisione d’Assalto “Garibaldi”, 15a Brigata, Battaglione “Volante Azzurra”  Distaccamento Meneghini (i fratelli Meneghini, Bruno e Gino, erano caduti in Val Strona il 9 maggio 1944). Il comandante del battaglione era Ettore Carinelli, nome di battaglia Ettore.

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Ingrossandosi le fila dei partigiani, il battaglione diventa Brigata “Volante Azzurra” inquadrata sempre nella 2a Divisione d’Assalto Garibaldi.

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Tesserino di riconoscimento di Bruno Casati, membro della Brigata “Volante Azzurra”

 

La “Volante Azzurra”, dislocata nel novarese, operava alle pendici del Mottarone e nel Verbano-Cusio-Ossola.

Il suo principale compito era di effettuare azioni di sabotaggio e di disturbo ai presidi nazifascisti.

Racconta un vecchio partigiano appartenente alla formazione: «Erano dei ragazzi meravigliosi, fra i migliori di quanti ebbi l’onore di avere vicini durante “la stagione migliore della nostra vita”».

Dopo il tradimento del comandante della brigata, “Taras”, (una volta scoperto, fu processato, condannato a morte e quindi fucilato), la “Volante Azzurra” passò pressochè al completo alla 10a Brigata “Rocco”, (Rocco Bellio, partigiano fucilato in Valsesia nell'aprile del 1944), inquadrata nella 2a Divisione Garibaldi “Redi”.

Nel volgere di pochi mesi la formazione garibaldina s'ingrandì con i renitenti ai bandi della Repubblica Sociale Italiana (divenendo la 10a brigata "Rocco") e con l'afflusso di altri battaglioni provenienti dalla Valsesia divenne la 2a Divisione Garibaldi "Redi", nome di battaglia di Gianni Citterio, monzese, caduto a Megolo.

Divisione Redi 

I Garibaldini della 10a Brigata Rocco, operativa dall’estate del 1944, erano stanziati sulle alture che si affacciano al Lago d'Orta, porta dell'Ossola e via d'accesso alla Svizzera per il passo del Sempione.

La 2a Divisione Garibaldi “Redi” fu tra le protagoniste delle grandi battaglie per la liberazione di quella zona, dal luglio all'ottobre del 1944, che ebbero il loro culmine nella creazione della libera Repubblica dell’Ossola.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni. Era un vasto territorio occupato dai partigiani che diventò un vero e proprio Stato con un governo, un esercito e una capitale: Domodossola. Fu un esperimento democratico che stupì il mondo intero perché venne realizzato all’interno di un paese in guerra.

Quando smobilitò, la Divisione era la più forte e numerosa formazione partigiana del Verbano-Cusio-Ossola, comprendo oltre 1500 uomini.

In quei giorni il ventiduenne Bruno Casati conobbe Aldo Aniasi, il comandante Iso, che era salito tra quelle montagne con una “banda di ribelli” dopo l' 8 settembre 1943. Diceva Iso: «Il partigiano  deve attaccare e sottrarsi al combattimento. Organizzare imboscate contando sulla sorpresa. Più che ogni altra attività umana, la guerriglia si impara praticandola». Lui la imparò nell'alta Valsesia. Qualche mese dopo la insegnava già ai più giovani, a quelli che non avevano mai maneggiato un fucile, e agli altri che lo incalzavano per l'ansia di attaccare. Impiegò meno di un anno, per passare da soldato semplice a comandante: alla testa della seconda divisione Redi. Era un capo partigiano stimato e seguito, Aldo Aniasi, intelligente, esperto a soli 23 anni.

Comandanti partigiani Ossola  

Comandanti partigiani dell'Ossola: Aniasi è il primo a sinistra

      Bruno incontrò anche Cino Moscatelli, organizzatore della guerra partigiana in Valsesia. Come commissario politico del raggruppamento Divisioni Garibaldi del Cusio-Verbano-Ossola conquistò presto vasta popolarità, ma soprattutto fama di temibile avversario presso i tedeschi e i fascisti.

Tra i documenti custoditi con cura da Bruno Casati quello recante le firme dei due famosi capi partigiani, Iso e Cino.

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La firma Pippo è di Pippo Coppo, dirigente del Pci clandestino e commissario garibaldino della 2a Divisione “Redi”. 

Per alimentare la Resistenza partigiana sulle montagne, per mantenere i collegamenti tra le varie formazioni, tra “i ribelli” e gli antifascisti locali e i Comitati di Liberazione locali, un ruolo fondamentale fu svolto dalle donne.

Racconta Marta: «L'8 settembre, quando, diciamo, si è sfasciato l'esercito, naturalmente ho scelto questa strada, perché ho capito che questi ragazzi in montagna avevano bisogno anche dell'apporto delle donne. Loro da soli non potevano, perché quelli che erano lassù, in montagna, non potevano naturalmente venire in città, perché sarebbero stati arrestati. Ed allora mi sono decisa a fare la staffetta. Ho cominciato ad andare avanti e indietro, con la mia bicicletta, a portare armi, munizioni, documenti, notizie, medicinali, viveri, secondo quello che poteva servire».

Gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.

 

Piera Casati, sorella di Bruno, giovanissima staffetta partigiana.

Piera, oltre al mantenimento dei contatti tra la sua famiglia e Bruno, quando questi si trovava rinchiuso nel carcere di Bergamo, ebbe un ruolo importante: fu una giovanissima staffetta partigiana.

Il suo compito principale era quello di postina.

 

Racconta Piera: «A casa Irene spesso arrivava una ragazza in bicicletta, le cui generalità, credo per motivi di sicurezza, non erano note a nessuno della nostra famiglia. Lasciava un “fagottino” con l’ordine di recapitarlo a Bruno. Senza aprirlo e senza conoscerne il contenuto, lo legavo in vita sotto i vestiti, e, accompagnata dalla zia Maria di Carugate, dove si nascondeva Erino e dove operavano partigiani delle SAP (Squadre di Azione Patriottica), con mezzi di fortuna, su carretti, furgoni, percorrendo anche dei tratti a piedi tra i vigneti, raggiungevamo Cavaglio d’Agogna, paesino sulle colline novaresi. Qui ci recavamo in una cascina di proprietà di Giovanni Tacca, che era una delle basi di collegamento con i partigiani operanti sulle montagne della zona. A Giovanni consegnavamo il fagottino e trascorrevamo la notte nella cascina». I Tacca erano una di quelle famiglie contadine che hanno avuto un’importante funzione nella Resistenza, prestando con generosità aiuto ai “ribelli”, anche nei momenti di pericolo, a volte mettendo a rischio la propria vita o correndo il rischio di vedersi incendiata la casa dai fascisti o dai tedeschi.

All’indomani, Piera e Maria ripartivano alla volta di Lissone con qualche lettera di Bruno.

           Casa Irene, l’abitazione di Via Trieste della famiglia Casati, è soggetta a frequenti ispezioni da parte dei fascisti. Cercano Bruno ed Erino. Un giorno penetrano di soppiatto nella casa intimando ai presenti di tenere le mani alzate; inutilmente, perquisiscono ogni locale minacciando di fucilare papà Carlo, operaio alla Falk, se non rivela il nascondiglio dei figli.

Nonostante i pericoli, Bruno, dopo la caduta della Repubblica dell’Ossola, decide di venire a Lissone per rivedere i genitori. Dal racconto della sorella Piera: «Bruno arriva di nascosto a casa per trascorre qualche giorno in famiglia. Il suo arrivo a Lissone viene però notato: l’irruzione di alcuni fascisti locali, probabilmente allertati da qualche spia, lo costringono ad allontanarsi rapidamente. Per la fuga precipitosa, lascia una pistola sotto il materasso. Mia mamma, al corrente del nascondiglio, onde evitare spiacevoli conseguenze, si precipita verso il letto dove aveva dormito Bruno, solleva il materasso, prende la pistola e la nasconde nelle mie mutandine». Piera per la paura scoppia in un riso isterico mentre sale rapidamente le scale per raggiungere il gabinetto situato al primo piano.

A Maria Antonietta, figlia di Bruno Casati, sono rimasti impressi nella memoria alcuni episodi della vita da partigiano di papà, come le sono stati da lui raccontati. «Nell’ autunno del 1944, un'imboscata ci sorprese nel sonno e fummo costretti a scappare senza scarpe, solo coi mutandoni di lana attraversando il bosco per raggiungere un torrente che dovemmo traghettare per sfuggire all'agguato». Ricorda Maria Antonietta «Papà non dimenticò mai le spine dei ricci che gli si infilarono nei piedi!».

Prosegue Maria Antonietta: «La paura più grande – mi disse mio padre - la provai quando dovetti attraversare la stazione ferroviaria di Lissone, presidiata dai tedeschi, con uno zaino in spalla in cui vi erano delle armi nascoste sotto qualche pezzo di legna». 

      Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

Le condizioni della popolazione lissonese erano pesanti: freddo, causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere, penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane.

Con l’arrivo della primavera, la fine della guerra si avvicina.

Molti partigiani, tra cui Bruno, scendono dai monti per prepararsi all’insurrezione. Rino e Bruno arrivano a Lissone. Prendono contatti con i membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Scrive Angelo Cerizzi in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese: «Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone notoriamente antifasciste non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa come fra persone in attesa del treno. Le riunioni invece del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, in casa di Volfango (Gaetano Cavina), la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti.

L'attività relativa alla ricerca di armi e per i collegamenti militari veniva affidata dai singoli partiti del CLN ad un loro incaricato che si metteva in contatto con il comandante politico della 119a Brigata Garibaldina nella persona del geometra Riccardo Crippa (Ettore).

Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra tutti i responsabili del movimento clandestino. La delazione ai danni di due patrioti delle SAP portò anche all'arresto di una loro zia la notte del 19 aprile. Furono trovate oltre ad una pistola, una lista di patrioti con i rispettivi incarichi per la imminente insurrezione: furono tutti immediatamente arrestati».

Tra di loro vi erano Bruno ed Erino Casati.

documento carcere Monza mod 

«Tradotti alla Villa Reale di Monza furono divisi per interrogarli. I primi arrestati con la zia furono malmenati, addentati da cani aizzati dagli aguzzini, bastonati per ottenere una confessione. Gli altri subirono pure tormenti e vessazioni. Furono tutti avvertiti che li aspettava la fucilazione in piazza a Muggiò quale rappresaglia per l'uccisione di un sottufficiale tedesco. L'attesa divenne spasimo in quel precipitare di eventi. L'incertezza che in quegli sgherri prevalesse la ferocia all'istinto di conservazione - cioè la fuga - provocava in loro una tortura troppo difficile da descrivere se non da chi la sofferse. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere un altro gruppo di fucilati. La situazione si fece drammatica anche per i componenti del Comitato, che, avvertiti immediatamente dalle informatrici del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese.

Il CLN si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, insediandosi come autorità riconosciuta insieme all'Amministrazione Comunale scaturita dal Comitato stesso, mentre venivano liberati gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale».

           Finita la guerra, Bruno tornò alle sue attività lavorative. Racconta Maria Antonietta: «Papà, però, volle completare i suoi studi prediligendo le materie scientifiche. Diverse furono le occasioni di incontro con i compagni partigiani con i quali aveva vissuto più di quindici mesi e, purtroppo, con i famigliari dei diversi caduti» (152 furono i caduti della 2a Divisione Garibaldi “Redi”). Inoltre, quel profondo legame di stima e di riconoscenza che si era stabilito tra Bruno e la famiglia Tacca si mantenne negli anni. Prosegue Maria Antonietta: «Io e le mie sorelle andavamo spesso con papà a Cavaglio d'Agogna a trovare Maria Tacca, rimasta vedova, e il figlio Eligio. Nostro padre non dimenticò mai l'aiuto che gli aveva prestato, nascondendolo e rifocillandolo, come una madre, in alcuni momenti difficili della vita da partigiano».

 

Diceva un partigiano lissonese che era stato con Bruno Casati in Valdossola: «Certo combattendo volevamo un futuro diverso. Prima di tutto abbiamo lottato per cacciare i tedeschi dal nostro paese e i fascisti che erano i loro servi; poi abbiamo lottato per creare un'Italia democratica».

E un’altro ex partigiano, nel 1964, in occasione di un raduno dei componenti della 2a Divisione Garibaldi “Redi”: «Allora forse eravamo un poco “matti”, tuttavia, malgrado le delusioni, le umiliazioni e le amarezze a causa di un’Italia che volevamo migliore e diversa, penso che tutto sommato “ne é valsa la pena!”. A patto che si vada avanti. Nella direzione indicata dalla Resistenza».

E oggi?

Scrive l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che aveva fatto parte del Corpo Italiano di Liberazione “l’Esercito del Sud” combattendo a fianco degli Alleati: «Dove sono i valori, la passione civile, la fiducia negli ideali che hanno infiammato generazioni di giovani disposti a ogni sacrificio personale? Purtroppo ora mi rendo conto che sto vivendo in un paese ben diverso da quello che avevo sognato in gioventù». Penso che anche il partigiano Bruno Casati sarebbe stato dello stesso parere.

Ho potuto ricostruire alcuni momenti della vita da partigiano di Bruno Casati dalle testimonianze della sorella Piera e della figlia Maria Antonietta. Un ringraziamento particolare anche per aver messo a mia disposizione documenti preziosi, parte dei quali sono inseriti nel testo.

Un ringraziamento va anche a direttori dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli "Cino Moscatelli" e dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola "Piero Fornara" per avermi fornito le informazioni in loro possesso.

                                                                                 Renato Pellizzoni

 

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Cronologia della persecuzione antiebraica in Italia

25 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

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28 ottobre 1922.

I fascisti “marciano su Roma”. Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III incarica Mussolini di formare il nuovo governo.

 

6 aprile 1924.

Vittoria della lista dei fascisti e dei loro alleati alle elezioni per la Camera.

 

3 gennaio 1925.

Mussolini alla Camera si assume la responsabilità dell’assassinio (avvenuto il 10 giugno precedente) del deputato socialista Giacomo Matteotti.

 

novembre 1926.

Varo delle leggi “fascistissime”: scioglimento di tutte le associazioni e i partiti contrari al fascismo, istituzione del confino di polizia per gli oppositori ecc.

                                 

11 febbraio 1929.

Firma dei Patti lateranensi tra Italia e Chiesa cattolica.

 

30 gennaio 1933.

Hitler diventa cancelliere del Reich tedesco. Introduzione della legislazione antiebraica nella Germania nazista.

 

1936-1937.

Il governo fascista del Regno d’Italia, in connessione con la conquista e la colonizzazione dell’Etiopia, approfondisce il razzismo e vara primi provvedimenti di apartheid e di divieto di relazioni tra italiani e popolazioni delle colonie.

 

1937.

Diffusione dell’antiebraismo in Italia, con campagne di stampa e pubblicazioni.

14-15 febbraio 1938.

Il Ministero dell’Interno dispone il censimento della religione professata dai propri dipendenti

 

14 luglio 1938.

Pubblicazione del documento Il fascismo e i problemi della razza. Il testo (talora noto col titolo Manifesto degli scienziati razzisti) fornisce le basi teoriche all’introduzione ufficiale del razzismo.

 

22 agosto 1938.

Censimento speciale nazionale degli ebrei, ad impostazione razzista. Vengono censite 58.412 persone aventi per lo meno un genitore ebreo; di esse, 46.656 sono effettivamente ebree (pari a circa l’1 per mille della popolazione della penisola).

 

1-2 settembre 1938.

Il Consiglio dei ministri approva un primo gruppo di decreti antiebraici. Essi contengono tra l’altro provvedimenti immediati di espulsione degli ebrei dalla scuola e di espulsione della maggior parte degli ebrei stranieri giunti nella penisola dopo il 1918.

 

6 ottobre 1938.

Il Gran consiglio del fascismo approva la Dichiarazione sulla razza. Il testo detta le linee generali della legislazione antiebraica.

 

7-10 novembre 1938.

Il Consiglio dei ministri approva un secondo e più organico gruppo di leggi antiebraiche. Esse tra l’altro contengono la definizione giuridica di “appartenente alla razza ebraica” e dispongono il divieto di matrimonio tra “ariani” e “semiti” o “camiti”; inoltre contengono provvedimenti di espulsione degli ebrei dagli impieghi pubblici e (in forma più completa) dalla scuola, di limitazione del loro diritto di proprietà, ecc.

 

1938-1942.

Espulsione totale degli ebrei dall’esercito; divieto di pubblicazione e rappresentazione di libri, testi, musiche di ebrei; sostanziale espulsione dalle libere professioni; progressiva limitazione delle attività commerciali, degli impieghi presso ditte private, delle iscrizioni nelle liste di collocamento al lavoro.

 

9 febbraio 1940.

Mussolini fa comunicare ufficialmente all’Unione delle comunità israelitiche italiane che tutti gli ebrei italiani dovranno lasciare l’Italia entro pochi anni.

 

10 giugno 1940.

Ingresso dell’Italia in guerra. Internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente “pericolosi” e degli ebrei stranieri cittadini di stati aventi una politica antisemita.

 

maggio 1942.

Istituzione del lavoro obbligatorio per alcune categorie di ebrei italiani.

