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Gli ebrei nella nazione italiana

28 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

 

Il processo di acquisizione del diritto di cittadinanza degli ebrei cominciato con l’unità d’Italia è interrotto brutalmente dal fascismo nel 1938. La loro identità ne resterà irrimediabilmente segnata.

 

Alla fine del XIX secolo, in un’epoca in cui l’antisemitismo imperava in diversi paesi d’Europa, la situazione degli ebrei d’Italia appariva invece invidiabile. A Roma, capitale del Regno d’Italia, dove gli ebrei erano stati gli ultimi ad ottenere l’uguaglianza dei diritti, il ricordo dell’affare Mortara ormai si allontanava (nel 1858, nonostante una grande mobilitazione, il potere pontificio aveva rifiutato di restituire alla sua famiglia ebrea un bambino battezzato dalla sua nutrice cattolica). Inoltre, a partire dal 1886, il quartiere insalubre del ghetto veniva demolito in vista di un nuovo piano di urbanizzazione.

Per gli ebrei d’Italia, che avevano partecipato con entusiasmo alle rivoluzioni del 1848 e alle guerre del Risorgimento, l’unificazione coincise con l’uguaglianza di condizioni sia sul piano civile che politico. Gli ebrei erano diventati italiani nello stesso tempo come i cattolici, sia che fossero piemontesi siciliani o napoletani. Questo processo, definito da alcuni intellettuali italiani, e in particolare da Antonio Gramsci, di «nazionalizzazione parallela» è stato spesso evidenziato per spiegare un carattere limitato dell’antisemitismo in Italia. Gli ebrei italiani sono i primi a ritenere che è iniziato un processo di assimilazione. Nel 1884, David Prato, rabbino di Roma, parla di «ebrei di religione italiana». Molti indici attestano la riuscita del processo d’integrazione nel crogiolo nazionale: il numero di matrimoni misti, le difficoltà del sionismo a penetrare nella penisola, l’evoluzione sociologica. Dopo il 1870, molti conoscono un’ascensione sociale rapida  in seno alle professioni liberali e nella funzione pubblica; un certo numero di loro accedono, inoltre, alle più alte cariche amministrative e politiche. L’importanza di una dimensione municipale nella cultura politica italiana fu probabilmente un elemento favorevole all’integrazione delle comunità ebree. Mediante le identità comunali, ebrei e non ebrei si riuniscono per un’appartenenza comune, uniti da un legame altrettanto forte come quello nazionale.

Incaricato di trasmettere al re gli omaggi della comunità ebrea romana,nel 1870, il generale Cadorna gli consegna una lettera in cui gli ebrei di Roma salutano il sovrano in qualità di italiani, romani e israeliti. Nel 1874, il presidente del comitato dell’Alleanza israelita universale di Roma, Samuel Toscano, ammise che il campanilismo era un dono essenziale della cultura italiana, ivi compreso per gli ebrei. L’emancipazione è allora inscritta nel paesaggio urbano con la costruzione di edifici religiosi a carattere monumentale, non senza un paradosso, per gli ebrei, come per i cattolici, che si dovevano confrontare con la laicizzazione della società. Per proclamare la fine di un’epoca che imponeva agli ebrei dei luoghi di culto nascosti, furono costruite delle vere «sinagoghe-cattedrali» nelle più grandi città di cui Roma e Torino sono gli esempi più eclatanti.

1911 sinagoga Roma

 

Un’eccezione italiana.

Tuttavia questa integrazione non fu realizzata senza ostacoli. Nonostante i numerosi atti di devozione degli ebrei di fronte alle istituzioni e alla Casa Savoia, persisteva un sentimento di precarietà nei rapporti con la popolazione. In città come Roma e Venezia sussistevano dei pregiudizi antiebrei. Alcune testimonianze attestano la permanenza di un antisemitismo di matrice religiosa maggiormente tra la popolazione cattolica, abituata a sentire i sacerdoti definire gli ebrei come «perfidi» durante la preghiera del Venerdì santo. Questo antisemitismo non era, però, comparabile con quello esistente in altri paesi d’Europa, che si fondava su un antisemitismo politico. Mentre in Francia e in Germania si sviluppavano leghe e movimenti di massa antisemiti, l’Italia ne era risparmiata. Tra il nazionalismo italiano l’antisemitismo restò circoscritto, anche dopo la guerra di Libia. Il 1911 fu un momento in cui l’Italia si trovò esposta ai temi ricorrenti dell’antisemitismo, come la denuncia di un «giudaismo internazionale» (presentato come un ostacolo alla conquista coloniale).

Il quadro idilliaco di una integrazione perfettamente armoniosa degli ebrei della nazione italiana va smorzato: non esiste una forma di eccezione italiana. La svolta del fascismo italiano fu brutale.

L’inizio dell’antisemitismo di Stato ha inizio il 14 luglio 1938. Il Giornale d’Italia pubblica un articolo non firmato con il titolo «Il fascismo e i problemi della razza». In dieci punti, e sotto forma di una dottrina pseudo-scientifica, il regime fascista dà inizio alla politica antisemita: «Le razze umane esistono; ci sono delle razze inferiori e superiori; il concetto di razza è puramente biologico; la popolazione italiana è di origine ariana; è ora che gli italiani si dichiarino francamente razzisti; gli ebrei non appartengono alla razza italiana ...».

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Questo decalogo del razzismo italiano, chiamato di seguito «manifesto degli scienziati», è stato a lungo pensato e approvato da Mussolini prima di essere reso pubblico. Per i 47.000 ebrei presenti in Italia, grande fu lo stupore per il cambiamento politico e ideologico così repentino.

Dal 22 agosto 1938, un censimento speciale degli ebrei fu ordinato dal ministero degli Interni, che creò una Divisione per la demografia e la razza (Demorazza). Prime vittime della politica discriminatoria sono gli ebrei stranieri che sono obbligati a lasciare il territorio dal 7 settembre. Il 17 novembre 1938, il decreto legge enunciando le misure per la difesa della razza italiana, attacca questa volta gli ebrei italiani.

La definizione di ebreo si accompagna, classicamente, con una serie di  interdizioni che saranno, col passare dei mesi, moltiplicate ed aggravate, e riguarderanno i matrimoni con gli «ariani», il servizio militare, le professioni che hanno rapporti con la difesa, il possesso di beni oltre certi valori, l’impiego nelle pubbliche amministrazioni e nel parastato.

Gli ebrei ex combattenti o iscritti al Partito fascista prima della marcia su Roma del 1922 sono mesi al riparo da certe misure discriminatorie concernenti la possibilità di possedere dei beni.

 

Cittadini di seconda categoria.

In qualche settimana, gli ebrei italiani sono diventati cittadini di seconda categoria quando la loro presenza non sia giudicata indesiderabile. Il cambiamento di rotta del fascismo sembra tanto più brutale in quanto l’antisemitismo era assente dalla dottrina fascista fino alla metà degli anni ’30.

Dalla sua cella, Vittorio Foa, antifascista ed ebreo, scriveva ancora nel luglio 1938: «Non si sono mai avuti e non esistono dei sentimenti antisemiti altrove se non in qualche gruppo di intellettuali invidiosi e consapevoli della loro mediocrità».

C’erano alcuni nazionalisti e fascisti antisemiti virulenti come Farinacci, Interlandi, e ancora il prete spretato Giovanni Preziosi. La rivista La vita italiana era una delle tribune di denuncia di un complotto ebreo internazionale. Tuttavia l’antisemitismo rimase circoscritto a qualche circolo ristretto della destra fascista e nazionalista; proprio come in seno al cattolicesimo, l’antisemitismo militante era prerogativa di una corrente minoritaria.

In un contesto dove gli ebrei erano ancora degli italiani come gli altri, la comunità ebrea si era divisa di fronte al fascismo: alcuni si erano iscritti, dal 1921, al Partito fascista, che, a differenza del NSDAP (partito nazionalsocialista tedesco) non manifestava alcuna ostilità antiebrea.

Nel 1934, in seguito all’arresto di un gruppo di 17 antifascisti tra i quali figuravano alcuni ebrei, la stampa aveva denunciato, per qualche settimana, «gli ebrei al soldo degli esiliati antifascisti».

A partire dal 1936, quando l’Italia si riavvicinò alla Germania, gli attacchi antisemiti si fecero più frequenti sulla stampa e la città di Ferrara conobbe, per la prima volta da più di alcuni decenni, una manifestazione antisemita. L’anno seguente, sulla stampa nazionale, e in modo particolare su Il Popolo d’Italia, quotidiano del Partito fascista, ebbe grande eco, al suo apparire, l’opera Gli ebrei in Italia, in cui, l’autore, Paolo Oriano, invitava gli ebrei a rinunciare a ogni identità specifica se si consideravano italiani. Per qualche mese, la denuncia del sionismo fu il principale vettore degli attacchi contro gli ebrei.

Nel febbraio 1938, un articolo dell’Information diplomatique (scritto da Mussolini) smentiva ancora l’intenzione del governo di mettere in opera una politica antisemita, evocando, tuttavia, l’intenzione di impedire che «gli ebrei occupino nella nazione un posto spoporzionato in rapporto al loro numero e ai loro meriti». Riunita in assemblea straordinaria, la comunità ebrea di Torino accolse questa dichiarazione con opportunismo: «In Italia non esiste dell’antisemitismo», «la tempesta passerà e la calma ritornerà ...».

L’attuazione di un antisemitismo di Stato fu così un atto politico pensato, programmato diversi mesi prima e adottato dai responsabili fascisti senza la minima pressione della Germania.

Se il contesto diplomatico dell’Asse Roma-Berlino (proclamato nel 1936) non fu estraneo alla decisione del governo, questa evoluzione procede con una dinamica ideologica e politica propria del fascismo italiano.

Nella seconda metà degli anni ’30, all’indomani della conquista dell’Etiopia (1935-1936), il duce intende assicurare la continuità del regime ed accelerare la trasformazione totalitaria della società. Il tema della seconda rivoluzione fascista è all’ordine del giorno sotto forma di un progetto tendente a rigenerare la razza.

Nel contesto della conquista dell’Etiopia, la paura di vedere il «madamismo» (l’acquisto di una concubina, o il concubinaggio tra civili e militari italiani con donne etiopi, porta a rinforzare la volontà di lottare contro il meticciato. Nell’aprile del 1937 una legge vieta agli italiani di mantenere «relazioni a carattere coniugale» con donne dell’Africa orientale italiana. Quando vengono adottate le misure antisemite, la questione della purezza della razza è già all’ordine del giorno da più di due anni e i sostenitori di un antisemitismo di Stato possono facilmente presentare il loro progetto come uno dei mezzi necessari per l’instaurazione di un ordine fascista totalitario. Eppure il legame tra il razzismo praticato in Etiopia e l’antisemitismo di Stato non ha tanto radici ideologiche ma è un disegno politico tendente a trasformare lo stile, il comportamento e perfino l’essere intimo degli italiani: creare un uomo nuovo fascista.

In che misura le leggi antisemite furono veramente applicate e che seguito trovarono nella società le direttive del governo?

Contrariamente ad una vulgata a lungo tempo diffusa, non vi fu moderazione, anzi, nel 1938, i giornali facevano a gara per criticare, denunciare e schermire gli ebrei italiani e stranieri.

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Una rivista militante, La difesa della razza, vera vetrina del razzismo all’italiana, venne lanciata con grande sostegno pubblicitario e diffusa nei licei e nelle università. In qualche mese, la propaganda di odio raggiunge un livello elevato, come se la stampa avesse voluto cancellare più decenni di tolleranza. Tra le organizzazioni fasciste, i GUF (Gruppi universitari fascisti) diedero prova di un’inventiva particolare di satira antisemita.

