Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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Radio Milano-Libertà

17 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dal luglio 1941 al 24 gennaio 1944, dai microfoni di Radio Milano-Libertà, furono ogni giorno trasmessi, diretti all'Italia, commenti agli avvenimenti tragici di quel periodo, appelli alla resistenza antifascista e poi alla lotta armata, indicazioni politiche. Radio Milano-Libertà era una emittente del Partito comunista italiano che lavorava in Unione Sovietica nel quadro di una attività radiofonica promossa dall'Internazionale comunista dopo l'aggressione tedesca all'URSS del 22 giugno 1941: fu cosa diversa da Radio Mosca, la radio del governo sovietico, che pure aveva sue trasmissioni in lingua italiana.

2.000 furono le trasmissioni effettuate: tra i circa. 350 articoli che costituiscono l'archivio di Radio Milano-Libertà,
Palmiro-Togliatti.jpg262 sono di Togliatti, che scrisse nello stesso periodo in cui preparò anche (sotto il nome di Mario Correnti) le trasmissioni di Radio Mosca. Commentavano, giorno per giorno, gli avvenimenti in Italia, gli articoli della stampa di regime, i discorsi dei gerarchi, ecc.

Non siamo in grado di dire quanto esteso e largo fosse allora, in Italia, l'ascolto di Radio Milano-Libertà. Le testimonianze dei compagni, che in quegli anni lavorarono e lottarono in Italia, sono varie e incerte: un pubblico largo di ascoltatori vi fu certamente fra le masse popolari, e ad ogni modo assai vasta fu l'eco delle trasmissioni nel quadro comunista. Molti fra gli articoli che furono scritti per l'Unità clandestina o fra i volantini di propaganda antifascista furono elaborati sulla base delle trasmissioni di Radio Milano-Libertà. E le stesse discussioni che si svolsero nei e fra i gruppi dirigenti del PCI di Roma e Milano, soprattutto nel periodo successivo alla caduta di Mussolini, nell'estate e, poi, dopo l'8 settembre1943, avevano come punto di riferimento anche quello che veniva detto da Radio Milano-Libertà.

L’idea-forza che Togliatti avanza con convinzione e tenacia, ogni giorno, è quella dell’unità d’azione fra tutti gli italiani, dai democristiani ai liberali e ai socialisti, ai comunisti che non ne potevano più di un regime che aveva portato l’Italia di sconfitta in sconfitta e alla servitù verso i tedeschi.

Il «fronte nazionale» di cui si fa espressione Radio Milano-Libertà e di cui parla Togliatti in queste trasmissioni «non esclude nessuna tendenza politica, nessuna categoria di interesse e  nessuna sfumatura di opinioni», e il suo obiettivo «non è né di classe né di partito ma essenzialmente e solamente nazionale» perché «si tratta di salvare la nazione da una rovina economica, da nuovi disastri militari e dallo sfacelo e dal caos politico».

Gli articoli trasmessi da Radio Milano Libertà sono un continuo e instancabile incitamento alla lotta ma costituiscono una indicazione, a volte minuziosa, e una direttiva al partito comunista e a tutto il movimento antifascista e partigiano su come organizzarsi e lottare.

Successivamente, per tutto il corso dei mesi e degli anni, l'intervento e l'indicazione si precisano e diventano sempre più incalzanti: «Diffondere le nostre parole d'ordine, a voce, scrivendole sui muri, con manifestini. Dare la caccia ai tedeschi che sono in Italia, indicandoli all'odio e al disprezzo di tutti. Sabotare la produzione di guerra». Il 30 gennaio 1941 (le «quattro giornate» verranno alla fine di settembre del 1943!) incita Napoli alla rivolta: «Napoli deve essere fra le prime a far sentire a tutto il paese la protesta energica del popolo ... Operai napoletani, popolani e popolane di Napoli, non abbiate paura». Il 19 maggio 1942, si rivolge ai cittadini della Sardegna:«Prendete il fucile, fuggite dalla caserma o dal campo, datevi alla macchia». E il 12 giugno 1942 invita a «non disertare le assemblee dei sindacati fascisti per strappare al governo l’indennità di carovita». E negli stessi giorni si rivolge ai contadini:«Che in ogni villaggio si mettano d'accordo quattro o cinque capi famiglia, i più autorevoli e mandino in giro i giovani, le ragazze, a dire a tutti i contadini, anche nelle cascine più lontane che le imposte. questa volta non si devono pagare». E agli operai di Torino dice che «bisogna fare come nel 1917» e che bisogna muoversi per fare in modo che «gli sforzi degli operai italiani si fondano con quelli degli operai di tutta l'Europa e del mondo intero che lottano per spezzare le catene del fascismo e ridate al mondo, con la libertà, la pace». E ai braccianti dell'Emilia e della Puglia che «bisogna far rivivere una grande tradizione di organizzazione e di lotta ... e passare allo sciopero, al sabotaggio dei lavori agricoli, alle manifestazioni violente, all'incendio delle case e dei raccolti dei signori». E il 20 marzo 1943, Togliatti dice. che «anche da noi c'è posto per un movimento di partigiani … ci sono soldati e ufficiali tedeschi ai quali·bisogna fare capire coi mezzi più energici che è ora che se ne vadano dal nostro paese ... Anche da noi vi sono decine di treni che ogni giorno partono per la Germania con i prodotti del nostro suolo. Bisogna che questo finisca. Questi treni ci vuole qualcuno che li faccia deragliare». E il 15 maggio 1943, ancora più chiaramente: «Mussolini non se ne andrà se non lo cacciamo. Ma per cacciarlo è necessaria l'insurrezione armata delle grandi masse popolari della città e della campagna».E il 30 ottobre 1943, la direttiva precisa: «È dovere dei partiti antifascisti di svolgere il più intenso lavoro per creare dappertutto una organizzazione e una direzione le quali permettano di passare dagli atti di gruppi più o meno isolati alla vera e propria guerra di grandi unità di partigiani contro l'invasore, di passare alla vera e propria insurrezione di intere città e di province e regioni intere contro le truppe di occupazione e contro gli sgherri fascisti».

Una politica di unità nazionale e democratica che tutto subordina all'obiettivo politico principale che era quello di combattere contro i fascisti e i tedeschi e di salvare l'unità e l'indipendenza del paese e che fa dipendere, conseguentemente, dal raggiungimento di tale obiettivo lo sviluppo stesso della politica e della lotta del movimento operario e del partito comunista per gli obiettivi di trasformazione democratica e socialista.

Bibliografia:

Palmiro Togliatti – Da Radio Milano Libertà – Editori Riuniti 1974

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Italia combatte: la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari

16 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Al di fuori del Regno la guerra continuava duramente. Stava nascendo la resistenza ai tedeschi e la lotta per bande. L'opposizione alla dittatura fascista, che si era manifestata durante e dopo i «quarantacinque giorni», era diventata guerra partigiana contro le devastazioni e le deportazioni naziste. Si costituivano i primi Comitati di liberazione con le loro formazioni armate. Sulle trasmissioni di Radio Bari si intensificò il controllo militare. I comandi alleati, il governo provvisorio e gli stessi rappresentanti dei partiti antifascisti, riuniti in Comitato di Liberazione Nazionale, furono d'accordo nell'impostare una trasmissione speciale per i volontari della libertà che agivano nell'Italia occupata, che obbedisse alle direttive del generale Alexander, il quale esortava alla cautela e alla prudenza nella diffusione delle notizie.

radio-Bari.jpgNacque così Italia combatte, la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari, poi di Radio Napoli e Radio Roma, alla liberazione della capitale. Si trattava di un servizio con obiettivi esclusivamente militari. Tutti i redattori avevano un nome di battaglia, per non esporre alle eventuali rappresaglie dei nazifascisti i parenti o gli amici lasciati dall'altra parte dell'Italia. Le informazioni sulle vicende belliche arrivavano dall'VIII e dalla V Armata; quelle politiche, economiche e sociali dai servizi del PWB (Psycological Warfare Branch), che le ricavava a sua volta dalle principali agenzie di stampa e dalle intercettazioni radiofoniche. I redattori di Italia combatte, oltre a selezionare e rielaborare le notizie in rapporto alle esigenze della trasmissione, aggiungevano servizi particolari e informazioni raccolte al di qua e al di là del fronte. I commenti - secondo le testimonianze di molti redattori - erano abbastanza liberi, purché in linea con le direttive militari degli Alleati e non in contrasto con la politica filomonarchica degli inglesi. Non mancavano certo motivi di incomprensione e di attrito: era nota, ad esempio, la tendenza degli americani a nascondere o limitare le notizie sull'avanzata dell'esercito sovietico e le vittorie dell'Armata rossa.

