Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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Lissonesi nel Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.)

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Con questo articolo vogliamo rendere omaggio a quei Lissonesi che dopo l'8 Settembre 1943, rimasti nell'Italia meridionale, combatterono per la Liberazione dell'Italia nel 1° Reggimento Motorizzato, nei Gruppi di Combattimento nel Corpo Italiano di Liberazione e nei Gruppi di Combattimento:

 

Arosio Ennio

Arosio Giuseppe

Ballabio Oreste
Galimberti Renzo

Mussi Mario

Paltrinieri Bruno
Rivolta Franco

Rovera Massimiliano
Sala Giulio

 

 

"Nel settembre del 1943 gran parte della popolazione italiana “indossava l’uniforme”. 4.666.600 erano gli uomini inquadrati nei ranghi dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, compresi Carabinieri e Guardia di Finanza (l’Esercito disponeva di 82 Divisioni, la Marina di 349 navi e l’Aeronautica di 1.500 aerei, il tutto dislocato in Italia e all’estero).

Considerato che la popolazione italiana a quella data era di circa 43 milioni di persone, quasi l’11% della popolazione era in armi, percentuale che sale a più del 22% se si considera la sola componente maschile della popolazione; comunque oltre l’80% della “forza lavoro” era assente dalle attività produttive. Alla data dell’8 settembre, circa 700.000 militari erano fuori del territorio nazionale, e furono coloro che, soprattutto per mancanza di chiare direttive, subirono le perdite più gravi.

Fu inevitabile, pertanto, che subito dopo l’8 settembre, la spaccatura nell’ambito delle Forze Armate, e dell’Esercito in particolare, si manifestasse in tutta la sua evidenza. I “soldati di Mussolini” e pochi loro simpatizzanti si precipitarono nelle formazioni tedesche e al nord, nella Repubblica Sociale, mentre gli altri fecero, come abbiamo visto, una scelta coerente, anche se, in molti casi, estremamente dolorosa. È opportuno indicare, anche se succintamente, la frenetica cadenza delle trasformazioni attuate (in qualche caso imposte dagli alleati) nell’ambito delle ricostituite unità delle Forze Armate italiane. Anche se nei giorni successivi all’8 settembre le formazioni dislocate in Puglia, Lucania e Calabria si erano battute con determinazione contro i tedeschi, gli Alleati non consentirono ai reparti italiani di proseguire la lotta. Le unità furono riordinate, inglobando anche molti elementi che erano giunti dal nord, attraversando le linee, e militari provenienti dai Balcani.

Il 26 settembre fu costituito il 1° Raggruppamento Motorizzato (in pratica una brigata su 4 battaglioni di fanteria e supporti, per un totale di circa 3.000 uomini). Il 13 ottobre 1943 venne formalizzato lo stato di guerra contro la Germania.

 

Il 7 dicembre il 1° Raggruppamento entrò a linea, a Monte Lungo, sul fronte di Cassino. Dopo due tentativi, la posizione fu conquistata. Ci furono 350 caduti (più del 10% della forza).

Nel febbraio del 1944 il Raggruppamento, con una forza di circa 5.000 uomini, combatté sugli Appennini e il 18 aprile venne inquadrato nel “Corpo Italiano di Liberazione”.

A fine maggio la linea Gustav in corrispondenza di Cassino fu infranta e il “Corpo Italiano di Liberazione”, forte ora di 24.000 uomini, fu inquadrato nell’VIII Armata Britannica, impegnata sul fronte adriatico; questa allocazione fu attuata per evitare che le truppe italiane partecipassero alla liberazione di Roma.

II 24 settembre 1944 gli alleati chiesero al Governo italiano di approntare, per essere impiegate in prima linea, 6 divisioni leggere, denominate “Gruppi di Combattimento”; denominazione che rispondeva a ragioni politiche, per minimizzare il contributo bellico italiano alla causa alleata, in previsione degli accordi di pace. Le uniformi dei Gruppi di Combattimento (Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno) erano inglesi, con simboli e mostrine italiane. I Gruppi di Combattimento furono inizialmente schierati sulla linea Gotica (che, partendo dalle alpi Apuane, a nord di Pisa, raggiungeva l’Adriatico a nord di Ravenna) e, sempre inquadrati nell’VIII Armata inglese, liberarono Bologna, Modena, Mantova e nel settore orientale Ferrara, Venezia e, infine, risalendo la valle dell’Adige, raggiunsero Bolzano.

Quelle donne e quegli uomini che parteciparono attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, avevano in mente l’ideale di una nazione libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani. Quelle donne e quegli uomini operarono con determinazione, affrontando gravissimi rischi, in un Paese distrutto, diviso e occupato da eserciti stranieri, con alle spalle centinaia di migliaia di morti e di invalidi, e con un morale provato da oltre tre anni di guerra. E in aggiunta con l’accusa di essere anche dei traditori. Quelle donne e quegli uomini, invece, erano convinti che l’accusa infamante era profondamente ingiusta: la maggior parte del popolo italiano aveva preso coscienza sia dei tragici errori politici commessi, sia di essere stato ingannato, sia della necessità, proprio perché colpevoli, di porre fine alle immani distruzioni provocate dalla guerra. Il popolo italiano non aveva tradito! Era stato tradito! " (da una conferenza del generale Franco Angioni)

dal sito dell' Esercito
 

Il C.I.L., trasferito sul fronte adriatico alle dipendenze dell'8a Armata britannica e agli ordini del Generale Umberto Utili, iniziò, dall'8 giugno, una travolgente offensiva che doveva portarlo allo sfondamento della Linea "invernale", alla conquista di Canosa Sannita, Guardiagrele e Orsogna e alla liberazione di Bucchianico da parte di bersaglieri e alpini, mentre i paracadutisti raggiungevano Chieti ed altre località della costa adriatica.

Nei giorni 11, 13 e 15 giugno elementi della 1a Brigata del C.I.L. raggiunsero, senza colpo ferire, Sulmona, L'Aquila e Teramo. Nonostante la dura resistenza opposta dai tedeschi sul fiume Chienti, i nostri reparti si erano scaglionati in progressione per decine di chilometri, fino a occupare Tolentino e Macerata, superando la posizione tenuta dai tedeschi in direzione di Cingoli.

Il Comandante del C.I.L. dispose che la Divisione "Nembo" gravitasse nella zona di Teramo, spingendo le avanguardie verso Ascoli, città che fu raggiunta da una pattuglia della 184 a compagnia motociclisti il 18 giugno alle ore 13,00 circa. La zona di Filottrano costituì per i germanici la posizione più forte, ma la sua conquista era indispensabile per la presa di Ancona. In verità fu un po' sottovalutata la difficoltà dell'operazione, il che determinò la morte di oltre 300 nostri soldati, a causa della forte reazione dei tedeschi che contrattacarono con carri armati e intenso fuoco di artiglieria. All'alba del 9 luglio però i paracadutisti italiani issarono il Tricolore sulla torre e sul campanile della cittadina.

A metà luglio i polacchi conquistarono Ancona e il C.I.L. riprese il suo movimento lungo la direttrice più interna rispetto a quella costiera. Santa Maria Nuova, Ostra Vetere, Belvedere Ostrense, Pergola, Corinaldo, Cagli, Urbino, Urbania: sono tutte località legate al ricordo dell'eroismo e del sacrificio dei soldati del C.I.L..

Dopo una logorante guerra di movimento fino alle prime propaggini della "Linea Gotica", il Corpo Italiano di Liberazione giunse al fiume Metauro completamente stremato, avendo abbandonato lungo la strada la maggior parte dei logori mezzi. Il 24 settembre 1944 la Grande Unità venne sciolta e ripiegata dal fronte. L'alto morale dei soldati italiani e la loro decisa volontà di battersi per la liberazione del suolo patrio destò ancora una volta l'incondizionata ammirazione degli Alleati che decisero di aumentare in notevole misura le possibilità di impiego dei nostri reparti e di assegnare loro armi ed equipaggiamenti più moderni. Fu così possibile costituire con i reparti del disciolto C.I.L., integrati da nuove forze italiane provenienti dalla Sardegna, 6 Divisioni che assumeranno la denominazione di "Gruppi di Combattimento".

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8 settembre 1943, l'Italia si sfalda

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel documento vengono riportate alcune pagine tratte dal libro "La Resistenza in Brianza 1943-1945" di Pietro Arienti, edito da Bellavite. Nel libro, frutto di una lunga e profonda ricerca storiografica, l'autore ricostruisce in modo documentato l'evoluzione dell'attività resistenziale in Brianza, dalle difficoltà iniziali all'individuzione della forma appropriata di opposizione e combattimento, fino all'apporto determinante delle formazioni partigiane brianzole nel corso dell'insurrezione dell'aprile 1945.


 

La storia della Resistenza armata italiana nasce nel momento della confusione, quella generata dall'armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre e dichiarato l'8 settembre 1943. Il giorno dopo lo Stato italiano si disgrega a partire dall'alto, la famiglia reale abbandona Roma e fugge a Brindisi. Le motivazioni sono varie: si vuole risparmiare alla capitale gravi conseguenze, si pensa che salvando il re si salvi la nazione e la sua continuità. Ma nessuna di queste spiegazioni può essere valida di fronte alle conseguenze che scatena in successione. Scappa il re e allora scappano i generali e quelli che non fuggono rimangono senza ordini, senza indicazioni di comportamento. L'abbandono, l'incertezza e la paura si trasmettono giù giù fino alla truppa, e allora tutti a casa e l'Italia si trasforma in un formicaio impazzito di ex-militari che s'incrociano sulle strade, cercando quella del proprio paese.

I tedeschi, intanto, non hanno perso tempo. Subodorando il tradimento italiano, il loro piano d'occupazione scatta rapido. Al nord le divisioni di Rommel disarmano facilmente i reparti che si fanno trovare ancora nelle caserme, al sud Kesselring fa la stessa cosa. Così già l'11 settembre si può dire che l'occupazione è cosa fatta. Con la liberazione del 12 settembre di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso, l'occupante prepara il terreno per la costituzione del suo stato fantoccio. Intanto in Grecia a Cefalonia e Corfù e in Jugoslavia a Spalato, si consuma il primo sanguinoso atto dell'opposizione al tedesco. Le divisioni di fanteria Acqui del generale Gandin, e la Bergamo del generale Cigala Fulgosi, combattono i nazisti per quindici giorni. Esaurite le munizioni depongono le armi e i tedeschi danno l'ennesima dimostrazione di ferocia contro chiunque resista loro. li massacro di quelle migliaia di soldati italiani fu il primo sfogo dell'odio tedesco, atavico verso il latino inferiore, presente per il traditore.

