Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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Evelino Mazzola, uno degli “schiavi di Hitler”

21 Mars 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

nonno-Evelino.jpgQuand'ero in prigionia qualcuno m'ha rubato il mio passato, la mia migliore età.

Domani mi alzerò e chiuderò la porta sulla stagione morta e mi incamminerò.

                                                

                                                                        Boris Vian, 1956

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Faceva parte dei 600.000 soldati italiani noti tristemente come gli schiavi di Hitler. Sono coloro che, dopo l'8 settembre del 1943, furono deportati in Germania e messi ai lavori forzati per contribuire alla produzione bellica nazista. Classe 1919, Evelino Mazzola era originario di Curtatone, in provincia di Mantova, ma lissonese dall’età di dieci anni.

Falegname prima e operaio dell'Incisa poi, Evelino Mazzola ha vissuto la guerra dal primo all'ultimo giorno. Faceva parte, infatti, delle truppe avviate al confine con la Francia (al Colle della Maddalena) dopo la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940.

  

Nonno Evelino (così era simpaticamente chiamato dai tanti che lo conoscevano), ci aveva raccontato: «Una guerra, quella con la Francia, che è durata solo quindici giorni, ma che ha provocato tanti morti. Io fortunatamente non ero tra quelli. Sono quindi rientrato in Italia e destinato al 120o battaglione artiglieria leggera motorizzata, a Padova; guidavo le jeep. Il 4 febbraio 1941 sono stato destinato a partecipare alla campagna di Russia».

Un viaggio terribile, in treno, fino all'Ucraina. E in inverno si toccano anche i 30 gradi sotto zero. «Devo la vita al mio fisico. Ero un ragazzo prestante. Molti miei commilitoni, invece non sono tornati, uccisi dal freddo ma anche dalla fame».

E' il febbraio del 1943 quando Evelino, insieme a pochi altri, viene circondato dai partigiani russi in un paesino, Paulgrest. Resiste strenuamente e riesce a salvarsi. Un gesto che gli vale appunto la Croce al merito. Riesce a sopravvivere durante la ritirata dalla Russia. Ma il peggio deve ancora arrivare.

Di lì a pochi mesi si troverà, infatti, a vivere in prima persona un altro degli eventi che hanno segnato le sorti dell'Italia in guerra. E' infatti l'inizio di luglio del 1943 quando viene destinato alla Sicilia. «Mi avevano mandato lì per un po' di riposo dopo la Russia. Ed invece nemmeno il tempo di arrivare e mi trovo reclutato dalla contraerea tedesca per respingere l'assalto degli Alleati. La mia batteria è stata distrutta, ma anche in quel caso mi sono salvato».

Attraversa lo stretto di Messina su un’imbarcazione di fortuna; dopo aver percorso centinaia di chilometri a piedi, mangiando frutta presa dagli orti, giunge a Caserta.

«Arriva l'8 settembre e il nostro comandante, che era un fascista, mi ha fatto prendere dai tedeschi. Sono stato fatto prigioniero il 13 settembre 1943 e portato in Polonia in un lager». Dopo quaranta terribili giorni, in cui lotta disperatamente contro la fame, avviene il trasferimento in Prussia Orientale, a Lodzen. Ed è qui che Evelino Mazzola entra a far parte della schiera dei cosiddetti “schiavi di Hitler”, lavorando per la produzione bellica tedesca.

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«Pesavo 62 chili e sono arrivato a pesarne anche 48. Tutti i giorni molti miei compagni morivano di fame e stenti. Poi, finalmente, nel febbraio del 1945 sono arrivati i Russi a liberarmi». Dovranno, però, passare altri otto mesi (tanto è durata l'attesa prima che fosse completato il ripristino delle linee ferroviarie) prima che Evelino possa rientrare a Lissone.

Si riteneva fortunato: parecchie volte aveva visto morire tanti suoi compagni in Russia e nel lager nazista.

Quella di Evelino Mazzola è stata, per Lissone, una delle ultime testimonianze dirette dell'inferno della Seconda Guerra Mondiale e della tragedia delle deportazioni. In diversi incontri con gli studenti delle scuole della nostra città aveva raccontato le sue terribili vicissitudini. In modo semplice, ricostruendo i fatti con grande lucidità, con una ricchezza di particolari dovuti alla sua sorprendente memoria, sapeva attrarre l’attenzione dei giovani che esortava a studiare la storia per comprendere quanto sia importante vivere liberi e in pace, in un paese democratico e non sotto un regime dittatoriale.

Aveva la tessera onoraria dell’ANPI e nel 2006 era stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

 

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La Lissone della fine degli anni ‘30 vista da un gerarca fascista

20 Mars 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Quanto è costata la "Casa del fascio" di Lissone, l'attuale Palazzo Terragni?
I conti poco chiari del segretario del fascio di Lissone Luciano Mori.

Lissone, correva l’anno 1939.

 

Il paese contava poco più di 15.000 abitanti.

  

  

  

Il federale Luciano Mori fa un’ampia relazione (che riportiamo integralmente) sullo stato del fascismo nel paese.

Ricorda i caduti lissonesi per la conquista dell’Impero e nella guerra di Spagna al fianco di Franco.

Passa poi in rassegna le attività dei vari enti (Patronato Scolastico, E.C.A. , Dopolavoro), associazioni (Famiglia Artistica, Pro Lissone) operanti sul territorio; fornisce dati sulla consistenza numerica delle organizzazioni fasciste quali il Fascio Femminile, Fascio di Combattimento, la Gioventù Italiana del Littorio (occorre tener conto che le adesioni non sempre erano volontarie).

Si sofferma poi sulla erigenda “Casa del fascio (l’attuale Palazzo Terragni): i conti non tornano, tanto che chiede agli abitanti una nuova prova della loro fedeltà verso la Causa della Rivoluzione”. Per questo cerca di blandire i Lissonesi:

“In questa plaga dove la capacità produttiva si fonde con la generosità che tutta, risente del magnifico impulso che il clima della rivoluzione hanno impresso alla vita del paese, non mancheranno i fondi a garantire la definizione di questa aspirazione, che coronerà i voti di tutta la popolazione Lissonese”.