Ogni sera, in apertura, veniva trasmesso il Bollettino della guerra partigiana in Italia, con numero d'ordine progressivo. Esso risultava diramato ufficialmente «dal quartier generale del generale Alexander». Ma il Qg forniva solo i principali elementi informativi sulle azioni partigiane; il «Bollettino» conteneva molte altre notizie supplementari, di varia provenienza. Spesso veniva accompagnato da brevi editoriali, affidati a personalità rappresentative dell'amministrazione alleata.

Molto più produttivi delle dichiarazioni di intenzione erano i «consigli generali» che Italia combatte trasmetteva alle forze di liberazione antifasciste e che erano marcati da una concretezza drammaticamente ispirata alle necessità della guerriglia.

Radiorurale.jpgL'appello al frutto del lavoro andato distrutto per opera della barbarie nazifascista era un tasto ricorrente in molti servizi di Italia combatte.

Questo stile era presente anche nelle testimonianze di quanti, passate le linee, venivano chiamati a trasmettere brevi messaggi dai microfoni di Italia combatte: Oreste Lizzadri (Longobardi) a Radio Bari; Alberto Moravia ed Elsa Morante a Radio Napoli. Tutto quanto potesse contribuire all'obiettivo militare della lotta antitedesca quadro della direzione politica della guerra imposta dagli Alleati, veniva trasmesso: interviste con partigiani che riuscivano ad assicurare i collegamenti, servizi su singole azioni speciali, conversazioni di attualità e, infine, messaggi convenzionali sul tipo di quelli emessi da Radio Londra, istruzioni ai partigiani in rapporto alle esigenze tattiche, alle vicende stagionali, ai movimenti o alle soste delle operazioni ai rifornimenti, al sabotaggio.

Una delle rubriche più note, Spie al muro, consisteva nel mettere sull'avviso gli antifascisti, i partigiani e quanti si rifiutavano. di collaborare con i nazifascisti, sull'attività spionistica di persone insospettate e perciò ancora più pericolose. Occorreva porre in guardia tutti i cittadini che partecipavano in un modo o nell'altro alla Resistenza, che aiutavano le organizzazioni clandestine, che nascondevano perseguitati politici, prigionieri evasi, ebrei ecc. Il mezzo migliore era di segnalare per radio, da una parte all'altra del fronte, i nomi dei delatori. Questi nomi erano ricavati dalle liste dell’OVRA in base ai compensi riscossi dagli informatori della polizia segreta fascista. Molti di questi ex informatori erano rimasti nella Repubblica Sociale protetti dal segreto professionale. Ma alcuni cominciavano ad agire anche nel Sud. Segnalarli per radio significava indurre i conoscenti a non fidarsene, a prendere le debite distanze. Magari spingere loro stessi a ridurre lo zelo, mettersi da parte, cambiare mestiere. Fargli capire che il gioco, il doppio gioco, diventava sempre più pericoloso, che si avvicinava la resa dei conti.

Nell'insieme dei suoi messaggi, la radio italiana controllata dal PWB mirava in quel periodo a due precisi obiettivi: da un lato, un obiettivo di carattere strettamente militare, tipicamente tecnico, che nel corso del 1944 diventerà, con il diffondersi delle radio clandestine una delle caratteristiche della guerra partigiana; dall'altro, un obiettivo più ampio di informazione democratica.

In un'Italia spaccata in due dal conflitto, la radio aveva a che fare con due realtà affatto diverse; aveva inoltre la non trascurabile funzione di essere un tramite tra gli italiani del Sud e quelli del Nord.

La popolazione italiana, sia nelle zone libere che in quelle ancora occupate dai nazifascisti, aveva bisogno più che mai di orientamenti sicuri e di notizie certe, non solo di essere rassicurata sulle intenzioni di pace e di progresso degli anglo-americani.


tratto da: "Storia della Radio e della televisione in Italia" di Franco Monteleone - Marsilio Editore - 1995 

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BBC: Radio Londra 1941-42

15 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Quattro colpi di tamburo, era la sigla di Radio Londra. Punto-punto-punto-linea, un suono cupo ma che in linguaggio Morse era la lettera V di Victory. La guerra si faceva anche sulle onde dell'etere, la radio era un'arma potente. Harold Raphael Gaetano Stevens, colonnello dell'esercito inglese nato a Napoli, fu chiamato dalla BBC per leggere i testi preparati da Aldo Cassuto. Voce flemmatica, molto british, con un’ombra di accento partenopeo. Un successone durato sei anni, dal 1939 al 1945.




trascrizione della trasmissione del colonnello Stevens del 22 aprile 1941, ore 22,40

“Buona sera.

Due mesi di arresto e mille lire di multa colla condizionale: è questo il prezzo, per ogni cittadino italiano incensurato, dell'abbonamento alle trasmissioni di Radio Londra, oltre al canone annuale dell'EIAR e all'eventuale confisca dell'apparecchio, se questo è di proprietà del nostro ascoltatore. Il prezzo è caro, ne conveniamo, ma non siamo noi a trarne profitto; e, d'altronde, il numero crescente dei nostri ascoltatori dimostra quanto siano vaste le categorie di italiani che affrontano questo rischio per ascoltarci.

Non vi è esortazione della stampa o delle autorità fasciste, non vi è minaccia di pene, non vi è sanzione effettiva che possa circoscrivere o fermare questo continuo allargarsi della massa dei nostri ascoltatori in Italia. Nel Nord e nel Mezzogiorno, nel centro e nelle isole, nelle città e nelle campagne, in montagna o sul mare, non vi è un centro abitato nel quale la voce di Radio Londra non sia ascoltata; furtivamente eppure con intensa attenzione, colla emozione di fare ciò che è proibito e di preservare qualche cosa di caro.

In ogni grande casamento cittadino, a una data ora del giorno o della sera, vi è almeno una radio il cui altoparlante parla sommesso come un sussurro. È l'ora di Radio Londra; e il capofabbricato non deve sapere, per quanto, forse, sia occupato ad ascoltare anche lui.

Si mandano i bambini a letto; perché non parlino l'indomani a scuola e qualcuno faccia la spia al maestro, e il maestro faccia la spia al fiduciario rionale. Se una visita batte alla porta, la radio viene spenta di colpo. Si spengono i lumi a volte; come se l'oscurità dovesse attutire il suono; si ascolta alla cuffia; si adoperano antenne portabili orientandole in modo da favorire la ricezione ed eliminare le rumorose interferenze delle stazioni fasciste; e quando si può ascoltare perfettamente è come un trionfo.

