Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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18 giugno 1940: l'appello di De Gaulle ai Francesi

18 Juin 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Parigi, venerdì 14 giugno 1940: i tedeschi occupano la città.

Parigi giugno 1940

Londra, martedì 18 giugno 1940: il generale De Gaulle, accompagnato dal suo aiutante di campo, entra, poco prima delle ore 18, nel palazzo della BBC, la radio inglese, situato in Oxford Circus.

Nell’edificio vi sono guardie armate dappertutto: gli inglesi temono un attacco dei paracadutisti tedeschi.

De Gaulle si dirige verso lo studio 4B, al quarto piano. Deve parlare ai Francesi. Ha molte cose da dire. Deve rispondere alle proposte del maresciallo Pétain che, il giorno prima, durante una trasmissione radiofonica, ha dichiarato: «Faccio dono alla Francia della mia persona per alleviare la sua infelicità».

Pétain ha teso la mano al nemico: «Con il cuore in mano vi dico che bisogna cessare di combattere. Questa notte, mi sono rivolto ai nostri avversari per domandare loro se sono pronti a cercare con noi, tra soldati e con onore, i mezzi per mettere fine alle ostilità».

De Gaulle è indignato. Churchill condivide la condanna di Pétain e ha accordato a De Gaulle il privilegio di rivolgersi ai Francesi dai microfoni della BBC.

Entrando nello studio radiofonico De Gaulle, che indossa dei guanti bianchi, ha in mano dei fogli dattiloscritti con il testo dell’appello che leggerà.

De Gaulle incomincia a parlare senza guardare i suoi fogli. Le sue parole cambieranno la sua vita e lui lo sa. “Qualunque cosa succeda la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi e non si spegnerà”.

 

 De Gaulle appello18 giugno 1940  70 appel De Gaulle 

 

1016 compagnons Libération

 

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25 aprile 2010

21 Avril 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

65° anniversario della Liberazione

 

Lissone, 25 aprile 2010

Intervento del prof. Giovanni Missaglia, oratore ufficiale dell’ANPI di Monza e Brianza:

"LA CRISI E L’ATTUALITÀ DELL’ANTIFASCISMO"

"A dispetto del ruolo che mi compete in questa giornata di festa e di commemorazione, vorrei iniziare il mio intervento con una nota amara sulla crisi di quello che è stato chiamato il “paradigma antifascista”. Un paradigma che negli ultimi anni ha subito molti attacchi espliciti o, nella migliore delle ipotesi, è caduto nell’oblio, è invecchiato – così si dice – secondo le inesorabili leggi del tempo.

Un giovane storico di idee politiche moderate, Sergio Luzzatto, nel 2004 ha scritto un bellissimo libro intitolato La crisi dell’antifascismo. Proprio nelle prime pagine afferma: “Inutile negarlo: l’antifascismo sta attraversando una crisi profonda; eventualmente una crisi irreversibile. E non soltanto a causa della legge generale per cui l’impatto di ogni fenomeno storico è destinato comunque a diminuire nel tempo […]. Penso che alla mia generazione competa una responsabilità retrospettiva ben precisa: non consentire che la storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistinzione”.

E invece è proprio nel mare dell’indistinzione che rischiano di condurre, se non hanno già condotto, alcune esigenze di per sé legittime e persino irrinunciabili. Penso, in primo luogo, al tema della pietà per i morti, al rispetto che si deve anche a coloro che decisero di militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. L’ingiunzione etica, che per qualcuno riveste anche un significato religioso, è fuori discussione: non compete agli uomini il giudizio morale. Che, però, non deve essere confuso col giudizio storico: quel che conta, dice ancora Luzzatto, quando ci si collochi sul terreno della valutazione storica, non è l’uguaglianza nella morte, ma la disuguaglianza nella vita. “Il saloino era evidentemente disponibile ad immolarsi per l’Italia della Risiera di San Sabba e di Fossoli: per il mondo di cui Mussolini e Hitler andavano berciando da vent’anni, dove i più forti erano i migliori, i più deboli partivano dentro carri bestiame per una destinazione che soltanto gli ipocriti qualificavano ignota. Il garibaldino era pronto a morire per l’Italia di Montefiorino e della Val d’Ossola […], per un mondo che poteva sperare libero, egualitario, solidale”; Luzzatto può così concludere che “le concrete circostanze della storia italiana e mondiale attestano oltre ogni margine di dubbio che il partigiano delle Garibaldi combatteva dalla parte giusta, il ragazzo di Salò dalla parte sbagliata”.

Un’altra istanza sacrosanta rischia di condurci “nel mare dell’indistinzione”. Penso al grande tema della pacificazione tra gli italiani che una festa come quella del 25 aprile, secondo i suoi detrattori, avrebbe il torto di impedire. Occorre intendersi. Il bisogno di voltare pagina dopo un conflitto tremendo, di non interpretare la memoria come eterna perpetuazione dei conflitti del passato, è giusto. Del resto, fu proprio il ministro Togliatti ad assumere nei confronti dei fascisti il provvedimento tanto discusso dell’amnistia. Ma deve essere chiaro, in primo luogo, che la pacificazione non può equivalere ad una parificazione tra fascisti e antifascisti. Sarebbe inaccettabile sul piano morale, ma sarebbe persino insensato sul piano storico; sarebbe, questo sì, un modo per togliere dignità e responsabilità a quegli italiani che scelsero di combattere al fianco del’alleato nazista per la costruzione di un’Italia fascista. Deve essere chiaro, in secondo luogo, che la vera pacificazione fu proprio quella operata dai partigiani e dai loro eredi politici. Essa non fu altro che quell’opera di democratizzazione della vita pubblica che è l’unica condizione di una pace duratura: la costruzione di un Paese dove il pluralismo politico e il riconoscimento delle libertà consentisse a tutti, pur nelle differenze sociali, politiche ed economiche, di sentirsi italiani e di vivere in pace con gli altri italiani e con gli altri popoli.

Non credo, tuttavia, che questi argomenti siano sufficienti a ridare vita a un antifascismo largo e partecipato, sentito, soprattutto, dalle nuove generazioni. Penso, invece, che l’antifascismo vivente sia oggi quello depositato nella Costituzione della Repubblica italiana. Anche per questo è una vera tragedia che troppo spesso, nella formazione dei giovani, la Costituzione non trovi posto. E’ proprio lì l’antifascismo da vivere tutti i giorni; e non come un impegno “contro” –come potrebbe suggerire il prefisso “anti” della parola “antifascismo” – ma come un impegno “per”. Per tutti quei valori e per tutti quegli equilibri istituzionali che nella nostra Costituzione trovano espressione. Qualche volta noi dell’ANPI siamo accusati di essere conservatori, se non addirittura nostalgici, di opporci a qualsiasi ipotesi di modifica costituzionale. Non è affatto vero. Lo strumento della revisione costituzionale può essere opportunamente utilizzato per apportare l limitati cambiamenti che sono necessari. Ma su un punto siamo irremovibili: su una certa idea di democrazia. Conoscete tutti l’articolo 1: la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Nelle forme e nei limiti della costituzione, appunto. Vediamo invece con preoccupazione il diffondersi e il radicarsi di un’idea di democrazia come pure e semplice delega a un capo, l’eletto, che come eletto sarebbe l’unico depositario della volontà popolare. La democrazia costituzionale è altra cosa: è partecipazione diffusa ed è delicato equilibrio di poteri divisi. Partecipazione significa valorizzare tutte le espressioni, tutte le voci, della società civile, valorizzare le assemblee rappresentative, dai consigli comunali sino al Parlamento, perché le decisioni che così scaturiranno non saranno la volontà di un capo, ma la volontà di un popolo. Equilibrio e divisione dei poteri, a loro volta, sono l’unica garanzia contro quella concentrazione di poteri che prepara la strada a forme sempre nuove di autoritarismo e che nell’esperienza storica del fascismo italiano si è manifestata in forme drammatiche.

