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Cronologia: autunno 1938 - autunno 1939

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il tramonto delle illusioni (autunno 1938-autunno 1939)

 

Il primo segno rivelatore di quanto poco stabile fosse la pace salvata a Monaco si ebbe, non molte settimane dopo, quando la stampa cominciò a parlare di certe necessità che l'Italia provava, di garantirsi spazio e sicurezza.

Da lì, dalla polemica che subito ne nacque con la Francia, gli eventi non s'arrestarono più, anche se, in qualche momento, parve d'intravvedere una schiarita.

Eccone gli sviluppi nelle tappe essenziali.

 

Le rivendicazioni italiane furono poste il 30 novembre '38, in termini non ancora ufficiali ma significativi, durante una solenne seduta della Camera cui partecipavano, al gran completo, alte gerarchie e corpo diplomatico.

Mentre Ciano illustrava la situazione internazionale dopo Monaco, i deputati lo interruppero, levandosi a gridare “Tunisi, Corsica, Gibuti." La manifestazione era predisposta e si seppe, anzi, che molti deputati erano stati informati dai commessi della Camera, al momento del loro ingresso in aula, del grido che ciascuno doveva levare.

Nonostante l'evidenza, mentre governo e stampa francesi protestavano, Chamberlain dichiarò ai Comuni il 5 dicembre che l'ambasciatore britannico a Roma aveva avuto formale assicurazione che "il governo italiano non assumeva la responsabilità della manifestazione spontanea dei deputati fascisti". Aggiunse che l'accordo italo-inglese per il Mediterraneo comprendeva Tunisi e la Corsica, ma che Londra non aveva impegni difensivi verso Parigi.

Per tutto dicembre la stampa fascista informò che, a Tunisi, la "teppa gallo-giudaica" provocava incidenti a danno degli italiani. Venne spontaneo pensare - e circolò anche la voce - che si avesse intenzione di fare, di quella città, "i Sudeti d'Italia".

12 gennaio '39. Mentre la polemica tra Roma e Parigi proseguiva violenta e si inscenavano manifestazioni di studenti (quasi esclusivamente delle scuole medie) giungono a Roma Chamberlain e Halifax, per esaminare con Mussolini e Ciano lo stato dei rapporti italo-inglesi.

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Chamberlain si reca anche a far visita al Papa e gli ambienti intellettuali e borghesi romani attribuiscono alla visita significato distensivo.

25 gennaio '39. Cade Barcellona. La situazione dei repubblicani appare disperata.

31 gennaio '39. Hitler assicura all'Italia "la protezione del Reich in caso di aggressione" (da parte francese). Annuncia anche l'intensificazione della lotta contro l'ebraismo.

Alla fine di gennaio, circola insistente la voce che i capi fascisti stiano predisponendo l'occupazione dell'Albania.

6 febbraio '39. La stampa "rivela" il testo di una lettera indirizzata il 24 novembre da Mussolini a Bruno Biagi, ministro delle Corporazioni, perché "si proceda decisamente nel campo della legislazione sociale", per realizzare un deciso "accorciamento delle distanze". Si fa diffondere la voce che, ai primi di marzo, il Comitato Corporativo Centrale deciderà un nuovo aumento dei salari, dal 5 al 10%.

Questo genere di notizie non fanno più impressione sull'opinione pubblica. L'attenzione generale continua a essere rivolta a ogni indizio che riguardi le prospettive di pace o di guerra.

Assai commentata - e in modo favorevole - è l'indiscrezione che Ciano, recato si a Varsavia alla fine di febbraio, vi è stato accolto da manifestazioni antinaziste.

 

Fine della Spagna e della Cecoslovacchia

La tragedia spagnola - che volge ormai al termine - suscita, intanto, emozione e neri presentimenti. È facile cogliere in giro accenni di deprecazione e amare battute, specie all'indomani di quando le radio straniere confermano le apocalittiche notizie che la stampa fascista comunica con tono trionfante.

L'11 febbraio '38 il rincrescimento per la morte del Papa, avvenuta il giorno prima, costituì per alcuni pretesto a manifestare il più sincero cordoglio per la caduta di Porto Bou, espugnata dai franchisti. Tra la fine di febbraio e i primi di marzo, si ebbero tra la gente comune sprezzanti commenti per il fatto che la Camera francese aveva discusso il riconoscimento del governo di Burgos; che Londra lo aveva riconosciuto il 27 febbraio; e che, il 3 marzo, il governo di Parigi aveva nominato il maresciallo Philippe Pétain ambasciatore francese presso Franco.

Il 18 marzo '38 l'elezione del nuovo pontefice, Eugenio Pacelli fu accolta con favore negli ambienti fascisti, ove si riteneva che l'ex-Segretario di Stato sarebbe stato ben più disposto del predecessore verso le potenze dell'Asse. Il mondo cattolico esultò, confidando soprattutto in un'estrema missione pacificatrice del Papa. Ma il mondo intero allibì quando il 16 aprile (Madrid si era arresa il 29 marzo, il 30 era caduta Valencia e il 1° aprile Franco aveva annunciato la vittoria),

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intese pronunciare da Pio XII un radiomessaggio in cui si salutava “l'eroismo del popolo spagnolo" e non di quello che aveva difeso fino all'estremo la libertà, bensì di quello rappresentato dai mercenari della Legione straniera e dagli sventurati legionari mandati a sostenere Franco perché facesse della Spagna, - come il nuovo Papa diceva – “un baluardo inespugnabile della fede cattolica".

Nel frattempo, un altro tragico evento s'era compiuto, senza che su di esso il Papa esprimesse alcun pubblico giudizio. Repentinamente; il 15 marzo '39, Boemia e Moravia furono occupate dalle truppe naziste. Le insegne del Führer sul Castello di Praga, annunciò l'indomani la stampa fascista.

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L'impressione fu enorme: indignazione e sgomento dilagarono, con manifestazioni anche palesi. Nel frattempo, cominciarono a correre (come ormai di regola) voci di reazioni e contrasti nelle alte sfere fasciste: si tornò a parlare di una probabile successione di Ciano a Mussolini. Soprattutto, le speranze si appuntarono verso il re: anche in ambienti responsabili, l'opinione che il re fosse in procinto di compiere un passo "storico" fu diffusa e non troppo segreta. Diffusissima, per alcuni giorni, la sensazione che, in ogni caso, i rapporti tra Roma e Berlino erano ormai compromessi.

Nulla accadde. La stampa continuò a esaltare l'asse. Il 21 marzo '39, si apprese che Berlino chiedeva a Varsavia la cessione di Danzica.

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Il 23, in un'atmosfera depressa e distratta, si ebbe a Roma la solenne inaugurazione della nuova "Camera dei fasci e delle corporazioni." Per qualche ora, una superstite speranza che il sovrano "si decidesse a parlare" mise in agitazione i più ostinati.

Affiancato dal principe Umberto e dal duca d'Aosta, il vecchio re deluse ogni aspettativa. Il suo "discorso della corona” fu povero e piatto: parve un discorso tracciato dalla mano di Starace: per poco non toccò anche la questione del "lei". Rammentò la vittoria etiopica, l'Impero, le prospettive di collaborazione tra l'Italia e la "nuova" Spagna; illustrò il significato dell'asse, dell'uscita dell'Italia dalla Società delle Nazioni, del suo ingresso nel patto anti-Komintern; buoni i rapporti con l'Inghilterra, meno buoni con la Francia: non una parola su quella che era stata, fino a una settimana prima, la Cecoslovacchia.

Molte parole d'elogio, invece, per l'autarchia, la "carta della scuola", i nuovi codici, la floridezza del Paese, la preparazione delle forze armate.

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Tutto bene, dunque, e tutto come prima.

Tre giorni dopo, il 26 marzo '39, lo confermò Mussolini parlando agli squadristi adunati a Roma. Se la prese con la Francia e con "gli emotivi." "Ciò che è accaduto nell'Europa centrale doveva fatalmente accadere," spiegò. E ammonì che "il tempo dei giri di valzer è finito" e che "l'asse Roma-Berlino non si sradica." Quanto alle rivendicazioni italiane erano sempre Tunisi, Gibuti, la Corsica; e aggiunse Suez, che i commessi della vecchia Camera, a novembre, avevano forse dimenticato.

 

Da Tirana a Danzica

Tra il 7 e il 12 aprile '39 le truppe italiane sbarcarono a Valona e occuparono l'Albania. Notabili schipetari telegrafarono al duce: "Solo dalla dottrina fascista può venire benessere, giustizia, onore" e una "Assemblea costituente" convocata in 48 ore a Tirana, offrì a Vittorio Emanuele (che accettò) la corona albanese.

Nessuno strascico né all'estero né all'interno.-

Il 15 aprile '39, Roosevelt inviò un messaggio personale a Hitler e a Mussolini offrendo la mediazione per un accordo che garantisse dieci anni di pace in Europa. La stampa fascista fece sapere che i due dittatori non avrebbero neppure risposto al "giudeo paralitico".

Il 29 aprile '39, Hitler denunciò il patto navale anglo-tedesco, dichiarando anche decaduto l'accordo stipulato con Varsavia nel '34.

Il 6 maggio '39, Ciano e Ribbentrop s'incontrarono a Milano per concertare "un patto politico e militare che fissa definitivamente, anche da un punto di vista formale, i rapporti tra i due Stati dell'Asse": il patto d'acciaio che sarà stipulato, due settimane dopo, a Berlino.

maggio 1939 Ciano in Germania patto acciaio

Il 14 maggio '39, per tagliar corto a voci di dissensi tra le gerarchie fasciste, il duce pronunciò a Torino un “forte" discorso: "Marceremo con la Germania," ammonì, "perché la mia volontà è inflessibile".

Giugno-luglio '39. Le notizie di un nuovo attacco tedesco all'Est sono di tutti i giorni. Da fonti fasciste, si fa circolare la voce che, nel caso, l'Italia" si rifarebbe" con la Jugoslavia. Malgrado ciò, il malumore cresce. A Milano, la questura chiude diversi cinema dove il pubblico si è abbandonato a manifestazioni anti-naziste. A Napoli, durante una esercitazione d'oscuramento anti-aereo, tra il 7 e l'8 luglio, si verificano centinaia di "atti d'indisciplina", che strappano parole di dura rampogna al duce. Circola la voce che gruppi d'intellettuali antifascisti sarebbero stati scoperti a Roma, in Abruzzo, in Piemonte.

Proseguendo nel gioco di alternare la preparazione della guerra con annunci di pace, il 20 luglio '39 Mussolini riceve a palazzo Venezia i gerarchi siciliani. e, dimentico di averlo già annunciato due volte, nel '36. e nel '38, proclama che è giunto il momento di procedere all'" attacco al latifondo": le prime duemila case coloniche dovranno essere pronte per il 28 ottobre '40.

Agosto '39. La vertenza tedesco-polacca per Danzica è giunta allo stato incandescente: di giorno in giorno e, poi, di ora in ora, il mondo segue il precipitare degli avvenimenti.

10 agosto '39. Arrivano a Mosca le missioni militari francese e inglese, per un esame della situazione.

11 agosto '39. Goering annuncia che "il ritorno di Danzica al Reich è imminente".

12 agosto '39. Ciano incontra Hitler e Ribbentrop a Salisburgo. Il comunicato dice che si è trattato di "definire tutte le questioni in sospeso", con particolare riferimento "ai patti di coalizione delle democrazie, che provocano un crescente irrigidimento della Polonia e mirano all'evidente accerchiamento dell'Asse".

20 agosto '39. Il re insignisce Ciano del collare dell'Annunziata.

