Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Storia del Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Era la precisa denominazione del Fronte della Gioventù.

 

Premessa

Per successivi stravolgimenti, per i giovani la denominazione Fronte della Gioventù evoca una ben diversa e opposta formazione, quella neofascista aggregata al Movimento sociale italiano, che se ne appropriò indebitamente nel dopoguerra. Vale a dire l’esatto contrario per ispirazione ideale, programmi politici e sociali, valori etici dell’organizzazione precedente che operò nella Resistenza e fu costruita da Eugenio Curiel, ucciso proprio dai fascisti a Milano nel febbraio 1944.

 

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Oltre a Eugenio Curiel, che ne fu il fondatore, il Fronte della Gioventù ebbe dirigenti di grande valore. Nel Comitato direttivo clandestino del Fronte faceva parte Gillo Pontecorvo, che nella prefazione al libro "Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza" di Primo Lazzari, scrive:

«È essenziale contro il logorio del tempo conservare i documenti del passato, della storia dove sono le nostre radici … è importante riaffermare i valori ideali che spinsero e sostennero tanti giovani spesso neppure ventenni a combattere, in molti casi sacrificando la loro vita appena sbocciata. ... Se mi chiedessero oggi cosa caratterizzava maggiormente la posizione morale del FdG, direi, senza esitazioni: la lotta contro l’indifferenza che, per contro, segna così negativamente il nostro tempo.

Per primo il FdG, durante la Resistenza, rivendicò il diritto di voto per i diciottenni; se si moriva a quell’età, e anche prima, per la libertà di tutti era doveroso concedere quel diritto,che allora sembrava rivoluzionario».

 

La fase costituente e l’esordio del Fronte fu principalmente frutto della disponibilità all’incontro, al dialogo alla collaborazione unitaria di tutti i più consistenti gruppi giovanili del composito schieramento antifascista. Il primo manifesto del “Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà” è redatto da Giancarlo Pajetta. Verso la fine di ottobre del 1943, il manifesto è stampato in volantini e affisso sui muri e sugli alberi di Milano; tra la curiosità e i commenti, desta enorme impressione tra i giovani lavoratori e gli studenti appena affluiti nelle scuole per l’inizio dell’anno scolastico e sancisce praticamente l’apparizione pubblica in Italia del FdG.

Nei giorni del crollo generale, con i tedeschi accampati in casa, la gioventù trovò nel Fronte un richiamo alle più valide tradizioni del Risorgimento, l’indicazione a ribellarsi all’asservimento nazista, l’appello a non rifuggire dalla lotta per conquistare con la liberazione un avvenire frutto di partecipe impegno.

Il FdG volle raccogliere tutti i giovani al di là di ogni distinzione sociale e di ogni tendenza politica, sull’unica piattaforma politica della lotta di liberazione nazionale per un’Italia rinnovata nella quale i giovani potessero porre i problemi del loro presente e del loro futuro.

La base fondamentale fino a quel momento è data dalla convergenza ideale e programmatica dei giovani socialisti e comunisti e di indipendenti e studenti antifascisti.

L’assise istituzionale del Fronte è la riunione che avviene qualche mese dopo nel convento di San Carlo a Milano, con l’adesione dei giovani democratico cristiani e cattolici alla piattaforma di massima delineata dal manifesto. Il decisivo incontro nel convento servita, attiguo alla chiesa, avviene alla fine di gennaio 1944, favorito e auspicato da padre Camillo De Piaz, un religioso che vede con aperta simpatia l’unità giovanile, incoraggiandone la delicata fase iniziale. Insieme a padre De Piaz agisce padre Davide Maria Turoldo, un altro religioso aperto a tutto ciò che di nuovo si agita nel mondo giovanile. In seguito il convento dei Serviti, sempre presenti i padri De Piaz e Turoldo, continua ad essere luogo di incontri del gruppo dirigente del Fronte.

Nell’inverno 1943-44 il centro e i vari gruppi regionali, collegati al centro di Milano, sono impegnati ad estendere il Fronte nelle province e nelle località dell’alta Italia. A Torino, Milano, Genova, Udine, Padova, Bologna, nei primi mesi del 1944 vengono costituiti gruppi del Fronte nelle fabbriche e nelle aziende di pubblica utilità (centrali elettriche). Si tratta di nuclei non numerosi ma che nel marzo successivo daranno un contributo notevole, come riconosceranno i comitati di agitazione di fabbrica, alla preparazione e alla condotta degli scioperi operai per maggiori quantità di pane a favore dei lavoratori e delle loro famiglie e contro i bandi di arruolamento militare. Anche tra gli studenti e nella scuola, spesso con l’aiuto degli insegnanti, vengono costituiti nuclei di giovani aderenti al Fronte.

Diversi comitati provinciali decisero di costituire speciali squadre, collegate con le SAP, incaricate di intensificare al massimo gli attacchi al nemico. In alcune città squadre del Fronte procedono alla identificazione e alla eliminazione sommaria dei più odiati delatori, mentre scritte murali tracciate nottetempo invitano i soldati di più giovane età delle varie armi fasciste a dissociare la responsabilità di un regime che ormai non ha altra alternativa che quella di affrontare la durezza della giustizia partigiana.

Il Fronte pubblicò un suo giornale, “La voce del soldato”, nel quale ai giovani che erano entrati nell’esercito di Graziani era additata la via attraverso la quale redimersi dalla vergogna di militare per gli interessi della Germania.

Il Fronte ha avuto come costante della sua molteplice attività quella di distinguere tra giovani arruolati e capi del fascismo, tra reparti addetti ai servizi territoriali o ausiliari e le più efferate schiere di rastrellatori e persecutori. Fu anche grazie a tale ragionata, lungimirante differenzazione se la divisione alpina Monterosa, formata in Germania da connazionali, si autodisgregò a contatto con i partigiani. Furono centinaia e centinaia gli alpini che, passati alla Resistenza, si batterono con onore e lealtà verso la nuova scelta.

Il FdG si estese in tutte le città e province dell’Italia settentrionale. I giovani vi riconobbero subito il loro organismo di lotta e vi si raccolsero a migliaia.

Fece sentire il suo peso in una vasta opera di propaganda, che, attraverso l’affissione e il lancio di manifesti, le scritte murali, la diffusione di opuscoli e del “Bollettino del Fronte della Gioventù”, affermò davanti a tutti la volontà decisa dei giovani di opporsi al nazifascismo, alle deportazioni in Germania, alle razzie, alle coscrizioni. Diede il suo contributo alla lotta partigiana entrando nelle sue file; entrando nelle sue file, costruirono e guidarono unità nuove, mentre i giovani/e rimasti nelle città raccoglievano armi, indumenti viveri, tutto quanto era necessario alle unità che si andavano formando in montagna. Altri giovani del Fronte penetravano nelle caserme, facevano opera di propaganda tra i giovani che si erano presentati, persuadevano molti a svestire la divisa e a entrare con armi e bagagli nelle file partigiane, inducevano altri a manifestare la propria attività e la propria adesione al Fronte, sabotando la vita nelle caserme, dando informazioni preziose di carattere militare, sottraendo documenti, permessi, esoneri regolari. Migliaia e migliaia di manifestini si diffondevano ovunque assieme ai giornali che si pubblicavano a cura dei comitati provinciali.

