Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
Articles récents

L’opposizione al fascismo, in esilio

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Tra il 1922 e il 1926 tanti italiani lasciarono l'Italia.

Aboliti i partiti, soppressa la libertà di stampa, considerati decaduti i deputati che avevano partecipato all'Aventino, sciolte le associazioni sindacali, non rimaneva agli oppositori del fascismo che il carcere, il confino o l'espatrio clandestino. Fino al 1925 l'emigrazione aveva avuto carattere di massa: operai e contadini iscritti ai partiti antifascisti, organizzatori di cooperative e sindacalisti delle leghe bianche e rosse, perseguitati, prendevano la via grigia e triste dell'esilio.

Si è parlato di 300.000 emigrati politici durante il fascismo. Sono cifre difficili a controllare ma si calcola che dei lavoratori italiani in Francia, almeno centomila avevano lasciato l'Italia per ragioni politiche. La Francia, l'Austria, la Svizzera erano infatti le mete preferite dei profughi e in quei Paesi si crearono i primi nuclei dei centri d'opposizione in esilio. Si rinnovava così la tradizione risorgimentale del fuoriuscitismo e dell'esilio e si formarono addirittura alcuni uffici per facilitare l'espatrio clandestino. Uno dei più noti fu quello organizzato a Milano da Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Riccardo Bauer e Giovanni Mira.

Tra il 1926 e il 1927, dopo le leggi eccezionali cominciò l'esodo degli antifascisti più illustri, intellettuali e dirigenti politici. Per 17 anni, idealmente collegati agli uomini rimasti a lottare clandestinamente in Italia, essi formarono quei gruppi di fuorusciti il cui compito era duplice: proseguire la battaglia politica ed ideologica contro il fascismo, assicurando la continuità dei partiti d'opposizione e preparando il terreno alla resistenza armata; e, insieme, testimoniare nel mondo l'esistenza d'un'altra Italia, diversa da quella dei gerarchi e delle camicie nere, anzi ad essa decisamente contraria. I frutti di quella lunga e difficile lotta si raccolsero poi fra il 1943 e il 1945, quando tutta l'Italia migliore si riconobbe negli esuli, nei condannati, nei cospiratori, nelle vittime.

Primo a partire e a raggiungere Parigi fu Francesco Saverio Nitti, ex Presidente del Consiglio. Dopo di lui, Don Luigi Sturzo, che si stabilì a Londra, da dove con articoli e conferenze proseguì la battaglia antifascista. Poi fu la volta di Giuseppe Donati, direttore del Popolo, perseguitato dai fascisti per aver accusato il comandante della Milizia Emilio De Bono al tempo del delitto Matteotti. Quindi varcò la frontiera il grande storico Gaetano Salvemini, maestro dell'antifascismo fiorentino, che con libri e conferenze, in Europa ed in America, rimase fra i più lucidi e irreducibili avversari del regime di Mussolini.

La colonia degli esuli politici si ingrossava di giorno in giorno: Treves, Buozzi, Nenni, Modigliani e il giovane Saragat fra i socialisti; Chiesa, Egidio Reale, Schiavetti, Pacciardi, Trentin fra i repubblicani; Alberto Cianca, direttore del Mondo e collaboratore di Amendola, Carlo Sforza già Ministro degli Esteri, e che lo sarà anche nell'Italia liberata; Palmiro Togliatti che prima di trasferirsi in Russia diresse da Parigi un centro comunista collegato con le reti cospirative italiane.

Spesso passare la frontiera era un'impresa audace e rischiosa. Fu il caso dell'evasione di Filippo Turati, la cui casa, sotto i portici della Galleria di Milano, era vigilata dalla polizia fascista, mentre la sua vita era continuamente minacciata. Turati era l'uomo politico più popolare d'Italia, bisognava sottrarlo all'odio di Mussolini. Carlo Rosselli, Parri, Pertini ed altri, organizzarono l'evasione. Il 21 novembre del 1926 Turati fu fatto uscire di nascosto e condotto in una casa amica a Varese. La polizia fascista, ingannata e accortasi in ritardo della beffa, frugò inutilmente in tutta l'Italia del Nord. Si trattava quindi di far passare Turati oltre la frontiera, e si scelse la strada del mare, perché il vecchio socialista era troppo malato per attraversare i valichi alpini. La notte del 12 dicembre, alla periferia di Savona, sei uomini presero il largo insieme a Turati su una barca a motore, fornita da Francesco Spirito, quasi sotto gli occhi degli agenti. «Con un mare indiavolato - descrisse il viaggio lo stesso Turati - con le onde che riempivano il brevissimo motoscafo, col cielo senza stelle, con una bussola folle, navigammo a lungo senza esser certi della rotta ... ». La traversata durò dodici orribili ore, poi finalmente la Corsica fu in vista e la comitiva raggiunse la rada di Calvi. Turati e Pertini partirono per la Francia, Parri e Rosselli tornarono in Italia con la stessa barca guidata da Italo Oxilia.

Il processo che si aprì contro di loro a Savona rimase famoso per lo spirito d'indipendenza dei giudici di quel Tribunale ordinario, per la partecipazione del pubblico a favore degli imputati, per il coraggio da loro dimostrato. Quel processo fu una grave sconfitta per il fascismo. Agli imputati, davanti ai giudici ancora indipendenti, fu concesso di rivendicare i motivi ideali che avevano animato il loro gesto, e Rosselli poté collegare pubblicamente l'antifascismo al Risorgimento.

« Socialista - egli disse - venuto al socialismo dopo la disfatta, con la convinzione che il riscatto dei lavoratori debba poggiare su basi morali, per riprendere, integrandola, la tradizione di un Risorgimento rimasto patrimonio di pochi, sento oggi con sicura coscienza che la mia modesta azione si collega, per lo spirito che la informa, a quella dei grandi che combatterono per l'indipendenza italiana».

La condanna, mitissima, equivalse ad un'assoluzione e la folla entusiasta applaudì gli imputati gettando fiori.

A Parigi, l'attività politica degli esuli si andò organizzando. Essi formavano una colonia attiva e rispettata. Nacque una concentrazione antifascista che raccolse tutti i partiti ex aventiniani, meno i comunisti. La sua sede era in Rue Faubourg Saint Denis 103, il suo programma quello di aiutare gli espatri, la stampa clandestina, le manifestazioni contro il regime, la polemica ideologica contro lo stato mussoliniano. Si organizzarono congressi e conferenze in cui si ammoniva l'Europa contro il pericolo della diffusione del contagio fascista. Bruno Buozzi, un operaio, l'ultimo segretario della Confederazione Generale del Lavoro, sciolta dal fascismo, ricostituì l'associazione a Parigi. Quando Mussolini tentò di farlo rientrare in Italia, egli rifiutò con queste parole: 

«Per me, al fascismo, non ho nulla da chiedere. La nostalgia della Patria tortura l'animo mio e quello di molti altri, ma il problema supera le persone. Nelle condizioni attuali, credo di servirla meglio qui piuttosto che a Roma e a Torino per graziosa concessione del fascismo ... Non è colpa mia se oggi in Italia non è possibile fare della politica, intesa nel senso più nobile della parola. In ciò non vi è ombra di rimprovero per i rimasti in Italia. Un popolo non può emigrare. E talvolta io considero veramente eroico chi, restando in Italia, non aderisce al fascismo ... ».

A Parigi, la «Concentrazione» ebbe il suo giornale, La Libertà, diretto da Claudio Treves. Comparve all'estero anche l'Avanti!, sorse una «Lega italiana dei diritti dell'uomo», si moltiplicarono i giornali, le conferenze, i congressi. Gaetano Salvemini si adoperò instancabilmente in due continenti, a mettere in luce ciò che stava accadendo in Italia «sotto la scure del fascismo».

Nel 1929, l'antifascismo italiano in Francia si arricchì di un nuovo arrivo, quello di Carlo Rosselli. Confinato nell'isola di Lipari, Rosselli riuscì a fuggire. L'evasione fu organizzata da un gruppo di antifascisti che, pur facendo la spola con la Francia, non erano ancora emigrati: era il gruppo di Parri, di Bauer, di Rossi, diretto da Parigi da Alberto Tarchiani, ex giornalista e futuro ambasciatore. Dopo un primo tentativo fallito, finalmente nell'estate del 1929, avvenne la coraggiosa fuga. Con Rosselli si trovavano Emilio Lussu e Fausto Nitti, il figlio dell'ex Presidente del Consiglio. Il motoscafo era guidato ancora una volta da Italo Oxilia, il pilota dell'evasione di Turati. Con gli altri c'era Gioacchino Dolci, un giovane operaio romano, che appena uscito dal confino volle tornare per liberare i compagni di prigionia.

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

L’attivismo di Giustizia e Libertà

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il gesto clamoroso di protesta di Ferdinando De Rosa, i voli di Giovanni Bassanesi e Lauro De Bosis.

 

A Parigi, dove circolavano numerosi informatori ed emissari della polizia politica del regime, Rosselli con Cianca, Facchinetti, Lussu, Nitti, Rossetti, Tarchiani e Salvemini fondò una nuova alleanza antifascista, «Giustizia e Libertà », che si proponeva non soltanto di rovesciare il fascismo, ma anche la monarchia. «Giustizia e Libertà », che aveva anche un programma di riforme sociali, diventò presto un movimento autonomo dai partiti, deciso a compiere concrete azioni contro la tirannia fascista.

fondatori-Giustizia-e-Libert-.jpg

Non sempre i suoi metodi di lotta furono condivisi nel mondo dell'emigrazione antifascista. Che i metodi di «Giustizia e Libertà» fossero ispirati da un attivismo più deciso, lo dimostrò l'attentato di Ferdinando De Rosa, un giovane socialista collaboratore di Rosselli. De Rosa volle compiere un gesto clamoroso di protesta, e quando il Principe Umberto andò a Bruxelles a fidanzarsi con Maria José, nell' ottobre del '29, il giovane gli sparò un colpo di pistola, mancandolo. Salvato dal linciaggio e processato, egli dichiarò ai giudici: «In me l'istinto rifuggiva con orrore dal fatto di sangue, ma la ragione me lo imponeva come una suprema opera di giustizia». Condannato ad una pena lieve, De Rosa tornò poi in carcere in Spagna, e morì al comando del battaglione «Ottobre» durante la guerra civile.

Proseguendo nell'attivismo che aveva già suscitato polemiche e discordie interne fra i fuorusciti, il movimento di «Giustizia e Libertà» promosse il volo di Giovanni Bassanesi, un maestro ventunenne. Aiutato da Cianca, da Rosselli e da Tarchiani, e accompagnato dall'intrepido Gioacchino Dolci, Bassanesi superò le Alpi su un piccolo monoplano la mattina dell'11 luglio 1930 e, sorvolando il Duomo di Milano, lanciò per un quarto d'ora manifestini antifascisti. L'impresa venne portata a termine brillantemente ma nel viaggio di ritorno l'aereo cadde sul Gottardo. Bassanesi riuscì a salvarsi ma fu arrestato e processato. Un esito tragico ebbe invece un'altra avventura dello stesso tipo compiuta da un giovanissimo poeta e scrittore, Lauro De Bosis. Il suo fu un sacrificio isolato e romantico, un gesto di puro idealismo. De Bosis non era un aviatore, ma, per mettere in pratica il suo progetto, comprò un aereo ed imparò a pilotarlo. Così, nell'ottobre del 1931 spiccò il volo verso Roma, portando migliaia di manifesti che invitavano il re a liberarsi del fascismo e gli italiani a ribellarsi. Per mezz'ora, alle otto di sera, De Bosis riuscì a lanciare i suoi appelli sulle strade del centro di Roma; poi, inseguito dalla caccia fascista, ripartì verso il mare. Non fu raggiunto, ma a mezza strada fra la costa e l'isola d'Elba, l'aeroplano, rimasto senza benzina, precipitò.