 

agosto 1942-primavera 1943. Ad autorità governative, e in particolare a Mussolini, pervengono notizie progressivamente sempre più chiare sull’azione di sterminio di ebrei attuata nei territori controllati dall’alleato tedesco.

 

maggio-giugno 1943.

Decisione di istituire nella penisola campi di internamento e lavoro obbligatorio per ebrei italiani abili al lavoro.

 

10 luglio 1943.

Sbarco degli Alleati in Sicilia.

 

15-25 luglio 1943.

Decisione italiana di consegnare alla polizia tedesca gli ebrei tedeschi presenti nella Francia sudorientale occupata dall’Italia; direttiva di trasferimento a Bolzano degli internati (per lo più ebrei stranieri) del campo di Ferramonti di Tarsia in Calabria.

 

25 luglio 1943.

Caduta di Mussolini.

 

estate 1943.

Il nuovo governo guidato da Badoglio blocca l’attuazione delle disposizioni del maggio-luglio precedente, revoca alcune circolari, lasciando tuttavia in vigore tutte le leggi persecutorie.

 

8 settembre 1943.

Annuncio dell’armistizio tra il Regno d'Italia e gli Alleati. Fuga del re e del governo al sud.

 

10 settembre 1943.

Inizio ufficiale dell'occupazione militare tedesca della penisola; nelle regioni di Trieste e Trento i tedeschi istituiscono le Operationszonen Adriatisches Kuestenland e Alpenvorland, assumendovi anche i poteri civili.

 

settembre 1943.

Liberazione dell’Italia meridionale e della Sardegna da parte degli Alleati. Nascita delle prime formazioni partigiane nel centro-nord. Colloqui di Mussolini con responsabili nazisti in Germania.

 

15-16 settembre 1943.

Primo convoglio di deportazione di ebrei arrestati in Italia (da Merano) e primi eccidi di ebrei nella penisola (sulla sponda piemontese del lago Maggiore); entrambi ad opera dei nazisti.

 

23 settembre 1943.

Costituzione di un nuovo governo fascista guidato da Mussolini, che assume l’amministrazione dell’Italia centrale e settentrionale (escluse le Operationszonen). Successivamente il nuovo Stato viene denominato Repubblica sociale italiana (Rsi).

 

23 settembre 1943.

Una disposizione interna della polizia tedesca inserisce ufficialmente gli ebrei di cittadinanza italiana tra quelli immediatamente assoggettabili alla deportazione.

 

16 ottobre 1943.

La polizia tedesca attua a Roma una retata di ebrei, la più consistente dell’intero periodo. Due giorni dopo vengono deportate ad Auschwitz 1023 persone.

 

14 novembre 1943.

Approvazione a Verona del “manifesto programmatico” del nuovo Partito fascista repubblicano, il cui punto 7 stabilisce “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

 

30 novembre 1943.

Diramazione dell’Ordine di polizia n. 5 del Ministero dell’interno della Rsi, decretante l’arresto degli ebrei di tutte le nazionalità, il loro internamento dapprima in campi provinciali e poi in campi nazionali, il sequestro di tutti i loro beni (alcune settimane dopo verrà disposta la trasformazione dei sequestri in confische definitive).

 

dicembre 1943.

Allestimento del campo nazionale di Fossoli, in attuazione dell’ordine del 30 novembre (i primi ebrei vi vennero trasferiti dai campi provinciali a fine mese).

 

4-14 dicembre 1943.

Decisione tedesca di riconoscere alla Rsi il ruolo principale nell'organizzazione e nella gestione degli arresti e dei concentramenti provinciali.

 

5 febbraio 1944.

Il capo della polizia della Rsi ordina a un prefetto (quello di Reggio Emilia) di consegnare ai tedeschi gli ebrei arrestati da italiani. Si tratta del primo ordine esplicito di tal genere oggi conosciuto; pochi giorni dopo il prefetto risponde comunicando il trasferimento degli ebrei a Fossoli.

 

19 e 22 febbraio 1944.

Partenza dei primi convogli di deportazione da Fossoli (per Bergen Belsen e Auschwitz) organizzati dalla polizia tedesca. Il campo di Fossoli si rivela quindi come il punto operativo di cerniera tra Rsi e Terzo Reich per la deportazione.

23 marzo 1944.

Eccidio delle Fosse Ardeatine, a Roma; tra i 335 uccisi vi sono 75 ebrei.

 

4 giugno 1944.

Liberazione di Roma. Avanzata Alleata nell’Italia centrale.

 

fine luglio-inizi agosto 1944.

Chiusura di Fossoli e trasferimento del campo nazionale a Bolzano.

 

24 febbraio 1945.

Ultimo convoglio di deportazione di ebrei dall’Italia (da Trieste per Bergen Belsen).

 

aprile 1945.

Liberazione dell’Italia settentrionale.

 

Questa cronologia è tratta da "La persecuzione degli ebrei durante il fascismo. Le leggi del 1938", Camera dei deputati, Roma 1998, pp. 185-187.

 

Il periodo 1938-1943 è tragico per gli ebrei italiani. Michele Sarfatti nel suo studio certifica che in questi sei anni vengono assoggettate alla persecuzione circa 51.100 persone, cioè poco più dell’1 per mille della popolazione della penisola; i perseguitati sono in parte (circa 46.600) ebrei effettivi e in parte (circa 4500) non-ebrei classificati "di razza ebraica". L’antisemitismo permea la vita del paese in tutti i suoi comparti. In un solo anno, dei 10 mila ebrei stranieri presenti in Italia, 6480 sono costretti a lasciare il Paese. Uno degli epicentri della "pulizia etnica" del fascismo sono le scuole e le Università. Nel giro di poche settimane, 96 professori universitari, 133 assistenti universitari, 279 presidi e professori di scuola media, oltre un centinaio di maestri elementari, oltre 200 liberi docenti, 200 studenti universitari, 1000 delle scuole secondarie e 4400 delle elementari vengono allontanati dagli atenei e dalle scuole pubbliche del regno: una profonda ferita, mai completamente rimarginata, viene inferta alla cultura italiana. Molti illustri docenti sono costretti all’esilio (come Enrico Fermi, che ha una moglie ebrea); altri costretti al silenzio e alla miseria, esclusi da quegli istituti che hanno creato, come Tullio Levi Civita (fisico e matematico), che si vede persino negare l’ingresso alla biblioteca del suo Istituto di Matematica della Università di Roma dal nuovo direttore, Francesco Severi. La stessa tragica sorte subiscono 400 dipendenti pubblici, 500 dipendenti privati, 150 militari e 2500 professionisti, che perdono i loro posti di lavoro e vengono ricacciati nel nulla, senza possibilità non solo di proseguire la loro carriera, ma spesso anche di sopravvivere. Gli episodi di violenza fisica da parte fascista sono per fortuna contenuti (qualche incidente si verifica solo a Roma, Trieste, Ferrara, Ancona e Livorno)

Gli ebrei come reagiscono? Quelli che hanno la possibilità, emigrano: i più verso le Americhe, molti in Palestina (alla data del 28 ottobre 1941 risultano aver lasciato il regno 5966 ebrei di nazionalità italiana). L’1 per mille dei perseguitati si suicida. Il caso più drammatico è quello di Angelo Fortunato Formiggini, giornalista, editore, fra i primi a rendersi conto della pericolosità del fascimo. Si registrano anche molte abiure e pubbliche dissociazioni (3880 casi tra il 1938 e il 1939) ed anche qualche "arianizzazione", ottenuta col presentare documenti falsi e forti somme di denaro. Sono invece pochi quelli che fanno valere una legge, emanata ad hoc, secondo la quale era da considerarsi "ariano" l’ebreo che dimostrava di essere figlio di un adulterio. Gli altri si adattano a vivere come possono, si organizzano in seno alle stesse Comunità e continuano, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d’oltralpe che dall’avvento di Hitler al potere continuano ad affluire numerosi in Italia (tra il ’38 e il ’41, nonostante i divieti e le leggi razziali, ne arrivano almeno 3mila, anche grazie alla compiacenza delle guardie di frontiera).

Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, è autorizzato dal governo a creare un’organizzazione per assistere i rifugiati ebrei giunti in Italia da altre parti d’Europa. Conosciuta come Delasem, il nome per esteso di questa organizzazione era Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei. Tra il 1939 e il 1943 la Delasem aiuta oltre cinquemila rifugiati ebrei a lasciare l’Italia e raggiungere Paesi neutrali, salvando loro la vita.

 

II guerra mondiale, la persecuzione si aggrava

La politica razziale del fascismo dovrebbe concludersi con l’allontanamento di tutti gli ebrei dalla penisola. Mussolini decide nel settembre 1938 l’espulsione della maggioranza degli ebrei stranieri e nel febbraio 1940 l’espulsione entro dieci anni degli ebrei italiani. L’ingresso dell’Italia in guerra il 10 giugno 1940 blocca l’attuazione di queste decisioni.

Con la guerra, però, il fascismo aggrava la persecuzione dei diritti, istituendo nel giugno 1940 l’internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente pericolosi (per il regime) e degli ebrei stranieri i cui paesi avevano una politica antiebraica. Nel ’40 gli ebrei italiani internati o confinati sono 200 (tra essi, vi è Leone Ginzburg con la moglie Natalia); nel ’43 raggiungeranno il migliaio. Il numero degli ebrei stranieri internati è di gran lunga più alto, anche se mancano dati precisi al riguardo.

Campi di concentramento vengono aperti in ogni parte d’Italia. I più importanti sono quelli di Campagna e di Ferramonti. De Felice nel suo libro "Storia degli ebrei sotto il fascismo", parla di oltre 400 tra luoghi di confino e campi di internamento, ma non è stato ancora fatto un censimento attendibile. Ebrei vengono rinchiusi anche nelle prigioni delle maggiori città italiane, San Vittore a Milano, Marassi a Genova e Regina Coeli a Roma.

Non è finita. Nel maggio 1942 gli israeliti di età compresa tra i 18 e i 55 anni sono precettati in servizi di lavoro forzato(ma su 11.806 precettati, ne saranno avviati al lavoro solo 2038). Nel maggio-giugno 1943 vengono creati dei veri e propri campi di internamento e lavoro forzato per gli ebrei italiani.

Soltanto all’Estero, la situazione è visibilmente migliore: in Francia, Jugoslavia e Grecia, i comandi italiani intervengono spesso a difesa degli ebrei e sottraggono molti di loro ai tedeschi, salvandoli dalla persecuzione e dalle deportazioni. Scriverà in un rapporto a Berlino un alto ufficiale delle SS, Roethke: "La zona di influenza italiana (…) è divenuta la Terra Promessa per gli Ebrei residenti in Francia".

Il 25 luglio del '43 viene destituito Mussolini e sciolto il partito fascista. Il governo Badoglio rilascia i prigionieri ebrei, abroga le norme che prevedono il lavoro obbligatorio e i campi di internamento ma – nonostante la sollecitazione dei partiti antifascisti - lascia in vigore le leggi razziali, che non sono revocate neppure dal Re. Badoglio scriverà nelle sue memorie che "non era possibile, in quel momento, addivenire ad una palese abrogazione delle leggi razziali, senza porsi in violento urto coi tedeschi". Un comodo alibi. Forse qualche peso nella decisione ha anche la nota della Santa Sede al Ministro dell’Interno badogliano secondo cui la legislazione in questione "ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma".

 

1943, l'occupazione tedesca, la Rsi e le deportazioni

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Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, gli ebrei rifugiati al Sud tirano un sospiro di sollievo. La persecuzione è finita e il Governo Badoglio prende atto delle richieste degli Alleati. L’articolo 31 del cosiddetto armistizio lungo è chiaro al riguardo: "Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinioni politiche saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate". E infatti il 24 novembre del ’43 il consiglio dei ministri comincia ad abrogare le leggi razziali.

Nel centro-nord occupato dai tedeschi, invece, la situazione degli ebrei si aggrava ulteriormente. Già il 15-16 settembre 1943 i nazisti arrestano e deportano 22 ebrei di Merano, e negli stessi giorni rapinano e uccidono quasi 50 ebrei sulla sponda piemontese del lago Maggiore, a Meina, Baveno, Arona. Il 23 settembre il RSHA, la centrale di polizia tedesca che gestiva la politica antiebraica, comunica che gli ebrei di cittadinanza italiana sono divenuti immediatamente assoggettabili alle "misure" in vigore per gli altri ebrei europei. La prima retata delle SS è quella del 16 ottobre 1943 a Roma: quel sabato vengono rastrellati 1259 ebrei; due giorni dopo 1023 di essi vengono deportati ad Auschwitz (tra di essi vi è anche un bambino nato dopo l’arresto della madre); di questi deportati, solo 17 sopravviveranno.

La neonata Repubblica di Salò non è più tenera del fascismo con gli ebrei, anzi. La Carta di Verona del 14 novembre 1943 - il manifesto politico della Rsi - risolve il problema degli ebrei italiani nel capitolo settimo, affermando che tutti i membri della razza ebraica sono "stranieri e parte di una nazione nemica". L’Ordine di Polizia numero 5, emanato il 30 novembre 1943 e trasmesso il giorno seguente alla radio, annuncia che tutti gli ebrei saranno inviati ai campi di concentramento, fatta eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant’anni. Tutte le proprietà ebraiche nella Repubblica di Salò saranno sequestrate e assegnate alle vittime dei bombardamenti alleati. Una legge del 4 gennaio 1944 trasforma i sequestri in confische (alla data di Liberazione il numero dei decreti di confisca sarà di circa 8mila; la Rsi si approprierà di terreni, fabbricati, aziende, titoli, mobili, preziosi, merci di famiglie ebraiche pari a oltre 2 miliardi di lire).

Già il 1° dicembre le autorità italiane cominciano ad arrestare gli ebrei e a internarli in campi provinciali; alla fine di quel mese iniziano a trasferirli nel campo nazionale di Fossoli, nel comune di Carpi, in provincia di Modena. Nella "caccia agli ebrei", i più accaniti sono i fascisti delle bande autonome, la banda Carità a Firenze, la banda Kock a Roma e poi a Milano, la legione Muti, e la Guardia nazionale repubblicana, le Brigate Nere, le SS italiane. Ma si macchiano di complicità con i nazisti pure le prefetture, la polizia e i carabinieri (alcune prefetture e comandi – scrive De Felice – ci mettono "uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità"). E’ un fatto ormai accertato che i 4210 ebrei deportati dopo l’Ordine n. 5, siano stati arrestati quasi tutti dalle autorità italiane. Una "caccia" che durerà fino alla fine: il 25 aprile del 45, un gruppo di militi fascisti in fuga verso la Francia, si ferma a Cuneo per prelevare sei ebrei stranieri e li uccide, gettando i loro corpi sotto un ponte.

L’8 febbraio del 1944 il campo di Fossoli passa sotto il comando tedesco e il comandante italiano del campo, che pure aveva assicurato più volte che non avrebbe mai consegnato i suoi prigionieri ai nazisti, all’atto pratico non mantiene le sue promesse. A Fossoli si realizza – come ha scritto Sarfatti – "la saldatura tra le politiche antiebraiche italiane e tedesca". Dal campo modenese, infatti, gli ebrei catturati dalle autorità italiane vengono inviati nei lager dell’Europa orientale. E che in quei luoghi gli ebrei non vadano in gita ma vengano uccisi, Mussolini lo sa almeno dal febbraio del ‘43, quando aveva ricevuto un rapporto segreto di Ciano sulle deportazioni e le "esecuzioni in massa degli ebrei" in Germania.

Il 15 marzo del ’44 Mussolini compie un ulteriore grave passo: istituisce un Ufficio per la razza, alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, e vi pone a capo il super-razzista Giovanni Preziosi che sostiene apertamente che il "primo compito" della Rsi è "quello di eliminare gli ebrei". Preziosi si adopera per inviare nei campi di concentramento non solo gli ebrei puri, ma anche i cittadini di "origine mista", e per confiscare i beni anche degli ebrei "arianizzati".

Prima dell’arrivo delle forze alleate, gli ebrei vengono trasferiti nel campo di Bolzano-Gries, luogo noto per le torture e gli assassinii. Dalla Risiera di San Sabba a Trieste un numero alto di ebrei viene indirizzato a morte sicura e lo stesso destino incontrano 1805 ebrei di Rodi e Kos. Le SS e la milizia fascista catturano e giustiziano sommariamente più di duecento ebrei (77 vengono fucilati alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo, insieme a molti partigiani). In questo sono aiutati da due collaboratori ebrei - a Roma e Trieste - che identificano i correligionari e li consegnano ai loro carnefici.

Per fortuna la persecuzione degli ebrei trova scarso consenso nel popolo italiano, salvo poche eccezioni; molti, pur consci del pericolo cui si espongono, salvano la vita a ebrei italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case; i partigiani accompagnano alla frontiera svizzera vecchi e bambini, e li mettono in salvo. Tra tutti, spiccano gli atti di eroismo di Giorgio Perlasca e del questore di Fiume Giovanni Palatucci (poi morto a Dachau). Anche la Chiesa Cattolica interviene in modo deciso. Molti ebrei trovano rifugio e salvezza nei monasteri o nelle parrocchie (solo a Roma il Vaticano aiuta oltre 4 mila ebrei).