Lo stesso avviene nei piccoli centri rurali dove il radioamatore coraggioso e ammirato è, magari, uno solo; e tutti sanno chi è; e nessuno lo dice; e tutti attendono da lui le notizie, le vere notizie, i ragionamenti politici, i veri ragionamenti. Forse è l'albergatore, forse il farmacista, forse il dottore; comunque, una persona fiera di compiere un atto di coraggio e di intelligenza che lo distingua dal gregge di coloro che non osano e coi quali, nel giorno delle celebrazioni, egli è costretto a confondersi indossando la stessa uniforme nera e lo stesso berretto alla tedesca. Il maresciallo dei carabinieri lo sa; ma sorride sornione, pensando che forse non è lontano il giorno in cui saranno questi isolati a dettare la legge.

Questo fenomeno generale e profondo inquieta il regime fascista, perché forse è l'unica forma di protesta possibile contro il regime. Protesta muta, anche se non sorda; spontanea, anche se inorganica; concorde, anche se sgorga da sentimenti diversi e contrastanti; vasta, anche se composta da elementi individuali; e progressivamente sempre più vasta, più concorde, più spontanea.

Non è merito nostro, di noi che lavoriamo giorno e notte qui a Londra per informare il pubblico italiano di quanto avviene nel nostro paese e nel mondo: noi cerchiamo soltanto di avvicinarci alla realtà dei fatti, e di ragionare con sincerità e buon senso. Ma sappiamo che l'Italia ha sete di verità e di senso comune; e non è possibile allontanare dall'acqua le labbra degli assetati. Due mesi di arresto e mille lire di multa sono troppo pochi per questi imputati; e di più sarebbe troppo per i giudici. Buona sera”.

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Le radio proibite dal fascismo: Radio Londra

14 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Si stava curvi, ad ascoltare. Di notte, magari con una coperta sopra, a occultare apparecchio e orecchio. Perché ascoltare era proibito. Ogni tanto, fra fruscii e scoppi elettromagnetici, la manopola trovava la sintonia e spuntava una voce. Amica o nemica? In che lingua parlava? E le notizie? Buone o cattive? Si abbassava il volume, si avvicinava l'orecchio. Con coraggio pari alla paura, si ascoltava una storia diversa. Radio Londra soprattutto, ma anche Radio Algeri, Radio Barcellona, Radio Tunisi, e tutte le emittenti che con i loro nomi tracciavano la geografia della libertà perduta. La parola, trasportata flebile dall'etere, si amplificava nella voce dell'ascoltatore al suo vicino, in un fenomeno di ascolto collettivo comune a tutto il continente.

La radio aveva cambiato le abitudini degli italiani. Il fascismo l'aveva imposta come megafono del pensiero unico e unificante, ma non aveva fatto i conti con la natura anarchica del mezzo, capace di superare i confini e abbattere barriere di qualunque natura.

Razza o non razza, appena fu chiaro che anche altrove si raccontavano ben altre verità, venne naturale mettersi in ascolto. E quale evento più di una guerra costringe gli uomini, paradossalmente, a cercare di parlarsi?

Nel 1936 la guerra di Spagna precede di qualche anno lo scoppio del secondo conflitto mondiale e migliaia di italiani si arruolano volontariamente nelle brigate internazionali per combattere l'ascesa del franchismo. Nasce Radio Barcellona.


stazioni radio ricevute al Centro di Controllo dell’EIAR durante la guerra di Spagna (le radio che si opponevano al regime fascista venivano classificate come stazioni di propaganda comunista)


Trasmissioni fatte di rapide traduzioni del notiziario spagnolo e informazioni provenienti dal fronte. Per confondere l'intercettazione fascista l'emittente va in onda con il nome di Radio Milano.

Il regime fascista subì il colpo e mise in piedi Radio Verdad, con il compito di contrastare Radio Barcellona sulle stesse lunghezze d'onda e alle stesse ore con trasmissioni che agli ascoltatori dovevano sembrare emesse dalla penisola iberica e che invece venivano irradiate dall'Italia.

Era la "guerra delle onde". Più fantasiosa e meno cruenta di quella fatta con bombe e fucili ma non meno efficace. Il fascismo, ostile a ogni libera manifestazione di pensiero, aveva capito da subito che le radio straniere potevano incrinare quell'immagine di ordine sociale, consenso assoluto e compostezza politica che il Duce voleva propagandare agli italiani. Le parole dovevano essere solo d'ordine. Nel 1930 cessò per legge l'attività dei radioamatori: bisognava evitare che si ripetesse la "beffa di Nizza", quando nel 1926 un giovane avvocato, Sandro Pertini, con un piccolo apparecchio aveva inviato i suoi messaggi antifascisti verso la costa ligure.

La legge dei tribunali e quella dei manganelli cercarono a più riprese di limitare il dilagante fenomeno dell'''ascolto clandestino di massa". Ma solo nel 1938, con un decreto regio che proibiva di fissare le sintonie sulle stazioni estere, fioccarono arresti e condanne, sempre più pesanti: anche fino a cinque anni di confino.

Proibito ascoltare, ma quasi tutti lo facevano: studenti, professionisti, casalinghe, contadini. Si ascoltava per necessità. Perché la gente voleva sapere cosa realmente stesse succedendo. Non lo poteva certo chiedere all'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) o alla stampa, ferocemente controllata dal regime. Per aggirare i controlli e non farsi identificare dai rivenditori (e dunque dai fascisti), i militanti del Partito comunista clandestino usavano questo stratagemma: non acquistavano l'apparecchio ma lo chiedevano in prova al rivenditore per un periodo di quindici giorni.

Dopo il tramonto, quando la notte liberava l'etere dalle frequenze e l'ascolto era più chiaro, l'orecchio si avvicinava all'altoparlante e la mano girava la manopola. “Tu-Tu-tu-tuum. Tu-Tutu-tuum”. Sembrava la Quinta di Beethoven, e forse lo era. Ma era soprattutto un cupo segnale morse: tre punti e una linea. Una V. Quella di Victory, Vittoria. L'indice e il medio di Winston Churchill si materializzavano così e Radio Londra arrivava nelle case degli italiani.

Le trasmissioni ebbero inizio il 27 settembre 1938, quando, al culmine della crisi di Monaco, il primo ministro Charberlain trasmise il suo discorso alla nazione anche in francese, tedesco e italiano: nascevano così i "servizi europei" della BBC. Con lo scoppio delle ostilità, un anno dopo, le trasmissioni in lingua italiana si intensificarono: da un quarto d'ora a un'ora e mezza al giorno nel maggio del 1940, fino a raggiungere le quattro ore e un quarto, suddivise in quattordici trasmissioni, nell'agosto del 1943.

Gli italiani cominciano a fidarsi di Radio Londra. Così le sue voci diventano familiari. Come quella del colonnello Stevens, soprannominato il "colonnello Buonasera" perché così iniziano sempre i suoi commenti. Non è né alto né biondo, ma alla radio tutti se lo immaginano così. La madre gli ha lasciato un leggero quanto simpatico accento napoletano, esercitato negli anni in cui è stato addetto militare all'ambasciata di Roma.

Sbarcate in Sicilia, le truppe alleate videro, sul dorso di una collina, una scritta composta da lettere giganti: ''W il colonnello Stevens". Ma erano anche altri gli eroi di Radio Londra. John Marus, inglese di passaporto e veneto di origine, era il tanto temuto Candidus. Polemista asciutto, smontava con l'arma dell'antiretorica le menzogne del regime fascista.

Ma con il progredire della guerra si diradano i programmi leggeri e si moltiplicano i messaggi speciali destinati alle forze della Resistenza. Sono frasi volutamente enigmatiche, scandite dallo speaker e il cui significato drammatico (spostamenti di truppe, invio di armi) spesso contrasta con il senso ironico che giocoforza le avvolge: "Felice non è felice", "È cessata la pioggia", "La mia barba è bionda", "La gallina ha fatto l'uovo", "La vacca non dà latte.

Anche la ricezione di Radio Londra però non è sempre perfetta.