La notizia, in questo momento, provoca fulminee interpretazioni di una fortunata "missione di pace" che Ciano avrebbe compiuto a Salisburgo. Secondo altri, il re punterebbe, invece, su Ciano per sbarazzarsi di Mussolini e staccare l'Italia dalla pericolosa alleanza con Berlino.

21 agosto '39. Mentre queste voci si accavallano e si sgonfiano nel giro di ore, la stampa continua a denunciare violentemente le mene franco-inglesi che "favoriscono la caparbietà di Varsavia".

22 agosto '39. È dato il folgorante annuncio che Berlino e Mosca hanno stipulato un patto di non aggressione che "fa crollare la politica di accerchiamento delle potenze democratiche".

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23 agosto '39. Londra conferma l'impegno di difendere la Polonia da eventuali aggressioni.

24 agosto '39. Notizie ufficiali o ufficiose annunciano apprestamenti militari polacchi sulla frontiera ovest; la Francia ha disposto la mobilitazione; ammassamenti di truppe tedesche sui confini con il Belgio; la Slesia superiore è in pieno assetto di guerra: il gauleiter di Danzica assume i pieni poteri; Mussolini conferisce con i capi di S. M. delle Forze armate.

25 agosto '39. Notizie di stampa: una divisione polacca accerchia Danzica; lunga riunione di Hitler con Goering e gli altri capi militari; il Parlamento inglese concede a Chamberlain i pieni poteri; in Italia si decide un parziale richiamo di appartenenti all'esercito e alla milizia.

26 agosto '39. La mobilitazione generale è proclamata in Polonia. La stampa dà notizia di tre messaggi scambiati nel giro di 12 ore tra Mussolini e Hitler e di una "proposta·di pace" da questi inoltrata a Londra.

27 agosto '39. Un messaggio di Hitler a Daladier afferma "l'improrogabile necessità di rivedere le ingiustizie del trattato di Versailles". In Italia, i giornali denunciano "le assurde rivendicazioni polacche su territori tedeschi"; i riservisti delle classi dal 1902 al 1913 sono richiamati.

28 agosto '39. L'ambasciatore inglese Henderson, che ha recato in volo, da Londra a Berlino, la risposta di Chamberlain alle “proposte di pace" di Hitler, dichiara: “Le possibilità di un accordo diminuiscono di ora in ora".

29 agosto '39. Una replica di Berlino a Londra “lascia uno spiraglio aperto". A Roma e nelle principali città italiane è stato posto in atto l'oscuramento nelle strade.

30 agosto '39. Londra risponde a Berlino "senza comprensione. " Una iniziativa di mediazione dei reali del Belgio e dell'Olanda è “superata dall'incalzare degli avvenimenti".

31 agosto '39. Mussolini conferisce a Graziani e a Umberto di Savoia il comando dei due gruppi di armate in cui è diviso l'esercito italiano.

1° settembre '39. Il Consiglio dei ministri decide che “l'Italia non prenderà l'iniziativa di operazioni militari". Mussolini riceve da Hitler una lettera con la quale il Führer lo ringrazia dell'aiuto politico e diplomatico prestatogli e si dichiara sicuro di “poter adempiere al compito assegnatogli, senza bisogno di un aiuto militare italiano".

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Alba del 2 settembre '39. Le truppe tedesche varcano la frontiera polacca, senza dichiarazione di guerra. Londra e Parigi proclamano la mobilitazione generale. A Roma, il Consiglio dei ministri prende queste decisioni: limitazioni del consumo delle pietanze negli esercizi pubblici; divieto di vendere carne il giovedì e il venerdì; divieto di panificazione nelle ore pomeridiane; divieto di vendita del caffè; limitazione di tutte le comunicazioni; divieto di circolazione per tutte le auto private a partire dalla mezzanotte del 3 settembre; obbligo per tutti i locali d'anticipare la chiusura alle ore 23; severe misure per gli speculatori o incettatori di merci; pena di morte per chi compia contrabbando di valuta. L'oscuramento continua.

 

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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Cronologia: settembre 1939 - giugno 1940

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La non belligeranza (settembre 1939-giugno 1940)

 

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Le prime reazioni alla notizia del non intervento dell'Italia furono di impetuoso ottimismo. Non solo e non tanto per il momentaneo scampato pericolo, ma anche perché si riprodussero vecchie, impenitenti illusioni: sulla rottura probabile (già in atto, anzi) dell'odiata alleanza con Hitler; l'aprirsi di' nuove prospettive "democratiche" per il regime; l'eventualità auspicata dai piu ardimentosi, di un futuro intervento a fianco delle potenze democratiche, con il duplice vantaggio di contribuire a eliminare dal cuore dell'Europa il cancro del nazismo e di "condizionare" il fascismo in rapporto alle mutate alleanze.

Tali illusioni si propalarono, durante alcune settimane, non solo in larga parte dell'opinione pubblica, ma anche in ambienti fascisti, dove i partigiani dell'intervento al fianco della Germania si ridussero una minoranza esigua e ben individuata: segnatamente i due gruppi che si raccoglievano attorno al Regime fascista di Farinacci e all'altro quotidiano razzista Il Tevere, di Roma.

Difficile è dire se fosse frutto di ottimismo (oppure di una chiaroveggenza di segno opposto) il forte movimento al rialzo che si verificò nelle borse a partire dal 4 settembre.

Gli ambienti finanziari erano, forse, i meglio informati e, sia che puntassero sui vantaggi della non-belligeranza, sia che facessero affidamento sulle commesse belliche, certo è che "comprarono" per tutto settembre.

L'unico che parve non partecipare alla generale euforia fu Mussolini che, per tre settimane, non si fece sentire.

Presero, così, a correre voci secondo cui era ormai stato "accantonato" dai maggiori gerarchi e dal re, che la sua fortuna - legata, da più di tre anni, all'altro dittatore - fosse al tramonto.

 

I primi sintomi allarmanti

A spezzare questo strano incanto, che neppure il pauroso sviluppo degli eventi bellici (Varsavia era caduta l'8 settembre, una settimana dopo l'invasione) era riuscito a dissipare, intervennero, nel giro di un mese, tre avvenimenti significativi.

Il 23 settembre '39, il duce ruppe il silenzio e, parlando ai gerarchi della "X Legio", li avvertì che era ora di liberarsi della "zavorra" dei "disfattisti, "dei" massoni," degli "ebrei," degli " esterofili" e di "ripulire gli angolini", ove questi "rottami" avevano trovato rifugio: in buona sostanza, coloro che avessero puntato sulla pace avevano fatto un gioco sbagliato.

Seconda doccia fredda: il 1° ottobre Ciano si recò a Berlino, per conferire con Hitler; negli ambienti "bene informati" si disse che quella nuova missione mirava a trovare una via d'intesa per arrestare la guerra. La Polonia era ormai spacciata, dopo che l'URSS, il 17 settembre, ne aveva varcato le frontiere dall'altra parte, ma sul fronte d'Occidente si susseguivano le "notti calme ", le ostilità tra tedeschi e franco-inglesi non avevano, praticamente, ancora avuto inizio.

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Si confidò, quindi, in una mediazione italiana, ma due settimane dopo apparve chiaro che Hitler non intendeva fermarsi.

Il 31 ottobre '39 si ebbe un repentino cambio della guardia nelle gerarchie del regime. Starace fu sostituito da Ettore Muti, al partito; Alessandro Pavolini rimpiazzò Alfieri alla Cultura Popolare; Renato Ricci andò alle Corporazioni al posto di Lantini, ecc.

Le prime voci, fondate sui rapporti d'amicizia o di vera e propria sudditanza che legavano alcuni dei nuovi ministri a Galeazzo Ciano, fecero pensare che le cose volgevano al meglio: si parlò di "gabinetto Ciano" e, al solito, le speranze sostituirono il ragionamento.

La realtà era diversa: anche se alcuni dei nuovi ministri erano amici di Ciano, essi erano, prima ancora, uomini del partito, di provata fede, di sicura disciplina (ottusi, magari, e faziosi, più di quelli che erano chiamati a sostituire); proprio per questo, ubbidienti e adatti alla bisogna e la bisogna, anche se Ciano stesso s'illudeva, era la guerra.

Un altro brutto indizio - o presagio - fece pensare al peggio (quelli che pensavano). Il 9 novembre '39 fu data notizia che la polizia tedesca aveva sventato a Monaco un attentato contro Hitler predisposto in occasione dell'annuale riunione nella storica birreria.

Non occorreva troppo acume per indovinare che la storia era un pretesto per togliere di mezzo, anche in Germania, eventuali oppositori alla prosecuzione della guerra. Già si era appreso che il gen. Fritsch, il capo della Reichswehr allontanato dal comando alla vigilia dell'Anschluss, era "caduto in battaglia" al fianco dei suoi soldati, dei quali aveva rivestito la semplice divisa. Ora, alla notizia del presunto attentato (diramata con tono quasi trionfale da Berlino) erano seguite quelle di repressioni, arresti, esecuzioni sommarie: di pari passo con la perfetta macchina militare, era scattata la spietata macchina della Gestapo.

Si indovinò anche (lo si era imparato, ormai) che un fatto del genere avrebbe trovato a Roma immediata anche se, per certi aspetti, goffa risonanza. Si ebbe notizia, infatti, di un certo "giro di vite". Ma, soprattutto, si seppe che, sul finire dell'anno e agli inizi del '40, numerosi arresti di "sovversivi" erano stati compiuti anche in Italia.

 

Impressioni contrastanti

Ma la speranza era dura a morire. Una nuova ondata euforica si verificò nel dicembre '39. Il 16, alla Camera, Ciano espose le ragioni della non-belligeranza italiana e trapelò dal discorso che questo atteggiamento era dovuto a qualcosa come una violazione degli accordi da parte della Germania: l'Italia non si trovava quasi più impegnata dal patto d'acciaio. Comunque, la pace avrebbe dovuto essere garantita per altri tre anni. In un'epoca in cui la sopravvivenza si misurava a giorni, questo lasso di tempo parve immenso.

Poco dopo, il 21 dicembre, il re e la regina si recarono a far visita al Papa e, dall'insieme delle cerimonie, dei comunicati, delle voci, anche questo avvenimento diede motivo di fiducia. Fu detto che Papa e re erano d'accordo che l'Italia passasse dalla non-belligeranza alla neutralità. Nelle borse si ebbero altri rialzi: la grossa borghesia continuava a comprare. Buono o cattivo indizio?

Ognuno lo interpretò a suo modo. Ma il più strano era che ogni giorno, intanto, si muovevano attacchi allo "spirito borghese": i borghesi italiani (anche se mai individuati personalmente) erano raffrontati, in quelle polemiche, notoriamente promosse dal partito, agli stranieri democratici o, addirittura, additati all'odio popolare.

In realtà, il disegno della propaganda fascista non era né troppo misterioso né peregrino: si mirava a persuadere il popolo che la guerra sarebbe stata, così come antiplutocratica all'esterno, anche antiborghese all'interno.

A febbraio, l'allarme divenne più pronunciato: la stampa metteva particolare cura a dimostrare le vessazioni che l'Italia stava subendo per via del blocco navale anglo-francese, che rarefaceva i rifornimenti, causava aumenti nei prezzi, ci rendeva, insomma, prigionieri nel nostro mare. Furono "sensibilizzati" diversi incidenti: navi italiane fermate o dirottate, minacce di "embargo" da parte francese. L'Inghilterra si avviava a meritarsi il titolo di "perfida Albione."

