Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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A proposito di scuola …

17 Octobre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Pubblichiamo il discorso, pronunciato da Piero Calamandrei a Roma l’11 febbraio 1950, al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), perché ci sembra ancora di attualità.

 

«Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. ...

 

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale».

 


 

frontespizio pagella anno 1940                                                      dal sillabario anno 1930

 




  

 

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In memoria di Gianfranco De Capitani da Vimercate

3 Octobre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi



A Lissone, dal 12 ottobre 2008,  c'è ancora un luogo dedicato ad un giovane concittadino morto in un lager nazista: i giardini, tra Palazzo Terragni ed il vecchio municipio, hanno assunto la denominazione “Largo Gianfranco De Capitani da Vimercate”.
Accolta dalla Giunta Comunale una proposta della Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Questi i fatti:
l’11 giugno 1963 l’Amministrazione comunale di Lissone decise, con delibera del Consiglio Comunale n°43, di intitolare alcune vie della città a lissonesi protagonisti della Resistenza e della guerra di Liberazione. Vennero così dedicate alcune vie della città ad antifascisti lissonesi fucilati dai nazifascisti o morti nei campi di concentramento nazisti tra cui Gianfranco De Capitani da Vimercate, morto nel lager di Ebensee.

Il 12 aprile 1999, con delibera di Giunta n°152, la denominazione della Via Gianfranco De Capitani da Vimercate fu sostituita con una nuova, con la seguente motivazione: ”L’esistenza di due vie aventi denominazione simile e particolarmente lunga (via Carlo De Capitani da Vimercate e Gianfranco De Capitani da Vimercate) causa gravi disagi che penalizzano ingiustamente le persone e le famiglie residenti … per il ripetersi di malintesi ed errori”. “Si preferisce sostituire la sola denominazione Gianfranco De Capitani da Vimercate in considerazione del fatto che l’insediamento abitativo ivi presente di recente realizzazione interessa una quindicina di famiglie”.
Nel gennaio 2007, in occasione del “Giorno della Memoria”, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Lissone, a nome anche dei parenti, chiese all’Amministrazione comunale di trovare una soluzione per ricordare Gianfranco De Capitani da Vimercate.
Il 12 marzo 2008 la proposta è stata accolta: la Giunta comunale, con delibera n°85, ha stabilito di intitolare i giardini adiacenti Palazzo Terragni “Largo Gianfranco De Capitani da Vimercate”.
Domenica 12 ottobre 2008 alle ore 11 è stato inaugurato il Largo a lui dedicato.




Lissone, 12 ottobre 2008

Intervento del presidente dell’ANPI di Lissone, Renato Pellizzoni, durante la cerimonia di inaugurazione del Largo dedicato a Gianfranco De Capitani da Vimercate, caduto per la Libertà
Lissone 4 febbraio 1925  -  Ebensee 5 dicembre 1944

 

 

Con l’inaugurazione di oggi avremo ancora un luogo di Lissone dedicato a Gianfranco De Capitani da Vimercate. Era un desiderio dei suoi parenti, in particolare di suo fratello Mario e delle nipoti, Carlotta e Giovanna, di un suo amico e coetaneo, Santino Lissoni, ma anche della nostra associazione, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Lissone.

Chi era Gianfranco De Capitani da Vimercate? Era un giovane diciannovenne lissonese che il 5 dicembre 1944, dopo nove mesi di prigionia e di lavoro coatto in condizioni disumane, moriva nel lager nazista di Ebensee, per non essersi presentato alla chiamata della Repubblica Sociale di Mussolini, per continuare una guerra ormai persa al fianco degli occupanti nazisti.

Ripercorriamo alcuni momenti della sua breve esistenza.

Gianfranco De Capitani da Vimercate nacque il 4 febbraio 1925 a Lissone in Via Umberto I (l’attuale Via Giuliani); era figlio di Giuseppe e di Carlotta Arosio. La sua era una famiglia numerosa. Gianfranco crebbe, infatti, in compagnia di altri cinque fratelli e quattro sorelle.

I De Capitani da Vimercate, di antiche origini nobiliari, appartenevano ad una borghesia illuminata: erano proprietari di un’industria del legno e avevano creato l’industria del compensato. Nel 1920, infatti, a Lissone era nata la più grande fabbrica italiana di tranciati e compensati, l’Industria Nazionale Compensati ed Affini (INCISA).

Lo zio di Gianfranco, commendatore Carlo De Capitani da Vimercate, dal 15 settembre 1924 era Commissario prefettizio di Lissone, insediatosi in attesa della nomina del podestà.

Dall’ottobre 1922  al governo dell’Italia c’era Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva affidato l’incarico dopo la marcia su Roma.

Nel mese di novembre del 1922 si era costituita a Lissone la sezione locale del Fascio nazionale di combattimento. Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il Listone di Mussolini, che su scala nazionale aveva avuto una media del 60% dei votanti, scesa al 18,7 % in Brianza, a Lissone aveva ottenuto il peggiore dei risultati elettorali d’Italia con 307 voti (pari al 13,2 %). Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza.

Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano furono distrutti circoli cattolici e socialisti; a Monza furono devastate le sedi de «Il Cittadino» e della Camera del Lavoro.

A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

Il paese contava quasi 13.000 abitanti.

Alle scuole elementari la maggior parte dei ragazzi andava in classe con gli zoccoli.

Un alunno di allora mi ha raccontato di ricordarsi ancora di quel disordinato “totoc” degli zoccoli che battevano l’uno contro l’altro sul pavimento di legno quando, al mattino, tutti gli scolari si mettevano sull’attenti e facevano il saluto romano alla maestra che entrava in classe.

Essendo la scuola elementare di Via Aliprandi ormai insufficiente a far fronte alle esigenze della popolazione scolastica, erano iniziati i lavori di costruzione della nuova scuola elementare (sarà poi dedicata a Vittorio Veneto e le singole aule assumeranno i nomi delle principali località della guerra, conclusasi da soli sei anni).

Uno dei problemi che affliggevano il paese era la carenza degli alloggi per effetto del costante sviluppo demografico, dovuto all’ immigrazione e all’alto tasso di natalità.

Il commissario prefettizio Carlo de Capitani da Vimercate, per cercare di risolvere in parte questa crisi, assunse impegni a livello personale e affidò ad un ingegnere di Monza l’incarico di progettare case per operai ed impiegati.

Il 17 ottobre 1924 era stata inaugurata la nuova chiesa (l’attuale prepositurale SS Pietro e Paolo) anche se non era ancora stata finita. Il suo altare maggiore era stato donato da Carlo De Capitani da Vimercate.

La Pro Lissone era in piena attività. Lissone, infatti, era dotata di un centro sportivo in perfetta linea con i principi fascisti del culto del corpo e dell'esercizio fisico.

La Società sportiva lissonese, alla vigilia del conflitto del 1915-18, aveva contribuito alla formazione della Croce Verde e Di Carlo De Capitani da Vimercate era stata anche l’idea di costituire il corpo dei pompieri.

Gianfranco frequentò la scuola elementare Vittorio Veneto di Lissone.

La scuola elementare aveva due sezioni distinte, maschile e femminile, con ingressi separati.

L’adolescenza di Gianfranco trascorse in modo spensierato; studio, giochi, vacanze. Era il beniamino della famiglia: era bello, studioso, affabile.

Gianfranco ha dieci anni quando, nel 1935 arriva a Lissone Starace (sarà la più alta carica del regime a giungere in città durante tutto il ventennio).

Alcuni antifascisti lissonesi, schedati, che più volte avevano subito pestaggi dai fascisti locali, vengono fermati e trattenuti: qualcun altro si rifugia in Francia per una settimana.

Gianfranco inizia a frequentare la palestra: il “salone” di Via Dante è un punto di riferimento per i giovani lissonesi.

Terminate le scuole elementari prosegue gli studi alle scuole medie e superiori (istituto commerciale) presso il Ballerini di Seregno.

Ha quindici anni quando il 10 giugno 1940 Mussolini trascinò l’Italia nella seconda guerra mondiale, alleandosi con la Germania nazista. Non poteva finire che così. Il regime che fin dalla scuola primaria tentava di inculcare nei ragazzi ideali bellicosi (credere, obbedire e combattere o libro e moschetto, fascista perfetto e altri slogan) manda in guerra tanti giovani e meno giovani che vengono richiamati alle armi.

Gli amici di Gianfranco, con i quali frequentava la Pro Lissone, lo chiamavano Gianni. Era robusto, si dedicava oltre alla corsa campestre alla pesistica. Gli piaceva stare in compagnia: era un buongustaio; l’appetito non gli mancava mai.

Novembre 1942: l'inverno si preannuncia rigido. Già a fine novembre cade la prima neve. Per difendersi dal gelo, un grave problema si presenta a diverse famiglie lissonesi: trovare del carbone per scaldare le case. E per accendere la stufa si utilizzano trucioli e carta straccia raccolta durante tutto l'anno, prima macerata nei mastelli, poi fatta a palle e infine lasciata seccare al sole.

Gianfranco sta per terminare gli studi nel marzo 1943 quando arrivano cattive notizie per molte famiglie lissonesi: sono oltre 60 i militari lissonesi del corpo di spedizione italiano in Russia che non ritornano a Lissone. Oltre 100.000 gli italiani che sono caduti sul fronte russo.

Nello stesso mese di marzo del 1943, 1200 dipendenti dell'Incisa e i 500 dipendenti dell'Alecta di Lissone partecipano agli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale: gli operai chiedono “pane e pace” Gli scioperi contribuiscono attivamente alla crisi delle istituzioni che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

25 luglio 1943 - Destituito di Mussolini dopo la seduta del Gran Consiglio del fascismo, il Re Vittorio Emanuele III lo fa arrestare e nomina a Capo del Governo il maresciallo Badoglio .

Manifestazioni di tripudio in tutte le città d’Italia. Molti pensano che crollato Mussolini finirà anche la guerra.

A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo.

Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: passerà poi nel campo di concentramento di Fossoli per finire i suoi giorni nel lager di Mauthausen-Gusen.

8 settembre 1943- Annuncio dell'armistizio con gli Alleati. I nazisti disarmano le truppe italiane. 700.000 italiani finiscono prigionieri nei lager tedeschi.

10 settembre 1943 - I tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge a Brindisi.

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco.

Ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana” formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

Dopo l’8 settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani.

A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore era un oppositore del regime.

Tra loro anche Giuseppe De Capitani da Vimercate, il padre di Gianfranco. Il capo di questo gruppo di antifascisti è Davide Guarenti, monzese, vigile urbano nella nostra città (sarà fucilato nel campo di concentramento di Fossoli).

Altro punto di ritrovo degli antifascisti lissonesi è la Trattoria con alloggio Ronzoni (nella curt di Gergnit), dove spesso i fascisti locali arrivano a menar botte.

Gianfranco è chiamato alla visita militare. Era una tradizione che, non avendo i soldi per fare dei manifesti, i coscritti scrivessero sui muri del paese frasi inneggianti alla classe di appartenenza. I coscritti del ’25, nottetempo, scrivono con la calce sui muri di Lissone “W la classe della marmellata” (in periodo di razionamento dei generi alimentari, la marmellata era concessa solo ai minori di età inferiore ai 18 anni) e “W la mica fresca”.

La notizia in parte distorta arriva a Radio Londra, molto ascoltata, anche se il regime ne proibisce l’ascolto pena l’arresto e il sequestro dell’apparecchio radio.