L’opera disgregatrice raggiunse ben presto notevoli risultati: nei mesi di giugno, luglio, agosto, settembre 1944, migliaia e migliaia di giovani abbandonarono le file dell’esercito fascista e si avviarono verso la montagna.

Sabotaggio leggero (taglio di fili telefonici e telegrafici, uso di chiodi a quattro punte, interruzione e danneggiamento di linee ferroviaria, stradali) ed azioni di maggiore importanza quali l’assalto ad autocolonne fasciste e tedesche, far saltare depositi di munizioni (qualora non fosse possibile asportarli), danneggiare gravemente linee ferroviarie, ponti, viadotti, gallerie.

 

Il Fronte, riconosciuto dal CLNAI e dai CLN periferici, fu presente in numerosi CLN di fabbrica e di azienda, in centinaia di scuole e in tutte le città dell’alta Italia, e pur avendo passato alle formazioni partigiane migliaia di aderenti, contò numerose squadre armate.

L’azione del Fronte, in occasione dell’insurrezione si ispirò ai seguenti principi:

- porre ogni nucleo armato alle dipendenze operative dei comandi partigiani;

- propagandare al massimo tra i giovani soldati di Salò la parola d’ordine base della Resistenza di “arrendersi o perire”;

- massimo potenziamento alle SAP, mettendovi tutti i giovani in grado di combattere;

- decisivo impegno per la preparazione dello sciopero generale insurrezionale nelle scuole, nelle fabbriche e per la salvezza degli impianti dalle distruzioni.

Le ragazze del Fronte, quando non si batterono con le armi, furono impegnate nell’assistenza ai feriti, e come staffette.

 

 

Bibliografia:

"Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza" di Primo Lazzari – Mursia 1996

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Chi era Eugenio Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Eugenio CurielCuriel aveva 32 anni essendo nato nel dicembre 1912 a Trieste, città che ha sempre avuto cara, da una agiata famiglia; il padre era ingegnere ai cantieri navali S. Marco. Avviato agli studi scientifici già a 16 anni, studente al liceo Guglielmo Oberdan, sostiene con il padre che lo aveva trovato con dei volantini di carattere politico, una accalorata discussione. Conseguita con un anno di anticipo la maturità classica, nel 1929 si iscrive ad ingegneria all'università di Firenze, alloggiando in casa dello zio materno Ludovico Limentani, docente di filosofia morale presso lo stesso ateneo, firmatario del famoso manifesto degli intellettuali antifascisti redatto nel 1925 da Benedetto Croce.

Sul finire del 1931 si trasferisce al Politecnico di Milano; l'anno successivo ottiene il passaggio al corso di laurea in fisica all'ateneo fiorentino, rivelando subito una straordinaria propensione per le scienze esatte. A Firenze si impegna nella ricerca per una tesi di fisica sperimentale sulle disintegrazioni nucleari. Nel 1933 si trasferisce all'università di Padova dove si laurea il 20 agosto 1933 col massimo dei voti e la lode. A soli 22 anni, diventa assistente universitario. Con altri intellettuali ebrei come lui, costituisce all'università l'embrione di una cellula comunista. Si impegna a fondo nell’attivismo politico. Incaricato di redigere la pagina sindacale del giornale universitario patavino Il Bo, apre un dialogo tra studenti, intellettuali e operai. Utilizza i molteplici incontri occasionati dei Littoriali fascisti della cultura per avvicinare e collegarsi con nuclei di intellettuali, critici verso il regime. Particolarmente intensa in questa
direzione
è l'attività svolta durante i Littoriali del 1938 a Palermo. Nel 1938, in conseguenza delle leggi razziali, viene esonerato dall'insegnamento universitario, ciò che determinerà definitivamente il suo distacco dall'ambiente accademico e la decisione di dedicarsi totalmente alla cospirazione politica. Curiel rifiuta così vantaggiose sistemazioni come insegnante che gli venivano offerte dalla Svizzera e dagli Stati Uniti d'America.

Nel giugno 1939. dopo un breve arresto in Svizzera, torna a Trieste per la morte del padre.

Il suo arrivo a Trieste non sfugge alla polizia che, individuandolo, il 24 giugno lo fa arrestare da agenti dell’OVRA e trasferire a Milano al carcere di S. Vittore; è assegnato poi al confino di Ventotene per 5 anni. Al confino si impegna in discussioni di carattere politico, svolgendo una serie di vere e proprie lezioni ai colleghi detenuti.

Dopo il 25 luglio riesce a lasciare Ventotene con l'ultimo scaglione di confinati il 21 agosto 1943. Raggiunge Padova.

Successivamente trascorre alcune settimane. a Brescia (con lo pseudonimo di prof. Giorgio Sebastiani) in casa di un conoscente, legandosi agli ambienti antifascisti della città, al CLN locale e partecipando a riunioni e incontri anche con sacerdoti. A Brescia si impegna nell'attività cercando di mettere in piedi un rudimentale apparato tipografico per stampare. volantini.

Alla fine di ottobre viene chiamato a Milano dalla direzione del PCI per l'alta Italia e invitato da Luigi Longo a proseguire il lavoro iniziato da Gian Carlo Pajetta, per la costruzione unitaria della nuova formazione giovanile e a collegarsi ai vari gruppi che già si muovevano in tal senso a Milano e in diverse altre città.

Molto alto di statura, con folti capelli neri, Curiel era schivo e riservato. Ma quando la discussione si animava, la sua timidezza lasciava il posto alla logica più stringente. Amava discutere il lavoro clandestino con i suoi collaboratori facendo lunghe camminate per le vie di Milano. Sapeva trovare con gli amici, con i collaboratori, anche di parte politica avversa, momenti di umana confidenza.

Curiel voleva “una democrazia nuova, forte, progressiva, aperta a tutte le conquiste, ad ogni progresso politico e sociale, senz'altro limite che quello della volontà popolare”.

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La morte di Eugenio Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

In memoria di Eugenio Curiel Giorgio»)

 

 

 

In un giorno della vita

ho camminato con Giorgio

a capo scoperto nel cielo.

Giorgio era un compagno

Giorgio era il Partito.

 

Giorgio era il suo cuore

maturo come un frutto

Giorgio era la sua voce

inceppata e sicura,

i denti neri, il tabacco nero

la sigaretta arrotolata

un desiderio di svegliare

il mondo coi suoi pensieri.

Ho udito Giorgio

ho visto Giorgio

alto come le case

nell'orizzonte del cielo.

A maggio lo portammo al cimitero.

Se potevamo camminare,

e coprirlo di fiori e di bandiere

era perchè da morto c'indicava

la grande strada della primavera.

 

                  Alfonso Gatto

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ormai alle soglie dell'insurrezione vittoriosa il Fronte perde con Eugenio Curiel il capo la guida.

L'uccisione di Curiel avviene il 24 febbraio 1945 a Milano, in via Enrico Toti, tra piazzale Baracca e piazza Conciliazione.