Ecco allora un consiglio per abolire i fruscii: «Prendete una scatola di cartone di 40 centimetri per lato, togliete il coperchio e il fondo. Praticate due fori su uno dei lati del telaio. Avvolgete 20 spire con 30 metri di filo, i due capi denudateli e collegateli uno alla presa di terra, l'altro alla presa aerea dell'apparecchio radio». Chissà se funzionava veramente. Radio Londra di sicuro ha funzionato, costituendo un punto di riferimento per tutte le emittenti dell'Italia liberata che rilanciavano le sue notizie o il suo segnale.

I fascisti della Repubblica Sociale Italiana cosa pensavano degli ascoltatori di Radio Londra?

Quali provvedimenti occorreva prendere per impedirne l’ascolto?

Da un rapporto redatto, a fine giugno 1944, dalla Guardia Nazionale Repubblicana:

 


«La propaganda nemica fa sempre più presa nell'animo della popolazione e sarebbe molto opportuno o sequestrare gli apparecchi radio o bloccarli a un'unica stazione italiana».

 

«La propaganda che il Partito svolge incessantemente sia a mezzo della stampa che della radio è ascoltata da pochi, troppo pochi! Sono quei pochi che hanno mantenuto integra la fede e la speranza che l'Italia di Mussolini possa risorgere, ma tutto il resto, il grosso della popolazione, fa solo commenti sfavorevoli. Il popolo, sfiduciato dalla realtà dei fatti e imbevuto della propaganda nemica attraverso Radio Londra, resta sordo a qualsiasi richiamo della Patria e con questo suo atteggiamento passivo e di attesa si dimostra, ogni giorno di più, favorevole al movimento antinazionale».
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Radio libere e liberate in Italia dopo l’8 settembre 1943

7 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Tra le prime fu Radio Palermo, subito occupata dagli americani dopo lo sbarco nell'Isola il 10 luglio del 1943. Musica, notizie, ma anche un'accorta impostazione psicologica: perché gli speaker sono emigrati o figli di emigrati e al microfono parlano il siciliano. Arrivano anche i combat teams, truppe con il compito di esercitare la propaganda nelle zone dei combattimenti e attrezzate per installare emittenti locali nelle più importanti città della Sicilia.

Ma anche Radio Sardegna, vera unica radio libera (e non liberata) nel suolo nazionale, si affida alle cronache della BBC per lanciare, a partire dal mese di settembre, il suo segnale. Prima da Bortigali (un paesino della provincia di Nuoro), con un improbabile trasmettitore manomesso dai tedeschi, installato su un camion e riportato a nuova vita il 10 ottobre del 1943 dopo quindici giorni di prove, poi dalle grotte cagliaritane di Is Mirrionis, dove un gruppo di militari dà corpo alla programmazione dell'emittente. Sulla lunghezza d'onda di 555 metri pari a 540 chilocicli, si alternano notizie, canzoni, informazioni sulle famiglie divise dal conflitto, conversazioni politiche e culturali.

Quasi una vendetta nei confronti del regime. Quella scatola di legno e ferro che spesso e volentieri portava le insegne del fascio, si prestava indifferentemente ad amplificare le voci del Duce come quelle delle nazioni libere.

Bastava girare la manopola e ascoltare. La radio si ribellava all'ottuso destino propagandistico a cui le camicie nere sembravano averla destinata e diffondeva informazioni e notizie in grado di cambiare il corso della storia.

 

Verso le 18 dell'8 settembre 1943, un dispaccio dell'Agenzia Reuters arriva a Radio Algeri attraverso Radio Ankara. Dall'emittente nordafricana (controllata dagli americani), mezz'ora più tardi il generale Eisenhower informa ufficialmente della stipula dell'armistizio fra l'Italia e le Forze alleate. Alle 19.42 la radio italiana trasmette l'annuncio registrato dal maresciallo Badoglio. Finisce la guerra, inizia la Resistenza.

A Bari il 10 mattina, nella centralissima piazza San Ferdinando, uomini del Partito d’Azione e antifascisti di fede repubblicana decidono di prendere l'iniziativa. In quattro si presentano alla sede dell'EIAR e chiedono di poter utilizzare gli impianti. Giuseppe Bartolo, Michele Cifarelli, Beniamino D'Amato e Michele D'Erasmo affrontano il direttore, l'ingegner Damascelli: «Vogliamo fare un notiziario". Da una casa privata spunta un gigantesco apparecchio CGE, buono a captare Radio Londra e Radio Algeri. Alle 13 e alle 14 vanno in onda i primi notiziari. Contemporaneamente, nella vicina Brindisi, giunge il Re con tutta la sua corte. È una fuga mascherata da ritirata strategica, il sovrano deve spiegare molte cose e si affida ancora una volta alla radio. Chiede al povero Damascelli l'invio di una squadra tecnica per la registrazione di un messaggio, infarcito di maiuscole. «Italiani, nella speranza di evitare più gravi offese a Roma, Città Eterna, centro e culla della Cristianità e intangibile capitale della Patria, mi sono trasferito in questo libero lembo dell'Italia peninsulare con mio figlio e gli altri principi che mi hanno potuto raggiungere».

Le trasmissioni iniziano alle 6 del mattino: «Qui parla Radio Bari, libera voce del Governo d'Italia. Italiani! Una è la consegna, uno il comandamento: fuori i tedeschi!». Gli alleati curano i notiziari in inglese, albanese, serbo-croato e greco. Gli antifascisti alimentano la lotta partigiana.

Ma Radio Bari va quasi sempre in diretta. Jazz e swing, la comicità di Bob Hope e le voci di Bing Crosby e di Marlene Dietrich. Un tocco di leggerezza per stemperare la drammaticità della trasmissione più ascoltata e in onda dal gennaio del 1944, "dedicata ai patrioti italiani che lottano contro i tedeschi". Si intitola "L'Italia combatte". Berlino la teme al punto da aver escogitato una "nota di disturbo" con il compito di sovrastare la voce dello speaker. Perché "L'Italia combatte" non solo dà conto della lotta partigiana e dell'avanzata alleata su tutti i fronti ma smaschera i doppiogiochisti: «Italiani, patrioti: occhio alle spie. A Roma in questo momento i delatori e i venduti al nazifascismo sono aumentati. Vi nominiamo stasera alçuni tra gli elementi più pericolosi che agiscono nella capitale. Essi sono ... ». Registrata su grandi dischi e diffusa con periodicità costante, "L'Italia combatte" verrà rilanciata da tutte le radio controllate dagli angloamericani. Ma sarà soprattutto una risposta forte alla propaganda della Repubblica di Salò e un conforto per gli italiani internati dai nazisti dopo l'8 settembre: seicentomila tra soldati e ufficiali che riuscirono chissà come a procurarsi radio di fortuna e ascoltare le notizie provenienti dalla patria libera.

A fine febbraio 1944, con l'avanzata alleata, la Puglia perse la sua centralità e il cuore dell'informazione si spostò a Napoli.

Gli americani hanno il controllo della programmazione ma dopo vent'anni di fascismo si respira un'aria diversa. La città ha subito centoquattro bombardamenti, ma ha saputo trovare la forza di liberarsi da sola dall'oppressione tedesca nel corso di quattro gloriose giornate di scontri. L'avanzata degli Alleati trova sacche di resistenza e di ferocia. C'è da liberare il nord, ancora sotto occupazione nazista. Le formazioni partigiane organizzano emittenti in grado di rilanciare il segnale proveniente dalle zone presidiate dagli Alleati. La radio è uno strumento di collegamento formidabile.

Nella zona di Firenze è Radio CORA (COmmissione RAdio) a tenere contatti con gli angloamericani. Il Partito d'Azione costituisce una redazione capeggiata da Carlo Ludovico Raggianti ed Enrico Bocci, che opera in clandestinità, con una ventina di collaboratori. La radio è il punto di riferimento della resistenza toscana e non solo. Per questo, il 2 giugno del 1944, alcuni uomini dell'8a Armata vengono paracadutati. Il loro compito è quello di rafforzare la radio, per trasmettere informazioni e ottenere lanci di armi.