 

Le cifre della deportazione in Italia

Quante vittime ha fatto la deportazione degli ebrei in Italia? Liliana Picciotto Fargion nell'aggiornamento del "Libro della Memoria" (Mursia) riscrive le cifre. Gli ebrei arrestati e deportati nel nostro Paese furono 6807; gli arrestati e morti in Italia, 322; gli arrestati e scampati in Italia, 451. Esclusi quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono 5791. Ovvero circa il 20 per cento della popolazione ebraica italiana ( tra i rabbini-capo la percentuale sale al 43 per cento). A questi vanno aggiunte 950 persone che non si è riusciti a identificare e che quindi non sono classificabili.

Ci sono novità anche sul meccanismo della persecuzione. La Picciotto è convinta, sulla base delle circolari che i nazisti inviavano alle autorità italiane, che tra i ministeri degli Interni tedesco e della Rsi ci fosse un accordo preciso: gli italiani avrebbero pensato alle ricerche domiciliari, agli arresti e alla traduzione nei campi di transito (in particolare quello di Fossoli); i tedeschi alla deportazione nei campi di sterminio. "Manca il documento- precisa - ma i sospetti sono oramai quasi realtà".

Chi si salvò? Secondo i calcoli di Michele Sarfatti, i perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città. Circa 2000 ebrei, tra i quali Enzo e Emilio Sereni, Vittorio Foa, Carlo Levi, Primo Levi, Umberto Terracini e Leo Valiani, parteciparono attivamente alla Resistenza (1000 inquadrati come partigiani e 1000 in veste di "patrioti"), pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana. Una percentuale di gran lunga superiore a quella degli italiani nel loro complesso. Circa 100 ebrei caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi nella penisola o in deportazione; cinque furono insigniti di medaglia d’oro alla memoria. Fra i caduti, vanno ricordati il bolognese Franco Cesana, il più giovane partigiano d’Italia, il torinese Emanuele Artom, i triestini Eugenio Curiel e Rita Rosani, il milanese Eugenio Colorni, il toscano Eugenio Calò, gli emiliani Mario Finzi e Mario Jacchia, e l’intellettuale Leone Ginzburg. Un alto contributo al ritorno della libertà e della democrazia in Italia.

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Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

 

Come è potuto accadere che la minoranza ebraica italiana, profondamente radicata nella storia del Paese, protagonista del Risorgimento e integrata nella vita civile e produttiva, abbia subito la bufera razziale per sette lunghi anni?

La persecuzione degli ebrei in Italia ebbe ufficialmente inizio nel settembre del 1938 quando, dopo una virulenta campagna di propaganda sui giornali, il regime fascista introdusse l'antisemitismo nell'ordinamento giuridico italiano, promulgando le cosiddette leggi razziali.

Corriere nov 1938 leggi razziali

Un sopravvissuto Nedo Fiano ha così sintetizzato: «Gli italiani parlano con disinvoltura delle colpe naziste e non parlano delle colpe italiane. Vogliono l'assoluzione. Invece devono accettare quella che è una responsabilità storica inoppugnabile. Io sono stato denunciato da italiani, imprigionato da italiani, messo in un campo di italiani e poi consegnato ai tedeschi per andare a morire».

La verità è che l'Italia e gli italiani intrapresero autonomamente la persecuzione degli ebrei e la portarono avanti con sistematicità, determinazione ed efficacia.

 La campagna di propaganda antisemita e i primi provvedimenti di discriminazione razziale

Negli anni Trenta in Italia risiedevano tra i 40 e i 50 mila ebrei italiani e, alla vigilia dell'emanazione delle leggi razziali, circa 10 mila ebrei stranieri profughi dalla Germania (almeno un terzo) e dall'Europa centro-orientale. La loro presenza, limitata a meno dell'1 per mille della popolazione complessiva, era concentrata quasi esclusivamente nelle grandi città dell'Italia centro-settentrionale. Le maggiori comunità erano quelle di Trieste, Livorno, Roma, Milano, Venezia, Torino, Ancona, Firenze, Genova e Ferrara e i loro esponenti erano per lo più molto assimilati e ben integrati nel tessuto sociale, senza che questo processo avesse dato storicamente vita a particolari tensioni o resistenze. Un gran numero di ebrei, oltre che al Risorgimento, aveva preso parte alle guerre coloniali e alla Prima guerra mondiale.

Frequenti e numerosi erano i matrimoni misti.

L'atteggiamento degli ebrei fu in tutto e per tutto simile a quello degli altri italiani: in taluni casi di consenso e adesione convinta, in altri di partecipazione per necessità, opportunismo e quieto vivere, in altri ancora di ferma opposizione.

Il 1938 fu un anno cruciale per gli ebrei di tutta Europa: Alla sua vigilia solo la Germania nazista aveva una legislazione antiebraica, mentre nell'estate del 1939 le misure persecutorie antisemite erano entrate nell'ordinamento giuridico di molti paesi: Italia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Polonia, oltre all'Austria annessa alla Germania.

In Italia le leggi razziali furono varate in settembre, anticipate da una campagna di propaganda antisemita sui giornali.

Grande risalto venne dato anche alle posizioni filo-inglesi del sionismo internazionale, insinuando il sospetto che gli ebrei fossero portatori di antipatriottismo e antifascismo.

Uno dei primi atti formali del l'antisemitismo di Stato italiano fu l'Informazione diplomatica n. 14 del 16 febbraio 1938, che introdusse un pericoloso ragionamento: «Il Governo fascista si riserva [ ... ] di vegliare sull'attività degli ebrei di recente giunti nel nostro paese e di fare in maniera che la parte degli ebrei nella vita d'insieme della Nazione non sia sproporzionata ai meriti intrinsechi individuali ed all'importanza numerica della loro comunità».

Il 14 luglio sul «Il Giornale d'Italia» e il giorno seguente sugli altri giornali, fu pubblicato il documento non firmato intitolato Il fascismo e i problemi della razza, meglio noto come Manifesto della razza, presentato come opera di un gruppo di studiosi sotto l'egida del Minculpop.

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Era composto da dieci punti e il nono, dedicato agli ebrei, sottolineava che essi «non appartengono alla razza italiana» e «rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto agli elementi che hanno dato origine agli italiani».

«Quella affermazione teorica di principio fu la prima comunicazione ufficiale dell'avvenuta svolta antisemita da parte del regime.

Subito dopo il ministero dell'Interno ufficializzò la trasformazione dell'Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), che seguì tutta la fase di gestazione e produzione della normativa antisemita. Contemporaneamente fu avviato anche un censimento di stampo razzista al fine di schedare gli ebrei.

Seguirono le leggi razziali vere e proprie. Il regio decreto legge del 7 settembre 1938 n. 1381, intitolato Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri, stabilì il divieto per questi ultimi di fissare dimora in Italia, la revoca della cittadinanza italiana a coloro che l'avevano ottenuta dopo il 10 gennaio 1919 e l'espulsione entro sei mesi.

Il regio decreto legge del 5 settembre 1938 n. 1390, intitolato Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola italiana, sancì l'esclusione degli ebrei dall'insegnamento e dalla frequentazione delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado (solo successivamente venne consentito agli esclusi di frequentare apposite sezioni speciali o scuole create dalle Comunità, assumendo gli insegnanti dispensati dall'incarico, mentre agli studenti universitari già iscritti all'anno accademico 1937-38 non fuori corso, anche se stranieri, fu data la possibilità di completare gli studi).

La STAMPA 3 settembre 1938

Un mese più tardi il quadro generale della persecuzione razziale fu ulteriormente delineato quando, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, il Gran consiglio del fascismo approvò la Dichiarazione sulla razza. Il suo impatto fu devastante per gli ebrei, poiché preannunciò l'espulsione dal Pnf, il divieto di matrimonio misto, il divieto di prestare servizio militare, l'allontanamento dagli impieghi pubblici, il divieto di possedere o dirigere aziende di una certa dimensione e più di cinquanta ettari di terreno e una speciale regolamentazione per l'accesso alle professioni.

gli ebrei non possono

Le disposizioni del Gran consiglio trovarono una prima sistematizzazione nel decreto legge del 17 novembre 1938 n.1728, convertito in legge il 5 gennaio 1939, col titolo Provvedimenti per la difesa della razza italiana (licenziamento da tutti gli impieghi pubblici e assimilati).

Gli allontanamenti dal lavoro riguardarono anche i militari, che furono posti in congedo assoluto.

Gli ebrei furono di fatto estromessi da innumerevoli attività: medico, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, commercialista, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale. L'esclusione riguardò pure gli enti operanti nel teatro, nella musica, nel cinema e nella radio.

Pittori e scultori vennero esclusi dalle mostre, le case editrici cessarono di pubblicare opere di autori ebrei (alcuni riuscirono a pubblicare sotto falso nome), la stampa periodica ebraica fu cancellata e agli ebrei fu perfino vietato di aderire ad associazioni culturali e ricreative, di partecipare a competizioni sportive e di entrare nelle biblioteche. Solo i senatori ebrei, di nomina regia, rimasero in carica.

Di particolare efficacia fu la pulizia etnica nelle scuole e nelle Università, dove l'espulsione coinvolse studenti, direttori e maestri di scuola elementare, presidi e professori, docenti universitari, assistenti e lettori, membri di accademie e società scientifiche, mentre molti libri furono messi al bando.

Parallelamente alla persecuzione, infatti, ebbe inizio la spoliazione dei beni e il regio decreto legge del 9 febbraio 1939 n. 126 stabilì le modalità per l'alienazione dei beni eccedenti rispetto ai limiti imposti, creando un apposito Ente di gestione e liquidazione immobiliare (Egeli).

 

Gli ebrei sotto le leggi razziali

Gli ebrei italiani accolsero con sorpresa ed incredulità l'emanazione delle leggi razziali.

La grande maggioranza degli ebrei rimase fino all'ultimo momento convinta che il regime fascista non avrebbe intrapreso la strada della discriminazione e della persecuzione, o quantomeno che il re sarebbe intervenuto a mitigarne le conseguenze, anche alla luce della profonda integrazione che contraddistingueva gli ebrei italiani e della loro attiva partecipazione al Risorgimento, alla Prima guerra mondiale e alle guerre coloniali.

Solo pochi intellettuali, osservatori attenti della realtà internazionale, molti dei quali antifascisti, ebbero una certa consapevolezza della minaccia incombente.

La consapevolezza del pericolo imminente andò via via crescendo e diffondendosi nel corso dell'estate 1938, fino al concreto avvento del «Razzismo in Italia» e alla decisione mussoliniana di «scimmieggiare la Germania».

Quando le leggi razziali furono emanate, la realtà della persecuzione, ben diversa dalle previsioni, dalle aspettative e dalle ingenue illusioni della vigilia, si palesò in tutta la sua gravità e drammaticità. I sentimenti predominanti furono lo sbigottimento e il senso di stordimento, causati dal fatto improvviso di dover abbandonare da un giorno all'altro abitudini, progetti, identità, vanificando anni di studio e di lavoro e vedendo a rischio la stessa sopravvivenza economica.

Ha ricordato Rita Levi Montalcini: «Mi sembrò, non esagero, di aver perso ogni possibilità di vita».

L'atteggiamento remissivo della maggioranza degli ebrei fu dovuto in buona parte alla rassegnazione e alla consapevolezza dell'impossibilità di fare altro.

Fino all'armistizio dell'8 settembre 1943 - quando la posta in gioco divenne la vita - la maggior parte degli ebrei continuò a perseguire la linea di condotta degli anni e dei mesi precedenti, tesa a dimostrare di essere buoni patrioti e in molti casi anche buoni fascisti.

Fonte di preoccupazione e panico furono anche le misure sulla revoca della cittadinanza e sull'espulsione degli stranieri, per molti dei quali il provvedimento significava dover rientrare nei paesi dai quali erano fuggiti per scampare alle persecuzioni e alle violenze, specie la Germania.

Un'altra conseguenza dell'introduzione dell'antisemitismo di Stato fu l'allontanamento volontario dalla religione e dalle comunità.

Tra il 1938 e il 1943 si ebbero numerose abiure e dissociazioni da parte di ebrei italiani.

Di contro vi furono anche espressioni di resistenza. Tra coloro che abbandonarono la religione e la comunità vi furono diversi fascisti convinti, che tentarono, vanamente, di dimostrare in questo modo la loro presa di distanza da un gruppo ritenuto nemico dell'Italia.

Per gli ebrei fascisti le leggi razziali furono accompagnate anche dal dolore e dalla delusione di vedersi respinti dal movimento e dal regime in cui avevano a lungo creduto.

Le leggi razziali, di contro, ebbero come effetto anche quello di rafforzare il senso di appartenenza degli ebrei alle comunità e la necessità di organizzare in modo autonomo alcuni servizi, a partire dal problema più importante, come quello delle scuole, poiché nel giro di poche settimane andavano reperiti e allestiti i locali, censiti gli alunni, assunti gli insegnanti, il tutto con la sola forza dell'autofinanziamento. Vennero create ventidue scuole elementari e tredici medie, che consentirono di far proseguire gli studi ai giovani e ai bambini cacciati dagli istituti pubblici.

Infine, alcuni ebrei reagirono all'umiliazione e allo sconvolgimento sociale, professionale ed economico causato dalle leggi razziali in modo ancora più estremo, con il suicidio. Furono una trentina coloro che si tolsero la vita a causa della persecuzione - per lo più stranieri o uomini di mezza età, che videro stroncate le loro carriere e impossibile provvedere all'avvenire dei propri figli - metà dei quali entro il giugno del 1939 e l'altra metà entro il luglio del 1943.

 

La scelta di emigrare all’estero

Di fronte al dramma dell'improvvisa estromissione dal tessuto sociale, economico, professionale e dai legami umani spesso consolidati da generazioni, tra la fine del 1938 e lo scoppio della guerra molti ebrei decisero di lasciare l'Italia, non senza dolore e incertezza, dopo essere riusciti a superare innumerevoli difficoltà per ottenere i passaporti e i visti d'ingresso ed essersi garantiti un minimo punto d'appoggio all'estero.

Questa scelta fu dettata da motivazioni diverse, la ricerca della libertà e della dignità, il desiderio di dare ai propri figli la possibilità di studiare e di frequentare l'università, la volontà di non abbandonare l'esercizio delle proprie attività e professioni.

In alcuni casi la reazione alla persecuzione si saldò con gli ideali del sionismo.

L'emigrazione in realtà fu un effetto voluto dal regime fascista. Nel febbraio del 1940, infatti, Mussolini comunicò a Dante Almansi, da poco presidente dell'Unione, che gli ebrei italiani avrebbero dovuto lasciare gradualmente ma definitivamente la penisola e solo lo scoppio della guerra rese inattuabile questo piano.

Stando ai dati registrati dalle Comunità, tra il 1938 e il 1941 dall'Italia emigrarono circa 6000 ebrei, di cui la metà italiani. Considerando che il fenomeno coinvolse prevalentemente gli
esponenti dei ceti più agiati, i giovani in cerca di un futuro migliore e gli intellettuali in fuga dalla morte civile determinata dai provvedimenti razziali, l'effetto dell'emigrazione fu innanzitutto quello di una fuga di cervelli che coinvolse professori, accademici, scienziati e personalità tra le più in vista dell'Italia di quegli anni (come i docenti Emilio Segre e Salvador Luria e gli studenti Franco Modigliani e Rita Levi Montalcini, in seguito insigniti di Premio Nobel). Le mete di questo flusso migratorio, oltre che la Palestina, furono l'America Latina, l'Australia e l'America del Nord (gli Usa accolsero circa un terzo dei fuoriusciti) e, in Europa, l'Inghilterra e la Francia.

 

La Seconda guerra mondiale e l'internamento degli ebrei

L'ingresso dell'Italia in guerra aggravò ulteriormente la posizione degli ebrei. La propaganda antisemita si arricchì di nuovi temi, come la responsabilità dell'Internazionale ebraica nello scatenamento del conflitto e la sua influenza negativa sulle scelte politiche dei paesi nemici. Ben presto gli ebrei divennero anche il capro espiatorio delle mancate vittorie lampo e furono accusati di disfattismo e mancata partecipazione allo sforzo bellico. In questo contesto si ebbero i primi episodi di violenza di un certo rilievo, come la diffusione di manifesti e volantini, alcune aggressioni in luoghi pubblici, il tentativo di incendiare la sinagoga di Torino, la profanazione e distruzione di quelle di Trieste, Ferrara, Spalato e, dopo l'armistizio, Alessandria.

Germania sinagoga distrutta

Per gli ebrei, però, l'unica conseguenza della guerra fu un nuovo giro di vite nella persecuzione. Il regime, infatti, decise l'internamento degli ebrei stranieri o apolidi e degli ebrei italiani ritenuti pericolosi.

Per effetto di questa decisione furono internati oltre 6000 ebrei stranieri e circa 400 ebrei italiani, pari al 10 per cento dei connazionali assoggettati a questa misura. Il momento dell'arresto - spesso avvenuto nelle prime ore dopo la dichiarazione di guerra - fu particolarmente umiliante per il ricorso alle manette e alle catene e fu seguito da un periodo di reclusione di qualche settimana nelle carceri, a stretto contatto con i delinquenti comuni, in attesa di essere destinati ad un campo di internamento sempre sotto «la scorta dei carabinieri».

