Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Lo sterminio nazista degli zingari

27 Janvier 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

In occasione della Giornata della Memoria vogliamo ricordare l'olocausto degli zingari.

A forza di essere vento

 controllo di polizia Baviera 1930

Gli Zingari durante la Seconda guerra mondiale ebbero una sorte simile a quella degli Ebrei, dei prigionieri politici e degli omosessuali.


 

rom arrestati verso Auschwitz

Essi furono perseguitati dai nazisti e rinchiusi nei campi di sterminio, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, condannati ai lavori forzati, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori. Cinquecentomila zingari morirono nei campi di concentramento, solo nel "Zigeunerlager", il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l'agosto 1944 oltre ventimila tra rom e sinti vennero uccisi.

 

Malgrado ciò nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga. Infine, quando in Germania alcuni sopravvissuti si decisero a chiedere un risarcimento, questo fu loro negato con il pretesto che le persecuzioni subite non erano motivate da ragioni razziali ma dalla loro "asocialità" (caratteristica che i nazisti attribuivano a ragioni biologiche e che quindi li destinava ad una "soluzione finale" al pari degli Ebrei).

 

Dall'oblio oggi riemergono le testimonianze e la documentazione storica di questo "olocausto dimenticato". La casa editrice A di Milano ha pubblicato un doppio DVD intitolato "A forza di essere vento".

Il lavoro, prodotto in ricordo di Fabrizio De Andrè, che fu amico dei nomadi ed ai quali dedicò una canzone-poesia, è costituito da una ricca documentazione audiovisiva (6 documentari per una durata complessiva di circa due ore e mezza): interviste a due Zingari internati ad Auschwitz-Birkenau, uno spettacolo di Moni Ovadia con i musicisti Rom rumeni Taraf da Metropulitana, un filmato dell'Opera Nomadi dal titolo "Porrajmos" (la "Shoà" zingara), una serata multimediale tenutasi alla Camera del Lavoro di Milano ed una illuminante intervista di Marcello Pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea sulla storia dello Zigeunerlager.

 

Il rapporto tra le vicende del popolo zingaro e del popolo ebraico trova un significativo riconoscimento nel coinvolgimento dell'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in tre dei sei documentari e dimostra una reciproca attenzione: gli Zingari, come gli Ebrei, hanno forgiato la propria identità nella diaspora, attraverso l'incontro con le altre nazioni. Oggi entrambe le comunità si debbono confrontare con una società omologante, lontana dai valori tradizionali e da modelli di vita che la gente condivideva in passato, una società che pone in modo drammatico le minoranze di fronte al pericolo dell'estinzione culturale, un rischio che può e deve essere efficacemente contrastato attraverso il recupero e la valorizzazione dell'identità fondata sulla memoria.

 

"A forza di essere vento" è quindi un'opera preziosa, di quelle che aiutano a non dimenticare il passato ed a non abbassare la guardia di fronte al pericolo di risorgenti sentimenti di intolleranza e di nazionalismo xenofobo.

 
foto tratte da
Opera nomadi 

 

 

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«Vent'anni»

31 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Patrioti III

"Siamo nati ch
e la «grande guerra» era appena finita. Nei racconti di nostro padre c'era ancora un' eco molto viva di quella lotta. Grandi cimiteri - tante croci in fila - accoglievano nel loro silenzio i morti di quelle battaglie, e anche nel cuore dei reduci c'era forse una croce, ma inestinguibile segno di quell' esperienza. A noi, bambini, sembrava che negli uomini che «l’avevano fatta», fosse come una sottile disperazione, qualcosa di esaltante e di profondamente triste. Eravamo bambini e trionfò il fascismo. Ci dissero che il fascismo voleva il bene della Patria, anzi che fascismo e Patria erano la stessa cosa, che le rinunce alle quali eravamo soggetti dovevano essere sopportate per il bene di tutti, perché l'Italia fosse grande e potente. Ma ci accorgemmo che il fascismo era una certa cosa e la Patria un'altra, i sacrifici li faceva il popolo ma non i capi, che sulla nostra buona fede si speculava. Fummo battezzati fascisti nascendo, ma in realtà noi giovani eravamo dei miscredenti. Ed eravamo anche tanto infelici.

Ci furono altre guerre, altri uomini caddero. E fummo gettati in questa che ancor continua, lunga e terribile. Cadde il fascismo, poi l'armistizio, la fuga del re, i tedeschi, la Repubblica, caddero tante illusioni. Il Paese in rovina, le coscienze esasperate nella ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi, il domani incerto nebuloso. Sorsero i partigiani: e fu una aperta ribellione contro il mondo, contro uomini, contro idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di 45 milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciarono la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l'amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent'anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga - agli uomini di vent'anni già vecchi - quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza".

 

Editoriale del terzo numero del giornale “PATRIOTI” dell’aprile 1945, scritto da Enzo Biagi, dopo la liberazione di Bologna. Enzo Biagi è stato partigiano per quattordici mesi con il nome di battaglia “il Giornalista”.

 

Tratto da “I quattordici mesi. La mia Resistenza” di Enzo Biagi – Rizzoli Editore - novembre 2009

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il contributo del CLN di Lissone alla rinascita del paese dopo la Liberazione

24 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

A Lissone il Comitato di Liberazione Nazionale si riunì clandestinamente per l'ultima volta la sera tra il 24 e il 25 aprile 1945. La mattina successiva, emesso il proclama della Liberazione, si insediò come autorità riconosciuta insieme all'Amministrazione comunale scaturita dal Comitato stesso: il paese era controllato dagli insorti e due giorni dopo il commissario prefettizio Ruffini consegnò formalmente l'ufficio e l'amministrazione comunale al nuovo sindaco, Angelo Arosio. La ritirata dei nazisti avvenne lo stesso 27 aprile e, senza incidenti, una colonna motorizzata di circa duemila uomini attraversò le vie del paese. Ma la consapevolezza che la guerra era realmente finita si ebbe solo due giorni più tardi, il 29 aprile, quando la piazza centrale (ribattezzata piazza Libertà) gremita di folla accolse con una ovazione il passaggio di alcuni carri armati americani Sherman, salutati anche dalle autorità cittadine civili e religiose che avevano preso posto sulla balconata della Casa del popolo (l'ex Casa del fascio).
 

E in piazza Libertà, il l° maggio 1945, si svolse dopo anni una imponente festa del lavoro, alla quale parteciparono in sfilata le formazioni partigiane, i rappresentanti dei ricostituiti sindacati e dei partiti politici.

 

Il 3 maggio 1945, nella residenza comunale, il Comitato di liberazione nazionale insediò la nuova Giunta municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista" e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Carnnasio (Dc) all' annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente.

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Lissone aprì una grande sottoscrizione per garantire l'assistenza ai più poveri; i fondi verranno gestiti ed erogati da una speciale Commissione finanziaria che, oltre dell'assistenza si occuperà anche di sostenere l'ospedale della carità, il patronato scolastico, la scuola professionale di disegno, l' Associazione mutilati e invalidi di guerra e l'Associazione reduci e la Conferenza di San Vincenzo.

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di notevoli proporzioni. Si pensi che solo le spese sostenute dall' Amministrazione comunale di Lissone durante il periodo di occupazione germanica ammontarono a L 214.893.40. Comunque gli USA, una volta vinta la guerra, furono l'unica potenza in condizioni di prosperità di fronte ad un'Europa terribilmente impoverita e devastata. Perciò, con il preciso scopo di combattere l'influenza sovietica e mostrare agli europei il volto del loro possente capitalismo, gli americani programmarono notevoli aiuti ai paesi europei. Uno strumento importante sorto nel novembre 1943 a Washinghton con il fine di pianificare l'aiuto per la ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, fu l'United Nation Relief and Rehabilitation administration (UNRRA), formalmente sotto il controllo ONU, ma di fatto frutto dell'intervento economico degli USA. Furono messi a disposizione capitali, materiali e generi alimentari.

