Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Roma durante il ventennio fascista (seconda parte)

25 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

dalle pagine di Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.

 

26 luglio 1943: sentii un clamore improvviso crescere dalle case: vidi spalancarsi le finestre e uomini e donne affacciarsi urlando qualcosa che non capivo. A via Cavour infine mi fermai e chiesi che cosa fosse successo. Una donna mi gridò: «Hanno cacciato via er puzzone, se n'è annato Mussolini».

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Da quel giorno la mia casa divenne uno dei centri dell'attività che riprendeva a manifestarsi riaggregando intorno ai partiti persone rimaste in clandestinità per tanti anni.

Il primo pensiero fu quello di chiedere la scarcerazione dei prigionieri e dei confinati nelle isole. In particolare, le riunioni che si tennero in casa erano tutte finalizzate alla mobilitazione per ottenere la liberazione dei politici costretti nelle carceri di Regina Coeli: avevano già liberato alcuni antifascisti ma non volevano rilasciare i comunisti, che erano i più numerosi.

Si era ai primi di agosto e tutto ancora era incerto. "La guerra continua", aveva avvertito Badoglio, e intanto si aveva notizie che diciotto divisioni tedesche stavano varcando i confini del Brennero.

Nelle discussioni alle quali partecipai si considerava se, caduto il fascismo, potevamo restare alleati di un regime dittatoriale: si poneva il problema che prima o poi avremmo dovuto prendere una decisione che, per logica, sarebbe stata quella di rompere l'alleanza con i tedeschi e di chiedere un armistizio unilaterale agli angloamericani.

I partiti si riorganizzarono e costituirono una forma di governo alla macchia, come si diceva allora, che doveva fungere da centro coordinatore della lotta clandestina: il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, che ebbe quale primo presidente un antifascista, Ivanoe Bonomi.

Molti treni che provenivano da nord erano pieni di gente di ogni categoria, maestre, impiegati, contadini, molte donne: tutti carichi di borse, valigie, pacchi, segno di un traffico di scambi ancora molto attivo tra città e campagna, unica risorsa per integrare le razioni da fame e sopravvivere alla carestia della guerra.

 

Otto settembre

La radio EIAR (sigla della RAI di allora) sospese le trasmissioni musicali alle 19.45 e, dopo un breve silenzio, fu annunciata la lettura di un comunicato. Poi, la voce del maresciallo d'Italia Pietro Badoglio scandì il proclama: "A tutte le forze di terra, di mare e dell'aria: il Governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze angloamericane. La richiesta è stata accettata. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi parte provenienti".

Roma era divenuta il rifugio di tutti gli abitanti dei paesi distrutti dai bombardamenti. Dopo lo sbarco degli angloamericani a Salerno le popolazioni erano sfollate da Cassino, Frosinone, Colleferro, Valmontone e da altri paesi limitrofi, cacciate dall' avanzare del fronte della guerra e dalle distruzioni dei bombardamenti che avevano devastato città e campagne. Un esodo biblico aveva spostato centinaia di migliaia di persone, prive d'ogni bene, convinte di trovare sicurezza e assistenza nella capitale, protette dalla presenza del Vaticano. I fascisti avevano creato un Commissariato alloggi che smistava le famiglie dei sinistrati negli appartamenti requisiti e nelle foresterie dei conventi che accettavano di ospitarli. Ma di lì a poco anche in quel settore dell'assistenza cominciò a regnare il caos per l'enorme afflusso di sfollati che giungevano ogni giorno e perché i fascisti ne avevano fatto un commercio 'lucroso, ma anche per la disorganizzazione che ormai regnava in ogni settore della vita cittadina. Molte famiglie, fortunate, si erano arrangiate presso parenti; altre, più disperate, erano accampate nei luoghi 'più impensati e in tutte le zone della periferia erano fiorite una quantità di baracche costruite con lamiere, cartoni e ogni materiale reperibile adatto a creare un rifugio; persino le arcate degli acquedotti romani erano divenute alloggio di intere famiglie. Dopo i primi grandi bombardamenti di Roma altre migliaia di sinistrati erano stati collocati in varie caserme. I più raccomandati, i gerarchi fascisti dei vari paesi sfollati, erano sistemati negli appartamenti vuoti di proprietà dei vari enti. Si calcolava che il numero degli abitanti in città fosse addirittura raddoppiato.

 

Dopo l'otto settembre, i fascisti avevano proclamato la Repubblica sociale ricostituendo il disciolto Partito fascista con alcuni uomini del Ventennio. Avevano così avuto inizio le affissioni dei proclami che annunciavano l'obbligo al "servizio di lavoro" e all' arruolamento delle classi 1910-1925 nell' esercito della nuova repubblica fascista.

Non potevamo credere che nei quarantacinque giorni trascorsi da "La guerra continua", prima di decidere l'armistizio il generale Badoglio avesse lasciato entrare in Italia sedici divisioni tedesche che si erano dislocate nei punti strategici e nelle città chiave del Nord e del Centro Italia.

 

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I nazisti che avevano occupato la capitale iniziarono anche loro ad affiggere manifesti che annunciavano l'arruolamento per il servizio del lavoro sotto il comando delle SS, e la minaccia per chi non si presentava in tempo alla chiamata era la "punizione secondo le leggi di guerra" tedesche, ossia la condanna a morte. Ma i romani delusero le aspettative e non risposero agli appelli, sfidando così i diktat di morte dei tedeschi e dei fascisti.

 

Il sette ottobre 1943 il comando tedesco sciolse l'Arma dei carabinieri, arrestandone e deportandone gran parte: molti sfuggirono alla cattura.

Il sedici ottobre, alle cinque e trenta del mattino, ebbe inizio il rastrellamento degli ebrei dal ghetto. Il quartiere fu circondato da circa centocinquanta SS germaniche e da soldati della Wehrmacht, che in due ore rastrellarono mille e ventidue ebrei, snidandoli casa per casa, buttandoli giù dal letto, trascinandoli via senza permettere loro neppure di indossare abiti adatti. Quasi tutti si infilarono un cappotto sopra gli indumenti da notte e furono portati alla Scuola militare senza cibo, senza assistenza, buttati per terra in camerate, in attesa del tragico viaggio. Di quei mille e ventidue deportati in Germania solo quattordici si salvarono: tredici uomini e una donna, unica superstite della famiglia Spizzichino.

Fu dalla stazione Tiburtina che il diciassette, alle cinque del pomeriggio, partirono diciotto vagoni piombati dentro ai quali era anche una bimba, nata durante la notte, che non ebbe neppure una mangiatoia per culla. Pensare a quella madre giovanissima con la sua piccola creatura nuda, nel lungo viaggio verso le camere a gas, divenne per me un assillo che mi tormentò ogni qualvolta dovevo intraprendere un'azione contro gli aguzzini tedeschi e i loro alleati fascisti.

Il ventisette e il ventotto ottobre iniziarono i primi rastrellamenti per recuperare i renitenti di leva. Le strade furono bloccate e mezzi tedeschi sbarrarono le vie di accesso ai quartieri, che vennero circondati dalle milizie; tutti coloro che circolavano furono arrestati, dopodiché iniziarono i rastrellamenti casa per casa, Bussavano a ogni porta e se non ricevevano risposta la sfondavano e arrestavano chiunque fosse all'interno e avesse un' età compresa tra i quindici e i sessant'anni. Con brutalità spingevano i rastrellati nei camion, e spesso nelle perquisizioni rubavano i preziosi; in questa affannosa ricerca di braccia da deportare per il lavoro coatto in Germania o al fronte usavano violenza e molte volte anche le armi per bloccare quanti tentavano di sfuggire.

 

L'attività dei partigiani si concentrò contro il ricostituito Partito fascista. Fu deciso di scoraggiare i fascisti che ricominciavano a girare per la città, spavaldi nelle nuove divise della rinata Guardia nazionale repubblicana e rifatti franchi dalla massiccia presenza a Roma dei loro alleati.

I GAP di zona si organizzarono per attaccare le pattuglie fasciste.

Il mese di ottobre finì e già si contavano i risultati della presenza attiva dei GAP. Più di trenta azioni.

Dopo la disfatta dell'esercito, lo sbandamento dei soldati, l'occupazione della EIAR e dei più importanti ministeri da parte dei tedeschi, Roma era praticamente in mano ai nazisti. Una grande solidarietà si era instaurata tra civili e militari e, proprio grazie alla disponibilità dei primi cittadini, molti militari erano sfuggiti ai rastrellamenti e alla deportazione e avevano potuto riorganizzarsi nella clandestinità.

Così l'anno 1943 finiva. Un anno tragico che aveva cambiato la mia vita ed era stato denso di fatti straordinari e terribili. La guerra aveva incrudelito il conflitto, ma c'era una speranza che s'insinuava nell' animo, suggerita dagli avvenimenti, ed era che il crollo della dittatura nazista avrebbe seguito a breve termine quello del fascismo, avvenuto il venticinque luglio. Le prime disfatte in Africa e a Stalingrado, avevano segnato l'inizio di questo inarrestabile evento. Non pensavamo che ci sarebbero voluti ancora due anni prima della fine della guerra: gli Alleati erano bloccati a Cassino, ma la speranza della rottura di quel fronte ci dava coraggio e determinazione ad agire.

Malgrado avessero più volte dichiarato Roma "città aperta", i tedeschi continuavano a usarla come centro di smistamento delle truppe che combattevano sul fronte di Cassino, e lungo i viali tutta la città era occupata dai camion che ne regolavano il trasporto.

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Lo sbarco ad Anzio avvenne il ventidue gennaio 1944, sorprendendoci tutti, e immediatamente giunse l'ordine di organizzare "comizi volanti" per incitare i romani a concorrere alla cacciata dei tedeschi dalla città.

Alla Resistenza si chiedeva di contrastare con ogni mezzo il flusso di rifornimenti di militari e di armi che provenivano dal Nord, tutti effettuati a mezzo di camion poiché le ferrovie erano colpite ogni giorno e in gran parte erano già distrutte, I camion viaggiavano di notte e si occultavano di giorno, nascondendosi all'interno delle città per non essere attaccati dagli aerei americani.

Il CLN diede mandato alla giunta militare, costituita da Bauer, Amendola, Pertini, Partito d'azione, Partito comunista e Partito socialista, di organizzare la difesa di Roma nonché, secondo le richieste alleate, le operazioni di appoggio allo sbarco.

 

 

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Roma durante il ventennio fascista (terza parte)

25 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

dalle pagine di Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.

 

Roma: inverno e primavera 1944

 

Il popolo italiano aveva sulle spalle vent'anni di silenzio politico: un'intera generazione era cresciuta nell'assoluta ignoranza di qualsiasi forma di democrazia e di impegno politico e non era quindi pensabile che il popolo avesse la capacità di passare dalla totale inerzia politica a un' azione di lotta rivoluzionaria. I quattromilaseicento comunisti e gli oltre mille antifascisti, liberati dalle carceri nell'agosto del 1943, non erano in grado di riprendere in mano l'organizzazione di un'azione rivoluzionaria. Potevano solo riavviare o stimolare la presa di coscienza delle masse popolari che avevano manifestato il segno dello scontento e del rifiuto alla guerra.

