Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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Cronologia: maggio - dicembre 1936

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dall'Impero alla Spagna (maggio-dicembre 1936)

 

Perché al lettore riesca più agevole comprendere e collocare in un tempo reale diversi eventi descritti nel sito, penso che possa tornare utile una sommaria cronologia dei principali avvenimenti del periodo cruciale del regime fascista, dal 1935 al 1940, e dei primi due anni di guerra.

Seguendone lo svolgimento, egli potrà cogliere alcune indicazioni. La prima riguarda l'atteggiamento dell'Inghilterra, di pieno favore verso l'Italia fascista.

Prima ne appoggia la politica di potenza nell'area danubiano-balcanica. Poi, anche quando non fu più lecito supporre che tale politica potesse esser vista come un contrappeso all'aggressività tedesca, dopo il consolidamento dell'alleanza tra Roma e Berlino e il palese intervento nazifascista in Spagna, Londra sembra voler chiudere gli occhi e giunge a stipulare con Mussolini un "accordo tra gentiluomini”.

Tanta acquiescenza inorgoglisce e rende temerari tutti gli ambienti fascisti, che si mostrano molto sicuri, dà al popolo italiano l'impressione che il regime sia forte e temuto e scoraggia i pochi che vedono - o intuiscono - i pericoli dell'espansionismo italo-tedesco.

Altra indicazione riguarda l'abilità con cui il fascismo, dal '36, accompagna la politica estera di revisione" dello status quo di Versailles e di Ginevra e l'intensificazione della stessa preparazione militare con una più accentuata demagogia sociale.

 

Il fascismo e le democrazie

 

Corriere della Sera 6 maggio 1936

5-12 maggio '36. Mussolini proclama la vittoria sull'Etiopia e la fondazione dell'Impero. Vittorio Emanuele accetta il titolo di Imperatore. Il Gran Consiglio conferisce al duce quello di "Fondatore dell'Impero”. Il Consiglio dei Ministri nomina Badoglio viceré d'Etiopia. (Il 12 giugno '36, Badoglio cede la carica a Graziani e accetta in cambio, il titolo di «Duca di Addis Abeba, una villa monumentale, in via Bruxelles a Roma, un congruo appannaggio e la tessera ad honorem del PNF.

Metà maggio '36. Commenti stranieri (riferiti dalla stampa fascista). Parigi: "Le truppe italiane, solo argine alla ferocia etiopica". Berlino: "L'opera di civiltà degli italiani in Etiopia corona la pace romana imposta dalle armi fasciste all'impero della barbarie". Londra: "Tanto Chamberlain che Churchill si pronunciano con molta energia, ai Comuni, contro le sanzioni". Stati Uniti (dichiarazione dell'ambasciatore americano a Roma): “La vittoria italiana ha il valore di una nuova garanzia di pace in Europa".

15 maggio '36. Il vescovo cattolico di Harrar bacia e benedice gli ufficiali italiani, salutandoli come liberatori.

18 maggio '36. In una grande adunata di giovani fascisti, in piazza del Duomo a Milano, il cardinale Schuster esalta la vittoria in Africa e invoca "la benedizione dell'Augusta Triade sopra i gerarchi magni e minori".

30 maggio '36. Il ministro degli Esteri inglese Eden riferisce al Gabinetto sul colloquio avuto con l'ambasciatore d'Italia a Londra. Tutta la stampa inglese rileva "la migliorata atmosfera tra i due Paesi".

9 giugno '36 . Galeazzo Ciano è nominato ministro degli Esteri.

12 giugno '36. Chamberlain pronuncia ai Comuni un discorso molto amichevole per l'Italia. Eden annuncia che l'Inghilterra sosterrà l'abrogazione delle sanzioni.

Le sanzioni propaganda-contro-sanzioni-1936.jpg propaganda-per-autarchia.jpg

4 luglio :36. L'Assemblea della Società delle Nazioni vota quasi all'unanimità la cessazione delle sanzioni, a partire dal 15 luglio. (In realtà nessuno dei Paesi legati da traffici commerciali all'Itala, applicò, infatti, con rigore le clausole che avrebbero dovuto interromperli. Gli Stati Uniti si rifiutarono di accoglierle, anche in linea di principio. L'URSS continuò a spedire in Italia i suoi carichi di nafta e così avvenne per altre materie essenziali di varia provenienza che, direttamente o meno (attraverso la Germania. il Brasile, la Svizzera), seguitarono a giungere. Perfino dall'Inghilterra, il Paese apparentemente più rigido, partirono per l'Italia materiali bellici. In definitiva, l'infelice iniziativa servi unicamente ad offrire un argomento di grande efficacia “patriottica" alla propaganda fascista).

9 luglio '36. Le domande di iscrizione alla milizia hanno raggiunto la cifra di 715.244.

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25 luglio '36. L'Assemblea degli industriali vota un indirizzo di devozione al duce per "le grandiose prospettive aperte nell'Impero". (Nelle precedenti settimane, i giornali avevano annunciato un grandioso programma di lavori pubblici per Addis Abeba e l'Impero: mille tecnici, 30.000 operai bianchi, 100.000 indigeni si accingevano a costruire le strade fasciste in Etiopia, con una spesa prevista in un miliardo e mezzo).

Fine luglio '36. Ha inizio l'offensiva contro gli aumenti dei prezzi (già in atto da diversi mesi) e si procede ad aumenti salariali per diverse categorie (edili, metallurgici, tessili, ecc.).

 

Notizie della Spagna

1° agosto '36. Mentre si inaugurano a Berlino le Olimpiadi e se ne celebra il significato di “pace agonistica tra i forti”,

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giungono confuse notizie dalla Spagna, dove un generale ribelle, certo Franco, si sarebbe posto alla testa di una sedizione militare. Truppe marocchine e della Legione Straniera ai suoi ordini, sono sbarcate sulla penisola iberica, in vari centri della quale sono esplosi focolai insurrezionali. A Malaga, è in corso una sanguinosa battaglia.

Primi di agosto '36. Notizie dalla Spagna: gli insorti hanno costituito a Burgos un governo provvisorio, dandone notizia ufficiale alle cancellerie. 18 provincie spagnole su 47 sarebbero sotto il loro controllo. A Barcellona, Madrid, S. Sebastiano, Albacete, la rivolta franchista è stata soffocata. A Toledo, i ribelli si sono asserragliati nell'Alcazar, con donne e bambini come ostaggi.

9 agosto '36. Per la prima volta la stampa italiana, che ha chiamato finora i seguaci di Franco."ribelli", adotta per essi la definizione di "forze nazionali".

Fine agosto '36. Le "forze nazionali" hanno conquistato Badajoz e avanzano verso S. Sebastiano e Irun, attaccate da terra e dal mare. Tutta l'Estremadura è in mano loro.

1° settembre '36. Al termine delle manovre militari di Irpinia, il duce annuncia in un rapporto nella campagna di Avellino che "l'Italia è pronta a mobilitare otto milioni di baionette".

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9 settembre '36. Si riunisce a Londra il Comitato per il non-intervento in Spagna, per iniziativa inglese. Vi partecipano i governi di Londra, Parigi, Roma, Berlino e Mosca. I rappresentanti italiani e tedeschi accusano i governi di Parigi e di Mosca di aver dato appoggio ai repubblicani spagnoli, con armi e volontari.

Gli accordi per il non-intervento, sollecitati dagli inglesi, implicano il riconoscimento di fatto delle due parti in conflitto: il governo repubblicano di Madrid, presieduto da Largo Caballero, e quello insediato a Burgos dai generali ribelli che si raccolgono intorno a Franco.

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Settembre '36. Notizie dalla Spagna: i franchisti hanno conquistato Irun e S. Sebastiano e puntano su Madrid. Il rappresentante del governo·repubblicano denuncia alla Società delle Nazioni la partecipazione di forze armate italiane e germaniche in appoggio ai franchisti.

 

Demagogia in Italia

Settembre '36. Prosegue, in Italia, la battaglia contro i prezzi e per "il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori".

Nel corso di diverse solenni sedute, il Consiglio dei ministri e il Comitato corporativo centrale hanno deciso una serie di misure sociali: 1) aumenti salariali e di stipendio (dal 5 al 10% per numerose categorie lavoratrici e dell'8% per gli impiegati statali); 2) miglioramenti mutualistici; 3) occupazione integrale dei reduci dall'AOI; 4) sgravi fiscali e doganali; 5) diminuzione generale dei prezzi (che hanno continuato a subire aumenti da circa un'anno). Il controllo di questo settore è affidato alla "vigile e energica azione del PNF".

6 ottobre '36. Il Consiglio dei ministri ristabilisce il valore della lira a quota 90 (rispetto alla sterlina) e, nel quadro della battaglia contro i prezzi, chiede il blocco degli affitti, gas, luce, acqua, trasporti.

È anche stabilita una imposta straordinaria sui profitti delle società che abbiano concesso, nell'ultimo triennio, dividendi superiori al. 6%. (Non vengono, però, presi in considerazione dall'imposta gli aumenti di capitale con distribuzione gratuita di nuove azioni ai possessori delle vecchie, che costituiscono la forma più diretta e consueta di distribuzione degli utili).

9 ottobre' '36. Mussolini annuncia, in una solenne seduta in Campidoglio, che sarà tenuta in Roma una Esposizione Universale nel '41.

11 ottobre '36. Il Consiglio dei ministri approva un “imponente programma militare": milleduecento industrie belliche. lavoreranno sotto il controllo di una speciale commissione. Si gettano le basi per una "adeguata difesa contraerea di tutto il territorio nazionale".

21-25 ottobre '36. Il ministro Ciano si reca in visita a Berlino, dove fissa con Hitler e Von Neurath i termini della "collaborazione tra i due popoli e le due rivoluzioni”. La stampa italiana dà particolare risalto all'avvenimento, che inaugura una fase nuova nei rapporti tra i due Paesi e un nuovo equilibrio nella situazione dell'Europa.

29 ottobre '36. La stampa informa che 27 milioni di italiani hanno partecipato alle adunate celebrative del XIV annuale della rivoluzione.

Fine ottobre '36. A due, mesi dal suo iniziò la conferenza internazionale che dovrebbe definire gli impegni di non intervento in Spagna non ha conseguito nessun risultato.

I giornali italiani denunciano ogni giorno il governo di fronte popolare presieduto da Leon Blum, a Parigi, di inviare armi e volontari, attraverso i Pirenei, ai "rossi" di Madrid. (Notizie non ufficiali riferiscono che, in Italia, persone che avevano avanzato domanda di volontariato per la guerra etiopica e anche ufficiali di prima nomina sarebbero raccolti in centri di imbarco e inviati, senza documenti personali e con speciale divisa, nel territorio spagnolo occupato dai franchisti. Tale destinazione è definita dalla posta militare "OMS": significa "Oltre Mare Spagna").

 

Siamo amici dell'Inghilterra

l° novembre '36. In una importante adunata in piazza del Duomo, a Milano, Mussolini fa il punto della situazione internazionale e proclama la fine delle "ideologie wilsoniane” e del "tartufesco equilibrio" che la Società delle Nazioni si sforza di conservare a danno dei popoli giovani.

6 novembre '36. Hanno inizio a Roma, tra Ciano e l'ambasciatore britannico Drummond, trattative per la ripresa delle relazioni commerciali italo-inglesi e per un'eventuale intesa politica generale.

9-12 novembre '36. Ciano presiede a Vienna la Conferenza tripartita (tra Italia, Austria e Ungheria) che registra il pieno accordo dei tre Paesi su tutti i problemi internazionali del momento.

Metà novembre '36. Notizie dalla Spagna: iniziato l'attacco franchista a Madrid, bombardata violentemente dall'aria; il governo di Largo Caballero si trasferisce a Valencia; Il gen. Miaja è incaricato della difesa di Madrid, dove i franchisti hanno occupato diversi quartieri.

18 novembre '36. I governi di Roma e di Berlino riconoscono il governo di Franco, insediato a Burgos.

21 novembre '36. Radio Mosca annuncia che, dopo il riconoscimento italo-tedesco di Franco e l'appoggio militare che Roma e Berlino danno ai ribelli, l'URSS invierà aiuti al governo di Caballero.

24-25 novembre '36. Il reggente d'Ungheria Horty giunge a Roma e rende visita al re e a Mussolini. La stampa. esalta l’amicizia tra i due Paesi.

28 novembre '36. Violento attacco di aerei "nazionali" a Cartagena: tre navi repubblicane affondate.

29 novembre '36. Il governo repubblicano spagnolo chiede la convocazione del Consiglio della Società delle Nazioni, per denunciare l'intervento militare italo-tedesco in aiuto a Franco.

30 novembre '36. Solenne riapertura della Camera a Roma: i deputati in divisa, tributano al duce il trionfo e lo accompagnano in corteo fino a palazzo Venezia, inneggiando all'alleanza con la Germania e alle vittorie "nazionali" in Spagna.

Dicembre '36. Proseguono tra Ciano e Drummond le trattative per un accordo italo-inglese. (In seguito si saprà che, a fine novembre, è stato siglato un accordo "segreto" tra Roma e Burgos, per l'intervento italiano in Spagna, di cui l’lntelligence Service ha subito dato notizia a Londra).

12 dicembre '36. Il Consiglio dei ministri fissa la settimana lavorativa in 40 ore e decreta numerose altre provvidenze in favore dei lavoratori. Nuove misure sono adottate per impedire l'aumento dei prezzi.

15 dicembre '36. Si ripete al Senato la travolgente manifestazione di fede e devozione per il duce.

19 dicembre '36. Il duce inaugura Littoria.

21 dicembre '36. Londra e Parigi trasformano le proprie Legazioni di Addis Abeba in Consolati.

22 dicembre '36. La stampa informa genericamente che 3.000 "volontari" italiani sono sbarcati a Cadige.

2 gennaio '37. È firmato a Roma un trattato di amicizia italo-inglese (Gentlemen's agreement) che stabilisce la libertà di navigazione nel Mediterraneo.

 

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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Cronologia: gennaio 1937 - aprile 1938

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il fascismo trionfante (gennaio 1937-aprile 1938)

 

Particolare rilievo, per il suo valore "esemplare," assume in questo periodo il comportamento dei Paesi democratici nei confronti del fascismo.

Al riguardo, occorre rammentare, innanzitutto, lo stillicidio dei riconoscimenti dell'Impero che annullano e capovolgono la sia pur sterile posizione di condanna assunta dai 52 Paesi sanzionisti nel novembre '35. Abolite le sanzioni nel luglio '36, il primo Paese che riconosce l'Impero è la Germania, nell'ottobre successivo. Seguono, nel novembre, Austria e Ungheria; nel dicembre Cile, Giappone, Svizzera; nei primi mesi del '37, Olanda, Romania, Lettonia, Polonia, Cecoslovacchia, Brasile, ecc.; un anno dopo, i Paesi che hanno riconosciuto l'Impero, sono poco meno di cinquanta.

 

L'intervento in Spagna

In quello stesso periodo prosegue, la commedia (che fu poi una tragedia) del "non-intenvento" in Spagna. Ecluse l'URSS e la Francia del "fronte popolare," gli altri Paesi, a cominciare dall'Inghilterra, simulano di voler impedire, per mezzo di lunghe e oziose trattative, interventi stranieri nel conflitto spagnolo. In realtà è perfettamente noto, al Foreign Office come nelle altre Cancellerie, che dalla parte dei repubblicani scendono in campo autentici volontari (il cui apporto è più una testimonianza di fede che un contributo militare) mentre, in appoggio a Franco, Mussolini e Hitler mandano aerei, cannoni e truppe regolari.

legione Condor per guerra Spagna

È, comunque, sintomatico che il periodo durante il quale Mussolini perpetra sfacciatamente. l'aggressione alla Spagna “rossa" si trova chiuso tra due avvenimenti diplomatici che consacrano la complicità - almeno, la cecità - dell'Inghilterra: il gentlemen's agreement siglato a Roma il 2 gennaio '37 e il "patto di amicizia tra i due Imperi" stipulato il 15 aprile '38, con il quale si definiscono le rispettive zone di influenza nel Medio Oriente.