A Lissone il problema dell'assistenza aveva determinato la nascita nel dicembre del 1945 del Comitato comunale per l'assistenza post-bellica con lo scopo di favorire la distribuzione di vestiario e generi alimentari, mentre il 9 gennaio 1946 il comune fu incluso nel piano di distribuzione viveri e prodotti tessili del comitato provinciale UNRRA. A tal proposito nello stesso anno si formò il comitato comunale di assistenza UNRRA e nacquero contemporaneamente quattro centri di assistenza, ubicati presso la scuola materna comunale di via G. Marconi, l'asilo infantile Maria Bambina di via Origo, la mensa materna ONMI di via Fiume e lo spaccio comunale ECA di piazza Libertà.

In definitiva nel luglio del 1946 erano assistiti tramite refezione gratuita e distribuzione di generi in natura circa 540 minori e 120 madri, anche se i bisognosi ammontavano in tutto a 900 persone.

 

L'iniziativa del CLN per lo sviluppo dell'edilizia economica

La guerra e le sue distruzioni avevano determinato una rarefazione di locali di abitazione e la stasi dell'attività edilizia, imputabile alle condizioni di sicurezza, ai divieti di nuove costruzioni e all'aumento del prezzo dei materiali. Il tutto era stato ampliato ulteriormente dalla più generale crisi degli alloggi che interessava direttamente l'Italia.

La crisi venne avvertita particolarmente a Lissone dove, come era già accaduto nel corso degli anni Venti e Trenta, l'edilizia privata si rivelò incapace di rispondere alle esigenze della popolazione economicamente più povera.

  
D' altra parte, la guerra non fece che peggiorare le cose nonostante non si registrassero distruzioni belliche, la grossa borgata della Brianza, accusava una mancanza di alloggi, dovuta principalmente all'incremento della popolazione locale e all'emergenza sfollati, molti dei quali non potevano più far ritorno nella città di provenienza o addirittura avevano trovato in paese occupazione stabile. La mancanza di abitazioni fece lievitare presto il prezzo degli affitti, mentre cominciarono a registrarsi numerosi casi di sfratto.

Nel corso del 1945 nacque la Commissione tecnico - finanziaria per la costruzione delle case popolari, formata dai rappresentanti delle più importanti realtà produttive locali come l'Incisa, l'Alecta, il Mollificio Cagnola e dell' artigianato a cui si aggiunsero i delegati dell' Associazione combattenti e della Camera del lavoro. La Commissione aveva il preciso scopo di far sorgere un quartiere popolare, per cui si dedicò inizialmente alla ricerca del terreno più adatto e al «sensato finanziamento dell'impresa economica». Contemporaneamente indisse un concorso indirizzato ai tecnici della zona che portò alla realizzazione di numerosi progetti, tra i quali si segnalarono quelli di Enrico Mola e Ferdinando Caiani.

Nonostante le buone intenzioni, mancavano i fondi e fu solo il diretto intervento del CLN, avvenuto nel corso del 1946, a permettere la costruzione del primo complesso di tipo popolare. Si trattava di un caseggiato, di quattro piani posto in via Francesco Ferrucci angolo via XX Settembre su terreno di proprietà del Comune.

La cifra necessaria era stata raggiunta grazie ad una pubblica sottoscrizione indetta dal CLN nel 1946 che fruttò L. 6.032.786, raccolte soprattutto tra i più facoltosi cittadini. Nell'ambito del progetto, venne definitivamente abbandonato il modello tradizionale di casa economica, giudicato poco adeguato a risolvere la crisi degli alloggi, costituito da due piani fuori terra con cucinette e stanze di soggiorno al piano terreno e camera da letto al piano superiore, con scala esterna, caratteristica delle case rurali italiane.

A Lissone, la stanza di soggiorno nelle uniche case popolari realizzate da privati era generalmente sostituita dalla tradizionale bottega del falegname, motivo per cui sembrava più opportuno mantenere il modello tradizionale, anche se alla fine a decidere fu il minor costo unitario, che favoriva la preferenza per il grande caseggiato tipo caserma, a quattro o più piani fuori terra.

L'iniziativa del CLN supportata con forza dal Comune aveva avuto il merito di dare inizio allo sviluppo dell'edilizia economica nel capoluogo; infatti, ad essa seguì tutta una serie di progetti edilizi pubblici e privati destinati ad intensificarsi.

Bibliografia:
- Archivi Comunali
-  S. Missaglia, "Lissone racconta"

- Appunti di ricerca di Samuele Tieghi

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accadeva a Lissone durante la seconda guerra mondiale

20 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

I primi segni premonitori della guerra comparvero in Brianza durante gli anni Trenta, accompagnati dalle numerose iniziative di protezione antiaerea dei vari comuni.

Anche il Comune di Lissone e la locale sezione dell'UNPA (Unione nazionale protezione antiaerea) si diedero da fare, organizzando il primo esperimento di protezione antiaerea sul territorio comunale nel 1933.

Dal “Giornale di classe” della classe V della scuola elementare "Vittorio Veneto" di Lissone nell’anno scolastico 1940-1941

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f1 20 dic 1940 prova per incursione aerea
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Al timore dei bombardamenti si aggiunse subito la paura di attacchi con gas tossici per questo il Comune provvide nel 1938 ad acquistare maschere antigas, constatato che anche in altri paesi della Brianza era stato adottato il medesimo provvedimento. Fu così che tra l'erogazione di contributi per la colonia elioterapica
 
e per le cure marine e salsoiodiche, tra l'istituzione degli ormai noti premi di natalità

 

 

 e di nuzialità e le numerose altre iniziative «popolari» del podestà Cagnola, trovasse posto la delibera d'acquisto di trenta maschere antigas, la cui motivazione era quella di «volgarizzare l'uso della maschera antigas con esperimenti tra la cittadinanza, specie nelle scuole elemetari.


Dal “Giornale di classe” della classe V della scuola elementare di Lissone nell’anno scolastico 1939-1940

1939 e 7 dic antigas


In seguito, nel corso del 1939, comparvero nuovamente le tessere annonarie, mentre cominciavano a registrarsi fenomeni legati all'accaparramento dei generi alimentari e al razionamento della benzina.

Il controllo dei generi alimentari, che i lissonesi avevano già conosciuto durante la Grande Guerra, impose a tutti nuovi sacrifici. Divennero rapidamente rari i prodotti alimentari di prima necessità come il pane, gli articoli da minestra, i grassi, lo zucchero, la pasta, il riso, la farina di frumento, mentre il sapone e l'abbigliamento subirono, di lì a poco, la stessa sorte. Per avere un'idea di quello che stava accadendo, si pensi che negli ultimi mesi del 1940 il personale comunale cominciò a preparare 17.000 carte annonarie per il pane e i generi da minestra da distribuire l'anno successivo.

Seguirono le disposizioni prefettizie affinché non avesse più luogo l'illuminazione di gala dei pubblici edifici in nessuna delle ricorrenze nelle quali essa era disposta (18 maggio 1940). Insomma alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il futuro non offriva grandi speranze ad un Paese di circa 16.000 abitanti, dei quali quasi 15.000 concentrati nel capoluogo.