Prima di partire per il volo che sapeva senza ritorno, De Bosis aveva scritto un diario: La storia della mia morte. Vale la pena ricordarlo: 

«Pegaso, è il nome del mio aeroplano, ha la groppa rossa e le ali bianche. Ma non andremo a caccia di chimere. Andremo a portare un messaggio di libertà a un popolo schiavo al di là del mare ... La mia morte non potrà che giovare al successo del volo ... lo sono convinto che il fascismo non cadrà se prima non si troveranno una ventina di giovani che sacrifichino la loro vita per spronare l'animo degli italiani... varrò più morto che vivo ». 

De Bosis aveva dato vita con Mario Vinciguerra ad una alleanza nazionale d'ispirazione liberale che si proponeva di rappresentare, all'infuori dei partiti, l'unità del Paese in caso di emergenza. Con la sua impresa disperata, De Bosis aveva invitato il re a voler rispettare il patto fra la monarchia e il popolo, cioè lo Statuto. Ma il re rimase sordo al suo invito, come lo era stato nel 1925 all'appello dei deputati aventiniani. Lo Statuto ormai era stato sepolto da una nuova legge elettorale e dall'elezione plebiscitaria a lista unica voluta da Mussolini nel 1929. Quelle elezioni furono una farsa. Le schede del « sì» o del «no» erano di colore diverso e facilmente riconoscibili. Entrare in cabina significava già voler nascondere qualcosa ai vigili funzionari del regime, alle camicie nere di guardia, alla milizia armata. E così l'esito era scontato in partenza. Eppure 136.198 italiani ebbero il coraggio di rispondere «no» al fascismo, sfidando le rappresaglie. Dalla Francia, venne il solenne «no» di Turati. 

«No - egli scrisse - perché una gente di recente assurta a dignità di popolo, l'avete retrocessa e degradata a plebe imbavagliata e supina ... No! Perché avete scisso le famiglie, lanciato i figli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, costretti gli spiriti liberi all'atroce alternativa di un duplice esilio: oltre confine; esilio anche più amaro, nella propria terra, sottoposti all'ostracismo del lavoro, inchiodati all'iniquo dilemma: o piegarsi o perire ... ».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

Il Tribunale speciale

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Tribunale-speciale-fascista.jpg

Come era costituito e come funzionava; dal racconto di Sandro Pertini, che dal Tribunale speciale subì una dura condanna. 

Molti altri in Italia non si piegarono. Ma il fascismo era intollerante di ogni superstite opposizione. Gli strumenti legali normali di cui disponeva non sembravano più sufficienti al regime per condannare agevolmente gli avversari politici. Il processo di Savona era stato una dura lezione, perché aveva permesso al pubblico di parteggiare per gli imputati. Chiuso sempre più nella spirale del totalitarismo, il regime decise di sottrarre le sue vittime perfino al giudizio della Magistratura ordinaria per trarle invece di fronte ad un Tribunale speciale. Furono abolite così le ultime garanzie riconosciute ai cittadini dallo Stato di diritto. Gli accusati vennero sottratti ai loro giudici naturali per essere processati da un tribunale di parte; da un tribunale fedele e politicizzato, presieduto non da magistrati, ma da ufficiali della milizia o dell'esercito. I processi venivano celebrati quasi clandestinamente e le sentenze, obbedendo a direttive politiche, erano una pura formalità.

Sandro Pertini, che subì una dura condanna dal Tribunale speciale, ci dice come era costituito e come funzionava:

«Era costituito da un presidente scelto tra gli ufficiali generali dell'esercito o della milizia fascista. Da 5 membri scelti tra gli ufficiali della milizia fascista col grado di console, da un relatore senza voto scelto tra il personale della magistratura militare. In un primo tempo questi membri erano nominati dal ministro della Guerra, in un secondo tempo, invece, furono nominati direttamente da Mussolini. Secondo la legge, il Tribunale speciale doveva durare 5 anni, invece ne durò 15. Le udienze non erano pubbliche; soltanto in alcuni casi eccezionali, come nel processo a carico di Tito Zaniboni e del generale Capello fu ammesso il pubblico. Non venivano contestati fatti determinati, solo imputazioni di carattere generico e si colpivano, si condannavano gli imputati anche soltanto per le loro intenzioni e per le loro opinioni. Le sentenze non erano suscettibili di ricorso alcuno ed era imprudente citare testimoni a discarico se non si volevano rendere vittime della repressione fascista. I difensori dovevano essere molto cauti nella loro difesa se non volevano cadere in disgrazia di fronte al fascismo. Quindi il Tribunale speciale non amministrava giustizia, era semplicemente uno strumento di intimidazione, di repressione e di vendetta del regime fascista».

Uno dei processi più famosi fu quello aperto nel 1928 contro Antonio Gramsci, da tempo perseguitato dalla polizia fascista, contro Umberto Terracini e contro un nutrito gruppo di comunisti, sotto l'accusa di aver ricostituito i quadri del partito in Italia. Rievoca il processo Gramsci, Umberto Terracini: 

«Rivedendo Gramsci fui impressionato profondamente dal suo aspetto: le guance scavate, gli occhi stanchi, smagrito nel corpo che si piegava sotto il peso di una bisaccia piena di libri. Ma era sereno e subito scherzò sull'enormità e sulla quantità delle imputazioni delle quali avremmo dovuto rispondere: cospirazione, formazione di bande armate, vilipendio, resistenza alla forza pubblica e naturalmente anche incitamento alla lotta di classe. "Un vero comico grottesco questo processo - disse - ma noi vi metteremo il contrappunto della nostra serenità che è la virtù dei rivoluzionari" ». 

Gramsci sedeva nella prima panca dentro il gabbione di ferro. Quando fu chiamato per il suo turno a rispondere all'interrogatorio, e venne fuori dall'usciolo della gabbia, i giudici rimasero interdetti nel vederlo. Si attendevano infatti che fosse tutt'altro uomo, la personalità che dalle pagine processuali appariva con lineamenti di tanta autorità e forza intellettuale e morale, abituati come erano ad identificare, nella loro rozzezza, la grandezza con la robustezza corpacciuta e muscolosa del fisico. Ma quando sentirono Gramsci, essi capirono perché il capo della dittatura lo avesse indicato particolarmente alla loro severità. E si capisce perché il pubblico ministero pronunciasse quella famosa frase: «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per venti anni».

Gramsci fu condannato a vent'anni e Terracini a ventidue. In totale, 290 anni di carcere a 22 imputati, fra i quali c'era anche Mauro Scoccimarro. Per Antonio Gramsci, con questa condanna, cominciò un'odissea che, da un carcere fascista all'altro, lo portò alla morte, senza che egli abbia mai potuto riottenere la libertà. Malato, imprigionato, isolato, Gramsci continuò ad essere per anni, nel fondo della sua cella, uno dei più irriducibili e temuti avversari del fascismo. Dei nove anni di vita che gli restarono dopo la condanna, Gramsci ne passò cinque nel carcere di Turi, in provincia di Bari. Così scrisse alla madre nel dicembre del 1930: 

«Carissima mamma, ecco il quinto Natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente la condizione di coatto in cui passai il Natale del 1926 a Ustica era una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido più di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di aver arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose. Non ho perduto il gusto della vita, tutto mi interessa ancora ... ». 

L'antifascismo italiano sfilò un anno dopo l'altro davanti ai tribunali del regime. Nel marzo del 1927, quando ormai da mesi viveva nascosto e perseguitato, Alcide De Gasperi fu arrestato a Firenze. Non c'erano contro l'ex segretario del Partito Popolare, prove concrete di alcun reato politico, ma solo il sospetto d'una intenzione d'espatrio. De Gasperi venne arrestato insieme alla moglie. Tradotto a Roma, fu processato con una procedura giuridicamente assurda, con un atto d'accusa per una colpa non commessa e condannato a quattro anni di reclusione solo per essere stato trovato con un passaporto scaduto. Era ormai chiaro che i tribunali fascisti perseguitavano le idee e non si curavano dei fatti. Più tardi, la pena fu ridotta in Appello e De Gasperi restò in carcere sedici mesi. Ma, all'uscita, fu sempre sorvegliato, ostacolato nel lavoro, perseguitato.

In seguito alla denuncia di una spia del regime nell'ottobre del 1930 caddero nelle mani della polizia fascista tutti i dirigenti di «Giustizia e Libertà» che erano ancora in Italia. Fra i 24 arrestati figuravano Riccardo Bauer, Umberto Ceva, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Nello Traquandi, tutti accusati di «delitti di insurrezione contro i poteri dello Stato». Ceva si uccise nella cella 440 di Regina Coeli la notte di Natale, e nel maggio del 1931, nell'aula del Tribunale speciale, s'aprì il processo. «In questa aula - disse l'avvocato Mario Ferrara difensore di Bauer - comincia il nuovo Risorgimento italiano». Si evitarono condanne capitali, ma le pene furono gravi: per Bauer e Rossi, vent'anni, Parri inviato al confino, in carcere tutti gli altri. Il 30 gennaio del 1934 toccò ad un gruppo di cattolici, riuniti nel movimento Guelfo d'Azione, d'essere giudicati dal Tribunale speciale, per «propaganda antinazionale». Le condanne più pesanti, cinque anni di reclusione, toccarono a Malvestiti e Malavasi. Per anni, dal 1927 alla repubblica di Salò, il Tribunale speciale fascista giudicò e condannò gli italiani che s'opponevano al regime. Processò interi gruppi, setacciò città e regioni, 21.000 denuncie, 5.619 imputati, 4.671 condanne. In totale, 28.115 anni di carcere, 3 ergastoli, 42 condanne a morte di cui 31 eseguite. Queste cifre, che dimostrano che l'antifascismo non fu soltanto un movimento di pochi coraggiosi, vanno completate con quelle delle condanne dei Tribunali ordinari, e con il confino. Centinaia, migliaia di antifascisti trascorsero anni di vigilanza e di isolamento nei paesi del sud, a Ustica, a Lipari, a Ponza, alle Tremiti, in Sicilia.

Ma non tutto l'antifascismo si ritrova nell'esilio politico o negli imputati del Tribunale speciale, in quegli anni difficili. Molti italiani, avversi al regime, pur senza passare la frontiera e senza essere condannati, subirono sopraffazioni e violenze. Migliaia sono gli episodi sepolti da una cronaca più drammatica, ma non per questo meno grave. Altri italiani si chiusero nel silenzio, nella muta rivolta al regime, o combatterono battaglie quotidiane nel loro settore, nella loro professione, nella loro fabbrica. Scrisse a questo proposito Salvemini, che pure era emigrato: «Chi rimase in Italia, riuscendo a scansare la galera, non arrendendosi ai fatti compiuti, tenendo duro per anni e anni, salvando l'anima, non mollando, ebbe la vita assai più difficile e più meritoria di chi fu costretto ad emigrare».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

Omaggio al partigiano, giornalista, scrittore Giorgio Bocca

28 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

giorgio-bocca.jpg

Giorgio Bocca si è spento all’età di 91 anni. 

Nel seguente documento, riportiamo alcuni passi del suo libro «Partigiani della montagna» pubblicato per la prima volta nell’ottobre 1945, sei mesi dopo la fine della guerra di Liberazione, alla quale aveva partecipato come giovane partigiano sulle montagne e nelle valli del cuneense.

  

«Certo non l’abbiamo vinta noi la guerra grossa, ma nella guerriglia la nostra parte l’abbiamo fatta. Solo in rare occasioni guerriglia e guerra grossa si confusero, nelle grandi battaglie dell’agosto 1944 per il controllo dei valichi alpini e alcune furono vinte».