Tale compiacenza inglese favorisce lo sviluppo della politica estera fascista, volta a far assumere all'Italia un ruolo egemonico nel Mediterraneo, in Africa e nella regione danubiano-balcanica, come è provato dalla intensificazione dei rapporti diplomatici, nel corso del '37, tra Roma e Vienna, Budapest, Belgrado, Tirana, dal viaggio di Mussolini in Libia, che si fa consegnare la spada di “protettore dell'Islam" nel marzo '37 e dal massiccio intervento militare in Spagna.

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Non è privo di interesse notare, intanto, che Berlino limita il proprio appoggio a Franco ad un intervento di qualità (che serve soprattutto a collaudare l'aviazione da guerra tedesca), lasciando a Roma l'onere di una partecipazione che completa l'usura dell'apparato militare italiano già provato dalla campagna d'Etiopia.

Secondo notizie attendibili, l'Italia, consumò nella "campagna di Spagna" circa mille cannoni e mille aerei, nonché 14 miliardi di lire al valore del '37-'38 uscendone, nell'estate '39, in condizioni di grave menomazione che la rendevano il Paese relativamente più debole d'Europa.

Se perfino da questo punto di vista (cioè, da un punto di vista fascista) l'intervento in Spagna si risolse in un grossolano errore, non meno serie e decisive furono le sue conseguenze nei riflessi dell'opinione pubblica, in seno alla quale si operò una lacerazione che, poco dopo, la più stretta alleanza con la Germania e il razzismo resero anche più profonda.

Occorre qui rammentare due circostanze di segno opposto.

Da un lato accadde che, a frenare il sentimento di rivolta dell'opinione pubblica, intervenne la propaganda cattolica, la quale mai come in occasione della Spagna si era impegnata a sostenere una così scoperta impresa, aggressiva con argomenti da "crociata ideologica".

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D'altro canto e malgrado che la stampa d'ispirazione vaticana gareggiasse ogni giorno con i grandi quotidiani di informazione e con quelli del partito nell'aizzare l'opinione  pubblica contro i "rossi" (spesso in base a veri e propri falsi di documenti e di fotografie), accadde anche che, proprio in quel tempo, si diffuse la pratica di ascoltare le radio straniere: quelle di Madrid e di Barcellona, innanzi tutto, e poi Londra, Mosca e alcune trasmittenti che si dicevano clandestine come "Milano Libertà" e "Italia Libertà”.

Per questo nel venire a una rapida rievocazione delle notizie che gli italiani conobbero in quei quindici mesi, mi è parso indispensabile registrare, insieme alle prime "voci" che, allora, cominciarono a circolare anche fuori degli ambienti iniziati, tra la gente, comune, alcune informazioni provenienti dall'ascolto di radio straniere, contro il quale il regime si impegnò in una battaglia furibonda che, tuttavia, perse.

 

 

Le ragioni dello smarrimento e dello sconforto

6 gennaio '37. Gli Stati Uniti dichiarano la propria rigorosa neutralità nel conflitto spagnolo.

30 gennaio '37. Hitler espone al Reichstag le rivendicazioni coloniali tedesche, che la stampa italiana trova fondate e commenta come una via d'uscita per garantire l'equilibrio europeo.

8 febbraio '37. Cade Malaga, per opera dei volontari italiani. Inizia l'offensiva franchista nei Paesi Baschi. La caduta di Madrid seguita a essere data come imminente dalla stampa italiana.

9 febbraio '37. Il card. Ascalesi celebra nella Cattedrale di Napoli un rito in favore di Franco e delle sue forze.

Fine febbraio '37. Inghilterra, Francia, URSS, Italia e Germania si accordano per vietare, qualsiasi intervento di volontari in Spagna. (In questo momento l'Italia ha in Spagna più di 50.000 volontari, la Germania alcune migliaia di specialisti, soprattutto aviatori. Dalla parte repubblicana, sono affluiti dalla Francia diverse migliaia di autentici volontari, di varie nazionalità, tra cui molti italiani.

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19 febbraio '37. Ad Addis Abeba un attentato ha ferito il viceré Graziani e provocato diverse vittime. Si parla di feroci rappresaglie.

26 febbraio' 37. Il “ribelle" ras Desta, catturato in Etiopia, è passato immediatamente per le armi.

 

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dal “Giornale della classe” di una scuola elementare di Lissone

 

2 marzo '37. Il Gran Consiglio decide: 1) la militarizzazione di tutti i cittadini in età dai 18 ai 55 anni; 2) la solidarietà a Franco; 3) il consolidamento dei rapporti con la Germania; 4) il conseguimento di un'intesa con l'Inghilterra che “chiarisca tutti i problemi esistenti tra i due Imperi”; 5) l'autarchia.

5 marzo '37. Il Gran Consiglio fissa le direttive per l'incremento demografico: vantaggi e premi per le famiglie numerose; soppressione dei comuni e delle provincie che riveleranno una seria decadenza demografica.

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Seconda metà marzo '37. Dopo vari giorni di notizie incerte e reticenti, si apprende che le forze fasciste in Spagna hanno subito una pesante sconfitta a Guadalajara, con gravi perdite e notevole numero di prigionieri catturati dai “rossi”.

Fine marzo '37. Si parla di inasprimenti polizieschi in atto, specie per cogliere gli ascoltatori di radio straniere e clandestine. Voci di. arresti in Lombardia, Veneto e Emilia.

23 marzo '37. Mussolini pronuncia un violento discorso, prendendosela soprattutto con la stampa straniera che esalta la vittoria "rossa" di Guadalajara e, ammonendo gli italiani ,a "tenersi pronti".

25 marzo '37. Ciano firma un accordo politico e militare con la Jugoslavia.

Inizio aprile '37. Il ministero della Cultura Popolare, a causa della deficienza di carta, vieta la pubblicazione di nuovi giornali e periodici.

11 aprile '37. Il fascista Degrelle ottiene una buona affermazione elettorale in Belgio.

14 aprile '37. Il Consiglio dei ministri decide l'istituzione della "cultura militare" nelle scuole.

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Metà aprile '37. Il Comitato corporativo centrale decide un nuovo aumento delle retribuzioni (dal 10 al 12% per i salari e l'8% per gli stipendi statali), nonché altri miglioramenti come gli assegni familiari.

18 aprile '37. Le quattro provincie libiche entreranno a far parte integrante del territorio nazionale.

Fine aprile '37. Secondo voci degli ambienti fascisti, sarebbero in corso trattative con Franco per ottenere che, in caso di vittoria, la corona di Spagna sia offerta al re d'Italia o, in via subordinata, al Duca d'Aosta. Si apprende, intanto, via radio, che negli ultimi giorni del mese aerei tedeschi hanno compiuto feroci, bombardamenti sulle cittadine basche di Guernica, Durango e Elgueta. La stampa italiana si diffonde nel riferire contrasti e conflitti tra comunisti e anarchici nella Spagna "rossa".

22 aprile '37. Mussolini si incontra con il cancelliere austriaco Schuschnigg a Venezia. Non si conosce il reale contenuto dei colloqui, ma si dice che il duce abbia sollecitato l'ospite alla "moderazione" nei riguardi di Berlino.

26 aprile '37. Goering giunge a Roma e ha con Mussolini un colloquio di tre ore, di cui pure non si hanno notizie particolareggiate.

5 maggio '37. Giunge a Roma: anche il ministro degli Esteri tedesco, von Neurath, che ha numerosi incontri con Ciano.

Metà maggio '37. La situazione internazionale appare inasprita. A seguito delle polemiche di stampa in corso, Roma decide di vietare l'ingresso in Italia di giornali inglesi e di richiamare da Londra tutti i corrispondenti di giornali italiani.

Durante la celebrazione del 1° annuale dell'Impero, Mussolini decora i vessilli dei reparti combattenti in Spagna, che ricevono la benedizione del Vescovo castrense. È la prima volta che l'intervento fascista in Spagna trova riconoscimento in una manifestazione ufficiale.

19 maggio '37. Dopo lungo e aspro combattimento Bilbao è evacuata dai repubblicani. Si costituisce, nella Spagna repubblicana, un nuovo governo presieduto da Negrin, che decide di prendere sede a Barcellona.

20-24 maggio '37. I sovrani d'Italia rendono al reggente Horty la visita dello scorso anno, recandosi in Ungheria.

29 maggio '37. Hitler pronuncia un minaccioso discorso nel quale afferma, tra l'altro, che la “Germania è ormai in grado di difendere il proprio onore e la propria sicurezza”.

Fine maggio '37. Nel corso di un bombardamento aereo della base di Maiorca da parte dell'aviazione repubblicana sono affondate la nave italiana " Barletta" e l'incrociatore tedesco "Deutschland". Forze navali tedesche effettuano un violento bombardamento di rappresaglia ad Almeria.

Ponendo fine a una lunga e grottesca pantomima, Italia e Germania si ritirano dagli organismi di controllo per il non intervento.

Metà giugno '37. Si ha notizia dell'uccisione dei fratelli Rosselli in Francia. La stampa fascista, seguendo una ispirazione di Giovanni Ansaldo, direttore de Il Telegrafo, ne attribuisce la responsabilità ai fuorusciti. Il delitto suscita viva impressione nell'opinione pubblica italiana, anche fascista.

 

La doccia scozzese

8 luglio '37. Si ha notizia di una offensiva repubblicana sul fronte centrale: Brunete, Quijorna e Villanueve sono state liberate.

20 luglio '37. Situazione tesa anche in estremo oriente: il Giappone ha attaccato la Cina.

Fine luglio '37. Nuovi. tentativi diplomatici per il ritiro dei volontari dalla Spagna falliscono per l'opposizione italotedesca.

21 agosto '37. Al termine d'un trionfale giro in Sicilia, Mussolini annuncia·a Palermo l'attacco al latifondo. Durante il discorso afferma che l'asse Roma-Berlino è ormai “una realtà incontrovertibile", ma assume un tono conciliante verso l'Inghilterra. Molte vane congetture si fanno su questo mutato atteggiamento.

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25 agosto '37. Truppe italiane espugnano Santander. La vittoria è celebrata dalla stampa con molto chiasso ed è contrapposta alla bruciante sconfitta del marzo, a Guadalajara.

Agosto-settembre '37. Proseguono, nel corso dell'estate, “misteriosi" siluramenti nel Mediterraneo ad opera di sottomarini fantasma (notoriamente italiani e tedeschi).

In Cina, i giapponesi avanzano e effettuano micidiali bombardamenti aerei su Schangai, Nanchino e numerose altre città.

Tra Berlino e Roma si instaura una singolare gara al “più antibolscevico". In una spettacolare adunata di dirigeriti nazisti a Norimberga, Hitler proclama, il 7 settembre, rivolgendosi alle democrazie “imbelli e cocciute", che la Germania è “l'unico baluardo contro il bolscevismo". Il 9 settembre Mussolini fa affluire a Roma 100.000 .gerarchi e pronuncia “un forte discorso contro il bolscevismo".

Alla fine, i due dittatori si mettono d'accordo, in occasione del viaggio effettuato da Mussolini in Germania dal 24 al 29 settembre. Nel suo corso, il duce pronuncia, davanti a un milione di berlinesi, il “discorso del Campo di Maggio" per asserire che un “fronte compatto di 115 milioni di uomini" è ormai schierato contro il bolscevismo e i suoi manutengoli. Con oltre cento inviati, la stampa fascista celebra l'avvenimento come uno dei più importanti del secolo.

Ottobre '37. Tutte le forze giovanili del regime, a partire dal 28 ottobre, saranno inquadrate militarmente dalla GIL.

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Per quanto riguarda la Spagna, gli ultimi tentativi di accordo internazionale per il non-intervento sono stati rotti agli inizi del mese. Intanto, con la caduta di Gijon, il fronte “rosso" del Nord è stato eliminato e l'intera regione è in mano alle “forze anti-bolsceviche".

6 novembre '37. È siglato tra Roma, Berlino e Tokio il patto antikomintern.

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9 novembre '37. Il comando giapponese in Cina annuncia il completo accerchiarnento di Schangai.

11 dicembre '37. I romani sono convocati a piazza Venezia: Mussolini annuncia trionfalmente che l'Italia ha deciso di abbandonare la Società delle Nazioni. (All'entusiasmo ufficiale, si accompagnano commenti negativi e allarmanti. Circolano insistentemente voci che anche diversi gerarchi sarebbero contrari all'eccessivo infeudamento alla Germania).

13 dicembre '37. I giapponesi hanno occupato Nankino.

Fine dicembre '37. I repubblicani hanno iniziato una forte offensiva in direzione di Teruel, che riconquistano il 23.

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Il tragico e il grottesco

La battaglia del grano battaglia-del-grano.jpg battaglia-del-grano-2.jpg la-battaglia-del-grano.jpg

10 gennaio '38. Sessanta vescovi e duemila parroci "benemeriti della battaglia del grano" convengono a Roma, dove sono accompagnati a rendere omaggio al Milite Ignoto e al sacrario dei martiri fascisti. Ricevendoli a Palazzo Venezia, Mussolini li arringa con fiere parole, esaltando la potenza demografica dell'Italia, "baluardo della cristianità contro il bolscevismo".

Inizi gennaio '38. Mentre la stampa fascista trasferisce le corrispondenze dalla Spagna in ultima pagina, le radio spagnole comunicano che la battaglia di Teruel è costata alle forze franchiste oltre 30.000 uomini.

13 gennaio '38. Austria e Ungheria si dichiarano pienamente solidali con la politica dell'asse e riconoscono il governo di Burgos.

Fine gennaio '38. Da tre settimane l'aviazione italiana e tedesca bombardano sistematicamente Barcellona. Le radio spagnole parlano di migliaia di vittime tra la popolazione civile.

febbraio '38. In occasione dell'annuale parata della milizia, i reparti sfilano al passo dell'oca. Il re e Badoglio, che si sarebbero opposti tenacemente all'innovazione, assistono alla sfilata dando segni di compiacimento. È reso noto che il nuovo passo sarà adottato da tutte le forze armate.

4 febbraio '38. Si apprende da Berlino che un vasto rimaneggiamento è stato operato nelle alte gerarchie naziste: il ministro degli Esteri Von Neurath è sostituito con il “duro" Ribbentrop e il ministro della Guerra Fritsch con Blomberg. (Secondo alcuni, parrebbe che si sia scoperto un complotto militare anti-nazista, in cui lo stesso Fritsch sarebbe stato implicato. Si dice che circa 200 ufficiali superiori si troverebbero agli arresti).

Inizio febbraio '38. Si apprende che la polizia francese ha tratto in arresto gli assassini dei fratelli Rosselli, tutti membri di un'associazione segreta di estrema destra. (Indiscrezioni “segretissime" ma assai diffuse assicurano che l'eliminazione dei Rosselli sarebbe stata “commissionata" dal controspionaggio italiano).

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Fine febbraio '38. I franchisti hanno sferrato una controffensiva sul fronte di Teruel, rioccupata il 22.

Meta marzo '38. L'attacco franchista si estende all'Aragona. La situazione sembra volgere decisamente a sfavore dei repubblicani, che oppongono una estrema resistenza a Caspe.

Le forze franchiste sarebbero penetrate per oltre 80 km nell'Aragonese, a prezzo di duri combattimenti. Lo stesso gen. Bergonzoli è stato ferito. (Le solite voci riferiscono che l'offensiva sarebbe stata preceduta da una epurazione dei legionari italiani, tra i quali da mesi serpeggiava vivo malumore: circa duemila "volontari" sarebbero stati rimpatriati e, all'arrivo nei porti italiani, tratti in arresto).