Anno 1939: Relazione del segretario del fascio di Lissone, Luciano Mori


"Lissone ha vissuto un anno intenso di attività. L'anno XVI è stato laborioso di opere e di realizzazioni, denso di azione fattiva in tutti i campi, complesso di manifestazioni ed ha seguito con progressione costante le direttive del Fascio Primogenito per la vigile serena affermazione della nostra Fede e per il potenziamento della nostra missione e del nostro Credo Fascista.

La rassegna di queste attività, che costituiscono il fervido tributo delle spirituali forze, che animano i dirigenti del Fascio di Lissone, comprende anzitutto un notevolissimo aumento di iscrizioni, dovute al tesseramento dei Reduci dell'A.O.I., che hanno portato gl'inscritti al numero di 510 invece dei 399 dell'anno XV. Ricordiamo commossi gli Eroi caduti nell'esaltazione della Missione Fascista e per l'Impero: i camerati Ettore Colzani, Francesco Pennati e Giovanni Dorigo: Quest'ultimo nobilissima figura ed animo ardente di Italiano e di Fascista, . sempre primo fra i primi, ha trovato la morte gloriosa sull'Ebro, dove agonizza negli ultimi conati la ferocia rossa. Agli Eroi indimenticabili il grido della passione nostra ed il nostro saluto reverente.

Nei campo assistenziale, la Commissione di Assistenza Legale del Fascio, in collaborazione con il locale E.C.A. ha dato il proprio gratuito ausilio per la risoluzione pacifica di 50 sfratti e di 39 controversie varie.

Nel settore Dopolavoristico, che è di particolare interesse per tutta la cittadinanza Lissonese, nella quale la massa operaia rappresenta un buon quarto, che di quest'opera educazionale sente il grande soffio spirituale, il prelevamento delle tessere è salito al numero di 3530. I Gruppi Dopolavoristici, regolarmente costituiti, sono dodici, oltre a due Gruppi Aziendali. La situazione contablie di questa importante istituzione può essere compendiata nelle seguenti cifre: Entrata Lire 54.734, Uscita Lire 53.683,60, Residuo in Attivo Lire 1.051.

Il Dopolavoro Comunale ha partecipato alla Giornata della Neve, al Raduno Mondiale dell'O.N.D. a Como, con oltre mille partecipanti ed ha organizzato una gita di pellegrinaggio a Predappio comprendente 1.100 Dopolavoristi. Quest’ultima affermazione di fedeltà resterà imperitura nell' animo'dei Lissonesi.

Nel settore Educazionale, la Famiglia Artistica, vivida e fervida istituzone, che assolve un compito altissimo, ha organizzato Quattro Concerti, Due Conferenze, Sette Recite, Tre Gite, una Mostra d'Arte Professionisti e una per Dopolavoristi. Desideriamo notare la notevole gara di emulazione tra i Presidenti dei Gruppi Dopolavoristi per rendere vivi e tangibili i risultati di tutte le manifestazioni organizzate e predisposte dal Dopolavoro Comunale.

Anche le attività della sempre viva ed efficiente PRO LISSONE, sono da ricordare con grande lode. Essa ha partecipato a vari concorsi ginnastici, con squadre Maschili e Femminili, mostrandosi degna dell sua gloriosa tradizione.

Il Fascio Femminile ha segnato un incremento numerico considerevole. Le Camerate Inscritte si suddividono in 152 Donne Fasciste, 475 della Sezione Operaie e di 600 Massaie Rurali. La collaborazione assistenziale di questa Sezione è stata generosamente notevole, sia per la distribuzione di indumenti vari e corredini, che hanno raggiunto il numero di 1.185, sia con la disinteressata, prodiga e fraterna cooperazione in quei casi ove l'apporto di personale assi stenza era necessario.

Riportiamo qui appresso le cifre della situazione contabile del Fascio di Combattimento, che danno una idea chiara delle attività di questo Ente: Entrata Lire 134.395,65; Uscita lire 142.232,30; Residuo Attivo lire 1.063,35.

Si deve alla vigile e costante assistenza dell'Ispettore Federale Amministrativo ed al Revisore dei Conti ed al Segretario Amministrativo la giusta limitazione delle spese, che sono state contenute nello strettamente necessario, mantenendo il regolare svolgimento della gestione e non ledendo il suo fabbisogno indispensabile.

La Gioventù Italiana del Littorio, tanto cara al cuore del Duce, è stata particolarmente curata, perchè potesse svolgere regolarmente tutte quelle attività tendenti a sviluppare ed a formare nei giovani quella coscienza fascista, che cosiltuisce la garanzia della futura continuità della Rivoluzione Fascista. L'inquadramento di questa importante Branca è la seguente: Figli e Figlie della Lupa 772; Piccole Italiane 625; Balilla 530; Giovani Italiane 156; Giovani Fasciste 233; Avanguardisti inscritti 848; Regolarmente Tesserati 350; Giovani Fascisti 344. Questa gioventù, cresciuta sotto il Segno del Littorio, rappresenta una speranza ed una certezza-insieme. Nulla è stato trascurato e nulla sarà trascurato perchè essa possa rappresentare una potente ed armonica entità pronta agli ordini del Capo per le future immancabili conquiste dell’idea fascista.

Anche il Patronato Scolastico è stato intensamente attivo. La sua situazione contabile presenta i seguenti dati: Entrata Lire 13.973,90; Uscita Lire 12.411,90; Residuo Attivo Lire 1.562,-

235 Alunni si sono giovati della sua assistenza con una distribuzione di 433 libri di testo e 3.800 tra quaderni e materiale vario. 216 sono stati gli alunni assistiti con la Refezione Scolastica, che ha importato una spesa di Lire 2317. Con l'appoggio, della Podesteria hanno ben funzionato i Ritrovi Giovanili frequentati da oltre 400 Alunni, con una spesa di Lire 4.500.