 

«Nell’estate del 1944 siamo usciti per così dire dalla macchia, abbiamo liberato le grandi repubbliche, nella Carnia, a Montefiorino, ad Alba, nelle valli cuneensi, nell’Ossola».

 

A proposito della cosiddetta “zona grigia” …

«Non appartenevano alla “zona grigia” i montanari che ci restarono amici anche se i tedeschi avevano bruciato le loro case … C’erano delle ragioni concrete perché la gente stesse dalla nostra parte: parlavamo la stessa lingua, eravamo in pochi da nutrire, li proteggevamo dagli ammassi e dalle requisizioni. Ma c’era anche quella cosa che solo l’invasore ti rivela: la patria, il luogo in cui sei nato, per cui la tua è guerra di casa. E allora capita che al funerale di un partigiano vada tutto un paese incurante dei fascisti che li fotografano o annotano il loro nome.

La “zona grigia” non c’era nelle grandi repubbliche partigiane che facevano esperienze di democrazia, nessuno che si rifiutasse di essere messo nelle liste elettorali, negli incarichi pubblici. Non era massa grigia i parroci di campagna al completo con noi nonostante il diverso avviso di alcuni vescovi, specie in Emilia, dove le lotte tra borghesi e contadini erano state cruente e dove ci sarebbe stata, alla fine della guerra, una resa dei conti che avrebbe coinvolto parte del clero. Chi c’era nei giorni della Liberazione, delle sfilate partigiane, sa che intere città furono in festa, in tripudio, sa che i balli e i canti per festeggiare il gioioso aprile durarono l’estate intera. Tutti nella montagna e nella campagna sapevano dov’erano i nostri rifugi, i depositi delle nostre armi, del nostro grano, ma li ritrovammo quasi sempre intatti a rastrellamenti finiti.

Dov’erano i dubbiosi della “zona grigia” quando scendemmo nelle città tra due ali di folla e la guerra non era ancora finita, gli Alleati sarebbero arrivati solo cinque o sei giorni dopo, ma i fascisti erano in fuga e non si vedevano italiani che li sostenessero? …

Rischi mortali corsero gli italiani per dare rifugio ai ribelli, per nascondere prigionieri alleati, gli ebrei perseguitati» …

 

«Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di Resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica, la sofferta gestazione di un’Italia diversa» …

partigiani-appostati.jpg Napoli-1943-funerali.jpg Napoli-1943-dolore-madri.jpg partigiani-in-azione-Firenze.jpg partigiani-fucilati.jpg 1945 partigiani in Milano Bulow-e-partigiani-copie-1.jpg Torino-libera.jpg 25-aprile-partigiane-in-bicicletta-Ferrara.jpg

Bibliografia:

Giorgio Bocca – Partigiani della montagna – Istituto Grafico Bertello ottobre 1945 – Feltrinelli 2004

Lire la suite

Fratelli

23 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

dal libro Scritto sulla neve opera di Carlo Chiavazza, un cappellano militare che ha accompagnato gli alpini della divisione Tridentina prima nella ritirata dal Don e più tardi sulle colline cuneesi, partigiano fra partigiani. Chiavazza, che dopo la guerra è passato al giornalismo, è appunto nato in quella parte del Piemonte chiamata «la provincia granda», che è compresa fra Cuneo, Alba, Fossano, Saluzzo, Mondovì e che è terra di gente silenziosa e umanissima.

Qui l'Autore riporta con accento di commozione un episodio, al quale ha assistito durante la ritirata di Russia. È un episodio di pietà fraterna, perché in mezzo a tanta disperazione, a tanta cecità, a tanto di­sumano furore, ci ridà una più giusta misura dell’uomo.

ritirata Russia campagna di Russia 13 italiani-in-ritirata-in-Russia.jpg ritirata fronte Don caduti italiani ritirata di Russia 

Dopo una breve salita vediamo in basso in un avvallamento un gruppo di case. Qualcuna brucia e attorno ombre allungate si agitano confusamente. Non percepiamo ancora i rumori. Altre colonne di alpini avanzano nella nostra medesima direzione.

All'ingresso del villaggio alcuni cartelli di legno a forma di freccia infissi ad un palo indicano le varie strade che si dipartono da un quadrivio appena accennato sulla neve. Leggo solo dei numeri e parecchie volte la parola «armestrasse».

Nessuno conosce il nome del villaggio. Alcune isbe bruciano, fuochi sono stati accesi all'aperto, le slitte con i muli attaccati sostano in fila indiana oppure raccolte a cerchio. Le case non sono sufficienti ad ospitare la massa dei soldati. I feriti rimangono nelle slitte uno di fianco all'altro sotto coperte dal colore indefinibile. Ogni tanto si sente il lamento di qualcuno.

Da un'isba esce un alpino: è alto, tarchiato. Sul pastrano porta un telo di casermaggio tenuto fermo sul collo da un pezzo di fil di ferro. Con passo stanco va verso una slitta priva di mulo e di cavallo.

È uno slittino modesto con basse sponde di legno.

L'alpino s'inginocchia di fianco e scopre il volto di due uomini distesi. Al primo sorregge il capo e versa adagio in bocca un liquido nerastro che dovrebbe essere caffè, al secondo consegna una patata cotta sul fuoco.

M'inginocchio anch'io dall'altro fianco della slitta.

Chiedo: «Di che battaglione siete? »

«Del Tirano» risponde il giovanotto che sta mangiando la patata quasi religiosamente a piccoli bocconi inghiottendo tutto, pelle, polpa, cenere, pezzetti di carbone.

L'alpino di fronte, inginocchiato come me mi guarda con infinito dolore. Alla luce della luna mi pare di vedere due occhi pieni di lacrime. Non piange ma una disperata tristezza rende tesi i lineamenti del volto. Parla adagio come se volesse risparmiare anche la voce: «Sono miei fratelli» dice, «uno è ferito e l'altro è congelato ai piedi. Non li ho voluti abbandonare nelle isbe. Li porto via con me.»

«Chi trascina la slitta?»

«Io».

«Ce la fai?».

«Ogni tanto, sulle salite, qualcuno mi dà una mano. È duro ma ce la farò. Nostra madre ci aspetta a casa. »

Il ferito emette un sospiro, un breve lamento.

Tiene gli occhi chiusi, è molto pallido. Gli prendo il polso: mi pare gravissimo, sento i battiti del cuore. Sulla giubba brilla l'oro dei gradi di sergente. Non ne avrà per molto, la morte sta arrivando al galoppo. Il congelato continua a mangiare la patata, il fratello inginocchiato di fronte sembra interrogarmi con gli occhi.

«Come lo trova?».

«Non c'è male».

«Crede che riuscirà a resistere sino fuori della sacca?»

«Può darsi che tra poco stia meglio. »

«Gli ho fatto prendere il caffè. L'ho riscaldato nell'isba. Mi preoccupa la ferita dello stomaco. Ma è robusto, è sempre stato il più robusto di tutti e anche “il più intelligente”

Non oso dire la verità, l’eroismo tragico del giovane alpino mi sbalordisce. Con mano leggera ricopre il volto del fratello «più intelligente» e mi viene accanto.

Ripete la frase prima: «Come lo trova?».

Lo vorrei tanto abbracciare, nobile ragazzo dal cuore meraviglioso, cuore di alpino, di fratello dolcissimo. Lo vorrei tanto consolare e anche illuderlo con il dirgli: "Guarda che sta meglio, che guarirà". Sento le mie labbra ripetere due volte monotone la cupa frase:

«È grave, è grave"».

Il giovane abbassa Il capo. Lo stringo a me: « Hai mangiato? Hai preso qualche cosa? Devi essere coraggioso».

«Perché? »

«Per tornare a casa».

«Se non vengono loro con me ... » non finisce la frase, ha la gola chiusa in un singhiozzo represso. Rientra nell'isba ed esce poco dopo con lo zaino sulle spalle. S'aggiusta alcune corde e due tiranti di stoffa attorno alla vita I due fratelli giacciono nella slitta sotto le coperte di colore indefinibile. L'alpino lega i tiranti alla slitta prova a smuoverla. È pesante, ma riesce con facilità.

Si volta verso di me e si tocca il cappello in un saluto quasi cameratesco: «Arrivederci, cappellano». Ogni segno di commozione e scomparso dal suo volto. Ha una grinta dura, quella degli alpini che vanno all'attacco. Anch'egli va incontro alla notte, al dramma di un calvario senza nome con una tenue speranza. Mentre sta per svoltare dietro a un'isba mi guarda ancora: «In bocca al lupo» grido. Fa segno di sì e scompare con passo affaticato verso la pista di ghiaccio sotto il pallore della luna.

 

 

Bibliografia.

Carlo Chiavazza - Scritto sulla neve - Ponte Nuovo Editrice, Bologna, 1964 pp. 84-87

Lire la suite

La storia di Vittoria, figlia minore di Pietro Nenni

16 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Era soprannominata Vivà .

Nata ad Ancona il 3 ottobre 1915, sposò giovanissima il cittadino francese Henry Daubeuf. Col marito, dopo l'invasione tedesca della Francia, Vittoria entrò nella Resistenza. Arrestati dalla Gestapo, con l'accusa di aver stampato e diffuso manifestini antinazisti e di avere svolto, soprattutto negli ambienti universitari, "propaganda gollista antifrancese", Henry venne fucilato, l'11 agosto 1942, al Mont Valerien, nelle vicinanze di Parigi e Vittoria fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz dove morì.

Vittoria-Nenni.jpg

Per commemorare la memoria di quest'ultima, il PSI le dedicò l'immagine (di Renato Guttuso) nella tessera del partito nel 1988. 

Della figlia Vittoria, Pietro Nenni ne parla in diverse pagine dei suoi diari:

«Il ben augurale nome non ha portato fortuna».

9 aprile 1944

«Pasqua! La passo coi miei. L'anno scorso ero a Regina Coeli, nel 1942 ero solo soletto al confino di Pierrefort. Ma sono oggi, più che allora, oppresso di tristezza. Mi rattrista il pensiero della mia Vivà, che passa nel campo di concentramento di Auschwitz la sua seconda Pasqua di internata ...»

16 aprile 1944

«Ho buone notizie di Vivà».

7 maggio 1945

«Stasera è giunta da Parigi una lettera disperata di Vany che corre alla ricerca di notizie di sua sorella e si urta al muro di silenzio. Risulterebbe che Vivà non era più dal marzo a Ravensbruk ma al campo di sterminio di Mauthausen. Una notizia captata a « Radio Parigi» smentisce la voce che mia figlia sia morta e afferma che non si hanno di lei notizie. Attendiamo. Ma ho il cuore gonfio di malinconia».

29 maggio 1945

«Una giornata angosciosa. Tornato in ufficio .... informato che c'è una lettera di Saragat a De Gasperi che conferma la notizia della morte di Vittoria.

Ho cercato di dominare il mio schianto e di mettermi in contatto con De Gasperi che però era al Consiglio dei ministri. La conferma mi è venuta nel pomeriggio, da De Gasperi in persona, che mi ha consegnato la lettera di Saragat. La lettera non lascia dubbi. La mia Vivà sarebbe morta un anno fa nel giugno. Mi ero proposto di non dire niente a casa, ma è bastato che Carmen (ndr moglie di Nenni) guardasse in volto per capire ...

Poveri noi! Tutto mi pare ora senza senso e senza scopo.

I giornali sono unanimi nel rendere omaggio alla mia figliola. Da ogni parte affluiscono lettere e telegrammi. La parola che mi va più diretta al cuore è quella di Benedetto Croce: “Mi consenta di unirmi anch'io a Lei in questo momento altamente doloroso che Ella sorpasserà ma come solamente si sorpassano le tragedie della nostra vita: col chiuderle nel cuore e accettarle perpetue compagne, parti inseparabili della nostra anima”.

Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore».

Parigi, 11 agosto 1945

«A Parigi sono ospite di Saragat all'ambasciata.

Nel pomeriggio ho ricevuto all'ambasciata Charlotte Delbo Dudach, la compagna di Vivà. L'altra compagna di Vivà che pure è rientrata, Christiane Charma, non è a Parigi. Il racconto di Charlotte è straziante. Vivà è arrivata ad Auschwitz il 27 gennaio 1943. Il suo gruppo era composto di duecentotrenta francesi; due mesi dopo era ridotto a quarantanove. Il viaggio era stato duro ma esse erano lungi dall'immaginare che cosa le attendeva ad Auschwitz. Quando sono entrate nel campo cintato da reticolati a corrente elettrica esse hanno avuto l'impressione fisica di entrare in una tomba. “Non usciremo più”, ha detto Vivà. Ma poi è stata fra quelle che hanno ripreso coraggio. Sono state spogliate di tutto, vestiti, biancheria, oggetti preziosi, indumenti intimi e rivestite di sudici stracci a righe carichi di pidocchi. La loro esistenza si è subito rivelata bestiale.

Sveglia alle tre e mezzo, appello alle cinque, lavoro dall'alba al tramonto in mezzo al fango delle paludi. Un vitto immondo e nauseabondo. Non acqua. Neppure un sudicio pagliericcio, ma banchi di cemento e una lurida coperta. Vivà ha reagito con ogni forza all'avvilimento fisico e, morale. Era fra le più intrepide e coraggiose. Sul braccio destro le deportate portavano il loro numero. Vivà aveva il n. 31635. Il gruppo delle francesi costituiva una forte unità morale. ... Prima di lasciare Romainville, Vivà aveva saputo della fucilazione di Henry (ndr Henry Daubeuf, marito di Vittoria). Anche il marito di Charlotte era stato fucilato ... Charlotte è stata ammalata di tifo prima di Vivà e dice di dovere la vita alle cure assidue di mia figlia. A sua volta ha assistito Vivà come una sorella. Il tifo si è dichiarato l'11 aprile. Qualche giorno dopo il gruppo di Vivà è stato assegnato a un lavoro all’interno. Era forse la salvezza. Purtroppo la mia povera figliola non si è più completamente riavuta. Essa ha lottato con energia contro il male. Ma è sopravvenuta una complicazione forse nefritica. Una piaga si è aperta al ginocchio e ha dovuto allora rassegnarsi ad andare all’infermeria, il “revir” che era quasi sempre l’anticamera della stanza dei gas. La forte costituzione di Vivà è sembrato trionfasse del male; Ma migliorate le piaghe alle gambe, un ascesso si è dichiarato sopra l’occhio destro. In breve il corpo, che non era scarno come quello della maggioranza delle deportate, fu tutto una piaga.

Charlotte vedeva Vivà di nascosto e le portava un po’ d’acqua, una pezzuola bagnata da mettere sulla fronte. L’ultima volta che vide Vivà fu l’8 luglio. Delirava a tratti. Parlava di pranzi, di “crévettes alla crema” che gli passava la cucina, di sua sorella Vany che stava per arrivare ... Seppe dello sbarco in Sicilia e se ne rallegrò per suo padre ... è morta il 15 luglio pregando una compagna di giaciglio di far sapere a suo padre che era stata coraggiosa fino alla fine e che non rimpiangeva nulla... .

Vivà parlava sempre di me. Prima di partire per Romainville il comandante del Forte le disse che rivendicando la sua nazionalità italiana avrebbe evitato la deportazione. Rispose “que son père aurait eu honte d'elle”. In verità ella si era legata al gruppo delle sue compagne e romanticamente stimava di doverne seguire la sorte.

Charlotte mi dice che il 9 febbraio 1943 lo passarono davanti al Blok 25 che era quello delle punizioni, una specie di ammazzatoio. Tutto il giorno nel freddo, nella pioggia, nel fango stettero in piedi. Videro una donna, una deportata come loro, presa alla gola dai cani. Vivà parlò di me e del mio compleanno. Io ero quel giorno a Vichy nella sede delle SS in stato di arresto e disperatamente pensavo a Vivà. La sera fui portato alla prigione di Moulins, una reggia nei confronti di Auschwitz ... Sono come ossessionato dalle cose apprese ieri. Non riesco a pensare ad altro ... Alcuni dettagli del racconto di Charlotte saranno l'incubo della mia vita ...

Povera la mia figliola!».

2 novembre 1945

«Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un'apparenza almeno di legame coi suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi. Il 31 era l'anniversario della mia figliola. Avrebbe avuto trent'anni e tutta una esistenza ancora davanti a sé ... quanto sarebbe stato meglio davvero che io, in vece sua, non fossi giunto al traguardo».

 

Ad Auschwitz, Vittoria Nenni che non aveva una formazione ideologica, si unì al gruppo dei comunisti francesi. Le comuniste erano sorprese della sua forza di carattere, del suo coraggio, dell’ottimismo che non l’abbandonò mai, fino in punto di morte. 

Lire la suite

dai diari di Pietro Nenni

9 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956»

di Pietro Nenni

1929 Nenni esilio Nizza

Pietro Nenni, esule in Francia con altri antifascisti italiani dal novembre 1926,

1942 Nenni confinato politico

viene arrestato dalla Gestapo a Saint Flour, villaggio dell’Auvergne ad un centinaio di chilometri da Vichy dove risiedeva con i suoi familiari, la sera dell’8 febbraio 1943, vigilia del suo cinquantaduesimo compleanno.

Dopo varie peregrinazioni in carceri francesi e tedesche, viene tradotto in Italia: il 24 aprile, a Roma, viene rinchiuso a Regina Coeli nel braccio riservato ai politici a disposizione del Tribunale speciale. Condannato, viene inviato al confino a Ponza, isola delle Pontine.

Il 26 luglio giunge sull’isola la notizia che Benito Mussolini era stato tratto in arresto per ordine del re, in seguito alla seduta del Gran consiglio, dove il “duce” era stato messo in minoranza (19 voti contro 6) su un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito al sovrano a provvedere a norma della Costituzione.

 Dal diario di Nenni del 26 luglio 1943:

«Il giorno si spegne sul mare tranquillo in un pulviscolo d'oro e di azzurro che è un tramonto e potrebbe essere un'aurora. Io vado sul molo fra strette di mano e saluti di amici vecchi e nuovi. Mi commuove e mi esalta il pensiero di ciò che la breve notizia “Mussolini è caduto” rappresenta per migliaia di uomini sui quali si è accanita la persecuzione della polizia fascista e per migliaia di famiglie».

Scherzi del destino! Il 28 luglio viene condotto a Ponza anche Benito Mussolini.

 Dal diario di Nenni del 28 luglio 1943:

«Ed ecco, stasera il destino ci riunisce nella breve cerchia di un comune destino, ma Mussolini è un vinto, è l'eroe dannunziano che, ruzzolato dal suo trono di cartapesta, morde la polvere e non c'è attorno a lui che gente che lo rinnega per volgersi verso altre mangiatoie. Noi, i suoi avversari di venti anni, i «rottami» contro i quali egli ha avventato i suoi sarcasmi, noi siamo in piedi per altre tappe, altre lotte, altri cimenti, in piedi con la dignità della nostra vita, in piedi con la fierezza della parola mantenuta, italiani senza aureola di gloria o di successo, ma dei quali si dovrà pur dire che per essi la politica fu una cosa seria. Mentre è stata per Mussolini e per i suoi niente altro che farsa e impostura».

Il 4 agosto, un telegramma del direttore generale della PS Senise ordina la liberazione di Nenni. Il giorno dopo, con un peschereccio arriva a Terracina. Il 6 agosto è a Roma dopo un’assenza di diciassette anni.

«Eccomi a Roma dopo un'assenza di diciassette anni. Anche nella capitale le bandiere garriscono al vento e c'è nei volti e nei cuori della gente un'aria di festa. Le vie sono arcigremite e ciò che mi stupisce è il numero rilevante dei soldati tedeschi che vanno e vengono tra la folla cittadina. Da piazza dell'Esedra a via Nazionale, da piazza Venezia col suo storico palazzotto cinquecentesco ridivenuto silenzioso, al Corso, da piazza del Popolo a piazza Cavour ai lungotevere, vado tra la folla e ne ascolto i discorsi. Come il fascismo pare lontano, il fatto di un'altra epoca. Sui muri non sono che scritte di esecrazione a Mussolini e di evviva a Matteotti. I simboli del fascismo sono già stati scalpellati dai pubblici edifici e si direbbe che non abbiano mai avuto la mi­nima presa nei cuori. Anche la guerra sembra lontana, malgrado i quotidiani bollettini del comando supremo e l'incombente minaccia aerea.

A San Lorenzo una folla chiassosa si aggira fra le rovine del recente bombardamento. Si parla di migliaia di vittime  tuttora insepolte. Ma già il pensiero è volto ad altre cure e chi giace giace.

Il telegrafo mi porta i primi saluti dei miei concittadini e dei compagni di Milano e di Genova. Il comitato provvisorio di riorganizzazione del partito mi nomina direttore dell'« Avanti! ».

Sono di nuovo immerso nell'azione. Che importano più oggi gli anni tetri dell'esilio, i rischi della lotta, le difficoltà della prigionia?».

Nel viaggio verso Milano passa da Faenza:

«Faenza, la mia città natale, da dove si può dire che manco dall'adolescenza, mi ha accolto con affetto. Per quanto il giorno e l'ora del mio arrivo fossero noti a pochi intimi, una folla di centinaia di persone mi ha accolto alla stazione. Per le strade sono oggetto di una curiosità generale e simpatica. A casa delle mie cognate è una ininterrotta processione di amici. Non inutile dunque è stato resistere. Per anni è sembrato che noi fossimo soli e Mussolini ha potuto dileggiarci come rottami. Ma in ogni cuore era un palpito per noi, in ogni mente un pensiero di affetto. Il fascismo era per alcuni una camiciola di forza e per i più una vernice. Raschiata la vernice, strappata la camicia di forza, ecco l'anima popolare prorompere verso le usate convinzioni, socialista, comunista, repubblicana, liberale, democratico-cristiana, tutto fuorché fascista.

Mi ci vuole uno sforzo per sottrarmi alla gioia di questo ritorno e all'affetto di tanti amici. Qui è tutta la mia giovinezza che mi viene incontro. In questo vicolo che si chiama dei Mendicanti sono nato cinquantadue anni or sono e se appena socchiudo gli occhi, in una vecchierella che prende il fresco all'ombra della chiesa di Sant'Agostino posso immaginare mia madre, infagottata di stracci e curva sotto il peso di molti guai e di molta miseria. Questo palazzo dalla facciata severa, che fu dei conti Ginnasi, mi ricorda mio padre che vi era come inserviente e vi chiuse gli occhi alla vita quando io avevo appena cinque anni. In corso Porta Imolese, l'orfanotrofio dove fui per quasi dieci anni, la mia prima prigione, la prigione che battezzano beneficienza. Davanti alla scuola comunale mi assale il ricordo della grande febbre di sapere che mi divorava e che mi fu impossibile appagare. E queste strade che si aprono sui campi, questo fiumiciattolo che sembra un rigagnolo, questi canali mi ricordano i primi passi verso la vita, i primi sogni, le prime lotte, il primo sciopero nel 1908, il primo incontro con Carmen.