Ma forse –e mi avvio a concludere- c’è anche un antifascismo eterno. Nel 1995, uno dei più importanti tra i nostri uomini di cultura, Umberto Eco, ha scritto un saggio intitolato Il fascismo eterno. Se c’è un fascismo eterno, ne devo dedurre che c’è anche un antifascismo eterno. Non vi annoierò ricordandovi tutti i quattordici elementi che secondo Umberto Eco caratterizzano il fascismo eterno, quello che non è solo del passato, ma potrebbe anche essere del futuro e, soprattutto del presente; quello che non è solo di un luogo ma potrebbe essere in ogni luogo, anche fra noi. Vorrei solo segnalarvi alcuni di questi elementi, quelli che mi sembrano più attuali e incombenti e rispetto a cui, perciò, più alta deve essere la vigilanza. Primo: l’esaltazione dell’azione per l’azione. Conta solo agire. I dibattiti e le discussioni sono chiacchiere inutili. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, diceva: “quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola”. Il rifiuto della cultura, il fastidio per ogni  critica, conducono ad interpretare ogni disaccordo come un tradimento. Secondo: la paura della differenza. La nostra società è destinata a divenire sempre più multietnica e multireligiosa. E’ normale che questo susciti anche delle ansie e delle paure. Ma non dimentichiamoci mai che la vera e propria criminalizzazione della differenza è la via maestra che conduce alla xenofobia e al razzismo, l’essenza, il cuore di ogni fascismo. Terzo: il machismo, l’esaltazione della virilità e il disprezzo della donna. Mi piace, tra gli elementi del fascismo eterno richiamati da Eco, ricordare questo, che mi pare abbia una sua tragica attualità, ad ascoltare le cronache che ci parlano ogni giorno di donne offese, stuprate e svilite da maschi di ogni colore e di ogni ceto sociale, nei focolari delle famiglie e nei margini del degrado urbano. Quarto: il populismo. L’idea che il popolo sia una massa indistinta, priva di bisogni e di biografie diverse. L’idea che il popolo sia, a seconda delle circostanze, un bambino immaturo, da educare e proteggere con forme di paternalismo statalista, o un consumatore sciocco da sedurre con le sirene delle merci. Mai, in ogni caso, un soggetto politico plurale che ha il diritto di partecipare alla vita pubblica in tutte le forme che la Costituzione suggerisce..

Partecipare. L’unico antidoto all’indifferenza è la partecipazione. E’ una parola bellissima, partecipazione. Vuol dire prendere parte. Non stare a guardare. Anche partito, che ha la stessa radice, è una parola bellissima. E dobbiamo stare attenti a non confondere le giuste critiche che muoviamo ai partiti politici con il qualunquismo di chi pensa che i partiti siano di per sé un male. Senza i partiti, semplicemente non ci sarebbe democrazia. Ci sarebbe solo l’uomo forte, i poteri forti, i potentati economici e massmediatici. Partecipazione, partiti, ma anche, ovviamente, partigiani. La radice è sempre quella: prendere parte. E anche se oggi –triste segno dei tempi? – la parola partigianeria ha assunto un significato negativo divenendo sinonimo di faziosità e settarismo, non dobbiamo mai dimenticare che il partigiano è, innanzitutto, colui che prende parte, colui che, quando la Storia chiama, risponde all’appello. E partigiani dobbiamo essere noi, oggi. Partigiani, non faziosi: semplicemente consapevoli che i valori della democrazia e dell’antifascismo scolpiti nella nostra Costituzione non sono negoziabili e che, in loro nome, non dobbiamo avere paura di schierarci.

Questi, insomma, mi sembrano gli elementi di un antifascismo che potrebbe continuare a parlare anche alle nuove generazioni e aiutare noi a mantenerci all’altezza della straordinaria testimonianza morale, civile e politica, della Resistenza italiana".


 

 

proclama CLN Lissone 25 aprile 1945

 

timbro del CLN Lissonetimbro-del-CLN-Lissone-originale.JPGtimbro CLN Lissone

 

 

 

dal discorso, per la ricorrenza del 25 Aprile 1974, del Sindaco Sergio Missaglia

“… la storia ci insegna che il fascismo si apre i suoi oppressivi spazi, proprio là dove le differenziazioni sociali si cristallizzano, dove le iniziative di progresso stagnano o sono condotte senza chiarezza di obiettivi, e là dove un egoistico disinteresse o lassismo preparano un terreno fertile alla provocazione ...”

 

 

«il fascismo è la negazione della dignità umana» Sandro Pertini 

 

 

 

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4 incontri sulla Costituzione italiana

19 Avril 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

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4 incontri sulla Costituzione

 

La Costituzione italiana non è nata per caso. Narra una storia che è costata sofferenza ed è frutto di una lotta al cui centro vi erano e vi sono valori e principi irrinunciabili: la libertà dell'uomo e della donna, la loro eguaglianza di fronte alla legge, il rifiuto del conflitto come norma di convivenza, il rispetto dell'altro.  

Approfondire la sua conoscenza, per esercitare i diritti e i doveri che ci garantisce e ci indica, è l’obiettivo che si propone la Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Quattro saranno gli incontri che il prof. Giovanni Missaglia, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico “Frisi” di Monza ed autore del libro “Professione Cittadino. Dalla Costituzione Italiana alla nascita della Costituzione Europea”, terrà presso la sede dell’ANPI in Piazza Cavour 2 a Lissone.  

Gli argomenti trattati saranno:   

1) Origini, significato e struttura della Costituzione italiana

2) I principi fondamentali della Costituzione

3) La prima parte della Costituzione: i diritti e i doveri dei cittadini

4) La seconda parte della Costituzione: l'ordinamento istituzionale della Repubblica  

La partecipazione è gratuita.  

Il ciclo di lezioni si svolgerà dalle ore 18 alle ore 19.30, nei seguenti lunedì:  

1) 3 maggio

2) 10 maggio

3) 17 maggio

4) 24 maggio  

Per partecipare al corso occorre iscriversi entro il 26 aprile, telefonando al numero 039 480229 (negli orari d’ufficio, risponde lo SPI CGIL di Via San Giuseppe 25) o inviando una mail a anpilissone@libero.it  

Il corso è aperto sia agli studenti delle scuole superiori sia a coloro che intendono approfondire le loro conoscenze sulla nostra legge fondamentale.  

 

repubblica italiana

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La scuola durante il Fascismo

10 Mars 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Se non si conosce che cos’era il Fascismo, può essere difficile per i ragazzi di oggi, (che non solo non hanno vissuto sulla propria pelle la realtà della guerra, ma non hanno neanche la testimonianza diretta dei racconti dei genitori o dei nonni, come potevano avere i giovani della generazione precedente), comprendere il perché tanti italiani (intellettuali, studenti, lavoratori, militari, uomini politici) abbiano deciso di opporsi alla dittatura fascista, passando nelle fila della Resistenza e pagando, molti, con la vita questa loro scelta.

