Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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La violenza dei corpi militari della Repubblica Sociale Italiana

17 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dopo l'8 settembre 1943 le forze occupanti lo Stato italiano sono due, quelle angloamericane e quelle tedesche, le prime operano con ciò che resta dello Stato legittimo, le seconde si adoperano per creare un'altra unità statale sul territorio italiano: la Repubblica Sociale Italiana. Questa istituzione non viene mai riconosciuta dagli Stati neutrali e si profila come un governo di fatto che interrompe temporaneamente la potestà dello Stato legittimo la cui sovranità è impedita ma non soppressa.

Le condizioni strutturali proprie della Repubblica Sociale Italiana permettono e favoriscono l'incontrollabilità della violenza. Tale istituzione è caratterizzata da un centro debole, incapace di esercitare una piena autorità sui vari corpi come di sorvegliare sulle azioni di questi. Manca di conseguenza un coordinamento tra i corpi militari.

Di fatto ogni corpo militare della Rsi risulta a se stante, con comandanti ambiziosi in aperto conflitto fra loro ed ostili ad ogni limitazione dei propri poteri; anche le divise sono diverse, tanto da accentuare la perdita di identità del fronte fascista repubblicano, identità smarrita, resa in altro modo evidente dalle differenze di comportamento dei vari corpi. Sono quattro i corpi militari dellà Repubblica di Salò: le quattro divisioni (Italia, Littorio, Monterosa, San Marco) dell'esercito di Graziani, la Guardia Nazionale Repubblicana di Renato Ricci, le Brigate nere di Alessandro Pavolini, la Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese; quest'ultima si pone inizialmente alle dirette dipendenze operative del comando militare tedesco, ma finisce per assumere le caratteristiche di esercito personale del suo comandante, il quale, secondo rapporti confidenziali inviati a Mussolini, si sarebbe rifiutato di prendere ordini dal Centro arrivando a manifestare, anche apertamente, il proprio disprezzo per i fascisti considerati troppo supini verso i tedeschi. Accanto a questi quattro corpi ve ne sono altri, di dimensioni decisamente minori, noti come squadre autonome; fra queste la più numerosa è la compagnia intitolata a Ettore Muti che, nel momento di maggiore espansione, arriva a contare 2.300 uomini. Le squadre autonome si inseriscono in un processo centrifugo di caotica dispersione delle forze del fascismo repubblicano. Queste squadre finiscono spesso per trovare gerarchi compiacenti che, per accrescere la loro influenza, ne coprono le malefatte garantendo una totale impunità che parte dai furti e arriva alla tortura. Sia le autorità tedesche che quelle della Rsi gradiscono la tortura sistematica svolta da queste squadre. Il ministro degli Interni della Rsi, Guido Buffarini Guidi, oltre a gestire ciò che resta delle forze dell' ordine, è diretto responsabile e protettore di varie squadre autonome, autentiche compagnie di tortura come la banda Koch e la Muti. Il ministro è ben cosciente dei metodi di questi corpi che sono un'occasione di potere per delinquenti e aguzzini, e l'ultimo approdo per i reietti già cacciati da altre formazioni. Queste compagnie sono quasi sempre stanzlali (soltanto la Muti ha un battaglione mobile), le loro sedi, spesso chiamate nelle varie città, «ville tristi» sono autentiche officine di tortura dove con sadico divertimento si sperimentano su uomini e donne, i limiti umani alla sopportazione del dolore. La pratica della tortura diviene diffusa e nota al punto che a Milano è il cardinale Schuster ad agire, in diversi momenti, nei confronti di Mussolini e di don Luigi Corbella, uomo molto vicino alle gerarchie di Salò invitando entrambi a 'muoversi per porre fine all' azione di queste polizie speciali.

L'attività di questi corpi ha inizio tra il settembre 1943 e il gennaio 1944, ma anche le Brigate Nere e la Decima Mas attuano metodicamente le pratiche della tortura. Questo modo di condurre il conflitto è l'esplicito riconoscimento della propria impotenza a combattere in modo diverso il nemico. Le Brigate Nere, che dovevano essere sotto il profilo della struttura organizzativa l’equivalente fascista. del movimento partigiano, non sono quasi mai in grado, al pari degli altri reparti armati di Salò, di sostenere combattimenti con le formazioni della Resistenza. Dalle stesse fonti tedesche affiora il biasimo per l'arrendevolezza dei corpi fascisti quando si trovano attaccati dai partigiani.
da “La lunga liberazione” di Mirco Dondi - Editori Riuniti/l’Unità - aprile 2008

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Rodolfo Graziani: il “più sanguinario assassino del colonialismo italiano”

17 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

maresciallo Graziani LibiaNel 1930, Rodolfo Graziani aveva coordinato la deportazione dalla Cirenaica di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti a marciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto libico fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.

E fu ancora lui, il viceré d’Etiopia mussoliniano, a scatenare, in quei giorni di febbraio del 1937, la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada... Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».

I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».

Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope. Una strage orrenda: la repressione fascista in Etiopia vide il martirio di almeno 1.400 religiosi vittime d’un eccidio affidato, per evitare problemi di coscienza, ai reparti musulmani inquadrati nel nostro esercito.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Graziani si schierò con la Repubblica sociale e divenne ministro della difesa. In questa veste tentò di creare, con l’aiuto dei tedeschi, un esercito fascista regolare, che però, invece di essere schierato al fronte contro gli Anglo-americani, ebbe praticamente compiti di polizia interna e di repressione antipartigiana.

In seguito all’ordine di disarmo, firmato da Graziani, 2.500 carabinieri di Roma furono deportati in Germania, il 7 ottobre 1943.

Catturato nell’aprile del 1945, Graziani sfuggì alla fucilazione: processato, nel 1948, dalla corte di assise straordinaria di Roma, poi dal tribunale militare, fu condannato a diciannove anni di reclusione per «collaborazionismo col tedesco invasore». Ne scontò solo cinque e, nel 1950, venne liberato. Divenne presidente onorario del Movimento sociale.

È una vergogna che nel 2012, il comune di Affile, in provincia di Roma abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano».