Quel 24 febbraio è un giorno come tutti gli altri per Curiel.

Ha una serie di appuntamenti ed incontri con amici e collaboratori. Sono circa le 14.30 quando Curiel si avvia all'appuntamento con la sorella fissato al caffè· Biffi nello stesso piazzale.

Viene fermato da un drappello di brigate nere le quali, armi alla mano, gli intimano di esibire i documenti. Non eccessivamente preoccupato perché in possesso di buoni documenti, naturalmente falsi, Curiel si avvede soltanto in un secondo momento che uno dei presenti, un delatore, lo indica per nome ai militi. Il tristo individuo era lo stesso che qualche giorno prima lo aveva riconosciuto in una via di Milano e lo aveva salutato senza esitazione, bonariamente, chiedendogli cosa facesse in città. Curiel, sorpreso, come egli stesso raccontò agli amici della redazione del giornale, non aveva potuto far altro che ostentare buon viso a cattiva sorte, precisando di trovarsi a Milano solo di passaggio, diretto a Trieste. Evidentemente il delatore (uno squallido ex confinato a Ventotene, messosi al servizio della polizia, già isolato dagli antifascisti alla colonia di pena, ma che, naturalmente, conosceva bene Curiel) non aveva creduto al racconto di Curiel e aveva subito avvertito i fascisti del fortuito incontro. Questi, senza perdere tempo, avevano organizzato un attento piano di ricerca e, aiutati da chi era in grado di riconoscerlo immediatamente, lo fermano in piazzale Baracca, puntandogli addosso le armi.

Vistosi identificato, consapevole del fatto che ormai i documenti non gli sarebbero serviti a nulla, Curiel, che non si faceva evidentemente illusioni sulla sorte che lo attendeva, tenta la disperata mossa della fuga. Sperava probabilmente di riuscire a confondersi tra il via vai della gente. Con uno spintone si discosta dagli uomini che lo fronteggiano e si lancia di corsa attraverso il piazzale Baracca verso via Enrico Toti. Una raffica di mitra lo colpisce ad una gamba, facendolo stramazzare al suolo. Curiel si rialza e riprende la corsa, ma viene raggiunto da una serie di raffiche che lo abbattono al suolo.

Il caso vuole che a poca distanza si trovi uno dei più autorevoli componenti del CLNAI, Leo Vali ani che assiste così agli ultimi istanti del tragico epilogo.

Il giorno dopo i giornali recano la notizia dell'uccisione di uno sconosciuto.

Ragioni elementari di sicurezza e di vigilanza avrebbero imposto che, vistosi riconosciuto da un antico strumento della polizia, Curiel abbandonasse immediatamente Milano per trasferire la sua attività e l'opera di direzione del Fronte in una nuova e più sicura sede. Erano regole di vita clandestina normalmente osservate dai dirigenti antifascisti, più volte rivelatesi poi efficaci per parare i colpi delle spiate. Curiel però, non aveva voluto dare eccessivo peso all'incontro imprevisto e non aveva voluto lasciare Milano, dove lo trattenevano importanti compiti, primo fra tutti la direzione e il coordinamento delle multiformi attività del Fronte, ingigantite ora che si entrava nella fase della preparazione dell'insurrezione. Il non aver dato l'importanza dovuta all'incontro col delatore e il non aver preso tutte le conseguenti misure di emergenza, gli fu fatale.

 

La sua fiducia ferma in noi

Dov'è ora Giorgio per il nostro affetto? Legato a quello che gli è accaduto, fermo come un orologio a quelle ore tre del pomeriggio, in quel Piazzale Baracca, quel 24 febbraio. Viene da una strada diretto ad entrare in un'altra, attraversa il piazzale, nel sole che è stato di quell'ora, e una cieca scarica di piombo gli becca e trapunge le gambe; Giorgio cade ma non sa perchè sia caduto. Non fanno male le ferite al momento stesso in cui le riceviamo. Giorgio vuole rialzarsi, capire che cosa sia stato, e appoggia in terra le mani, forse si siede. Cerca anche gli occhiali? Certo Giorgio, cadendo, ha perduto gli occhiali. Allora lo percuote nell' addome, la seconda scarica che lo ferma. E questo è ora Giorgio per noi, fermato in quel punto per sempre, e il nostro affetto, che lo vede, diventa in noi qualcosa di più, sicurezza di più che conquisteremo tutto quello in cui Giorgio credeva, una vita migliore infondo a tutta questa lotta, libera per tutti gli uomini, felice per tutti gli uomini. Questo è ora Giorgio per noi. Fermo nell'atto in cui fu assassinato e la sua fiducia ferma in noi, donata da lui a noi pur in mezzo alla nostra perdita.

Elio Vittorini

 

Il pomeriggio del 26 aprile alla sede del CVL del settore centro in via Meravigli 2 si presenta un uomo alto e magro. Dice di essere il custode dell'obitorio e di aver tenuto nelle celle mortuarie, contrariamente agli ordini dei fascisti, le salme di alcuni partigiani uccisi dai nazifascisti nelle settimane e nei giorni precedenti l'insurrezione. I dirigenti del CLN ringraziano l'uomo per aver contribuito ad evitare che le salme venissero disperse.

Carlo Perasso, comunista, presidente di quel CLN, s'interessa personalmente della questione e invia subito all'obitorio alcuni delegati, tra cui la moglie Ada: è necessario identificare, dare una nome a quei poveri resti e seppellirli degnamente. All'obitorio vengono tolti, uno dopo l'altro, i carrelli che contengono le salme. Sono tutti di sconosciuti e identificarli è difficile. Ada Perasso, comunista, torna un'altra volta davanti a quei corpi martoriati. Di fronte a uno di essi si arresta, sbianca in volto e mormora qualcosa che gli altri non capiscono. La salma è quella di un uomo giovane, alto. «È Curiel! Questo è Eugenio Curiel!» Ada Perasso quasi grida.

La notizia viene subito comunicata al CLN e al sindaco Greppi. I funerali di questi partigiani si svolgono solennemente, a spese del Comune.

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I ragazzi di Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Eugenio Curiel era entrato giovanissimo nel movimento antifascista iscrivendosi al PCI dopo aver sofferto tutte le contraddizioni della gioventù italiana, ingannata dalla retorica del fascismo e mandata a morire sui fronti d'Africa e d'Europa. Egli era convinto che la riscossa del popolo italiano non poteva avvenire se non con la partecipazione diretta e attiva di grandi masse di giovani. Per dare concretezza a questa aspirazione Curiel aveva creato nel 1943 il Fronte della Gioventù, l'organizzazione clandestina che in breve tempo raccolse un gran numero di ragazzi e ragazze.

Curiel soleva affermare che «la gioventù italiana doveva essere la forza che avrebbe salvato l'Italia e all'Italia avrebbe restituito la libertà e la dignità di nazione civile». Il progetto del Fronte era di difficile attuazione perché doveva far leva sulle forze morali dei giovani, alimentare nei loro animi la volontà di rompere con un mondo violento e corrotto, risvegliare la fiducia nelle loro forze, spronarli a una "scelta" consapevole. Primo obiettivo del Fronte era combattere i nazifascisti per conseguire l'indipendenza del Paese. La forma d'organizzazione era il gruppo in cui si raccoglievano ragazzi di tutte le tendenze politiche, di qualunque religione e di ogni origine sociale. Quando il Fronte della Gioventù lanciò il suo appello alla lotta, migliaia di ragazzi della città e della campagna, aderirono all'appello, un'adesione che rafforzò naturalmente le formazioni partigiane, le squadre GAP e le SAP.

