Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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La propaganda nella scuola elementare francese durante il governo di Vichy

13 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La tecnica di base di ogni dittatura è quella di cominciare con i giovani: inquadrarli, non permettere di decidere in proprio, imbottirli di ideali nazionalistici, infiammarli co i racconti eroici, manipolare in senso autoritario la loro istruzione, impedire loro di avere a disposizione tempo libero, impegnarli nell’emulazione premiando i più fedeli, limitare al massimo il confronto con il mondo esterno, approfittare per l’imbonimento dei cervelli di quanto la tecnica della comunicazione di massa mette a disposizione. È la ricetta adottata dal regime fascista per vent’anni in Italia. Un metodo simile fu usato nei quattro anni, dal luglio 1940 al luglio 1944, dalla repubblica di Vichy del Maresciallo Pétain.

 

Francia giugno 1940

«La Francia ha perso la guerra, sì, ma ha avuto il Maresciallo Pétain». Questo grido esprime molto bene l’atmosfera che si era venuta a creare con l’avvento del Governo di Vichy.

Petain--con-Hitler.jpg

Pétain, l’uomo degli ammutinamenti del 1917 (comandante in capo delle truppe francesi, nel maggio 1917, riuscì a contenere il fenomeno degli ammutinamenti nei reparti di prima linea), il vincitore di Verdun, riunisce in sè tutti gli attributi di soldato, di capo, di vincitore e di salvatore che si sacrifica sull’altare della sconfitta per salvare l’onore di una Francia profondamente umiliata. L’abito e i gradi militari, il Képi (copricapo militare cilindrico munito di visiera) con i fiori di giglio (simboli della monarchia francese), i bei baffi bianchi, uno sguardo blu profondo, l’aria marziale, il tono di voce di vecchio padre di famiglia, i discorsi cesellati, contribuiscono a farne un mito mediante una propaganda quotidiana.

manifesto-con-Petain-Vichy.jpg

Anche gli adulti sono sottoposti ad una propaganda martellante, dove l’iconografia conta molto, che esalta l’immagine paterna e salvatrice del Maresciallo, mediante l’uso di volantini, di manifesti, della radio, del cinema, dei giornali, di gadget (fermacarte, pipe): il Maresciallo è dappertutto. Buste, ritratti, discorsi diffusi via radio o al cinema, dipinti, perfino la sua immagine riprodotta sulle tovaglie, tutto per glorificare il capo. Il Maresciallo si fa vedere, è sui manifesti, si spende dappertutto e sotto varie forme: come padre, come uomo o come santo.

Questa presenza di un salvatore che caratterizza la Francia vinta alla ricerca di un carisma viene esaltata da un Maresciallo, paternalista, buon bambino lui stesso, che visita le scuole. Il 13 ottobre 1941, nella scuola comunale di Perigny, si rivolge agli alunni (il discorso viene trasmesso per radio) per far conoscere il suo stato d’animo verso gli scolari che non rispettano le regole di buona condotta.

classe Vichy 2 sept 1940

Per gli scolari, la scuola è prima di tutto quella di «Maresciallo, nous voilà!»; nelle aule si canta a squarciagola:  «Davanti a te salvatore della Francia, / Noi giuriamo, noi tuoi figli, / di servire e di seguire i tuoi passi». La «pedagogia del canto» serve per glorificare il maresciallo, per salutare il tricolore o per esaltare i sentimenti patriottici, indotti da un regime che vuole fare della scuola l’anticamera dell’esaltazione nazionale.

Pétain con giovani

Quasi due milioni di lettere vengono inviate a Pétain nell’anno 1941. Scatoloni pieni di lettere con poesie, auguri, arrivano sia delle scuole private che da quelle pubbliche. Certe poesie sono commoventi, piene di grazia infantile, come quella inviatagli da uno scolaro: «Signor Maresciallo, nostro amato capo». Pétain è glorificato in diversi testi. Degli opuscoli, dei “messaggi” del Maresciallo sono venduti agli scolari come supporto per i corsi di educazione civica. Alcuni sillabari riportano: F come francisque (ascia),

simboli di Vichy

K come Képi (quello del Maresciallo), P come paysan (contadino) e Pétain, etc.

Pétain con contadino

Le penne «bastone del maresciallo», i ritratti, le carte geografiche con l’effigie del Maresciallo sono i nuovi strumenti pedagogici.

Il busto del Maresciallo sostituisce negli edifici pubblici quello della Marianne. Edifici scolastici cambiano di nome, come a Marsiglia dove il liceo Périer diventa liceo Pétain. Gli scolari di Francia accrescono il loro entusiasmo naif verso questo «qualcuno da amare». Inviano al Maresciallo regali, disegni, poesie. Colette, una piccola scolara rimasta anonima, invia (come migliaia di altri) una lettera commovente con i suoi errori di bambina: «Signor Maresciallo, io lavoro molto bene, vi amerò molto bene, mi comporterò bene in classe, ascolterò la mia maestra, ho ascoltato i vostri discorsi». I bambini chiedono degli autografi, partecipano a dei concorsi su “Giovanna d’Arco”: i vincitori vengono ricompensati.

La «figura del padre», spesso raffigurato da una vecchia quercia solida e maestosa, che gli artefici della Rivoluzione nazionale

nuovo ordine Vichy

usano a profusione, aleggia ormai su dei ragazzi studiosi, onesti, virtuosi. Il bello sguardo, severo ma giusto, è paternamente posato su una popolazione scolastica tutta intenta ad assolvere il proprio dovere. «Il capo dagli occhi color del cielo» esalta una gioventù succube di una propaganda massiccia e apologetica.

 

 

Bibliografia:

Jean-Michel Barreau - Vichy contre l’école de la République - Ed. Flammarion - 2000

Elena D’Ambrosio - A scuola col duce - Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como - 2001

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La religione e il fascismo

7 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

LA RELIGIONE "FONDAMENTO E CORONAMENTO DELL'ISTRUZIONE PRIMARIA" durante il ventennio

 

Non fu certo il profondo senso religioso a spingere Mussolini nella direzione di quel rapido processo di restaurazione dei valori cattolici nella scuola che, avviatosi già all'indomani della marcia su Roma, toccò il suo culmine con il Concordato del 1929.

 

La conciliazione

 

Furono essenzialmente ragioni di opportunismo politico che lo indussero a tale scelta. L'appoggio della Chiesa era ritenuto indispensabile per la diffusione del fascismo. Nel campo scolastico l'educazione religiosa aveva inevitabilmente quei contenuti autoritari utili al fascismo per la formazione di una gioventù pronta ad ubbidire senza discutere e ad accogliere e seguire senza spirito critico la propaganda del Regime. L'intesa con la Santa Sede doveva diventare, quindi, uno dei cardini della sua politica.

Nell'ambito di questo disegno politico si può comprendere perché Mussolini assegnasse proprio a Gentile l'incarico di ministro della Pubblica Istruzione nel suo primo governo. Le risapute opinioni del filosofo idealista nei confronti della formazione religiosa cattolica nella scuola elementare (l'educazione religiosa doveva dare "un orientamento iniziale nella vita"), della libertà d'insegnamento e dell'esame di Stato, lo facevano apparire al duce il più indicato collaboratore per dare subito il via ad una riforma scolastica che perlomeno provvisoriamente potesse soddisfare le aspettative del Vaticano. "Così - come ben scrive Carmen Betti nel suo libro "Sapienza e timor di Dio. La religione a scuola nel nostro secolo" - grazie ad un capo di governo ateo e ad un ministro della Pubblica Istruzione laico, entrambi però sensibili per motivi diversi all'influenza e al potere della Chiesa, il Dio cattolico si apprestò a rientrare con gran pompa nella scuola del popolo, da cui per la verità era stato allontanato più a livello di principio che nei fatti". Di più, a religione cattolica fu posta "a fondamento e coronamento dell'istruzione primaria". Già nel novembre del 1922 il sottosegretario alla pubblica istruzione, il deputato fascista Dario Lupi, ordinava a tutti i sindaci del regno, attraverso i provveditorati agli studi di far ricollocare al più presto alle pareti delle scuole, dove fossero stati rimossi, il Crocifisso insieme al ritratto del Re, "simboli sacri della fede e del sentimento nazionale".