Le statistiche ci dicono che il 75% dei combattenti dell'esercito di Liberazione erano giovani, dai venti ai venticinque anni.


Che cosa succedeva in Italia nel marzo del 1925?

Ormai si è instaurato il regime fascista. La libertà di stampa subisce delle restrizioni. Arresti, processi ed aggressioni agli antifascisti proseguono per l'intero anno. Negli anni seguenti viene abolita la libertà di sciopero e viene istituito un Tribunale speciale (negli anni di funzionamento, dal 1926 al 1943, condannò 4671 anti­fascisti, 4030 dei quali comunisti, infliggendo 42 condanne a morte, tre ergastoli e 28115 anni di pena complessivi). Sono previste pene severe per la ricostituzione e per la partecipazione alle associazioni, organizzazioni e partiti sciolti dal fascismo.

Nel 1931, all’età di sei anni, Emilio e Mario iniziano le scuole elementari. È questa la scuola in cui si trovano ammessi.

La scuola italiana in tutti i suoi gradi e i suoi insegnamenti si ispiri alle idealità del Fascismo, educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a nobilitarsi nel Fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla Rivoluzione Fascista”: questa era la direttiva di Mussolini cui si doveva obbedire. 
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Bambini lissonesi nel cortile della scuola Vittorio Veneto

Occorre ricordare che l'educazione paramilitare costituiva una parte fondamentale della pedagogia fascista. I bambini venivano iscritti a 4 anni ai "Figli della Lupa", da 8 a 14 anni ai "Balilla", da 14 a 18 agli "Avanguardisti", oltre i 18 anni alla "Gioventù Fascista". Parallelamente le formazioni femminili erano le “Piccole italiane” e le “Giovani italiane”.

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Nelle immagini seguenti:

un "Figlio della Lupa", una squadra di piccoli "Balilla" in marcia e sull’attenti (alle scuole elementari Vittorio Veneto di Lissone) e “Piccole e Giovani italiane” (per le vie di Lissone. Sullo sfondo il campanile della chiesa SS. Pietro e Paolo)

      

Divise, marce, esercitazioni, disciplina erano gli strumenti per la formazione dell' ''italiano nuovo'' voluto da Mussolini.

L’Opera Nazionale Balilla (O.N.B) aveva il compito di curare l’educazione fisica e morale della gioventù italiana, "formare la coscienza e il pensiero di coloro che saranno i fascisti di domani".

La stragrande maggioranza dei bambini italiani era iscritta volente o nolente all’O.N.B. Dal 1° ottobre 1938 l’O.N.B, già trasformata in Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.), passò alle dirette dipendenze del Partito e con essa tutte le scuole.

Nelle scuole era previsto un solo testo per ciascuna delle prime due classi e due testi separati (libro di lettura e sussidiario) per le tre classi rimanenti. Con il Testo unico lo Stato poteva così esercitare un controllo diretto sull’insegnamento: il manuale scolastico si rivelava uno dei più validi strumenti di diffusione dell’ideologia fascista in numerose famiglie, dove forse entrava come unico libro.

La scuola diventa il più efficace strumento per l’organizzazione del consenso di massa. Ed è proprio la scuola elementare il primo e più importante gradino di un lungo processo di irreggimentazione e indottrinamento il cui obiettivo primario era quello di costruire futuri soldati, uomini ciecamente pronti a "credere, obbedire e combattere". In che modo ciò si realizza? Mediante l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla (O.N.B).

febbraio 1929: i maestri elementari sono obbligati al giuramento.

“Giuro che sarò fedele al Re ed ai suoi Reali successori; che osserverò lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato; che non appartengo e non apparterrò ad associazioni o partiti;- che adempirò ai doveri stessi con diligenza e con zelo, ispirando la mia azione al fine di educare i fanciulli affidatimi al della Patria ed all'ossequio alle istituzioni dello Stato”.

L’operazione avviene senza alcuna resistenza. Due anni più tardi il giuramento sarà imposto ai professori universitari ai quali viene richiesta la fedeltà al Regime Fascista. Su 1225, dicono no 13.

continua in “Il Testo unico di Stato”

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La scuola in guerra

10 Mars 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Conclusioni La guerra
Lo scoppio della seconda Guerra Mondiale coinvolse la scuola nel crescente sforzo richiesto alla Nazione. Un fiume in piena di retorica, di falsi miti, di false speranze, falsi messaggi travolse e stordì
i bambini e i ragazzi.

Fino all'ultimo, quando ormai la realtà contraddiceva le parole, fu prospettata loro la vittoria come sempre più vicina, a portata di mano. In sostanza veniva chiesto alla scuola un importante contributo: mantenere unito il "fronte interno". Come sempre per tutta la durata del fascismo essa era la chiave segreta per aprire la porta della famiglia.


DISCIPLINA DEL CONSUMO DELLA CARTA

Nell'agosto del 1941 vennero disciplinate la produzione e l'utilizzazione della carta in relazione "alle superiori esigenze belliche". La scuola, essendo grande consumatrice di carta, avrebbe potuto fare molto in questo campo; allo stesso tempo gli alunni - a detta del ministro - sarebbero stati fieri di dare il loro piccolo aiuto alla Patria.

Gli insegnanti furono così costretti a ridurre il numero e la mole dei quaderni e a controllare che, prima di passare ad un nuovo quaderno, il vecchio fosse veramente finito. L'anno successivo furono richiesti maggiori sacrifici, poiché era necessario ridurre ulteriormente il consumo della carta. Bottai inviò precise disposizioni alle scuole: i quaderni dovevano essere ridotti al minimo, sia come numero che come quantità di pagine; non si poteva più foderarli con speciali carte pesanti o colorate; gli scritti che dovevano essere consegnati agli insegnanti andavano eseguiti su "mezzi fogli" di carta di quaderno o, in qualche caso, su "mezzi fogli" di carta protocollo. Le scuole dovevano adottare "formati ridotti" nel rinnovare le scorte di registri, moduli e stampati di ogni genere; nella corrispondenza si dovevano evitare le doppie minute di lettere. Il ministro contava, oltre che sulle economie dirette, anche e soprattutto sulla vasta azione che la scuola era in grado di compiere presso le famiglie nel diffondere "la coscienza delle necessità imposte dall'ora presente", tra le quali la più urgente era senza dubbio quella di ridurre al minimo tutti i consumi.


IL CONTRIBUTO DELLA SCUOLA ALL'ECONOMIA DI GUERRA

"La Scuola Fascista" non poteva certo tirarsi indietro in un momento particolarmente delicato. La sua collaborazione allo sforzo che il Paese stava compiendo "per incrementare la produzione sia nel campo militare che in quello attinente alla vita civile" era considerata della massima importanza.

Tra il 1941 e il 1942, con una serie di circolari dal tema fisso ''Azione della Scuola per la guerra", si istituirono gli "orti di guerra", le esercitazioni femminili furono impiegate per la confezione di indumenti per l'esercito; su deliberazione del Duce si decise di indire la "Giornata del Fiocco di lana". Le scuole di ogni ordine e grado furono mobilitate nella lotta contro gli sprechi e nella raccolta dei rifiuti.

Orti di guerra e lavori agricoli stagionali

Gli scolari, sotto la guida dei propri insegnanti, dovettero quindi cimentarsi nella coltivazioni di piccoli orti, posti su terreni incolti o comunque destinati a prato o giardino, spesso in prossimità della scuola. Parte del raccolto (patate, barbabietole ecc..), che serviva quale contributo alla produzione agricola nazionale, andava anche a beneficio della refezione scolastica o delle locali colonie elioterapiche. Capitava non di rado che i risultati fossero scarsi, per la scarsità o mancanza di sementi e per il cattivo tempo.

