Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Dopo la Liberazione. Epurazione ed amnistia: gli obiettivi mancati

9 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Già nel 1943, conseguentemente alla caduta di Mussolini ed allo scioglimento delle organizzazioni fasciste, erano state previste delle sanzioni che avrebbero dovuto colpire i responsabili della dittatura.

Inoltre si trattava di ripulire la pubblica amministrazione da coloro che avessero tratto indebiti benefici anche soltanto grazie ad ambìti avanzamenti di carriera, ottenuti unicamente per "benemerenze fasciste".

Dopo la liberazione di Roma, allorché venne costituita la Repubblica sociale italiana ed i suoi aderenti ripiegarono al nord del Paese, da parte del governo legittimo venne emanato un primo decreto legge luogotenenziale, in data 27/7/1944 n.159, intitolato "Sanzioni contro il fascismo".

Il decreto prevedeva:

l - Epurazione della pubblica amministrazione

2 - Punizione dei delitti fascisti (ante e post 8 settembre 1943)

3 - Avocazione dei profitti di regime

Il decreto recava le firme di tutti i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale.

Tra l'altro esso prevedeva la retrocessione dal grado ed il rinvio ai ruoli di provenienza di tutti i funzionari dello Stato che avessero, dopo l' 8 settembre, seguito al nord il Governo re­pubblicano fascista o, in ogni caso, gli avessero prestato collaborazione.

Si considerava inoltre il riesame e l'eventuale punizione dei delitti fascisti perpetrati sin dal 28/10/1922 che avevano consentito l'instaurazione della dittatura, e successivamente, tutte le forme di collaborazione con il tedesco invasore, delitti commessi che avrebbero dovuto essere sottoposti alle norme del Codice militare di guerra.

Dimessi 200 senatori

Contemporaneamente vennero dichiarati decaduti dalla carica oltre duecento senatori le cui responsabilità furono accertate da una Speciale Corte di Giustizia, che li ritenne responsabili di avere, con i loro voti e con i loro atti, collaborato alla entrata in guerra del Paese, con le drammatiche conseguenze che ora apparivano sotto gli occhi di tutti.

E' alquanto paradossale constatare che il decreto venne firmato dal Luogotenente del Regno, ossia l'erede del monarca Vittorio Emanuele III, al quale si dovevano imputare le maggiori e più gravi responsabilità.

Venne nominato un Alto Commissario, assistito da Commissari aggiunti, ed in ogni provincia furono istituite delle Commissioni per l'epurazione composte da un magistrato, un funzionario di prefettura ed un membro designato dall'Alto Commissario.

Ciò evidentemente per il territorio non più sottoposto ai nazifascisti, ma le stesse regole vennero adottate anche nel resto del Paese all'indomani della sua totale liberazione.

E' facilmente comprensibile la complessività e la mole di lavoro che si presentava a coloro che erano stati designati a tale compito. Presto si sarebbe dovuto constatare come fosse stato ottimistico il giudizio che era stato espresso sullo svolgimento di tale attività, in quanto le norme potevano prestarsi ad interpretazioni di merito e soggettive, sfociando talvolta in criteri di esagerato rigore e tal'altra di eccessiva tolleranza.

Forse anche, aggiungiamo noi, non si era valutato nella effettiva realtà, l'enorme numero di italiani compromessi in un modo o nell'altro col regime.

Vi è da dire che da un primo esame dell'attività svolta dall'Alto Commissario alla data del 31/12/1944, le segnalazioni ottenute dalle varie amministrazioni, per lo più in base ad ordinanze del Governo militare alleato, risultarono ben 2900 contro solo 1258 dell'Alto Commissario aggiunto. Così, dall'attività delle Commissioni di primo grado, su un totale di 3588 casi sottoposti a giudizio di epurazione, 597 furono risolti con la dispensa dal servizio, 1461 con lievi sanzioni e 1530 con il proscioglimento.

Eccessiva tolleranza da parte degli inquirenti o, sotto sotto, un diffuso senso di omertà affiorante dalle coscienze inquiete di tanti italiani?

Seguirono poi un gran numero di ricorsi, generalmente accolti anche, particolarmente dopo al nord, come conseguenza dei mutamenti del clima politico del Paese ed in relazione alle prime avvisaglie di un mondo diviso in due blocchi sostanzialmente opposti.

Tutto ciò si riferisce in un primo tempo a quanto accadde nell'Italia liberata, il che non si discosta però dagli esiti che successivamente si registrarono in tutto il Paese a liberazione avvenuta, coinvolgendo e compromettendo spesso anche l'attività delle Corti d'Assise straordinarie e in minor misura i deliberati di primo grado della magistratura ordinaria.

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La mancata epurazione fra i funzionari

Da una ricerca sull' argomento è risultato infatti che ancora nel 1960, su 64 prefetti di prima classe in servizio, ben 62 erano stati funzionari degli Interni durante la dittatura fascista e, su 241 vice-prefetti, tutti indistintamente avevano fatto parte dell'amministrazione dello Stato negli anni del fascismo.

Inoltre, su 135 questori, 120 avevano fatto parte della polizia fascista e su 139 vice-questori, solo 5 risultavano aver contribuito in qualche modo alla Lotta di Liberazione.

Per contro, nel nuovo clima instauratosi dopo la proclamazione della Repubblica nei confronti dei partigiani e degli antifascisti, i provvedimenti di clemenza furono adottati in maniera palesemente restrittiva, mentre nello stesso tempo, la maggior parte dei funzionari epurati veniva reintegrata con la liquidazione degli arretrati e delle spettanze che erano state loro tolte a seguito dei provvedimenti di epurazione.

Dopo queste per necessità, succinte considerazioni, è d'obbligo esprimere alcune riflessioni sul decreto d'amnistia che, per motivi diversi e seri, contribuì ad una soluzione negativa del problema della defascistizzazione del Paese. Risultato questo che invece, avrebbe potuto essere fondato oltre che su di una giusta punizione, anche e soprattutto, su di una personale e convinta autocritica da parte di quanti si erano infatuati della dittatura o, ancor peggio, avessero, per interessi privati, coinvolto ai vari livelli le istituzioni e gli organi amministrativi. Particolarmente negli anni Cinquanta, ma anche dopo e tuttora, quando si parla di amnistia, si ascoltano giudizi ed opinioni diverse che, come spesso accade, trovano sempre, in maniera spiccia e disinvolta, il solito capro espiatorio al quale addossare colpe e responsabilità.

 

  

Il compromesso: l'amnistia

Una analisi seria venne fatta, alla fine del 1947, da Alessandro Galante Garrone

 

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con un saggio dal titolo: Crisi della Resistenza, nella cui premessa scriveva:

"Non eravamo animati da spirito di vendetta. Non avevamo la pretesa che la magistratura dovesse infierire per mesi e anni contro tutti i responsabili ed i complici, maggiori e minori, del fascismo, per tener fede agli ideali della Resistenza. Non chiedevamo che su tutti i colpevoli del fascismo eternamente gravasse una maledizione inesorabile.

 

Sapevamo che i compagni caduti sulla via della nostra liberazione e del nostro riscatto non avevano combattuto per opprimere i loro oppressori.

E sentivamo anche, con obiettività di magistrati e coscienza di cittadini, che letterale applicazione non avrebbero potuto trovare tutte le norme stabilite per la punizione dei delitti dal legislatore di Roma (quanto lontano e remoto, in quei giorni della Resistenza, allorché ci pervenne il testo del decreto Bonomi, quel governo legittimo che non aveva mai dichiarato ribelli e fuori legge i collaborazionisti del Nord!); perché troppo iniquo e profondo sarebbe stato lo sconvolgimento della nazione se tutte le forme di collaborazione con il tedesco invasore, anche le meno gravi, fossero state colpite come la lettera della legge avrebbe voluto con tanto severo rigore.