 

25 gennaio 1944: la fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli

Pertini, Saragat e gli altri erano stati sorpresi e arrestati in una riunione; portati a via Tasso, furono interrogati e trasferiti al braccio tedesco di Regina Coeli. Subito il PSIUP si mobilitò per studiare il modo di salvarli. A quel tempo era medico di Regina Coeli Alfredo Monaco, che occupava con la moglie, Marcella Ficca, l'appartamento messo a disposizione dei medici dalla direzione del carcere. Alfredo era già da tempo iscritto al Partito socialista ed era un convinto antifascista. Stabiliti i contatti con lui, i compagni Giuliano Vassalli e Filippo Lupis decisero di tentare di far trasferire il gruppo degli arrestati dal braccio tedesco al sesto braccio italiano.

Fu deciso di affidare a Marcella il collegamento tra il carcere e i compagni. Per parte loro, Giuliano Vassalli e Massimo Saverio Giannini agirono all'interno del palazzo di Giustizia grazie a un cancelliere collegato con la Resistenza. Così, Pertini e Saragat furono spostati dal terzo al sesto braccio, operazione determinante per la riuscita dell'impresa. Elementi della Questura centrale procurarono sette permessi di scarcerazione in facsimile, in bianco, e Marcella trovò il modo di contraffare il timbro. A quel tempo si usava ancora dimettere i carcerati direttamente dal carcere previa esibizione dei fogli di rilascio.

Per i due più importanti, Pertini e Saragat, si dovette far arrivare un ordine di immediata scarcerazione, in quanto per i politici, a conferma del foglio già compilato, occorreva un ordine diretto della Questura. Lupis e Luciano Ficca, fratello di Marcella infiltrato nelle PAI, effettuarono una falsa telefonata al direttore del carcere, nella quale Lupis, fingendosi questore, ordinava l'immediato rilascio dei sette nominativi: l'operazione fu portata a termine proprio mezz'ora prima che scadesse il coprifuoco.

 

 

A Roma molti vivevano in condizioni di vita intollerabili e crudeli. Erano militari sbandati, renitenti di leva che aspettavano nascosti la liberazione di Roma, pur di non andare al Nord con i fascisti, rischiando così la fucilazione; erano impiegati dello Stato che si erano rifiutati di trasferirsi al Nord con i ministeri. Le condizioni della loro clandestinità erano intollerabili, spesso costretti a nascondersi dietro intercapedini, in un armadio, in stanze occultate, dove restavano per ore in attesa che i loro ospiti li liberassero non appena fosse cessato l'allarme. Non dovevano fare rumore, obbligati a camminare in casa senza scarpe e a non affacciarsi mai alle finestre; dipendevano in tutto da chi li ospitava: parenti, amici, spesso sconosciuti che dopo l'otto settembre si erano volontariamente offerti di nasconderli, nell'illusione che gli Alleati sarebbero arrivati entro pochi giorni.

Ognuno pensava che da Cassino o da Anzio a Roma si potesse fare presto, e quando caddero le illusioni inizio la paura di non farcela. L'intolleranza a restare chiusi, il rischio sempre più reale di rastrellamenti effettuati perquisendo quartiere per quartiere e casa per casa diede luogo a rischiosi trasferimenti per nuovi nascondigli, mentre fame, freddo, malattie, gli abiti che si andavano logorando accrescevano il disagio e la paura. Per i bombardamenti la città perdeva la funzionalità dei servizi, e vivere nascosti diveniva sempre più difficile.

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Roma, primavera 1944. Donne romane lavano la biancheria nelle fontane pubbliche, presso il Colosseo, per mancanza di acqua nelle case dopo i bombardamenti alleati

 

Lavarsi era un lusso permesso a pochi privilegiati nelle residenze dei quartieri occupati dai comandi tedeschi; spesso mancava l’acqua per bere, gli insetti infestavano anche le case della borghesia, la scabbia si era diffusa per Roma, e per infestarsi era sufficiente andare in autobus, aggrapparsi ai sostegni o appoggiarsi ai mancorrenti, dove altri avevano lasciato i loro acari. L'odore nauseante del farmaco era avvertito fra i viaggiatori, nei bagni pubblici e nelle file per la distribuzione dei generi razionati. Eravamo tutti magrissimi, pallidi, gli abiti cominciavano a caderci addosso, le scarpe avevano la suola già più volte rappezzata, ribattuta da chiodi, e c'era chi portava ancora in pieno inverno zoccoli di legno.

C'era però anche chi la mattina beveva il cappuccino con la brioche, chi spalmava il burro sul pane all'ora del tè chi beveva vini prelibati per accompagnare bistecche e arresti di selvaggina o di abbacchio. Riconoscevi subito chi intrallazzava con i fascisti e con i tedeschi: erano i soli che giravano ancora con le auto a gas, erano donne ben vestite che si recavano impellicciate agli spettacoli dell' opera per le truppe naziste. La città aveva due categorie di cittadini: una minoranza che se la intendeva con il nemico e gli altri, la maggioranza, che soffrivano, morivano, speravano nella liberazione.

Roma serviva come base ai nazisti ed era loro necessario che la popolazione non fosse ostile: qui avevano installato comandi, tribunali, carceri e case di tortura, cercando di fare della città una zona franca sotto la protezione del Vaticano. Gli Alleati, per colpire gli insediamenti nazisti, furono costretti a bombardamenti crudeli che causarono migliaia di morti fra la popolazione civile: nei nove mesi di occupazione Roma ne subì cinquantasei.

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L’attentato di Via Rasella

Spiando da dietro le persiane, aveva notato che puntualmente, tra le quattordici e le quattordici e trenta, una colonna tedesca di circa centocinquanta uomini passava per via Due Macelli. Li aveva osservati attentamente, cercando di capire se erano soldati della Wehrmacht o SS, finché era riuscito a individuare in quel reparto un corpo speciale di SS, certamente con compiti di sostegno all' azione repressiva dei nazisti in città. In seguito, avremmo saputo trattarsi dell'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen, aggregato alle ss di Kappler. La compagnia era composta di centocinquantasei uomini, di cui il più giovane aveva ventiquattro anni e il più vecchio quaranta. Tutti i soldati erano armati di fucile, di pistola Luger e di bombe a mano.

Dopo il successo di via Tomacelli, Giovanni pensò che si potesse attaccare quel reparto di SS e propose il progetto a Franco Calamandrei, Ernesto Borghese, Guglielmo Blasi e altri. Cominciarono a studiare un piano di attacco, ma l'idea del punto dove attaccare e del mezzo da usare maturò nel corso della preparazione, quando dell'impresa furono investiti entrambi i GAP, di Spartaco e di Cola, con undici uomini in azione e cinque di copertura e segnalazione. Dopo aver studiato bene ogni possibilità offerta dal percorso dei Bozen, fu deciso di scegliere via Rasella.

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La carretta utilizzata per nascondere la bomba nell’attentato di Via Rasella

 

 

La strage delle Fosse Ardeatine

Alle undici e trenta del venticinque marzo, l'Agenzia Stefani emise un comunicato del Comando tedesco di Roma: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l' attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest'ordine è già stato eseguito".

Per noi quell'ordine assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione. L'annuncio "questo ordine è già stato eseguito" con cui terminava il breve comunicato, suonava come una sfida: non avevano scritto "La sentenza è già stata eseguita", perché nessun tribunale avrebbe sancito una condanna così efferata, contro ogni legge, contro ogni morale, contro ogni diritto umano.

Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano farei intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c'erano gli "ordini" del comando nazista, il "Deutschland über alles", della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c'era bisogno né di tribunale né di sentenze.

Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei GAP. L'eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia.

Volevano nascondere un altro crimine, l'avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all'eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell'" errore" si rese conto Priebke mentre svolgeva l'incarico di "spuntare" le vittime prima dell'esecuzione, rilevandole da un elenco all'ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l'esecuzione e l'occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage.

 

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Bibliografia:

Carla Capponi Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista- Il Saggiatore Milano 2009

 

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Ricordando Giovanni Battista Stucchi a trent’anni dalla sua morte

6 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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«… un uomo disinteressato, onesto, che strenuamente si è battuto contro la dittatura e contro i nazisti… Io perdo con Stucchi un amico fraterno …» dal telegramma del presidente della Repubblica Sandro Pertini alla famiglia

Quirinale 31 agosto 1980

 Stucchi con Pertini

 

Giovanni Battista Stucchi nasce a Monza il 9 ottobre 1899, da Ferdinando e Angiolina Prina, famiglia di piccoli industriali. Frequenta il ginnasio a Monza e il liceo Parini a Milano. Sottotenente, dal giugno 1917 al novembre 1918, partecipa alla prima guerra mondiale: è uno dei “ragazzi del '99”.

 Stucchi al fronte 1918A 22 anni si laurea in giurisprudenza presso l’università di Pavia ed esercita la professione di avvocato civilista nella sua città natale. Non si iscrive né al Partito Nazionale Fascista né al Sindacato forense fascista.

Una delle sue grandi passioni era la montagna: ricercava "nella solitudine delle rocce e nel silenzio dei ghiacciai la pace e la serenità dello spirito". Ottimo scalatore e sciatore, partecipava anche alle gare cittadine risultando sempre tra i primi.

Di idee liberal-socialiste, vide con preoccupazione l'avvento del fascismo, la sua trasformazione in dittatura.

Di quel periodo, così scrive Giovanni Battista Stucchi nel suo libro “Tornim a baita":

«vociava il duce dal balcone di piazza Venezia, “chi non è con noi è contro di noi” e poiché io non ero con loro, chiaro che diventavo un nemico, anzi il nemico. Qualche giorno prima della venuta del duce nella mia città per inaugurarvi il nuovo Palazzo di Giustizia ero stato convocato al commissariato di pubblica sicurezza. Il commissario mi conosceva e forse nutriva nei miei confronti una certa stima. Si giustificò col dirmi che la chiamata non era voluta da lui, ma dalla squadra politica romana che accompagnava e tutelava la persona del sommo gerarca nel corso delle sue peregrinazioni per il paese. Mi si ordinava di consegnare, temporaneamente beninteso, il passaporto per l'estero; cosa che non potei esimermi dal fare. Eppure tutto questo era meno di niente rispetto ai venti anni di violenze materiali e morali inferte agli italiani, alle centinaia di assassinati per mano del sicario fascista, alle migliaia di sentenze del Tribunale Speciale (i processati dei Tribunali Speciali furono 5.619 e i confinati circa 15.000), alle condanne a morte o ad anni e anni di carcere e di confino per semplici reati di opinione».