Durante una delle famose trasmissioni rivolte all’Italia, viene trasmessa la notizia che a Lissone vi era stata una “protesta del pane”.

E’ anche vero che la fame era tanta soprattutto per dei giovani prestanti frequentatori della palestra della Pro Lissone.

Diversi coscritti sono convocati dal podestà Cagnola.

Dopo circa un mese arrivano a Lissone agenti del regime e si insediano nella Casa del fascio (l’attuale Palazzo Terragni): tra i convocati, Gianfranco e il padre Giuseppe.

All’interrogatorio di Gianfranco e del padre assiste anche un noto fascista locale. Giuseppe deve pagare una multa.

Giuseppe De Capitani da Vimercate era di idee socialiste. Per i fascisti Gianfranco è il figlio di un sovversivo.

Intanto continua l’avanzata delle truppe alleate nel sud dell’Italia.

A Lissone aumenta il numero degli sfollati.

Da quel momento la guerra entrò direttamente nelle case dei lissonesi, attraverso gli avvisi alla popolazione controfirmati dall'ing. Aldo Varenna che dall'undici agosto del 1943 aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per «diplomatici» motivi di salute.

Questa piazza che si chiamava piazza Vittorio Emanuele III, dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti (gerarca fascista ucciso; porterà il suo nome, durante i 600 giorni di Salò, una delle più famigerate squadre della Repubblica di Salò).

Presso il palazzo Mussi si installa un comando antiaereo tedesco che, con i militi della GNR alloggiati nei locali di palazzo Magatti in via Garibaldi, garantiva un controllo capillare del paese e serviva a contrastare la Resistenza partigiana.

Il 18 febbraio 1944 il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi delle classi 1923,1924,1925 con scadenza il 7 marzo 1944 minacciando la pena di morte per i renitenti alla leva.

Domenica 27 febbraio 1944 Gianfranco con altri giovani della Pro Lissone si ritrovano in stazione. Salgono sul treno per Como dove parteciperanno ad una corsa campestre.

E’ una bella giornata di sole, anche se il paesaggio è imbiancato per la recente nevicata. Sarà questa l’ultima domenica di libertà per Gianfranco.

I nazisti per far funzionare la loro industria bellica carente di manodopera, fanno ricercare dalla milizia repubblichina i renitenti alla leva; li catturano e li spediscono di forza a lavorare nelle fabbriche del Reich.

La situazione si fa critica per Gianfranco. Mamma Carlotta vorrebbe che il figlio rispondesse alla chiamata alle armi. Il fratello Mario pensa che Gianfranco stia per organizzare una festa per salutare gli amici. La situazione si fa rischiosa

Gianfranco De Capitani ha da poco compiuto i 19 anni. Sabato 4 marzo 1944, Gianfranco, fermato ad un posto di blocco tra Monza e Lissone, mentre era sul tram, è tratto in arresto (probabilmente su indicazione di un fascista locale, fondatore del Fascio lissonese). I familiari, non vedendolo rincasare, si preoccupano per la sua assenza. Dopo alcune ricerche vengono a sapere che il giovane Gianfranco è stato portato in Villa Reale, a Monza: la Villa reale di Monza era diventata tristemente famosa perché luogo di tortura di antifascisti e partigiani caduti nelle mani dei repubblichini o dei nazisti. Il fratello Mario si precipita alla Villa Reale: gli viene confermata la presenza di Gianfranco ma gli impediscono di vederlo. Anche il padre Giuseppe inutilmente chiede di vedere il figlio. Poi si perdono le tracce di Gianfranco.  (I parenti verranno poi a sapere, tramite il console di Danimarca in Milano, che Gianfranco si trova a Mauthausen; la triste fama di quel lager lascia poche speranze di un suo ritorno).

Forse, se fosse stato ancora in vita lo zio Carlo, , avrebbe potuto fare qualcosa per il nipote, invece era già morto mentre si trovava in Ungheria per motivi di lavoro.

De Capitani Gianfranco, nato a Lissone il 24/02/1924, professione impiegato, matricola 57014, convoglio numero 32, deportato a Mauthausen. Trasferito poi a Ebensee sottocampo di Mauthausen.

Il campo di concentramento di Ebensee si trovava in un’area molto boscosa in grado da permettere il camuffamento delle gallerie in costruzione ed anche del Lager. Era un campo di lavoro. I prigionieri venivano affittati dalle SS alle ditte incaricate dei lavori di costruzione.

I prigionieri avviati al lavoro schiavo venivano scelti in genere tra coloro che avevano una giovane età ed erano in buono stato fisico. Ma le loro condizioni peggioravano rapidamente a causa delle pessime condizioni di vita e per il lavoro estremamente duro. Non meno di undici ore ininterrotte di lavori pesanti, spesso senza appropriati attrezzi, senza alcuna misura di sicurezza.

Scarsamente alimentati, venivano puniti violentemente per la più piccola interruzione dai kapos e dalle SS, che obbligavano al lavoro anche malati e debilitati. Più volte al giorno i prigionieri dovevano riunirsi per l’appello. Il lavoro alla “cava” era particolarmente massacrante e pericoloso. La violenza e il terrore, oltre ad essere un mezzo per spingere al massimo le prestazioni di lavoro, erano anche funzionali alla distruzione fisica e psichica dei prigionieri, fiaccandone anche ogni tentativo di solidarietà o di reazione.

Nella primavera del 1944, di fronte alla mortalità crescente, le SS attivarono la costruzione di un crematorio, nonostante si trattasse di un campo «di lavoro»..

Nelle squadre di lavoro particolarmente grave era la condizione degli Italiani, per la maggior parte deportati per motivi politici (indossavano una casacca a strisce bianco e blu con un triangoli rosso). La situazione generale del lager andò sempre più degradando. Le baracche non offrivano una benché minima protezione contro intemperie, freddo e pioggia; l’alimentazione sempre più insufficiente, l’abbigliamento inadeguato e la mancanza di igiene erano causa di diffuse malattie, spesso mortali.

Costretti a svolgere nelle gallerie un lavoro estenuante, con un clima gelido e un’alimentazione miserabile, i deportati sopravvivevano in media qualche mese.

Il 5 dicembre 1944, dopo nove mesi di prigionia e di lavoro coatto in condizioni disumane, anche il fisico robusto di un giovane diciannovenne come Gianfranco De Capitani da Vimercate venne stroncato.

C’era la neve a dicembre ad Ebensee quando Gianfranco é andato “nel vento passando per il camino”.

C’era la neve come in quella sua ultima domenica di libertà quando correva nella corsa campestre:

quando passerò in questi giardini a lui dedicati mi sembrerà di vederlo correre, lanciato verso il traguardo.

Ad Ebensee c'era la neve / il fumo saliva lento / nei campi c’erano tante persone / che ora sono nel vento /

lo mi chiedo come può l'uomo / uccidere un suo fratello / eppure sono a milioni / in polvere nel vento (da "AUSCHWITZ" di Francesco Guccini)  

meditiamo che questo è stato ...

Anche a  Gianfranco De Capitani da Vimercate abbiamo dedicato una pagina del nostro sito.

 

Un particolare ringraziamento va a Mario De Capitani da Vimercate, fratello di Gianfranco, e a Santino Lissoni, amico e coetaneo di Gianfranco, per le loro testimonianze. (Renato Pellizzoni, presidente dell’A.N.P.I. di Lissone)

 

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La Resistenza non ha colore

2 Octobre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Ufficiale medico sudafricano? Partigiano «negro-americano»? Yankee di origine africana? Tutti indizi veri, ma imprecisi: non era facile decifrare l’enigma del cadavere di un civile dalla pelle scura rinvenuto tra le vittime della strage nazista in Val di Fiemme, avvenuta a ostilità concluse il 2 maggio 1945. Chi era quel giovane «mulatto» sul cui corpo esanime vennero rinvenute le insegne dei prigionieri del campo di concentramento di Bolzano, come attestò Giuseppe Morandini, inviato sul luogo del massacro dal Comitato di Liberazione Nazionale?

Merita più di un racconto la vicenda di Giorgio Marincola, partigiano di colore della Resistenza: ne dà conto la densa biografia Razza partigiana (Iacobelli, pp. 174, euro 14,90), volume in cui due giovani storici – Carlo Costa e Lorenzo Teodonio – ricostruiscono tramite documenti d’archivio, riferimenti storiografici e testimonianze dirette la parabola di vita dell’unico partigiano «nero» d’Italia. Figlio di un italiano residente in Somalia, maresciallo di fanteria di stanza a Mahaddei Uen, 50 chilometri a nord di Mogadiscio, Giorgio nasce nel 1923 e ben presto dice addio all’Africa: a differenza di tanti altri commilitoni, infatti, il padre Giuseppe riconosce il pargolo avuto da una donna locale e porta con sé Giorgio e la sorella Isabella in patria nel 1926. Qui l’uomo si sposa con una sarda e i Marincola si stabiliscono a Roma, ma il piccolo Giorgio va dai nonni paterni a Pizzo Calabro dove riceve il soprannome di «Yo-yo». Rientrato a Roma per gli studi, frequenta il liceo Umberto I: qui subisce l’influsso di Pilo Albertelli, docente di filosofia, antifascista, che indirizza il giovane italo-somalo sulla via del dissenso al regime. Valore quanto mai sentito dal mulatto Marincola: le leggi razziali del 1938 impedivano i rapporti tra italiani e «sudditi dell’Africa orientale italiana», ovvero i somali, mentre una nuova norma del 1940 impediva il riconoscimento dei meticci da parte del genitore italiano, sbarrando la strada per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Albertelli, membro del Partito d’Azione, ispirò Marincola con abbondanti dosi di antifascismo liberale: leggeva Benedetto Croce, il giovane mulatto, e appuntava stringenti riflessioni sulla libertà politica: «La concezione liberale presuppone dei valori morali a base delle libertà politiche da essa richieste, quali la libertà di pensiero e di stampa, di discussione e di associazione. E quali valori morali che possano veramente far sviluppare e rendere degna della loro funzione le libertà sopracitate, noi crediamo essenziali l’onestà, la lealtà, il rispetto verso le istituzioni e le leggi dello Stato e verso il prossimo».