Allora la mia giovinezza era protesa alla conquista di un mondo ideale e la povertà mi era di stimolo. Ma il cinquantenne può volgersi indietro e dire all'orfanello di un tempo, al monello che queste viuzze hanno conosciuto indisciplinato e ribelle: «lo non ti ho tradito e sotto i capelli grigi sono sempre quello che fui».

 

L’arrivo a Milano:

«Il treno che mi porta a Milano si ferma a Rogoredo. I binari sono invasi da una folla di fuggiaschi. Intere famiglie aspettano qui da giorni un convoglio che li porti da qualche parte, lungi dalla città devastata.

Imbocco un corso XXVIII Ottobre che è stato ribattezzato corso della Libertà.

Ogni passo verso Milano è una pena e uno schianto. Davanti ai miei occhi esterrefatti si stende un'immensa rovina. Personalmente non ho mai visto niente del genere, per quanto dall'agosto. 1936, da Madrid a Valenza a Barcellona, alla guerra mondiale a Parigi a Tours a Bordeaux lo spettacolo delle città sventrate dal cannone o dalle bombe mi sia diventato abituale. Al centro la desolazione ancora più grande che alla periferia. Corso Vittorio Emanuele, via Manzoni, l'ex Verziere sono ridotti a cumuli di macerie. Un fumo acre avvolge la città. Si respira il fuoco che cova sotto le rovine. Non c'è un tram che funzioni, non un telefono.

Tra le case in rovina si aggirano donne vecchi fanciulli inebetiti. In molti fabbricati si devono ancora iniziare gli scavi per estrarre i cadaveri. Si sente parlare di sepolti vivi che per giorni hanno implorato un soccorso impossibile.

La Scala, Palazzo Marino, la Galleria sono duramente colpiti.

In piazza San Fedele la statua di Manzoni si erge quasi intatta fra i cumuli di rovine. Lungo corso XXII Marzo le deva stazioni sono meno impressionanti. La casa dove ho abitato è in piedi. Di qui sono partito verso l'esilio nei primi giorni del novembre 1926. La mattina dell'1 novembre il mio appartamento era stato saccheggiato con molti altri a titolo di rappresaglia per l'attentato di Bologna contro Mussolini.

Rivedo con gli occhi della memoria le stanze messe a soqquadro, i mobili spezzati, i libri sparpagliati sul selciato della strada, le fotografie dei miei genitori crivellate di colpi, le carte lacerate, le stoviglie infrante, le poche misere cose di una famiglia povera, ma che hanno tutte un pregio inestimabile, calpestate ... Ricordo la crisi di lacrime di mia figlia Vittoria che era rientrata per cercare i suoi quaderni e che un «bravaccio» aveva messo alla porta dicendole: «E considerati fortunata se non mettiamo le mani su tuo padre e non gli facciamo fare la fine di Matteotti ». Oggi questa mia figliola è internata in Germania senza che io sappia esat­tamente dove... e in quali condizioni. E oggi la visione del piccolo sopruso individuale sofferto tanti anni or sono si allarga alla visione della distruzione dell'intera città.

Come sottrarsi al pensiero di un intimo legame fra due fatti così diversi nelle loro proporzioni? Dal delitto contro il singolo il fascismo è passato con la guerra al delitto contro la nazione.

Ma dove sono i giovani fascisti che venti anni fa muovevano baldanzosi all'assalto dell'"Avanti!”, della Camera del lavoro, delle nostre case e delle nostre persone? Dove sono i tremebondi borghesi che acclamavano l'occupazione fascista di Palazzo Marino? Non si vede in Milano una divisa fascista né una scritta fascista né un distintivo del littorio. Tutti sono rientrati nell'ombra. Ci restino per il bene dell'Italia».

Bibliografia:

 

Pietro Nenni -Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956 - Sugarco Ed. 1981

Lire la suite

Wilma Conti: da piccola italiana a partigiana

2 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dedicato alle troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

Dongo-museo-della-Resistenza-Vilma-Conti.jpg

Wilma Conti, oggi, nel Museo della Resistenza di Dongo 

 

Wilma Conti: "Ero una piccola italiana"

Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla” (Roberta Cairoli).

Per la giovanissima Wilma Conti, allora quattordicenne, è ciò che accade l'8 settembre 1943 a rappresentare l'inizio della presa di coscienza che la condurrà ad operare nella Resistenza. Una scelta, la sua, che segna una frattura molto forte rispetto al prima e un cambiamento rilevante, considerevole: da piccola italiana a partigiana.

Appena il regime fascista cominciò a pensare al suo futuro capì che questo era legato alle nuove generazioni, che avrebbe dovuto provvedere a fascistizzare. Il fascismo doveva divenire per il bambino una religione in cui credere. Con R.D. Legge 3 aprile 1926 n. 2247 veniva istituita l"'Opera Nazionale Balilla" che raccoglieva in sé i Balilla (dagli 8 ai 14 anni), gli avanguardisti (dai 14 ai 18 anni), le piccole e giovani italiane. Anche la scuola divenne uno stru­mento del regime: i testi erano infatti un delicatissimo strumento culturale, politico, socia­le e dovevano essere adatti a plasmare il tipo dell'italiano nuovo, tutto devoto alla patria e conscio dei propri doveri verso di essa.

Il racconto di Wilma inizia, infatti, con il ricostruire il conflitto interiore tra il condizionamento a cui viene sottoposta nella scuola fascista e l'appartenenza, invece, a una famiglia apertamente antifascista:

«lo ero fascista, nel senso che tutti eravamo fascisti, perché a scuola t'insegnavano ad amare l'Italia, il Re, il Duce: il Duce era una persona importante: "Aveva salvato la Patria dal disordine e l'aveva resa grande, forte, rispettata e temuta dallo straniero ... ". Tutti i libri di scuola erano così impostati. Eravamo tutti inquadrati, senza capire che eravamo sotto una dittatura ... sembrava una cosa normale.

La mia famiglia, invece, era una famiglia di socialisti. Mio padre è sempre stato socialista e non si è mai iscritto al fascio. Mia madre ... Mi ricordo che quando le donne fasciste sono andate a cercare il rame e la fede, mia madre le ha infilate fuori dalla porta e non ha consegnato né rame né fede.

lo mi vergognavo quando le mie maestre mi dicevano: "Siamo andate da tua madre, non ci ha dato la fede ... quegli occhi che ci faceva, ci faceva quasi paura. Ci ha detto di andare via e che a lei la fede l'ha data suo marito in chiesa, e non la dà alla patria: 'Che s'arrangino, e che vadano a cercare la fede e l'oro ai ricchi, non ai poveri che hanno solo la fede al dito!''. Ha detto così senza pensarci due volte. E la stessa cosa fece mia zia Olga, che poi ha fatto la staffetta».

Wilma ricorda (riconoscendone ora l'assurdità) l'entusiasmo, l'emozione di indossare la divisa fascista, la suggestione esercitata dalla figura di Mussolini:

«Io mi ricordo di essere stata portata con tutta la scuola, in divisa, a piedi da Dongo a Gravedona, salendo su per la strada nuova (ancor oggi la chiamano così) costruita proprio nel periodo del fascio. Allora ci fu questa inaugurazione; doveva arrivare il federale: quindi tutti in divisa, uomini e donne fasciste. Ricordo il batticuore che avevamo, che ci metteva ...

Ci condizionavano, ci lavavano davvero il cervello!

E poi Mussolini, quando parlava ... noi pendevamo tutti dalle sue labbra! Mi chiedo, rivedendo oggi i documentari girati sui discorsi di Mussolini, come facevo a credere a questo pallone gonfiato, a questo burattino!»

Frequenti sono poi gli scontri con il padre, che, tuttavia, lascia libera Wilma di avere le proprie idee, convinto che, una volta cresciuta, giungerà da sola alla verità, sarà lei stessa a capire “che è tutto sbagliato”:

«Io andavo a casa a fare delle grosse discussioni con mio padre, difendendo, appunto, le teorie del fascio. Sapevo tutto a memoria, ero davvero molto preparata in cultura fascista!

Lui però non mi ha mai detto niente, l'unica cosa che mi diceva è questa:

"Piantala di raccontare le stupidate che ti raccontano le maestre: tas, stupida, diventa granda che te capisaret quaicos!" »

Wilma continuerà a subire il fascino di Mussolini, anche con lo scoppio della guerra. Racconta:

«La guerra l'aveva decisa il Duce, per cui era giustissima.

Mi ricordo, per esempio, i commenti alla vigilia della guerra. Allora facevo la quinta elementare: durante l'intervallo sentivo dire dai miei compagni: "Forse scoppia la guerra". E mi è rimasta impressa una frase ripetuta da due o tre miei compagni, che poi si vede che, essendo figli di fascisti, la sentivano dire in casa: "Ci vuole proprio una guerra per rimettere a posto le cose". Mi è rimasta in mente».

Con il prolungarsi della guerra, però, le sue certezze cominciano lentamente a scricchiolare. C'è un episodio, in particolare, nella sua memoria che la disorienta, la confonde, che le fa intravedere una realtà diversa da quella appresa sui banchi di scuola:

«I nostri soldati erano a combattere in Russia. Il segretario del fascio, un ragazzo giovane, veterinario del paese, era stato richiamato e mandato in Russia, appunto.

Tornato dalla Russia ferito, per cui dovettero amputargli una gamba perché congelata, questo ragazzo aveva detto al signor Moschini (Mario Moschini "Brivio" fece parte del CLN di Dongo, costituito si il 15 maggio 1944, quale rappresentante del Partito d'Azione. Alcune delle riunioni si svolgevano anche in casa sua), il macellaio di Dongo, poi esponente del CLN, che era andato a trovarlo in ospedale, queste parole che il Moschini riferì poi a noi: "Avevate ragione, perché se dovessi essere ancora valido, adesso saprei io da che parte stare: non più dalla parte del fascio, bensì dall'altra parte". Ed era il segretario del fascio!

Tante piccole cose che cominciano a farti capire che era tutto sbagliato.

Come mai da piccola italiana sono diventata un'antifascista? Perché ho visto quelli che scappavano l'8 settembre: qui a Dongo era passato un battaglione di militari che cercavano di andare a casa, per cui ricordo che mio padre aveva dato vestiti, scarpe, perché potessero spogliarsi. Qualcuno si è fermato in Dongo ed è andato a lavorare alla Falck, qualcun'altro è salito in montagna a fare il partigiano.

Alla Falck venivano anche presi, perché i dirigenti della fabbrica erano antifascisti».

«Arrivavano, poi, da Como, portati dalla zia Olga, i primi ragazzi che scappavano, che non volevano andare a militare perché si dovevano arruolare nella Repubblica Sociale e così ho capito che era tutto sbagliato!»

Il passo dalla consapevolezza all'azione è breve. All'inizio del 1944 si costituisce a Dongo il primo CLN: ne fa parte, tra gli altri, Luigi Conti, il padre di Wilma. I collegamenti con il CLN di Como vengono tenuti, con il grado di ufficiale di collegamento, dall'intraprendente Olga Martinelli Scanagatta ("Zita"), la zia. Si insedia, poi, in una casa sotto la chiesa di S. Gottardo, il comando della 52a Brigata Garibaldi. La trattoria gestita dai suoi genitori serve come punto di riferimento per lo scambio d'informazioni e di ordini. Wilma inizia, così, con l'esuberanza dei suoi quattordici anni, la sua attività di staffetta, attraversando paesi, prima mai visti, arrampicandosi per i monti, assaporando, dunque, anche una certa libertà, allora piuttosto inconsueta; Wilma è preziosa: la sua giovane età le consente, infatti, di passare inosservata. Racconta:

«Con un'altra ragazza, Elisabetta, la figlia di Giulio Paracchini, poi diventato comandante partigiano (Giulio Paracchini, tenente comandante del distaccamento "Gramsci" della 52a Brigata Garibaldi, muore il 24 aprile 1945 nel corso di un violentissimo scontro con i fascisti a Pornacchino. Decorato con la Croce di guerra al Valor Militare; decorato con due Croci di guerra al merito; decorato con medaglia d'oro dal comune di Sesto San Giovanni), andavamo sui monti a portare il pane, a portare le calze, a portare vestiti, a portare biglietti, a portare di tutto un po'.