In seguito alle leggi razziali, nel 1938, a un suo amico ebreo fu proibito di entrare nel solito bar; Stucchi decise un gesto di solidarietà e di protesta: né lui né i suoi amici sarebbero più entrati in quel locale.

«Sapevo quale sventura rappresentasse per il popolo italiano la perdita della libertà e mi rendevo conto che il fascismo, per sua stessa logica interiore, avrebbe inevitabilmente tratto alla guerra e alla catastrofe».


Alla vigilia della seconda guerra mondiale viene richiamato alle armi con il grado di capitano degli Alpini, nella Compagnia Comando del Battaglione Valtellina, e spedito alle falde del Monviso.

«Partii ben lontano dal supporre che sarei tornato dopo sei anni e per di più con un’esperienza scottante che ha inciso profondamente nella mia vita».

Stucchi 1941Nel luglio del 1942 viene assegnato al corpo di spedizione italiano in Russia. Gli sarebbe possibile essere esonerato ma decide di partire con i suoi alpini: «Gli alpini mi guardavano in silenzio. No! Non mi sarei mai perdonato di avere recitato l'ignobile farsa dell'armiamoci e partite. ... Partirò con loro, dividerò il loro destino. Solo, pensavo, mi siano lasciate due speranze: di ritornare infine alla mia casa e di non trovarmi intanto nella condizione di dover uccidere».

Sul fronte del Don vive le tragiche fasi della distruzione dei reparti e, nel gennaio 1943, la ritirata tra le nevi, che causa migliaia di prigionieri e di morti assiderati.

Durante la ritirata le truppe italiane vengono accerchiate dalle truppe sovietiche.

Racconta Giovanni Battista Stucchi:

«Da quando eravamo usciti dalla sacca, avevo avuto tempo e modo di riflettere sul mio futuro. Come spesso accade a coloro che hanno camminato a lato della morte e si sono poi trovati al di qua del pericolo, vedevo tutto chiaro, sapevo che la lunga marcia non era finita, che il ritorno alla mia casa altro non sarebbe stato che una tappa dopo la quale avrei ripreso la strada, questa volta di mia volontà.

Se molti nodi restavano da sciogliere, molte le ingiustizie da riparare e i delitti da punire, non sarei rimasto questa volta a spiare attraverso le persiane, avrei bensì continuato a camminare fino a raggiungere quella meta che non era solo la mia meta, ma quella dell’intero popolo a cui appartenevo: libertà di tutti e giustizia per tutti in una Patria che fosse la sintesi della parità dei diritti e dei doveri tra cittadini e non l’espressione dell’egoismo nazionale e, meno che mai, la somma degli egoismi dei gruppi di potere».

 

Stucchi Nikolajewka -

G. B. Stucchi dopo Nikolaevka

 

Tornato in Italia, durante una licenza, nel mese di aprile si reca in Val Brembana, a San Pellegrino, per incontrare la moglie e la figlia sfollate a causa dei bombardamenti aerei sulle città.

Di quell’incontro il ricordo della figlia Rosella: «avevo riabbracciato il mio papà di ritorno dalla campagna di Russia con una medaglia al valore per la battaglia di Nikolaevka: mi ero presentata alla stazione a riceverlo con le medaglie che anch'io avevo meritato a scuola in seconda elementare».

Ai primi di maggio del 1943 G. B. Stucchi si reca a Monza e a Milano per ritrovare Gianni Citterio, Tonio Passerini e Poldo Gasparotto, «tre amici uniti dagli stessi ideali di libertà, in altri tempi compagni di alpinismo e di cospirazione e prossimamente (non ne dubitavo) compagni di lotta».

Così scrive Stucchi del suo contatto con la città:

«Non è che mi aspettassi di trovare un popolo in rivolta, ma di udire almeno qualche voce risoluta che, a costo di rischiare il carcere, si levasse dal malcontento generale a reclamare la cessazione della carneficina e a invocare la fine del fascismo che ne era all’origine. Invece tutto mi appariva tal qual era in passato, tutto procedeva sotto la opprimente cappa dello squallore e della rassegnazione».

Arriva il 25 luglio. Mussolini è destituito e il generale Badoglio, per incarico del Re, ha assunto il potere. Nel paese esplode il sentimento popolare di avversione per il regime, di entusiasmo per la sua caduta e di speranza di pace: nella notte la gente si riversa nelle vie e nelle piazze, i simboli del fascismo, statue e fregi, sono divelti e distrutti.

Racconta Stucchi nel suo libro “Tornim a baita":

«Dopo il 25 luglio la sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che, alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti».

8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fa trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano ha chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima. Mentre le truppe tedesche occupano le principali città italiane del nord e del centro Italia, il re fugge da Roma con la famiglia e il seguito e giunge a Brindisi.

Stucchi, si trova a Fortezza, in Alto Adige, quando arrivano i tedeschi: «ero assai simile all’animale che d’istinto sente il terremoto prima ancora che la terra incominci a tremare. ... Dal gabinetto sgattaiolai sul balcone, scavalcai la ringhiera e, tenendomi ad essa, mi calai fino a toccare con la punta dei piedi il tetto sottostante ... poi il cortiletto ... la strada nazionale del Brennero ... risalire l’Isarco verso Rio di Pusteria per dare l’allarme agli alpini del Tirano ... Il tutto durò più del previsto ... Nulla più da fare per il Tirano ... Non restava che pensare a me stesso.

L’itinerario da me ideato aveva il suo punto d’arrivo a Santa Caterina in Valfurva, nell’alta Valtellina.»

Raggiunge a piedi la Valtellina. La mattina del 15 settembre arriva a Santa Caterina in Valfurva. Alla radio viene trasmesso il comunicato dell'Agenzia Stefani: “Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia”.

Continua Stucchi: «Quali che fossero le difficoltà e i rischi, era subentrata in noi la certezza della fede antica e la coscienza della ineluttabilità della lotta armata, senza quartiere, contro tedeschi e fascisti. Da Tonio (Antonio Gambacorti Passerini) ebbi la conferma dell’avvenuta costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale con la partecipazione dei cinque partiti antifascisti, caldeggiata soprattutto dai comunisti che si proponevano con ciò di caratterizzare in senso nazionale e unitario la lotta contro tedeschi e fascisti. Mia intenzione era di fondare una banda armata in alta Valtellina».

Dopo l’8 settembre circa trecento generali, primo tra loro Rodolfo Graziani, optarono per il Reich e passarono alle dipendenze del nemico. Moltissimi furono i generali che preferirono collocarsi a riposo di propria iniziativa, salvo riemergere a cose finite ricchi di giustificazioni e di pretese.

Coloro che si erano rifiutati di collaborare con il nemico qualcosa avrebbero potuto fare, ma questo esigeva umiltà, coraggio dell’iniziativa: tutte doti queste che mancarono ai comandanti e in particolar modo ai generali italiani.

In seguito ad un incontro a Milano con Gianni Citterio Stucchi apprende che il Partito Comunista aveva già iniziato la mobilitazione dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna. Il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando.

Intanto il Comitato di Liberazione di Milano, su proposta di Ferruccio Parri, aveva deliberato la costituzione di un Comitato Militare avente il compito di assumere la direzione della lotta armata. Detto comitato era composto da cinque membri, uno per ciascuno dei partiti riuniti nel CLN.

Per quanto riguarda il Partito Socialista, Pertini, reduce dal confino di Ventotene, si trovava a Roma, trattenutovi dagli impegni nella direzione del partito; Morandi era stato rilasciato dal reclusorio di Saluzzo, in pessime condizioni fisiche a cagione della grave malattia provocata dal regime carcerario. Solamente nell’estate del 1944 entrambi poterono occupare il loro posto di combattimento e le formazioni armate del partito, con il nome di Brigate Matteotti, fecero sentire il loro peso sia in montagna che nelle città.

All'inizio del gennaio 1944, il Comitato Nazionale di Liberazione centrale, avente sede a Roma, aveva deciso di attribuire le funzioni e i poteri di «governo straordinario del Nord» al CLN di Milano, che di conseguenza prese la denominazione di CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). La stessa qualifica si estese automaticamente al Comitato Militare di Milano (CMAI) da esso dipendente.

La scelta era caduta su Milano per la sua collocazione strategica. Da Milano, in quei tempi in cui le comunicazioni e i collegamenti erano critici, era più facile raggiungere gli altri capoluoghi regionali dell'Italia occupata e la Svizzera italiana, che era divenuta il centro d'incontro tra il summit della Resistenza e le rappresentanze diplomatiche e consolari inglesi e americane.

Fu in quel periodo che il Partito Socialista chiese a Stucchi di entrare nel Comitato Militare del CLN di Milano.

«Accettare la proposta dei socialisti voleva dire per me il passaggio immediato all’azione pratica, alla lotta effettiva».

Partecipa ad una riunione nella quale sono presenti Gianni Citterio, in rappresentanza del PCI e in sostituzione di Longo, Ferruccio Parri, accompagnato da Poldo Gasparotto, Galileo Vercesi, avvocato milanese come delegato della Democrazia Cristiana e il liberale Giulio Alonzi. Al termine della riunione viene deciso che ognuno doveva cambiare identità, per motivi di sicurezza: Parri si chiamava «Valenti», Gianni era diventato «Diomede», Vercesi «Cusani», Alonzi «Frattini»; Stucchi assunse lo pseudonimo di «Magni», nome di un contadino di Missaglia, che era stato suo attendente nella prima guerra mondiale; Gasparotto mantenne il suo nome Poldo.

«Il modo migliore e più efficace di mascherare ogni attività illegale è sempre stato quello di ammantarsi della più ortodossa legalità. Feci pertanto della casa di Monza la mia dimora stabile. Le riunioni del Comitato Militare si susseguivano di norma a distanza di una decina di giorni l’una dall’altra e sempre in luoghi diversi indicati da Parri».

Intanto la Repubblica di Salò, dopo il bando Graziani del 9 novembre 1943, emise quello del 18 febbraio 1944 in cui si ordinava la chiamata alle armi degli appartenenti alle classi 1923, 1924, 1925, con ordine categorico di presentarsi entro il 25 febbraio pena la fucilazione.

La minaccia ottenne due effetti: da un lato provocò l'effettiva fucilazione di numerosi renitenti, dall'altro indusse migliaia di giovani a raggiungere la montagna e passare alle bande partigiane.

«Al Comando Militare ci rendevamo pienamente conto dell'enorme importanza ai fini bellici di tutto ciò che avveniva all'interno delle fabbriche e sconvolgeva i piani tedeschi di produzione e di rapina». Tra gli operai, che rischiavano il carcere e la deportazione nei lager, e i combattenti della montagna si stavano formando vincoli di alleanza e di solidarietà, ciascuno nel proprio ruolo, con le armi il partigiano, col sabotaggio e con lo sciopero l'operaio.