Intenso e fattivo il movimento delle Colonie. La Colonia Elioterapica del Littorio, anche quest’anno, ha avuto una affluenza grandissima di bambini bisognosi di cure. Le inscrizioni hanno raggiunto un numero rilevante e sono state contenute in un unico turno per un periodo di quaranta giorni. Alle Colonie Marine vennero inviati settantassette bambini ed a quelle Montane venticinque.

La spesa totale per questa opera assistenziale è costata Lire 56.644,10.

Anche la G.I.L. è stata attiva. Ne riportiamo la Situazione Finanziaria: Entrata Lire 193.950; Uscita Lire 192.358; Residuo Attivo Lire 1.591,60. Cifre eloquenti che non hanno bisogno di commenti.

Per la costruenda Casa del Fascio, che ha rappresentato e rappresenta una realizzazione di primo piano, il costante interessamento e l'ausilio della Podesteria e dell’Ispettore di Zona hanno accelerato la risoluzione di molti problemi di carattere tecnico ed economico, apportando un ritmo più celere al progressivo e graduale lavoro di esecuzione delle opere di questa costruzione.
 
Senza entrare in merito di una dettagliata esposizione delle vicende dei problemi affrontati
e risolti, che oggi hanno solo. il valore di un ricordo, ci limitiamo a dare un sommario resoconto della situazione Finanziaria attuale:

Entrata: Somme versate da sottoscrittori ed oblatori diversi a tutto il 30-9, Lire 301.945. Incassi effettuati dall'Ufficio Dazi e Consumi Lire 10.809,75 con un Totale di Lire 312.754,75 oltre alla cospicua offerta da parte della Soc Coop. Acqua Potabile degli impiegati di riscaldamento e sanitari. Uscita: per Spese di Costruzione: Versate all'Impresa Balzarini e Bianchi a saldo Stati di Avanzamento lavori a tutt’oggi Lire 150 mila, Versati a diversi per acquisto ferro e materiali Lire 15.825, Versate per Spese Progetti, stipendio Assistenti Lavori e per Spese Varie Lire 41.678,80 con un Totale di Uscite di L. 312.754,75. In Attivo restano Lire 85.250,95 più gli impegni dei diversi sottoscrittori che rappresentano un Totale non ancora versato di Lire 50.490, portando il Residuo Attivo, ad un Totale di Lire 135.740,95.

Per la concretazione di questo problema, in linea puramente preventiva, occorre che tanto i 
Camerati, come i Cittadini Lissonesi, diano una nuova prova della loro fedeltà verso la Causa della Rivoluzione. Il presente programma preconizza la fine dei lavori e l'Inaugurazione della Casa del Fascio per la prossima primavera, ma l'attenimento di questo programma è in relazione alle oblazioni ancora necessarie per sopperire alle necessarie spese che questa importante opera importa. Siamo sicuri che Lissone, come sempre, risponderà degnamente e generosamente. In questa plaga dove la capacità produttiva si fonde con la generosità che tutta, risente del magnifico impulso che il clima della rivoluzione hanno impresso alla vita del paese, non mancheranno i fondi a garantire la definizione di questa aspirazione, che coronerà i voti di tutta la popolazione Lissonese".




 

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la "III Settimana del Mobile lissonese"

20 Mars 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

manifesti della "II Settimana lissonese del Mobile" e della "III Settimana lissonese del Mobile" 
 


Lissone 1938: la pubblicazione (da cui è stato tratto l’articolo seguente) stampata in occasione della “III Settimana del Mobile lissonese”, mostra che durava quindici giorni e che attirava numerosi visitatori (nella seconda settimana lissonese del 1937 i vìsitatorì furono oltre 15 mila), fornisce indicazioni riguardanti la situazione socioeconomica del paese. Anche se i dati, presentati a volte con una certa enfasi tipica del regime fascista, non erano frutto di un vero censimento, danno comunque uno spaccato della realtà artigianale ed industriale lissonese di allora, oltre a mettere in evidenza la laboriosità dei suoi abitanti.

 


“Lissone annovera anche industrie disparate che vanno da quelle meccaniche a quelle dei legni, dalle tessiture ai setifici, dai salumiìfìcì ai calzaturiificl, dalle industrie edili alle industrie particolari dell'arredamento. Ventisei industrie con circa 4000 operai, 400 botteghe artigiane con più di 2000 artieri, uffici legali e tecnici, varie banche, servìzì ferroviari, tranviari e postelegrafonici, costitùiscono l'attrezzatura economica moderna di questa cittadina che, fra l'altro, tiene vive ed integre le risorse tradizionali del costume e del folclore...
  

Si producono mobili per la casa dal tipo più economico  a quelli più lussuosi, e poi mobili per alberghi, per collegi, per pensioni, per banche ed uffici a quelli per ospedali e per case di cura, per negozi, bar, cinema e teatri, per chiese, per gabinetti sperimentali, oltre ad una gamma policroma di mobilietti fantasia, per radio e per grammofoni, e sedie di ogni genere, anche imbottite e tappezzate, mobili in pelle, decorati, intarsìatì, artistici, mobili di ogni tipo e stile dai più moderni a quelli assai pregiati.

Ma un posto prevalente nella caratteristica industriale lìssonese vi è anche nella produzione delle impiallacciature che merìtatamente occupano il primo rango nel mercato europeo e poi in quella dei legni compensati il cui mercato a giusta ragione deve considerarsi il primo in Italia ed uno dei più reputati d'Europa. Nelle impiallacciature tutti i tipi di essenze vengono prodotte e la loro rinomanza è acquisita dal fatto che i legni lissonesi si diramano oltr’Alpi e oltremare, dall'Europa all’Africa, dal Sud America all'Oriente mediterraneo.

 
L'industria del legno - che da sole assurge a molti milioni di capitale investito - è impegnata anche in altre produzioni e lavorazioni, come i segati, i trancìatì, la cui importanza mercantile se giunge al seguito di quelle attinenti agl'impiallacciati e i compensati, non è peraltro di entità e importanza secondaria.
 