Proprio dall’educazione ricevuta sui banchi Marincola decise di entrare nelle file della Resistenza dopo l’ 8 settembre: si arruolò in una squadra di «Giustizia e Libertà» e partì per il Viterbese nel febbraio 1944 coi libri di medicina sottomano perché nel frattempo si era iscritto alla facoltà di Medicina: «Voleva ritornare in Somalia e lo studio gli serviva per apportare aiuto alle popolazioni di laggiù» , ricorda un compagno. Dopo la partecipazione all’azione partigiana nelle campagne laziali, Marincola venne ingaggiato dagli inglesi: con il nome di battaglia di Mercurio fu assoldato per la missione Bamon e paracadutato nelle campagne di Biella quale agente di collegamento con le truppe anglo-americane dirette a Nord. Il suo impegno fu così convincente che il capitano di Sua Maestà Jim Bell lo lodò così: «Era l’unico della Bamon che desiderava realmente fare qualcosa e non sprecare il suo tempo e denaro a divertirsi». Ferito in un assalto ad un reparto nazista, Marincola viene arrestato nel gennaio 1945 con il nome di Renato Mariano, quindi picchiato dai fascisti perché inneggiò alla Resistenza anche da prigioniero, durante una trasmissione di propaganda fascista cui fu costretto. Mandato a Torino e quindi a Bolzano, venne rinchiuso nel locale campo di concentramento che fungeva da smistamento verso la Germania. Il 30 aprile 1945 viene liberato ma si dirige verso la Val di Fiemme dove, arruolandosi ancora tra i partigiani, incappa nella furia nazista di Stramentizzo: il 4 maggio 1945 Giorgio il mulatto cade colpito alle spalle dai tedeschi in ritirata.

di Lorenzo Fazzini da Avvenire

 

 

nella foto Marincola (a destra) con un compagno d’armi

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La battaglia del San Martino

3 Septembre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La battaglia del San Martino è una delle prime combattute in Italia nel novembre del 1943, quando una formazione al comando del ten. col. Carlo Croce si difese dall’attacco in forze dell’esercito tedesco.

san-Martino.jpgQuesto è il racconto di un protagonista, Giovanni Emilio Diligenti:

«Mio fratello ed io partecipammo alla battaglia di S. Martino, dove ci aveva inviati l'organizzazione clandestina comunista. Nella fortezza di S. Martino, sopra Varese, si era stanziato il gruppo Cinque Giornate, costituito poco dopo l'armistizio dal colonnello Carlo Croce. La formazione era composta per lo più da ex-avieri ed ex-ufficiali, ma in seguito vi affluirono molti operai di Cinisello Balsamo e di Brugherio, inviati dall'organizzazione clandestina di Sesto San Giovanni. Il colonnello Croce e gli ufficiali che guidavano la formazione si dichiaravano genericamente «badogliani» e seguivano una linea «attesista». Il reparto si era impossessato di una notevole quantità d'armi e di viveri con una serie di riuscite operazioni, come quella alla caserma della guardia di Finanza a Luino. Tutto era stato raccolto nella fortezza, che avrebbe dovuto diventare una base inespugnabile da cui sarebbe partita, in concomitanza con l'arrivo delle truppe alleate, la decisiva offensiva contro i nazi -fascisti. Inutilmente Gianni Citterio, inviato dal Clnai, cercò di convincere il colonnello Croce della necessità di dislocare le forze partigiane - circa centocinquanta uomini - in gruppi meno numerosi e più mobili, localizzati in diversi punti strategici. Prevalse purtroppo la mentalità degli ufficiali, illusi di aver creato una base inattaccabile.

Lo sbaglio fu pagato a caro prezzo: il 14 novembre più di duemila tedeschi mossero all'attacco, appoggiati da cannoni, mortai e anche da tre Stukas. La resistenza durò quarantotto ore, al termine delle quali il gruppo Cinque Giornate si disperse; la maggior parte dei suoi componenti si rifugiò in Svizzera. I partigiani morti in combattimento furono appena due, mentre trentasei furono fucilati dopo la cattura. Ben più pesanti le perdite nemiche: duecentoquaranta morti e un apparecchio (fui testimone oculare dell'abbattimento dello Stukas: un partigiano robustissimo, un vero gigante, prese sulle spalle una delle dieci mitragliatrici Breda pesanti di cui era fornito il reparto, fungendo da piazzola semovente; due altri sostenevano i piedi della mitragliatrice e un quarto sparava, finché riuscì a colpire l'aereo).

La difesa ad oltranza della posizione, concezione che esulava da una corretta conduzione della guerriglia, aveva sì provocato gravissime perdite tra le truppe attaccanti, ma aveva anche causato la fine di una formazione che, per la qualità e la quantità di mezzi e di uomini, avrebbe potuto rappresentare una grossa spina nel fianco dei nazi-fascisti per ancora molto tempo.

Durante la battaglia fui ferito alla gamba destra: la pallottola mi fu estratta con un paio di forbici da don Mario Limonta, un sacerdote di Concorezzo che fungeva da cappellano e da medico del gruppo. Di notte, don Limonta cercò di guidare me ed altri sei partigiani feriti nella discesa verso la pianura. L'impresa mi riuscì difficile, perché la ferita mi impediva di camminare, cosicché mio fratello Aldo dovette caricarmi sulle sue spalle. Dopo un po' perdemmo i contatti con gli altri feriti ma, sia pure a fatica, raggiungemmo la provinciale.

Attraversata la strada a una curva, procedendo un po' carponi e un po' sulle spalle di Aldo, arrivammo in un paese dove, all'alba, salimmo su un trenino che ci portò a Varese. Da qui in ferrovia a Saronno, poi in corriera a Monza e infine di nuovo a Cavenago. Nascosto in casa di Fumagalli, fui curato da Innocente e Mario, rispet­tivamente cucino e fratello di Raineri. In seguito, per ragioni di scurezza e per curare meglio la ferita, fui trasferito a Milano dal compagno Giacinto Parodi. In via Padova al 26, Parodi aveva un laboratorio artigiano di guarnizioni, mentre la sua abitazione era al n. 40 della stessa via. In casa di parodi fui curato da un medico che mi guarì completamente».

 

da “Partigiano in Brianza” di Giovanni Emilio Diligenti” Edito dall’ANPI di Monza

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Fucilazioni e stragi in Brianza

23 Août 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Alessandro Pavolini, il segretario del Partito fascista repubblicano, lo aveva detto chiaramente al duce:

È ora di finirla con la politica all' acqua di rose. Occhio per occhio, dente per dente!

Roberto Farinacci, ovvero l'estremismo del fascismo, lo aveva ribadito:

Quando i plotoni d'esecuzione funzioneranno, la gente vedrà che si fa sul serio e rientrerà nella normalità.

Vincenzo Costa, comandante della Brigata nera Aldo Resega, esprimeva così il

proprio parere:

Occorre, secondo questo comando, usare i metodi forti per salvare il salvabile; Nessuna pietà per i ribelli; la deportazione per i renitenti e i favoreggiatori. E ora di usare il bisturi in profondità ...

Il comandante del presidio di Monza, ten. col. Zanuso, calca ancor di più la mano, esprimendosi a proposito della città di Sesto S. Giovanni:

Certo che per la zona di Gorgonzola, Desio, Seregno, Monza, Cernusco è una vera maledizione questo centro industriale totalmente sovversivo! Lì sta veramente il cancro della Lombardia e questa città rossa dovrebbe essere completamente distrutta all' infuori delle industrie, con il sistema germanico. La popolazione maschile deportata in Germania, lasciando sul posto solo donne, vecchi e bambini. Le maestranze dovrebbero essere deportate e sostituite sul posto da altre città d'Italia!

È il viatico per la guerra intestina, pietà l'è morta. Il fascismo repubblichino intende imporsi con gli stessi metodi dei nazisti padroni, con la repressione violenta. La Resistenza non può piegarsi al ricatto del terrore, ne andrebbe della sua stessa sopravvivenza e, d'altronde, i tedeschi e i fascisti non hanno certo aspettato la nascita della ribellione per perpetrare le loro stragi.

Il massacro di Cefalonia, l'eccidio degli ebrei di Meina sul lago Maggiore, la distruzione di Boves, le esecuzioni sommarie al sud, tutte queste atrocità, e molte altre, datano il mese di settembre del '43.

Opporsi con le armi è dunque l'unica via da intraprendere per chi vuole mutare questa triste situazione; combattere per salvarsi, per sfuggire ai bandi,


alle deportazioni, per impedire le razzie delle risorse del paese. Una strada che implica anche il recupero agli occhi del mondo libero, della dignità di un popolo coinvolto in una guerra assurda. L'alternativa è subire il tallone di ferro nazifascista e apparire davanti alla storia, come una nazione immeritevole di qualsiasi riconoscenza nella lotta per il progresso della civiltà.

I fascisti agirono duramente già contro i responsabili di piccoli atti criminali o presunti tali.

Ad Inverigo, il 20 aprile 1944, furono fucilati presso il cimitero cinque giovani (il più vecchio aveva 24 anni) accusati di vari furti in case private.

L'11 giugno a Lissone accade qualcosa di grosso. Due arditi della Legione Muti, Alessio La Cava ed Emanuele Scaglione, in servizio presso il Comune e sempre scatenati alla ricerca di renitenti furono gli obiettivi di un lancio di bombe a mano, uno morì subito, l'altro dopo qualche giorno. Le ricerche fasciste non approdarono a nulla, solo a causa· di una spiata vengono arrestati cinque·partigiani, non è sicuro che siano loro gli autori dell' attentato, ma ormai la guerra è totale, per loro non c'è scampo. Anche in Brianza, da tempo, la via è aperta alle esecuzioni sommarie e agli eccidi.

Dopo qualche giorno d'interrogatori e torture, Pierino Erba e Carlo Parravicini la sera del 16 giugno, sono sospinti brutalmente sulla soglia della Casa del fascio, sono pieni di lividi e incapaci di reggersi in piedi. Davanti a loro, nella piazza centrale del paese, i fascisti'hanno chiamato a raccolta con gli altoparlanti la popolazio­ne, ignara di ciò che doveva accadere, 1'esempio doveva essere chiaro per tutti. Dopo pochi minuti, i due giovani furono fucilati pubblicamente, la piazza si svuotò su­bito per l'orrore, mentre raffiche di mitra venivano esplose in aria. Altri due fermati, Remo Chiusi e Mario Somaschini, furono invece incarcerati e seviziati alla villa Reale a Monza dove, il giorno dopo i loro compagni, subirono la stessa tragica sorte. Solo uno riuscì a scampare, Giuseppe Parravicini, attivista politico, fu trasferito a S. Vittore e poi deportato ad Auschwitz, da dove tornerà miracolosamente vivo.

Verso la fine di quello stesso mese, a Desio si assiste non ad un' esecuzione, ma ad un vero e proprio omicidio. Luigi Biondi, partigiano dell' Atm di Milano, viene prelevato da casa sua in viale Monza a Milano e trucidato nella cittadina brianzola in via Milano.

Il metodo dei rastrellamenti, anche nelle cittadine più piccole, non viene abbandonato dai repubblichini. E ancora il ten. col. Frattini, che guida tutte queste azioni repressive in provincia di Milano, che il4 luglio all'alba, conduce 150 militi della Gnr e 50 squadristi a setacciare Renate e Veduggio. Non si hanno per fortuna incidenti, ma sei renitenti vengono portati via fra la popolazione terrorizzata per l'improyvisa puntata.

E questa della bassa Brianza occidentale, una zona dove in questa estate di fermento partigiano gli atti cruenti sono più frequenti, anche a carico della popolazione innocente.

A Seveso, infatti, il 13 luglio in via Montenero durante un allarme aereo, la ronda della Gnr uccide per la leggerezza di un suo componente, una signora inerme, Antonia Vago. A sparare è stato il milite Paolo Cogliati che è subito trasferito. Un mese dopo viene ucciso in circostanze non chiarite, mentre era di servizio sulla pro­vinciale Saronno-Monza. (42)

Il 31 agosto, a Cesano Maderno, altro fatto drammatico. Una delazione conduce la Gnr e la Brigata nera di Cesano, ad un deposito di armi allestito dai partigiani del luogo. I fascisti perquisiscono così Baruccana, frazione di Seveso, dove rinvengono due rivoltelle, una cassa di dinamite, manifestini antifascisti, 200 tessere annonarie di un comune della periferia milanese e parecchie carte d'identità in bianco. Mentre è in atto il sopralluogo giunge il partigiano Pietro Arienti, che viene immediatamente immobilizzato. Ha indosso due pistole, il suo destino è segnato. Viene caricato su di un camion per trasferirlo alla caserma di Cesano. Pietro non si dà per vinto e salta improvvisamente dal mezzo, un milite se ne avvede e con una scarica lo abbatte, i proiettili vaganti colpiscono anche una donna, Chiara Arienti, uccidendola. Il fratello Candido venne arrestato e picchiato alla caserma di Mombello, poi fu trasferito a Monza e a S. Vittore. Destinato alla deportazione in Germania, durante il viaggio riuscì però a fuggire.