 

 

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No a una "Via Giorgio Almirante" a Roma

5 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Una netta presa di posizione contraria all'idea di intitolare una via della Capitale a Giorgio Almirante è stata sottoscritta unitariamente a Roma il 27 maggio 2008 dalle organizzazioni che si rifanno alla Resistenza. Analoga presa di posizione è stata espressa lo stesso giorno dal rappresentante della Comunità ebraica romana. Pubblichiamo il testo della lettera aperta inviata al Sindaco Gianni Alemanno.

Al Sindaco di Roma On. Gianni Alemanno

L’intitolazione di una strada o di una piazza è un momento importante, indica anche alle future generazioni un esempio, un modello di vita e di cittadinanza. La scelta dei nomi da dare ai luoghi pubblici è dunque occasione per una riflessione sulla storia e sulla identità di una nazione, sul suo passato e sul suo futuro. Non ci appassiona un confronto toponomastico sulla storia del paese e su possibili equiparazioni o giudizi tra protagonisti di vicende del passato.

Per queste ragioni, ci sembra del tutto improponibile intitolare una via della capitale a un uomo politico come Giorgio Almirante che ha partecipato come protagonista alla rivista del nascente razzismo fascista (La difesa della razza, di cui è stato segretario di redazione). Ha quindi contribuito in prima persona a quella persecuzione antiebraica che è stato “il male assoluto”, come ha riconosciuto anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini.

Ha poi svolto un ruolo importante nella Repubblica di Salò, in cui è stato capo di gabinetto del Ministro Mezzasoma. Firmò allora anche il bando di fucilazione dei giovani italiani che rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della Rsi per combattere assieme ai nazisti. Nel dopoguerra ha fondato il Movimento sociale italiano - che si richiamava sin dal nome alla Repubblica sociale. Non sono questi gli esempi, ci sembra, da dare ai giovani e ai futuri cittadini, invitiamo quindi il sindaco Alemanno a mantenere il suo impegno a essere sindaco di tutti, attento garante del tessuto democratico della città.

ANED (Associazione nazionale ex deportati) sede provinciale di Roma

ANEI (Associazione nazionale ex internati)

ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia) sede provinciale di Roma

ANPPIA (Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti) sede provinciale di Roma

FIAP (Federazione italiana associazioni partigiane)IRSIFAR (Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza)

Circolo “Gianni Bosio

Roma. 27 maggio 2008 ma

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Oreste Parma

13 Mai 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

unico sopravvissuto lissonese del lager di sterminio di DORA
 

 

  

 

          " Ti hanno dato un nome di donna, Dora.

          Avresti dovuto rasserenare le fronti  affaticate.

          Ti hanno dato un nome di donna, Dora,

          per ingannarci ancora una volta.

          Tu eri, Dora, una donna di pietra.

          Migliaia e migliaia ti son morti tra le

          braccia,

          migliaia ti hanno maledetta,

          il tuo respiro era gelido,

          il tuo sorriso era di ghiaccio

          e il tuo bacio avvelenato. "

 

                 Stanislas Radimecki

                 Deportato ceco

 

 

 

Nato a Lissone il 7/06/1919, morto a Lissone il 25/06/1988.

 

Arruolato come soldato nell’Artiglieria, all’inizio della II guerra mondiale fu inviato prima sul fronte francese poi su quello greco-albanese. Quando arrivò l’8 settembre 1943 era di presidio nelle isole Cicladi, avendo l’Italia l’occupato la Grecia.  

Nella tarda serata dell’8 settembre 1943 cominciò a circolare la notizia, non controllata e attinta non si sapeva bene da quale fonte, che un armistizio era stato concluso fra l’Italia, l’Inghilterra, l’America e la Russia. La situazione si presentava oscura, greve di incognite.

I tedeschi diedero il via all’operazione “Achse”; il piano mirava a neutralizzare le forze italiane dislocate nel mare Egeo. L'irresolutezza e la contraddittorietà dell'atteggiamento dei comandi furono alcuni dei motivi che determinarono la caduta del presidio di Rodi e dell'intero Egeo, dove pur non mancarono ufficiali capaci e coraggiosi che seppero prendere l'iniziativa e battersi con accanimento.

Una direttiva tedesca del 15 Settembre 1943 per il trattamento degli appartenenti alle Forze Armate italiane precisava con frase lapidaria: “chi non è con noi, è contro di noi”.

I militari italiani dovettero scegliere: con o contro i tedeschi, dividendosi in due gruppi. La decisione fu unanime, tutti si schierano contro.

Disarmati, come prigionieri vennero portati in nave al Pireo, il porto di Atene da dove iniziò il lungo viaggio verso i campi di concentramento in Germania su vagoni ferroviari piombati.

L’obiettivo di Hitler era quello di eliminare dallo scacchiere della guerra uomini che, eventualmente schierati sul fronte opposto, avrebbero potuto creare problemi alle sue armate e, nello stesso tempo, recuperare braccia da impiegare nell’industria tedesca.

Inizialmente considerati “prigionieri di guerra”, la loro qualifica mutò presto in “IMI internati militari italiani”.

Oreste Parma fu in quella frazione di internati militari che finì, con percorso anomalo, in un Lager KZ (da Konzentrationslager = campi di concentramento per prigionieri politici) anziché nei campi di concentramento e detenzione per IMI.

Il nome del lager in cui venne rinchiuso era Dora. Dora non è un nome di donna, come si dice nella poesia, ma la sigla delle parole Deutsche Organisation Reichs Arbeit, dove rimase per circa 20 mesi. Le condizioni dei deportati erano particolarmente dure, per il troppo lavoro, per la cattiva alimentazione, e per le percosse a cui spesso erano sottoposti.

Durante i 20 mesi trascorsi nel Lager di Dora, a causa del suo deperimento fisico dovuto alla scarsa alimentazione, Oreste Parma rischiò anche di essere fucilato non avendo prontamente risposto agli ordini di un Kapò. Destino volle che, a differenza di Aldo Fumagalli, un altro lissonese morto a Dora, Oreste riuscisse a tornare nell’agosto del 1945 a Lissone.