Vi sono infine altre attività, talvolta a caratteristica artigianale, che completano il quadro comparativo dell'industria del legno e dei mobili. Intendiamo riferirci a quelle lavorazioni particolari che si occupano dei serramentì, delle persiane, delle stuoie, dei banchi per falegnami, degli attrezzi e degli utensìlì diversi, degli articoli torniti e tecnici, degli imballaggi, ecc.

Si producono inoltre specchi e cristalli, marmi lavorati sia per mobili, sia per l'edilizia, sia ornamentali: stoffe per mobili, passamanerie ed altri tessuti, tappeti di lana; coperte, mobili e serramenti di ferro: ferri battuti; serrature, molle, chiodi, punte ed altre minuterie metalliche: bronzi fusi, molle d'acciaio e tutti quegli articoli che sono accessori per l'industria del legno, dell'automobilismo, dell'industria tessile e dell'agricoltura.

Tutto questo complesso dì attività che vede schierate 12 industrie addette alla lavorazione del legno, ben 118 stabilimenti per la produzione del mobilio, 8 industrie meccanìche, 6 opifici tessili, impegna circa il 44 % della popolazione.

Quest'anno, infatti, le caratteristiche della Mostra appariranno migliorate, sia dal lato tecnico da dal lato dello schieramento dei prodotti. La S. A. ALECTA ha cortesemente messo a disposizione del Comitato organizzatore un vasto salone lungo 700 metri e largo 25 dove l'esposizione sarà suddivisa nelle sue tre sezioni fondamentali: la Mostra del Mobile che occuperà circa 16 mila metri quadrati, la Mostra del Legno che ne occuperà più di 400. La restante area sarà impegnatà per la Mostra dell' Arredamento, per i prodotti dell'artigianato e per la Mostra dell'Arte.

Anche quest'anno gli espositori assommeranno ad una sessantina.”

   

tratto dalla pubblicazione curata per la "III Settimana lissonese del Mobileanno 1938



manifesto per l'inaugurazione della "IV Settimana lissonese del Mobile" anno 1939
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Lissone: correva l'anno 1939

20 Mars 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Così Lissone veniva descritta in un articolo contenuto nella monografia stampata in occasione dell’inaugurazione della “Casa del Fascio”, l’attuale Palazzo Terragni.

Si noti lo stile roboante e ampolloso, tipico del regime fascista.

 

undefined «In quest'ultimo decennio, Lissone ha mutato volto. Sono bastati due lustri di vita fascista perché un soffio di nuova vita percorresse l'industre cittadina e nuove opere sorgessero ad attestare l'operosità ormai indiscussa dei Lissonesi, lavoratori appassionati devoti alla loro terra.

Ma mentre le parole volano, sono le Opere espresse nel marmo e nella pietra che rimangono ad attestare la Civiltà, il lavoro fecondo e produttivo, l'amore vivissimo al Paese. È indiscutibile il fatto che Lissone, pure avendo un complesso di una ventina di migliaia di abitanti, ha onorato concisamente con il suo lavoro, la Patria.

È questo anzitutto, un merito delle gerarchie locali che han voluto e saputo dare un volto nuovo alla industre Cittadina. In queste pagine dimostrative della Rinnovata Lissone ci accingiamo ad illustrare le Opere migliori, che danno lustro alla Città, la quale nel suo aspetto nuovo e ridente, è certo da annoverarsi tra le più graziose e interessanti della Lombardia. 

Molte sono le Opere di carattere pubblico condotte a termine in questi ultimi tempi, è fra queste la Casa del Fascio, di cui più avanti parliamo ampiamente; opera di moderna architettura, ariosa, lineare, tutta luce che irrompe attraverso le grandi finestre dai tersi cristalli, costruzione modernissima che il valente architetto Terragni di Como ha saputo erigere, affermandola come una delle più moderne e maestose Case del Fascio che siano state sino ad oggi costruite.


 

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Il nuovo Asilo Infantile testé realizzato è un'Opera di grande rilievo.


Questo magnifico Edificio, eretto per volere ed a totale spesa del Comm. Cagnola, da otto anni degno Podestà del comune, per solennizzare la fatidica data della fondazione dell'Impero, costituisce un'altra fra le tante altruistiche Opere di bene.

Ossequiente al Motto Mussoliniano «Andare verso il Popolo» con simpatico gesto veramente fascista il Cagnola volle offrirlo alla popolazione per i suoi figli, gemme della nuova vita di questa operosa Cittadina. Ed è con tale donazione che si è iniziato l'effettuazione della Scuola Materna, che giusta la Carta della Scuola, disciplina ed educa le prime manifestazioni dell'intelligenza e del carattere.

Un'altra opera analoga e pur di grande rilievo è la «Casa di Riposo» costruita a spese del Cav. Oreste Agostoni, industriale Lissonese, ed essa pure donata con nobilissimo slancio, onorando con tale munifico atto, la venerata memoria dei propri genitori, ai quali s'intitola l'ospizio.

 

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Questo accogliente Edificio è una sontuosa costruzione costituita da un fabbricato di 3 piani, (di cui uno seminterrato) con 35 vani, tutti disimpegnati da corridoi, collegata all'Ospedale della Carità, situata nel centro di un parco stupendamente alberato, invitante al riposo e in essa possono essere ospitati un centinaio di persone.

Una deliziosa chiesetta di puro stile 900, armoniosa, invitante al raccoglimento e alla preghiera, in un'oasi di penombre suggestive ispiranti alla meditazione si trova nell'interno dell'edificio stesso. Essa viene a completarlo perché i vecchi e i minorati amano rivolgersi a Dio, nella pace solenne del Tempio.

Quest'ultima è dovuta agli Industriali Fratelli Malberti, con gesto altamente significativo, venne poi donata all'Ospizio stesso, del quale come abbiamo detto fa ormai parte integrante.

Lissone conta anche un magnifico Ospedale così detto della Carità; ha una capienza di 70 letti, praticamente disposti in camere ariose e igieniche.