Conformandosi alla lettera e allo spirito della legge e delle circolari, le amministrazioni fecero applicare con zelo ed efficacia le direttive del governo, sia che si trattasse di censire gli ebrei sia di escluderli da alcune professioni. Il decreto legge per la «difesa della razza nelle scuole fasciste» fu uno dei primi ad essere adottato nel mese di settembre 1938. Gli insegnanti ebrei furono allora esclusi dall’insegnamento, dalle scuole elementari all’università, tanto che i bambini dovettero lasciare le scuole pubbliche e frequentare delle scuole separate. Benché la popolazione non fosse favorevole, nel suo insieme, a tali misure, proteste e segni di opposizione furono di una minoranza.

Nel Partito fascista, che contava nel 1939 2,5 milioni dia derenti, un migliaio di persone furono escluse per «pietismo», espressione utilizzata dalla propaganda fascista per designare coloro che manifestavano compassione e solidarietà nei confronti con gli ebrei. A seconda dei luoghi, la legislazione antisemita venne attuata con più  o meno rigore: a Trieste gli ebrei si trovarono di fronte un’amministrazione particolarmente intrattabile e una popolazione spesso ostile. A Torino come a Venezia le esclusioni dalle professioni vennero applicate senza grande resistenza. In diverse città, i commercianti esposero, all’ingresso dei loro negozi, dei cartelli ostili: «Ingresso vietato ai cani e agli ebrei», «Per motivi di igiene, è vietato sputare e agli ebrei di entrare»...

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Impegnato nell’antisemitismo di Stato, il potere fascista non pensava di sterminare gli ebrei d’Italia. Con la guerra e il susseguirsi degli eventi dell’estate del 1943 che condussero, nel settembre 1943, all’occupazione del centro-nord dell’Italia da parte dei tedeschi e alla formazione della Repubblica di Salò, divenne, invece, complice passivo della loro eliminazione. Questa situazione può apparire ancor più paradossale in quanto, prima della caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, le autorità militari e diplomatiche, nelle loro zone di occupazione e principalmente nel sud est della Francia e in Croazia, avevano protetto gli ebrei e tentato di prevenire la loro deportazione. Fu grazie al fascismo che aveva censito, contato, discriminato e definito gli ebrei davanti all’opinione pubblica come nemici, che l’occupante nazista poté bruciare le tappe. Agli inizi del mese di ottobre 1943, Theodor Dannecker viene inviato da Eichmann in Italia, per procedere alle prime ondate di deportazione. Poco dopo i tedeschi creano un ufficio permanente a Verona, incaricato dell’«operazione antiebrei».

Il 16 settembre, il primo convoglio parte per Auschwitz. Due mesi più tardi,una grande retata decima la più vecchia comunità ebraica d’Italia: 1022 abitanti del ghetto di Roma sono inviati ad Auschwitz e circa il 90 per cento di loro sono mandati nelle camere a gas al loro arrivo. Il 28 ottobre, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede scrive con sollievo e soddisfazione:«Il papa, benché sollecitato da più parti, non ha preso alcuna posizione pubblica contro la deportazione degli ebrei di Roma». Se questa operazione è stata organizzata ed eseguita dalle sole forze tedesche, dal mese di novembre successivo, il governo di Salò segue la stessa via.

 

Verso la deportazione.

Il 30 novembre, il ministro degli Interni ordina l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei e la confisca dei loro beni. Non vi è più alcuna distinzione tra ebrei stranieri o italiani, sia che le retate siano organizzate dai tedeschi o dalla polizia italiana.

In che misura il duce e le autorità fasciste erano a conoscenza della sorte riservata agli ebrei? Nel novembre 1942, Mussolini, parlando della politica antiebraica della Germania con l’industriale Alberto Pirelli, così cinicamente si espresse: «Li faccio emigrare ... verso l’altro mondo». Numerosi documenti e testimonianze consentono di stabilire che il capo del Governo non solamente era informato: alla fine del 1942, gli ambienti dirigenziali conoscevano, a grandi linee, l’esistenza della Soluzione finale. Al termine della guerra, su una popolazione di circa 35.000 ebrei presenti nel 1943, si contarono 7860 morti.

Come in Francia, gli ebrei scampati beneficiarono dell’aiuto di una parte della popolazione e delle istituzioni religiose. Nel 1947, il colonnello Max Adolphe Vitale, presidente del Comitato di ricerca dei deportati ebrei italiani, in un rapporto destinato ad informare i francesi sulla situazione degli ebrei italiani durante il fascismo e la guerra, stimò che niente sarà più come prima: «È ripresa la vita degli ebrei in Italia; vita difficile come in tutto il mondo. Quasi tutti piangono qualcuno che non rivedranno più ... Se si domanda se qualcosa è cambiato tra gli ebrei e i non ebrei in Italia, la risposta è che prima del 1938, noi ebrei eravamo italiani, ora siamo degli ebrei italiani!»

Dopo la guerra, gli ebrei d’Italia si dovettero confrontare con un processo di occultamento della memoria delle persecuzioni antisemite. Al loro ritorno,  i sopravvissuti della Shoa si scontrarono con un muro di incomprensione. Nel 1955, Primo Levi scriveva: «Oggi è indelicato parlare dei campi. Si rischia di essere accusati di atteggiarsi a vittime o di oltraggio al pudore». Se questo fenomeno non è solo dell’Italia, l’analisi della stampa dell’epoca rivela un’amnesia specifica: la maggior parte dei giornali aveva dimenticato il contributo propriamente italiano alle persecuzioni; solamente l’occupante veniva ritenuto responsabile in un contesto dove, passata l’epurazione, le prigioni si svuotarono rapidamente dei responsabili fascisti, aiutati da una legge di amnistia.

Dal 1947, nonostante l’interdizione prevista dalla Costituzione, venne fondato un partito neofascista, il Movimento sociale italiano, di cui uno dei suoi principali leader, Giorgio Almirante, non era che l’ex segretario della redazione della Difesa della razza. Questo processo di occultamento del passato è attestato dalla lentezza con la quale sono state abolite le leggi razziali, oltre all’enorme difficoltà delle vittime ad ottenere dallo Stato un risarcimento per i pregiudizi subiti. Si è dovuto attendere il 1980 per una legge che stabiliva il pagamento da parte dello Stato di una indennità agli ex deportati, mediante una procedura lunga e complessa.

Alla fine degli anni ’60, la questione dell’identità del giudaismo  ritorna sulla scena per l’attualità internazionale: rimpatrio degli ebrei di Libia a partire dal 1967; guerra dei Sei Giorni, poi l’insorgenza di un antisemitismo legato ai conflitti del Medio Oriente. L’attentato contro la sinagoga di Roma, nel 1982, segna un nuovo trauma.

Gianfranco Fini ha fatto evolvere il Movimento sociale italiano verso una formazione di destra classica e ha condannato molto nettamente, durante un viaggio in Israele nel 2003, la responsabilità del fascismo per la Shoa. Invece, la Lega Nord manifesta ostentatamente certi temi xenofobi.

Oggi la memoria dell’antisemitismo e della Shoa dispone ormai di vari vettori di trasmissione, sotto forma di luoghi della memoria e di istituzioni di ricerca; recentemente, a Ferrara, è stato creato un museo di storia del giudaismo e della Shoa.

 

Traduzione di un articolo di Marie-Anne Matard-Bonucci, docente di Storia contemporanea all’Università di Grenoble, pubblicato su Histoire nel mese di gennaio 2011

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I 600 giorni di Salò

22 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Salò è il nome del luogo che resta nella memoria associato all’ultimo atto del fascismo italiano.

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Salò, piccola località sulle rive del lago di Garda, non ebbe affatto più importanza nella storia politica della Repubblica sociale italiana di Bogliaco, sede della Presidenza del Consiglio, o di Maderno, dove s’installò il ministero degli Interni, o di Cremona dove vi era il ministero della Difesa, o ancora Verona, Padova o Treviso, che ospitavano altri ministeri. La vicinanza della residenza di Mussolini fece di Salò, per diciotto mesi, un surrogato di capitale di un regime collaborazionista alla deriva.

La dispersione dei centri di potere è significativa della delicata posizione in cui si trovò il governo della Repubblica sociale italiana, diviso tra le esigenze dei tedeschi e la volontà di condurre a termine una rivoluzione fascista radicale, a causa soprattutto di una doppia mancanza di legittimità, sia nei confronti della popolazione italiana che presso gli alleati tedeschi. 

Il 18 settembre 1943, da Monaco, Mussolini annuncia la rinascita del fascismo (il duce era stato liberato il 12 settembre 1943 da un commando di SS).

 

 

Mussolini Gransasso

 

Il debito di Mussolini verso Hitler è considerevole: a lui deve non solamente la sua liberazione, ma anche la possibilità di ricominciare a governare una parte del territorio italiano, quello che fu occupato dall’esercito tedesco l’8 settembre 1943, ossia il centro e il nord della penisola. Non sorprende, di conseguenza, che il nuovo governo cede immediatamente sul terreno della sovranità nazionale: rifiuto del Reich di ristabilire Roma come capitale; amministrazione diretta dell’esercito tedesco di due vaste zone dell’Italia del Nord (il «litorale adriatico» OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland) comprendente la provincia di Udine, Gorizia, Pola, Trieste, Fiume e Lubiana; le «Prealpi» (Operationszone Alpenvorland o OZAV) l'area che comprendeva le province di Bolzano, Trento e Belluno, che furono annesse al Terzo Reich; il rifiuto di liberare i 650.000 soldati italiani catturati dopo l’8 settembre e avviati verso i campi di concentramento.

Ormai l’Italia è passata dal rango di principale alleato a quello di paese occupato, territorio di operazioni militari. Tollerando l’esistenza di un governo avente un’apparente sovranità, le autorità germaniche pensano di poter controllare più facilmente la popolazione, sfruttando le risorse nazionali. Se il duce ha accettato, su pressione di Hitler, di tornare al comando, egli ritorna in Italia con un progetto politico che si supponeva rivoluzionario. Nel suo discorso del 18 settembre 1943, dichiara di voler instaurare uno Stato nazionale e sociale, ispirato al fascismo delle origini. Lanciando l’anatema contro le «plutocrazie parassitarie», non vuole solamente ritrovare il sostegno delle masse, ma punire le élite borghesi, sospettate di averlo tradito al momento del colpo di stato del 24 luglio.

Nel nuovo regime, la dimensione punitiva e repressiva occupa subito un posto essenziale. Così, uno dei primi compiti del governo è l’organizzazione del processo ai diciannove dignitari fascisti che hanno deposto il duce. Sei di loro sono giudicati da un tribunale speciale. Tra i cinque che vengono fucilati l’11 gennaio 1944 vi è Ciano, il genero di Mussolini ed ex ministro degli Esteri.

Diverse formazioni armate operano per ricercare antifascisti e resistenti: la Guardia nazionale repubblicana (150.000 uomini); le Brigate nere, una sorta di milizia del partito fascista repubblicano; l’esercito, diretto dal maresciallo Graziani, comprendente circa quattro divisioni addestrate nel Reich.

L’appello al sangue versato è il leitmotiv del nuovo regime. Con l’esaltazione della violenza, il regime di Salò, è impregnato di cultura di guerra.

I ranghi intorno al duce sono radi. Pochi responsabili del vecchio regime fascista: il maresciallo Graziani, l’eroe della guerra d’Etiopia; Roberto Farinacci molto vicino alla Germania e antisemita convinto; Guido Buffarini Guidi, sottosegretario agli Interni dal 1933 al 1943; Alessandro Pavolini, ministro della propaganda dal 1939 al 1943. Nello stesso tempo, il partito fascista repubblicano non riunisce che una frazione minoritaria degli iscritti del vecchio partito nazionale fascista. Gli uomini che aderiscono al PFR provengono da orizzonti differenti: militanti o quadri in posizione marginale che intendono sfruttare la nuova occasione; gioventù cresciuta nella mitologia del primo fascismo che sogna di ripetere le gesta dei suoi eroi; difensori di una certa idea di onore nazionale tradito ai loro occhi con l’armistizio.