In base ai nuovi programmi, l'orario settimanale assegnato all'insegnamento religioso - che doveva essere impartito dagli stessi maestri - era di un'ora e mezzo per le prime due classi e due ore per tutte le altre. Ma poiché questo orario doveva probabilmente sembrare alle gerarchie ecclesiastiche inadeguato in rapporto alla dichiarata supremazia della religione, ai programmi fu anteposta un'avvertenza: Alla religione che la legge considera fondamento e coronamento degli studi elementari, giacché investe un po' tutti gli insegnamenti, è stato riservato un posto notevole in molti di essi; di conseguenza le ore speciali dedicate alla religione non sono molte e devono essere destinate alla meditazione degli argomenti indicati nel programma speciale) i quali sono come il punto di concentrazione di tutti gli elementi di cultura religiosa sparsi nei vari insegnamenti".

Il programma - redatto come gli altri da Lombardo Radice - voleva, nelle intenzioni, limitare il più possibile gli aspetti confessionali, ponendo soprattutto l'accento sugli "aspetti sentimentali della religione come educazione dell'anima". L'azione educativa doveva essere informata allo "spirito" proprio dell' opera religiosa di Alessandro Manzoni:. amore e timore filiale, non servile terrore". Si suggeriva, inoltre, di infondere nei cuori dei ragazzi "il senso del divino e della provvidenza" facendo soprattutto ricorso alla "contemplazione dell'armonia delle cose e della vita morale non tanto definita per aforismi e per regole, quanto rappresentata in grandi e umili figure di credenti (si pensi al cardinale Federico e a Lucia)". Nonostante ciò, l'impronta confessionale rimaneva in evidenza (e non poteva essere diversamente). Essa traspare fin dalla prima classe per farsi via via più accentuata: canti, preghiere, conversazioni, brevi e chiare sentenze tratte dalle Scritture e dal Vangelo (I elementare), episodi del Vecchio Testamento (II elementare), ciclo di lezioni sul Pater e sulla vita di Gesù (III elementare), lezioni sui comandamenti (IV elementare), illustrazione dei Sacramenti e del rito secondo la prassi cattolica (V elementare); questo il percorso suggerito ai maestri. Un altro provvedimento gradito alla Santa Sede fu l'introduzione dell'esame di Stato nell'ordinamento scolastico che poneva sullo stesso piano, almeno teoricamente, gli alunni della scuola statale e non statale. Mussolini si era così avviato sulla strada delle più ampie concessioni alla Santa Sede. I Patti Lateranensi furono il punto di approdo. Essi costituirono per il fascismo l'occasione di un definitivo consolidamento interno e un motivo di prestigio internazionale. Gli elogi al duce per la "conciliazione" si sprecarono e i cattolici guardarono a lui come all' "Uomo della provvidenza" (l'appellativo è dello stesso Pontefice). Per quanto riguarda il nostro discorso, il Testo definitivo del Concordato oltre a ribadire l'effettiva parità fra scuola pubblica e scuola privata, in virtù dell'esame di Stato; oltre ad assicurare pieno riconoscimento "alle organizzazioni dipendenti dall'Azione Cattolica, a patto che operino al di fuori di ogni partito politico e sotto l'immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa, per l'attuazione e diffusione dei principi cattolici", stabiliva all'art.36 l'estensione dell'istruzione confessionale alle scuole medie secondo programmi che sarebbero stati stabiliti d'intesa tra Stato e Chiesa. Il concetto della dottrina cattolica come "fondamento e coronamento" veniva così allargato alla scuola secondaria.

 

La religione

 

 

Nonostante i limiti posti alle organizzazioni giovanili di Azione Cattolica, il consenso dei vertici ecclesiastici non poteva che essere unanime. Mussolini tuttavia non perdeva occasione per ribadire il primato dello stato fascista, tenendo discorsi decisamente anticlericali: “Nello Stato la Chiesa non è sovrana e non è nemmeno libera (...) Lo stato fascista rivendica in pieno la sua eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto, esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi di cambiarci le carte in tavola". Malgrado ciò la Chiesa non poteva certo opporsi ad un regime che si presentava come il restauratore dell'ordine sociale, come il difensore della famiglia, della proprietà e della religione.

A questo punto l'unico terreno di scontro tra Chiesa e regime riguardava proprio il monopolio dell'educazione giovanile, a cui nessuno dei due voleva rinunciare. Così il successivo "impegno" di Mussolini (peraltro già iniziato negli anni precedenti, con l'istituzione dell'O.N.B. e lo scioglimento delle organizzazioni scoutistiche cattoliche ritenute incompatibili con l'Opera balilla) in tal senso determinò i noti fatti del 1931 (30 maggio) che portarono allo scioglimento d'autorità dei circoli giovanili di Azione Cattolica, sottoposti alle violenze fasciste con devastazioni di sedi, percosse e minacce ai singoli esponenti. Dopo mesi di tensioni e trattative fu raggiunto un accordo che circoscriveva sensibilmente le possibilità di azione dei circoli giovanili, riaperti a ottobre. I due "poteri", pur a denti stretti, continuarono a procedere affiancati. Anzi pochi anni dopo, alcuni avvenimenti li avvicinarono notevolmente. Infatti con la guerra d'Etiopia - di cui la Chiesa colse subito il risvolto missionario, non ci fu più tempo per i litigi, e soprattutto i fatti di Spagna mostrarono quanto il fascismo fosse sempre il miglior baluardo contro i sovversivi rossi e contro i nemici della chiesa.

Il progressivo distacco della Chiesa dal regime maturerà molto tardi, in relazione alle scelte di politica estera (avvicinamento alla Germania nazista) e alla svolta razzista. Gli ampi spazi di influenza che Mussolini concesse alla Chiesa, anche nel campo scolastico, fecero sentire i loro effetti soprattutto nel dopoguerra. Tutti i partiti sorti dalle ceneri della dittatura dovettero farne i conti. Affrontare il problema della religione a scuola con "il piglio, pluralistico e sovranazionale, consolidato nei paesi anglosassoni" sarebbe stato impossibile. Non a caso l'insegnamento della religione nelle scuole statali, entrò, insieme al concordato, nella Costituzione italiana.

 

Bibliografia:

-       Elena D'Ambrosio, A SCUOLA COL DUCE - L'istruzione primaria nel ventennio fascista, Istituto di Storia Contemporanea "Pier Amato Perretta" di Como

Immagini della mostra A SCUOLA COL DUCE dell’Istituto di Storia Contemporanea "Pier Amato Perretta" di Como

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Le colonie italiane in Africa: un lusso inutile

4 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

«Anche prendendo in considerazione le esigenze politiche, strategiche e commerciali dell’epoca, non c’era un solo motivo valido perchè un paese come l’Italia, che aveva raggiunto l’unità nazionale solo nel 1861 e aveva una miriade di problemi urgenti da risolvere, stornasse una parte cospicua delle sue già scarse risorse per partecipare alla spartizione dell’Africa, un’impresa di cui non si potevano valutare né gli esiti né i costi, né tantomeno i vantaggi». (Angelo Del Boca)

 

Verso la “quarta sponda”

La prima avventura coloniale italiana in Africa ha inizio l’11 ottobre 1911 quando i primi bersaglieri approdano sulla “quarta sponda” italiana. Tripoli è già il “bel suol d’amore” cantato nei tabarin. La guerra contro la Turchia per il possesso della Tripolitania, come allora si chiamava la Libia, era infatti cominciata molto prima dello sbarco, sostenuta da proclami nazionalistici d’intellettuali, politici, poeti ma anche da una campagna pubblicitaria che aveva avvolto nel mito le terre libiche, considerate assolutamente necessarie all’Italia che doveva conquistarsi un “posto al sole” come le altre grandi potenze coloniali europee.

Si andava in Libia mentre in un solo anno, il 1912, emigravano un milione e mezzo di italiani per non morire di fame in patria ma diretti verso le Americhe e non certo verso l’Africa.

La guerra durò due anni ma l’occupazione integrale della comonia non sarebbe avvenuta che nel 1932, dopo che Badoglio e Graziani avevano stroncato la resistenza libica con i metodi più brutali.

Badoglio aveva appena annunciato il ritorno della pace in Libia, che Mussolini confidava al generale De Bono che la prossima impresa africana avrebbe avuto come obiettivo l’impero d’Etiopia. Con questa spedizione avrebbe vendicato Adua (in un primo tentativo di invasione dell’Etiopia, nel marzo 1896, gli italiani avevano subito uno smacco cocente ad Adua, con 4.000 morti) e, nello stesso tempo, avrebbe regalato agli italiani affamati di terre il mitico “posto al sole”.