Poi, vagavo per il paese ad avvisare questo, quell'altro, a portare qualche bigliettino, perché essendo una ragazzina passavo e nessuno mi fermava. Mio padre, che faceva parte del CLN, mi mandava a portare ordini a destra e a manca anche in alcuni paesi vicini, ma non molto lontani perché, per noi, il viaggio in bicicletta, per chi aveva la bicicletta, da Dongo a Gravedona costituiva già un grosso avvenimento.

Era difficilissimo spostarsi, a piedi o in bicicletta, per cui se non c'era un motivo grave per spostarsi, nessuno si spostava. Conoscevo Menaggio, per esempio, ma non avevo mai visto Como. Quando, per dire, sono stati arrestati tutti nel dicembre del '44, e si è trattato di seguire i prigionieri che da Menaggio dovevano essere portati a Como, mi sono offerta di andare con un'altra ragazza, pensando che Como fosse appena dopo Menaggio ... »

Parallelamente, svolge il lavoro di segretaria per Enrico Caronti ("Romolo"), il Commissario politico della 52a Brigata Garibaldi, servendosi della trattoria per i loro incontri:

«Io battevo a macchina tutti gli ordini che dovevano andare ai partigiani. Lui scriveva molto. La macchina da scrivere, in un primo tempo era in casa mia. A casa mia c'era una trattoria, per ciò lui veniva lì facendo finta di prendere il caffè o qualcos'altro. Poi, fingendo di andare alla toilette, che si trovava fuori, saliva una scala entrando in una camera. Io lo raggiungevo. Così mi dettava parecchie cose. Ciò che mi dettava erano cose che potevo anche sapere. Le cose più importanti, quelle segrete, le scriveva lui e mi diceva: "Ades, tusa, va' fö a giugà".

Per me Caronti era un idolo».

La notte tra il 21 e il 22 dicembre 1944 ha inizio a Dongo una grossa retata: arrestano 44 persone, tra cui tutti i membri del CLN, tranne uno, e successivamente il comando della 52a Brigata. Dopo l'arresto del padre, Wilma corre ad avvertire Paracchini e il Comando, scavalcando la recinzione che separa le abitazioni.

Nella mattinata del 22 dicembre a Menaggio, presso la sede della Brigata nera, iniziano gli interrogatori. Le sevizie sono particolarmente crudeli: «Pugni, pedate, sollevamento da terra per i capelli, scudisciate a corpo nudo, calci al basso ventre, torsioni delle braccia, colpi di bottiglia e di caricatori di mitra sulla testa e sul viso».

C'è un ricordo ancora molto vivo in Wilma, scolpito nella sua mente: l'immagine del padre precocemente invecchiato, nel giro di una notte, in seguito alle torture subite, che lei inizialmente non riesce a riconoscere tra la folla dei prigionieri nella piazza di Menaggio, pronti per essere trasportati alle carceri di S. Donnino a Como:

«Dopo la messa del mattino, siamo andati, tutti in bicicletta, a vedere in Caserma, a Menaggio, che fine avessero fatto le persone arrestate. Quando, giunti nella piazza dove c'era un gran movimento, un gran fermento con le brigate nere che cercavano di allontanare tutte le persone, arrivano due camion vuoti per il trasporto, e arrivano i prigionieri: tutti vanno a salutarli. Io cerco mio padre e mio padre non lo vedo. Ad un certo punto vedo un vecchietto curvo, che cammina piano, con i capelli tutti bianchi e con indosso il cappotto di mio padre: era mio padre, dopo averne prese talmente tante, fino alla rottura di un testicolo».

Da quel momento, l'attività di Wilma subisce un'accelerazione: le viene assegnato un compito estremamente delicato: tenere i collegamenti tra Como e i pochi rimasti sulle montagne; un compito che adempie con abilità, utilizzando come copertura le visite al padre detenuto nel carcere di S. Donnino. Il nuovo incarico la induce ad affrontare quotidianamente le numerose difficoltà che accompagnano ogni spostamento in quegli anni di guerra, cui si aggiungono i rischi legati all'attività clandestina:

«Avanti e indietro in bicicletta, perché i mezzi non c'erano, mi ero fatta un allenamento.

Mi ricordo la prima volta che sono andata a Como: ho impiegato quattro ore. Poi, con l'allenamento, in un'ora e mezza, due ore, facevo la spola tra Como e Dongo. Bisogna anche tenere presente che in tutti i paesi dislocati sulle montagne non c'erano le strade, solo sentieri, per cui era davvero un'impresa.

Non c'era in me il gusto dell'avventura: io ero convinta che se m'avessero preso con qualche cosa mi avrebbero interrogato e mi avrebbero anche picchiato, questo pensavo: per cui stavo molto attenta».

Ricorda anche il timore del padre, vedendole addosso, a pochi metri dalle Brigate Nere, la borsa tipicamente usata dalle staffette, per il trasporto del materiale:

«Le borse delle staffette erano tutte uguali, perché era un segno di riconoscimento: aveva il doppiofondo. Io adoravo la borsa di mia zia. Per cui, alcune volte, quando andavo a Como le chiedevo di prestarmela, alla fine me l'ha regalata. Un giorno, arrivo a Como con questa borsa; mi avvicino alle carceri di S. Donnino, perché avevo un pacchetto da consegnare al papà, e vedo che arriva la Brigata Nera con quattro prigionieri, tutti e quattro di Dongo, tra cui mio padre. Due fascisti davanti, quattro dietro. Ho cominciato a chiamare: "Papà". Lui mi guarda e mi fa cenno di andare via. Ma io l'ho seguito dal carcere fino alla casa del fascio, con le Brigate Nere che m'intimavano di andarmene, "No - dicevo - io seguo mio padre!". Poi entrano, ed entro anch'io. Quando mio padre, sulle scale, si è voltato e si è accorto che avevo la borsa, mi ha detto, dopo, che si era preso uno spavento perché pensava che avessero arrestato anche me.

Dopo un piano di scale, c'era un graduato che diceva: "Quella lì cosa ci fa qui?!" "Continua a rincorrerci perché vuole salutare suo padre". "E lasciaglielo salutare, mandali in quella stanza!".

Infatti, mi lasciò vedere mio padre che mi disse: "Cosa sei qui a fare con questa borsa, scappa! Tanto ci chiedono solo due cose, poi ci mandano via. Stiamo tutti bene, vai!". Invece, lì, è stato torturato un'altra volta».

Non c'è un particolare stratagemma adottato da Wilma per ingannare il nemico: la sua aria da ragazzina, il suo candore, la sua freschezza hanno facile gioco con tedeschi e fascisti:

«Avevo un viso d'angelo e passavo tranquillamente, guardandoli e facendo un mezzo sorriso e nessuno mi ha mai detto niente: ho viaggiato con roba nella borsa vicino a tedeschi e fascisti facendo finta di niente. Nessuno mi ha fermata. Sono stata fortunata. Ma il rischio c'era, tanto che penso che a un figlio o a un nipote non farei mai fare quello che i miei hanno fatto fare a me».

Cosa spinge, dunque, una ragazzina di quattordici anni a "rischiare la pelle"? Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla:

«La patria era una cosa importantissima (l'avevamo inculcata); la libertà, che ho capito veramente solo in quel momento e che in realtà non avevamo mai avuto, era una cosa importantissima anch'essa: con queste persone che opprimevano e torturavano le popolazioni, bisognava darci un taglio. La libertà oggi i giovani non sanno neanche cos'è, perché è una cosa acquisita. Noi lo sappiamo, perché sappiamo cosa abbiamo sofferto per conquistarla.

Nel suo racconto, Wilma ritorna più volte sulle violenze, sulle torture perpetrate dai fascisti, perdonate o dimenticate troppo in fretta:

A parte, le frustate, i pugni, i calci, mio padre e altre persone di Como avevano tutti i segni sui polsi: i fascisti glieli legavano dietro, mettevano delle catenelle, poi giravano con una vite in modo da farle penetrare nelle carni; poi mettevano loro un cerchio di ferro sulla testa e lo stringevano finché non svenivano ... E adesso alcuni si chiedono: "Perché 'poverini' sono stati ammazzati?!" Hanno goduto subito dell'amnistia, hanno goduto subito della libertà acquistata dagli altri, i quali altri, i partigiani, ad un certo momento, sono diventati i carnefici. Il processo di epurazione: una farsa! »

Dalle sue parole la delusione traspare chiaramente, delusione anche per le troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

 

Tratto dal libro:

Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell'esperienza delle donne del Comasco 1922-1945 di Roberta Cairoli. Edizioni NodoLibri Como

libro-Nessuno-mi-ha-fermata.jpg

Le vicende dell’Antifascismo e della Resistenza nel Comasco hanno visto sovente protagoniste figure femminili, presenti su tutti i fronti, da quello dell’opposizione intellettuale a quello dell’assistenza, dalla cospirazione e dal sostegno all’espatrio di antifascisti e perseguitati fino alla partecipazione in prima persona alla lotta in armi. Nonostante i molti nomi noti (da Giuseppina Tuissi “Gianna” a Ginevra Bedetti Masciadri, da Anita Pusterla a Francesca Ciceri, da Alda Vio a Marisa Girola) fino ad ora mancava una ricostruzione esauriente di questo impegno femminile.

Roberta Cairoli, giovane ricercatrice di storia contemporanea, ha fatto tesoro delle fonti d’archivio e delle testimonianze diaristiche per consegnarci una ricostruzione completa e vivace, capace di restituire non solo il valore delle vicende personali di molte donne, ma anche il clima complessivo del periodo.

Lire la suite

Oradour sur Glane, la Marzabotto francese

18 Novembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Oradour sur Glane, luogo di un atroce massacro, è una delle più tremende testimonianze degli orrori della seconda guerra mondiale.

Oradour sur Glane si trova a venti chilometri a nord-ovest di Limoges, nella regione Limousin, dipartimento Haute-Vienne. Seicentoquarantadue furono le vittime del massacro operato da SS tedesche, uomini, donne e bambini: tra di loro anche una famiglia di contadini italiani, composta di sette persone.

carta geo Oradour Limoges 

La strage fu operata da un distaccamento del 1° battaglione del 4° reggimento dei Panzergrenadier Der Führer, appartenente alla Panzedivision Das Reich delle Waffen-SS. È il più grande massacro di civili commesso in Francia dall’esercito tedesco, il 10 giugno 1944, assai simile a quello di Marzabotto in Italia o di Distomo in Grecia.

Con lo sbarco degli Alleati in Normandia, il 6 giugno 1944, i partigiani del Limousin intensificano le operazioni di sabotaggio e di disturbo per ostacolare i movimenti delle truppe tedesche.

Il 10 giugno, la 2a SS Panzerdivision Das Reich (15.000 uomini a bordo di 1.400 mezzi di trasporto, tra cui 209 carri armati, al comando del generale SS Lammerding, arriva a Limoges.

A una ventina di chilometri da Limoges, Oradour, in questa prima metà del XX secolo, é un villaggio di mercato. Il sabato, molti abitanti di Limoges vengono a fare le loro provviste, utilizzando il tram che collega Oradour alla città in circa mezz’ora.