Intensificati i bombardamenti terroristici dell'aviazione fascista su Barcellona: nella sola giornata del 18 marzo, secondo le radio spagnole, avrebbero causato oltre mille morti e tremila feriti tra la popolazione.

Il presidente Negrin rivolge un appello al mondo e chiede agli spagnoli altri centomila volontari per arginare l'offensiva franchista.

23 marzo '38. I franchisti riescono a varcare l'Ebro e avanzano verso il mare.

27 marzo '38. I franchisti entrano in Catalogna.

1° aprile '38. L'estrema difesa dei repubblicani a Lerida è infranta dalle forze franchiste.

9 aprile '38. Anche a Tolosa la resistenza repubblicana è sopraffatta dalla schiacciante superiorità degli attaccanti. La stampa fascista annuncia che, con la caduta di questa città, il 65% del territorio spagnolo è controllato dalle "forze nazionali".

10 aprile '38. Il governo di fronte popolare presieduto da Leon Blum si dimette a Parigi. La stampa fascista annuncia che reparti repubblicani in rotta avrebbero varcato i Pirenei e cercato rifugio in Francia.

15 aprile '38. I franchisti raggiungono la costa mediterranea, spezzando in due il territorio controllato dai repubblicani.

In questo medesimo giorno, mentre sia dai trionfali annunci della stampa fascista che dai disperati appelli delle radio Barcellona e Madrid si ha netta la percezione che la tragedia del popolo spagnolo sta per compiersi, l'ambasciatore inglese a Roma Drummond firma, con Ciano, un accordo in base al quale le due potenze si impegnano al mantenimento dello status quo nel Mediterraneo, allo scambio di informazioni militari, a rinunciare alla propaganda ostile tra le due parti e, da parte italiana, si danno garanzie di non avere mire territoriali, politiche o economiche nella penisola iberica e di aderire al progetto inglese per il ritiro dei volontari stranieri dalla Spagna.

 

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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Cronologia: il 1938

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Cronologia - L'anno cruciale: il 1938

 

Vengono messe in evidenza le tappe fondamentali del cammino e dell'iniziazione alla guerra che furono fatte percorrere dal regime fascista alla gioventù italiana.

 

I precedenti

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Fine luglio '34. Putsch nazista a Vienna, uccisione di Dollfuss, concentrazione di forze italiane al Brennero

Gennaio-aprile '35. La situazione sembra rasserenarsi con l'intesa italo-francese (il patto Laval-Mussolini che, in realtà, diede mano libera all'aggressione in Etiopia) e, poi con la Conferenza di Stresa dell'aprile che lascia sperare in solido accordo italo-franco-inglese contro la minaccia di Hitler che, nel marzo, in spregio ai trattati di pace, ha ripristinato il servizio militare obbligatorio, sulla base di 36 divisioni.

21 maggio '35. Il Reichstag emana una legge per cui tutti i cittadini tedeschi, donne comprese, saranno militarizzati in caso di guerra.

4 agosto '35. Goebbels pronuncia a Essen un violento discorso per annunciare un attacco a fondo contro "la peste giudaica".

Ottobre '35. In seguito all'aggressione dell'Etiopia, si teme per alcune settimane che l'Inghilterra faccia intervenire la flotta. Poi si vede, dal momento che non impedisce neppure il passaggio dei convogli militari italiani per il Canale di Suez, che le reazioni dei Paesi democratici e antifascisti si ridurranno alle "inique sanzioni" societarie.

20 ottobre '35. La Germania abbandona la Società delle Nazioni

Gennaio '36. Il Congresso americano approva una legge che stabilisce la neutralità degli Stati Uniti in caso di conflitto in Europa.

7 marzo '36. Dopo il ripristino del servizio militare e della scuola di guerra, vietati dai trattati, Hitler denuncia anche formalmente i trattati di Versailles e di Locarno e procede all'occupazione militare della Renania. Le reazioni anglo-francesi si limitano alle proteste diplomatiche; gli Stati Uniti si sono già dichiarati neutrali; Belgio, Olanda e gli altri minori Paesi interessati non fiatano; l'Italia è impegnata in Etiopia. 

29 marzo '36. 44.411.911 tedeschi, su 44.431.102 votanti, si pronunciano in favore della politica hitleriana.

11 luglio '36. È stipulato un accordo austro-germanico in cui è riconosciuta l'indipendenza territoriale dell'Austria.

18 luglio '36. L'obiettivo o il falso scopo (momentaneo) di Hitler si sposta: il Senato di Danzica, dove i nazisti hanno il 60% dei seggi, abolisce lo statuto della "Città libera" e sopprime tutte, le libertà democratiche, compresa quella religiosa per gli ebrei.

Fine luglio '36. Ha inizio la guerra civile in Spagna.

30 luglio '36. Durante il passaggio della fiaccola olimpica per Vienna, i nazisti provocano incidenti che la stampa italiana non riporta.

Ultimo quadrimestre '36. Le cancellerie sono prese dalla pantomima del non-intervento in Spagna, mentre Hitler e Mussolini intervengono in modo sempre più massiccio e scoperto.

Gennaio '37. Hitler pone il problema della restituzione delle colonie di cui la Germania è stata privata dai trattati di pace del 1919.

19 febbraio '37. È stipulato un accordo ceco-germanico per il riconoscimento delle minoranze tedesche in Cecoslovacchia.

Il resto del 1937 è assorbito dagli sviluppi e dalle alterne vicende della guerra di Spagna; in cui l'Italia si trova scopertamente impegnata.

Col finire del '37 anche in virtù di questa stolta politica di compromissione nella guerra spagnola, la sudditanza di Roma verso Berlino, diviene completa. Tanto che Hitler si può permettere, proprio a spese dell'"alleato" italiano, nella primavera del '38, la sua prima, mossa azzardata: l'Anschluss.

 

Finis Austriae

Eccone la cronaca.

4 febbraio '38. Hitler assume il comando delle forze armate tedesche.

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12 febbraio '38. Hitler convoca il Cancelliere austriaco Schuschnigg a Berchtesgaden per un “leale esame dei problemi austro-tedeschi".

15 febbraio '38. Schuschnigg rimaneggia il proprio gabinetto, nominando ministro, degli Interni il noto nazista Seiss-Inquart.

24 febbraio '38. Nel corso di una drammatica seduta del Parlamento viennese, Schuschnigg dichiara il proposito di difendere l’indipendenza austriaca. L'Europa trattiene il fiato; Roma tace.

9 marzo '38. Il governo di Vienna annuncia per il 13 un plebiscito sull'indipendenza del Paese.

11 marzo '38. Berlino invia un ultimatum a Vienna, per impedire il plebiscito. Schuschnigg si dimette e i poteri di presidente del Consiglio sono assunti dal ministro dell'Interno Seiss- Inquart. L'Europa continua a guardare in silenzio e Mussolini, già protettore dell'Austria, dei suoi Cancellieri e delle loro vedove, è tutto preso dalle funerarie celebrazioni di Gabriele D'Annunzio, morto una settimana prima a Gardone.

12 marzo '38. Le truppe tedesche varcate le frontiere austriache, raggiungono Vienna, dove Hitler si proclama “Fuhrer dell'”Anschluss” (unione austro-tedesca). Da qui scrive a Mussolini una lettera nella quale spiega come, “essendo Schuschnigg venuto meno agli impegni e essendo il popolo austriaco insorto contro la progettata violenza di un plebiscito", egli non abbia potuto fare a meno, come "uomo di carattere", di intervenire in forze. Rammenta "la fermezza di sentimenti dimostrata in un'ora critica per l'Italia" (l'ora delle finte sanzioni) e assicura che "la frontiera del Brennero non sarà mai toccata". Si scusa della fretta, dovuta al fatto che “lo sleale comportamento" del Cancelliere austriaco lo ha "colto di sorpresa”.

13 marzo '38. Il Gran Consiglio fascista prende atto della “cordiale lettera del Führer" e respinge una proposta di Parigi intesa a concertare un'azione "senza base e senza scopo”.

16 marzo '38. Mussolini illustra alla Camera i motivi per cui l'Italia non ha ritenuto di opporsi all'Anschluss come tre anni e mezzo prima, e assicura che Roma è stata puntualmente informata di tutto e si considera soddisfatta.

Fine marzo '38. L'impressione in Italia è enorme. Si riferisce che, anche nelle alte sfere del fascismo, vi. sarebbe stata una rivolta contro Mussolini. Balbo si sarebbe recato dal duce per discutere "con la rivoltella sul tavolo". Bottai, Grandi e lo stesso Ciano avrebbero presentato le dimissioni. Sta di. fatto che Ciano non sì è presentato, il 24, alla Camera per tenere il tradizionale discorso di replica sul bilancio degli Esteri: il bilancio è stato approvato, in assenza del ministro, per acclamazione.

26 marzo '38. Goering annuncia che 300:000 ebrei saranno allontanati da Vienna.

Metà aprile '38. Malumore e fermento sono vivi in Italia, anche negli strati fascisti dell'opinione pubblica. Non giungono però incoraggiamenti o esempi dall'alto: né dalla corona, né dal mondo della cultura e neppure dalla Chiesa, che assiste praticamente passiva alla fagocitazione dell'Austria cattolicissima, limitandosi a una blanda sconfessione del cardo Innitzer, primate austriaco, che ha fatto pubbliche dichiarazioni filo-naziste.

Si hanno, viceversa, segni di acquiescenza sconcertanti e deprimenti: il 2 aprile, Londra riconosce l'annessione dell'Austria alla Germania; il 10 aprile il popolo austriaco, cui i nazisti ora impongono il plebiscito che avevano proibito a Schuschnigg, si sarebbe pronunciato così: 4.273.8.84 “ si” per l’Anschluss, 10.911 "no".

Unica notizia di un attrito tra il re e Mussolini riguarda la proclamazione del duce a “primo maresciallo dell'Impero”, effettuata il 30 marzo dalle Camere in assemblea plenaria, all'insaputa del sovrano che è, statutariamente, il capo delle forze armate. Gli ambienti legati alla Corte, che non dissimulano in questo periodo una certa fronda, attribuiscono gran peso al contrasto e si mostrano speranzosi in una resipiscenza del re, fino a che questi si acqueta e accetta i galloni che lo rendono pari grado di Mussolini.

 

L'estate calda

L'abdicazione del regime di fronte all'hitlerismo è ormai totale, ma ha bisogno, per camuffarsi, di ostentare al popolo e al mondo la più grande sicurezza. Sicché, nel maggio '38, previe eccezionali misure di polizia, Hitler è ricevuto trionfalmente in Italia e portato in visita a Roma, Napoli e Firenze.

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Si hanno notizie di arresti preventivi, di manifestazioni anti-naziste, nonché di nuove ridicole querele protocollari levate dal re, sollecitato ad accogliere in casa sua, al Quirinale, "l'ex-imbianchino" Hitler. Alla fine, secondo il solito,nonostante il disappunto della regina e lo scandalo degli ambienti di corte, si rassegna ad ospitarlo con tutti gli onori.

Dopo l’exploit austriaco, favorito dalla viltà non meno delle democrazie tradizionali che dell'"alleato fascista”, Hitler raddoppia la posta e, dal suo punto di vista, ha ragione. L'obiettivo è, adesso; la Cecoslovacchia, e, tanto per non smentirsi, Chamberlain dichiara, fin dal 24 marzo, nemmeno due settimane dopo l'annessione dell'Austria, che l'Inghilterra non si sente tenuta a garantire le frontiere cecoslovacche. Sicché, puntualmente, il 24 aprile '38, il partito tedesco della Cecoslovacchia rivendica l'autonomia dei Sudeti.

29 aprile '38. Londra e Parigi stipulano un accordo di "collaborazione difensiva" ma, in pari tempo, invitano Praga a voler fare "le concessioni compatibili con il mantenimento della pace".

Fine maggio '38. Com'era prevedibile, il problema dei Sudeti subisce un aggravamento, "a causa delle provocazioni di Praga".

14 giugno '38. Berlino rivolge a Praga un "fermo monito" perché desista dalle "persecuzioni contro i tre milioni e mezzo di tedeschi che vivono entro le frontiere ceche".

Luglio-agosto '38. La tensione ceco-tedesca si aggrava di settimana in settimana, nella generale sensazione dell'opinione pubblica di trovarsi di fronte all'impotenza o alla colpevole neghittosità di Londra e di Parigi. Mussolini, per rifarsi dell'umiliazione subita per l'Austria, assume il ruolo di mosca cocchiera di Hitler e, nel corso di una spettacolare esibizione estiva in tutti i capoluoghi veneti, pronuncia discorsi infuocati contro i frolli campioni della democrazia inglesi, francesi, cecoslovacchi e perfino americani.

Di nuovo, in questo lasso di tempo, circolano notizie di repressioni poliziesche, arresti, episodi di neo-squadrismo in provincia, per scoprire e intimorire gli ascoltatori di radio straniere.

8 settembre '38. I negoziati in corso tra Berlino e Praga sono interrotti a seguito di "incidenti provocati da estremisti cecoslovacchi " nei Sudeti.

12 settembre '38. In un fortissimo discorso a Norimberga davanti a 110.000 gerarchi nazisti, Hitler reclama "il diritto all'autodecisione per i tedeschi racchiusi nelle frontiere ceche".

15-22 settembre '38. In un drammatico susseguirsi di incontri a Berlino, Hitler e Chamberlain discutono "la situazione dei Sudeti e il destino della pace in Europa". Il Führer avanza la proposta ultimativa che i Sudeti siano annessi al Reich entro la fine del mese. Il Foreign Office sollecita Praga a cedere.

24 settembre '38. Durante una formidabile adunata di armati e di popolo a Padova, Mussolini denuncia la gravità estrema della situazione avvertendo che "bisogna essere
pronti a qualsiasi evento".

29 settembre '38. Dopo una settimana di paurosa incertezza, si ha un incontro tra Mussolini, Hitler, Chamberlain e Daladier a Monaco, nel quale il primo assume l'insperato ruolo di mediatore.

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La pace "è salvata" e i Sudeti vengono ceduti al Reich. L'indomani le truppe tedesche varcano le frontiere ceche e occupano la regione sudetica.

La vecchia Europa tira un sospiro di sollievo. I giovani italiani, che hanno imparato a conoscere, dopo il "mite" fascismo, il nazismo hitleriano, si sentono agghiacciare, disperati e soli in quella che può ormai dirsi la loro facile e tragica chiaroveggenza.

7 ottobre '38. Il Gran Consiglio fascista tributa a Mussolini, "salvatore della pace", il trionfo. E decide di sopprimere la Camera dei deputati per sostituirla, il 23 marzo '39, con quella dei fasci e delle corporazioni.

17 novembre '38. In segno di gratitudine al duce, anche l'Inghilterra, buon'ultima, riconosce ufficialmente l'Impero.

 

Il razzismo fascista

Scongiurata dunque la guerra (provvisoriamente, per chi avesse solo occhi per vedere), in questo scorcio di tempo si colloca - ed è una conferma della paurosa piega che prendevano le cose, anche in Italia - la nascita del razzismo fascista.

Se il tema non fosse tragico, si dovrebbe dire che l'improvvisazione con cui il regime si comportò e gli sforzi che compì per sostenerne la originalità valicano il limite del ridicolo.

Da diverso tempo, in seguito ai rapporti sempre più stretti verso la Germania, si aveva motivo di temere che anche il fascismo si proclamasse razzista. Le autorità ufficiali si premurarono, però, di tranquillizzare l'opinione pubblica.