Mentre nel marzo 1943 le maestranze erano entrate in agitazione per reclamare più pane e paghe più elevate, dall'1 all'8 marzo 1944, in tutto il Nord Italia, si svolse uno sciopero generale caratterizzato da una precisa matrice di natura politica: “né un operaio, né un giovane, né una macchina devono andare in Germania”.

Tale fu la costernazione dei comandi tedeschi che essi non eseguirono gli ordini impartiti da Hitler all'ambasciatore Rahn e al generale delle SS Otto Zimmermann, ordini che imponevano l'immediata deportazione nei campi di sterminio in Germania di un'aliquota di operai italiani pari al venti per cento degli scioperanti valutati nel complesso a più di un milione, vale a dire un'aliquota di duecentomila unità. In realtà gli arresti non raggiunsero il migliaio.

La notizia degli avvenimenti italiani ebbe ampia risonanza e suscitò stupore e ammirazione in tutto il mondo libero. Il “New York Times” in data 9 marzo 1944 riportava:

“In fatto di dimostrazione di massa non è avvenuto niente nell'Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggi, di scioperi locali e di guerriglia, che ha avuto meno pubblicità del movimento di resistenza francese. Ma è una prova impressionante del fatto che gli italiani, disarmati come sono, e sottoposti a una doppia schiavitù, lottano con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere”.

 

La morte di tre amici, suoi compagni nella lotta di Liberazione: Gianni Citterio, Poldo Gasparotto, Antonio Gambacorti Passerini

(a loro G.B. Stucchi dedicherà il suo libro di memorie “Tornim a baita - dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola”).

Stucchi incontrò per l’ultima volta Gianni Citterio, iscritto al Partito Comunista clandestino, prima che si unisse agli uomini del capitano Filippo Beltrami con l'incarico di commissario politico. «Nello stringerci la mano all'atto di lasciarci» disse: «tieni presente che da dopodomani cambio pelle; assumerò il nome di Redi». Gianni Citterio cadde, con altri valorosi antifascisti, in combattimento con i tedeschi, a Megolo d'Ossola, il 13 febbraio 1944.

Ha scritto un superstite fortunosamente scampato al massacro: «Sulla nostra destra si era appostato Gianni Citterio (Redi). Me ne accorsi quando sentii che mi chiamava per nome. Ma poco dopo anche da quella parte venne un lamento. "Ritirati, ritirati", gridò il capitano. Ci parve che si muovesse e poi sentimmo un rantolo. Era finita. Anche Gianni era morto».

Inutilmente nei giorni che seguirono il giudice istruttore del Tribunale di Verbania cercherà di accertare l'identità del «commissario Redi». Racconta Stucchi: «quando una settimana dopo potei recarmi al piccolo cimitero di Megolo, vidi che sul tumulo di terra fresca della sua tomba, l'ultima a destra del vialetto centrale, era stata deposta una grande corona di fiori: recava la testimonianza di amore e di riconoscenza degli operai della Rumianca».

L'arresto e l’esecuzione di Poldo Gasparotto.

Con una decina di dirigenti e quadri del Partito d'Azione, Poldo Gasparotto era stato preso a Milano, nelle vicinanze del Castello Sforzesco. Finirono tutti a San Vittore. Fatti scendere nei sotterranei, furono aggrediti dai militi fascisti a suon di nerbate, di pugni, di calci e picchiati a sangue. Poldo Gasparotto fu trattenuto nei sotterranei più a lungo degli altri e sottoposto a speciali “cure”. Volevano che riconoscesse di essere il capo.

Quando, sorretto per le ascelle, fu scaraventato in cella, al primo momento gli amici, i compagni, lo riconobbero dall'impermeabile: era chiazzato di sangue. La faccia appariva gonfia, pesta, sfigurata dalle percosse, gli occhi erano spenti. Poldo si era rifiutato di rispondere ai suoi aguzzini. Venne poi internato a Fossoli. Il 22 giugno 1944, su ordine del Comando delle SS di Verona, fu prelevato dal campo, caricato dai tedeschi su una vettura al comando di un capitano. A mezza strada da Carpi, fatto scendere, venne ucciso.

La fucilazione di Antonio Gambacorti Passerini.

A Monza, nei giorni seguenti il 25 luglio 1943, “Tonio” e Gianni Citterio, avevano stampato e incollato nottetempo sulle saracinesche delle botteghe cittadine volantini inneggianti alla fine della guerra, alla libertà e alla giustizia in favore del popolo oppresso.

Tonio Passerini, socialista, essendo venuto casualmente a conoscenza che a Milano la polizia aveva fatto irruzione nel centro operativo del partito presso lo studio dell’avvocato Beltramini, si recò nei pressi riuscendo ad avvertire in tempo coloro che, sopraggiungendo ignari di tutto, rischiavano di cadere in trappola. Scrive Stucchi: «più di un compagno dovette la propria salvezza al coraggioso e generoso sacrificio di questo mio caro e nobile amico. Non ebbe fortuna e pagò di persona al più alto prezzo».

Un poliziotto, insospettito, scese in strada e lo arrestò. Rilasciato una prima volta fu subito ripreso e riconsegnato ai tedeschi. Venne internato a Fossoli dove, il 12 luglio 1944 nel vicino poligono di Carpi, fu trucidato dalle SS con altri 66 antifascisti.

Racconta la figlia di G.B. Stucchi Rosella: «Io e la mamma rimanemmo in val Brembana, dopo San Pellegrino a San Giovanni Bianco, fino all'estate del 1944. Poi i tedeschi avevano requisito il nostro alloggio e noi, con zie e cugini, ci eravamo trasferite a Piazzo, frazione di San Giovanni Bianco, da dove si percorrevano venti minuti di mulattiera per andare a scuola in paese. Alla fine dell'estate del '44 mi accolse un'altra zia a Clusone (val Seriana), dove rimasi un paio di mesi senza notizie dei miei genitori; ero convinta che fossero morti. In realtà il mio papà era entrato nella Resistenza passando alla clandestinità e la mia mamma stava preparando una nuova sistemazione anche per noi, lontana dalle persone che ci conoscevano, per paura di ritorsioni delle autorità fasciste. In novembre ci trasferimmo così a Milano in corso Sempione, ospiti di una parente di parenti, con il cui cognome, Caronni, io iniziai a frequentare la quarta elementare. Poi per ragioni di sicurezza passai ad un'insegnante privata che veniva in casa».

Nel suo libro “Tornim a baita" Stucchi scrive che «i rappresentanti alleati in Svizzera, allo scopo di rendere più frequenti e spediti i loro rapporti con la Resistenza italiana, avevano richiesto la nomina di un delegato militare stabile in Lugano. Si era anche parlato della persona da destinare a tale incarico ed era stato fatto il mio nome». E così avvenne: la decisione fu presa  in una riunione del CLNAI.

«Di pari passo con la crescita dei problemi, le mie andate a Berna si erano fatte più frequenti e impegnative».

La maggior parte degli incontri di Stucchi, che nel frattempo aveva assunto il nome di Federici, erano con John McCaffery, responsabile dei servizi segreti britannici in Svizzera.

Intanto una delibera del CLNAI aveva stabilito che il Comitato Militare Alta Italia si sarebbe trasformato in Comando Generale Corpo Volontari della Libertà, con uguale strutturazione politica, ma con precisazione dei compiti e conferimento di maggiori poteri. Tale delibera avrebbe favorito l'unificazione e quindi il rafforzamento morale e tecnico-militare dei reparti.

Il 5 settembre, dopo molte insistenze da parte sua, Stucchi ottiene di essere trasferito in Val d'Ossola.

Racconta: «L'idea, non ancora progetto, era di ripulire di fascisti e tedeschi una zona di confine ove concentrare, armare e inquadrare le formazioni partigiane già esistenti in luogo; di fare di esse, nel più breve tempo e non oltre i due mesi, un'unità organica e operante. La zona che a mio parere meglio si prestava allo scopo era la Val d'Ossola ... tramite la delegazione di Lugano ricevetti istruzioni dal CLNAI di provvedere con urgenza al coordinamento militare delle divisioni, brigate e reparti del CVL ivi operanti e ciò per potenziare, attraverso una stretta unione e cooperazione, la lotta di resistenza e di liberazione delle formazioni partigiane».

Alla fine del luglio 1944, il Comando generale del CVL fece un  censimento dei partigiani effettivamente presenti nell'intero territorio occupato dai tedeschi. Secondo le risultanze del conteggio fatto da Parri sulla base dei dati pervenuti, le presenze sarebbero ammontate a 50.000 partigiani, dei quali 25.000 garibaldini, 15.000 di Giustizia e Libertà e 10.000 autonomi a cui si aggiungevano 4.000 unità delle Brigate Matteotti.

Il 9 settembre, per un susseguirsi di fortunati colpi di mano, Domodossola e tutto il vasto territorio circostante erano completamente liberi dall'occupazione nazifascista.

La popolazione aveva accolto i partigiani liberatori con un entusiasmo e una gioia travolgenti.

Il 23 settembre “Federici” veniva riconosciuto come coordinatore dell'azione militare tattica e operativa e qualche giorno dopo si costituiva il Comando della Val d'Ossola, sotto la sua direzione.

 

 

GB Ossola 2G. B. Stucchi in Val d’Ossola

 

Benché l'Ossola non fosse la sola a liberarsi e autogestirsi, la sua vicenda ebbe una maggiore risonanza. Concorrevano a darle rilievo la vastità del territorio (eguagliata solo dalla Carnia libera), l'elevato indice demografico, il notevole livello di industrializzazione, la collocazione geografica che le consentiva da una parte di controllare l'importante valico ferroviario e stradale del Sempione e dall'altra di costituire per i tedeschi una potenziale minaccia sulla pianura padana tra Torino e Milano. Nella zona liberata si costituì quel modello sperimentale di gestione della cosa pubblica che, sotto il nome di «Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola», seppe esercitare il suo potere in ogni settore della vita amministrativa, mantenendo l’ordine pubblico.

Scrive G.B. Stucchi: «Per me l'Ossola, più che un comando di reparto, è consistita in attività più propriamente calata nella politica. Era insomma un prolungamento dell'attività già svolta nel Comitato Militare e come delegato militare in Svizzera. La mia opera consisteva nel trovare un coordinamento delle forze, prima che il coordinamento delle loro azioni e quindi per prima cosa mediare i dissensi di varia natura e cominciare ad essere simbolo della unità delle forze stesse».

Liberata l'Ossola, si decise di costruire opere campali, postazioni, interruzioni stradali, fosse anticarro e si apprestarono anche due campi di aviazione. Gli alleati purtroppo non mantennero le promesse fatte di inviare aiuti.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni: i nazifascisti entrarono in Domodossola il 14 ottobre 1944.

Si decise allora, in considerazione delle cattive condizioni di armamento e di equipaggiamento, di ritornare alla guerriglia, abbandonando ogni piano di difesa delle valli.