I dirigenti del Fronte tennero le loro prime riunioni a Milano nei locali della sacrestia di San Carlo, aiutati da sacerdoti antifascisti come padre Camillo Da Piaz che dette un grande contributo allo sviluppo del Fronte della Gioventù. Anche se completamente indipendente, il Fronte agiva all'interno dello schieramento antifascista clandestino. Elio Vittorini e Giuliano Pajetta, che fu commissario di guerra nelle Brigate internazionali in Spagna, ebbero numerosi contatti con i dirigenti del Fronte.

Dopo alcuni mesi dedicati all'organizzazione capillare, nell'estate del ‘44 il Fronte dimostrò tutta la sua forza mobilitando una fitta rete di gruppi nelle scuole, nelle officine, nelle università, nei rioni cittadini, nei paesi.

Sotto la guida di Curiel l'attività militare divenne preponderante nel Fronte fino a rendere necessaria la costituzione di una brigata d'assalto e il suo impiego in decine di azioni contro i nazifascisti. Quasi ogni giorno, quasi ogni notte, in questo o quel quartiere di Milano, distaccamenti della brigata del Fronte attaccavano fascisti isolati o in gruppi, s'impadronivano delle loro armi e spesso anche degli indumenti che venivano poi destinati ai partigiani in montagna. Non faceva loro difetto la fantasia: per esempio si deve ai giovani del Fronte "la confisca" di una grande quantità di medicinali, preziosi per la lotta clandestina.

Nei mercati rionali i giovani si rivolgevano alle massaie inducendole ad appoggiare la Resistenza per affrettare la pace, il ritorno dei mariti, dei fratelli, dei padri dispersi in tutte le contrade d'Europa, rinchiusi nei campi di concentramento nazisti o deportati chissà dove dagli stessi Alleati prima dell'8 settembre '43.

FdG 12 luglio 1944 FdG 12 luglio 1944 retro

Molti comizi si tenevano all'improvviso davanti alle fabbriche, sui sagrati delle chiese, negli atri delle scuole, perfino all'interno dei cinematografi: comizi volanti dei giovani del Fronte che sbalordivano anche il nemico per l'audacia degli organizzatori. Oratori e pubblico erano difesi da squadre armate del Fronte. Molti operai anziani ricordano ancor oggi queste squadre in azione alla Borletti, alla Siciliani, alle Trafìlerie, alla Vanzetti, alla Pirelli.

L'8 giugno 1944 una squadra di giovani in divisa da ufficiali e militi repubblichini penetrò nella caserma fascista di Monza dove erano radunati tutti i militi. Fu tenuto loro un comizio con il quale li si invitò a disertare. E trenta di questi giovani, che probabilmente erano stati arruolati di forza dai fascisti, disertarono.

Il 18 settembre 1944 Giuseppe Tortorella, Alberto Grandi e Quinto Bonazzola organizzarono un' azione dimostrativa all'Accademia di Brera, a pochi passi di distanza dal comando tedesco della Piazza di Milano. L'azione fu suggerita dal fatto che quel mattino tre studenti, volontari della famigerata legione Muti si sarebbero presentati per sostenere un esame. Tortorella, Bonazzola e Grandi, protetti da una squadra armata, riuscirono ad entrare nell'aula. Allontanato l'attonito insegnante, mentre Bonazzola disarmava i tre fascisti della Muti, Tortorella e Grandi tennero un breve comizio. Alla fine fu distribuito a tutti gli studenti, che applaudivano entusiasti, il secondo numero del giornale del Fronte. Il clamore suscitato da questa azione fu enorme. Il rettore fu costretto a sospendere esami e lezioni.

Con il trascorrere delle settimane e confermandosi una vera e propria forza combattente, per la sua influenza politica tra i giovani operai e impiegati, il Fronte della Gioventù venne ammesso a far parte attraverso propri rappresentanti, nei CLN aziendali della Pirelli, della Montecatini, della Breda meccanica, della Dalmine, della Magneti Marelli, della Edison di Porta Volta.

Fu sul finire del '44 e durante l'inverno '44·'45 che il Fronte della Gioventù riuscì a potenziarsi più  diffusamente sia nel programma politico che nella guerriglia. Ormai le azioni di disarmo venivano compiute in pieno giorno, come avvenne nell'atrio del cinema Carcano: due giovani del Fronte disarmarono due militi repubblichini di fronte a decine di persone stupefatte. Questo metodo venne intensificato e in pochi giorni i fascisti disarmati anche in pieno centro salirono a centinaia.

L'audacia dei ragazzi del Fronte della Gioventù più d'una volta sfiorò la temerarietà: in collaborazione con una squadra dei SAP, per esempio, occuparono la mensa dell'ILVA per tenere un comizio proprio il 16 dicembre 1944 mentre Mussolini al teatro Lirico parlava ai "fascisti milanesi." La città era stata messa in stato d'assedio; bande di fascisti perlustravano le strade, occupavano le piazze e avevano istituito ogni cento metri posti di blocco dove le mitragliere erano pronte a far fuoco senza preavviso contro chiunque, per una qualsiasi ragione si fosse arrischiato in strada. E qualcuno ci lasciò la pelle.

Una delle manifestazioni più importanti organizzata dal Fronte si svolse all'università Bocconi. IL 14 febbraio 1945 alcuni esponenti del Fronte bloccarono le porte d'ingresso dell'università e invitarono studenti, professori, inservienti, a riunirsi nel grande atrio della segreteria, dove uno studente incitò i presenti a prendere le armi, a combattere fascisti e tedeschi per affrettare la fine della dittatura e dell'occupazione nazista. Una squadra di militi repubblichini arrivò all'università: furono affrontati dai giovani di guardia; un fascista restò ucciso e un altro gravemente ferito.

Il CLN Alta Italia votò una mozione di plauso per gli studenti del Fronte.

Nei giorni dell'insurrezione d'aprile il Fronte fa sentire tutto il suo mordente. Ad affrontare le bande fasciste e i reparti tedeschi armati di mitragliatrici e di cannoni i giovani sono in maggioranza. Ci sono dei ragazzi, addirittura bambini, che fanno da staffetta; corrono da un comando all'altro, sgusciano sotto il naso dei tedeschi e sfuggendo agli agguati dei fascisti.

In quel periodo le squadre del Fronte hanno anche allargato il loro territorio d'azione, andando all'attacco, anche attorno a Milano. I nazifascisti sono ormai veramente allarmati: in ogni ragazzo, in ogni ragazza vedono un nemico.