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L'internamento fu di due tipi, in base alla presunta pericolosità: l'internamento libero o in località, che consisteva nell'obbligo di residenza in determinate località, come per il confino, e l'internamento in campi di concentramento, che consisteva nella reclusione in apposite strutture riadattate e in qualche caso in veri e propri campi con baracche. Nel settembre del 1940 esistevano una quindicina di campi di concentramento dove erano presenti gli ebrei, assieme ad altre categorie di internati, ma ben presto il numero dei campi arrivò ad una cinquantina, localizzati per lo più nell' area centro-meridionale della penisola, più oltre un centinaio di località di internamento libero che, tra il 1942 e il 1943, a seguito del pericolo di uno sbarco alleato nel sud del paese, vennero individuate soprattutto nelle province del centro-nord. I campi vennero allestiti in strutture disabitate - fabbriche, magazzini, mulini, ex conventi, scuole, cinema, ville di campagna e così via - prese in affitto dallo Stato e sottoposte a rapidi e superficiali interventi di ristrutturazione e disinfestazione, arredate per lo più con mobilio disponibile nei magazzini dell' esercito.

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I campi più importanti furono quello calabrese di Ferramonti Tarsia e quello campano di Campagna. Questa circostanza si rivelò fortunata poiché dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e lo sbarco a Salerno degli Alleati i circa 200-400 ebrei italiani e i 2200 ebrei stranieri internati in questi campi e nelle altre località del meridione furono liberati dagli anglo-americani, evitando il rischio di finire nelle mani dei nazisti.

Laddove non sopraggiunse la liberazione ad opera degli Alleati, invece, i campi d'internamento si trasformarono in agevoli anticamere della deportazione e della morte, come nel caso di Urbisaglia (Macerata).

Non mancarono le sofferenze e le difficoltà connesse alla carenza di cibo, alla durezza dei luoghi, alla precarietà degli alloggi, al sovraffollamento delle strutture, alla condivisione forzata degli spazi e del tempo con persone sconosciute delle più diverse condizioni sociali, oltre ovviamente alla privazione della libertà e alla spersonalizzazione tipica di ogni lager.

Per gli stranieri si aggiunse il timore costante di essere rimpatriati o consegnati ai nazisti e l'impossibilità di chiedere aiuto e conforto ad amici e parenti.

Parallelamente ai provvedimenti d'internamento proseguì anche il crescendo di disposizioni normative discriminatorie e vessatorie nei confronti degli ebrei, nel solco della legislazione avviata nel 1938. Nel febbraio 1942 il ministero delle Corporazioni ordinò ad aziende e uffici di collocamento di favorire sempre l'occupazione dei «lavoratori di razza ariana», sia in caso di assunzioni, sia in caso di licenziamenti, e due mesi più tardi fu vietato agli ebrei di lavorare nei cantieri navali e negli stabilimenti «ausiliari alla difesa della nazione». Ne conseguì l'espulsione di molti ebrei da fabbriche e imprese private.

Il 6 maggio 1942, una circolare della Demorazza ai prefetti stabiliva la precettazione a scopo di lavoro degli ebrei di età compresa tra i diciotto e i cinquantacinque anni.

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L'Italia nel «cono d'ombra» della shoah.

La caduta del fascismo e la nomina di un nuovo esecutivo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio venne accolta con gioia dagli ebrei, in Italia e all'estero.

Ben presto, però, alla «profonda emozione» subentrarono «i timori e la delusione di molti».

Infatti, nei 45 giorni che precedettero l'8 settembre, il nuovo governo Badoglio non abrogò le leggi razziali, nonostante le sollecitazioni in tal senso da parte dei partiti antifascisti, limitandosi a cancellare le sole norme sul lavoro obbligatorio e sull'internamento dei civili italiani accusati per motivi politici (27 luglio), mentre la liberazione degli stranieri sudditi di stati nemici fu decretata solo dopo l'armistizio (10 settembre). L'intera legislazione razziale fascista fu cancellata solo a fine anno, in applicazione del testo (lungo) di armistizio predisposto dagli Alleati che all'articolo 31 stabiliva espressamente l'abrogazione di «tutte le leggi italiane che implicano discriminazione di razza, colore, fede ed opinioni politiche». Ma molte disposizioni prese in via amministrativa furono cancellate addirittura nel dopoguerra.

La scelta di indifferenza verso la legislazione razziale che fu dettata anche dalla massiccia presenza di forze armate tedesche sul territorio nazionale e dall'inevitabile ambiguità con cui fu gestito l'armistizio, ebbe conseguenze gravissime e si rivelò di fatto un favoreggiamento al successivo sterminio degli ebrei italiani. Al di là dell' adozione o meno di provvedimenti formali, il mancato smantellamento della macchina della persecuzione razziale e la mancata distruzione degli elenchi compilati a partire dal 1938 e depositati presso gli archivi prefettizi (completi di ogni indicazione, compresi gli indirizzi), rese più facile ai nazisti procedere all'individuazione, alla cattura e alla deportazione degli ebrei nell'Italia occupata.

L'armistizio dell' 8 settembre 1943 e la successiva occupazione militare tedesca segnarono quindi l'ingresso ufficiale dell'Italia centro-settentrionale nel cono d'ombra della shoah e il passaggio dalla persecuzione dei diritti a quella delle vite degli ebrei. Le autorità naziste, infatti, estesero immediatamente la «soluzione finale» - l'arresto, la deportazione e lo sterminio sistematico degli ebrei - al territorio italiano e il governo, gli uffici, le forze armate e di pubblica sicurezza della Rsi collaborarono in modo attivo e autonomo a quest'opera di morte.

Gli. ebrei, dal canto loro, furono colti di sorpresa e rimasero per lo più inermi di fronte al precipitare della situazione.

Gli ebrei in Italia, pur avendo già sospetti e notizie certe su ciò che i tedeschi stavano facendo ai loro correligionari nel resto d'Europa, non corsero quindi per tempo ai ripari e ciò avvenne essenzialmente per tre motivi: l'erronea convinzione, già smentita nel 1938, che in Italia non sarebbero mai potuti avvenire gli eccessi di cui era giunta voce dalla Germania, dalla Polonia e dalla Russia; l'oggettiva impossibilità di fuggire all'estero per via della guerra che aveva chiuso le frontiere; la completa deresponsabilizzazione del governo Badoglio, che abbandonò gli ebrei italiani e stranieri a se stessi e non tenne in alcun conto la criticità della loro posizione nel corso della gestione, peraltro nel complesso disastrosa, dell' armistizio.

 

I primi eccidi e le grandi retate

La politica (e la pratica) di sterminio sistematico degli ebrei in Italia prese il via nelle ore successive all'annuncio dell'armistizio e proseguì senza soluzione di continuità fino ai giorni della sconfitta militare del nazifascismo, nell'aprile del 1945. Essa si sviluppò in linea generale secondo tre fasi distinte. La prima, nel corso del mese di settembre, fu caratterizzata da stragi e uccisioni di ebrei sull'onda emotiva del tradimento italiano e, in forma estrema, nel quadro più generale delle azioni punitive contro l'ex alleato, come la cattura e la deportazione dei militari destinati all'internamento e al lavoro coatto in Germania (altri eccidi che coinvolsero gli ebrei si verificarono anche in seguito, come nel caso delle Fosse Ardeatine a Roma, dove il 24 marzo 1944 furono uccisi per rappresaglia 75 ebrei, assieme a 260 non ebrei); parallelamente a queste azioni criminali, isolate e scollegate tra loro, iniziarono gli arresti sistematici nella zona di Bolzano, in particolare a Merano (16 settembre 1943).

La seconda fase, tra l'ottobre-novembre del 1943 e l'inizio del 1944, fu caratterizzata dalle grandi retate nelle città a maggiore presenza ebraica. La terza fase, dai primi del 1944 agli ultimi giorni del conflitto, fu quella della caccia all'uomo e degli arresti singoli, con la piena collaborazione, nonché l'autonomo attivismo, di funzionari, militari e civili della Rsi.

Tra il 15 e il 23 settembre 1943 i nazisti catturarono e uccisero 54 ebrei, molti dei quali profughi da Salonicco, sulla sponda piemontese del lago Maggiore a Meina, Baveno, Arona, Stresa ed altre località. Il 18 settembre nel cuneese furono rastrellati e internati nella caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo circa 350 ebrei stranieri, fuggiti da San Martin Vésubie nell'ex zona d'occupazione italiana in Francia, ed alcuni ebrei italiani di Cuneo e provincia.

La prima grande retata delle SS nelle città fu quella di sabato 16 ottobre – il giomo dell'infamia - a Roma, preceduta di una settimana da quella di Trieste, mentre un' operazione analoga già prevista a Napoli fu resa impossibile dall'insurrezione dei cittadini.

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Nella capitale vennero rastrellate 1259 persone ritenute ebree. «Furono catturati, - racconta nel suo diario il marito di un'ebrea, - vecchi (uomini e donne), molti trasportati in pigiama o avvolti in lenzuola, una puerpera, bambini ... Si trasportarono tutti in una sala del Collegio Militare dove li interrogavano uno per uno e rilasciavano i cattolici, le famiglie miste ed i nati da matrimonio misto, minacciando la fucilazione per le dichiarazioni false [...]. Gli altri furono lasciati qualche giorno in quella sala senza vitto, dormendo sul nudo pavimento, poi furono piombati in un vagone bestiame e avviati in Germania».

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Il convoglio di 1023 ebrei (tra i quali oltre 200 bambini, compreso uno nato dopo l'arresto della madre) partì dalla Stazione Tiburtina il 18 ottobre ed arrivò ad Auschwitz la notte del 22. La mattina del 23 i prigionieri furono fatti scendere e cominciò la selezione: più di 800 furono immediatamente mandati nelle camere a gas e gli altri rinchiusi nel lager. Solo 17 sopravvissero.

La retata fu affiancata da una parallela azione di ricatto e rapina ai danni della Comunità e dei singoli nuclei familiari romani e fu condotta nel totale disinteresse delle autorità italiane e vaticane (che comunque non mossero un dito né protestarono). Dopo Roma seguirono altri blitz: a Genova il 3 novembre e nei giorni seguenti, a Siena e Montecatini il 5-6 novembre con la partecipazione di un gran numero di militi fascisti, a Firenze il 6-7 e 26-27 novembre (quest'ultimo blitz nei conventi della città) col maggior numero di arrestati dopo Roma, a Bologna il 6-7-8 novembre e a Milano il 3 e l'8 novembre.

In questa politica di arresti singoli di ebrei si distinsero sia le strutture ufficiali della Rsi sia le bande autonome fasciste. La Rsi, a differenza del fascismo delle origini, ma in linea con la svolta del 1938, nacque con l'antisemitismo ben iscritto nelle sue carte fondamentali. Il 14 novembre 1 943 il Congresso del Partito fascista repubblicano, riunito si a Verona, approvò un manifesto programmatico che al punto sette stabiliva: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica».

Il 30 novembre l'Ordine di Polizia numero 5, emanato dal neo ministro dell'Interno repubblicano Buffarini Guidi e trasmesso il giorno seguente alla radio, annunciò che tutti gli ebrei - «a qualunque nazionalità appartengano» e compresi i discriminati - sarebbero stati arrestati e inviati nei campi di concentramento provinciali, in attesa di essere riuniti in campi speciali appositamente attrezzati; dieci giorni dopo fu deciso di fare eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant'anni.

 

La caccia all'uomo

Fu anche deciso che tutte le proprietà ebraiche fossero sequestrate (una legge del 4 gennaio 1944 trasformò i sequestri in confische), affidando la custodia, l'amministrazione e la vendita dei beni all'Egeli affinché le somme ricavate fossero versate allo Stato a parziale recupero delle spese di assistenza, sussidio e risarcimento danni ai sinistrati dalle incursioni aeree nemiche. Alla data della Liberazione il numero dei decreti di confisca sarà di circa 8000, con i quali la Rsi si approprierà di terreni, fabbricati, aziende, titoli, crediti, oggetti preziosi, ma anche di mobili, soprammobili, stoviglie, vestiario, biancheria e merci varie per oltre 2 miliardi di lire.

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Nella caccia agli ebrei i più accaniti furono i fascisti delle bande autonome, come la banda Carità a Firenze, la banda Kock a Roma e poi a Milano, la legione Muti, la Gnr, le Brigate Nere, le SS italiane. Si macchiarono di complicità con i nazisti pure le prefetture, le questure, la polizia, i carabinieri, le forze armate e gli uffici comunali.

Tutto l'apparato burocratico italiano fu coinvolto ed è un fatto ormai acclarato che la gran parte degli ebrei deportati dopo l'Ordine n.5 furono arrestati da italiani, avvalorando la tesi di molti storici, secondo la quale «senza la collaborazione delle autorità politiche e di polizia della Rsi la deportazione degli ebrei dall'Italia verso i campi di sterminio non sarebbe stata assolutamente possibile», almeno non in modo casi sistematico.

 

La vita in clandestinità e l'espatrio in Svizzera

Tra il settembre '43 e l'aprile '45 circa 35 000 ebrei presenti sul territorio della Rsi sfuggirono agli arresti e alle deportazioni, nascondendosi nell'Italia occupata sotto falso nome o cercando rifugio in Svizzera oppure al Sud. Nel dettaglio, stando a quanto ricostruito da Sarfatti, tra 5500 e 6000 ebrei riuscirono a mettersi in salvo nella Svizzera neutrale dopo un lungo, faticoso e pericoloso cammino in montagna (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti), 500 riuscirono a superare la linea del fronte e a trovare riparo nelle regioni meridionali della penisola già liberate dagli Alleati e circa 29000 vissero per tutto il periodo dell'occupazione in clandestinità, in situazioni spesso difficili.

Se un numero così elevato di persone poté sopravvivere in clandestinità, fu anche merito della generosità e della disponibilità di migliaia di italiani non ebrei.

Anche la Chiesa cattolica si mobilitò, ai vertici e alla base, e numerosi ebrei trovarono rifugio e salvezza nei monasteri, nelle parrocchie e in altre strutture ecclesiastiche. Solo a Roma il Vaticano aiutò oltre 4000 ebrei, anche se non sempre i fascisti e i nazisti rispettarono l'extraterritorialità di alcuni di questi luoghi.

A proposito di questi fenomeni di solidarietà si è parlato, giustamente, di resistenza civile e nel dopoguerra l'istituto storico Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito a coloro che aiutarono attivamente gli ebrei il riconoscimento di «Giusti fra le Nazioni»; tra questi spiccano autori di autentici atti di eroismo, come Giorgio Perlasca.

Fenomeno altrettanto diffuso, tuttavia, fu quello delle delazioni e delle denunce, che costarono la vita a molti ebrei e contribuirono a creare un clima di terrore.

Gli ebrei che riuscirono a trovare riparo in Svizzera, furono internati, secondo le regole internazionali, in appositi campi, con la importante differenza che - passato il confine - non dovevano più nascondere la propria identità ed erano al riparo dalla caccia all'uomo nazista e fascista.

In Svizzera fuggirono anche molti oppositori del regime che, se ebrei, come il comunista Umberto Terracini, erano ricercati sia per motivi politici che per motivi razziali.

 

Gli ebrei nella Resistenza

Circa 1000 ebrei italiani clandestini - pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana, percentuale superiore a quella degli italiani - entrarono nella Resistenza, inquadrati come partigiani, tra i quali Eugenio Curiel, Vittorio Foa, Primo Levi, Pino Levi Cavaglione, Liana Millu, Enzo ed Emilio Sereni, Elio Toaff, Umberto Terracini, Leo Valiani, Giulio Bolaffi.

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L'adesione degli ebrei alla Resistenza non fu dettata solo dalla reazione all'antisemitismo nazifascista - che ebbe ovviamente una parte importante nella loro lotta - ma, come per gli altri partigiani, si fondò anche su motivazioni politico-ideologiche e sull'avversione più in generale verso un regime dittatoriale che soffocava la libertà.

La militanza nelle file della Resistenza comportò un costo notevole in termini di vite umane. Circa 100 ebrei caddero in combattimento oppure furono arrestati e uccisi nella penisola o in seguito alla deportazione nei lager nazisti.

 

Dai lager italiani ai campi di sterminio

La sorte più drammatica toccò agli ebrei arrestati dai tedeschi e dagli italiani, i quali dopo un periodo di detenzione in carcere o nei campi provinciali presenti su tutto il territorio della Rsi (da Senigallia ad Aosta), dal dicembre del 1943 furono trasferiti nel campo di transito di Fossoli, e di là deportati nei lager del Reich, principalmente ad Auschwitz. Da Fossoli transitarono 2844 ebrei.