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Le basi ideologiche e propagandistiche del regime sono enunciate durante il congresso del PFR di Verona, il 14 novembre 1943. Un manifesto di 18 punti, preparato da Pavolini, segretario del nuovo partito, e approvato da Mussolini, proclama decaduta la monarchia.

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Il lavoro è considerato come il fondamento del regime che riconosce la proprietà privata a condizione che sia compatibile con gli «interessi» collettivi. La dimensione razziale dell’ideologia fascista è riaffermata, gli ebrei sono considerati come degli stranieri appartenenti, durante la guerra, ad una «nazione nemica». Benché l’accento sia posto sulle riforme sociali, è proprio su questo terreno che le realizzazioni saranno le più modeste. Nel Gennaio 1944, la nazionalizzazione di qualche settore chiave dell’economia viene preso in considerazione insieme all’esproprio dei terreni incolti. Tuttavia, il governo si scontra con l’ostilità degli industriali, mentre si trova ad affrontare il vasto movimento degli scioperi dei lavoratori nel marzo 1944. Soprattutto si trova di fronte al rifiuto dei tedeschi. A loro interessa mantenere un’economia italiana al meglio delle sue capacità produttive. Nel 1944, la maggior parte dei prodotti sono inviati nel Reich. E davanti alle resistenze degli italiani a partire per lavorare in Germania, l’occupante procede con le deportazioni di massa. La caccia all’uomo minaccia sia i partigiani che i lavoratori in sciopero, i detenuti comuni o i civili.

Bloccato nelle sue velleità di socializzazione, costretto ad assistere al saccheggio dell’economia italiana, il governo di Salò andrà fino in fondo nell’alleanza con il Reich, impegnandosi in una politica di collaborazione sfrenata.

Il controllo del territorio e la lotta contro la Resistenza finiscono per impegnare tutte le sue energie e quelle delle sue truppe, che raggruppano circa 300.000 uomini, nell’estate del 1944. In realtà,  le forze dei partigiani e antifascisti ammontano con il passare delle settimane: sono italiani che sfuggono al lavoro coatto in Germania e giovani appartenenti alle classi 1923, 1924 e 1925 che si rifiutano di rispondere alla chiamata alle armi della RSI. Oltre ad avere fascisti e nazisti lo stesso nemico, anche le loro pratiche di repressione assomigliano sempre di più: esecuzioni sommarie di detenuti, rappresaglie contro civili. La persecuzione contro gli ebrei è un’altro terreno d’intesa tra l’occupante e i fascisti, tanto più che nel governo, i fautori di un antisemitismo ad oltranza sono in posizioni di comando.

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Il 6 marzo 1945, Mussolini pronuncia un discorso in forma di orazione funebre davanti a 400 ufficiali della Guardia nazionale repubblicana; «I governi antifascisti potranno fare tutto quello che vorranno nell’Italia occupata, ma quello che fa parte della storia non si cancella e noi abbiamo lasciato dei solchi troppo profondi per pensare che questi antifascisti resuscitati potranno vincere le nostre idee e che incarneranno il futuro della patria». Prevedendo la sconfitta del regime e la sua propria fine, Mussolini non poteva che arrendersi all’evidenza: l’avanzata degli Alleati e l’estrema impopolarità del governo di cui era ancora il capo lo condannavano.

Contrariamente alle sue previsioni, e nonostante la sua vera ossessione di apparire come un Quisling in Italia, la memoria collettiva non conserverà della Repubblica sociale italiana che il ricordo di un governo fantoccio interamente dominato dall’occupante tedesco.

 

Traduzione di un articolo di Marie-Anne Matard-Bonucci, docente di Storia contemporanea all’Università di Grenoble, pubblicato su Histoire nel mese di gennaio 2011

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Gli ebrei nella Resistenza italiana

18 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Circa 1000 ebrei italiani clandestini - pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana, percentuale superiore a quella degli italiani - entrarono nella Resistenza, inquadrati come partigiani, tra i quali Eugenio Curiel, Vittorio Foa, Primo Levi, Pino Levi Cavaglione, Liana Millu, Enzo ed Emilio Sereni, Elio Toaff, Umberto Terracini e Leo Valiani. Gli ebrei italiani, anche in virtù del distacco dal regime fascista maturato fin dalle leggi razziali del 1938, furono tra i primi ad arruolarsi nelle bande partigiane e già il 9 settembre 1943 Emanuele Artom annota nel suo diario: «La radio tedesca annunzia che verranno a vendicare Mussolini. Così bisogna arruolarsi nelle forze dei partiti e io mi sono già iscritto».

L'adesione degli ebrei alla Resistenza non fu dettata solo dalla reazione all'antisemitismo nazifascista - che ebbe ovviamente una parte importante nella loro lotta - ma, come per gli altri partigiani, si fondò anche su motivazioni politico-ideologiche e sull'avversione più in generale verso un regime dittatoriale che soffocava la libertà. «E quando viene la tristezza ed il peso diviene duro a portare, bisogna dire: Vita! Vita! e tirare avanti con serenità e coraggio, - afferma Eugenio Curiel in una lettera alla famiglia, - ringraziando che tutto il tumulto non riesca a spezzare la nostra fiducia nelle cose fondamentali della vita, ma anzi ci tempri a sperare e a volere cose migliori e una vita più ricca». «W L'Italia Libera», scrive nel suo diario Giulio Bolaffi. «lo ho viva speranza, - si legge invece in una lettera, - che questa guerra debba terminare presto e tutti i miei voti sono perché tutti noi ci possiamo ritrovare per poter iniziare la creazione di una nuova Italia in cui veramente la giustizia e la fratellanza vi regnino sovrani».

Molti ebrei tornarono appositamente dai luoghi di emigrazione o di rifugio, come Enzo Sereni, poi morto in deportazione, che era in Palestina, e Gianfranco Sarfatti, morto in combattimento, che si trovava in Svizzera. «Sapete già, - scrive quest'ultimo in una lettera ai genitori, al momento di rientrare in Italia, - che faccio quello che faccio non per capriccio o spirito di avventura; il mio modo di vivere e il perché del mio vivere da molti mesi non cerca di essere che un tuffarsi nell'umanità, partecipando alla sua vita, dura o lieta che sia. Se non agissi così rinnegherei me stesso, rimarrei privo di guida, avvilito, annientato: e quindi rinnegherei anche voi che mi avete dato vita ed educazione».

La militanza nelle file della Resistenza comportò un costo notevole in termini di vite umane. Circa 100 ebrei caddero in combattimento oppure furono arrestati e uccisi nella penisola o in seguito alla deportazione nei lager nazisti. Sette di loro furono insigniti di medaglia d'oro alla memoria: Eugenio Calò, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Sergio Forti, Mario Jacchia, Rita Rosani e Ildebrando Vivanti.

Il contatto tra la Resistenza e gli ebrei, braccati e clandestini, fu evidente anche in alcune iniziative di aiuto e soccorso, come il Comitato Assistenza Ebraica nato nell'estate del 1944 su iniziativa di Bruno Segre e di alcuni partigiani ebrei che operavano nel cuneese. Il programma del comitato prevedeva il soccorso ai detenuti in carcere, l'aiuto economico e morale ai bisognosi, la distribuzione di documenti d'identità falsi, la raccolta di notizie sulla sorte dei deportati, l'avvio della compilazione degli elenchi dei criminali di guerra nazifascisti, dei delatori e delle spie.

Una testimonianza del legame materiale, morale e ideologico che si stabilì tra ebrei e partigiani è la lettera che una coppia francese rifugiata nel cuneese scrisse nei giorni della liberazione al parroco di Borgo San Dalmazzo, che aveva aiutato tanti clandestini della zona, in cui si dice che: «Siamo stati diverso tempo in compagnia di partigiani che ci hanno mostrato di parola e di fatto la loro simpatia per noi e abbiamo potuto dimostrare dopo il crollo del regime fascista la nostra solidarietà di gioia per la liberazione del popolo e la rinascita del paese insieme a loro e a tutta la popolazione». In un diario di un ebreo relativo ai giorni della liberazione di Torino, invece, i «valorosi partigiani» sono definiti i «nostri Patrioti».

 

Bibliografia:

Mario Avagliano Marco Palmieri - Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945 Einaudi 2010

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8 settembre 1943: la difesa di Roma

14 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Roma fu al centro degli avvenimenti dell'8 settembre: perché fu la città che più attivamente tentò di organizzarsi a difesa, e perché, con un pizzico di audacia - e forse solo con il normale spiegamento delle proprie capacità professionali - da parte dei capi militari, poteva essere liberata dallo sforzo congiunto dell'Esercito, del popolo e degli Alleati, che avevano previsto uno sbarco aereo di paracadutisti.

L'annuncio dell'armistizio, dato dalla voce funerea e meccanica del maresciallo alle otto del pomeriggio, sorprese la capitale, cagionando un tumulto di passioni, di illusioni e di speranze. Vi fu una parte che non seppe intuire le conseguenze, e accolse il discorso di Badoglio con il sollievo con cui s'accoglie la fine di un incubo. Ma il popolo comprese, e si mise subito in cerca di chi potesse dirigerlo. Nell'atmosfera eccitata della grande città, al termine di una giornata estiva placida e assolata come tutte le altre, passò un fremito antitedesco e risorgimentale. Ma la sera, al primo buio, già i cuori si rinserravano, pur senza un motivo esplicito, come stretti da presentimenti di lutto. La gente rincasava silenziosa, in un'attesa sgomenta.

Si videro carri armati, quella sera, nelle vie che portavano al Viminale e al Quirinale. Si pensò che l'Esercito italiano prendesse posizione per la difesa della città. Ma al mattino seguente erano spariti: più tardi si comprese che non s'era trattato che d'un episodio della fuga del re, del governo e dello stato maggiore, fuga che occupò, distraendole dai compiti aggressivi e difensivi per Roma, forze ingenti e perfettamente attrezzate. E Bonomi, quando, a nome del Comitato delle opposizioni, si recò il 9 mattina al Viminale per concertare col governo il concorso dell'antifascismo alla lotta, non trovò nessuno. Di conseguenza, il Comitato si costituì in Comitato di liberazione nazionale il giorno stesso, con Bonomi, Casati, De Gasperi, Ruini, Nenni, Scoccimarro, Lussu e incominciò da Roma la sua opera di direzione e di riorganizzazione, in vista della liberazione di quella che di lì a pochi giorni fu l'Italia occupata.

Febbrilmente, nonostante l'abbandono dei capi militari più qualificati, le forze popolari predisposero la propria resistenza. La sera dell'8 il gen. Carboni, ch'era stato designato al comando della difesa di Roma, con 4 divisioni ai suoi ordini più due altre dislocate nella città di Roma e nei dintorni, decise di non ostacolare l'armamento popolare. E difatti, la sera, mi consegnò tre autocarri di armi, prelevate da alcune caserme, e che scaricai la notte stessa ai vari depositi precostituiti presso magazzini e case private.

Il mattino seguente, tuttavia, gli ordini erano già mutati: proibito rifornirsi ancora di armi, proibito girare armati per la città. La polizia mise le mani su uno dei depositi notturni; il gen. Carboni, sollecitato ad intervenire, s'era reso irreperibile. Era evidente che, se si voleva seguitare la distribuzione delle armi - senza la quale non si sarebbe potuto contare su un intervento efficace dei volontari civili - bisognava proteggerla, stimolando manifestazioni popolari che creassero un'atmosfera ardente e tale da incutere rispetto alle forze di polizia, ai funzionari e agli ufficiali fascisti. In parte, la mossa riuscì per un'altra parte, si dovettero fronteggiare azioni della polizia e resistenze di reparti militari disorientati dal lavorio subdolo e corrosivo della quinta colonna, che spararono su colonne di dimostranti le quali chiedevano solo di combattere e di fraternizzare con le forze regolari dell'Esercito ..