Ma nonostante i continui cambi di sede, il 7 giugno i nazisti individuano la radio e irrompono in piazza d'Azeglio durante una trasmissione. Sette partigiani vengono arrestati, un giovane radiotelegrafista viene ucciso. Il blitz si conclude con fucilazioni, torture e deportazioni. Solo in due riusciranno a salvarsi.

L'unica emittente radiofonica partigiana rivolta al pubblico e non destinata a uso strettamente militare, operante prima del 25 aprile 1945, fu Radio Libertà di Biella. Le prime dieci note della canzone "Fischia il vento", suonate da una chitarra scordata, aprivano ogni sera alle 21 le trasmissioni, irradiate da un apparecchio radiotrasmittente proveniente dall'aeroporto di Cameri: «Attenzione Radio Libertà, libera voce dei volontari della libertà. Si trasmette tutte le sere alle ore 21 sulla lunghezza d'onda di metri 21». All'annuncio veniva aggiunta una precisazione: «Non abbiano dubbi coloro che ci ascoltano, siamo partigiani, veri partigiani. Lo dice la nostra bandiera: "Italia e libertà". Lo dice il nostro grido di battaglia: "Fuori i tedeschi, fuori i traditori fascisti". Ecco chi siamo: null'altro che veri italiani. Le nostre parole giungeranno, valicando pianure e montagne, a tutti i compagni patrioti della Liguria, della Toscana, del Piemonte, della Lombardia, dell'Emilia, del Veneto, a tutti coloro che combattono per la nostra stessa causa. Viva l'Italia! Viva la libertà!».

Dal dicembre del 1944 al maggio del 1945, prima per mezz'ora, poi per un'ora al giorno, l'emittente cercò di convincere i giovani arruolati dalla Repubblica di Salò a disertare. Lo scopo era quello di cercare di smontare il più possibile il morale delle formazioni fasciste. Commenti, bollettini di guerra partigiani, notizie, lettere di partigiani o familiari, saluti, brani musicali e anche poesie. La radio trasmise fino a pochi giorni prima della Liberazione, messa a tacere dai fascisti nel corso dell'ultima offensiva, quella del 19 aprile. Sei giorni dopo, dalla sede EIAR di Milano, Sandro Pertini annunciava la sconfitta del nazifascismo. Il 6 maggio nelle strade della città lombarda, sfilavano i partigiani vincitori. E solo sentendo la voce familiare di un radiocronista che aveva legato il suo nome a momenti sereni e spensierati, gli italiani capirono che il periodo più buio e infamante della loro storia era finito. Quella voce era di Nicolò Carosio.

 

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3 ottobre 1944: la caduta di Varsavia

2 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Un’insurrezione per lungo tempo cancellata dalla memoria collettiva occidentale.

 

Il 1° agosto 1944, Varsavia si solleva, quando l’armata sovietica è a qualche kilometro. Ma Stalin decide di non intervenire. Dopo 63 giorni di resistenza e 200.000 morti, gli insorti si arrendono ai tedeschi, che vogliono radere al suolo l’intera città.

Varsavia: il muro del ghetto
 

Luglio 1944. Gli Alleati occidentali stanno avanzando in Francia. Sul fronte orientale, i Sovietici avanzano a tutta velocità. Il gruppo di armate comandate dal generale Rokossovsky, è entrato in territorio polacco. Per l’esito della guerra non ci sono più dubbi. Ma la sorte della Polonia? Il paese sta subendo da cinque anni un’occupazione féroce, una politica di annientamento delle elites. In segreto, ubbidendo agli ordini del governo in esilio a Londra, la principale organizzazione di resistenza in Europa, l’Armata dell’Interno (AK),tenta di contrastare il saccheggio dell’occupante e di preparare la liberazione : di evitare che questa si trasformi in una nuova occupazione.

Nessuno ha dimenticato gli anni del patto russo-tedesco, la celebrazione comune, dei nazisti e dei sovietici nel 1939, della divisione della Polonia: la deportazione, verso la Siberia o l’Asia centrale di 1.800.000 polacchi (di cui la metà sono morti).

Le intenzioni di Stalin sono cambiate? È ormai l’alleato degli Occidentali e dunque, in teoria, dei Polacchi, presenti su tutti i fronti. Ha fatto uccidere, nel 1940, 25.000 ufficiali polacchi con un colpo alla nuca; gli Occidentali sembrarono credergli quando attribuì questi crimini ai nazisti. Ma poi ha autorizzato un’armata di 100.000 uomini, reclutati tra gli scampati dei campi di concentramento, alcuni più morti che vivi, a lasciare l’URSS per combattere sul fronte occidentale.

Il governo polacco in esilio a Londra e i capi della resistenza non sapevano che Roosevelt e Churchill hanno concesso segretamente al dittatore, nella conferenza di Teheran (28 novembre - 1 dicembre 1943), la parte orientale del paese. Ma sanno che, nei territori rioccupati dall’Armata Rossa, i responsabili dell’AK sono arrestati dall’NKVD (la polizia politica sovietica), uccisi o deportati.

Che fare? Viene presa la decisione di passare all’attacco all’avvicinarsi del fronte, di offrire una collaborazione alle unità sovietiche, e di affermare la presenza della Polonia «legittima» al momento della liberazione. Quello che fecero i Francesi a Parigi, con una differenza essenziale: gli Americani non hanno gli obiettivi e i metodi dei Sovietici.

La sfida essenziale, evidentemente, è Varsavia. Le armate di Rokossovsky si avvicinano ai quartieri orientali. Radio Mosca lancia degli appelli all’insurrezione: «Per Varsavia l’ora dell’azione è arrivata». Ancora più esplicite le autorità provvisorie sostenute dai Sovietici, che si trovano a Lublino (150 Km a sud est della capitale) lanciano una «chiamata alle armi». Il pericolo, pertanto, è evidente; il generale capo delle armate polacche, in visita sul fronte italiano, giudica al contrario «imperativo di preservare l’etnia polacca, di fronte a una doppia minaccia di sterminio». Ma il suo avvertimento è ignorato. Una compagnia di carri armati T34 sovietici è stata vista nei sobborghi di Praga, proprio di fronte a Varsavia. L’ora attesa da molti anni, sperata da decine di migliaia di giovani arruolati nella resistenza, è arrivata.

 

Obiettivo: resistere per una settimana.


partigiani polacchi in azione

Il comandante locale dell’AK ordina di lanciare l’insurrezione il primo agosto alle ore 17. Più di 40.000 tra uomini e donne, spesso giovani che hanno da poco superato l’età adolescenziale, rispondono all’appello e attaccano con un armamento di fortuna le unità e le guarnigioni tedesche.

euforia nei quartieri liberati

Prendono il controllo di più quartieri, la città vecchia e il centro, ma falliscono il tentativo di allontanare i tedeschi dai loro principali bastioni. L’obiettivo del comandante l’insurrezione è di resistere al massimo una settimana, il tempo che i sovietici passino la Vistola.

I combattimenti invece dureranno 63 giorni e i sovietici non verranno. Peggio, rifiuteranno per sette settimane l’autorizzazione agli aerei inglesi, venuti dal sud Italia al prezzo di enormi perdite, di paracadutare armi e viveri per gli insorti e di atterrare nei loro territori.

Né le richieste del primo ministro polacco, andato a Mosca da Stalin, né gli ammonimenti energici di Churchill gli faranno cambiare idea.

Nella capitale polacca, dopo qualche giorno di euforia nelle zone «libere», gli abitanti vivono un vero e proprio inferno.

i primi caduti

Il 5 agosto una divisione di SS che ha ripreso il controllo del quartiere occidentale, Wola, massacra, in un solo giorno, 35.000 uomini, donne e bambini. La resistenza è diventata impossibile: i combattenti abbandonano i quartieri attraverso le fognature, per riprendere la lotta altrove.

