Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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La storia di Vittoria, figlia minore di Pietro Nenni

16 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Era soprannominata Vivà .

Nata ad Ancona il 3 ottobre 1915, sposò giovanissima il cittadino francese Henry Daubeuf. Col marito, dopo l'invasione tedesca della Francia, Vittoria entrò nella Resistenza. Arrestati dalla Gestapo, con l'accusa di aver stampato e diffuso manifestini antinazisti e di avere svolto, soprattutto negli ambienti universitari, "propaganda gollista antifrancese", Henry venne fucilato, l'11 agosto 1942, al Mont Valerien, nelle vicinanze di Parigi e Vittoria fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz dove morì.

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Per commemorare la memoria di quest'ultima, il PSI le dedicò l'immagine (di Renato Guttuso) nella tessera del partito nel 1988. 

Della figlia Vittoria, Pietro Nenni ne parla in diverse pagine dei suoi diari:

«Il ben augurale nome non ha portato fortuna».

9 aprile 1944

«Pasqua! La passo coi miei. L'anno scorso ero a Regina Coeli, nel 1942 ero solo soletto al confino di Pierrefort. Ma sono oggi, più che allora, oppresso di tristezza. Mi rattrista il pensiero della mia Vivà, che passa nel campo di concentramento di Auschwitz la sua seconda Pasqua di internata ...»

16 aprile 1944

«Ho buone notizie di Vivà».

7 maggio 1945

«Stasera è giunta da Parigi una lettera disperata di Vany che corre alla ricerca di notizie di sua sorella e si urta al muro di silenzio. Risulterebbe che Vivà non era più dal marzo a Ravensbruk ma al campo di sterminio di Mauthausen. Una notizia captata a « Radio Parigi» smentisce la voce che mia figlia sia morta e afferma che non si hanno di lei notizie. Attendiamo. Ma ho il cuore gonfio di malinconia».

29 maggio 1945

«Una giornata angosciosa. Tornato in ufficio .... informato che c'è una lettera di Saragat a De Gasperi che conferma la notizia della morte di Vittoria.

Ho cercato di dominare il mio schianto e di mettermi in contatto con De Gasperi che però era al Consiglio dei ministri. La conferma mi è venuta nel pomeriggio, da De Gasperi in persona, che mi ha consegnato la lettera di Saragat. La lettera non lascia dubbi. La mia Vivà sarebbe morta un anno fa nel giugno. Mi ero proposto di non dire niente a casa, ma è bastato che Carmen (ndr moglie di Nenni) guardasse in volto per capire ...

Poveri noi! Tutto mi pare ora senza senso e senza scopo.

I giornali sono unanimi nel rendere omaggio alla mia figliola. Da ogni parte affluiscono lettere e telegrammi. La parola che mi va più diretta al cuore è quella di Benedetto Croce: “Mi consenta di unirmi anch'io a Lei in questo momento altamente doloroso che Ella sorpasserà ma come solamente si sorpassano le tragedie della nostra vita: col chiuderle nel cuore e accettarle perpetue compagne, parti inseparabili della nostra anima”.

Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore».

Parigi, 11 agosto 1945

«A Parigi sono ospite di Saragat all'ambasciata.

Nel pomeriggio ho ricevuto all'ambasciata Charlotte Delbo Dudach, la compagna di Vivà. L'altra compagna di Vivà che pure è rientrata, Christiane Charma, non è a Parigi. Il racconto di Charlotte è straziante. Vivà è arrivata ad Auschwitz il 27 gennaio 1943. Il suo gruppo era composto di duecentotrenta francesi; due mesi dopo era ridotto a quarantanove. Il viaggio era stato duro ma esse erano lungi dall'immaginare che cosa le attendeva ad Auschwitz. Quando sono entrate nel campo cintato da reticolati a corrente elettrica esse hanno avuto l'impressione fisica di entrare in una tomba. “Non usciremo più”, ha detto Vivà. Ma poi è stata fra quelle che hanno ripreso coraggio. Sono state spogliate di tutto, vestiti, biancheria, oggetti preziosi, indumenti intimi e rivestite di sudici stracci a righe carichi di pidocchi. La loro esistenza si è subito rivelata bestiale.

Sveglia alle tre e mezzo, appello alle cinque, lavoro dall'alba al tramonto in mezzo al fango delle paludi. Un vitto immondo e nauseabondo. Non acqua. Neppure un sudicio pagliericcio, ma banchi di cemento e una lurida coperta. Vivà ha reagito con ogni forza all'avvilimento fisico e, morale. Era fra le più intrepide e coraggiose. Sul braccio destro le deportate portavano il loro numero. Vivà aveva il n. 31635. Il gruppo delle francesi costituiva una forte unità morale. ... Prima di lasciare Romainville, Vivà aveva saputo della fucilazione di Henry (ndr Henry Daubeuf, marito di Vittoria). Anche il marito di Charlotte era stato fucilato ... Charlotte è stata ammalata di tifo prima di Vivà e dice di dovere la vita alle cure assidue di mia figlia. A sua volta ha assistito Vivà come una sorella. Il tifo si è dichiarato l'11 aprile. Qualche giorno dopo il gruppo di Vivà è stato assegnato a un lavoro all’interno. Era forse la salvezza. Purtroppo la mia povera figliola non si è più completamente riavuta. Essa ha lottato con energia contro il male. Ma è sopravvenuta una complicazione forse nefritica. Una piaga si è aperta al ginocchio e ha dovuto allora rassegnarsi ad andare all’infermeria, il “revir” che era quasi sempre l’anticamera della stanza dei gas. La forte costituzione di Vivà è sembrato trionfasse del male; Ma migliorate le piaghe alle gambe, un ascesso si è dichiarato sopra l’occhio destro. In breve il corpo, che non era scarno come quello della maggioranza delle deportate, fu tutto una piaga.

Charlotte vedeva Vivà di nascosto e le portava un po’ d’acqua, una pezzuola bagnata da mettere sulla fronte. L’ultima volta che vide Vivà fu l’8 luglio. Delirava a tratti. Parlava di pranzi, di “crévettes alla crema” che gli passava la cucina, di sua sorella Vany che stava per arrivare ... Seppe dello sbarco in Sicilia e se ne rallegrò per suo padre ... è morta il 15 luglio pregando una compagna di giaciglio di far sapere a suo padre che era stata coraggiosa fino alla fine e che non rimpiangeva nulla... .

Vivà parlava sempre di me. Prima di partire per Romainville il comandante del Forte le disse che rivendicando la sua nazionalità italiana avrebbe evitato la deportazione. Rispose “que son père aurait eu honte d'elle”. In verità ella si era legata al gruppo delle sue compagne e romanticamente stimava di doverne seguire la sorte.

Charlotte mi dice che il 9 febbraio 1943 lo passarono davanti al Blok 25 che era quello delle punizioni, una specie di ammazzatoio. Tutto il giorno nel freddo, nella pioggia, nel fango stettero in piedi. Videro una donna, una deportata come loro, presa alla gola dai cani. Vivà parlò di me e del mio compleanno. Io ero quel giorno a Vichy nella sede delle SS in stato di arresto e disperatamente pensavo a Vivà. La sera fui portato alla prigione di Moulins, una reggia nei confronti di Auschwitz ... Sono come ossessionato dalle cose apprese ieri. Non riesco a pensare ad altro ... Alcuni dettagli del racconto di Charlotte saranno l'incubo della mia vita ...

Povera la mia figliola!».

2 novembre 1945

«Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un'apparenza almeno di legame coi suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi. Il 31 era l'anniversario della mia figliola. Avrebbe avuto trent'anni e tutta una esistenza ancora davanti a sé ... quanto sarebbe stato meglio davvero che io, in vece sua, non fossi giunto al traguardo».

 

Ad Auschwitz, Vittoria Nenni che non aveva una formazione ideologica, si unì al gruppo dei comunisti francesi. Le comuniste erano sorprese della sua forza di carattere, del suo coraggio, dell’ottimismo che non l’abbandonò mai, fino in punto di morte. 

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dai diari di Pietro Nenni

9 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956»

di Pietro Nenni

1929 Nenni esilio Nizza

Pietro Nenni, esule in Francia con altri antifascisti italiani dal novembre 1926,

1942 Nenni confinato politico

viene arrestato dalla Gestapo a Saint Flour, villaggio dell’Auvergne ad un centinaio di chilometri da Vichy dove risiedeva con i suoi familiari, la sera dell’8 febbraio 1943, vigilia del suo cinquantaduesimo compleanno.

Dopo varie peregrinazioni in carceri francesi e tedesche, viene tradotto in Italia: il 24 aprile, a Roma, viene rinchiuso a Regina Coeli nel braccio riservato ai politici a disposizione del Tribunale speciale. Condannato, viene inviato al confino a Ponza, isola delle Pontine.

Il 26 luglio giunge sull’isola la notizia che Benito Mussolini era stato tratto in arresto per ordine del re, in seguito alla seduta del Gran consiglio, dove il “duce” era stato messo in minoranza (19 voti contro 6) su un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito al sovrano a provvedere a norma della Costituzione.

 Dal diario di Nenni del 26 luglio 1943:

«Il giorno si spegne sul mare tranquillo in un pulviscolo d'oro e di azzurro che è un tramonto e potrebbe essere un'aurora. Io vado sul molo fra strette di mano e saluti di amici vecchi e nuovi. Mi commuove e mi esalta il pensiero di ciò che la breve notizia “Mussolini è caduto” rappresenta per migliaia di uomini sui quali si è accanita la persecuzione della polizia fascista e per migliaia di famiglie».

Scherzi del destino! Il 28 luglio viene condotto a Ponza anche Benito Mussolini.

 Dal diario di Nenni del 28 luglio 1943:

«Ed ecco, stasera il destino ci riunisce nella breve cerchia di un comune destino, ma Mussolini è un vinto, è l'eroe dannunziano che, ruzzolato dal suo trono di cartapesta, morde la polvere e non c'è attorno a lui che gente che lo rinnega per volgersi verso altre mangiatoie. Noi, i suoi avversari di venti anni, i «rottami» contro i quali egli ha avventato i suoi sarcasmi, noi siamo in piedi per altre tappe, altre lotte, altri cimenti, in piedi con la dignità della nostra vita, in piedi con la fierezza della parola mantenuta, italiani senza aureola di gloria o di successo, ma dei quali si dovrà pur dire che per essi la politica fu una cosa seria. Mentre è stata per Mussolini e per i suoi niente altro che farsa e impostura».

Il 4 agosto, un telegramma del direttore generale della PS Senise ordina la liberazione di Nenni. Il giorno dopo, con un peschereccio arriva a Terracina. Il 6 agosto è a Roma dopo un’assenza di diciassette anni.

«Eccomi a Roma dopo un'assenza di diciassette anni. Anche nella capitale le bandiere garriscono al vento e c'è nei volti e nei cuori della gente un'aria di festa. Le vie sono arcigremite e ciò che mi stupisce è il numero rilevante dei soldati tedeschi che vanno e vengono tra la folla cittadina. Da piazza dell'Esedra a via Nazionale, da piazza Venezia col suo storico palazzotto cinquecentesco ridivenuto silenzioso, al Corso, da piazza del Popolo a piazza Cavour ai lungotevere, vado tra la folla e ne ascolto i discorsi. Come il fascismo pare lontano, il fatto di un'altra epoca. Sui muri non sono che scritte di esecrazione a Mussolini e di evviva a Matteotti. I simboli del fascismo sono già stati scalpellati dai pubblici edifici e si direbbe che non abbiano mai avuto la mi­nima presa nei cuori. Anche la guerra sembra lontana, malgrado i quotidiani bollettini del comando supremo e l'incombente minaccia aerea.

A San Lorenzo una folla chiassosa si aggira fra le rovine del recente bombardamento. Si parla di migliaia di vittime  tuttora insepolte. Ma già il pensiero è volto ad altre cure e chi giace giace.

Il telegrafo mi porta i primi saluti dei miei concittadini e dei compagni di Milano e di Genova. Il comitato provvisorio di riorganizzazione del partito mi nomina direttore dell'« Avanti! ».

Sono di nuovo immerso nell'azione. Che importano più oggi gli anni tetri dell'esilio, i rischi della lotta, le difficoltà della prigionia?».

Nel viaggio verso Milano passa da Faenza:

«Faenza, la mia città natale, da dove si può dire che manco dall'adolescenza, mi ha accolto con affetto. Per quanto il giorno e l'ora del mio arrivo fossero noti a pochi intimi, una folla di centinaia di persone mi ha accolto alla stazione. Per le strade sono oggetto di una curiosità generale e simpatica. A casa delle mie cognate è una ininterrotta processione di amici. Non inutile dunque è stato resistere. Per anni è sembrato che noi fossimo soli e Mussolini ha potuto dileggiarci come rottami. Ma in ogni cuore era un palpito per noi, in ogni mente un pensiero di affetto. Il fascismo era per alcuni una camiciola di forza e per i più una vernice. Raschiata la vernice, strappata la camicia di forza, ecco l'anima popolare prorompere verso le usate convinzioni, socialista, comunista, repubblicana, liberale, democratico-cristiana, tutto fuorché fascista.

