Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
Articles récents

principali provvedimenti legislativi adottati dal fascismo

3 Avril 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Lo Statuto albertino, nato nel 1848 come Costituzione del regno di Sardegna, divenne nel 1861 la prima Costituzione dell’Italia unita.

Lo Statuto albertino era una costituzione flessibile, cioè poteva essere modificato attraverso delle semplici leggi ordinarie, secondo le esigenze politiche del sovrano e della maggioranza di governo. Proprio questa flessibilità permise ai fascisti di cancellare i diritti previsti dallo Statuto lasciandolo formalmente immutato.

Per comprendere lo svuotamento dello Statuto, è importante ricordare i principali provvedimenti legislativi adottati dal fascismo.

 

Fine dell’autonomia del Parlamento

Le leggi del 24 dicembre 1925 e del 31 gennaio 1926 sottrassero praticamente il potere legislativo al Parlamento, attribuendolo al potere esecutivo, cioè al capo del Governo (nuova e significativa designazione del presidente del Consiglio): nessuna legge poteva neppure essere presentata in Parlamento senza la preventiva approvazione del Duce. In questo modo il Parlamento veniva privato anche del cosiddetto potere di iniziativa legislativa, cioè della possibilità di presentare dei disegni di legge.

Fine delle autonomie locali

La legge del 4 febbraio 1926 soppresse il sistema elettivo per le amministrazioni comunali e provinciali. I sindaci democraticamente eletti dal popolo furono sostituiti dai podestà nominati dal Governo.

Fine della libertà politica e sindacale

Nel 1926 furono sciolti tutti i partiti ad eccezione di quello fascista (Partito Nazionale Fascista); nel medesimo anno venne proibito per legge lo sciopero e gli unici sindacati legalmente riconosciuti divennero quelli fascisti, controllati dal Governo e da Mussolini.

Fine della libertà di stampa

La stampa venne "fascistizzata": i giornali di opposizione furono soppressi o cambiarono di proprietà, adeguandosi alle direttive fasciste. In pratica, venne abolita qualunque libertà di critica.

Fine delle libertà personali

La legge del 25 novembre '1926 reintrodusse la pena di morte per i reati contro la sicurezza dello Stato e istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un formidabile strumento di repressione del dissenso politico.

Come ci ricorda Emilio Gentile (Fascismo, Storia e interpretazione, Bari, Laterza, 2002), tra il1918 e il 1943, il Tribunale speciale giudicò 5.319 imputati di cui 5155 furono condannati per un totale di 27.735 anni di prigione, fra cui 7 condanne all'ergastolo. Circa 15 mila italiani fra il 1926 e il 1943, furono inviati al "confino", in paesi lontani dalla loro abituale abitazione.

Fine del diritto di voto

La legge del 17 maggio 1928 stravolse di fatto il sistema parlamentare e il diritto di voto venne trasformato in una vera e propria farsa. Fu infatti attribuito alle autorità fasciste, precisamente al Gran Consiglio del fascismo il compito di predisporre la lista dei candidati alle elezioni della Camera. Gli elettori potevano soltanto approvarla o respingerla in blocco. Tra l'altro il voto non era segreto, in quanto la scheda del sì era tricolore, quella del no era bianca.

Il razzismo

Il 17 novembre 1938 furono approvate le leggi razziali.

Come dice Gentile:

“Dal 1938, l'Italia divenne ufficialmente uno Stato antisemita, gli ebrei italiani, circa 50 mila, furono discriminati e messi al bando dalle istituzioni statali, dalla scuola e dalla vita pubblica. Anche se l'antisemitismo fascista non produsse i risultati più orridi dell’antisemitismo nazista, la discriminazione fu comunque la premessa per una più spietata persecuzione, quale fu messa in pratica più tardi nella Repubblica sociale”.

Fine del parlamentarismo

Nel 1938 la Camera dei deputati fu soppressa e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, una Camera non elettiva, formata da membri fedeli del regime e incaricata soltanto di "collaborare" col Governo alla formazione delle leggi.

 

Queste misure avevano trasformato l'Italia liberale disegnata dallo Statuto albertino in un vero e proprio Stato totalitario: dittatura personale del Duce, partito unico, repressione poliziesca del dissenso politico, limitazione e cancellazione dei diritti civili, controllo totale e monopolistico dei mezzi di informazione utilizzati a scopo di propaganda, ne costituivano gli ingredienti fondamentali. Del resto, il carattere antiliberale e, naturalmente, antisocialista del fascismo fu rivendicato dai fascisti stessi.

 

Bibliografia:

Mauro Albera e Giovanni Missaglia - “Professione Cittadino”  - Ed. Hoepli 2008

Lire la suite

Lo Statuto albertino

31 Mars 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #L'ITALIA tra Ottocento e Novecento

frontespizio-Statuto-Albertino.jpg 

 

Lo Statuto albertino, nato nel 1848 come Costituzione del Regno di Sardegna, divenne nel 1861 la prima Costituzione dell'Italia unita. Queste le sue principali previsioni:

 

·         l'Italia è una monarchia costituzionale. Il re è titolare del potere esecutivo ed esercita, insieme alle Camere, quello legislativo. Per quanto riguarda il primo, è sua la facoltà di nominare e revocare i ministri. Per quanto riguarda il secondo, il re ha il potere di sanzionare e promulgare le leggi approvate dal Parlamento. Senza sanzione e promulgazione del re, una legge, anche se approvata dal Parlamento, non può entrare in vigore;

·         il Parlamento è formato da due Camere: la Camera dei deputati, eletta a suffragio censitario da una parte del popolo, e il Senato, nominato direttamente dal re;

·         a tutti i cittadini vengono riconosciuti alcuni importanti diritti: uguaglianza giuridica, libertà individuale, libertà di domicilio, libertà di stampa, libertà di riunione, diritto di proprietà.

 

È vero che, mentre la formulazione astratta degli articoli sembra riconoscere indistintamente a tutti questi diritti, la realtà concreta era ben diversa. La legge, infatti, non era il prodotto di un Parlamento eletto a suffragio universale e perciò rappresentativo degli interessi e degli orientamenti di tutte le classi sociali presenti in Italia. In questo modo i diritti non avevano un significato davvero universale, ma classista. Ciò non toglie l'importanza del riconoscimento formale dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

È fondamentale ricordare che lo Statuto albertino era una costituzione flessibile. Come sappiamo, questo significa che esso poteva essere modificato attraverso delle semplici leggi ordinarie, secondo le esigenze politiche del sovrano e della maggioranza di governo. Proprio questa flessibilità permise ai fascisti di cancellare i diritti previsti dallo Statuto lasciandolo formalmente immutato.

 

Bibliografia:

Mauro Albera e Giovanni Missaglia – Professione cittadino – Ed. Hoepli Milano 2008

Lire la suite

Le radici della Costituzione italiana

28 Mars 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Un testamento di centomila morti: con questa tragica e bellissima espressione, di Piero Calamandrei, insigne giurista esponente del Partito d'Azione e membro dell'Assemblea Costituente, ha definito la Costituzione della Repubblica italiana. Rivolgendosi a un pubblico di studenti universitari, il 26 gennaio del 1955, Calamandrei pronunciò, tra le altre, le seguenti parole:

Ora vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione, c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: sono tutti sfociati qui, negli articoli. Ed a saper intendere, dietro questi articoli si sentono delle voci lontane.

Quando leggo nell'articolo 2 "L'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" o quando leggo nell'articolo 11 "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli", "la patria italiana in mezzo alle altre patrie", ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini.

O quando leggo nell'articolo 8 "Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge", ma questo è Cavour! O quando leggo nell'articolo 5 "La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali", ma questo è Cattaneo! O quando nell'articolo 52 leggo, a proposito delle forze armate, "L'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica ", l'esercito di popolo, ma questo è Garibaldi! O quando leggo all'articolo 27 "Non è ammessa la pena di morte", ma questo, studenti milanesi, è Beccaria!! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, voi giovani dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.