Anche in Italia avvengono eccidi. A Curtatone, nei pressi di Mantova, dieci soldati italiani sono fucilati il 19 settembre per aver sparato su di un reparto germanico in marcia, cioè per aver eseguito gli ordini del legittimo governo italiano. Tre di questi sono brianzoli: Luigi Binda e Alessandro Corti di Rogeno, Bruno Colombo di Lurago d'Erba.

Ma in questo caos che favorisce chi ha la forza, chi ha la possibilità e i mezzi per impossessarsi di tutte le leve del potere, non tutti scappano, non tutti si adeguano. Inoltre i quarantacinque giorni trascorsi dalla caduta del fascismo del 25 luglio, hanno fatto maturare in alcuni e soprattutto nei vecchi antifascisti la decisione di non accettare più una nuova dittatura, la decisione a questo punto di combatterla con le armi.

Ecco quindi che in tante città gli elementi storici dell'opposizione al regime si fanno interlocutori verso l'esercito chiedendo armi per la cittadinanza che si opporrà al fianco dei militari contro il tedesco che viene ad occupare. Ma i comandi militari, oltre che incerti, sono prevenuti verso i civili. Il no è più politico che strategico. Hanno più preoccupazione del possibile o presunto potenziale sovversivo del popolo in armi che del tedesco infuriato che viene a picchiare il suo pugno di ferro. Anzi, ad esso tanti aprono le porte.

Il generale Ruggero, a Milano, di spirito antifascista, dà qualche arma alla delegazione che va a parlargli. Poi tratta coi tedeschi che promettono lo stato di città aperta per il capoluogo lombardo, promessa che non manterranno. E così le città sono consegnate al nazista che se ne impossessa senza far fatica. Le sue forze in questo momento non sono schiaccianti. In un rapporto del 24 settembre il colonnello Sassenberg riteneva esigua la presenza in Milano di un reparto corazzato delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler con 40-50 carri e una compagnia e mezza di Panzerjager, in tutto circa 400 uomini.

Ruggero si giustificò così:

L'accordo apparve imposto dalla necessità di evitare gravi danni alla città, inevitabili nel caso di una resistenza che in ogni caso sarebbe stata di breve durata e non tale da potère conseguire risultati decisivi.

Anche in Brianza avvengono queste trattative fra presidi militari e volontari. A Desio già il 7 settembre alcuni cittadini prendono contatto con il comandante del presidio locale, il tenente colonnello Pietro Barbieri. All'armistizio ci si accorda per un'adunata in piazza Conciliazione, dove l'ufficiale dà la propria disponibilità a difendere la città. Barbieri si reca a Milano per ricevere disposizioni dal generale Ruggero. Verso le 13 è di ritorno e comunica, con grande dispiacere, che Ruggero firmerà la resa. Alle 18, il colonnello con i soldati lascia Desio.

Nei giorni seguenti questo distaccamento raggiunge Villa Albese, nel comasco, dove rende inservibili gli automezzi, nasconde le armi, regala il materiale di casermaggio all'ospedale locale e poi si scioglie. Un sottufficiale di questo reparto, Giuseppe Amelotti, con pochi altri decide di passare alla Resistenza e più avanti fonderà una formazione autonoma, la brigata Porpora, che opererà soprattutto a Milano e che dipenderà dal Comando generale delle brigate Matteotti.

A Monza, la situazione si evolve in modo diverso da Desio. L' 8 settembre il gruppo storico dell'antifascismo cittadino sta guidando il primo tentativo di ribellione. Dal Palazzo municipale, dal versante di piazza Carducci, Gianni Citterio, comunista, affiancato dai socialisti Fortunato e Carletto Casanova, sta arringando la popolazione invitandola a non recepire passivamente gli eventi, ma a schierarsi contro l'eventuale ritorno fascista e il sicuro occupante nazista. Davanti al Motta intanto, un altro vecchio antifascista, Antonio Gambacorti Passerini, seduto ad un tavolino, raccoglie adesioni per la Guardia nazionale.  Ritroveremo questi nomi nella storia della Resistenza brianzola. Terminato il comizio, Citterio, aiutato da un militare da tempo conosciuto come avverso al regime, il capitano Borrelli, si reca a chiedere armi ed aiuto al colonnello comandante la caserma Pastrengo di via Lecco. Costui però oppone un netto rifiuto, con un atteggiamento in linea con i suoi colleghi del resto d'Italia. Tuttavia lascia caricare su un automezzo qualche fucile modello 91 e qualche cassa di munizioni. I patrioti col carico d'armi decidono di lasciare Monza, ormai i tedeschi sono alle porte. Ci si avvia verso Valmadrera e poi al Resegone, alla Capanna Stoppani, su in montagna, prima culla della Resistenza.

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un capro espiatorio per i nazisti, dopo l’8 settembre 1943: Mafalda di Savoia

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale


La tragica storia della principessa Mafalda Maria Elisabetta di Savoia-Assia (Roma , novembre 1902-Buchenwald 28 agosto 1944), secondogenita del re Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro è tristissima e straziante. La pupilla di casa Savoia era andata sposa, il 23 settembre 1925, al principe tedesco Landgrave Philipp von Hesse (Germania , 6 novembre 1896 - Roma, 25 ottobre 1980) tenente dell'Esercito prussiano . Il nazismo, pur non riconoscendo titoli nobiliari utilizzò il Langravio d'assia conferendogli un grado nelle SS e vari incarichi. Non si sa se Filippo fosse un nazista convinto, di certo Mafalda, almeno nei primi tempi ammirava Hitler come del resto aveva ammirato Mussolini.
Una foto storica li ritrae circondati da innumerevoli e importanti invitati sullo scalone d'onore del castello reale di Racconigi il giorno delle fastose nozze.
L'unione principesca fu allietata dalla nascita di quattro figli:

Maurizio - Maurice Frederick Charles (Racconigi, 1926) sposò nel 1964 la Principessa tedesca Tatjana di Sayn-Wittgenstein-Berleburg, da cui divorziò nel 1974 ;
Enrico - Henry William Constantine (Roma, 1927-Langen, 1999) ;
Otto - Otto Adolf (Roma, 1937 –Hannover, 1998) sposò nel 1965 Angela von Doering da cui divorziò nel 1969; seconde nozze nel 1988 con la cecoslovacca Elisabeth Bönker, da cui divorzio nel 1994 ;
 Elisabetta - Elisabeth Margarethe Elena Johanna Maria Jolanda Polyxene (Roma, 1940) sposò nel 1962 Friedrich Carl Gf von Oppersdorff (1925-1985).

La vita scorreva via, felice e piena. Mafalda aveva ricevuto come dono di nozze Villa Polissena, a Roma: è lì che abitava quando tornava in Italia. 
Poi il destino di Mafalda diventa tragico. 
Nel 1943, in piena guerra mondiale, la principessa Savoia partì alla volta della Bulgaria. Voleva abbracciare la sorella Giovanna di Savoia moglie del re Boris III, agonizzante. La firma della resa dell'Italia agli anglo-americani e il suo annuncio (8 settembre) la colsero Oltralpe. In pieno marasma con il piano di Hitler che voleva arrestare il Re Vittorio Emanuele III, la Regina e il principe ereditario. Che elusero la cattura rifugiandosi a Ortona e poi, via mare, a Brindisi. Mafalda volle a tutti i costi ritornare a Roma per riabbracciare i figli. I piccoli Savoia-Assia erano ben nascosti in Vaticano sotto la protezione del cardinal Montini, il futuro Paolo VI. Il resto è noto. Fu catturata con l'inganno dai nazisti di Kesselring (Mafalda è stata arrestata il 22 settembre 1943 a Villa Wolkonski sede dell'ambasciata tedesca dove era stata attirata con un inganno. Che venne in seguito portata all'aeroporto dell'Urbe e imbarcata su un volo per Berlino) e deportata a Buchenwald. Il 18 ottobre del '43 Mafalda varcò il portone del Campo di concentramento.
La principessa possedeva solo i vestiti che indossava al momento dell'arresto . Le sue richieste di vestiti e biancheria furono sempre negate . Le fu proibito anche di scrivere ed il suo nome venne cambiato con quello di MADAME ABEBA .
Rinchiusa in una baracca riservata a prigionieri particolari che non lavoravano e ricevevano il vitto delle SS che era poco migliore di quello che ricevevano i prigionieri comuni , soggiornò insieme al socialdemocratico tedesco ed ex ministro Brenschiel e sua moglie nonché una dama di compagnia
La principessa ebbe occasione di conoscere un prigioniero italiano , il sardo Leonardo Bovini , addetto allo scavo di una trincea antiaerea all'interno del recinto della baracca dove Mafalda era prigioniera . Da lui si ebbe la notizia al Campo della presenza della principessa di Savoia .
Il 24 agosto del '44 Buchenwald venne bombardato dagli alleati anglo-americani. Mafalda rimase ferita gravemente: il braccio sinistro ustionato fino all'osso e una vasta bruciatura sulla guancia. Venne trasportata nella camera di tolleranza del Campo trasformata provvisoriamente in lazzaretto . Fu operata in ritardo dal medico capo delle SS perché non avesse contatti con i prigionieri e con metodo inadeguato alla circostanza . Non venne soccorsa adeguatamente e dopo quattro giorni d'agonia in preda alla cancrena la sfortunata principessa moriva, a soli 42 anni.
La salma della principessa non fu cremata come accadeva normalmente , ma messa in una cassa nera di legno e trasportata a Weimar in Germania dove fu messa nel reparto d'onore riservato ai caduti in guerra nella fossa comune 262 delle SS .
Recentemente fu scoperto che Mafalda non fu mandata subito in Germania ma a Bolzano nel Campo smistamento dei prigionieri (ebrei, zingari, politici). 
Ci sono testimoni oculari che l'hanno riconosciuta nel campo di Bolzano. Era sempre vicina a una signora ebrea. Ma nessuno ha potuto avvicinarla».
Perchè il re non ha avvertito la figlia sul pericolo imminente? «Non sapeva con esattezza la data dell'armistizio. Il dramma è che non sono riusciti a coordinarsi. Lei è stata avvertita, però, al confine italiano. Ma essendo sposata con un principe tedesco s'è fidata, non ha pensato di poter diventare un capro espiatorio per i nazisti. Mafalda invece divenne un simbolo, anche il marito fu spedito nel Campo di concentramento di Flossenburg.