Mi ci vuole uno sforzo per sottrarmi alla gioia di questo ritorno e all'affetto di tanti amici. Qui è tutta la mia giovinezza che mi viene incontro. In questo vicolo che si chiama dei Mendicanti sono nato cinquantadue anni or sono e se appena socchiudo gli occhi, in una vecchierella che prende il fresco all'ombra della chiesa di Sant'Agostino posso immaginare mia madre, infagottata di stracci e curva sotto il peso di molti guai e di molta miseria. Questo palazzo dalla facciata severa, che fu dei conti Ginnasi, mi ricorda mio padre che vi era come inserviente e vi chiuse gli occhi alla vita quando io avevo appena cinque anni. In corso Porta Imolese, l'orfanotrofio dove fui per quasi dieci anni, la mia prima prigione, la prigione che battezzano beneficienza. Davanti alla scuola comunale mi assale il ricordo della grande febbre di sapere che mi divorava e che mi fu impossibile appagare. E queste strade che si aprono sui campi, questo fiumiciattolo che sembra un rigagnolo, questi canali mi ricordano i primi passi verso la vita, i primi sogni, le prime lotte, il primo sciopero nel 1908, il primo incontro con Carmen.

Allora la mia giovinezza era protesa alla conquista di un mondo ideale e la povertà mi era di stimolo. Ma il cinquantenne può volgersi indietro e dire all'orfanello di un tempo, al monello che queste viuzze hanno conosciuto indisciplinato e ribelle: «lo non ti ho tradito e sotto i capelli grigi sono sempre quello che fui».

 

L’arrivo a Milano:

«Il treno che mi porta a Milano si ferma a Rogoredo. I binari sono invasi da una folla di fuggiaschi. Intere famiglie aspettano qui da giorni un convoglio che li porti da qualche parte, lungi dalla città devastata.

Imbocco un corso XXVIII Ottobre che è stato ribattezzato corso della Libertà.

Ogni passo verso Milano è una pena e uno schianto. Davanti ai miei occhi esterrefatti si stende un'immensa rovina. Personalmente non ho mai visto niente del genere, per quanto dall'agosto. 1936, da Madrid a Valenza a Barcellona, alla guerra mondiale a Parigi a Tours a Bordeaux lo spettacolo delle città sventrate dal cannone o dalle bombe mi sia diventato abituale. Al centro la desolazione ancora più grande che alla periferia. Corso Vittorio Emanuele, via Manzoni, l'ex Verziere sono ridotti a cumuli di macerie. Un fumo acre avvolge la città. Si respira il fuoco che cova sotto le rovine. Non c'è un tram che funzioni, non un telefono.

Tra le case in rovina si aggirano donne vecchi fanciulli inebetiti. In molti fabbricati si devono ancora iniziare gli scavi per estrarre i cadaveri. Si sente parlare di sepolti vivi che per giorni hanno implorato un soccorso impossibile.

La Scala, Palazzo Marino, la Galleria sono duramente colpiti.

In piazza San Fedele la statua di Manzoni si erge quasi intatta fra i cumuli di rovine. Lungo corso XXII Marzo le deva stazioni sono meno impressionanti. La casa dove ho abitato è in piedi. Di qui sono partito verso l'esilio nei primi giorni del novembre 1926. La mattina dell'1 novembre il mio appartamento era stato saccheggiato con molti altri a titolo di rappresaglia per l'attentato di Bologna contro Mussolini.

Rivedo con gli occhi della memoria le stanze messe a soqquadro, i mobili spezzati, i libri sparpagliati sul selciato della strada, le fotografie dei miei genitori crivellate di colpi, le carte lacerate, le stoviglie infrante, le poche misere cose di una famiglia povera, ma che hanno tutte un pregio inestimabile, calpestate ... Ricordo la crisi di lacrime di mia figlia Vittoria che era rientrata per cercare i suoi quaderni e che un «bravaccio» aveva messo alla porta dicendole: «E considerati fortunata se non mettiamo le mani su tuo padre e non gli facciamo fare la fine di Matteotti ». Oggi questa mia figliola è internata in Germania senza che io sappia esat­tamente dove... e in quali condizioni. E oggi la visione del piccolo sopruso individuale sofferto tanti anni or sono si allarga alla visione della distruzione dell'intera città.

Come sottrarsi al pensiero di un intimo legame fra due fatti così diversi nelle loro proporzioni? Dal delitto contro il singolo il fascismo è passato con la guerra al delitto contro la nazione.

Ma dove sono i giovani fascisti che venti anni fa muovevano baldanzosi all'assalto dell'"Avanti!”, della Camera del lavoro, delle nostre case e delle nostre persone? Dove sono i tremebondi borghesi che acclamavano l'occupazione fascista di Palazzo Marino? Non si vede in Milano una divisa fascista né una scritta fascista né un distintivo del littorio. Tutti sono rientrati nell'ombra. Ci restino per il bene dell'Italia».

Bibliografia:

 

Pietro Nenni -Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956 - Sugarco Ed. 1981

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Wilma Conti: da piccola italiana a partigiana

2 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dedicato alle troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

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Wilma Conti, oggi, nel Museo della Resistenza di Dongo 

 

Wilma Conti: "Ero una piccola italiana"

Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla” (Roberta Cairoli).

Per la giovanissima Wilma Conti, allora quattordicenne, è ciò che accade l'8 settembre 1943 a rappresentare l'inizio della presa di coscienza che la condurrà ad operare nella Resistenza. Una scelta, la sua, che segna una frattura molto forte rispetto al prima e un cambiamento rilevante, considerevole: da piccola italiana a partigiana.

Appena il regime fascista cominciò a pensare al suo futuro capì che questo era legato alle nuove generazioni, che avrebbe dovuto provvedere a fascistizzare. Il fascismo doveva divenire per il bambino una religione in cui credere. Con R.D. Legge 3 aprile 1926 n. 2247 veniva istituita l"'Opera Nazionale Balilla" che raccoglieva in sé i Balilla (dagli 8 ai 14 anni), gli avanguardisti (dai 14 ai 18 anni), le piccole e giovani italiane. Anche la scuola divenne uno stru­mento del regime: i testi erano infatti un delicatissimo strumento culturale, politico, socia­le e dovevano essere adatti a plasmare il tipo dell'italiano nuovo, tutto devoto alla patria e conscio dei propri doveri verso di essa.

Il racconto di Wilma inizia, infatti, con il ricostruire il conflitto interiore tra il condizionamento a cui viene sottoposta nella scuola fascista e l'appartenenza, invece, a una famiglia apertamente antifascista:

«lo ero fascista, nel senso che tutti eravamo fascisti, perché a scuola t'insegnavano ad amare l'Italia, il Re, il Duce: il Duce era una persona importante: "Aveva salvato la Patria dal disordine e l'aveva resa grande, forte, rispettata e temuta dallo straniero ... ". Tutti i libri di scuola erano così impostati. Eravamo tutti inquadrati, senza capire che eravamo sotto una dittatura ... sembrava una cosa normale.

La mia famiglia, invece, era una famiglia di socialisti. Mio padre è sempre stato socialista e non si è mai iscritto al fascio. Mia madre ... Mi ricordo che quando le donne fasciste sono andate a cercare il rame e la fede, mia madre le ha infilate fuori dalla porta e non ha consegnato né rame né fede.

lo mi vergognavo quando le mie maestre mi dicevano: "Siamo andate da tua madre, non ci ha dato la fede ... quegli occhi che ci faceva, ci faceva quasi paura. Ci ha detto di andare via e che a lei la fede l'ha data suo marito in chiesa, e non la dà alla patria: 'Che s'arrangino, e che vadano a cercare la fede e l'oro ai ricchi, non ai poveri che hanno solo la fede al dito!''. Ha detto così senza pensarci due volte. E la stessa cosa fece mia zia Olga, che poi ha fatto la staffetta».

Wilma ricorda (riconoscendone ora l'assurdità) l'entusiasmo, l'emozione di indossare la divisa fascista, la suggestione esercitata dalla figura di Mussolini:

«Io mi ricordo di essere stata portata con tutta la scuola, in divisa, a piedi da Dongo a Gravedona, salendo su per la strada nuova (ancor oggi la chiamano così) costruita proprio nel periodo del fascio. Allora ci fu questa inaugurazione; doveva arrivare il federale: quindi tutti in divisa, uomini e donne fasciste. Ricordo il batticuore che avevamo, che ci metteva ...

Ci condizionavano, ci lavavano davvero il cervello!

E poi Mussolini, quando parlava ... noi pendevamo tutti dalle sue labbra! Mi chiedo, rivedendo oggi i documentari girati sui discorsi di Mussolini, come facevo a credere a questo pallone gonfiato, a questo burattino!»

Frequenti sono poi gli scontri con il padre, che, tuttavia, lascia libera Wilma di avere le proprie idee, convinto che, una volta cresciuta, giungerà da sola alla verità, sarà lei stessa a capire “che è tutto sbagliato”:

«Io andavo a casa a fare delle grosse discussioni con mio padre, difendendo, appunto, le teorie del fascio. Sapevo tutto a memoria, ero davvero molto preparata in cultura fascista!

Lui però non mi ha mai detto niente, l'unica cosa che mi diceva è questa:

"Piantala di raccontare le stupidate che ti raccontano le maestre: tas, stupida, diventa granda che te capisaret quaicos!" »

Wilma continuerà a subire il fascino di Mussolini, anche con lo scoppio della guerra. Racconta:

«La guerra l'aveva decisa il Duce, per cui era giustissima.

Mi ricordo, per esempio, i commenti alla vigilia della guerra. Allora facevo la quinta elementare: durante l'intervallo sentivo dire dai miei compagni: "Forse scoppia la guerra". E mi è rimasta impressa una frase ripetuta da due o tre miei compagni, che poi si vede che, essendo figli di fascisti, la sentivano dire in casa: "Ci vuole proprio una guerra per rimettere a posto le cose". Mi è rimasta in mente».

Con il prolungarsi della guerra, però, le sue certezze cominciano lentamente a scricchiolare. C'è un episodio, in particolare, nella sua memoria che la disorienta, la confonde, che le fa intravedere una realtà diversa da quella appresa sui banchi di scuola:

«I nostri soldati erano a combattere in Russia. Il segretario del fascio, un ragazzo giovane, veterinario del paese, era stato richiamato e mandato in Russia, appunto.

Tornato dalla Russia ferito, per cui dovettero amputargli una gamba perché congelata, questo ragazzo aveva detto al signor Moschini (Mario Moschini "Brivio" fece parte del CLN di Dongo, costituito si il 15 maggio 1944, quale rappresentante del Partito d'Azione. Alcune delle riunioni si svolgevano anche in casa sua), il macellaio di Dongo, poi esponente del CLN, che era andato a trovarlo in ospedale, queste parole che il Moschini riferì poi a noi: "Avevate ragione, perché se dovessi essere ancora valido, adesso saprei io da che parte stare: non più dalla parte del fascio, bensì dall'altra parte". Ed era il segretario del fascio!

Tante piccole cose che cominciano a farti capire che era tutto sbagliato.

Come mai da piccola italiana sono diventata un'antifascista? Perché ho visto quelli che scappavano l'8 settembre: qui a Dongo era passato un battaglione di militari che cercavano di andare a casa, per cui ricordo che mio padre aveva dato vestiti, scarpe, perché potessero spogliarsi. Qualcuno si è fermato in Dongo ed è andato a lavorare alla Falck, qualcun'altro è salito in montagna a fare il partigiano.

Alla Falck venivano anche presi, perché i dirigenti della fabbrica erano antifascisti».

«Arrivavano, poi, da Como, portati dalla zia Olga, i primi ragazzi che scappavano, che non volevano andare a militare perché si dovevano arruolare nella Repubblica Sociale e così ho capito che era tutto sbagliato!»

Il passo dalla consapevolezza all'azione è breve. All'inizio del 1944 si costituisce a Dongo il primo CLN: ne fa parte, tra gli altri, Luigi Conti, il padre di Wilma. I collegamenti con il CLN di Como vengono tenuti, con il grado di ufficiale di collegamento, dall'intraprendente Olga Martinelli Scanagatta ("Zita"), la zia. Si insedia, poi, in una casa sotto la chiesa di S. Gottardo, il comando della 52a Brigata Garibaldi. La trattoria gestita dai suoi genitori serve come punto di riferimento per lo scambio d'informazioni e di ordini. Wilma inizia, così, con l'esuberanza dei suoi quattordici anni, la sua attività di staffetta, attraversando paesi, prima mai visti, arrampicandosi per i monti, assaporando, dunque, anche una certa libertà, allora piuttosto inconsueta; Wilma è preziosa: la sua giovane età le consente, infatti, di passare inosservata. Racconta:

«Con un'altra ragazza, Elisabetta, la figlia di Giulio Paracchini, poi diventato comandante partigiano (Giulio Paracchini, tenente comandante del distaccamento "Gramsci" della 52a Brigata Garibaldi, muore il 24 aprile 1945 nel corso di un violentissimo scontro con i fascisti a Pornacchino. Decorato con la Croce di guerra al Valor Militare; decorato con due Croci di guerra al merito; decorato con medaglia d'oro dal comune di Sesto San Giovanni), andavamo sui monti a portare il pane, a portare le calze, a portare vestiti, a portare biglietti, a portare di tutto un po'.