La guerra giunse il 10 giugno del 1940 e con essa arrivarono le prime direttive richieste dalla nuova condizione del Paese, alle quali Lissone si adeguò prima con l'adozione del razionamento e in seguito con la realizzazione dell'Ente comunale legna da ardere (novembre del 1941), finalizzato a disciplinare la distribuzione e i consumi in previsione dell'inverno. Contemporaneamente furono incoraggiati gli allevamenti domestici (pollame, conigli e piccioni) e nacquero i primi orti di guerra. Così il piazzale IV Novembre, posto di fronte alle scuole Vittorio Veneto, divenne un ampio campo di grano.

 

Lo stato di guerra aveva delle necessità inderogabili che prevedevano anche la raccolta dei metalli necessari alla produzione bellica.

 

Il comune nel giugno del 1941 provvide al censimento delle campane. Esso fu il primo passo verso la requisizione di tali oggetti nei confronti della quale il prevosto, don Angelo Gaffuri, mantenne un atteggiamento apparentemente neutrale. Il dissenso da parte del più importante prelato lissonese era in linea con la posizione assunta dalle autorità ecclesiastiche, che dovettero, loro malgrado, fornire i dati relativi al numero e al peso delle campane.

 

In base al censimento effettuato il 19 giugno 1941 si apprende che il numero di campane esistenti a Lissone era di nove campane di bronzo, poste sul campanile della chiesa del capoluogo, fabbricate nel 1926 per un peso complessivo di 11,506 quintali e di 5 campane di bronzo posizionate sul campanile della parrocchia della frazione Bareggia, fabbricate nel 1904 per un peso complessivo di un quintale. Nessuna campana era stata ritenuta di eccezionale pregio artistico o storico.

 

Cinque delle nove campane costituenti il concerto della chiesa prepositurale vennero infine requisite; ad esse si aggiunse anche la campana del vecchio campanile demolito con la Chiesa prepositurale nel 1933 e destinato all'erigenda chiesa dell'oratorio maschile.

Incaricata dell'asportazione fu la ditta Ottolina di Seregno; le campane asportate furono la 2a, la 3 a, la 5 a, la 7 a, la 9 a.

Per raggiungere il quantitativo di peso stabilito dalla requisizione si dovette consegnare anche una campana residuata dalla Chiesa vecchia e che si conservava perché destinata all'erigenda chiesa dell'Oratorio maschile. Il peso complessivo delle campane consegnate è stato di q.li 59,86 più kg. 95 di materiale in ferro (attacchi delle campane). Lasciò pessima impressione nei lissonesi il fatto che le campane aspor­tate furono lanciate dalla cella campanaria. La 2a e la 9 a si spezzarono.


Il concerto
delle nove campane era in la bemolle grave: era uno dei più grandi della diocesi raggiungendo il peso complessivo di oltre 115 quintali. Era stato fuso dalla fonderia Barigozzi ed era dedicato a Cristo Re. Il concerto, portato a Lissone il 10 ottobre 1926, era stato benedetto da Mons. Adolfo Pagani il giorno 17 ottobre 1927 ma non potè essere collocato sul campanile fino ai primi dell'ottobre dell'anno seguente. Per la fusione era stato usato in parte il bronzo delle tre campane maggiori che nel settembre precedente erano state calate dal vecchio campanile. Le campane vennero tutte donate da generosi cittadini.

Alla requisizione delle campane seguì, nel febbraio del 1942, la raccolta del rame che il Comune dispose sia ricevendo le denunce obbligatorie dei cittadini sia dando luogo alle operazioni di raccolta.

Ovviamente anche a Lissone aumentarono notevolmente le preoccupazioni e le ansie per gli arruolati, alimentate dalla pressoché totale mancanza di notizie sulla loro sorte.
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Come testimonianza, restano le molte cartoline dell'ufficio prigionieri della Croce rossa italiana indirizzate ai lissonesi per segnalare la presenza di compaesani nei campi di prigionia tedeschi e americani. Alle ricerche spesso partecipavano anche i programmi radiofonici dell'EIAR (Ente italiano audizioni radiofoniche), ma non sempre con esito positivo.
EIAR Radio Mosca prigionieri 

In compenso i vuoti provocati dagli assenti vennero presto colmati dall'afflusso sempre più consistente dei primi sfollati, soprattutto milanesi, diretti verso i comuni della Brianza. In paese, nel corso del conflitto, furono tantissime le famiglie che trovarono alloggio in seguito ai bombardamenti alleati su Milano.

Le prime persone giunsero proprio da lì nel gennaio del 1943, pochi mesi dopo il terribile attacco aereo del 24 ottobre;

 
va aggiunto che quello dello sfollamento da Milano, ma anche da Monza che registrò una diminuzione del 8,73% della popolazione, fu in ogni modo un fenomeno che continuò in tutta la Brianza sino al 1945. Tra i paesi maggiormente colpiti dall'esodo milanese troviamo Seregno con 6.510 sfollati, Carate Brianza con 6.000, Besana Brianza con 5.128.


Anche a Lissone venne preparato dal Comune un regolamento per la protezione antiaerea: 
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Lissone alla fine del 1944 giunse a contare circa 1.800 sfollati per la maggior parte provenienti da Milano. Non si dimentichi che la quantità di rifugiati che il comune poteva ospitare secondo la disponibilità di alloggi registrata nel 1938 era di 1.500 unità, per cui, sin dal dicembre 1942, le autorità si preoccuparono di rendere obbligatoria la denuncia degli alloggi e dei locali non usufruiti e adattabili ad abitazione. Molte famiglie cercarono di reperire ricoveri per i nuovi venuti, arrivando spesso ad ospitarli nei locali occupati da parenti e famigliari. Gli sfollati portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese e quando, nel marzo del 1943, sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale; ad essi parteciparono anche gli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell' Alecta (500 dipendenti), contribuendo attivamente alla crisi delle istituzioni che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

  

Lissone salutò la fine del Ventennio con manifestazioni spontanee di piazza, animate dalla comune speranza di pace, presto vanificata dal governo Badoglio.

 

Il telegramma inviato dal prefetto Uccelli ai podestà e ai commissari prefettizi della Provincia era estremamente chiaro: “Italiani, dopo l'appello di S.M. il Re e Imperatore degli italiani e il mio proclama, ognuno riprenderà il suo posto di lavoro e di responsabilità. Non è il momento di abbandonarsi a manifestazioni che non saranno tollerate. L'ora grave che volge impone ad ognuno serietà, disciplina patriottismo fatto di dedizione ai supremi interessi della Nazione. Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l'ordine di disperderli inesorabilmente”.

Ma l'atteggiamento del governo Badoglio, volto a non allarmare l'alleato tedesco, attenuò di poco le speranze che i lissonesi, come tutti gli italiani, riponevano in una pace immediata. Auspici presto frustrati dall' occupazione tedesca di buona parte della Penisola, seguita in settembre dalla nascita della Repubblica sociale italiana.

Da quel momento la guerra entrò direttamente nelle case dei lissonesi, attraverso gli avvisi alla popolazione controfirmati dall'ing. Aldo Varenna che l'undici agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini) aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per «diplomatici» motivi di salute.

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Si diffusero i bandi minacciosi del comando tedesco di stanza a Monza che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio,
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che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

Il re Vittorio Emanuele III, accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio, scomparve dai documenti ufficiali e addirittura dalla piazza principale che dal 3 marzo 1944 verrà intitolata ad Ettore Muti.