 

da www.lager.it

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Forze Armate e Resistenza

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

8 settembre: a migliaia i soldati che attaccarono gli invasori nazisti

 

Ufficialmente la “guerra di Liberazione” ha inizio in Italia l’8 settembre 1943 e termina il 25 aprile del 1945, quale lotta dichiarata al fascismo e all’occupazione tedesca. In verità questa guerra trae origine da quei movimenti di opposizione, attiva e passiva, armata o inerme, che erano sorti in Italia con l’avvento del fascismo e successivamente, in forma più consistente, durante la seconda guerra mondiale, contro il nazifascismo. Questi movimenti sono passati alla storia con il termine di “Resistenza”.

La guerra di Liberazione, quindi, e la confluenza di due elementi diversi: le correnti antifasciste che si erano opposte alla dittatura durante il ventennio e le masse popolari, in uniforme e non, il cui malcontento verso il fascismo si era manifestato in modo sempre più acuto nel corso della seconda guerra mondiale. La guerra di Liberazione non scoppia come una guerra tradizionale, con un atto formale, ma nasce come moto spontaneo, anche caotico e convulso. Le correnti antifasciste della prima ora affiorano alla legalità dopo il 25 luglio del 1943, ma non sono più le stesse di 20 anni prima; così come il popolo italiano, nelle sue classi e strati sociali, risulta profondamente cambiato da come l’aveva trovato il fascismo all’epoca della sua nascita. La maggiore consapevolezza culturale, i grandi sacrifici sopportati, ma soprattutto la convinzione di aver partecipato a una guerra sbagliata, hanno diffuso in vasti strati della popolazione, e anche nei ranghi delle Forze Armate, la voglia di insurrezione.

L’entrata in guerra, e oggi la storia ci è di conforto, fu una iniziativa personale di Mussolini, presa anche contro il parere di alcuni gerarchi fascisti e dei tecnici militari, che hanno comunque la grave colpa di non essersi opposti con vigore. Ma certamente la decisione fu assunta contro la volontà del popolo italiano e non contano le “adunate oceaniche” o i 10.000 fascisti assiepati il 10 giugno 1940 in Piazza Venezia (tante sono le persone che quella piazza al massimo può contenere) per affermare che il popolo italiano era tutto favorevole alla guerra! L’entrata in guerra fu un atto di azzardo, nel quale tutta la vita della nazione fu giocata sull’alea della fine imminente della guerra («poche migliaia di morti necessari per la vittoria», come fu dichiarato allora). Non si tenne nel minimo conto dello stato di logoramento e di impreparazione delle Forze Armate, della mancanza di riserve e dell’assenza di materie prime. Vero è che la situazione della realtà economica italiana nel ’40 era disastrosa. L’autarchia – era stata sbandierata come il sistema economico vincente per il popolo italiano – non solo aveva asciugato ogni possibile riserva, ma era stata attuata con la prospettiva della guerra inevitabile e lo stesso fascismo s’era messo in condizioni di non poter tornare indietro.

L’autarchia, nei fatti un atto di grande presunzione contro il resto del mondo che aveva decretato le sanzioni all’Italia, combinando gli effetti della sovrapproduzione in alcuni settori con quelli della carestia di guerra, aveva tolto all’economia italiana gli sbocchi, le vie di uscita, qualsiasi possibilità di successo. Spremuto fino all’osso il magro mercato interno, se si voleva mantenere il ritmo vertiginoso dei profitti capitalistici del momento, era inevitabile indirizzare la produzione delle materie trasformate verso nuovi mercati, aprire rapidamente la strada verso l’Europa. Mussolini, con la decisione di entrare in guerra, interpretò soprattutto la volontà del capitale finanziario. Non ci fu esponente del mondo bancario o industriale che esprimesse la sua disapprovazione alla guerra. Il popolo italiano era rimasto estraneo a una decisione così tragica. Anzi, si ritenne che la situazione economica della gran massa degli italiani era divenuta così insostenibile che, malgrado tutto, la guerra sarebbe stata una liberazione sia per il milione di lavoratori disoccupati permanenti, sia per le tante famiglie sospinte dall’autarchia verso la miseria.

Ci fu anche una infelice coincidenza, perché la guerra nelle sue prime battute favorevoli, consentì di incanalare il malcontento popolare nel concetto del “dovere verso la patria”.
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Alla data dell’8 settembre 1943, la situazione era completamente diversa rispetto al giugno del 1940. La guerra si era manifestata nella sua completa tragicità. I lutti si erano diffusi nel territorio nazionale, sul quale era gia iniziata l’invasione; le sconfitte militari erano aumentate e i bombardamenti avevano già provocato migliaia di vittime tra la popolazione civile, mentre la maggior parte della “forza lavoro” era assente dalle famiglie.

Nel settembre del 1943 gran parte della popolazione italiana “indossava l’uniforme”. 4.666.600 erano gli uomini inquadrati nei ranghi dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, compresi Carabinieri e Guardia di Finanza (l’Esercito disponeva di 82 Divisioni, la Marina di 349 navi e l’Aeronautica di 1.500 aerei, il tutto dislocato in Italia e all’estero). La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, come vedremo, era a parte.

Considerato che la popolazione italiana a quella data era di circa 43 milioni di persone, quasi l’11% della popolazione era in armi, percentuale che sale a più del 22% se si considera la sola componente maschile della popolazione; comunque oltre l’80% della “forza lavoro” era assente dalle attività produttive. Alla data dell’8 settembre, circa 700.000 militari erano fuori del territorio nazionale, e furono coloro che, soprattutto per mancanza di chiare direttive, subirono le perdite più gravi.

Con l’8 settembre l’Italia attraversò uno dei momenti più drammatici della sua storia recente. La scelta delle Forze Armate, dove fu possibile un minimo di resistenza, dove si ebbe l’iniziativa di uomini che, in assenza di direttive coordinate, volevano salvare l’onore e la dignità della nazione, fu netta e corale. Resistenza all’oppressione, alla violenza di coloro che, non paghi della tragedia provocata da una terribile guerra di aggressione, volevano prolungare oltre ogni ragionevole, umana sopportazione, uccisioni e distruzioni. È anche vero che intere unità si dissolsero, ma in molti casi per assenza di direttive da parte del comando supremo, unita a inferiorità schiacciante di armamenti, e in qualche caso per decisione degli stessi Comandanti che preferirono lasciare liberi i loro uomini piuttosto che condannarli all’annientamento, ai plotoni di esecuzione, alla deportazione.

La situazione delle Forze Armate italiane dopo l’8 settembre è caratterizzata da 800.000 militari internati in Germania (dei quali oltre 40.000 non fecero ritorno), da 500.000 prigionieri degli alleati, da 80.000 riuniti nelle formazioni partigiane in Italia, mentre circa 30.000 si erano associati alla locale resistenza in Jugoslavia, in Albania, in Grecia e da 616.000 entrati a far parte delle ricostituite Forze Armate italiane.

Desidero sviluppare una breve analisi sulle cifre ora elencate e cercare di illustrare il perché della grande massa di militari nei campi di concentramento, nelle formazioni partigiane (in Italia e all’estero) o nelle unità schierate con gli alleati (in totale più di un milione e mezzo di uomini!). Questa analisi servirà a comprendere la Resistenza non solo nei suoi aspetti politici, ma anche nel suo significato militare. È necessario ricordare il grande impegno espresso dal fascismo per realizzare il controllo delle Forze Armate, ricercando nel contempo una spaccatura al loro interno. Agli inizi degli Anni 30 il fascismo fondò la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN). Le Forze Armate, inclusi i Carabinieri, la Pubblica Sicurezza (come si chiamava allora l’attuale Polizia di Stato) e la Guardia di Finanza garantivano completamente la “Sicurezza Nazionale”. Nonostante ciò, fu disposta la costituzione della Milizia, ordinata come l’Esercito, dalle squadre sino alle Divisioni (anche se le unità e i gradi erano denominati, incuranti del ridicolo, come nell’antica Roma: manipoli, centurie, legioni; così come i gradi erano legionario, seniore, centurione, etc.). La Milizia provocò pericolose spaccature e odiosi contrasti.

I primi gravi problemi tra Esercito e Milizia si ebbero nella guerra d’Africa, nel 1935-1936. Nel 1940 la Milizia comprendeva circa 60.000 uomini e la frattura con le Forze Armate era evidente; a nulla valsero i tentativi di migliorare la situazione, cercando di instaurare artificiosamente la concordia. Anzi, furono proprio questi tentativi, come quello di inquadrare i battaglioni delle “Camicie Nere” all’interno delle Divisioni dell’Esercito, ad accelerare il processo di disgregazione. Valga per tutti l’esempio della Divisione alpina Julia che, mobilitata per la Grecia, si ammutinò, piuttosto che accettare nelle proprie fila i reparti fascisti e condusse uno “sciopero” militare a oltranza (mancata partecipazione al rancio e alle adunate per la libera uscita) finché non furono esaudite le richieste. I “soldati di Mussolini” così erano chiamati gli appartenenti alla Milizia, non erano accettati dal personale dell’Esercito, tanto che si verificarono situazioni di contrasto, specie quando i militari delle Forze Armate non riconoscevano l’autorità degli “Ufficiali col fascio” (la Milizia non portava le stellette sull’uniforme, ma un piccolo fascio littorio sul bavero); tra l’altro le promozioni, nella Milizia, non avvenivano per capacità tecniche, ma per “meriti fascisti”.

Fu inevitabile, pertanto, che subito dopo l’8 settembre, la spaccatura nell’ambito delle Forze Armate, e dell’Esercito in particolare, si manifestasse in tutta la sua evidenza. I “soldati di Mussolini” e pochi loro simpatizzanti si precipitarono nelle formazioni tedesche e al nord, nella Repubblica Sociale, mentre gli altri fecero, come abbiamo visto, una scelta coerente, anche se, in molti casi, estremamente dolorosa. È opportuno indicare, anche se succintamente, la frenetica cadenza delle trasformazioni attuate (in qualche caso imposte dagli alleati) nell’ambito delle ricostituite unità delle Forze Armate italiane. Anche se nei giorni successivi all’8 settembre le formazioni dislocate in Puglia, Lucania e Calabria si erano battute con determinazione contro i tedeschi, gli Alleati non consentirono ai reparti italiani di proseguire la lotta. Le unità furono riordinate, inglobando anche molti elementi che erano giunti dal nord, attraversando le linee, e militari provenienti dai Balcani.