Ma ci saremmo ribellati, allora, come cittadini e magistrati se ci avessero detto che i governi e la magistratura della nuova Italia avrebbero tutto, o quasi tutto, cancellato e ricoperto con il velo pietoso dell'oblio e del perdono: tutto, anche le colpe più gravi e le responsabilità più grandi. Ed invece è stato così: ed oggi, a trenta mesi dalla liberazione, non ci resta che il gramo e malinconico compito di un triste e doloroso bilancio".

 

Lo scritto di Galante Garrone si chiude con una severa critica ai modi in cui venne applicato il decreto d'amnistia, per l'indeterminatezza di alcuni articoli della legge che prevedevano giudizi necessariamente severi ma lasciavano ampio margine all’interpretazione.

Era il caso soprattutto di quegli enunciati che condizionavano la pena al fatto di aver commesso:

- atti rilevanti nell'aver contribuito a mantenere in rigore il regime fascista

- stragi particolarmente efferate verso popolazioni e partigiani

- attività antinazionale con prolungate forme di intelligenza, di competenza o di collaborazione con i tedeschi.

Tali formulazioni lasciavano ampio spazio a cavilli, giustificazioni e spesso anche all'impiego di testimonianze favorevoli all'accusato, anche da parte di coloro che i fascisti avevano in vario modo perseguitati.

A completare l'opera sopraggiunse il Decreto Luogotenenziale del 4/8/1945 che garantiva l'amnistia a tutti coloro che, pur avendo collaborato con la RSI ed il tedesco invasore, avessero aiutato in qualche modo i partigiani.

Ne risultò che tutti poterono avanzare benemerenze che, nella maggior parte dei casi, si erano precostituite in vista del crollo finale.

Non soltanto questi furono gli elementi che determinarono il fallimento dell'epurazione, motivazioni e responsabilità diverse ne contribuirono l'inefficacia.

 

Esempio nella provincia di Como

Anche nel caso dell' epurazione nella provincia di Como, emerge come nella maggior parte dei procedimenti di primo grado il giudizio e le sentenze della magistratura furono ispirate ad un corretto senso di giustizia ed equità. Furono gli esiti dei ricorsi sia in Appello sia, peggio ancora, in Cassazione che, con interpretazioni unilaterali e nella maniera più formale del decreto di amnistia, spalancarono i cancelli delle prigioni anche ai maggiori responsabili ed ai seviziatori fascisti.

Sarebbe comunque ingiusto addossare tutte le responsabilità ai politici per il decreto prima e l'amnistia poi, soltanto ed unicamente ad essi od alla magistratura. E' necessario tener conto anche di· altri fattori, non meno importanti, che sicuramente stanno all'origine del parziale fallimento dell'epurazione.

E' notorio come la Resistenza e i CLN, svestiti da ogni tentazione che ne facciano dei miti, non fossero un blocco omogeneo anche se, pur tra difficoltà e contrasti, le diverse forze si sforzassero di agire unitariamente.

Inoltre l'Italia si trovava divisa in due: il Meridione sotto l'influenza alleata inglese ed americana, ciascuno con la propria collocazione politica ed istituzionale, ossia gli inglesi filo monarchici e gli americani democratici o repubblicani e il Nord occupato dai tedeschi con il governo fantoccio di Salò.

All'interno poi dei CLN convivevano comunisti, socialisti, azionisti da una parte e cattolici, liberali e monarchici dall'altra, ognuno con le proprie diversità più o meno palesi.

Tutto ciò non poteva non influire sui risultati finali dell'epurazione anche perché, per affrontare la Lotta di Liberazione, fu giocoforza accantonare la questione istituzionale, monarchia o repubblica, sia per facilitare la partecipazione delle forze militari in buona parte legate alla tradizione monarchica, sia anche perché ciò costituiva la condizione sine qua non per l'appoggio e l'aiuto da parte degli Alleati.

E' fondamentale poi considerare come il concetto di Lotta di Liberazione, mentre da parte di una collocazione politica ed ideologica significava soltanto la liberazione dalla occupazione nazifascista per una democrazia parlamentare erede, sia pure con i dovuti aggiornamenti, di quella prefascista, dall'altra essa rappresentava soltanto l'obiettivo primario, la premessa per una società di tipo nuovo che traesse la sua ispirazione da taluni principi basati su di un profondo rinnovamento di carattere etico-sociale e amministrativo, oltre che su quelli di carattere economico improntati ad una maggiore giustizia sociale.

Ad eccezione della Cassazione, da sempre più vicina ai poteri vecchi e nuovi, e i cui rappresentanti provenivano dal fascismo, al quale molti dovevano le loro rapide e prestigiose carriere, la magistratura stessa era divisa in due categorie: una, più sensibile alle dolorose vicende delle vittime del nazifascismo, per i suoi delitti e le sue stragi, l'altra, non sempre da considerarsi filofascista, che si atteneva scrupolosamente alle norme dei codici.

Codici che in gran parte erano il frutto di quella legislazione che nel ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco aveva trovato ispirazione ed applicazione sia con l'avallo di Mussolini sia, il che fu ancor più grave, dell'inetto monarca.

 

da un articolo di Giusto Perretta in “Monito della storia. Dalla Liberazione alla guerra fredda 1945-1948”. Numero unico a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta – Como, aprile 1999

 

Giusto Perretta

Nasce a Napoli il 5 luglio 1919; giunge con la famiglia a Como nel 1921. Diplomatosi perito edile, nel 1938 viene chiamato alle armi e destinato ad Homs (Tripolitania) nella Divisione “Sirte”; partecipa quale Tenente di artiglieria contraerea con il Gruppo Divisioni Libiche all’avanzata su Sidi El Barrani. E’ catturato nel dicembre del 1940 nel corso della controffensiva inglese e trattenuto quale prigioniero di guerra in India fino al 1946.

La guerra è particolarmente tragica per la famiglia Perretta: nel 1941 il fratello Fortunato cade sul fronte greco-albanese; l’altro fratello Lucio viene deportato in Germania dopo l’8 settembre 1943 e internato per due anni, inoltre nel settembre 1944 il padre Pier Amato, avvocato antifascista espulso dalla magistratura e dirigente della Resistenza viene ucciso a Milano dai nazifascisti.

Rientrato a Como nel 1946, Giusto Perretta svolge l’attività lavorativa in città, poi a Milano nel settore della Cooperazione come Vice Presidente della Coop Lombardia dedicandosi nello stesso tempo all’impegno civile e politico. E’ Segretario quindi Presidente dell’ANPI e Consigliere provinciale per una legislatura. Da membro dell’Istituto Lombardo del Movimento di Liberazione, nel 1977 promuove la fondazione dell’omonimo Istituto Comasco, del quale ricopre la carica di Direttore fino al 1994, poi quella di Presidente fino all’aprile del 1997. Nel corso di questa attività è fra l’altro promotore della nascita a Como del Monumento alla Resistenza europea. E’ stato autore di numerosi studi di storia locale su Resistenza e Cooperazione è stato insignito dell’Abbondino d’oro da parte del Comune di Como.