Nella nuova piazza, presso il palazzo Mussi tra il febbraio e il marzo del 1944 troverà alloggio anche un comando antiaereo tedesco che, con i militi della GNR alloggiati nei locali di palazzo Magatti in via Garibaldi, garantiva un controllo più capillare del paese volto in particolar modo a contrastare la Resistenza. La locale sezione della GNR, dipendente dal comando di Desio, verrà soppressa nel Novembre 1944; al suo posto resterà sino agli ultimi giorni di guerra un distaccamento di militi delle Brigate nere.

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Intanto al problema degli sfollati si aggiunse quello dei profughi delle terre occupate dagli alleati, anche loro bisognosi di ospitalità. I nuovi arrivati, che nel febbraio del 1945 superavano di poco le cento unità, vennero ospitati in buona parte nei locali della scuola elementare di via Aliprandi e presso alcuni privati, mentre nel cine-teatro Impero della Casa del fascio si organizzarono spettacoli per raccogliere gli aiuti necessari al loro sostentamento.

Nel dicembre del 1944 il numero degli sfollati ammontava a 1.738 persone. A maggio il numero era salito a 1.804.

Anche la locale sezione del Fascio repubblicano, nell'aprile 1944, intervenne nella questione costruendo il villaggio per sinistrati «Giuseppe Mazzini». Si trattava di tre baracche di legno di m. 30 di lunghezza e 7 di larghezza ciascuna, ognuna dotata di 4 appartamenti di tre locali e due di due. D'altra parte, stando alle parole del Commissario straordinario del fascio repubblicano: «E' ormai cosa arcinota che la crisi degli alloggi nel comune di Lissone ha assunto una forma vastissima, anche per il continuo affluire di italiani sinistrati per opera dei bombardamenti nemici e l'impossibilità di costruire case». Il terreno in questione, di proprietà del comune, si trovava nei pressi del cimitero e apparteneva all'Opera pia Riva (attuale via Leopardi).


Ma intanto il Comando Militare germanico si occupa anche dei piccioni viaggiatori: il 10 luglio 1944 invia la seguente comunicazione a tutti i podestà della provincia di Milano:

“In sostituzione delle precedenti disposizioni che prevedevano la consegna e l’abbattimento dei colombi viaggiatori, per mantenere in vita questi preziosi animali si dispone che a tutti i piccioni viaggiatori vengano tagliate le ali e che i proprietari e allevatori si notifichino ...”

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I bombardamenti ferivano le principali città dell'Italia settentrionale, ma non colpirono mai Lissone, fatta eccezione per un mitragliamento avvenuto nei pressi della stazione (novembre 1944), senza gravi conseguenze, al di là del comprensibile spavento dei presenti. Le condizioni della popolazione destavano sicuramente apprensioni maggiori, considerato che tra il 1944 e la primavera del 1945 nelle relazioni mensili sull'attività amministrativa e politica del Comune, le preoccupazioni del Commissario prefettizio erano più di natura sociale che politica. L'inquietudine delle locali autorità era generata specialmente dalla penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane. La distribuzione alimentare per la popolazione era garantita dai grossisti e dai dettaglianti posti sotto il controllo del Comune che gestiva l’ufficio tesseramento ma non impediva alla borsa nera di prosperare. Tra il novembre del '44 e il marzo del '45 la situazione si aggravò, in quanto vennero a mancare rispettivamente la farina gialla, il riso, i generi da minestra e il sapone, mentre tutti gli altri prodotti arrivavano con sensibile ritardo. Alla fame si aggiunse presto il freddo causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere.

A febbraio si toccò il punto più critico ben sottolineato dalle parole del commissario prefettizio Giovanni Ruffini: «Dei generi contingentati sono stati distribuiti solo il formaggio duro e molle. E' necessario provvedere se le disponibilità lo consentono a qualche distribuzione di carne bovina e conserva di pomodoro».

Giovanni Ruffini sostituì il 26 luglio del 1944 il funzionario milanese Eugenio Campo, che era restato al suo posto meno di un mese, e che era subentrato a sua volta all'ing. Aldo Varenna il 17 giugno.

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A tal proposito non si dimentichi che il giugno del 1944 fu il periodo più drammatico per gli abitanti del paese. In particolare il 16 vennero fucilati due dei quattro partigiani arrestati a Lissone il 15 giugno in seguito all'uccisione di due militi fascisti. Gli altri due partigiani catturati, furono fucilati il giorno seguente dietro la Villa Reale di Monza sede del comando delle SS.


In marzo venne istituita la quarta mensa di guerra ospitata in territorio comunale e se con la primavera giunse finalmente la Liberazione, di certo la fame resistette più dei tedeschi.

La guerra, d'altra parte, aveva avuto un costo umano ed economico di notevoli proporzioni. Si pensi che solo le spese sostenute dall'Amministrazione comunale durante il periodo di occupazione germanica ammontarono a L. 214.893,40 .


I lissonesi che furono prigionieri durante la seconda guerra mondiale furono 670.
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Bibliografia

- Documenti conservati negli Archivi Comunali

- S. Missaglia, Lissone racconta

- Appunti di Samuele Tieghi

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Movimento partigiano in Brianza: le forze in campo all’inizio del 1945

18 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'organizzazione e l'inquadramento del movimento partigiano in Brianza si avviarono nella primavera del '44: non fu un lavoro semplice e privo di rischi, ma in pochi mesi lo sviluppo delle adesioni, per certi aspetti persino sorprendente, rese possibile la costituzione di brigate su tutto il territorio della zona, e quindi della divisione Garibaldi Fiume Adda, del comando unificato Bassa Brianza, che facevano capo a Milano, della divisione Puecher, che operava soprattutto nella Brianza comasca e lecchese, e della divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza che dipendeva dal comando di Varese. E non è tutto, perché dovremmo tener conto anche della 2adivisione Brigate del popolo, della divisione .Fiamme verdi della Bergamasca, in cui era incorporata una brigata Adda e di altre formazioni che in un certo senso sfuggivano all'attenzione o al controllo dei comandi centrali.

Comunque, il quadro particolareggiato delle forze in campo in Brianza all'inizio del '45, si presentava così: la divisione Garibaldi Fiume Adda comprendeva le brigate 103a, 104a, 105a, e Livio Cesana, con distaccamenti a Vimercate, Concorezzo, Brugherio, Cavenago, Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Ornate, Ornago e Rossino. Con la Fiume Adda inoltre erano collegate la 52abrigata Garibaldi, con comando a Lentate e l'11abrigata Matteotti, che estendeva la sua presenza a Pioltello, Bussero, Cernusco, Carugate, Pessano, Brugherio e in qualche altro centro brianzolo. Ancora nella Brianza orientale operavano le Brigate del popolo 13a(Vimercate); 27a(Brugherio), 26a(Cernusco), 23a(Inzago), 36a(Carugate) e infine la brigata Regina Teodolinda (Concorezzo), squadre del Fronte della gioventù, soprattutto nel Vimercatese, e una brigata Ippocampo. A Monza c'erano i comandi della 150abrigata Garibaldi, della 181aGiustizia e Libertà, della 25aBrigata' del popolo e della brigata del Fronte della Gioventù. Nella Brianza centrale dominava la 176abrigata Garibaldi, con comando a Macherio, distaccamenti a Besana, Biassono, Carate, e squadre a Sovico, Albiate, Lesmo. A Seregno c'era il comando della 119aGaribaldi Di Vona, con distaccamenti a Desio, Meda, Muggiò e squadre a Cesano M., Varedo, Lissone, Nova e Bresso. La 119aera collegata con il comando unificato Bassa Brianza che comprendeva pure la 185abrigata Arienti, con squadre a Cesano, Seveso, Barlassina, Meda, Camnago e Lentate; la 2abrigata Mazzini (Cesano) e il raggruppamento brigate Matteotti. La 2adivisione Brigate del popolo comprendeva la 14a(Lissone), la 16a(Garbagnate), la 17a(Cinisello), la 25a(Monza), la 28a(Cantù). A Lissone operava anche una squadra Matteotti, a Carate il gruppo degli ex sindacalisti, bianchi, e a Macherio una brigata di « badogliani ». Dal comando di piazza Como-Lecco, incorporata nella divisione Puecher, «dipendeva la Brigata Livio Colzani, che aveva per epicentro il collegio Ballerini di Seregno; mentre dalla zona di Varese dipendeva la divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza».