Nelle prime ore del 22 ottobre il comandante Federici passa in territorio svizzero con i superstiti della resistenza ossolana e raggiunge Lugano.

All’inizio del 1945 riprende le sue funzioni di membro del Comando Generale del CVL in Milano fino all’insurrezione.

E siamo ormai alle giornate della Liberazione: con i suoi compagni di comando e di lotta, Stucchi sfila per le vie di Milano tra l'entusiasmo dei cittadini, ormai liberi dalla tirannia fascista e dall'oppressione tedesca.

 

distintivo riconoscimento CVL

distintivo di riconoscimento del Comando Generale del CLV

 

 5 maggio 1945 capi CVL 

Milano, 5 maggio 1945. Sfila il comando generale del Corpo Volontari della Libertà:

 da sinistra Argenton, Stucchi, Parri, Cadorna, Longo, Mattei

 

Dopo la guerra tornò alla sua professione di avvocato e dal 1946 al 1975 ricoprì la carica di consigliere comunale a Monza.

Dal 1953 al 1958 fu eletto deputato al Parlamento. In un suo intervento alla Camera dei Deputati del 7 luglio 1954 ha detto: «La nostra Resistenza, nel corso di mesi e mesi, ha costretto il tedesco a distrarre in media un terzo dei suoi effettivi dalla linea di combattimento per tener fronte ai partigiani d'Italia e per assicurare le vie di comunicazione e i depositi nelle retrovie».

 

CVL Torino 1.10.1961 c

Pertini, Stucchi, Longo, Parri e Mattei (Torino 1961)

 

Morì improvvisamente il 31 agosto 1980. È sepolto nel cimitero di Monza, nel “campo della gloria” insieme agli ottanta caduti della guerra di liberazione.

Nell'ottobre del 1983 è stato pubblicato postumo, curato dalla figlia Rosella, il suo libro di memorie “Tornim a baita - dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola”.

 

Condivido le parole di Bruno Di Tommaso, pronunciate per la commemorazione di Stucchi nel Consiglio Comunale di Monza del 3 marzo 1991: «Tornim a baita incarna efficacemente il desiderio degli alpini di tornare alla pace, alla casa, agli affetti, ad una vita civile nella libertà e nella giustizia. Ma oggi questo titolo potrebbe diventare un monito per tutti a non dimenticare le speranze, i sogni, le ragioni profonde della Resistenza per le quali Giovanni Battista Stucchi ha combattutto con onore e per cui tanti hanno donato la loro vita».

 

Renato Pellizzoni

 presidente dell’ANPI di Lissone

 

 

Note bibliografiche:

-      Giovanni Battista Stucchi - Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola – Vangelista Editore, 1983

-      Vittorio D’Amico – Monza nella Resistenza – Edizione del Comune di Monza, 1960

-      AA. VV. – Ricordando Giovanni Battista Stucchi, comandante partigiano, protagonista di battaglie civili e politiche – Comune di Monza e ANPI, 1991

-      AA. VV. – dalla Resistenza – Provincia di Milano, 1975

 

 

 

 

 

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Dedicato ai giovani che si iscrivono all’ANPI

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Rappresentare e conservare il patrimonio ideale e programmatico della Resistenza nella coscienza civile e, soprattutto, nella coscienza giovanile d’oggi significa presentarla così come è stata, coglierne le tensioni interne, le elaborazioni politiche a cui il moto pervenne. Significa anche sottrarre la Resistenza al mito, e alla retorica dell’unità per l’unità, quando invece il processo unitario, di cui il Fronte fu un anello importante, non fu il fine ma il mezzo per una politica e per una lotta di popolo».

Primo Lazzari

Primo Lazzari ha preso parte giovanissimo alla Resistenza nel Veneto con la Brigata Garibaldi Tollot-Ferretto.

Giornalista, redattore del periodico dell’ANPI “Patria indipendente”.

 

Di seguito i seguenti articoli:

 

-    Storia del Fronte della Gioventù

 

-     Eugenio Curiel

 

-    I ragazzi di Curiel

 

-     Caduti del Fronte della Gioventù a Monza

 

 

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Storia del Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Era la precisa denominazione del Fronte della Gioventù.

 

Premessa

Per successivi stravolgimenti, per i giovani la denominazione Fronte della Gioventù evoca una ben diversa e opposta formazione, quella neofascista aggregata al Movimento sociale italiano, che se ne appropriò indebitamente nel dopoguerra. Vale a dire l’esatto contrario per ispirazione ideale, programmi politici e sociali, valori etici dell’organizzazione precedente che operò nella Resistenza e fu costruita da Eugenio Curiel, ucciso proprio dai fascisti a Milano nel febbraio 1944.

 

logo FdG logo FdG 2

Oltre a Eugenio Curiel, che ne fu il fondatore, il Fronte della Gioventù ebbe dirigenti di grande valore. Nel Comitato direttivo clandestino del Fronte faceva parte Gillo Pontecorvo, che nella prefazione al libro "Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza" di Primo Lazzari, scrive:

«È essenziale contro il logorio del tempo conservare i documenti del passato, della storia dove sono le nostre radici … è importante riaffermare i valori ideali che spinsero e sostennero tanti giovani spesso neppure ventenni a combattere, in molti casi sacrificando la loro vita appena sbocciata. ... Se mi chiedessero oggi cosa caratterizzava maggiormente la posizione morale del FdG, direi, senza esitazioni: la lotta contro l’indifferenza che, per contro, segna così negativamente il nostro tempo.

Per primo il FdG, durante la Resistenza, rivendicò il diritto di voto per i diciottenni; se si moriva a quell’età, e anche prima, per la libertà di tutti era doveroso concedere quel diritto,che allora sembrava rivoluzionario».

 

La fase costituente e l’esordio del Fronte fu principalmente frutto della disponibilità all’incontro, al dialogo alla collaborazione unitaria di tutti i più consistenti gruppi giovanili del composito schieramento antifascista. Il primo manifesto del “Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà” è redatto da Giancarlo Pajetta. Verso la fine di ottobre del 1943, il manifesto è stampato in volantini e affisso sui muri e sugli alberi di Milano; tra la curiosità e i commenti, desta enorme impressione tra i giovani lavoratori e gli studenti appena affluiti nelle scuole per l’inizio dell’anno scolastico e sancisce praticamente l’apparizione pubblica in Italia del FdG.

Nei giorni del crollo generale, con i tedeschi accampati in casa, la gioventù trovò nel Fronte un richiamo alle più valide tradizioni del Risorgimento, l’indicazione a ribellarsi all’asservimento nazista, l’appello a non rifuggire dalla lotta per conquistare con la liberazione un avvenire frutto di partecipe impegno.

Il FdG volle raccogliere tutti i giovani al di là di ogni distinzione sociale e di ogni tendenza politica, sull’unica piattaforma politica della lotta di liberazione nazionale per un’Italia rinnovata nella quale i giovani potessero porre i problemi del loro presente e del loro futuro.

La base fondamentale fino a quel momento è data dalla convergenza ideale e programmatica dei giovani socialisti e comunisti e di indipendenti e studenti antifascisti.

L’assise istituzionale del Fronte è la riunione che avviene qualche mese dopo nel convento di San Carlo a Milano, con l’adesione dei giovani democratico cristiani e cattolici alla piattaforma di massima delineata dal manifesto. Il decisivo incontro nel convento servita, attiguo alla chiesa, avviene alla fine di gennaio 1944, favorito e auspicato da padre Camillo De Piaz, un religioso che vede con aperta simpatia l’unità giovanile, incoraggiandone la delicata fase iniziale. Insieme a padre De Piaz agisce padre Davide Maria Turoldo, un altro religioso aperto a tutto ciò che di nuovo si agita nel mondo giovanile. In seguito il convento dei Serviti, sempre presenti i padri De Piaz e Turoldo, continua ad essere luogo di incontri del gruppo dirigente del Fronte.

Nell’inverno 1943-44 il centro e i vari gruppi regionali, collegati al centro di Milano, sono impegnati ad estendere il Fronte nelle province e nelle località dell’alta Italia. A Torino, Milano, Genova, Udine, Padova, Bologna, nei primi mesi del 1944 vengono costituiti gruppi del Fronte nelle fabbriche e nelle aziende di pubblica utilità (centrali elettriche). Si tratta di nuclei non numerosi ma che nel marzo successivo daranno un contributo notevole, come riconosceranno i comitati di agitazione di fabbrica, alla preparazione e alla condotta degli scioperi operai per maggiori quantità di pane a favore dei lavoratori e delle loro famiglie e contro i bandi di arruolamento militare. Anche tra gli studenti e nella scuola, spesso con l’aiuto degli insegnanti, vengono costituiti nuclei di giovani aderenti al Fronte.

Diversi comitati provinciali decisero di costituire speciali squadre, collegate con le SAP, incaricate di intensificare al massimo gli attacchi al nemico. In alcune città squadre del Fronte procedono alla identificazione e alla eliminazione sommaria dei più odiati delatori, mentre scritte murali tracciate nottetempo invitano i soldati di più giovane età delle varie armi fasciste a dissociare la responsabilità di un regime che ormai non ha altra alternativa che quella di affrontare la durezza della giustizia partigiana.

Il Fronte pubblicò un suo giornale, “La voce del soldato”, nel quale ai giovani che erano entrati nell’esercito di Graziani era additata la via attraverso la quale redimersi dalla vergogna di militare per gli interessi della Germania.

Il Fronte ha avuto come costante della sua molteplice attività quella di distinguere tra giovani arruolati e capi del fascismo, tra reparti addetti ai servizi territoriali o ausiliari e le più efferate schiere di rastrellatori e persecutori. Fu anche grazie a tale ragionata, lungimirante differenzazione se la divisione alpina Monterosa, formata in Germania da connazionali, si autodisgregò a contatto con i partigiani. Furono centinaia e centinaia gli alpini che, passati alla Resistenza, si batterono con onore e lealtà verso la nuova scelta.

Il FdG si estese in tutte le città e province dell’Italia settentrionale. I giovani vi riconobbero subito il loro organismo di lotta e vi si raccolsero a migliaia.

Fece sentire il suo peso in una vasta opera di propaganda, che, attraverso l’affissione e il lancio di manifesti, le scritte murali, la diffusione di opuscoli e del “Bollettino del Fronte della Gioventù”, affermò davanti a tutti la volontà decisa dei giovani di opporsi al nazifascismo, alle deportazioni in Germania, alle razzie, alle coscrizioni. Diede il suo contributo alla lotta partigiana entrando nelle sue file; entrando nelle sue file, costruirono e guidarono unità nuove, mentre i giovani/e rimasti nelle città raccoglievano armi, indumenti viveri, tutto quanto era necessario alle unità che si andavano formando in montagna. Altri giovani del Fronte penetravano nelle caserme, facevano opera di propaganda tra i giovani che si erano presentati, persuadevano molti a svestire la divisa e a entrare con armi e bagagli nelle file partigiane, inducevano altri a manifestare la propria attività e la propria adesione al Fronte, sabotando la vita nelle caserme, dando informazioni preziose di carattere militare, sottraendo documenti, permessi, esoneri regolari. Migliaia e migliaia di manifestini si diffondevano ovunque assieme ai giornali che si pubblicavano a cura dei comitati provinciali.