Poi, vagavo per il paese ad avvisare questo, quell'altro, a portare qualche bigliettino, perché essendo una ragazzina passavo e nessuno mi fermava. Mio padre, che faceva parte del CLN, mi mandava a portare ordini a destra e a manca anche in alcuni paesi vicini, ma non molto lontani perché, per noi, il viaggio in bicicletta, per chi aveva la bicicletta, da Dongo a Gravedona costituiva già un grosso avvenimento.

Era difficilissimo spostarsi, a piedi o in bicicletta, per cui se non c'era un motivo grave per spostarsi, nessuno si spostava. Conoscevo Menaggio, per esempio, ma non avevo mai visto Como. Quando, per dire, sono stati arrestati tutti nel dicembre del '44, e si è trattato di seguire i prigionieri che da Menaggio dovevano essere portati a Como, mi sono offerta di andare con un'altra ragazza, pensando che Como fosse appena dopo Menaggio ... »

Parallelamente, svolge il lavoro di segretaria per Enrico Caronti ("Romolo"), il Commissario politico della 52a Brigata Garibaldi, servendosi della trattoria per i loro incontri:

«Io battevo a macchina tutti gli ordini che dovevano andare ai partigiani. Lui scriveva molto. La macchina da scrivere, in un primo tempo era in casa mia. A casa mia c'era una trattoria, per ciò lui veniva lì facendo finta di prendere il caffè o qualcos'altro. Poi, fingendo di andare alla toilette, che si trovava fuori, saliva una scala entrando in una camera. Io lo raggiungevo. Così mi dettava parecchie cose. Ciò che mi dettava erano cose che potevo anche sapere. Le cose più importanti, quelle segrete, le scriveva lui e mi diceva: "Ades, tusa, va' fö a giugà".

Per me Caronti era un idolo».

La notte tra il 21 e il 22 dicembre 1944 ha inizio a Dongo una grossa retata: arrestano 44 persone, tra cui tutti i membri del CLN, tranne uno, e successivamente il comando della 52a Brigata. Dopo l'arresto del padre, Wilma corre ad avvertire Paracchini e il Comando, scavalcando la recinzione che separa le abitazioni.

Nella mattinata del 22 dicembre a Menaggio, presso la sede della Brigata nera, iniziano gli interrogatori. Le sevizie sono particolarmente crudeli: «Pugni, pedate, sollevamento da terra per i capelli, scudisciate a corpo nudo, calci al basso ventre, torsioni delle braccia, colpi di bottiglia e di caricatori di mitra sulla testa e sul viso».

C'è un ricordo ancora molto vivo in Wilma, scolpito nella sua mente: l'immagine del padre precocemente invecchiato, nel giro di una notte, in seguito alle torture subite, che lei inizialmente non riesce a riconoscere tra la folla dei prigionieri nella piazza di Menaggio, pronti per essere trasportati alle carceri di S. Donnino a Como:

«Dopo la messa del mattino, siamo andati, tutti in bicicletta, a vedere in Caserma, a Menaggio, che fine avessero fatto le persone arrestate. Quando, giunti nella piazza dove c'era un gran movimento, un gran fermento con le brigate nere che cercavano di allontanare tutte le persone, arrivano due camion vuoti per il trasporto, e arrivano i prigionieri: tutti vanno a salutarli. Io cerco mio padre e mio padre non lo vedo. Ad un certo punto vedo un vecchietto curvo, che cammina piano, con i capelli tutti bianchi e con indosso il cappotto di mio padre: era mio padre, dopo averne prese talmente tante, fino alla rottura di un testicolo».

Da quel momento, l'attività di Wilma subisce un'accelerazione: le viene assegnato un compito estremamente delicato: tenere i collegamenti tra Como e i pochi rimasti sulle montagne; un compito che adempie con abilità, utilizzando come copertura le visite al padre detenuto nel carcere di S. Donnino. Il nuovo incarico la induce ad affrontare quotidianamente le numerose difficoltà che accompagnano ogni spostamento in quegli anni di guerra, cui si aggiungono i rischi legati all'attività clandestina:

«Avanti e indietro in bicicletta, perché i mezzi non c'erano, mi ero fatta un allenamento.

Mi ricordo la prima volta che sono andata a Como: ho impiegato quattro ore. Poi, con l'allenamento, in un'ora e mezza, due ore, facevo la spola tra Como e Dongo. Bisogna anche tenere presente che in tutti i paesi dislocati sulle montagne non c'erano le strade, solo sentieri, per cui era davvero un'impresa.

Non c'era in me il gusto dell'avventura: io ero convinta che se m'avessero preso con qualche cosa mi avrebbero interrogato e mi avrebbero anche picchiato, questo pensavo: per cui stavo molto attenta».

Ricorda anche il timore del padre, vedendole addosso, a pochi metri dalle Brigate Nere, la borsa tipicamente usata dalle staffette, per il trasporto del materiale:

«Le borse delle staffette erano tutte uguali, perché era un segno di riconoscimento: aveva il doppiofondo. Io adoravo la borsa di mia zia. Per cui, alcune volte, quando andavo a Como le chiedevo di prestarmela, alla fine me l'ha regalata. Un giorno, arrivo a Como con questa borsa; mi avvicino alle carceri di S. Donnino, perché avevo un pacchetto da consegnare al papà, e vedo che arriva la Brigata Nera con quattro prigionieri, tutti e quattro di Dongo, tra cui mio padre. Due fascisti davanti, quattro dietro. Ho cominciato a chiamare: "Papà". Lui mi guarda e mi fa cenno di andare via. Ma io l'ho seguito dal carcere fino alla casa del fascio, con le Brigate Nere che m'intimavano di andarmene, "No - dicevo - io seguo mio padre!". Poi entrano, ed entro anch'io. Quando mio padre, sulle scale, si è voltato e si è accorto che avevo la borsa, mi ha detto, dopo, che si era preso uno spavento perché pensava che avessero arrestato anche me.

Dopo un piano di scale, c'era un graduato che diceva: "Quella lì cosa ci fa qui?!" "Continua a rincorrerci perché vuole salutare suo padre". "E lasciaglielo salutare, mandali in quella stanza!".

Infatti, mi lasciò vedere mio padre che mi disse: "Cosa sei qui a fare con questa borsa, scappa! Tanto ci chiedono solo due cose, poi ci mandano via. Stiamo tutti bene, vai!". Invece, lì, è stato torturato un'altra volta».

Non c'è un particolare stratagemma adottato da Wilma per ingannare il nemico: la sua aria da ragazzina, il suo candore, la sua freschezza hanno facile gioco con tedeschi e fascisti:

«Avevo un viso d'angelo e passavo tranquillamente, guardandoli e facendo un mezzo sorriso e nessuno mi ha mai detto niente: ho viaggiato con roba nella borsa vicino a tedeschi e fascisti facendo finta di niente. Nessuno mi ha fermata. Sono stata fortunata. Ma il rischio c'era, tanto che penso che a un figlio o a un nipote non farei mai fare quello che i miei hanno fatto fare a me».

Cosa spinge, dunque, una ragazzina di quattordici anni a "rischiare la pelle"? Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla:

«La patria era una cosa importantissima (l'avevamo inculcata); la libertà, che ho capito veramente solo in quel momento e che in realtà non avevamo mai avuto, era una cosa importantissima anch'essa: con queste persone che opprimevano e torturavano le popolazioni, bisognava darci un taglio. La libertà oggi i giovani non sanno neanche cos'è, perché è una cosa acquisita. Noi lo sappiamo, perché sappiamo cosa abbiamo sofferto per conquistarla.

Nel suo racconto, Wilma ritorna più volte sulle violenze, sulle torture perpetrate dai fascisti, perdonate o dimenticate troppo in fretta:

A parte, le frustate, i pugni, i calci, mio padre e altre persone di Como avevano tutti i segni sui polsi: i fascisti glieli legavano dietro, mettevano delle catenelle, poi giravano con una vite in modo da farle penetrare nelle carni; poi mettevano loro un cerchio di ferro sulla testa e lo stringevano finché non svenivano ... E adesso alcuni si chiedono: "Perché 'poverini' sono stati ammazzati?!" Hanno goduto subito dell'amnistia, hanno goduto subito della libertà acquistata dagli altri, i quali altri, i partigiani, ad un certo momento, sono diventati i carnefici. Il processo di epurazione: una farsa! »

Dalle sue parole la delusione traspare chiaramente, delusione anche per le troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

 

Tratto dal libro:

Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell'esperienza delle donne del Comasco 1922-1945 di Roberta Cairoli. Edizioni NodoLibri Como

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Le vicende dell’Antifascismo e della Resistenza nel Comasco hanno visto sovente protagoniste figure femminili, presenti su tutti i fronti, da quello dell’opposizione intellettuale a quello dell’assistenza, dalla cospirazione e dal sostegno all’espatrio di antifascisti e perseguitati fino alla partecipazione in prima persona alla lotta in armi. Nonostante i molti nomi noti (da Giuseppina Tuissi “Gianna” a Ginevra Bedetti Masciadri, da Anita Pusterla a Francesca Ciceri, da Alda Vio a Marisa Girola) fino ad ora mancava una ricostruzione esauriente di questo impegno femminile.

Roberta Cairoli, giovane ricercatrice di storia contemporanea, ha fatto tesoro delle fonti d’archivio e delle testimonianze diaristiche per consegnarci una ricostruzione completa e vivace, capace di restituire non solo il valore delle vicende personali di molte donne, ma anche il clima complessivo del periodo.

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Oradour sur Glane, la Marzabotto francese

18 Novembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Oradour sur Glane, luogo di un atroce massacro, è una delle più tremende testimonianze degli orrori della seconda guerra mondiale.

Oradour sur Glane si trova a venti chilometri a nord-ovest di Limoges, nella regione Limousin, dipartimento Haute-Vienne. Seicentoquarantadue furono le vittime del massacro operato da SS tedesche, uomini, donne e bambini: tra di loro anche una famiglia di contadini italiani, composta di sette persone.

carta geo Oradour Limoges 

La strage fu operata da un distaccamento del 1° battaglione del 4° reggimento dei Panzergrenadier Der Führer, appartenente alla Panzedivision Das Reich delle Waffen-SS. È il più grande massacro di civili commesso in Francia dall’esercito tedesco, il 10 giugno 1944, assai simile a quello di Marzabotto in Italia o di Distomo in Grecia.

Con lo sbarco degli Alleati in Normandia, il 6 giugno 1944, i partigiani del Limousin intensificano le operazioni di sabotaggio e di disturbo per ostacolare i movimenti delle truppe tedesche.

Il 10 giugno, la 2a SS Panzerdivision Das Reich (15.000 uomini a bordo di 1.400 mezzi di trasporto, tra cui 209 carri armati, al comando del generale SS Lammerding, arriva a Limoges.

A una ventina di chilometri da Limoges, Oradour, in questa prima metà del XX secolo, é un villaggio di mercato. Il sabato, molti abitanti di Limoges vengono a fare le loro provviste, utilizzando il tram che collega Oradour alla città in circa mezz’ora.

Nel 1936, nel territorio del comune di Oradour si contavano 1574 abitanti, di cui 330 risiedevano nel borgo. Politicamente il comune era schierato chiaramente a sinistra, con una predominanza del partito socialista, soprattutto dopo le elezioni del 1935 in cui i partiti di destra avevano perso la loro rappresentanza in Consiglio comunale. I parlamentari eletti nell’Haute-Vienne, tutti socialisti, avevano votato all’unanimità i pieni poteri al maresciallo Pétain, il 10 luglio 1940, ad eccezione di Léon Roche, eletto nella circoscrizione che comprende Oradour.

Dal 1939 al 1944, la popolazione di Oradour era aumentata per l’arrivo di rifugiati, arrivati prima in tre ondate successive, poi in modo costante. All’inizio del 1939 erano arrivati dei repubblicani spagnoli, sconfitti dal franchismo, anarchici, comunisti e socialisti, di cui 22 erano ancora presenti alla fine del 1943. Nel settembre 1939 era stata la volta delle popolazioni evacuate dall’Alsazia, che fuggivano dalla guerra, ma non tanto bene accolte, la maggior parte avevano preso la via del ritorno nell’estate del 1940. La terza ondata era costituita da un‘ottantina di persone espulse dalla Lorena, che non nutrivano alcuna speranza di tornare ai loro paesi. Infine, a partire dalla sconfitta della Francia, arrivano, poco a poco, dei rifugiati provenienti dal Nord, dal Pas-de-Calais, da Montpellier e da Avignone, degli ebrei provenienti dalla regione parigina, dalla Meurthe-et-Mosella o da Bayonne. Nel giugno 1944, Oradour conta un migliaio di abitanti, essenzialmente in seguito a questo afflusso di rifugiati.

La presenza tedesca nella regione ha avuto inizio nel 1942, quando i tedeschi hanno invaso la zona libera della Francia, e, nella primavera del 1944, l’occupazione non sembra essere opprimente.