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In tale occasione, ci piace ricordare un encomiabile gesto del defunto dotto Riva Mauro, che nel proprio testamento elargì una cospicua somma all'Ospedale.

Alla Presidenza di questa Istituzione di Carità è il Cav. Uff. E. Paleari, classico nome della vita lissonese.

Il Campo sportivo misura ben 20.000 metri quadrati e possiede tribune in cemento armato tutte coperte.
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La sistemazione della Piazza Vittorio Emanuele III e di Via Assunta, la sistemazione e l'adattamento e l’impianto con riscaldamento dei locali adibiti al consultorio dell'O.N.M.l.; l’acquisto del terreno per allargamento della strada vicinale corrente lungo la via Ferroviaria. La sistemazione di tronchi stradali Monza-Lissone e Lissone-Muggiò; sono essi pure opere necessarie effettuale dal Comune.

Ma non sono qui tutte, chè un grande fervore si è impadronito della nostra cittadina. Noi vedemmo l’ampliamento della illuminazione pubblica, un perfetto impianto di distribuzione del gas, la sistemazione della via Milano, e oltre a questo, come se non bastasse, ecco il Comune profondere contributi per la costruzione del canale di Bonifica alto Lambro principale e secondario, e assumersi la spesa per lavori aggiuntivi di canalizzazione interna (fognatura) e quella per la demolizione della vecchia chiesa parrocchiale, per la conseguente sistemazione della Piazza Vittorio Emanuele III, ecc.

Ma non basta. V’ha la sistemazione delle principali vie interne con pavimentazione permanente (Via Sant'Antonio e Loreto, Via SS. Pietro e Paolo, Via Como, Via Madonna e Via Paradiso e Garibaldi), un acquisto di area per la costruzione di un edificio scolastico previa approvazione di un progetto di costruzione di un edificio da adibire al nobile scopo dell’Educazione dei figli del Popolo: opera che è in via di attuazione e la cui spesa in bilancio preventivata sorpasserà 2.500.000 lire. Oltre a questo, ecco il Comune concedere un contributo per l’estensione dell’impianto di acqua potabile alle frazioni Bini Aliprandi e Santa Margherita; affinché l’acqua venisse distribuita in tutta la Città e nelle frazioni limitrofe.

Recentemente richieste dalle continue esigenze di carattere igienico morale dell’industria cittadina, vi sono altre opere interessanti. Importante fra queste un acquisto di terreno per l’ampliamento del cimitero Comunale, doveroso omaggio alle spoglie mortali dei Cittadini che nell’eterno riposo, sotto le ricordevoli marmoree stele, trovano un giusto premio alla loro vita operosa, spesa a pro’ della Comunità Lissonese, intenta solo alla perfezione, alle opere industri, e di bene.

Questa è Lissone moderna: esempio a tante altre piccole e grandi Città; poiché il sentimento animatore degli Italiani d’oggi è l’amore alla propria terra e il desiderio di renderla sempre più grande, più bella, più rispettata nel mondo». (Federico Lubrano)

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Gli scioperi del marzo 1944

13 Mars 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Lo sciopero generale attuato nel Nord Italia dall'1 all'8 marzo 1944 costituì  l'atto conclusivo di una serie di agitazioni cominciate, in forme e modalità diverse, già nel settembre 1943, all'indomani della costituzione della Repubblica Sociale Italiana e dell'occupazione tedesca, e sviluppatesi soprattutto nei mesi di novembre e dicembre. Lo sciopero del marzo 1944 presentò tuttavia una sostanziale novità. Esso fu infatti caratterizzato da una precisa matrice di natura politica, mentre le precedenti agitazioni, seppur non prive di risvolti politici, erano state attuate sostanzialmente in un'ottica di tipo economico-rivendicativo e avevano avuto come scopo primario il miglioramento sia delle condizioni salariali, attraverso la richiesta di aumenti, sia della situazione alimentare.

Con lo sciopero generale del marzo 1944 invece «le lotte operaie assunsero un carattere differente» perché si configurarono come una precisa forma di lotta politica antifascista e antitedesca. Deciso su iniziativa dei comunisti e approvato, dopo qualche esitazione dei socialisti, anche dagli altri partiti che facevano parte del Comitato Nazionale di Liberazione, lo sciopero iniziò il 1° marzo nelle fabbriche del "triangolo industriale", si diffuse rapidamente e per più di una settimana, fino a quando non venne represso dai tedeschi e dalla polizia di Salò attraverso una massiccia azione di rappresaglia e di deportazione dei lavoratori, bloccò gran parte delle attività produttive del Nord Italia.

Secondo fonti repubblichine allo sciopero parteciparono complessivamente 208.549 operai. A Milano gli scioperanti erano stati 119.000 nell'arco di cinque giorni e a Torino 32.600 per tre giorni. Addirittura maggiore risultava per i tedeschi il numero di coloro che si erano astenuti dal lavoro. Poiché Hitler aveva ordinato di deportare in Germania il 20% degli scioperanti, l'ambasciatore tedesco presso la Repubblica Sociale, Rudolph Rahn, calcolò che tale percentuale corrispondeva a 70.000 persone. Ciò significava valutare gli astenuti dal lavoro in 350.000, cifra veramente imponente. Proprio il consistente numero di coloro che avrebbero dovuto essere deportati, che avrebbe potuto rivelarsi controproducente sul piano politico e avere conseguenze di rilievo sullo sviluppo della Resistenza, indusse poi i tedeschi a ridurre le deportazioni. Anche se «la cifra esatta» dei deportati «non si è potuta avere», non è tuttavia «improbabile che ammontasse a 1200». Occorre inoltre sottolineare che i lavoratori tennero, nella maggior parte dei casi, un atteggiamento fermo di fronte ai tentativi dei dirigenti politici e sindacali repubblichini di indurli a riprendere il lavoro, cedendo alla fine solo per la repressione tedesca.