Anzi (è di qui che occorre prendere le mosse), il 17 febbraio '38, nel pieno della crisi austriaca, una nota dell'ufficiosa "Corrispondenza diplomatica," pubblicata con grande evidenza dai giornali, contestava che esistesse in Italia un problema ebraico e che il governo di Roma intendesse adottare misure di qualsiasi natura verso gli ebrei italiani.

A parte alcune incertezze grammaticali, il documento aveva tutta, l'aria di essere rassicurante.

Senonché, il 15 luglio '38, un'altra nota della stessa "Corrispondenza diplomatica" informava che "un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane; ha fissato la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza". E così aveva inizio, in sede teorica, la campagna razzista del fascismo.

 

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(Il “manifesto della razza” dei menzionati "studiosi" dopo varie premesse di ordine generale tendenti a dimostrare l'esistenza delle razze umane, asseriva l'esistenza di una “pura razza italiana" in virtù della “purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia" e che nessuna invasione barbarica era riuscita a, contaminare.

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“È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti" proseguiva il documento. “Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre, nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza".

Gli ultimi ”punti" del manifesto illustravano diffusamente i motivi per cui “gli ebrei non appartengono alla razza italiana" e “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo").

Il 26 luglio '38, il gruppo di studiosi" guidato dal prof. Nicola Pende era ricevuto da Starace, Segretario del PNF, il quale ne elogiava l'operato, rammentando che il fascismo attuava già da 16 anni una politica razzista "nel realizzare un continuo miglioramento quantitativo e qualitativo della razza".

Purtroppo, malgrado le dichiarazioni di Starace dimostrino che, al solito, egli non aveva capito molto e confondeva la politica demografica con il razzismo, il suo ricevimento agli "studiosi" di razzismo segna l'inizio delle persecuzioni antisemite.

E poiché, di fronte a tale aberrazione, il popolo italiano stentava a credere a quel che leggeva e manteneva alcune illusioni, il 30 luglio '38, parlando a un raduno di avanguardisti a Forlì, Mussolini tagliò corto a ogni incertezza e critica: "Anche nella questione della razza", avvertì, "tireremo diritto. Dire poi che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo!"

Il 5 agosto '38, infatti, un'altra nota della "Corrispondenza diplomatica" fissava definitivamente al '19 l'inizio della politica razziale fascista, valendosi di un brano del discorso pronunciato da Mussolini al Congresso tenuto dai fasci a Firenze in quell'anno.

Durante tutto l'agosto '38, un accurato spoglio degli "scritti e discorsi del duce", prontamente effettuato, consentì ai giornali di reperire numerose prove di come Mussolini fosse un antesignano anche in materia di razzismo.

Tanto da poter risalire addirittura al '17, quando egli, profeticamente, scriveva dal fronte - come veniva riferito -: "il dolore ci forgia e qui si rivela la nobiltà della nostra stirpe. "

In quello stesso periodo i giornali presero a pubblicare, oltre ad articoli "scientifici" e storici di improvvisati ma convinti specialisti di razzismo, audaci fotografie di bagnanti di ambo i sessi atte a illustrare - come ripetono le didascalie - la "bellezza e prestanza della razza italiana. "

Il 28 agosto '38, la battaglia ingaggiata per dimostrare che il fascismo non era, in nessuna delle sue iniziative tributario ad alcuno fu vinta su un terreno inaspettato: i giornali pubblicarono, con grande evidenza e soddisfazione, che il governo tedesco aveva deciso di abolire, nei rapporti e nella corrispondenza, l'uso del "lei," allineandosi così alla campagna da tempo in atto in Italia. In tal modo, anche agli occhi dei più scettici, l'apporto dei due regimi alla causa della civiltà e del costume quanto meno si bilanciava.

Il 1° settembre '38, passando sul terreno operativo, il Consiglio dei ministri decise che docenti e studenti ebrei fossero esclusi da tutte le scuole del regno e che gli ebrei immigrati dopo il '19 abbandonassero il territorio italiano entro sei mesi.

Per gli altri, seguirono disposizioni sempre più restrittive. E tuttavia non sufficienti fino a quando, a partire dal luglio del '43, la "soluzione del problema ebraico" passò, anche in Italia, nelle mani esperte degli occupanti hitleriani.

 

Verso l'epilogo del dramma spagnolo

Mentre gli eventi riferiti si svolgevano in Europa e in Italia, nella Spagna martoriata il fascismo ebbe mano libera, e nonostante l'eroica resistenza repubblicana che riuscì a infliggere ancora duri colpi agli aggressori, poté realizzare nel '38 le premesse per la vittoria.

Maggio '38. Le forze repubblicane riescono ad arginare l'avanzata franchista in Catalogna.

Giugno '38. L'offensiva franchista è fermata anche davanti a Valencia e a Sagunto.

Luglio '38. I repubblicani passano alla controffensiva, varcano l'Ebro, avanzano su un fronte di 150 km, impegnando 13 divisioni franchiste e catturando prigionieri e materiale in quantità ingente.

A partire dal giugno, intanto, l'aviazione italiana e tedesca intensifica i bombardamenti, allo scopo di fiaccare il morale della popolazione, mentre con l'estate, profittando della crisi sudetica che impegna le Cancellerie europee, Mussolini e Hitler inviano ingenti rifornimenti di armi e di uomini.

Fine ottobre '38. In relazione a tale invio di truppe fresche e simulando di dare esecuzione a un accordo con l'Inghilterra per l'inizio del ritiro dei "volontari," il governo di Roma richiama 10.000 legionari, cui in realtà si concede l'avvicendamento, dopo 18 mesi di impiego, e che ricevono trionfali accoglienze a Napoli, il 21 ottobre. (Nelle successive settimane si ha notizia che questi reduci sono sottoposti ad attenta sorveglianza, perché non raccontino in giro ciò che hanno visto e fatto in Spagna. In diversi casi si sarebbe proceduto ad arresti, anche di mutilati).

Novembre '38. Mentre proseguono, da parte dell'aviazione italo-tedesca, i selvaggi bombardamenti delle città repubblicane, in particolare di Barcellona, le forze franchiste passano al contrattacco sul fronte dell'Ebro.

Fine dicembre '38. Ha inizio l'impetuosa offensiva franchista in Catalogna, che ha per obiettivo dichiarato Barcellona.

Malgrado i cruenti combattimenti in corso e i propositi di resistenza ad oltranza espressi dalle emittenti spagnole, anche gli ascoltatori italiani di queste radio si rendono conto che la caduta della capitale catalana è ormai questione di giorni e che il nazi-fascismo ha praticamente vinto anche in Spagna.

 

Così scrive una maestra di quinta elementare sul "Giornale della Classe" di una scuola di Lissone, in occasione della fine della guerra di Spagna:

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Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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Cronologia: autunno 1938 - autunno 1939

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il tramonto delle illusioni (autunno 1938-autunno 1939)

 

Il primo segno rivelatore di quanto poco stabile fosse la pace salvata a Monaco si ebbe, non molte settimane dopo, quando la stampa cominciò a parlare di certe necessità che l'Italia provava, di garantirsi spazio e sicurezza.

Da lì, dalla polemica che subito ne nacque con la Francia, gli eventi non s'arrestarono più, anche se, in qualche momento, parve d'intravvedere una schiarita.

Eccone gli sviluppi nelle tappe essenziali.

 

Le rivendicazioni italiane furono poste il 30 novembre '38, in termini non ancora ufficiali ma significativi, durante una solenne seduta della Camera cui partecipavano, al gran completo, alte gerarchie e corpo diplomatico.

Mentre Ciano illustrava la situazione internazionale dopo Monaco, i deputati lo interruppero, levandosi a gridare “Tunisi, Corsica, Gibuti." La manifestazione era predisposta e si seppe, anzi, che molti deputati erano stati informati dai commessi della Camera, al momento del loro ingresso in aula, del grido che ciascuno doveva levare.

Nonostante l'evidenza, mentre governo e stampa francesi protestavano, Chamberlain dichiarò ai Comuni il 5 dicembre che l'ambasciatore britannico a Roma aveva avuto formale assicurazione che "il governo italiano non assumeva la responsabilità della manifestazione spontanea dei deputati fascisti". Aggiunse che l'accordo italo-inglese per il Mediterraneo comprendeva Tunisi e la Corsica, ma che Londra non aveva impegni difensivi verso Parigi.

Per tutto dicembre la stampa fascista informò che, a Tunisi, la "teppa gallo-giudaica" provocava incidenti a danno degli italiani. Venne spontaneo pensare - e circolò anche la voce - che si avesse intenzione di fare, di quella città, "i Sudeti d'Italia".

12 gennaio '39. Mentre la polemica tra Roma e Parigi proseguiva violenta e si inscenavano manifestazioni di studenti (quasi esclusivamente delle scuole medie) giungono a Roma Chamberlain e Halifax, per esaminare con Mussolini e Ciano lo stato dei rapporti italo-inglesi.

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Chamberlain si reca anche a far visita al Papa e gli ambienti intellettuali e borghesi romani attribuiscono alla visita significato distensivo.

25 gennaio '39. Cade Barcellona. La situazione dei repubblicani appare disperata.

31 gennaio '39. Hitler assicura all'Italia "la protezione del Reich in caso di aggressione" (da parte francese). Annuncia anche l'intensificazione della lotta contro l'ebraismo.

Alla fine di gennaio, circola insistente la voce che i capi fascisti stiano predisponendo l'occupazione dell'Albania.

6 febbraio '39. La stampa "rivela" il testo di una lettera indirizzata il 24 novembre da Mussolini a Bruno Biagi, ministro delle Corporazioni, perché "si proceda decisamente nel campo della legislazione sociale", per realizzare un deciso "accorciamento delle distanze". Si fa diffondere la voce che, ai primi di marzo, il Comitato Corporativo Centrale deciderà un nuovo aumento dei salari, dal 5 al 10%.

Questo genere di notizie non fanno più impressione sull'opinione pubblica. L'attenzione generale continua a essere rivolta a ogni indizio che riguardi le prospettive di pace o di guerra.

Assai commentata - e in modo favorevole - è l'indiscrezione che Ciano, recato si a Varsavia alla fine di febbraio, vi è stato accolto da manifestazioni antinaziste.

 

Fine della Spagna e della Cecoslovacchia

La tragedia spagnola - che volge ormai al termine - suscita, intanto, emozione e neri presentimenti. È facile cogliere in giro accenni di deprecazione e amare battute, specie all'indomani di quando le radio straniere confermano le apocalittiche notizie che la stampa fascista comunica con tono trionfante.

L'11 febbraio '38 il rincrescimento per la morte del Papa, avvenuta il giorno prima, costituì per alcuni pretesto a manifestare il più sincero cordoglio per la caduta di Porto Bou, espugnata dai franchisti. Tra la fine di febbraio e i primi di marzo, si ebbero tra la gente comune sprezzanti commenti per il fatto che la Camera francese aveva discusso il riconoscimento del governo di Burgos; che Londra lo aveva riconosciuto il 27 febbraio; e che, il 3 marzo, il governo di Parigi aveva nominato il maresciallo Philippe Pétain ambasciatore francese presso Franco.

Il 18 marzo '38 l'elezione del nuovo pontefice, Eugenio Pacelli fu accolta con favore negli ambienti fascisti, ove si riteneva che l'ex-Segretario di Stato sarebbe stato ben più disposto del predecessore verso le potenze dell'Asse. Il mondo cattolico esultò, confidando soprattutto in un'estrema missione pacificatrice del Papa. Ma il mondo intero allibì quando il 16 aprile (Madrid si era arresa il 29 marzo, il 30 era caduta Valencia e il 1° aprile Franco aveva annunciato la vittoria),

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intese pronunciare da Pio XII un radiomessaggio in cui si salutava “l'eroismo del popolo spagnolo" e non di quello che aveva difeso fino all'estremo la libertà, bensì di quello rappresentato dai mercenari della Legione straniera e dagli sventurati legionari mandati a sostenere Franco perché facesse della Spagna, - come il nuovo Papa diceva – “un baluardo inespugnabile della fede cattolica".

Nel frattempo, un altro tragico evento s'era compiuto, senza che su di esso il Papa esprimesse alcun pubblico giudizio. Repentinamente; il 15 marzo '39, Boemia e Moravia furono occupate dalle truppe naziste. Le insegne del Führer sul Castello di Praga, annunciò l'indomani la stampa fascista.

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L'impressione fu enorme: indignazione e sgomento dilagarono, con manifestazioni anche palesi. Nel frattempo, cominciarono a correre (come ormai di regola) voci di reazioni e contrasti nelle alte sfere fasciste: si tornò a parlare di una probabile successione di Ciano a Mussolini. Soprattutto, le speranze si appuntarono verso il re: anche in ambienti responsabili, l'opinione che il re fosse in procinto di compiere un passo "storico" fu diffusa e non troppo segreta. Diffusissima, per alcuni giorni, la sensazione che, in ogni caso, i rapporti tra Roma e Berlino erano ormai compromessi.

Nulla accadde. La stampa continuò a esaltare l'asse. Il 21 marzo '39, si apprese che Berlino chiedeva a Varsavia la cessione di Danzica.

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Il 23, in un'atmosfera depressa e distratta, si ebbe a Roma la solenne inaugurazione della nuova "Camera dei fasci e delle corporazioni." Per qualche ora, una superstite speranza che il sovrano "si decidesse a parlare" mise in agitazione i più ostinati.

Affiancato dal principe Umberto e dal duca d'Aosta, il vecchio re deluse ogni aspettativa. Il suo "discorso della corona” fu povero e piatto: parve un discorso tracciato dalla mano di Starace: per poco non toccò anche la questione del "lei". Rammentò la vittoria etiopica, l'Impero, le prospettive di collaborazione tra l'Italia e la "nuova" Spagna; illustrò il significato dell'asse, dell'uscita dell'Italia dalla Società delle Nazioni, del suo ingresso nel patto anti-Komintern; buoni i rapporti con l'Inghilterra, meno buoni con la Francia: non una parola su quella che era stata, fino a una settimana prima, la Cecoslovacchia.

Molte parole d'elogio, invece, per l'autarchia, la "carta della scuola", i nuovi codici, la floridezza del Paese, la preparazione delle forze armate.

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Tutto bene, dunque, e tutto come prima.

Tre giorni dopo, il 26 marzo '39, lo confermò Mussolini parlando agli squadristi adunati a Roma. Se la prese con la Francia e con "gli emotivi." "Ciò che è accaduto nell'Europa centrale doveva fatalmente accadere," spiegò. E ammonì che "il tempo dei giri di valzer è finito" e che "l'asse Roma-Berlino non si sradica." Quanto alle rivendicazioni italiane erano sempre Tunisi, Gibuti, la Corsica; e aggiunse Suez, che i commessi della vecchia Camera, a novembre, avevano forse dimenticato.

 

Da Tirana a Danzica

Tra il 7 e il 12 aprile '39 le truppe italiane sbarcarono a Valona e occuparono l'Albania. Notabili schipetari telegrafarono al duce: "Solo dalla dottrina fascista può venire benessere, giustizia, onore" e una "Assemblea costituente" convocata in 48 ore a Tirana, offrì a Vittorio Emanuele (che accettò) la corona albanese.

Nessuno strascico né all'estero né all'interno.-

Il 15 aprile '39, Roosevelt inviò un messaggio personale a Hitler e a Mussolini offrendo la mediazione per un accordo che garantisse dieci anni di pace in Europa. La stampa fascista fece sapere che i due dittatori non avrebbero neppure risposto al "giudeo paralitico".

Il 29 aprile '39, Hitler denunciò il patto navale anglo-tedesco, dichiarando anche decaduto l'accordo stipulato con Varsavia nel '34.