È questo lo schieramento partigiano che fronteggiava tedeschi e repubblichini qualche mese prima dell'insurrezione: e ci sembra che l'elenco delle brigate sia impressionante anche nella sua fredda schematicità. Quanti uomini erano mobilitati? E com'erano armati? Diremo subito che l'armamento non era completo, ma sufficiente per il tipo di guerriglia che essi dovevano condurre. Per quanto riguarda gli uomini, la risposta è difficile. Cercheremo di avvicinarci con un calcolo approssimativo fatto sulla base di due documenti del comando piazza di Milano. Vogliamo avvertire che il risultato sarà comunque discutibile. Secondo il «piano insurrezionale per la città di Milano » del febbraio '45, le «Forze foranee (o della provincia)» erano costituite da circa 45 brigate (17 Garibaldi, 5 G.L., 9 Matteotti, 12 del Popolo, 2 Mazzini) e 13.240 uomini. Il riassunto della «Forza delle unità dipendenti dal Comando piazza al 25 aprile 1945, presentava questi dati per la provincia: Garibaldi: 26 brigate, 7916 partigiani; Matteotti: 13 brigate, 4065 partigiani; Mazzini: 3 brigate, 1443 partigiani; G.L.: 5 brigate, 1515 partigioni; BdP: 20 brigate, 4070 partigiani. Totale: 67 brigate, 19.009 partigiani ». La media per brigata, come risulta dai due riassunti, nel Milanese era di circa 290/280 uomini. Prendendo in considerazione queste cifre ufficiali nel valutare la forza della Brianza, naturalmente tenendo conto di brigate meno «robuste» (240/250 uomini), possiamo trovarci di fronte a questi risultati: 12 brigate Garibaldi, 6 Matteotti, 10 del Popolo, 3 del Fronte della gioventù; 1 Ippocarnpo, 1 G.L., 1 Mazzini. Totale: 34 brigate, 8160/ 8500 uomini. Erano queste, più o meno, le forze partigiane organizzate alla vigilia dell'insurrezione.

 

Bibliografia:

Emilio Diligenti, Alfredo Pozzi “La Brianza in un secolo di storia d'Italia (1848-1945)” - Teti (Milano) 1980

Pietro Arienti “La Resistenza in Brianza 1943-1945” – Bellavite (Missaglia) 2006
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La nascita delle SAP garibaldine

10 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

A differenza dei Gap, concepiti come braccio armato del partito e formati esclusivamente da comunisti, le Sap (Squadre di Azione Patriottica) nascono e si svilupperanno come milizia nazionale le cui file sono aperte a tutti coloro che, indipendentemente dalla loro fede politica, vogliono battersi armi alla mano non per l'avvento del comunismo, ma per la sconfitta del nazifascismo e per la creazione di una libera democrazia. Il Sappista è un elemento legale, lavora nel suo mestiere nella sua professione, agisce quando è chiamato. Egli si vede con i suoi compagni di nucleo discute con loro i problemi politici, studia l’azione da svolgere, cura i particolari della parte a lui assegnata, si esercita in attività preparatorie, si attrezza per la lotta finale.

A differenza del gappista, che ha abbandonato lavoro e famiglia, vive nella clandestinità più assoluta ed è impegnato in azioni di tipo terroristico, il sappista continua (salvo essere scoperto) la sua vita familiare e lavorativa e viene gradualmente addestrato alla lotta con una serie di azioni che vanno da quelle di minor rischio, come il lancio di manifestini, a quelle più complesse, come i disarmi o gli attacchi a piccoli posti di blocco.

Ma il vero obiettivo della loro creazione è la preparazione di quel vasto movimento che costituirà «il tessuto connettivo occorrente a tenere insieme, a mobilitare tutte le masse italiane nell'atto finale dell'insurrezione».

Il padre delle Sap è un funzionario di banca, Italo Busetto.

Le squadre di difesa nelle fabbriche ideate dal Partito comunista all'inizio dell'anno, avevano mostrato durante lo sciopero di marzo i loro limiti di preparazione, di organizzazione e di ristrettezza di obiettivi. Era impellente a questo punto per il decollo dell'attività di ribellione nella pianura, sviluppare se esisteva quella volontà di battersi che non poteva essere lasciata solo ai Gap o alla montagna ma che andava coltivata e diffusa anche fra gli operai, fra gli aderenti al partito e fra i sempre più numerosi renitenti alla leva che vivevano nelle città. Il primo che riflette sull'errata impostazione delle squadre di difesa di fabbrica e sull'isolamento dei gruppi nei paesi è Italo Busetto.

Italo Busetto nasce a Napoli il 31 gennaio 1915 da una famiglia di intellettuali. Compiuti brillantemente gli studi superiori, ad appena vent'anni si laurea in giurisprudenza.

Come per molti altri giovani, la guerra è la tappa finale della maturazione culturale e politica di Busetto, che nel frattempo ha trovato impiego in banca prima a Padova, poi a Milano.

Allievo ufficiale durante il servizio militare nel 1935, viene richiamato nel 1940: è inviato a Tobruk e poi sul fronte greco-albanese. Busetto tocca con mano l'insipienza degli alti comandi e la tragedia di una guerra scatenata senza nemmeno avere i mezzi per condurla. Ottenuto il congedo e, ai primi del 1943, torna in banca a Milano a fare il funzionario.

Durante i 45 giorni di Badoglio, prende contatto con diversi antifascisti e si iscrive al partito comunista. Con il nome di battaglia «Franco», inizialmente ebbe l'incarico di tenere i collegamenti con gli intellettuali ma il suo spirito critico andò ben oltre questo compito. Osserva la struttura delle squadre di difesa e dei gruppi nelle città, rileva l'isolamento delle formazioni

Evidenzia la mancanza di un legame con gli organismi centrali e di riferimenti, se non quelli di fabbrica e di paese, da cui però bisogna sganciarsi per avere un coordinamento strategico unico che dia direttive per la lotta. Prospetta come soluzione l'invio dei migliori quadri di partito nei vari settori territoriali affinché organizzino soprattutto militarmente i vari nuclei. Individua il serbatoio di potenziali partigiani costituito dai renitenti che si sono nascosti nei cascinotti e nelle boscaglie delle campagne.

Propone allora la costituzione delle Squadre armate partigiane, basate su squadre urbane di soli quattro uomini più un caposquadra, perchè in città troppa gente viene notata; nei paesi si devono formare tre nuclei di cinque uomini e il caposquadra più carismatico deve comandare. Le squadre si raggrupperanno in distaccamenti idealmente di 45-50 uomini; cinque o sei distaccamenti formeranno la brigata. Il Comando generale delle Garibaldi viene informato delle sue riflessioni e dopo 20 giorni arriva il via da Luigi Longo, comandante generale.

Così un giovane intellettuale funzionario di banca, di estrazione borghese e da pochi mesi militante del partito, diventa il padre delle Sap e dirigerà vecchi comunisti che hanno alla spalle anni di fabbrica, di carcere, di confino e anche di guerra.