 

 

 

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Nemmeno un chicco di grano agli ammassi fascisti

6 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Questo volantino del CLN di Asti è stato ripubblicato in A. BRAVO, La repubblica partigiana dell'Alto Monferrato, Torino, Giappichelli, I964, pp. 226-227.

 

Contadini!

Il grano che avete seminato, che è nato e cresciuto tra mille vostre fatiche, ansie e timori, è ora maturo e sta finalmente per essere raccolto. Ma il vostro grano corre il più grave dei pericoli: quello di cadere nelle mani rapaci dei nazifascisti, per essere trasportato in Germania.

 

Contadini!

Il vostro grano non deve andare in Germania, per prolungare ancora questa obbrobriosa guerra; il vostro grano deve rimanere in Italia, per sfamarci. I saccheggiatori, gli oppressori d'Italia, coloro che hanno deportato i .nostri figli e fratelli, i tedeschi ed i loro vili servi fascisti non debbono avere neppure un chicco del vostro grano: e, perciò, non consegnate il grano agli ammassi! Siate uniti e sarete vittoriosi anche in questa importantissima battaglia.

 

Contadini!

I nemici d'Italia, i nazifascisti, sono agli estremi: colpiti da tutte le parti dai potenti eserciti alleati, stanno per crollare; la presa di Roma ha segnato il principio della fine: non aiutateli col vostro grano, lasciate che il loro regime di infamie crolli al più presto fra le maledizioni di tutti gli onesti.

 

Contadini!

Non consegnando il grano agli ammassi, voi compirete opera altamente patriottica di cui potrete andare orgogliosi e riceverete anche, ben presto, la meritata ricompensa poiché, come sapete, il grano nell'Italia libera viene pagato mille lire al quintale, ed anche voi potrete realizzare tale prezzo.

 

Contadini!

Uniti e compatti avete rifiutato i vostri figli alle leve e ai richiami, salvandoli dalla morte, dai lavori forzati, dalla disperazione: avete vinto una magnifica battaglia. Ora dovete vincerne un'altra più grande e definitiva: unitevi nei più formidabili strumenti per la vostra lotta, nei Comitati di difesa dei contadini, che devono sorgere in ogni frazione, in ogni valletta delle nostre campagne! Uniti e compatti, sia questa oggi la vostra parola d'ordine:

 

Nemmeno un chicco di grano agli ammassi fascisti!

 

Nemmeno un chicco di grano per gli oppressori tedeschi e per traditori fascisti!

 

Il grano dei contadini italiani deve rimanere alle affamate popolazioni italiane!

 

Asti, giugno 1944

 

IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE

 

 


cos'è l'ammasso

 

 

È l’operazione con la quale un produttore agricolo o industriale conferisce i propri prodotti a un ente(pubblico o privato) che li amministra nell’interesse suo e/o delle collettività.

L’ammasso può essere volontario o obbligatorio.

Durante il fascismo, nel 1930, in Italia fu istituito l’ammasso volontario del grano, a gestione statale, per garantire ai produttori un prezzo minimo unico per tutto il territorio nazionale.

Nel 1936, in clima di autarchia, l’ammasso del grano fu reso obbligatorio, anche per permettere alle autorità il pieno controllo delle quantità prodotte. In seguito furono organizzati ammassi obbligatori anche per la canapa, la lana, l’olio d’oliva, i cereali minori, il risone.

  

ammasso 

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Razionamenti: «Ma la gente vuole le gomme per le biciclette»

5 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dal "Corriere della Sera" del 5 marzo 1943

 

“Milano - Con il primo aprile prossimo sarà attuata, come è stato annunziato, una nuova disciplina per la distribuzione ai consumatori delle coperture e delle camere d'aria delle biciclette e dei tricicli. I richiedenti dovranno inoltrare domanda al Consiglio provinciale delle Corporazioni, per il tramite dell'organizzazione sindacale da cui dipendono. Vagliate le domande caso per caso, il Consiglio delle Corporazioni rilascerà i buoni di prelevamento, da presentare insieme al pneumatico usato dai rivenditori.

Un determinato contingente di pneumatici verrà messo a disposizione dei Consigli provinciali delle Corporazioni, in rapporto all'importanza dei singoli centri. L'ottanta per cento del quantitativo disponibile dovrebbe essere riservato ai lavoratori dell'industria e dell' agricoltura, con particolare precedenza alle maestranze addette a stabilimenti ausiliari o comunque adibite a imprese di interesse bellico. Il rimanente 20 per cento verrebbe ripartito fra tutte le altre categorie di produttori e di lavoratori, ossia artigiani, commercianti e loro dipendenti, impiegati delle amministrazioni pubbliche e private, professionisti, insegnanti, studenti. In questo 20 per cento sarebbero inoltre compresi i ricambi per le carrozzelle dei malati e degli invalidi.

In una provincia come la nostra, dove le attività commerciali e impiegatizie rappresentano cospicua parte della vita economica e sociale, accanto alle attività industriali e agricole, le percentuali suddette sono apparse inadeguate alle reali necessità del consumo. I primi a richiamare l'attenzione dell' autorità sulla sproporzione lamentata sono state le categorie del commercio, facendo osservare che esse sono oggi più che mai impegnate in tutta una serie di servizi distributivi anche di interesse bellico. Senza il prezioso ausilio dell'umile bicicletta e del traballante triciclo, i generi razionati spesso rischierebbero di non arrivare tempestivamente nei negozi di dettaglianti. Il settore del commercio alimentare, ad esempio, ha una importanza di primo ordine.

L'organizzazione sindacale dei commercianti ha fatto rilevare in sede competente che, in moltissimi casi, il triciclo e la bicicletta sono i soli mezzi di trasporto rimasti alle aziende della distribuzione, le quali furono tra le maggiori sacrificate nella requisizione degli automezzi”.

 

Ma già nel 1942 i copertoni e le camere ad aria per le biciclette scarseggiavano:

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I contadini della pianura

3 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Alla fine del 1943 un grande problema della ribellione che cresce è quello di portare la lotta nelle campagne. I comunisti prendono ancora l'iniziativa, ma con l'aiuto dei giellisti e con la concorrenza del clero povero, dei parroci di campagna. Senza l'aiuto del clero tre quarti della pianura padana - il Piemonte, la Lombardia, il Veneto - rimarrebbero chiusi o difficilmente accessibili alla ribellione; ma i parroci di campagna sono dalla sua parte. Pochi, come don Comensoli nel Bresciano, don Mazzolari o don Scagliosi nel Mantovano, si fanno subito promotori della resistenza armata; ma la maggioranza è amica, quasi ogni parrocchia è un possibile rifugio, un sicuro recapito. I comunisti e il clero povero compiranno, nei mesi dell'inverno e della primavera, il miracolo di togliere i contadini padani dal lungo sonno e dalla diffidenza.