 

Le riflessioni di Calamandrei sono un'introduzione ideale alla storia della Costituzione italiana. I riferimenti a Beccaria, a Mazzini, a Garibaldi, a Cavour e a Cattaneo esprimono bene il radicamento della nostra Costituzione nella tradizione della migliore intellettualità italiana e nell'opera dei protagonisti del nostro Risorgimento che portò, nel 1861, alla nascita dell'Italia unita.

 

Il riferimento ai partigiani, alle migliaia di morti caduti nella Resistenza, richiama, invece, la radice più immediata e vicina della Costituzione: l'antifascismo e la lotta partigiana. Se non si tiene presente che questa è l'origine della nostra Carta costituzionale, non se ne può capire nulla e, soprattutto, non se ne può apprezzare il valore civile.

 

Bibliografia:

Mauro Albera e Giovanni Missaglia – Professione cittadino – Ed. Hoepli Milano 2008

 

 

 

 DE-NICOLA-firma-la-Costituzione.jpg  firma-Costituzione.jpg

 

De Nicola e Terracini firmano la Costituzione Italiana

Lire la suite

L'identità nazionale

24 Mars 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Le conseguenze della dittatura fascista e della seconda guerra mondiale sull'identità italiana.

 

Dopo un secolo e mezzo di storia nazionale, il problema di ridefinire i tratti distintivi dell'identità italiana è tornato in primo piano.

Quali fattori costituiscono ai giorni nostri il cemento del nostro Stato unitario? Che cosa ci fa sentire italiani? In verità non è da oggi che ci si domanda se gli italiani si sentano effettivamente partecipi di una comunità nazionale, identificandosi con la storia, le memorie, la cultura del loro paese. Non da oggi ci si chiede se l'Italia sia un vero Stato e una vera nazione, e quali siano i suoi valori fondanti. Non c'è dubbio che il ritardo della nostra unificazione nazionale, rispetto ad altri paesi europei, e il modo con cui essa avvenne per iniziativa di alcune minoranze politiche più attive e consapevoli, abbiano lasciato il segno. Giacché si trattò più di un' annessione territoriale e sociale. Sicché, fatta l'Italia, rimaneva da fare gli italiani, come dicevano Massimo D'Azeglio e tanti patrioti con lui.

Oltretutto, a rendere più difficile quest'impresa stavano non solo le profonde differenze economiche, di leggi e di costumi, fra le varie contrade d'Italia. C'era di mezzo anche l'opposizione della Chiesa allo Stato liberale sorto dalle lotte del Risorgimento, nonché la carica sovversiva delle plebi più diseredate che costituivano la maggior parte della popolazione.

 

Il regime fascista, bloccando il pur faticoso percorso del paese verso un sistema di democrazia liberale, non solo mise al bando della vita pubblica una parte degli italiani, ma impose una concezione dei princìpi e degli interessi nazionali che avevano a che fare con un'aggressiva politica di potenza e un'ideologia imperialistica, di superiorità verso altri popoli. Inoltre, il fascismo finì per fagocitare le istituzioni nell'ambito di uno Stato totalitario e per irreggimentare ogni aspetto della vita collettiva nelle maglie di un ordinamento autoritario e cesarista. Fu dunque un consenso estorto, o comunque pianificato dall'alto, quello su cui si basò la nazionalizzazione delle masse nel ventennio mussoliniano.

 

La guerra in cui il regime fascista precipitò il paese nel 1940, conclusasi con una pesante disfatta militare, non solo annullò d'un colpo molti dei risultati conseguiti fra mille difficoltà dalle precedenti generazioni, ma determinò anche una grave crisi d'identità. Insieme alla disgregazione delle strutture dello Stato, vennero infatti allentandosi i reciproci legami fra le varie parti della penisola a causa dell'estrema diversità delle esperienze vissute dopo l'armistizio del settembre 1943 dalle popolazioni nei territori del sud lasciati dagli anglo-americani, dove aveva trovato rifugio la Monarchia insieme al governo Badoglio, e in quelli del centro-nord sotto il dominio nazifascista.

  

Ma a creare un solco profondo e lacerante fra gli italiani fu soprattutto la lunga e sanguinosa guerra fra la Repubblica di Salò, ultima incarnazione del regime fascista, e le forze antifasciste della Resistenza impegnatesi nella lotta armata contro l'occupante tedesco. Unitamente a questa spaccatura, s'era andata determinando un'altra scissione, quella dovuta al disimpegno di una massa consistente della popolazione restia quando non del tutto refrattaria, a schierarsi per una delle due parti. Era travolta da una guerra il cui fronte risaliva lentamente l'intera penisola, e si sentiva estranea non solo alle mire degli eserciti contrapposti, ma anche e soprattutto all'universo, alle ideologie tanto dell'una che dell'altra fazione italiana. O perché preoccupata della propria integrità per le eventuali conseguenze di una precisa scelta di campo. Insomma, una sorta di "zona grigia", vasta e multiforme, diffusa per lo più tra la piccola e media borghesia, ma anche in alcuni ambienti intellettuali, il cui attendismo politico e psicologico si sarebbe sciolto soltanto negli ultimi mesi di guerra, in coincidenza con il ripiegamento dalla "linea gotica" dei tedeschi, travolti dall'avanzata degli alleati e con lo sbandamento delle forze ancora fedeli a Mussolini.

All'indomani della lotta di liberazione nazionale e del ritorno dell'Italia alla democrazia, Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, i più autorevoli eredi della tradizione risorgimentale (nelle sue due componenti, quella moderata e quella progressista), ritenevano che sarebbe spettato in primo luogo alle élite (come era avvenuto ai tempi dell'unificazione nazionale) illuminare e guidare il cammino dell'Italia sulla via della rinascita, in ragione di un forte senso di responsabilità e di un'alta ispirazione civile e morale. Ma in quel drammatico frangente, a imporsi sulla scena furono i partiti popolari di massa (n.d.r. la Democrazia Cristiana, i partiti Comunista e Socialista), gli unici soggetti che potessero assicurare la più ampia mobilitazione politica e sociale necessaria ad affrontare la situazione d'emergenza in cui versava la penisola.

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”

Lire la suite

17 marzo 1861 - 17 marzo 2011

4 Mars 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

AUGURI  ITALIA 

 

17 marzo 2011

 

"Fratelli d'Italia"

 

I simboli più significativi della nostra identità di Nazione, come il “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli, esprimono l’anelito di unità e di libertà di un popolo. Attraverso questo filo, dal Risorgimento alla Repubblica, si è costruita la comune identità di valori che il nostro popolo custodisce e garantisce con le sue Istituzioni. Anche di questo è fatta l’identità di una Nazione: il sentirsi Nazione nel mondo, riconosciuta e rispettata.

Giorgio Napolitano

Presidente della Repubblica

 

  inno mameli I parte inno-mameli-II-parte.jpg

 

Lire la suite

Indignatevi!

3 Mars 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Dal libro Indignez vous! di Stéphane Hessel

 

Il motivo base della Resistenza era l’indignazione. Noi, veterani dei movimenti di resistenza e delle forze combattenti della France libre, noi ci appelliamo alle giovani generazioni perché facciano vivere, trasmettano l’eredità della Resistenza e dei suoi ideali. Noi diciamo loro: dateci il cambio, indignatevi. I responsabili della politica, dell’economia, gli intellettuali e l’insieme della società non devono scoraggiarsi, non devono lasciarsi impressionare dall’attuale dittatura internazionale dei mercati finanziari che minacciano la pace e la democrazia.

...

Le basi delle conquiste sociali della Resistenza sono oggi messe nuovamente in discussione.

...