Non c’erano partigiani a Oradour-sur-Glane o negli immediati dintorni, come risulta dalle testimonianze unanimi degli abitanti, suffragate dai rapporti dell’amministrazione di Vichy e dai principali capi della Resistenza della regione. Oradour-sur-Glane non figura sui documenti dei partigiani ritrovati dalla Gestapo a Limoges. I partigiani più vicini alla località erano quelli dei monti di Bloud. Costituita da sei compagnie di FTP, questa era la più potente formazione di resistenza dell’ Haute-Vienne, dopo quella del comunista George Guingomin, ad est di Limoges. Due di queste compagnie, a circa otto chilometri da Oradour, erano dislocate nei boschi dei comuni vicini. Ad ovest, alla stessa distanza, vi erano altre formazioni di partigiani FTP. Al ritorno da Saint Junien, un paese a tredici chilometri a sud ovest di Oradour, Albert Morablou, fotografo clandestino dei movimenti uniti della Resistenza (MUR) di Limoges, venne arrestato e ucciso a Oradour.

L’esistenza di questi gruppi era nota agli abitanti di Oradour, alcuni dei quali era dei fiancheggiatori dei partigiani, che potevano essere mobilizzati in caso di necessità.

Alla fine di maggio 1944, l’Oberkommando della Wehrmacht (OKW) nota una «forte crescita dell’attività dei movimenti di resistenza nel sud della Francia, particolarmente nelle regioni di Clermont Ferrand e di Limoges e l’annuncio di numerosi reclutamenti nell’esercito segreto». Ciò è confermato dalla relazione del prefetto regionale di Limoges, che nota la moltiplicazione delle azioni della Resistenza: 593 in marzo, 682 in aprile e 1098 in maggio

L’8 e il 9 giugno, in scontri tra partigiani e soldati tedeschi, il comandante Helmut Kämpfe, responsabile di numerosi soprusi, viene catturato e ucciso insieme ad un altro ufficiale, il tenente Karl Gerlach.

La divisione SS Das Reich

All’inizio del 1944, dopo aver subito pesanti perdite sul fronte orientale, la 2a divisione blindata SS Das Reich viene trasferita nella regione di Montauban per essere riformata in previsione di uno sbarco alleato in qualche zona del fronte occidentale. É formata da 18.000 uomini, con l’appoggio di blindati leggeri e carri armati. I suoi membri sono impregnati di ideologia nazional-socialista: hanno combattuto sul fronte orientale, si considera un’unità militare d’elite e a già partecipato ad azioni antipartigiane.

All’indomani dello sbarco in Normandia, la divisione riceve l’ordine di posizionarsi nella regione tra Tulle e Limoges per contrastare i partigiani che, dopo l’annuncio dello sbarco alleato, hanno intensificato le azioni di sabotaggio e di disturbo delle guarnigioni tedesche.

La lotta antipartigiana è regolata da ordini emessi, dopo l’intervento personale di Hitler; sono conosciuti come “ordinanza di Speerle”, dal nome del maresciallo aggiunto all’alto comando dell’Ovest. Stabiliscono che la truppa é tenuta a ribattere immediatamente agli atti terroristici, rispondendo al fuoco e, se dei civili innocenti sono coinvolti, la responsabilità ricade esclusivamente sui terroristi. Le zone devono essere circondate, tutti gli abitanti, qualunque essi siano, devono essere arrestati; le abitazioni che hanno dato rifugio ai partigiani devono essere incendiate. L’ordinanza prosegue precisando che «verrà punito il comandante che mancando di fermezza e di risolutezza mette in pericolo la sicurezza delle truppe che sono ai suoi ordini e l’autorità dell’esercito tedesco». Questa volontà di inasprire la repressione contro la Resistenza è condivisa dal maresciallo Wilhelm Keitel, che dà l’ordine, nel marzo del 1944, di fucilare i partigiani catturati con armi alla mano e di non consegnarli ai tribunali.

Tra l’inizio di maggio e il 9 giugno 1944, la divisione, e in modo particolare il reggimento Der Führer, effettua, in base alle direttive del controspionaggio, numerose missioni alla ricerca di basi e di depositi dei partigiani, ed operazioni di risposta ad azioni della Resistenza. Nel corso di queste operazioni, circa sessanta partigiani sono uccisi e venti inviati nei campi di concentramento; un centinaio di civili vengono uccisi in varie circostanze e un migliaio deportati in Germania. Più di cento abitazioni sono incendiate.

L’8 giugno 1944, due reggimenti dei Panzergrenadier accerchiano la regione di Limoges per preparare il posizionamento della divisione nel settore, per far cessare le azioni partigiane. Il 1o battaglione del 4o reggimento Der Führer, agli ordini del comandante Adolf Diekmann, è impegnato nei pressi di Saint Junien, a 12 chilometri da Oradour. Per far venir meno il sostegno della popolazione ai partigiani e far diminuire la loro attività per timore di rappresaglie, le SS preparano un’azione mirante a produrre terrore. I motivi della scelta della località di Oradour per questa azione sono oscuri e controversi, per la scomparsa dei testimoni e la mancanza di documenti.

Verso le ore 13,30 del 10 giugno 1944, due colonne lasciano Saint Junien; la più importante delle due è composta da 8 camion, due blindati cingolati e un motociclista di collegamento. Prendono la direzione di Oradour sur Glane. É comandata dal Sturmbaunführer Adolf Diekmann, che si mette alla testa del convoglio a bordo di un blindato. Tre squadre della 3a compagnia, alle quali si aggiungono le squadre comando della compagnia e del battaglione, per un totale di cento uomini muniti di armi leggere – fucili, granate, mitragliatrici, fucili lanciafiamme e lanciagranate - oltre ad una squadra di mitragliatrici pesanti, si dirigono verso Oradour. Al momento della partenza, il comandante della 1a squadra, Heinz Barth, dichiara: «i mette male; vedremo quello che sono capaci di fare gli Alsaziani».

Un chilometro prima del villaggio, la colonna si ferma per la suddivisione dei compiti tra ufficiali e sottoufficiali. Un primo gruppo, composto tra i cinque e gli otto veicoli, entra nel borgo da est, passando sul ponte del Glane, verso le ore 13,45, secondo la testimonianza di Clément Boussodier, che assiste al passaggio dei camion. Questo spiegamento di forze non suscita alcun panico, ne apprensione particolare: benché il farmacista ed altri commercianti abbassino le saracinesche, il parrucchiere si reca ad acquistare del tabacco, mentre un suo aiutante si occupa di un cliente. Diversi abitanti del borgo, che praticamente non avevano mai visto di tedeschi, osservano l’arrivo delle SS con curiosità. Altri invece si danno alla fuga o cercano di nascondersi.

Il comandante Adolf Diekmann, insediato in municipio, convoca il dottor Desourteaux, presidente della speciale delegazione designata dal regime di Vichy, che fa le veci del sindaco: gli ordina di far riunire la popolazione nella piazza del mercato. Un banditore, attraversa le vie del borgo, avvertendo gli abitanti e le persone di passaggio, numerose in ragione di una distribuzione di carne e di tabacco. Le SS costringono gli abitanti della periferia a recarsi in centro. Il rastrellamento è sistematico ed interessa anche le quattro scuole comunali, 191 bambini, due maestri e tre maestre. Benché sia sabato pomeriggio, i bambini sono invitati a recarsi a scuola con la motivazione di una visita medica. Nel giro di un’ora, tutti gli scolari e gli insegnanti sono riuniti nelle scuole. Coloro che tentano di fuggire o che non possono muoversi sono immediatamente ammazzati.

Verso le 14,45 un Waffen-SS alsaziano traduce agli uomini riuniti nel piazzale l’ordine del comandante Diekmann: le SS hanno sentito parlare di un nascondiglio di armi e munizioni a Oradour; chiedono a coloro che posseggono un’arma di fare un passo in avanti. Minaccia di incendiare tutte le case per far saltare il deposito clandestino. Di fronte a nessuna reazione, l’ufficiale chiede al sindaco di scegliere trenta ostaggi, ma questi risponde di non poter soddisfare la richiesta: assicura che gli abitanti non sono a conoscenza di un tale deposito di armi e garantisce per loro. Secondo un sopravvissuto, Robert Hébras, di anni diciotto, dopo un va e vieni in municipio del comandante e del sindaco, quest’ultimo conferma il suo rifiuto e si offre come ostaggio, e all’occorrenza, lo stesso faranno i suoi più stretti familiari. A questa proposta, l’ufficiale ride e lancia accuse. Verso le ore 15, le donne e i bambini vengono condotti in chiesa tra scene strazianti. L’interprete ripete la richiesta di denuncia: «Mentre noi facciamo delle perquisizioni, vi raduniamo nei fienili. Se conoscete qualcuno di questi depositi, siete pregati di indicarceli». Dopo un’ora di attesa, gli uomini vennero condotti in diversi locali occupati dalle SS.

Verso le ore 15,40 arriva un tram da Limoges con tre impiegati a bordo: viene fermato poco prima del ponte sul Glane e gli viene impedito ogni movimento con una zeppa sotto le ruote. Uno degli impiegati scende dal tram mentre stanno transitando un gruppo di uomini rastrellati nei casolari circostanti il borgo, controllati da alcuni soldati. Viene immediatamente ucciso e il suo corpo viene gettato nel fiume. Gli altri due, portati davanti ad un ufficiale; gli vengono controllati i documenti e viene ordinato loro di risalire sul tram e tornare a Limoges.

Il massacro

180 tra uomini e giovani al di sopra dei quattordici anni, a gruppi di 30, vengono condotti in sei luoghi di esecuzione. Le mitragliatrici si scatenano verso le ore 16. I corpi vengono poi ricoperti di fieno, di paglia e di fascine a cui viene appiccato il fuoco. Nel gruppo di cui faceva parte il sindaco, sei riescono a fuggire, uno viene subito freddato da una sentinella. I cinque fuggitivi sono gli unici sopravvissuti alla strage.

Le SS che non che non partecipano al macello, quattro o cinque di ogni plotone, attraversano il villaggio dedicandosi a ruberie: gioielli, soldi, vestiti, biciclette, animali. Dopo i furti, le case vengono sistematicamente incendiate. Alcuni abitanti che si erano nascosti sfuggendo al rastrellamento, scoperti durante le ruberie o nel tentativo di scappare dai loro rifugi a causa degli incendi, vengono massacrati. Sentendo i colpi di arma da fuoco, alcuni genitori residenti in periferia, preoccupati per i bambini che non erano ancora ritornati da scuola, si recano nel centro di Oradour, dove vengono uccisi.

Tra le 350 donne rinchiuse nella chiesa, solo Marguerite Rouffanche, di 47 anni, riesce a scappare. La sua testimonianza è unica, ma è suffragata anche dalle deposizioni di alcune SS durante il processo svoltosi a Bordeaux nel dopoguerra. Feritasi durante la fuga, viene ricoverata in ospedale, dove racconta tutto ciò che ha visto e vissuto a un membro della Resistenza, Pierre Poitevin. Il 13 giugno, anche il prefetto di Limoges raccoglie la sua testimonianza e redige un documento: il testo viene ripreso in una nota del 13 luglio del segretario di Stato alla difesa, inviata alla Commissione d’Armistizio franco tedesco di Wiesbaden.

Dopo 18 ore dal massacro, un ingegnere, Jean Pallier, arrivò in camion in vista di Oradour. Viene fermato con i suoi compagni di viaggio a 300 metri dall’ingresso del villaggio. Viene poi raggiunto dai passeggeri del tram arrivato da Limoges con alcuni abitanti di Oradour. Tentando di raggiungere il borgo attraverso i campi, Jean Pallier constata che la località é completamente circondata da un cordone di truppe armate. Un gruppo di una quindicina di persone viene arrestata verso le ore 20 e, dopo diversi controlli d’identità, rilasciati con l’ordine di allontanarsi dal villaggio. Un sottoufficiale, che parla correttamente il francese, dichiara ai componenti del piccolo gruppo: «Potete ritenervi fortunati».

Il massacro é terminato.

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Ad eccezione di una squadra di guardia, le SS lasciano Oradour tra le 21 e le 22,30. Le SS passarono la notte nella casa Dupic, nella quale saranno trovate più di centinaia di bottiglie di vino invecchiato e di champagne, svuotate di recente.

L’11, poi il 12 giugno, gruppi di SS ritornano a Oradour per seppellire i cadaveri e per rendere impossibile l’identificazione, pratica usuale sul fronte orientale. Jean Pallier è stato una delle prime persone ad entrare a Oradour: «Tutti gli edifici, compresa la chiesa, le scuole, il municipio, la posta, la casa dove abitava la mia famiglia, non erano che delle rovine fumanti».

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Nella serata dell’11 giugno o nella giornata del 12, il sottoprefetto di Rochechonart, arrivò ad Oradour: «Non ho trovato che dei resti fumanti e mi son reso conto che non erano necessari soccorsi immediati». Il 13 il prefetto regionale di Limoges ottiene l’autorizzazione delle autorità tedesche di recarsi ad Oradour, insieme al vescovo. Nel rapporto che invia il 15 giugno a Vichy, benché il prefetto riprenda la versione delle SS secondo a quale l’operazione era seguita alla cattura di un ufficiale, tiene a «sottolineare che il villaggio di Oradour sur Glane era uno dei comuni più tranquilli del dipartimento e che i suoi abitanti, laboriosi e tranquilli, erano conosciuti per la loro moderazione».