L’opera disgregatrice raggiunse ben presto notevoli risultati: nei mesi di giugno, luglio, agosto, settembre 1944, migliaia e migliaia di giovani abbandonarono le file dell’esercito fascista e si avviarono verso la montagna.

Sabotaggio leggero (taglio di fili telefonici e telegrafici, uso di chiodi a quattro punte, interruzione e danneggiamento di linee ferroviaria, stradali) ed azioni di maggiore importanza quali l’assalto ad autocolonne fasciste e tedesche, far saltare depositi di munizioni (qualora non fosse possibile asportarli), danneggiare gravemente linee ferroviarie, ponti, viadotti, gallerie.

 

Il Fronte, riconosciuto dal CLNAI e dai CLN periferici, fu presente in numerosi CLN di fabbrica e di azienda, in centinaia di scuole e in tutte le città dell’alta Italia, e pur avendo passato alle formazioni partigiane migliaia di aderenti, contò numerose squadre armate.

L’azione del Fronte, in occasione dell’insurrezione si ispirò ai seguenti principi:

- porre ogni nucleo armato alle dipendenze operative dei comandi partigiani;

- propagandare al massimo tra i giovani soldati di Salò la parola d’ordine base della Resistenza di “arrendersi o perire”;

- massimo potenziamento alle SAP, mettendovi tutti i giovani in grado di combattere;

- decisivo impegno per la preparazione dello sciopero generale insurrezionale nelle scuole, nelle fabbriche e per la salvezza degli impianti dalle distruzioni.

Le ragazze del Fronte, quando non si batterono con le armi, furono impegnate nell’assistenza ai feriti, e come staffette.

 

 

Bibliografia:

"Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza" di Primo Lazzari – Mursia 1996

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Chi era Eugenio Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Eugenio CurielCuriel aveva 32 anni essendo nato nel dicembre 1912 a Trieste, città che ha sempre avuto cara, da una agiata famiglia; il padre era ingegnere ai cantieri navali S. Marco. Avviato agli studi scientifici già a 16 anni, studente al liceo Guglielmo Oberdan, sostiene con il padre che lo aveva trovato con dei volantini di carattere politico, una accalorata discussione. Conseguita con un anno di anticipo la maturità classica, nel 1929 si iscrive ad ingegneria all'università di Firenze, alloggiando in casa dello zio materno Ludovico Limentani, docente di filosofia morale presso lo stesso ateneo, firmatario del famoso manifesto degli intellettuali antifascisti redatto nel 1925 da Benedetto Croce.

Sul finire del 1931 si trasferisce al Politecnico di Milano; l'anno successivo ottiene il passaggio al corso di laurea in fisica all'ateneo fiorentino, rivelando subito una straordinaria propensione per le scienze esatte. A Firenze si impegna nella ricerca per una tesi di fisica sperimentale sulle disintegrazioni nucleari. Nel 1933 si trasferisce all'università di Padova dove si laurea il 20 agosto 1933 col massimo dei voti e la lode. A soli 22 anni, diventa assistente universitario. Con altri intellettuali ebrei come lui, costituisce all'università l'embrione di una cellula comunista. Si impegna a fondo nell’attivismo politico. Incaricato di redigere la pagina sindacale del giornale universitario patavino Il Bo, apre un dialogo tra studenti, intellettuali e operai. Utilizza i molteplici incontri occasionati dei Littoriali fascisti della cultura per avvicinare e collegarsi con nuclei di intellettuali, critici verso il regime. Particolarmente intensa in questa
direzione
è l'attività svolta durante i Littoriali del 1938 a Palermo. Nel 1938, in conseguenza delle leggi razziali, viene esonerato dall'insegnamento universitario, ciò che determinerà definitivamente il suo distacco dall'ambiente accademico e la decisione di dedicarsi totalmente alla cospirazione politica. Curiel rifiuta così vantaggiose sistemazioni come insegnante che gli venivano offerte dalla Svizzera e dagli Stati Uniti d'America.

Nel giugno 1939. dopo un breve arresto in Svizzera, torna a Trieste per la morte del padre.

Il suo arrivo a Trieste non sfugge alla polizia che, individuandolo, il 24 giugno lo fa arrestare da agenti dell’OVRA e trasferire a Milano al carcere di S. Vittore; è assegnato poi al confino di Ventotene per 5 anni. Al confino si impegna in discussioni di carattere politico, svolgendo una serie di vere e proprie lezioni ai colleghi detenuti.

Dopo il 25 luglio riesce a lasciare Ventotene con l'ultimo scaglione di confinati il 21 agosto 1943. Raggiunge Padova.

Successivamente trascorre alcune settimane. a Brescia (con lo pseudonimo di prof. Giorgio Sebastiani) in casa di un conoscente, legandosi agli ambienti antifascisti della città, al CLN locale e partecipando a riunioni e incontri anche con sacerdoti. A Brescia si impegna nell'attività cercando di mettere in piedi un rudimentale apparato tipografico per stampare. volantini.

Alla fine di ottobre viene chiamato a Milano dalla direzione del PCI per l'alta Italia e invitato da Luigi Longo a proseguire il lavoro iniziato da Gian Carlo Pajetta, per la costruzione unitaria della nuova formazione giovanile e a collegarsi ai vari gruppi che già si muovevano in tal senso a Milano e in diverse altre città.

Molto alto di statura, con folti capelli neri, Curiel era schivo e riservato. Ma quando la discussione si animava, la sua timidezza lasciava il posto alla logica più stringente. Amava discutere il lavoro clandestino con i suoi collaboratori facendo lunghe camminate per le vie di Milano. Sapeva trovare con gli amici, con i collaboratori, anche di parte politica avversa, momenti di umana confidenza.

Curiel voleva “una democrazia nuova, forte, progressiva, aperta a tutte le conquiste, ad ogni progresso politico e sociale, senz'altro limite che quello della volontà popolare”.

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La morte di Eugenio Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

In memoria di Eugenio Curiel Giorgio»)

 

 

 

In un giorno della vita

ho camminato con Giorgio

a capo scoperto nel cielo.

Giorgio era un compagno

Giorgio era il Partito.

 

Giorgio era il suo cuore

maturo come un frutto

Giorgio era la sua voce

inceppata e sicura,

i denti neri, il tabacco nero

la sigaretta arrotolata

un desiderio di svegliare

il mondo coi suoi pensieri.

Ho udito Giorgio

ho visto Giorgio

alto come le case

nell'orizzonte del cielo.

A maggio lo portammo al cimitero.

Se potevamo camminare,

e coprirlo di fiori e di bandiere

era perchè da morto c'indicava

la grande strada della primavera.

 

                  Alfonso Gatto

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ormai alle soglie dell'insurrezione vittoriosa il Fronte perde con Eugenio Curiel il capo la guida.

L'uccisione di Curiel avviene il 24 febbraio 1945 a Milano, in via Enrico Toti, tra piazzale Baracca e piazza Conciliazione.

Quel 24 febbraio è un giorno come tutti gli altri per Curiel.

Ha una serie di appuntamenti ed incontri con amici e collaboratori. Sono circa le 14.30 quando Curiel si avvia all'appuntamento con la sorella fissato al caffè· Biffi nello stesso piazzale.

Viene fermato da un drappello di brigate nere le quali, armi alla mano, gli intimano di esibire i documenti. Non eccessivamente preoccupato perché in possesso di buoni documenti, naturalmente falsi, Curiel si avvede soltanto in un secondo momento che uno dei presenti, un delatore, lo indica per nome ai militi. Il tristo individuo era lo stesso che qualche giorno prima lo aveva riconosciuto in una via di Milano e lo aveva salutato senza esitazione, bonariamente, chiedendogli cosa facesse in città. Curiel, sorpreso, come egli stesso raccontò agli amici della redazione del giornale, non aveva potuto far altro che ostentare buon viso a cattiva sorte, precisando di trovarsi a Milano solo di passaggio, diretto a Trieste. Evidentemente il delatore (uno squallido ex confinato a Ventotene, messosi al servizio della polizia, già isolato dagli antifascisti alla colonia di pena, ma che, naturalmente, conosceva bene Curiel) non aveva creduto al racconto di Curiel e aveva subito avvertito i fascisti del fortuito incontro. Questi, senza perdere tempo, avevano organizzato un attento piano di ricerca e, aiutati da chi era in grado di riconoscerlo immediatamente, lo fermano in piazzale Baracca, puntandogli addosso le armi.

Vistosi identificato, consapevole del fatto che ormai i documenti non gli sarebbero serviti a nulla, Curiel, che non si faceva evidentemente illusioni sulla sorte che lo attendeva, tenta la disperata mossa della fuga. Sperava probabilmente di riuscire a confondersi tra il via vai della gente. Con uno spintone si discosta dagli uomini che lo fronteggiano e si lancia di corsa attraverso il piazzale Baracca verso via Enrico Toti. Una raffica di mitra lo colpisce ad una gamba, facendolo stramazzare al suolo. Curiel si rialza e riprende la corsa, ma viene raggiunto da una serie di raffiche che lo abbattono al suolo.

Il caso vuole che a poca distanza si trovi uno dei più autorevoli componenti del CLNAI, Leo Vali ani che assiste così agli ultimi istanti del tragico epilogo.

Il giorno dopo i giornali recano la notizia dell'uccisione di uno sconosciuto.

Ragioni elementari di sicurezza e di vigilanza avrebbero imposto che, vistosi riconosciuto da un antico strumento della polizia, Curiel abbandonasse immediatamente Milano per trasferire la sua attività e l'opera di direzione del Fronte in una nuova e più sicura sede. Erano regole di vita clandestina normalmente osservate dai dirigenti antifascisti, più volte rivelatesi poi efficaci per parare i colpi delle spiate. Curiel però, non aveva voluto dare eccessivo peso all'incontro imprevisto e non aveva voluto lasciare Milano, dove lo trattenevano importanti compiti, primo fra tutti la direzione e il coordinamento delle multiformi attività del Fronte, ingigantite ora che si entrava nella fase della preparazione dell'insurrezione. Il non aver dato l'importanza dovuta all'incontro col delatore e il non aver preso tutte le conseguenti misure di emergenza, gli fu fatale.