Una strana manovra venne effettuata dal Giornale d'Italia, sul finire del febbraio '40: Virginio Gayda pubblicò due o tre articoli in cui s'illustravano i pregi di un'eventuale alleanza contro le democrazie plutocratiche dei "tre regimi totalitari", fascismo, nazismo e bolscevismo, di cui si ponevano in luce, insolitamente, le pretese "affinità".

Il 18 marzo '40, Mussolini s'incontrò con Hitler al Brennero.

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Corsero voci contrastanti. Gli inguaribili ottimisti dissero che il duce era andato a prospettare al Führer certe proposte di accomodamento che il segretario di Stato americano Sumner Welles, venuto nei giorni precedenti due volte a Roma, aveva recato. Ma la maggioranza degli italiani non condivideva ormai più queste illusioni e, poiché la stampa si manteneva nel generico, fermenti di malumore serpeggiarono un po' ovunque.

La polizia, sempre attentissima, evitò che il rientro di Mussolini avvenisse con troppo clamore, temendo che il giochetto di gridare "pace - pace". in luogo di "duce - duce", fosse ripetuto. A "fare folla" vennero comandate alcune centinaia d'agenti in borghese, pochi scalmanati dei gruppi rionali e gli uscieri della federazione romana e della direzione del partito.

 

Verso la guerra

Che le cose volgessero ormai al peggio si capi, nel marzo-aprile da certi inasprimenti della polemica di stampa contro Inghilterra e Francia, dal fatto che la lotta contro l'esterofilia fu intensificata e anche da taluni sintomi che si notarono negli ambienti fascisti: quei gerarchi che non avevano dissimulato, anche con i più periferici collaboratori il proprio neutralismo facevano adesso macchina indietro.

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Agli inizi di aprile, Hitler attaccò proditoriamente Danimarca e Norvegia e l'esito folgorante delle due operazioni fu Il primo concreto segnale d'allarme, anche per noi: la guerra, a quel modo, era una bellezza; non prendere parte al bottino era da idioti.

Questo, purtroppo, lo stato d'animo che si diffuse, non solo tra i gerarchi, ma in ambienti borghesi che, poc'anzi, si erano mostrati scettici e malcontenti, e perfino tra certi intellettuali che, in verità, erano sempre stati assai ligi verso il regime ma, ultimamente, avevano dato a credere in un ravvedimento. Sulla scorta di notizie sufficientemente indicative, la stragrande maggioranza della gente semplice non si lasciò prendere da queste infatuazioni. Fu colpita, sgomenta, ammirata magari per la precisione e l'efficacia dei colpi nazisti. E, semmai, proprio per questo, cadde in una cupa desolazione, si disanimò: prevedendo ormai
il peggio, rimase passiva.

Non era ancora uscita, questa parte prevalente dell'opinione pubblica, dall'impressione provocata dai tremendi colpi hitleriani in Danimarca e Norvegia, che seguirono, del pari folgoranti, il 10 maggio '40, l'invasione dell'Olanda e del Belgio e la sconcertante disfatta francese.

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Le "notti calme" erano finite sulla Maginot. A fine maggio, tutte le forze capaci di difendere la “Francia eterna" erano chiuse a Dunkerque

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 e non riuscivano- neppure a salvarsi con la fuga. (Nel corso dell’offensiva tedesca in Francia, il 20 maggio 1940, la Wehrmacht riuscì a dividere in due le armate alleate che tentavano di attraversare la manica. Questa manovra costrinse le 45 divisioni franco-britanniche a ripiegare sulla regione di Dunkerque. Circa un milione di uomini si trovarono accerchiati dalle divisioni tedesche. Le forze franco-britanniche riuscirono ad aprirsi un varco di un centinaio di chilometri di lunghezza e di una trentina di larghezza per consentire il trasferimento delle truppe.

L’operazione “Dynamo”, sotto il comando del vice-ammiraglio Bertram Ramsey, durò dal 26 maggio al 4 giugno e consentì la salvezza di circa 338.000 soldati, di cui 123.000 francesi. La Wehrmacht fece 35.000 prigionieri).

Mussolini - ogni italiano ormai lo sapeva - non stava più nella pelle. Il resto è noto ...

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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Cronologia: giugno 1940 - giugno 1942

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

I primi due anni di guerra (giugno 1940-giugno 1942)

 

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Con l'intervento dell'Italia nel conflitto, un elemento appare subito chiaro, sconcertante e, per molti aspetti, mortificante: che, mentre la Germania, per due anni ancora proseguì nei suoi strabilianti successi militari accentuando l'impressione d'invincibilità, l'Italia subì invece fin dall'inizio e quasi ininterrottamente, rovesci altrettanto sensazionali e venne .così ad assumere ben presto, malgrado l’originaria alleanza, il ruolo di un Paese quanto meno "protetto”, praticamente dominato come tutti gli altri dell'Europa continentale, dal padrone nazista.

È questo un dato storico che contribuì a rendere, se altri motivi non vi fossero stati, assurda e impopolare (oltreché sciagurata) una guerra che, nonostante le menzognere parole d’ordine della propaganda ufficiale, non aveva altre. prospettive, se non quella, in caso di vittoria, di una servitù anche più trista delle altre, in quanto voluta e accettata dalla classe dirigente del tempo.

E ciò spiega - credo -, tra l'altro, non solo la crescente opposizione delle masse popolari, ma anche lo scarso impegno “combattentistico" dei richiamati che, pur battendosi con valore individuale (tanto maggiore, perché sempre in condizioni d’impreparazione e d'inferiorità) quando si trattò di difendere, in singoli episodi, l'onore del Paese, non poterono, certo, essere sorretti dallo spirito volontaristico che anima un popolo quando si trova a dover sostenere una guerra giusta e sentita.

E vengo all'arida cronaca.

10 giugno '40. Lo schieramento delle forze italiane al comando del principe di Piemonte sull'arco alpino è formato di 22. divisioni, 3 raggruppamenti alpini, 2 raggruppamenti celeri per circa 350.000 uomini. Armamento mediocre; situazione militare notoriamente infelice, di fronte alle posizioni e le fortificazioni francesi.

18 giugno '40. Incontro Mussolini-Hitler a Monaco: poche notizie ufficiali; si dice sia avvenuto per concordare l'armistizio con la Francia. (I tedeschi hanno raggiunto Parigi il 14).

Parigi occupata Parigi giugno 1940

Voci che Mussolini vuole attaccare i francesi, nonostante la palese inutilità.

22 giugno '40. I tedeschi firmano l'armistizio col governo francese di Pétain.

Pétain con Hitler 1940 vagone Compiegne resa Francia 

21-24 giugno '40. Per cinque giorni le forze italiane conducono una assurda offensiva sul fronte occidentale, raggiungendo Mentone, sulla costa, e gli avamposti alpini nella regione Ligure-Piemontese. 39 ufficiali morti, 187 feriti, 592 soldati morti, 5311 feriti, di cui 2125 congelati.

24 giugno '40, sera. A Villa Incisa, a Roma, Badoglio e Hutzinger firmano l'armistizio franco-italiano.

29 giugno '40. A Tripoli, Balbo è abbattuto dalla contraerea. Lo sostituisce Graziani.

Giugno-luglio '40. Fin dalle prime settimane, le forze italiane subiscono rovesci in Cirenaica. Si parla di migliaia di prigionieri, tra cui un generale. Nel Mediterraneo i bollettini annunciano “grandi successi”. Le battaglie navali di Punta Stilo (9 luglio) e Capo Spada (19 luglio) si sono risolte con lievi vantaggi italiani. Si sa di contrasti tra marina e aviazione. Si dice che, in un mese, l'aviazione italiana avrebbe perso 250 apparecchi. Si parla di un attacco tedesco contro l'Inghilterra, la cui attuazione è però rinviata di settimana in settimana.

Agosto '40. Violenti bombardamenti tedeschi sulle città inglesi.

Londra-bombardata.jpg manifesto antiinglese

Stasi sui fronti italiani, salvo che per il Mediterraneo.

14 settembre '40. Inizia l'offensiva italiana in Libia, voluta da Mussolini per ragioni di prestigio, contro il parere di Graziani. Ripiegamento inglese; occupazione di Sidi-el-Barrani.

Sidi-el-Barrani.jpg Libia-agosto-1940-Luigi-Gelosa-su-carrarmato.jpg

27 settembre '40. Ciano firma a Berlino il “patto tripartito" tra Germania, Italia e Giappone. La stampa non nasconde il disegno di dominazione mondiale che ne è alla base.

asse Roma Berlino Tokio 

4 ottobre '40. Incontro Mussolini-Hitler al Brennero. Scarse notizie ufficiali. Si dice sia stato esaminato l'abbandono del piano tedesco di invasione dell'Inghilterra, La guerra si farà più lunga e dura.

Metà ottobre '40. I tedeschi occupano la Romania. In Italia voci di attacco alla Grecia.

29 ottobre '40. Comincia l'attacco alla Grecia.

Inizi novembre '40. Notizie nere dalla Grecia. Da fonte radio si apprende che già il 5 novembre le nostre forze hanno dovuto ripiegare. Specialmente provati i contingenti alpini.

10 novembre '40. A conferma delle sconfitte subite il gen. Visconti Prasca è sostituito dal gen. Soddu in Albania.

12 novembre '40. Aereo-siluranti inglesi attaccano la flotta alla fonda a Taranto: colpite le corazzate "Littorio" Duilio” e "Cavour”.

1940-porto-Taranto-attacco.jpg

Metà novembre '40. Continuano i rovesci in Albania. Mussolini annuncia che "spezzeremo le reni alla Grecia”.

italiani-fronte-greco.jpg italiani-fronte-greco-albanese.jpg

 

18 novembre '40. Incontro Hitler-Ciano a Salisburgo: si parla di un grave rabbuffo del Führer per l'iniziativa italiana nei Balcani.

24 novembre '40. Farinacci attacca duramente, sul Regime fascista, Badoglio .

Inizio dicembre '40. Prosegue la rovinosa ritirata in Albania. Gli attacchi a Badoglio s'intensificano, anche da parte degli ambienti nel partito. Si dice che Mussolini abbia criticato il capo di S.M. accusandolo di aver approvato l'attacco alla Grecia, pur conoscendo la nostra impreparazione. Il maresciallo si sarebbe ritirato in Piemonte. Conflitti si sarebbero verificati tra ufficiali dell'esercito e fascisti a Torino; Asti e Roma.

Metà dicembre '40. Ripiegamento generale in Albania.

Le direttive ormai ufficiali del partito sono di dare tutta la colpa dei disastri militari a Badoglio e alla casta dei generali. Gli inglesi contrattaccano in Libia costringendo le forze italiane a ripiegare su Bardia. Si parla di migliaia di prigionieri, cinque divisioni fuori combattimento, generali arresisi senza battersi.

Ondate di critiche nell'opinione pubblica. Si parla di reazioni anche nell'ambiente militare e della corte. Mussolini, furibondo, avrebbe espresso l'intendimento di "mettere a posto" tutti: il re e i generali. Risbucano gli squadristi, a dare lezioni agli ascoltatori delle radio nemiche ma solo nelle grandi città e sotto la protezione della polizia. Nei centri minori e nel paesi i fascisti non si fanno vedere.

Fine dicembre '40. Anche Soddu è stato richiamato dall’Albania, sostituito da Cavallero. Ordine di Cavallero alle truppe: "Morire sul posto”.

Inizi gennaio '41. Continua la disfatta in Libia: cadono Bardia e, poi, Tobruk; si parla di oltre centomila prigionieri.