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Con l'avanzata delle forze alleate, il nuovo campo di smistamento per gli ebrei divenne quello di Bolzano-Gries, più vicino alla frontiera con il Reich. A Bolzano, dove transitarono 207 ebrei, il trattamento fu più duro che a Fossoli. Gli ebrei catturati in Veneto, in Friuli, a Fiume e in Dalmazia (zona di operazione del litorale adriatico) vennero invece concentrati a Trieste, dapprima nel carcere del Coroneo e poi nel campo della Risiera di San Sabba, da dove non meno di 1196 ebrei (è il numero di coloro che è stato possibile identificare) furono deportati ad Auschwitz. La Risiera fu l'unico campo di sterminio in Italia, dotato di un forno crematorio, e vi trovarono la morte alcune migliaia di antifascisti, partigiani slavi e italiani, ostaggi civili. Nella Risiera furono uccise anche alcune decine di ebrei.

Il trasferimento nei campi di sterminio avveniva mediante tradotte di carri bestiame dette «trasporti speciali».

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Giunti ad Auschwitz i deportati venivano subito sottoposti alla selezione. I treni venivano aperti dai prigionieri addetti sotto la sorveglianza delle SS e in una confusione indicibile le famiglie venivano divise, con gli uomini da un lato e le donne con i bambini dall'altro, per un rapido e superficiale controllo medico.

Coloro che superavano la selezione - di solito intorno al 20-30 per cento di ogni convoglio - venivano avviati verso vere docce a forza di ordini per lo più incomprensibili, urlati in tedesco, e di maltrattamenti, fatti spogliare, rasati, privati di tutto, dotati del pigiama a righe o, a causa della penuria di tessuto al momento dell'arrivo degli italiani, di abiti riciclati dai morti e infine immatricolati. Identificati dal triangolo giallo e posti nella posizione più bassa della gerarchia nazista all'interno dell'universo concentrazionario venivano utilizzati come manodopera nel campo e spesso la morte sopraggiungeva poco dopo per gli stenti, la fame, il freddo, le malattie o la violenza dei carcerieri.

Il bilancio finale della persecuzione delle vite, assai complicato da stilare con dati precisi all'unità, fu spaventoso. Nel settembre del '43 entro i confini della Rsi erano presenti circa 43.000 ebrei, di cui 8000 stranieri o apolidi ex italiani, compresi 1300-1500 ebrei fuggiti precipitosamente dalla Francia sud-orientale passata sotto il controllo tedesco dopo lo sbando delle forze armate italiane. Di questi, circa 8000 furono deportati o uccisi in Italia e dei deportati solo 837 sopravvissero.

Nel dettaglio - riportando i dati aggiornati del Libro della memoria di Liliana Picciotto, al quale si fa riferimento e si rimanda per i dati sulla deportazione - si contano 6806 ebrei deportati nei lager nazisti (dei quali 5969 furono uccisi) e 322 ebrei uccisi in Italia (compresi 42 casi di suicidio indotto dal timore della cattura, morte naturale causata dall'impossibilità di affrontare la prigionia o la clandestinità e uccisioni mentre tentavano di sfuggire all'arresto). Da aggiungere anche 900-1000 persone che non è stato possibile identificare e presumibilmente in grande maggioranza uccise. Le vittime furono circa il 20 per cento della popolazione ebraica presente in quel momento in Italia (percentuale che sale al 43 per cento tra i rabbini-capo).

 

La fine dell'incubo e la memoria

Quando ebbero inizio le deportazioni dall'Italia, si era già messa in moto la macchina hitleriana della «soluzione finale» e il regime di controllo nei lager tedeschi era diventato ancora più severo del passato. Pertanto, ai pochi ebrei italiani che passarono le selezioni e sfuggirono alle camere a gas, era vietata qualsiasi corrispondenza, anche attraverso i moduli prestampati, ed era impossibile tenere diari o inviare all'esterno biglietti clandestini.

La liberazione e la fine dell'incubo non avvennero per tutti gli ebrei allo stesso modo e nello stesso arco temporale, ma il ritorno alla vita normale fu difficile per ciascuno di essi, da vari punti di vista (psicologico, sociale e materiale), e in diversi casi non si realizzò mai. Gli ebrei che erano in clandestinità nelle regioni del centro Italia furono liberati nella primavera-estate del 1944, quasi un anno prima degli altri correligionari, mentre chi si trovava al nord dovette attendere la primavera del 1945. Per i pochi sopravvissuti alla deportazione, la liberazione sopraggiunse più o meno nello stesso periodo (tra gennaio e maggio del '45) con l'arrivo delle truppe alleate - i russi da oriente e gli anglo-americani da occidente - ai cancelli dei lager, ma il rientro in Italia fu ritardato e avvenne a scaglioni solo tra l'agosto del 1945 e il marzo del 1946, dopo mesi e mesi di collaborazione più o meno forzata con le truppe alleate.

Nei reduci dai lager scattarono anche il senso di colpa per avercela fatta, la difficoltà di comunicare l'orrore dei campi di sterminio e la paura di non essere creduti, che negli anni seguenti causarono ulteriori sofferenze, spingendo molti di loro a chiudersi nel silenzio e perfino a suicidarsi.

Sullo sfondo c'era un Paese che voleva voltare pagina, riluttante ad ascoltare il racconto dei deportati e poco propenso a fare i conti con il proprio passato e le proprie responsabilità. La stessa opinione pubblica mondiale, sconvolta da un conflitto che aveva causato 50 milioni di vittime e distruzioni enormi, prima di metabolizzare cosa era stato effettivamente il sistema concentrazionario nazista e riconoscerne il carattere di vicenda unica, fu più portata a considerare lo sterminio sistematico degli ebrei come «un evento marginale rispetto a quanto avvenuto durante il secondo conflitto mondiale».

La fine della guerra innescò un difficile processo di reintegrazione che, tra l'altro, fu accompagnato anche dall'espletamento di fredde pratiche burocratiche per riavere posti di lavoro e proprietà, che spesso esposero a nuove umiliazioni e frustrazioni chi era stato immotivatamente privato dei propri diritti, estromesso dalla propria posizione sociale e professionale e spogliato dei propri beni.

 

Bibliografia:

Mario Avagliano Marco Palmieri “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia - Diari e lettere 1938-1945” Einaudi 2011

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da Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia di Avagliano-Palmieri

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

      Nel libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia -Diari e lettere 1938-1945” vi sono le parole scritte dalle vittime di una persecuzione e di un crimine che il nazifascismo voleva mettere a tacere ed annientare, ma che invece sono arrivate fino a noi, lasciandoci traccia tangibile, prova storica inconfutabile e memoria indelebile di ciò che è stato. Dando ragione all'epigrafe di una di queste vittime, Angelo Fortunato Formiggini, che nell'atto estremo di togliersi la vita a causa delle leggi razziali italiane, scrisse:

 

Né ferro né piombo né fuoco

possono salvare

la libertà, ma la parola soltanto.

Questa il tiranno spegne per prima.

Ma il silenzio dei morti

rimbomba nel cuore dei vivi.

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Da una lettera del 1° settembre 1938: «La verità è che sono rimasto sorpreso; non mi aspettavo tanto, e così presto, mai, mai avrei potuto pensare che da noi, nella civile e gentile Italia "madre delle genti", potesse allignare la trista pianta dell'antisemitismo. Si è mai visto al mondo, la persecuzione mondiale di una razza? Dove andranno? È possibile che non si tenga conto di ciò che hanno dato agli studi, all' arte, alla patria, alla scienza, alla società, in tutti i paesi? Che Mussolini voglia seguir Hitler anche in quello ?»

 

E Rita Levi Montalcini: «Mi sembrò, non esagero, di aver perso ogni possibilità di vita»

 

«Non rimane che voltarsi agli onesti e dire loro: sono israelita di religione, italiano di paese, nascita, lingua, ho separato la forma religiosa dalla politica, non ho invaso, perché da non so quanti anni residente in Italia (forse 800 o 900), ho sempre parlato questa mia lingua, ho sempre amato questa mia terra».

 

Un ebreo tedesco, sposato con una ebrea italiana, così si esprime: «Ma oggi il mondo ci è precluso. Siamo soli nello spazio che per noi è venuto freddo, e la sua ricca vastità c'è inaccessibile. Siamo terribilmente soli, espulsi dall' ambiente, gettati nell'incertezza e nell'angoscia dei senza patria, come certe sperdute masse di materia staccate dagli astri e lanciate nel niente».

      classe femminile 

Vengono create 22 scuole elementari e tredici medie che consentono di far proseguire gli studi ai giovani e ai bambini cacciati dagli istituti pubblici.

Una bambina di Torino: « Oggi è il primo giorno della mia nuova vita di scuola. Andandoci pensavo con rammarico alla mia Maestra e alle compagne che avevo dovuto lasciare».

 

Tra la fine del 1938 e lo scoppio della guerra molti ebrei decisero di “far fagotto", cioè di lasciare l'Italia, non senza dolore e incertezza, dopo essere riusciti a superare innumerevoli difficoltà per ottenere i passaporti e i visti d'ingresso ed essersi garantiti un minimo punto d'appoggio all'estero:

«eravamo disposti, ad abbandonare tutte le nostre cose, spinti dalla preoccupazione che gli avvenimenti precipitassero, costretti a staccarci da tanta massa di ricordi e di affetti tra cui la nostra casa, che ci eravamo faticosamente costruita pezzo per pezzo e mi sembrava impossibile il poterla abbandonare insieme con tutto quanto ci circondava».

 

Per gli ebrei, però, l'unica conseguenza della guerra fu un nuovo giro di vite nella persecuzione. Il regime, infatti, decise l'internamento degli ebrei in diverse località: Urbisaglia, Tarsia, Campagna, Ferramonti, etc.:

«È terribile pensare che siamo stati confinati qui perché l'Italia non aveva fiducia in noi, ciò che è ancora più terribile per me che sono nata in Italia e che ho amato il mio paese come ogni buon cittadino italiano».

 

Scrive nel settembre 1941 un ebreo internato nel campo di Isernia:

«Ci troviamo in circostanze disastrose. Una grande sala di cinema serve da dormitorio di noi tutti 46. Lo spazio fra i letti è appena di 40 cm e a stento passabile. Nessuna possibilità di riscaldamento esiste nella sala in quanto installandovi una stufa l'aria diventerebbe irrespirabile. D'inverno e d'autunno quando dovremo per forza chiudere le porte laterali della sala, rimarremo nel freddo, in un buio quasi notturno e senza ventilazione. A causa del vitto, del clima e dell’acqua il 20 per cento di noi sono affetti da una febbrile infezione viscerale di carattere tifoideo».

 

Il 6 maggio 1942 una nuova misura razziale segnò un'ulteriore radicalizzazione della persecuzione, toccando «l'estremo limite di una persecuzione dei diritti degli ebrei raggiunto dal fascismo» prima del passaggio alla persecuzione delle vite. Una circolare della Demorazza ai prefetti indicò che «Con disposizione ministeriale odierna appartenenti alla razza ebraica anche se discriminati di età dai diciotto ai cinquantacinque anni compresi sono sottoposti a precettazione a scopo di lavoro».

«Una nuova legge, - annota nel suo diario uno dei precettati,
- impone a tutti i giovani ebrei anche se discriminati di età dai diciotto ai 55 anni compresi, di presentarsi, dietro cartolina a precetto al municipio per il lavoro obbligatorio».

 

Il 30 novembre l'Ordine di Polizia numero 5, emanato dal neo ministro dell'Interno repubblicano Buffarini Guidi e trasmesso il giorno seguente alla radio, annunciò che tutti gli ebrei - «a qualunque nazionalità appartengano» e compresi i discriminati - sarebbero stati arrestati e inviati nei campi di concentramento.

«Da qualche giorno, sono state emanate delle leggi d'inasprimento verso gli ebrei: riunione in campi di concentramento di tutti gli ebrei fino a 70 anni e confisca di tutti i loro beni. Noi purtroppo non abbiamo preso la notizia sul serio, mentre quasi tutti gli altri hanno cercato di nascondersi in altri luoghi cambiando nome!»

 

«senza la collaborazione delle autorità politiche e di polizia della Rsi la deportazione degli ebrei dall'Italia verso i campi di sterminio non sarebbe stata assolutamente possibile, almeno non in modo così sistematico».

  

«Per me - si legge in una memoria di quei giorni – l’arresto fu un momento terribile, non so neppure descrivere ciò che provai. Al sentire il rumore di quel catenaccio che ci chiudeva nella cella, mi sembrò che qualcosa chiudesse la mia vita stessa; credevo di impazzire al pensiero di quello che sarebbe potuto succederei, il terrore di venir deportati si fece più vivo in quei primi momenti della nostra prigionia, e fui presa da una crisi così acuta di disperazione che ora non voglio neppure più ricordare!».

 

Se un numero così elevato di persone poté sopravvivere in clandestinità, fu anche merito della generosità e della disponibilità di migliaia di italiani non ebrei, grazie ai quali - si legge in una lettera scritta nei giorni della Liberazione: «abbiamo sempre avuto dove dormire la notte e la fame brutta non abbiamo mai sofferta nonostante gli otto mesi in alta montagna, isolati dal mondo, sovente senza viveri sufficienti, sempre dovendo abnegare di ogni conforto. Facendo la guardia dall’alba fino al crepuscolo, dovevamo scappare assai spesso in conseguenza dei rastrellamenti, di soldati in giro, di persone sconosciute. Eravamo, quasi senza coperte, senza un paio di scarpe per camminare».

 

Eugenio Curiel in una lettera alla famiglia:

«E quando viene la tristezza ed il peso diviene duro a portare, bisogna dire: Vita! Vita! e tirare avanti con serenità e coraggio, ringraziando che tutto il tumulto non riesca a spezzare la nostra fiducia nelle cose fondamentali della vita, ma anzi ci tempri a sperare e a volere cose migliori e una vita più ricca».

 

Giulio Bolaffi scrive nel suo diario:

«W L'Italia Libera»,  «lo ho viva speranza, che questa guerra debba terminare presto e tutti i miei voti sono perché tutti noi ci possiamo ritrovare per poter iniziare la creazione di una nuova Italia in cui veramente la giustizia e la fratellanza vi regnino sovrani»!

 

Primo Levi, in una relazione scritta subito dopo la loro liberazione, nel '45: «Il viaggio da Fossoli ad Auschwitz durò esattamente quattro giorni e fu molto penoso, soprattutto a causa del freddo; il quale era così intenso, specialmente nelle ore notturne, che la mattina si trovavano coperte di ghiaccio le tubature metalliche che correvano nell'interno dei carri, per il condensarsi su di essa del vapore acqueo dell'aria respirata. Altro tormento, quello della sete, che non si poteva spegnere se non colla neve raccolta in quell'unica fermata quotidiana, allorché il convoglio sostava in aperta campagna e si concedeva ai viaggiatori di scendere dai vagoni, sotto la strettissima sorveglianza di numerosi soldati, pronti, col fucile-mitragliatore sempre spianato, a far fuoco su coloro che avessero accennato ad allontanarsi dal treno».

«Appena il treno giunse ad Auschwitz (erano circa le ore 21 del 26 febbraio 1944), i carri furono rapidamente fatti sgombrare da parecchie S.S., armate di pistole e provviste di sfollagente; e i viaggiatori obbligati a deporre le valigie, fagotti e coperte, lungo il treno stesso. Poi la comitiva fu subito divisa in tre gruppi: uno di uomini giovani e apparentemente validi, del quale vennero a far parte 95 individui; un secondo di donne, pure giovani, gruppo esiguo, composto di sole 29 persone; e un terzo di bambini, di invalidi e di anziani. E, mentre i primi due furono avviati separatamente in campi diversi, si ha ragione di credere che il terzo sia stato condotto direttamente alla Camera dei gas a Birkenau e i suoi componenti trucidati nella stessa serata»!

 

Il dovere della memoria

Ha scritto Settimia Spizzichino: «Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. lo della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l'inverno è inverno sul serio, è un assassino .. , anche se non è stato il freddo la cosa peggiore. Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L'ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero»?

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Il soccorso agli ebrei durante la Repubblica sociale italiana e l’occupazione tedesca 1943-1945

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Il quadro storico politico

 

Gli ebrei quanti erano

I cittadini italiani di religione ebraica, ben integrati nella nazione sia sul piano materiale sia sul piano ideale, fin dalla creazione dello Stato nazionale condividevano con gli altri italiani i valori fondanti della nuova patria nata nel 1861. Ne ricevettero in cambio piena accettazione sociale e possibilità, priva di remore, di entrare a far parte delle élites della nazione. Lo Stato liberale durò fino all’instaurazione, nel 1922, di un regime fascista che si avviò ben presto a divenire dittatoriale e teso a ridurre i poteri dello Stato a semplici organi di notificazione dell’operato del suo capo, Mussolini.

Nel 1927, completata l’integrazione tra lo Stato e il Partito nazionale fascista, aboliti gli altri partiti e le organizzazioni sindacali, soppressa la libertà di stampa, Mussolini avviò una svolta «normalizzatrice», proclamando la fine dello squadrismo, del radicalismo di piazza e della rivoluzione.

Le assunzioni e le carriere nella pubblica amministrazione vennero subordinate all’iscrizione al partito. Anche la scuola subì lo stesso processo, con l’inquadramento dei giovani nelle organizzazioni paramilitari del regime. Gli stessi mezzi di comunicazione (radio, stampa, cinema) caddero sotto il totale controllo della censura fascista, mentre lo sport e le attività del tempo libero furono rigidamente organizzati e diretti dall’alto. Nel 1931 si impose ai professori universitari di giurare fedeltà al fascismo: milleduecento cattedratici aderirono, dodici (fra i quali quattro ebrei) si rifiutarono.