 

Il campo di Dora

“ Si trovava a 5 chilometri da Nordhausen, alle pendici del Harz nella Turingia.

Ciò che avveniva nel Hartz, al centro della Germania, veniva tenuto assolutamente segreto, tanto che per un raggio di 50 chilometri tutt'intorno, occorreva uno speciale permesso per transitare.

Non so quale fosse stato il criterio per la scelta della località, ma credo che i tedeschi la ritenessero particolarmente sicura, e infatti, durante tutta la mia permanenza, non una bomba colpì mai la zona.

Nell'ottobre 1943 il campo si presentava come una vallata disboscata con grandi sbancamenti di terreno per tracciare strade e spiazzi dove costruire baracche.

Il perimetro del campo era recintato con pali in cemento collegati fra loro da filo spinato e alimentato da corrente elettrica ad alta tensione. All'interno della recinzione, a distanza di qualche metro fra loro, dei paletti recavano cartelli segnalanti il pericolo di morte.

Fuori dal recinto erano montate le garitte alte circa 10 metri per i militi SS di guardia, armati di mitra. Potenti riflettori illuminavano a giorno il campo nelle ore notturne.

All'inizio il Dora era un sottocampo alle dipendenze di Buchenwald, ma alla fine dei lavori, nel '44, divenne campo principale con 7 sottocampi e 32 Kommandos di lavoro esterni. L’importanza, assunta nel tempo dal Dora, era dovuta al fatto che qui si costruiva la famosa arma segreta dei tedeschi, quella che secondo Hitler avrebbe determinato la vittoria nazista.

 

 

E’ evidente quindi l'importanza strategica·del Dora come fabbrica bellica; i deportati qui reclusi dovevano allestire le strutture abitative e i servizi minimi per la sopravvivenza dei lavoratori forzati e terminare la costruzione di un tunnel sotterraneo, dove alloggiare la catena di montaggio per i micidiali missili V1 e V2.

 

Il tunnel, a lavoro ultimato, si presentava come un piccolo paese sotterraneo e consisteva in due grandi gallerie parallele lunghe circa due chilometri, collegate da 52 gallerie trasversali. In queste ultime erano posti i poveri giacigli dei detenuti addetti alla costruzione, che potevano restare per settimane in quella tomba senza vedere la luce del sole.

Dati risalenti al 25 marzo 1945 riportano un numero di 34.521 prigionieri internati, appartenenti a 17 nazionalità diverse.

Ogni internato, sulla casacca a righe, portava il proprio numero di matricola ed un triangolo diversamente colorato per distinguere la categoria cui apparteneva.

 

Triangolo rosso per i deportati politici tedeschi

Triangolo rosso con la sigla della propria nazione, per i deportati politici stranieri (noi eravamo IMI, cioè Italiani Militari Internati e portavamo nei primi tempi al braccio una fascia tricolore)

Triangolo verde per i delinquenti comuni

Triangolo verde con S per i delinquenti comuni condannati all'ergastolo

Triangolo nero per gli asociali

Triangolo rosa per gli omosessuali

Triangolo viola per gli zingari

Triangolo azzurro per gli apolidi

Triangolo granata per i testimoni di Geova Stella gialla per gli ebrei

Triangolo giallo con sovrapposto triangolo rosso per gli ebrei detenuti politici.

 

Nel progetto nazista quindi, il campo Dora aveva più funzioni; se lo scopo primario era la costruzione dell'arma segreta, non si rinunciava comunque allo sterminio dei "diversi" dalla razza ariana, al lavoro forzato dei condannati di reati comuni, all'eliminazione degli avversari politici, alla sperimentazione medica su cavie umane.

 

.. inquadrati, in divisa, come forza lavoro se adatti …

E' questo un esempio "luminoso" di razionalità ed organizzazione, dove tutto è calcolato tranne una cosa: il valore della vita umana.”

(da “Educare alla pace” di Lucia Araldi Editore Mattioli 1885 Fidenza 2002)

 

Nel 1975 alcuni superstiti di Dora iniziarono a trovarsi a Salsomaggiore.

 

Nel 1984 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, con l’allora Ministro della Difesa Giovanni Spadolini, conferì ad Oreste Parma il Diploma d’Onore di Combattente per la Libertà d’Italia.

 

Inoltre, nel 1984, vi fu un riconoscimento da parte del governo tedesco.

 

Nel 40° anniversario della Liberazione, l’associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Lissone, Presidente Fortunato Arosio, e l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, consegnarono una targa d’argento come “Onore al merito” “all’ex combattente deportato politico ORESTE PARMA unico sopravvissuto Lissonese del lager di sterminio di DORA-BUCHENVALD”.

 

 

 

 

Il fazzoletto che Oreste Parma indossava alle celebrazioni del 25 aprile, a cui non mancava mai, e ai raduni dei superstiti del lager di Dora a Salsomaggiore dove esiste il monumento al deportato.

Bianca e azzurra era la casacca a righe che indossavano i reclusi nel lager. Il triangolo rosso con l’iniziale della nazione di appartenenza contraddistingueva gli italiani.

Oreste Parma è morto il 25 giugno 1988, all’età di sessantanove anni, nella sua casa di Via San Carlo a Lissone.

Oreste «Non ha più avuto una vita normale; non ha mai potuto dire che tutto andasse bene … »

Come dice Shlomo Venezia, un altro sopravvissuto ai lager, « tutto mi riporta al campo qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre allo stesso posto … non si esce mai davvero …


Ringrazio la moglie Adelaide Baragiola per avermi reso partecipe delle vicissitudini di suo marito. (RP)

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Una sofferta testimonianza di Oreste Parma, “un uomo fiaccato nello spirito e sfibrato nel fisico” raccolta da Giuseppe Pizzi

 

«Visitando il sito dell’ANPI Lissone  mi sono imbattuto nella figura di Oreste Parma, una persona che ho conosciuto e riconosciuto nella foto (a suo tempo mi era noto con un diminutivo “Parmen”, come si usa a Lissone).