I fascisti applicano in modo esagerato il motto di Pavolini ad Aicurzio, nella Brianza orientale. In questo caso il dente per dente, non è costituito da un uomo per un uomo, ma da un palo della luce, quello abbattuto dalle bombe di Mascetti, per un uomo. Per rappresaglia all' atto di sabotaggio, i fascisti tirano fuori dal carcere l'antifascista monzese Giovanni Bersan e lo impiccano nello stesso luogo dell'attentato. Un'esecuzione avviene anche a Inverigo; due giovani, forse renitenti, non si fermano all' alt di due repubblichini che sparano, uno dei fuggitivi viene ferito, l'altro, catturato, viene fucilato davanti al cimitero.

L'eccidio di Cucciago rimane però l'episodio più grave in quest'estate brianzola di guerra. Il 18 luglio, nel canturino, la polizia fascista è alla caccia di elementi particolarmente attivi nella ribellione; uno degli obiettivi è Cucciago, dove abita Bruno Battocchio, uno dei primi sappisti della zona. Giunti alla casa di questi non pensano a dare degli avvertimenti, non pensano neppure ad entrare, sfondata la porta vi buttano subito all'interno delle bombe a mano uccidendo degli inermi, il ricercato non era nemmeno in casa. Muoiono senza colpe Giovanni Battocchio, fratello di Bruno, la moglie Maria Borghi e Giuseppe Meroni.

 da “La Resistenza in Brianza” di Pietro Arienti Bellavite Editore Missaglia


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la "Stalingrado d'Italia"

20 Août 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Comune di SESTO SAN GIOVANNI (MI)

Medaglia d'oro al valor militare Data del conferimento: 18-6-1971

motivo del conferimento:

Centro industriale fra i primi d’Italia, durante venti mesi d’occupazione nazifascista fu cittadella operaia della resistenza, che la lotta di liberazione condusse con la guerriglia, di sabotaggio esterno e nel chiuso delle fabbriche, l’intensa attività d’aggressive formazioni partigiane di città e di campagna, le coraggiose aperte manifestazioni di massa, la resistenza passiva e gli scioperi imponenti, esiziali per la produzione bellica dello straniero oppressore. Irriducibili a lusinghe, minacce e repressioni, maestranze e popolazione, di contro alle ingenti perdite umane e materiali del nemico pagarono con perdite in combattimento, dure rappresaglie, deportazioni e lutti atroci il prezzo della loro battaglia offensiva, di cui furono epilogo alla liberazione, gli ultimi scontri sanguinosi, la difesa delle fabbriche dalla distruzione, per la salvezza di un quinto del patrimonio industriale della Nazione. Decine di fucilati, centinaia di caduti in armi e in deportazioni, migliaia di partigiani e patrioti di ogni estrazione e di diversi ideali testimoniano il valore e il sacrificio del popolo sestese, ispirati da unico anelito d’indipendenza dallo straniero invasore e da comune amore di Patria e di libertà. - Sesto San Giovanni (Milano), settembre 1943 - aprile 1945
  









 

Per tutto il XIX secolo Sesto San Giovanni fu un borgo rurale che contava meno di 5000 abitanti. Dal 1840 il borgo fu attraversato dalla seconda linea ferroviaria italiana, la Milano-Monza, destinata ad allungarsi sino al confine svizzero, e a collegarsi, dal 1882, con il centro Europa attraverso la galleria del San Gottardo. Dai primi anni del Novecento Sesto San Giovanni divenne, quindi, l'epicentro dell'asse Greco-Niguarda-Monza percorso dalla linea ferrovia internazionale, da una tramvia elettrica interurbana, e dal grande stradone napoleonico che univa piazzale Loreto (Milano) alla Villa Reale di Monza.

Fra il 1903 e il 1913 Sesto San Giovanni divenne una "piccola Manchester", una "città delle fabbriche". Accanto ai pochi opifici preesistenti, si trasferivano nei nuovi stabilimenti costruiti in pochi mesi, aziende grandi e medie dei settori siderurgico e meccanico, chimico e alimentare: la Società italiana Ernesto Breda, la Davide Campari (1903), la Turrinelli (1904), la Ercole Marelli, la Trafilerie Spadaccini, la Fonderia Balconi, la Fonderia Attilio Franco, le Pompe Gabbioneta, il nastrificio Kruse (1905), le Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1906), il Laminatoio Nazionale (1907), la Pirelli (1909), l'Alimentari Maggi, le Trafilerie Barelli e le Distillerie Italiane (1910). Alcune aziende - Breda, Pirelli, Falck ed Ercole Marelli - si ampliarono rapidamente, raggiungendo rinomanza europea.
 

 

I grandi viali industriali creati ad hoc erano costeggiati e attraversati da rotaie che consentivano il transito su treni di materie prime e prodotti finiti (anche incandescenti). All'inizio e alla fine dei turni di lavoro le vie erano percorse da migliaia di biciclette, le fermate dei tram e dei bus nei pressi delle fabbriche e la stazione ferroviaria erano gremite di pendolari. La vita della cittadina era scandita dal suono delle sirene delle varie fabbriche, ognuna riconoscibile dalla tonalità.

Nel 1942, le grandi aziende ebbero un notevole incremento di occupati - Breda e Falck raddoppiarono gli addetti. In gran parte erano donne e ragazzi, a bassa qualificazione professionale, costretti dalla necessità a lasciare i settori di origine entrati in crisi (ad esempio: commercio, edilizia e agricoltura). Con i bombardamenti alleati su Milano, le sconfitte militari, le difficoltà negli approvvigionamenti alimentari e la "borsa nera", la fabbrica divenne il centro della sopravvivenza quotidiana, con le mense e gli spacci aziendali. In quel periodo i lavoratori delle fabbriche dell'area industriale di Sesto San Giovanni erano oltre 50.000, mentre la popolazione residente era di 40.914 unità.

Sesto San Giovanni è stata una delle aree industriali più importanti d'Italia e d'Europa per la concentrazione di industrie e di lavoratori che hanno animato una Resistenza collettiva e di massa, che ha coinvolto la città e l'area milanese e lombarda, nella quale gli scioperi contro il fascismo e l'occupazione nazista e la deportazione di massa di lavoratori che hanno scioperato contro i nazifascisti hanno assunto un valore emblematico che ha travalicato i confini del nostro Paese.

Dopo i massicci bombardamenti dell'ottobre­novembre del 1942, si crea il primo «embrione di opposizione» che all'inizio del 1943, comincia a prendere contatti con l'antifascismo milanese. Per gli scioperi, nei giorni 22 e 23 marzo 1943, si fermano le officine meccaniche e la direzione chiede l'intervento dell'autorità militare. Giunge invece la polizia fascista che opera numerosi arresti.

Dopo gli scioperi del 1943 si organizzano fra gli operai delle collette, allora severamente proibite, per aiutare le famiglie degli arrestati. Il fattivo interessamento di Alberto e Piero Pirelli facilita la liberazione di alcuni di loro dopo uno o due mesi di carcere. Gli altri saranno liberati dopo il 25 luglio, senza alcun processo. Durante i 45 giorni del governo Badoglio, gli interventi attuati dall'autorità militare per sedare scioperi di natura economica sono formalmente condannati a più riprese dalla direzione della società.

L'area industriale di Sesto San Giovanni, per i grandi scioperi operai, verrà definita "Stalingrado d'Italia".

Particolarmente significativi furono lo sciopero generale del 21 settembre 1944 che coinvolse Breda, Pirelli ed Ercole Marelli e lo sciopero del 23 novembre alla Pirelli Bicocca, dove i nazisti, capeggiati dal capitano delle SS Theo Saewecke, effettuavano 183 arresti; l'intervento della Direzione, peraltro minacciata di deportazione in blocco, valse a far rilasciare 27 operai. 156 lavoratori furono comunque avviati alla deportazione nei lager nazisti.

A proposito di Sesto San Giovanni in un rapporto confidenziale G. Zanuso, Comandante militare di zona delle Brigate nere di Monza, redatto il 21 febbraio 1945 e indirizzato al Comando provinciale del corpo ausiliario delle Brigate nere scriveva: “è una vera maledizione questo centro industriale totalmente sovversivo! Lì sta veramente il cancro della Lombardia (unitamente a Milano) e questa città rossa dovrebbe essere completamente distrutta all'infuori delle industrie con il sistema germanico. La popolazione maschile deportata in Germania”.

 

La deportazione politica ha assunto nell'area industriale di Sesto San Giovanni dimensioni di massa per la grande e compatta partecipazione dei lavoratori agli scioperi politici del 1944 e per l'impegno degli operai nelle organizzazioni clandestine della Resistenza e nelle brigate partigiane di città e di montagna che nella fabbrica avevano le proprie basi. Il numero dei lavoratori deportati e dei caduti fu altissimo: 553 i deportati immatricolati.

A eccezione dell'arresto degli scioperanti della Pirelli Bicocca il 23 novembre 1944, dei rastrellati e delle vittime delle rappresaglie, gli arresti degli altri deportati vennero operati dalla Polizia repubblichina, dai carabinieri, dalla GNR con l'appoggio della Legione autonoma "Muti", dalle diverse polizie repubblichine: SS italiane, aviazione, Brigate nere o, secondo alcune testimonianze di deportati e loro familiari, da indistinti "fascisti italiani". I tedeschi non comparvero sulla scena degli arresti, si riservarono il compito di comandare, picchiare e torturare, assumendo il ruolo di arbitri della vita dei catturati.

Su 495 deportati dei quali sono noti i luoghi e le circostanze dell'arresto, 196 furono prelevati in fabbrica, 177 vennero arrestati a casa di notte, 18 a casa in altre ore, 101 furono catturati in luoghi diversi, in montagna, nei locali pubblici, sui mezzi di trasporto e in rastrellamenti.

Numerosi arrestati a causa dell'attività politica e per la partecipazione ad azioni partigiane vennero trattenuti per uno o più giorni nelle celle dei diversi Gruppi rionali fascisti di Milano, in quelle della Questura in piazza San Fedele a Milano, o nelle Carceri mandamentali della provincia o in luoghi di detenzione e di tortura come l'ex Macello di Monza.

I deportati morti furono 220, tutti uomini. 215 morirono nei lager o negli ospedali alleati, 5 furono fucilati nel poligono di Cibeno, nei pressi del campo di Fossoli, il 12 luglio 1944. Altri 10 morirono dopo il loro rientro in Italia tra il 1945 e il 1950 a causa della deportazione.

 

da

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La deportazione politica nell'area industriale di Sesto San Giovanni 1943-1945

di Giuseppe Valota

Edizioni GUERlNI E ASSOCIATI Milano 2007

 


Lo sciopero del 23 novembre 1944 alla Pirelli Bicocca

La repressione dello sciopero politico e la razzia di mano d'opera a bassissimo costo per l'industria tedesca sono alla base delle deportazioni del 23 novembre 1944 degli operai della Pirelli Bicocca. In solidarietà con Caproni, Falck e Magneti Marelli colpite da una serrata, conseguenza di uno sciopero generale dichiarato, ma parzialmente fallito, la Pirelli Bicocca - unica azienda dell'area industriale che, seguendo le indicazioni del Comitato sindacale di Milano e provincia, scese in sciopero compatta alle 10 del “23.11. Da Sesto San Giovanni - benché non sia stato dato il segnale delle 10, le maestranze della Pirelli fermarono uniti e compatti negli stabilimenti della Bicocca, Milano e Varedo, con la partecipazione dei tecnici e impiegati". Tra questi operai in sciopero anche il lissonese Umberto Viganò.