In ogni momento e in ogni luogo, si imposero una simbologia e un rituale finalizzati al culto della personalità del capo (il duce). Si istillò nella società l’idea che il buon cittadino dovesse fedeltà assoluta e devozione all’idea fascista. In questo contesto Mussolini poté, nel 1928, ridurre il parlamento alla semplice funzione di notaio della volontà propria e del partito, trasferendone le maggiori competenze a un altro organo, il Gran Consiglio del Fascismo, all’apice del Partito nazionale fascista. Questo si riuniva sotto la presidenza di Benito Mussolini nella sua qualità di presidente del Consiglio.

Fino alla seconda metà degli anni Trenta, nulla di grave accadde agli ebrei italiani che si atteggiarono verso il potere similmente a tutta la popolazione: osteggiando il regime e operando per rovesciarlo oppure apprezzandolo e militando in suo favore. Mussolini soffriva però di pregiudizi antiebraici personali, che emersero con sempre maggior nitidezza nel corso degli anni della sua dittatura. Ce ne sono segni dagli esordi del suo impegno politico, fino ad arrivare al 1936 e alla decisione di fare dell’antisemitismo un motivo sostanziale del regime fascista. Nel processo decisionale che portò a tale esito non mancarono sicuramente vari altri fattori, come il fatto che le comunità ebraiche di allora erano un elemento di disturbo rispetto al programma fascista di strutturare la società intorno all’ideale di una identità nazionale basata sui valori dell’ antica Roma e, dopo la guerra d’Etiopia, di una identità etnica e razziale. In questa visione, gli ebrei erano l’unico esempio di lampante diversità culturale; costituivano infatti, anche se in modo variegato per intensità, carattere e latitudine, una minoranza separata, identificabile, con usi, religione, aspirazioni diversi dalla maggioranza. Sulla stampa gli ebrei cominciarono a essere dipinti come infidi dal punto di vista dell’osservanza fascista e della fedeltà alla nazione: si chiedeva loro provocatoriamente di schierarsi contro i correligionari d’Europa, contro le idee sioniste, contro la commiserazione per gli ebrei perseguitati in Germania. Essi dovevano, secondo il sentire ufficiale, abbracciare in toto i miti, le tradizioni, gli ideali italiani. Scipione, Cesare, Augusto, Machiavelli, Cavour dovevano essere gli uomini ideali del passato da venerare e imitare, non i personaggi della tradizione ebraica. Si temeva che gli ideali propri degli ebrei avessero il potere di minare l’unità ideologica della nazione da una parte, e che fossero un pessimo esempio di percorso spirituale autonomo per il resto degli italiani dall’altra. La tentazione di imitare la Germania nazista e rinsaldare la concordanza ideologica con essa non fu, a nostro parere, del tutto estranea all’idea di adottare un antisemitismo di Stato.

Tra il 1933 e il 1936 Mussolini iniziò con il prendere provvedimenti contenitivi del presunto strapotere ebraico introducendo una politica antisemita segreta di «sfaldamento» di singoli ebrei dai posti di responsabilità, poi, nel 1936-37, adottò provvedimenti di esclusione generalizzati di tipo proporzionalista e di numerus clausus, sul modello applicato in Ungheria. Il suo obiettivo finale era però quello di espellere tutti gli ebrei dalla società e indurli a lasciare l’Italia: passare cioè da una politica di antisemitismo proporzionale a una politica di antisemitismo assoluto.

Lo fece predisponendo una legislazione antiebraica, accurata e articolata in molti aspetti (talvolta trascurati dagli stessi nazisti, come l’espulsione dalle scuole, applicata in Italia prima ancora che in Germania) che richiese particolare attenzione giuridica.

Prima di intraprendere una legislazione antiebraica a largo raggio, il regime stabilì il 22 agosto 1938 un censimento speciale degli ebrei d’Italia, vera e propria schedatura discriminatoria: i cittadini italiani professanti religione ebraica risultarono essere 46.656; cioè circa l’uno per mille della popolazione totale.

 

La legislazione «per la difesa della razza»

La prima legge, uscita il 5 settembre 1938, espelleva bambini, ragazzi e insegnanti ebrei dalle scuole pubbliche, la seconda, uscita il 7 settembre, espelleva gli ebrei stranieri dal suolo italiano. Dopo di queste, una raffica di leggi e di circolari ministeriali avvelenò la vita degli ebrei in Italia. Si contano almeno 189 provvedimenti antiebraici: espulsione dall’esercito, divieto di matrimoni misti, apposizione del marchio di razza ebraica sui documenti, licenziamenti dai pubblici uffici, divieto di piccolo commercio ambulante, divieto di rappresentare opere artistiche di autori ebrei, divieto di accesso alle biblioteche e agli archivi pubblici, divieto di esercitare libere professioni, divieto di possedere beni immobili eccedenti una certa quota, e molto altro. Il complesso legislativo persecutorio fu accompagnato da leggi di definizione di chi fosse da considerare ebreo e chi no, basate sull’appartenenza razziale di ciascun individuo, cioè, sulle sue origini biologiche e di sangue.

Nel processo decisionale fascista di introdurre in Italia un’ostilità antiebraica nazionale, l’antisemitismo politico fu direttamente collegato a una ideologia razzista originata da due diverse sorgenti: un razzismo antinero, maturato contestualmente alle conquiste coloniali dell’Africa orientale nel 1935, e un razzismo antropologico di marca europea derivante dal darwinismo sociale maturato alla fine dell’Ottocento nelle università e nei circoli intellettuali. Non a caso, il fascismo denominò la legislazione antiebraica «Leggi per la difesa della razza italiana».

 

I principali problemi che Mussolini dovette affrontare nell’adottare un antisemitismo razzista furono due. Uno costituito dagli ebrei d’eccellenza che si distinguevano nel servizio alla nazione: vi erano schiere di intellettuali, professori universitari, industriali, ufficiali dell’ esercito e perfino fascisti in vista, ebrei, che intralciavano, almeno moralmente, la strada verso provvedimenti antiebraici radicali. Il secondo grande problema era il fatto che un terzo della popolazione ebraica italiana era strettamente legata alla popolazione circostante per via dei matrimoni misti: perseguitare un membro ebreo di una famiglia mista significava punire in qualche modo anche la parte non ebraica della stessa famiglia.

La prima questione era del tutto irrisolvibile sicché il regime, anziché affrontarla, dette l’affondo adottando una politica antiebraica radicale e totalizzante, non tenendo conto di nessuna eccezione (salvo alcune marginali, più d’immagine che di contenuto, per meriti fascisti e bellici legati alla Prima guerra mondiale, le cosiddette discriminazioni) e respingendo ogni amareggiata protesta. Per il secondo, la soluzione escogitata fu di considerare cattolici i figli di matrimonio misto allevati nel cattolicesimo, esentandoli quindi da persecuzione, e di far emigrare tutti gli altri. Nel giro di una generazione l’Italia si sarebbe in effetti liberata di tutti gli ebrei.

Tutto ciò avvenne mentre il paese era alleato a pieno titolo, sia ideologicamente, sia militarmente, con la Germania nazista. Questa perseguiva, riguardo agli ebrei, obiettivi simili all’Italia: il suo fine tra il 1933 (anno della presa di potere da parte di Hitler) e il 1941 (anno dell’emanazione della circolare che proibiva l’emigrazione da qualsiasi paese sotto influenza tedesca) era di sbarazzarsi degli ebrei inducendoli a lasciare in massa il paese.

La differenza tra i due è che il mito del sangue, propugnato con forza in Germania, era del tutto estraneo all’Italia.

Più tardi e in concomitanza con la guerra all’Est, condotta con grande decisione dalla Germania nazista, ma con grande riluttanza dall’Italia fascista, nei piani nazisti si fece strada l’idea di liberarsi degli ebrei anche fisicamente.

L’espansione geografica tedesca verso l’Est e l’occupazione di nuovi territori, gremiti di ebrei, rese impossibile la soluzione dell’emigrazione e portò alla ribalta la soluzione dell’eliminazione fisica. Non così fu per l’Italia fascista che aveva, sì, come abbiamo visto, elaborato una propria politica antiebraica, ma lontanissima dall’idea di adottare la soluzione dell’assassinio di massa.

Ciò apparve chiaro quando autorità tedesche e autorità italiane si incontrarono nei territori militarmente occupati dall’Italia della Francia meridionale e della Iugoslavia smembrata. Il nostro esercito e i vertici diplomatici non furono disposti a consegnare né ai tedeschi, né ai persecutori locali, gli ebrei rifugiatisi sotto la bandiera italiana, anche se stranieri. Si era nel 1942 inoltrato e lo sterminio era in corso all’Est. Gli italiani, pur essendone solo parzialmente consapevoli, evitarono la consegna per varie ragioni, innanzi tutto umanitarie, ma molto contò anche il fatto che, nei territori da loro occupati, essi desiderassero esercitare senza intralci la loro autorità. Un’altra ragione emerge evidente: i vertici militari e diplomatici italiani così comportandosi, contestavano Mussolini e la sua decisione nel continuare a condurre la guerra a fianco della Germania, scelta che effettivamente portò l’Italia di lì a poco alla catastrofe.

 

Le reazioni ebraiche

Malgrado la disperazione della gran parte dei cittadini ebrei, privati della maggior parte dei diritti fondamentali e sempre più impoveriti, tre risposte organizzate all’oppressione fascista si delinearono tra il 1938 e il 1943:

l’organizzazione subitanea di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938;

l’organizzazione del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai paesi mano a mano invasi dai nazisti;

l’organizzazione dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto sotto la categoria di «internati liberi» o di «internati civili di guerra».

La prima azione venne tempestivamente messa in pratica dalle maggiori comunità ebraiche che, con uno straordinario e civile sforzo finanziario e organizzativo, nel giro di un mese misero in piedi scuole di prim’ordine. Le seconde furono messe in atto dalle organizzazioni di soccorso La Mensa dei Bambini creata a Milano da Israele Kalk e dalla Delasem. Era quest’ultimo acronimo per Delegazione Assistenza Emigranti, ente istituito il primo dicembre 1939 dall’Unione delle Comunità Israelitiche (poi Ebraiche) Italiane in sostituzione del Comasebit, Comitato di assistenza agli ebrei profughi, chiuso d’ufficio dal governo. Il nuovo organismo aveva i compiti precipui di: a) facilitare l’emigrazione della massa di ebrei stranieri che si trovava sul territorio italiano; b) di porgere agli stessi tutta l’assistenza necessaria per il tempo in cui, in attesa di emigrare, fossero costretti a rimanere in Italia.

Gli scopi del nuovo ente erano in linea con il desiderio del governo italiano di liberarsi degli ebrei stranieri presenti nel paese ed evitare così, tra l’altro, che pesassero economicamente sull’Italia. Malgrado le leggi antiebraiche vigenti, la Delasem ricevette la benedizione da parte del regime che le permise una sostanziale autogestione, una libertà di movimento e contatti internazionali con analoghe istituzioni all’estero, tutte cose non comuni per quell’epoca.

La Delasem, guidata da Lelio Vittorio Valobra, ebbe sede a Genova, città marittima di elezione per la partenza verso oltremare dei profughi. Il suo bilancio fu sostenuto fino dagli esordi dall’ente ebraico americano di assistenza Joint (American Jewish Joint Distribution Committee) che già in Germania e in Austria si adoperava per portare sollievo alle frotte di ebrei che cercavano di lasciare quei paesi». Come vedremo, a partire dall’8 settembre del 1943 la Delasem, assieme al Joint, saranno i protagonisti di una vasta operazione di soccorso agli ebrei passati in clandestinità. All’epoca in cui Italia e Germania erano ancora alleate su di un piano di parità, la Delasem intervenne con la sua organizzazione capillare per dare sollievo agli ebrei stranieri internati e a quegli ebrei che erano imprigionati perché accusati di antifascismo. Forniva soccorsi materiali, sostegno morale, vestiario, contatti con le autorità per ottenere visti di ingresso, adozioni a distanza di ragazzi e bambini, informazioni sui passaggi navali e sui paesi che offrivano visti di ingresso agli ebrei e altro.

Ricordiamo inoltre che, tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri 6000 cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di paesi più accoglienti, Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele.

Quanto sopra avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di una intensa propaganda antiebraica della stampa, nell’indifferenza della maggior parte della società civile verso la sorte degli ebrei perseguitati.

 

Gli ebrei stranieri entrati in Italia dalla Francia e dalla Iugoslavia

Come già a partire dal giugno del 1940 gli ebrei stranieri o apolidi che si trovavano sul suolo italiano furono sottoposti al campo di internamento in Italia, così anche gli ebrei stranieri o apolidi che si trovarono nei territori fuori d’Italia, ma occupati dal nostro esercito, nella Francia meridionale e nella cosiddetta II e III Zona della Iugoslavia, a partire dal tardo autunno del 1942 vennero internati sul posto. In Francia circa 5000, distribuiti tra nove diverse località prevalentemente delle Alpi marittime o dell’Alta Savoia, specialmente a Saint Martin Vésubie e a Saint Gervais; in Iugoslavia circa 2700, distribuiti nei campi di Kraljevica sulla costa croata o sulle isole di Brac e di Hvar (successivamente spostati sull’isola di Rab nella Dalmazia italiana), sotto la sorveglianza dell’esercito italiano.

Dopo l’8 settembre del 1943, con lo sfaldamento della IV Armata italiana in Francia, più di un migliaio di quegli ebrei che erano stati in residenza coatta a Saint Martin Vésubie, entrarono clandestinamente in Italia, seguendo i militari in ritirata attraverso i passi delle Alpi Marittime delle Finestre e della Ciriegia. Fu una tragica marcia di famiglie, male in arnese, con bambini al collo e anziani da trascinare su impervie mulattiere, esposte, con il freddo pungente del 9 di settembre, alla fatica e alla disperazione. Questo gruppo, assieme a quello entrato per via ferroviaria in Italia da Saint Gervais, sarà fra i maggiori protagonisti della grande operazione di soccorso messa a segno dalla Delasem e dai comitati locali ebraico-cristiani. I «francesi» di Saint Martin Vésubie, passata la linea di confine con l’Italia, infatti, si riversarono lungo le valli di Cuneo sperando di non incontrare i tedeschi, che si erano lasciati alle spalle fuggendo dalla Francia. Purtroppo però anche in Italia gli avvenimenti avevano portato all’occupazione tedesca e circa trecento cinquanta di essi furono arrestati, dopo la terribile marcia della speranza, nei paesi di Valdieri e di Entracque, e internati nella caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo. Furono più tardi raggiunti da un distaccamento della polizia di sicurezza tedesca di Nizza, salita appositamente per organizzare il convoglio che il 21 novembre 1943 doveva portarli a Nizza e, da lì, al campo di transito di Drancy, ultima tappa, prima della deportazione verso il campo di sterminio di Auschwitz. Quelli che poterono scampare all’arresto si nascosero nei boschi e nelle grotte dei dintorni e, aiutati dalla popolazione locale, lentamente cominciarono a muoversi verso Sud a gruppetti. L’organizzazione del loro viaggio verso nuove mete fu operata dalla Delasem, che fornì mezzi economici, cibo, procurò false carte di identità, itinerari per il percorso, indirizzi dove rivolgersi a Genova, Firenze, Livorno, Roma.

 

Il secondo più cospicuo gruppo di stranieri di cui si occupò la Delasem fu quello degli ebrei iugoslavi. La loro situazione rispetto alla vicenda del soccorso si era determinata nel modo seguente: dopo lo smembramento della Iugoslavia attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, tra aprile e maggio del 1941, una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato indipendente di Croazia, con capitale Zagabria e con a capo Ante Pavelic, fondatore del movimento ustasha (letteralmente: ribelle), pieno di odio nei confronti di una Iugoslavia multietnica e di intolleranza violenta e crudele verso la presenza di serbi, ebrei e zingari. Alcuni altri territori ex iugoslavi furono invece annessi all’Italia: la fascia costiera a sudest di Fiume con le città di Susak e di Bakar, assorbite amministrativamente dalla provincia di Fiume, con a capo il prefetto locale; la metà meridionale della Slovenia, con la città di Lubiana, amministrata da un alto commissario; la costa dalmata tra Split (Spalato) e Zara con le isole costiere e i dintorni di Kator (Cattaro) amministrata dal governatore della Dalmazia.

In queste aree annesse all’Italia con decreto del 19 maggio del 1941, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel paese dal settembre del 1938, cioè la legislazione persecutoria razzista. Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Ma poiché erigere campi di internamento sul posto era un problema talvolta insormontabile per questioni di vettovagliamento e di sicurezza, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui poi vennero ritrasferiti, in condizione di «internati liberi», in domicilio coatto in sperduti paesini del Centro e del Nord Italia.