In piazza Libertà, nel luogo della farmacia di oggi c'era allora il bar con annessa pasticceria del Dante e della Lina dove la combriccola di studenti di cui facevo parte era solita bivaccare soprattutto nelle sere d'estate quando, liberi da incombenze scolastiche, potevamo tirar tardi senza provare sensi di colpa.

Sarà stato suppergiù il 1957-58, io ero poco più di un ragazzo ma il bar era frequentato da un folto gruppo di 30-40enni, tra questi anche l'Oreste, ai quali fascismo e guerra avevano in vario modo bruciato la gioventù.

Siccome gli uomini, quando si trovano fra di loro, finiscono per parlare di avventure giovanili, quelle che avidamente ascoltavo nelle serate estive della mia pacifica giovinezza erano quasi sempre storie di guerra, per la verità perlopiù storie di scanso della guerra cioè di renitenza alla leva repubblichina: fughe, nascondigli, travestimenti, l'intero repertorio della condizione di imboscato arricchito da un contorno di particolari boccacceschi che trascinavano a una sguaiata ilarità.

Una sera ha parlato anche l'Oreste e l'uditorio s'è fatto subito muto.

Sebbene siano passati una sessantina d'anni ne ho un ricordo vivo e dettagliato, a voce bassa e rotta dall'emozione come se si vergognasse di aver visto e patito l'inferno, si è messo a raccontare l'esistenza nel campo di DORA, presso Nordhausen, dove era malcapitato dopo l'8 settembre quale militare italiano "traditore", gelo, fame, vergate, lavoro massacrante, crudeltà inimmaginabili, diceva di aver visto un prigioniero affogare in un secchio d'acqua sotto il tallone di un carceriere. Ero allora cosciente, e lo sono tuttora, di ricevere la sofferta testimonianza di un uomo fiaccato nello spirito e sfibrato nel fisico -- fatiche stenti percosse gli avevano rovinato i reni (nel lager gli accadeva di pisciar sabbia), un male che i miasmi del suo mestiere di lucidatore di mobili non aiutavano a curare -- un uomo che dell'incubo di Dora non si sarebbe sbarazzato mai.

All'arrivo dei sovietici i superstiti erano ridotti a larve scheletriche e impaurite. Un internato ex-macellaio aveva il compito di squartar bestiame requisito alle fattorie vicine per farne bistecche che rimettessero rapidamente in forze quei poveri corpi macilenti. Illusione, i lunghi digiuni avevano rattrappito a tal punto lo stomaco di Oreste e dei suoi compagni da fargli passare il giorno e la notte a mangiare e vomitare.

I liberatori, principalmente i mongoli come nel campo venivano chiamati tutti i militari sovietici provenienti dalle repubbliche asiatiche dell'URSS, agivano anche da giustizieri. Niente istruttorie e niente processi, sia pur sommari, bastava che un prigioniero puntasse il dito contro un tedesco e glielo falciavano all'istante con una scarica di fucile mitragliatore.

Nel racconto di Oreste, per accanimento vendicativo si distinguevano i francesi e, ancor più dei francesi, i belgi. Aveva assistito alla raccapricciante esecuzione di un carceriere tedesco - scovato chissà come nei dintorni del campo - per mano di prigionieri belgi armati di un pungiglione. A turno gli avevano inflitto il supplizio di San Sebastiano, centinaia di punture su ogni parte del corpo fino a lasciarlo esanime in un lago di sangue.

Nella mente di Oreste non c'era però posto per intenti di vendetta, tutti i suoi pensieri erano rivolti al ritorno a casa dove sperava, dopo 20 mesi di calvario, di recuperare salute, fiducia e serenità.

Chi l'ha conosciuto sa che non era possibile».

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il significato della Resistenza per alcuni cittadini lissonesi

6 Mai 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

25 APRILE 1970

VENTICINOUESIMO ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

Di seguito sono riportate le dichiarazioni rilasciate dai membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale e dal comandante militare del distaccamento della Brigata Garibaldina in occasione del venticinquesimo anniversario della Liberazione (1970).

 Cittadini consapevoli che il dissolvimento della dittatura fascista avrebbe procurato alla nazione caos, disordini e reazioni incontrollate; cittadini non curanti del pericolo di esporsi all'ira della polizia nazifascista si cercarono, si parlarono, si compresero: unirono le forze, le capacità, "organizzazione dei partiti politici clandestini dando così vita ed inizio ai Comitati di Liberazione Nazionale ed ai Centri della Resistenza armata (Gaetano Cavina, nome di battaglia Volfango).



La Resistenza si attuò col sacrificio di quarantacinquemila partigiani per esprimere e realizzare l'aspirazione ad un rinnovamento dell'organizzazione politica nella libertà, unita alla giustizia sociale del sistema. Postulato questo sufficiente ad ottenere la pacifica convivenza di tutto il popolo in tutti i suoi strati. E' stato il nostro un ideale il cui raggiungimento è però ancora lontano (Agostino Frisoni, nome di battaglia Ottavio).

 

Per un cattolico, la spinta ideale per la lotta contro la tirannia e l'oppressione era, e sarà, il raggiungimento della vera libertà, premessa indispensabile alla giustizia ed alla pace.

Libertà che è conquista, non di un solo giorno, ma di ogni giorno (Attilio Gelosa, nome di battaglia Carlo).

 

 


La Resistenza fu anelito di libertà, fatto passionale, presa di coscienza per la conquista di una più alta dignità umana. Scaturì dalla volontaria partecipazione delle masse operaie e contadine contro l'oppressione; esse esercitarono un ruolo dirigente e trascinarono nella lotta l'intera popolazione. Fu in questa partecipazione e nell'unità di tutti i raggruppamenti del Corpo Volontari della Libertà che si deve riconoscere la forza vera e l'invincibilità del movimento partigiano.