Il quadro, al mattino del 9 settembre, era il seguente: i tedeschi avevano evacuato Roma; i combattimenti con le nostre truppe avevano avuto inizio fuori della città; il morale dei soldati incominciava a vacillare; le formazioni popolari erano armate in modo insufficiente. Ma, soprattutto, i tentativi più energici e conseguenti di resistenza all'invasore si urtavano con la contrarietà, sorda o aperta, di tutti gli organismi dirigenti. Ostacolato l'armamento, dissolti i Comandi superiori, contrastata l'opera di fraternizzazione tra popolazione ed Esercito dalle mosse disfattiste di ufficiali e di fascisti infiltratisi nelle forze armate, la situazione tendeva irresistibilmente a farsi insostenibile.

Si raccoglievano oramai a piene mani i frutti amari d'un colpo di Stato pilotato da interessi e da punti di vista reazionari; le conseguenze d'un rovesciamento di regime più apparente che sostanziale; gli effetti fatali di tutto un cumulo di errori, di debolezze, di tradimenti e di viltà. Lo stato maggiore era scomparso; le truppe migliori spostate agli obbiettivi cruciali al mero scopo di proteggere la ritirata dei «pezzi grossi»; le rimanenti, prive di un polso direttivo e abbandonate alla mercé d'una quinta colonna lasciata prosperare nel più perfetto rigoglio. Il popolo e l'Esercito erano rimasti soli, e in condizioni indicibilmente sfavorevoli, a fronteggiare un nemico deciso, che colmava l'inferiorità numerica con una schiacciante superiorità tattica e una ferrea coerenza direttiva.

Il 10 mattina la città era investita. La resistenza esterna era crollata, più per effetto dell'autosuggestione disfattista abilmente inoculata tra gli armati che per altri fattori. Qua e là, sporadicamente, s'erano verificati episodi di valore e di abnegazione, secondo le più nobili tradizioni del combattente italiano. Ma a poco a poco le truppe tedesche di assalto erano giunte a San Paolo, avvolgevano la Passeggiata Archeologica, erano li li per sfondare le ultime difese. Fu a questo punto che si produsse l'estremo, disperato sforzo dei difensori. Furono i granatieri, che morirono l'uno sull'altro, sparando fino all'ultimo colpo, sotto il sole a picco, nella località Cecchignola; furono i popolani, che accorsero accanto ai militari, e per alcune ore tennero duro presso la Piramide Cestia e in altri luoghi della capitale. Si ebbero i primi caduti della guerra di liberazione, tra cui Raffaele Persichetti, l'insegnante liceale accorso tra i primi e morto eroicamente alla testa d'un drappello di valorosi.

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A piazzale Ostiense alcuni civili aiutano gli artiglieri della “Piave” a mettere in linea i pezzi.

 

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Alla montagnola dell’Eur, un autoblindo della “Piave” viene colpito da un pezzo anticarro tedesco.

 

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 Civili che hanno combattuto sulla via Laurentina insieme ai “Granatieri di Sardegna”, catturati dai paracadutisti tedeschi della “Student”.

 

Ma nel momento decisivo della lotta, quando i tedeschi in qualche punto ripiegavano e in altri non riuscivano a passare, si produsse un fatto nuovo, che accelerò il processo di disgregazione che nonostante tutto seguitava a svilupparsi tra i combattenti. Il maresciallo Caviglia, di propria iniziativa, intervenne nel conflitto e prese a trattare con i tedeschi, si disse, il loro passaggio incruento attraverso Roma, per guadagnare posizioni strategiche più a nord. Fu l'inizio della fine. La voce lugubre della radio, che a brevi intervalli si insinuava fra mezzo al crepitio dei combattimenti; cadde sulla resistenza di Roma come un annuncio di capitolazione e di tradimento.

Una sensazione di sconforto invase i combattenti e il popolo; l’arrivo dei primi soldati in fuga dalle zone dei combattimenti, laceri, insanguinati, con l'elmo di traverso e il fucile penzoloni, contribuì ad accrescere l'impressione d'essere tutti vittime del caos, d'una confusione non, più frenabile. Le voci più contraddittorie serpeggiavano tra i combattenti e in mezzo alla popolazione; a poco a poco non rimase più che un velo di volontari e di soldati a contrastare l'attacco nemico. Caviglia e Calvi di Bergolo, comandante della «Piave», capitolarono; i tedeschi entrarono in Roma, dapprima con le bandiere bianche di parlamentari, poi, insultanti e brutali, col ghigno del conquistatore e, più spesso, del rapinatore di strada.

Passarono, le formazioni di Hitler, per vie deserte o popolate di gente ostile, muta. Le gialle divise dei paracadutisti, i simboli di morte dei carristi, i mitra spianati, furono accolti dalla tetra disperazione d'un popolo che si era battuto con valore e aveva sperato di dare inizio quei giorni al riscatto della patria.

L'aspetto di Roma quel giorno era l'aspetto d'una città ferita ma non vinta: la capitale di un'Italia affranta, ma unita in un intento profondo e inarrestabile di riscossa e di rinascita. Si trovò un modus vivendi ridicolo, con la funzione della«città aperta».

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Ma la sera del 10 settembre era chiaro a tutti che si chiudeva una fase e se ne apriva un'altra, dura, difficile, sanguinosa e forse lunga, ma certamente luminosa, ma sicuramente di vittoria.

La resistenza di Roma rappresentò il tentativo più avanzato compiuto l'8 settembre di collegare le forze popolari all'Esercito. E per tutto ciò ch'esso contenne di anticipazione della resistenza popolare e partigiana, della guerra di liberazione, che in seguito avrebbe avuto un ben più ampio respiro, non può dirsi totalmente fallito. Sarebbe riuscito - non v'è dubbio - se i quadri dirigenti non avessero tradito, non importa se per insipienza, per calcolo, per viltà, per decadenza professionale o per irresolutezza; se la quinta colonna non fosse stata libera di agire a suo piacimento; se l'Esercito fosse stato tenuto in pugno da capi decisi e patriottici, capaci di trasfondere nelle sue file stanche e demoralizzate da tanti anni di fascismo lo spirito eroico e garibaldino che animava le masse popolari. Nonostante tutto questo, una parte dell'Esercito tenne duro, si batté finché potette, poi si diede alla macchia portando con sé armi e rifornimenti. Sentiva che non tutto era perduto, che dalla disfatta doveva venire immancabilmente la nostra risurrezione.

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Bibliografia:

Luigi Longo “Un popolo alla macchia” Editori Riuniti 1965

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Lissone durante la seconda guerra mondiale (1939 - 1940)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

 N° 1 Piazza Libertà fine anni 30

Piazza Vittorio Emanuele III, ora Piazza Libertà, alla fine degli anni ‘30

Alle 04.45 del 1° settembre 1939, i primi colpi sparati da una corazzata tedesca davanti a Danzica segnarono l'inizio della seconda guerra mondiale. Nello stesso giorno, su ordine di Hitler, l’esercito tedesco varcò la frontiera polacca. Il 3 settembre Francia ed Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. L’Italia rimase momentaneamente neutrale, neutralità chiamata dal regime fascista "non belligeranza".

XVII anno del regime fascista

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La pubblicazione stampata in occasione della “IV Settimana lissonese del Mobile” fornisce uno spaccato della realtà artigianale e industriale lissonese di allora, oltre a mettere in evidenza la laboriosità dei suoi abitanti. Anche se i dati, presentati a volte con una certa enfasi tipica del regime fascista, non erano frutto di un vero censimento, risulta che gli abitanti erano 16.290, la popolazione attiva 7.450 persone (pari al 46%). Le botteghe artigiane erano oltre 900, 12 le industrie addette alla lavorazione del legno, 8 quelle meccaniche, 6 gli opifici tessili.

Qual era la consistenza numerica delle organizzazioni fasciste in Lissone? Secondo i dati contenuti nella relazione del segretario del fascio di Lissone, Luciano Mori, gli iscritti al partito sarebbero stati 510, circa 1.000 le tessere del Fascio Femminile, 3.530 le adesioni all’Opera Nazionale Dopolavoro, associazione che si occupava del tempo libero dei lavoratori. «Il Dopolavoro Comunale lissonese ha organizzato una gita di pellegrinaggio a Predappio comprendente 1.100 Dopolavoristi». Predappio era il paese natale di Mussolini.

piccole italiane scuole aliprandi

Nel settore giovanile, la situazione della cosiddetta”Gioventù Italiana del Littorio” era la seguente: Figli e Figlie della Lupa 772; Piccole Italiane 625; Balilla 530; Giovani Italiane 156; Giovani Fasciste 233; Avanguardisti 848; Giovani Fascisti 344.

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Da sei anni l’Amministrazione comunale era guidata dal podestà Angelo Cagnola, proprietario dell’omonimo mollificio:

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 a sue spese il Podestà aveva fatto erigere l’Asilo Infantile Umberto I, in Via Guglielmo Marconi (ora scuola materna a lui dedicata).

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Negli anni Trenta la piazza principale del paese, Piazza Vittorio Emanuele III (che diventerà nel dopoguerra Piazza Libertà), aveva subìto una profonda trasformazione: abbattuta la vecchia chiesa, al centro era stata posta una fontana ed era stata costruita la “Casa del Fascio” (l’attuale Palazzo Terragni) su progetto di Giuseppe Terragni e Antonio Carminati, giovani architetti “razionalisti”.

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In un articolo della pubblicazione, stampata in occasione dell’inaugurazione, dal titolo “Un’architettura del Partito”, così si esprimeva l’architetto Terragni: «Il compito suggestivo di noi architetti italiani che abbiamo il privilegio di vivere uno straordinario periodo dello Storia del nostro Paese che si identifica giorno per giorno nella storia della nuova civiltà europea - inizia il secolo in cui l'Europa sarà fascista o fascistizzata – è quello di collaborare alla preparazione dell'ambiente e alla costruzione della scena nella quale le generazioni costruite dal Fascismo abbiano a muoversi, vivere, lavorare … Dall'Arengo duro ... che si stacca dalla scura massa della Torre Littoria, questo popolo esemplare attende la parola di fede e di combattimento che il Duce ha promesso di rivolgergli quando presto sarà fra noi».

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E l’architetto Carminati, suo collaboratore, così descrive la loro realizzazione:

«Nello studio per il Progetto della Casa del Fascio di Lissone ... i progettisti hanno tenuto conto delle diverse funzioni alle quali tale Edificio rappresentativo del Regime doveva soddisfare: sede del Partito e delle più importanti organizzazioni del Partito ... La Torre Littoria contiene il Sacrario dei Caduti ... dedicato ai morti delle guerre e della rivoluzione ... Sulla testata dell'Arengario sta inciso il motto: Credere - Obbedire - Combattere».

Sulla parete tra la Casa del Fascio e la torre era riportata una delle frasi farneticanti di Mussolini:

«Il popolo italiano ha creato col suo sangue l'Impero. Lo feconderà con il suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema levate in alto, legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare dopo XV secoli la riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma. Ne sarete voi degni? Sì! Questo grido è come un giuramento sacro che vi impegna dinnanzi a Dio e dinnanzi agli uomini per la vita e per la morte».