Preso in considerazione nell'ottica della «dimostrazione politica», lo sciopero generale ebbe «una grandissima importanza»:

Fu la più grande protesta di massa con la quale dovette confrontarsi la potenza occupante: attuata dimostrativamente senza aiuti dall'esterno, senza armi ma con grande energia e sacrifici. E non fu soltanto (assieme a quello dell'anno precedente) il più importante sciopero in Italia dopo vent'anni di dominio fascista, fu anche il più grande sciopero generale compiuto nell'Europa occupata dai nazionalsocialisti.

A ciò si deve aggiungere che «nella sottovalutazione del peso politico dello sciopero generale» non si è tenuto conto «a sufficienza del fatto che esso si svolgeva in un paese sottoposto alle leggi di guerra e dell'occupazione: più di 200.000 operai contemporaneamente in sciopero, dopo un inverno in cui le fabbriche erano state in continua agitazione, tranne che nel mese di febbraio, era un fatto di eccezionale rilievo e significato».Lo sciopero ebbe risvolti importanti anche nel favorire lo sviluppo della Resistenza perché, «dopo questa prima prova di forza condotta con armi diseguali», fece capire che «ormai il tempo degli scioperi era passato». La «scena dello scontro» quindi «si trasferì sui monti» e apparve chiaro che «soltanto la lotta armata delle bande partigiane contro gli occupanti avrebbe potuto avere successo». Non va inoltre dimenticato che le agitazioni diedero il colpo mortale alle speranze dei fascisti di Salò di "agganciare", attraverso la "socializzazione", i lavoratori.

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la "Rosa Bianca"

22 Février 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Sessantasei anni fa, il 22 febbraio 1943, furono processati e condannati a morte tre giovani del gruppo di resistenza tedesco la "Rosa Bianca".


  
Sophie Scholl
, Hans Scholl e Christoph Probst vennero decapitati nello stesso giorno dopo solo qualche ora dalla sentenza.

La loro colpa era di aver scritto e distribuito sei volantini antinazisti..

Al di là del valore pratico della resistenza messa in atto dai ragazzi della "Rosa Bianca", ciò che va sottolineato è il valore etico della loro azione. La resistenza che questi giovani cercavano di suscitare nel popolo tedesco era una forma di non violenza: la disobbedienza.

La pericolosità dell'atto di dissenso per un regime totalitario e oppressivo rappresenta il maggior pericolo.

Non è la violenza che può spaventare i teorici dell'oppressione ma il pensiero che, finalmente libero, fa della disobbedienza arma di libertà.

 

per un approfondimento sulla "Rosa Bianca" leggere:

Ricordi della "Rosa Bianca"

di George J. Wittenstein

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Una medaglia ai militi repubblichini? il NO dell'ANPI di LISSONE

9 Février 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Il famigerato ddl 1360 vuol equiparare militari, deportati e partigiani ai repubblichini attraverso un istituendo Ordine del Tricolore. Questo conferirebbe onorificenze e tributi finanziari anche a chi prese le armi contro la libertà e la democrazia.

L’iter dell’operazione revisionista ha avuto inizio il 23 giugno 2008 quando la proposta di legge in questione viene presentata e quindi affidata alla Commissione Difesa della Camera. Relatore viene nominato Edmondo Cirielli, AN, che scrive: 

«La presente proposta di legge nasce dall’esigenza di attribuire a coloro che hanno partecipato alla Seconda guerra mondiale un riconoscimento analogo a quello attribuito ai combattenti della guerra 1914-1918 dalla legge 18 marzo 1968, n. 263. L’istituzione dell’ Ordine del Tricolore deve essere considerata un atto dovuto, da parte del nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre sessanta anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della “bontà” della loro lotta per la rinascita della Patria. Non s’intende proponendo l’istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull’altare della memoria comune, ma riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia; nello smarrimento generale, anche per omissioni di responsabilità ad ogni livello istituzionale, molti combattenti, giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e “imperiale” del ventennio, ritennero onorevole la scelta a difesa del regime, ferito e languente; altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa, “liberatrice”, pensando di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro Patria. (...)».

L’ANPI di Lissone fa sentire la sua voce forte e chiara contro la proposta di legge n. 1360 che  pretende addirittura di assegnare una nuova onorificenza della Repubblica ai soldati e ai militi della repubblica di Salò

Partigiani e repubblichini assieme, tutti insigniti di un cavalierato revisionista all'insegna di una grottesca pacificazione, che i 42 firmatari della 1630, parlamentari di centrodestra, sperano di far digerire ai partigiani.

Se la proposta diventasse legge, il passo finale verso la banalizzazione o il ribaltamento della storia italiana sarebbe compiuto: l’obiettivo da demolire è evidentemente l’antifascismo. 

Le lettere degli ex Presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi

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Il Piano Marshall

31 Janvier 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Il 5 giugno 1947, il generale George Marshall, segretario di Stato americano, prende la parola all’Università di Harvard. Il suo discorso, che mostra tutto l’interesse che gli Stati Uniti hanno per la ripresa economica dell’Europa, sarà conosciuto come l’inizio ufficiale del Piano Marshall.

L’economia europea è allora nel caos. Diversi stati del continente europeo si trovano devastati dalla guerra; i viveri, il combustibile, le materie prime mancano. C’è minaccia di disoccupazione, le riserve in oro e le divise sono esaurite. Agli Americani sembra che l’Europa non potrà mai risollevare da sola la sua economia e temono che, a causa della miseria regnante, si installi un regime comunista. Evocando questa situazione, George Marshall dichiara che gli Stati Uniti sono pronti a venire in aiuto a tutti i « Paesi ad ovest dell’Asia » ma che l’iniziativa deve venire dall’Europa stessa.

L’URSS rifiuterà questo «strumento dell’imperialismo del dollaro». La Polonia e la Cecoslovacchia accettarono di assistere ai lavori della Conferenza  di Parigi, poi rifiutarono cedendo alle pressioni sovietiche.

manifesto del Piano Marshall



Sedici nazioni, l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Francia, la Grecia, l’Irlanda, l’islanda, l’Italia, il Lussemburgo, la Norvegia, l’Olanda, il Portogallo, il Regno Unito, la Svezia, la Svizzera e la Turchia accolsero favorevolmente la proposta americana. I loro rappresentanti si riunirono a Parigi il 12 luglio 1947 e crearono il Comitato di Cooperazione Economico Europeo (C.C.E.E.) che sarà incaricato di elaborare un programma di aiuti comune. La C.C.E.E. sarà sostituita, nell’aprile 1948, dalla O.E.C.E. – Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica.