L'inizio della lotta è lento e circospetto: i contadini sono cauti, né sanno rinunciare a una loro rivincita. Costretti a un lavoro faticoso, esclusi dalla cultura dell'Italia cittadina, umiliati dal suo disprezzo, considerati degli italiani di seconda categoria, ora possono imporre alle città affamate i prezzi del mercato nero. In mondo contadino è ostile al fascismo per sicure ragioni di classe; ma anche gli interessi egoistici e l'anarchia favoriscono la prima alleanza con la ribellione. Il partigiano è l'alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria; la presenza partigiana gli serve a scoraggiare i controllori e a ingannarli: «Il grano? Me lo hanno preso i ribelli. Le bestie? Le hanno portate in montagna». I ribelli armati del '43 sono quattromila in tutta l'Italia, il problema della loro annona è, in pratica, inesistente per il mondo contadino; e poi il ribellismo è volontario, non toglie d'autorità braccia alle campagne, consente partecipazioni temporanee. Gli interessi egoistici del mondo contadino esistono, dureranno per tutta la guerra partigiana, sono gli egoismi insopprimibili della condizione contadina. Ma dietro sta salendo quanto vi è di probo e di generoso nella campagna, dietro si prepara la grande stagione insurrezionale dell'Emilia. Non a caso l'Emilia offre il primo luminoso esempio di lotta contadina. La storia dei fratelli Cervi è di quelle che svelano un mondo. Specchiandosi nella famiglia Cervi la ribellione si vede più alta e buona.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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Uno come sette: la famiglia Cervi

30 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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«Uno era come dire sette, sette era come dire uno ». Sopra i sette l'autorità del padre, l'amore quieto della madre. La famiglia Cervi è la famiglia patriarcale che arriva al socialismo senza l'intermediazione borghese: dal medioevo al marxismo. La cascina dei Cervi è a Praticello, fra Campegine e Gattatico, nella provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, la moglie Genoveffa Cocconi, i sette figli, le mogli, i nipoti: ventidue persone. Il più anziano dei figli, Gelindo, ha 24 anni, poi in ordine di età ci sono Antenore, Aldo, Ferdinando. Agostino, Ovidio, Ettore. Gli sposati sono quattro con dieci figli. La moglie di Gelindo sta aspettandone uno.

I Cervi sono dei bravi agricoltori: entrati come fittavoli nel fondo nel 1934, ci hanno trovato cinque fra vacche e vitelli; adesso nella stalla ce ne sono cinquanta, la terra rende. I Cervi sono istruiti, sono la campagna riscattata dalla predicazione socialista; nella piccola libreria della cascina ci sono opere di Dostoevskij, di Jack London, manuali di agricoltura, le raccolte della «Relazioni internazionali» e della «Riforma sociale» di Einaudi. Aldo è il più colto, con più vivi interessi politici. Nella famiglia ognuno ha la sua specialità, chi si occupa dei campi, chi degli alveari, chi delle macchine, chi della stalla, ma le decisioni importanti le prende babbo Alcide. I Cervi sono antifascisti. «Cosa vuole», dice il padre, «noi siamo fatti così, siamo per la libertà». Il 25 luglio quando è caduto il regime il vecchio Alcide ha raccomandato ai figli: «Ragazzi, niente vendette», e ha offerto tre quintali di farina e venticinque chili di burro e centinaia di uova per la gigantesca mangiata di tagliatelle a cui ha invitato tutto il paese. All'8 settembre i Cervi passano alla resistenza: non una resistenza armata come si fa sulla montagna, ma legata alla famiglia e al lavoro, che fa di ogni atto di vita un atto di guerra, che dà a ogni momento della giornata un significato di cospirazione. Aldo è salito sulla montagna, sul Ventasio e a Toano, a cercare i ribelli, che non ci sono o sono troppo deboli. Allora i Cervi si dedicano ai prigionieri di guerra fuggiti dai campi, ne passano ottanta dal settembre al novembre nella loro cascina.

la-casa-della-famiglia-Cervi.jpgIl 25 luglio babbo Cervi non ha voluto vendette: un fascista del paese lo ripaga con la spiata. I fascisti di Reggio arrivano al cascinale nella mattinata nebbiosa, lo circondano, bloccano le uscite. L'ufficiale che li comanda grida: «Cervi arrendetevi!». I Cervi corrono alle armi, rispondono sparando. Poi devono cedere: gli assalitori hanno dato fuoco al fienile, se la casa brucia muoiono anche le donne e i bambini. Prima di uscire Aldo dice: «Tutto quello che è accaduto è opera mia, io mi prendo tutta la responsabilità. Al massimo una parte della colpa può prendersela anche Gelindo. Almeno cinque devono tornare vivi». I Cervi escono dalla cascina: primo il padre a braccia alzate; seguono i prigionieri di guerra. I fascisti li fanno salire su un camion:' poi saccheggiano la cascina. Alla caserma del Servi, a Reggio Emilia, li interrogano, li invitano a passare alla repubblica fascista. «Crederemmo di sporcarci», dice Aldo a un Poliziotto che insiste.

La sera del 27 dicembre i gappisti Bagno in Piano uccidono il segretario del fascio Vincenzo Onfiani. La rappresaglia è immediata, il tribunale speciale, istituto ai primi del mese, giudica i Cervi senza farli comparire, li condanna a morte con una sentenza per cui non è occorsa la camera di consiglio. Si apre la porta della cella: «La .famiglia Cervi al completo» grida un milite. Escono ma il milite ferma babbo Alcide: «No, tu no, tu sei troppo vecchio». «Vi portano a Parma» dice un compagno di cella. «Ma che Parma», fa Aldo, «fra mezz'ora non siamo più vivi.». Antenore mentre cammina per il corridoio mormora: «Mi dispiace se ci fucileranno, non vedete che bel cappotto mi sono fatto?».

Babbo Alcide saprà della loro morte solo l’8 gennaio. Quel giorno gli Alleati bombardano Reggio, una bomba cade sul carcere, i prigionieri fuggono. Alcide torna a casa e la trova distrutta. I sopravvissuti tacciono e piangono., Il vecchio guarda le donne, i nipoti e dice: «Su, non c'e tempo da perdere, dopo un raccolto ne viene. un altro». Alla parete bianca della cucina sono appesi sette ritratti. La madre muore dopo un anno, di crepacuore. Babbo Alcide resiste, regge la famiglia.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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I contadini di montagna e i ribelli

27 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono contadini anche quelli della montagna, fra cui vive la ribellione armata. Spettatori di prima fila, spesso coinvolti nel dramma, i montanari sanno poco dei motivi politici della ribellione e ne ascoltano senza convinzione le facili promesse: «Avrete una bella casa, avrete la luce, la strada». Guardano e tacciono: conoscono la storia, nella montagna niente è mai cambiato. Non è il calcolo che decide il favore dei montanari, ma l'istinto: nei ribelli si riconoscono, sono quasi tutti ragazzi della provincia, sanno il dialetto, le canzoni, le usanze; gli ricordano i figli morti in Russia non tornati dalla Grecia, dall'Africa: «Faccio per voi quello che farei per lui». «Se non ci diamo una mano fra noi ... ». La coscienza politica dei montanari è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiù nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell'omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una. località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare.