Il 26 settembre fu costituito il 1° Raggruppamento Motorizzato (in pratica una brigata su 4 battaglioni di fanteria e supporti, per un totale di circa 3.000 uomini). Il 13 ottobre 1943 venne formalizzato lo stato di guerra contro la Germania. Il 7 dicembre il 1° Raggruppamento entrò a linea, a Monte Lungo, sul fronte di Cassino. Dopo due tentativi, la posizione fu conquistata. Ci furono 350 caduti (più del 10% della forza) che andarono ad aggiungersi ai circa 10.000 morti a Cefalonia, a Corfù, in Egeo, nella difesa di Roma.

Nel febbraio del 1944 il Raggruppamento, con una forza di circa 5.000 uomini, combatté sugli Appennini e il 18 aprile venne inquadrato nel “Corpo Italiano di Liberazione”. A fine maggio la linea Gustav in corrispondenza di Cassino fu infranta e il “Corpo Italiano di Liberazione”, forte ora di 24.000 uomini, fu inquadrato nell’VIII Armata Britannica, impegnata sul fronte adriatico; questa allocazione fu attuata per evitare che le truppe italiane partecipassero alla liberazione di Roma.

II 24 settembre 1944 gli alleati chiesero al Governo italiano di approntare, per essere impiegate in prima linea, 6 divisioni leggere, denominate “Gruppi di Combattimento”; denominazione che rispondeva a ragioni politiche, per minimizzare il contributo bellico italiano alla causa alleata, in previsione degli accordi di pace. Le uniformi dei Gruppi di Combattimento (Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno) erano inglesi, con simboli e mostrine italiane. I Gruppi di Combattimento furono inizialmente schierati sulla linea Gotica (che, partendo dalle alpi Apuane, a nord di Pisa, raggiungeva l’Adriatico a nord di Ravenna) e, sempre inquadrati nell’VIII Armata inglese, liberarono Bologna, Modena, Mantova e nel settore orientale Ferrara, Venezia e, infine, risalendo la valle dell’Adige, raggiunsero Bolzano.

Furono inoltre costituite 8 divisioni ausiliarie, dedicate alle attività logistiche di rifornimento e trasporto, per un totale di circa 200.000 uomini, che consentì agli alleati di disimpegnare un numero equivalente di combattenti da destinare ad altri scacchieri.

Per fedeltà storica, è opportuno ricordare che fu inoltre costituito,nell’ambito delle Forze Armate italiane, il Corpo Assistenza Femminile, da impiegare presso i posti sosta, le biblioteche, gli uffici informazioni, le Case del soldato, etc. Le appartenenti al Corpo erano donne di età compresa tra i 21 e 50 anni, in uniforme, tutte volontarie e assimilate al grado minimo di sottotenente.

È noto che alla guerra di Liberazione, oltre alle unità militari che operarono a fianco degli anglo-americani, agirono anche donne e uomini che, riuniti in bande alla macchia o comunque in clandestinità, impugnando le armi o in altri modi, intesero offrire il loro contributo per cacciare dal territorio nazionale l’occupante tedesco e abbattere la costituita Repubblica Sociale nel nord Italia. Le Forze Armate italiane, con il sostegno delle Forze Speciali alleate, attuarono un sistema di collegamenti e rifornimenti di armi e materiali alla Resistenza nell’Italia occupata.

Non fu un’operazione semplice; fu necessario conciliare visioni completamente diverse sul fenomeno “Resistenza”. Gli alleati, almeno inizialmente, non nutrivano molta fiducia nei riguardi di una organizzazione che non potevano direttamente né dirigere né controllare. In seguito a delicate trattative si convenne che le formazioni partigiane avrebbero dovuto organizzare esclusivamente azioni di sabotaggio, tramite prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento o missioni di collegamento alleate che sarebbero state inviate presso le formazioni stesse. Il Comando Alleato, inoltre, pretese che le formazioni partigiane escludessero dalla propria pianificazione l’insurrezione generale, di fatto la liberazione, delle città più importanti. Il risvolto politico di questa proibizione era evidente. Il divieto fu disatteso, e le unità tedesche e fasciste furono cacciate da Genova, Torino, Milano e da altre città prima dell’arrivo degli alleati. Furono necessari alcuni mesi perché la collaborazione tra le Forze Speciali alleate, Forze Armate italiane e Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), da cui dipendevano le diverse formazioni partigiane, diventasse più fiduciosa e fattiva. Nonostante il sostegno, le formazioni partigiane operarono in un contesto di decisa repressione.

Quelle donne e quegli uomini che parteciparono attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, avevano in mente l’ideale di una nazione libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani. Quelle donne e quegli uomini operarono con determinazione, affrontando gravissimi rischi, in un Paese distrutto, diviso e occupato da eserciti stranieri, con alle spalle centinaia di migliaia di morti e di invalidi, e con un morale provato da oltre tre anni di guerra. E in aggiunta con l’accusa di essere anche dei traditori. Quelle donne e quegli uomini, invece, erano convinti che l’accusa infamante era profondamente ingiusta: la maggior parte del popolo italiano aveva preso coscienza sia dei tragici errori politici commessi, sia di essere stato ingannato, sia della necessità, proprio perché colpevoli, di porre fine alle immani distruzioni provocate dalla guerra. Il popolo italiano non aveva tradito! Era stato tradito!

La guerra di Liberazione ha segnato l’inizio della rinascita di una Nazione profondamente desiderosa di collocarsi dignitosamente nell’ambito della comunità internazionale. Il prezzo pagato nella guerra di Liberazione è stato molto elevato. Per raggiungere il traguardo della libertà i caduti sono stati, in 17 mesi, 88.337 e i feriti gravi più di 20.000, senza contare le vittime tra la popolazione civile. Questi eroi facevano parte delle unità militari, delle formazioni partigiane, dei prigionieri in mano tedesca, tutti uniti e accomunati in un unico grande sacrificio.

A loro il nostro rispettoso pensiero e la gratitudine per averci consentito di riacquistare la dignità nazionale. In tutti esisteva la viva speranza di non essere più costretti a combattere una “guerra di Liberazione”.

(da una conferenza del generale Franco Angioni)
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8 settembre 1943: il comportamento della Marina militare

20 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

La Marina italiana eseguì l'ordine, per quanto duro fosse, di salpare per Malta con un movimento simultaneo di grande precisione, subendo gravissime perdite priva come era d'ogni protezione antiaerea. Mentre la squadra di Taranto poteva percorrere indenne la breve distanza, quella della Spezia che costituiva la parte più rilevante della flotta rischiava l'annientamento nel corso della lunga rotta.

La Corazzata Roma nel momento in cui viene colpita (immagine tratta dal sito della Marina Militare)

Al largo della Maddalena un attacco aereo tedesco colpiva nella santabarbara la Roma che s'inabissava insieme all'ammiraglio Bergamini e 1500 uomini dell'equipaggio; era colpita inoltre l'Italia che però poteva continuare, benché appruata, la navigazione; nella rotta verso l'Africa il Vivaldi era affondato dalle artiglierie germaniche costiere e il Da Noli saltava su una mina. Ma è veramente giusto attribuire tale splendido comportamento come si è fatto in genere allo spirito dei suoi ufficiali, tradizionalmente e sicuramente «monarchico» e quindi impenetrabile al tradimento e alle infiltrazioni della quinta colonna fascista? Certo, la casta militare della marina ha avuto e ha tuttora carattere più omogeneo di quello dell'esercito, è, per sua natura, dotata di qualità «tecniche» che formarono anche nel periodo fascista il più sicuro argine contro il carattere d'improvvisazione e di faciloneria impresso dal regime alle Forze Armate. Ma considerare il comportamento della marina all'8 settembre solo come una prova di «lealismo» monarchico oppure come la dimostrazione d'una «obbedienza agli ordini» passiva e indiscriminata, significa dare un'interpretazione troppo semplice e unilaterale a uno dei fatti più importanti della nostra storia. Occorre anche tener conto delle «condizioni di vita» degli equipaggi, apparentemente isolati e racchiusi in se stessi - più isolati d'un qualsiasi reparto al fronte - ma, in realtà, inseriti in una valutazione degli avvenimenti di tipo «internazionale », collegati con le potenti radio di bordo alle stazioni straniere più lontane, da Londra a Mosca, comunque alieni da quel gretto provincialismo che costituisce la forza della propaganda fascista. Né bisogna trascurare il fatto che proprio quelle particolari «condizioni di vita» avevano consentito di organizzare a bordo da parte dei marinai - operai specializzati in divisa militare - vere e proprie cellule comuniste, tollerate dai «superiori »; e che, in sostanza, insieme all'«antifascismo» degli ufficiali conviveva e agiva come elemento di pressione dal basso quello, ancor più convinto e pugnace, degli equipaggi.

Nei giorni seguenti alla caduta del fascismo la bandiera rossa fu issata insieme alla bandiera nazionale sulla fortezza del Varignano (La Spezia) e furono i marinai della flotta italiana alla fonda nel porto di Gaeta a salutare, col pugno chiuso e cantando Bandiera rossa, il vaporetto che riportava alla libertà e alla lotta i dirigenti della classe operaia confinati a Ventotene, a manifestare la loro gioia per questa grande vittoria delle forze popolari nel periodo badogliano.

L '8 settembre non giunse dunque inaspettato se già alle prime luci dell'alba successiva i muri degli arsenali di La Spezia e di Taranto apparvero cosparsi di scritte inneggianti alla pace e alla lotta antinazista, le stesse scritte che apparivano nelle stesse ore nelle maggiori fabbriche italiane.

 

da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

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Davide Guarenti

11 Juillet 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il 12 luglio 1944, a Fossoli, 67 antifascisti furono fucilati dai nazisti. Tra le vittime di quell’eccidio vi era Davide Guarenti.Davide-Guarenti-copie-1.jpg
Guarenti Davide,
figlio di Luigi e Brighenti Giovanna, nasce a Monza il 5/11/1907.

Vive per alcuni anni a Lissone in Via Besozzi. Viene assunto in data 1/6/1937 come Vigile Urbano. Dagli ar­chivi comunali risulta che in data 22.3.1941 è stato can­cellato dall'Anagrafe della popolazione residente per emigrazione nel Comune di Milano. Socialista, probabilmente da questa data intensifica  la sua attività di oppositore al regime fascista.

Trentaquattrenne, è il capo degli antifascisti lissonesi che si ritrovano presso il bar della stazione. Guarenti mantiene i contatti con gli antifascisti fuoriusciti in Svizzera ed in Francia. Tramite loro fa pervenire informazioni a Radio Londra  che le trasmette (le trasmissioni in italiano erano aperte dalle prime note della 5ª Sinfonia di Beethoven), benché il regime fascista ne vieti l’ascolto, pena due mesi di arresto: nonostante ciò, molti italiani affrontano questo rischio per ascoltarla.