Le truppe etiopi si opposero con grande tenacia all’avanzata degli italiani forti di 500.000 uomini. Gli etiopi uccisi o sfigurati dal gas furono 250 mila. La vittoria convinse Mussolini che l’Italia era una grande potenza militare. Ufficialmente le ostilità cessarono il 5 maggio 1936: era nata l’Africa Orientale Italiana (AOI) che univa Etiopia, Somalia ed Eritrea. (L’ Etiopia, la Somalia e l’Eritrea andarono perdute nel 1941. Tripoli cadde il 22 gennaio 1943).

 

Corriere della Sera 6 maggio 1936  Corriere-della-Sera-6-maggio-1936-art-copie-1.jpg

 

Sabato 9 maggio 1936 alle 22,30 Mussolini annuncia dal balcone di Piazza Venezia al popolo italiano la fondazione dell’impero.

 

lettera EIAR impero 

 

Nell’autunno del 1938 ventimila contadini italiani, in maggioranza poveri, si trasferirono come coloni nelle quattro province metropolitane (Tripoli, Misurata, Bengasi e Derna) istituite il 10 aprile 1937 da Mussolini dopo un viaggio in Libia. Dei primi coloni italiani, nel 1922 ne erano rimasti poco più di duemila su un milione e mezzo di chilometri quadrati per lo più desertici. I rurali, i nuovi coloni, affascinati dalle illusioni costrute dalla propaganda, sbarcano dai piroscafi per proseguire a bordo di camion accodati in chilometriche carovane. Affrontano percorsi massacranti, sostano in enormi tendopoli sorte dal nulla nel deserto, prima di ricevere le chiavi della tanto agognata nuova casa africana. Con loro in Libia nascono e prosperano l’agricoltura, le scuole e crescono grandi infrastrutture.

Tripoli-villaggio-costruito-da-italiani.jpg 

 

 

Dal "Giornale della classe" di una scuola elementare di Lissone. 

Giornale-di-classe-1935-36.jpg

Il maestro scrive: 

5 maggio 1936: Badoglio è entrato in Addis Abeba. Annuncio del Duce a tutto il mondo. Leggo il discorso del Duce (si commenta) e faccio cantare un inno alla Patria. Alle 10 e mezzo tutte le scolaresche accompagnate dai rispettivi insegnanti si recarono al Parco delle Rimembranze.

Giornale della classe 05 05 1936 

 

9 maggio 1936: Proclamazione per radio dell’Impero italiano d’Etiopia. Illustro alla scolaresca la fondazione dell’Impero. Solenne Te Deum di ringraziamento, coll’intervento delle Autorità, Balilla, Piccole Italiane e Combattenti

Giornale della classe 11 05 1936 

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ricordo di Primo Levi

1 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Primo Levi era partigiano in Val d'Aosta quando venne catturato. Gli dissero: «Se sei ebreo ti mandiamo dietro i reticolati a Carpi, se sei un ribelle ti mettiamo al muro».

L’intervista che segue è stata pubblicata nel 1982 nel libro “1935 e dintorni” di Enzo Biagi ed. Mondadori

 

“Nel '38, leggi razziali. Una lunga conversazione con Primo Levi, a Torino, in un ufficio di Einaudi. Barbetta e occhiali, uno sguardo che sa leggere nelle avventure umane. Ha un'aria tranquilla, pacata, severa. Diffonde sicurezza. Dottore in chimica, ha scritto due libri che, e non solo per me, sono dei classici. Ricordano l'antico dramma di Giobbe: il giusto oppresso dall'ingiustizia. Ha narrato le sue esperienze, Auschwitz e le peripezie del viaggio di ritorno, per liberarsi da un peso.

Quella lontana estate. Tutto cominciò con qualche recensione di opere antisemite, due o tre articoli di giornali, e molti si illudevano che si trattasse «di qualche eresia del fascismo, poi si è visto che non era così». Levi è molto giovane, e una disposizione permette che gli studenti, anche stranieri, finiscano il loro corso: ci sono polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, perfino tedeschi, che essendo matricole, hanno potuto laurearsi. Non si è mai capito perché.

Primo LeviPrimo Levi racconta:

«lo mi sentivo ebreo, da una stima vaga, al venti per cento: mio padre e mia madre e i miei nonni lo erano, ma praticanti abbastanza poco, l'equivalente della comunione ogni tanto, e più che altro per ragioni sociali, tradizionali. L'appartenenza a una certa cultura devo dire che era molto scarsa; il fatto di essere quasi integralmente assimilati, di parlare la lingua degli italiani, di avere le stesse abitudini, di vestirsi nella stessa maniera, un aspetto fisico che non si distingue in nessun modo, erano fattori di rapida assimilazione. Ho letto poi delle statistiche: anche senza quelle leggi, l'ebraismo sarebbe sparito perché i matrimoni misti erano molto numerosi».

Non frequentava il tempio, la comunità si ritrovava per la vita religiosa, poi c'era un orfanotrofio, una scuola, una casa di riposo per gli anziani e per i malati.

Continuò a studiare, arrivò alla laurea. C'erano tante piccole angherie: proibita la radio, ma poi, siamo sempre in Italia, te la davano lo stesso, vietata la donna di servizio, ma poi la tenevano ugualmente. Ma altri casi erano più tragici: impiegati dello Stato, insegnanti, che si sentivano magari fascisti, e che venivano scaraventati fuori. C'è il caso di uno, Di Jesi, mutilato di guerra in Africa e medaglia d'oro, che si sentiva ancora camicia nera nonostante tutto, ma andava a spaccare le vetrine dei bar di via Roma, dove avevano scritto: «Gli ebrei non sono desiderati». Commenta Levi: «Era rimasto entrambe le cose».

Nonostante gli avvertimenti, chiudevano gli occhi «per questa stupidità intrinseca all'uomo in pericolo»: ascoltavano i racconti degli scampati che riferivano fatti spaventosi, ma li vedevano lontani o romanzeschi, o frutto della propaganda: si tende sempre a ingigantire le atrocità dell'avversario. Il ragazzo Levi dà esami e va, anche con gli amici cristiani, in montagna «col vago presentimento che l'allenamento al freddo, alla fame e a decidere avrebbe servito».

E quando è arrivato l'8 settembre?

«lo stavo a Milano, lavoravo regolarmente per una ditta svizzera, la Wander, quella dell'Ovomaltina, perché non era così impossibile trovare un impiego, anche ben pagato; siccome la maggior parte degli italiani non ebrei erano sotto le armi, le occasioni non mancavano.

L'8 settembre sono ritornato a Torino dove c'erano i miei, sfollati in collina, per decidere il da farsi e avevamo pensato che era meglio star fuori dalla città perché, a questo punto, la minaccia era veramente troppo vicina. I tedeschi erano già venuti».

Infatti, il 1° dicembre 1944 la Repubblica Sociale inaugura i campi di concentramento. E Primo Levi, che fa il partigiano in Val d'Aosta, viene catturato, e gli dicono: «Se sei ebreo ti mandiamo dietro i reticolati a Carpi, se sei un ribelle ti mettiamo al muro».

Che cosa vuoi dire lager?

«In tedesco, almeno otto cose diverse, compresi i cuscinetti a sfere. Significa accampamento, luogo in cui si riposa, giaciglio, magazzino, ma nella terminologia attuale, anche in Germania, è il campo di concentramento, un luogo di distruzione. Auschwitz era qualcosa di poco reale, lo sbarco in un mondo imprevisto in cui tutti urlavano, in cui si creava il fracasso a scopo intimidatorio. Siamo stati privati dei bagagli prima, degli abiti poi, delle famiglie subito. Penso che a sopravvivere mi ha aiutato principalmente la fortuna, perché non c'era una regola che stabilisse che doveva farcela il più colto o il più ignorante, il più grasso o il più magro, il più devoto o il più incredulo; poi, a molta distanza, la salute, e una mia curiosità che non mi ha permesso di cadere nell'atrofia, nell'indifferenza, che era mortale. Chi si riconosceva in una fede, religiosa o politica, chi percepiva se stesso non più come individuo, ma come membro di un gruppo, ne era molto aiutato; anche se me ne vado, la mia sofferenza non è vana. Ma io quella fede non l'avevo».

Mi spiega la differenza tra i lager del Reich e quelli sovietici: i russi hanno avuto un numero di vittime paragonabile ai nazisti, ma c'era una diversità fondamentale: Stalin voleva lo sfruttamento e stroncare una resistenza alle sue decisioni, Hitler lo sterminio di un popolo.