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L’opinione pubblica è esterrefatta. Si parla di gravi dissensi nelle alte sfere del regime: Grandi, Bottai, Federzoni, Delcroix contro Farinacci, Pavolini, Sforza. Si dice che Mussolini intenda reagire con estrema energia: contro il re i generali la borghesia, il Vaticano, il popolo stesso che considera tutti "traditori".

7 gennaio '41. Al Consiglio dei ministri Mussolini legge l'elenco dei generali e dei colonnelli sostituiti e, in un comunicato pubblico, si fa appello "alle masse profonde dell'Italia proletaria fascista".

18 gennaio '41. Mussolini decide la mobilitazione di gerarchi, ministri, deputati, membri del Gran Consiglio, federali: tutto lo stato maggiore - e minore - del regime dovrà andare al fronte con l'inizio di febbraio.

22 gennaio '41. Incontro Mussolini-Hitler a Salisburgo.

Via radio si apprende che è stato comunicato l'abbandono definitivo del progetto di sbarco in Inghilterra, nonostante la feroce offensiva aerea compiuta fino a questo momento. Hitler avrebbe anche promesso l'intervento tedesco nei Balcani e in Libia. Mussolini dovrebbe intercedere presso Franco per indurre anche la Spagna a intervenire a fianco dell'asse.

12 febbraio '41. Incontro Mussolini-Franco a Bordighera. Nulla di fatto.

Metà febbraio '41. Rommel arriva in Libia, di dove Graziani è venuto via alla chetichella sostituito da Gariboldi.

1° marzo '41. Ha inizio l'intervento tedesco nei Balcani, con l'occupazione della Bulgaria.

1°-20 marzo '41. Mussolini si trasferisce in Albania per presenziare alla "grande controffensiva”.

occupazione jugoslavia 

Aprile '41. In concomitanza con l'intervento tedesco contro la Jugoslavia e la Grecia, Cavallero attacca dall'Albania e Ambrosio occupa Lubiana, la Dalmazia fino ai confini del Montenegro. Il 13 aprile i tedeschi occupano Belgrado, il 27 Atene. Rispettivamente il 18 e il 24 sono firmati gli armistizi con la Jugoslavia e la Grecia.

Giungono notizie, a fine aprile, delle sopraffazioni che, ovunque, i tedeschi compiono, mortificando i militari italiani e imperversando contro le popolazioni locali. Notizie analoghe giungono dalla Libia, dove l'arroganza tedesca si verifica al livello degli alti comandi.

Inizi maggio '41. Dopo una progressiva ritirata su tutti i fronti dell'Impero le forze italiane in Africa orientale abbandonano la resistenza. Il 19 maggio la resa dell'ultimo presidio comandato dal duca d'Aosta segna la fine dell'Impero.

18 maggio '41. Dallo smembramento della Jugoslavia, è creato il regno di Croazia, cui Vittorio Emanuele destina come sovrano Aimone, duca di Spoleto.

Seconda metà maggio '41. Si ha notizia che il numero due del nazismo, Hess, è fuggito in Inghilterra.

10 giugno '41. Mussolini pronuncia alla Camera un penoso discorso nel quale dà per sicure imminenti vittorie e definisce il suo recente soggiorno. in Albania "un premio per le truppe".

22 giugno '41. Inizia l'aggressione tedesca contro l'URSS.

Corriere della Sera 18 luglio 1941 operazione Barbarossa

Fine giugno '41. Mussolini decide (sembra contro la stessa resistenza di Hitler) di mandare subito sul nuovo fronte orientale un contingente italiano, che passa in rassegna a Verona il 26 giugno.

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La stampa cattolica, finora dimostratasi distaccata, ravvisa nella nuova offensiva un valore ideologico che la porta a un palese avvicinamento al regime. Riserve e "distinguo" si notano invece sulla stampa fascista di sinistra, perfino. su periodici nati come Critica Fascista e Civiltà Fascista.

Luglio '41. Inizio della rivolta in Montenegro. L'attività partigiana si sviluppa in tutta la regione jugoslavo-greco-albanese, fino alla Venezia Giulia.

Settembre '41. L'avanzata tedesca in URSS si sviluppa fino alla occupazione di Kiev e all'assedio di Leningrado. I reparti italiani raggiungano. Stalino.

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Le condizioni alimentari in Italia si aggravano sensibilmente.

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Circolano, voci di una "occupazione segreta" di agenti tedeschi insediati nelle principali città. Ufficialmente s'installa nella Penisola un comando tedesco diretta da Kesselring.

Ottobre '41. I tedeschi conquistano Karkov e Odessa. Si accentuano in Italia le manifestazioni di fanatismo di Mussolini: il 4 ottobre decide l'allontanamento dalla Sicilia di tutti i funzionari siciliani; a metà mese si apprende che intende inviare in URSS, nonostante le difficoltà prospettate negli ambienti militari, almeno venti divisioni.

parte il CSIR

è promossa una inchiesta a carico di Graziani; voci attendibili riferiscano sull'intensificazione della sorveglianza di polizia e dell'attività del Tribunale speciale.

Novembre '41. Dopo che negli ultimi mesi i convogli avviati in Libia subiscono affondamenti con ritmo pauroso, ha inizio l'offensiva inglese che costringe le forze italo-tedesche a profondi ripiegamenti.

8 dicembre '41. A seguito dell'attacco giapponese a Pearl Harbour,

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gli Stati Uniti entrano in guerra contro il Tripartito.

21 dicembre '41. Si ha notizia di una crisi militare in Germania: il capo di S.M. Brautchisch è liquidato. Nella seconda metà di dicembre cominciano seri ripiegamenti tedeschi in URSS.

Gennaio' '42. Rommel tenta in Libia una controffensiva riconquistando Bengasi e Derna. Notizie di gravi contrasti tra il maresciallo tedesco e i generali italiani Gambara e Bastico culminano con il siluramento di questi ultimi.

Le restrizioni alimentari in Italia si aggravano: è introdotto, nei pubblici locali, il "rancio unico".

Febbraio '42. S'inasprisce in Italia la polemica fascista "anti-borghese" e contro il Vaticano, "Giri di vite" sono annunziati o effettuati in tutte le direzioni. Il 26 febbraio è decretata la "mobilitazione civile" di tutti gli uomini dai 18 ai 55 anni, che non si comprende bene cosa significhi. Con il 1° marzo la razione del pane è ridotta a 150 grammi.

Marzo '42. La situazione interna italiana si fa particolarmente tesa. Si ha notizia di dimostrazioni di donne avanti ai forni a Venezia, Matera, Piombino e numerosi altri centri. Corre voce che Mussolini intende colpire i ceti abbienti e commercianti cui attribuisce le condizioni di disagio del Paese.

Milano-1944-razionamento.jpg tessera annonaria

Sembra che le autorità di P.S. abbiano. denunciato circa 120 mila esercenti per infrazioni annonarie.

Maggio '42. Ha inizio l'offensiva di Rommel in Marmarica che porta, il 21 giugno, alla riconquista di Tobruk, con la cattura di 25 mila prigionieri inglesi. Anche in URSS i tedeschi sono alla controffensiva.

29 giugno '42. Mussolini parte per la Libia per partecipare all'auspicato ingresso delle truppe italo-tedesche in Alessandria d'Egitto.

 

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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cronologia essenziale 1943 - 1945

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

11 giugno 1943

Sbarco degli Alleati, Inglesi e Americani, in Sicilia.

Sicilia carta sbarco alleato 1943 

 

25 luglio 1943

Destituzione e arresto di Mussolini. Il re Vittorio Emanuele III nomina Badoglio a Capo del Governo.

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8 settembre 1943

Annuncio dell'armistizio tra Italia e Alleati.

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9 settembre 1943

I partiti antifascisti danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando «gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

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10 settembre 1943

I tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come schiavi nelle industrie del Reich. Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

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12 settembre 1943

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco.

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20 settembre 1943

Hitler cambia lo status dei 700.000 italiani “prigionieri di guerra” in Internati Militari. Per questa decisione del Führer gli italiani nei lager tedeschi non godranno dell’assistenza della Croce Rossa internazionale.

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23 settembre 1943

Ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la Repubblica Sociale Italiana, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

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fine settembre 1943: iniziano le prime forme di resistenza armata contro l’occupazione nazista dell’Italia e contro i fascisti della Repubblica sociale italiana. Si formano i primi nuclei partigiani sulle montagne del nord Italia.

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13 ottobre 1943

Il governo del Sud, con a capo il Maresciallo Pietro Badoglio, dichiara guerra alla Germania.

 

4 Giugno 1944

Gli Alleati entrano in Roma.

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6 Giugno 1944

Sbarco alleato in Normandia.

Sbarco in Normandia 7

 

20 luglio 1944

A Rastenburg, nella Prussia orientale, fallisce l’attentato del colonnello Stauffenberg alla vita di Hitler e svanisce il progettato Putsch per rovesciare il nazismo.

 

Estate e autunno 1944

Intensificazione delle azioni partigiane in Italia: i tedeschi in ritirata si abbandonano a stragi di civili (Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, ...)

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Avanzata delle truppe alleate su tre fronti: russo, italiano e francese; bombardamenti a tappeto sulle città tedesche.

 

25 aprile 1945

Insurrezione delle città del nord Italia e Liberazione.

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2 maggio 1945

L’Armata rossa entra a Berlino.

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7 maggio 1945

Resa senza condizioni della Germania.

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8 maggio 1945

Fine della guerra in Europa.

 

 

In Estremo Oriente la guerra prosegue tra Giappone e Stati Uniti.

 

6 agosto 1945

Bomba atomica su Hiroshima.

 

9 agosto 1945

Bomba atomica su Nagasaki.

 

2 settembre 1945

Resa del Giappone.

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Russia, l’inferno bianco

22 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La ritirata di Russia: dal racconto di Mario Rigoni Stern

(Asiago, 1º novembre 1921 – Asiago, 16 giugno 2008)

 

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L'autore dell'articolo, protagonista della disastrosa spedizione dell'Armir, rievoca il dramma della ritirata e della disperata battaglia nella grande ansa del Don per sfuggire ai russi. In un solo giorno, la sua compagnia fu decimata: di 200 alpini ne restarono soltanto 36.

 

“In questi giorni di febbraio (n.d.r. 1943) andavamo camminando da villaggio in villaggio cercando evitare le strade dove manovravano le divisioni corazzate tedesche per fermare l'offensiva invernale dell'Armata Rossa. Già la VI Armata tedesca si era arresa a Stalingrado, ma noi non lo sapevamo. Dopo il combattimento del 26 gennaio eravamo rimasti in pochi; della mia compagnia, escluso il sergente dei conducenti, ero l'unico sottufficiale: il capitano, i cinque ufficiali, i sergenti o erano caduti in combattimento o nella neve per sfinimento. Solamente quattro erano stati raccolti sulle slitte e poi ricoverati a Kharkov. Usciti dall'accerchiamento, dopo combattimenti e marce infinite, ci contammo una trentina. Mancava il 90 per cento dei nostri compagni. Un sottotenente venne a prendere il comando di questi resti. E noi si andava verso occidente. Ci avevano indicato una direzione verso Kiev in Ucraina, poi verso Gomel in Bielorussia. Vennero ancora giorni molto freddi e una notte di tormenta quasi perdevo le mani per congelamento: a Nikolajevka, per manovrare meglio la mitragliatrice, i guanti me li ero levati senza più trovarli. Ora facevo il cane da pastore in coda al piccolo gruppo; con noi c'erano dei feriti leggeri e degli ammalati che avevano rifiutato il ricovero perché temevano di essere abbandonati ...