Cinque mesi dopo il discorso del generale George Marshall ad Harvard, il lavoro preparatorio sul Piano Marshall è terminato e, il 19 dicembre 1947, il presidente Truman indirizza alla Conferenza un comunicato sul sostegno americano all’Europa. Il progetto di legge sarà ratificato il 2 aprile 1948.

Il Foreign Assistant Act è un piano quadriennale per mettere in opera il programma di salvataggio dell’Europa; concede per il primo anno un credito un credito di 4 milardi e 300 milioni di dollari. Degli accordi bilaterali sono presi con le nazioni partecipanti e ciascun governo straniero dovrà depositare dei fondi in divisa nazionale equivalente alle cifre ricevute per consentire di procurarsi le materie prime, le attrezzature e i prodotti alimentari indispensabili a riorganizzare l’economia del suo paese.

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L’Europa della disillusione

30 Janvier 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

All’indomani della capitolazione del Reich, tutti i Paesi europei, vincitori o vinti, si ritrovano in una situazione drammatica.

Contrariamente a tutte le attese, il ritorno alla normalità, alla vita dell’anteguerra, non arriva.

Le produzioni industriali e soprattuto quelle agricole restano drammaticamente insufficienti. Le restrizioni continuano, si aggravano. L’inflazione aumenta e il mercato nero, che ha prodotto già delle scandalose fortune, prospera. Un’atmosfera di dubbi, di disillussioni si diffonde.

I film, la letteratura esprimono questo stato d’animo. In Italia, il cinema neorealista presenta l’immagine di un mondo chiuso, senza via d’uscita. Lo smarrimento dell’uomo appare in « Roma città aperta » di Rossellini e in «Ladri di biciclette» di Vittorio De Sica. L’esistenzialismo di Jean Paul Sartre va nella stessa direzione : «Etre et Le Neant», accessibile ad un numero esiguo di iniziati, i suoi romanzi o i suoi pezzi teatrali, come «Le diable et le bon Dieu», esprimono perfettamente lo smarrimento dell’uomo moderno.

Nel campo politico si ritrova la stessa incertezza. Inizialmente tutto era rientrato nell’ordine : i perturbatori erano morti. La sconfitta dei regimi totalitari è completa. A Tokio, a Norimberga i responsabili ricevono la giusta punizione. La crociata delle democrazie è finita con una vittoria meritata. Il bene trionfa sul male.

L’eroismo del popolo sovietico, il coraggio dei comunisti nella Resistenza hanno, in gran parte, cancellato gli effetti disastrosi del patto tedesco-sovietico, della guerra di Finlandia, dell’annessione dei Paesi Baltici.

Nell’Europa orientale, le domocrazie popolari sembrano inizialmente tollerare una certa libertà d’espressione e l’attività dei partiti liberali. In Bulgaria, in Romania, la monarchia rimane. La Cecoslovacchia presenta, in apparenza, l’aspetto di una vera democrazia. Ma i comunisti che già beneficiano della presenza dell’Armata Rossa si infiltrano nelle amministrazioni, creano le milizie operaie ed occupano i posti chiave : informazione, Interni, Forze armate. La tappa decisiva avviene tra il 1946 e il 1948. Da Sofia a Praga, passando per Varsavia e Bucarest e Budapest i comunisti si impadroniscono di tutto il potere, eliminano gli avversari e si orientano verso un socialismo rigido, che non sarà da meno di quello della Russia stalinista.


Anche l’Europa occidentale conosce un periodo di incertezza che dura circa due anni.
La Germania costituisce un caso a parte. Rimane sottomessa all’occupazione militare dei Quattro Grandi e ad una amministrazione diretta mirante ad una «denazificazione». Ma dal 1945 gli Alleati rinunciano al Piano Morghenthau che doveva riportare la Germania ad una economia pastorale. «Della zuppa alla sera» disse Roosevelt. Essi rinunciano ugualmente a tutte le indennità, allo smontaggio delle industrie e allo smantellamento dei Konzern. Ma fu sopratutto in Italia, in Francia, in Belgio e in Olanda che si fecero sentire gli effetti della guerra. Si assistette al declino dei partiti conservatori tradizionali compromessi con l’occupante o che si sono alleati a regimi nati dalla sconfitta. D’altro canto, l’epurazione, il rinnovamento della stampa contribuiscono a fargli perdere una parte del loro seguito e della loro influenza.
Nel corso dei primi mesi, lo spirito della Resistenza non dura molto: tre grandi formazioni della stessa consistenza, dirigono la vita politica: i comunisti, i socialisti e i democratici cristiani.
Delle audaci riforme sono portate avanti sopratutto in Francia. Nazionalizzazione delle industrie di base, petrolifere, elettricità, gas, senza contare certe imprese di credito e qualche grande gruppo industriale come Renault e Air France. Un grande ente di Sicurezza Sociale raggruppa tutte le casse a sostegno delle famiglie, le assicurazioni contro le malattie, gli incidenti sul lavoro e sulla vechiaia. Delle riforme simili si hanno in Italia e anche in Gran Bretagna che, con l’avvento dei Laburisti al potere, fa l’esperienza dello Stato sociale (welfare). Infine lo Stato interviene in maniera diretta nell’economia, sia per mezzo dell’intermediazione di enti pubblici, come l’IRI in Italia. Tuttavia l’unione nata con la Resistenza non dura che qualche mese. Non tardano a sorgere dei conflitti in tutti i Paesi dell’Europa occidentale, tranne che in Inghilterra che non ha conosciuto ne l’occupazione, ne la sconfitta.  
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un’opera poco conosciuta di Giuseppe Terragni

28 Décembre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo


La sala O della Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932

La Mostra della Rivoluzione Fascista, aperta al pubblico agli inizi del mese di ottobre, segnò l'apice di un vasto programma espositivo del regime fascista inaugurato agli inizi del 1932.