 

Membro delle SAP è stato Gabriele Cavenago (classe 1920): era inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

Gabriele Cavenago è il Presidente onorario della Sezione ANPI di Lissone.

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La formazione delle Brigate Garibaldi

6 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 Nel novembre del 1943 in un articolo del giornale clandestino, organo del Partito comunista italiano, la «Nostra lotta», dal titolo «Perché dobbiamo agire subito», viene motivata  la necessità di “agire subito e il più ampiamente e decisamente possibile.

“Primo: per poter abbreviare la durata della guerra e liberare al più presto il popolo italiano dall'oppressione tedesca e fascista. L'azione dei partigiani deve diventare l'azione di tutto il popolo italiano ...

In secondo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile per risparmiare decine di migliaia di vite umane e la distruzione di tutte le nostre città e villaggi. È vero che la lotta contro i tedeschi ed i fascisti costerà sacrifici, vittime e sangue. Ma questa lotta è necessaria per abbreviare l'occupazione tedesca dell'Italia ...

In terzo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile perché solo nella misura in cui il popolo italiano concorrerà attivamente alla cacciata dei tedeschi dall'Italia, alla sconfitta del fascismo e del nazismo, potrà veramente conquistarsi l'indipendenza e la libertà.

In quarto luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente possibile per impedire che la reazione tedesca e fascista possa liberamente dispiegarsi indisturbata ... Se noi non passiamo alla lotta subito essi potranno indisturbatamente continuare a saccheggiare il nostro paese ... costringere i nostri operai ad andare in Germania ...

Infine è necessario agire subito ed il più largamente e decisamente possibile perché la nostra organizzazione si consolida e si sviluppa nell'azione ... È dalla lotta e dall'esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi e contro i fascisti”.

 

Contemporanea alla pubblicazione dell’articolo di «Nostra lotta» è la mobilitazione del Partito comunista all'interno e all'esterno. All'interno viene stabilito che a partire dalle cellule il maggior numero possibile dei militanti venga indirizzato al «lavoro militare», senza tuttavia sguarnire il fronte altrettanto importante delle fabbriche, all'esterno viene promossa la costituzione dei «distaccamenti d'assalto Garibaldi» non come formazioni di partito, ma come «formazioni modello aperte a tutti i patrioti».

Il primo Comando generale delle Garibaldi fu costituito a Milano fra la fine d'ottobre e il principio di novembre stabilendo le seguenti principali responsabilità: Longo comandante, Secchia commissario, Roasio organizzatore delle formazioni nel Veneto e nell'Emilia; lo stesso compito fu affidato a Scotti per il Piemonte e la Liguria, con particolare impegno per la Lombardia. Fu stabilito che in linea di massima ogni distaccamento fosse «costituito sulla base di nuclei di cinque o sei combattenti, di squadre di due nuclei ciascuna; e quattro o cinque squadre costituivano un distaccamento: 40-45 uomini in tutto ...

Le Garibaldi (prima distaccamenti, poi brigate) costituiscono una svolta nella guerra partigiana.


 

Il punto fondamentale che distingue l'iniziativa garibaldina è l'istituzione dei «commissari politici», derivata direttamente dalla guerra di Spagna, ed è la distinzione che viene accolta in un primo momento con diffidenza dagli altri settori della Resistenza ...

Spettava al commissario la soluzione di tutti quei problemi che non erano di natura tecnica militare e l'opera di educazione politica delle formazioni. Il commissario agiva all'interno ma anche contemporaneamente all'esterno, allargava la sua opera di convinzione alle popolazioni civili, si poneva costantemente il problema del rapporto fra i partigiani e l'ambiente in cui agivano, rispondeva anche in questo settore alla necessità di non isolare la lotta dei gruppi armati dalla resistenza della popolazione civile.

Come sempre meglio si chiarì nel corso della lotta, non vi fu la temuta interferenza con i compiti del comandante nè una diminuzione della sua autorità, ma una distinzione ben precisa dei compiti.

Il monzese Gianni Citterio, nome di battaglia "Redi", fu commissario politico della banda dell’architetto Filippo Beltrami.
 



bibliografia:
Roberto Battaglia - "Storia della Resistenza italiana" - Einaudi 1964
 

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Le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà

4 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà furono ispirate alla linea politica del PdA. Furono 35.000 i combattenti giellisti messi in campo durante i venti mesi della Resistenza, il 20% del totale (i comunisti erano il 50%, con il restante 30% suddiviso tra autonomi, socialisti e democristiani).




Le perdite delle formazioni GL ammontarono a 4
.500 uomini

Nella loro stragrande maggioranza, però, quei morti scaturirono da una particolare concezione della politica che spinse gli uomini del PdA a fare della Resistenza il momento in cui il bisogno dell'azione si sostituì a ogni altro impulso, anche a quello della sopravvivenza. Questo era già un dato rilevante nell' esperienza della rosselliana Giustizia e Libertà, in quell'ossessione per il gesto esemplare, il tirannicidio, l'azione diretta che segnò la sua intera pratica cospirativa dal 1929 al 1937. Nella lotta armata contro i tedeschi e i fascisti vi si aggiunse la scelta di testimoniare il proprio impegno individuale. Di qui il fascino ricorrente della sua storia, intreccio tra spontaneità e organizzazione, tipico del PdA agli esordi.



Patrioti I Patrioti II Patrioti III

 

Disse Otello: "Abbiamo imparato a uccidere, siamo anche capaci di essere crudeli. Mi pare impossibile che adesso uno si svegli e vada a lavorare, che a mezzogiorno si mangi, che la sera si chiuda la porta, poi a dormire".

"Si è combattuto" dissi "soprattutto per questo."

 

Tratto da:

Enzo Biagi “I quattordici mesi. La mia Resistenza” - Editore Rizzoli - novembre 2009

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il Partito d'Azione

2 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il Partito d'Azione (fondato nel 1942 in collegamento ideale con l'omologo movimento risorgimentale di ispirazione mazziniana) si ruppe in due tronconi nel febbraio 1946 a seguito della scissione tra le sue anime, quella riformista e repubblicana di Ugo La Malfa e quella della sinistra socialista guidata da Emilio Lussu. Fu il preludio della fine, sancita dall'ultimo congresso nell'ottobre del 1947. Il partito che espresse il presidente del primo governo post-liberazione, Ferruccio Parri, già effettivo capo militare della Resistenza armata, ebbe quindi una vita molto breve. La sua vicenda coincise con gli anni della Resistenza e del varo della Costituzione. Fu il testimone e il protagonista di quella stagione irripetibile della nostra storia che segnò il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Scomparve quando la Repubblica e la Costituzione diventarono una realtà irreversibile, quasi si fosse esaurito il suo compito, quello di incarnare il progetto di una minoranza che, rifiutando la politica come professione, si era impegnata in una scelta totalmente definita dalla dimensione etica dell'antifascismo. Proprio per questo, a tanti anni di distanza continua ancora a essere additato come una sorta di mito della nostra vita politica, un’”immagine” di ciò che l'Italia avrebbe potuto diventare e non è diventata: un Paese laico e moderno.

tessera-Partito-d-Azione.jpg 

Il 4 giugno 1942 avvenne la trasformazione del movimento in partito, il Partito d'Azione.