 

ritirata fronte Don ritirata Russia

 

L'avventura degli italiani era incominciata nell'estate del 1941. L'aggressione all'Urss da parte delle armate di Hitler era avvenuta alle prime luci dell' alba del 22 giugno. Quella mattina l'avvampare di seimila cannoni frantumò l'alba. Migliaia di carri armati e di aerei, milioni di soldati varcarono le frontiere con la Russia, travolgendo ogni difesa. Incominciò così la più grande campagna di tutte le guerre, che costò decine di milioni di vite umane. Gli obiettivi erano Mosca, la distruzione della Russia come Stato; il tempo otto settimane.

In quella primavera anche in Italia si stava segretamente preparando un Corpo di spedizione autotrasportabile (cioè che si sarebbe potuto anche autotrasportare). Erano le divisioni Pasubio, Torino, Celere e il gruppo camicie nere Tagliamento con i relativi servizi di Corpo d'Armata. Il trasferimento verso il fronte incominciò il 10 luglio e fu lungo e faticoso attraverso i Carpazi, l'Ungheria e la Romania. Soltanto l'11 agosto l'avanguardia della Pasubio prese contatto con i russi nel villaggio ucraino di Nikolajev. Tra i nostri vi furono due morti e tre feriti: i primi di una lunga fila.

Quell'estate era molto calda, la campagna ucraina rigogliosa di grani e di girasoli in fiore. In principio pareva che le otto settimane previste dal Comando Supremo fossero un tempo attuabile: gli scontri erano rapidi e violenti; le armate russe si ritiravano lasciando centinaia di migliaia di prigionieri. Ma dopo due mesi nelle retrovie si era organizzata la guerra partigiana, nelle ritirate i russi sgomberavano le fabbriche e facevano metodicamente saltare i binari ferroviari; e quando decidevano di combattere lottavano fino all'ultimo uomo.

Le otto settimane erano passate. Arrivarono sì, le armate di Hitler, a vedere le torri del Cremlino, ma venne pure quel grande freddo che nessuna memoria ricordava e, dall'Estremo Oriente, dopo che i giapponesi avevano assicurato il non intervento, le diciotto divisioni siberiane comandate da Zukov.

I tedeschi furono costretti a ritirarsi dai dintorni di Mosca per parecchi chilometri e subirono la prima sconfitta. I loro corpi congelati a decine di migliaia riempivano i treni che li riportavano in Germania; molti restavano irrigiditi dentro le trincee; i disturbi intestinali erano diventati epidemia.

Il Natale del 1941 per i nostri soldati fu un giorno di sangue e di sofferenze. Alle 6,40, dopo un violento fuoco d'artiglieria, le divisioni Torino e Celere furono attaccate da fanterie e carri armati. I combattimenti durarono fino al 31 dicembre con temperature che scendevano sotto ai meno 35°. I russi non riuscirono a sfondare, ma le nostre perdite furono gravi. A chi aveva superato un mese in linea Hitler offrì una onorificenza che i soldati chiamarono subito «l'ordine della carne congelata».

Intanto negli alti comandi si studiava l'offensiva che avrebbe definitivamente sconfitto la Russia. Gli obiettivi erano il Volga e il Caucaso e poi, attraverso il Medio Oriente, raggiungere l'Egitto «chiave dell'impero britannico». A tale proposito Mussolini, il 3 dicembre aveva scritto a Hitler « ... in relazione al Vostro colloquio con il Conte Ciano sto provvedendo a disporre di un corpo d'armata alpino composto dalle nostre migliori truppe».

I resti delle armate russe sarebbero stati spinti nell'estrema Siberia e tutti i territori conquistati sarebbero diventati «spazio vitale» del popolo germanico al cui servizio dovevano restare gli slavi rimasti, «popolo inferiore».

Nell'estate del 1942, malgrado il parere contrario del generale Messe, comandante del Csir, in tanti partimmo per il Fronte Est: le divisioni Tridentina, Giulia e Cuneense; Cosseria, Ravenna e Sforzesca; il raggruppamento camicie nere «3 Gennaio»; un'Intendenza d'Armata, un Corpo areonautico; un Corpo marittimo: 230.000 uomini, 960 cannoni, 850 mortai, 19 semoventi, 55 carri armati, 1.800 mitragliatrici, 2850 fucili mitragliatori, 16.000 automezzi, 1.130 trattori, 4.470 motociclette, 25.000 quadrupedi.

L'8 agosto Hitler scriveva al duce: « ... Vorrei ora, Duce, sottoporvi la proposta di permettere che le divisioni alpine siano impegnate accanto alle nostre divisioni di montagna e leggere sul fronte del Caucaso. Ciò tanto più in quanto il forzamento del Caucaso ci porterà in seguito in territori che non appartengono alle sfere d'interesse tedesche e pertanto, anche per motivi psicologici, si rende opportuno che ivi marcino con noi reparti italiani e, se possibile, il Corpo d'Armata alpino, che è il più adatto allo scopo ... ».

Nel mese di agosto si camminava per la sconfinata pianura. Ogni tanto alzavamo gli occhi per vedere se apparivano le montagne. Sembrava di essere sempre nel medesimo posto. Un giorno vennero a caricarci con i camion e ci portarono nella grande ansa del Don: l'Armata Rossa attaccava per cercare di tagliare i rifornimenti alla VI Armata che stava occupando Stalingrado. Il 1° settembre due battaglioni di alpini andarono al contrattacco. Quel mattino ero caposquadra, alla sera mi trovai a comandare i resti di una compagnia. Di quella compagnia di duecento restammo 36. Poi venne il resto. I caduti e i dispersi italiani in Russia furono 81.820; i feriti e i congelati 29.690”.

 

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Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

 

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La folle impresa di Russia

19 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

operazione Barbarossa

OPERAZIONE BARBAROSSA

Senza dichiarazione di guerra, il 22 giugno 1941 la Germania attacca l'Unione Sovietica alla conquista dello «spazio vitale» a Est. È l'Operazione Barbarossa, che pone fine di fatto alla «alleanza innaturale» sancita col patto Molotov-Ribbentrop nell'agosto del 1939.

Corriere della Sera 18 luglio 1941

 

Duce vengo in Russia

IL DUCE: «VENGO ANCH'IO»

Mussolini si offre di inviare truppe italiane in Russia, a sostegno del Corpo di spedizione tedesco. È un'offerta che Hitler fa capire di non gradire. Ma il Duce, che vuol far dimenticare i rovesci militari patiti in Grecia e in Africa, insiste. Viene così allestito il Corpo di Spedizione italiano in Russia (Csir). E così, in quello che si rivelerà lo scontro fra i più giganteschi eserciti mai affrontatisi nella storia, si trova implicata, sia pure di straforo, l'Italia. Tedeschi e alleati sono 3 milioni e 50 mila, 4 milioni e 750 mila sono i sovietici: in tutto 7 milioni e 750 mila soldati.

 

parte il CSIR

PARTE IL CSIR

Il Csir è composto da tre divisioni (la «Torino», la «Pasubio» e la «Celere») affidate al generale Messe. In tutto ci sono 50.000 soldati, 2.900 ufficiali, 4.600 quadrupedi, 80 aerei, artiglieria scarsa e antiquata, automezzi pochi e malfunzionanti. L'equipaggiamento è penosamente inadeguato al clima dell'inverno russo.

 

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ITALIANI VALOROSI

Gli italiani, assegnati prima alla XI Armata di von Rundstet e poi alla I Armata di von Kleist, si comportano bene, guadagnandosi gli elogi dei generali tedeschi. A Isbuscenskij 650 uomini del Savoia Cavalleria inscenano l'ultima carica (vittoriosa) a cavallo della storia militare: un episodio eroico ma vistosamente fuori dal tempo. Gli italiani, comunque, partecipano alla grande manovra con cui le armate corazzate di von Guderian e di von Kleist prendono Kiev.

 

Generale Messe inascoltato

MESSE INALSCOLTATO

Le forze dell'Asse giungono in vista di Mosca, ma sono già provate dal gelo e dalla fatica. Con l'inverno le condizioni per i soldati italiani si fanno durissime. Ben presto i casi di congelamento arrivano a 3.600. A Natale resistono agli attacchi russi, nonostante le pessime condizioni di equipaggiamento, con calzature inadeguate, senza pellicce. Messe, buon generale, in disaccordo con i tedeschi, invia proteste a Roma: «Non si può andare avanti in queste condizioni». Ma non viene ascoltato.

 

MUSSOLINI TRIPLICA

Sordo agli appelli del generale Messe, Mussolini, spinto dalla sua smania di presenzialismo, si offre addirittura di triplicare la forza italiana operante sul fronte russo. E così, nella tarda primavera del 1942, Messe viene a sapere quasi per caso che il suo corpo di spedizione lascia il posto a una vera e propria armata, l'Ottava, con la sigla di Armir (Armata italiana in Russia) agli ordini del generale Gariboldi, che si era dimostrato mediocre in Libia.

ARMIR

 

 

offensiva russa

OFFENSIVA RUSSA

volantino russo

Riorganizzati militarmente e forti di un equipaggiamento efficiente, i russi iniziano, il 10 dicembre 1942, la controffensiva sul fronte del Don, in concomitanza con l'assalto finale sovietico a Stalingrado. Essi concentrano l'azione contro le truppe più provate dal freddo. Le nostre erano schierate a fianco di quelle ungheresi e romene, su un fronte enorme, di 270 km. Cedettero per primi i romeni, e nel varco di infilarono i russi, che chiusero l'Armir in un'enorme sacca.

 

Nikolajevka

NIKOLAJEVKA

Le truppe italiane si trovarono accerchiate da forze enormemente superiori e iniziarono la grande ritirata dal Don sotto i continui assalti dei carri armati russi, nell'imperversare della tormenta. A Nikolajevka gli alpini della «Tridentina», che avevano trascinato in salvo migliaia di sbandati (non solo italiani) riescono a sfondare l'accerchiamento e a farsi strada verso il ritorno in patria.

 

cifre paurose caduti Russia caduti italiani ritirata di Russia

CIFRE PAUROSE

Erano occorsi 200 treni per portare gli alpini in Russia, ne bastano 15 per rimpatriare i superstiti. Un bollettino speciale russo conclude così: «Solo il Corpo alpino italiano deve ritenersi invitto in terra di Russia». Ma a quale prezzo: la sciagurata campagna voluta da Mussolini era costata 26.115 morti, 63.184 dispersi, 43.116 feriti.

   

LA TRAGEDIA DEI DISPERSI

La tragedia dell'Armir non finisce con la guerra. Cala il silenzio sulla sorte dei dispersi, una tortura che durerà anni per le famiglie che li aspettano in Italia. Dalle carte emerse dal Kgb, dopo il crollo dell'Urss, si sa che i russi avrebbero fatto 48.957 prigionieri, di cui molti sarebbero morti nei campi e nei gulag.

   

Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

 

 

* * *

 

La testimonianza di un soldato del Savoia Cavalleria

Ettore Sarti, novant'anni, ha partecipato ha partecipato alla battaglia di Isbuschenskij, quando per l'ultima volta nella sua storia la cavalleria italiana si lanciò alla carica, come in guerra ottocentesca, per rompere l'accerchiamento nemico.