Il numero delle vittime fu 642, ma solo 52 corpi furono identificati. Tra i morti, si contarono 393 persone domiciliate, o rifugiate a Oradour, 167 abitanti di villaggi e frazioni del comune, 93 residenti a Limoges, 25 persone residenti nell’Haute-Vienne e 18 di altri dipartimenti. Le vittime comprendevano quaranta cittadini della Lorena, sette o otto dell’Alsazia, tre polacchi e una famiglia italiana di contadini, composta da sette persone.

Le 635 vittime, suddivise per ètà, erano: 25 di ètà inferiore ai cinque anni, 145 tra 5 e 14 anni, 193 giovani maschi e uomini, tra cui il curato del paese di 70 anni e i suoi due vicari, 240 giovani femmine o donne maggiori sei 14 anni.

Una trentina di abitanti sopravvissero alla strage. Circa quarantacinque persone, tra cui 12 passeggeri del tram di Limoges, arrivati dopo la fine del massacro, sono sfuggite in diversi modi alle SS.

In seguito a questo massacro, lo Stato francese decise di costruire un nuovo borgo, con una pianta simile al vecchio, mantenendo le rovine del vecchio villaggio a testimonianza dell’orrore.

Dal 1946, le rovine del Villaggio Martire sono classificate Monumento storico. Nel 1999 è stato inaugurato il Centro della Memoria.

veduta centro memoria centro della Memoria

Il trauma causato da questo dramma, la scomparsa di una generazione, la vicinanza delle rovine, hanno reso difficile la «rinascita» che è iniziata solamente agli inizi degli anni ’60 con la nascita di piccole aziende e botteghe artigianali. Oggi Oradour sur Glane è un centro attivo che conta 2200 abitanti con i suoi commerci, le sue attività industriali e le sue numerose associazioni.

 

 

Alcuni libri sulla strage di Oradour sur Glane:

Sarah Farmer, Oradour: arrêt sur mémoire, Paris, Calmann-Lévy, 1994

Frank Delage, Oradour/ville martyre, Mellottée, mars 1945

J. J. Fouché, Oradour, Liana Levi, Paris, 2001,

Albert Hivernaud, Petite histoire d'Oradour-sur-Glane. De la préhistoire à nos jours, Limoges, Bontemps, 1989

Pascal Mayssounave, Oradour, plus près de la vérité, éd. Lucien Souny, 1995

Mouvement de libération nationale, Les Huns à Oradour-sur-Glane, Limoges, MLN, 1945

Guy Pauchou et Pierre Masfrand, Oradour sur Glane, vision d'épouvante, Lavauzelle, Limoges, 1978

Bernard Fischbach, Oradour: l’extermination, Roland Hirlé, 1994

André Desourteaux, Robert Hébras, Oradour/Glane. Notre village assassiné, CMD, Montreuil-Bellay, 2001

Sylvain Joubert, Un crime de guerre. Oradour-sur-Glane, Paris, Flammarion, 1994

Pascal Maysounave, Oradour, plus près de la vérité, éd. Souny, 1996

Pierre Poitevin, Dans l'enfer d'Oradour, éd. du Chardon, 1945

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La rete radiofonica in Italia dal 1940 al 1945

7 Novembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Nel documento del settembre 1946 si ha un quadro esauriente dei danni subiti dagli impianti dell'EIAR durante le operazioni belliche.

 

L'EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, concessionario del servizio delle radioaudizioni circolari in Italia) disponeva, prima della guerra, di un complesso di ben 34 trasmettitori in Onde Medie, per la potenza complessiva di 860 KW e di 12 trasmettitori ad onda corta destinati alle comunicazioni con l'estero, per la potenza complessiva di 434 KW. A questi devono aggiungersi un trasmettitore per televisione installato a Roma Monte Mario.

 

I trasmettitori più potenti erano quelli di Roma I e Roma II, che erano ricevibili anche all’estero nelle ore notturne.

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Al sud, di una potenza apprezzabile, era il trasmettitore di Bari.

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I programmi radiofonici trasmessi nelle ore serali erano tre, ma solamente nelle città di Roma, Milano, Firenze e Torino era possibile ascoltarli tutti e tre. La ricezione nelle varie parti d’Italia variava notevolmente; mentre il servizio era soddisfacente in Val Padana e nel versante tirrenico dell’Italia centrale, scarso era in gran parte dell’Italia meridionale, nelle isole e nel versante adriatico dell’Italia centrale.

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Durante la guerra, per prima venne colpita dai bombardamenti degli Alleati e distrutta da un incendio la sede di Genova. Un incendio distrusse completamente il teatro di Torino e un auditorium del Palazzo della Radio della stessa città. Anche la sede di Milano (lo studio dove venivano allestiti i programmi radiofonici andò completamente distrutta e una bomba dirompente danneggiò in parte il nuovo Palazzo della Radio, in fase di costruzione. Le autorità militari italiane, al momento dello sbarco in Sicilia degli Alleati nel luglio 1943, fecero saltare l’impianto radiofonico di Tripoli, distrusse il trasmettitore di Catania e fece smontare gli impianti di Palermo.

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Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista dell’Italia, i trasmettitori ad onde corte di Roma Prato Smeraldo furono smontati in fretta e furia causando gravissimi danni agli impianti. I tedeschi fecero trasportare nel nord Italia due dei trasmettitori di Roma Prato Smeraldo che vennero installati a Busto Arsizio. Gli altri nove, anch’essi in un primo tempo trasferiti al nord, vennero portati in Germania: le ricerche effettuate dopo la liberazione dell’Italia rimasero infruttuose. Le torri metalliche che reggevano le antenne trasmittenti di Roma Prato Smeraldo vennero fatte saltare con la dinamite. Vennero pure distrutti i due trasmettitori ad onde medie di Roma; le antenne vennero abbattute e ridotte in rottami. Stessa sorte toccò ai trasmettitori di Napoli, Firenze, Cervia e Bologna. Gli impianti televisivi di Roma Monte Mario vennero smontati e trasferiti.

 

A sud della Linea Gotica tutte le apparecchiature necessarie per la produzione dei programmi radiofoniche furono distrutte o asportate, tranne alcune che il personale riuscì ad occultare; svuotati i magazzini con i pezzi di ricambio.

 

Il danno subito durante la guerra fu enorme: il 75% degli impianti andò distrutto.

 

Al momento della liberazione del Nord, il materiale immagazzinato dai tedeschi in Alto Adige, pari ad un carico di 31 vagoni ferroviari, fu recuperato dai tecnici dell’EIAR con l’aiuto degli Alleati. Tra questo il trasmettitore di Firenze, parti di quelli di Bologna e di Cervia.

 

Man mano che il territorio italiano veniva liberato, soprattutto al sud e al cento Italia, con l’aiuto degli Alleati  si cercava di ripristinare il servizio radiofonico, anche con mezzi di fortuna.

 

Gli Alleati fornirono tre trasmettitori di piccola potenza per ripristinare il servizio radiofonico a Catania, Napoli e Bologna; per Cagliari venne adattato un trasmettitore militare italiano.

Vennero ricostruiti impianti provvisori a Palermo, Roma, Firenze e Torino.

Per assicurare rapidamente la ripresa del servizio radiofonico nei giorni seguenti la Liberazione, i tre trasmettitori di Torino, fatti saltare dai tedeschi qualche ora prima della ritirata, furono sostituiti da uno di piccola potenza che incominciò a funzionare otto ore dopo la liberazione; anche quello di Verona entrò in servizio dopo qualche giorno. [...]

 

ricevitori-radio-dopoguerra 

 

Bibliografia:

 

Relazione dell'Ing. Luigi Sponzilli dell'EIAR al Convegno dell’Associazione Nazionale Costruttori Apparecchiature Radiofoniche – Torino 21 settembre 1946

 

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Il fascismo e la radio

31 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il fascismo seppe fare un abile uso di tutti gli strumenti di propaganda. A questo scopo non poteva sfuggire uno strumento innovativo e potente come la radio. Il fascismo si rese conto progressivamente delle potenzialità della radio e delle possibilità di sfruttarla. A una fase di disinteresse, quando la radio trasmetteva soprattutto musica e l'elemento fascista si limitava al ritornello della canzone Giovinezza, seguì un periodo di grande attenzione e uno sviluppo significativo degli apparati di trasmissione. A poco a poco personalità fasciste di primo piano divennero frequentatori della radio; i programmi letterari erano preceduti da introduzioni che fornivano una interpretazione fascista dei brani letti, i notiziari giornalieri si attenevano alle direttive del regime.

 

Guglielmo Marconi

Malgrado la radio fosse principalmente il prodotto dell'opera dell'inventore italiano Guglielmo Marconi, quando, nell'ottobre 1922, Mussolini salì al potere, l'Italia era, quanto a sviluppo di una rete radiofonica nazionale, sensibilmente indietro rispetto agli altri paesi.

Non era stata ancora costruita alcuna emittente che funzionasse continuativamente, e la radiofonia restava, in buona parte, nella fase sperimentale. [...]

Negli Stati Uniti la costruzione di apparecchi radio e la radiofonia erano già un grosso “business”: 11,5 milioni gli apparecchi radio in funzione.

radioricevitore 1927

Il fatto che nella penisola la radio si sviluppasse pressoché per intero durante il periodo fascista rese a Mussolini relativamente facile porre questo importante mezzo di comunicazione sotto il suo pieno controllo (erano gli stessi anni in cui si consolidava il suo potere politico sullo Stato italiano). In verità, il valore potenziale della radio come veicolo di propaganda e di standardizzazione culturale non apparve immediatamente chiaro a Mussolini. Ma, una volta riconosciute pienamente le sue implicazioni, i fascisti procedettero a sviluppare e sfruttare la radio facendone uno strumento decisivo della loro politica culturale. [...]

 Nel settembre 1929, 6 erano gli impianti in funzione: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Genova, Torino.

 

I poteri di controllo fondamentali - quelli concernenti la selezione e la distribuzione del materiale da trasmettere - erano nelle mani dello Stato, e la struttura amministrativa di questi servizi era destinata a rimanere sostanzialmente immutata, eccettuati ritocchi di minor rilievo, per quasi un decennio. [...] Piuttosto limitato era il numero dei possessori di apparecchi radio che avevano l'obbligo di versare un canone annuale di abbonamento all'EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche).

EIAR

La concessione del servizio delle radioaudizioni circolari era stata accordata dal Governo (con convenzione 15 dicembre 1927 fino al 15 dicembre 1952) all’URI  (che dal 15 gennaio 1928 aveva assunto la nuova denominazione EIAR — Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche).

Nel 1926 gli abbonati ai servizi radiofonici dell'URI (Unione Radiofonica Italiana, prima società di diffusione radiofonica in Italia, fondata nel 1924) erano stati circa 27.000; due anni dopo il totale degli abbonamenti era passato a circa 61.500.    

abbonati radio anni 20 30

 

Anche supponendo che ciascun apparecchio servisse una decina di persone, il numero totale degli italiani raggiunti dalle trasmissioni restava modestissimo. Si registrava inoltre una grossa sproporzione nella distribuzione geografica degli apparecchi. [...] Negli anni successivi questa sproporzione si sarebbe alquanto attenuata, ma una certa disparità nella localizzazione geografica degli apparecchi radioriceventi si mantenne durante tutto il periodo fascista.

 

programmi radio 1934

 

Prima del 1930 i programmi dell'EIAR non erano troppo appesantiti da una propaganda fascista diretta. Ma a cominciare dal 1926 le trasmissioni andarono sempre più politicizzandosi, e sempre più si fece sentire su di esse l'influenza delle scelte del regime. Mussolini parlò alla radio per la prima volta il 4 novembre 1925 dal teatro Costanzi in Roma, ma la trasmissione fu ostacolata da difficoltà tecniche. In quegli anni il maggior trionfo di Mussolini in fatto di oratoria radiofonica fu il discorso sulla “Battaglia del grano” (10 ottobre 1926).

Gli orari di trasmissione dei programmi erano pubblicati su “Il Radiorario”, che, dal Gennaio 1930, assume la denominazione di Radiocorriere.

Radiorario 1929

 

logo-radiocorriere-1941.jpg

 

Biografia:

Philip Cannistraro - La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media - Laterza, Roma-Bari 1970

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Il primo Congresso dei Comitati di Liberazione Nazionale: Bari gennaio 1944

24 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il I congresso dei Comitati di Liberazione nazionale si svolse a Bari il 28 e 29 gennaio 1944 nel teatro Piccinni.

L'organizzazione del congresso era stata un'impresa difficile; Bari venne scelta come seconda sede perché l'ACC (Allied Control Commission), su pressione del governo Badoglio, aveva negato Napoli. Badoglio inviò a Bari il generale Pietro Gazzera come commissario straordinario per l'ordine pubblico. Soltanto in extremis fu possibile mitigare le misure restrittive del governo e far sì che 120 delegati in rappresentanza di 21 province, 50 giornalisti, 15 addetti alla segreteria e 800 cittadini partecipassero alla seduta inaugurale del congresso, che ebbe un enorme rilievo politico.