Nel 1936, nel territorio del comune di Oradour si contavano 1574 abitanti, di cui 330 risiedevano nel borgo. Politicamente il comune era schierato chiaramente a sinistra, con una predominanza del partito socialista, soprattutto dopo le elezioni del 1935 in cui i partiti di destra avevano perso la loro rappresentanza in Consiglio comunale. I parlamentari eletti nell’Haute-Vienne, tutti socialisti, avevano votato all’unanimità i pieni poteri al maresciallo Pétain, il 10 luglio 1940, ad eccezione di Léon Roche, eletto nella circoscrizione che comprende Oradour.

Dal 1939 al 1944, la popolazione di Oradour era aumentata per l’arrivo di rifugiati, arrivati prima in tre ondate successive, poi in modo costante. All’inizio del 1939 erano arrivati dei repubblicani spagnoli, sconfitti dal franchismo, anarchici, comunisti e socialisti, di cui 22 erano ancora presenti alla fine del 1943. Nel settembre 1939 era stata la volta delle popolazioni evacuate dall’Alsazia, che fuggivano dalla guerra, ma non tanto bene accolte, la maggior parte avevano preso la via del ritorno nell’estate del 1940. La terza ondata era costituita da un‘ottantina di persone espulse dalla Lorena, che non nutrivano alcuna speranza di tornare ai loro paesi. Infine, a partire dalla sconfitta della Francia, arrivano, poco a poco, dei rifugiati provenienti dal Nord, dal Pas-de-Calais, da Montpellier e da Avignone, degli ebrei provenienti dalla regione parigina, dalla Meurthe-et-Mosella o da Bayonne. Nel giugno 1944, Oradour conta un migliaio di abitanti, essenzialmente in seguito a questo afflusso di rifugiati.

La presenza tedesca nella regione ha avuto inizio nel 1942, quando i tedeschi hanno invaso la zona libera della Francia, e, nella primavera del 1944, l’occupazione non sembra essere opprimente.

Non c’erano partigiani a Oradour-sur-Glane o negli immediati dintorni, come risulta dalle testimonianze unanimi degli abitanti, suffragate dai rapporti dell’amministrazione di Vichy e dai principali capi della Resistenza della regione. Oradour-sur-Glane non figura sui documenti dei partigiani ritrovati dalla Gestapo a Limoges. I partigiani più vicini alla località erano quelli dei monti di Bloud. Costituita da sei compagnie di FTP, questa era la più potente formazione di resistenza dell’ Haute-Vienne, dopo quella del comunista George Guingomin, ad est di Limoges. Due di queste compagnie, a circa otto chilometri da Oradour, erano dislocate nei boschi dei comuni vicini. Ad ovest, alla stessa distanza, vi erano altre formazioni di partigiani FTP. Al ritorno da Saint Junien, un paese a tredici chilometri a sud ovest di Oradour, Albert Morablou, fotografo clandestino dei movimenti uniti della Resistenza (MUR) di Limoges, venne arrestato e ucciso a Oradour.

L’esistenza di questi gruppi era nota agli abitanti di Oradour, alcuni dei quali era dei fiancheggiatori dei partigiani, che potevano essere mobilizzati in caso di necessità.

Alla fine di maggio 1944, l’Oberkommando della Wehrmacht (OKW) nota una «forte crescita dell’attività dei movimenti di resistenza nel sud della Francia, particolarmente nelle regioni di Clermont Ferrand e di Limoges e l’annuncio di numerosi reclutamenti nell’esercito segreto». Ciò è confermato dalla relazione del prefetto regionale di Limoges, che nota la moltiplicazione delle azioni della Resistenza: 593 in marzo, 682 in aprile e 1098 in maggio

L’8 e il 9 giugno, in scontri tra partigiani e soldati tedeschi, il comandante Helmut Kämpfe, responsabile di numerosi soprusi, viene catturato e ucciso insieme ad un altro ufficiale, il tenente Karl Gerlach.

La divisione SS Das Reich

All’inizio del 1944, dopo aver subito pesanti perdite sul fronte orientale, la 2a divisione blindata SS Das Reich viene trasferita nella regione di Montauban per essere riformata in previsione di uno sbarco alleato in qualche zona del fronte occidentale. É formata da 18.000 uomini, con l’appoggio di blindati leggeri e carri armati. I suoi membri sono impregnati di ideologia nazional-socialista: hanno combattuto sul fronte orientale, si considera un’unità militare d’elite e a già partecipato ad azioni antipartigiane.

All’indomani dello sbarco in Normandia, la divisione riceve l’ordine di posizionarsi nella regione tra Tulle e Limoges per contrastare i partigiani che, dopo l’annuncio dello sbarco alleato, hanno intensificato le azioni di sabotaggio e di disturbo delle guarnigioni tedesche.

La lotta antipartigiana è regolata da ordini emessi, dopo l’intervento personale di Hitler; sono conosciuti come “ordinanza di Speerle”, dal nome del maresciallo aggiunto all’alto comando dell’Ovest. Stabiliscono che la truppa é tenuta a ribattere immediatamente agli atti terroristici, rispondendo al fuoco e, se dei civili innocenti sono coinvolti, la responsabilità ricade esclusivamente sui terroristi. Le zone devono essere circondate, tutti gli abitanti, qualunque essi siano, devono essere arrestati; le abitazioni che hanno dato rifugio ai partigiani devono essere incendiate. L’ordinanza prosegue precisando che «verrà punito il comandante che mancando di fermezza e di risolutezza mette in pericolo la sicurezza delle truppe che sono ai suoi ordini e l’autorità dell’esercito tedesco». Questa volontà di inasprire la repressione contro la Resistenza è condivisa dal maresciallo Wilhelm Keitel, che dà l’ordine, nel marzo del 1944, di fucilare i partigiani catturati con armi alla mano e di non consegnarli ai tribunali.

Tra l’inizio di maggio e il 9 giugno 1944, la divisione, e in modo particolare il reggimento Der Führer, effettua, in base alle direttive del controspionaggio, numerose missioni alla ricerca di basi e di depositi dei partigiani, ed operazioni di risposta ad azioni della Resistenza. Nel corso di queste operazioni, circa sessanta partigiani sono uccisi e venti inviati nei campi di concentramento; un centinaio di civili vengono uccisi in varie circostanze e un migliaio deportati in Germania. Più di cento abitazioni sono incendiate.

L’8 giugno 1944, due reggimenti dei Panzergrenadier accerchiano la regione di Limoges per preparare il posizionamento della divisione nel settore, per far cessare le azioni partigiane. Il 1o battaglione del 4o reggimento Der Führer, agli ordini del comandante Adolf Diekmann, è impegnato nei pressi di Saint Junien, a 12 chilometri da Oradour. Per far venir meno il sostegno della popolazione ai partigiani e far diminuire la loro attività per timore di rappresaglie, le SS preparano un’azione mirante a produrre terrore. I motivi della scelta della località di Oradour per questa azione sono oscuri e controversi, per la scomparsa dei testimoni e la mancanza di documenti.

Verso le ore 13,30 del 10 giugno 1944, due colonne lasciano Saint Junien; la più importante delle due è composta da 8 camion, due blindati cingolati e un motociclista di collegamento. Prendono la direzione di Oradour sur Glane. É comandata dal Sturmbaunführer Adolf Diekmann, che si mette alla testa del convoglio a bordo di un blindato. Tre squadre della 3a compagnia, alle quali si aggiungono le squadre comando della compagnia e del battaglione, per un totale di cento uomini muniti di armi leggere – fucili, granate, mitragliatrici, fucili lanciafiamme e lanciagranate - oltre ad una squadra di mitragliatrici pesanti, si dirigono verso Oradour. Al momento della partenza, il comandante della 1a squadra, Heinz Barth, dichiara: «i mette male; vedremo quello che sono capaci di fare gli Alsaziani».

Un chilometro prima del villaggio, la colonna si ferma per la suddivisione dei compiti tra ufficiali e sottoufficiali. Un primo gruppo, composto tra i cinque e gli otto veicoli, entra nel borgo da est, passando sul ponte del Glane, verso le ore 13,45, secondo la testimonianza di Clément Boussodier, che assiste al passaggio dei camion. Questo spiegamento di forze non suscita alcun panico, ne apprensione particolare: benché il farmacista ed altri commercianti abbassino le saracinesche, il parrucchiere si reca ad acquistare del tabacco, mentre un suo aiutante si occupa di un cliente. Diversi abitanti del borgo, che praticamente non avevano mai visto di tedeschi, osservano l’arrivo delle SS con curiosità. Altri invece si danno alla fuga o cercano di nascondersi.

Il comandante Adolf Diekmann, insediato in municipio, convoca il dottor Desourteaux, presidente della speciale delegazione designata dal regime di Vichy, che fa le veci del sindaco: gli ordina di far riunire la popolazione nella piazza del mercato. Un banditore, attraversa le vie del borgo, avvertendo gli abitanti e le persone di passaggio, numerose in ragione di una distribuzione di carne e di tabacco. Le SS costringono gli abitanti della periferia a recarsi in centro. Il rastrellamento è sistematico ed interessa anche le quattro scuole comunali, 191 bambini, due maestri e tre maestre. Benché sia sabato pomeriggio, i bambini sono invitati a recarsi a scuola con la motivazione di una visita medica. Nel giro di un’ora, tutti gli scolari e gli insegnanti sono riuniti nelle scuole. Coloro che tentano di fuggire o che non possono muoversi sono immediatamente ammazzati.

Verso le 14,45 un Waffen-SS alsaziano traduce agli uomini riuniti nel piazzale l’ordine del comandante Diekmann: le SS hanno sentito parlare di un nascondiglio di armi e munizioni a Oradour; chiedono a coloro che posseggono un’arma di fare un passo in avanti. Minaccia di incendiare tutte le case per far saltare il deposito clandestino. Di fronte a nessuna reazione, l’ufficiale chiede al sindaco di scegliere trenta ostaggi, ma questi risponde di non poter soddisfare la richiesta: assicura che gli abitanti non sono a conoscenza di un tale deposito di armi e garantisce per loro. Secondo un sopravvissuto, Robert Hébras, di anni diciotto, dopo un va e vieni in municipio del comandante e del sindaco, quest’ultimo conferma il suo rifiuto e si offre come ostaggio, e all’occorrenza, lo stesso faranno i suoi più stretti familiari. A questa proposta, l’ufficiale ride e lancia accuse. Verso le ore 15, le donne e i bambini vengono condotti in chiesa tra scene strazianti. L’interprete ripete la richiesta di denuncia: «Mentre noi facciamo delle perquisizioni, vi raduniamo nei fienili. Se conoscete qualcuno di questi depositi, siete pregati di indicarceli». Dopo un’ora di attesa, gli uomini vennero condotti in diversi locali occupati dalle SS.

Verso le ore 15,40 arriva un tram da Limoges con tre impiegati a bordo: viene fermato poco prima del ponte sul Glane e gli viene impedito ogni movimento con una zeppa sotto le ruote. Uno degli impiegati scende dal tram mentre stanno transitando un gruppo di uomini rastrellati nei casolari circostanti il borgo, controllati da alcuni soldati. Viene immediatamente ucciso e il suo corpo viene gettato nel fiume. Gli altri due, portati davanti ad un ufficiale; gli vengono controllati i documenti e viene ordinato loro di risalire sul tram e tornare a Limoges.

Il massacro

180 tra uomini e giovani al di sopra dei quattordici anni, a gruppi di 30, vengono condotti in sei luoghi di esecuzione. Le mitragliatrici si scatenano verso le ore 16. I corpi vengono poi ricoperti di fieno, di paglia e di fascine a cui viene appiccato il fuoco. Nel gruppo di cui faceva parte il sindaco, sei riescono a fuggire, uno viene subito freddato da una sentinella. I cinque fuggitivi sono gli unici sopravvissuti alla strage.