Le SS arrivarono in tarda mattinata e iniziarono una caccia all'uomo, fra lo scompiglio generale che impedì ogni reazione. "Reparto per reparto è stato presidiato dai tedeschi, le maestranze non si spaventano; le maestranze sono trattenute nei reparti. Avviene l'interrogatorio non so su che cosa. Nessuno può uscire. Alle 15 danno da mangiare. I familiari in gran numero si presentano davanti allo stabilimento chiedendo la loro sorte; si risponde che saranno mandati in Germania a lavorare". Le SS catturarono 183 lavoratori - fra loro
vi erano due ingegneri e un impiegato - addossandoli ai muri e malmenandoli. Vennero tutti caricati su camion e portati a San Vittore. La mattina successiva la Direzione aziendale entrò in contatto con l'ingegner Knierin, incaricato tedesco per l'elettroindustria cercando di ottenere il rilascio di 105 lavoratori specializzati o in particolari condizioni di salute e di famiglia. Dopo l'intervento diretto di Alberto Pirelli presso il generale Leyers, rappresentante del RUK (Direzione generale degli armamenti e produzione bellica) che non prese alcuna posizione, il tenente Bauer, sottoposto del capitano Teo Saevecke, dirigente della SD di Milano, accusò Pirelli di connivenza con gli operai comunisti e socialisti, asserendo che il rastrellamento aveva avuto luogo per un “provvedimento di polizia". Ciononostante Alberto Pirelli avanzò formalmente la richiesta che tutti i dipendenti arrestati fossero rilasciati.

A cinque giorni dall'arresto 156 lavoratori vennero deportati in Germania, 3 riuscirono a fuggire dai vagoni piombati in territorio italiano, 153 furono immatricolati in diversi campi di lavoro, 12 morirono, uno morì dopo il rimpatrio in conseguenza della deportazione.

Quella dei lavoratori della Pirelli Bicocca, al di là dei lager di destinazione in Germania, è stata la deportazione di massa più rilevante operata dai nazifascisti in una singola azienda, seconda solo a quella di 1500 lavoratori, effettuata in 4 fabbriche genovesi: San Giorgio, Siac, Piaggio e Cantieri navali, il 16 giugno 1944. Lo sciopero di protesta e di solidarietà del 23 novembre 1944 e la deportazione dei lavoratori della Pirelli concludono il ciclo di scioperi nell’area milanese, iniziati nel marzo 1943 e culminati con lo sciopero generale del marzo e con quello del 21 settembre 1944. Saranno gli scioperi preinsurrezionali del marzo e dell'aprile e lo sciopero insurrezionale del 25 aprile 1945 a chiudere il nuovo ciclo di lotte che culminerà con l'occupazione e la difesa delle fabbriche da parte degli operai sappisti in armi e con la Liberazione del Paese.

 

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La deportazione politica nell'area industriale di Sesto San Giovanni 1943-1945

di Giuseppe Valota

Edizioni GUERlNI E ASSOCIATI Milano 2007

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Zemljanka: la canzone dell'Armata Rossa a Stalingrado

14 Août 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Nelle ultime settimane del 1942 a Stalingrado la canzone preferita dell'Armata Rossa era Zemljanka («Il ricovero»), la risposta russa a Lili Marlene, a cui tra l'altro assomigliava.

 

È un’incantevole canzone di Aleksej Surkov, scritta l'inverno precedente, nota anche con il titolo tratto dal suo verso più famoso, «I quattro gradini verso la morte»

 

Il fuoco guizza nella stufetta

La resina cola dal ciocco come una lacrima

E la fisarmonica nel bunker

Mi canta del tuo sorriso e dei tuoi occhi

 

I cespugli mi hanno sussurrato di te

In un campo bianco di neve vicino a Mosca

Voglio soprattutto che tu senta

Com' è triste ora la mia voce

 

Ora tu sei molto lontana

Distese di neve si frappongono fra noi

È così difficile per me venire da te

E qui ci sono quattro gradini verso la morte

 

Canta fisarmonica, sfidando la tempesta di neve

Chiama quella felicità che ha smarrito la strada

Sto al caldo nel freddo bunker

Perché ho il tuo amore inestinguibile.

 

L’operazione “Barbarossa”, l’attacco nazista all’Unione Sovietica, era iniziata il 22 giugno 1941.

“disumanizzare i sovietici” era l’obiettivo cosicché tutto diventava lecito: ogni tipo di sevizie e di massacri, lo sterminio razziale, rappresaglie collettive. Ed ancora: vivere dei prodotti dei territori occupati, affamando i civili. “Annientare gli ebrei che appoggiano il bolscevismo e la sua cricca di assassini, i partigiani, è un provvedimento di autoconservazione”: queste erano le direttive impartite all’esercito invasore.

Nel corso della campagna di Stalingrado l’Armata Rossa subì 1.100.000 perdite. Ma il più grande errore dei comandi tedeschi era stato quello di aver sottovalutato il soldato semplice dell’Armata Rossa “Ivan”.

Scoprirono ben presto che militari circondati o in numero decisamente inferiore continuavano a combattere, quando, nella stessa situazione, le loro controparti occidentali si sarebbero arrese.


traduzione della scritta sul manifesto: per far cadere il coltello da questa mano moltiplica le forze del fronte antifascista


Un ordine di Stalin dell’agosto 1941, a due mesi dall’invasione, stabiliva che “ chiunque abbassa la sua bandiera durante la battaglia e si arrende dovrà essere considerato come un vile disertore, la sua famiglia verrà arrestata perché ha nel suo ambito una persona che non ha tenuto fede ad un giuramento e che ha tradito la madrepatria. Questi disertori saranno fucilati sul posto. Chiunque cada in un accerchiamento e chiunque preferisce arrendersi dovrà essere eliminato ad ogni costo, mentre la sua famiglia verrà privata di tutti i benefici dell’assistenza dello Stato”.

Numerosi soldati sovietici feriti e catturati dai nazisti riuscirono a sopravvivere nei campi di concentramento fino a quando non furono liberati nel 1945. Invece di essere considerati eroi vennero mandati nei gulag, considerati da Stalin dei traditori per essere caduti in mano nemica. Stalin applicò lo stesso provvedimento anche nei confronti di suo figlio Jakov.

Mentre  l’Armata Rossa entrava a Stalingrado, il 24 gennaio 1943, a Casablanca, Roosevelt e Churchill annunciavano la loro intenzione di combattere fino alla resa incondizionata dell’Asse.

Stalingrado: 2 febbraio 1943. La VI armata tedesca capitola




I Russi stavano facendo pagare caro ai tedeschi il loro attacco; il fronte orientale stava dissanguando a morte la Wehrmacht con molto maggiore rapidità di ogni altro fronte occidentale. L’Armata Rossa non si sarebbe fermata fin quando Berlino non fosse assomigliata alla città di Stalingrado in rovina. Dopo i bombardamenti nazisti Stalingrado era poco più di uno scheletro mal ridotto e bruciacchiato: migliaia di bambini erano morti sotto le rovine.

 







 

Nel novembre del 1943, durante la conferenza di Teheran, Churchill donò la spada di Stalingrado (il re d’Inghilterra Giorgio VI l’aveva fatta forgiare come dono alla città) a Stalin.

La conferenza di Teheran stabilì sostegno alleato per il resto della guerra. Il piano di Churchill di un’invasione attraverso i Balcani fu respinto: lo sforzo principale degli Alleati doveva essere rivolto verso l’Europa nord-occidentale.






1943-Stalingrado-bandiera-rossa.jpg




La vittoria sovietica a Stalingrado aveva costituito una spinta inimmaginabile per i comunisti in tutto il mondo. Con il “Nuevo canto de amor a Stalingrado”, Pablo Neruda scrisse una poesia d’amore senza confini per una città il cui nome aveva dato speranza al mondo intero:

 

Città, Stalingrado, non possiamo
giungere alle tue mura, siamo lontani.
Siamo i messicani, siamo gli araucani,
siamo i patagoni, siamo i guaranì,
siamo gli uruguaiani, siamo i cileni,
siamo milioni d’uomini.
E abbiamo altra gente, per fortuna, nella famiglia,
ma non siamo ancora venuti a difenderti, madre.
Città, città di fuoco, resisti finchè un giorno
arriveremo, indiani naufraghi, a toccare le tue muraglie
con un bacio di figli che speravano di tornare.

Stalingrado, non c’è un Secondo Fronte,
però non cadrai anche se il ferro e il fuoco
ti mordono giorno e notte.

Anche se muori non morirai!

Perché gli uomini ora non hanno morte
e continuano a lottare anche quando sono caduti,
finché la vittoria non sarà nelle tue mani,
anche se sono stanche, forate e morte,
perché altre mani rosse, quando le vostre cadono,
semineranno per il mondo le ossa dei tuoi eroi,
perché il tuo seme colmi tutta la terra.

 

Pablo Neruda (traduzione di Salvatore Quasimodo)

 

 

Durante la seconda guerra mondiale l’Armata Rossa aveva avuto 9.000.000 di morti e 18.000.000 di feriti. Solo 1.800.000 prigionieri ritornarono in patria dei 4.500.000 catturati dalla Wehrmacht. Le perdite tra i civili si pensa che si aggirino attorno ai 18.000.000 portando il totale delle perdite di guerra dell’Unione Sovietica a più di 26.000.000, ovvero cinque volte il totale delle perdite tedesche.

 

libera elaborazione dalla lettura del libro di Antony Beevor “Stalingrado – La battaglia che segnò la svolta della Seconda guerra mondiale”  BUR Storia

 

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due pagine gloriose della guerra di Liberazione

7 Août 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La battaglia per Genova

«Padre morto, figlia uccisa, tutto finito anche io finito» dice il parlamentare tedesco all'interprete del CLN: viene dal Comando del generale Meinhold a Savignone e ne riflette lo scoramento. Sennonché l'autorità di Meinhold si ferma ai confini del porto, dove "comanda il capitano di vascello Berninghaus, nazista per l'eternità. L'insurrezione di Genova è segnata da questo dualismo e dagli equivoci che ne derivano.

Il 23 aprile le forze dell'insurrezione si muovono contro un nemico che ha circa 12.000 uomini nella città e 18.000 nelle zone circostanti. Non si può sperare di batterlo, si può tentare di paralizzarlo. Ed ecco il grande sabotaggio, saltano le linee elettriche ad alta tensione, vengono messe fuori uso le locomotive a vapore, si spara sulle strade che portano al Piemonte, si bloccano i telefoni. L'ordine di ritirata impartito dal comandante supremo in Italia generale Vietinghoff è giunto il 20 aprile,. ma il 23 Meinhold non sa come eseguirlo: prima ha chiesto il libero passaggio al Comando della garibaldina Pinan-Cichero e la risposta è stata no; ora tramite il cardinale Boetto, tenta la via del CLN, promette la salvezza della città per il libero transito, ma la risposta è identica, firmata dal presidente Paolo Emilio Taviani: «I tedeschi colpevoli di distruzioni saranno considerati criminali di guerra e come tali passati per le armi ». A sera il CLN rompe gli indugi, proclama l'insurrezione generale, ha capito che Meinhold offre ciò che non ha: Berninghaus sta facendo affondare natanti ali'imbocco del porto; e un reparto di SS è fuggito verso il Piemonte portandosi dietro venticinque prigionieri politici fra cui il primo Comando regionale ligure.