Già verso la fine del '43 esisteva a Monza e in Brianza un movimento clandestino ancorato all'unità dei partiti particolarmente ampio e attivo e non solo come base di sostegno delle formazioni che andavano costituendosi in montagna. Vasta e varia era la dimensione dell' antifascismo locale: erano uomini diversi per fede politica e religiosa ma tutti mossi da nobili motivazioni.

Fu il più efficace organizzatore delle cellule socialiste; diffuse con sagacia la stampa clandestina e fu infaticabile nella raccolta fondi per la sovvenzione ai partigiani.
In quel periodo di grande abnegazione per il proprio ideale, a Monza nel corso di un' azione di raccolta di armi, Davide Guarenti viene tradito dal suo esuberante entusiasmo. È arrestato con altri antifa­scisti e tradotto nelle carceri.

Nell’aprile del 1944 viene trasferito nel campo di concentramento di Fossoli.
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Martedì 11 luglio 1944 i tedeschi decidevano di effettuare una sanguinosa rappresaglia, dopo un’azione compiuta a Genova dai partigiani. Alle 4 del mattino di Mercoledì 12 luglio 1944,  ai prigionieri politici, selezionati la sera prima formalmente per partire per la Germania, fu letta la sentenza di condanna a morte e furono fatti uscire dalla baracca in cui avevano alloggiato la notte.

Con altri sessantasei detenuti politici, Davide Guarenti è trucidato nel vicino Poligono di tiro di Cibeno, frazione a circa 3 km a nord di Carpi, in provincia di Modena. 

Un altro lissonese, Attilio Mazzi, anch’egli detenuto nel campo di Fossoli, fortunatamente, come scrive in una lettera alla moglie, rimane escluso dall’elenco dei condannati (morirà tuttavia nove mesi dopo, il 9 aprile 1945 in Germania, nel lager di Gusen “la tomba degli Italiani”).

I nomi degli altri martiri del 12 luglio 1944: Andrea Achille, Vincenzo Alagna, Enrico Arosio, Emilio Baletti, Bruno Balzarini, Giovanni Barbera, Vincenzo Bellino, Edo Bertaccini, Giovanni Bertoni, Primo Biagini, Carlo Bianchi, Marcello Bona, Ferdinando Brenna, Luigi Alberto Broglio, Francesco Caglio, Emanuele Carioni, Davide Carlini, Brenno Cavallari, Ernesto Celada, Lino Ciceri, Alfonso Marco Cocquio, Antonio Colombo, Bruno Colombo, Roberto Culin, Manfredo Dal Pozzo, Ettore Dall’Asta, Carlo De Grandi, Armando Di Pietro, Enzo Dolla, Luigi Ferrighi, Luigi Frigerio, Alberto Antonio Fugazza, Antonio Gambacorti Passerini, Walter Ghelfi, Emanuele Giovanelli, Antonio Ingeme, Sas Jerzj Kulczycki, Felice Lacerra, Pietro Lari, Michele Levrino, Bruno Liberti, Luigi Luraghi, Renato Mancini, Antonio Manzi, Gino Marini, Nilo Marsilio, Arturo Martinelli, Armando Mazzoli, Ernesto Messa, Franco Minonzio, Rino Molari, Gino Montini, Pietro Mormino, Giuseppe Palmero, Ubaldo Panceri, Arturo Pasut, Cesare Pompilio, Mario Pozzoli, Carlo Prina, Ettore Renacci, Giuseppe Robolotti, Corrado Tassinati, Napoleone Tirale, Milan Trebsé, Galileo Vercesi e Luigi Vercesi.

Oltre a Davide Guarenti, erano nati a Monza: Enrico Arosio, Antonio Gambacorti Passerini, Ernesto Messa e Carlo Prina.

Erano uomini con le esperienze più varie, di tutte le professioni, di tutte le regioni, dai 16 ai 64 anni. 
Diceva di Davide Guarenti, ricordando il suo sacrificio, Piero Gambacorti Passerini: “E come non ricordare la meticolosità con cui Davide Guarenti provvedeva al compito di distribuzione della stampa clandestina? Sappiano i giovani di oggi, che possono liberamente leggere e scrivere, quanto è costato di sofferenze e di sangue a Guarenti far giungere un piccolo foglio stampato a ciclostile, lievito alla lotta, quando si combatteva per la libertà di oggi”.
Condotti sul posto in tre gruppi, furono fucilati sull’orlo di una fossa scavata il giorno prima da internati ebrei. A cose finite, la fossa comune fu colmata e mascherata, e il silenzio cadde sul fatto.

La stampa dell’Italia liberata diede grande rilievo all’esumazione delle vittime e alle esequie solenni il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano: fu forse il primo momento pubblico in cui popolazione e personalità politiche e militari si fusero unanimi nel compianto e nella condanna. 
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manifesto che annuncia i solenni funerali dei partigiani monzesi fucilati a Fossoli, tra cui Davide Guarenti

Eppure a tanta emozione non è seguita giustizia: i processi iniziati sono stati insabbiati, i fascicoli per anni nascosti nel cosiddetto “armadio della vergogna”.

Il fascicolo inerente Davide Guarenti era il seguente:

n° 38 INVIATO IL 20.12.1945

ARCHIVIATO

Imputati:Ignoti militari tedeschi

Delitto previsto dagli art. 185, 2° comma, e 211 c.p.m.g.

Parte lesa: Guarenti Davide

ECCIDIO DI FOSSOLI ABBINATO AL FASCICOLI RG 2 INVIATO ALL’AMBASCIATA DI GERMANIA

Archiviato dal Gip della Procura della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia (p. 27 del doc. 86/0).

 

A Davide Guarenti è stata dedicata una via di Lissone.

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I LUOGHI DELLA MEMORIA

31 Mai 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

     

I testi dell'opuscolo sono stati curati da Renato Pellizzoni (presidente dell'ANPI di Lissone) in base ad alcuni documenti di storia locale e a interviste (a Giannantonio Brugola, figlio di Egidio Brugola e proprietario della O.E.B. dove lavoravano 3 dei quattro partigiani, a Giovanna Erba sorella di Pierino Erba di 28 anni (il maggiore dei quattro), a Carlotta Molgora staffetta partigiana ed amica dei quattro partigiani).

Le foto storiche sono tratte dall'archivio fotografico conservato presso la biblioteca civica di Lissone; le foto recenti sono state scattate da Renato Pellizzoni per l'occasione. Il progetto del nuovo monumento è dell'arch. Marco Terenghi

Sul monumento originario, ora al cimitero, e sull'elemento verticale, con scritta in verticale, è riportata la seguente frase: “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.



L’intento dell’A.N.P.I. di Lissone, che ha curato questa pubblicazione in occasione dell’inaugurazione del nuovo monumento ai partigiani in piazza Libertà, è di mantenere viva la memoria di chi si è opposto al nazifascismo fino al sacrificio della vita.

Sentiamo il dovere di tramandare alle giovani generazioni la testimonianza di chi ha combattuto per la nostra libertà e per la nostra democrazia.

La memoria storica ha bisogno di luoghi fisici che resteranno nel tempo a ricordare, anche al passante più distratto, chi sono stati quegli uomini e il perché di quegli avvenimenti: per questo motivo si è voluto collocare nella risistemata piazza Libertà il nuovo monumento ai quattro partigiani lissonesi fucilati il 16 e 17 giugno 1944 dai nazifascisti.

 

“O giovani, dietro ogni articolo della nostra Costituzione, voi giovani dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta… . Non è una carta morta, questo è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

(Piero Calamandrei, partigiano e membro dell'Assemblea Costituente)

 

Chi erano questi quattro martiri? 

   

Chiusi, Erba e Somaschini erano operai dipendenti delle Officine Egidio Brugola, Carlo Parravicini di professione era sarto.


Accusati dell’azione, in Via Milano ora via Matteotti, davanti allo stabilimento dell’Incisa, contro una guardia giurata ed un milite della Guardia Nazionale Repubblicana, in forza al distaccamento cittadino della Legione Muti, che in quel periodo stava terrorizzando diverse famiglie di lissonesi, furono arrestati il 15 Giugno 1944.

Chiusi e Somaschini furono portati alla Villa Reale di Monza dove vennero interrogati e torturati. Erba e Parravicini subirono le stesse atrocità presso la Casa del Fascio di Lissone (l’attuale Palazzo Terragni).

 

Mentre gli sventurati erano sottoposti a torture, il loro “sciur padron” della fabbrica in cui lavoravano, Egidio Brugola, forse per un tragico equivoco, venne scambiato per il mandante dell’azione.

Subito dei repubblichini arrivarono nella villa per arrestarlo. Sotto lo sguardo atterrito della moglie e del figlio Giannantonio, piangente in braccio alla madre, lo strattonano, lo trascinano fuori e lo portano in carcere a Monza. Sembra ormai che anche il destino di Egidio sia segnato. In paese si diffonde rapidamente la voce del suo arresto. Il parroco, Don Angelo Gaffuri, tenta inutilmente di intervenire per chiedere la liberazione dell’ imprenditore lissonese, che non è iscritto al partito nazionale fascista. La notizia del suo arresto arriva alla curia di Milano dove il cardinale Ildefonso Schuster si prodiga a perorare la sua liberazione presso il comando tedesco, presso la Milizia fascista e le Brigate Nere. Insperabilmente Egidio Brugola viene graziato, ma viene costretto ad assistere in prima fila all’esecuzione dei due partigiani lissonesi, Pierino Erba e Carlo Parravicini.

Giovanna, sorella di Pierino Erba, nel pomeriggio del 16 giugno 1944, si reca presso il comando tedesco alla Casa del Fascio (l’attuale Palazzo Terragni) dove è trattenuto il fratello. Portata al suo cospetto, si accascia vedendo lo stato in cui lo hanno ridotto. I nazifascisti la trattengono nella torre della Casa del Fascio da dove assiste all’esecuzione del fratello e di Carlo Parravicini.

Venerdì 16 Giugno 1944, nel tardo pomeriggio, sorretti, incapaci di reggersi per le torture subite, furono sospinti verso il centro della piazza vicino alla fontana dove vennero fucilati al petto tra lo sgomento della popolazione. Nel plotone di esecuzione vi era pure il figlio sedicenne della guardia giurata, una delle due vittime dell’agguato: dietro ad un mitra, puntato ad alzo zero, anche lui spara contro di loro. I segni di alcune pallottole del plotone di esecuzione sono ancora oggi ben visibili sul marmo del bordo della fontana.