Rievoca anche qualche momento di vita umana: «In un giorno di sole, di luce, durante una marcia, ho cercato di insegnare l'italiano a un mio compagno di prigionia, recitandogli il canto di Ulisse, che non sapevo bene, così a brandelli; era un francese, e aveva capito quanto fosse importante ripescare in fondo alla memoria un ricordo di scuola, un ricordo di poesia.

«E poi, il giorno del Kippur, del digiuno, che nessuno rispettava, perché eravamo tanto affamati; in fila per la zuppa della mia baracca, davanti a me c'è uno che conoscevo poco, un lituano, che si è presentato davanti al Kapo, un politico, comunista tedesco, un gladiatore, un omaccione grande e grosso, pieno di cicatrici, molto svelto coi pugni, e il piccolo ebreo lituano si è messo sull'attenti come era prescritto, e ha detto: "Signor superiore, per piacere, non mi dia la razione, me la tenga fino a domani, perché io stasera non posso mangiare", e l'altro, sconvolto dallo stupore ha detto di sì, e gli ha chiesto: "Perché lo fai?" e quello: "Perché sono credente e privandomi del cibo non solo faccio ammenda dei miei peccati, ma anche di quelli degli altri, e forse anche dei tuoi, Herr Kapo".

Che cosa signifìca essere ebreo?

«Un'infinità di posizioni, uno spettro che va da un estremo all'altro. Da una parte c'è l'ebraismo totale: è un fatto religioso, tradizionale, linguistico, nazionalistico, se vogliamo, con molte sfumature; e dall'altra c'è l'ebraismo anagrafico che consiste nel rifiutare tutto, se è possibile: la tradizione, la cultura, la fede, e comportarsi esattamente come il popolo presso cui il singolo, appartenente alla minoranza, abita. Nella realtà, ogni ebreo si sceglie una sua nicchia in qualche punto di questo spettro e la vive come desidera o come può.»

Come ha vissuto ad Auschwitz?

«Sono stato un anno non nel campo centrale, ma nel più grosso dei sottocampi di dodicimila prigionieri, che era incorporato nell'industria chimica, il che è stato provvidenziale per me perché io ero, e sono tuttora, laureato in chimica, e dopo dieci mesi passati come manovale, ho avuto la possibilità di trascorrere gli ultimi due mesi, ma erano i più freddi, in laboratorio.

«C'erano due allarmi al giorno, e la mia attività consisteva nel portare in cantina tutte le apparecchiature, e riportarle su appena suonava la sirena del cessato pericolo, ma tutti i vetri erano saltati, mancava l'acqua, mancava il gas, mancava la corrente elettrica e quindi era un lavoro puramente fittizio, con i russi a quaranta chilometri, già alla portata delle artiglierie».

Che cosa mancava maggiormente? La facoltà di decidere, si sentiva il disagio fisico ...

«In primo luogo il cibo. Questa era l'ossessione di tutti, di cui non ci si liberava mai».

Non pesava di più la nostalgia?

«Pesava soltanto quando i bisogni elementari erano soddisfatti. Perché è un dolore umano, un dolore ragionevole, un dolore al di sopra della cintola, diciamo, che riguarda l'uomo pensante, che gli animali non conoscono, e la vita del lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie, appunto la fame, il freddo, essere mal coperti. E poi venire picchiati, quasi tutti i giorni, quasi tutte le ore. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il freddo, anche un cane, e nei rari momenti in cui capitava che le sofferenze primarie cessassero, e accadeva molto di rado, allora affiorava questa altra categoria di dolori fra cui la nostalgia, l'esilio, la famiglia perduta, il pericolo, la paura della morte, anche. Stranamente, l'angoscia della morte era relegata in secondo ordine. Io ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera a gas: lo sapeva, ma sapeva anche che in quella baracca, per usanza, si concede­va una seconda razione di zuppa a chi doveva andare a morire e lui, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato. È andato a dire: "Ma signor Kapo, io vado nella camera a gas, quindi devo avere un'altra porzione di minestra".»

Lei ha raccontato che nei lager si verificavano pochi suicidi: la disperazione non arrivava che raramente a portare all'autodistruzione.

«Sì, l'ho visto ed è stato poi studiato da specialisti, da sociologi, da fisiologi. Il suicidio era raro. Le ragioni addotte dagli scienziati sono molte: personalmente ne propongo una, ed è quella che dicevo prima, cioè che gli animali non si ammazzano. E noi, eravamo piuttosto animali che uomini».

Considera Auschwitz la sua seconda università: gli ha insegnato che non esiste né la felicità né l'infelicità perfetta, e a non nascondersi, per non guardare la realtà, e a trovare la forza di pensare. «Meditate che questo è stato/Vi mando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore/Stando in casa andando per via/Coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli».

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La guerra di Nuto

21 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio"(*). Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta»
Nuto Revelli
Comandante partigiano, scrittore

 

 

 

Gli esordi dell’esperienza in montagna di Nuto Revelli.

 

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«Quella che va dall'8 settembre del '43 al 25 aprile del '45 è stata una pagina esaltante. Un miracolo. Eravamo precipitati in fondo a un pozzo. Tornavo dalla Russia. Avevo vissuto, da sottotenente, l'inferno della ritirata. Ero rientrato in patria con una ferita mal rimarginata, una promozione per meriti di guerra e una brutta pleurite. Non credevo più nei gradi, nella gerarchia, nell'esercito, nella guerra. Avevo ventiquattro anni, ero un vinto. Ma insieme un ribelle. Il 12 settembre 1943 vidi sfilare a Cuneo, in piazza Vittorio Emanuele (ora piazza Duccio Galimberti) un battaglione di Ss. Li guardai come antiche conoscenze. Li avevo già conosciuti in Russia. Non erano cambiati. Quello stesso battaglione, dieci giorni più tardi, avrebbe dato fuoco alla cittadina di Boves».

La trasformazione da alpino in partigiano fu automatica, naturale. «Avevo portato con me due parabellum e una pistole-machine tedesca. Tutto illegale: era vietato "detenere armi auto­matiche". L'indomani, con un gruppo di amici raggiunsi in motocicletta una collina sopra Cuneo. Partigiano».

Cosa eravamo noi, in quelle brigate partigiane? Dei ragazzini. Io ero uscito dal fascismo in uno stato d’ignoranza catastrofica. Non sapevo nulla. Ho imparato tutto lì. Una maggiore consapevolezza dei fatti e delle loro radici esisteva, certo, a livelli più alti di responsabilità. Fu Dante Livio Bianco, dieci anni più vecchio di me, tanto più colto, a parlarmi di Carlo Rosselli, di Matteotti.

Noi, per diventare antifascisti, avevamo passato un solo esame: la ritirata di Russia. Posso perfino indicare il momento, la circostanza precisa di quella mia scelta ... . Era il 20 gennaio del '43, ci trovavamo in Russia, nella piana di Postojali. Le tre del pomeriggio, trenta gradi sotto zero. Una colonna di trentamila fra italiani, tedeschi e ungheresi era ferma, accerchiata da ogni lato. Un aereo russo ci mitraglia. Non possiamo difenderci. Se esco da questo inferno, promisi a me stesso, dico addio all'esercito, rompo con il fascismo, mi adopero perché tutto cambi.

La guerra l'hanno vinta gli Alleati. Ma noi un bel contributo l'abbiamo dato. I provocatori vadano a parlare con qualche tedesco sopravvissuto a quei fatti. Gli racconterà che avevano paura di quei ragazzi annidati sulle montagne. Gli dirà che ne bastavano quattro o cinque per mettere in crisi una loro colonna. Qualcuno ricorderà che nell' agosto del' 44, dopo lo sbarco degli Alleati a Tolone, i tedeschi risalivano sulla displuviale alpina per aprire un nuovo fronte. E noi della brigata Carlo Rosselli gli abbiamo dato dei fastidi seri: Questi sono fatti».

 

(*) Il fascio littorio: “Il simbolo del fascismo è un fascio di verghe legate strettamente insieme. Quella verghe rappresentano la volontà di tutti gli Italiani, che è quella di stare uniti per essere forti e invincibili” (da un libro di testo del 1930 per la seconda classe elementare).

Littore, in latino lictor, (dal verbo ligo=io lego), era colui che recava i fasci di verghe legate insieme. I littori erano membri di una speciale classe di servitori civili dell'antica Roma che avevano il compito di proteggere le alte cariche dello Stato.