È bene ricordare che gli ebrei che fuggivano dalle violenze e dalle crudeltà ustasha desideravano ardentemente passare clandestinamente le linee guardando ai territori di recente acquisizione italiana come felice isola di salvezza: essere in seguito privati di una parte della loro libertà era pur sempre una situazione migliore che quella di venir massacrati. Migliaia di persone in quei mesi cercarono di raggiungere Fiume, la Dalmazia, la Slovenia dove, fermati dalle locali autorità, venivano spediti in internamento in Italia, mentre una certa parte, il cui numero non è stato ancora possibile valutare appieno, fu respinta alla frontiera. Questi respingimenti avvennero più nella zona di Fiume che nelle altre due, dove le autorità italiane furono meno severe. Gli ebrei iugoslavi fuggiti dalla Croazia con il meccanismo sopra esposto e poi finiti in stato di «libero internamento» o «internati civili di guerra» nelle province di Treviso, di Rovigo, di Aosta, di Modena saranno loro per lo più, dopo l’8 settembre del 1943, i beneficiari dell’opera di soccorso messa a segno dalla popolazione in mezzo alla quale avevano vissuto per due anni armoniosamente, malgrado le proibizioni di fraternizzare, di svolgere attività lavorativa e l’obbligo di presentarsi alle autorità di polizia ogni giorno.

 

Le retate tedesche e quelle italiane

L’8 settembre del 1943 venne dato alla radio l’annuncio dell’avvenuto accordo segreto di armistizio tra l’Italia e le potenze alleate, fino ad allora nemiche, e i tedeschi si trasformarono in poche ore da alleati in alleati-occupanti. Fu stabilito un nuovo governo fascista repubblicano con a capo Mussolini, liberato dai tedeschi dalla prigionia dove era tenuto dal governo Badoglio e dal re. Lo Stato neofascista prese il nome di Repubblica Sociale Italiana (Rsi) con capitale non più Roma ma la cittadina di Salò sulle rive del lago di Garda.

Fin dalla fine di settembre del 1943, i nazisti importarono in Italia la politica antiebraica già messa in atto negli altri paesi occupati. Il fine era la distruzione delle popolazioni ebraiche locali mediante retate a sorpresa nelle grandi città, concentramento in luoghi prescelti, caricamento del bottino umano su convogli sigillati e avvio verso il campo di Auschwitz in Alta Slesia dove erano stati sistemati, dal marzo del 1943, «moderni» impianti di sterminio per l’assassinio di massa.

La retata più grave fu messa in atto il 16 ottobre 1943 a Roma dove più di mille inermi persone, tra cui numerosi bambini, furono colte nel sonno e trasferite a pugni e calci nel collegio militare di via della Lungara in attesa che venisse predisposto il treno per la loro deportazione.

Le reazioni del Vaticano furono, contrariamente a quanto la stessa diplomazia tedesca si era aspettata, quasi nulle. Il segretario di Stato Maglione si accontentò di un colloquio privato con l’ambasciatore Ernst von Weizsaecker, senza neppure elevare una nota di protesta ufficiale alla Germania. Questo atteggiamento di riserbo tenuto in quella occasione dalla Santa Sede non fece altro che reiterare quello tenuto a livello internazionale nei confronti del genocidio antiebraico che si stava consumando nei paesi invasi dalla Germania e del quale la Santa Sede era stata informata fin dalle prime battute.

La retata a Roma e quelle successive a Firenze, Siena, Bologna, Genova furono condotte da un reparto speciale dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, capeggiato da Theo Dannecker inviato dall’Ufficio di Adolf Eichmann a Berlino, appositamente giunto in Italia. Furono condotte tutte secondo lo stesso schema e senza che le autorità italiane venissero consultate.

Era una mancanza di considerazione verso l’alleato-occupato, che non poteva certo gradire che, sul suo territorio, i tedeschi operassero retate di cittadini italiani, sia pure di cittadini di secondo grado come erano gli ebrei dopo le leggi d’eccezione del 1938 e seguenti.

Occorreva per il governo repubblicano di Mussolini recuperare una parvenza di sovranità e così, il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno della Rsi emanò, tramite i prefetti, l’ordine di arrestare e di internare in appositi campi di concentramento tutti gli ebrei e di procedere alla confisca dei loro beni in attesa del sequestro degli stessi. Da allora, poliziotti e carabinieri ebbero l’ordine di recarsi nelle case ebraiche per arrestare le prossime vittime oppure di mettersi sulle loro tracce in caso che queste fossero fuggite in tempo. A Venezla il 5 dicembre 1943 il questore programmò una vera e propria retata notturna a sorpresa avente per epicentro il vecchio ghetto e la casa di riposo.

Quella del 30 novembre fu una decisione gravissima, poiché metteva automaticamente tutti gli ebrei fuorilegge e li rendeva passibili di arresto immediato, provocando in loro un incontenibile senso di panico e di insicurezza che si aggiungeva al terrore per le retate tedesche. I tedeschi però, non avendo più intenzione di muoversi, appresero la decisione italiana con la massima soddisfazione. Ci rimane il verbale di una riunione berlinese del 4 dicembre 1944 in cui si diceva di accogliere con piacere la decisione italiana dato che sarebbe stato impossibile alle esigue forze di polizia tedesche rastrellare comuni e città grandi e piccole alla ricerca di ebrei.

Dunque dalla sera del 30 novembre 1943 alle questure e alle compagnie dei carabinieri toccò il compito di effettuare ricerche domiciliari di compiere i fermi, di custodire nelle prigioni e nei campi di concentramento provinciali gli ebrei, alla polizia di sicurezza tedesca il compito di prelevarli e di organizzare la loro deportazione ad Auschwitz.

Contestualmente, il ministro dell’Interno scelse l’area per edificare un grande campo di concentramento nazionale per internare tutti gli ebrei arrestati; si trovava nella località di Fossoli, a pochi chilometri di distanza da Carpi in provincia di Modena. Apparentemente le autorità italiane, secondo la nuova legge, dovevano limitarsi a imprigionare tutti gli ebrei in circolazione, per famiglie, compresi i bambini, concentrarli a Fossoli. Ma il luogo aveva la capienza di 4-5000 posti, e gli ebrei in Italia erano molti di più. Questo fatto e altri elementi che emergono qua e là dai documenti, ci inducono a pensare che in dicembre un preciso accordo politico tra italiani e tedeschi in merito alla consegna degli ebrei per la deportazione fosse stato definito. Dalla metà di febbraio 1944 giunse in Italia da Berlino lo speciale addetto alla questione antiebraica con sede presso la centrale della Gestapo a Verona, capitano delle SS Friedrich Bosshammer. Nell’agosto del 1943 il campo di Bolzano sostituì quello di Fossoli, evacuato, mentre nelle regioni nordorientali dell’Italia continuò a fungere da luogo di transito e anche di morte il campo di San Sabba alla periferia di Trieste.

Tra il 16 settembre del 1943 e il 24 marzo del 1945, i convogli che lasciarono l’Italia per il campo di sterminio di Auschwitz o, per ragioni particolari, verso altri campi del «Grande Reich», furono decine tra grandi e piccoli. Trasportarono 6806 persone identificate (ma ce ne sono circa 1000 non identificate), 837 delle quali sopravvissero. Tra di essi nessun bambino.

 

Il soccorso agli ebrei in pericolo

Per meglio valutare l’entità del fenomeno del soccorso prestato agli ebrei conviene innanzitutto ricordare che il totale della popolazione italiana, valutata secondo l’ultimo censimento disponibile, quello del 1936, era di 42 milioni 994 mila anime. Nel 1943, dando per scontato un certo incremento di popolazione e prendendo in considerazione solo le regioni rimaste sotto il regime della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, gli italiani dovevano essere almeno altrettanti.

Nello stesso periodo, gli ebrei rimasti intrappolati nel territorio governato dalla Repubblica Sociale Italiana e dall’occupante tedesco erano circa 32.300 sicché, ridotta la questione in meri termini quantitativi, circa 43 milioni di italiani avrebbero potuto o dovuto proteggere 32.300 ebrei perseguitati.

Di questi, circa 8000 furono gli arrestati (6806 deportati identificati, a cui si aggiungono circa 1000 deportati non identificati, 322 uccisi o morti in Italia prima della deportazione, circa 500 arrestati ma non deportati per mancanza del tempo necessario). Ne rimasero indenni altri 23.500 circa. Segnaliamo però già, a partire dal puro dato numerico, che la salvezza degli ebrei in Italia, per la loro esiguità e per la loro «inqualificabilità» fisica, che in nessun modo li faceva distinguere in mezzo al resto della popolazione, non era questione insormontabile. Gli ebrei facevano parte di una seconda Italia sommersa costituita da migliaia di individui bisognosi di aiuto: come i soldati che avevano smesso la divisa, come i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di internamento, come gli antifascisti ricercati. Senza il soccorso e la connivenza della prima Italia «ufficiale» che viveva, si nutriva, lavorava, operava alla luce del sole, aveva accesso alle tessere annonarie e a documenti accettati, la seconda Italia non avrebbe potuto sopravvivere. Occorreva trovare falsi documenti, finte tessere annonarie, rifugi, cibo, accompagnare i clandestini alla frontiera italo-svizzera, un’attività praticata da centinaia di individui, mossi dalle più diverse motivazioni, tra i quali ci sono anche i soccorritori di ebrei, cosiddetti “Giusti”.

È importante sottolineare come i “Giusti” si mossero su un terreno di solidarietà non solo verso gli ebrei ma verso gli ebrei in un contesto 
civile ben preciso. La protezione ai ricercati e agli ebrei fa parte della categoria della resistenza civile, come gli scioperi, le manifestazioni di massa per la penuria del cibo, il fiancheggiamento alla lotta armata, la resistenza al reclutamento di manodopera coatta. Non si può isolare il concetto del soccorso agli ebrei da quello di resistenza morale, un fenomeno che interessò tutta l’Europa occupata, anche se variò da paese a paese, da una situazione a un’altra, da un tempo a un altro. Secondo la definizione di Jacques Semelin, la resistenza civile comprese una serie di comportamenti conflittuali con il potere costituito che si avvalsero non di armi, ma di mezzi civili come: il coraggio morale, l’inventiva, l’aggiramento della violenza, la capacità di manovrare i rapporti e di cambiare le carte in tavola a dispetto e ai danni del nemico.

Discorso leggermente diverso va fatto per il soccorso da parte degli ecclesiastici dove l’aiuto agli ebrei fu operato nel quadro di una più vasta opera di aiuto a civili rimasti senza tetto, a rifugiati di ogni tipo, a perseguitati per motivi politici. La carità cristiana fu dispiegata durante la guerra in maniera non specifica nei confronti degli ebrei, ma sicuramente in maniera speciale, per motivi di quantità e di particolare allarme per le loro vite. Il rifugio nei conventi e nelle case religiose, l’aiuto dei parroci nei piccoli centri, la disponibilità e il soccorso prestato da esponenti o semplici iscritti ad Azione Cattolica fu di tale proporzione da assumere un aspetto corale, significativo sul piano ideale ma anche sul piano semplicemente dei rapporti affettivi tra le persone coinvolte. Al contrario di molti osservatori, non pensiamo che per questa opera fosse necessaria una specifica direttiva papale.

Dopo l’8 settembre 1943, il sentimento popolare era ormai cambiato: alla sopportazione e all’indifferenza per i problemi provocati dal regime fascista, si sostituì la rabbia nel constatare che l’Italia era per i tedeschi terra di conquista, dove non c’era limite ai soprusi. Forse gli italiani tardarono a riconoscere la natura del nazismo perché, per anni, esso si era presentato sulla scena come alleato, e, tra l’altro, fino all’8 settembre 1943 non aveva mai usato violenza sugli italiani. Ora che la Germania nazista era diventata alleata-occupante, la reazione fu immediata. I «resistenti civili» furono a migliaia: si trattò soprattutto di persone qualunque, semplici uomini della strada non dotati di particolare educazione o istruzione, che diventarono, a contatto con la barbarie, anticonformisti, non allineati, non filofascisti, non filotedeschi.

Aiutò a predisporre gli animi in tal senso soprattutto la grande operazione di soccorso con vestiario e occultamento dei soldati sbandati nei giorni dopo l’8 settembre 1943, primo atto popolare, non coordinato, di insubordinazione agli ordini nazisti e fascisti.

L’atteggiamento comune cambiò e, in pochi giorni, dall’indifferenza si passò al soccorso attivo o passivo. Per soccorso attivo si intende quell’insieme di attività volte a scardinare deliberatamente la politica nazista e fascista, mediante azioni di sabotaggio, offerta di nascondigli, boicottaggio degli ordini impartiti, fabbricazione di carte false, accompagnamento alla frontiera. Il soccorso passivo si estrinsecò invece in azioni di non coinvolgimento diretto, ma di tolleranza e connivenza verso azioni altrui.

Questo comportamento solidale, visto nel suo insieme, ebbe in Italia due caratteristiche: fu spontaneo e collettivo. Fu un comportamento sociale di completa rottura rispetto al passato e si sottrasse clamorosamente dall’abitudine imposta dal regime di organizzare gli eventi collettivi. Fino ad allora, collettivo aveva voluto dire orientato, mai spontaneo. Dopo l’8 settembre, in poche ore, migliaia di giovani sbandati che servivano nell’esercito gettarono la divisa, si vestirono di abiti civili e chiesero l’aiuto della popolazione per occultarsi nelle campagne, nei casolari in montagna, nelle cantine, ovunque ci fosse qualcuno disposto a nasconderli. A questa massa di militari, si aggiunsero presto soldati o ufficiali alleati fuggiti dopo l’8 settembre dai loro luoghi di internamento e vaganti nella penisola alla ricerca di informazioni, aiuti materiali e logistici per mettersi in contatto con il loro esercito o per attraversare le linee, o per rifugiarsi in Svizzera. Si aggiungano gli antifascisti fuggiti dai campi di internamento disseminati soprattutto nell’Italia Centrale, gli oppositori politici ricercati per attività «eversiva», tutti gli ebrei d’Italia e si vedrà che il movimento di soccorso nei loro confronti non poteva non assumere il carattere di movimento corale: migliaia di persone ne aiutarono altre migliaia. L’aiuto da parte della popolazione civile agli ebrei non si può capire se non collocandolo in questa prospettiva. Scorrendo le vicende dei Giusti, appare chiaro come il soccorso nella maggioranza dei casi fu meramente umanitario, e si capisce perché: i partigiani in montagna o i resistenti in città, di fatto, facevano parte dell’universo dei clandestini perseguitati, con scarse possibilità di porgere aiuto ad altri perseguitati. D’altra parte, le organizzazioni politiche non presero immediatamente coscienza del pericolo mortale in cui versavano gli ebrei. Il CLN, è vero, sollecitato dai vertici della Delasem in Svizzera nell’autunno del 1944 finalmente si mosse, ma i fogli clandestini antifascisti affrontarono il problema solo sporadicamente.

 

I privati, le famiglie amiche, i conoscenti furono più rapidi e determinati perché la situazione di allarme parlò immediatamente alle loro coscienze. Contarono allora di più forme di concordanza fondate su rapporti familiari, professionali, lavorativi, di amicizia, di comunità. Si pensi ai vicini del rione del quartiere ebraico a Roma che nascosero centinaia di cittadini ebrei nelle cantine, nei solai, nei retrobottega dei negozi durante la terribile retata del 16 ottobre 1943 o gli amici che si strinsero talvolta in appartamenti di due, tre locali per ospitare i perseguitati.

È bene ricordare che non ci fu specifico pericolo incombente su chi dava protezione agli ebrei in particolare. Voci, successive alla guerra, di fantomatici proclami che diffidavano la popolazione dall’aiutare ebrei non sono avvalorate dai documenti. Malgrado la pesantissima atmosfera di intimidazione generale per chi non si conformava all’ordine costituito veniva arrestato e punito con la deportazione chi faceva parte o era sospettato di far parte di un movimento antifascista organizzato, o veniva colto a possedere una radio clandestina o armi. Alcuni dei nostri Giusti sono stati in questo senso doppiamente eroici, furono arrestati e deportati per aver generosamente soccorso degli ebrei nel quadro di una loro cosciente attività politica.

La principale forma di soccorso necessario agli ebrei in pericolo era l’occultamento in situazione dove essi non potessero essere più riconoscibili: per occultarsi occorrevano due cose, un ricovero diverso dalla propria abitazione e una falsa identità. Il primo più importante elemento di salvezza fu offerto, oltre che da generosi amici in case private, soprattutto da coloro che avevano a disposizione da offrire luoghi per dormire: conventi, monasteri, case religiose, ospedali.

Da ricerche da noi intraprese, risulta che i religiosi cattolici furono i principali attori dell’occultamento degli ebrei. La situazione di Roma fu particolare perché vide la presenza simultanea di tanti ebrei (una comunità che contava 11.000 membri) e di tanti conventi e case religiose: è naturale che gli ebrei che fuggivano terrorizzati dalla retata scatenata dai nazisti il 16 ottobre del 1943, se privi di amici non ebrei pronti ad accoglierli nelle loro case, bussassero disordinatamente alle porte dei conventi, unica ancora di salvezza. Ciò si verificò a Roma per il modo stesso in cui agì sugli animi la tragica sorpresa del rastrellamento. Negli altri luoghi le cose andarono diversamente, come in una benefica catena: di solito gli ebrei che si trovavano già in condizione di sfollamento in piccoli centri o paesi, giunti l’8 settembre e l’occupazione tedesca, ma ancor più, giunto l’ordine di arresto generalizzato italiano del 30 novembre 1943, si rivolgevano alla persona più in vista, e allo stesso tempo più degna di fiducia del paese, il parroco. Questi, non disponendo di luoghi in cui far dormire le persone bisognose, si rivolgeva ai conventi, ai monasteri vicini o ai seminari per raccomandare gli ebrei, divenuti suoi protetti. La catena dell’esercizio della carità cristiana, altrove che a Roma, fu quindi dispiegata dal clero secolare per una parte e dal clero regolare dall’altra, in una situazione in cui le case religiose e i conventi erano anche i luoghi dove gli sfollati si rifugiarono come primo ricovero dai bombardamenti alleati.