Le SS che non che non partecipano al macello, quattro o cinque di ogni plotone, attraversano il villaggio dedicandosi a ruberie: gioielli, soldi, vestiti, biciclette, animali. Dopo i furti, le case vengono sistematicamente incendiate. Alcuni abitanti che si erano nascosti sfuggendo al rastrellamento, scoperti durante le ruberie o nel tentativo di scappare dai loro rifugi a causa degli incendi, vengono massacrati. Sentendo i colpi di arma da fuoco, alcuni genitori residenti in periferia, preoccupati per i bambini che non erano ancora ritornati da scuola, si recano nel centro di Oradour, dove vengono uccisi.

Tra le 350 donne rinchiuse nella chiesa, solo Marguerite Rouffanche, di 47 anni, riesce a scappare. La sua testimonianza è unica, ma è suffragata anche dalle deposizioni di alcune SS durante il processo svoltosi a Bordeaux nel dopoguerra. Feritasi durante la fuga, viene ricoverata in ospedale, dove racconta tutto ciò che ha visto e vissuto a un membro della Resistenza, Pierre Poitevin. Il 13 giugno, anche il prefetto di Limoges raccoglie la sua testimonianza e redige un documento: il testo viene ripreso in una nota del 13 luglio del segretario di Stato alla difesa, inviata alla Commissione d’Armistizio franco tedesco di Wiesbaden.

Dopo 18 ore dal massacro, un ingegnere, Jean Pallier, arrivò in camion in vista di Oradour. Viene fermato con i suoi compagni di viaggio a 300 metri dall’ingresso del villaggio. Viene poi raggiunto dai passeggeri del tram arrivato da Limoges con alcuni abitanti di Oradour. Tentando di raggiungere il borgo attraverso i campi, Jean Pallier constata che la località é completamente circondata da un cordone di truppe armate. Un gruppo di una quindicina di persone viene arrestata verso le ore 20 e, dopo diversi controlli d’identità, rilasciati con l’ordine di allontanarsi dal villaggio. Un sottoufficiale, che parla correttamente il francese, dichiara ai componenti del piccolo gruppo: «Potete ritenervi fortunati».

Il massacro é terminato.

Oradour Oradour3

Ad eccezione di una squadra di guardia, le SS lasciano Oradour tra le 21 e le 22,30. Le SS passarono la notte nella casa Dupic, nella quale saranno trovate più di centinaia di bottiglie di vino invecchiato e di champagne, svuotate di recente.

L’11, poi il 12 giugno, gruppi di SS ritornano a Oradour per seppellire i cadaveri e per rendere impossibile l’identificazione, pratica usuale sul fronte orientale. Jean Pallier è stato una delle prime persone ad entrare a Oradour: «Tutti gli edifici, compresa la chiesa, le scuole, il municipio, la posta, la casa dove abitava la mia famiglia, non erano che delle rovine fumanti».

Oradour-sur-Glane-Entrance  Oradour-sur-Glane-boulangerie

Oradour-sur-Glane-Church Oradour-sur-Glane-PostOffice Oradour-sur-Glane-scuola Peugeot 202 in Oradour-sur-Glane

Nella serata dell’11 giugno o nella giornata del 12, il sottoprefetto di Rochechonart, arrivò ad Oradour: «Non ho trovato che dei resti fumanti e mi son reso conto che non erano necessari soccorsi immediati». Il 13 il prefetto regionale di Limoges ottiene l’autorizzazione delle autorità tedesche di recarsi ad Oradour, insieme al vescovo. Nel rapporto che invia il 15 giugno a Vichy, benché il prefetto riprenda la versione delle SS secondo a quale l’operazione era seguita alla cattura di un ufficiale, tiene a «sottolineare che il villaggio di Oradour sur Glane era uno dei comuni più tranquilli del dipartimento e che i suoi abitanti, laboriosi e tranquilli, erano conosciuti per la loro moderazione».

Il numero delle vittime fu 642, ma solo 52 corpi furono identificati. Tra i morti, si contarono 393 persone domiciliate, o rifugiate a Oradour, 167 abitanti di villaggi e frazioni del comune, 93 residenti a Limoges, 25 persone residenti nell’Haute-Vienne e 18 di altri dipartimenti. Le vittime comprendevano quaranta cittadini della Lorena, sette o otto dell’Alsazia, tre polacchi e una famiglia italiana di contadini, composta da sette persone.

Le 635 vittime, suddivise per ètà, erano: 25 di ètà inferiore ai cinque anni, 145 tra 5 e 14 anni, 193 giovani maschi e uomini, tra cui il curato del paese di 70 anni e i suoi due vicari, 240 giovani femmine o donne maggiori sei 14 anni.

Una trentina di abitanti sopravvissero alla strage. Circa quarantacinque persone, tra cui 12 passeggeri del tram di Limoges, arrivati dopo la fine del massacro, sono sfuggite in diversi modi alle SS.

In seguito a questo massacro, lo Stato francese decise di costruire un nuovo borgo, con una pianta simile al vecchio, mantenendo le rovine del vecchio villaggio a testimonianza dell’orrore.

Dal 1946, le rovine del Villaggio Martire sono classificate Monumento storico. Nel 1999 è stato inaugurato il Centro della Memoria.

veduta centro memoria centro della Memoria

Il trauma causato da questo dramma, la scomparsa di una generazione, la vicinanza delle rovine, hanno reso difficile la «rinascita» che è iniziata solamente agli inizi degli anni ’60 con la nascita di piccole aziende e botteghe artigianali. Oggi Oradour sur Glane è un centro attivo che conta 2200 abitanti con i suoi commerci, le sue attività industriali e le sue numerose associazioni.

 

 

Alcuni libri sulla strage di Oradour sur Glane:

Sarah Farmer, Oradour: arrêt sur mémoire, Paris, Calmann-Lévy, 1994

Frank Delage, Oradour/ville martyre, Mellottée, mars 1945

J. J. Fouché, Oradour, Liana Levi, Paris, 2001,

Albert Hivernaud, Petite histoire d'Oradour-sur-Glane. De la préhistoire à nos jours, Limoges, Bontemps, 1989

Pascal Mayssounave, Oradour, plus près de la vérité, éd. Lucien Souny, 1995

Mouvement de libération nationale, Les Huns à Oradour-sur-Glane, Limoges, MLN, 1945

Guy Pauchou et Pierre Masfrand, Oradour sur Glane, vision d'épouvante, Lavauzelle, Limoges, 1978

Bernard Fischbach, Oradour: l’extermination, Roland Hirlé, 1994

André Desourteaux, Robert Hébras, Oradour/Glane. Notre village assassiné, CMD, Montreuil-Bellay, 2001

Sylvain Joubert, Un crime de guerre. Oradour-sur-Glane, Paris, Flammarion, 1994

Pascal Maysounave, Oradour, plus près de la vérité, éd. Souny, 1996

Pierre Poitevin, Dans l'enfer d'Oradour, éd. du Chardon, 1945

Lire la suite

La rete radiofonica in Italia dal 1940 al 1945

7 Novembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Nel documento del settembre 1946 si ha un quadro esauriente dei danni subiti dagli impianti dell'EIAR durante le operazioni belliche.

 

L'EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, concessionario del servizio delle radioaudizioni circolari in Italia) disponeva, prima della guerra, di un complesso di ben 34 trasmettitori in Onde Medie, per la potenza complessiva di 860 KW e di 12 trasmettitori ad onda corta destinati alle comunicazioni con l'estero, per la potenza complessiva di 434 KW. A questi devono aggiungersi un trasmettitore per televisione installato a Roma Monte Mario.

 

I trasmettitori più potenti erano quelli di Roma I e Roma II, che erano ricevibili anche all’estero nelle ore notturne.

trasmettore-di-di-Roma.jpg

Al sud, di una potenza apprezzabile, era il trasmettitore di Bari.

radio-Bari.jpg

 

I programmi radiofonici trasmessi nelle ore serali erano tre, ma solamente nelle città di Roma, Milano, Firenze e Torino era possibile ascoltarli tutti e tre. La ricezione nelle varie parti d’Italia variava notevolmente; mentre il servizio era soddisfacente in Val Padana e nel versante tirrenico dell’Italia centrale, scarso era in gran parte dell’Italia meridionale, nelle isole e nel versante adriatico dell’Italia centrale.

radioricevitore-Fido.jpg

 

Durante la guerra, per prima venne colpita dai bombardamenti degli Alleati e distrutta da un incendio la sede di Genova. Un incendio distrusse completamente il teatro di Torino e un auditorium del Palazzo della Radio della stessa città. Anche la sede di Milano (lo studio dove venivano allestiti i programmi radiofonici andò completamente distrutta e una bomba dirompente danneggiò in parte il nuovo Palazzo della Radio, in fase di costruzione. Le autorità militari italiane, al momento dello sbarco in Sicilia degli Alleati nel luglio 1943, fecero saltare l’impianto radiofonico di Tripoli, distrusse il trasmettitore di Catania e fece smontare gli impianti di Palermo.

pubblicità Giornale Radio

 

Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista dell’Italia, i trasmettitori ad onde corte di Roma Prato Smeraldo furono smontati in fretta e furia causando gravissimi danni agli impianti. I tedeschi fecero trasportare nel nord Italia due dei trasmettitori di Roma Prato Smeraldo che vennero installati a Busto Arsizio. Gli altri nove, anch’essi in un primo tempo trasferiti al nord, vennero portati in Germania: le ricerche effettuate dopo la liberazione dell’Italia rimasero infruttuose. Le torri metalliche che reggevano le antenne trasmittenti di Roma Prato Smeraldo vennero fatte saltare con la dinamite. Vennero pure distrutti i due trasmettitori ad onde medie di Roma; le antenne vennero abbattute e ridotte in rottami. Stessa sorte toccò ai trasmettitori di Napoli, Firenze, Cervia e Bologna. Gli impianti televisivi di Roma Monte Mario vennero smontati e trasferiti.

 

A sud della Linea Gotica tutte le apparecchiature necessarie per la produzione dei programmi radiofoniche furono distrutte o asportate, tranne alcune che il personale riuscì ad occultare; svuotati i magazzini con i pezzi di ricambio.

 

Il danno subito durante la guerra fu enorme: il 75% degli impianti andò distrutto.

 

Al momento della liberazione del Nord, il materiale immagazzinato dai tedeschi in Alto Adige, pari ad un carico di 31 vagoni ferroviari, fu recuperato dai tecnici dell’EIAR con l’aiuto degli Alleati. Tra questo il trasmettitore di Firenze, parti di quelli di Bologna e di Cervia.

 

Man mano che il territorio italiano veniva liberato, soprattutto al sud e al cento Italia, con l’aiuto degli Alleati  si cercava di ripristinare il servizio radiofonico, anche con mezzi di fortuna.

 

Gli Alleati fornirono tre trasmettitori di piccola potenza per ripristinare il servizio radiofonico a Catania, Napoli e Bologna; per Cagliari venne adattato un trasmettitore militare italiano.

Vennero ricostruiti impianti provvisori a Palermo, Roma, Firenze e Torino.

Per assicurare rapidamente la ripresa del servizio radiofonico nei giorni seguenti la Liberazione, i tre trasmettitori di Torino, fatti saltare dai tedeschi qualche ora prima della ritirata, furono sostituiti da uno di piccola potenza che incominciò a funzionare otto ore dopo la liberazione; anche quello di Verona entrò in servizio dopo qualche giorno. [...]

 

ricevitori-radio-dopoguerra 

 

Bibliografia:

 

Relazione dell'Ing. Luigi Sponzilli dell'EIAR al Convegno dell’Associazione Nazionale Costruttori Apparecchiature Radiofoniche – Torino 21 settembre 1946

 

Lire la suite