L' avventura russa di Ettore Sarti era iniziata il 29 novembre 1941. Figlio di un calzolaio romano, Sarti si ritrova a Milano, nella caserma del Savoia Cavalleria. «Partimmo per il fronte russo con 5 squadroni e 1300 cavalli stipati in 25 vagoni ferroviari. Giunti a Timisoara, in Romania, ci venne ordinato di abbandonare le carrozze merci, perché i treni dovevano essere utilizzati dall' esercito tedesco. E così proseguimmo a cavallo: nella neve e nel ghiaccio cavalcammo 20 giorni consecutivi, 1200 chilometri nel cuore dell'impero Sovietico». Il momento della verità arriva all'alba del 24 agosto 1942. È estate, ma le temperature nella campagna di Isbuschenskij, un villaggio in un' ansa del fiume Don, sono sotto lo zero.

«Alle prime luci del giorno giunse per il secondo e terzo squadrone l'ordine di attacco» racconta Sarti. «In formazione a scacchiera, con le sciabole sguainate, ci lanciammo al galoppo contro l'artiglieria russa. Moltissimi di noi furono falciati dai proiettili. Ma riuscimmo a conquistare le trincee nemiche e a prendere prigionieri centinaia di soldati russi. Fu l'ultima, vittoriosa carica del reggimento Savoia Cavalleria».

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Ma nell' autunno del 1942 i russi scatenarono la controffensiva che avrebbe annientato le forze nazi-fasciste sul Fronte Orientale. «Un mese dopo la carica di Isbuschenskij, venni fatto prigioniero insieme ai commilitoni sopravvissuti. E per noi tutti, giovani trai 18 e i 20 anni, iniziò un viaggio allucinante. Prima 225 chilometri a piedi, con 20 gradi sotto zero. Poi il trasferimento su vagoni merci fino ai confini della Siberia: a centinaia, in condizioni disumane, morirono assiderati su quel treno. A Kyrof, ottocento chilometri a nord-est di Mosca, venimmo ricoverati in un ospedale militare. Pesavo 39 chili, avevo la pellagra e un inizio di congelamento alla gamba destra. Si diffuse il colera e, dopo qualche mese, di noi italiani eravamo rimasti in vita solo una ventina.

 

da una intervista di Luca Fraioli e Giuseppe Serao

da “La Repubblica” del 17 gennaio 2011

 

 

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Vichy contro la scuola

16 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

La capitolazione della Francia

Il 14 giugno 1940 i nazisti entravano a Parigi, mentre un'ondata di profughi dalle regioni circostanti cercava salvezza in una fuga disperata verso il Sud della Francia. In un solo mese la Germania aveva liquidato il suo storico avversario che pure disponeva del più numeroso esercito d'Europa ed era dotato di mezzi corazzati e di un'aviazione di tutto rispetto.

Parigi occupata 

Le cause di questa clamorosa sconfitta vanno cercate principalmente negli errori strategici dei comandi militari, legati a una vecchia concezione del conflitto, ferma ai parametri del 1914. Ci si era preparati, cioè, a una lunga guerra di logoramento, costruendo grandi fortifìcazioni su tutto il confine franco-tedesco che la Wehrmacht (l'esercito tedesco) aveva invece del tutto ignorato, invadendo la Francia dal Belgio.

 

La Repubblica di Vichy

Si comprende così l'umiliante resa decisa dal nuovo presidente del Consiglio, l'ultra ottantenne maresciallo Philippe Pétain, vecchia gloria della Prima guerra mondiale, schierato da tempo su posizioni di destra al punto da non nascondere la sua ammirazione per Hitler e il nazismo.

Hitler e Pétain

Molti alti ufficiali condividevano questo atteggiamento, convinti che solo un sistema autoritario avrebbe potuto forgiare un popolo e un esercito in grado di vincere. Scaricata dalle proprie spalle ogni responsabilità della sconfitta, i militari gettavano la colpa sulle istituzioni democratiche che avevano retto la Francia negli anni passati. Per Pétain, capo del governo collaborazionista, dalla fine della Prima guerra mondiale si era indebolita la fibra morale dei francesi e questi erano diventati sordi ai veri valori della tradizione: la famiglia, la religione, il rispetto delle gerarchie, l'ubbidienza all'autorità.

A questi ideali faceva dunque appello il capo del governo collaborazionista con sede nella cittadina termale di Vichy, al quale i tedeschi avevano concesso una sovranità limitata alle regioni centrali e meridionali della Francia e alle colonie d'oltremare. II resto del territorio francese restava sotto l'occupazione degli eserciti del Fuhrer.

Francia giugno 1940

 

Vichy contro la scuola

 

Estate 1940: il regime di Vichy ritiene la scuola laica e repubblicana responsabile della sconfitta della Francia: una delle sue priorità è, perciò, «far pulizia nell’insegnamento». Il maresciallo Pétain ha la sua rivalsa.

 

All’inizio dell’estate 1940, l’esercito francese si è sfasciato trascinando nella sua caduta tutta la III Repubblica; i tre quinti dei paesi sono occupati, i tedeschi sono a Parigi, la bandiera nazista sventola sull’Arco di Trionfo, più di un milione e mezzo di francesi sono prigionieri in Germania, e la cosa più urgente sarebbe far portare il peso della sconfitta sull’Università, sui professori e sugli insegnanti?

L’offensiva è stata iniziata dai militari. Prima dell’armistizio, i generali Gamelin e Weygand lavorano alla loro difesa: secondo loro nessuno nell’esercito ha sbagliato. Rimproverano, invece, agli insegnanti di essere i principali responsabili del disfattismo ed insistono perchè vengano severamente puniti.

In luglio, il maresciallo Pétain dichiara al suo ufficiale di collegamento con le truppe inglesi Edward Spears, che sono «gli insegnanti e i politici, e qualche militare che hanno messo la Francia in ginocchio». Presto saranno accusati di essersi battuti male e nello stesso tempo di aver abbandonato il loro posto durante la sconfitta.

La stampa si allinea. Il 4 luglio 1940, all’indomani dell’affondamento della flotta francese da parte degli inglesi a Mers El-Kebir, si legge sulla prima pagina del “Petit Marseillais”, di fianco all’articolo che denuncia la catastrofe, un titolo: «Gli insegnanti sono responsabili della sconfitta». Si diffonde il sospetto. Il 3 ottobre, “Paris-Soir” scrive: «Alcuni capi, che avrebbero dovuto dare l’esempio, sono stati tra i primi a diffondere il panico. Fatto sta che non sono ancora ritornati.

Come spiegare questa campagna d’odio e la sua risonanza presso l’opinione pubblica?

Nel suo libro “Vichy et l’Ecole”, lo storico Rémy Handourtzel, professore alla Businnes School di Rouen, dimostra che l’attacco è partito dall’esercito vinto.

Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, in Francia 6 milioni sono i bambini scolarizzati. La schiacciante maggioranza di loro (5,2 milioni) frequentano la scuola primaria, 400.000 sono alla scuola materna e 200.000 alle primarie superiori. Questo sistema coesiste con il mondo elitario della secondaria (200.000 allievi) che ha delle piccole classi. Fino al 1933, il suo insegnamento era a pagamento. Il diploma di maturità (28.000 diplomati ogni anno) apre le porte all’Università ad un’infima minoranza: la Francia del 1939 conta un po’ meno di 40 milioni di abitanti e solamente studenti. Il corpo insegnante è dunque principalmente composto da insegnanti (132.000 contro 15.000 professori della scuola secondaria). Questi funzionari, formati nelle scuole normali, sono, dopo l’instaurazione della III Repubblica, gli instancabili propagandisti delle sue idee egalitarie e del suo laicismo militante.

Un’istituzione fu oggetto, particolarmente, di tutti gli attacchi, il Sindacato nazionale degli insegnanti (SNI) che, con 100.000 aderenti, rappresentava circa l’80% del corpo insegnanti. La sua considerevole influenza lo rende indispensabile nell’elaborazione dei programmi, perfino nella gestione delle carriere. Inoltre, i suoi membri sono stati molto attivi nel diffondere le tesi del Fronte Popolare. Queste prese di posizione, naturalmente, saranno utilizzate contro di loro nel momento del trionfo della “Révolution nationale”.

Un’altra colpa attribuita agli insegnanti è il pacifismo radicale. Su questo tema il sindacato ha dato prova di una singolare cecità. Rémy Handourtzel sottolinea che lo SNI, dopo il 1918, sosteneva d’aver intrapreso «un’azione tenace al fine di modificare il contenuto dell’insegnamento impartito nelle scuole al fine di eliminare tutto ciò che poteva avere un carattere bellicistico». A due mesi dalla mobilitazione generale, la sezione del Dipartimento della Seine propose al Congresso di Montrouge una curiosa mozione che asseriva: «Anche se i tedeschi e gli italiani seguono Hitler e Mussolini, hanno diritto di vivere. Se fosse necessario cedere delle colonie per salvare la pace, noi le doneremo!»

Questo pacifismo integrale non fu appannaggio solamente degli insegnanti, ma si deve riconoscere che, prima dell’entrata in guerra, trovò tra di loro un’eco particolare.

Il sospetto verso gli insegnanti era largamente diffuso negli ambienti conservatori e particolarmente nell’esercito. Da qualche anno il maresciallo Pétain è letteralmente ossessionato dal problema. Al momento della sua ascesa al governo, nel 1934, in seguito all’emozione che avevano suscitato i moti del 6 febbraio, il vecchio soldato aveva rivendicato, oltre che il Ministero della Guerra, il controllo sull’educazione nazionale. Il suo programma? É chiaro: «Io mi occuperò degli insegnanti comunisti». In un numero speciale della Revue des deux mondes pubblicata nel 1934, Pétain esponeva la sua visione dell’insegnamento: «Prima di decidersi sui campi di battaglia, i destini di un popolo si elaborano sui banchi di scuola e nelle aule universitarie. L’insegnante, il professore, l’ufficiale, condividono lo stesso compito, devono ispirarsi alle stesse tradizioni e agli stessi valori». Se c’è una continuità tra la scuola e la caserma, non c’è da meravigliarsi che Vichy abbia iniziato, fin dalle prime ore, di ricercare nelle aule i responsabili della sconfitta militare.

I tedeschi non tentarono mai di immischiarsi nel sistema educativo di Vichy: volevano evitare che le scuole diventassero dei focolai di ribellione.

A partire dal 17 luglio, tutti i funzionari possono essere revocati con un semplice decreto. L’epurazione raggiungerà il culmine sotto la direzione del ministro dell’Educazione nazionale Geoges Ripert. Il suo obiettivo è senza ambiguità: «Ripulire l’insegnamento primario». L’elenco delle sanzioni è vario: spostamenti, revoche, pensionamenti d’ufficio. L’assenza di statistiche nazionali sull’argomento impedisce una visione d’insieme dell’ampiezza del fenomeno, ma si stima che un migliaio siano stati gli insegnanti colpiti dai provvedimenti: insegnanti ebrei, o franco-massoni, militanti dello SFIO (Section Française de l’Internationale Ouvriére) particolarmente attivi ...

Le cifra può apparire irrisoria su scala nazionale. In realtà è, invece, ragguardevole rispetto alla situazione: nel 1939, 26.000 insegnanti sono stati mobilitati. La metà vengono fatti prigionieri, e i tedeschi li rilasciano con molta parsimonia. La mancanza di braccia diventa il pricipale freno ad una epurazione più ambiziosa. Vichy deve rimettere in moto la macchina dello Stato.

L’anno scolastico 1939-1940 finisce in un disordine generale e il rientro non si annuncia sotto i migliori auspici.