 

La sua fiducia ferma in noi

Dov'è ora Giorgio per il nostro affetto? Legato a quello che gli è accaduto, fermo come un orologio a quelle ore tre del pomeriggio, in quel Piazzale Baracca, quel 24 febbraio. Viene da una strada diretto ad entrare in un'altra, attraversa il piazzale, nel sole che è stato di quell'ora, e una cieca scarica di piombo gli becca e trapunge le gambe; Giorgio cade ma non sa perchè sia caduto. Non fanno male le ferite al momento stesso in cui le riceviamo. Giorgio vuole rialzarsi, capire che cosa sia stato, e appoggia in terra le mani, forse si siede. Cerca anche gli occhiali? Certo Giorgio, cadendo, ha perduto gli occhiali. Allora lo percuote nell' addome, la seconda scarica che lo ferma. E questo è ora Giorgio per noi, fermato in quel punto per sempre, e il nostro affetto, che lo vede, diventa in noi qualcosa di più, sicurezza di più che conquisteremo tutto quello in cui Giorgio credeva, una vita migliore infondo a tutta questa lotta, libera per tutti gli uomini, felice per tutti gli uomini. Questo è ora Giorgio per noi. Fermo nell'atto in cui fu assassinato e la sua fiducia ferma in noi, donata da lui a noi pur in mezzo alla nostra perdita.

Elio Vittorini

 

Il pomeriggio del 26 aprile alla sede del CVL del settore centro in via Meravigli 2 si presenta un uomo alto e magro. Dice di essere il custode dell'obitorio e di aver tenuto nelle celle mortuarie, contrariamente agli ordini dei fascisti, le salme di alcuni partigiani uccisi dai nazifascisti nelle settimane e nei giorni precedenti l'insurrezione. I dirigenti del CLN ringraziano l'uomo per aver contribuito ad evitare che le salme venissero disperse.

Carlo Perasso, comunista, presidente di quel CLN, s'interessa personalmente della questione e invia subito all'obitorio alcuni delegati, tra cui la moglie Ada: è necessario identificare, dare una nome a quei poveri resti e seppellirli degnamente. All'obitorio vengono tolti, uno dopo l'altro, i carrelli che contengono le salme. Sono tutti di sconosciuti e identificarli è difficile. Ada Perasso, comunista, torna un'altra volta davanti a quei corpi martoriati. Di fronte a uno di essi si arresta, sbianca in volto e mormora qualcosa che gli altri non capiscono. La salma è quella di un uomo giovane, alto. «È Curiel! Questo è Eugenio Curiel!» Ada Perasso quasi grida.

La notizia viene subito comunicata al CLN e al sindaco Greppi. I funerali di questi partigiani si svolgono solennemente, a spese del Comune.

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I ragazzi di Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Eugenio Curiel era entrato giovanissimo nel movimento antifascista iscrivendosi al PCI dopo aver sofferto tutte le contraddizioni della gioventù italiana, ingannata dalla retorica del fascismo e mandata a morire sui fronti d'Africa e d'Europa. Egli era convinto che la riscossa del popolo italiano non poteva avvenire se non con la partecipazione diretta e attiva di grandi masse di giovani. Per dare concretezza a questa aspirazione Curiel aveva creato nel 1943 il Fronte della Gioventù, l'organizzazione clandestina che in breve tempo raccolse un gran numero di ragazzi e ragazze.

Curiel soleva affermare che «la gioventù italiana doveva essere la forza che avrebbe salvato l'Italia e all'Italia avrebbe restituito la libertà e la dignità di nazione civile». Il progetto del Fronte era di difficile attuazione perché doveva far leva sulle forze morali dei giovani, alimentare nei loro animi la volontà di rompere con un mondo violento e corrotto, risvegliare la fiducia nelle loro forze, spronarli a una "scelta" consapevole. Primo obiettivo del Fronte era combattere i nazifascisti per conseguire l'indipendenza del Paese. La forma d'organizzazione era il gruppo in cui si raccoglievano ragazzi di tutte le tendenze politiche, di qualunque religione e di ogni origine sociale. Quando il Fronte della Gioventù lanciò il suo appello alla lotta, migliaia di ragazzi della città e della campagna, aderirono all'appello, un'adesione che rafforzò naturalmente le formazioni partigiane, le squadre GAP e le SAP.

I dirigenti del Fronte tennero le loro prime riunioni a Milano nei locali della sacrestia di San Carlo, aiutati da sacerdoti antifascisti come padre Camillo Da Piaz che dette un grande contributo allo sviluppo del Fronte della Gioventù. Anche se completamente indipendente, il Fronte agiva all'interno dello schieramento antifascista clandestino. Elio Vittorini e Giuliano Pajetta, che fu commissario di guerra nelle Brigate internazionali in Spagna, ebbero numerosi contatti con i dirigenti del Fronte.

Dopo alcuni mesi dedicati all'organizzazione capillare, nell'estate del ‘44 il Fronte dimostrò tutta la sua forza mobilitando una fitta rete di gruppi nelle scuole, nelle officine, nelle università, nei rioni cittadini, nei paesi.

Sotto la guida di Curiel l'attività militare divenne preponderante nel Fronte fino a rendere necessaria la costituzione di una brigata d'assalto e il suo impiego in decine di azioni contro i nazifascisti. Quasi ogni giorno, quasi ogni notte, in questo o quel quartiere di Milano, distaccamenti della brigata del Fronte attaccavano fascisti isolati o in gruppi, s'impadronivano delle loro armi e spesso anche degli indumenti che venivano poi destinati ai partigiani in montagna. Non faceva loro difetto la fantasia: per esempio si deve ai giovani del Fronte "la confisca" di una grande quantità di medicinali, preziosi per la lotta clandestina.

Nei mercati rionali i giovani si rivolgevano alle massaie inducendole ad appoggiare la Resistenza per affrettare la pace, il ritorno dei mariti, dei fratelli, dei padri dispersi in tutte le contrade d'Europa, rinchiusi nei campi di concentramento nazisti o deportati chissà dove dagli stessi Alleati prima dell'8 settembre '43.

FdG 12 luglio 1944 FdG 12 luglio 1944 retro

Molti comizi si tenevano all'improvviso davanti alle fabbriche, sui sagrati delle chiese, negli atri delle scuole, perfino all'interno dei cinematografi: comizi volanti dei giovani del Fronte che sbalordivano anche il nemico per l'audacia degli organizzatori. Oratori e pubblico erano difesi da squadre armate del Fronte. Molti operai anziani ricordano ancor oggi queste squadre in azione alla Borletti, alla Siciliani, alle Trafìlerie, alla Vanzetti, alla Pirelli.

L'8 giugno 1944 una squadra di giovani in divisa da ufficiali e militi repubblichini penetrò nella caserma fascista di Monza dove erano radunati tutti i militi. Fu tenuto loro un comizio con il quale li si invitò a disertare. E trenta di questi giovani, che probabilmente erano stati arruolati di forza dai fascisti, disertarono.

Il 18 settembre 1944 Giuseppe Tortorella, Alberto Grandi e Quinto Bonazzola organizzarono un' azione dimostrativa all'Accademia di Brera, a pochi passi di distanza dal comando tedesco della Piazza di Milano. L'azione fu suggerita dal fatto che quel mattino tre studenti, volontari della famigerata legione Muti si sarebbero presentati per sostenere un esame. Tortorella, Bonazzola e Grandi, protetti da una squadra armata, riuscirono ad entrare nell'aula. Allontanato l'attonito insegnante, mentre Bonazzola disarmava i tre fascisti della Muti, Tortorella e Grandi tennero un breve comizio. Alla fine fu distribuito a tutti gli studenti, che applaudivano entusiasti, il secondo numero del giornale del Fronte. Il clamore suscitato da questa azione fu enorme. Il rettore fu costretto a sospendere esami e lezioni.

Con il trascorrere delle settimane e confermandosi una vera e propria forza combattente, per la sua influenza politica tra i giovani operai e impiegati, il Fronte della Gioventù venne ammesso a far parte attraverso propri rappresentanti, nei CLN aziendali della Pirelli, della Montecatini, della Breda meccanica, della Dalmine, della Magneti Marelli, della Edison di Porta Volta.

Fu sul finire del '44 e durante l'inverno '44·'45 che il Fronte della Gioventù riuscì a potenziarsi più  diffusamente sia nel programma politico che nella guerriglia. Ormai le azioni di disarmo venivano compiute in pieno giorno, come avvenne nell'atrio del cinema Carcano: due giovani del Fronte disarmarono due militi repubblichini di fronte a decine di persone stupefatte. Questo metodo venne intensificato e in pochi giorni i fascisti disarmati anche in pieno centro salirono a centinaia.

L'audacia dei ragazzi del Fronte della Gioventù più d'una volta sfiorò la temerarietà: in collaborazione con una squadra dei SAP, per esempio, occuparono la mensa dell'ILVA per tenere un comizio proprio il 16 dicembre 1944 mentre Mussolini al teatro Lirico parlava ai "fascisti milanesi." La città era stata messa in stato d'assedio; bande di fascisti perlustravano le strade, occupavano le piazze e avevano istituito ogni cento metri posti di blocco dove le mitragliere erano pronte a far fuoco senza preavviso contro chiunque, per una qualsiasi ragione si fosse arrischiato in strada. E qualcuno ci lasciò la pelle.

Una delle manifestazioni più importanti organizzata dal Fronte si svolse all'università Bocconi. IL 14 febbraio 1945 alcuni esponenti del Fronte bloccarono le porte d'ingresso dell'università e invitarono studenti, professori, inservienti, a riunirsi nel grande atrio della segreteria, dove uno studente incitò i presenti a prendere le armi, a combattere fascisti e tedeschi per affrettare la fine della dittatura e dell'occupazione nazista. Una squadra di militi repubblichini arrivò all'università: furono affrontati dai giovani di guardia; un fascista restò ucciso e un altro gravemente ferito.

Il CLN Alta Italia votò una mozione di plauso per gli studenti del Fronte.

Nei giorni dell'insurrezione d'aprile il Fronte fa sentire tutto il suo mordente. Ad affrontare le bande fasciste e i reparti tedeschi armati di mitragliatrici e di cannoni i giovani sono in maggioranza. Ci sono dei ragazzi, addirittura bambini, che fanno da staffetta; corrono da un comando all'altro, sgusciano sotto il naso dei tedeschi e sfuggendo agli agguati dei fascisti.

In quel periodo le squadre del Fronte hanno anche allargato il loro territorio d'azione, andando all'attacco, anche attorno a Milano. I nazifascisti sono ormai veramente allarmati: in ogni ragazzo, in ogni ragazza vedono un nemico.

A Saronno uno studente e una studentessa del Fronte vengono sorpresi mentre stanno scrivendo sui muri frasi d'incitamento alla lotta. Mentre sono scortati in una caserma, lo studente che non è stato perquisito estrae all'improvviso una pistola e apre il fuoco contro  i fascisti. Riesce così a fuggire e a portare in salvo anche la ragazza.