Ma come può oggi mancare il denaro per mantenere e prolungare queste conquiste quando la produzione della ricchezze è considerevolmente aumentata dopo la Liberazione, periodo nel quale l’Europa è stata distrutta? Se non perché il potere del denaro così combattuto dalla Resistenza, non è mai stato tanto grande, insolente, egoista, con i suoi servitori fino alle più alte sfere dello Stato. Le banche ormai privatizzate si mostrano dapprima preoccupate dei loro dividendi e degli alti stipendi dei loro dirigenti, niente per l’interesse generale. Le differenza tra i più poveri e i più ricchi non è mai stata così grande e la corsa al denaro, alla competizione altrettanto incoraggiate.

...

L’indifferenza è il peggior atteggiamento.

È vero, le ragioni per indignarsi possono apparire meno nette oggi in un mondo troppo complesso. Chi comanda, chi decide. Non è facile distinguere tutte le correnti che ci governano ... Viviamo in una interconnettività che non è mai esistita. Ma nel mondo ci sono delle cose insopportabili. Per vederle, occorre ben osservare, cercare. Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire «non posso farci niente» ... Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali dell’essere umano. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignarsi e l’impegno che ne è la conseguenza.

Si possono già identificare due grandi nuove sfide:

1)    La grandissima differenza che esiste tra i molto poveri e i molto ricchi e che non cessa di ridursi. È una delle novità del XX e del XXI secolo. Coloro che sono molto poveri, oggi guadagnano appena due dollari al giorno. Non si può lasciar crescere ancora questa differenza. Solo questa constatazione deve suscitare un impegno.

2)    I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta ...

Auguro a tutti, a ciascuno di voi, di avere il vostro motivo di indignazione. È prezioso. Quando qualcosa vi indigna, come io ero indignato per il nazismo, allora si diventa militanti, forti ed impegnati. Ci si unisce a questa corrente della storia e la grande corrente della storia deve proseguire con il contributo di ciascuno. E questa corrente va verso più giustizia, più libertà ...

Questi diritti, sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, il 10 dicembre 1948 a Parigi.

Cito l’articolo 15 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: «ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza»; l’articolo 22: « Ogni individuo in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonchè alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità. ...

Ai giovani dico: guardatevi intorno, troverete gli argomenti che giustificano la vostra indignazione - il trattamento riservato agli immigrati, ai clandestini, ai Rom.

Troverete delle situazioni concrete che vi porteranno ad iniziare un‘azione forte ... Cercate e le troverete! ...

 

Stéphane Hessel

stéphan hesselHa 93 anni. È nato a Berlino nel 1917, da padre ebreo scrittore, traduttore, Franz Hessel, e da madre pittrice, appassionata di lirica, Helen Grund, anche lei scrittrice. I suoi genitori si stabiliscono a Parigi, nel 1924, con i due figli, Ulrich, il maggiore, e Stéphane.

Stéphane frequenta la Scuola Normale, ma la guerra interrompe i suoi studi. Naturalizzato francese nel 1937, e mobilitato allo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel maggio 1941, raggiunge la France libre del Generale De Gaulle, a Londra. Lavora nell’Ufficio del controspionaggio. A fine marzo 1944, sbarca clandestinamente in Francia incaricato di una missione in vista dello sbarco alleato. Il 10 luglio 1944 viene arrestato a Parigi dalla Gestapo ed inviato a Buchenwald, l’8 agosto 1944, pochi giorni prima della liberazione di Parigi.

Il giorno prima di essere impiccato, riesce a cambiare la sua identità con quella di un francese moro di tifo nel campo di concentramento. Con il nuovo nome viene trasferito nel campo di Rottleberode, vicino ad una fabbrica dove atterrano i bombardieri tedeschi, gli Junker 52, ma fortunatamente viene impiegato come contabile. Evade. Ripreso viene internato a Dora dove si fabbricano le V-1 e le V-2, questi missili con i quali i nazisti sperano ancora di vincere la guerra. Affidato alla compagnia disciplinare, fugge nuovamente quando ormai le truppe alleate si avvicinano al lager di Dora. Infine ritrova a Parigi la moglie Vitia, madre dei suoi tre figli, due maschi e una femmina.

 

Il libro di Stéphane Hessel è stato tradotto anche in italiano

Lire la suite

Gli ebrei nella nazione italiana

28 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

 

Il processo di acquisizione del diritto di cittadinanza degli ebrei cominciato con l’unità d’Italia è interrotto brutalmente dal fascismo nel 1938. La loro identità ne resterà irrimediabilmente segnata.

 

Alla fine del XIX secolo, in un’epoca in cui l’antisemitismo imperava in diversi paesi d’Europa, la situazione degli ebrei d’Italia appariva invece invidiabile. A Roma, capitale del Regno d’Italia, dove gli ebrei erano stati gli ultimi ad ottenere l’uguaglianza dei diritti, il ricordo dell’affare Mortara ormai si allontanava (nel 1858, nonostante una grande mobilitazione, il potere pontificio aveva rifiutato di restituire alla sua famiglia ebrea un bambino battezzato dalla sua nutrice cattolica). Inoltre, a partire dal 1886, il quartiere insalubre del ghetto veniva demolito in vista di un nuovo piano di urbanizzazione.

Per gli ebrei d’Italia, che avevano partecipato con entusiasmo alle rivoluzioni del 1848 e alle guerre del Risorgimento, l’unificazione coincise con l’uguaglianza di condizioni sia sul piano civile che politico. Gli ebrei erano diventati italiani nello stesso tempo come i cattolici, sia che fossero piemontesi siciliani o napoletani. Questo processo, definito da alcuni intellettuali italiani, e in particolare da Antonio Gramsci, di «nazionalizzazione parallela» è stato spesso evidenziato per spiegare un carattere limitato dell’antisemitismo in Italia. Gli ebrei italiani sono i primi a ritenere che è iniziato un processo di assimilazione. Nel 1884, David Prato, rabbino di Roma, parla di «ebrei di religione italiana». Molti indici attestano la riuscita del processo d’integrazione nel crogiolo nazionale: il numero di matrimoni misti, le difficoltà del sionismo a penetrare nella penisola, l’evoluzione sociologica. Dopo il 1870, molti conoscono un’ascensione sociale rapida  in seno alle professioni liberali e nella funzione pubblica; un certo numero di loro accedono, inoltre, alle più alte cariche amministrative e politiche. L’importanza di una dimensione municipale nella cultura politica italiana fu probabilmente un elemento favorevole all’integrazione delle comunità ebree. Mediante le identità comunali, ebrei e non ebrei si riuniscono per un’appartenenza comune, uniti da un legame altrettanto forte come quello nazionale.

Incaricato di trasmettere al re gli omaggi della comunità ebrea romana,nel 1870, il generale Cadorna gli consegna una lettera in cui gli ebrei di Roma salutano il sovrano in qualità di italiani, romani e israeliti. Nel 1874, il presidente del comitato dell’Alleanza israelita universale di Roma, Samuel Toscano, ammise che il campanilismo era un dono essenziale della cultura italiana, ivi compreso per gli ebrei. L’emancipazione è allora inscritta nel paesaggio urbano con la costruzione di edifici religiosi a carattere monumentale, non senza un paradosso, per gli ebrei, come per i cattolici, che si dovevano confrontare con la laicizzazione della società. Per proclamare la fine di un’epoca che imponeva agli ebrei dei luoghi di culto nascosti, furono costruite delle vere «sinagoghe-cattedrali» nelle più grandi città di cui Roma e Torino sono gli esempi più eclatanti.

1911 sinagoga Roma

 

Un’eccezione italiana.