L’esodo ha spinto 8 milioni di francesi sulle strade e una parte di loro non sono ritornati alle loro case.

francia 1940 esodo francia esodo 1940

Migliaia di professori mancano all’appello. E per gli allievi non è meglio: all’inizio del mese di agosto, 90.000 bambini non hanno ancora ritrovato la loro famiglia.

bambini di parigi evacuati

I locali delle scuole non sono sempre utilizzabili: molti sono stati bombardati o requisiti dall’occupante. Come sottolinea Rémy Handourtzel, questi spazi «si adattano bene alle esigenze dell’economia militare: un cortile per riunire le truppe e per lo stazionamento dei mezzi, un portico per immagazzinare del materiale, delle aule o degli internati per l’alloggiamento dei soldati, dei servizi sanitari collettivi, un refettorio ...». Secondo lo storico, il 20% delle aule scolastiche ed universitarie sarebbero state requisite.

in fuga dalla guerra

Jérôme Carcopino, esperto di storia romana, direttore dell’Ecole normale supérieure della rue d’Ulm (e futuro ministro dell’Istruzione pubblica di Vichy nel 1941-1942) raccontava: «Mentre ero a Vichy, si era diffusa la voce che a Parigi il distaccamento dei Panzerjünger, che si era accampato dal 26 agosto in rue d’Ulm, si apprestava a lasciare il luogo. Il 15 settembre i Panzerjünger se ne andarono ma furono sostituiti da cento altri. Il 18 settembre, alcuni ufficiali della Luftwaffe vennero dal Palais de Luxembourg per vedere i nostri locali, con l’intenzione di trovare una rapida sistemazione nel palazzo centrale, compresa la biblioteca, per 300 loro aviatori.

Tra le prime decisioni del governo di Vichy (il 3 settembre 1940) vi è l’abrogazione della legge del 1904 che vietava alle congregazioni religiose d’insegnare; il 18 settembre le Ecoles normales  (che avevano lo scopo di formare degli insegnanti) vengono soppresse. Poi si passa al rinnovamento dei programmi: una apposita commissione si riunisce a Vichy.

Nell’impossibilità di stampare dei nuovi libri di testo, le autorità accademiche si limitano a redigere una lista di libri proibiti, oltre a formulare alcuni orientamenti. I programmi di storia tralasciano la parte sulla Rivoluzione francese e così pure le guerre franco-tedesche. Inoltre si passerà sotto silenzio la storia di Napoleone e le conquiste della Repubblica. Sarà invece argomento di studio Jeanne d’Arc, la nemica degli inglesi.

in una scuola di Vichy

Ogni mattina gli scolari rendono omaggio al capo dello Stato, il maresciallo Pétain, intonando il canto «Maréchal, nous voilà!» 

 

Nello stesso tempo Vichy intende sviluppare l’insegnamento delle discipline sportive. A Nantes, in un articolo di Le Phare de la Loire del 1° settembre si afferma che si dovrà virilizzare l’insegnamento: «La Repubblica di ieri che si diceva ateniese era diventata piuttosto bizantina, se non levantina. Riportiamola verso l’Attica ... passando da Sparta». Vichy organizza così dei corsi di educazione generale e sportiva di cinque ore alla settimana, ma la scarsa alimentazione degli allievi costringerà ben presto il ministero a mostrarsi meno ambizioso.

Nelle aule delle scuole Vichy ha le mani libere. È lì che si deve inventare la “Rivoluzione nazionale» ed è lì che regna il suo principale nemico, l’insegnante.

nuovo ordine Vichy simboli di Vichy

Il “nuovo ordine”

La “Rivoluzione Nazionale” mette l’accento sul ritorno ad una società tradizionale, patriarcale, gerarchica dove regni l’ordine morale

 

L’altra guerra, la vera, è persa da tempo. A Vichy, nessuno pensa che la situazione possa essere rovesciata. Nell’incontro di Berlino del 9 novembre 1940, il vicepresidente del Consiglio, Pierre Laval, assicura il numero due del Reich, Hermann Göring, che «alla gioventù francese sarà indicato un ideale diverso dall’idea di rivalsa».

 

Traduzione da un articolo di “Le Monde” di Lunedì 2 agosto 2010

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La propaganda nella scuola elementare francese durante il governo di Vichy

13 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La tecnica di base di ogni dittatura è quella di cominciare con i giovani: inquadrarli, non permettere di decidere in proprio, imbottirli di ideali nazionalistici, infiammarli co i racconti eroici, manipolare in senso autoritario la loro istruzione, impedire loro di avere a disposizione tempo libero, impegnarli nell’emulazione premiando i più fedeli, limitare al massimo il confronto con il mondo esterno, approfittare per l’imbonimento dei cervelli di quanto la tecnica della comunicazione di massa mette a disposizione. È la ricetta adottata dal regime fascista per vent’anni in Italia. Un metodo simile fu usato nei quattro anni, dal luglio 1940 al luglio 1944, dalla repubblica di Vichy del Maresciallo Pétain.

 

Francia giugno 1940

«La Francia ha perso la guerra, sì, ma ha avuto il Maresciallo Pétain». Questo grido esprime molto bene l’atmosfera che si era venuta a creare con l’avvento del Governo di Vichy.

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Pétain, l’uomo degli ammutinamenti del 1917 (comandante in capo delle truppe francesi, nel maggio 1917, riuscì a contenere il fenomeno degli ammutinamenti nei reparti di prima linea), il vincitore di Verdun, riunisce in sè tutti gli attributi di soldato, di capo, di vincitore e di salvatore che si sacrifica sull’altare della sconfitta per salvare l’onore di una Francia profondamente umiliata. L’abito e i gradi militari, il Képi (copricapo militare cilindrico munito di visiera) con i fiori di giglio (simboli della monarchia francese), i bei baffi bianchi, uno sguardo blu profondo, l’aria marziale, il tono di voce di vecchio padre di famiglia, i discorsi cesellati, contribuiscono a farne un mito mediante una propaganda quotidiana.

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Anche gli adulti sono sottoposti ad una propaganda martellante, dove l’iconografia conta molto, che esalta l’immagine paterna e salvatrice del Maresciallo, mediante l’uso di volantini, di manifesti, della radio, del cinema, dei giornali, di gadget (fermacarte, pipe): il Maresciallo è dappertutto. Buste, ritratti, discorsi diffusi via radio o al cinema, dipinti, perfino la sua immagine riprodotta sulle tovaglie, tutto per glorificare il capo. Il Maresciallo si fa vedere, è sui manifesti, si spende dappertutto e sotto varie forme: come padre, come uomo o come santo.

Questa presenza di un salvatore che caratterizza la Francia vinta alla ricerca di un carisma viene esaltata da un Maresciallo, paternalista, buon bambino lui stesso, che visita le scuole. Il 13 ottobre 1941, nella scuola comunale di Perigny, si rivolge agli alunni (il discorso viene trasmesso per radio) per far conoscere il suo stato d’animo verso gli scolari che non rispettano le regole di buona condotta.

classe Vichy 2 sept 1940

Per gli scolari, la scuola è prima di tutto quella di «Maresciallo, nous voilà!»; nelle aule si canta a squarciagola:  «Davanti a te salvatore della Francia, / Noi giuriamo, noi tuoi figli, / di servire e di seguire i tuoi passi». La «pedagogia del canto» serve per glorificare il maresciallo, per salutare il tricolore o per esaltare i sentimenti patriottici, indotti da un regime che vuole fare della scuola l’anticamera dell’esaltazione nazionale.

Pétain con giovani

Quasi due milioni di lettere vengono inviate a Pétain nell’anno 1941. Scatoloni pieni di lettere con poesie, auguri, arrivano sia delle scuole private che da quelle pubbliche. Certe poesie sono commoventi, piene di grazia infantile, come quella inviatagli da uno scolaro: «Signor Maresciallo, nostro amato capo». Pétain è glorificato in diversi testi. Degli opuscoli, dei “messaggi” del Maresciallo sono venduti agli scolari come supporto per i corsi di educazione civica. Alcuni sillabari riportano: F come francisque (ascia),

simboli di Vichy

K come Képi (quello del Maresciallo), P come paysan (contadino) e Pétain, etc.

Pétain con contadino

Le penne «bastone del maresciallo», i ritratti, le carte geografiche con l’effigie del Maresciallo sono i nuovi strumenti pedagogici.

Il busto del Maresciallo sostituisce negli edifici pubblici quello della Marianne. Edifici scolastici cambiano di nome, come a Marsiglia dove il liceo Périer diventa liceo Pétain. Gli scolari di Francia accrescono il loro entusiasmo naif verso questo «qualcuno da amare». Inviano al Maresciallo regali, disegni, poesie. Colette, una piccola scolara rimasta anonima, invia (come migliaia di altri) una lettera commovente con i suoi errori di bambina: «Signor Maresciallo, io lavoro molto bene, vi amerò molto bene, mi comporterò bene in classe, ascolterò la mia maestra, ho ascoltato i vostri discorsi». I bambini chiedono degli autografi, partecipano a dei concorsi su “Giovanna d’Arco”: i vincitori vengono ricompensati.

La «figura del padre», spesso raffigurato da una vecchia quercia solida e maestosa, che gli artefici della Rivoluzione nazionale

nuovo ordine Vichy

usano a profusione, aleggia ormai su dei ragazzi studiosi, onesti, virtuosi. Il bello sguardo, severo ma giusto, è paternamente posato su una popolazione scolastica tutta intenta ad assolvere il proprio dovere. «Il capo dagli occhi color del cielo» esalta una gioventù succube di una propaganda massiccia e apologetica.

 

 

Bibliografia:

Jean-Michel Barreau - Vichy contre l’école de la République - Ed. Flammarion - 2000

Elena D’Ambrosio - A scuola col duce - Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como - 2001

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La religione e il fascismo

7 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

LA RELIGIONE "FONDAMENTO E CORONAMENTO DELL'ISTRUZIONE PRIMARIA" durante il ventennio

 

Non fu certo il profondo senso religioso a spingere Mussolini nella direzione di quel rapido processo di restaurazione dei valori cattolici nella scuola che, avviatosi già all'indomani della marcia su Roma, toccò il suo culmine con il Concordato del 1929.

 

La conciliazione

 

Furono essenzialmente ragioni di opportunismo politico che lo indussero a tale scelta. L'appoggio della Chiesa era ritenuto indispensabile per la diffusione del fascismo. Nel campo scolastico l'educazione religiosa aveva inevitabilmente quei contenuti autoritari utili al fascismo per la formazione di una gioventù pronta ad ubbidire senza discutere e ad accogliere e seguire senza spirito critico la propaganda del Regime. L'intesa con la Santa Sede doveva diventare, quindi, uno dei cardini della sua politica.

Nell'ambito di questo disegno politico si può comprendere perché Mussolini assegnasse proprio a Gentile l'incarico di ministro della Pubblica Istruzione nel suo primo governo. Le risapute opinioni del filosofo idealista nei confronti della formazione religiosa cattolica nella scuola elementare (l'educazione religiosa doveva dare "un orientamento iniziale nella vita"), della libertà d'insegnamento e dell'esame di Stato, lo facevano apparire al duce il più indicato collaboratore per dare subito il via ad una riforma scolastica che perlomeno provvisoriamente potesse soddisfare le aspettative del Vaticano. "Così - come ben scrive Carmen Betti nel suo libro "Sapienza e timor di Dio. La religione a scuola nel nostro secolo" - grazie ad un capo di governo ateo e ad un ministro della Pubblica Istruzione laico, entrambi però sensibili per motivi diversi all'influenza e al potere della Chiesa, il Dio cattolico si apprestò a rientrare con gran pompa nella scuola del popolo, da cui per la verità era stato allontanato più a livello di principio che nei fatti". Di più, a religione cattolica fu posta "a fondamento e coronamento dell'istruzione primaria". Già nel novembre del 1922 il sottosegretario alla pubblica istruzione, il deputato fascista Dario Lupi, ordinava a tutti i sindaci del regno, attraverso i provveditorati agli studi di far ricollocare al più presto alle pareti delle scuole, dove fossero stati rimossi, il Crocifisso insieme al ritratto del Re, "simboli sacri della fede e del sentimento nazionale".