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Radio Londra lo definì «il più importante avvenimento nella politica internazionale italiana dopo la caduta di Mussolini». L’inviato della Reuters, lo considerò «di grande rilievo perché il suo scopo principale sarebbe stato la questione istituzionale». Non minore risalto attribuirono all'evento il New York Times, che ne pubblicò la mozione finale,

 

e il Times di Londra che ne sottolineò la richiesta secondo cui «Presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l' abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese». Mentre il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, riconoscendone le conclusioni, disse che «gli Stati Uniti sono ora (...) fermamente determinati a lasciare ogni decisione al popolo italiano».

Dal capoluogo pugliese si alzò la prima voce libera in un paese per due terzi occupato dalle truppe naziste. I lavori furono introdotti dal giudice Michele Cifarelli segretario del Cln di Bari, che dette lettura dei messaggi di Roosewelt, Stalin, Chiang Kai-shek, e da un importante discorso di Benedetto Croce, che schierato su posizioni liberali e moderate, propose la liquidazione del re, corresponsabile della guerra e dell'avvento di Mussolini.

 

La registrazione del discorso di Croce, messo in onda immediatamente da Radio Londra.

Benedetto Croce

Venne, inoltre, autorizzata dai responsabili del PWB (Ufficio della guerra psicologica) la trasmissione di un commento dell’assise barese di Alba De Cespedes che con lo pseudonimo di Clorinda era la voce di "Italia Combatte" (la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari, poi di Radio Napoli e Radio Roma, alla liberazione della capitale), la rubrica che aveva la funzione di sostenere la resistenza al Nord.

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«Questo Congresso - sostenne Clorinda - è stato in parole semplici, la prima riunione ufficiale dei partiti d'opposizione. Andai lì ad assistere, seduta in un palco. Perché la riunione si svolse al teatro Piccinni ... Io ero mossa come quando si vede una persona che è stata lungamente malata, sul punto di morire addirittura, uscire finalmente a muovere i primi passi al sole. E avevo anche dentro di me la sensazione di fare cosa proibita, non potevo ancora abituarmi all'idea che in Italia, ormai, ognuno poteva fare e dire quel che voleva. Quando vidi Benedetto Croce - del quale avevo appreso attraverso i libri ad avere tanto rispetto ed amore - entrare sul palcoscenico come un ometto, con un paltoncino marrone e posare il cappello sul tavolino, semplicemente, senza nessuno attorno a lui che s'affannasse ad aiutarlo, e quando lo vidi leggere il suo discorso confidenzialmente, alzando un poco gli occhi sul pubblico… lo udii dire così semplicemente, la libertà, come avrebbe detto una parola qualunque, una di quelle parole che gli spiriti liberi sono abituati a pronunciare con dimestichezza, allora mi gettai ad applaudire furiosamente ...».

In realtà i partiti antifascisti non intendevano soltanto discutere, ma fare qualche cosa di più. Le idee più chiare le aveva, forse, il Partito d'Azione, ma erano idee irrealizzabili pur costituendo in quel momento ciò che si poteva desiderare di meglio in astratto e cioè:

“l'abdicazione immediata del re e sua messa in stato d'accusa per le violazioni da lui commesse dello Statuto; la proclamazione del congresso in assemblea rappresentativa che segga in permanenza, integrata a suo tempo dei rappresentanti delle province non ancora liberate, fino alla Costituente; la elezione d'una Giunta esecutiva che fino alla liberazione di Roma rappresenti il popolo italiano nei rapporti con le Nazioni Unite”.

 

Intorno alla mozione approvata dai delegati del PdA si scatenò la battaglia congressuale, sollecitata anche dall'arrivo d'un messaggio del CLN centrale, portato attraverso le linee dal socialista Lizzadri e dal liberale Marconcini, in cui si ribadiva una posizione di netta intransigenza verso il governo Badoglio. L'abilità di Croce consistette appunto nell'indirizzare tutto lo stato di profondo disagio e d'insofferenza degli antifascisti del Sud verso quest'unico obiettivo e anche di ridurre il problema della lotta contro il fascismo all'eliminazione del suo «superstite». E su questa linea si mosse poi il congresso dalla relazione politica di Arangio Ruiz alla mozione finale votata all'unanimità dopo un aspro dibattito. In essa sono accolte le istanze formulate dal PdA, ma soltanto formalmente, svuotate d'ogni significato giacobino. «Presupposto della ricostruzione morale e materiale italiana è l'abdicazione immediata del re responsabile delle sciagure del paese»; perciò il Congresso, in rappresentanza del popolo italiano, «proclama l'urgenza dell'abdicazione, dichiara la necessità di pervenire alla composizione di un governo con i pieni poteri del momento d'eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentati al Congresso» e delibera infine «la costituzione di una Giunta esecutiva permanente che predisponga le condizioni necessarie al raggiungimento degli scopi suddetti». Si è ben lontani dalle intenzioni del PdA di trasformare il congresso in «Convenzione»; ma si è anche lontani dal dare un'indicazione concreta di lavoro alla Giunta sulla quale si scarica tutto il peso e la responsabilità.

Un passo avanti nella situazione generale fu costituito dalla restituzione all'amministrazione italiana dell'«Italia continentale a sud dei confini settentrionali delle province di Salerno, Potenza e Bari» e della Sicilia, avvenuta da parte dell' AMGOT l'11 febbraio. E parve a un certo momento che la stessa Commissione alleata di controllo - attraverso la sua sezione politica - volesse finalmente risolvere la questione istituzionale, appoggiando il piano della Giunta di Bari (abdicazione di Vittorio Emanuele III, delega da parte del nuovo re Umberto II dei suoi poteri a una luogotenenza collegiale). L'accettazione di questo piano fu raccomandata dal governo americano ai capi di Stato maggiore combinati. Ma immediatamente s'inserì nella situazione Churchill che bloccò ogni ulteriore sviluppo con il suo discorso ai Comuni del 22 febbraio, in cui confermò esplicitamente il suo appoggio alla monarchia con una metafora di pungente sarcasmo.« Quando occorre tenere in mano una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro egualmente comodo e pratico o comunque finché non si abbia a portata di mano uno strofinaccio».

 

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ORDINE DEL GIORNO VOTATO DAL CONGRESSO DI BARI
(29 GENNAIO 1944)

Il Congresso, udita ed approvata la relazione Arangio-Ruiz sulla politica interna;
ritenuto che le condizioni attuali del Paese non consentono la immediata soluzione della questione istituzionale; che, però, presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l'abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese;
ritenuto che questo Congresso, espressione vera e unica della volontà e delle forze della Nazione, ha il diritto ed il dovere, in rappresentanza del popolo italiano, di proclamare tale esigenza;
Dichiara

la necessità di pervenire alla composizione di un governo con i pieni poteri del momento di eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentanti al Congresso, che abbia i compiti di intensificare al massimo lo sforzo bellico, di avviare a soluzione i più urgenti problemi della vita italiana, con l'appoggio delle masse popolari, al cui benessere intende lavorare, e di predisporre con garanzia di imparzialità e libertà la convocazione dell'Assemblea Costituente, da indirsi appena cessate le ostilità;

Delibera

la costituzione di una Giunta esecutiva permanente alla quale siano chiamati i rappresentanti designati dei partiti componenti i Comitati di Liberazione e che, in accordo col Comitato Centrale ed in contatto con le personalità politiche e riconosciute come alta espressione dell'antifascismo, predisponga le condizioni necessarie al raggiungimento degli scopi suddetti.

Per il Partito Liberale: Michele Di Pietro Per la Democrazia Cristiana: Angelo Venuti Perda Democrazia del Lavoro: Andrea Gallo Per il Partito d'Azione: Adolfo Omodeo Per il Partito Socialista: Luigi Sansone Per il Partito Comunista: Paolo Tedeschi

Sono stati designati dai rispettivi partiti, come membri nella G.E.P.:

FRANCESCO CERABONA, per il Partito della Democrazia del Lavoro; VINCENZO ARANCIO-Ruitz, per il Partito Liberale; PAOLO TEDESCHI, per il partito Comunista; VINCENZO CALACE, per il Partito d'Azione; ANGELO RAFFAELE JERVOLINO, per la Democrazia Cristiana; ORESTE LONGOBARDI, per il Partito Socialista.

 

 

Bibliografia:

Gloria Chianese - Quando uscimmo dai rifugi. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46)-  Ed. Carocci 2004

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana - Einaudi 1964

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I Comitati di Liberazione Nazionale del meridione

17 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'attività dei CLN meridionali, sia pure in maniera circoscritta e discontinua, s'intrecciò con quella delle amministrazioni locali. Questi CLN, diversamente da quelli del Centro-Nord, non nacquero nel vivo della lotta antinazista, peraltro nel Sud di durata assai breve, e che, per tutta una prima fase, ebbero come perno della loro attività l'aspra polemica contro la monarchia e il governo Badoglio.

Il momento culminante della contrapposizione si verificò in occasione del I congresso dei CLN dell'Italia liberata, il 28 e 29 gennaio 1944. Già l'organizzazione del congresso era stata un'impresa difficile; Bari venne scelta come seconda sede perché l'ACC (Allied Control Commission), su pressione del governo Badoglio, aveva negato Napoli. Ma il clima era di aperta ostilità: Badoglio inviò a Bari il generale Pietro Gazzera come commissario straordinario per l'ordine pubblico. Soltanto in extremis fu possibile mitigare le misure restrittive del governo e far sì che 120 delegati in rappresentanza di 21 province, 50 giornalisti, 15 addetti alla segreteria e 800 cittadini partecipassero alla seduta inaugurale del congresso, che ebbe un enorme rilievo politico. Ai lavori erano presenti prestigiose figure di antifascisti: Benedetto Croce, Carlo Sforza, Alberto Cianca, Francesco Caracciolo, Dino Gentili, Guido Molinelli, Michele Cifarelli, Vincenzo Arangio Ruiz e Oreste Lizzadri, questi ultimi tre in rappresentanza, rispettivamente, dei CLN di Bari e Napoli e del CLN centrale.

La posizione di Croce, favorevole all'abdicazione del re per salvare l'istituto monarchico, finì con l'essere egemone, ma emersero anche voci diverse, di critica radicale alla monarchia, come quella di Oreste Lizzadri, Tommaso Fiore e Adolfo Omodeo. Il congresso ebbe vasta eco sulla stampa. Oltre ai dettagliati resoconti sul quotidiano barese "La Gazzetta del Mezzogiorno", ne parlarono Radio Londra, il "New York Times" e il "Times". A Radio Bari invece gli Alleati proibirono di trasmetterne in diretta i lavori. Qualche giorno dopo Gaetano Salvemini, da Harvard, esortò il governo alleato a tener conto dell'istanza antimonarchica espressa dal congresso di Bari.

A conclusione dei lavori fu costituita la Giunta esecutiva che operò a Napoli fino al maggio 1944. Essa fu condannata a un lungo stallo, soprattutto dopo che Churchill ebbe ribadito il sostegno alla monarchia italiana. La giunta era fautrice di una politica di netta contrapposizione con il governo Badoglio e pertanto non fu facile, al suo interno, la condivisione della strategia togliattiana che portò alla formazione dei governi d'unità nazionale.

 

I comitati acquisirono importanza dopo il R.D.L. del 4 aprile 1944, n. III, che rimodellò la struttura delle amministrazioni comunali. Dovevano infatti essere consultati per la nomina di sindaci e assessori, i quali venivano poi nominati dal prefetto. In realtà tutte le nomine dovevano essere sottoposte all' approvazione del governo alleato.

 

In Sicilia i CLN operarono in un contesto in cui PLI, DDL e la stessa DC erano nettamente monarchici, per cui la pregiudiziale antimonarchica posta dai partiti di sinistra diventò motivo di duro contrasto. Essi dovevano poi confrontarsi con il problema del separatismo. Inoltre, la cultura delle forze cielleniste prese nel loro insieme, se era unitaria, aveva però molteplici sfumature. Grande attenzione, soprattutto da parte democristiana, era rivolta all'ipotesi dell'autonomia regionale, mentre il PCI, attraverso il contributo di Girolamo Li Causi, poneva il problema del rapporto tra CLN e lotte contadine contro il latifondo.

 

Anche in Calabria i nascenti CLN si confrontarono con la domanda di terra del movimento e, dopo i decreti Gullo, spesso i loro rappresentanti entrarono nelle commissioni per l'assegnazione delle terre incolte.

 

In Puglia, importante fu il ruolo svolto dal CLN di Bari, influenzato dagli azionisti.

 

Il CLN di Brindisi si costituì il 9 agosto 1943 su impulso dell' avvocato comunista Vittore Palermo, del socialista Felice Assennato e di altre autorevoli figure di antifascisti.