Insurrezione! La sera del 23 Battista arriva con la brigata Balilla a Sampierdarena; nel porto i sommozzatori, gli scaricatori, i finanzieri, i partigiani vanno, sotto le raffiche tedesche, a disinnescare le 219 cariche di esplosivo sparse fra moli e impianti. C'è un tipo anziano con i capelli grigi che alla testa di una squadra disinnesca una cinquantina di mine; colpito a morte scompare nelle acque. I testimoni diranno: «Si faceva chiamare Medici ». La Resistenza, esercito senza anagrafe, ha molti di questi soldati ignoti.

Il giorno 24 le battaglie parallele per il porto e per la città proseguono con alterne vicende. Sono entrati in azione nel centro i GAP e le SAP, le carceri di Marassi cadono nelle mani dei ribelli, i prigionieri politici chiedono armi per combattere. Dalla periferia buone notizie: Rivarolo è partigiana, il Comando regionale è alla Certosa. Ma in città c'è una dura sorpresa: i fascisti del tenente Pisano, travestiti da partigiani, si sono impadroniti della prefettura; un loro giornale con la testata «Secolo nuovo» tenta di seminare l'indecisione, la confusione, finge di parlare per conto di un comitato di liberazione, annuncia la nomina di un nuovo prefetto, di un nuovo questore, e invita a sospendere la lotta, ad affidare l'ordine ai metropolitani. Dal porto sale una colonna di fumo, brucia una nave carica di benzina, l'incendio potrebbe propagarsi alla città, ma Berninghaus non cede, è deciso a resistere ad oltranza.

Genova la sera del 24 è in questa dannata. situazione: il porto in mano nemica, il centro conteso fra fascisti e partigiani, la cintura fortificata presidiata dai tedeschi a loro volta assediati dalle divisioni partigiane. E non si può sperare in un immediato soccorso alleato, le avanguardie inglesi sono a La Spezia, a cento chilometri di distanza, e in mezzo ci sono forze nemiche, montagne.

Ma la mattina del 25 la situazione è decisamente migliorata: durante la notte i partigiani hanno rotto in più punti la cerchia delle postazioni d'artiglieria tedesche e hanno espugnato sull'altura di Granarolo la stazione radio, che comincia a trasmettere messaggi del CLN. Tutt'intorno, più in alto, la Pinan-Cichero ha completato il blocco delle vie di uscita. Meinhold non ha più scampo e alle 19,30 firma la resa la rimette nelle mani dell'operaio comunista Remo Scappini: «Tutte le Forze armate germaniche di terra e di mare alle dipendenze del signor generale Meinhold· si arrendono alle Forze armate del Corpo volontari della libertà .alle dipendenze del Comando militare per la Liguria ... ».

Ma Berninghaus dice ancora no, anzi condanna a morte il suo superiore Meinhold, colpevole di. tradimento; con lui dice no il capitano Mario Arillo della X Mas, e insieme compiono le ultime distruzioni. E allora battaglia: vi entrano i partigiani della montagna, della Cichero e della Mingo, mentre Genova è il teatro di caotici movimenti: una colonna di 2.000 fascisti e tedeschi che ha cercato di aprirsi la strada verso Savona deve rifluire in città: parte si trincerano nel grattacielo, parte riescono a fuggire verso Uscio. Nella tarda serata del 26 finalmente anche i nazifascisti del porto si arrendono. Restano alcuni reparti di artiglieria sulle colline, lassù c'è un comandante che risponde ad ogni proposta di resa: «lo non sparo sulla città, ma voi non attaccatemi. Voglio consegnarmi agli Alleati ». La minaccia dura fino all'ultima ora.

La città è libera, il CLN la controlla, rimette in funzione i .servizi pubblici. Il pomeriggio del 26 gli Alleati sono a Rapallo, dal loro Comando si telefona al Comando partigiano. L'incontro avviene l'indomani mattina a Nervi. I partigiani consegnano agli Alleati 6.000 prigionieri catturati in città, 12.000 in montagna; ma Genova no, anche se formalmente bisogna fare il passaggio dei poteri Genova è dei genovesi, l'hanno pagata con migliaia di morti e di feriti.


La battaglia del Piemonte

Solo il Piemonte ha le forze per tentare una grande bat­taglia manovrata e ci va, senza esitazioni, rischiando lo ster­minio in una pianura percorsa da grandi unità tedesche ancora compatte. Le più forti unità gielliste, la 1a e la 2a divisione, scendono su Cuneo e Saluzzo con i garibaldini della 9a e con gli autonomi di Cosa. Giellisti, maurini e garibaldini delle Langhe, in barba agli. ordini operativi, iniziano la corsa su Torino, l'alto Monferrato pensa ad Asti, i garibaldini di Ciro a Novara; calano su Torino le divisioni dalle valli di Susa, di Lanzo, del Chisone, del·Pellice.

La battaglia per Cuneo inizia il 25 aprile. Nei giorni precedenti i partigiani hanno costretto alla resa nelle vallate i battaglioni fascisti della Monterosa e della Littorio, salvate le centrali; ora si va al capoluogo, è l'ottavo assedio nella storia della città, quello posto dai suoi figli per liberarla. I tedeschi devono tenere la città per garantire il passaggio alle divisioni in ritirata dalla Liguria per le valli Roja e Vermenagna; e possono farlo, la città sta su un altopiano fra due fiumi, le artiglierie e le mitragliere da 20 battono tutte le provenienze, i ponti, le passerelle. Ma Ettore Rosa e i giellisti guadano il fiume Stura nella notte, risalgono la ripa, mettono in fuga, in località Torrette, un avamposto tedesco, raggiungono i quartieri ovest della città dov'è scoppiata l'insurrezione.

Dopo due giorni di lotta nell'abitato le posizioni si cristallizzano: i tedeschi chiusi nei loro fortini controllano da ponte a ponte la strada Borgo San Dalmazzo-Torino, tengono libero il tratto nell'abitato. Una commissione cittadina viene da Rosa a riferire la proposta tedesca:

« Sospendete l'attacco ed eviterete distruzioni alla città». « No », risponde Rosa, «non faccio la guerra sul piano di Cuneo, ma su quello nazionale ».

Arrivano a dar man forte i reparti giellisti e garibaldini che hanno occupato Savigliano e Saluzzo, arrivano i pezzi da 88 catturati a Busca, sparano sulla caserma del 2° alpini, fortilizio tedesco. I partigiani si battono con accanimento, devono liberare la città prima che vi giungano gli Alleati, prima soprattutto che vi calino le truppe francesi del generale Doyen. Il tenente Barton, che conosce le loro ansie, va a trattare con i tedeschi nel pomeriggio del 28 aprile. Non cedono ancora, anche se la città è ormai partigiana, con tricolori a tutte le finestre: Nuto Revelli tornato dalla Francia è passato sotto casa sua, ma senza salirvi; prima bisogna finire questo lavoro che si chiama liberazione.

Il 29 aprile la battaglia è finita, i capi della ribellione si ritrovano dopo venti mesi nella loro città: Dalmastro, Ventre, Rosa, Revelli giellisti,.i comunisti Comollo e Bazzanini, l'autonomo Cosa. Manca Duccio Galimbertl, morto, manca Livio Bianco, preso dalla battaglia per Torino. I francesi non. sono scesi in forze a Cuneo, si sono fermati nelle alte valli. C’e stato a Limonetto un incidente con i partigiani, un soldato marocchino ucciso per questa contesa di cui non si sa niente. Ed è arrivata in tempo la minaccia di Truman a De Gaulle: ogni tentativo di entrare in Italia significherebbe la cessazione immediata degli aiuti americani.

Il 25 aprile, quando inizia la battaglia per Torino, la città è un campo fortificato, interi quartieri sono circondati dal filo spinato, le strade sbarrate dai cavalli di frisia, dalle cupole dei fortini. «Nel paesaggio lunare di certi angoli di periferia », riferisce Giorgio Amendola, « si scontrano le pattuglie repubblichine e partigiane» Sono pronti a combattere immediatamente 9.000 delle squadre cittadine, e 1.000 autonomi, 3.000 garibaldini, 1.600 giellisti, 1.500 matteottini, affluiti in città dalle montagne. Le squadre. operaie pensano alle fabbriche, alla Fiat Grandi Motori piazzano le mitragliere da 20, l'ordine che stabilisce l'insurrezione. per il 26 arriva dovunque in ritardo, la bandiera tricolore già sventola sui fumaioli. L'ordine non è piaciuto al colonnello Stevens, comandante delle missioni alleate, vi ha acconsentito a malincuore ma a condizione che prima si liberino le strade provenienti da Asti e da Casale, per cui passeranno le avanguardie alleate. Poi scompare, si ritira in una villa sulla collina .. A tarda sera i resistenti della STIPEL, la centrale telefonica, intercettano gli ordini tedeschi: hanno deciso di restare in città per attendervi le truppe che si ritirano dal basso Piemonte. Stevens, in buona o in mala fede, ne trae pretesto per tentare un nuovo rinvio dell'insurrezione, dal suo rifugio manda a Barbato . l'ordine di non muoversi. L'ordine è su carta intestata del CMRP. Barbato lo conserva per la storia, ma scende in città.

Il 26 il Comando tedesco tratta: Torino diventi città aperta; il tedesco eviterà ogni distruzione purché sia libero il transito per la colonna Liebe che sale da Cuneo, composta dalla 5a e dalla 34a divisione; in caso contrario farà della città «una nuova Varsavia ».

No a Torino, no in tutti i luoghi dell'Italia insorta. I nazi, trincerati nel quadrilatero fra corso Vittorio Emanuele, via Arcivescovado via XX Settembre, corso Galileo Ferraris, ne escono per furenti sortite, per cannoneggiare le fabbriche sui cui sventolano le nostre bandiere. Sono venticinque carri armati che percorrono la città senza riuscire a spezzare le file di un esercito ribelle che ingrossa di ora in ora, manovrato con sicurezza sempre maggiore dal Comando che si è allogato alla Lancia in Borgo San. Paolo. Qui giunge un altra ambasciata tedesca: chiedono di far passare le divisioni in ritirata in un tempo massimo di quarantotto ore. La risposta è sempre no.

Il 28 le formazioni della montagna giungono in città, l'armata partigiana conquista la città strada per strada: la 8a Garibaldi arriva a corso Valdocco; Mauri, al termine della lunga corsa, occupa i ponti a Moncalieri, seguito da! suoi concorrenti, i giellisti della 3a di Alberto Bianco e i garibaldini di Nanni. Il 28 i tedeschi sgomberano gran parte del presidio. Il 29 ricompare il colonnello Stevens, chiede al Comando partigiano di far saltare i ponti sul Po; non gli danno retta, i ponti stanno in piedi per il domani, li difendono i partigiani.

Il generale Schlemmer chiede ancora via libera per le divisioni della colonna Liebe, il rifiuto glielo porta il colonnello Contini: Schlemmer legge, si inchina, saluta freddamente. Incomincia la corsa pazza fra la città e il Canavese delle diviosioni tedesche che non vogliono arrendersi ai partigiani.