Spetta ai giovani, alle nuove generazioni, trarre le conseguenze dai fatti ma se essi si ispireranno al valore umano della Resistenza non potranno fallire nella loro missione rinnovatrice (Riccardo Crippa, nome di battaglia Ettore)






 CLN Lissone e I giunta municipale

Nell’immagine i membri del Comitato di Liberazione Nazionale e del primo Consiglio Comunale dopo la Liberazione
In primo piano da sinistra:

Leonardo Vismara, Attilio Gelosa, Gaetano Cavina, Agostino Frisoni e Giuseppe Parravicini

in seconda fila al centro, il Sindaco ANGELO AROSIO


appello del Sindaco ai Lissonesi (3 maggio 1945)


 

La giunta municipale di Lissone nel luglio 1945

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erano le 16,30 del 28 aprile 1945 ...

28 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 27 aprile 1945. Mussolini venne catturato a Dongo (Como). Aveva abbandonato Milano nel tardo pomeriggio del 25 aprile e, con gli ultimi fedelissimi e il codazzo di gerarchi in fuga, aveva raggiunto Como sotto la vincolante custodia di una trentina di SS.

 

 

Da Menaggio nella notte tra il 26 e il 27 aprile, si accodò con i suoi gerarchi ad una autocolonna della Luftwaffe che puntava su Chiavenna per raggiungere Merano attraverso il passo dello Stelvio.

La mattina seguente la colonna venne bloccata dai partigiani in quel di Musso, abbandonò il suo seguito, indossò un cappotto dell’aviazione tedesca e cercò di superare i controlli partigiani nascondendosi in un camion tedesco. Riconosciuto, venne fermato dai partigiani della 52ª brigata Garibaldi.

 

Il 28 aprile 1945 Walter Audisio ufficiale addetto al Comando generale del CVL, col nome di battaglia di "Colonnello Valerio", ricevette l’ordine di recarsi a Dongo, per eseguire la sentenza capitale decretata dal CVL nei confronti di Benito Mussolini, sulla base del decreto emesso, il 25 aprile 1945, dal CLN Alta Italia. L’art. 5 del decreto diceva: " I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di avere contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il fascismo, compromessa e tradita la sorte del Paese e d’averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo".


Sull’esecuzione del capo del fascismo a Giulino di Mezzegra, il Colonnello Valerio ebbe a raccontare:

"… cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Benito Mussolini: Per ordine del Comando generale del Corpo volontari della Libertà, sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano. ..”

 

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LA CRISI E L’ATTUALITA’ DELL’ANTIFASCISMO

25 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Un contributo di Giovanni Missaglia per il 25 aprile 2008

A  dispetto del ruolo che mi compete in questa giornata di festa e di commemorazione, vorrei iniziare il mio intervento con una nota amara sulla crisi di quello che è stato chiamato il “paradigma antifascista”. Un paradigma che negli ultimi anni ha subito molti attacchi espliciti o, nella migliore delle ipotesi, è caduto nell’oblio, è invecchiato – così si dice – secondo le inesorabili leggi del tempo.

Un giovane storico di idee politiche moderate, Sergio Luzzato, nel 2004 ha scritto un bellissimo libro intitolato La crisi dell’antifascismo. Proprio nelle prime pagine afferma: “Inutile negarlo: l’antifascismo sta attraversando una crisi profonda; eventualmente una crisi irreversibile. E non soltanto a causa della legge generale per cui l’impatto di ogni fenomeno storico è destinato comunque a diminuire nel tempo […]. Penso che alla mia generazione competa una responsabilità retrospettiva ben precisa: non consentire che la storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistinzione”.

E invece è proprio nel mare dell’indistinzione che rischiano di condurre, se non hanno già condotto, alcune esigenze di per sé legittime e persino irrinunciabili. Penso, in primo luogo, al tema della pietà per i morti, al rispetto che si deve anche a coloro che decisero di militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. L’ingiunzione etica, che per qualcuno riveste anche un significato religioso, è fuori discussione: non compete agli uomini il giudizio morale. Che, però, non deve essere confuso col giudizio storico: quel che conta, dice ancora Luzzato, quando ci si collochi sul terreno della valutazione storica, non è l’uguaglianza nella morte, ma la disuguaglianza nella vita. “Il saloino era evidentemente disponibile ad immolarsi per l’Italia della Risiera di San Sabba e di Fossoli: per il mondo di cui Mussolini e Hitler andavano berciando da vent’anni, dove i più forti erano i migliori, i più deboli partivano dentro carri bestiame per una destinazione che soltanto gli ipocriti qualificavano ignota. Il garibaldino era pronto a morire per l’Italia di Montefiorino e della Val d’Ossola […], per un mondo che poteva sperare libero, egualitario, solidale”; Luzzato può così concludere che “le concrete circostanze della storia italiana e mondiale attestano oltre ogni margine di dubbio che il partigiano delle Garibaldi combatteva dalla parte giusta, il ragazzo di Salò dalla parte sbagliata”.

Un’altra istanza sacrosanta rischia di condurci “nel mare dell’indistinzione”. Penso al grande tema della pacificazione tra gli italiani che una festa come quella del 25 aprile, secondo i suoi detrattori, avrebbe il torto di impedire. Occorre intendersi. Il bisogno di voltare pagina dopo un conflitto tremendo, di non interpretare la memoria come eterna perpetuazione dei conflitti del passato, è giusto. Del resto, fu proprio il ministro Togliatti ad assumere nei confronti dei fascisti il provvedimento tanto discusso dell’amnistia. Ma deve essere chiaro, in primo luogo, che la pacificazione non può equivalere ad una parificazione tra fascisti e antifascisti. Sarebbe inaccettabile sul piano morale, ma sarebbe persino insensato sul piano storico; sarebbe, questo sì, un modo per togliere dignità e responsabilità a quegli italiani che scelsero di combattere al fianco del’alleato nazista per la costruzione di un’Italia fascista. Deve essere chiaro, in secondo luogo, che la vera pacificazione fu proprio quella operata dai partigiani e dai loro eredi politici. Essa non fu altro che quell’opera di democratizzazione della vita pubblica che è l’unica condizione di una pace duratura: la costruzione di un Paese dove il pluralismo politico e il riconoscimento delle libertà consentisse a tutti, pur nelle differenze sociali, politiche ed economiche, di sentirsi italiani e di vivere in pace con gli altri italiani e con gli altri popoli.