 

Il giorno dopo, in Villa Reale a Monza, Chiusi e Somaschini subirono la stessa tragica sorte.

Finita la guerra, i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi furono celebrati il 13 Maggio 1945 nella chiesa di San Carlo.

 


La tomba presso il cimitero urbano




Libertà e UMAnità

fu per questi martiri

anelito di Vita insofferenza di tirannia

assassinati da piombo fascista

e da sevizia nazista

lor giovinezza immolata è monito

di pace e di giustizia

cittadini meditate ed imparate

 

 

L’anno successivo fu posta sul luogo della fucilazione una targa commemorativa in marmo, recante la scritta “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero  trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.

La cerimonia di inaugurazione avvenne alla presenza del Sindaco ing. Mario Camnasio (1946 - 1951)

 

La lapide commemorativa originaria, nel 2005, iniziati i lavori di riqualificazione di Piazza Libertà, è stata ricollocata al cimitero urbano.

 
Sul monumento è riportata la seguente frase: “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.  

Inoltre i dipendenti delle O.E.B. Officine Egidio Brugola, a ricordo dei loro colleghi, posero una lapide all’interno dello stabilimento in Via Dante.



Nel 1985, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, e la Direzione aziendale realizzarono un nuovo monumento in acciaio che reca la scritta ” “Gli operai di questo stabilimento pongono a ricordo dei loro compagni di lavoro SOMASHINI MARIO, ERBA PIERINO, CHIUSI REMO caduti per la libertà”. Ancora oggi nelle ore notturne viene illuminato, a perenne ricordo.

 

Dopo il 25 Aprile 1945, la piazza principale della nostra città (Piazza Fontana per i lissonesi), per un breve periodo fu chiamata Piazza IV Martiri prima di assumere la denominazione attuale di Piazza Libertà. Nel corso del XX secolo la piazza, ha cambiato nome diverse volte: dapprima Piazza della Chiesa (per la presenza della vecchia chiesa), poi, dopo la I guerra mondiale, Piazza Trento e Trieste, in seguito, dal 1934 Piazza Vittorio Emanuele III, quindi Piazza Ettore Muti.

 

I Maggio 1945: Piazza IV Martiri.

Dal balcone di Palazzo Terragni, il socialista monzese

Ettore  Reina parla ai lissonesi, attorniato dai membri della locale Sezione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale).


 

L’A.N.P.I. lissonese, mentre ricorda il sacrificio di questi quattro giovani concittadini, desidera dedicare anche un pensiero a tutti i lissonesi che in vari modi si opposero al fascismo. Vogliamo ricordare anche chi attuò la cosiddetta Resistenza silenziosa ed i cui nomi non sono riportati nei libri di storia o nei documenti ufficiali, chi lottò nelle file della Resistenza armata, chi fu internato nei campi di concentramento in Germania, tutti coloro che persero la vita perché anche Lissone divenisse una città libera e democratica.

 

Il nuovo monumento alla memoria dei quattro partigiani lissonesi


Il nuovo monumento consiste di un elemento verticale in pietra e cristallo recante i nomi dei partigiani. Il nuovo monumento intende rappresentare la lotta per la libertà e il dovere della memoria.


 

 

E come potevamo noi cantare,

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze,

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lieti al triste vento.

(Salvatore Quasimodo) 


 La ricostituzione della Sezione A.N.P.I. di Lissone

Martedì 19 Aprile 2005, in occasione del 60.mo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, della liberazione del nostro Paese dall’occupazione nazista e della fine definitiva del regime fascista, si è ricostituita a Lissone la sezione dell'ANPI. La sede è in Piazza Cavour 3.

La Sezione A.N.P.I. di Lissone è intitolata a Giovanni Emilio Diligenti.

Giovanni Emilio Diligenti, entrato giovanissimo nel mondo del lavoro, aveva aderito subito al movimento antifascista e, dopo l’8 settembre 1943, con il fratello Aldo ed altri giovani compagni monzesi e brianzoli, era entrato nella Resistenza iniziando la lotta armata sulle montagne del Lecchese, del Comasco e del Varesotto. Partecipò, tra l’altro, ad azioni quali gli attacchi contro la centrale elettrica di Trezzo d’Adda e l’aeroporto di Arcore.

Alla fine della guerra, smessi i panni del partigiano, cominciò subito la sua attività come segretario della Camera del Lavoro di Lissone e dopo qualche tempo fu eletto Consigliere Comunale della nostra città. In seguito fu Consigliere Provinciale e quindi Assessore. Nel 1981 fu premiato dalla Provincia di Milano con il premio Isimbardi per aver “costantemente lottato per la progressiva attuazione degli ideali di giustizia sociale, unendo alle capacità di iniziativa dinamica e realizzatrice, l’interesse per la storia della Brianza”. Emilio Diligenti ci ha lasciato un importante libro sulla storia del nostro territorio, scritto con l’amico giornalista Alfredo Pozzi, dal titolo “La Brianza in un secolo di storia italiana (1848-1945).

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La conquista dell’Etiopia

10 Mai 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Svolta fondamentale nell’evoluzione della dittatura fascista, la guerra d’Etiopia provoca il ravvicinamento tra l’Italia e la Germania.

 

La politica estera dell’Italia fascista è stata molto incerta per molto tempo e spesso anche incoerente. Non per il suo obiettivo principale, che era quello di dare all’Italia un ruolo di primo piano in Europa, ma per i mezzi impiegati. Da ciò la mediocrità dei risultati ottenuti fino al 1935. La decisione di attaccare l’Etiopia, presa contro il parere del suo entourage degli ambienti affaristici italiani, costituisce dunque per Benito Mussolini una rottura e nello stesso tempo determina il riavvicinamento decisivo dell’Italia fascista e alla Germania hitleriana.

Perché l’Etiopia

All’origine della decisione di Mussolini, vi era un’umiliazione da vendicare: in un primo tentativo di invasione dell’Etiopia, nel marzo 1896, gli italiani avevano subito uno smacco cocente ad Adua, con 4.000 morti.

L’Etiopia era uno dei paesi africani non ancora occupato dai colonizzatori europei. Inoltre, l’Etiopia confina con l’Eritrea e la Somalia, province italiane dal 1890 per la prima e dal 1905 per la seconda. Aveva quindi interesse a creare un blocco italiano in questa parte dell’Africa orientale, preludio alla rinascita dell’Impero romano di cui il Duce aveva fatto nascere la nostalgia nel cuore dei suoi connazionali. In realtà, più pragmaticamente, il nuovo territorio sarebbe servito come sfogo ai gravi problemi economici dell’Italia, che intaccavano il prestigio del regime; nello stesso tempo avrebbe offerto una soluzione al sovraffollamento della penisola.

Etiopia ed Eritrea avevano una frontiera in comune, e le scaramucce tra i soldati dei due campi erano frequenti.

Il nuovo imperatore d’Etiopia, dal 1930, Hailé Sélassié, temendo l’aggressività degli italiani, rinforza gli effettivi delle guardie di frontiera, che si cura, tuttavia, di far piazzare a 30 km dal confine. Ma la minima scintilla darà fuoco allle polveri.

Il Duce prepara diplomaticamente il suo intervento. Davanti al nuovo pericolo incarnato da Hitler, che fa assassinare, nel luglio 1934, il cancelliere austriaco Dolfuss, ostile all’annessione dell’Austria e all’espansionismo tedesco, Mussolini si riavvicina alle democrazie occidentali. Nell’aprile del 1935, a Stresa, sul lago Maggiore, incontra i rappresentanti di Gran Bretagna e Francia. Viene firmato un accordo tra i tre paesi che si impegnano ad opporsi “a tutte le rinunce unilaterali dei trattati, suscettibili di mettere in pericolo la pace”, dichiarazione a cui Mussolini aggiunse di suo pugno la menzione “in Europa”.

La Francia e la Gran Bretagna, non reagendo all’aggiunta, illudono il Duce, che pensa di poter contare sulla loro benevola neutralità allorquando attaccherà l’Etiopia. Tuttavia gli Inglesi, temono il dominio dell’Italia in una regione dell’Africa in cui erano presenti, in Sudan e in Egitto, con grandi interessi commerciali.

Un incidente di frontiera, avvenuto il 5 dicembre 1934, presso l’oasi d’Oual-Oual, è il pretesto per l’intervento militare.

La tensione, già sensibile dopo l’arrivo al potere del negus nel 1930, aumenta tre i due Stati, e, malgrado l’invio nel Mediterraneo di una flotta britannica per intimidire l’Italia, l’armata fascista passa all’offensiva il 3 ottobre 1935. L‘aviazione e reparti corazzati violano lo spazio etiope senza dichiarazione di guerra.

Le forze sono sproporzionate. Di fronte a 500.000 italiani, ben equipaggiati, comandati da De Bono, l’Etiopia ”feudale” non allinea che qualche decina di migliaia di cavalieri, senza disciplina e spesso equipaggiati con fucili presi ad Adua, nel 1896. Pertanto, dopo una doppia offensiva frontale vittoriosa dall’Eritrea e dalla Somalia, l’armata italiana avanza lentamente da novembre 1935 a gennaio 1936.

De Bono è sostituito da Badoglio che non esita ad utilizzare i gas e i bombardamenti aerei. Adis-Abeba, la capitale, è occupata il 5 maggio 1936. Mussolini, trionfante, proclama Vittorio Emanuele III imperatore d’Etiopia.

La Società delle Nazioni condanna l’Italia dall’inizio delle ostilità e, nel novembre 1935, vota delle sanzioni economiche, che si rivelano però inefficaci perché non comprendono il petrolio e le materie prime. Inoltre, diversi Stati non le applicano.

Francia e Inghilterra elaborano, nel dicembre 1935, un piano segreto di divisione dell’Etiopia, che però fallisce appena diventa di dominio pubblico. Ciò rivela il comportamento tortuoso delle democrazie e la poca importanea delle decisioni prese dalla Società delle Nazioni, che tolse le sanzioni accrescendo così il suo discredito. Le sanzioni finirono per esacerbare il sentimento nazionale italiano e strinse gran parte dell’opinione pubblica intorno al Duce vittorioso.

Per sostenere il peso della guerra le donne furono invitate a donare allo Stato fascista le loro fedi d’oro.