Presenti su tutti i fronti di guerra, in Europa, in Africa, i polacchi attendono invano l’aiuto dove si gioca per davvero la loro sorte, Varsavia.

In agosto Parigi è liberata in qualche giorno, una divisione blindata polacca blocca, a costo di pesanti perdite, la falesia in Normandia.

Una brigata di paracadutisti polacchi, con base in Inghilterra, spera di lanciarsi su Varsavia: sarà inviata dal comando alleato a Arnhem, per una operazione dalla quale solo 2.000 uomini su 10.000 ritorneranno.

trattative per la resa

Nella seconda metà di settembre, i capi dell’insurrezione, consapevoli che le sofferenze della popolazione diventano insopportabili, incominciano a trattare una capitolazione. Ma Rokossovsky è ritornato sulla riva orientale della Vistola. I sovietici autorizzano, per una e unica volta, una flotta di aerei americani ad atterrare sul territorio da loro controllato dopo aver paracadutato degli aiuti agli insorti. Una formazione di aerei passa ad una grande altitudine sopra Varsavia, lanciando armi e viveri (che cadono la più parte nelle mani dei tedeschi).

 

L’ultima vittoria dei tedeschi

Poco dopo, membri di un’armata polacca integrata sul fronte russo tentano (senza l’assistenza dell’artiglieria né la copertura aerea) l’attraversamento della Vistola, che si trasforma in un massacro. Non ci sono più speranze.

I capi della resistenza, dopo aver ottenuto dai tedeschi lo statuto di combattenti per gli insorti, capitolano;

I tedeschi, con 20.000 morti tra le loro fila, hanno ottenuto la loro ultima vittoria nella seconda guerra mondiale. Sono morti 200.000 abitanti di Varsavia, decine di migliaia, nonostante gli impegni presi, saranno inviati a Ravensbrük, Mauthausen e Auschwitz, tanto che chi resta nella capitale sarà sistematicamente ucciso con la dinamite o passato al lanciafiamme.

Il 17 gennaio 1945, l’armata sovietica entra in Varsavia, in un mare di rovine tra le quali si aggira qualche sopravvissuto. Il resto del territorio polacco è rapidamente riconquistato ai tedeschi, e dietro le unità combattenti il NKVD si mette al lavoro. I capi dell’Armata dell’Interno sono arrestati e spediti a Mosca per un processo farsa. Alcuni dei sopravvissuti dell’insurrezione, tra le migliaia di resistenti, moriranno in prigione, uccisi con un colpo alla nuca o impiccati: saranno riabilitati qualche anno dopo; Occorrerà aspettare la caduta del regime socialista, nel 1989, perché possa essere eretto il primo monumento ad una insurrezione per lungo tempo cancellata dalla memoria collettiva occidentale.  

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La costituzione del CVL Corpo Volontari della Libertà (9 giugno 1944)

30 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La Resistenza nel maggio 1944 è in rapida ascesa, cammina speditamente; ha dietro di sé la raggiunta « unità nazionale» che, stabilita nel le sue forme legali nel lontano regno del Sud, agisce sempre più in profondità nel territorio occupato dai nazifascisti. Il CLNAI già si considera a tutti gli effetti rappresentante del governo legittimo. In questa nuova fase si prospetta il problema dell'unificazione del Comando delle forze partigiane, la necessità di dare un assetto definitivo o un nuovo assetto sul piano politico e organizzativo agli organi militari sia al centro, sia alla periferia.

Finché i partigiani erano ancora forze disperse, non collegate fra di loro, finché ogni banda agiva isolatamente ognuna nel suo settore, il CLN aveva limitato la sua opera a quel controllo e a quell'aiuto generico che poteva essere fornito dalle sue Giunte militari, organizzate pariteticamente con la rappresentanza dei cinque partiti. Ora la situazione è mutata o va mutando rapidamente: le bande si vanno trasformando in reparti sempre più grossi, si va passando un po' ovunque dal distaccamento d'una trentina d'uomini al battaglione e da questo alla brigata.

Il 9 giugno 1944 si costituisce il «Comando generale per l'Italia occupata del Corpo volontari della libertà».

distintivo riconoscimento CVL

Il Comando generale è diviso in più sezioni (assistenza, operazioni, informazioni e controspionaggio, aviolanci, trasporti e collegamenti, prigionieri alleati, falsi). Della sezione più importante, la sezione operazioni, sona responsabili Ferruccio Parri e Luigi Longo, coadiuvati da un tecnico militare. Il dirigente azionista e quella comunista occupano così in seno alla struttura collegiale del Comando una posizione preminente che rispecchia, oltre che il loro prestigio personale, il rapporto di forza che s'è consolidato alla periferia (ove le brigate garibaldine e le brigate GL sono le più consistenti e numerose).


 

Ecco le prime direttive del CVL alla periferia:

«Il Comando generale per l'Italia occupata, pur non presumendo di dirigere le azioni delle varie unità, nell'autonomia e nell'iniziativa delle quali riconosce un elemento di quella rapidità e agilità che devono caratterizzare l'azione partigiana, farà opera però affinché le singole azioni siano sempre più dirette verso un movimento d'insieme, organizzato secondo i migliori criteri dettati dall'esperienza. Farà avere a questo proposito a tutti i Comitati e Comandi dipendenti delle istruzioni soprattutto per quanto riguarda la preparazione organizzativa tecnica della insurrezione nazionale ... »

bibliografia
“Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964


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il regno del Sud

29 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale


Uno dei punti oscuri del dopo 8 settembre 1943 e dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III
(il cui potere era limitato ad appena quattro pro
vince, Lecce, Taranto, Brindisi e Bari, mentre tutto il resto dell'Italia del Sud era sotto l'autorità illimitata dell'AMGOT, Governo militare alleato 'per i territori occupati), fu il fatto che si tardò circa un mese a dichiarare guerra alla Germania. Un ritardo tale da produrre o da aumentare la diffidenza degli stessi alleati, da suscitare persino la sorpresa di Eisenhower. In occasione della firma del lungo armistizio a Malta (29 settembre), fu proprio lui, straniero, a ricordare a Badoglio la sorte che toccava agli italiani ancora in divisa militare, fucilati come partigiani dai tedeschi: «Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra». La risposta di Badoglio, di fronte a un argomento così perentorio fu quanto mai elusiva:« Questo punto di vista è già stato considerato, ma si ritiene che in questo momento il governo italiano abbia influenza sopra una frazione troppo piccola del territorio nazionale per poter fare questa dichiarazion. Pretesto, come ognuno vede, ben magro e in contraddizione flagrante col proclama del 13 settembre (nel messaggio trasmesso al popolo italiano il 13 settembre, Vittorio Emanuele III, dopo aver giustificato la propria fuga coll'intento d'evitare «più gravi offese a Roma capitale intangibile della patri annunciò che «tornerà a splendere la luce eterna di Roma e d'Italia ... essendo il vostro re ieri come oggi sempre con voi indissolubilmente legato al destino della nostra patria immortale»).

Eppure la dichiarazione di guerra, anche se cosi' ritardata, anche se strappata a stento (il vecchio sovrano solo l’11 ottobre dopo una lunga discussione si decide a far notificare alla Germania, tramite l'ambasciatore a Madrid, che« l'Italia si considera dalle ore 15 del giorno 13 ottobre in stato di guerra colla Germania»), resta tuttavia il fatto nuovo e positivo che apre una nuova possibilità di vita al governo del Sud, che sblocca sul piano internazionale la situazione. Ad essa segue l'immediato riconoscimento dell'Italia come potenza cobelligerante, la sanzione delle potenze alleate a un governo che prima era si può dire incerto su tutto, anche sulla propria esistenza:

“I governi della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica riconoscono la posizione del R. Governo italiano cosi com'è stata delineata dal maresciallo Badoglio e accettano la collaborazione attiva della nazione italiana e delle sue forze armate come cobelligeranti nella guerra contro la Germania”.