 

A Napoli il CLN, in cui erano presenti i rappresentanti di DC, PCI, PSIUP, PdA, PLI, DDL, nonché delle associazioni combattentistiche, operò dall'inizio dell' ottobre 1943 al 9 agosto 1946. Fu perciò assente nella fase dell' occupazione tedesca e in particolare durante la fase insurrezionale delle Quattro giornate. Esso dovette convivere, fin dai suoi esordi, con l'amministrazione alleata e con una tipologia di personale politico in forte continuità con l'apparato statale fascista.

 

Nell'insieme, i CLN del Sud stentarono a definire una propria identità.

Molti di essi nacquero sull'onda del CLN centrale, costituito a Roma il 9 settembre 1943 con la precisa configurazione di struttura alternativa al governo regio; con esso condivisero la priorità della questione istituzionale e il successivo travaglio che portò alla politica dei governi d'unità nazionale.

I CLN meridionali non ebbero dunque il carattere di forte discontinuità istituzionale dei CLN che contemporaneamente si svilupparono nel Nord a livello comunale, provinciale e regionale (in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, Veneto), e che il 7 febbraio 1944 si dotarono, con il CLNAI, di un organismo di direzione e coordinamento. I CLN del Centro-Nord si configurarono

come una sorta di governo straordinario guardato con preoccupazione dagli anglo-americani, i quali ritenevano che dovessero essere intesi non come tasselli costitutivi del futuro assetto politico e statuale, ma piuttosto come organismi a termine, funzionali alla lotta antifascista: non solo diressero la lotta antifascista, ma funsero da veri e propri embrioni di governo democratico, negando ogni legittimità statuale alla RSI. Ciò implicava un'intensa attività, oltre che in campo amministrativo, anche in quello giudiziario, che portò, nell' agosto 1944, a istituire le commissioni di giustizia e le corti d'assise.

 

Nel Mezzogiorno, invece, il governo alleato riuscì facilmente a ridurre i CLN al ruolo di organismi consultivi dell'autorità prefettizia. Essi incisero debolmente su problemi chiave come l'epurazione e ottennero alcuni risultati limitatamente al ricambio delle amministrazioni locali. Né furono capaci di contrastare l'ascesa, sempre più netta, dei gruppi monarchici e qualunquisti: al loro interno infatti si moltiplicarono i contrasti tra i partiti di sinistra e il polo moderato, in cui confluivano democristiani, liberali e demolaburisti, che diventò l'interlocutore della strategia sostenuta da governo alleato, monarchia e governi Badoglio e Bonomi.

Eppure, per quanto minoritari e scarsamente incisivi, i CLN ebbero un ruolo importante perché, in una fase in cui nel Sud i partiti di massa stentavano a decollare, furono espressione di una cultura antifascista e democratica. Formati per lo più da esponenti della borghesia delle professioni, rappresentarono un ceto culturale e politico che aveva avuto, sia pure solo in parte, trascorsi antifascisti e si collocava in una tradizione di democrazia che si incrociava e si incontrava con l'esperienza della Resistenza.

 

Bibliografia:

Gloria Chianese - Quando uscimmo dai rifugi. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46) -  Ed. Carocci sett. 2004

 

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Santino Lissoni

11 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Santino Lissoni

L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Sezione “Emilio Diligenti” di Lissone ricorda Santino Lissoni e ne onora la memoria per la sua opposizione al regime fascista, dapprima come tipografo della cosiddetta “stampa clandestina”, poi come combattente nel Corpo Italiano di Liberazione, “l’Esercito del Sud”, a fianco degli Alleati.

Terminata la guerra, rientrato a Lissone nei giorni successivi alla Liberazione, aveva ripreso subito la sua tanto amata professione di tipografo, prodigandosi, tornata la libertà di stampa, nella realizzazione di manifesti e pubblicazioni, tra cui quelli per la “Festa del Lavoro” del I Maggio 1945, la prima festa dell’Italia liberata.

È stato attivamente impegnato nella vita politica locale, ricoprendo anche l’incarico di Consigliere comunale.

A Santino Lissoni nel gennaio 2007, L’ANPI di Lissone aveva conferito la tessera ad honorem dell’associazione.

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Maria Nella Cazzaniga così lo ricorda:

Cari amici,

in questi giorni è mancato Santino Lissoni, una persona che ho conosciuto quando avevo i calzini corti e mi sento veramente vicina a tutta la famiglia che ha vissuto con riserbo momenti veramente difficili, difficile come sarà l’elaborazione del lutto che si dipanerà nel tempo ma  senza nulla dimenticare. Lo avevo conosciuto mediante la stessa militanza politica, insieme a tanti suoi amici, come Alfredo Pozzi, Rinaldo Comi e tanti altri. Così giovandomi di un prezioso lavoro di vecchi documenti, fotografie, una vera storia del PCI di Lissone fino ai Ds  ho ripercorso un po’ della sua vita. In quel carteggio ho trovato un documento da lui sottoscritto nel 1972, come consigliere comunale dello PSIUP, che  voleva rendere partecipe l’Amministrazione Comunale per la chiusura di alcune fabbriche  e della conseguente  difficoltà per tanti lavoratori e per le loro famiglie: chiusure, ma anche violazioni delle libertà sindacali, con minacce a componenti della commissione interna in questo caso della IVM.  Chiedeva, quella interrogazione un atto di solidarietà da parte del sindaco  e dell’intero consiglio comunale verso i lavoratori e i loro rappresentanti.  Di quanti problemi si occupava a livello istituzionale con quei comunisti dal profilo amendoliano e riformista: dei lavoratori, del problema dei quartieri della produzione e dello sviluppo dell’artigianato mobiliero,  dell’apertura dell’Asilo Nido, etc. Poi aderì al PCI e  operò con tenacia, insieme ad Alfredo ed altri per una vera svolta di apertura culturale, inserendo nelle elezioni del 1975 nella lista comunista, un buon numero di Indipendenti Autonomi, persone non iscritte ai partiti, per un rinnovamento, per “superare le chiusure, per colmare la frattura che si è creata in questi anni fra cittadini lissonesi, partiti e  Amministrazione Comunale, per allargare la classe dirigente, per concorrere ad una maggiore efficienza  ed autorevolezza del  Comune”.   Facevano da apertura nel frontespizio di quei fogli spartani di propaganda elettorale alcune bellissime colombe simbolo di pace disegnate da Gino Meloni, poi candidatosi nell’80 sempre nel Gruppo Autonomo degli Indipendenti.  Quei fogli erano stampati dalla Tipografia Lissoni. Una vita la sua  intensa, passata anche da un fattivo contributo alla lotta di Liberazione, una vita sempre stretta  con gli affetti famigliari e dedita al proprio lavoro. Non sarà strano pensare di vederlo, in qualche pausa dall’attività, parlare animatamente in via Baldironi con tanti amici e conoscenti, sempre attento fino a qualche settimana fa a tutte le cose del mondo e della sua città. Da parte mia e di tanti altri un forte abbraccio  all’amica Cosetta.   

Maria Nella Cazzaniga

Lissone, 9 ottobre 2011

Santino Lissoni Giornale di Monza

Santino Lissoni era nato a Lissone nel 1925.

Il paese, allora, contava quasi 13.000 abitanti.  Da due anni a capo del Governo italiano vi era Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva dato l’incarico dopo la cosiddetta “marcia su Roma” dei fascisti. Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il Listone di Mussolini, che su scala nazionale aveva ottenuto una media del 60% dei votanti, in Brianza aveva riscosso un misero 18,7 %, uno dei peggiori risultati elettorali d’Italia. A Lissone il Listone di Mussolini era stato votato solamente da 307 elettori (il 13,2 % dei lissonesi votanti). I voti dei lissonesi erano andati al partito Popolare (1069), al partito socialista (432) e al partito Comunista (326).Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza. Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano furono distrutti circoli cattolici e socialisti; a Monza furono devastate le sedi de «Il Cittadino» e della Camera del Lavoro.

A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

Inoltre, nel mese di maggio, il leader socialista Giacomo Matteotti, che in un suo discorso alla Camera aveva attaccato Mussolini e le sue squadre di picchiatori, venne barbaramente assassinato da un gruppo di “fedelissimi” del capo del governo. Il delitto Matteotti scosse la coscienza del paese, ma nonostante ciò, il 3 gennaio 1925, Mussolini si presentò alla Camera e si assunse in prima persona la responsabilità dell’uccisione di Matteotti.

Santino Lissoni aveva quindici anni, nel 1940, quando l’Italia venne trascinata in una guerra inutile e sciagurata dal fascismo, che "aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani”.

In quell’anno Santino inizia la sua attività lavorativa, come apprendista, presso la tipografia Mariani. Frequenta il centro sportivo della Pro Lissone. Il “salone” di Via Dante, in perfetta linea con i principi fascisti del culto del corpo e dell'esercizio fisico, era un punto di riferimento per i giovani lissonesi. Tra gli amici di Santino vi è “Gianni”, Gianfranco De Capitani da Vimercate, a cui è particolarmente legato e con il quale partecipa a diverse gare di corsa campestre.

Nel 1943 la classe 1925 e’ chiamata alla visita militare. Era tradizione che i coscritti, non avendo i soldi per fare dei manifesti, scrivessero sui muri del paese frasi inneggianti alla classe di appartenenza. I lissonesi vi ritrovavano così altre scritte che non fossero quelle di regime con le massime del duce. I coscritti del ’25, nottetempo, scrivono con la calce sui muri della città “W la classe della marmellata” (in periodo di razionamento dei generi alimentari, la marmellata era concessa fino ai ragazzi di età inferiore ai 18 anni) e W la “mica fresca” (mica in dialetto sta per pane).

La notizia in parte distorta arriva a Radio Londra, molto ascoltata in Italia, anche se il regime ne proibisce l’ascolto pena l’arresto e il sequestro dell’apparecchio radio. Durante una delle famose trasmissioni rivolte all’Italia viene trasmessa la notizia che a Lissone vi era stata una “protesta del pane”. E’ anche vero che la fame era tanta soprattutto per dei giovani prestanti frequentatori della palestra della Pro Lissone.

Santino entra in contatto con un gruppo di antifascisti lissonesi che si ritrovano presso la Trattoria con alloggio Ronzoni (nella curt di Gergnit). 

 Domenica 27 Febbraio 1944, Santino e l’amico Gianfranco con altri giovani della Pro Lissone, si ritrovano in stazione e in treno arrivano ad Albate, per partecipare ad una corsa campestre.  E’ una bella giornata di sole, anche se il paesaggio e’ imbiancato per una recente nevicata. Sarà questa l’ultima domenica di libertà per Gianfranco De Capitani da Vimercate, antifascista e renitente alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale italiana di Mussolini: Gianfranco viene arrestato, trasportato in Germania dove morirà, dopo pochi mesi, nel lager nazista di Ebensee.

L’arresto del suo amico del cuore è un grave colpo per Santino. Nonostante ciò, diventato ormai un abile tipografo, dà il suo contributo agli antifascisti del circondario di Lissone nella stampa di volantini e giornali di propaganda contro il regime: spesso, nottetempo, viene trasportato in auto, bendato, in stamperie clandestine della zona (precauzione operata dagli antifascisti che operano in clandestinità, per evitare, in caso di arresto di uno dei membri, che venga scoperta la stamperia).

Intanto anche a Lissone, il 15 maggio 1944, si costituì il CLN lissonese i cui compiti principali erano la preparazione e il coordinamento delle azioni di disturbo al nemico, l’aiuto alle vittime del fascismo.

Il gruppo comunista fu il primo in paese a organizzarsi per la lotta clandestina formando le SAP, comprendenti volontari lavoratori con un capo responsabile e affiancate dal Comitato di agitazione e propaganda, da cellule nei vari stabilimenti, dalle Donne Patriote, che diedero così valido aiuto alla causa, il tutto sotto controllo di un commissario politico. In quel periodo a Monza, nel corso di un'azione di raccolta di armi, il socialista Davide Guarenti, che aveva abitato a Lissone per alcuni anni svolgendo l’attività di vigile urbano, venne arrestato con altri attivi antifascisti e portato nel campo di concentramento di Fossoli, dove venne fucilato il 12 luglio.

Alle violenze tedesche si sommavano le ancora peggiori violenze perpetrate dalle varie polizie fasciste che la Repubblica di Salò aveva regalato al padrone nazista per i più bassi servizi.

Intanto gli inviti ai renitenti alla leva si erano fatti pressanti. Su ordine del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), l’11 giugno 1944, a Lissone, una squadra delle SAP portò a compimento un attentato: due fascisti vennero fatti oggetto di lancio di bombe a mano; uno morì immediatamente, l'altro dopo qualche giorno. Vennero arrestati quattro patrioti lissonesi: Pierino Erba e Carlo Parravicini, che furono fucilati in piazza a Lissone, Remo Chiusi e Mario Somaschini, che subirono la stessa sorte il giorno dopo in Villa Reale a Monza. Negli stessi giorni fu pure arrestato Giuseppe Parravicini, sindacalista comunista, che, incarcerato a San Vittore e processato, fu deportato ad Auschwitz, da dove riuscì a tornare; debilitato nel fisico, parteciperà comunque come membro del CLN lissonese alle ultime fasi della Liberazione.