L’episcopato italiano si schierò presentando l’impresa del Duce come una crociata. Tuttavia la conquista divenne presto un peso: militare prima, perché la resistenza degli autoctoni continuò; economica poi, perché gli investimenti erano costosi e l’immigrazione troppo debole per colonizzare il paese in modo vantaggioso. La conseguenza principale della guerra all’Etiopia è che Mussolini ruppe il fronte di Stresa e che fu supportato da un altro dittatore, Hitler. L’asse Roma-Berlino prende forma e la politica estera dell’Italia sarà ormai allineata a quella della Germania.


L’asse Roma-Berlino

Quando il Duce si sente messo al bando in Europa si rivolge verso Hitler, che alla fine riconobbe come alleato.

Il riconoscimento della conquista dell’Etiopia da parte di Hitler e l’uscita dell’Italia dalla Società delle Nazioni, sono all’origine del riavvicinamento dei due dittatori. Confermato dal loro mutuo sostegno al pronunciamento di Franco, in Spagna, queste relazioni si concretizzano con la visita in Germania, nell’ottobre 1936, del conte Ciano, genero di Mussolini e ministro degli Esteri.

Il Duce annuncia, il 1° novembre, la formazione di un “asse attorno al quale si possono unire tutti gli Stati europei”. Accordo inizialmente vago, simbolizza comunque la convergenza ideologica dei due dittatori e la fine dell’isolamento tedesco.

L’avventurismo bellicoso dell’Italia, poco a poco diventata un satellite della Germania, porta Mussolini a rinforzare l’Asse nel 1939, con il patto d’Acciaio.


In Brianza

Le reclute delle classi dal 1911 al 1914 furono richiamate per partire per l'Abissinia: il 23 febbraio del 1935 salpa dal porto di Messina il primo contingente militare diretto in Africa Orientale.

A Monza «i manipoli delle camicie nere» in partenza per l'Africa orientale vennero solennemente benedetti in Duomo dall'arciprete.



Episodi che accaddero a Lissone durante gli anni della guerra d’Etiopia.

Di seguito notizie tratte dalle pagine dai registri di classe, contenenti la "Cronaca e le osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola", di una quinta elementare della scuola "Vittorio Veneto" di Lissone nell’anno scolastico 1936-1937.

18 novembre 1936: primo anniversario delle sanzioni inflitte dalla Società delle Nazioni all’Italia per la guerra d’Etiopia

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18 dicembre 1936: primo anniversario in cui tutte le donne d’Italia dovettero donare il proprio anello nuziale per sostenere il paese in guerra

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26 febbraio 1937: nella guerra di aggressione all’Etiopia, chi si oppone all’occupazione del proprio paese, in questo caso il Ras Destà, viene definito ribelle ed eliminato
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20 marzo 1937: il maestro esalta la figura del Duce in terra d’Africa
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7 maggio 1937: l’Ispettore scolastico cerca di mettere in rilievo, davanti agli scolari radunati, «i motivi altamente civili della conquista dell’Impero»
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A guerra terminata venne organizzata una solenne funzione «promossa per ringraziare Iddio per la Vittoria ... clero, autorità, popolo e associazioni tutte portarono la loro adesione con l'intervento nel tempio prepositurale, dove venne cantato il Te Deumn'", E se la settimana successiva Lissone accolse «con gioia entusiastica i Legionari reduci dall' Africa Orientale», dove con i vittoriosi sfilarono in un corteo improvvisato «una folla di cittadini, tra i quali le autorità e colonne di dopolavoristi aziendali, numerosi famigliari e parenti dei reduci, le Associazioni combattenti, Mutilati», l'emozione doveva essere ancora alta quando in settembre «la cittadina [era] un tripudio di bandiere, vive le ore delle grandi giornate» accogliendo «con un'imponentissima manifestazione popolare, con entusiamo altissimo, le gloriose camicie nere del suo primo poltone del 125° battaglione».

In terra d'Africa due sono i caduti lissonesi: Ettore Colzani e Francesco Penati.

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a Monza
Durante gli anni della guerra d'Africa troviamo già
Gianni Citterio, il figlio dell'ex assessore socialista di Monza, nelle file del Pci, «tenace propagandista contro la guerra d'aggressione all'Abissinia e l'intervento fascista in Spagna», e un altro gruppo di antifascisti attivi, frequentato anche da Ferrari e Citterio, nel vecchio caffè Romano in via Carlo Alberto a Monza, che riuscì persino a stampare in una tipografia di Villasanta e a diffondere un volantino contro la guerra d'Etiopia; e infine, ci sembra (non siamo riusciti a stabilire la data con precisione) che anche il noto - noto agli antifascisti di ogni colore - retrobottega della farmacia del dottor Carlo Casanova oltre il ponte di Lecco, funzionasse già come centro di attività antifasciste. Il primo gruppo del caffè Romano comprendeva il dottor Antonio Gambacorti Passerini (fucilato a Fossoli il 12 luglio '44), il dottor Francesco Pini, socialista, il pittore Arpini, un cattolico, e l'avvocato G. B. Stucchi (rappresenterà il Psi nel comando generale del Cvl). La farmacia Casanova era frequentata, oltre che dagli «amici» del caffè Romano, dall'avvocato Fortunato Scali, comunista, Farè, socialista, Tarcisio Longoni e Luigi Fossati, esponenti della Dc.
Insomma, qualcosa s'era mosso anche allora nell'ambito dell'antifascismo brianzolo, poco ma abbastanza da permettere al movimento clandestino di organizzare, verso la fine del '36, cioè circa sei mesi dopo la proclamazione dell'impero, il reclutamento di volontari per la difesa della Spagna repubblicana. E furono circa una decina i « garibaldini » brianzoli che riuscirono a raggiungere le brigate internazionali per combattere la sedizione franchista. Di questi volontari si ricordano ancora i nomi di Spada, monzese, di Vismara, lissonese, di Pirotta e Farina di Villasanta, di Frigerio di Vimercate.




Hailé Sélassié

 

Il nuovo negus Hailé Sélassié I, imperatore d’Etiopia, 225° successore di Salomone secondo la leggenda, rappresenta la più antica dinastia del mondo.

Allievo di missionari francesi, e presto iniziato alle responsabilità del potere, è proclamato imperatore nel novembre 1930 con il nome di Hailé Sélassié “Forza della Trinità”.

Riformatore, fa entrare l’Etiopia nella Società delle Nazioni, abolisce la schiavitù e intraprende la revisione delle istituzioni del suo paese quando l’invasione italiana lo costringe all’esilio in Inghilterra.

Al fianco delle truppe britanniche e golliste, partecipa alla liberazione della sua patria nel maggio 1941.

Figura di rango internazionale, uno dei capi dei paesi del terzo mondo e pioniere dell’unità africana, si prodiga senza tregua per l’unificazione e la modernizzazione dell’Etiopia. Impotente di fronte alla carestia degli anni 1973-1974 e alla rivolta dell’Eritrea, è destituito dall’esercito nel 1974.

La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose, è ufficialmente annunciata il 27 agosto 1975.

 

 

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7 luglio 1944: sogno d’Europa

10 Mai 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

rêve d’Europe  traum von  Europa droom  van Europa  dream of Europe  όνειρο της Ευρώπης  sonho da Europa  sueño de Europa

 
Nell’agosto 1943, gli antifascisti italiani, Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli, fondarono, dopo la caduta di Mussolini, il Movimento federalista europeo. Il Movimento si servì della Svizzera per divenire, nel 1944, un efficace promotore della causa federalista all’interno della comunità degli esuli. Così nacque la “Dichiarazione dei movimenti della Resistenza europea”, pubblicata a Ginevra il 7 luglio 1944, primo manifesto veramente europeo durante la guerra.

L’idea fu ripresa allorquando la guerra finì con una profonda crisi in tutti i paesi d’Europa, che rese obsoleti i vecchi partiti politici, sia essi compromessi, sia incapaci di affrontare la nuova realtà europea.

In effetti fu in Svizzera, in piena guerra, che si organizzarono le prime riunioni europee degli uomini della Resistenza, intorno ad uno zoccolo duro di esuli federalisti.

A Ginevra si svolsero clandestinamente più di cinque incontri, che riunirono Italiani, Francesi, Danesi, Olandesi, Cechi, Norvegesi, Yugoslavi e qualche tedesco antinazista.

Gli autori della Dichiarazione ritenevano che la fonte dei mali risiedeva essenzialmente nella frammentazione dell’Europa in 30 entità politiche. Questo problema non poteva essere risolto che con il superamento del “dogma della sovranità assoluta” degli Stati. Il mezzo di questo superamento doveva essere una “Unione federale” dotata di un governo responsabile verso i popoli e da loro eletto, di un esercito comune e di un tribunale supremo con il compito di deliberare sulle questioni relative all’interpretazione della Costituzione federale. Questa Unione avrebbe consentito la realizzazione di una politica capace di impedire i nazionalismi e il rischio di guerre.

“Solo un’Unione federale consentirà la partecipazione del popolo tedesco alla vita europea senza che sia un pericolo per gli altri popoli.

Solo un’Unione federale consentirà di risolvere problemi di confine nelle zone con popolazioni miste, che cesseranno così di essere l’oggetto di folli bramosie nazionaliste e diventeranno delle semplici questioni di delimitazioni territoriali di pura competenza amministrativa.

Solo un’Unione federale consentirà la salvaguardia delle istituzioni democratiche in modo tale da impedire che i paesi, che non abbiano una sufficiente maturità politica, possano mettere in pericolo l’ordine generale.

Solo un’Unione federale consentirà la soluzione logica e naturale dei problemi di accesso al mare dei paesi situati all’interno del continente, dell’utilizzazione razionale dei fiumi, che attraversano più Stati, del controllo degli stretti e, in generale, della maggior parte dei problemi che hanno turbato le relazioni internazionali nel corso di questi ultimi anni".

Tratto dalla “Dichiarazione dei movimenti della Resistenza europea”, redatta a Ginevra.

    

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La “lunga Liberazione”

4 Mai 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La violenza della RSI - sotto forma di fucilazioni di partigiani e di rappresaglie contro i civili - perdurò in forma virulenta sino alla fine della guerra, senza alcuna attenuazione.

Il 19 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia lanciò ai fascisti l’invito tassativo di “arrendersi o perire”. Ma fino agli ultimi giorni, quasi le ultime ore, l'azione repressiva dei nazifascisti mantenne intatta la propria drammatica efficacia. Lo scontro fu durissimo e totale sino alla fine delle ostilità "ufficiali". Nella sola fase insurrezionale 4.000 furono le perdite partigiane.

L'addensarsi della rabbia vendicativa, accumulata per mesi, trovò sanguinoso sfogo appena le circostanze lo consentirono.