 

 

Bibliografia.

da un’intervista di Nello Ajello a Nuto Revelli pubblicata nell’inserto del 25 aprile 1995 del Corriere della Sera in occasione del 50° anniversario della liberazione.

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La Irma va a morire

18 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La profezia di un maestro di libertà: «C’è una differenza tra questo e altri conflitti. Esso fu un eccezionale campionato di eroismo morale. Un patrimonio che rischia di sparire».

Una pagina di Franco Antonicelli, tratta da «La pratica della libertà» (a cura di Corrado Stajano, Einaudi). Si tratta d'un brano del discorso pronunciato a Torino, il 4 dicembre del 1949, nel quinto anniversario della morte di Duccio Galimberti e di Renato Martorelli.

 

La Resistenza fu un eccezionale campionato - usiamo questo termine agonistico - di eroismo morale. È qualcosa questo che la differenzia da ogni altra guerra guerreggiata, da ogni altro avvenimento militare. Qui l'eroismo civico, l' altezza delle testimonianze, la purezza, la nobiltà delle coscienze superano per la frequenza, per le occasioni, per la profondità del significato, ogni altro esempio. Questi combattenti della Resistenza non erano solo esposti alla morte in battaglia, ma alla eventualità delle torture, del martirio …

Ho voluto scegliere a caso in un libretto intitolato Cento dei centomila. Leggo:

Furlan Antonio - Non sapeva nuotare. Eppure non c'era altro modo per distruggere i documenti che aveva indosso che di buttarsi nella Livenza che scorreva lì vicino. Catturato, urlava di dolore sotto le torture (lo sentivano per tutto il paese). Ma non disse una parola; finché morì.

Manguzzato Clorinda - Gridò ai carnefici: «Quando non potrò più sopportare le vostre torture, mi mozzerò la lingua con i denti per non parlare ... ».

Sforzini Alfredo - Si accostò alla forca con passo fermo. Da sé salì sull'autoblinda che doveva servire da trampolino. Disse: «Ringrazio Dio di avermi dato la forza per non parlare». Offerse quindi il collo a laccio e spiccò il salto nel vuoto.

Martini Giovanni - Al capo gli avevano messo un cerchio di ferro che veniva stretto progressiva mente. «Parla». «Meglio morto» rispose in un rantolo. Un ultime giro di vite, e la scatola cranica saltò.

Labò Giorgio - I lacci gli impedivano di muoversi. Tanto erano stretti che gli avevano già ridotto mani e piedi in cancrena. Ad ogni percossa, ad ogni minaccia, rispondeva: «Non lo so e non lo dico».

Salvetti Aldo - Ancora vivo, venne crocifisso a un portone. Intanto gli aguzzini intimavano: «Parla, chi sono i tuoi complici?» «Li conoscerete quando verranno a vendicarmi», rispose. E

rese lo spirito.

Bandiera Irma - Accecata, prima di spirare disse: «Voi martoriate in me tutte le donne italiane, che come me vi odiano e vi disprezzano».

Cento dei centomila! Anche Duccio, anche Martorelli caddero massacrati: lo stesso disprezzo della morte, la stessa serenità verso i torturatori, la stessa ispirazione sovrana della fede morale.

Un senso di «vita più alta e più intensa» ha riempito i nostri cuori, i cuori dell'Italia di allora. Un senso di purificazione morale e spirituale che sembrava necessario dopo tanto avvilimento, che non era stato solamente politico, ma che aveva corrotto alla base le coscienze. Sembrava che certi inumani sacrifici fossero lo straordinario prezzo che si doveva pagare per una eccezionale colpa. Ne nacque, come dinanzi a ogni sacrificio, un bisogno di virtù.

Quando noi ripensiamo a quelle testimonianze esemplari, ci pare impossibile che possano venir denegate dalla realtà di poi, ci pare impossibile che possano andar disperse e senza frutto. Forse non è così, speriamolo».

 

 

Bibliografia:

dall’inserto del 25 aprile 1995 del Corriere della Sera in occasione del 50° anniversario della liberazione.


 

Franco Antonicelli

 

Nato a Voghera (Pavia) il 15 novembre 1902, deceduto a Torino il 6 novembre 1974, saggista, poeta e parlamentare di sinistra.

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Figlio di un alto ufficiale, si era laureato a Torino prima in Lettere e poi in Legge. L'insegnamento, per un breve periodo, al Liceo "D'Azeglio" del capoluogo piemontese e il rafforzamento dei legami con maestri e coetanei (da Augusto Monti a Benedetto Croce, da Piero Gobetti a Leone Ginzburg, a Massimo Mila, a Norberto Bobbio), contribuirono a risvegliare il suo antifascismo, ispirato soprattutto da ragioni morali.

Nel 1929 Antonicelli subì un primo, breve, periodo di carcere per aver firmato un documento di solidarietà con Croce. Nel 1935 passò alcuni mesi ad Agropoli (Salerno), dopo una condanna a 5 anni al confino. Tornato a Torino e ripreso l'insegnamento, ne fu allontanato per motivi politici. Collaboratore del Dizionario delle opere e dei personaggi della Bompiani e fondatore, nel 1942, della casa editrice "Francesco de Silva", Franco Antonicelli strinse sempre più stretti legami con esponenti della sinistra liberale e, nei mesi che precedettero la caduta di Mussolini, con socialisti e comunisti.

Nei giorni dell'armistizio (era entrato nel "Comitato interpartitico" o "Fronte nazionale"), tenta, anche con un generoso appello pubblicato su La Stampa, la difesa di Torino dai tedeschi. Passato a Roma, partecipa all'organizzazione della Resistenza nella Capitale, ma il 6 novembre del 1943 è arrestato e finisce a "Regina Coeli". Nel febbraio del 1944 è tradotto al Nord e dal carcere di Castelfranco Emilia uscirà soltanto nell'aprile quando, tornato a Torino, entra nel CLN regionale piemontese in rappresentanza del PLI. Opererà con i nomi di copertura di Ranieri, Sorel, Francesco Ansaldi e creerà i fogli clandestini Il Patriota e L'Opinione che, dopo la Liberazione, prenderà il posto della soppressa La Stampa.

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Alla vigilia dell'insurrezione, Antonicelli diventa presidente del CLN, la cui Giunta consultiva di governo opererà a Torino più a lungo che in ogni altro capoluogo italiano. Nel 1946 esce dal PLI ed entra nel Partito d'Azione. Si batte per la Repubblica nel referendum istituzionale e, nel 1948, al Congresso di Napoli, entra nella direzione del Partito Repubblicano Italiano. Negli anni successivi, portato a posizioni di sinistra, non aderisce più ad alcun partito e si dedica ai suoi amati studi letterari. Pubblica nel 1947 con la sua casa editrice il capolavoro di Primo Levi Se questo è un uomo, che era stato rifiutato dai principali editori nazionali. Consulente della RAI, collaboratore culturale de La Stampa (che nel frattempo ha ripreso le pubblicazioni) e di molte importanti riviste, Antonicelli nel 1953 è partecipe della battaglia contro la "Legge truffa" e nel 1968, come indipendente di sinistra, è eletto senatore nelle liste del PCI e del PSIUP per il Piemonte.

Negli anni è stato Commissario del Museo nazionale del Risorgimento, consigliere dell'Istituto storico del Risorgimento e del Centro studi "Piero Gobetti", presidente dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte e dell'Unione Culturale torinese. Ha organizzato lezioni-testimonianza sulla storia italiana dal 1915 al 1945, poi pubblicate dalla casa editrice Einaudi. Critico, saggista, poeta ha lasciato numerosi libri, oggi conservati, con molti preziosi documenti, a Livorno, dove la Compagnia portuale ha intestato a suo nome una Fondazione.
A Franco Antonicelli sono intitolate anche una via di Torino, l'Unione Culturale della città, una Sala per dibattiti a Voghera. Nel 2009 è giunto all'undicesima edizione il concorso "Franco Antonicelli", promosso dalla Regione per gli studenti delle Scuole superiori piemontesi.

 

dal sito dell’ANPI- Uomini e donne della Resistenza

 

foto dal sito dell'ANPI di Voghera: lombardia.anpi.it/voghera/antonicelli.htm

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nel 66° anniversario dell'assassinio, l’ANPI di Monza ricorda Salvatrice Benincasa

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne italiane diedero un importante contributo alla liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Alcuni dati:

Appartenenti ai Gruppi Difesa della donna: 70.000

Erano gruppi operativi femminili che si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi. Gruppi di Difesa della Donna erano quindi un'organizzazione unitaria "aperta a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica e religiosa, che volevano partecipare all'opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione".