Tuttavia questa integrazione non fu realizzata senza ostacoli. Nonostante i numerosi atti di devozione degli ebrei di fronte alle istituzioni e alla Casa Savoia, persisteva un sentimento di precarietà nei rapporti con la popolazione. In città come Roma e Venezia sussistevano dei pregiudizi antiebrei. Alcune testimonianze attestano la permanenza di un antisemitismo di matrice religiosa maggiormente tra la popolazione cattolica, abituata a sentire i sacerdoti definire gli ebrei come «perfidi» durante la preghiera del Venerdì santo. Questo antisemitismo non era, però, comparabile con quello esistente in altri paesi d’Europa, che si fondava su un antisemitismo politico. Mentre in Francia e in Germania si sviluppavano leghe e movimenti di massa antisemiti, l’Italia ne era risparmiata. Tra il nazionalismo italiano l’antisemitismo restò circoscritto, anche dopo la guerra di Libia. Il 1911 fu un momento in cui l’Italia si trovò esposta ai temi ricorrenti dell’antisemitismo, come la denuncia di un «giudaismo internazionale» (presentato come un ostacolo alla conquista coloniale).

Il quadro idilliaco di una integrazione perfettamente armoniosa degli ebrei della nazione italiana va smorzato: non esiste una forma di eccezione italiana. La svolta del fascismo italiano fu brutale.

L’inizio dell’antisemitismo di Stato ha inizio il 14 luglio 1938. Il Giornale d’Italia pubblica un articolo non firmato con il titolo «Il fascismo e i problemi della razza». In dieci punti, e sotto forma di una dottrina pseudo-scientifica, il regime fascista dà inizio alla politica antisemita: «Le razze umane esistono; ci sono delle razze inferiori e superiori; il concetto di razza è puramente biologico; la popolazione italiana è di origine ariana; è ora che gli italiani si dichiarino francamente razzisti; gli ebrei non appartengono alla razza italiana ...».

manifesto-razzismo-italiano.jpg 

Questo decalogo del razzismo italiano, chiamato di seguito «manifesto degli scienziati», è stato a lungo pensato e approvato da Mussolini prima di essere reso pubblico. Per i 47.000 ebrei presenti in Italia, grande fu lo stupore per il cambiamento politico e ideologico così repentino.

Dal 22 agosto 1938, un censimento speciale degli ebrei fu ordinato dal ministero degli Interni, che creò una Divisione per la demografia e la razza (Demorazza). Prime vittime della politica discriminatoria sono gli ebrei stranieri che sono obbligati a lasciare il territorio dal 7 settembre. Il 17 novembre 1938, il decreto legge enunciando le misure per la difesa della razza italiana, attacca questa volta gli ebrei italiani.

La definizione di ebreo si accompagna, classicamente, con una serie di  interdizioni che saranno, col passare dei mesi, moltiplicate ed aggravate, e riguarderanno i matrimoni con gli «ariani», il servizio militare, le professioni che hanno rapporti con la difesa, il possesso di beni oltre certi valori, l’impiego nelle pubbliche amministrazioni e nel parastato.

Gli ebrei ex combattenti o iscritti al Partito fascista prima della marcia su Roma del 1922 sono mesi al riparo da certe misure discriminatorie concernenti la possibilità di possedere dei beni.

 

Cittadini di seconda categoria.

In qualche settimana, gli ebrei italiani sono diventati cittadini di seconda categoria quando la loro presenza non sia giudicata indesiderabile. Il cambiamento di rotta del fascismo sembra tanto più brutale in quanto l’antisemitismo era assente dalla dottrina fascista fino alla metà degli anni ’30.

Dalla sua cella, Vittorio Foa, antifascista ed ebreo, scriveva ancora nel luglio 1938: «Non si sono mai avuti e non esistono dei sentimenti antisemiti altrove se non in qualche gruppo di intellettuali invidiosi e consapevoli della loro mediocrità».

C’erano alcuni nazionalisti e fascisti antisemiti virulenti come Farinacci, Interlandi, e ancora il prete spretato Giovanni Preziosi. La rivista La vita italiana era una delle tribune di denuncia di un complotto ebreo internazionale. Tuttavia l’antisemitismo rimase circoscritto a qualche circolo ristretto della destra fascista e nazionalista; proprio come in seno al cattolicesimo, l’antisemitismo militante era prerogativa di una corrente minoritaria.

In un contesto dove gli ebrei erano ancora degli italiani come gli altri, la comunità ebrea si era divisa di fronte al fascismo: alcuni si erano iscritti, dal 1921, al Partito fascista, che, a differenza del NSDAP (partito nazionalsocialista tedesco) non manifestava alcuna ostilità antiebrea.

Nel 1934, in seguito all’arresto di un gruppo di 17 antifascisti tra i quali figuravano alcuni ebrei, la stampa aveva denunciato, per qualche settimana, «gli ebrei al soldo degli esiliati antifascisti».

A partire dal 1936, quando l’Italia si riavvicinò alla Germania, gli attacchi antisemiti si fecero più frequenti sulla stampa e la città di Ferrara conobbe, per la prima volta da più di alcuni decenni, una manifestazione antisemita. L’anno seguente, sulla stampa nazionale, e in modo particolare su Il Popolo d’Italia, quotidiano del Partito fascista, ebbe grande eco, al suo apparire, l’opera Gli ebrei in Italia, in cui, l’autore, Paolo Oriano, invitava gli ebrei a rinunciare a ogni identità specifica se si consideravano italiani. Per qualche mese, la denuncia del sionismo fu il principale vettore degli attacchi contro gli ebrei.

Nel febbraio 1938, un articolo dell’Information diplomatique (scritto da Mussolini) smentiva ancora l’intenzione del governo di mettere in opera una politica antisemita, evocando, tuttavia, l’intenzione di impedire che «gli ebrei occupino nella nazione un posto spoporzionato in rapporto al loro numero e ai loro meriti». Riunita in assemblea straordinaria, la comunità ebrea di Torino accolse questa dichiarazione con opportunismo: «In Italia non esiste dell’antisemitismo», «la tempesta passerà e la calma ritornerà ...».

L’attuazione di un antisemitismo di Stato fu così un atto politico pensato, programmato diversi mesi prima e adottato dai responsabili fascisti senza la minima pressione della Germania.

Se il contesto diplomatico dell’Asse Roma-Berlino (proclamato nel 1936) non fu estraneo alla decisione del governo, questa evoluzione procede con una dinamica ideologica e politica propria del fascismo italiano.

Nella seconda metà degli anni ’30, all’indomani della conquista dell’Etiopia (1935-1936), il duce intende assicurare la continuità del regime ed accelerare la trasformazione totalitaria della società. Il tema della seconda rivoluzione fascista è all’ordine del giorno sotto forma di un progetto tendente a rigenerare la razza.

Nel contesto della conquista dell’Etiopia, la paura di vedere il «madamismo» (l’acquisto di una concubina, o il concubinaggio tra civili e militari italiani con donne etiopi, porta a rinforzare la volontà di lottare contro il meticciato. Nell’aprile del 1937 una legge vieta agli italiani di mantenere «relazioni a carattere coniugale» con donne dell’Africa orientale italiana. Quando vengono adottate le misure antisemite, la questione della purezza della razza è già all’ordine del giorno da più di due anni e i sostenitori di un antisemitismo di Stato possono facilmente presentare il loro progetto come uno dei mezzi necessari per l’instaurazione di un ordine fascista totalitario. Eppure il legame tra il razzismo praticato in Etiopia e l’antisemitismo di Stato non ha tanto radici ideologiche ma è un disegno politico tendente a trasformare lo stile, il comportamento e perfino l’essere intimo degli italiani: creare un uomo nuovo fascista.

In che misura le leggi antisemite furono veramente applicate e che seguito trovarono nella società le direttive del governo?

Contrariamente ad una vulgata a lungo tempo diffusa, non vi fu moderazione, anzi, nel 1938, i giornali facevano a gara per criticare, denunciare e schermire gli ebrei italiani e stranieri.

rivista-la-difesa-della-razza.jpg copertina-rivista-la-difesa-della-razza.jpg

Una rivista militante, La difesa della razza, vera vetrina del razzismo all’italiana, venne lanciata con grande sostegno pubblicitario e diffusa nei licei e nelle università. In qualche mese, la propaganda di odio raggiunge un livello elevato, come se la stampa avesse voluto cancellare più decenni di tolleranza. Tra le organizzazioni fasciste, i GUF (Gruppi universitari fascisti) diedero prova di un’inventiva particolare di satira antisemita.