Un modello che si basava sull'ideazione di un percorso tematico e su una suddivisione della mostra in diverse sezioni, ognuna delle quali trattava un aspetto del tema dell'esposizione. All'ideazione di ciascuna sezione collaboravano uno storico e uno o più artisti o architetti che insieme ne curavano l'allestimento.

Nella Mostra della Rivoluzione Fascista l'uso della fotografia divenne centrale nell' allestimento e nell' architettura delle sale; non si presentarono semplici ritratti ma anche gigantografie, fotomontaggi montati su pannelli ed esposti a tutta parete insieme a fotomosaici (detti anche fotomurali). La fotografia quindi, non solo ricopriva intere pareti delle sale espositive ma era incorporata nell'architettura della mostra, diventando parte integrante del design dell'esposizione.

Le sale erano 19, contrassegnate con lettere dell'alfabeto e organizzate cronologicamente ognuna allestita con plastici a parete, fotomontaggi, bandiere, sculture, statue e oggetti tridimensionali d'ogni genere.

L'itinerario della mostra conduceva i visitatori negli avvenimenti storici italiani dal 1914 al 1922, secondo una lettura fascista della storia: dal 1914 (sala A) all'adunata dei Fasci d'Azione rivoluzionaria (sala B) alla guerra italiana (1915-1918) (sale C e D); dalla fondazione dei Fasci (Sala E) agli altri avvenimenti cruciali dell'anno 1919 (sale F e G); dal 1920 (sale H e I) alla presa di Fiume e della Dalmazia (sale L e M); dall'anno 1921 (sala N) fino al 1922 (sala O). Arrivati a questo punto, i visitatori avevano ripercorso la storia del fascismo ed erano stati assaliti dalle informazioni visive che straripavano dalle pareti e dalle bacheche.

Gli osservatori venivano aggrediti in continuazione dal materiale esposto e questa continua sollecitazione emotiva faceva sì che ogni elaborazione critica fosse rimandata in continuazione fino a essere negata.

Le sale dedicate alla marcia su Roma, avevano il compito di rappresentare un punto fermo nella storia del fascismo, il momento in cui il movimento fascista si trasforma in regime, e questo cambiamento era sottolineato dalla pro­gressiva trasformazione dell' architettura modernista in architettura celebrativa.

Sia l'architettura austera che la penombra che regnava nell' ambiente contribuivano a produrre un forte impatto emotivo, rafforzato dalla registrazione di voci che intonavano «Giovinezza».


La sala
O

Specialmente nell' architettura della sala O, ideata da Giuseppe Terragni, uno dei più importanti architetti razionalisti italiani, la fotografia risultava l'elemento strutturante.

Per questa sala Terragni ideò un allestimento assolutamente inedito, basato su fotomosaici o fotomurali, enormi fotomontaggi a tutta parete che interpretavano gli episodi salienti dell' anno 1922, dal gennaio fino agli inizi del mese di ottobre.

Tramite il montaggio e poi la stampa di più negativi, si creava un'immagine che comprendeva primi piani insieme a campi medie lunghi, eliminando ogni spaziatura cosi da riprodurre la percezione del tumultuoso e incalzante evolversi degli avvenimenti documentati.

I fotomosaici erano fondamentali in questa sezione, che dava forma all'incalzante susseguirsi delle azioni squadriste che culminarono con la  mobilitazione fascista contro lo «sciopero egalitario», l'incendio dell' «Avanti!» e l’occupazione di Palazzo Marino a Milano e Palazzo S. Giorgio a Genova, insieme al susseguirsi delle azioni sovversive nelle varie città italiane che anticiparono la marcia su Roma. 
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La sala O era dunque centrale nel percorso della mostra, perché rappresentava una svolta nel movimento fascista e il culmine delle manifestazioni di massa per l’assalto al governo e la presa del potere. 

Il fotomosaico «Adunate!» ricopriva tutta la parete di sinistra della sala O e riproduceva un fotomurale gigantesco lungo 10 metri composto da primi piani e sfondi di adunate oceaniche da cui emergevano tre eliche al di sopra delle quali si stagliava una selva di mani levate nel saluto romano, illuminate dal basso da una luce abbagliante. Al centro del fotomosaico era riprodotto l'ingrandimento di una lettera di Mussolini, che cosi scriveva: «Ai pavidi, ai diffamatori, alle canaglie tutte che tentano con mezzi obliqui e criminali di arrestare il Fascismo, possiamo rispondere che, quando "si dà col sangue alla ruota il movimento", si arriva alla meta suprema: la grandezza della Patria. Mussolini».

Sia la citazione del verso di Giosuè Carducci «quando col sangue a la ruota si dà il movimento», sia la vetrina con i ritratti e gli oggetti-reliquia, facevano allusione a una sorta di sacrificio dei fascisti, e alloro patto di sangue che mitigava il minaccioso militarismo rappresentato dall'immagine.

Nel fotomosaico di Terragni, vero esempio di uso fascista della fotografia, le sagome delle mani tese nel saluto romano, invece di significare partecipazione dell'individuo alla vita politica, funzionavano da mera decorazione all'immagine centrale delle masse, contenute e risucchiate dalle turbine.

Una massa indifferenziata, non l'insieme dei singoli individui. Il fotomurale di Terragni costituiva quindi un perfetto esempio di estetizzazione della violenza, propria dell'immagine fascista.



Le immagini seguenti riproducono alcune pareti della sala ideata da Giuseppe Terragni. Sono enormi fotomontaggi che interpretavano gli episodi salienti dell' anno 1922, dal gennaio fino agli inizi del mese di ottobre.

undefined undefined undefinedfotomurale dal titolo "me ne frego"

"iene umane"

"incendio dell'Avanti (n.d.r. girornale del Partito Socialista)"

"

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