Non credo, tuttavia, che questi argomenti siano sufficienti a ridare vita a un antifascismo largo e partecipato, sentito, soprattutto, dalle nuove generazioni. Penso, invece, che l’antifascismo vivente sia oggi quello depositato nella Costituzione della Repubblica italiana. Anche per questo è una vera tragedia che troppo spesso, nella formazione dei giovani, la Costituzione non trovi posto. E’ proprio lì l’antifascismo da vivere tutti i giorni; e non come un impegno “contro” –come potrebbe suggerire il prefisso “anti” della parola antifascismo” – ma come un impegno “per”. Per l’uguaglianza, sancita dall’articolo 3, contro tutte le discriminazioni politiche, sociali, economiche e sessiste. Per la pace, che l’articolo 11 annovera tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, a segnare la rottura col bellicismo dell’Italia fascista. Per i diritti civili, ed in particolare per la libertà personale, la libertà di opinione e la libertà di associazione, che il Fascismo aveva pesantemente conculcato e che devono essere coltivate e protette anche dalle minacce odierne, comprese quelle “ad alta tecnologia”, se è vero che i proprietari dei nuovi e poderosi strumenti di comunicazione rischiano di ridurre noi, semplici cittadini, ad una massa di manovra conformista e acquiescente. E ancora: per difendere la centralità del Parlamento, visto che le giuste riforme che pure sono necessarie a renderlo più efficiente non devono mai svilirne il ruolo. Noi italiani sappiamo bene che Mussolini pensava al Parlamento come ad “un’aula sorda e grigia” e sappiamo ancora meglio quali pericoli siano insiti nel leaderismo esasperato, nella cieca fiducia nelle virtù taumaturgiche di un “Capo” che pensa di essere l’unico interprete dell’autentica volontà del popolo, a sua volta ridotto ad una massa indistinta priva di differenziazioni interne, ad un bambino che deve soltanto “credere, obbedire e combattere”. Antifascismo non significa lavorare contro qualcosa o contro qualcuno, ma per l’attuazione piena – e certo anche il miglioramento – della nostra Costituzione. E’ lì, l’antifascismo del XXI secolo.

Ma forse –e mi avvio a concludere- c’è anche un antifascismo eterno. Nel 1995, uno dei più importanti tra i nostri uomini di cultura, Umberto Eco, ha scritto un saggio intitolato Il fascismo eterno. Se c’è un fascismo eterno, ne devo dedurre che c’è anche un antifascismo eterno. Non vi annoierò ricordandovi tutti i quattordici elementi che secondo Umberto Eco caratterizzano il fascismo eterno, quello che non è solo del passato, ma potrebbe anche essere del futuro e, soprattutto del presente; quello che non è solo di un luogo ma potrebbe essere in ogni luogo, anche fra noi. Vorrei solo segnalarvi alcuni di questi elementi, quelli che mi sembrano più attuali e incombenti e rispetto a cui, perciò, più alta deve essere la vigilanza. Primo: l’esaltazione dell’azione per l’azione. Conta solo agire. I dibattiti e le discussioni sono chiacchiere inutili. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, diceva: “quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola”. Il rifiuto della cultura, il fastidio per ogni  critica, conducono ad interpretare ogni disaccordo come un tradimento. Secondo: la paura della differenza. La nostra società è destinata a divenire sempre più multietnica e multireligiosa. E’ normale che questo susciti anche delle ansie e delle paure. Ma non dimentichiamoci mai che la vera e propria criminalizzazione della differenza è la via maestra che conduce alla xenofobia e al razzismo, l’essenza, il cuore di ogni fascismo. Terzo: il machismo, l’esaltazione della virilità e il disprezzo della donna. Mi piace, tra gli elementi del fascismo eterno richiamati da Eco, ricordare questo, che mi pare abbia una sua tragica attualità, ad ascoltare le cronache che ci parlano ogni giorno di donne offese, stuprate e svilite da maschi di ogni colore e di ogni ceto sociale, nei focolari delle famiglie e nei margini del degrado urbano. Quarto: il populismo. L’idea, come dicevo, che il popolo sia una massa compatta, priva di bisogni e di biografie diverse. L’idea che il popolo sia, a seconda delle circostanze, un bambino immaturo, da educare e proteggere con forme di paternalismo statalista, o un consumatore sciocco da sedurre con le sirene delle merci. Mai, in ogni caso, un soggetto politico plurale che ha il diritto di partecipare alla vita pubblica in tutte le forme che la Costituzione suggerisce, non solo quella del voto, certo sacrosanta ma sempre più interpretata e forse vissuta come una delega ad altri.

Questi, insomma, mi sembrano gli elementi di un antifascismo che potrebbe continuare a parlare anche alle nuove generazioni e aiutarci a mantenerci all’altezza della straordinaria testimonianza morale, civile e politica, della Resistenza italiana.

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25 aprile 2008 foto

25 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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Il manifesto unitario delle organizzazioni della Resistenza e dell'antifascismo

22 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia






25 APRILE 1945 – 25 APRILE 2008

 

 

 

 

 

Difendiamo i valori

di libertà e giustizia, solidarietà e pace

che hanno animato la lotta di liberazione

e sui quali si fonda la Costituzione della Repubblica

 

Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i principi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia.

Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila tra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione.

Da quella lotta che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione.

Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 2006, quando si cercò di snaturarne la sostanza e i valori.

Ma a sessant’anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento.

Permangono, d’altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i “repubblichini”, sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati. Un modo per intaccare le ragioni fondanti della nostra Repubblica.

Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE anniversario della Liberazione assume il valore di una ricorrenza non formale.

Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese.

 

Il 25 aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire

tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia.

 

Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane

Fondazione Corpo Volontari della Libertà (CVL)

ANPI-FIAP-FIVL-ANPPIA-ANED-ANEI-ANFIM

PD-PRC-SDI-PdCI-Sd-Verdi-Italia dei Valori-MRE

CGIL-CISL-UIL-ARCI-ACLI-Centro Puecher

Comitato Permanente Antifascista contro il Terrorismo

per la Difesa dell’Ordine Repubblicano




Fischia il vento
  

 

Fischia il vento, infuria la bufera,

scarpe rotte eppur bisogna andar,

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell'avvenir.