Santino allora decise allontanarsi da Lissone e con mezzi di fortuna raggiunse l’Italia centrale già liberata dagli Alleati. Da un suo racconto: «Mi è capitato anche di correre per un giorno intero, rifocillato da qualche contadino: allora ero allenato!» L’ultima notte, prima di superare la linea del fronte, stremato trova rifugio presso un cascinale e trascorre la notte nascosto in una buca sotto del fieno. All'alba, viene risvegliato da colpi di mortaio.

Si unisce ai soldati del Corpo Italiano di Liberazione “l’Esercito del Sud” a fianco degli Alleati.

Arriva il 25 aprile, l’Italia è liberata: finisce la guerra in Italia con la sconfitta tedesca e la fine definitiva del regime fascista.

Dopo qualche giorno Santino ritorna a Lissone e subito riprende il lavoro in tipografia: grande fu la sua gioia per aver contribuito a stampare il manifesto, affisso nelle vie di Lissone, che annunciava la grande manifestazione del I maggio 1945, la prima festa del lavoro nell’Italia finalmente libera.

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale Santino si impegnò nella vita politica locale, pur attraversando momenti di amarezza perché non vedeva realizzarsi quegli ideali per cui tanti giovani avevano lottato. Diventò anche consigliere comunale, tra i banchi dell’opposizione.

Santino Lissoni, non dimenticando l’amico morto in un lager nazista, si prodigò per fare intitolare un luogo di Lissone a Gianfranco De Capitani da Vimercate.

Nel gennaio 2007, L’ANPI di Lissone gli consegnò la tessera ad honorem dell’associazione.

 

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anno scolastico 1940 - 1941

10 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

vissuto sui banchi di una scuola elementare di Lissone.



Quando il 16 ottobre 1940 inizia l’anno scolastico, da quattro mesi i nazisti hanno occupato Parigi.
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Il maresciallo Petain, dopo il crollo dell’esercito francese, ha firmato l’armistizio con i tedeschi. Pochi giorni dopo, l’anziano militare veniva nominato presidente della Repubblica di Vichy, istituita come governo collaborazionista della Germania. Dall’Inghilterra il generale De Gaulle annunciava alla popolazione francese attraverso la radio: “Qualunque cosa succeda la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi e non si spegnerà”.

Quando i tedeschi erano a pochi chilometri da Parigi, il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini aveva annunciato di aver dichiarato guerra alle “democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente” e iniziava l’offensiva italiana sulle Alpi che costava all’Italia notevoli perdite e fruttava ben poco in termini di territorio conquistato. “Una pugnalata alle spalle” che costringeva la Francia a chiedere l’armistizio all’Italia.

A Lissone, le classi delle scuole elementari sono composte mediamente da cinquanta alunni.
Nella scuola della frazione Santa Margherita, classificata come scuola rurale, la cerimonia di apertura viene così descritta: «gli alunni, inquadrati, si recano con i loro insegnanti alla chiesa della vicina frazione Bareggia. Poi inquadrati davanti al monumento ai Caduti, rispondono al saluto al Re, al Duce e all’appello ai Caduti».
quaderno scuola rurale

Il 28 ottobre, nell’anniversario della Marcia su Roma, il Duce del fascismo ordinava l’inizio delle operazioni belliche contro la Grecia.


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Quest’anno l’Italia è in guerra e il 4 novembre è giorno di scuola. Un maestro
«ne approfitto per commemorare la giornata che ricorda la più strepitosa vittoria italiana, ricordando gli eoi che seppero dare la vita per la grandezza dell’Italia e invitando gli scolari a saperli imitare, se la difesa della nostra patria lo richiedesse». E un’altro insegnante della scuola elementare di Santa Margherita «infioriamo il quadro del Milite Ignoto, soldato nel quale la Patria ha esaltato tutti i suoi Eroi» e «vorrei proporre al Sig. Direttore che si intitoli l’aula ad uno dei Caduti della frazione».

7 novembre 1940: Il Federale di Milano visita gli stabilimenti industriali di Lissone.
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Scrive il maestro sul “Giornale della classe”: «Da parecchi giorni avevo invitato i miei scolari a prepararsi la divisa e infatti per le ore 14 ho potuto averne un bel numero in perfetta divisa di balilla. Alle 14,15 noi eravamo schierati di fronte alla Casa del Fascio ad attendere il capo del partito della Provincia.
Lissone ex casa del fascio
Appena arrivato gli furono presentate tutte le Autorità locali quindi, presa la bicicletta, si diresse a visitare gli stabilimenti. I balilla rimasero un po’ mortificati perché il federale non li passò in rassegna e quindi non tutti lo poterono vedere
».


Lissone municipio anni 4018 novembre 1940: «Oggi ho avuto un’altra grande soddisfazione perché ho potuto completare il pagamento delle tessere di balilla. Ho insistito molto per far portare i soldi ma sono riuscito nel mio intento. Ho anche ricordato l’anniversario delle inique sanzioni col dimostrare il perfido desiderio dei nostri nemici, specialmente della Francia e dell’Inghilterra di affamarci ed impedirci così di conquistare un posto al sole. Alle ore 10 poi, accompagnai tutti i balilla in divisa delle classi terze, quarte e quinte nel cortile del Municipio, dove sta murata la lapide ricordo, per la cerimonia commemorativa».


umberto di savoiaIl 13 dicembre 1940 arriva a Lissone nientemeno che Sua Altezza Reale il Principe di Piemonte, Umberto di Savoia, per visitare le caserme del paese.

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Il direttore ordina di sospendere le lezioni alle ore 12
«per consentire agli scolari di ritornare in divisa alle scuole Vittorio Veneto per le ore 13,30». Inquadrati vengono condotti davanti alla caserma principale, in via Besozzi, dove vengono schierati. La giornata non è particolarmente fredda, ma «il dover rimanere immobili per due ore non era particolarmente simpatico». Finalmente alle ore 16 il Principe arriva. «La lunga attesa li ha stancati un po’ ma quando il Principe li passò in rivista seppero stare sull’attenti come altrettanti soldati. Nei loro occhi si leggeva la gioia grande di aver visto da vicino un così nobile personaggio e il sacrificio della lunga attesa era completamente dimenticato».

principe Umberto Lissone 1940 b

principe Umberto Lissone 1940

principe Umberto Lissone 1940 a

 

Si avvicina il Natale ma a scuola si fanno prove di incursione aerea. Il 20 dicembre «al segnale d’allarme, dato dal Sig. Direttore con 3 suoni di fischietto, tutte le classi, secondo gli ordini impartiti, in silenzio sono scesi nel sotterraneo e là sono rimaste fino al segnale del cessato allarme dato con un suono prolungato di fischietto».

Le vacanze natalizie sono ridotte a tre giorni: il 24, 25 e 26 dicembre. Il 27 si ritorna a scuola: «per le eccezionali condizioni della nostra Patria, non si deve parlare di vacanza». Un altro maestro annota nel “Giornale della classe”: «le lunghe vacanze natalizie dovrebbero essere tolte anche negli anni venturi poiché lo studio ne trae maggior vantaggio».

8 gennaio 1941: «ricorre il genetliaco di S.M. la Regina Imperatrice. Immustro la figura nobile e magnanima della nostra Regina. Illustro poi le mplteplici attività della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e il largo contributo che ha dato nella guerra per la conquista dell’Impero, nella Spagna, in Albania e nell’attuale conflitto».


La guerra costa e allora si chiedono ulteriori sacrifici alle famiglie. Una circolare del segretario del Fascio di Lissone invita gli scolari ad essere generosi verso i soldati in guerra; in una quinta maschile
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Nelle classi femminili si procede alla raccolta di indumenti di lana per i militari. La maestra scrive: «nessuna delle mie scolare è in condizioni finanziarie tali da poter offrire neppure un capo di lana. Invito quindi le scolare ad offrire qualche lira per poter comperare della lana e confezionare poi con essa qualche paio di calze». È da sottolineare che in una pagina del “Giornale della classe”, di fianco al nome e ai dati anagrafici di ogni scolaro, vi era uno spazio in cui veniva indicata la condizione economica della famiglia!

E in un’altra quinta femminile: «con le mie alunne felicissime ho preparato il pacco con gli indumenti e altri oggetti destinati ai combattenti, che nel pomeriggio verrà portato al fascio. Contiene 12 paia di calze di lana, 9 paia di guanti, 1 passamontagna, molte buste con fogli di carta da lettera, biglietti postali, cioccolato, sigarette. Non mi aspettavo tanto! ».

Nelle classi femminili si procede alla raccolta di indumenti di lana per i militari. La maestra scrive: «nessuna delle mie scolare è in condizioni finanziarie tali da poter offrire neppure un capo di lana. Invito quindi le scolare ad offrire qualche lira per poter comperare della lana e confezionare poi con essa qualche paio di calze». È da sottolineare che in una pagina del “Giornale della classe”, di fianco al nome e ai dati anagrafici di ogni scolaro, vi era uno spazio in cui veniva indicata la condizione economica della famiglia!

E in un’altra quinta femminile: «con le mie alunne felicissime ho preparato il pacco con gli indumenti e altri oggetti destinati ai combattenti, che nel pomeriggio verrà portato al fascio. Contiene 12 paia di calze di lana, 9 paia di guanti, 1 passamontagna, molte buste con fogli di carta da lettera, biglietti postali, cioccolato, sigarette. Non mi aspettavo tanto! ».

 

20 febbraio 1941:
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«
Anche alla Cascina Santa Margherita si sente l’eco della guerra. Tutti i bambini hanno parenti prossimi e lontani richiamati alle armi. Parlo del sacrificio compiuto dai nostri soldati e del dovere, da parte nostra, di collaborare alla buona riuscita delle armi. I bimbi devono, come quattro anni orsono, offrire i rottami di ferro che possono sembrare inutili. Come durante la guerra per la conquista dell’Impero, anche ora la Patria saprà trasformare i rottami in potenti armi contro il nemico. Siamo lieti di aver partecipato anche noi alla vittoria finale». Un incaricato della Gioventù Italiana del Littorio ritira 50 chilogrammi di rottami offerti alla patria dagli alunni di Santa Margherita.
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E nel primo anno di guerra, per ricordare l’anniversario della Fondazione dei Fasci di combattimento (furono fondati il 23 marzo 1919 a Milano in Piazza San Sepolcro) un grande avvenimento per la scuola lissonese: «inaugurazione del gagliardetto dei Balilla e delle Piccole Italiane, che è intitolato a Giulio Venini, un caduto del fronte greco-albanese, proposto per la medaglia d’oro, già figlio di una Medaglia d’oro della Grande Guerra».

Dato il susseguirsi degli avvenimenti bellici, un maestro decide di dedicare il lunedì di ogni settimana per raccontare agli scolari quanto sta accadendo sui vari fronti.
K aprile 1941 Bengasi yugoslavia epiro macedonia 

4 aprile 1941: «Oggi ho dato la notizia ai miei scolari della riconquista di Bengasi».

7 aprile 1941: «Spiego ai miei alunni la ragione per cui l’Italia e la Germania hanno iniziato la guerra contro la Jugoslavia».

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21 aprile 1941: «
Commemoro la fondazione di Roma e la festa del lavoro. Inoltre do notizia della caduta della Jugoslavia che si è arresa».

24 aprile 1941: «Comunico ai miei scolari la notizia che le Armate dell’Epiro e della Macedonia sono capitolate».

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I soldati che sono impiegati in Albania hanno risposto alle lettere inviate dalle bambine di quinta. 

Una in particolare «è veramente interessante: un Alpino racconta un poco le vicende gloriose di laggiù».

21 aprile 1941: «Per commemorare il Natale di Roma e la festa del Lavoro, ascoltiamo una trasmissione organizzata dall’Ente Radio Rurale». Ciò è stato possibile grazie all’apparecchio radiomicrogrammofonico donato dall’Egr. Podestà Cav. Angelo Cagnola.

E per il 9 maggio, anniversario della fondazione dell’impero, il maestro scrive: «ricordo alla scolaresca la rapida e gloriosa conquista dell’Etiopia, inutilmente ostacolata dall’Inghilterra. In questo momento in cui si accende sempre più la speranza di una emancipazione del Mar Mediterraneo dal dominio britannico e si consolida la nostra fiducia nella vittoria finale e nel rafforzamento del potere italiano nell’Africa Orientale italiana, volgiamo ai nostri soldati, che in quelle terre combattono per la gloria d’Italia, il nostro affettuoso saluto ed il nostro ringraziamento».

In realtà in Africa gli inglesi erano passati al contrattacco, dilagando in tutti i possedimenti orientali italiani, Etiopia, Somalia, Eritrea, tanto che, dall’aprile 1941, il negus era ritornato trionfalmente ad Addis Abeba.

La scuola sta per finire. Come lo scorso anno termina il 15 maggio e non ci saranno gli esami di terza e di quinta. Gli alunni verranno giudicati solo attraverso lo scrutinio. Scrive sul “Giornale della classe” una maestra di quinta femminile: «Dedico questi ultimi giorni di scuola a lezioni di igiene ed economia domestica, che riusciranno certo tanto utili a queste donnine, molte delle quali lasceranno fra poco definitivamente la scuola».


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pagine del programma didattico di una V classe femminile
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