Conformandosi alla lettera e allo spirito della legge e delle circolari, le amministrazioni fecero applicare con zelo ed efficacia le direttive del governo, sia che si trattasse di censire gli ebrei sia di escluderli da alcune professioni. Il decreto legge per la «difesa della razza nelle scuole fasciste» fu uno dei primi ad essere adottato nel mese di settembre 1938. Gli insegnanti ebrei furono allora esclusi dall’insegnamento, dalle scuole elementari all’università, tanto che i bambini dovettero lasciare le scuole pubbliche e frequentare delle scuole separate. Benché la popolazione non fosse favorevole, nel suo insieme, a tali misure, proteste e segni di opposizione furono di una minoranza.

Nel Partito fascista, che contava nel 1939 2,5 milioni dia derenti, un migliaio di persone furono escluse per «pietismo», espressione utilizzata dalla propaganda fascista per designare coloro che manifestavano compassione e solidarietà nei confronti con gli ebrei. A seconda dei luoghi, la legislazione antisemita venne attuata con più  o meno rigore: a Trieste gli ebrei si trovarono di fronte un’amministrazione particolarmente intrattabile e una popolazione spesso ostile. A Torino come a Venezia le esclusioni dalle professioni vennero applicate senza grande resistenza. In diverse città, i commercianti esposero, all’ingresso dei loro negozi, dei cartelli ostili: «Ingresso vietato ai cani e agli ebrei», «Per motivi di igiene, è vietato sputare e agli ebrei di entrare»...

1938-antisemitismo-Roma.jpg

Impegnato nell’antisemitismo di Stato, il potere fascista non pensava di sterminare gli ebrei d’Italia. Con la guerra e il susseguirsi degli eventi dell’estate del 1943 che condussero, nel settembre 1943, all’occupazione del centro-nord dell’Italia da parte dei tedeschi e alla formazione della Repubblica di Salò, divenne, invece, complice passivo della loro eliminazione. Questa situazione può apparire ancor più paradossale in quanto, prima della caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, le autorità militari e diplomatiche, nelle loro zone di occupazione e principalmente nel sud est della Francia e in Croazia, avevano protetto gli ebrei e tentato di prevenire la loro deportazione. Fu grazie al fascismo che aveva censito, contato, discriminato e definito gli ebrei davanti all’opinione pubblica come nemici, che l’occupante nazista poté bruciare le tappe. Agli inizi del mese di ottobre 1943, Theodor Dannecker viene inviato da Eichmann in Italia, per procedere alle prime ondate di deportazione. Poco dopo i tedeschi creano un ufficio permanente a Verona, incaricato dell’«operazione antiebrei».

Il 16 settembre, il primo convoglio parte per Auschwitz. Due mesi più tardi,una grande retata decima la più vecchia comunità ebraica d’Italia: 1022 abitanti del ghetto di Roma sono inviati ad Auschwitz e circa il 90 per cento di loro sono mandati nelle camere a gas al loro arrivo. Il 28 ottobre, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede scrive con sollievo e soddisfazione:«Il papa, benché sollecitato da più parti, non ha preso alcuna posizione pubblica contro la deportazione degli ebrei di Roma». Se questa operazione è stata organizzata ed eseguita dalle sole forze tedesche, dal mese di novembre successivo, il governo di Salò segue la stessa via.

 

Verso la deportazione.

Il 30 novembre, il ministro degli Interni ordina l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei e la confisca dei loro beni. Non vi è più alcuna distinzione tra ebrei stranieri o italiani, sia che le retate siano organizzate dai tedeschi o dalla polizia italiana.

In che misura il duce e le autorità fasciste erano a conoscenza della sorte riservata agli ebrei? Nel novembre 1942, Mussolini, parlando della politica antiebraica della Germania con l’industriale Alberto Pirelli, così cinicamente si espresse: «Li faccio emigrare ... verso l’altro mondo». Numerosi documenti e testimonianze consentono di stabilire che il capo del Governo non solamente era informato: alla fine del 1942, gli ambienti dirigenziali conoscevano, a grandi linee, l’esistenza della Soluzione finale. Al termine della guerra, su una popolazione di circa 35.000 ebrei presenti nel 1943, si contarono 7860 morti.

Come in Francia, gli ebrei scampati beneficiarono dell’aiuto di una parte della popolazione e delle istituzioni religiose. Nel 1947, il colonnello Max Adolphe Vitale, presidente del Comitato di ricerca dei deportati ebrei italiani, in un rapporto destinato ad informare i francesi sulla situazione degli ebrei italiani durante il fascismo e la guerra, stimò che niente sarà più come prima: «È ripresa la vita degli ebrei in Italia; vita difficile come in tutto il mondo. Quasi tutti piangono qualcuno che non rivedranno più ... Se si domanda se qualcosa è cambiato tra gli ebrei e i non ebrei in Italia, la risposta è che prima del 1938, noi ebrei eravamo italiani, ora siamo degli ebrei italiani!»

Dopo la guerra, gli ebrei d’Italia si dovettero confrontare con un processo di occultamento della memoria delle persecuzioni antisemite. Al loro ritorno,  i sopravvissuti della Shoa si scontrarono con un muro di incomprensione. Nel 1955, Primo Levi scriveva: «Oggi è indelicato parlare dei campi. Si rischia di essere accusati di atteggiarsi a vittime o di oltraggio al pudore». Se questo fenomeno non è solo dell’Italia, l’analisi della stampa dell’epoca rivela un’amnesia specifica: la maggior parte dei giornali aveva dimenticato il contributo propriamente italiano alle persecuzioni; solamente l’occupante veniva ritenuto responsabile in un contesto dove, passata l’epurazione, le prigioni si svuotarono rapidamente dei responsabili fascisti, aiutati da una legge di amnistia.

Dal 1947, nonostante l’interdizione prevista dalla Costituzione, venne fondato un partito neofascista, il Movimento sociale italiano, di cui uno dei suoi principali leader, Giorgio Almirante, non era che l’ex segretario della redazione della Difesa della razza. Questo processo di occultamento del passato è attestato dalla lentezza con la quale sono state abolite le leggi razziali, oltre all’enorme difficoltà delle vittime ad ottenere dallo Stato un risarcimento per i pregiudizi subiti. Si è dovuto attendere il 1980 per una legge che stabiliva il pagamento da parte dello Stato di una indennità agli ex deportati, mediante una procedura lunga e complessa.

Alla fine degli anni ’60, la questione dell’identità del giudaismo  ritorna sulla scena per l’attualità internazionale: rimpatrio degli ebrei di Libia a partire dal 1967; guerra dei Sei Giorni, poi l’insorgenza di un antisemitismo legato ai conflitti del Medio Oriente. L’attentato contro la sinagoga di Roma, nel 1982, segna un nuovo trauma.

Gianfranco Fini ha fatto evolvere il Movimento sociale italiano verso una formazione di destra classica e ha condannato molto nettamente, durante un viaggio in Israele nel 2003, la responsabilità del fascismo per la Shoa. Invece, la Lega Nord manifesta ostentatamente certi temi xenofobi.

Oggi la memoria dell’antisemitismo e della Shoa dispone ormai di vari vettori di trasmissione, sotto forma di luoghi della memoria e di istituzioni di ricerca; recentemente, a Ferrara, è stato creato un museo di storia del giudaismo e della Shoa.