 

da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964
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La formazione del CLNAI (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia)

29 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Mentre lo Stato italiano viene diviso in due e ogni giorno s'allarga di più la fenditura che divide il Nord dal Sud, minacciando paurosamente l'esistenza nazionale fin dalle fondamenta, ponendo in forse anche la conquista risorgimentale dell'unità, ha ancora un'assai debole voce il nuovo elemento che dovrà impedire colla sua azione il maturarsi di una tale rovina, il Comitato di liberazione nazionale. Sorto a Roma nelle giornate infuocate dell'armistizio, aveva superato d'un balzo, sotto la spinta degli avvenimenti, le divergenze fra le correnti politiche che erano in esso confluite. Era nato di getto come organo insurrezionale chiamando alle armi i cittadini di Roma, e aveva solennemente dichiarato, nella vacanza d'ogni potere, la propria natura e i propri compiti di governo straordinario. Da organo unitario dell'antifascismo s'era di colpo trasformato in organo d'unità nazionale.

Il primo CLN che assume i compiti di effettiva guida della lotta di liberazione per un'intera regione è quello di Torino. Sono vari i motivi che producono questa sua priorità: la sua stessa anzianità di costituzione (il Fronte nazionale di Torino fu il primo a costituirsi in Italia, nel 1942), la tradizione antifascista non solo operaia ma estesa ai gruppi borghesi più avanzati, il senso particolarmente radicato a Torino, punto di partenza per l'unità d'Italia nel Risorgimento, della « legalità» dello Stato e quindi della completa «illegalità» della pseudo-repubblica; insieme al passato, gli avvenimenti più recenti, il fatto che Torino per due volte nel marzo e nel novembre '43 ha dato il segno della riscossa operaia. Tutto ciò confluisce nell'attribuire al CLN piemontese, fin dal suo esordio, i lineamenti di un vero e proprio «governo di guerra» già ramificato fin dal settembre nei suoi vari settori: comitato generale e comitato esecutivo, comitato militare, finanziario, stampa e propaganda, per gli approvvigionamenti.

D’altro canto al principio del 1944 arriva definitivamente in porto anche la questione dei poteri del CLN per l'Alta Italia. Già il CLN lombardo si è guadagnato di fatto la propria autorità, estendendo la propria sfera organizzativa sino a Firenze.

Alla fine di gennaio la questione è definitivamente risolta con la lettera inviata dal CLN di Roma a quello di Milano con la quale, nella prospettiva d'una imminente liberazione della capitale e d'una separazione dell'Italia settentrionale dal resto del paese, il CLN lombardo viene investito dei poteri di «governo straordinario del Nord», rappresentante già fin da questo momento del «nuovo governo democratico»

Nella lettera il CLN centrale afferma che ormai è divenuto suo « primo compito» quello di promuovere e dirigere la partecipazione popolare alla battaglia per la liberazione di Roma e precisa che anche per il Nord «la lotta deve avere come sbocco finale l'insurrezione generale contro l'occupante ».

Nasce così il CLNAI che nella prima e importante mozione stabilisce:

«Il nuovo sistema politico sociale ed economico non potrà essere se non la democrazia schietta ed effettiva. Del governo di domani il CLN è oggi una prefigurazione» e riafferma «l'unità del patto di riscossa e di rinnovamento democratico che lega i cinque partiti. Chi opera contro l'unione di essi opera contro il paese».

Si tronca così con questo documento ogni tentativo interno di scindere la Resistenza.

 

Il CLN di Milano, in seguito trasformatosi in CLNAI, era originariamente (settembre I943) composto dai liberali Arpesani e Casagrande, dai comunisti Li Causi e Dozza, dagli azionisti Albasini Scrosati e Parri, dai socialisti Veratti (poi deceduto) e Viotto, dai democristiani Ca e Enrico Falk, sotto la presidenza dell'indipendente Alfredo Pizzoni. Successivamente il Comitato ebbe a subire le seguenti modifiche: per il PLI, ad Arpesani si aggiunsero Anton Dante Coda e Filippo Jacini; per il PC, Dozza si recò in Emilia e a Li Causi si aggiunsero Sereni e Longo che ben presto passò al CVL; per il PdA, Parri passò al CVL e ad Albasini si aggiunsero Lombardi e Valiani; per il PSIUP si aggiunsero Marzola, Pertini, Morandi; per la DC, Casò fu sostituito da Marazza a cui si aggiunse anche Augusto De Gasperi. La presidenza del CLNAI restò a Pizzoni sin quasi alla Liberazione, poi passò a Morandi.


Alfredo Pizzoni presidente del CLNAI

bibliografia:
“Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

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il clero e la Resistenza

28 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il clero italiano, fin dall'inizio dell'occupazione tedesca, aveva dovuto scegliere fra due alternative: la Resistenza patriottica all'invasore, quale ad esempio fu quella condotta in Belgio dal primate belga cardinale Mercier durante la prima guerra mondiale o l’acquiescenza allo stato di fatto, quale si ebbe in Francia durante l’occupazione nazista.

In Italia invece non fu scelta con chiarezza né l'una né l'altra strada, non ci fu una politica vaticana «a senso unico», facilmente definibile nelle sue caratteristiche. L'unica direttiva che arrivò da Roma fu quella di negare il riconoscimento de iure alla repubblica di Salò, pur riconoscendola come un governo di fatto.

Il clero basso, si può dire in ogni regione, offre la sua assistenza agli «sbandati» e continua ad offrirla anche quando essi sono divenuti «ribelli» e poi patrioti: è un'assistenza che travalica facilmente i limiti della carità imposta dai doveri sacerdotali, poiché non si limita, almeno nelle sue manifestazioni più esplicite, a offrire un rifugio, uno scampo alle persecuzioni nazifasciste, ma fornisce un vero e proprio appoggio al consolidarsi delle prime formazioni partigiane e collabora in forme più o meno dirette alla loro efficienza bellica. Numerosi esempi possono essere portati in tal senso risalendo dal Sud al Nord.

A Roma spicca la figura di don Pietro Morosini, fucilato «per l'opera di ardente apostolato fra i militari sbandati... l'acquisto e la custodia delle armi» («se mi lascerete libero ricomincerò da capo», dichiarò orgogliosamente ai suoi giudici). E ancora a Roma è da ricordarsi il coraggioso gesto compiuto da' un sacerdote, don Paolo Pecoraro: il 12 marzo 1944, in occasione della benedizione papale in piena piazza San Pietro, gremita fino all'impossibile, dove abbondavano fascisti ed SS tedesche, non esitò con sprezzo del pericolo e rischiando la propria vita, ad issarsi su uno dei piedistalli dell'obelisco e ad esortare a voce altissima tutti gli italiani a battersi contro gli oppressori, a cacciare il nemico invasore.

Decine e decine di parroci sull'Appennino e sulle Alpi acconsentono a trasformare le loro canoniche in depositi d'armi, e non solo consentono, ma sono essi stessi a suscitare e ad organizzare la guerra di liberazione. Così, ad esempio, fa don Pasquino Borghi nelle zone del Reggiano, fucilato nel gennaio come organizzatore dei primi nuclei di ribelli, il parroco don Agnesi in Piemonte che trasforma la sua canonica in «ufficio d'arruolamento della IV brigata Garibaldi», don Gaggero a Genova al quale fa capo il CLN locale. E gli esempi si
potrebbero moltiplicare. Ci sono anche quelli che assumono direttamente il comando delle formazioni partigiane come «don Pietro» nella provincia di Massa-Carrara e «don Carlo» in quella di Reggio Emilia. Sono questi gli esempi più avanzati, alcuni d'eccezione, ma è indubbio che la gran massa del clero basso si dimostrò favorevole, e non solo a parole, alla Resistenza.