In base ai nuovi programmi, l'orario settimanale assegnato all'insegnamento religioso - che doveva essere impartito dagli stessi maestri - era di un'ora e mezzo per le prime due classi e due ore per tutte le altre. Ma poiché questo orario doveva probabilmente sembrare alle gerarchie ecclesiastiche inadeguato in rapporto alla dichiarata supremazia della religione, ai programmi fu anteposta un'avvertenza: Alla religione che la legge considera fondamento e coronamento degli studi elementari, giacché investe un po' tutti gli insegnamenti, è stato riservato un posto notevole in molti di essi; di conseguenza le ore speciali dedicate alla religione non sono molte e devono essere destinate alla meditazione degli argomenti indicati nel programma speciale) i quali sono come il punto di concentrazione di tutti gli elementi di cultura religiosa sparsi nei vari insegnamenti".

Il programma - redatto come gli altri da Lombardo Radice - voleva, nelle intenzioni, limitare il più possibile gli aspetti confessionali, ponendo soprattutto l'accento sugli "aspetti sentimentali della religione come educazione dell'anima". L'azione educativa doveva essere informata allo "spirito" proprio dell' opera religiosa di Alessandro Manzoni:. amore e timore filiale, non servile terrore". Si suggeriva, inoltre, di infondere nei cuori dei ragazzi "il senso del divino e della provvidenza" facendo soprattutto ricorso alla "contemplazione dell'armonia delle cose e della vita morale non tanto definita per aforismi e per regole, quanto rappresentata in grandi e umili figure di credenti (si pensi al cardinale Federico e a Lucia)". Nonostante ciò, l'impronta confessionale rimaneva in evidenza (e non poteva essere diversamente). Essa traspare fin dalla prima classe per farsi via via più accentuata: canti, preghiere, conversazioni, brevi e chiare sentenze tratte dalle Scritture e dal Vangelo (I elementare), episodi del Vecchio Testamento (II elementare), ciclo di lezioni sul Pater e sulla vita di Gesù (III elementare), lezioni sui comandamenti (IV elementare), illustrazione dei Sacramenti e del rito secondo la prassi cattolica (V elementare); questo il percorso suggerito ai maestri. Un altro provvedimento gradito alla Santa Sede fu l'introduzione dell'esame di Stato nell'ordinamento scolastico che poneva sullo stesso piano, almeno teoricamente, gli alunni della scuola statale e non statale. Mussolini si era così avviato sulla strada delle più ampie concessioni alla Santa Sede. I Patti Lateranensi furono il punto di approdo. Essi costituirono per il fascismo l'occasione di un definitivo consolidamento interno e un motivo di prestigio internazionale. Gli elogi al duce per la "conciliazione" si sprecarono e i cattolici guardarono a lui come all' "Uomo della provvidenza" (l'appellativo è dello stesso Pontefice). Per quanto riguarda il nostro discorso, il Testo definitivo del Concordato oltre a ribadire l'effettiva parità fra scuola pubblica e scuola privata, in virtù dell'esame di Stato; oltre ad assicurare pieno riconoscimento "alle organizzazioni dipendenti dall'Azione Cattolica, a patto che operino al di fuori di ogni partito politico e sotto l'immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa, per l'attuazione e diffusione dei principi cattolici", stabiliva all'art.36 l'estensione dell'istruzione confessionale alle scuole medie secondo programmi che sarebbero stati stabiliti d'intesa tra Stato e Chiesa. Il concetto della dottrina cattolica come "fondamento e coronamento" veniva così allargato alla scuola secondaria.

 

La religione

 

 

Nonostante i limiti posti alle organizzazioni giovanili di Azione Cattolica, il consenso dei vertici ecclesiastici non poteva che essere unanime. Mussolini tuttavia non perdeva occasione per ribadire il primato dello stato fascista, tenendo discorsi decisamente anticlericali: “Nello Stato la Chiesa non è sovrana e non è nemmeno libera (...) Lo stato fascista rivendica in pieno la sua eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto, esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi di cambiarci le carte in tavola". Malgrado ciò la Chiesa non poteva certo opporsi ad un regime che si presentava come il restauratore dell'ordine sociale, come il difensore della famiglia, della proprietà e della religione.

A questo punto l'unico terreno di scontro tra Chiesa e regime riguardava proprio il monopolio dell'educazione giovanile, a cui nessuno dei due voleva rinunciare. Così il successivo "impegno" di Mussolini (peraltro già iniziato negli anni precedenti, con l'istituzione dell'O.N.B. e lo scioglimento delle organizzazioni scoutistiche cattoliche ritenute incompatibili con l'Opera balilla) in tal senso determinò i noti fatti del 1931 (30 maggio) che portarono allo scioglimento d'autorità dei circoli giovanili di Azione Cattolica, sottoposti alle violenze fasciste con devastazioni di sedi, percosse e minacce ai singoli esponenti. Dopo mesi di tensioni e trattative fu raggiunto un accordo che circoscriveva sensibilmente le possibilità di azione dei circoli giovanili, riaperti a ottobre. I due "poteri", pur a denti stretti, continuarono a procedere affiancati. Anzi pochi anni dopo, alcuni avvenimenti li avvicinarono notevolmente. Infatti con la guerra d'Etiopia - di cui la Chiesa colse subito il risvolto missionario, non ci fu più tempo per i litigi, e soprattutto i fatti di Spagna mostrarono quanto il fascismo fosse sempre il miglior baluardo contro i sovversivi rossi e contro i nemici della chiesa.

Il progressivo distacco della Chiesa dal regime maturerà molto tardi, in relazione alle scelte di politica estera (avvicinamento alla Germania nazista) e alla svolta razzista. Gli ampi spazi di influenza che Mussolini concesse alla Chiesa, anche nel campo scolastico, fecero sentire i loro effetti soprattutto nel dopoguerra. Tutti i partiti sorti dalle ceneri della dittatura dovettero farne i conti. Affrontare il problema della religione a scuola con "il piglio, pluralistico e sovranazionale, consolidato nei paesi anglosassoni" sarebbe stato impossibile. Non a caso l'insegnamento della religione nelle scuole statali, entrò, insieme al concordato, nella Costituzione italiana.

 

Bibliografia:

-       Elena D'Ambrosio, A SCUOLA COL DUCE - L'istruzione primaria nel ventennio fascista, Istituto di Storia Contemporanea "Pier Amato Perretta" di Como

Immagini della mostra A SCUOLA COL DUCE dell’Istituto di Storia Contemporanea "Pier Amato Perretta" di Como

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Le colonie italiane in Africa: un lusso inutile

4 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

«Anche prendendo in considerazione le esigenze politiche, strategiche e commerciali dell’epoca, non c’era un solo motivo valido perchè un paese come l’Italia, che aveva raggiunto l’unità nazionale solo nel 1861 e aveva una miriade di problemi urgenti da risolvere, stornasse una parte cospicua delle sue già scarse risorse per partecipare alla spartizione dell’Africa, un’impresa di cui non si potevano valutare né gli esiti né i costi, né tantomeno i vantaggi». (Angelo Del Boca)

 

Verso la “quarta sponda”

La prima avventura coloniale italiana in Africa ha inizio l’11 ottobre 1911 quando i primi bersaglieri approdano sulla “quarta sponda” italiana. Tripoli è già il “bel suol d’amore” cantato nei tabarin. La guerra contro la Turchia per il possesso della Tripolitania, come allora si chiamava la Libia, era infatti cominciata molto prima dello sbarco, sostenuta da proclami nazionalistici d’intellettuali, politici, poeti ma anche da una campagna pubblicitaria che aveva avvolto nel mito le terre libiche, considerate assolutamente necessarie all’Italia che doveva conquistarsi un “posto al sole” come le altre grandi potenze coloniali europee.

Si andava in Libia mentre in un solo anno, il 1912, emigravano un milione e mezzo di italiani per non morire di fame in patria ma diretti verso le Americhe e non certo verso l’Africa.

La guerra durò due anni ma l’occupazione integrale della comonia non sarebbe avvenuta che nel 1932, dopo che Badoglio e Graziani avevano stroncato la resistenza libica con i metodi più brutali.

Badoglio aveva appena annunciato il ritorno della pace in Libia, che Mussolini confidava al generale De Bono che la prossima impresa africana avrebbe avuto come obiettivo l’impero d’Etiopia. Con questa spedizione avrebbe vendicato Adua (in un primo tentativo di invasione dell’Etiopia, nel marzo 1896, gli italiani avevano subito uno smacco cocente ad Adua, con 4.000 morti) e, nello stesso tempo, avrebbe regalato agli italiani affamati di terre il mitico “posto al sole”.

Le truppe etiopi si opposero con grande tenacia all’avanzata degli italiani forti di 500.000 uomini. Gli etiopi uccisi o sfigurati dal gas furono 250 mila. La vittoria convinse Mussolini che l’Italia era una grande potenza militare. Ufficialmente le ostilità cessarono il 5 maggio 1936: era nata l’Africa Orientale Italiana (AOI) che univa Etiopia, Somalia ed Eritrea. (L’ Etiopia, la Somalia e l’Eritrea andarono perdute nel 1941. Tripoli cadde il 22 gennaio 1943).

 

Corriere della Sera 6 maggio 1936  Corriere-della-Sera-6-maggio-1936-art-copie-1.jpg

 

Sabato 9 maggio 1936 alle 22,30 Mussolini annuncia dal balcone di Piazza Venezia al popolo italiano la fondazione dell’impero.

 

lettera EIAR impero 

 

Nell’autunno del 1938 ventimila contadini italiani, in maggioranza poveri, si trasferirono come coloni nelle quattro province metropolitane (Tripoli, Misurata, Bengasi e Derna) istituite il 10 aprile 1937 da Mussolini dopo un viaggio in Libia. Dei primi coloni italiani, nel 1922 ne erano rimasti poco più di duemila su un milione e mezzo di chilometri quadrati per lo più desertici. I rurali, i nuovi coloni, affascinati dalle illusioni costrute dalla propaganda, sbarcano dai piroscafi per proseguire a bordo di camion accodati in chilometriche carovane. Affrontano percorsi massacranti, sostano in enormi tendopoli sorte dal nulla nel deserto, prima di ricevere le chiavi della tanto agognata nuova casa africana. Con loro in Libia nascono e prosperano l’agricoltura, le scuole e crescono grandi infrastrutture.

Tripoli-villaggio-costruito-da-italiani.jpg 

 

 

Dal "Giornale della classe" di una scuola elementare di Lissone. 

Giornale-di-classe-1935-36.jpg

Il maestro scrive: 

5 maggio 1936: Badoglio è entrato in Addis Abeba. Annuncio del Duce a tutto il mondo. Leggo il discorso del Duce (si commenta) e faccio cantare un inno alla Patria. Alle 10 e mezzo tutte le scolaresche accompagnate dai rispettivi insegnanti si recarono al Parco delle Rimembranze.

Giornale della classe 05 05 1936 

 

9 maggio 1936: Proclamazione per radio dell’Impero italiano d’Etiopia. Illustro alla scolaresca la fondazione dell’Impero. Solenne Te Deum di ringraziamento, coll’intervento delle Autorità, Balilla, Piccole Italiane e Combattenti

Giornale della classe 11 05 1936 

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