Il 6 maggio '39, Ciano e Ribbentrop s'incontrarono a Milano per concertare "un patto politico e militare che fissa definitivamente, anche da un punto di vista formale, i rapporti tra i due Stati dell'Asse": il patto d'acciaio che sarà stipulato, due settimane dopo, a Berlino.

maggio 1939 Ciano in Germania patto acciaio

Il 14 maggio '39, per tagliar corto a voci di dissensi tra le gerarchie fasciste, il duce pronunciò a Torino un “forte" discorso: "Marceremo con la Germania," ammonì, "perché la mia volontà è inflessibile".

Giugno-luglio '39. Le notizie di un nuovo attacco tedesco all'Est sono di tutti i giorni. Da fonti fasciste, si fa circolare la voce che, nel caso, l'Italia" si rifarebbe" con la Jugoslavia. Malgrado ciò, il malumore cresce. A Milano, la questura chiude diversi cinema dove il pubblico si è abbandonato a manifestazioni anti-naziste. A Napoli, durante una esercitazione d'oscuramento anti-aereo, tra il 7 e l'8 luglio, si verificano centinaia di "atti d'indisciplina", che strappano parole di dura rampogna al duce. Circola la voce che gruppi d'intellettuali antifascisti sarebbero stati scoperti a Roma, in Abruzzo, in Piemonte.

Proseguendo nel gioco di alternare la preparazione della guerra con annunci di pace, il 20 luglio '39 Mussolini riceve a palazzo Venezia i gerarchi siciliani. e, dimentico di averlo già annunciato due volte, nel '36. e nel '38, proclama che è giunto il momento di procedere all'" attacco al latifondo": le prime duemila case coloniche dovranno essere pronte per il 28 ottobre '40.

Agosto '39. La vertenza tedesco-polacca per Danzica è giunta allo stato incandescente: di giorno in giorno e, poi, di ora in ora, il mondo segue il precipitare degli avvenimenti.

10 agosto '39. Arrivano a Mosca le missioni militari francese e inglese, per un esame della situazione.

11 agosto '39. Goering annuncia che "il ritorno di Danzica al Reich è imminente".

12 agosto '39. Ciano incontra Hitler e Ribbentrop a Salisburgo. Il comunicato dice che si è trattato di "definire tutte le questioni in sospeso", con particolare riferimento "ai patti di coalizione delle democrazie, che provocano un crescente irrigidimento della Polonia e mirano all'evidente accerchiamento dell'Asse".

20 agosto '39. Il re insignisce Ciano del collare dell'Annunziata.

La notizia, in questo momento, provoca fulminee interpretazioni di una fortunata "missione di pace" che Ciano avrebbe compiuto a Salisburgo. Secondo altri, il re punterebbe, invece, su Ciano per sbarazzarsi di Mussolini e staccare l'Italia dalla pericolosa alleanza con Berlino.

21 agosto '39. Mentre queste voci si accavallano e si sgonfiano nel giro di ore, la stampa continua a denunciare violentemente le mene franco-inglesi che "favoriscono la caparbietà di Varsavia".

22 agosto '39. È dato il folgorante annuncio che Berlino e Mosca hanno stipulato un patto di non aggressione che "fa crollare la politica di accerchiamento delle potenze democratiche".

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23 agosto '39. Londra conferma l'impegno di difendere la Polonia da eventuali aggressioni.

24 agosto '39. Notizie ufficiali o ufficiose annunciano apprestamenti militari polacchi sulla frontiera ovest; la Francia ha disposto la mobilitazione; ammassamenti di truppe tedesche sui confini con il Belgio; la Slesia superiore è in pieno assetto di guerra: il gauleiter di Danzica assume i pieni poteri; Mussolini conferisce con i capi di S. M. delle Forze armate.

25 agosto '39. Notizie di stampa: una divisione polacca accerchia Danzica; lunga riunione di Hitler con Goering e gli altri capi militari; il Parlamento inglese concede a Chamberlain i pieni poteri; in Italia si decide un parziale richiamo di appartenenti all'esercito e alla milizia.

26 agosto '39. La mobilitazione generale è proclamata in Polonia. La stampa dà notizia di tre messaggi scambiati nel giro di 12 ore tra Mussolini e Hitler e di una "proposta·di pace" da questi inoltrata a Londra.

27 agosto '39. Un messaggio di Hitler a Daladier afferma "l'improrogabile necessità di rivedere le ingiustizie del trattato di Versailles". In Italia, i giornali denunciano "le assurde rivendicazioni polacche su territori tedeschi"; i riservisti delle classi dal 1902 al 1913 sono richiamati.

28 agosto '39. L'ambasciatore inglese Henderson, che ha recato in volo, da Londra a Berlino, la risposta di Chamberlain alle “proposte di pace" di Hitler, dichiara: “Le possibilità di un accordo diminuiscono di ora in ora".

29 agosto '39. Una replica di Berlino a Londra “lascia uno spiraglio aperto". A Roma e nelle principali città italiane è stato posto in atto l'oscuramento nelle strade.

30 agosto '39. Londra risponde a Berlino "senza comprensione. " Una iniziativa di mediazione dei reali del Belgio e dell'Olanda è “superata dall'incalzare degli avvenimenti".

31 agosto '39. Mussolini conferisce a Graziani e a Umberto di Savoia il comando dei due gruppi di armate in cui è diviso l'esercito italiano.

1° settembre '39. Il Consiglio dei ministri decide che “l'Italia non prenderà l'iniziativa di operazioni militari". Mussolini riceve da Hitler una lettera con la quale il Führer lo ringrazia dell'aiuto politico e diplomatico prestatogli e si dichiara sicuro di “poter adempiere al compito assegnatogli, senza bisogno di un aiuto militare italiano".

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Alba del 2 settembre '39. Le truppe tedesche varcano la frontiera polacca, senza dichiarazione di guerra. Londra e Parigi proclamano la mobilitazione generale. A Roma, il Consiglio dei ministri prende queste decisioni: limitazioni del consumo delle pietanze negli esercizi pubblici; divieto di vendere carne il giovedì e il venerdì; divieto di panificazione nelle ore pomeridiane; divieto di vendita del caffè; limitazione di tutte le comunicazioni; divieto di circolazione per tutte le auto private a partire dalla mezzanotte del 3 settembre; obbligo per tutti i locali d'anticipare la chiusura alle ore 23; severe misure per gli speculatori o incettatori di merci; pena di morte per chi compia contrabbando di valuta. L'oscuramento continua.

 

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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Cronologia: settembre 1939 - giugno 1940

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La non belligeranza (settembre 1939-giugno 1940)

 

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Francia e inghilterra in guerra Britain at war Britain at war 3 Britain-at-war-2.jpg

 

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Le prime reazioni alla notizia del non intervento dell'Italia furono di impetuoso ottimismo. Non solo e non tanto per il momentaneo scampato pericolo, ma anche perché si riprodussero vecchie, impenitenti illusioni: sulla rottura probabile (già in atto, anzi) dell'odiata alleanza con Hitler; l'aprirsi di' nuove prospettive "democratiche" per il regime; l'eventualità auspicata dai piu ardimentosi, di un futuro intervento a fianco delle potenze democratiche, con il duplice vantaggio di contribuire a eliminare dal cuore dell'Europa il cancro del nazismo e di "condizionare" il fascismo in rapporto alle mutate alleanze.

Tali illusioni si propalarono, durante alcune settimane, non solo in larga parte dell'opinione pubblica, ma anche in ambienti fascisti, dove i partigiani dell'intervento al fianco della Germania si ridussero una minoranza esigua e ben individuata: segnatamente i due gruppi che si raccoglievano attorno al Regime fascista di Farinacci e all'altro quotidiano razzista Il Tevere, di Roma.

Difficile è dire se fosse frutto di ottimismo (oppure di una chiaroveggenza di segno opposto) il forte movimento al rialzo che si verificò nelle borse a partire dal 4 settembre.

Gli ambienti finanziari erano, forse, i meglio informati e, sia che puntassero sui vantaggi della non-belligeranza, sia che facessero affidamento sulle commesse belliche, certo è che "comprarono" per tutto settembre.

L'unico che parve non partecipare alla generale euforia fu Mussolini che, per tre settimane, non si fece sentire.

Presero, così, a correre voci secondo cui era ormai stato "accantonato" dai maggiori gerarchi e dal re, che la sua fortuna - legata, da più di tre anni, all'altro dittatore - fosse al tramonto.

 

I primi sintomi allarmanti

A spezzare questo strano incanto, che neppure il pauroso sviluppo degli eventi bellici (Varsavia era caduta l'8 settembre, una settimana dopo l'invasione) era riuscito a dissipare, intervennero, nel giro di un mese, tre avvenimenti significativi.

Il 23 settembre '39, il duce ruppe il silenzio e, parlando ai gerarchi della "X Legio", li avvertì che era ora di liberarsi della "zavorra" dei "disfattisti, "dei" massoni," degli "ebrei," degli " esterofili" e di "ripulire gli angolini", ove questi "rottami" avevano trovato rifugio: in buona sostanza, coloro che avessero puntato sulla pace avevano fatto un gioco sbagliato.

Seconda doccia fredda: il 1° ottobre Ciano si recò a Berlino, per conferire con Hitler; negli ambienti "bene informati" si disse che quella nuova missione mirava a trovare una via d'intesa per arrestare la guerra. La Polonia era ormai spacciata, dopo che l'URSS, il 17 settembre, ne aveva varcato le frontiere dall'altra parte, ma sul fronte d'Occidente si susseguivano le "notti calme ", le ostilità tra tedeschi e franco-inglesi non avevano, praticamente, ancora avuto inizio.

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Si confidò, quindi, in una mediazione italiana, ma due settimane dopo apparve chiaro che Hitler non intendeva fermarsi.

Il 31 ottobre '39 si ebbe un repentino cambio della guardia nelle gerarchie del regime. Starace fu sostituito da Ettore Muti, al partito; Alessandro Pavolini rimpiazzò Alfieri alla Cultura Popolare; Renato Ricci andò alle Corporazioni al posto di Lantini, ecc.

Le prime voci, fondate sui rapporti d'amicizia o di vera e propria sudditanza che legavano alcuni dei nuovi ministri a Galeazzo Ciano, fecero pensare che le cose volgevano al meglio: si parlò di "gabinetto Ciano" e, al solito, le speranze sostituirono il ragionamento.

La realtà era diversa: anche se alcuni dei nuovi ministri erano amici di Ciano, essi erano, prima ancora, uomini del partito, di provata fede, di sicura disciplina (ottusi, magari, e faziosi, più di quelli che erano chiamati a sostituire); proprio per questo, ubbidienti e adatti alla bisogna e la bisogna, anche se Ciano stesso s'illudeva, era la guerra.

Un altro brutto indizio - o presagio - fece pensare al peggio (quelli che pensavano). Il 9 novembre '39 fu data notizia che la polizia tedesca aveva sventato a Monaco un attentato contro Hitler predisposto in occasione dell'annuale riunione nella storica birreria.

Non occorreva troppo acume per indovinare che la storia era un pretesto per togliere di mezzo, anche in Germania, eventuali oppositori alla prosecuzione della guerra. Già si era appreso che il gen. Fritsch, il capo della Reichswehr allontanato dal comando alla vigilia dell'Anschluss, era "caduto in battaglia" al fianco dei suoi soldati, dei quali aveva rivestito la semplice divisa. Ora, alla notizia del presunto attentato (diramata con tono quasi trionfale da Berlino) erano seguite quelle di repressioni, arresti, esecuzioni sommarie: di pari passo con la perfetta macchina militare, era scattata la spietata macchina della Gestapo.

Si indovinò anche (lo si era imparato, ormai) che un fatto del genere avrebbe trovato a Roma immediata anche se, per certi aspetti, goffa risonanza. Si ebbe notizia, infatti, di un certo "giro di vite". Ma, soprattutto, si seppe che, sul finire dell'anno e agli inizi del '40, numerosi arresti di "sovversivi" erano stati compiuti anche in Italia.

 

Impressioni contrastanti

Ma la speranza era dura a morire. Una nuova ondata euforica si verificò nel dicembre '39. Il 16, alla Camera, Ciano espose le ragioni della non-belligeranza italiana e trapelò dal discorso che questo atteggiamento era dovuto a qualcosa come una violazione degli accordi da parte della Germania: l'Italia non si trovava quasi più impegnata dal patto d'acciaio. Comunque, la pace avrebbe dovuto essere garantita per altri tre anni. In un'epoca in cui la sopravvivenza si misurava a giorni, questo lasso di tempo parve immenso.

Poco dopo, il 21 dicembre, il re e la regina si recarono a far visita al Papa e, dall'insieme delle cerimonie, dei comunicati, delle voci, anche questo avvenimento diede motivo di fiducia. Fu detto che Papa e re erano d'accordo che l'Italia passasse dalla non-belligeranza alla neutralità. Nelle borse si ebbero altri rialzi: la grossa borghesia continuava a comprare. Buono o cattivo indizio?

Ognuno lo interpretò a suo modo. Ma il più strano era che ogni giorno, intanto, si muovevano attacchi allo "spirito borghese": i borghesi italiani (anche se mai individuati personalmente) erano raffrontati, in quelle polemiche, notoriamente promosse dal partito, agli stranieri democratici o, addirittura, additati all'odio popolare.

In realtà, il disegno della propaganda fascista non era né troppo misterioso né peregrino: si mirava a persuadere il popolo che la guerra sarebbe stata, così come antiplutocratica all'esterno, anche antiborghese all'interno.

A febbraio, l'allarme divenne più pronunciato: la stampa metteva particolare cura a dimostrare le vessazioni che l'Italia stava subendo per via del blocco navale anglo-francese, che rarefaceva i rifornimenti, causava aumenti nei prezzi, ci rendeva, insomma, prigionieri nel nostro mare. Furono "sensibilizzati" diversi incidenti: navi italiane fermate o dirottate, minacce di "embargo" da parte francese. L'Inghilterra si avviava a meritarsi il titolo di "perfida Albione."

Una strana manovra venne effettuata dal Giornale d'Italia, sul finire del febbraio '40: Virginio Gayda pubblicò due o tre articoli in cui s'illustravano i pregi di un'eventuale alleanza contro le democrazie plutocratiche dei "tre regimi totalitari", fascismo, nazismo e bolscevismo, di cui si ponevano in luce, insolitamente, le pretese "affinità".

Il 18 marzo '40, Mussolini s'incontrò con Hitler al Brennero.

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Corsero voci contrastanti. Gli inguaribili ottimisti dissero che il duce era andato a prospettare al Führer certe proposte di accomodamento che il segretario di Stato americano Sumner Welles, venuto nei giorni precedenti due volte a Roma, aveva recato. Ma la maggioranza degli italiani non condivideva ormai più queste illusioni e, poiché la stampa si manteneva nel generico, fermenti di malumore serpeggiarono un po' ovunque.

La polizia, sempre attentissima, evitò che il rientro di Mussolini avvenisse con troppo clamore, temendo che il giochetto di gridare "pace - pace". in luogo di "duce - duce", fosse ripetuto. A "fare folla" vennero comandate alcune centinaia d'agenti in borghese, pochi scalmanati dei gruppi rionali e gli uscieri della federazione romana e della direzione del partito.

 

Verso la guerra

Che le cose volgessero ormai al peggio si capi, nel marzo-aprile da certi inasprimenti della polemica di stampa contro Inghilterra e Francia, dal fatto che la lotta contro l'esterofilia fu intensificata e anche da taluni sintomi che si notarono negli ambienti fascisti: quei gerarchi che non avevano dissimulato, anche con i più periferici collaboratori il proprio neutralismo facevano adesso macchina indietro.

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Agli inizi di aprile, Hitler attaccò proditoriamente Danimarca e Norvegia e l'esito folgorante delle due operazioni fu Il primo concreto segnale d'allarme, anche per noi: la guerra, a quel modo, era una bellezza; non prendere parte al bottino era da idioti.