 

La situazione in Brianza

Don Enrico Assi, uno dei sacerdoti che più hanno partecipato alla Resistenza brianzola insegnante al seminario di S.Pietro a Seveso più volte imprigionato dai fascisti, nel suo libro Cattolici e Resistenza afferma:

«Se la Resistenza fu essenzialmente rivolta dello spirito non contro altri uomini, ma contro un'allucinante concezione dell'uomo e della storia .... se la Resistenza fu l'esplosione della grande idea della libertà e anelito verso un mondo nuovo, non poteva che costituire il luogo della presenza e dell'opera dei preti e dei cattolici».

Ma, per il clero, fu veramente così? Il fenomeno del collaborazionismo fra gli ecclesiastici fu ben poca cosa. Si limitò all'ambiente dei cappellani militari, intriso di sentimenti patriottici influenzati dalla fascistizzazione dei reparti.

Vi fu però una profonda diversità del comportamento delle alte gerarchie ecclesiastiche da quello del basso clero.

Per quanto riguarda i vescovi del centro-nord, la maggior parte non diede credito al fascismo repubblichino. Cercarono con un atteggiamento distaccato, di far dimenticare gli anni delle benedizioni ai gagliardetti, dei Te Deum per le conquiste coloniali e del nazional-cattolicesimo. Pochissimi si fecero coinvolgere (sempre comunque marginalmente) nel movimento per la libertà. I due vescovi delle diocesi milanese e comasca che coprivano il territorio brianzolo, il cardinal Ildefonso Schuster e monsignor Alessandro Macchi, non si distaccavano da questo clichè. Non è nota nessuna presa di posizione autorevole, chiara ed espressa a gran voce o sottovoce contro quella “allucinante concezione dell’uomo e della storia” che, giustamente diceva don Assi.

Per il basso clero non fu così. Molti semplici sacerdoti, molti parroci di campagna e di paese che vivevano a stretto contatto con la popolazione e della quale, quindi, conoscevano le privazioni, i lutti determinati da quella guerra ed ora anche le angherie fasciste, meglio comprendevano qual erano le le necessità più elementari da soddisfare, il problema dei giovani renitenti da proteggere con i  tedeschi in casa.

I prevosti e i maturi parroci brianzoli assumono un contegno distaccato e freddo nei confronti della repubblichina, ma alla popolazione per ancestrale senso di rispetto all'autorità costituita o per timore, consigliano con fervore di non muoversi contro gli occupanti, di non compiere gesti ostili per non suscitare rappresaglie, per evitare spargimenti di sangue e mantenere comunque l'ordine. Suggeriscono di attendere con rassegnazione la fine di questo tragico momento e di pregare.

È un dato di fatto, una realtà, è che la Chiesa fu con ciò un elemento di attenuazione dell'opposizione al nazifascismo in Brianza, di freno all'appoggio alla Resistenza, condizionando molto anche l'attività delle formazioni cattoliche.

Chi furono, allora, i sacerdoti più vicini al movimento clandestino? In genere erano i preti dell'ultima generazione, i più recettivi verso la necessità di ritrovare la libertà e verso il bisogno di dare il giusto valore alla politica.

Alcuni esempi di sacerdoti brianzoli impegnati nella Resistenza:

don Aurelio Giussani, di Baruccana di Seveso ed insegnante al collegio S.Carlo di Milano, membro dell'O.S.C.A.R. (Organizzazione di soccorso cattolico degli antifascisti ricercati), che si costituisce proprio all'interno dell'istituto milanese. Ricercato dai fascisti; è costretto nell'ottobre del 1944 a lasciare Milano. Si unirà alle bande partigiane dell' Appennino emiliano divenendo, col nome di padre Carlo da Milano, il cappellano della 2° brigata Julia e poi della Divisione Val di Taro, scendendo dai monti solo dopo la Liberazione;

don Antonio Redaelli, parroco di Barzanò, che incitava i giovani dal pulpito a non aderire ai bandi della Rsi.

O altri appartenenti ufficialmente alla Resistenza come don Fortunato di Monza nella cui casa vi era una base della della brigata liberale Ippocampo, o come don Mario Limonta di Concorezzo, cappellano e medico del gruppo Cinque giornate che combattè al S.Martino nel varesotto e che riparò in Svizzera dopo la battaglia. E ancora:

don Luigi Vantellini di Nova Milanese che era in contatto coi gruppi partigiani della Valtravaglia che riforniva di soldi;

don Bonzi, del collegio Pio XI di Desio che accusato di favorire i partigiani del luogo e di nascondere armi, venne arrestato il 29 aprile 1944, tradotto nelle carceri di Monza e poi a S.Vittore da dove fu inviato a Bolzano Gries e quindi deportato a Dachau. Morì, essendo il suo fisico ormai compromesso dal trattamento riservatogli, a 43 anni nell'aprile del 1947;

don Antonio Bossi, coadiutore al S.Gerardo a Monza, fu cappellano della 52°Brigata del Popolo;

don Giuseppe Orsini, coadiutore a Varedo, teneva i contatti fra la brigata Mazzini del luogo e il distaccamento della Brigata del Popolo;

don Antonio Cazzaniga, parroco di Cederna a Monza, fu arrestato il 7 ottobre 1943 con l'accusa di nascondere armi; non trovandole i fascisti lo incarcerarono a S.Vittore dove fu anche torturato. Fu liberato per l’intervento del cardinale Schuster presso il console tedesco;

don Vittorio Branca, presso la parrocchia di Camnago. Nella canonica della piccola frazione aveva trovato ospitalità prima del tentativo di espatrio sotto il nome di avvocato Martinelli, Concetto Marchesi, direttore dell'Università di Padova, ricercato dopo il discorso del 1° dicembre 1943 in cui aveva invitato gli studenti alla resistenza. Don Vittorio gli divenne ottimo amico pagando questo rapporto con diversi interrogatori a cui fu sottoposto dai fascisti della caserma di Seregno.

Di notevole spessore fu l'apporto al movimento resistenziale offerto da quel centro di antifascismo marcato stretto dalla polizia repubblichina che si era installato nel collegio arcivescovile, il Niccolò Tommaseo di Vimercate. Erano in tresca con il centro di Vimercate anche altre parrocchie limitrofe come quella di Burago Molgora, dove don Alessandro Decio aveva nascosto alcune armi, don Domenico Villa e don Peppino Villa di Arcore, veri fiancheggiatori dei partigiani, e don Virginio Zaroli, coadiutore a Villasanta che protesse numerosi sbandati e renitenti.

Un rancoroso rapporto del gennaio 1945 sulla situazione del ribellismo in Brianza, stilato dal comandante della Brigata Nera di Monza tenente colonnello Zanuso, si accanisce contro la massoneria nera, come viene definito il clero. Rileva una zona particolarmente pericolosa nel vimercatese dove si ritiene che la comunità cattolica influenzi in senso anti-Rsi la popolazione. Dunque anche ai fascisti era nota e dava fastidio l'opera del clero brianzolo. Un clero che, certo, si oppose al nuovo regime e ai tedeschi in gradi diversi, che si espose in un' azione di contrasto al nuovo potere in misura molto varia, ma che in gran parte, con le dovute eccezioni, non fu in questi venti mesi fascista. Uno sbandato, un ebreo, un partigiano bussando ad una canonica poteva, non certo con sicurezza, ma con buone probabilità, trovare ricovero ed assistenza.

 

Elaborazione da:

-       “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi  1964

-       La Resistenza in Brianza 1943-1945” di Pietro Arienti  Bellavite  2006

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