Nei primi mesi i rapporti con la ribellione non corrono sempre lisci: il montanaro e il cittadino devono capirsi. Il montanaro è fatto a suo modo, per lui il pensiero della sussistenza ha quel valore preciso, concreto, che la gente di città, ha quasi dimenticato. Di fronte alla roba la sua reazione è primitiva: se può la prende e la nasconde. Nei giorni dell'armistizio i montanari hanno fatto sparire tutto ciò che l'esercito ha abbandonato nelle valli: muli, coperte, camion, bidoni di benzina. Chi ha preso di più è invidiato dagli altri i quali ne parlano con i ribelli, alla maniera montanara dell'allusione. Si va nella casa indicata: «Amico, tira fuori la benzina, te la paghiamo. Sveglia, dicci dove hai sepolto i bidoni». Non parla, si lascia mettere contro il muro, si lascerebbe fucilare senza parlare. Ma se il nascondiglio viene scoperto non prova rancore, sorride: «È andata così». La montagna lo ha educato ai grandi egoismi, ma anche alle grandi generosità, a essere solidale senza limite nei momenti del pericolo. Lo stesso montanaro che mette in pericolo la vita per negare al ribelle la benzina nascosta, se la gioca per aiutarlo se è ferito. Migliaia di partigiani feriti ospiti di famiglie che rischiano la perdita di ogni avere e della vita, si chiederanno il perché, ritroveranno l’umiltà e la riconoscenza. Anche per i consigli preziosi che il montanaro sa dare, per come insegna i modi e la filosofia della resistenza elementare: stare senza lacrime di fronte alla baita incendiata dal tedesco: il tetto brucia ancora e già si rovista fra le macerie, per ricostruire. …

La montagna arriva alla ribellione lentamente: si passa dai piccoli incarichi ausiliari - «tienici questo grano, facci macinare questo grano; imprestaci il mulo» - alle prime squadre che collaborano nei servizi di guardia e di corvée. Il terrore: ecco ciò che stringe i tempi nelle città come nelle montagne; il terrore lega dovunque. Boves che ha aperto la storia della montagna percossa dal terrore nazista è la prima a confermare la fedeltà della montagna: il 31 dicembre, quando il tedesco torna ad incendiare, si vedono i civili combattere per le strade, e uno sparare fino alla morte sicura dall'alto di un campanile.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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La grande parata di distintivi e uniformi

21 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Uno degli aspetti più grotteschi del ventennio fascista fu certo l'orgia di divise e di distintivi elargiti in abbondanza dal regime.

 

Proviamo a enumerarli. C'erano i semplici fascisti che, pochi per amore e moltissimi per necessità, recavano il comune distintivo all'occhiello e che si affrettarono a liberarsene la mattina del 25 luglio. E c'erano i fascisti autorizzati ad adornarsi di placche, ricami, galloni, cordelle, sciarpe, fazzoletti, alamari, sproni, berretti, pennacchi, cinturoni, gambali e altre buffetterie.

La gente osservava curiosa questa pittoresca coreografia e non riusciva a raccapezzarsi; gli stessi attori si truccavano, come quelli di una grande compagnia di riviste, più secondo la propria che l'altrui fantasia, e se venivano interpellati sarebbero stati imbarazzatissimi a spiegare quali differenze correvano tra un fregio e l'altro. Oltre al distintivo ufficiale smaltato, molti occhielli si ornavano anche di una spilletta con la data del 1919; chi la portava era un «diciannovista», ossia uno dei precursori. I distintivi ufficiali erano tredici; oltre all'ordinario, c'erano quelli del G.U.F., dell'O.L.D. (operaie lavoranti a domicilio, le domestiche, insomma), M.R. con la spiga (massaie rurali), A.F.S. con testa di Minerva su fondo vinoso (Associazione fascista della scuola), A.F.P.I. con piccolo panorama urbano, A.F.A.S. con sfondi di ciminiere, A.F.P. con fili su isolatori e corno da caccia. Gli ultimi tre, rettangolari, smalto azzurro, simboli in oro, erano delle Forze Civili. Altre quattro placchette ovali, oro e nero, al centro una falce fiammante in rosso, contrassegnavano l'A.F.F.C.M.I.F.R. (Associazione fascista famiglie caduti, mutilati, invalidi e feriti per la rivoluzione), nonché i mutilati, invalidi e feriti stessi.

Nella categoria dei distintivi, per così dire, complementari c'era poi quello rosso quadrangolare di squadrista, spavalda affermazione di avere partecipato a spedizioni punitive. Se ne ebbe una fioritura quando fu decretato un premio di mille lire agli squadristi; se ne vedevano sul petto di ometti i quali, si poteva giurarlo, non avevano mai fatto male a una mosca.

Nelle grandiose adunate deliranti come nelle manifestazioni, commemorazioni, inaugurazioni, rapporti minori ma sempre «vibranti», si potevano vedere le sfilate e i campionari delle più diverse, fantasiose uniformi, portate spesso con imbarazzo umiliante da gente che indossava la camicia di Nesso (n.d.r. essere un tormento insopportabile), ed erano professori universitari, vecchi e gravi funzionari, panciuti senatori: una berlina.

I «divi» potevano scegliere, e preferivano l'uniforme della Milizia. C'era il grado eccelso, del primo caporale d'onore, gallone triangolare, aquila rannicchiata dentro lo stemma, il fascio nelle unghie; tutto d'oro se per la divisa nera, rosso per il grigioverde. Unico e assai più modesto il contrassegno degli altri caporali d'onore, senz'aquila. Subito dopo venivano, per benemerenza, i «sansepolcristi» - tanti che il salone di piazza San Sepolcro avrebbe dovuto essere una piazza d'armi - con uno strano scudetto, perché una fiamma divorava sino a metà le verghe d'oro e minacciava la scure d'argento. Bisognava avere occhio per distinguere tra loro i componenti del direttorio, tutti sfoggianti uno scudo orlato di cremisi, un secondo bordo d'oro, fondo cinerino, fascio d'oro, scudo d'argento, stellette d'oro. Se le stellette erano tre e avevano un orlo purpureo si trattava del segretario del partito, e se non avevano l'orlo di un vicesegretario, o componente del Gran Consiglio, o ministro, o sottosegretario. Due stellette competevano ai membri del Direttorio nazionale, una agli ispettori del Partito. Attenti alle stellette anche per i gerarchi delle Federazioni: due orlate di rosso per il federale, una per il direttorio, nessuna per l'ispettore federale.

La fatidica iniziale «M» su tutti gli sfondi, condita nei più diversi modi, era riservata alle gerarchie femminili: Fasci, massaie, lavoranti a domicilio. Simboli di stoffa da applicarsi appartenevano alle diverse Associazioni, con sedici differenti contrassegni. Cerchi azzurri racchiudenti i soliti fasci, stelle e stemmi erano per il C.O.N.I., diciassette in tutto. Sei ce n'erano per gli ufficiali in congedo, altrettanti per la Lega Navale; una infinità per i reparti d'Arma. Persino l'Associazione musulmana del Littorio. Poiché qualche musulmano poteva essere sfornito di divisa, uno ne era stato creato da applicarsi all’abito civile.

Senatori e consiglieri nazionali avevano i loro bravi rettangolini di stoffa da applicarsi sul petto; presidi, vicepresidi, rettori della Provincia, podestà e vicepodestà, i cosiddetti liberi professionisti e artisti, capi e dirigenti di aziende si ornavano di simboli svariati, e grande profusione di azzurro e oro si distribuiva sul berretto, la bustina, le manopole, le spalline dei dirigenti, fiduciari, addetti alle varie sezioni del G.D.F. compresi quei fiduciari di facoltà che, negli atenei, ricevevano spesso il più ossequioso saluto romano del rettore magnifico. La tinta scelta per la G. I. L. era il grigio cenere con profusione d'oro e amaranto un po' dovunque sulla divisa e i berretti: una quarantina di gradi ai quali corrispondevano le più diverse forme e dimensioni. Ultima nota di colore, anzi di più colori: ventidue diversi distintivi di carica per funzionari e impiegati.

Era proibito dire cortei: bisognava dire adunate: si vedevano colonne di uomini in camicie nere o in orbace, ragazzini figli e figlie della Lupa, balilla, lupetti e avanguardisti e Giovani fascisti in grigioverde o in candida tenuta estiva.

Una rivoluzione nel guardaroba fascista si verificò quando al fez nero frangiato venne sostituito il berretto a visiera con un'aquila in mezzo.