Questo, purtroppo, lo stato d'animo che si diffuse, non solo tra i gerarchi, ma in ambienti borghesi che, poc'anzi, si erano mostrati scettici e malcontenti, e perfino tra certi intellettuali che, in verità, erano sempre stati assai ligi verso il regime ma, ultimamente, avevano dato a credere in un ravvedimento. Sulla scorta di notizie sufficientemente indicative, la stragrande maggioranza della gente semplice non si lasciò prendere da queste infatuazioni. Fu colpita, sgomenta, ammirata magari per la precisione e l'efficacia dei colpi nazisti. E, semmai, proprio per questo, cadde in una cupa desolazione, si disanimò: prevedendo ormai
il peggio, rimase passiva.

Non era ancora uscita, questa parte prevalente dell'opinione pubblica, dall'impressione provocata dai tremendi colpi hitleriani in Danimarca e Norvegia, che seguirono, del pari folgoranti, il 10 maggio '40, l'invasione dell'Olanda e del Belgio e la sconcertante disfatta francese.

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Le "notti calme" erano finite sulla Maginot. A fine maggio, tutte le forze capaci di difendere la “Francia eterna" erano chiuse a Dunkerque

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 e non riuscivano- neppure a salvarsi con la fuga. (Nel corso dell’offensiva tedesca in Francia, il 20 maggio 1940, la Wehrmacht riuscì a dividere in due le armate alleate che tentavano di attraversare la manica. Questa manovra costrinse le 45 divisioni franco-britanniche a ripiegare sulla regione di Dunkerque. Circa un milione di uomini si trovarono accerchiati dalle divisioni tedesche. Le forze franco-britanniche riuscirono ad aprirsi un varco di un centinaio di chilometri di lunghezza e di una trentina di larghezza per consentire il trasferimento delle truppe.

L’operazione “Dynamo”, sotto il comando del vice-ammiraglio Bertram Ramsey, durò dal 26 maggio al 4 giugno e consentì la salvezza di circa 338.000 soldati, di cui 123.000 francesi. La Wehrmacht fece 35.000 prigionieri).

Mussolini - ogni italiano ormai lo sapeva - non stava più nella pelle. Il resto è noto ...

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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Cronologia: giugno 1940 - giugno 1942

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

I primi due anni di guerra (giugno 1940-giugno 1942)

 

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Con l'intervento dell'Italia nel conflitto, un elemento appare subito chiaro, sconcertante e, per molti aspetti, mortificante: che, mentre la Germania, per due anni ancora proseguì nei suoi strabilianti successi militari accentuando l'impressione d'invincibilità, l'Italia subì invece fin dall'inizio e quasi ininterrottamente, rovesci altrettanto sensazionali e venne .così ad assumere ben presto, malgrado l’originaria alleanza, il ruolo di un Paese quanto meno "protetto”, praticamente dominato come tutti gli altri dell'Europa continentale, dal padrone nazista.

È questo un dato storico che contribuì a rendere, se altri motivi non vi fossero stati, assurda e impopolare (oltreché sciagurata) una guerra che, nonostante le menzognere parole d’ordine della propaganda ufficiale, non aveva altre. prospettive, se non quella, in caso di vittoria, di una servitù anche più trista delle altre, in quanto voluta e accettata dalla classe dirigente del tempo.

E ciò spiega - credo -, tra l'altro, non solo la crescente opposizione delle masse popolari, ma anche lo scarso impegno “combattentistico" dei richiamati che, pur battendosi con valore individuale (tanto maggiore, perché sempre in condizioni d’impreparazione e d'inferiorità) quando si trattò di difendere, in singoli episodi, l'onore del Paese, non poterono, certo, essere sorretti dallo spirito volontaristico che anima un popolo quando si trova a dover sostenere una guerra giusta e sentita.

E vengo all'arida cronaca.

10 giugno '40. Lo schieramento delle forze italiane al comando del principe di Piemonte sull'arco alpino è formato di 22. divisioni, 3 raggruppamenti alpini, 2 raggruppamenti celeri per circa 350.000 uomini. Armamento mediocre; situazione militare notoriamente infelice, di fronte alle posizioni e le fortificazioni francesi.

18 giugno '40. Incontro Mussolini-Hitler a Monaco: poche notizie ufficiali; si dice sia avvenuto per concordare l'armistizio con la Francia. (I tedeschi hanno raggiunto Parigi il 14).

Parigi occupata Parigi giugno 1940

Voci che Mussolini vuole attaccare i francesi, nonostante la palese inutilità.

22 giugno '40. I tedeschi firmano l'armistizio col governo francese di Pétain.

Pétain con Hitler 1940 vagone Compiegne resa Francia 

21-24 giugno '40. Per cinque giorni le forze italiane conducono una assurda offensiva sul fronte occidentale, raggiungendo Mentone, sulla costa, e gli avamposti alpini nella regione Ligure-Piemontese. 39 ufficiali morti, 187 feriti, 592 soldati morti, 5311 feriti, di cui 2125 congelati.

24 giugno '40, sera. A Villa Incisa, a Roma, Badoglio e Hutzinger firmano l'armistizio franco-italiano.

29 giugno '40. A Tripoli, Balbo è abbattuto dalla contraerea. Lo sostituisce Graziani.

Giugno-luglio '40. Fin dalle prime settimane, le forze italiane subiscono rovesci in Cirenaica. Si parla di migliaia di prigionieri, tra cui un generale. Nel Mediterraneo i bollettini annunciano “grandi successi”. Le battaglie navali di Punta Stilo (9 luglio) e Capo Spada (19 luglio) si sono risolte con lievi vantaggi italiani. Si sa di contrasti tra marina e aviazione. Si dice che, in un mese, l'aviazione italiana avrebbe perso 250 apparecchi. Si parla di un attacco tedesco contro l'Inghilterra, la cui attuazione è però rinviata di settimana in settimana.

Agosto '40. Violenti bombardamenti tedeschi sulle città inglesi.

Londra-bombardata.jpg manifesto antiinglese

Stasi sui fronti italiani, salvo che per il Mediterraneo.

14 settembre '40. Inizia l'offensiva italiana in Libia, voluta da Mussolini per ragioni di prestigio, contro il parere di Graziani. Ripiegamento inglese; occupazione di Sidi-el-Barrani.

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27 settembre '40. Ciano firma a Berlino il “patto tripartito" tra Germania, Italia e Giappone. La stampa non nasconde il disegno di dominazione mondiale che ne è alla base.

asse Roma Berlino Tokio 

4 ottobre '40. Incontro Mussolini-Hitler al Brennero. Scarse notizie ufficiali. Si dice sia stato esaminato l'abbandono del piano tedesco di invasione dell'Inghilterra, La guerra si farà più lunga e dura.

Metà ottobre '40. I tedeschi occupano la Romania. In Italia voci di attacco alla Grecia.

29 ottobre '40. Comincia l'attacco alla Grecia.

Inizi novembre '40. Notizie nere dalla Grecia. Da fonte radio si apprende che già il 5 novembre le nostre forze hanno dovuto ripiegare. Specialmente provati i contingenti alpini.

10 novembre '40. A conferma delle sconfitte subite il gen. Visconti Prasca è sostituito dal gen. Soddu in Albania.

12 novembre '40. Aereo-siluranti inglesi attaccano la flotta alla fonda a Taranto: colpite le corazzate "Littorio" Duilio” e "Cavour”.

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Metà novembre '40. Continuano i rovesci in Albania. Mussolini annuncia che "spezzeremo le reni alla Grecia”.

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18 novembre '40. Incontro Hitler-Ciano a Salisburgo: si parla di un grave rabbuffo del Führer per l'iniziativa italiana nei Balcani.

24 novembre '40. Farinacci attacca duramente, sul Regime fascista, Badoglio .

Inizio dicembre '40. Prosegue la rovinosa ritirata in Albania. Gli attacchi a Badoglio s'intensificano, anche da parte degli ambienti nel partito. Si dice che Mussolini abbia criticato il capo di S.M. accusandolo di aver approvato l'attacco alla Grecia, pur conoscendo la nostra impreparazione. Il maresciallo si sarebbe ritirato in Piemonte. Conflitti si sarebbero verificati tra ufficiali dell'esercito e fascisti a Torino; Asti e Roma.

Metà dicembre '40. Ripiegamento generale in Albania.

Le direttive ormai ufficiali del partito sono di dare tutta la colpa dei disastri militari a Badoglio e alla casta dei generali. Gli inglesi contrattaccano in Libia costringendo le forze italiane a ripiegare su Bardia. Si parla di migliaia di prigionieri, cinque divisioni fuori combattimento, generali arresisi senza battersi.

Ondate di critiche nell'opinione pubblica. Si parla di reazioni anche nell'ambiente militare e della corte. Mussolini, furibondo, avrebbe espresso l'intendimento di "mettere a posto" tutti: il re e i generali. Risbucano gli squadristi, a dare lezioni agli ascoltatori delle radio nemiche ma solo nelle grandi città e sotto la protezione della polizia. Nei centri minori e nel paesi i fascisti non si fanno vedere.

Fine dicembre '40. Anche Soddu è stato richiamato dall’Albania, sostituito da Cavallero. Ordine di Cavallero alle truppe: "Morire sul posto”.

Inizi gennaio '41. Continua la disfatta in Libia: cadono Bardia e, poi, Tobruk; si parla di oltre centomila prigionieri.

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L’opinione pubblica è esterrefatta. Si parla di gravi dissensi nelle alte sfere del regime: Grandi, Bottai, Federzoni, Delcroix contro Farinacci, Pavolini, Sforza. Si dice che Mussolini intenda reagire con estrema energia: contro il re i generali la borghesia, il Vaticano, il popolo stesso che considera tutti "traditori".

7 gennaio '41. Al Consiglio dei ministri Mussolini legge l'elenco dei generali e dei colonnelli sostituiti e, in un comunicato pubblico, si fa appello "alle masse profonde dell'Italia proletaria fascista".

18 gennaio '41. Mussolini decide la mobilitazione di gerarchi, ministri, deputati, membri del Gran Consiglio, federali: tutto lo stato maggiore - e minore - del regime dovrà andare al fronte con l'inizio di febbraio.

22 gennaio '41. Incontro Mussolini-Hitler a Salisburgo.

Via radio si apprende che è stato comunicato l'abbandono definitivo del progetto di sbarco in Inghilterra, nonostante la feroce offensiva aerea compiuta fino a questo momento. Hitler avrebbe anche promesso l'intervento tedesco nei Balcani e in Libia. Mussolini dovrebbe intercedere presso Franco per indurre anche la Spagna a intervenire a fianco dell'asse.

12 febbraio '41. Incontro Mussolini-Franco a Bordighera. Nulla di fatto.

Metà febbraio '41. Rommel arriva in Libia, di dove Graziani è venuto via alla chetichella sostituito da Gariboldi.

1° marzo '41. Ha inizio l'intervento tedesco nei Balcani, con l'occupazione della Bulgaria.

1°-20 marzo '41. Mussolini si trasferisce in Albania per presenziare alla "grande controffensiva”.

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Aprile '41. In concomitanza con l'intervento tedesco contro la Jugoslavia e la Grecia, Cavallero attacca dall'Albania e Ambrosio occupa Lubiana, la Dalmazia fino ai confini del Montenegro. Il 13 aprile i tedeschi occupano Belgrado, il 27 Atene. Rispettivamente il 18 e il 24 sono firmati gli armistizi con la Jugoslavia e la Grecia.

Giungono notizie, a fine aprile, delle sopraffazioni che, ovunque, i tedeschi compiono, mortificando i militari italiani e imperversando contro le popolazioni locali. Notizie analoghe giungono dalla Libia, dove l'arroganza tedesca si verifica al livello degli alti comandi.

Inizi maggio '41. Dopo una progressiva ritirata su tutti i fronti dell'Impero le forze italiane in Africa orientale abbandonano la resistenza. Il 19 maggio la resa dell'ultimo presidio comandato dal duca d'Aosta segna la fine dell'Impero.

18 maggio '41. Dallo smembramento della Jugoslavia, è creato il regno di Croazia, cui Vittorio Emanuele destina come sovrano Aimone, duca di Spoleto.

Seconda metà maggio '41. Si ha notizia che il numero due del nazismo, Hess, è fuggito in Inghilterra.

10 giugno '41. Mussolini pronuncia alla Camera un penoso discorso nel quale dà per sicure imminenti vittorie e definisce il suo recente soggiorno. in Albania "un premio per le truppe".

22 giugno '41. Inizia l'aggressione tedesca contro l'URSS.

Corriere della Sera 18 luglio 1941 operazione Barbarossa

Fine giugno '41. Mussolini decide (sembra contro la stessa resistenza di Hitler) di mandare subito sul nuovo fronte orientale un contingente italiano, che passa in rassegna a Verona il 26 giugno.

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La stampa cattolica, finora dimostratasi distaccata, ravvisa nella nuova offensiva un valore ideologico che la porta a un palese avvicinamento al regime. Riserve e "distinguo" si notano invece sulla stampa fascista di sinistra, perfino. su periodici nati come Critica Fascista e Civiltà Fascista.

Luglio '41. Inizio della rivolta in Montenegro. L'attività partigiana si sviluppa in tutta la regione jugoslavo-greco-albanese, fino alla Venezia Giulia.

Settembre '41. L'avanzata tedesca in URSS si sviluppa fino alla occupazione di Kiev e all'assedio di Leningrado. I reparti italiani raggiungano. Stalino.

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Le condizioni alimentari in Italia si aggravano sensibilmente.

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Circolano, voci di una "occupazione segreta" di agenti tedeschi insediati nelle principali città. Ufficialmente s'installa nella Penisola un comando tedesco diretta da Kesselring.

Ottobre '41. I tedeschi conquistano Karkov e Odessa. Si accentuano in Italia le manifestazioni di fanatismo di Mussolini: il 4 ottobre decide l'allontanamento dalla Sicilia di tutti i funzionari siciliani; a metà mese si apprende che intende inviare in URSS, nonostante le difficoltà prospettate negli ambienti militari, almeno venti divisioni.

parte il CSIR

è promossa una inchiesta a carico di Graziani; voci attendibili riferiscano sull'intensificazione della sorveglianza di polizia e dell'attività del Tribunale speciale.

Novembre '41. Dopo che negli ultimi mesi i convogli avviati in Libia subiscono affondamenti con ritmo pauroso, ha inizio l'offensiva inglese che costringe le forze italo-tedesche a profondi ripiegamenti.

8 dicembre '41. A seguito dell'attacco giapponese a Pearl Harbour,

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gli Stati Uniti entrano in guerra contro il Tripartito.

21 dicembre '41. Si ha notizia di una crisi militare in Germania: il capo di S.M. Brautchisch è liquidato. Nella seconda metà di dicembre cominciano seri ripiegamenti tedeschi in URSS.

Gennaio' '42. Rommel tenta in Libia una controffensiva riconquistando Bengasi e Derna. Notizie di gravi contrasti tra il maresciallo tedesco e i generali italiani Gambara e Bastico culminano con il siluramento di questi ultimi.

Le restrizioni alimentari in Italia si aggravano: è introdotto, nei pubblici locali, il "rancio unico".

Febbraio '42. S'inasprisce in Italia la polemica fascista "anti-borghese" e contro il Vaticano, "Giri di vite" sono annunziati o effettuati in tutte le direzioni. Il 26 febbraio è decretata la "mobilitazione civile" di tutti gli uomini dai 18 ai 55 anni, che non si comprende bene cosa significhi. Con il 1° marzo la razione del pane è ridotta a 150 grammi.

Marzo '42. La situazione interna italiana si fa particolarmente tesa. Si ha notizia di dimostrazioni di donne avanti ai forni a Venezia, Matera, Piombino e numerosi altri centri. Corre voce che Mussolini intende colpire i ceti abbienti e commercianti cui attribuisce le condizioni di disagio del Paese.