A Saronno uno studente e una studentessa del Fronte vengono sorpresi mentre stanno scrivendo sui muri frasi d'incitamento alla lotta. Mentre sono scortati in una caserma, lo studente che non è stato perquisito estrae all'improvviso una pistola e apre il fuoco contro  i fascisti. Riesce così a fuggire e a portare in salvo anche la ragazza.

Un altro episodio incredibile di quei giorni: due ragazzi della brigata del Fronte sono bloccati in via Nizza da una pattuglia fascista che piomba alle loro spalle mentre stanno incollando manifesti sui muri. I due ragazzi vengono portati nella caserma di via Asti dove li interrogano e li picchiano, e successivamente caricati su un camioncino diretto alla stazione dov'è in partenza un convoglio per la Germania. Durante il tragitto i due ragazzi aggrediscono i tedeschi della scorta, ne disarmano uno, sparano e uccidono un altro. Ettore Cosce viene ferito dalla scorta che spara su di loro; fugge e si mette in salvo assieme al compagno. A Porta Romana, in uno scontro a fuoco con i fascisti del battaglione azzurro cade Giacinto Palma.

 

Durante la lotta clandestina a Milano non ero nel Fronte della Gioventù. In confronto a loro ero già un “vecchio”. Avevo 26 anni; avevo conosciuto l'esilio in Francia, il confino e il carcere in Italia, la guerra di Spagna nella Brigata Garibaldi. lo stesso non potevo non considerarmi un veterano. Eppure il Fronte lo sentivo estremamente vivo; se un ragazzo doveva entrare nei GAP, temendo che il coraggio e la forza d'animo non potessero reggere alle terribili esperienze che lo aspettavano, chiedevo se venisse dal Fronte della Gioventù, per essere certo che quel ragazzo, nonostante l'età, fosse, consapevole delle proprie convinzioni come lo erano i ragazzi spagnoli che a 15·16 anni parteciparono alla difesa di Madrid, lottando di finestra in finestra, di porta in porta. (Giovanni Pesce)

 

da “Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano” di Giovanni Pesce - Feltrinelli Editore 2009

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i caduti del Fronte della Gioventù a Monza

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Così racconta Vera Gambacorti Passerini in “Monza nella Resistenza” di Vittorio D’Amico:

«26 gennaio 1945. La neve era alta, a Monza, tanto alta. I pochi mezzi di locomozione rimasti in funzione non riuscivano a muoversi: anche il vecchio tram, sobbalzante da un capo all'altro della città, quel giorno era rimasto a casa

Mi avviavo a piedi, oltre il «Re de sass» verso la Villa Reale, per cercar di sapere. Passai vicino alla cinta esterna della Villa, sulla Via Boccaccio. Il muro portava freschi i segni della scarica assassina.

Il Fronte della Gioventù aveva pagato il suo tributo per la lotta di liberazione. Vittorio Michelini (nato a Monza l'8 maggio 1923), Alfredo Ratti (nato a Carugate il 21 ottobre 1923), Raffaele Criscitiello (nato ad Avellino il 10 giugno 1923),  dopo lo strazio di inaudite torture, erano stati portati al muro e giustiziati il 25 gennaio 1945.

Il Fronte della Gioventù aveva avuto co, in Monza, il suo triste riconoscimento ufficiale da parte degli occupanti nazisti e dei loro servi fascisti. Erano stati affissi dei manifesti in cui si diceva che un tribunale misto italo-tedesco aveva condannato a morte alcuni giovani appartenenti ad un sedicente Fronte della Gioventù. …

Il F. d. G., già da parecchi mesi, aveva iniziato la sua vita anche a Monza e in Brianza, raccogliendo e organizzando, con l'osservanza delle più rigide regole cospirative, giovani e giovanissimi, operai, contadini e anche studenti, che volevano dare il loro contributo per l'affrancamento della loro terra. L'organizzazione a catena del F. d. G. mi aveva impedito di conoscere personalmente e anche per nome i nostri tre eroici caduti, prima che la mano assassina ne fermasse il nome per sempre nella storia.

Michelini e Ratti erano già stati per vario tempo con le formazioni partigiane di montagna ed erano poi scesi al piano, al sopraggiungere dell'inverno '44-'45, per la forzata smobilitazione di parte dei reparti: ma l'amore per la loro terra, il desiderio di continuare la lotta li aveva, appena ritornati a Monza, subito portati a mettersi in contatto con le formazioni partigiane di pianura e di città. Raffaele Criscitiello era una guardia di Pubblica Sicurezza: il suo Corpo era stato aggregato ed asservito al fascismo ed all'occupante tedesco. Ma egli aveva ben saputo trovare la via del riscatto per il suo onore personale di giovane e di italiano. Si era messo in contatto con gli elementi del F. d. G.

Michelini e Ratti, che hanno alle spalle un’esperienza di guerriglia sui monti lecchesi conducono l’azione il 24 gennaio. Viene pianificata un’azione diversiva con lancio di volantini e iscrizioni murali mentre i due penetrano nella caserma. La maggior parte degli agenti è fuori per uno spettacolo, il piantone, Raffele Criscitiello, viene legato e imbavagliato per fingere l’aggressione. Le armi vengono così prelevate e portate in un nascondiglio.

Tutto il piano era stato predisposto e studiato nei minimi particolari, e l'ultimo convegno si era tenuto nella sacrestia di una chiesa di via Volturno, con un prete, antifascista, che funzionava da sentinella, avanti e indietro sulla porta della chiesa.

Nel rientro a casa, Michelini e Ratti transitano imprudentemente però per luoghi non previsti dal piano. I due incappano così in una pattuglia di ronda. Fu subito smascherato e arrestato anche Raffele Criscitiello. Un tribunale italo-tedesco li condannò a morte. Il Gruppo monzese, vistosamente mutilato, spostò la sua attività a Sesto S. Giovanni e poi confluì nella 109° Brigata Garibaldi.

L'azione del F. d. G. segnò per la nostra zona una ripresa dell'attività partigiana che da qualche mese languiva: i posti lasciati vuoti dai caduti furono presto occupati da altri. Una lapide eterna nel luogo del sacrificio i nomi dei martiri.

lapide Monza Michelini-Ratti-Crescitiello 

La caserma della P.S. di Monza si intitola dal '45 a Raffaele Criscitiello».

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In memoria di Donata Rignanese, "la bambina che raccoglieva le olive"

15 Septembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Donata Rignanese
Donata Rignanese

Tante/i amici e compagne/i hanno partecipato ieri 15 settembre 2010 alle esequie della cara Donata, colpita da grave malattia , una notizia “annunciata” ma che ci ha colpito comunque duramente. Donata era nativa di Vieste, apparteneva ad una umile famiglia e come tanti altri giovani del sud, era partita per cercare proprio in Lombardia agli inizi degli anni ’60 un futuro migliore con un lavoro dignitoso, un’occupazione sicura che desse sicurezza, una casa e qualche sogno. Da bambina nella sua terra, presto aveva dovuto lasciare i banchi di scuola per aiutare la famiglia, lavorando nella campagna con la raccolta delle olive, conoscendo subito le asperità della vita e di quella realtà, dove comandavano incontrastati i “caporali” e i prepotenti. Ma nonostante ciò il ricordo di quei luoghi le accendeva lo sguardo, il mare, le colline, il verde degli ulivi,i colori, i profumi, la pesca e tante altre cose.