Alla Liberazione seguì un mese di giustizia sommaria, intensa e senza mediazioni. La memoria lunga dell'oppressione classista e della guerra civile strisciante del 1921-22, quando il rullo compressore dello squadrismo aveva distrutto il tessuto associativo delle leghe rosse, costò cara ai responsabili di soperchierie lontane nel tempo ma vicinissime nella percezione delle vittime e dei loro figli. Si uccise il nemico sconfitto, si vendicarono i caduti e gli eccidi. Si anticipò il corso di una giustizia che ritardava troppo la sua azione.

... “Ragazzi di vent'anni o padri di famiglia pagano adesso con la vita la fedeltà e l'estrema coerenza ad un malinteso ideale di onore e di amor patrio che li ha tragicamente spinti a non vedere ciò che era ormai sotto gli occhi di tutti, pagano l'aver scelto di continuare a stare dalla parte di chi aveva elevato la violenza e l'efferatezza a sistema, di chi volontariamente e oggettivamente si era asservito ai nazisti divenendo corresponsabile del saccheggio del patrimonio nazionale, delle deportazioni, delle stragi, delle rappresaglie, delle torture, delle impiccagioni e delle fucilazioni”.
 


Piccola fascista con il viso imbrattato di vernice e la ‘M’ di Mussolini dipinta sulla fronte viene fatta marciare per la città da partigiani milanesi (da Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea 'Giorgio Agosti' http://www.istoreto.it/mostre/lunga_liberazione_220405/chiaroscuri_fotografie.htm


Dove più forte aveva infierito la repressione nazifascista, più forte colpì la vendetta del postliberazione. Dove più forte e sanguinoso era stato l'impatto dello squadrismo agrario e padronale, lì è dove la "pulizia" venne condotta con la massima energia.


Furono mesi in cui la fiducia in una giustizia pronta ed efficace rimase ancora diffusa, sensazione che si infranse prima sul reale rigore della giustizia ufficiale e poi nell'azione di distruzione a tappeto delle condanne compiuta dalla Cassazione, operazione completata dall'amnistia del 1946.

Apparve presto evidente, con l'emanazione dell'amnistia Togliatti e con la sua applicazione oltremodo estensiva da parte della magistratura (plasmata in buona parte dal regime e persistentemente ancorata a quei valori), che lo Stato applicò agli imputati criteri di straordinaria generosità, considerati beffardi da chi aveva avuto familiari o compagni di lotta uccisi in maniera brutale e che vedeva quei criminali tornare liberi, nel giro di un paio d'anni.

21.500 furono gli imputati comparsi di fronte alle CSA (Corti Straordinarie d’Assise); 525 furono le condanne a morte comminate (2,4%). I reati consumati prima dell’8 settembre 1943 non furono di competenza delle CSA e non conobbero mai giustizia perché amnistiati nel giugno 1946.

Mentre in Francia vi fu un mantenimento, con qualche novità, della sua classe dirigente politica (con l’esclusione delle destre fasciste) e un rinnovamento, in misura sensibile, degli apparati, in Italia vi fu un rinnovo della classe politica senza mutare il personale degli apparati. Un esempio: i giudici della Cassazione. La Cassazione (che annullò il maggior numero possibile di condanne a morte) era composta da uomini che dovevano al fascismo la loro posizione: erano stati zelanti verso le disposizioni del regime.

L’amnistia fu l’eutanasia del processo di defascistizzazione e un fallimento dell’epurazione amministrativa.

Particolarmente severo nei confronti dell’amnistia si dimostrò Sandro Pertini che non mancò di polemizzare anche con Togliatti.

L’amnistia fu carente per “dissidio tra circostanze attenuanti e principio di responsabilità”.

Con l’amnistia buona parte dei vertici della repubblica Sociale Italiana furono liberi, così pure i golpisti del 1922, i sicari di Matteotti e dei fratelli Rosselli, i delatori, le spie, i torturatori di prigionieri (percosse, strappi delle unghie, bruciature non vennero considerate sevizie “particolarmente” efferate), gli stupratori. Un gran numero di componenti della banda Koch di Milano, tra cui assassini di partigiani (con l’esclusione dei componenti volontari dei plotoni di esecuzione), vennero liberati.

I giudici togati al cospetto dell’opinione pubblica condannarono gli imputati, ma sul piano giurisprudenziale lasciarono ampio spazio alla revisione delle sentenze, con la conseguenza di una netta attenuazione delle pene emesse  dalle CSA.

La Cassazione completò l’opera di totale smantellamento dell’apparato primitivo contro fascisti e collaborazionisti applicando in maniera estensiva e indiscriminata l’amnistia.


da una sentenza della Cassazione depositata in copia a Torino:

"Non può […] essere ritenuta la partecipazione dell'imputato all'omicidio di un paracadutista, che gli inglesi avevano calato nel territorio occupato per servizio di informazioni, per averlo lo stesso denunciato e consegnato ai tedeschi che lo fucilarono, giacché, a prescindere che malgrado il rigore dei metodi di guerra dei tedeschi la decisione sulla fucilazione restava sempre ad essi devoluta, mancava la prova nell'imputato della volontà di uccidere, non potendo la previsione della fine certa del denunciato indurre senz'altro l'intenzione di uccidere. Non sussiste la causa ostativa dei fatti di omicidio nei confronti di chi -comandante dell'UPI- abbia arrestato due coniugi e diverse altre persone di razza ebraica, poi deportate a Dachau e Mauthausen, dove perirono, giacché nella fattispecie non solo manca il rapporto di causalità psichica, ma anche di causalità materiale fra l'arresto, la deportazione e l'evento morte. Né sussiste la causa ostativa dei fatti d'omicidio a carico di chi, maresciallo della G.N.R., abbia compiuto numerosi arresti di cittadini e patrioti, successivamente uccisi dai tedeschi o deceduti a Fossoli [ ... ] poiché mancano gli estremi della responsabilità per la partecipazione agli omicidi. Non costituiscono sevizie particolarmente efferate le percosse con nerbate, inflitte a diversi arrestati durante gli interrogatori per farli parlare, fatte seguire da immersioni in vasche piene d'acqua durante l'inverno, giacché tali violenze non arrivano a concretare il grado sommo ed abnorme di atrocità nelle sofferenze richiesto per rappresentare quelle sevizie particolarmente efferate ostative dell'amnistia. Né l'assistenza dell'imputato all'impiccagione di un arrestato può costituire di per sé, senza il concorso di elementi specifici di partecipazione, prova di concorso nell'omicidio o nemmeno, per difetto di circostanze idonee ad integrarle, le sevizie particolarmente efferate. Difetta di motivazione la sentenza che ha qualificato sevizie particolarmente efferate le nerbate sulle mani, protratte sino a provocare la perdita dei sensi della vittima, ed il ricorso a punture per farla rinvenire e continuare il martirio, giacché da un lato ha omesso di valutare criticamente le modalità ed intensità delle sevizie stesse e dall'altro di indagare quali siano stati i mezzi impiegati per farle ricuperare i sensi, ben diverse, a seconda del mezzo adoperato, potendo essere le conclusioni circa la gravità delle sofferenze provocate”.

 
“Si salvano in tanti

Sono in troppi a salvarsi in quei giorni e sono in troppi a prodigarsi per il salvataggio dei criminali più in vista. Ci sono gli angloamericani e la curia milanese, quell'Ildefonso Schuster che, per glorificare il duce aveva scomodato anche Gesù quando, all'interno del duomo, aveva fatto scrivere in caratteri dorati: «Gesù, re dei popoli - dona anni lunghi e vittoriosi - a Benito Mussolini, splendore dell'epoca sua» .

Tra coloro che avranno salva la vita c’è “il maresciallo Graziani, il «leone di Neghelli», l'uomo che, fra le tante ignominie, ha firmato il bando di fucilazione per i renitenti alla leva repubblichina. ...

Il 26 febbraio 1948 la Corte d'assise speciale di Roma, dopo settantanove udienze, si dichiarerà incompetente a giudicare Graziani e ordinerà la trasmissione degli atti alla Procura militare. Condannato il 2 maggio 1950 a diciannove anni di reclusione, beneficerà subito di una riduzione della pena a quattro anni e cinque mesi per effetto del condono e, scontatigli anche gli ultimi quindici mesi che gli restano da fare, il maresciallo torna in libertà, ma non proprio a vita privata: una fotografia del 1953 lo ritrae ad un comizio elettorale ad Arcinazzo, in un bel abbraccio con l'allora giovane sottosegretario democristiano Giulio Andreotti”.


L’amnistia arrivò troppo presto in Italia, solamente dopo quattordici mesi dalla fine della guerra, a differenza della Francia (*) dove l’amnistia vi fu solo nell’agosto del 1953, cioè nove anni dopo la fine dell’occupazione tedesca.

 

Bibliografia:

-  Mirco Dondi – La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano – Editori Riuniti, 2008

- Massimo Storchi – Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-1946) – Aliberti Editore, 2008

- Luigi Borgomaneri - Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945 - Franco Angeli, 1995

- Vittorio Roncacci  - “La calma apparente del lago” Macchione Editore, 2004

 


 

(*) Le cifre dell’epurazione in Francia:


9.000 esecuzioni extragiudiziarie

1.500 esecuzioni giudiziarie

310.000 le cause istruite

125.000 processi

45.000 pene di prigione

      50.000 sottoposti a “dégradations nationales”
      25.000 funzionari sottoposti a sanzioni


La “lunga Liberazione” a Lissone


Anche nella nostra città la giustizia sommaria ebbe, nei giorni seguenti il 25 aprile, il suo tragico corso:

Ennio Arzani,

impiegato, di anni 29, fucilato alla schiena alle ore 6,30 del 30 aprile 1945 presso il Parco delle Rimembranze

Luciano Mori,

geometra, di anni 45, fucilato alla schiena alle ore 6,30 del 30 aprile 1945 presso il Parco delle Rimembranze

Giuseppe Tempini,

maresciallo dei Carabinieri in pensione, di anni 55, morto per ferite multiple di arma da fuoco al torace e al cranio, presso la sua abitazione di Via Assunta 3, alle ore 18,30 del 3 maggio 1945

Guglielmo Mapelli,

meccanico, di anni 37, morto per ferite multiple di arma da fuoco al cranio, alle ore 22,30 del 17 maggio 1945 presso il cimitero di Lissone

Fausto Gislon,

falegname; di anni 41, morto per ferite multiple di arma da fuoco al cranio, alle ore 5 del 18 maggio 1945 presso il cimitero di Lissone

 

(fonte Archivi comunali)

 


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