N° 2 frase Mussolini  N° 3 Casa del fascio 1940

La Casa del Fascio, attuale Palazzo Terragni

 

Ed è proprio nell’”ampio salone” della Casa del Fascio che si svolge, il 22 ottobre 1939, la Leva fascista alla presenza delle autorità politiche del paese e di quelle scolastiche, oltre che di un numeroso pubblico. Ogni anno con la Leva fascista veniva solennizzato il rito di passaggio dei Balilla nelle Avanguardie, mentre gli Avanguardisti che compivano i 18 anni passavano nei Fasci Giovanili (da dove, a 21 anni, sarebbero entrati nella Milizia e nel Partito). Occorre ricordare che l'educazione paramilitare costituiva una parte fondamentale della pedagogia fascista. I maschietti e le bambine venivano iscritti a 5 anni ai "Figli della Lupa", da 8 a 14 anni rispettivamente ai "Balilla" e alle “Piccole italiane”, da 15 a 18 agli "Avanguardisti" e alle “Giovani italiane”, oltre i 18 anni alla "Gioventù Fascista".

L’anno scolastico 1939-1940, come da  tradizione, era stato inaugurato con una Messa in chiesa e con una sfilata degli scolari per le vie del paese. Un maestro, vedendo che tutte le classi avevano sfilato in buon ordine, scrive sul "Giornale della classe"

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che ciò è «segno evidente che una salda direttiva ha saputo, con l’aiuto degli insegnanti, inculcare un senso di disciplina e di ordine». Nota altresì nella classe la presenza di «molti elementi che hanno perso l’abitudine alla scuola ... forse perché durante le vacanze estive hanno avuto eccessiva libertà o perché hanno aiutato i genitori a lavorare, in questo paese di bravi artigiani».

1939 18 ott 

 

Aria di guerra

Il 7 dicembre 1939, a seguito di una direttiva dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (U.N.P.A.), il maestro ricorda agli alunni «la grande necessità della maschera antigas. Agisce con previdenza colui che acquista la maschera fin dal tempo di pace». Conclude la lezione ricordando «l’azione terribile di alcuni gas come i lacrimogeni, i vescicatori, gli starnutatori, l’iprite, etc.».

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Con una delibera del podestà Cagnola il Comune aveva già provveduto da un anno all'acquisto di trenta maschere antigas «per esperimenti tra la cittadinanza e specie nelle scuole elementari».

1940

L’inverno è il più rigido degli ultimi trent’anni; il 22 gennaio 1940 una maestra annota: «Il freddo è intenso e nell’aula il termometro segna a fatica i 7,5 gradi».

Arriva la primavera: un decreto ministeriale stabilisce la chiusura anticipata dell’anno scolastico al 31 maggio. A metà maggio «per ordine della direttrice, tutti si è partiti per il vicino santuario della Misericordia. Lo scopo era di pregare perché torni la pace nel mondo e sia preservata l’umanità dal flagello della guerra».

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Purtroppo pochi giorni dopo, il 10 giugno, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciava l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista. Iniziava l’offensiva italiana sulle Alpi che costava all’Italia notevoli perdite e fruttava ben poco in termini di territorio conquistato. “Una pugnalata alle spalle” che costringeva la Francia a chiedere l’armistizio all’Italia.

Quando il 16 ottobre 1940 inizia l’anno scolastico, da quattro mesi i nazisti hanno occupato Parigi. Il maresciallo Pétain, dopo il crollo dell’esercito francese, ha firmato l’armistizio con i tedeschi. Poco dopo, l’anziano militare veniva nominato presidente della Repubblica di Vichy, istituita come governo collaborazionista della Germania. Dall’Inghilterra il generale De Gaulle annunciava alla popolazione francese attraverso la radio: «Qualunque cosa succeda la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi e non si spegnerà».

Nell’anniversario della Marcia su Roma, il Duce del fascismo ordinava, il 28 ottobre, l’inizio delle operazioni belliche contro la Grecia.

Scrivono Diligenti e Pozzi in La Brianza in un secolo di storia d’Italia:

«Dopo il discorso di Mussolini l'antifascismo brianzolo si mobilitò per far conoscere, mediante scritte murali, volantini e manifesti, una presa di posizione unitaria che sostanzialmente si limitava a segnalare alle popolazioni due date: 10 giugno 1924, assassinio Matteotti - 10 giugno 1940, guerra fascista». L'entrata in guerra «non provocò reazioni pubbliche, proteste come ai tempi della prima guerra mondiale ... La vita quotidiana non subì grandi cambiamenti: aumentarono soltanto i motivi di ansia e di preoccupazione, ma senza drammi, anche perché in Brianza molti ormai avevano fatto l'abitudine al pensiero della guerra».

Poiché l’Italia è in guerra, il 4 novembre, data che ricorda la vittoria nella prima guerra mondiale, è giorno di scuola. Un maestro scrive: «Ne approfitto per commemorare la giornata che ricorda la più strepitosa vittoria italiana, ricordando gli eroi che seppero dare la vita per la grandezza dell’Italia e invitando gli scolari a saperli imitare, se la difesa della nostra patria lo richiedesse». E un altro insegnante della scuola elementare di Santa Margherita: «Infioriamo il quadro del Milite Ignoto, soldato nel quale la Patria ha esaltato tutti i suoi Eroi» e «vorrei proporre al Sig. Direttore che si intitoli l’aula ad uno dei Caduti della frazione».

Intanto si annunciano visite di importanti personaggi della vita politica italiana. Il 7 novembre 1940 il Federale di Milano visita gli stabilimenti industriali di Lissone.

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 Per l’occasione un maestro scrive sul “Giornale della classe”: «Da parecchi giorni avevo invitato i miei scolari a prepararsi la divisa e infatti per le ore 14 ho potuto averne un bel numero in perfetta divisa di balilla. Alle 14,15 noi eravamo schierati di fronte alla Casa del Fascio ad attendere il capo del partito della Provincia. Appena arrivato gli furono presentate tutte le Autorità locali, quindi, presa la bicicletta, si diresse a visitare gli stabilimenti. I balilla rimasero un po’ mortificati perché il Federale non li passò in rassegna e quindi non tutti lo poterono vedere».

Il 13 dicembre 1940 arriva a Lissone nientemeno che Sua Altezza Reale il Principe di Piemonte, Umberto di Savoia, per visitare le caserme del paese. Le lezioni sono sospese alle ore 12 «per consentire agli scolari di ritornare in divisa alle scuole Vittorio Veneto per le ore 13,30». Inquadrati gli scolari raggiungono via Besozzi, dove si schierano. La giornata non è particolarmente fredda, ma «il dover rimanere immobili per due ore non era particolarmente simpatico». Finalmente alle ore 16 il Principe arriva. «La lunga attesa li ha stancati un po’, ma quando il Principe li passò in rivista seppero stare sull’attenti come altrettanti soldati. Nei loro occhi si leggeva la gioia grande di aver visto da vicino un così nobile personaggio e il sacrificio della lunga attesa era completamente dimenticato».

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 il Principe di Piemonte Umberto di Savoia in visita a Lissone il 13 dicembre 1940

 

Si avvicina il Natale ma a scuola si fanno prove di incursione aerea. Il 20 dicembre «al segnale d’allarme, dato dal Sig. Direttore con 3 suoni di fischietto, tutte le classi, secondo gli ordini impartiti, in silenzio sono scese nel sotterraneo e là sono rimaste fino al segnale del cessato allarme dato con un suono prolungato di fischietto».

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Le vacanze natalizie sono ridotte a tre giorni: il 24, 25 e 26 dicembre. Il 27 si ritorna a scuola: «Per le eccezionali condizioni della nostra Patria, non si deve parlare di vacanza».

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Il testo degli articoli riguardanti la storia di Lissone durante la seconda guerra mondiale sono tratti dal libro di Renato Pellizzoni:

Lissone 1939 – 1945. Storie di guerra e di Resistenza

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Lissone durante la seconda guerra mondiale (1941 - 1942)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

1941

La guerra costa, e allora si chiedono ulteriori sacrifici alle famiglie. Una circolare del segretario del Fascio di Lissone invita gli scolari ad essere generosi verso i soldati in guerra. Nelle classi femminili si procede alla raccolta di indumenti di lana per i militari. La maestra scrive: «Nessuna delle mie scolare è in condizioni finanziarie tali da poter offrire neppure un capo di lana. Invito quindi le scolare ad offrire qualche lira per poter comperare della lana e confezionare poi con essa qualche paio di calze». È da sottolineare che in una pagina del “Giornale della classe”, di fianco al nome e ai dati anagrafici di ogni scolaro, vi era uno spazio in cui veniva indicata la condizione economica della famiglia!

E in un’altra quinta femminile: «Con le mie alunne felicissime ho preparato il pacco con gli indumenti e altri oggetti destinati ai combattenti. Contiene 12 paia di calze di lana, 9 paia di guanti, 1 passamontagna, molte buste con fogli di carta da lettera, biglietti postali, cioccolato, sigarette. Non mi aspettavo tanto!».

20 febbraio 1941: «Anche alla Cascina Santa Margherita si sente l’eco della guerra. Tutti i bambini hanno parenti prossimi o lontani richiamati alle armi. Parlo del sacrificio compiuto dai nostri soldati e del dovere, da parte nostra, di collaborare alla buona riuscita delle armi. I bimbi devono, come quattro anni or sono, offrire i rottami di ferro che possono sembrare inutili. Come durante la guerra per la conquista dell’Impero, anche ora la Patria saprà trasformare i rottami in potenti armi contro il nemico. Siamo lieti di aver partecipato anche noi alla vittoria finale». Un incaricato della Gioventù Italiana del Littorio ritira 50 chilogrammi di rottami offerti alla patria dagli alunni di Santa Margherita.

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Una pagina del “Giornale della classe”: scuola elementare di Santa Margherita

Dato il susseguirsi degli avvenimenti bellici, un maestro decide di informare regolarmente gli scolari su quanto sta accadendo sui vari fronti.

4 aprile 1941: «Oggi ho dato la notizia ai miei scolari della riconquista di Bengasi».

7 aprile 1941: «Spiego ai miei alunni la ragione per cui l’Italia e la Germania hanno iniziato la guerra contro la Jugoslavia».

21 aprile 1941: «Commemoro la fondazione di Roma e la festa del lavoro [il fascismo aveva abolito la festa del primo maggio]. Inoltre li informo della caduta della Jugoslavia che si è arresa. Ascoltiamo una trasmissione organizzata dall’Ente Radio Rurale. Ciò è stato possibile grazie all’apparecchio radiomicrogrammofonico donato dall’Egr. Podestà Cav. Angelo Cagnola».

24 aprile 1941: «Comunico ai miei scolari la notizia che le Armate dell’Epiro e della Macedonia sono capitolate».

E per il 9 maggio, anniversario della fondazione dell’impero (9 maggio 1936), il maestro scrive: «Ricordo alla scolaresca la rapida e gloriosa conquista dell’Etiopia, inutilmente ostacolata dall’Inghilterra. In questo momento in cui si accende sempre più la speranza di una emancipazione del Mar Mediterraneo dal dominio britannico e si consolida la nostra fiducia nella vittoria finale e nel rafforzamento del potere italiano nell’Africa Orientale italiana, volgiamo ai nostri soldati, che in quelle terre combattono per la gloria d’Italia, il nostro affettuoso saluto ed il nostro ringraziamento». In realtà in Africa gli inglesi erano passati al contrattacco, dilagando in tutti i possedimenti orientali italiani, Etiopia, Somalia, Eritrea.

Come l’anno precedente, la scuola termina il 15 maggio e non ci saranno gli esami di terza e di quinta elementare.

Intanto in paese comparvero nuovamente le tessere annonarie (negli ultimi mesi del 1940 il personale comunale iniziò a prepararne 17.000 per il pane), mentre cominciavano a registrarsi episodi di accaparramento di generi alimentari.