 

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra - I 45 giorni. che sconvolsero l'Italia – Rizzoli 1993

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da un giornale tedesco del 22 febbraio 1930

21 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel febbraio del 1930, quando la potenza di Mussolini e il prestigio dell' Italia fascista sembravano toccare il vertice, un pubblicista tedesco dava alle stampe su un giornale di Berlino il seguente profilo del dittatore:

 

"La forza di Mussolini consiste nel non rivelare mai quanto egli sia debole in realtà. Da secoli il mondo non è stato giocato da un bluff così completo. Bluff del progresso così vantato: meno disoccupati, ma milioni di uomini costretti a lavori di puro prestigio; bilancio passivo, debito pubblico crescente. Nessuno sa come i buoni del tesoro saranno pagati alla prossima scadenza. L'Italia «non ha più bisogno di danaro straniero», perché non riceve più credito da nessuno. Dappertutto prestiti surrettiziamente forzosi, quindi nessun bilancio sincero. Ogni "fascio" tassa le imprese secondo un suo proprio criterio. Licenziamenti impossibili senza permesso dell'autorità politica, quindi rapido aumento di fallimenti e di cambiali insolvibili.

Si cerca una via d'uscita in un nuovo rialzo dei dazi, che impedisce qualsiasi importazione ma non lascia nessuna possibilità di compenso all'esportazione e deve far rincarare fino all'inverosimile il costo della vita, il cui tenore è già caduto molto in basso. Il Duce deve annunziare che lo stato aiuterà le industrie e i commerci sofferenti, ma nello stesso tempo il ministro delle Finanze invita ad abbandonare ogni lavoro pubblico non assolutamente necessario, e tuttavia stanzia egualmente 350 milioni per materiale ferroviario non necessario, per dare l'illusione di un'intensa attività. Nessuno può veder chiaro nelle cifre pubblicate e molto sospette. Ciascuno sente che la macchina marcia intensamente ma gira a vuoto. E questo stato povero adopera milioni innumerevoli per sostenere i giornali del regno, affinché lodino sempre da capo le opere del fascismo, li prodiga per ungere all'estero i più equivoci individui e comperarsi pubblicità. Esso ha danaro per la Milizia "volontaria", per eserciti polizieschi di spie in tutto il mondo.

Quanto più povero e oppresso diventa il paese, quanto più chiaramente gli uomini al potere sentono il suo malcontento e la sua ira, tanto più enormi somme spendono per lavori d'inutile prestigio o di distrazione e tanto più rapidamente quindi l'Italia diventa povera e l'odio cresce: cerchio del destino che non si può rompere, al quale Mussolini è legato finché la sentenza del fato si compia. Egli ha bisogno dei più forti eccitanti della vanità per dare spettacoli invece di pane; e, come si conviene a un Napoleone senza vittorie, lo scherzo nel suo regno è delitto capitale... In lui come in Bismarck e in Clemenceau, c'è uno sconfinato disprezzo degli uomini. Egli è spinto soltanto dalla sua volontà di dominio: vuol contemplare se stesso nella vita e nelle opere. Con maestria consumata, egli gioca con gli uomini che egli conosce così a fondo. Trova sempre per loro nuovi giocattoli, azioni di parata, profezie, lusinga loro e se stesso parlando di grandezza e di potenza, ed essi come lui sentono l'inganno, ma non lo vogliono vedere: uno spettacolo allo stesso tempo impressionante e grottesco. Dopo la sua fine che potrà avvenire in dieci mesi o in dieci anni, ma che indubbiamente sarà una fine spaventosa, il mondo stupirà anche più della menzogna di questa dittatura che di quella della guerra mondiale. Lo stato divinizzato sarà polvere come nessun altro. Si riconoscerà allora che qui c'era un carcere con 40 milioni di carcerati, condannati all'entusiasmo; un paese dal quale tutti sarebbero fuggiti, in cui erano trattenuti con la forza, un'esaltazione senza spirito, senza idea, senza un solo nome di fama mondiale; una mancanza di riflessione che voleva essere politica realistica; una miseria che dissipava il suo denaro per una schiera di avventurieri e di spioni; un regime che disprezzava le democrazie corrotte e rubava con mani rapaci; un nazionalismo che si dava al servizio di tutti gli imperialismi stranieri per una mancia miserabile".

LUDWIG BAUER, in «Tagebuch» del 22 febbraio 1930.


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Le vittime del fascismo

I 42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale.

Coloro che subirono 28.000 anni di carcere e confino politico.

Gli 80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica dal generale Graziani.

I 700.000 abissini barbaramente uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive "operazioni di polizia". I combattenti antifascisti caduti nella guerra di Spagna.

I 350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale.

I combattenti degli eserciti avversari ed i civili che soffrirono e morirono per le aggressioni fasciste.

I 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno.

I 640.000 internati militari nei lager tedeschi di cui 40.000 deceduti ed i 600.000 e più prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi tra i reticolati, in tutte le parti del mondo.

I 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all'estero.

Le migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.

Quei giovani che, o perché privi di alternative, o perché ingannati da falsi ideali, senza commettere alcun crimine, traditi dai camerati tedeschi e dai capi fascisti, caddero combattendo dall’altra parte della barricata.

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

Monito della storia. Dalla Liberazione alla guerra fredda 1945-1948. Numero unico a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta – Como, aprile 1999

 

 

 

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La stampa italiana durante il ventennio fascista

18 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il Ministero della Cultura popolare e la stampa asservita.

Dal 1925-26 non esisteva più libertà di stampa in Italia; ma ciò non basterà al regime fascista, che controllerà attentamente la sua stessa stampa e, a tal uopo, creerà nel 1935 il Ministero della Cultura popolare. Dei fatti e misfatti di questi «ordini alla stampa» tratta Leone Bortone in un articolo su «Il Ponte», ottobre 1952, dal quale è ricavato questo brano (pp. 1393-1395).

 

Degli ordini impartiti il Ministero rispondeva unicamente al «Duce».

Ogni particolare che lo riguardasse era sottoposto ad attentissimo vaglio: tutta la stampa fascista, in definitiva, non doveva essere che il piedistallo di un mito; e, come accade a tutti i despoti, Mussolini finiva per rimanere prigioniero. Non si poteva chiamarlo Capo, ma soltanto Duce; per lui gli anni non dovevano passare: proibito occuparsi del suo compleanno o qualificarlo come nonno.

 

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Mussolini amava posare da uomo del popolo, ma non gli piaceva ballare; immagini del genere furono bandite.