Ogni contrada è patria del ribelle

ogni donna a lui dona un sospir,

nella notte lo guidano le stelle

forte il cuore e il braccio nel colpir.

Se ci coglie la crudele morte

dura vendetta verrà dal partigian;

ormai sicura è gia la dura sorte

contro il vile che noi ricerchiam.

Cessa il vento, calma è la bufera,

torna a casa fiero il partigian

Sventolando la rossa sua bandiera;

vittoriosi e alfin liberi siam.

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Giancarlo Puecher

17 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Milano 1923 - Erba 1943

Agli albori della Resistenza in Brianza, possiamo rilevare come l'attività più consistente, la fioritura maggiore d'iniziative, avvenne nella zona tra Erba e Lecco. A Ponte Lambro, piccolo paese sulla collina erbese, già il 13 settembre si costituì un gruppo autonomo. Lo componevano don Giovanni Strada, parroco del paese presso la cui canonica si tennero delle riunioni clandestine. Poi Franco Fucci, ufficiale sbandato del5°alpini, reparto di stanza a Milano ma che era sfollato a Lecco dall'agosto del '43 a causa dei bombardamenti, Giovanni Rizzi quarantenne odontotecnico milanese, Bonamici ex-sottufficiale dell'Auto centro di Milano, Bartolomeo Alaimo, Andrea Ballabio, Enrico Bianchi e soprattutto Giancarlo Puecher Passavalli.

Giancarlo era un giovane di soli vent'anni, appartenente ad una nobile famiglia di origini trentine ma residente a Milano, dov'era nato in via Broletto. Con il padre Giorgio, di professione notaio, i fratelli e le zie era sfollato nella villa di loro proprietà a Lambrugo e già lì diversi sbandati avevano potuto apprezzare l'aiuto disinteressato dei Puecher. Proprio a Lambrugo, Giancarlo raggruppa un nucleo di giovani che fanno della villa il loro punto di riferimento. Il loro "capo" ha un forte sentimento patriottico, del tutto ideale, ma è ben chiara la sua visione del momento: i tedeschi sono invasori da combattere come i loro fiancheggiatori fascisti e la sua determinazione a fare la propria parte in questa lotta è molto forte. Emana grande decisione e carisma, malgrado la giovane età. I primi partigiani di Lambrugo sono dodici: Felice Ballabio, che abbiamo già trovato attivo nel gruppo dirigente di Pontelambro, Antonio Porro, no Ratti, Rinaldo Zappa, Carlo Rossini, Felice Gerosa, Elvio Magni, Guido Porro, Dino Meroni. Altri tre di questo gruppo originario cadranno durante la Resistenza, come Mario Redaelli nei giorni dell'insurrezione dell'aprile '45; Grazioso Rigamonti e Alberto Todeschini deportati e morti entrambi a Mauthausen.

Puecher agì sempre a stretto contatto con Franco Fucci, erano i comandanti, i due più decisi; l'ex- alpino in Grecia aveva aperto gli occhi sulla catastrofica realtà storico-politica del fascismo e aveva deciso di saltare il fosso. Le loro azioni s'indi­rizzarono all'inizio per dotarsi di mezzi per spostarsi rapidamente nella zona. Riuscirono ad avere un'Augusta, una Fiat e Fucci rubò a Milano una Topolino requisita dai tedeschi. L'11 settembre Fucci, con alcuni di Ponte Lambro, recupera due camion a Castelmarte e uno ad Arcellasco. Puecher fa un colpo al Crotto Rosa di Erba, ritrovo di alcuni borsaneristi, "confiscandogli" una buona quantità di ben­zina. A Merone e dintorni il 15 e il 17 , Fucci e Puecher recuperano quattro cavalli e sei muli abbandonati dall'esercito, affidandoli a contadini di Lambrugo. Viene poi il turno delle armi, recuperate a Bindella, a Erba e perfino a Cusano Milanino. Il materiale recuperato è portato prima a S. Salvatore, poi non ritenendo più il luogo sicuro, convogliato a Ponte Lambro.

L'attività del gruppo è rivolta poi a rifornire i nuclei partigiani della vicina mon­tagna. A questo proposito Francesco Magni nel suo libro di memorie, che è praticamente la storia della 55° brigata Rosselli, segnala un incontro che egli ebbe con Puecher il 24 ottobre 1943 a Lambrugo, appunto per intrecciare contatti più stretti fra montagna e pianura.

In novembre pare sia già in atto il salto di qualità del gruppo verso il combattimento. La relazione Morandi riporta un sabotaggio alle linee telefoniche tedesche nella zona di Canzo e Asso da parte del gruppo di Ponte Lambro. Il4 novembre, la scala del monumento ai caduti di Erba viene disseminata di volantini inneggianti alla Patria e alla libertà e una bandiera tricolore con il ricamo Patria e Libertà viene issata in cima.

Questo proto-nucleo partigiano destò l'interesse dei nascenti comandi milanesi, tanto che fu contattato verso la metà di ottobre da Giulio Alonzi, del Comitato militare clandestino di Milano in giro per rendersi conto delle forze ribelli in quel momento. Poi da Poldo Gasparotto e dal colonnello Morandi che stava cercando come già detto di tirare le fila del movimento nel lecchese; infine da un anonimo esponente comunista proveniente dall'Alfa Romeo. Si tratta con molta probabilità di Sabino Di Sibio, residente a Milano e operaio appunto dell'Alfa Romeo, sfollato nel comune comasco di Lipomo dove aveva dato aiuto a molti sbandati e dove aveva cercato di imbastire un'organizzazione resistenziale contattando i gruppi della zona compresi quelli di Erba. Le notizie a questo proposito apparirebbero sicure in quanto provenienti da appunti scoperti e requisiti dalla polizia fascista nel corso di una requisizione in casa del Di Sibio stesso, che nel frattempo si era reso irreperibile.