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La penuria delle derrate, che i lissonesi avevano già conosciuto durante la prima guerra mondiale, impose a tutti nuovi sacrifici. Divennero rapidamente rari i prodotti alimentari di prima necessità come il pane, lo zucchero, la pasta, il riso, la farina; il sapone e l'abbigliamento subirono, di lì a poco, la stessa sorte.

Seguirono le disposizioni prefettizie affinché non avesse più luogo l'illuminazione di gala dei pubblici edifici in nessuna delle ricorrenze nelle quali essa era disposta.

Lissone si adeguò prima con l'adozione del razionamento e in seguito con la realizzazione dell'Ente comunale legna da ardere (novembre del 1941), finalizzato a disciplinare la distribuzione e i consumi in previsione dell'inverno. Contemporaneamente furono incoraggiati gli allevamenti domestici (pollame, conigli e piccioni) e nacquero i primi orti di guerra. Così il piazzale IV Novembre, posto di fronte alle scuole Vittorio Veneto, divenne un ampio campo di grano.

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 I Vigili del fuoco seminano il grano in Piazza IV Novembre

Lo stato di guerra aveva delle necessità inderogabili che prevedevano anche la raccolta dei metalli necessari alla produzione bellica. Per questo il Comune nel giugno del 1941 provvide al censimento delle campane: a Lissone erano nove sul campanile della chiesa prepositurale e vennero requisite; ad esse si aggiunse anche la campana del campanile demolito con la vecchia Chiesa prepositurale nel 1933 e destinata all'erigenda chiesa dell'oratorio maschile.

L’anno scolastico inizia il 5 ottobre 1941. Una maestra scrive: «La mia aula si trova ancora nel caseggiato di Via Aliprandi: è l’aula più infelice che tra le brutte del caseggiato ci siano, umida all’eccesso tanto che io penso essere più adatta a stalla che a ricevere i teneri alunni delle elementari. Ad ogni modo bisogna fare di necessità virtù ed adattarci come si può».

Sono ormai due anni che l’Italia è in guerra: da più di tre mesi è in corso l’operazione "Barbarossa", così Hitler ha chiamato l’attacco all’U.R.S.S. Anche Mussolini ha inviato un corpo di spedizione in Russia.

Una maestra ritiene opportuno fare delle relazioni settimanali circa gli avvenimenti della guerra, notando che «tra gli alunni vi è un grande entusiasmo guerriero che cercherò di aumentare perché questi piccoli lo trasportino anche alle loro famiglie. Farò uso il più possibile dell’apparecchio radio, poiché è un mezzo molto adatto per completare la mia opera educatrice».

I giapponesi attaccano la flotta degli Stati Uniti d’America a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941.

In classe, il maestro parla ai suoi alunni dell’inizio della guerra fra il Giappone e gli Stati Uniti d’America.

L’11 dicembre Mussolini, da Palazzo Venezia, annuncia che l’Italia scende in campo «a lato dell’eroico Giappone, contro gli Stati Uniti d’America». E il 12 dicembre lo stesso maestro annota: «Trasmetto ai miei alunni la notizia che l’Italia è entrata in guerra con gli Stati Uniti d’America».

Una circolare del Ministro dell’Educazione Bottai informa che le vacanze natalizie saranno di un mese: le scuole riapriranno il 19 gennaio per «economizzare un po’ di carbone».

1942

Ogni classe partecipa alla raccolta di materiale vario: «Nella mia classe ho raccolto kg 0,889 di lana, kg 14 di rottami».

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Ed un altro maestro: «Oggi ho consegnato kg 0,589 di lana suddivisi in kg 0,164 di filato e kg 0,425 di fiocco. Gli scolari, tenuto conto della loro indigenza, hanno corrisposto abbastanza con entusiasmo».

Quando la guerra inizia a mettersi male per le truppe dell’Asse, compare sulle pagelle la scritta "Vincere" o "Vinceremo".

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Frontespizio di una pagella scolastica del 1942

Alla requisizione delle campane di bronzo seguì, nel febbraio del 1942, la raccolta del rame, che il Comune dispose ricevendo le denunce obbligatorie dei cittadini e procedendo alle operazioni di raccolta.

Di sera, l'oscuramento a causa dei bombardamenti aerei sconsigliava di uscire di casa.

Durante la notte del 21 marzo 1942, in paese c’è un allarme aereo. L’indomani il maestro tiene una lezione sulla Protezione Aerea.

L’anno scolastico termina con il saggio ginnico e canti patriottici.

Il 28 ottobre 1942 un insegnante annota: «È tempo di guerra: le date care alla Patria si commemorano senza interruzioni di lavoro. Ho rievocato oggi il grande avvenimento della Marcia su Roma ed abbiamo rivolto il nostro pensiero riconoscente ai valorosi soldati che, sui lontani fronti, continuano la lotta contro il bolscevismo iniziata dal Fascismo in Patria». (Il 28 ottobre 1922, dopo la cosiddetta “marcia su Roma”, Mussolini era stato nominato Capo del Governo dal Re Vittorio Emanuele III).

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Intanto in Africa l'VIII Armata britannica, al comando del generale Montgomery, sferra un decisivo attacco, sfondando il fronte all'altezza di El Alamein.

Da un “Giornale della classe” del novembre 1942: «Continuano le incursioni nemiche sulle nostre città. Sovente, durante le lezioni, il segnale di allarme ci costringe a sospenderle per trovare rifugio nel ricovero della scuola».

Lissone fino ad ora è stata risparmiata. Una postazione antiaerea è in funzione, al confine con Monza, nei pressi della frazione Cazzaniga.

Dicembre 1942, una maestra scrive: «Sarebbe lodevole che si provvedesse almeno saltuariamente al riscaldamento della classe».

Il sabato a scuola è giorno di lavoro e in una classe quinta femminile «le alunne stanno preparando scarpine, cuffiette, sciarpe con i rimasugli di lana passatici dal locale Fascio Femminile, che verranno distribuite nella festa della Madre e del Fanciullo. Inoltre, a gruppi di sei, le alunne scendono in cucina a dare un po’ di aiuto al personale incaricato della refezione scolastica».

Si avvicina il Natale: le scuole vengono chiuse il 21 dicembre e non riapriranno che il 16 febbraio (quasi due mesi di chiusura per risparmio di combustibile).

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1943

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

1943

3 marzo 1943: «Ho commemorato oggi Amedeo di Savoia Aosta, Viceré d’Europa, nel primo anniversario della morte. Egli, dopo una vita veramente eroica, è rimasto laggiù nella terra africana ad attendere il ritorno delle nostre truppe vittoriose. E là sicuramente ritorneremo!».

Anche il lissonese Luigi Gelosa, carrista, rimane in Sudafrica nel campo di concentramento di Zonderwater, località presso Pretoria: muore il giorno 8 marzo 1943 e lì riposa nel Cimitero Militare Italiano.

Intanto a Lissone, con l’aumento del numero degli sfollati provenienti soprattutto dalle città che hanno subito bombardamenti, anche le classi già numerose vedono l’arrivo di nuovi scolari.

La quantità di rifugiati che il comune poteva ospitare secondo la disponibilità di alloggi registrata nel 1938 era di 1.500 unità, per cui, sin dal dicembre 1942, le autorità si preoccuparono di rendere obbligatoria la denuncia degli alloggi e dei locali non usufruiti e adattabili ad abitazione.

Gli sfollati portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese. Nel marzo del 1943 sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale, che videro la partecipazione anche degli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell'Alecta (500 dipendenti), e che contribuirono attivamente alla crisi delle istituzioni, crisi che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

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Anche a Lissone aumentarono notevolmente le preoccupazioni e le ansie per gli arruolati, alimentate dalla totale mancanza di notizie sulla loro sorte. Come testimonianza, restano le molte cartoline dell'ufficio prigionieri della Croce Rossa italiana indirizzate ai lissonesi per segnalare la presenza di compaesani nei campi di prigionia tedeschi e americani. Alle ricerche spesso partecipavano anche i programmi radiofonici dell'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), ma non sempre con esito positivo.

N° 8 richiesta EIAR 

Lettera di richiesta di informazioni sulla sorte di un militare in Russia

 

Il 10 aprile 1943 un maestro annota: «Nel pomeriggio mediante il concorso dei miei alunni abbiamo finito di vangare l’appezzamento di terreno prospiciente la nostra scuola. A dire il vero è stato un lavoro ben arduo poiché il terreno era pieno di sassi e calpestato dai passanti».

12 aprile: «Alla presenza delle autorità, verso le ore 10, con una cerimonia semplice ma tanto significativa, ebbe luogo la semina del granoturco al campo scolastico. Il Rev. Sig. Prevosto benedice i semi, che speriamo diano un abbondante raccolto».

9 maggio 1943: «In questi duri momenti, ci sono ineffabilmente vicini i nostri cari fratelli d’oltremare e d’oltre Alpe. Più sono lontani dalla Patria, più sono vicini al nostro cuore. Ritorneremo, Italiani nel mondo, dove fummo ed oltre. L’Italia riavrà il “suo posto al sole” che è il vostro posto al sole. L’Esercito è sicura speranza dei destini della patria. La nostra fede nei Capi e nei Soldati è incrollabile».

Una maestra scrive il 12 maggio 1943: «La campagna di Tunisia si è chiusa dopo una resistenza veramente leggendaria da parte dei nostri valorosissimi soldati. Le mie alunne che hanno seguito con grande interesse le vicende della guerra in Africa, sentono il dovere di diventare migliori per essere degne degli eroici giovani che hanno, col loro sangue, resa sacra quella terra dove sicuramente torneremo! La vittoria non ci può mancare!».

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Ma la realtà è ben diversa: sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva. Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR, il corpo di spedizione italiano, erano stati rimpatriati (vedi le testimonianze di Gabriele Cavenago e di Evelino Mazzola in “Testimonianze”), lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani (60 i lissonesi non tornati dal fronte russo), ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano. Il generale Alexander invia a Churchill il seguente messaggio: “È mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica ...”

Nonostante i divieti e il rischio di severe sanzioni, non pochi erano coloro che nascostamente ascoltavano i messaggi del colonnello Stevens da Radio Londra.

Nelle famiglie e a scuola manca tutto, tanto che una maestra scrive nella relazione finale dell’anno scolastico: «Il materiale didattico, tranne le carte geografiche, il globo e pochi strumenti di fisica, fu tutto costruito dalle alunne medesime: solidi geometrici e relativi sviluppi, telefono rudimentale, camera oscura, ecc. La radio scolastica quest’anno non ha organizzato le belle trasmissioni degli anni di tranquillità, servì quasi solo alla Direzione per ordini e qualche trasmissione di poesie o preghiere da parte degli alunni ... La gran parte delle alunne vennero a scuola coi libri di Stato comperati dalle compagne dell’anno precedente. I libri della biblioteca, pochi e quasi tutti inadatti, non hanno affatto appassionato alla loro lettura. Più simpatia ha goduto il Corriere dei Piccoli».

L’11 giugno 1943 erano i diecimila soldati italiani di Pantelleria ad arrendersi. All'indomani la stessa sorte toccava ai quattromila uomini della guarnigione di Lampedusa. Nella notte del 10 luglio, gli Alleati, con la settima armata americana del generale Patton e l'ottava armata inglese del generale Montgomery, sbarcavano in Sicilia e procedevano rapidamente all’occupazione dell'isola con il favore della popolazione.

Il 25 luglio 1943 Mussolini è destituito e arrestato per ordine del Re che nomina Badoglio a Capo del Governo.

N° 9 La Stampa luglio 43  N° 9A 26 luglio 1943

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I moti spontanei di piazza, che anche a Lissone salutarono la fine del Ventennio, furono presto stroncati dal governo Badoglio. Il nuovo spazio di libertà, che finalmente sembrava schiudersi con l’arresto del Duce, e la speranza di pace, che avevano animato le manifestazioni in molte città d’Italia, si rivelarono delle illusioni.