Il programma prevedeva obiettivi istituzionali (repubblica, decentramento amministrativo, autonomie locali, autorità e stabilità del potere esecutivo), economici (nazionalizzazione dei monopoli e dei grandi complessi finanziari, industriali, assicurativi, libertà «di iniziativa economica per le minori imprese individuali ed associative », una economia a due settori anche per l'agricoltura), sindacali («diritto di rappresentanza unitaria delle varie categorie»), rivendicando infine una più accentuata separazione tra Stato e Chiesa e, per la politica estera, una federazione europea «comunità giuridica tra stati». Vere e proprie sezioni del PdA cominciarono a costituirsi soprattutto a partire dal novembre-dicembre 1942, i mesi della disfatta militare dell' Asse: l'iniziativa antifascista poteva inserirsi con successo nella crisi di credibilità che investiva l'intero regime.

A Milano si giunse prestissimo alla definizione degli organismi dirigenti della sezione locale con Zanotti, Paggi, Boneschi, Riccardo Lombardi e Poldo Gasparotto. Le sedi di riunione erano casa Damiani, casa Andreis, gli uffici della Banca commerciale (nelle sue casseforti furono custodite le bozze del primo numero de «L'Italia libera»), il bar Cova. Particolarmente intensa era, anche qui, l'attività verso le forze armate legata a Poldo Gasparotto, ex-ufficiale degli alpini, e al medico militare Bepi Calore, che nella Resistenza opererà in Friuli.

Lo sviluppo del partito sottolineava l'esigenza di uno strumento di direzione centralizzata alimentando il progetto di un giornale clandestino, riferimento unitario per le sezioni periferiche e, contemporaneamente, testimonianza nei confronti degli Alleati di un' attiva e continua presenza politica. Il primo numero de 1'« Italia libera» era già allestito nel novembre 1942, anche se sopravvenute difficoltà logistiche ne differirono la pubblicazione al gennaio 1943; con il testo dei «Sette Punti» erano stati stampati un «messaggio» agli italiani (di Riccardo Lombardi e dei fratelli Damiani) e un articolo di presentazione, Chi siamo, scritto da La Malfa e Tino. Le tremila copie del giornale furono rapidamente diffuse: si  rivendicava una ideale continuità con l'antifascismo democratico di Amendola, Gobetti e Rosselli. L'iniziativa, in una fase in cui «L'Unità» era il solo giornale pubblicato da un partito antifascista, era di vasta portata organizzativa e politica, tale da incuriosire e allarmare lo stesso apparato repressivo fascista. L'OVRA si confrontava con un avversario inedito, giudicato pericoloso perché in grado di «infiltrarsi nell' aristocrazia », sostenuto da «appoggi finanziari largamente elargiti» dalla Banca commerciale, con simpatie e consensi in ambienti sociali solitamente refrattari alla cospirazione del ventennio.

Nella primavera del 1943 scattarono i primi arresti. Nei giorni successivi al colpo di Stato la presenza politica degli azionisti fu caratterizzata da un intenso attivismo: il PdA era presente in 16 dei 23 comitati interpartiti attivati tra il 26 luglio e il 3 agosto.

Nel brevissimo periodo di semi-legalità (il 30 luglio il nuovo governo intervenne con il divieto esplicito della ricostituzione dei partiti) lo stesso sviluppo organizzativo assunse un ritmo più intenso: tra il 25 e il 27 luglio furono pubblicati tre numeri de «L'Italia libera» e una edizione straordinaria del quindicinale «Giustizia e Libertà ».

A Milano, nel quartier generale fissato nello studio di Paggi, nella giornata del 27 , passarono centinaia di persone: in serata, una retata della polizia portò all' arresto di 20 militanti, quasi tutti avvocati, tra i quali lo stesso Paggi, Mortara, Zanotti, Zazo. La repressione badogliana non bloccò le iscrizioni e le riunioni: fu approntato un servizio di collegamento con i diversi rioni della città per permettere una rapida raccolta delle notizie e la diramazione di ordini. Il punto di riferimento fisso restò l'ufficio di Paggi dove, puntualmente, ancora il 28 luglio, furono arrestati altri 45 azionisti (tutti però, anche quelli del giorno prima, furono rilasciati la stessa sera grazie all'intervento presso le autorità militari di Poldo Gasparotto). Si arrivò comunque, in tre giorni, a circa 600 iscritti.

Parri in quel momento era contemporaneamente responsabile del Comitato militare del CLN milanese, rappresentante del PdA in seno allo stesso CLN, capo dell' organizzazione partigiana del suo partito; la direzione militare della Resistenza gli era stata attribuita «a titolo personale e non in rappresentanza di alcun partito». I primi organigrammi del Comitato militare comprendevano alcuni dei suoi più fidi collaboratori della fase precedente (Gasparotto, in particolare).

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Ferruccio Parri, nome di battaglia "Maurizio"

1 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Nato a Pinerolo (TO) nel 1890, professore di lettere, giornalista. Durante il conflitto 1915-18 è ferito quattro volte al fronte; merita due promozioni sul campo e tre decorazioni; è associato all'ufficio operativo del comando supremo dell'esercito. Dopo la fine del conflitto si trasferisce a Milano, dove è insegnante al Liceo Parini di Milano e redattore del "Corriere della sera". Aderisce a Giustizia e Libertà e nel '26 con Carlo Rosselli organizza l'espatrio clandestino del leader socialista Filippo Turati.

Turati, Carlo Rosselli, Pertini e Parri
4-antifascisti.jpgPiù volte arrestato e confinato a Ustica e Lipari, rifiuta la domanda di grazia. Nel 1930 è nuovamente assegnato al confino per 5 anni unitamente ad altri esponenti del movimento antifascista Giustizia e Libertà.

Promotore del Partito d'Azione (PdA), partecipa alla Resistenza con il nome di battaglia di "Maurizio" e rappresenta il PdA nel Comitato militare del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI). E' poi nominato vice comandante del corpo volontari della libertà (CVL). Arrestato casualmente a Milano e affidato ai tedeschi viene trasportato in Svizzera nel quadro di uno scambio concordato di prigionieri con ufficiali germanici nelle mani dei partigiani. Partecipa attivamente alla fase conclusiva della Resistenza e all'insurrezione di Milano.

Nel 1945, dopo la Liberazione e la crisi del III governo Bonomi, diviene Presidente del Consiglio dei Ministri di un Governo di unità nazionale composto da democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, liberali e demolaburisti. Parri è Presidente del Consiglio dal giugno al novembre del 1945. Gli succede a capo dell’esecutivo il democristiano Alcide De Gasperi.

Al momento della crisi del Partito d’Azione, nel marzo del '46 crea, con Ugo La Malfa (anch’egli ex azionista), il piccolo partito della Concentrazione Repubblicana che confluisce, poi nel Partito Repubblicano Italiano (Pri). Nel '46 viene eletto deputato della Costituente, nel '48 senatore.

Parri esce dal Pri nel 1953 in opposizione alla nuova le legge elettorale con premio di maggioranza (la cosiddetta “legge truffa”) dando vita, con il giurista ed ex azionista ed ex parlamentare socialdemocratico Piero Calamandrei, al movimento di Unità Popolare che contribuisce (seppur con pochi voti) al fallimento della legge elettorale voluta dal Ministro degli Interni Mario Scelba (Dc).

Eletto senatore nelle liste del PSI nel 1958, nel 1963 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (Psdi) nomina Ferruccio Parri senatore a vita. Al Senato presiede fino alla morte il gruppo parlamentare della Sinistra indipendente. Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Aderisce al gruppo al gruppo della Sinistra indipendente di cui è a lungo presidente e diventa direttore della rivista Astrolabio. 

Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Muore a Roma nel 1981.