Le altre strutture di elezione per l’occultamento degli ebrei furono gli ospedali, dove occorreva la generosità del primario e la connivenza del personale infermieristico: l’Istituto Dermopatico italiano, il Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, il Policlinico Umberto I, a Roma, così come la casa di cura psichiatrica Villa Turina Amione diretta dal dottor Angela a San Maurizio Canavese e altri furono luogo di sollievo e rifugio.

Quanto all’altro importante elemento di salvezza, i documenti falsi, ricordiamo che per sopravvivere ne occorrevano di due tipi: una carta di identità o una tessera postale (quest’ultima di più fondata legittimità), e una tessera annonaria, distribuita dalle autorità a ogni cittadino, necessaria per ricevere la razione di cibo consentita dall’economia di guerra data nei negozi di alimentari. Gli ebrei in clandestinità erano privi sia delle prime sia delle seconde, per cui, oltre a correre un grande pericolo se colti con i propri documenti stampigliati con la dicitura «di razza ebraica», non avevano modo di procurarsi cibo necessario.

Come per tutti i ricercati, anche per gli ebrei si creò un vero e proprio mercato di falsi documenti, talvolta ceduti gratuitamente per spirito di generosità, talvolta pagati a caro prezzo. Benemeriti impiegati comunali si lasciarono «derubare» di carte di identità in bianco a Roma, Milano, Bellaria e altrove, mentre a Genova si sa che un impiegato comunale si fece pagare profumatamente.

Oltre alle carte in bianco occorrevano dati certi con cui riempirle, nuove fotografie e timbri e punzoni fabbricati appositamente da tipografi compiacenti. I dati falsificati recavano luoghi di residenza nell’Italia Meridionale, difficili da controllare in caso di fermo perché in zona già liberata dagli Alleati. Uno di questi falsari era Giorgio Nissim che con l’aiuto di don Paoli fabbricò decine di queste carte di identità avendo come base la casa degli Oblati a Lucca, altri furono Luigi e Trento Brizi ad Assisi, padre Benedetto Maria a Roma, il cosiddetto Centro X (diretto dal generale Bencivenga) che arrivò a produrre a Roma migliaia di false tessere annonarie su carta filigranata delle Cartiere di Fabriano, sottratta al Poligrafico dello Stato con un audace furto notturno.

Oltre alle comunità religiose o ospedaliere, talvolta ad agire furono comunità civili, come gli abitanti di un villaggio o abitanti di un caseggiato, in un concorso di sentimenti positivi. Mi sembra eccezionale il caso dei molti abitanti di Borgo San Dalmazzo che portarono cibo e generi di prima necessità alla caserma degli alpini, improvvisato campo di concentramento per gli ebrei arrestati a Valdieri ed Entracque per circa un mese, fino al 21 novembre. L’altro caso da segnalare è senz’altro quello della cittadina di Amandola in provincia di Ascoli Piceno, dove tutto il paese si mobilitò assieme alla famiglia del capostazione Brutti per trattenere la famiglia iugoslava degli Almuli Eskenazi, che si era fermata solo per la notte ed era intenzionata a raggiungere il Sud. Fu formato una specie di comitato di soccorso e ognuno procurò qualche cosa per la sopravvivenza nel rifugio rimediato: chi vestiario, chi cibo, chi biancheria da letto, chi stoviglie e pentole. Non fu da meno il paese di Cotignola in provincia di Ravenna, dove ben quaranta ebrei furono sistemati, forniti del necessario per vivere e di documenti falsi da un gruppo di paesani con in testa il professore di musica e il commissario prefettizio.

Gli ebrei, con l’emanazione del sopra citato ordine d’arresto n. 5 diffuso dal capo della polizia Tamburini ai prefetti la sera del 30 novembre del 1943, ricaddero nella categoria dei fuorilegge da arrestare sia da parte della polizia tedesca, sia italiana.

Se scoperti, erano senza scampo, destinati a essere mandati prima nelle prigioni e nelle camere di sicurezza locali, poi al campo di raccolta e di transito (di Fossoli, o di Bolzano poi), dove dovevano attendere il loro turno per la deportazione verso l’Est, eufemismo per dire essere assassinati con il gas oppure introdotti nel campo di sterminio di Auschwitz per essere sottoposti a lavoro-schiavo.

Ogni famiglia cercò di procurarsi la salvezza, tentando di occultare la propria identità confondendosi nel mare dell’anonimato. Si verificava la necessità di dover cambiare spesso residenza o rifugio, con il cuore in gola, con l’ansia di non riuscire a trovare una nuova sistemazione, con sempre meno oggetti personali e vestiti appresso, lasciati nel posto precedente. Su tutti incombeva il terrore di essere scoperti e arrestati assieme alle famiglie, la preoccupazione di procurarsi carte false, cibo e ricovero. Naturalmente riuscirono meglio coloro che avevano legami di familiarità con la parte cosiddetta ariana della popolazione e quindi, prime fra tutte, le famiglie miste, in cui solo un coniuge era ebreo e l’altro partner ariano. Questo è il caso in cui tutto un gruppo familiare era in grado di dare una mano per l’organizzazione della clandestinità. Ci mancano le statistiche, ma è facile pensare che la maggior parte dei salvataggi sia da ascriversi a questa situazione.

La seconda situazione ottimale era quella in cui il capofamiglia era stato (prima dell’autunno del 1938) uno stimato professionista con legami di amicizia e di sodalizio con colleghi e membri della società circostante.

Più una persona aveva allacciato legami di amicizia e di comunanza con la società che lo circondava, più possibilità aveva di essere aiutato, ciò valeva per gli ebrei italiani ma anche per gli ebrei stranieri profughi.

A questo proposito, menzione particolare va fatta all’alto numero di ebrei stranieri profughi o ex internati in Italia che si salvarono. Un fatto stupefacente che non ha pari negli altri paesi occupati dove, al contrario, gli ebrei stranieri e profughi furono in genere i più colpiti dalla persecuzione. Guardando alle statistiche, gli ebrei stranieri colpiti dalla Shoah sono la metà di quelli italiani, 1954 identificati i primi, 3.836 identificati i secondi. Le ragioni di questo fenomeno sono l’alta qualità del soccorso prestato dalla rete Delasem e dalle autorità ecclesiastiche per quanto riguarda gli ebrei «francesi» e l’alto grado di familiarità conseguita con la popolazione locale dai gruppi di iugoslavi in libero internamento in paesini del Centro e del Nord Italia. Tali profughi, di elevata cultura e professionisti costretti a fuggire, furono apprezzati dagli abitanti e, dopo l’8 settembre, protetti e fatti fuggire in massa, specialmente dalle province di Treviso e di Aosta.

La gamma degli interventi in favore degli ebrei andò dalla connivenza verbale, all’aiuto finanziario, all’occultamento dei beni, alla prestazione di ricovero e cibo, all’organizzazione del salvataggio, all’accompagnamento al confine italo-svizzero.

 

Rimane da menzionare le reti di assistenza, che sono giocoforza intitolate a singole persone e a singole situazioni, reti che tuttavia si possono scorgere in filigrana.

La prima e più importante, continuamente citata nelle singole vicende, è l’opera ebraica di soccorso Delasem già attiva legalmente sotto il governo fascista dalla fine del 1939. Divenuta clandestina, si appoggiò alle autorità ecclesiastiche di alto rango, oltreché a una vasta rete di connivenze costituita dai più disparati ambienti sociali: impiegati comunali, medici, industriali, diplomatici stranieri, tipografi. La Delasem stessa si rivolse, per ricevere assistenza nella distribuzione del denaro raccolto all’estero e per il reperimento di ricoveri nei conventi, al cardinal Pietro Boetto a Genova, al cardinal Elia Dalla Costa a Firenze, a monsignor Placido Nicolini vescovo di Assisi, al cardinal Fossati a Torino, al cardinale Schuster a Milano, e all’arcivescovo Antonio Torrini di Lucca, da tutti loro ricevendo un fraterno e solidale aiuto, che andò in alcuni casi fino a far rimuovere la regola della clausura in certi conventi di Firenze e Assisi.

A partire dalla seconda settimana di settembre del 1943 , l’organizzazione, che già si trovava a dover affrontare l’emergenza dei folti gruppi di ebrei provenienti dalla Iugoslavia che si trovavano in internamento, fu travolta dall’ondata di fuggitivi che era dilagata in Italia dalla Francia meridionale attraverso i passi alpini. Essa, che fino ad allora si era occupata di problemi organizzativi legati all’ emigrazione dei rifugiati stranieri presenti nella penisola e di problemi di assistenza sociale nei campi di internamento, per garantire agli stessi un livello di vita sopportabile, dovette rapidamente mutare obiettivi. Con la liberazione dall’internamento degli iugoslavi seguita alla caduta di Mussolini e l’arrivo dei «francesi», il numero di persone bisognose di sussidi in denaro aumentò vertiginosamente e ben presto si profilò l’urgenza di trovare loro ricovero (non ancora nascondigli poiché gli arresti iniziarono in Italia solo il mese successivo).

I profughi, anche per suggerimento dei responsabili della Delasem che fin dalla primavera precedente avevano accarezzato l’idea di spostare gli ebrei residenti nel Nord Italia al Sud in territorio liberato dagli anglo-americani, si diressero di preferenza verso le regioni meridionali. Di conseguenza, gli uffici della Delasem maggiormente coinvolti furono quelli che si trovavano lungo la linea Genova-Torino-Firenze-Roma. In queste quattro città, gli attivisti della Delasem (a Firenze denominata Comitato di soccorso ai profughi) dispiegarono ogni sforzo nell’opera di assistenza, confortati da un flusso di denaro proveniente dalla grande e benemerita organizzazione di soccorso American Jewish Joint Distribution Committee e da poche altre. Questa frenetica attività fu attuata fintanto che l’occupante tedesco non mise in piedi anche in Italia l’organizzazione degli arresti e delle deportazioni verso il campo di sterminio di Auschwitz, cioè fino a metà ottobre del 1943.

I rastrellamenti a Roma il 16 ottobre 1943 e a Genova il 3 novembre successivo misero in allarme non solo gli ebrei stranieri ma indistintamente tutti gli ebrei d’Italia, che furono costretti a passare massicciamente nella clandestinità. In queste condizioni, l’opera della Delasem cambiò di nuovo forzatamente fisionomia: mentre, tra il 1939 e il 1943, i principali destinatari dell’opera di assistenza erano stati gli ebrei stranieri, dall’ottobre del 1943 anche gli ebrei italiani si trovarono ad avere esattamente le stesse necessità. Occorreva: a) cercare nascondigli; b) riuscire a distribuire denaro necessario alla sopravvivenza dei clandestini; c) fabbricare falsi documenti necessari per circolare, ma anche per procurarsi carte annonarie; d) trovare vie sicure per sconfinare in Svizzera.

La Delasem stessa passò nella clandestinità e i suoi attivisti, per poter continuare a operare, dovettero chiedere l’aiuto del mondo ecclesiastico: filiera per eccellenza era la Chiesa cattolica con le sue ramificazioni gerarchiche e territoriali e con la sua consolidata esperienza di esercizio del diritto di asilo.

Talvolta i soccorritori facevano parte non già della popolazione civile o ecclesiastica «spettatrice», ma addirittura dell’universo delle pubbliche autorità, cioè di coloro che erano supposti essere «i persecutori», come funzionari di polizia, carabinieri, finanzieri, podestà, commissari prefettizi, perfino «camicie nere».

Questi, talvolta anticiparono le notizie dei prossimi arresti, talvolta chiusero un occhio sull’esibizione di documenti non del tutto a posto, talvolta aiutarono a trovare sistemazioni o nascondigli, talaltra fornirono essi stessi documenti falsi. Tutti, naturalmente, erano tenuti a eseguire gli ordini, non obbedire era un’insubordinazione, ma a un certo punto della catena un anello si rompeva; questo avvenne ai livelli più alti, per esempio, per i funzionari degli uffici stranieri delle questure di Roma e di Fiume nelle persone di Angelo De Fiore e di Giovanni Palatucci, come per alcuni podestà (carica simile a sindaco, non elettiva, bensì di partito) di piccoli comuni come Ercole Piana, podestà di Bard, Francesco Garofano, podestà di Grognardo, Roberto Castracane, podestà di Villa Santa Maria, Vittorio Zanzi, commissario prefettizio a Cotignola, Giacomo Bassi, segretario comunale a Canegrate. Si hanno anche casi di carabinieri che corsero ad avvertire le prossime vittime di un imminente arresto come nel caso del maresciallo Enrico Sibona a Maccagno o Carlo Ravera ad Alba, o del maresciallo Osman Carugno, che a Bellaria aiutò un cospicuo gruppo di ebrei iugoslavi a trovare un rifugio.

L’aiuto agli ebrei fu un aiuto morale, ma dispiegato con mezzi materiali: occorrevano disponibilità economiche per ospitare una famiglia priva di carte annonarie, bisognosa di tutto, dal vestiario ai libri da leggere. Questo, in una economia di guerra, in un panorama di angoscia martellante, di bombardamenti, di penuria di cibo, di costante paura delle retate, ci fa percepire meglio l’ampiezza dei sacrifici messi in atto da quelli che hanno condiviso per giorni e mesi, talvolta per anni, la vita con gli ebrei.

 

Per il riconoscimento di un Giusto occorre che il salvato o i suoi discendenti rivolgano una richiesta a Yad Vashem che, a sua volta, fa scattare una indagine che coinvolge anche i discendenti del salvatore. Se l’indagine si mostra positiva, nel giro di poco più di un anno il titolo viene concesso.

La maggior parte di essi chiede: «Ma che cosa ho fatto di speciale?» oppure «È stata poca cosa, e del tutto naturale, che cosa avreste fatto, voi, al mio posto?».

Francamente, non crediamo alle predisposizioni, crediamo piuttosto che ogni persona possa trovarsi in ogni momento della propria vita a un bivio tra il bene e il male e che ogni volta abbia la possibilità di scegliere che cosa sia il meglio per sé e per gli altri. Ci sono, è vero, schiere di persone che non si pongono mai in condizione di dover scegliere, ma il fatto che troviamo Giusti in ogni strato sociale e a ogni livello di istruzione, maestri, ecclesiastici, donne di servizio, portinai, impiegati, funzionari pubblici, contrabbandieri, medici, militanti politici, artigiani, capistazione, dimostra che quella del salvatore non è una vocazione, è una situazione in cui si potrebbe trovare ognuno di noi a un certo momento della vita. Sarebbe difficile trovare tra i Giusti un denominatore comune, se non un istintivo rifiuto alla disumanità cui le circostanze d’allora obbligavano.

 

Bibliografia:

I Giusti d’Italia I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945. - Yad Vashem - Edizione Italiana di Liliana Picciotto – Mondadori Oscar Storia 2006

Fondazione CDEC, Milano

 

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da "Questo Novecento" di Vittorio Foa

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

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Nel 1938 il Governo italiano decise la campagna antisemita: gli ebrei adulti furono cacciati dal lavoro, gli ebrei ragazzi e bambini furono cacciati dalle scuole. La discriminazione colpì ogni aspetto della vita quotidiana.

In confronto ai nazisti, che uccidevano scientificamente gli ebrei, i razzisti italiani si limitavano a togliere loro le possibilità materiali di lavoro e di formazione, anche se più tardi i fascisti della Repubblica Sociale Italiana avrebbero dato la caccia agli ebrei per farli uccidere dai tedeschi.

 

In Italia gli ebrei erano come tutti gli italiani: c’erano dei fascisti più o meno accesi, degli indifferenti, degli antifascisti più o meno impegnati.

 

Sono ebreo e soffrivo per quello che succedeva agli ebrei, ai miei fratelli che perdevano il lavoro ed erano costretti a una incerta emigrazione, ai molti che conoscevo e a quella moltitudine che in Italia, e ormai in gran parte d’Europa, era gettata nel buio. Dalla mia cella di Regina Coeli non potevo manifestare la mia protesta se non nelle lettere a mia madre e mio padre.

 

Nel gennaio 1942 (il 20 gennaio dei 1942 si svolse la conferenza dei Wannsee, nel corso della quale si programmò la "soluzione finale") i nazisti decisero di sterminare, senza eccezione alcuna tutti gli ebrei e ne disposero, con una organizzazione su scala industriale di massa, la cattura, il trasporto a est e l’uccisione. Ma già prima della cosiddetta "soluzione finale", le condizioni, imposte agli ebrei avevano come sbocco la morte, attraverso un percorso di efferata disumanità.

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