Questa attività di un personaggio di una famiglia molto nota, in una zona fatta di piccoli paesi, non poteva non attirare l'attenzione delle autorità fasciste che intanto si erano insediate nel comasco come in tutto il resto dell'Italia occupata. La cattura di Puecher e Fucci fu però abbastanza casuale. Tutto parte da un episodio poco chiaro, l'uccisione a Erba da parte di ignoti, del centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia e dell'amico Angelo Pozzoli. Nella stessa serata del 12 novembre, Puecher e Fucci provenienti da Milano dove si erano recati per collegamenti e per finanziamenti, si erano portati a Canzo, nella villa dov'era sfollato l'ex-consigliere nazionale Alessandro Gorini che si dichiarava passato all'antifascismo. I motivi di quella visita sono diversi a secondo delle versioni ma comunque si trattava di ottenere aiuti per il movimento partigiano. I due non sapevano sicuramente niente dell'agguato mortale dei due fascisti, avrebbero potuto rimanere a dormire in un ambiente sicuro, invece verso le 22.30 preferirono ripartire in bicicletta sfidando il coprifuoco. Il loro bagaglio era certo compromettente, avevano in una borsa un tubo di gelatina e due manifestini di minaccia verso alcuni fascisti in vista. Nei pressi di Lezza, i due incontrarono una pattuglia di tre uomini (Fucci in una sua memoria parla di una dozzina). I militi li dichiararono in stato di fermo per violazione delle norme del coprifuoco e dissero che li avrebbero condotti al comando di Erba. A questo punto il fatto probabilmente decisivo: Fucci estrasse la pistola e premette il grilletto ma l'arma s'inceppò, in risposta a ciò il suo custode gli sparò a bruciapelo colpendolo al ventre. A questo punto uno rimase a piantonare il ferito e Giancarlo fu portato a Erba; era riuscito a gettar via la pistola e il materiale esplosivo era sulla bicicletta del Fucci. Puecher fu immediatamente inter­rogato e picchiato dai poliziotti fascisti. Fucci venne portato all'ospedale S. Anna di Como, mentre il fascista Airoldi, uno dei minacciati dai volantini partigiani, stendeva una lista di amici del Puecher che vennero arrestati la notte stessa. Se quel colpo fosse partito, se l'arma di Franco Fucci avesse sparato, buona parte della storia della Resistenza in quella zona sarebbe stata diversa.

A questo punto i destini dei due si separarono senza incontrarsi mai più. Mentre il Fucci rimarrà in prigione fino alla Liberazione peregrinando dal carcere di Como a quello di Vercelli e poi a S. Vittore, la sorte di Puecher fu molto più sfortunata. Ancora un episodio in cui egli non c'entrava niente segnò la sua fine: il 20 dicembre lo squadrista erbese Germano Frigerio venne ucciso in un agguato. I fascisti brancolavano nel buio e allora decisero di usare come capro espiatorio, ciò che avevano in mano. Puecher non aveva nulla a che fare con quell'uccisione, dato che da più di un mese si trovava in carcere. Ma, incredibilmente, venne montato a suo carico e di altri prigionieri, un processo al di là della farsa da un tribunale definito straordinario con l'elenco più completo delle irregolarità processuali che fosse possibile commettere. Ma la sentenza era stata emessa prima ancora d'iniziare: quattro dovevano morire. I difensori riuscirono a salvarne tre, uno, Giancarlo Puecher, fu destinato alla fucilazione, senza avere colpe per una misura così grave. Gli altri, Luigi Giudici, Giulio Testori, Silvio Gottardi, Giuseppe Cereda, Vittorio Testori e Rino Grossi ebbero pene detentive fra i 5 e i 30 anni.

L'atto finale dell'assassinio di Giancarlo Puecher si compì la notte del 21 dicembre, ad un muro del cimitero di Erba. Il cappellano che assistette all'esecuzione raccontò che il condannato abbracciò uno per uno i militi del plotone che l'avrebbero ucciso e morì gridando viva l'Italia.

Giancarlo Puecher Passavalli è la prima medaglia d'oro al valor militare della Resistenza.

Per capire l'assurdità di quel procedimento, è da riferire che nell'estate del 1944, a Brescia, il Guardasigilli della Rsi riconobbe la nullità del processo di Erba e l'arbitrarietà delle condanne, facendo con ciò liberare tutti gli imputati incarcerati.

La sete di vendetta fascista non si affievolì dopo quell'atto criminale. Il padre di Giancarlo, Giorgio Puecher, era stato anche lui arrestato con il figlio. Venne rimesso in libertà subito dopo l'esecuzione del 21 dicembre. Circa un mese e mezzo dopo però, venne nuovamente arrestato con la vaga accusa di opposizione politica e fu rinchiuso nel carcere milanese di S. Vittore. Trasferito poi a Fossoli, venne suc­cessivamente inviato a Mauthausen, dove morì per gli stenti e i maltrattamenti 1'8 aprile 1945.

L'ampio spazio dedicato al gruppo di Ponte Lambro ha molteplici motivazioni.

Sicuramente una è lo spessore morale e la combattività del suo trascinatore, Giancarlo Puecher, il cui nome sarà ripreso da ben quattro formazioni partigiane di diversa origine che si costituirono in seguito. Poi per ciò che rappresenta nell'evoluzione della Resistenza brianzola che stiamo osservando. Pur avendo effettuato azioni non ancora pesanti, questo è l'unico gruppo che riesce a passare, anche se purtroppo per poco, dalla fase cospirativa al confronto armato. Non osiamo pensare cosa sarebbe potuta diventare la Resistenza in questi luoghi se Puecher e Fucci avessero potuto agire ancora per un po’. Lo vedremo spesso in questo nostro percorso, la lotta per la libertà fu condotta comprensibilmente da una minoranza, anche se con il consenso di gran parte della popolazione, e spesso è un individuo particolarmente entusiasta, deciso e coraggioso ad essere determinante per la crescita della ribellione in una determinata zona.

(da ”La Resistenza in Brianza 1943 – 1945” di Pietro Arienti Ed.Bellavite 2006)

ultima lettera di Giancarlo Puecher Passavalli scritta prima di essere fucilato il 21 dicembre 1943

(da Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia:Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana)

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