Un altro episodio incredibile di quei giorni: due ragazzi della brigata del Fronte sono bloccati in via Nizza da una pattuglia fascista che piomba alle loro spalle mentre stanno incollando manifesti sui muri. I due ragazzi vengono portati nella caserma di via Asti dove li interrogano e li picchiano, e successivamente caricati su un camioncino diretto alla stazione dov'è in partenza un convoglio per la Germania. Durante il tragitto i due ragazzi aggrediscono i tedeschi della scorta, ne disarmano uno, sparano e uccidono un altro. Ettore Cosce viene ferito dalla scorta che spara su di loro; fugge e si mette in salvo assieme al compagno. A Porta Romana, in uno scontro a fuoco con i fascisti del battaglione azzurro cade Giacinto Palma.

 

Durante la lotta clandestina a Milano non ero nel Fronte della Gioventù. In confronto a loro ero già un “vecchio”. Avevo 26 anni; avevo conosciuto l'esilio in Francia, il confino e il carcere in Italia, la guerra di Spagna nella Brigata Garibaldi. lo stesso non potevo non considerarmi un veterano. Eppure il Fronte lo sentivo estremamente vivo; se un ragazzo doveva entrare nei GAP, temendo che il coraggio e la forza d'animo non potessero reggere alle terribili esperienze che lo aspettavano, chiedevo se venisse dal Fronte della Gioventù, per essere certo che quel ragazzo, nonostante l'età, fosse, consapevole delle proprie convinzioni come lo erano i ragazzi spagnoli che a 15·16 anni parteciparono alla difesa di Madrid, lottando di finestra in finestra, di porta in porta. (Giovanni Pesce)

 

da “Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano” di Giovanni Pesce - Feltrinelli Editore 2009

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i caduti del Fronte della Gioventù a Monza

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Così racconta Vera Gambacorti Passerini in “Monza nella Resistenza” di Vittorio D’Amico:

«26 gennaio 1945. La neve era alta, a Monza, tanto alta. I pochi mezzi di locomozione rimasti in funzione non riuscivano a muoversi: anche il vecchio tram, sobbalzante da un capo all'altro della città, quel giorno era rimasto a casa

Mi avviavo a piedi, oltre il «Re de sass» verso la Villa Reale, per cercar di sapere. Passai vicino alla cinta esterna della Villa, sulla Via Boccaccio. Il muro portava freschi i segni della scarica assassina.

Il Fronte della Gioventù aveva pagato il suo tributo per la lotta di liberazione. Vittorio Michelini (nato a Monza l'8 maggio 1923), Alfredo Ratti (nato a Carugate il 21 ottobre 1923), Raffaele Criscitiello (nato ad Avellino il 10 giugno 1923),  dopo lo strazio di inaudite torture, erano stati portati al muro e giustiziati il 25 gennaio 1945.

Il Fronte della Gioventù aveva avuto co, in Monza, il suo triste riconoscimento ufficiale da parte degli occupanti nazisti e dei loro servi fascisti. Erano stati affissi dei manifesti in cui si diceva che un tribunale misto italo-tedesco aveva condannato a morte alcuni giovani appartenenti ad un sedicente Fronte della Gioventù. …

Il F. d. G., già da parecchi mesi, aveva iniziato la sua vita anche a Monza e in Brianza, raccogliendo e organizzando, con l'osservanza delle più rigide regole cospirative, giovani e giovanissimi, operai, contadini e anche studenti, che volevano dare il loro contributo per l'affrancamento della loro terra. L'organizzazione a catena del F. d. G. mi aveva impedito di conoscere personalmente e anche per nome i nostri tre eroici caduti, prima che la mano assassina ne fermasse il nome per sempre nella storia.

Michelini e Ratti erano già stati per vario tempo con le formazioni partigiane di montagna ed erano poi scesi al piano, al sopraggiungere dell'inverno '44-'45, per la forzata smobilitazione di parte dei reparti: ma l'amore per la loro terra, il desiderio di continuare la lotta li aveva, appena ritornati a Monza, subito portati a mettersi in contatto con le formazioni partigiane di pianura e di città. Raffaele Criscitiello era una guardia di Pubblica Sicurezza: il suo Corpo era stato aggregato ed asservito al fascismo ed all'occupante tedesco. Ma egli aveva ben saputo trovare la via del riscatto per il suo onore personale di giovane e di italiano. Si era messo in contatto con gli elementi del F. d. G.

Michelini e Ratti, che hanno alle spalle un’esperienza di guerriglia sui monti lecchesi conducono l’azione il 24 gennaio. Viene pianificata un’azione diversiva con lancio di volantini e iscrizioni murali mentre i due penetrano nella caserma. La maggior parte degli agenti è fuori per uno spettacolo, il piantone, Raffele Criscitiello, viene legato e imbavagliato per fingere l’aggressione. Le armi vengono così prelevate e portate in un nascondiglio.

Tutto il piano era stato predisposto e studiato nei minimi particolari, e l'ultimo convegno si era tenuto nella sacrestia di una chiesa di via Volturno, con un prete, antifascista, che funzionava da sentinella, avanti e indietro sulla porta della chiesa.

Nel rientro a casa, Michelini e Ratti transitano imprudentemente però per luoghi non previsti dal piano. I due incappano così in una pattuglia di ronda. Fu subito smascherato e arrestato anche Raffele Criscitiello. Un tribunale italo-tedesco li condannò a morte. Il Gruppo monzese, vistosamente mutilato, spostò la sua attività a Sesto S. Giovanni e poi confluì nella 109° Brigata Garibaldi.

L'azione del F. d. G. segnò per la nostra zona una ripresa dell'attività partigiana che da qualche mese languiva: i posti lasciati vuoti dai caduti furono presto occupati da altri. Una lapide eterna nel luogo del sacrificio i nomi dei martiri.

lapide Monza Michelini-Ratti-Crescitiello 

La caserma della P.S. di Monza si intitola dal '45 a Raffaele Criscitiello».

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In memoria di Donata Rignanese, "la bambina che raccoglieva le olive"

15 Septembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Donata Rignanese
Donata Rignanese

Tante/i amici e compagne/i hanno partecipato ieri 15 settembre 2010 alle esequie della cara Donata, colpita da grave malattia , una notizia “annunciata” ma che ci ha colpito comunque duramente. Donata era nativa di Vieste, apparteneva ad una umile famiglia e come tanti altri giovani del sud, era partita per cercare proprio in Lombardia agli inizi degli anni ’60 un futuro migliore con un lavoro dignitoso, un’occupazione sicura che desse sicurezza, una casa e qualche sogno. Da bambina nella sua terra, presto aveva dovuto lasciare i banchi di scuola per aiutare la famiglia, lavorando nella campagna con la raccolta delle olive, conoscendo subito le asperità della vita e di quella realtà, dove comandavano incontrastati i “caporali” e i prepotenti. Ma nonostante ciò il ricordo di quei luoghi le accendeva lo sguardo, il mare, le colline, il verde degli ulivi,i colori, i profumi, la pesca e tante altre cose.

Arrivò così a Sesto San Giovanni, una grande città industriale in pieno sviluppo e alla fabbrica della Magneti Marelli, un mondo lavorativo nuovo e sconosciuto. Un inserimento non facile, ma vissuto bene da una persona che amava conoscere la novità, la manualità, la concretezza dello svolgersi lavorativo, un intuito nel guardare “avanti” rispetto ai propri compiti. Nella città si vivevano le difficoltà comuni a tanti immigrati nel trovare casa, di intessere rapporti sociali, di culture differenti e tanti altri problemi, ma la conoscenza di molteplici aspetti mai conosciuti rispetto al piccolo paese erano talmente tante da sopire in parte i problemi.

Per sostenere il bilancio famigliare oltre a svolgere il lavoro di operaia, si impegnava come commessa in una farmacia. Divenne una delle prime rappresentanti sindacali donna della Fiom-CGIL nel consiglio di fabbrica partecipando attivamente a tutte le battaglie sindacali del ’68, per il diritto al lavoro delle donne e per le pari opportunità, si spese per diritti quali gli asili nido, i consultori famigliari, conquiste civili come il divorzio e la legge 194, sensibile alle tematiche in difesa della Pace, per l’istruzione anche per i lavoratori come l’istituzione delle 150 ore. Si iscrisse al PCI, condividendone gli ideali e partecipando come attivista nelle politiche sostenute da quel partito. Si iscrisse in seguito ai Democratici di Sinistra e al Partito Democratico proprio qui a Lissone, era componente del direttivo dell’ANPI della nostra città, una adesione maturata negli anni della fabbrica e dalle vicissitudini tormentate di quegli anni, dove la democrazia del nostro Paese correva rischi di caduta. Da ultimo era iscritta allo SPI CGIL partecipando alle attività del sindacato.

Lasciata la Magneti, la bambina che raccoglieva le olive, si trasformò in donna di impresa, grazie ad un innato buongusto, alla facilità di imparare in fretta, alla gentilezza, alla capacità di ingegnarsi nel lavoro manuale aprendo un negozio di pelletteria di successo. In quella vita comunque di sacrificio e lavoro mai, nonostante le difficoltà, venne meno l’attenzione e l’affetto verso la famiglia ed i figli.

Le sue attività lavorative e l’impegno sociale, il carattere aperto, generoso, le fecero acquisire tante amicizie protrattesi fino all’altro giorno, compresi noi di Lissone. Un luogo che viveva con difficoltà abituata al fermento culturale e sociale di Sesto, una difficoltà alleviata dall’amicizia, dove lei era partecipe non solo nei momenti felici, ma se occorreva aiuto esso poteva manifestarsi anche nel cuore della notte. Spesso si crucciava date le sue vicissitudini, di non avere potuto studiare, di non esprimersi in modo forbito, di leggere male. Veniva rincuorata di buon grado, anche perché molte sono le doti che suppliscono a queste carenze poiché sincerità, coraggio, curiosità possono valere a mille. Una curiosità, una sete di cultura che la portava a concerti o alle rappresentazioni teatrali, alle mostre di pittura, alla voglia di conoscere popoli lontani, culture diverse, aperta all’incontro con persone di provenienza migrante, la conoscenza di città e luoghi nuovi.

Certo noi amici conoscevamo già il suo carattere forte ed indomabile, ma la riprova è stata la tenacia nel combattere fino all’ultimo una malattia dolorosa, nel cercare di abbarbicarsi alla vita comunque, fino all’ultimo.

Ognuno di noi conserva un proprio ricordo, nell’amicizia o nella militanza a sostegno delle proprie idee nella comunità, di tante manifestazioni, gite, dove la sua presenza si faceva sentire.

Qui nella corte dove ha sede l’ANPI e la CGIL, sono rimasti due ulivi regalatici da lei qualche anno fa, cercheremo di custodirli con cura. Un ricordo tangibile a testimonianza del suo amore per la natura ed un dono a noi tutti dettato dalla gentilezza e generosità di una persona forte e sensibile che non dimenticheremo.

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