Arrivò così a Sesto San Giovanni, una grande città industriale in pieno sviluppo e alla fabbrica della Magneti Marelli, un mondo lavorativo nuovo e sconosciuto. Un inserimento non facile, ma vissuto bene da una persona che amava conoscere la novità, la manualità, la concretezza dello svolgersi lavorativo, un intuito nel guardare “avanti” rispetto ai propri compiti. Nella città si vivevano le difficoltà comuni a tanti immigrati nel trovare casa, di intessere rapporti sociali, di culture differenti e tanti altri problemi, ma la conoscenza di molteplici aspetti mai conosciuti rispetto al piccolo paese erano talmente tante da sopire in parte i problemi.

Per sostenere il bilancio famigliare oltre a svolgere il lavoro di operaia, si impegnava come commessa in una farmacia. Divenne una delle prime rappresentanti sindacali donna della Fiom-CGIL nel consiglio di fabbrica partecipando attivamente a tutte le battaglie sindacali del ’68, per il diritto al lavoro delle donne e per le pari opportunità, si spese per diritti quali gli asili nido, i consultori famigliari, conquiste civili come il divorzio e la legge 194, sensibile alle tematiche in difesa della Pace, per l’istruzione anche per i lavoratori come l’istituzione delle 150 ore. Si iscrisse al PCI, condividendone gli ideali e partecipando come attivista nelle politiche sostenute da quel partito. Si iscrisse in seguito ai Democratici di Sinistra e al Partito Democratico proprio qui a Lissone, era componente del direttivo dell’ANPI della nostra città, una adesione maturata negli anni della fabbrica e dalle vicissitudini tormentate di quegli anni, dove la democrazia del nostro Paese correva rischi di caduta. Da ultimo era iscritta allo SPI CGIL partecipando alle attività del sindacato.

Lasciata la Magneti, la bambina che raccoglieva le olive, si trasformò in donna di impresa, grazie ad un innato buongusto, alla facilità di imparare in fretta, alla gentilezza, alla capacità di ingegnarsi nel lavoro manuale aprendo un negozio di pelletteria di successo. In quella vita comunque di sacrificio e lavoro mai, nonostante le difficoltà, venne meno l’attenzione e l’affetto verso la famiglia ed i figli.

Le sue attività lavorative e l’impegno sociale, il carattere aperto, generoso, le fecero acquisire tante amicizie protrattesi fino all’altro giorno, compresi noi di Lissone. Un luogo che viveva con difficoltà abituata al fermento culturale e sociale di Sesto, una difficoltà alleviata dall’amicizia, dove lei era partecipe non solo nei momenti felici, ma se occorreva aiuto esso poteva manifestarsi anche nel cuore della notte. Spesso si crucciava date le sue vicissitudini, di non avere potuto studiare, di non esprimersi in modo forbito, di leggere male. Veniva rincuorata di buon grado, anche perché molte sono le doti che suppliscono a queste carenze poiché sincerità, coraggio, curiosità possono valere a mille. Una curiosità, una sete di cultura che la portava a concerti o alle rappresentazioni teatrali, alle mostre di pittura, alla voglia di conoscere popoli lontani, culture diverse, aperta all’incontro con persone di provenienza migrante, la conoscenza di città e luoghi nuovi.

Certo noi amici conoscevamo già il suo carattere forte ed indomabile, ma la riprova è stata la tenacia nel combattere fino all’ultimo una malattia dolorosa, nel cercare di abbarbicarsi alla vita comunque, fino all’ultimo.

Ognuno di noi conserva un proprio ricordo, nell’amicizia o nella militanza a sostegno delle proprie idee nella comunità, di tante manifestazioni, gite, dove la sua presenza si faceva sentire.

Qui nella corte dove ha sede l’ANPI e la CGIL, sono rimasti due ulivi regalatici da lei qualche anno fa, cercheremo di custodirli con cura. Un ricordo tangibile a testimonianza del suo amore per la natura ed un dono a noi tutti dettato dalla gentilezza e generosità di una persona forte e sensibile che non dimenticheremo.

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8 settembre 1943 - 8 settembre 2010: dedicato agli Internati Militari Italiani in Germania

8 Septembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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Oltre 600.000 furono i militari Italiani che dopo l’8 settembre 1943 finirono nei lager nazisti, per quel “NO” che dissero quando “con lusinghe e minacce” fu chiesto loro “di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini”.

 

 

Lo Stato italiano ha iniziato la distribuzione di medaglie agli IMI in segno di riconoscimento.



Martedì 7 settembre 2010, con una cerimonia svoltasi in prefettura, il Prefetto di Milano ha consegnato una medaglia d’onore alla memoria di familiari, per la deportazione o l’internamento nei lager nazisti, ai seguenti lissonesi:

 

Cogliati Adele, per il padre Luigi, catturato il 9 settembre 1943;

Erba Giovanna, per il marito Umberto Viganò, deportato politico, arrestato alla Pirelli e internato in Germania il 23 novembre 1944 in seguito ad uno sciopero;

Fossati Franca, per il marito Renzo Mauri, internato militare, catturato il 9 settembre 1943;

Pellizzoni Renato, per il padre Arnaldo, internato militare, catturato il 10 settembre 1943;

Rovati Erminia, per il marito Libero Foglieni, deportato politico, arrestato nel settembre 1944, e internato in un campo di rieducazione nel lager di Auschwitz;

Tremolada Mirca, per il padre Carlo, internato militare, catturato il 16 settembre 1943.

 

I sei lissonesi catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, quando il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue forze armate e aveva firmato l'armistizio con gli Alleati, furono trasportati come prigionieri in Germania in diversi lager e vennero impiegati e sfruttati come forza lavoro nelle fabbriche del Reich. Tornarono in Italia solamente dopo la loro liberazione da parte degli Alleati al termine della seconda guerra mondiale.

 

medaglia 2 medaglia 1

una delle medaglie consegnate dal Prefetto di Milano

 

medaglia a Fossati Franca familiari con medaglie

 

Alcuni dei lissonesi che hanno ricevuto la medaglia d’onore

 

* * *

 

Gerard Schreiber, ufficiale della Marina tedesca, ha dedicato un libro ai militari italiani nei lager nazisti intitolato “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943–1945 Traditi - Disprezzati – Dimenticati”.

 

Questi tre aggettivi sono i più appropriati per descrivere la situazione in cui si sono trovati i 600.000 italiani dopo l’8 settembre 1943.

  

Per troppo tempo anche in patria sono stati dimenticati. Sono stati inoltre vittime di una beffa da parte della Repubblica Federale Tedesca per il mancato risarcimento: nel 2000, infatti, era stata creata in Germania la Fondazione “Memoria, responsabilità e futuro”, finalizzata a compensare le vittime dei lager. Sembrava che la Repubblica Federale Tedesca volesse riconoscere così anche formalmente la responsabilità politica e morale della Germania nei confronti delle vittime del nazismo. Ma il Governo tedesco si è rifiutato di accettare la maggior parte delle domande dei lavoratori forzati che dopo l’8 settembre 1943 sono stati deportati come Internati Militari Italiani per il lavoro nell’industria bellica, con il pretesto che gli IMI erano prigionieri di guerra e come tali tenuti al lavoro.