 

Né era consentita pubblicità agli svaghi che anche il resto dei mortali poteva condividere con lui: «Non si deve pubblicare che il Duce ha ballato». Tutto quello che poteva, invece, esaltare la sua figura veniva «sensibilizzato all'estremo con una tecnica in cui il parossismo adulatorio si univa al più teatrale degli istrionismi. L'apoteosi finiva nella claque. Eccone qualche esempio: «Dire che il Duce è stato chiamato dieci volte al balcone»; «Rilevare l'ammirazione e l'interesse del pubblico per il fatto che il Duce vestiva la divisa di primo maresciallo dell'Impero»; «Si conferma la disposizione concernente l'assoluto divieto di abbinare altri nomi alle acclamazioni all'indirizzo del Duce». Ogni suo «storico» discorso provocava la mobilitazione totale del Ministero e della stampa: le note di servizio diventavano concitate e perentorie, imponevano un'eco di parecchi giorni. Leggiamone qualcuna, a caso, avvertendo che per brevità non le riprendiamo per intero: 24 febbraio 1941: «Massimo rilievo allo storico discorso del 23 feb­braio. "Sensibilizzare" la prima pagina anche nei sottotitoli. Rilevare nei commenti i punti principali del discorso. Mettere in evidenza che milioni di persone in tutta Italia e all’estero hanno ascoltato il discorso del Duce malgrado che non fosse stato preannunciato se non mezz'ora prima. Riportare la cronaca delle manifestazioni in tutta Italia e le impressioni e i commenti dall'estero». E il giorno dopo: «Riprodurre ampiamente e sensibilizzare le varie reazioni nelle varie città italiane e straniere al discorso del Duce. Interrogare uomini e donne di differenti categorie sociali chiedendo quali sono i punti del discorso del Duce da cui più sono stati colpiti ... I punti principali del discorso dovranno essere illustrati nei giorni prossimi con commenti editoriali e anche con articoli di collaboratori e scrittori, sempre in prima pagina, di fondo. Riprodurre in quadretti staccati oppure su 1-2 colonne in neretto i punti salienti del discorso ... ». E dopo aver continuato, il giorno seguente, a imporre commenti dall'interno e dall'estero, una nota del 26 febbraio insaziabilmente prosegue: «La prima pagina dei giornali deve essere ancora intestata per tutta la settimana sul discorso del 23 febbraio; riportare anche in prima pagina i passaggi principali del discorso del Duce, in quadretto o in «palchetto» o in linee smarginate o in altra forma di rilievo tipografico che potrà essere escogitata dai Direttori». (Sappiamo finalmente, da quest'ultima frase, che cosa ci stessero a fare i Direttori dei giornali). Per concludere, una disposizione permanente, qualche tempo dopo, prescrive: «I giornali riproducano ogni giorno una frase o brani di discorsi del Duce». Egli stesso suggerì edizioni straordinarie per il suo discorso dopo l'Anschluss e per la sua nomina, insieme al Re, a primo maresciallo dell'Impero.

 

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Una volta mandò al «Popolo d'Italia» una sua fotografia da sciatore, a torso nudo, commentando: «Serve da esempio ai sedentari».

Talvolta i discorsi di Mussolini erano a doppia faccia: una «feroce» per l'interno, l'altra, più conciliante, per l'estero. Non voleva rinunciare all'effetto di certe frasi, ma ne temeva l'eco al di là dei confini, come avvenne ad Eboli, nella imminenza della guerra etiopica, quando disse alle camicie nere: «Voi vedrete i cinque continenti del mondo inchinarsi e tremare di fronte alla vostra formidabile potenza fascista», ma la frase non venne riferita nella versione ufficiale purgata del discorso. « ... Tener presente, ammonisce una disposizione, in una occasione simile - il 31 ottobre 1938 che le parole pronunciate dal Duce .... non vanno pubblicate nel testo integrale, ma nel sunto che darà la Stefani».

L'adulazione della stampa ha con sé il suo correttivo: il ridicolo è la sua ombra. Il fascismo mancava, è vero, di senso del ridicolo, ma non fino al punto di ignorare l'effetto di comicità micidiale che avrebbero avuto frasi come le seguenti, che una nota dell'ottobre '41 si precipita ad annullare: «Nella cronaca Stefani della visita del Duce a Bologna togliere la frase con ripetute rotture di cordoni e l'altra: la folla è tanta che in certi punti il servizio d'ordine è fatto unicamente dai fragili cordoni dei balilla festanti».

Leone Bortone

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

 

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Le responsabilità della classe dirigente italiana nel consolidamento del regime fascista (1926-1935)

15 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel 1926 il fascismo si era trasformato in regime totalitario. Battuti, incarcerati, costretti all'esilio, qualche volta eliminati fisicamente i suoi più decisi oppositori, il fascismo poteva ormai procedere incontrastato.

Quale è stato il comportamento della classe dirigente italiana dell'epoca, cioè di uomini che, per l'autorità e il prestigio raggiunti nel campo della cultura, dell'insegnamento, del diritto o per le funzioni sociali e statali esercitate, avevano responsabilità primarie, non foss'altro d'esempio verso il popolo e i giovani in particolare?

 

La scuola

La fascistizzazione della scuola fu un'opera complessa, difficile e lunga, cui il regime si dedicò con tenacia e lungimiranza, ben sapendo l'importanza che rivestiva.

Il giuramento degli insegnanti

 

Vi provvide con la riforma Gentile, poi con quella Bottai, con i libri di testo e con la formazione di un corpo insegnante fedele o, almeno, ligio.

carta-scuola-Bottai.jpg La carta della scuola (1939)

 

 

Nelle scuole medie rimasero sempre, specie tra gli insegnanti più anziani, elementi non asserviti al regime che tuttavia riuscirono ad avere una certa influenza sui giovani. Tanto che il regime, non ignorando, vigilava, cercava d'intervenire, di intimidire gl'insegnanti non fascisti, di neutralizzarne l'ascendente sui giovani attraverso l'Opera Balilla, gli istruttori d'educazione fisica e una sottintesa costante polemica contro "i vecchi professori".

 

pagella 1943 retro  pagella 1931 fronte 

 

Migliaia di giovani italiani devono ai loro professori di ginnasio e di liceo se riuscirono a difendersi dalla nefasta influenza della propaganda fascista. E non furono rari gli episodi di persecuzione degli elementi più "pericolosi": sospensioni dall'insegnamento, trasferimenti e anche arresti. Il caso più celebre è quello di Augusto Monti, che era professore di liceo a Torino, condannato a cinque anni di reclusione, nel febbraio '36, insieme ai professori Michele Giua e Massimo Mila, nonché ai loro allievi Vittorio Foa, Vindice Cavallera, Alfredo Perelli (Norberto Bobbio e Cesare Pavese se la cavarono con l'ammonizione).

I docenti universitari, in numero più limitato, erano meglio influenzabili, controllabili e anche più esposti. Salvo rare e nobili eccezioni (il prof. Michele Giua, testé rammentato, ad esempio, docente di chimica al Politecnico di Torino, aveva lasciato spontaneamente l'insegnamento per non prestare giuramento di fedeltà al regime), si deve dire che una troppo rilevante parte di costoro, a differenza dei professori di scuola media, si piegò al fascismo o fu, addirittura, ferventemente fascista.

 

A partire dal '31, il· regime pretese dai docenti universitari il giuramento di fedeltà. Quando questa mortificazione fu imposta, l'8 ottobre '31, solo undici professori, su un corpo accademico che si aggirava attorno ai 1250, si rifiutarono di prestare giuramento, rinunciando alla cattedra.

Gi undici “obiettori” furono:

Giuseppe Antonio" Borgese, docente di Estetica all'Università di Milano : Ernesto, Buonajuti, Storia del Cristianesimo, Roma;

Mario. Carrara, Antropologia Criminale, Torino; Gaetano De Sanctis, Storia Antica, Roma; Giorgio Errera, Chimica, Pavia; Giorgio Levi della Vida Lingue Semitiche, Roma: Pietro. Martinetti, Filosofia, Milano.; Bortolo Negrisoli , Chirurgia, Bologna; il sen. Francesco. Ruffini, Diritto. Ecclesiastico, Torino; Edoardo Ruffini-Avondo, Storia del Diritto, Perugia; Lionello Venturi, Storia dell'Arte, Torino.

Non giurarono, inoltre, perché chiesero il collocamento a riposo in quei giorni, Vittorio Emanuele Orlando, che insegnava Diritto Costituzionale a Roma e Antonio De Viti De Marco, docente di Scienza delle Finanze a Roma.