Gli Alleati giungono a Torino il l° maggio, sei giorni dopo l'inizio della battaglia: In valle d'Aosta il capoluogo è occupato il 26, i francesi si fermano a Pre Saint-Didier. Novara, Vercelli, Alessandria cadono una ad una; qua e là bruciano i fuochi delle ultime stragi a Grugliasco, Collegno.

da “Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca

 

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Costituiamo un Comitato

21 Juillet 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

La Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia chiede all’Amministrazione Comunale che si costituisca a Lissone un COMITATO, con lo scopo di promuovere, unitamente alla Amministrazione Comunale in  particolari momenti di carattere nazionale e locale ed in occasione di ricorrenze storiche, iniziative e manifestazioni diverse. Del Comitato faranno parte le varie Associazioni interessate.

Negli anni ’80 esisteva a Lissone il COMITATO PER LA DIFESA DELLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE.
Per il 25 aprile 1985  il Comitato pubblicò un documento in cui Angelo Cerizzi, Sindaco e membro del Comitato, scrisse degli APPUNTI SU UOMINI E FATTI DELL' ANTIFASCISMO LISS0NESE, che di seguito riportiamo.

“Questi appunti scaturiscono dalla opportunità di contribuire a riunire e riordinare testimonianze su uomini e fatti di un particolare momento della nostra comunità per arrivare a formulare una pagina di storia dell'antifascismo lissonese. Appunti che vogliono essere, soprattutto per i giovani, un momento di riflessione sui valori basilari della libertà, della democrazia, della giustizia e della solidarietà per cui lottarono, soffrirono e diedero la vita coloro che non accettarono di piegarsi alla dittatura.

E’ un periodo che pur nella sua globalità può essere suddiviso in diverse fasi assumendo ciascuna connotati precisi e diversi.

Così per quanto concerne il periodo che va dall'avvento del fascismo (ottobre 1922) alla sua caduta (25 luglio 1943), devono essere segnalate come figure particolari e fatti significativi del momento:

Vismara Leonardo - nato a Lissone il 18.5.1899, figura di indomabile fede antifascista, costretto all'esilio per le continue vessazioni. Partecipa alla guerra di Spagna nella Brigata Internazionale. Rientra in Italia dopo il 25 luglio 1943 e durante la Resistenza svolge come comandante militare funzioni di collegamento col locale C.L.N

Francesco Mazzilli - Ing. Attilio Gattoni - Carlo Arosio -arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore furono liberati il 26 luglio 1943 subito dopo la caduta del fascismo.

Tra gli antifascisti di vecchia data devono essere ricordati:

Avvoi Ambrogio - Mazzi Attilio - Camnasio Ing. Mario - Consonni Luigi - Donghi Luigi - Foglieni Luigi - Piatti Attilio ed i componenti del Circolo S. Filippo Neri diretti da Don Ennio Bernasconi: pure questi subì vessazioni dai fascisti.

Alcuni episodi meritano di essere segnalati perchè danno l'immagine della situazione locale nel periodo fascista.

Al Circolo San Filippo Neri tocca il battesimo delle iniziative vandalistiche attraverso un tentativo di incendio della sede. La Casa del Popolo dopo aver subito atti di violenza è costretta a chiudere.

Il Circolo di Pro Cultura del Popolo (Biblioteca fondata verso il 1908 e condotta da persone antifasciste) viene obbligato a trasferirsi presso la sede della Sezione Combattenti.

La Trattoria della Passeggiata viene denneggiata perchè ritenuta luogo di incontro di persone non simpatiche al fascismo.

Con il triste 8 settembre 1943 e fino al radioso 25 aprile 1945 la storia d'Italia segna una delle pagine più travagliate e drammatiche: è il momento epico della Resistenza contro la dura occupazione nazifascista ed il contributo dei lissonesi per la riconquista della libertà è degno della generosità che distinguono la nostra gente. Ricordiamo:

Partigiani fucilati dai fascisti e dai nazisti:

Arosio Arturo: fucilato a Sestri Levante per essersi rifiutato di entrare a far parte della Repubblica Sociale Italiana.

Galimberti Ercole:componente delle formazioni partigiane e fucilato dai nazisti a Susa per rappresaglia.

Meroni Attilio: componente delle formazioni partigiane e fucilato a Valdossola.

Guarenti Davide: staffetta fra le squadre partigiane, distributore della stampa clandestina: fucilato a Fossoli.

Erba Pierino - Parravicini Carlo Somaschini Mario – Chiusi Remo: componenti di una squadra della formazione partigiana Garibaldina; a seguito di una cruenta azione nel giugno 1944 contro spietati militi fascisti, furono arrestati - su delazione - e fucilati: i primi due nella piazza principale di Lissone, gli altri a Monza.

 

Morti in campo di concentramento:

Avvoi Ambrogio, operaio deportato a Flossenburg per motivi politici.

Bettega Mario, operaio deportato a Mauthausen per motivi politici.

Colzani Giulio, operaio deportato a Flossenburg per motivi politici.

De Capitani Gianfranco, impiegato deportato a Mauthausen per non aver aderito alle formazioni della R.S.I.

Mazzi Attilio, implacabile antifascista, deportato a Mauthausen.

Parravicini Giuseppe rimpatriato per motivi di salute dal campo di concentramento e poi deceduto per malattia contratta nel campo stesso.

Parravicini Oreste, Perego Francesco

È doveroso segnalare inoltre i nominativi di quei Partigiani, Patrioti e Benemeriti che in misura diversa ed in modi vari hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione, sia di coloro che hanno avuto l'attestazione della apposita Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiana - Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Post Bellica, sia di coloro che parimenti operarono attivamente per il successo, sia infine di coloro che sentirono l'anelito alla Libertà ed aderirono alla Resistenza.

Innanzitutto ricordiamo le seguenti persone per le loro particolari funzioni svolte: Frisoni Agostino - Gelosa Luigi - Cavina Nino, quali componenti del C.L.N. locale, Costa Federico promotore del C.L.N. dal quale poi si dimise sempre comunque svolgendo attività clandestina, Crippa Riccardo comandante militare della Piazza di Lissone, Arosio Angelo (Genola) -Sindaco della Liberazione; quindi i Sigg.:

Casati Erino - Parravicini Giuseppe fu Mario - Perego Franco - Tassinato Tiziano - Vavassori Luigi - Zappa Pierino - Arosio Alfredo - Arosio Giulio (Tan) - Arosio Luigi (American) - Beggio Giovanni - Beretta Alfredo - Besana Celesti no - Brambilla Gerolamo - Carabelli Casimiro - Casati Bruno - Cerizzi Angelo - Cesana Carlo - Colombo Emilio - Colzani Francesco - Colzani Luigi - Crippa Arturo - Crippa Giuseppe - Donghi Giuseppe - Donghi Luciano - Erba Andreina - Erba Natale (Erbet)- Fedeli Lino - Ferrario Isacco - Foglieni Risveglia - Fumagalli Giovanni - Fusi Attilio - Galli Nino - Galimberti Giancarlo - Gelosa Giuseppe - Lambrughi Santino - Meroni Ezio - Meroni Fausto - Meroni Giulio (Tricil) - Molteni Carlo - Muschiato Bruno - Mussi Mario (Griset) - Mutti Celeste - Negrelli Mario - Nespoli Augusto - Parma Anna - Perego Augusto - Pirola Gabriele - Pozzi Alfredo - Pozzi Pierino - Redaelli Attilio ­Riva Augusto - Rovati Carlo - Rovati Giulio - Sala Felice - Sala Mario - Sacchetti Luciano - Scali Edoardo - Sironi Chiara - Terenghi Felice - Tromboni Eugenio - Ziroldi Augusto.

È giusto infine ricordare coloro che dopo l'8 Settembre 1943,. rimasti nell'Italia meridionale, combatterono per la Liberazione dell'Italia nel Reggimento Motorizzato, nei Gruppi di Combattimento nel Corpo Italiano di Liberazione e nei Gruppi di Combattimento: Rovera Massimiliano - Arosio Giuseppe - Galimberti Renzo - Mussi Mario - Rivolta Franco - Sala Giulio - Paltrinieri Bruno - Arosio Ennio.

Per quanto riguarda fatti ed episodi avvenuti in Lissone durante la Resistenza, il più rimarchevole fu senza dubbio quello che ebbe per protagonisti una squadra della S.A.P. per un attentato contro due militi fascisti che più si accanivano nella caccia ai renitenti. I quattro patrioti componenti la formazione furono arrestati a seguito di delazione e - dopo torture - fucilati. La fucilazione avvenne per due di essi nella piazza principale davanti ad una folla incredula e sbigottita che dopo la raffica mortale fuggì terrorizzata.

Il giorno dopo a Monza venivano fucilati gli altri due. Anche Radio Londra nella nota trasmissione "La Voce della Libertà" ricordò il tragico episodio di Lissone esaltando il martirio dei quattro patrioti.

Con riferimento a questo fatto un altro merita di essere segnalato anche per la vasta risonanza che suscitò: nella ricorrenza dei defunti, il 2 novembre 1944: il C.L.N. per onorare la memoria dei quattro patrioti fucilati in giugno, depose sulla loro tomba - durante la notte - una corona di fiori ed un cartoncino tricolore con la scritta "Comitato di Liberazione Alta Italia".

Ci si è limitati a questi episodi: altri ve ne sono, ma il carattere succinto di questi appunti non consente di dilungarsi oltre

Un esempio di impegno e fedeltà nella difesa e nell'affermazione degli ideali e dei valori della Resistenza è stata la costituzione del Comitato per la Difesa delle Istituzioni Democratiche. Infatti in particolari momenti di carattere nazionale e locale ed in occasione di ricorrenze storiche si è fatto promotore, unitamente alla Amministrazione Comunale, di iniziative e manifestazioni diverse.

N.B.: il Comitato è a disposizione per precisazioni ed integrazioni." (Angelo Cerizzi)

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Omaggio ad Angelo Cerizzi

17 Juillet 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

“La libertà e la democrazia non sono conquiste definitive ma si costruiscono e si devono difendere ogni giorno”
Angelo Cerizzi , Sindaco di Lissone dal
1975 al 1985

Con la seguente motivazione fu insignito nel 1985, nella Giornata della Riconoscenza, del prestigioso riconoscimento del Premio Isimbardi, istituito dalla Provincia di Milano.

 “Partecipa giovanissimo alla Resistenza, animatore politico e sociale, è stato per quasi un quarantennio amministratore di Lissone, come consigliere ed assessore dapprima e, dal 1975 al 1985, come sindaco. Dirigente ed organizzatore esperto, oltre che oculato amministratore, ha profuso il suo impegno anche come promotore ed animatore del movimento cooperativo edilizio, contribuendo in modo determinante alla soluzione del problema abitativo per migliaia di concittadini”

Come rendere omaggio ad Angelo Cerizzi, valido conoscitore della storia del nostro Paese e di quella della nostra città, Sindaco di Lissone, da poco tempo scomparso?

Pubblicare un suo scritto pubblicato nel 1985 in occasione del 40° anniversario della Liberazione, ci è sembrato il modo più consono alla sua personalità di uomo, di politico lissonese e poi di Primo Cittadino.

Nonostante siano trascorsi più di vent’anni dalla sua pubblicazione, nel documento è contenuto un messaggio di straordinaria attualità.