 

Traduzione di un articolo di Marie-Anne Matard-Bonucci, docente di Storia contemporanea all’Università di Grenoble, pubblicato su Histoire nel mese di gennaio 2011

Lire la suite

I 600 giorni di Salò

22 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Salò è il nome del luogo che resta nella memoria associato all’ultimo atto del fascismo italiano.

stemma-RSI.jpg

Salò, piccola località sulle rive del lago di Garda, non ebbe affatto più importanza nella storia politica della Repubblica sociale italiana di Bogliaco, sede della Presidenza del Consiglio, o di Maderno, dove s’installò il ministero degli Interni, o di Cremona dove vi era il ministero della Difesa, o ancora Verona, Padova o Treviso, che ospitavano altri ministeri. La vicinanza della residenza di Mussolini fece di Salò, per diciotto mesi, un surrogato di capitale di un regime collaborazionista alla deriva.

La dispersione dei centri di potere è significativa della delicata posizione in cui si trovò il governo della Repubblica sociale italiana, diviso tra le esigenze dei tedeschi e la volontà di condurre a termine una rivoluzione fascista radicale, a causa soprattutto di una doppia mancanza di legittimità, sia nei confronti della popolazione italiana che presso gli alleati tedeschi. 

Il 18 settembre 1943, da Monaco, Mussolini annuncia la rinascita del fascismo (il duce era stato liberato il 12 settembre 1943 da un commando di SS).

 

 

Mussolini Gransasso

 

Il debito di Mussolini verso Hitler è considerevole: a lui deve non solamente la sua liberazione, ma anche la possibilità di ricominciare a governare una parte del territorio italiano, quello che fu occupato dall’esercito tedesco l’8 settembre 1943, ossia il centro e il nord della penisola. Non sorprende, di conseguenza, che il nuovo governo cede immediatamente sul terreno della sovranità nazionale: rifiuto del Reich di ristabilire Roma come capitale; amministrazione diretta dell’esercito tedesco di due vaste zone dell’Italia del Nord (il «litorale adriatico» OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland) comprendente la provincia di Udine, Gorizia, Pola, Trieste, Fiume e Lubiana; le «Prealpi» (Operationszone Alpenvorland o OZAV) l'area che comprendeva le province di Bolzano, Trento e Belluno, che furono annesse al Terzo Reich; il rifiuto di liberare i 650.000 soldati italiani catturati dopo l’8 settembre e avviati verso i campi di concentramento.

Ormai l’Italia è passata dal rango di principale alleato a quello di paese occupato, territorio di operazioni militari. Tollerando l’esistenza di un governo avente un’apparente sovranità, le autorità germaniche pensano di poter controllare più facilmente la popolazione, sfruttando le risorse nazionali. Se il duce ha accettato, su pressione di Hitler, di tornare al comando, egli ritorna in Italia con un progetto politico che si supponeva rivoluzionario. Nel suo discorso del 18 settembre 1943, dichiara di voler instaurare uno Stato nazionale e sociale, ispirato al fascismo delle origini. Lanciando l’anatema contro le «plutocrazie parassitarie», non vuole solamente ritrovare il sostegno delle masse, ma punire le élite borghesi, sospettate di averlo tradito al momento del colpo di stato del 24 luglio.

Nel nuovo regime, la dimensione punitiva e repressiva occupa subito un posto essenziale. Così, uno dei primi compiti del governo è l’organizzazione del processo ai diciannove dignitari fascisti che hanno deposto il duce. Sei di loro sono giudicati da un tribunale speciale. Tra i cinque che vengono fucilati l’11 gennaio 1944 vi è Ciano, il genero di Mussolini ed ex ministro degli Esteri.

Diverse formazioni armate operano per ricercare antifascisti e resistenti: la Guardia nazionale repubblicana (150.000 uomini); le Brigate nere, una sorta di milizia del partito fascista repubblicano; l’esercito, diretto dal maresciallo Graziani, comprendente circa quattro divisioni addestrate nel Reich.

L’appello al sangue versato è il leitmotiv del nuovo regime. Con l’esaltazione della violenza, il regime di Salò, è impregnato di cultura di guerra.

I ranghi intorno al duce sono radi. Pochi responsabili del vecchio regime fascista: il maresciallo Graziani, l’eroe della guerra d’Etiopia; Roberto Farinacci molto vicino alla Germania e antisemita convinto; Guido Buffarini Guidi, sottosegretario agli Interni dal 1933 al 1943; Alessandro Pavolini, ministro della propaganda dal 1939 al 1943. Nello stesso tempo, il partito fascista repubblicano non riunisce che una frazione minoritaria degli iscritti del vecchio partito nazionale fascista. Gli uomini che aderiscono al PFR provengono da orizzonti differenti: militanti o quadri in posizione marginale che intendono sfruttare la nuova occasione; gioventù cresciuta nella mitologia del primo fascismo che sogna di ripetere le gesta dei suoi eroi; difensori di una certa idea di onore nazionale tradito ai loro occhi con l’armistizio.

manifesto-8-settembre-RSI.jpg

Le basi ideologiche e propagandistiche del regime sono enunciate durante il congresso del PFR di Verona, il 14 novembre 1943. Un manifesto di 18 punti, preparato da Pavolini, segretario del nuovo partito, e approvato da Mussolini, proclama decaduta la monarchia.

manifesto-RSI.jpg

Il lavoro è considerato come il fondamento del regime che riconosce la proprietà privata a condizione che sia compatibile con gli «interessi» collettivi. La dimensione razziale dell’ideologia fascista è riaffermata, gli ebrei sono considerati come degli stranieri appartenenti, durante la guerra, ad una «nazione nemica». Benché l’accento sia posto sulle riforme sociali, è proprio su questo terreno che le realizzazioni saranno le più modeste. Nel Gennaio 1944, la nazionalizzazione di qualche settore chiave dell’economia viene preso in considerazione insieme all’esproprio dei terreni incolti. Tuttavia, il governo si scontra con l’ostilità degli industriali, mentre si trova ad affrontare il vasto movimento degli scioperi dei lavoratori nel marzo 1944. Soprattutto si trova di fronte al rifiuto dei tedeschi. A loro interessa mantenere un’economia italiana al meglio delle sue capacità produttive. Nel 1944, la maggior parte dei prodotti sono inviati nel Reich. E davanti alle resistenze degli italiani a partire per lavorare in Germania, l’occupante procede con le deportazioni di massa. La caccia all’uomo minaccia sia i partigiani che i lavoratori in sciopero, i detenuti comuni o i civili.

Bloccato nelle sue velleità di socializzazione, costretto ad assistere al saccheggio dell’economia italiana, il governo di Salò andrà fino in fondo nell’alleanza con il Reich, impegnandosi in una politica di collaborazione sfrenata.

Il controllo del territorio e la lotta contro la Resistenza finiscono per impegnare tutte le sue energie e quelle delle sue truppe, che raggruppano circa 300.000 uomini, nell’estate del 1944. In realtà,  le forze dei partigiani e antifascisti ammontano con il passare delle settimane: sono italiani che sfuggono al lavoro coatto in Germania e giovani appartenenti alle classi 1923, 1924 e 1925 che si rifiutano di rispondere alla chiamata alle armi della RSI. Oltre ad avere fascisti e nazisti lo stesso nemico, anche le loro pratiche di repressione assomigliano sempre di più: esecuzioni sommarie di detenuti, rappresaglie contro civili. La persecuzione contro gli ebrei è un’altro terreno d’intesa tra l’occupante e i fascisti, tanto più che nel governo, i fautori di un antisemitismo ad oltranza sono in posizioni di comando.

1944-discorso-duce.jpg

Il 6 marzo 1945, Mussolini pronuncia un discorso in forma di orazione funebre davanti a 400 ufficiali della Guardia nazionale repubblicana; «I governi antifascisti potranno fare tutto quello che vorranno nell’Italia occupata, ma quello che fa parte della storia non si cancella e noi abbiamo lasciato dei solchi troppo profondi per pensare che questi antifascisti resuscitati potranno vincere le nostre idee e che incarneranno il futuro della patria». Prevedendo la sconfitta del regime e la sua propria fine, Mussolini non poteva che arrendersi all’evidenza: l’avanzata degli Alleati e l’estrema impopolarità del governo di cui era ancora il capo lo condannavano.