 

Ormai pochi sono i reduci italiani ultraottuagenari ancora viventi (meno di 90.000)!

E se questa marea di 600.000 “NO” fosse stata invece di 600.000 “SI”, che storia d’Italia si sarebbe poi scritta? Certo, gli Alleati avrebbero vinta ugualmente la guerra, con la loro supremazia di mezzi e di uomini, ma quanto si sarebbe prolungata e con quali implicazioni.

 

schiavi di Hitler 

Gli “schiavi di Hitler”, così sono stati definiti, avevano poco più di vent’anni, erano sparsi per mezza Europa, cintati da filo spinato, sottoposti a fame, malattie, schiavitù, violenza, minaccia delle armi e al lavoro forzato: 50.000 morirono…

«… i militari rinchiusi nei campi di prigionia nazisti, nel rifiutare ogni forma di collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana e con il Terzo Reich, attuarono anche loro, sia pure senza l’uso delle armi, una forma di resistenza …»

La prigionia nei lager tedeschi va considerata parte integrante della resistenza antifascista e si iscrive a pieno titolo nella storia della Resistenza che ebbe molte forme: quella operata dagli intellettuali e da uomini politici (che si opposero alla dittatura fascista, assassinati  o imprigionati per diversi anni o mandati al confino o costretti a rifugiarsi all’estero), quella degli operai in sciopero nelle fabbriche, quella dei partigiani sulle montagne; resistenti furono anche i civili che li aiutarono, i militari che si schierarono con il Regno del Sud.

Ha detto l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: “Quella che a me piace chiamare la Resistenza allargata […] si manifestò in quella sorta di plebiscito, di prima votazione libera degli italiani […] che fecero le centinaia di migliaia di nostri militari deportati nei campi di concentramento tedeschi, preferendo, a schiacciante maggioranza, una durissima prigionia, che costò a molti di loro la vita, pur di mantenere fede al giuramento prestato.” 

Anche Nuto Revelli, scrittore-partigiano, così si espresse sulla vicenda dei militari italiani internati: “la prigionia nei lager tedeschi è una pagina della Resistenza almeno nobile ed eroica quanto la nostra guerra di liberazione”.

Per diversi anni, perfino all’interno delle famiglie, le tristi esperienze vissute nei lager furono un argomento di cui era meglio non parlare. Un deportato italiano così diceva: “raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare, sono stato prigioniero e bon, dicevo …” .

La definizione Internati Militari Italiani fu decisa da Hitler il 20 Settembre 1943: per questo i 600.000 italiani non furono tutelati dagli accordi internazionali sui prigionieri di guerra e vennero così sottratti al controllo della Croce Rossa Internazionale. A loro fu riservato un trattamento peggiore che a qualsiasi altra persona catturata in guerra.

Da non molto la storiografia ha incominciato ad occuparsi degli Internati Militari Italiani; per troppo tempo sono stati ignorati anche dallo Stato italiano, ma ben venga, anche se tardivo, questo riconoscimento.

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il giornale della Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola

13 Août 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il giornale della "Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola", si chiamava Liberazione – CLN – Giornale della Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola e delle Formazioni Militari dei Patrioti dell’Ossola.

Nella foto la prima pagina del secondo numero del giornale con data 23 settembre 1944; la redazione si trovava nel Palazzo di Città.

Giornale dell Ossola 

Di seguito viene ritrascritto l’articolo di fondo:

«Domodossola è liberata dalle armi Italiane. Tra la raggera di valli che scendono su di essa, serrata in alto e in basso dalle due zone confinanti. Domodossola respira la sua nuova aria di libertà dopo i lunghi anni di oppressione e di vergogna. Nessun segno di devastazione è nelle sue case e nelle sue piazze.

Scomparso il nemico, nessuna traccia è in essa della barbarie che vi si era annidata. Diversa è la sorte delle altre città liberate in mezzo alle atrocità della strage e della devastazione. Ma, laggiù, tra cumuli di rovine passano le colonne dei vincitori dietro il nemico per sempre in fuga, seguite dai carriaggi di armi e rifornimenti. Laggiù. la guerra ha oramai operato: e le strade, battute dalla morte, si aprono alle provvidenze della vita.

Da Domodossola il tedesco non è ancora lontano: e l'alleato vicino volge gli occhi su questo lembo d'Italia liberata per vedere come si comportano gli italiani, da soli, di fronte al nemico; come si governano gli italiani, da soli, di fronte alle dure necessità di una terra chiusa tra due frontiere: quella dell' odio e quella dell'amicizia. Bene si comportano gli italiani. Ad essi non mancano bravura, audacia ed assennatezza, non manca la tolleranza delle fatiche e delle privazioni.

Se mancano i treni col carico dei viveri e delle armi, il tedesco e il fascista possiedono armi e viveri, e c'è buona raccolta da fare presso di loro, e l'alleato vicino può accorgersi che l’italiano sa liberarsi anche da solo e governarsi anche da solo. Domodossola può vivere fiduciosa tra le sue brigate di partigiani, perché la mala fortuna non seminerà tra noi la dissipazione o la discordia:  i frutti maligni che la guerra dispensa, agli ambiziosi e ai predatori».

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Luigi Erba, un partigiano lissonese in Val d’Ossola

13 Août 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

«Certo combattendo volevamo un futuro diverso. Prima di tutto abbiamo lottato per cacciare i tedeschi dal nostro paese e i fascisti che erano i loro servi; poi abbiamo lottato per creare un'Italia democratica».

 

Luigi-Erba.jpgCresciuto in una famiglia di antifascisti, Luigi, classe 1923, all’età di 21 anni era stato tra i partigiani della Repubblica dell’Ossola, con il nome di battaglia "China". Era cugino di Pierino Erba, fucilato in piazza Libertà il 16 giugno 1944. Ha trascorso diciotto mesi della sua vita sfidando il pericolo, in lotta contro i tedeschi e fascisti, in difesa della libertà.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni. Era un vasto territorio occupato dai partigiani che diventò un vero e proprio Stato con un governo, un esercito e una capitale: Domodossola. Fu un esperimento democratico che stupì il mondo intero perché venne realizzato all’interno di un paese in guerra.

L'Ossola non fu la sola zona a liberarsi e ad autogestirsi nell'estate 1944. La sua vicenda ebbe maggiore risonanza per la vastità del territorio, l'elevato indice demografico, il notevole livello di industrializzazione, la collocazione geografica che consentiva da una parte di controllare l'importante valico ferroviario e stradale del Sempione e dall'altro di costituire per i tedeschi una potenziale minaccia sulla pianura padana tra Torino e Milano.

Nella zona liberata si costituì quel modello sperimentale di gestione della cosa pubblica che, sotto il nome di «Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola», seppe esercitare il suo potere in ogni settore della vita politica-amministrativa, mantenendo l’ordine pubblico nell'intero territorio.