Tenuto conto della crescente importanza degli "orti di guerra" nella grave situazione alimentare di quel periodo, gli scolari "più volenterosi" dovevano continuare anche durante le vacanze estive a prestare la loro opera, affinché non fossero compromessi i frutti del lavoro compiuto durante l'anno scolastico. Non vi era alcun obbligo, ma naturalmente si puntava sull'opera di propaganda e persuasione svolta dagli insegnanti, i quali sottolineavano “il profondo significato patriottico del contributo dato".

Raccolta della lana e produzione di indumenti per i militari

Una iniziativa che coinvolse attivamente gli scolari fu la raccolta della lana, che doveva servire a garantire una buona scorta di filato per confezionare indumenti di lana per i combattenti. A tale scopo fu istituita "La Giornata del Fiocco di lana" dedicata alla raccolta del "prezioso" materiale.

Nessuno doveva sottrarsi dal compiere il proprio dovere. La lana raccolta nelle scuole veniva poi consegnata ai Fasci femminili, i quali, attraverso l'organizzazione delle massaie rurali e con la collaborazione tecnica dell'Ente Nazionale del Tessile, provvedevano a trasformare i fiocchi in filato. Il filato ottenuto era poi parzialmente restituito alle scuole ed usato dalle alunne - nelle ore di "Esercitazioni di lavoro femminile" - per la confezione di indumenti da montagna e coloniali per l'esercito.

Lotta contro gli sprechi e raccolta di rifiuti

Anche in questo campo la scuola, intensificò la sua azione di propaganda e di persuasione per fare in modo che gli scolari e le loro famiglie riducessero al minimo i consumi e contribuissero, con la raccolta e la consegna dei rifiuti (rottami di ferro) e degli oggetti rimasti inutilizzati nelle case, "alla lotta intrapresa per fronteggiare le esigenze delle varie produzioni nazionali". Tra gli scarti il più ricercato dall'Ente distribuzione rottami era lo "scatolame stagnato". Si raccomandava di conservarlo ben pulito ed in locali asciutti, soprattutto per evitare che l'ossidatura del ferro, a causa dell'umidità, potesse determinare l'eliminazione dello stagno.

Si giunse persino alla requisizione delle cancellate metalliche; le scuole non sfuggivano a questo provvedimento. Ha del paradossale una circolare di Bottai con cui il ministro suggeriva nuovi sistemi di recinzione nelle scuole con piante e fiori:

"Mi sarà gradito pertanto ricevere a tempo opportuno qualche fotografia più significativa di scuole che avranno adottato recinti arborei o floreali e che avranno ingentilito con piante e fiori l'aspetto interno ed esterno degli edifici”.


PROPAGANDA PATRIOTTICA E DI GUERRA

Il ruolo del maestro - che in genere seguiva pedissequamente le direttive del regime in questo frangente era ritenuto della massima importanza. A lui spettava il compito di esaltare tra i ragazzi quelli che venivano definiti "i valori ideali e rivoluzionari del conflitto, i suoi principi e le sue finalità storiche, politiche e sociali" (con ampio stravolgimento della realtà). In particolare in una circolare per l'anno scolastico 1942-43 - dal titolo significativo "La Scuola per la Vittoria - gli veniva espressamente richiesto di celebrare le "virtù della razza" e di manifestare fraterna simpatia per i camerati tedeschi, nipponici ed alleati". In questa opera di propaganda la sua parola giungeva anche alle famiglie degli alunni, attraverso i contatti tra scuola e famiglia, nel tentativo di mantenere quel consenso al regime che, in ogni caso, la guerra stava minando. Strettamente collegate alla propaganda erano alcune iniziative che vedevano coinvolti gli stessi scolari, quali l'assistenza alle famiglie dei combattenti, la visita di rappresentanze scolastiche ai feriti, la corrispondenza con i militari in guerra. In qualche provincia gli alunni venivano persino "utilizzati" per badare ai posti di ristoro per militari organizzati nelle stazioni, o ancora, per la formazione di squadre di vigili del fuoco.

I disastri della guerra

Bibliografia:

-       “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista” di Elena D'Ambrosio ricercatrice dell’Istituto di Storia Contemporanea "P. A. Perretta"

-       Le immagini sono della mostra “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista” dell’Istituto di Storia Contemporanea "P. A. Perretta" di Como

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Lissone: a scuola durante la seconda guerra mondiale

10 Mars 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Per conoscere meglio quello che avveniva nelle aule di una scuola elementare durante gli anni della seconda guerra mondiale, ho analizzato il contenuto delle pagine del «Giornale della classe» (l’attuale registro), riservate alla "Cronaca ed osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola", negli anni scolastici, dal 1939 al 1945.
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 Giornale della Classe cronaca

Dall’esame dei «Giornali» di alcune quinte elementari, maschili e femminili, di Lissone, di tre diverse scuole, Vittorio Veneto, Via Aliprandi e Santa Margherita, si scopre, oltre a ciò che veniva raccontato agli alunni dai loro maestri, in che modo la scuola e gli scolari erano coinvolti nelle manifestazioni della loro comunità locale, nelle celebrazioni del regime e negli avvenimenti del loro Paese in guerra.

Ho preferito ritrascrivere alla lettera alcune osservazioni degli insegnanti, ritenendole significative ed esaurienti ad illustrare il mondo della scuola elementare sotto la dittatura fascista: le immagini ne riproducono alcune, scritte di proprio pugno dal maestro o dalla maestra.

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Sul «Giornale della classe» di una quinta elementare, nei giorni seguenti la Liberazione, un maestro ha scritto: "Il 25 aprile 1945 l’Italia settentrionale veniva liberata dal terrore nazifascista … Da quel giorno, finalmente la Scuola ha ripreso il suo carattere di seria educatrice della gioventù …".
Penso che ciò sintetizzi anche la mia opinione dopo la lettura di molti “Giornali della classe” del ventennio fascista.

                               Renato Pellizzoni

 

La ricerca negli archivi scolastici e negli archivi comunali di Lissone è stata condotta con la collaborazione di Maurizio Parma, ricercatore e profondo conoscitore di storia locale.

 

Bibliografia:

-       “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista” di Elena D'Ambrosio ricercatrice dell’Istituto di Storia Contemporanea "P. A. Perretta"

-       Le immagini sono della mostra “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista” dell’Istituto di Storia Contemporanea "P. A. Perretta" di Como

 

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Giuseppe Parravicini, un giovane lissonese ad Auschwitz

15 Février 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Nel seguente articolo ho ricostruito alcuni fatti salienti della vita di Giuseppe Parravicini, deportato politico ad Auschwitz, grazie ai documenti conservati dal figlio Ermes nell’archivio di famiglia. Ad Ermes Parravicini l’ANPI di Lissone ha consegnato la tessera ad honorem alla memoria del padre nel “Giorno della Memoria” 2010.

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come "Giorno della Memoria".

Giuseppe Parravicini

Giuseppe Parravicini nasce a Lissone il 7 febbraio 1921 da Protasio e Giuditta Morganti. Frequenta la scuola elementare presso il collegio Pio XI di Desio. Si iscrive poi alla scuola secondaria di avviamento professionale con indirizzo commerciale presso lo stesso collegio, conseguendone il diploma nell’agosto del 1935.

diploma scuola secondaria Libretto di lavoro

Inizia a lavorare come garzone, all’eta di quattordici anni, presso una ditta di Lissone, poi, dal luglio del 1939, presso la concessionaria della Fiat a Desio.