Contrariamente alle sue previsioni, e nonostante la sua vera ossessione di apparire come un Quisling in Italia, la memoria collettiva non conserverà della Repubblica sociale italiana che il ricordo di un governo fantoccio interamente dominato dall’occupante tedesco.

 

Traduzione di un articolo di Marie-Anne Matard-Bonucci, docente di Storia contemporanea all’Università di Grenoble, pubblicato su Histoire nel mese di gennaio 2011

Lire la suite

Gli ebrei nella Resistenza italiana

18 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Circa 1000 ebrei italiani clandestini - pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana, percentuale superiore a quella degli italiani - entrarono nella Resistenza, inquadrati come partigiani, tra i quali Eugenio Curiel, Vittorio Foa, Primo Levi, Pino Levi Cavaglione, Liana Millu, Enzo ed Emilio Sereni, Elio Toaff, Umberto Terracini e Leo Valiani. Gli ebrei italiani, anche in virtù del distacco dal regime fascista maturato fin dalle leggi razziali del 1938, furono tra i primi ad arruolarsi nelle bande partigiane e già il 9 settembre 1943 Emanuele Artom annota nel suo diario: «La radio tedesca annunzia che verranno a vendicare Mussolini. Così bisogna arruolarsi nelle forze dei partiti e io mi sono già iscritto».

L'adesione degli ebrei alla Resistenza non fu dettata solo dalla reazione all'antisemitismo nazifascista - che ebbe ovviamente una parte importante nella loro lotta - ma, come per gli altri partigiani, si fondò anche su motivazioni politico-ideologiche e sull'avversione più in generale verso un regime dittatoriale che soffocava la libertà. «E quando viene la tristezza ed il peso diviene duro a portare, bisogna dire: Vita! Vita! e tirare avanti con serenità e coraggio, - afferma Eugenio Curiel in una lettera alla famiglia, - ringraziando che tutto il tumulto non riesca a spezzare la nostra fiducia nelle cose fondamentali della vita, ma anzi ci tempri a sperare e a volere cose migliori e una vita più ricca». «W L'Italia Libera», scrive nel suo diario Giulio Bolaffi. «lo ho viva speranza, - si legge invece in una lettera, - che questa guerra debba terminare presto e tutti i miei voti sono perché tutti noi ci possiamo ritrovare per poter iniziare la creazione di una nuova Italia in cui veramente la giustizia e la fratellanza vi regnino sovrani».

Molti ebrei tornarono appositamente dai luoghi di emigrazione o di rifugio, come Enzo Sereni, poi morto in deportazione, che era in Palestina, e Gianfranco Sarfatti, morto in combattimento, che si trovava in Svizzera. «Sapete già, - scrive quest'ultimo in una lettera ai genitori, al momento di rientrare in Italia, - che faccio quello che faccio non per capriccio o spirito di avventura; il mio modo di vivere e il perché del mio vivere da molti mesi non cerca di essere che un tuffarsi nell'umanità, partecipando alla sua vita, dura o lieta che sia. Se non agissi così rinnegherei me stesso, rimarrei privo di guida, avvilito, annientato: e quindi rinnegherei anche voi che mi avete dato vita ed educazione».

La militanza nelle file della Resistenza comportò un costo notevole in termini di vite umane. Circa 100 ebrei caddero in combattimento oppure furono arrestati e uccisi nella penisola o in seguito alla deportazione nei lager nazisti. Sette di loro furono insigniti di medaglia d'oro alla memoria: Eugenio Calò, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Sergio Forti, Mario Jacchia, Rita Rosani e Ildebrando Vivanti.

Il contatto tra la Resistenza e gli ebrei, braccati e clandestini, fu evidente anche in alcune iniziative di aiuto e soccorso, come il Comitato Assistenza Ebraica nato nell'estate del 1944 su iniziativa di Bruno Segre e di alcuni partigiani ebrei che operavano nel cuneese. Il programma del comitato prevedeva il soccorso ai detenuti in carcere, l'aiuto economico e morale ai bisognosi, la distribuzione di documenti d'identità falsi, la raccolta di notizie sulla sorte dei deportati, l'avvio della compilazione degli elenchi dei criminali di guerra nazifascisti, dei delatori e delle spie.

Una testimonianza del legame materiale, morale e ideologico che si stabilì tra ebrei e partigiani è la lettera che una coppia francese rifugiata nel cuneese scrisse nei giorni della liberazione al parroco di Borgo San Dalmazzo, che aveva aiutato tanti clandestini della zona, in cui si dice che: «Siamo stati diverso tempo in compagnia di partigiani che ci hanno mostrato di parola e di fatto la loro simpatia per noi e abbiamo potuto dimostrare dopo il crollo del regime fascista la nostra solidarietà di gioia per la liberazione del popolo e la rinascita del paese insieme a loro e a tutta la popolazione». In un diario di un ebreo relativo ai giorni della liberazione di Torino, invece, i «valorosi partigiani» sono definiti i «nostri Patrioti».

 

Bibliografia:

Mario Avagliano Marco Palmieri - Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945 Einaudi 2010

Lire la suite

8 settembre 1943: la difesa di Roma

14 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Roma fu al centro degli avvenimenti dell'8 settembre: perché fu la città che più attivamente tentò di organizzarsi a difesa, e perché, con un pizzico di audacia - e forse solo con il normale spiegamento delle proprie capacità professionali - da parte dei capi militari, poteva essere liberata dallo sforzo congiunto dell'Esercito, del popolo e degli Alleati, che avevano previsto uno sbarco aereo di paracadutisti.

L'annuncio dell'armistizio, dato dalla voce funerea e meccanica del maresciallo alle otto del pomeriggio, sorprese la capitale, cagionando un tumulto di passioni, di illusioni e di speranze. Vi fu una parte che non seppe intuire le conseguenze, e accolse il discorso di Badoglio con il sollievo con cui s'accoglie la fine di un incubo. Ma il popolo comprese, e si mise subito in cerca di chi potesse dirigerlo. Nell'atmosfera eccitata della grande città, al termine di una giornata estiva placida e assolata come tutte le altre, passò un fremito antitedesco e risorgimentale. Ma la sera, al primo buio, già i cuori si rinserravano, pur senza un motivo esplicito, come stretti da presentimenti di lutto. La gente rincasava silenziosa, in un'attesa sgomenta.

Si videro carri armati, quella sera, nelle vie che portavano al Viminale e al Quirinale. Si pensò che l'Esercito italiano prendesse posizione per la difesa della città. Ma al mattino seguente erano spariti: più tardi si comprese che non s'era trattato che d'un episodio della fuga del re, del governo e dello stato maggiore, fuga che occupò, distraendole dai compiti aggressivi e difensivi per Roma, forze ingenti e perfettamente attrezzate. E Bonomi, quando, a nome del Comitato delle opposizioni, si recò il 9 mattina al Viminale per concertare col governo il concorso dell'antifascismo alla lotta, non trovò nessuno. Di conseguenza, il Comitato si costituì in Comitato di liberazione nazionale il giorno stesso, con Bonomi, Casati, De Gasperi, Ruini, Nenni, Scoccimarro, Lussu e incominciò da Roma la sua opera di direzione e di riorganizzazione, in vista della liberazione di quella che di lì a pochi giorni fu l'Italia occupata.

Febbrilmente, nonostante l'abbandono dei capi militari più qualificati, le forze popolari predisposero la propria resistenza. La sera dell'8 il gen. Carboni, ch'era stato designato al comando della difesa di Roma, con 4 divisioni ai suoi ordini più due altre dislocate nella città di Roma e nei dintorni, decise di non ostacolare l'armamento popolare. E difatti, la sera, mi consegnò tre autocarri di armi, prelevate da alcune caserme, e che scaricai la notte stessa ai vari depositi precostituiti presso magazzini e case private.