Donne partigiane: 35.000

Arrestate, torturate, condannate  4.653

Fucilate, impiccate o cadute: 623

Deferite, tra il 1926 e il 1943, al Tribunale Speciale Fascista Per La Difesa dello Stato: 748

Inviate al confino: 145

17 furono le donne decorate con Medaglia d’oro al Valor Militare.

 

Tra loro Salvatrice Benincasa.

Salvatrice-Benincasa.jpgNata a Catania l’8 settembre 1924, si trasferì a Milano, con la famiglia, nel 1939. Durante la guerra si avvicinò al movimento di Liberazione, entrando in contatto con aderenti alle Brigate Matteotti. Sorpresa mentre eseguiva un incarico che le era stato affidato, fu fermata e interrogata nei locali della Gil (ora Binario 7). Rifiutò ogni forma di collaborazione con i fascisti; venne perciò torturata a morte e gettata sul ponte di via Mentana dove morì. Era il 17 dicembre 1944.


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L’ANPI di Monza commemorerà Salvatrice Benincasa, venerdi’ 17 dicembre 2010 alle ore 11.00, depositando una corona d’alloro nel luogo dove una lapide ricorda il suo sacrificio.

EGEO MANTOVANI, presidente onorario dell’ANPI provinciale di Monza e Brianza, terrà una breve commemorazione.

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Angelo Signorelli

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Martedì 7 dicembre 2010

Angelo Signorelli ci ha lasciati. Si è spento stamane all'Ospedale S Gerardo dove era ricoverato per un improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute. I funerali si svolgeranno giovedì 9 dicembre alle ore 15 presso la chiesa di S. Alessandro. Siamo tutti vicini al grande dolore della moglie Silvana.

 


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Signorelli a 17 anni, da solo un mese operaio alla Falck di Sesto San Giovanni, partecipa ai grandi scioperi del marzo '44 e pochi giorni dopo viene arrestato di notte assieme al fratello; dopo due soste a San Vittore e a Bergamo viene deportato con gli ormai tragicamente noti carri bestiame a Mauthausen e quindi a Gusen dove è rimasto per 14 mesi.

 

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Il suo racconto segue ahimè un itinerario già noto per tante altre testimonianze: lavoro durissimo, stenti, botte ad ogni minimo pretesto e, soprattutto, perdita di identità: per sopravvivere era indispensabile imparare il proprio numero di matricola e riconoscerlo agli appelli fatti dai kapò in tedesco o in polacco od anche in russo.
La liberazione lo trova in coma, assalito da una febbre violenta, poi la guarigione ed il ritorno in patria.


 

 

 

Il mio nome è IT 59141

Angelo Signorelli, monzese per lavoro, racconta i mesi vissuti a Mauthausen. L'unica sua colpa è stata l'aver partecipato a uno sciopero.

 

“ Mi chiamo Angelo Signorelli, sono nato il 17 agosto 1926 a Grumello del Monte, in provincia di Bergamo, da una famiglia contadina.

Nel 1936 ci trasferimmo a Monza in cerca di occupazione.

Mio padre trovò lavoro da operaio alle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni, come più tardi, nel 1941, i miei due fratelli maggiori.

 

Entrai alla Falck anch'io, assunto come apprendista modellista. Facevo tirocinio, costruivo ancore in un reparto dove c'erano molti operai specializzati. Lavoravo di giorno e la sera andavo alle scuole professionali per imparare disegno meccanico, indispensabile per un buon operaio. Si facevano molti sacrifici, si aveva paura, spesso si tornava a casa sotto i raid aerei. Nel 1942 sentii per la prima volta la parola sciopero, di cui ignoravo il significato. Nel 1943 ci furono i primi scioperi che paralizzarono tutta l'industria, ma nell'agosto mi ammalai di tifo e fui ricoverato in ospedale a Monza.

Tornai al lavoro dopo una lunga convalescenza e capii subito che la situazione era peggiorata: il cibo nelle mense scarseggiava e tutte le conquiste delle lotte precedenti erano state annullate dall'inflazione. Bisognava fare qualcosa. Nel marzo 1944 partecipai con tutti i lavoratori al grande sciopero generale. L'obiettivo era la caduta della repubblica fascista di Salò e la liberazione dall'invasione nazista. Subito dopo, la notte dell'11 marzo, fui arrestato dalla polizia fascista insieme a mio fratello. Ci buttarono letteralmente giù dal letto. Mio fratello voleva cercare di scappare dalla finestra, ma poi non opponemmo resistenza, per evitare conseguenze ai nostri genitori. Ci portarono via in fretta e furia.

All'alba il rastrellamento degli altri operai che avevano scioperato con noi era finito. C'era gente di Monza e Sesto San Giovanni. Fummo portati in prefettura a Milano e lì, oltre a noi c'erano dipendenti della Falck, della Breda, della Pirelli, della Marelli e di altre ditte. Fummo tutti interrogati senza diritto di replica, accusati di organizzazione e istigazione di scioperi e atti di sabotaggio contro la repubblica fascista. Ci mandarono a dormire al carcere di San Vittore, su un pagliericcio. Dimostravo molto meno dei miei 17 anni, anche per la mia magrezza, ma un ispettore parlando con un altro gli disse: "macché minorenne, qui sono tutti uguali e seguiranno tutti la stessa sorte". Queste parole mi colpirono molto e mi rimasero impressi i loro volti.

Dopo due giorni fummo trasferiti tutti a Bergamo, in camion. Qui ci trovammo con altri operai rastrellati in giro per l'Italia, che si trovavano già lì da qualche giorno. Eravamo affamatissimi e come cibo ci davano una fetta di pane con del brodo per tutta la giornata.

Il 17 marzo fu il giorno della partenza, arrivarono anche i miei genitori da Monza e il cappellano militare di San Rocco, Don Lino Mandelli.

Incolonnati, scortati da una parte dalle SS e dall'altra dai fascisti, andammo a piedi alla stazione, minacciati e picchiati. Nessuno sapeva né che cosa avevamo fatto, né dove eravamo diretti. Eravamo spaventati. I parenti ci avevano portato viveri e la gente generosa di Bergamo ci regalò fiaschi di vino.

Fummo stipati a quaranta alla volta su carri-bestiame. Eravamo totalmente inconsapevoli della nostra sorte. Pensavamo di andare a lavorare da qualche parte. Noi di Monza eravamo fortunati, avevamo delle torte fatte dai nostri familiari e del vino e ci dividemmo tutto. Cercammo di staccare qualche asse di legno per scappare, ma ci avevano requisito tutta la roba personale a Milano. La notte faceva freddo, si soffriva la sete e al terzo giorno non riuscivamo nemmeno a parlare, tanto eravamo stremati. Durante una sosta al Tarvisio ci dissetammo mangiando neve.

Scoprimmo la nostra destinazione arrivando al campo di concentramento di Mauthausen.

Era un'enorme fortezza di pietra, tutta cintata con muri di tre metri e protetti da mitragliatrici. Fummo spogliati di tutto: soldi, orologi, anelli, fotografie. Tutto venne annotato dalle SS.

Fummo spogliati dei nostri abiti civili e rapati a zero. Completamente nudi entrammo in un salone a fare la doccia. Lì fui separato da mio fratello. Avevamo lunghi mutandoni di lana e pantaloni a righe. Ci misero in baracche isolate dal resto del campo, a Gusen I, sottocampo di Mauthausen, per la quarantena.

Non avevamo letti e dormivamo su un fianco, perché sdraiati non ci stavamo tutti e i kapò ci picchiavano. Al mattino eravamo indolenziti e infreddoliti. I kapò ci picchiavano per qualsiasi cosa e ci davano da mangiare una volta sola al giorno. Una volta rifiutammo la nostra razione di cibo, sempre zuppa di crauti, e furono guai, botte e insulti. Ci dissero che metà di noi sarebbe morta entro tre mesi.

Dopo qualche giorno completarono il nostro abbigliamento con berretto a strisce, maglia, calze, zoccoli di legno e la giacca a righe, con un numero di matricola per il riconoscimento. Mi avevano spogliato di tutto, ora al posto del nome avevo solo una matricola: IT 59141.