Anche Guido De Ruggiero riuscì a conservare l'insegnamento. senza giurare.

Certamente, non che tutti i giuranti fossero o fossero divenuti di convinzione fascista. E neppure che tutti giurassero per semplice tornaconto o comodità. Vi erano, probabilmente, quelli che, considerata la natura della materia insegnata, conclusero che per essi il giuramento fascista era vuoto di contenuto.

Il fascismo, prima ancora d'ingannare i giovani del suo tempo, riuscì a piegare, proprio per valersene a quello scopo, tante personalità della cultura.

 

L’alta cultura

L’opera di penetrazione, di condizionamento, di controllo e, purtroppo, anche di conquista- che il regime condusse nei confronti della cultura fu estesa e capillare.

Il 19 dicembre '25, su iniziativa di Giovanni Gentile, fu data vita a un Istituto Fascista di Cultura che, in seguito, con espressione più appropriata, divenne l'Istituto di Cultura Fascista: poiché. tutta la cultura in un regime totalitario, non poteva che essere fascista e. nella maniera più integrale.

Col procedere degli anni e degli eventi, l'Istituto fu potenziato e divenne uno strumento di capillare penetrazione in tutte le provincie e in tutti i rami della cultura che, non solo e non tanto riuscì ad esercitare un controllo e un'influenza sul mondo della cultura ufficiale, ma soprattutto attrasse e impegnò, etichettandoli, in un'attività essenzialmente propagandistica, gran numero di docenti universitari, letterati, artisti, ecc.

Organo ufficiale di quell'Istituto fu la rivista Educazione Fascista, divenuta dopo il '34 Civiltà Fascista.

Agli inizi del '26, Mussolini pensò d'istituire l'Accademia d'Italia. Ne decise e annunciò la fondazione fin dal 25 marzo 1926, ma la lasciò in incubazione per tre anni e mezzo: la solenne inaugurazione avvenne, infatti, il 28 ottobre 1929.

Molti dei suoi membri per i meriti culturali eccezionali, la notorietà spesso mondiale, l'ascendente e il prestigio di cui alcuni di quegli uomini godevano, non potevano ignorare il sottinteso politico insito nell'accettazione della "feluca", che era, in fondo, un fez da tenuta di gala.

Anche quando ciò non avesse significato, per essi, adesione o sottomissione al fascismo, era, sempre un modo di illustrarlo, di non mostrare ripugnanza per un regime che, proprio in quegli ultimi tre anni, tra il '26 e il '29, aveva sepolto in galera o condannato all'esilio centinaia di uomini liberi, di cui alcuni  come Gramsci, Gobetti, Turati e tanti altri non erano certo, anche per ingegno, inferiori a nessuno di coloro che venivano ricoperti di alamari d'oro, per “meriti culturali”.

Fu anche questo un pessimo insegnamento per i giovani; come pensare di resistere al fascismo (o come disperatamente solitario diventasse il tentare di farlo), quando il fascismo, a ogni inaugurazione di anno accademico, poteva esibire sulla ribalta scienziati, studiosi, artisti, scrittori al cui genio o alle cui opere i giovani guardavano con reverenza e ammirazione.

 Guglielmo Marconi presidente Accademia Italia  Guglielmo Marconi in divisa fascista 1934

Guglielmo Marconi presidente dell’Accademia d’Italia e in divisa fascista 1934

 

Il 31 maggio 1939 l'Accademia dei Lincei, antica istituzione culturale indipendente dal regime, fu fatta assorbire dalla Reale (e fascista) Accademia d'Italia; e i suoi membri trasformati in membri "aggregati" di quest'ultima. Vi si trovavano tra gli altri, uomini quali Concetto Marchesi Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jernolo, di noti sentimenti antifascisti. Anche costoro furono "aggregati." E, quasi la mortificazione non bastasse, vennero immessi al loro fianco, con lo stesso rango accademico, notissimi fascisti: non solo ex ministri o professori di università ma anche gerarchi.

 

 

Un episodio significativo di questo collettivo asservimento avvenne alla fine del '32, quando venne inaugurata la " Mostra della Rivoluzione Fascista, " che rimase aperta fino al 1935.

 

ingresso mostra rivoluzioneVi furono accompagnati a visitarla sovrani e ministri stranieri, delegazioni di cardinali e di vescovi, personalità di ogni tipo. In una sala vi era il "sacrario dei martiri fascisti," dove non si poteva non chinare il capo. Illustri personaggi vi montarono la guardia.

Secondo la liturgia del tempo, infatti, fu stabilito che, ogni giorno, un diverso drappello di militi, più o meno onorari, rendesse gli onori, appunto, alla istituzione che era stata approntata nel Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale a Roma.

Balilla e avanguardisti, deputati e senatori, gerarchi di periferia e italiani venuti dall'estero, generali e magistrati, ministri e accademici d'Italia, scrittori, poeti, artisti, filosofi, scienziati: a ognuno toccò il suo turno.

Indrappellati in divisa o in orbace, distinti in "mute" per darsi il cambio, all'esterno o all'interno, dell'edificio, uomini con i capelli grigi e magari con la pancia si alternavano in posizione di presentatarm nei punti stabiliti. E, tra mezzogiorno e la una, venivano condotti in giardino a consumare il rancio.

La verità è che Mussolini si compiaceva di quelle esibizioni. Sventuratamente, nemmeno il ridicolo o il grottesco, in un Paese dove anche la gente semplice e incolta è pronta a cogliere il lato umoristico delle cose, trattennero tanti uomini di cultura dal prosternarsi davanti al regime.

 

 

Coloro che resistettero

Non mancarono, dopo il '26 uomini di cultura, oltreché politici, i quali sepperò trovare la strada della dignità, anche quando passava per la galera e per l'esilio. Tra questi (e solo per accennare ad alcuni) docenti illustri come Gaetano Salvemini, giornalisti come Alberto Cianca, direttore dell'amendoliano Il Mondo, Riccardo Bauer, direttore de Il Caffè, Ernesto Rossi, Ignazio Silone, Piero Calamandrei, Silvio Trentin e diversi altri che continuarono a battersi e “non mollarono” mai.

Oltre a questi, che finirono quasi tutti in prigione o esuli (e diversi non tornarono più), non si deve neppure dimenticare la grande schiera degli "oscuri": di coloro che rimasero in Italia, non presero la tessera, non concorsero a cattedre, rinunciarono a pubblicare e, quand'anche non affrontarono persecuzioni, si tennero volontariamente in disparte, per venti anni e senza garanzia d'essere ripagati. Proprio per questo, anzi, rimasero oscuri, quasi sempre, anche dopo: semplici insegnanti di provincia, studiosi o artisti "inespressi", gente che ridimensionò la propria vita, anche professionale, sacrificando vocazioni e capacità.

 

Nel 1925 Gaetano Salvemini aveva dato vita con Piero Calamandrei ed Ernesto Rossi ad uno dei primi giornali clandestini di opposizione, il “Non mollare” (la libertà di stampa ormai era stata soppressa).

 

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Le dimissioni di un professore universitario

«Signor Rettore

la dittatura fascista ha soppresso, ormai completamente, nel nostro Paese quelle condizioni di libertà, mancando le quali l'insegnamento universitario della storia - quale io la intendo - perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridursi a servile adulterazione del partito dominante, oppure ad esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni.

Sono costretto perciò a dividermi dai miei giovani e dai miei colleghi con dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso.

Ritornerò a servire il mio paese nella scuola quando avremo riacquistato un governo civile».

Gaetano Salvemini

 

 

 

 

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