Luigi era tornato, mentre un altro partigiano lissonese, il diciannovenne Attilio Meroni, catturato dai tedeschi in un’azione di rastrellamento, venne fucilato e il suo corpo rimase disperso tra quei monti.

Le Repubbliche partigiane si fondarono su quei principi di democrazia, libertà, giustizia, solidarietà che saranno poi inseriti nella nostra Costituzione repubblicana.

Piero Calamandrei, partigiano e membro dell'Assemblea Costituente, rivolgendosi ad un gruppo di studenti universitari milanesi, diceva:

«Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, voi giovani dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, … che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta… . Non è una carta morta, questo è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì e nata la nostra Costituzione».

In quegli articoli sono custoditi gli ideali per cui molti italiani si sono battuti, tra cui anche Luigi Erba.

Elettromeccanico presso un'azienda di Milano e a Lissone presso la tessitura Pontelambro, dipendente della ditta Arosio Prà e del mobilificio Ivm, Erba si sposa nel 1965. Morta la moglie nel 1989, l'anno dopo vende l'appartamento di via Carducci dove abitava e inforcata la bicicletta raggiunge la casa di riposo in via Don Bernasconi. E lì fissa la nuova dimora.

Riportiamo alcuni brani di un’intervista rilasciata da Luigi Erba a Livio Gatti e pubblicato su “IL CITTADINO” del 12 aprile 2003.

L'inizio della vita partigiana.

Racconta Luigi Erba: «Siamo partiti da Monza su un camion camuffati da tedeschi, direzione Milano. Avevo 20 anni. Con le ferrovie Nord siamo giunti a Varese. Su di un barcone, nottetempo, abbiamo percorso il lago Maggiore. Attraverso paesi e valli in 25 approdiamo in Val d'Ossola. In quei territori nei mesi di agosto e settembre 1944 fu istituita una repubblica partigiana, poi sopraffatta dai tedeschi. Con noi c'era il nostro comandante che parlava tedesco. Ai controlli presentava documenti falsi. La nostra giornata si svolgeva sui monti, tra i boschi. Alcune volte scendevamo nei paesi dove la gente ci proteggeva. Ma qualche delatore ci denunciava ai nemici, sia tedeschi che fascisti.

Eravamo aggregati in gruppi di una decina di partigiani. La mia era la brigata ''Antonio di Dio per la giustizia e la libertà", di ispirazione cattolica. Il nostro capo era in collegamento con il comandante partigiano Beltrami, politicamente di colore opposto al nostro. Ma si combatteva per gli stessi ideali. La nostra era vita vissuta alla macchia. Percorrevamo tutta la Val d'Ossola sino a Novara attraverso Bognanco, Villadossola, Piedimulera, Santa Maria Maggiore. Il nostro comando aveva sede a Villadossola e a Ornavasso. Nei nostri movimenti incontravamo partigiani arrivati dalla Brianza. Le armi le procuravamo con la cattura dei militari nostri nemici. A Fondo Toce 42 furono fucilati con il loro cappellano. Uno solo, ferito, riuscì a fuggire».

Attento osservatore, lettore interessato, Luigi Erba negli ultimi anni della sua vita, trascorsi alla casa di riposo di Lissone, è stato invitato in molte occasioni nelle scuole per raccontare ai ragazzi la sua vita di partigiano, accolto con interesse e curiosità.

A Luigi Erba, morto il 19 gennaio 2008, era stata consegnata la tessera onoraria dell’ANPI in occasione del “Giorno della Memoria” 2006.

 

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Attilio Meroni

13 Août 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Verso la metà di giugno del 1944, una folta colonna partigiana comandata dal maggiore Superti, Bruno e Adolfo Vigorelli e da Mario Morandi, inseguita e braccata da forze tedesche, sta risalendo le boscose ed infide balze della Val Grande.


(Siamo in Piemonte, sopra Verbania e Mergozzo, ancora più a nord c'è la Val Vigezzo, ed è in atto una violentissima battaglia scatenata dai nazisti per smantellare la Repubblica partigiana dell'Ossola, valle che si apre subito ad ovest). Piove forte da giorni e lungo il corso dei torrenti la grande umidità, che rassomiglia a nebbia, protegge la marcia del gruppo… Giunta in prossimità dell'Alpe Portaiola, si dispone in fila indiana, scende il versante e si avvicina alle baite sperando di trovarvi cibo e ristoro. Qui i tedeschi, prevedendone il passaggio, le hanno teso un'imboscata acquattandosi più a monte, al riparo di alcuni ricoveri. Approfittano di un improvviso diradarsi della nebbia, aprono un micidiale fuoco di mitragliatrici e fanno letteralmente strage di partigiani: tra morti e feriti, subito finiti col colpo di grazia, rimangono sul terreno non meno di trenta uomini. Chi miracolosamente si salva, i feriti leggeri, soprattutto gli ultimi della colonna che, all'apertura del fuoco, si trovavano lontani, ancora al di là del torrente Val Grande, si disperdono in una fuga convulsa. Qualcuno è scovato e finito nei setacciamenti subito messi in atto, qualcun altro vaga disperato alla ricerca di un rifugio, di bacche e di acqua per sopravvivere, tentando di superare i Corni di Nibbio, in direzione dei paesini di Colloro e Premosello, dove può essere aiutato dalla gente del luogo. Un gruppo più numeroso, invece, con i fratelli Vigorelli e il Morandi in testa, raggiunge all'alba del giorno seguente l'alpeggio Casarolo dove già si erano rifugiati quattro scampati al massacro della Portaiola. Mentre tutti assieme si stanno sfamando con latte e formaggio dentro una baita, un reparto tedesco li circonda e piomba loro addosso non lasciando nessuna possibilità di reazione e pochissime vie di scampo. I partigiani escono con le mani alzate, i tedeschi li raggruppano contro un muro e li sterminano.



 

Tra questi morti giace anche Attilio Meroni (con molta probabilità il suo nome di battaglia è "Carlo"), abitava coi suoi in Via Parini ed ha appena compiuto i 19 anni. Non ha risposto a nessuna chiamata di leva repubblichina, e si è dato alla macchia condividendo la vita dei partigiani sui monti. I documenti ufficiali lo registrano caduto "in combattimento all'Alpe Portaiola di Val Grande il 23 di giugno", ma in quella data si è consumato l'eccidio dell'Alpe Casarolo. Non ha molta importanza, ora, ricercare l'estrema verità, ci basti sapere che è morto lassù, o alla Portaiola o alla Casarolo, nel corso di uno tra i più sanguinosi scontri mai avvenuti tra partigiani e nazisti. Per quanto ne sappiamo, il suo corpo non è mai stato ritrovato. (da “E questa fu la storia” di Silvano Lissoni)

 


Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì su per l'aride montagne,
cercando libertà tra rupe e rupe,
contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine,
mutammo in caserme le vecchie cascine,
armammo le mani di bombe e mitraglia,
temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.

Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
Ma quella legge che ci accompagna
sarà la fede dell'avvenir.

 

 

 

Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna), venne composta nel marzo del 1944 sull'Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi "Liguria" dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini "Cini".

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