Durante la quarantena lavorammo alla costruzione di un altro campo, il Gusen II. Eravamo esposti ad ogni tipo di intemperie. Il lavoro cambiava da un giorno all'altro: scavavamo, spostavamo terra, facevamo i fossi per le tubazioni dell'acqua, costruivamo baracche e pozzi. Se pioveva o faceva freddo si intirizzivano le mani e i piedi scivolavano come burro sulla terra bagnata. La morte coabitava con noi, ero molto impaurito e sfiduciato. Cercavamo di resistere a tutto. Si pensava che sarebbe arrivata la Liberazione e che tutto sarebbe passato. Ormai anche la zuppa di crauti era diventata buona col passare del tempo: quando era servita calda, per un momento sembrava di rivivere.

Si prendevano botte per tutto: se non rifacevi bene il letto, se avevi preso i pidocchi, se non capivi bene i comandi in tedesco. Tutto poteva giustificare delle nerbate. Un giorno ne presi 42 perché avevo trovato il modo di rubare delle patate. L'idea era venuta a quelli che stavano in cucina, gli spagnoli. Così me ne davano metà, però cotte. Io le dividevo con gli altri miei compagni di sventura nella baracca. Eravamo soliti scavare di nascosto una buca profonda almeno 50 cm. per metterci le patate che arrivavano da fuori. Le coprivo col pagliericcio per non farle gelare.

Quando scoprirono che nascondevo 42 patate nelle mutande me ne chiesero il motivo. Dissi che non potevo mangiare il pane per malattia. Cominciarono a darmele, una nerbata per ogni patata. Ad un certo punto svenni per il dolore, mi rianimarono con una secchiata gelata d'acqua e continuarono a darmele. A volte uccidevano per molto meno, fui molto fortunato.

Non c'era limite all'orrore. Le persone anziane facevano fatica a stare dietro al lavoro, si indebolivano e non venivano curate, morivano come mosche. La vita stessa non aveva valore. Dopo gli ebrei, gli italiani erano considerati i peggiori. All'inizio ci si scontrava anche tra di noi prigionieri, si litigava coi francesi e i russi. Fui colpito da dissenteria assieme a un mio amico, Carmine Berera. Fummo portati in infermeria: io fui giudicato guaribile, ma il mio amico no. Fui curato subito e dopo tre giorni, grazie alla complicità di un giovane medico italiano, vidi per un attimo il mio amico in un'altra baracca. La stanza era squallida con un indescrivibile odore di sporcizia. Era proibito entrare. Erano tutti malati abbandonati a se stessi: portavano loro da mangiare, ma nessuno in realtà se ne curava, erano considerati a perdere. Ogni giorno arrivavano gli addetti, buttavano i cadaveri fuori dalla finestra, su carretti diretti al crematorio. Il mio amico dopo una settimana era ancora vivo, poi non ne seppi più nulla.

Le persone sparivano, uccise con punture di veleno o benzina. Certe notti c'era un'auto azzurra che faceva la spola tra i due campi di Gusen e Mauthausen e asfissiava le persone, per scaricarle infine al crematorio. Tanti morivano mentre lavoravano nella cava. Mi sono anche ammalato di scabbia e in totale sono stato ricoverato tre volte. Penso di essermi salvato per fortuna, per la mia giovane età e per il fatto di aver passato i mesi più rigidi a sistemare patate, dove comunque la temperatura era di dieci gradi sopra lo zero.

Volevamo sapere come andava la guerra e qualche notizia riusciva a trapelare. Quando si capì che a breve sarebbero arrivati gli americani, tememmo che i nazisti ci uccidessero tutti. Si diffuse il caos, cominciarono a bruciare documenti per nascondere le prove di quello che avevano compiuto. I tedeschi uccisero chi tentò di ribellarsi, fucilando alcune delle SS e i kapò che stavano ai forni crematori, per impedire che potessero rivelare qualcosa. C'erano morti ovunque.

Il 5 maggio 1945, verso sera, arrivarono gli americani e i tedeschi rimasti si arresero e si consegnarono. Alcuni di noi linciarono i propri aguzzini. Eravamo allo sbando, alla ricerca di cibo per le cucine del campo, mangiando quel che si trovava. Eravamo liberi, ma ancora non ce ne rendevamo conto e vagavamo per il campo come dei disperati. Alcuni miei amici andarono a piedi verso la città di Linz, cercando di tornare prima in Italia. Gli americani cominciarono a curarci nel campo, con l'aiuto della Croce Rossa.

Tornai in Italia solo il 27 giugno. Ero stato curato da una strana febbre che uccideva e sono sopravvissuto grazie alla penicillina degli americani. Mio fratello, che mi aveva visto ricoverare in condizioni disperate, tornò prima in Italia dai miei per non farli preoccupare. Quando arrivai fu una gioia, ma non potei tornare subito a una vita normale, feci delle cure speciali, non potevo mangiare che in bianco, mi fecero trasfusioni e punture ricostituenti. Ritornai al lavoro alla Falck solo nel dicembre 1945.

Ora, ogni giorno ripenso alle persone nel campo, a chi c'era e a chi non si sa che fine abbia fatto.

Dopo tante sofferenze non odio il popolo tedesco. Se un popolo partorisce dei mostri criminali, bisogna combatterli e impedire che si impadroniscano del potere.”

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primavera del 1943: gli antifascisti italiani confinati a Ventotene

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Ventotene è un'isola del Mar Tirreno, situata al largo della costa al confine tra Lazio e Campania, in provincia di Latina.

Isole Pontine

Durante il periodo fascista, sull'isola furono confinati numerosi antifascisti, nonché persone considerate non gradite dal regime.

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Tra gli altri Sandro Pertini, Luigi Longo, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia, Eugenio Colorni, Giovanni Roveda, Walter Audisio, Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi. Furono proprio questi ultimi due antifascisti a scrivere sull'isola, nella primavera del 1941, l'importante documento Per un'Europa libera e unita. Progetto di Manifesto diventato noto come Manifesto di Ventotene. Nel documento la federazione degli Stati d'Europa, sul modello statunitense, viene indicata come l'unica soluzione per la salvezza della civiltà europea.

Luigi Longo, confinato politico a Ventotene, ha scritto nel suo libro “Un popolo alla macchia”:

«Mentre tutto intorno crescevano e s'avvicinavano le fiamme della guerra, mentre nelle città e nelle campagne lavoratori, impiegati, professionisti e intellettuali si agitavano, si muovevano, premevano per avere pace e libertà, nelle carceri e nelle isole di confino italiane centinaia e migliaia di antifascisti si struggevano nella loro forzata inattività, tendevano ansiosamente l'orecchio a tutti i suoni, a tutte le briciole di notizia che giungevano dall'esterno, soffrivano crudelmente per le pene della patria e sentivano che presto, forse prestissimo, sarebbero stati chiamati a prendere in mano le sorti del paese e a tentarne l'estrema salvazione.

L'isola di Ventotene era come la capitale di questo mondo di captivi. Nella primavera del '43 essa raccoglieva un migliaio circa di dirigenti e di umili militanti di tutte le correnti dell'antifascismo italiano. Eravamo finiti là provenienti da tutte le parti - molti dopo cinque, dieci e anche quindici e più anni di reclusione sofferta - prelevati dalle città e dalle campagne d'Italia perché sorpresi a parlare contro il fascismo e la guerra; reduci, noi garibaldini di Spagna e gli emigrati, dai campi francesi di internamento, dove eravamo stati rinchiusi allo scoppio della guerra. Ci affratellavano le comuni sofferenze, le stesse speranze e un uguale amore di libertà.

Due volte la settimana un battello congiungeva l'isola al continente: portava le provviste, qualche familiare e sempre nuovi confinati. Ma portava anche i giornali e le notizie dall'Italia. Scorrevamo avidamente i comunicati ufficiali, che cercavamo di completare e di arricchire leggendo tra le righe, ma; soprattutto, correvamo a scoprire le comunicazioni confidenziali, “illegali”, che ci arrivavano nascoste nelle pieghe di un vestito, nella copertina di un libro, nei “doppi” più impensati.

Con emozione indicibile seguivamo in quei giorni il corso della guerra, apprendevamo le rovine che si accumulavano nelle nostre città bombardate, salutavamo le prime manifestazioni di resistenza popolare alla folle politica fascista. Il sentire - come sempre di più sentivamo - la grande anima dell'Italia vicina a noi ci risollevava, ci riempiva di fierezza e di speranza. Erano lunghe serate di attesa, nelle tristi camerate della nostra deportazione: lunghi giorni di meditazione, dinanzi al mare d'Italia; un'impaziente preparazione alla lotta aperta, tempestata di presentimenti amari, di preoccupazioni non mai sopite per la sorte del nostro. popolo. Era la nostra vigilia immediata? Si giungerà in tempo? Si potrà evitare che il popolo venga defraudato dei suoi sacrifici e della sua riscossa? Si salverà l'Italia dal tedesco e da nuovi tradimenti?