Il telegramma inviato dai prefetti ai podestà era estremamente chiaro: «Italiani, dopo l'appello di S.M. il Re e Imperatore degli italiani, ognuno riprenderà il suo posto di lavoro e di responsabilità. Non è il momento di abbandonarsi a manifestazioni che non saranno tollerate. L'ora grave che volge impone ad ognuno serietà, disciplina patriottismo fatto di dedizione ai supremi interessi della Nazione. Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l'ordine di disperderli inesorabilmente».

La sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo, che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Il 26 luglio, i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, che erano stati arrestati ed incarcerati a San Vittore alla fine di giugno per le loro idee contrarie al regime, vengono liberati. A Lissone, Attilio Mazzi, un benestante milanese ma veronese di nascita che aveva uno stabilimento per la tranciatura del legno in Via Roma, sfila per le vie del paese, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio e mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

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Dopo l’avvento della Repubblica Sociale Italiana, Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: dal campo di concentramento di Fossoli, venne trasportato in Germania nel lager di Mauthausen-Gusen dove morì.

Agosto 1943: nella notte tra il 14 e il 15 agosto altro terribile bombardamento su Milano.

Gli appelli alla pace e alla fraternizzazione fra popolo e soldati si fecero più pressanti dopo i grandi scioperi che agitarono le fabbriche del nord dal 17 al 20 agosto 1943 e che assunsero un carattere spiccatamente politico in virtù delle richieste di liberazione dei detenuti politici e degli operai arrestati, di allontanamento dalle fabbriche non solo dei fascisti ma anche delle truppe, di costituzione delle commissioni interne, mentre su tutto sovrastava la manifestazione di una chiara volontà contro la prosecuzione della guerra.

8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia  alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima.

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L’annuncio dell’armistizio

 

10 settembre 1943: i tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come lavoratori coatti nelle industrie del Reich (vedi le storie dei lissonesi Arnaldo Pellizzoni, Oreste Parma, Aldo Fumagalli, Ferdinando Cassanmagnago, Evelino Mazzola). Il Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

Le persone tacciate di tradimento furono il re e Badoglio, che apparvero traditori ai tedeschi, ai fascisti, a larga parte dei resistenti, a un numero più o meno ampio degli internati in Germania. Agli Alleati essi apparvero almeno come degli utili voltagabbana, sembrando rinnovarsi l’antica prassi che vedeva i Savoia non concludere mai una guerra dalla stessa parte in cui l’avevano iniziata, a meno che, come anche si diceva, non avessero cambiato fronte due volte.

12 settembre 1943: Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco. La mattina del 15 settembre la radio italiana trasmette un comunicato dell'Agenzia Stefani: «Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia».

Si diffusero i bandi minacciosi del comando tedesco, insediato a Monza, che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

N° 10 proclama tedesco 170943 

17 settembre 1943: manifesto del comando tedesco affisso nelle vie del paese

 

23 settembre 1943: ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

A Lissone, dall'11 agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini), l'ing. Aldo Varenna aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per “diplomatici” motivi di salute.

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Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. Il Partito Comunista inizia la mobilitazione di un gruppo dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita senza troppi indugi alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna: il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando. Le Brigate Garibaldi saranno composte da battaglioni, a loro volta formati da distaccamenti.

A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore è un oppositore del regime.

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Una maestra scrive: «La Patria versa in tristissime condizioni: pure gli insegnanti prendono il loro posto di lavoro che è anche di combattimento».

Inoltre scorrendo le pagine di alcuni “Giornali della classe” si ritrovano espressioni del tipo: «Circostanze particolarmente gravi e dolorose per il nostro Paese», «condizioni eccezionali del momento», «in questi durissimi momenti», «tormentosa situazione in cui la Patria si trova», «nuovo rinascente esercito».

Dai documenti ufficiali viene cancellato lo stemma sabaudo di Casa Savoia.

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Le iscrizioni alla scuola elementare di Lissone si devono protrarre per tutto il mese di ottobre per i «ritardatari che, dato l’allontanamento di parecchie famiglie dal paese, causa gli allarmi aerei, non furono pochi».

Il 13 ottobre 1943 il governo del Sud, con a capo il Maresciallo Pietro Badoglio, dichiara guerra alla Germania.

A Lissone, il 12 novembre, la Direttrice scolastica convoca il «corpo magistrale». Tra le varie raccomandazioni fatte agli insegnanti, un invito a «non far sciupare pagine di quaderno in decorazioni o per disegni inutili come quelli ornamentali che alcuni facevano fare per dividere un esercizio dall’altro».

La scuola inizia solamente il 17 novembre «in circostanze particolarmente gravi e dolorose per il nostro Paese. Nel nostro paese parecchie famiglie di sfollati da Milano e di sinistrati furono ricoverati anche nelle scuole. Per forza maggiore dunque si dovette attendere per poter iniziare l’anno scolastico».

Inoltre la Direttrice informa che si faranno dei turni il mattino e il pomeriggio, dato l’esiguo numero di aule disponibili. Solo per le classi quinte le lezioni sono di tre ore giornaliere. Le scuole di Via Aliprandi sono «occupate interamente dai sinistrati» e le scuole Vittorio Veneto «in massima parte».

Il 4 dicembre alle ore 16, terminata la scuola, la direttrice convoca in direzione tutti gli insegnanti per impartire e chiarire le norme che regolano la discesa nei rifugi durante gli allarmi aerei «a cui purtroppo abbiamo dovuto fare una certa abitudine». Viene fatto divieto ai genitori, per nessun motivo, di ritirare i propri figli dalla scuola durante l’allarme.

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Manifesto con le norme di protezione antiaerea del 23 febbraio 1944

 

La Direttrice illustra l’importanza del “lavoro” nella scuola elementare e raccomanda di sviluppare nel corso delle lezioni l’insegnamento di elementi inerenti la vita pratica quali la compilazione di lettere, vaglia e conti correnti postali.

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1944 (prima parte)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

1944

14 febbraio 1944: «Alle ore 13 suona l’allarme. Si scese subito in rifugio ove rimanemmo per un’ora e mezzo».

22 febbraio: alla Casa del Balilla di Monza, il Provveditore agli Studi “chiama a rapporto” tutti gli insegnanti elementari e della Scuola materna della Circoscrizione: sono 528 insegnanti che “inquadrano” circa 30.000 alunni. Il messaggio del Provveditore è chiaro: gli insegnanti si devono adeguare alla nuova situazione schierandosi sotto la Repubblica Sociale Italiana!

Intanto gli Alleati, nel tentativo di aprirsi la strada verso la capitale d’Italia, bombardano l’Abbazia di Montecassino, distruggendola.

Il 26 febbraio «le alunne portano a scuola le illustrazioni di Montecassino. Tutte siamo addolorate dall’infame distruzione ... La furia dell’invidia cieca dei barbari anglo-americani che bestialmente come invanamente la ridussero ad un cumulo di macerie ... Montecassino: rivivi intatta nel tuo spirito ammonitore, perché intatto è il vero spirito italiano!».

In tutto il Nord Italia, dall'1 all'8 marzo 1944, si svolge uno sciopero generale caratterizzato da una precisa matrice di natura politica (vedi la storia di Umberto Viganò): «Né un operaio, né un giovane, né una macchina devono andare in Germania».

Tale fu la costernazione dei comandi tedeschi che essi, temendo il peggio, non ebbero l'animo di eseguire gli ordini impartiti da Hitler all'ambasciatore Rahn e al generale delle SS Otto Zimmerman, ordini che imponevano l'immediata deportazione nei campi di sterminio in Germania di un’aliquota di operai italiani pari al venti per cento degli scioperanti, valutati nel complesso a più di un milione, vale a dire un'aliquota di duecentomila unità.

La notizia degli avvenimenti italiani ebbe ampia risonanza e suscitò stupore e ammirazione in tutto il mondo libero.

Il 9 marzo 1944 il "New York Times" pubblicava: «In fatto di dimostrazione di massa non è avvenuto niente nell'Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggi, di scioperi locali e di guerriglia ... è una prova impressionante del fatto che gli italiani, disarmati come sono, e sottoposti a una doppia schiavitù, lottano con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere».

Poiché il re era accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio 1943, a Lissone la Piazza Vittorio Emanuele III dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti, gerarca fascista ucciso; porterà il suo nome, durante i 600 giorni di Salò, una delle più famigerate squadre della Repubblica Sociale.

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Presso il palazzo Mussi si installa un comando antiaereo tedesco che, con i militi della Guardia Nazionale Repubblicana alloggiati nei locali di palazzo Magatti (vecchio municipio) in Via Garibaldi, garantiva un controllo capillare del paese e serviva a contrastare la Resistenza partigiana.

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Insieme al decreto del 18 febbraio 1944 che minacciava la pena di morte per i renitenti alla leva, il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi, con scadenza il 7 marzo 1944, delle classi 1923, 1924, 1925 (vedi le storie di Arturo Arosio, Gianfranco De Capitani da Vimercate, Ercole Galimberti e Attilio Meroni).

N° 12 manifesto minaccia 

Manifesto della RSI di propaganda antipartigiana

 

28 marzo, scrive un insegnante sul “Giornale della classe”: «Con dispiacere ho lasciato l’aula più bella del caseggiato, che avevo finora occupato, per passare in un’altra che, oltre ad essere poco pulita e mal arredata, è infestata dai topi».

28 marzo

3 aprile: «Alle ore 11,30 la Sig. Direttrice, dopo aver trasmesso l’inno del Balilla, ha invitato tutti gli alunni a prendere parte ad una sottoscrizione indetta dal Provveditore di Milano per l’offerta di un aereo da caccia che le scuole della provincia intendono donare al rinascente esercito italiano. Ha terminato la trasmissione con altri inni patriottici».

Nell'aprile 1944 la sezione lissonese del Fascio repubblicano fa costruire il villaggio per sinistrati “Giuseppe Mazzini”. Si trattava di tre baracche di legno di 30 metri di lunghezza e 7 di larghezza, ciascuna divisa in 4 appartamenti. D'altra parte, stando alle parole del Commissario straordinario del fascio repubblicano: «E' ormai cosa arcinota che la crisi degli alloggi nel Comune di Lissone ha assunto una forma vastissima, anche per il continuo affluire di italiani sinistrati per opera dei bombardamenti nemici e l'impossibilità di costruire case». Il terreno in questione, di proprietà del comune, si trovava nei pressi del cimitero (nell’attuale Via Leopardi) e apparteneva all'Opera Pia Riva.

Il 24 aprile ha luogo la cerimonia della semina del granoturco nell’orto di guerra «che era stato precedentemente dissodato e vangato dai maschietti della Scuola del Lavoro: le mie alunne hanno proceduto alla semina dell’insalata in un’aiuola riservata alla nostra classe».

Continua l’opera di propaganda utilizzando anche la cinematografia: il 24 maggio (il 24 maggio 1915 l’Italia era entrata nella prima guerra mondiale) «in due turni, mattina e pomeriggio, senza perdere le ore di lezione, le scolaresche inquadrate raggiungono il teatro Impero per la visione cinematografica de “I trecento della Settima” raffigurante un episodio della guerra in Grecia ed illustrante lo spirito di sacrificio, di abnegazione e l’eroismo dei soldati italiani».

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Negli stessi giorni anche a Lissone iniziano clandestinamente le prime forme di Resistenza organizzata: pochi coraggiosi antifascisti, coscienti dei gravi problemi del momento e animati da ideali di libertà e democrazia, anteposero alla loro sicurezza personale i rischi della lotta partigiana.