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Sembra che le autorità di P.S. abbiano. denunciato circa 120 mila esercenti per infrazioni annonarie.

Maggio '42. Ha inizio l'offensiva di Rommel in Marmarica che porta, il 21 giugno, alla riconquista di Tobruk, con la cattura di 25 mila prigionieri inglesi. Anche in URSS i tedeschi sono alla controffensiva.

29 giugno '42. Mussolini parte per la Libia per partecipare all'auspicato ingresso delle truppe italo-tedesche in Alessandria d'Egitto.

 

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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cronologia essenziale 1943 - 1945

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

11 giugno 1943

Sbarco degli Alleati, Inglesi e Americani, in Sicilia.

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25 luglio 1943

Destituzione e arresto di Mussolini. Il re Vittorio Emanuele III nomina Badoglio a Capo del Governo.

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8 settembre 1943

Annuncio dell'armistizio tra Italia e Alleati.

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9 settembre 1943

I partiti antifascisti danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando «gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

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10 settembre 1943

I tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come schiavi nelle industrie del Reich. Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

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12 settembre 1943

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco.

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20 settembre 1943

Hitler cambia lo status dei 700.000 italiani “prigionieri di guerra” in Internati Militari. Per questa decisione del Führer gli italiani nei lager tedeschi non godranno dell’assistenza della Croce Rossa internazionale.

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23 settembre 1943

Ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la Repubblica Sociale Italiana, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

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fine settembre 1943: iniziano le prime forme di resistenza armata contro l’occupazione nazista dell’Italia e contro i fascisti della Repubblica sociale italiana. Si formano i primi nuclei partigiani sulle montagne del nord Italia.

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13 ottobre 1943

Il governo del Sud, con a capo il Maresciallo Pietro Badoglio, dichiara guerra alla Germania.

 

4 Giugno 1944

Gli Alleati entrano in Roma.

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6 Giugno 1944

Sbarco alleato in Normandia.

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20 luglio 1944

A Rastenburg, nella Prussia orientale, fallisce l’attentato del colonnello Stauffenberg alla vita di Hitler e svanisce il progettato Putsch per rovesciare il nazismo.

 

Estate e autunno 1944

Intensificazione delle azioni partigiane in Italia: i tedeschi in ritirata si abbandonano a stragi di civili (Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, ...)

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Avanzata delle truppe alleate su tre fronti: russo, italiano e francese; bombardamenti a tappeto sulle città tedesche.

 

25 aprile 1945

Insurrezione delle città del nord Italia e Liberazione.

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2 maggio 1945

L’Armata rossa entra a Berlino.

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7 maggio 1945

Resa senza condizioni della Germania.

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8 maggio 1945

Fine della guerra in Europa.

 

 

In Estremo Oriente la guerra prosegue tra Giappone e Stati Uniti.

 

6 agosto 1945

Bomba atomica su Hiroshima.

 

9 agosto 1945

Bomba atomica su Nagasaki.

 

2 settembre 1945

Resa del Giappone.

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Russia, l’inferno bianco

22 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La ritirata di Russia: dal racconto di Mario Rigoni Stern

(Asiago, 1º novembre 1921 – Asiago, 16 giugno 2008)

 

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L'autore dell'articolo, protagonista della disastrosa spedizione dell'Armir, rievoca il dramma della ritirata e della disperata battaglia nella grande ansa del Don per sfuggire ai russi. In un solo giorno, la sua compagnia fu decimata: di 200 alpini ne restarono soltanto 36.

 

“In questi giorni di febbraio (n.d.r. 1943) andavamo camminando da villaggio in villaggio cercando evitare le strade dove manovravano le divisioni corazzate tedesche per fermare l'offensiva invernale dell'Armata Rossa. Già la VI Armata tedesca si era arresa a Stalingrado, ma noi non lo sapevamo. Dopo il combattimento del 26 gennaio eravamo rimasti in pochi; della mia compagnia, escluso il sergente dei conducenti, ero l'unico sottufficiale: il capitano, i cinque ufficiali, i sergenti o erano caduti in combattimento o nella neve per sfinimento. Solamente quattro erano stati raccolti sulle slitte e poi ricoverati a Kharkov. Usciti dall'accerchiamento, dopo combattimenti e marce infinite, ci contammo una trentina. Mancava il 90 per cento dei nostri compagni. Un sottotenente venne a prendere il comando di questi resti. E noi si andava verso occidente. Ci avevano indicato una direzione verso Kiev in Ucraina, poi verso Gomel in Bielorussia. Vennero ancora giorni molto freddi e una notte di tormenta quasi perdevo le mani per congelamento: a Nikolajevka, per manovrare meglio la mitragliatrice, i guanti me li ero levati senza più trovarli. Ora facevo il cane da pastore in coda al piccolo gruppo; con noi c'erano dei feriti leggeri e degli ammalati che avevano rifiutato il ricovero perché temevano di essere abbandonati ...

 

ritirata fronte Don ritirata Russia

 

L'avventura degli italiani era incominciata nell'estate del 1941. L'aggressione all'Urss da parte delle armate di Hitler era avvenuta alle prime luci dell' alba del 22 giugno. Quella mattina l'avvampare di seimila cannoni frantumò l'alba. Migliaia di carri armati e di aerei, milioni di soldati varcarono le frontiere con la Russia, travolgendo ogni difesa. Incominciò così la più grande campagna di tutte le guerre, che costò decine di milioni di vite umane. Gli obiettivi erano Mosca, la distruzione della Russia come Stato; il tempo otto settimane.

In quella primavera anche in Italia si stava segretamente preparando un Corpo di spedizione autotrasportabile (cioè che si sarebbe potuto anche autotrasportare). Erano le divisioni Pasubio, Torino, Celere e il gruppo camicie nere Tagliamento con i relativi servizi di Corpo d'Armata. Il trasferimento verso il fronte incominciò il 10 luglio e fu lungo e faticoso attraverso i Carpazi, l'Ungheria e la Romania. Soltanto l'11 agosto l'avanguardia della Pasubio prese contatto con i russi nel villaggio ucraino di Nikolajev. Tra i nostri vi furono due morti e tre feriti: i primi di una lunga fila.

Quell'estate era molto calda, la campagna ucraina rigogliosa di grani e di girasoli in fiore. In principio pareva che le otto settimane previste dal Comando Supremo fossero un tempo attuabile: gli scontri erano rapidi e violenti; le armate russe si ritiravano lasciando centinaia di migliaia di prigionieri. Ma dopo due mesi nelle retrovie si era organizzata la guerra partigiana, nelle ritirate i russi sgomberavano le fabbriche e facevano metodicamente saltare i binari ferroviari; e quando decidevano di combattere lottavano fino all'ultimo uomo.

Le otto settimane erano passate. Arrivarono sì, le armate di Hitler, a vedere le torri del Cremlino, ma venne pure quel grande freddo che nessuna memoria ricordava e, dall'Estremo Oriente, dopo che i giapponesi avevano assicurato il non intervento, le diciotto divisioni siberiane comandate da Zukov.

I tedeschi furono costretti a ritirarsi dai dintorni di Mosca per parecchi chilometri e subirono la prima sconfitta. I loro corpi congelati a decine di migliaia riempivano i treni che li riportavano in Germania; molti restavano irrigiditi dentro le trincee; i disturbi intestinali erano diventati epidemia.

Il Natale del 1941 per i nostri soldati fu un giorno di sangue e di sofferenze. Alle 6,40, dopo un violento fuoco d'artiglieria, le divisioni Torino e Celere furono attaccate da fanterie e carri armati. I combattimenti durarono fino al 31 dicembre con temperature che scendevano sotto ai meno 35°. I russi non riuscirono a sfondare, ma le nostre perdite furono gravi. A chi aveva superato un mese in linea Hitler offrì una onorificenza che i soldati chiamarono subito «l'ordine della carne congelata».

Intanto negli alti comandi si studiava l'offensiva che avrebbe definitivamente sconfitto la Russia. Gli obiettivi erano il Volga e il Caucaso e poi, attraverso il Medio Oriente, raggiungere l'Egitto «chiave dell'impero britannico». A tale proposito Mussolini, il 3 dicembre aveva scritto a Hitler « ... in relazione al Vostro colloquio con il Conte Ciano sto provvedendo a disporre di un corpo d'armata alpino composto dalle nostre migliori truppe».

I resti delle armate russe sarebbero stati spinti nell'estrema Siberia e tutti i territori conquistati sarebbero diventati «spazio vitale» del popolo germanico al cui servizio dovevano restare gli slavi rimasti, «popolo inferiore».

Nell'estate del 1942, malgrado il parere contrario del generale Messe, comandante del Csir, in tanti partimmo per il Fronte Est: le divisioni Tridentina, Giulia e Cuneense; Cosseria, Ravenna e Sforzesca; il raggruppamento camicie nere «3 Gennaio»; un'Intendenza d'Armata, un Corpo areonautico; un Corpo marittimo: 230.000 uomini, 960 cannoni, 850 mortai, 19 semoventi, 55 carri armati, 1.800 mitragliatrici, 2850 fucili mitragliatori, 16.000 automezzi, 1.130 trattori, 4.470 motociclette, 25.000 quadrupedi.

L'8 agosto Hitler scriveva al duce: « ... Vorrei ora, Duce, sottoporvi la proposta di permettere che le divisioni alpine siano impegnate accanto alle nostre divisioni di montagna e leggere sul fronte del Caucaso. Ciò tanto più in quanto il forzamento del Caucaso ci porterà in seguito in territori che non appartengono alle sfere d'interesse tedesche e pertanto, anche per motivi psicologici, si rende opportuno che ivi marcino con noi reparti italiani e, se possibile, il Corpo d'Armata alpino, che è il più adatto allo scopo ... ».

Nel mese di agosto si camminava per la sconfinata pianura. Ogni tanto alzavamo gli occhi per vedere se apparivano le montagne. Sembrava di essere sempre nel medesimo posto. Un giorno vennero a caricarci con i camion e ci portarono nella grande ansa del Don: l'Armata Rossa attaccava per cercare di tagliare i rifornimenti alla VI Armata che stava occupando Stalingrado. Il 1° settembre due battaglioni di alpini andarono al contrattacco. Quel mattino ero caposquadra, alla sera mi trovai a comandare i resti di una compagnia. Di quella compagnia di duecento restammo 36. Poi venne il resto. I caduti e i dispersi italiani in Russia furono 81.820; i feriti e i congelati 29.690”.

 

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Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

 

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La folle impresa di Russia

19 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

operazione Barbarossa

OPERAZIONE BARBAROSSA

Senza dichiarazione di guerra, il 22 giugno 1941 la Germania attacca l'Unione Sovietica alla conquista dello «spazio vitale» a Est. È l'Operazione Barbarossa, che pone fine di fatto alla «alleanza innaturale» sancita col patto Molotov-Ribbentrop nell'agosto del 1939.

Corriere della Sera 18 luglio 1941

 

Duce vengo in Russia

IL DUCE: «VENGO ANCH'IO»

Mussolini si offre di inviare truppe italiane in Russia, a sostegno del Corpo di spedizione tedesco. È un'offerta che Hitler fa capire di non gradire. Ma il Duce, che vuol far dimenticare i rovesci militari patiti in Grecia e in Africa, insiste. Viene così allestito il Corpo di Spedizione italiano in Russia (Csir). E così, in quello che si rivelerà lo scontro fra i più giganteschi eserciti mai affrontatisi nella storia, si trova implicata, sia pure di straforo, l'Italia. Tedeschi e alleati sono 3 milioni e 50 mila, 4 milioni e 750 mila sono i sovietici: in tutto 7 milioni e 750 mila soldati.

 

parte il CSIR

PARTE IL CSIR

Il Csir è composto da tre divisioni (la «Torino», la «Pasubio» e la «Celere») affidate al generale Messe. In tutto ci sono 50.000 soldati, 2.900 ufficiali, 4.600 quadrupedi, 80 aerei, artiglieria scarsa e antiquata, automezzi pochi e malfunzionanti. L'equipaggiamento è penosamente inadeguato al clima dell'inverno russo.

 

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ITALIANI VALOROSI

Gli italiani, assegnati prima alla XI Armata di von Rundstet e poi alla I Armata di von Kleist, si comportano bene, guadagnandosi gli elogi dei generali tedeschi. A Isbuscenskij 650 uomini del Savoia Cavalleria inscenano l'ultima carica (vittoriosa) a cavallo della storia militare: un episodio eroico ma vistosamente fuori dal tempo. Gli italiani, comunque, partecipano alla grande manovra con cui le armate corazzate di von Guderian e di von Kleist prendono Kiev.

 

Generale Messe inascoltato

MESSE INALSCOLTATO

Le forze dell'Asse giungono in vista di Mosca, ma sono già provate dal gelo e dalla fatica. Con l'inverno le condizioni per i soldati italiani si fanno durissime. Ben presto i casi di congelamento arrivano a 3.600. A Natale resistono agli attacchi russi, nonostante le pessime condizioni di equipaggiamento, con calzature inadeguate, senza pellicce. Messe, buon generale, in disaccordo con i tedeschi, invia proteste a Roma: «Non si può andare avanti in queste condizioni». Ma non viene ascoltato.

 

MUSSOLINI TRIPLICA

Sordo agli appelli del generale Messe, Mussolini, spinto dalla sua smania di presenzialismo, si offre addirittura di triplicare la forza italiana operante sul fronte russo. E così, nella tarda primavera del 1942, Messe viene a sapere quasi per caso che il suo corpo di spedizione lascia il posto a una vera e propria armata, l'Ottava, con la sigla di Armir (Armata italiana in Russia) agli ordini del generale Gariboldi, che si era dimostrato mediocre in Libia.

ARMIR

 

 

offensiva russa

OFFENSIVA RUSSA

volantino russo

Riorganizzati militarmente e forti di un equipaggiamento efficiente, i russi iniziano, il 10 dicembre 1942, la controffensiva sul fronte del Don, in concomitanza con l'assalto finale sovietico a Stalingrado. Essi concentrano l'azione contro le truppe più provate dal freddo. Le nostre erano schierate a fianco di quelle ungheresi e romene, su un fronte enorme, di 270 km. Cedettero per primi i romeni, e nel varco di infilarono i russi, che chiusero l'Armir in un'enorme sacca.

 

Nikolajevka

NIKOLAJEVKA

Le truppe italiane si trovarono accerchiate da forze enormemente superiori e iniziarono la grande ritirata dal Don sotto i continui assalti dei carri armati russi, nell'imperversare della tormenta. A Nikolajevka gli alpini della «Tridentina», che avevano trascinato in salvo migliaia di sbandati (non solo italiani) riescono a sfondare l'accerchiamento e a farsi strada verso il ritorno in patria.

 

cifre paurose caduti Russia caduti italiani ritirata di Russia

CIFRE PAUROSE

Erano occorsi 200 treni per portare gli alpini in Russia, ne bastano 15 per rimpatriare i superstiti. Un bollettino speciale russo conclude così: «Solo il Corpo alpino italiano deve ritenersi invitto in terra di Russia». Ma a quale prezzo: la sciagurata campagna voluta da Mussolini era costata 26.115 morti, 63.184 dispersi, 43.116 feriti.

   

LA TRAGEDIA DEI DISPERSI

La tragedia dell'Armir non finisce con la guerra. Cala il silenzio sulla sorte dei dispersi, una tortura che durerà anni per le famiglie che li aspettano in Italia. Dalle carte emerse dal Kgb, dopo il crollo dell'Urss, si sa che i russi avrebbero fatto 48.957 prigionieri, di cui molti sarebbero morti nei campi e nei gulag.

   

Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

 

 

* * *

 

La testimonianza di un soldato del Savoia Cavalleria

Ettore Sarti, novant'anni, ha partecipato ha partecipato alla battaglia di Isbuschenskij, quando per l'ultima volta nella sua storia la cavalleria italiana si lanciò alla carica, come in guerra ottocentesca, per rompere l'accerchiamento nemico.