 


“Si può dire che la volontà di liberare il Paese si manifesti nella stessa giornata di quel drammatico 8 Settembre 1943 allorquando la disastrosa gestione dell'Armistizio fa scattare le Unità Tedesche per l'occupazione della Capitale, di tutti i punti nevralgici del territorio nazionale e per assumere il controllo delle posizioni già presidiati dalle truppe italiane di terra, di mare e dell'aria fuori dai confini nazionali. In Roma a Porta S. Paolo, in Provenza, Corsica, Dalmazia, Albania, Tessaglia, nelle isole lonie e dell'Egeo i reparti italiani si oppongono, combattono, si sacrificano (il ricordo della Divisione Acqui immolatasi a Cefalonia non si spegnerà mai) e si riorganizzano per continuare la lotta contro i nazisti: basti citare la Divisione Garibaldi (formata con reparti delle ex Divisioni Taurinense e Venezia), prima grande unità ricostruita dall'Esercito italiano per la guerra di Liberazione che operò nel Montenegro e la Divisione Italia (composta dai contingenti della Bergamo e Zara) che si battè in Bosnia e Serbia.

Un cenno meriterebbero le azioni di combattimento della Marina e dell'Aviazione ma ci dilungheremmo troppo. La mancanza di precise disposizioni superiori in quell'8 Settembre portò purtroppo anche allo sfaldamento di molti reparti militari e circa 600.000 tra soldati ed ufficiali furono catturati dai tedeschi ed avviati, in vagoni piombati, nei campi di concentramento in Germania ove sopportarono con dignità le sofferenze morali e materiali per non collaborare, respingendo l'allettante prospettiva di un facile ritorno qualora avessero firmato per la repubblica di Salò: solo un effimero 4% complessivo delle forze armate italiane aderì ai continui pressanti inviti della propaganda.

Non dimentichiamo quindi questo aspetto della Resistenza che costò la vita a più di 30.000 internati.

La dichiarazione dell'Armistizio mette in moto in maniera più decisa le forze di resistenza antifascista alla dittatura: i primi nuclei armati della Resistenza nel territorio nazionale si avvalgono dell'apporto dei militari sottrattisi alla cattura e della loro preziosa esperienza tattica ed addestrativa. Le formazioni partigiane diventano sempre più attive, numerose e consistenti organicamente dando vita al movimento di Resistenza che si estende rapidamente in tutte le regioni occupate dai nazifascisti, con compiti militari di combattimento, di sabottaggio e per procacciarsi materiale bellico sottraendolo al nemico.

Così in uno dei periodi più critici e tormentati della sua esistenza unitaria, l'Italia, pressochè distrutta nelle sue fonti di energia e di vita, seppe ritrovare la volontà, lo spirito, il coraggio morale e civile per lottare contro l'oppressione, contro ogni forma di abuso e di degradazione materiale e spirituale.

La Resistenza non fu soltanto una lotta contro qualcuno o contro qualcosa: fu soprattutto una lotta che le Formazioni Partigiane e le Forze Armate condussero per conquistare all'Italia ed al suo popolo la libertà, la democrazia, la dignità umana, la giustizia civile e sociale. Ideali che sorressero sempre sia le forze partigiane che operarono in montagna, sia le Squadre ed i Gruppi di Azione che svolsero la loro azione clandestina nei centri urbani della pianura, sia i

nuovi reparti militari del Corpo di Liberazione Italiano. Sarebbe troppo lungo e certamente correremmo il rischio di qualche omissione il ricordare anche solo le più

rimarchevoli azioni partigiane pur nelle difficilissime condizioni ambientali, logistiche e di mezzi in cui si trovarono ad operare contro un nemico agguerritissimo che nell'illusorio tentativo di uscire dall'isolamento di cui si sentiva circondato, si abbandonava, particolarmente ad opera di famigerate formazioni note per la loro violenza e brutalità, ad ogni sorta di atrocità, misfatti che anzichè fiaccare il morale e la volontà di resistere dei patrioti e della popolazione, li accrescevano.

L'accenno ad alcuni avvenimenti, anche se accostati in modo eterogeneo, bastano a indicarne la dimensione storica: la creazione della Repubblica d'Ossola, prima temporanea isola di libertà nell'Italia occupata, la battaglia di Montelungo che segna la rinascita dell'Esercito italiano, i caduti alle Fosse Ardeatine, vittime di una spietata rappresaglia, l'eccidio di Marzabotto e di altre località dovuto al feroce e disumano spirito di vendetta, i grandi scioperi degli operai del Marzo.

Ma restringendo la storia in ambiti più augusti e più vicino a noi, è nostro dovere ricordare il contributo di sangue e di attività dato dai nostri concittadini lissonesi; di coloro che caddero combattendo con le armi in pugno, dei fucilati sui luoghi di operazione, nei posti di detenzione, sulla nostra piazza principale, i deportati nei duri campi di concentramento e nei famigerati campi di sterminio. Ricordiamo i componenti del Comitato di Liberazione Nazionale che in mezzo a mille pericoli e difficoltà tessero e coordinarono le fila del Movimento assieme alla Componente militare che si esprimeva nella 1190 Brigata Garibaldi e nel Corpo Volontari della Libertà.

Sono passati quarant'anni da quel radioso 25 Aprile 1945 pieno di speranze e di attese. Sulla Resistenza, su questo grande fatto popolare che è stato definito il secondo Risorgimento italiano, sono stati scritti innumerevoli saggi e sono state dette un fiume di parole: resta sempre il fatto sostanziale che gli ideali per cui lottarono, soffrirono e morirono patrioti di ogni condizione sociale sono sempre validi perchè rappresentano i cardini di ogni società civile ed ordinata, valori ai quali bisogna sempre prestare attenzione perché la libertà e la democrazia non sono conquiste definitive ma si costruiscono e si devono difendere ogni giorno.

Molti si illudono di trovare la salvezza solo nelle istituzioni e nelle leggi; le leggi e le istituzioni sostengono lo sforzo della società e dei cittadini ma non possono assumerlo per sè. Noi individui influiremo sul mondo più per quello che sia o che per quello che diciamo. La mentalità contro la quale si deve lottare è quella che contiene il desiderio di dominare anzichè quella del desiderio di servire.

Ciascuno di noi può agire per cambiare qualcosa nella società e nell'insieme di tutte queste gesta viene scritta la storia di ogni generazione. Ogni volta che un uomo difende un ideale o agisce per migliorarne altri o si innalza contro le ingiustizie, egli promuove una piccola speranza e incontrandosi da diversi centri di coraggio queste speranze formano una corrente che può abbattere i più robusti ostacoli.

Sono passati quarant'anni e la nostra mente ritorna al momento dell'aprile 1945: stava per concludersi la seconda guerra mondiale scatenata da una folle ideologia imperialista. Per oltre cinque anni l’umanità aveva vissuto un'orrenda esperienza: decine di milioni di uomini massacrati sui fronti militari, città rase al suolo, popolazioni desolate dalla fame e dalle privazioni, milioni di esseri umani decimati e stremati nei campi di concentramento e poi la terrificante rivelazione delle prime esplosioni nucleari. Viene spontaneo chiedersi il perchè di quelle vittime. Ed allora si comprende meglio anche il significato della Resistenza: uomini e donne che offrirono la vita in sacrificio per la causa giusta, la causa della dignità dell'uomo. Resistettero non per opporre violenza a violenza, odio contro odio, ma per affermare un diritto ed una libertà per sè e per gli altri, anche per i figli di chi allora era oppressore.

Per questo furono martiri ed eroi.

Mentre gli anni passano - stiamo commemorando appunto il 40° Anniversario della Liberazione ed il tempo travolge passioni e ricordi, quegli avvenimenti restano però fissati nella nostra memoria in una presenza immutabile che richiede un impegno di meditazione. Sorge allora spontanea una domanda: noi che abbiamo vissuto quei momenti storici siamo stati capaci di trasmettere alle nuove generazioni i valori della Resistenza? La risposta è soprattutto nell'intimo di ciascuno di noi, è nella storia recente che si sviluppa attorno agli anni settanta fino ai giorni nostri e vede eventi perniciosi portati avanti da forze eversive di diversa matrice ideologica e da forze mafiose.

Il terrorismo insanguinò, soprattutto negli anni cosiddetti di piombo, la penisola con azioni dinamitarde che vanno da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, al deragliamento dell'ltalicus, alla parziale distruzione della stazione di Bologna, alla strage del direttissimo Napoli-Milano e con attentati contro uomini politici, magistrati, sindacalisti, giornalisti, docenti, forze dell'ordine, facendo centinaia di morti e migliaia di feriti.

È stato un susseguirsi di episodi criminosi che hanno raggiunto il loro apice nel più efferrato delitto politico ed umano compiuto dalle Brigate Rosse con l'assassinio di un prestigioso uomo di Stato: l'On. Aldo Moro.

Nella dura lotta sostenuta da tutte le Forze dell'Ordine con l'appoggio incondizionato della popolazione e che appunto per questa unità di intenti e per la posta in giuoco è stata definita la nuova Resistenza, pure la nostra cittadina doveva pagare il suo doloroso tributo con l'omicidio del Maresciallo Valerio Renzi, Comandante la locale Stazione Carabinieri, compiuto il 16 luglio 1983 da brigatisti nel corso di una rapina all'Ufficio Postale per autofinanziare il movimento eversivo. Lissone ha avuto modo di onorare la memoria in diverse occasioni ed ora l'Amministrazione Comunale, recependo un invito espresso in Consiglio Comunale, si accinge a realizzare una stele ricordo da erigersi sul luogo della tragedia.

Abbiamo parlato di seconda Resistenza e la realtà di un terrorismo che cerca di riemergere in un più vasto ambito internazionale ed alleandosi alla mafia è negli avvenimenti degli ultimi tempi. L'inquietante fenomeno della mafia e della camorra, che ha fatto una vittima di spicco nella persona del Generale Dalla Chiesa, non è certamente recente, ma da tempo - oltre alla presenza in traffici diversi - ha assunto anche il commercio internazionale e lo spaccio della droga, sostanza devastante nei confronti della società e dei giovani in particolare ed il cui effetto micidiale non sarà mai a sufficienza divulgato.

Quella della droga non è il solo importante problema che preoccupa: la situazione generale con quelli scottanti della pace, del disarmo, della fame nel mondo, dell'occupazione - con particolare riguardo ai giovani - sollecita ogni nostra attenzione ed azioni concrete.

Situazione generale che in un contesto sociale per i fini occupazionali non può ignorare come la terza rivoluzione industriale, quella dell'elettronica, sia già in cammino.

In questa prospettiva e tenendo presente i valori fondamentali della centralità dell'uomo e del lavoro, occorre fare in modo che le grandi possibilità tecniche siano a reale servizio dell'uomo e della sua promozione integrale per un salto di qualità nella ricerca di migliori condizioni di vita per tutti.

In una società che cambia in modo così veloce e complesso, gli ideali che hanno sorretto gli uomini della Resistenza sono sempre attuali ed il 25 Aprile ognora ci insegna ad avere fiducia e speranza.

Nel processo evolutivo di ogni Paese non mancano giorni difficili. Ma la nostra fede, l'esperienza che ci viene dalla Resistenza e dalla guerra di Liberazione, la fiducia nella nostra gente ci dice che, così come si sono superati tempi ben più tristi, con la stessa coraggiosa fermezza, si possono e si devono superare le presenti difficoltà. Nessuna situazione è senza speranza se non viene a mancare la fede comune in un avvenire migliore, che può essere conseguito soltanto attraverso una accettabile concordia di energie, una serietà di intenti ed un consapevole, comune. assolvimento dei propri doveri.” ANGELO CERIZZI Sindaco di Lissone

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