Svolge il servizio militare e viene congedato il 23 febbraio 1940 con destinazione ai servizi sedentari.

Viene assunto alla Garelli di Sesto San Giovanni in qualità di apprendista motorista addetto alla sala prove.

 

Dopo l’8 settembre 1943, entra a fa parte della 107ma Brigata Garibaldi SAP (Squadre di azione patriottica).

 

Nelle fabbriche sestesi e in Brianza dopo l’8 settembre non regnò la rassegnazione assoluta verso ciò che stava accadendo. Ci furono persone che cercarono di opporsi alla nuova realtà e si organizzarono per agire.

Le SAP erano piccoli gruppi di uomini che vivevano generalmente nelle loro cittadine, svolgendo il proprio lavoro e che venivano chiamate clandestinamente a svolgere azioni di propaganda, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militi colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.


Le Sap, scriverà Luigi Longo, Comandante Generale delle Brigate d’assalto “Garibaldi”, sono state «il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione». E crediamo si possa aggiungere, che esse sono state, per la concezione e la portata del fenomeno, uno strumento di lotta originale e forse unico nella Resistenza europea nonché il fattore decisivo e insostituibile nella preparazione e nell'affermazione dell'insurrezione nel capoluogo lombardo. La denominazione di “Brigate Garibaldi” era stata assunta in ricordo della guerra antifranchista di Spagna.

 

Il ventiduenne Giuseppe Parravicini svolge funzioni di proselitismo antifascista tra i lavoratori della Garelli, l’azienda in cui presta la sua opera. Come attivista politico antifascista, gli vengono assegnati diversi incarichi, tra cui la costituzione di comitati di agitazione nelle fabbriche di Lissone e di Sesto San Giovanni e la creazione di GAP, Gruppi di Azione Patriottica. Aveva inoltre funzione di collegamento con altri centri in cui si stavano sviluppando le prime forme di resistenza al regime fascista e all’occupazione nazista.

Il 16 giugno 1944, anche in seguito ai tragici avvenimenti lissonesi (arresto e fucilazione dei quattro antifascisti lissonesi, Pierino Erba, Remo Chiusi, Mario Somaschini e Carlo Parravicini, suo cugino), Giuseppe Parravicini veniva ricercato.

Abbandonava il suo posto di lavoro e si dava alla macchia. Il 3 luglio 1944 veniva arrestato dalla Polizia speciale politica di Via Copernico di Milano e sottoposto a pesanti interrogatori. Era poi tradotto al carcere di San Vittore.

certificato di detenzione carcere di S.Vittore


Il 15 luglio 1944 veniva deportato ad Auschwitz (il lager era ubicato a nord-est di Cracovia, in Polonia).
cartina lager Polonia Auschwitz ingresso


Incalzati dal dilagare della lotta partigiana nei territori occupati della Polonia e della Russia, i nazisti decisero la creazione di un Lager che, oltre a quelli già esistenti e che si dimostravano inadatti alle bisogna, potesse ospitare un gran numero di deportati insieme ad una complessa infrastruttura di imprese ed industrie alle quali adibire la manodopera concentrazionaria. Questo campo doveva inoltre rendere possibile la effettiva, efficiente e sollecita attuazione della «soluzione finale» del problema ebraico, cioè lo sterminio degli ebrei europei.

Nei pressi del villaggio polacco di Oswjecim fu individuato un vasto terreno demaniale che circondava una caserma d'artiglieria in disuso. Questo complesso di 32 edifici poteva costituire il nucleo ideale per l'installazione del Lager, che entrò in funzione nel maggio 1940.

Il campo aveva una capacità di almeno 100.000 persone. Nello stesso tempo fu anche deciso di costruirvi uno stabilimento per la produzione di gomma sintetica della IG Farben, che avrebbe assorbito i primi contingenti di deportati. Rigorosamente isolato dal resto del mondo, brulicava di deportati, uomini e donne, provenienti da tutti i paesi invasi ed occupati dai nazisti. Auschwitz era una vera e propria zona industriale, in pieno fervore di attività. La manodopera non mancava, continuamente sostituita da nuovi arrivi dato che la disciplina, la denutrizione, il clima, la fatica contribuivano alla falcidia dei deportati.
buoni pasto Auschwitz

Nella foto buoni per ritirare del pane e della zuppa durante i turni di lavoro alla Farben, rimasti a Giuseppe Parravicini al suo rientro in Italia.

Dopo il suo arresto avvenuto il 3 luglio 1944, i parenti erano all’oscuro della sua sorte. In una testimonianza manoscritta, del luglio 1944, conservata nell’archivio personale di famiglia, la madre di Giuseppe Parravicini, Giuditta, rimasta vedova da sei mesi (il marito Protasio era deceduto nel gennaio all’età di 56 anni), così racconta:

«Dopo l’arresto di mio figlio, il mio cuore non aveva più pace, né giorno né notte. Lavoravo allora alla Brugola di Lissone da dove ho iniziato le mie ricerche. Prima a Monza, alla Villa Reale, poi al Comando tedesco, al Commissariato delle prigioni in Piazza Trento e Trieste, al Palazzo della G.I.L.: inutilmente. Allora mi recai a Milano: alla sede della questura di via Copernico, poi alla caserma nei pressi della stazione Centrale, al carcere di San Vittore ed infine al Palazzo di Giustizia dove seppi da un impiegato che mio figlio era in Germania ad Auschwitz. Era una giornata di bombardamenti su Milano tanto che dubitai di far ritorno a casa».

 

Il 12 dicembre 1944 Giuseppe Parravicini è ricoverato nel lazzaretto del lager per pleurite.

Il 17 gennaio 1945 le armate russe avanzano decisamente in direzione di Cracovia: il campo viene sgombrato.

In seguito all’avanzata dei Russi, Giuseppe Parravicini viene trasferito a Bielitz (Alta Slesia, vicino al confine cecoslovacco) e poi all’ospedale San Vincenzo di Linz, in Austria.

ospedale di Linz


Documento rilasciato dall’ospedale austriaco

 

Nel marzo 1945 riesce a farsi rimpatriare per malattia; passata la frontiera a Tarvisio, stremato, il 7 marzo si fa ricoverare all’Ospedale civile “San Michele” di Gemona del Friuli. Diagnosi pleurite. Dopo le prime cure, il 21 marzo 1945, in seguito ad un miglioramento, esce dall’ospedale.
documento ospedale gemona del friuli


Con mezzi di fortuna arriva a Lissone il 22 marzo 1945. Ristabilisce i contatti con le forze della Resistenza. Entra a far parte della 119ma Brigata Garibaldina Di Vona.
 Giuseppe Parravicini documento riconoscimento 1946 tessera corpo volontari della libertà


timbro 119 brigata Di VonaLa 119a Brigata Garibaldi era intitolata  a Quintino Di  Vona insegnante, nato a Buccino (Salerno) il 30 novembre 1894, fucilato a Inzago (Milano) il 7 settembre 1944.

Militante socialista, , il professor Di Vona aderì, nel 1921, al Partito comunista. Il professore, inquadrato nella 119ma Brigata Garibaldi, partecipò a numerosi atti di guerriglia.