I partiti democratici lissonesi, ancora in embrione, iniziavano la propaganda attraverso le amicizie, la diffusione della stampa clandestina ed i contatti con altre zone. Nacque così l'idea di costituire il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) locale.

Il CLN nazionale si era formato il 9 settembre 1943, dopo la fuga da Roma del Re e del Governo, riunendo i singoli partiti antifascisti, con l’approvazione della seguente mozione: «Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1944 (seconda parte)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Il CLN rappresentava la sintesi dei vari fermenti di lotta e opposizione al fascismo. Suoi strumenti dovevano essere le SAP, Squadre di Azione Patriottica (vedi le testimonianze di Gabriele Cavenago e Giuseppe Parravicini), la propaganda clandestina (vedi la storia di Davide Guarenti) e le azioni di disturbo (vedi le storie dei quattro partigiani Pierino Erba, Remo Chiusi, Carlo Parravicini e Mario Somaschini). Fine ultimo: l'insurrezione.

Il CLN lissonese ebbe ufficialmente origine il 15 maggio 1944 con una riunione clandestina nell'abitazione di Federico Costa; della riunione fu steso un verbale trasmesso alle autorità centrali che riconobbero il CLN quale organo periferico del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) la cui sede era a Milano.

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Compiti del comitato erano: predisporre e coordinare le azioni di disturbo al nemico, aiutare le vittime del fascismo, preparare l'Amministrazione Pubblica per il momento dell'insurrezione, risolvere i problemi dell'approvvigionamento.

Il CLN fu composto dai signori: Federico Costa (nome di battaglia Franco), rappresentante socialista, Attilio Gelosa (Carlo), democristiano, Agostino Frisoni (Ottavio), comunista. Dopo circa un mese Franco fu sostituito per ragioni personali, mantenendo però l'incarico di cassiere del Comitato e di addetto all'assistenza alle famiglie dei perseguitati; lo sostituì Gaetano Nino Cavina, nome di battaglia Volfango.

Le funzioni di collegamento col comando militare furono espletate da Leonardo Vismara conosciuto come Nando da Biel (nome di battaglia Raimondo), comunista. Nando, antifascista fin dall’avvento del regime, aveva anche partecipato alla guerra di Spagna, militando nelle file delle Brigate Garibaldi in difesa della repubblica spagnola contro le milizie franchiste.

Nel frattempo socialisti e comunisti intensificavano le ricerche di armi con cui dotare la propria organizzazione.

Il gruppo comunista (vedi le storie di Mario Bettega e Luciano Donghi) fu il primo in paese a organizzarsi per la lotta clandestina formando le SAP, comprendenti volontari lavoratori con un capo responsabile e affiancate dal Comitato di agitazione e propaganda, da cellule nei vari stabilimenti, dalle Donne Patriote, che diedero così valido aiuto alla causa, il tutto sotto controllo di un commissario politico. Successivamente le SAP furono aggregate al Corpo Volontari della Libertà come parte attiva della 119aBrigata Garibaldina Di Vona (Quintino Di Vona, insegnante salernitano, era stato fucilato a Inzago il 7 settembre 1944).

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In quel periodo a Monza, nel corso di un'azione di raccolta di armi, il socialista Davide Guarenti, che aveva abitato a Lissone per alcuni anni svolgendo l’attività di vigile urbano, venne arrestato con altri attivi antifascisti e portato nel campo di concentramento di Fossoli, dove venne fucilato il 12 luglio (vedi la sua storia).

Alle violenze tedesche si sommavano le ancora peggiori violenze perpetrate dalle varie polizie fasciste che la Repubblica di Salò aveva regalato al padrone nazista per i più bassi servizi.

Intanto gli inviti ai renitenti alla leva si erano fatti pressanti. Su ordine del CLNAI, l’11 giugno 1944, una squadra delle SAP portò a compimento un attentato: due fascisti vennero fatti oggetto di lancio di bombe a mano; uno morì immediatamente, l'altro dopo qualche giorno. Vennero arrestati quattro patrioti lissonesi: Pierino Erba e Carlo Parravicini, che furono fucilati in piazza a Lissone, Remo Chiusi e Mario Somaschini, che subirono la stessa sorte il giorno dopo in Villa Reale a Monza (vedi la loro storia). Negli stessi giorni fu pure arrestato Giuseppe Parravicini, sindacalista comunista, che, incarcerato a San Vittore e processato, fu deportato ad Auschwitz, da dove riuscì a tornare; debilitato nel fisico, parteciperà comunque come membro del CLN lissonese alle ultime fasi della Liberazione (vedi la testimonianza del figlio Ermes).

Il Comitato lasciò placare la reazione fascista per poi riprendere la sua attività clandestina.

Mentre la popolazione doveva soffrire e tacere, alcuni si arricchivano con la compiacente tolleranza fascista. Il Comitato stilò un elenco di borsaneristi, indagò su chi teneva scorte e collaborava con i nazifascisti in altri modi.

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Dalla metà di giugno del 1944 alla Liberazione l'attività del CLN fu molto intensa. Ne sono testimonianza i verbali delle riunioni del Comitato: oltre alla propaganda, al reclutamento e alla raccolta di mezzi finanziari, il CLN lissonese si occupò dell’assistenza materiale e morale alle famiglie bisognose dei perseguitati politici, dei richiamati, dei renitenti e dei prigionieri militari e civili. Era inoltre necessario preparare i quadri dell'amministrazione comunale provvisoria che alla Liberazione avrebbe assunto i poteri: consiglio comunale, giunta e Sindaco. In quei momenti era altresì importante la ricerca di armi per la mobilitazione degli organismi militari da impiegare in eventuali azioni di guerra.

Gli Alleati continuavano la loro offensiva verso il Nord, nonostante la forte resistenza dei tedeschi: il 4 giugno 1944 entravano in Roma. L’attacco alla Germania nazista continuava ora anche dal nord Europa: il 6 giugno aveva inizio l’operazione “Overlord”, nome in codice dello sbarco in Normandia.

N° 13 sbarco Normandia 

L’annuncio dello sbarco alleato in Normandia

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Lissone nella seconda guerra mondiale: 1944 (terza parte)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Ma intanto, in Lombardia, il Comando Militare germanico si occupava anche dei piccioni viaggiatori! Il 10 luglio 1944 invia la seguente comunicazione a tutti i podestà della provincia di Milano:

«In sostituzione delle precedenti disposizioni che prevedevano la consegna e l’abbattimento dei colombi viaggiatori, per mantenere in vita questi preziosi animali si dispone che a tutti i piccioni viaggiatori vengano tagliate le ali e che i proprietari e allevatori si notifichino ...»

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L'attività propagandistica del CLN lissonese prese corpo attraverso la creazione di cellule che svolsero la loro attività sul posto di lavoro, nei ritrovi giovanili e nelle associazioni, distribuendo la stampa clandestina dei partiti, fogli ciclostilati e volantini. Vennero inviate lettere ad associazioni come la Società Ginnastica Pro Lissone e la Famiglia Artistica ma anche a ditte e aziende che si sapeva o si supponeva lavorassero per la guerra o peggio per i tedeschi, con lo scopo di illustrare gli ideali del movimento e per dissuadere e scoraggiare la loro cooperazione con i nazifascisti.

Un'azione che ebbe una vasta risonanza propagandistica fu effettuata nella ricorrenza dei defunti il 2 novembre 1944.

Di Agostino Frisoni, membro comunista del CLN lissonese, fu l’idea di onorare i quattro giovani lissonesi fucilati nel mese di giugno, a dimostrazione della presenza antifascista in Lissone e in segno di sfida alle autorità nazifasciste. Un volontario scavalcò di notte le mura del cimitero e depose sulla loro tomba una corona di fiori con un cartoncino tricolore recante la scritta “Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia”. Nonostante la pioggia battente, nel pomeriggio sul posto fu un accalcarsi di gente.

Alla fine del 1944 Lissone giunse a contare circa 1.800 sfollati, per la maggior parte provenienti da Milano. Molte famiglie cercarono di reperire ricoveri per i nuovi venuti, arrivando spesso ad ospitarli nei locali occupati da parenti e famigliari.

Intanto al problema degli sfollati si aggiunse quello dei profughi delle terre occupate dagli Alleati, anche loro bisognosi di ospitalità. I nuovi arrivati, che nel febbraio del 1945 superavano di poco le cento unità, vennero ospitati in buona parte nei locali della scuola elementare di Via Aliprandi e presso alcuni privati, mentre nel cine-teatro Impero della Casa del Fascio si organizzarono spettacoli per raccogliere gli aiuti necessari al loro sostentamento.

Con il 1° dicembre 1944, per ordine del Provveditore agli Studi, l’orario scolastico viene ulteriormente ridotto a tre ore settimanali in due giorni, il martedì ed il venerdì, per mancanza di riscaldamento.

La riduzione dell’orario e i frequenti allarmi aerei rendono problematico lo svolgimento del programma didattico. Scrive una maestra: «La frequenza è buona, ma gli allarmi aerei si susseguono in modo esasperante, da togliere la volontà di affrontare i rigori della stagione per venire a scuola. La mancanza completa di riscaldamento rende impossibile una buona lezione, ogni tanto qua e là, sussulta qualcuno con brividi, e quest’oggi per ben due volte si sospende la lezione per gli allarmi, un terzo allarme mi coglie negli ultimi momenti delle lezioni».

  N° 15 situazione classe nuova sede

«Dalle scuole di Via Aliprandi vengo trasferita in un salone della Casa del Fascio. Si è molto disturbate in tempo di lezione per l’andirivieni di molte e molte persone ché tutte passano davanti alla mia aula. Il freddo è intenso, le bambine hanno quasi tutte la tosse. Da dieci giorni siamo in questa nuova sede, manca inchiostro, coi banchi strettissimi che le bambine ci stanno a mala pena. Nessuna minima comodità ci circonda, così anche le lezioni rimangono frequentemente infruttuose».

Nel loro lento ritiro dal territorio italiano, numerose sono le stragi compiute dai nazisti con la collaborazione dei fascisti italiani della Repubblica Sociale. Popolazioni inermi, anziani, donne e bambini vengono uccisi in varie località: a Sant’Anna di Stazzema le vittime furono 560, 1830 a Marzabotto. Gli innumerevoli delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, perpetrati dalla Wehrmacht e dalle SS rispondevano alle direttive emanate, nel luglio del 1944, dal comandante delle truppe tedesche in Italia, Albert Kesserling, che consentivano il più largo uso della violenza contro i civili.

I bombardamenti ferivano le principali città dell'Italia settentrionale, ma non colpirono mai Lissone, fatta eccezione per un mitragliamento avvenuto nei pressi della stazione (novembre 1944), senza gravi conseguenze, al di là del comprensibile spavento dei presenti.

I bombardamenti aerei delle città, che colpivano indiscriminatamente tutta la popolazione, costituivano il punto più scottante nei rapporti con gli Alleati. I bombardamenti recavano danni immensi agli italiani, minimi ai tedeschi e costavano notevolmente agli anglosassoni.

A Lissone, l'assistenza alle famiglie bisognose, sia pure nei ristretti limiti delle disponibilità finanziarie del CLN, si svolse con regolarità e scrupolosità: per il Natale del ‘44 il Comitato elargì un contributo più sostanzioso dei precedenti alle famiglie povere colpite dai provvedimenti fascisti; furono così distribuite una cinquantina di buste contenenti denaro, raccolto fra simpatizzanti, e inviti alla lotta.

In quei giorni quattro prigionieri di guerra russi, sfuggiti ai tedeschi, furono nascosti in un cascinale da un partigiano, che con un compagno li assisté per una decina di giorni fino al momento in cui il CLN organizzò la loro fuga fra le fila dei partigiani combattenti sui monti.

Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

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