Il mattino seguente, tuttavia, gli ordini erano già mutati: proibito rifornirsi ancora di armi, proibito girare armati per la città. La polizia mise le mani su uno dei depositi notturni; il gen. Carboni, sollecitato ad intervenire, s'era reso irreperibile. Era evidente che, se si voleva seguitare la distribuzione delle armi - senza la quale non si sarebbe potuto contare su un intervento efficace dei volontari civili - bisognava proteggerla, stimolando manifestazioni popolari che creassero un'atmosfera ardente e tale da incutere rispetto alle forze di polizia, ai funzionari e agli ufficiali fascisti. In parte, la mossa riuscì per un'altra parte, si dovettero fronteggiare azioni della polizia e resistenze di reparti militari disorientati dal lavorio subdolo e corrosivo della quinta colonna, che spararono su colonne di dimostranti le quali chiedevano solo di combattere e di fraternizzare con le forze regolari dell'Esercito ..

Il quadro, al mattino del 9 settembre, era il seguente: i tedeschi avevano evacuato Roma; i combattimenti con le nostre truppe avevano avuto inizio fuori della città; il morale dei soldati incominciava a vacillare; le formazioni popolari erano armate in modo insufficiente. Ma, soprattutto, i tentativi più energici e conseguenti di resistenza all'invasore si urtavano con la contrarietà, sorda o aperta, di tutti gli organismi dirigenti. Ostacolato l'armamento, dissolti i Comandi superiori, contrastata l'opera di fraternizzazione tra popolazione ed Esercito dalle mosse disfattiste di ufficiali e di fascisti infiltratisi nelle forze armate, la situazione tendeva irresistibilmente a farsi insostenibile.

Si raccoglievano oramai a piene mani i frutti amari d'un colpo di Stato pilotato da interessi e da punti di vista reazionari; le conseguenze d'un rovesciamento di regime più apparente che sostanziale; gli effetti fatali di tutto un cumulo di errori, di debolezze, di tradimenti e di viltà. Lo stato maggiore era scomparso; le truppe migliori spostate agli obbiettivi cruciali al mero scopo di proteggere la ritirata dei «pezzi grossi»; le rimanenti, prive di un polso direttivo e abbandonate alla mercé d'una quinta colonna lasciata prosperare nel più perfetto rigoglio. Il popolo e l'Esercito erano rimasti soli, e in condizioni indicibilmente sfavorevoli, a fronteggiare un nemico deciso, che colmava l'inferiorità numerica con una schiacciante superiorità tattica e una ferrea coerenza direttiva.

Il 10 mattina la città era investita. La resistenza esterna era crollata, più per effetto dell'autosuggestione disfattista abilmente inoculata tra gli armati che per altri fattori. Qua e là, sporadicamente, s'erano verificati episodi di valore e di abnegazione, secondo le più nobili tradizioni del combattente italiano. Ma a poco a poco le truppe tedesche di assalto erano giunte a San Paolo, avvolgevano la Passeggiata Archeologica, erano li li per sfondare le ultime difese. Fu a questo punto che si produsse l'estremo, disperato sforzo dei difensori. Furono i granatieri, che morirono l'uno sull'altro, sparando fino all'ultimo colpo, sotto il sole a picco, nella località Cecchignola; furono i popolani, che accorsero accanto ai militari, e per alcune ore tennero duro presso la Piramide Cestia e in altri luoghi della capitale. Si ebbero i primi caduti della guerra di liberazione, tra cui Raffaele Persichetti, l'insegnante liceale accorso tra i primi e morto eroicamente alla testa d'un drappello di valorosi.

difesa-di-Roma.jpg  difesa di Roma 2 

 

civili-con-Piave-Roma.jpg 1943-difesa-Roma-Ostiense.jpg

A piazzale Ostiense alcuni civili aiutano gli artiglieri della “Piave” a mettere in linea i pezzi.

 

Piave-difesa-Roma.jpg

Alla montagnola dell’Eur, un autoblindo della “Piave” viene colpito da un pezzo anticarro tedesco.

 

 civili-difesa-di-Roma.jpg 

 Civili che hanno combattuto sulla via Laurentina insieme ai “Granatieri di Sardegna”, catturati dai paracadutisti tedeschi della “Student”.

 

Ma nel momento decisivo della lotta, quando i tedeschi in qualche punto ripiegavano e in altri non riuscivano a passare, si produsse un fatto nuovo, che accelerò il processo di disgregazione che nonostante tutto seguitava a svilupparsi tra i combattenti. Il maresciallo Caviglia, di propria iniziativa, intervenne nel conflitto e prese a trattare con i tedeschi, si disse, il loro passaggio incruento attraverso Roma, per guadagnare posizioni strategiche più a nord. Fu l'inizio della fine. La voce lugubre della radio, che a brevi intervalli si insinuava fra mezzo al crepitio dei combattimenti; cadde sulla resistenza di Roma come un annuncio di capitolazione e di tradimento.

Una sensazione di sconforto invase i combattenti e il popolo; l’arrivo dei primi soldati in fuga dalle zone dei combattimenti, laceri, insanguinati, con l'elmo di traverso e il fucile penzoloni, contribuì ad accrescere l'impressione d'essere tutti vittime del caos, d'una confusione non, più frenabile. Le voci più contraddittorie serpeggiavano tra i combattenti e in mezzo alla popolazione; a poco a poco non rimase più che un velo di volontari e di soldati a contrastare l'attacco nemico. Caviglia e Calvi di Bergolo, comandante della «Piave», capitolarono; i tedeschi entrarono in Roma, dapprima con le bandiere bianche di parlamentari, poi, insultanti e brutali, col ghigno del conquistatore e, più spesso, del rapinatore di strada.

Passarono, le formazioni di Hitler, per vie deserte o popolate di gente ostile, muta. Le gialle divise dei paracadutisti, i simboli di morte dei carristi, i mitra spianati, furono accolti dalla tetra disperazione d'un popolo che si era battuto con valore e aveva sperato di dare inizio quei giorni al riscatto della patria.

L'aspetto di Roma quel giorno era l'aspetto d'una città ferita ma non vinta: la capitale di un'Italia affranta, ma unita in un intento profondo e inarrestabile di riscossa e di rinascita. Si trovò un modus vivendi ridicolo, con la funzione della«città aperta».

Roma-settembre-1943.jpg Roma-occupata-ordinanza-Kesserling.jpg

 

Ma la sera del 10 settembre era chiaro a tutti che si chiudeva una fase e se ne apriva un'altra, dura, difficile, sanguinosa e forse lunga, ma certamente luminosa, ma sicuramente di vittoria.

La resistenza di Roma rappresentò il tentativo più avanzato compiuto l'8 settembre di collegare le forze popolari all'Esercito. E per tutto ciò ch'esso contenne di anticipazione della resistenza popolare e partigiana, della guerra di liberazione, che in seguito avrebbe avuto un ben più ampio respiro, non può dirsi totalmente fallito. Sarebbe riuscito - non v'è dubbio - se i quadri dirigenti non avessero tradito, non importa se per insipienza, per calcolo, per viltà, per decadenza professionale o per irresolutezza; se la quinta colonna non fosse stata libera di agire a suo piacimento; se l'Esercito fosse stato tenuto in pugno da capi decisi e patriottici, capaci di trasfondere nelle sue file stanche e demoralizzate da tanti anni di fascismo lo spirito eroico e garibaldino che animava le masse popolari. Nonostante tutto questo, una parte dell'Esercito tenne duro, si batté finché potette, poi si diede alla macchia portando con sé armi e rifornimenti. Sentiva che non tutto era perduto, che dalla disfatta doveva venire immancabilmente la nostra risurrezione.

Unità 10 settembre 1943 settembre-1943-la-plebe.jpg settembre-1943-L-Azione.jpg 1-ottobre-1943-il-combattente-1.jpg

 

Bibliografia:

Luigi Longo “Un popolo alla macchia” Editori Riuniti 1965

Lire la suite