Catturato in seguito a delazione da militi della Brigata Nera di Monza (che giunsero a Inzago all'alba del 7 settembre), Di Vona fu, per ore ed ore, picchiato a sangue. Dalle sue labbra non uscì una parola che potesse danneggiare la Resistenza. Nel primo pomeriggio i fascisti, al comando di un sottufficiale delle SS germaniche, trasportarono con un camion l'insegnante nella piazza principale del paese. Qui Di Vona fu fucilato da un manipolo di imberbi militi in camicia nera.


A Lissone Giuseppe Parravicini entra a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale lissonese.
membro-del-CLN-di-Lissone.jpg
 timbro CLN Lissone

L’attestazione, datata 26 aprile 1945, è firmata da Gaetano Cavina, Attilio Gelosa e Agostino Frisoni, i tre dirigenti del CLN lissonese, socialista, democristiano e comunista, oltre a Riccardo Crippa del Comando Militare di Piazza di Lissone.


dichiarazione del CLN lissonese tessera riconoscimento assistenza reduci Germania

Nella foto del 27 aprile 1945 i membri del CLN lissonese, il Sindaco con i componenti della prima Amministrazione comunale straordinaria dopo la liberazione dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista (Giunta e Consiglio comunale). Giuseppe Parravicini è seduto, il primo a destra.
CLN Lissone e I giunta municipale


Il I maggio a Lissone si svolge una grande manifestazione, in occasione della festa dei lavoratori. È la prima dopo la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista: il fascismo aveva abolito la festa del primo maggio e aveva accorpato la festa del lavoro con il natale di Roma, il 21 aprile.
I maggio 1945 a I maggio 1945 b I maggio 1945 c Lissone-I-maggio-1945-particolare.jpg 

Nella foto di destra in primo piano (da sinistra): Giuseppe Parravicini, Gaetano Cavina, Attilio Gelosa, Agostino Frisoni e Leonardo Vismara.

I maggio 1945 d I maggio 1945 e I maggio 1945 f I maggio 1945 Piazza IV martiri

Dal balcone di palazzo Terragni membri del CLN lissonese, il Sindaco con i componenti della Giunta e del Consiglio comunale durante la manifestazione del I maggio 1945: oratore ufficiale è Ettore Reina, fondatore della Camera del Lavoro di Monza nel 1893. Si noti la scritta Piazza Quattro Martiri: prima di diventare Piazza Libertà, così fu chiamata per qualche giorno, in memoria dei 4 partigiani lissonesi fucilati nel giugno 1944.

Riconoscimento qualifica partigiano
riconoscimento qualifica partigiano


e diploma in riconoscimento del valore militare e del grande amore di patria
diploma riconoscimento
 diploma firmato da Secchia e Longo

L’attestato rilasciato a Giuseppe Parravicini, firmato dal Commissario delle Brigate “Garibaldi” Pietro Secchia e dal Comandante Luigi Longo.

 

Alla fine della guerra ritorna alla Garelli di Sesto come collaudatore.

 

Continua però il suo impegno civile. Diventato segretario della Camera del Lavoro di Lissone, la dirige per tre anni.

Il 4 marzo 1946 partecipa alla stipulazione del contratto dei lavoratori del legno tra l’Associazione Industriali di Monza e Brianza e la Camera del Lavoro di Monza.

A Roma l’8 maggio 1946 partecipa al primo convegno nazionale dei lavoratori del legno: viene eletto segretario e ne redige il verbale. Inoltre nel suo intervento, a difesa dei lavoratori del legno, espone le incongruenze sorte per il divieto di esportazione del Governo segnalando che Lissone ha ricevuto da diverse nazioni ordinazioni che potrebbero dare lavoro per diversi anni ai lavoratori non solo di Lissone ma anche della Brianza. Chiede perciò l’intervento della CGIL presso gli organi competenti.

Il primo convegno nazionale dei lavoratori del legno termina inneggiando alla Repubblica dei lavoratori e alla Costituente (manca un mese al referendum in cui gli Italiani dovranno scegliere tra monarchia e repubblica e contemporaneamente eleggere i “padri costituenti” che dovranno scrivere la nuova Costituzione).

 

Il 2 luglio 1949 Giuseppe Parravicini si sposa, a Lissone, con Pierina Secchi.

 

Giuseppe Parravicini si impegna per il settore del mobile lissonese e il 1° ottobre 1951 diventa rappresentante della Camera del Lavoro di Lissone nell’Ente Comunale per il potenziamento del mercato mobiliero e della lavorazione del legno, partecipando alla stesura dello Statuto. Svolge tale incarico fino al marzo 1953.

Il 10 giugno 1959 nasce il figlio Ermes.

 

I mesi trascorsi ad Auschwitz lo hanno provato nel fisico: deve subire diversi ricoveri per sottoporsi a continue cure. Nel 1971 muore in ancor giovane età.

 

Un particolare ringraziamento va ad Ermes Parravicini: con la sua collaborazione e dalla consultazione del suo archivio di famiglia abbiamo potuto ricostruire la vita, breve ma intensa, di suo padre del quale può essere sicuramente fiero.

(Renato Pellizzoni)

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intervento di ELIEZER WIESEL, premio Nobel per la pace

1 Février 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

INTERVENTO DEL PROFESSOR ELIEZER WIESEL, PREMIO NOBEL PER LA PACE

Celebrazione del Giorno della Memoria 2010 al Parlamento italiano

Signor Presidente della Repubblica italiana, onorevoli Presidenti della Camera e del Senato, signor Presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, onorevoli deputati e senatori, signor presidente della Corte costituzionale, sopravvissuti, membri delle comunità ebraiche, come non dirvi della mia grande emozione nell’essere qui. Mia moglie Marion ed io, Presidente Fini, le siamo profondamente grati del calore dell’accoglienza e della sincerità delle sue parole. Ci congratuliamo con l’Italia perché abbiamo partecipato a tante cerimonie, abbiamo visitato tanti Paesi dove viene celebrata la memoria, e posso dirvi che questo Paese costituisce un modello perché la commemorazione in Italia abbraccia tutte le sfere della società.

Abbiamo assistito oggi ad una cerimonia in cui il Presidente della Repubblica Napolitano ha consegnato dei premi ad alcuni studenti, a dei bambini e quando vedi i bambini ovviamente non puoi che sorridere e ti senti anche profondamente coinvolto.

Ieri abbiamo visto l’inaugurazione della mostra sull’Olocausto e quindi vogliamo ringraziarvi perché tutti noi siamo impegnati per ricordare. Siamo qui per ricordare e allora ricordiamo insieme quest’epoca della storia che ha avvolto nelle tenebre la speranza dell’uomo. Un’epoca in cui gli assassini hanno tormentato, torturato, isolato, affamato e ucciso sei milioni di uomini, donne e bambini non per qualcosa che avevano fatto, o detto, o scritto, o posseduto, ma semplicemente perché erano i discendenti di un popolo antico, l’unico popolo dell’antichità che sia sopravvissuto all’antichità.

Dove inizia la memoria? Per l’ebreo che sono, parlare qui infonde un profondo senso di riflessione, di gratitudine e di rispetto perché Roma per noi occupa un luogo speciale. Gerusalemme e Roma hanno memorie che si intrecciano: i saggi della Giudea venivano a Roma per perorare, di fronte agli imperatori romani, la causa del loro popolo ed oggi io, che sono uno dei loro eredi e discepoli, sono qui di fronte a voi, leader di questa nazione straordinaria. Io, il numero A-7713, sono qui a portarvi un messaggio su avvenimenti accaduti duemila anni più tardi.

Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Shlomo, figlio di Nissel e Eliezer Wiesel, numero A-7712, moriva di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald. C’erano italiani a Buchenwald ? Non ricordo, ma ad Auschwitz ce n’erano. Ricordo un certo Luigi, timido, gentile, introverso, non parlava né il tedesco, né lo yiddish, e senz’altro non parlava il polacco, sembrava più perso di altri.

Ho incrociato forse Primo Levi che poi è diventato mio amico, come lei Presidente Fini ha detto? Ad un certo punto siamo stati assegnati alla stessa baracca, ma non era presente nella marcia della morte verso i vagoni che ci hanno portato a Buchenwald; è rimasto in ospedale.

Buchenwald, ricordo la notte in cui siamo arrivati. Molti erano morti per strada, ricordo i vagoni aperti sul treno, ricordo la tormenta di neve, molti sono morti, ma alcuni con le loro ultime forze gridavano «Shma Israel.., Hashem hu haelokim »: ascolta Israele, Dio è il nostro Dio ! Dio, lì ? Io ero uno studente devoto e non ho potuto reprimere il desiderio di unirmi agli altri in questo appello ai cieli.

Sinceramente non posso spiegare perché.

Ricordiamo: nel 1945 la Germania praticamente aveva già perso la guerra contro gli alleati. L’ultima grande battaglia nelle Ardenne è finita con la sconfitta tedesca e, ciononostante, la guerra di Hitler contro il popolo ebraico è continuata senza sosta. I sei campi di sterminio in Polonia erano stati liberati, ma non i campi in Germania e in Austria. Gli ebrei erano ancora oggetto di distruzione, ma perché? Levi dice che ad Auschwitz non c’era luce.

Mi hanno chiesto in un’intervista: quando andrà in cielo, quali saranno le parole che dirà a Dio? Io dirò un’unica parola: perché? Questa domanda non dobbiamo farla soltanto a Dio creatore, ma anche alle creature: perché Hitler e i suoi accoliti, nati nel cuore del cristianesimo, hanno fatto quello che hanno fatto? Perché volevano ad ogni costo distruggere l’ultimo ebreo sul pianeta? Oggi, riuniti per ricordare quel fatto, quell’avvenimento, che non ha precedenti nella storia, ci si potrebbe chiedere: ma perché la memoria? Perché riaprire vecchie ferite? Perché infliggere un tale dolore ai giovani? Per i morti è troppo tardi. Sì, ciò che è stato fatto non può essere annullato, neanche Dio può annullare ciò che è stato fatto.

Tanta paura, dolore e tormento non possono essere dimenticati. Ma possono essere veramente ricordati? In che modo ? In che modo possiamo aprire i nostri cuori e le nostre anime al ricordo e, ancora, conoscere la speranza?

Oggi dovremmo dedicare la giornata non solo al ricordo, ma anche alla riflessione e alla presa di coscienza. In che modo la storia giudicherà il comportamento del mondo? In che modo la storia giudicherà il comportamento dell’Italia? Sì, ci sono state persone coraggiose e nobili in Italia e altrove che hanno cercato di aiutare gli ebrei. Alcuni ci sono riusciti e meritano la nostra profonda gratitudine. Mia moglie Marion ela sua famiglia sono state salvate da una giovane coppia italiana a Marsiglia: oggi è il compleanno di mia moglie e lei è qui con noi. Quindi, io devo lei e la mia felicità ad alcuni italiani a Marsiglia. Ma quanti hanno corso il rischio? Quanti hanno aperto la propria casa ad un bambino ebreo, ad una famiglia ebrea, ad un ebreo che aveva di fronte la prigione e la deportazione? A qualsiasi livello della politica e al più alto livello della spiritualità, il silenzio non aiuta mai la vittima: il silenzio aiuta sempre l’aggressore.

Per molti di noi Auschwitz resta un nodo spartiacque nella storia: c’è un prima e un dopo. Mai prima di allora tanti bambini e tante famiglie sono stati uccisi da tanti uomini, uomini spesso istruiti, colti, che continuavano a manifestare la loro ammirazione per Goethe, Schiller, Bach, Beethoven, Hegel e Dante. Ma che ne fu della loro umanità? Erano disumani? Forse sarebbe un’ipotesi troppo semplicistica. Cosa ha provocato quella metamorfosi ? Negli anni io ho letto ogni libro su quell’epoca, in ogni lingua che conosco, cercando di capire gli assassini.

In che modo il male ha potuto raggiungere una tale profondità e una tale portata? Non sono in grado di spiegare neanche la passività di chi è rimasto a guardare a tutti i livelli. Non era così difficile salvare una vita umana. Non sarebbe stato così difficile, all’inizio del 1944, bombardare i binari che portavano ad Auschwitz, ma per motivi inspiegabili e ingiustificabili quei binari non sono stati bombardati. Perché ?

Ho rivolto questa domanda a diversi Presidenti americani: nessuno mi ha dato una risposta valida. Anzi, avevo paura della loro risposta. Forse perché allora le vittime che avrebbero potuto essere salvate erano ebrei, ebrei ungheresi ?

Non è facile neanche capire le vittime. Come mai tanti sono riusciti ad aggrapparsi alla loro fede nel buio del ghetto e nell’orrore dei campi? Dove hanno trovato la forza di ricostruire la loro vita sulle rovine del loro passato? Nelle sue memorie di Treblinka, un superstite, Yankel Wiernik ha scritto: sarò mai capace di ridere ancora ?

A Birkenau, Zalmen Gradowski, membro del Sonderkommando si chiede: sarò mai in grado di piangere ancora?

Eppure i sopravvissuti in Italia, in Francia, in America, in Israele dopo la guerra sono riusciti ad elaborare il lutto e la rabbia e a creare uno Stato ebraico nella terra degli avi. Solo tre anni intercorrono tra Auschwitz e la rinascita di Gerusalemme e dello Stato sovrano ebraico.

In che modo le vittime di ieri sono riuscite a realizzare tutto ciò nel nome dell’umanità ? Forse qualcuno ha la risposta, io non ce l’ho. Ma forse, ricordando i morti, diamo un insegnamento di vitale importanza ai vivi, un insegnamento sulla vita e la morte, la luce e le tenebre, la crudeltà e la compassione. Insegniamo a chi vuole ascoltare che quello che accade ad una comunità riguarda tutti e che nessun essere umano è solo nel mondo di Dio, ma che solo Dio è solo. Non dobbiamo permettere che nessuna vittima del destino, o prigioniero della società – mai dobbiamo consentirlo – si senta solo, respinto, abbandonato, rifiutato.

La storia oggi vive grandi sconvolgimenti; la nostra generazione è segnata dal disorientamento e dalla sfiducia. I giovani abbracciano il fanatismo religioso che a volte porta anche a missioni suicide. Gli attentati suicidi sono assassinii, omicidi e debbono essere condannati come crimini contro l’umanità ed io rivolgo un appello a lei, Presidente Fini, e a lei, Primo Ministro Berlusconi, potreste essere i primi nel mondo ad introdurre un disegno di legge che designi l’attentato suicida come crimine contro l’umanità.

Questo non fermerebbe le mani degli assassini, ma potrebbe fermare i complici. Chi insegnerà ai giovani – che noi dobbiamo educare – il diritto di tutti i bambini a vivere una vita sicura se non noi che abbiamo visto la parte peggiore dell’uomo?