Ferruccio Parri “visto da vicino” da Enzo Biagi, partigiano con il nome di battaglia “Il Giornalista”

 

“Ma anche se l'esperienza del Partito d'Azione fu breve, Parri l'ho conosciuto molto bene. Era un uomo di grande rispetto e quando stavo con lui ne ero orgoglioso. Insieme facemmo alcuni comizi dalle mie parti. A Molinella usammo il carro di un contadino come palco, ricordo che c'era il prete sulla soglia della chiesa che ascoltava, era stato il mio professore di religione. lo parlavo della mia esperienza di partigiano, dei nostri ideali e della giustizia sociale. Lui dei sei anni tra prigione e confino e dei sei mesi da presidente del Consiglio. Due esperienze difficili che non avevano lasciato nel cuore di Ferruccio Parri alcuna amarezza.

«Non mi sono mai fatto illusioni» spiegava «e non ho rimpianti.» Lo hanno definito «un protestante della politica»: infatti gli è sempre bastata la coscienza tranquilla. Quando verso la fine degli anni Venti entrò ammanettato nell' aula del tribunale speciale, per rispondere alle accuse di attività antifascista, chiamò il suo difensore. «La prego» chiese «non parli del mio passato di soldato. lo desidero soltanto essere giudicato per quello che sono: un avversario della dittatura». Non voleva che fossero ricordate le tre medaglie d'argento e le tre promozioni sul campo conquistate nella Prima guerra mondiale; non cercava attenuanti. L'avvocato non tenne conto della raccomandazione, ma Parri lo interruppe: «Se considero l'Italia attuale, mi vergogno delle mie decorazioni». Il padre di Maurizio, che assisteva al processo, non seppe trattenersi. «Bravo!» gli urlò.

Quando era alla testa del «governo dell'esarchia», l'insieme dei sei partiti che componevano il CLN (Partito comunista, Partito socialista italiano di unità proletaria, Democrazia del Lavoro, Partito d'Azione, Democrazia cristiana e Partito liberale), ricevette un capo partigiano che aveva da presentargli qualche curiosa richiesta. «Maurizio» cominciò il giovanotto chiamandolo col suo nome di battaglia «ti abbiamo seguito fin qui, ma siamo senza casa. Tu hai tanti nemici e noi vogliamo essere la tua guardia del corpo. Un posto per dormire dovremmo averlo. Facci almeno una lettera per il commissario degli alloggi».

«Non è giusto, non posso» osservò Maurizio «la prenderebbero per una raccomandazione».

Così la guardia del corpo fu sciolta, e lo stesso presidente del Consiglio continuò a dormire al ministero, in una branda sistemata nella stanzetta attigua allo studio. Non voleva che qualcuno si disturbasse per lui.

Quando anni dopo lo intervistai, parlava senza imbarazzo di quelli che considerava i suoi errori: «Avrei dovuto fare la riforma agraria, ma diffidavo dei comunisti che la proponevano. Eppure la loro visione storica era esatta. Bisognava far capire ai contadini, in maniera concreta, che qualcosa era cambiato».

Ferruccio Parri è nel mondo italiano un personaggio insolito: il suo rigore, la sua incapacità di adattarsi al compromesso, lo hanno fatto apparire, agli occhi di molti, come un ingenuo sognatore o un patetico e rispettabile incapace. Antifascista per ragioni morali, per educazione familiare (era figlio di un tenace repubblicano che teneva il ritratto di Mazzini accanto al letto), non ha mai risposto ai suoi amici con visioni dottrinali, messaggi, ma era il semplice programma della buona amministrazione. Comandante di un esercito di affamati, mentre il generale britannico Alexander invitava i suoi uomini ad abbandonare la lotta, disse ai compagni che gli erano più vicini: «Tenete duro, e fate sapere a tutti che l'insurrezione non è questione di armamenti. Quando sarà ora la faremo, anche con quattro pistole scariche». Aveva il pudore delle parole e dei sentimenti, e la fede nei buoni esempi.

Presidente del Consiglio, ogni sera entrava in una tabaccheria ad acquistare i francobolli per la sua posta personale. A una giornalista che voleva intervistarlo, rispose: «Che cosa importa se ho la cravatta storta, il colore del mio vestito, se mangio pane e salame? Che cosa c'entro io?». Spersonalizzare era, infatti, uno dei verbi che ricorrono spesso nei suoi discorsi.

I capelli bianchi, il sorriso triste, i modi estremamente misurati, non amava parlare di sé. Qualcuno ha scoperto che notevole fu il suo contributo all'invenzione dei piani che portarono le truppe del generale Diaz a Vittorio Veneto. Il maggiore Parri, che aveva cominciato la guerra da sottotenente, era stato trasferito al comando supremo. «I capi» spiegava «erano molto impegnati, avevano tanto da fare». Quando Allan Dulles, capo del controspionaggio americano, si presentò a Maurizio, gli disse commosso: «È un grande onore conoscerla, generale». «Ma io non sono militare e non ho questo grado» disse Parri ridendo. «Nessuno più di lei merita questo titolo» ribatté Dulles.

Ma la definizione più giusta di Ferruccio Parri la diede una piccola folla di ascoltatori milanesi ai quali il professor Parri doveva tenere un comizio, accogliendolo al grido: «Viva i galantuomini!». Comunque si giudichino le sue idee politiche, i suoi errori e i suoi meriti, Ferruccio Parri è stato, per tanta gente, un esempio di vita. Non ha mai chiesto nulla, e ha dato in silenzio”.

 

Tratto da:

Enzo Biagi “I quattordici mesi. La mia Resistenza” - Editore Rizzoli - novembre 2009

 


La funzione politica di Parri nella Resistenza

Perché la Resistenza non si spegnesse in una serie di sacrifici sterili era necessario darle un indirizzo e una guida appropriati. I movimenti politici più attivi erano il Partito comunista e il Partito d'azione perché si erano saputi guadagnare tale posto d'avanguardia sin dagli anni bui della dittatura fascista.

La maggiore iniziativa azionista è quella presa a Milano da Ferruccio Parri, la cui figura emerge e s'afferma nel momento cruciale della lotta contro l'attesismo. Parri porta nella Resistenza la coerenza della sua vita esemplare d'antifascista e la sua esperienza assai notevole anche sul piano tecnico-militare (ufficiale di Stato maggiore, più volte decorato nella guerra '15-18). Notevole è anche il suo inserimento nell'ambiente borghese lombardo quale dirigente dell'ufficio studi della Edison: la sua partecipazione in prima linea alla Resistenza sembra offrire dunque la garanzia non solo sul piano locale (ma anche e principalmente nei futuri rapporti con gli angloamericani) che il movimento non si spingerà troppo « a sinistra ». Importante è la sua opera di direzione. Attraverso la sua persona il Partito d'Azione si presenta come ultimo «partito del Risorgimento» e si collega anche all'« interventismo democratico» della prima guerra mondiale, ed irradia così un potere di convinzione e di attrazione specie verso i giovani in molti casi superiore ai partiti di classe. Le qualità personali di Parri - il suo costante tono antiretorico - non ci debbono far dimenticare inoltre la costanza o anche l'ostinazione con cui egli segue un suo disegno politico-militare: l'organizzazione di un vero e proprio esercito « popolare». Esercito che non sia di parte o di partito. È il primo fra i dirigenti del movimento partigiano a incontrarsi in Svizzera il 15 novembre con una missione alleata, a far presente l'inderogabile necessità di rifornire con i lanci le formazioni di montagna. Gli emissari dei servizi segreti angloamericani ascoltando con sorpresa l'idea che egli espone di formare un grosso esercito partigiano, così contrastante con le loro direttive, dimostrano diffidenza e sospetto di fronte alle dichiarazioni di intransigenza repubblicana dell'esponente azionista.

bibliografia:
Roberto Battaglia - "Storia della Resistenza italiana" - Einaudi 1964
 

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