Intanto non si perdeva il tempo. Ventotene non era soltanto l'isola di confino voluta dal fascismo, ma era anche, come ogni carcere e ogni altra isola di deportazione, un centro di formazione politica dei confinati e di direzione del movimento per la pace e la libertà all'interno del paese. Molti, tra coloro che salparono da Ventotene dopo la caduta del fascismo, lasciarono la vita sulle montagne o nelle segrete nazifasciste. Non per nulla gli antifascisti definivano, con una punta di scherzo e una di profonda serietà, “governo di Ventotene” il gruppo dei confinati. Tra Ventotene e il paese si svolgeva, soprattutto a mano a mano che la lotta si acuiva, un ricambio continuo e proficuo: il lavoro unitario dell'isola si rifletteva sui «fronti nazionali» dell'interno, e viceversa; avveniva uno scambio, un'osmosi incessante fra le esperienze di Ventotene - che non erano meramente teoriche, proprio perché operavano sulla realtà dei rapporti politici e umani tra i suoi “ospiti”, e influivano sulla ben più complessa realtà del paese - e quelle del continente.

Nonostante la sorveglianza, nessuno dei confinati rimaneva all'oscuro degli avvenimenti, e soprattutto delle considerazioni politiche che se ne potevano trarre. Per i comunisti ad esempio, Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Roveda, Di Vittorio, io, elaboravamo ogni settimana un rapporto di informazione sulla situazione italiana e lo diffondevamo “a catena”, fino a toccare tutti i compagni dell'isola nel giro di cinque o sei giorni. Ognuno di noi si dava a passeggiare con due compagni, tirandosi appresso le guardie incaricate di pedinarci, le quali però si stancavano presto e finivano per mettersi a passeggiare e a chiacchierare tra di loro. Ciascuno dei due compagni, a sua volta, ripeteva la relazione che aveva udita ad altri due. Non si poteva certo giurare che il primo e l'ultimo contesto dicessero esattamente la stessa cosa; ma un orientamento, una qualche indicazione arrivava in questo modo, di certo, su tutte le questioni più importanti a tutti i compagni del confino».

 

Bibliografia:

Luigi Longo “Un popolo alla macchia” Editori Riuniti 1965

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Umberto Terracini: «Io, comunista eretico, espulso dal Partito»

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

(da "Come nacque la Costituzione", intervista di Pasquale Balsamo, Editori Riuniti 1978)

 

Appartenente alla leva politica dei giovani socialisti riuniti intorno alla rivista torinese dell"'Ordine Nuovo", che esprimerà gran parte del gruppo dirigente del Partito comunista d'Italia (1921), Umberto Terracini fu condannato insieme con Antonio Gramsci e altri a più di ventidue anni di carcere e confino nel 1928, nel primo grande processo politico del Tribunale speciale fascista contro gli oppositori.

Terracini non doveva avere alcuna riduzione della pena e questa era la motivazione (25 giugno 1936): «Elemento scaltro, subdolo, ha posto la sua non comune intelligenza al servizio del comunismo rendendosi pericoloso propagandista. In carcere ha sempre cercato di esercitare il suo ascendente per mantenere vivo tra i detenuti condannati da questo Tribunale il sentimento sovversivo. Punito durante l'espiazione ben ventiquattro volte, non ha dato alcuna prova di ravvedimento. E questo Ufficio crede che l'elemento intellettuale debba essere attivamente sorvegliato e non sia meritevole di speciale clemenza, in considerazione della propaganda subdola che sempre cerca di svolgere per mantenere fermo nei detenuti meno colti l'atteggiamento sovversivo, tanto da far desistere elementi che avevano mostrato in precedenza ravvedimento».

Terracini espia 10 anni, 11 mesi e 2 giorni nelle carceri di San Vittore, Regina Coeli, San Gimignano, Civitavecchia Castelfranco Emilia e nuovamente Civitavecchia. Quindi il confino a Ponza e a Ventotene.

A Ventotene, nel gennaio del 1943 Umberto Terracini viene espulso dal PCI, del quale era stato uno dei principali fondatori. In effetti la sua colpa era consistita nell'avere espresso il suo dissenso dalla politica dei «fronti popolari» inalberata dal Komintern, in quanto a suo giudizio non sarebbe stato sufficiente far blocco con socialisti e repubblicani per sconfiggere il fascismo, ma si sarebbe dovuto allargare l'alleanza anche agli antifascisti borghesi, come liberali, cattolici; democratici e monarchici. Con ciò egli è stato in un certo modo il precursore della «svolta» dello stesso Komintern che portò alla nuova politica dei comitati nazionali di liberazione, poi adottata dai comunisti. Va tenuto presente che la situazione di allora era tale da far anteporre al torto o alla ragione la obbedienza al partito siccome si deve ad un esercito in situazione di guerra. Solo il 14 dicembre del 1944 ottiene la riabilitazione e combatte nell'Ossola.

Dopo la Liberazione è consultore nazionale, membro dell'Alta Corte di Giustizia, presidente dell'Assemblea costituente dando prova di alte qualità politiche e morali. Presidente dei senatori comunisti per più legislature, fu senatore a vita della repubblica italiana. Muore a Roma a ottantotto anni, nel 1983.

 

«La mia espulsione, o meglio, la proposta per la mia espulsione dal Partito comunista d'Italia, decretata da alcuni compagni dirigenti nel febbraio 1943 mentre eravamo tutti costretti al confino di Ventotene, ha origini lontane. Dall'analisi della situazione mondiale, caratterizzata dai minacciosi prodromi della crisi economica del 1929, il VI Congresso dell'Internazionale comunista aveva dedotto che, superato il periodo della sua stabilizzazione relativa, il capitalismo andava incontro a un nuovo periodo rivoluzionario che lo avrebbe portato alla sua fine catastrofica. Crisi mortale del sistema ...

Ai partiti comunisti, di conseguenza, il compito di guidare le masse lavoratrici alla lotta che avrebbe dovuto sboccare nella insurrezione armata. Ora, a parte la validità di una tale impostazione, in linea generale, era evidente che essa non corrispondeva alla situazione italiana, dove la dittatura fascista imperava e trionfava sopra un proletariato privo di ogni organizzazione e con un partito comunista ridotto a poche centinaia di iscritti costretti, per di più, alla completa clandestinità. Ma il centro dirigente del partito aveva fatto proprie le prospettive del VI Congresso dell'Internazionale e aveva diramato le relative parole d'ordine e d'azione; così, nella certezza della prossima caduta del fascismo, espulse i dissenzienti, così come successivamente venni espulso anch'io per decisione dei dirigenti del collettivo carcerario di Civitavecchia e confinario di Ventotene.

Ma tu non concordavi con la linea dei compagni Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Roveda ed altri, anche per altre questioni.

Innanzi tutto avevo condannato, all'immediata vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, il Patto di mutua assistenza fra Germania e Unione Sovietica. In secondo luogo, avevo dato un'interpretazione estensiva al manifesto-appello lanciato dal partito subito dopo l'aggressione nazista all'Urss per un'alleanza di tutte le forze antifasciste. Secondo i dirigenti al confino, tale direttiva doveva valere solo nei confronti di quei partiti che potessero muoversi nell' ambito del fronte popolare. Secondo me, l'appello era invece rivolto a tutte le forze e a tutti i partiti che fossero disposti a combattere il fascismo, non esclusi, quindi, i liberali, i conservatori e i monarchici.

La «svolta» che Togliatti avrebbe poi imposto a Salerno. Ma come andò a:finire con la tua espulsione? Come fosti riammesso nel partito?

Nell'impossibilità di poter mantenere contatti direttamente con Togliatti e con gli altri dirigenti che non avevano condiviso la mia attività in carcere e al confino, dovetti aspettare la fine della guerra e, con essa, il ricongiungimento dell'Italia del Nord, ove avevo continuato a combattere nell'Ossola, con il Centro-sud. E fu proprio Togliatti, in base alla mancata ratifica superiore della proposta di espulsione, a non considerarla valida.

La mia designazione a importanti incarichi di partito e alla stessa presidenza dell'Assemblea Costituente mi riscattarono completamente del passato.

 

Roma, 27 dicembre 1947 (Palazzo Giustiniani) - Umberto Terracini firma l'atto di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana

 

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