Io so che alcuni sopravvissuti sono preoccupati: cosa succederà quando l’ultimo di noi non ci sarà più? Io non sono tanto preoccupato. Non sono tanto preoccupato perché credo che chiunque ascolti un testimone diventa un testimone e quindi, parlamentari, diventate nostri testimoni, leader dell’Italia, diventate nostri testimoni.

Debbo confessare, però, che nutro anche una certa frustrazione.

I testimoni hanno parlato e poco o niente è cambiato nel mondo. Il mondo si è rifiutato di sentire, di ascoltare, si è rifiutato di imparare, altrimenti come possiamo comprendere la Cambogia, il Ruanda, la Bosnia, il Darfur, come possiamo comprendere l’antisemitismo oggi? Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall’antisemitismo, cosa potrà farlo? Io parlo dell’antisemitismo.

Come si può trattare con il Presidente di una nazione, Ahmadinejad, che è il primo a negare l’Olocausto e che vuole distruggere uno Stato membro delle Nazioni Unite? Come osa? Io ho visitato tanti Paesi del mondo e ho un’idea, forse non realizzabile. Dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla Corte dell’Aia e accusato di incitamento a crimini contro l’umanità.

La paura esiste ancora, le guerre civili, la fame. Milioni di bambini muoiono di malattia, di fame e di violenza. Il Medio Oriente è in grande tumulto: la pace tra Israele ed i vicini palestinesi è ancora un sogno, ma un giorno arriverà, credetemi, amici; se Israele ha potuto stringere la pace con la Germania, senz’altro sarà in grado di farlo con i suoi vicini. Creiamo un’occasione e mandiamo un appello a coloro che tengono in prigione Shalit: voi avete la credibilità per farlo. Quest’uomo da tre anni vive imprigionato e però c’è la speranza, la speranza deve esserci.

Guardiamo l’Europa: l’Europa è diventata un simbolo della solidarietà internazionale. La Germania e la Francia erano da sempre nemici, si uccidevano per pochi chilometri di territorio, ma oggi sono convinto che tra questi due Paesi non ci sarà mai più la guerra, o tra l’Italia e la Francia non ci sarà mai più la guerra.

Cosa abbiamo quindi imparato dal passato ? Abbiamo imparato che il razzismo è stupido e che l’antisemitismo è un’infamia. Abbiamo imparato che la nostra umanità è definita dal nostro atteggiamento verso l’alterità dell’altro, che abbiamo una chiara scelta tra cadere nella provocazione del nemico e il nostro dovere morale nei confronti gli uni degli altri, la scelta tra il nichilismo e il senso, il significato, tra la paura e la speranza. Questa scelta appartiene a ciascuno di noi.

Per concludere, siamo profondamente grati a voi tutti e profondamente commossi – non sono neanche in grado di dirlo – per questa giornata. Io ho sempre creduto che la vita non è fatta di anni, ma di singoli momenti e questo momento conterà nelle nostre vite. Quindi noi non viviamo nel passato, ma il passato vive nel presente, ed il nostro dovere rimane quello di umanizzare il destino, il mio e il vostro destino. Ricordiamo: qualsiasi cosa noi facciamo, qualsiasi cosa noi diciamo, qualsiasi siano i nostri obiettivi, non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli.

 

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per non dimenticare

28 Janvier 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione

nell’ordinare che fossero fatti

molti filmati e molte foto.Eisenhower

Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…

E’ una questione di Storia ricordare che,

quando il Supremo Comandante delle Forze Alleate

 Generale Dwight D. Eisenhower,

incontrò le vittime dei campi di concentramento,

ha ordinato che fosse fatto il maggior numero di foto possibili,

e fece in modo che i tedeschi delle città vicine

fossero accompagnati  fino a quei campi

e persino seppellissero i morti.

lageruomini-nel-lager.jpg

 

E il motivo, lui l’ha spiegato così:

'Che si tenga il massimo della documentazione

        che si facciano filmati – che si registrino i testimoni –

 perchè, in qualche momento durante la storia,

        qualche idiota potrebbe sostenere

        che tutto questo non è mai successo'.

'Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male,

è che gli uomini di bene non facciano nulla'.

(Edmund Burke)


Ricordiamo:

fosse comunibambini nei lager

 


esecuzioni sommarie

6 milioni di ebrei,

20 milioni di russi,

10 milioni di cristiani,

e 1900 preti cattolici

sono stati assassinati, massacrati, violentati,

 bruciati, morti di fame e umiliati,
lager 2lager 3

 

Ora, più che mai, è fondamentale fare in modo che

il mondo non dimentichi mai.
ingresso lager

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Lo sterminio nazista degli zingari

27 Janvier 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

In occasione della Giornata della Memoria vogliamo ricordare l'olocausto degli zingari.

A forza di essere vento

 controllo di polizia Baviera 1930

Gli Zingari durante la Seconda guerra mondiale ebbero una sorte simile a quella degli Ebrei, dei prigionieri politici e degli omosessuali.


 

rom arrestati verso Auschwitz

Essi furono perseguitati dai nazisti e rinchiusi nei campi di sterminio, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, condannati ai lavori forzati, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori. Cinquecentomila zingari morirono nei campi di concentramento, solo nel "Zigeunerlager", il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l'agosto 1944 oltre ventimila tra rom e sinti vennero uccisi.

 

Malgrado ciò nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga. Infine, quando in Germania alcuni sopravvissuti si decisero a chiedere un risarcimento, questo fu loro negato con il pretesto che le persecuzioni subite non erano motivate da ragioni razziali ma dalla loro "asocialità" (caratteristica che i nazisti attribuivano a ragioni biologiche e che quindi li destinava ad una "soluzione finale" al pari degli Ebrei).

 

Dall'oblio oggi riemergono le testimonianze e la documentazione storica di questo "olocausto dimenticato". La casa editrice A di Milano ha pubblicato un doppio DVD intitolato "A forza di essere vento".

Il lavoro, prodotto in ricordo di Fabrizio De Andrè, che fu amico dei nomadi ed ai quali dedicò una canzone-poesia, è costituito da una ricca documentazione audiovisiva (6 documentari per una durata complessiva di circa due ore e mezza): interviste a due Zingari internati ad Auschwitz-Birkenau, uno spettacolo di Moni Ovadia con i musicisti Rom rumeni Taraf da Metropulitana, un filmato dell'Opera Nomadi dal titolo "Porrajmos" (la "Shoà" zingara), una serata multimediale tenutasi alla Camera del Lavoro di Milano ed una illuminante intervista di Marcello Pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea sulla storia dello Zigeunerlager.

 

Il rapporto tra le vicende del popolo zingaro e del popolo ebraico trova un significativo riconoscimento nel coinvolgimento dell'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in tre dei sei documentari e dimostra una reciproca attenzione: gli Zingari, come gli Ebrei, hanno forgiato la propria identità nella diaspora, attraverso l'incontro con le altre nazioni. Oggi entrambe le comunità si debbono confrontare con una società omologante, lontana dai valori tradizionali e da modelli di vita che la gente condivideva in passato, una società che pone in modo drammatico le minoranze di fronte al pericolo dell'estinzione culturale, un rischio che può e deve essere efficacemente contrastato attraverso il recupero e la valorizzazione dell'identità fondata sulla memoria.

 

"A forza di essere vento" è quindi un'opera preziosa, di quelle che aiutano a non dimenticare il passato ed a non abbassare la guardia di fronte al pericolo di risorgenti sentimenti di intolleranza e di nazionalismo xenofobo.

 
foto tratte da
Opera nomadi 

 

 

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