L' avventura russa di Ettore Sarti era iniziata il 29 novembre 1941. Figlio di un calzolaio romano, Sarti si ritrova a Milano, nella caserma del Savoia Cavalleria. «Partimmo per il fronte russo con 5 squadroni e 1300 cavalli stipati in 25 vagoni ferroviari. Giunti a Timisoara, in Romania, ci venne ordinato di abbandonare le carrozze merci, perché i treni dovevano essere utilizzati dall' esercito tedesco. E così proseguimmo a cavallo: nella neve e nel ghiaccio cavalcammo 20 giorni consecutivi, 1200 chilometri nel cuore dell'impero Sovietico». Il momento della verità arriva all'alba del 24 agosto 1942. È estate, ma le temperature nella campagna di Isbuschenskij, un villaggio in un' ansa del fiume Don, sono sotto lo zero.

«Alle prime luci del giorno giunse per il secondo e terzo squadrone l'ordine di attacco» racconta Sarti. «In formazione a scacchiera, con le sciabole sguainate, ci lanciammo al galoppo contro l'artiglieria russa. Moltissimi di noi furono falciati dai proiettili. Ma riuscimmo a conquistare le trincee nemiche e a prendere prigionieri centinaia di soldati russi. Fu l'ultima, vittoriosa carica del reggimento Savoia Cavalleria».

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Ma nell' autunno del 1942 i russi scatenarono la controffensiva che avrebbe annientato le forze nazi-fasciste sul Fronte Orientale. «Un mese dopo la carica di Isbuschenskij, venni fatto prigioniero insieme ai commilitoni sopravvissuti. E per noi tutti, giovani trai 18 e i 20 anni, iniziò un viaggio allucinante. Prima 225 chilometri a piedi, con 20 gradi sotto zero. Poi il trasferimento su vagoni merci fino ai confini della Siberia: a centinaia, in condizioni disumane, morirono assiderati su quel treno. A Kyrof, ottocento chilometri a nord-est di Mosca, venimmo ricoverati in un ospedale militare. Pesavo 39 chili, avevo la pellagra e un inizio di congelamento alla gamba destra. Si diffuse il colera e, dopo qualche mese, di noi italiani eravamo rimasti in vita solo una ventina.

 

da una intervista di Luca Fraioli e Giuseppe Serao

da “La Repubblica” del 17 gennaio 2011

 

 

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Vichy contro la scuola

16 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

La capitolazione della Francia

Il 14 giugno 1940 i nazisti entravano a Parigi, mentre un'ondata di profughi dalle regioni circostanti cercava salvezza in una fuga disperata verso il Sud della Francia. In un solo mese la Germania aveva liquidato il suo storico avversario che pure disponeva del più numeroso esercito d'Europa ed era dotato di mezzi corazzati e di un'aviazione di tutto rispetto.

Parigi occupata 

Le cause di questa clamorosa sconfitta vanno cercate principalmente negli errori strategici dei comandi militari, legati a una vecchia concezione del conflitto, ferma ai parametri del 1914. Ci si era preparati, cioè, a una lunga guerra di logoramento, costruendo grandi fortifìcazioni su tutto il confine franco-tedesco che la Wehrmacht (l'esercito tedesco) aveva invece del tutto ignorato, invadendo la Francia dal Belgio.

 

La Repubblica di Vichy

Si comprende così l'umiliante resa decisa dal nuovo presidente del Consiglio, l'ultra ottantenne maresciallo Philippe Pétain, vecchia gloria della Prima guerra mondiale, schierato da tempo su posizioni di destra al punto da non nascondere la sua ammirazione per Hitler e il nazismo.

Hitler e Pétain

Molti alti ufficiali condividevano questo atteggiamento, convinti che solo un sistema autoritario avrebbe potuto forgiare un popolo e un esercito in grado di vincere. Scaricata dalle proprie spalle ogni responsabilità della sconfitta, i militari gettavano la colpa sulle istituzioni democratiche che avevano retto la Francia negli anni passati. Per Pétain, capo del governo collaborazionista, dalla fine della Prima guerra mondiale si era indebolita la fibra morale dei francesi e questi erano diventati sordi ai veri valori della tradizione: la famiglia, la religione, il rispetto delle gerarchie, l'ubbidienza all'autorità.

A questi ideali faceva dunque appello il capo del governo collaborazionista con sede nella cittadina termale di Vichy, al quale i tedeschi avevano concesso una sovranità limitata alle regioni centrali e meridionali della Francia e alle colonie d'oltremare. II resto del territorio francese restava sotto l'occupazione degli eserciti del Fuhrer.

Francia giugno 1940

 

Vichy contro la scuola

 

Estate 1940: il regime di Vichy ritiene la scuola laica e repubblicana responsabile della sconfitta della Francia: una delle sue priorità è, perciò, «far pulizia nell’insegnamento». Il maresciallo Pétain ha la sua rivalsa.

 

All’inizio dell’estate 1940, l’esercito francese si è sfasciato trascinando nella sua caduta tutta la III Repubblica; i tre quinti dei paesi sono occupati, i tedeschi sono a Parigi, la bandiera nazista sventola sull’Arco di Trionfo, più di un milione e mezzo di francesi sono prigionieri in Germania, e la cosa più urgente sarebbe far portare il peso della sconfitta sull’Università, sui professori e sugli insegnanti?

L’offensiva è stata iniziata dai militari. Prima dell’armistizio, i generali Gamelin e Weygand lavorano alla loro difesa: secondo loro nessuno nell’esercito ha sbagliato. Rimproverano, invece, agli insegnanti di essere i principali responsabili del disfattismo ed insistono perchè vengano severamente puniti.

In luglio, il maresciallo Pétain dichiara al suo ufficiale di collegamento con le truppe inglesi Edward Spears, che sono «gli insegnanti e i politici, e qualche militare che hanno messo la Francia in ginocchio». Presto saranno accusati di essersi battuti male e nello stesso tempo di aver abbandonato il loro posto durante la sconfitta.

La stampa si allinea. Il 4 luglio 1940, all’indomani dell’affondamento della flotta francese da parte degli inglesi a Mers El-Kebir, si legge sulla prima pagina del “Petit Marseillais”, di fianco all’articolo che denuncia la catastrofe, un titolo: «Gli insegnanti sono responsabili della sconfitta». Si diffonde il sospetto. Il 3 ottobre, “Paris-Soir” scrive: «Alcuni capi, che avrebbero dovuto dare l’esempio, sono stati tra i primi a diffondere il panico. Fatto sta che non sono ancora ritornati.

Come spiegare questa campagna d’odio e la sua risonanza presso l’opinione pubblica?

Nel suo libro “Vichy et l’Ecole”, lo storico Rémy Handourtzel, professore alla Businnes School di Rouen, dimostra che l’attacco è partito dall’esercito vinto.

Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, in Francia 6 milioni sono i bambini scolarizzati. La schiacciante maggioranza di loro (5,2 milioni) frequentano la scuola primaria, 400.000 sono alla scuola materna e 200.000 alle primarie superiori. Questo sistema coesiste con il mondo elitario della secondaria (200.000 allievi) che ha delle piccole classi. Fino al 1933, il suo insegnamento era a pagamento. Il diploma di maturità (28.000 diplomati ogni anno) apre le porte all’Università ad un’infima minoranza: la Francia del 1939 conta un po’ meno di 40 milioni di abitanti e solamente studenti. Il corpo insegnante è dunque principalmente composto da insegnanti (132.000 contro 15.000 professori della scuola secondaria). Questi funzionari, formati nelle scuole normali, sono, dopo l’instaurazione della III Repubblica, gli instancabili propagandisti delle sue idee egalitarie e del suo laicismo militante.

Un’istituzione fu oggetto, particolarmente, di tutti gli attacchi, il Sindacato nazionale degli insegnanti (SNI) che, con 100.000 aderenti, rappresentava circa l’80% del corpo insegnanti. La sua considerevole influenza lo rende indispensabile nell’elaborazione dei programmi, perfino nella gestione delle carriere. Inoltre, i suoi membri sono stati molto attivi nel diffondere le tesi del Fronte Popolare. Queste prese di posizione, naturalmente, saranno utilizzate contro di loro nel momento del trionfo della “Révolution nationale”.

Un’altra colpa attribuita agli insegnanti è il pacifismo radicale. Su questo tema il sindacato ha dato prova di una singolare cecità. Rémy Handourtzel sottolinea che lo SNI, dopo il 1918, sosteneva d’aver intrapreso «un’azione tenace al fine di modificare il contenuto dell’insegnamento impartito nelle scuole al fine di eliminare tutto ciò che poteva avere un carattere bellicistico». A due mesi dalla mobilitazione generale, la sezione del Dipartimento della Seine propose al Congresso di Montrouge una curiosa mozione che asseriva: «Anche se i tedeschi e gli italiani seguono Hitler e Mussolini, hanno diritto di vivere. Se fosse necessario cedere delle colonie per salvare la pace, noi le doneremo!»

Questo pacifismo integrale non fu appannaggio solamente degli insegnanti, ma si deve riconoscere che, prima dell’entrata in guerra, trovò tra di loro un’eco particolare.

Il sospetto verso gli insegnanti era largamente diffuso negli ambienti conservatori e particolarmente nell’esercito. Da qualche anno il maresciallo Pétain è letteralmente ossessionato dal problema. Al momento della sua ascesa al governo, nel 1934, in seguito all’emozione che avevano suscitato i moti del 6 febbraio, il vecchio soldato aveva rivendicato, oltre che il Ministero della Guerra, il controllo sull’educazione nazionale. Il suo programma? É chiaro: «Io mi occuperò degli insegnanti comunisti». In un numero speciale della Revue des deux mondes pubblicata nel 1934, Pétain esponeva la sua visione dell’insegnamento: «Prima di decidersi sui campi di battaglia, i destini di un popolo si elaborano sui banchi di scuola e nelle aule universitarie. L’insegnante, il professore, l’ufficiale, condividono lo stesso compito, devono ispirarsi alle stesse tradizioni e agli stessi valori». Se c’è una continuità tra la scuola e la caserma, non c’è da meravigliarsi che Vichy abbia iniziato, fin dalle prime ore, di ricercare nelle aule i responsabili della sconfitta militare.

I tedeschi non tentarono mai di immischiarsi nel sistema educativo di Vichy: volevano evitare che le scuole diventassero dei focolai di ribellione.

A partire dal 17 luglio, tutti i funzionari possono essere revocati con un semplice decreto. L’epurazione raggiungerà il culmine sotto la direzione del ministro dell’Educazione nazionale Geoges Ripert. Il suo obiettivo è senza ambiguità: «Ripulire l’insegnamento primario». L’elenco delle sanzioni è vario: spostamenti, revoche, pensionamenti d’ufficio. L’assenza di statistiche nazionali sull’argomento impedisce una visione d’insieme dell’ampiezza del fenomeno, ma si stima che un migliaio siano stati gli insegnanti colpiti dai provvedimenti: insegnanti ebrei, o franco-massoni, militanti dello SFIO (Section Française de l’Internationale Ouvriére) particolarmente attivi ...

Le cifra può apparire irrisoria su scala nazionale. In realtà è, invece, ragguardevole rispetto alla situazione: nel 1939, 26.000 insegnanti sono stati mobilitati. La metà vengono fatti prigionieri, e i tedeschi li rilasciano con molta parsimonia. La mancanza di braccia diventa il pricipale freno ad una epurazione più ambiziosa. Vichy deve rimettere in moto la macchina dello Stato.

L’anno scolastico 1939-1940 finisce in un disordine generale e il rientro non si annuncia sotto i migliori auspici.

L’esodo ha spinto 8 milioni di francesi sulle strade e una parte di loro non sono ritornati alle loro case.

francia 1940 esodo francia esodo 1940

Migliaia di professori mancano all’appello. E per gli allievi non è meglio: all’inizio del mese di agosto, 90.000 bambini non hanno ancora ritrovato la loro famiglia.

bambini di parigi evacuati

I locali delle scuole non sono sempre utilizzabili: molti sono stati bombardati o requisiti dall’occupante. Come sottolinea Rémy Handourtzel, questi spazi «si adattano bene alle esigenze dell’economia militare: un cortile per riunire le truppe e per lo stazionamento dei mezzi, un portico per immagazzinare del materiale, delle aule o degli internati per l’alloggiamento dei soldati, dei servizi sanitari collettivi, un refettorio ...». Secondo lo storico, il 20% delle aule scolastiche ed universitarie sarebbero state requisite.

in fuga dalla guerra

Jérôme Carcopino, esperto di storia romana, direttore dell’Ecole normale supérieure della rue d’Ulm (e futuro ministro dell’Istruzione pubblica di Vichy nel 1941-1942) raccontava: «Mentre ero a Vichy, si era diffusa la voce che a Parigi il distaccamento dei Panzerjünger, che si era accampato dal 26 agosto in rue d’Ulm, si apprestava a lasciare il luogo. Il 15 settembre i Panzerjünger se ne andarono ma furono sostituiti da cento altri. Il 18 settembre, alcuni ufficiali della Luftwaffe vennero dal Palais de Luxembourg per vedere i nostri locali, con l’intenzione di trovare una rapida sistemazione nel palazzo centrale, compresa la biblioteca, per 300 loro aviatori.

Tra le prime decisioni del governo di Vichy (il 3 settembre 1940) vi è l’abrogazione della legge del 1904 che vietava alle congregazioni religiose d’insegnare; il 18 settembre le Ecoles normales  (che avevano lo scopo di formare degli insegnanti) vengono soppresse. Poi si passa al rinnovamento dei programmi: una apposita commissione si riunisce a Vichy.

Nell’impossibilità di stampare dei nuovi libri di testo, le autorità accademiche si limitano a redigere una lista di libri proibiti, oltre a formulare alcuni orientamenti. I programmi di storia tralasciano la parte sulla Rivoluzione francese e così pure le guerre franco-tedesche. Inoltre si passerà sotto silenzio la storia di Napoleone e le conquiste della Repubblica. Sarà invece argomento di studio Jeanne d’Arc, la nemica degli inglesi.

in una scuola di Vichy

Ogni mattina gli scolari rendono omaggio al capo dello Stato, il maresciallo Pétain, intonando il canto «Maréchal, nous voilà!» 

 

Nello stesso tempo Vichy intende sviluppare l’insegnamento delle discipline sportive. A Nantes, in un articolo di Le Phare de la Loire del 1° settembre si afferma che si dovrà virilizzare l’insegnamento: «La Repubblica di ieri che si diceva ateniese era diventata piuttosto bizantina, se non levantina. Riportiamola verso l’Attica ... passando da Sparta». Vichy organizza così dei corsi di educazione generale e sportiva di cinque ore alla settimana, ma la scarsa alimentazione degli allievi costringerà ben presto il ministero a mostrarsi meno ambizioso.

Nelle aule delle scuole Vichy ha le mani libere. È lì che si deve inventare la “Rivoluzione nazionale» ed è lì che regna il suo principale nemico, l’insegnante.

nuovo ordine Vichy simboli di Vichy

Il “nuovo ordine”

La “Rivoluzione Nazionale” mette l’accento sul ritorno ad una società tradizionale, patriarcale, gerarchica dove regni l’ordine morale

 

L’altra guerra, la vera, è persa da tempo. A Vichy, nessuno pensa che la situazione possa essere rovesciata. Nell’incontro di Berlino del 9 novembre 1940, il vicepresidente del Consiglio, Pierre Laval, assicura il numero due del Reich, Hermann Göring, che «alla gioventù francese sarà indicato un ideale diverso dall’idea di rivalsa».

 

Traduzione da un articolo di “Le Monde” di Lunedì 2 agosto 2010

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