Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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4.000 caduti tra le forze partigiane nella sola fase insurrezionale del 25 aprile 1945

28 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'ultimo attacco per la liberazione mette in moto le ingrossate formazioni partigiane, gli operai in armi delle fabbriche e altri cittadini. Alla vigilia dell'insurrezione nelle città del Nord, il vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà , Ferruccio Parri «Maurizio», stima di potere contare su 70.000 effettivi che sono dislocati in varie e distanti località. Nell'operazione di liberazione delle città partecipa un numero decisamente più alto di uomini e donne che viene stimato tra le 250.000 e le 300.000 unità. Oltre la metà di queste forze sono pervenute nell'ultimissima ora, tenendo presente che, soltanto a metà aprile, il comando del CVL indicava in 130.000 gli arruolati, cifra che aveva già subito la prima impennata con gli arrivi del mese di marzo. Gli ultimi reclutati si aggiungono a ridosso o durante l'insurrezione. Si tratta in larga parte di civili, soprattutto operai, che sono inquadrati in modo del tutto approssimativo. La stima, per difetto, di 70.000 effettivi sui quali conta Parri nel momento dell'insurrezione, si riferisce invece agli uomini che sono stati più attivi nella lotta clandestina e che possono offrire maggiori garanzie di esperienza e affidabilità. L'insurrezione, sebbene già segnata nel suo esito finale, resta un'operazione rischiosa dai costi umani difficili da prevedere perché deve comunque scontrarsi con i militari nazifascisti, che al 9 aprile, si aggirano sulle 220.000 unità, mediamente meglio armate del fronte partigiano.


Forze militari della.Repubblica Sociale italiana al 9 aprile 1945

Guardia nazionale repubblicana                                           72.000

Brigate nere                                                                    22.000

Decima Mas                                                                      4.800

Muti                                                                                1.050

Esercito regolare                                                    30.000-35.000

Divisioni tedesche in Val Padana                     90.000 al 9 aprile 1945


Dal 9 aprile ogni giorno che passa crescono le diserzioni fra le forze nazifasciste con la Gnr, l'esercito regolare e la Muti che a questa data hanno già perso la metà dei loro effettivi.

Lo scontro avviene con uomini demotivati e in fuga, ma non tutti, benché disperati e consci della sconfitta, sono arrendevoli. Nella sola fase insurrezionale le perdite partigiane sono stimate in circa 4.000 caduti.


Dal punto di vista militare, l'insurrezione autonoma partigiana può essere risparmiata, nell'attesa dell'inesorabile avanzata alleata, ma gli effetti della massiccia mobilitazione popolare e partigiana hanno permesso, dal punto di vista strategico, il salvataggio dalla distruzione tedesca di molte centrali elettriche e degli impianti industriali. In altri importanti centri di produzione si è evitato, almeno, il completo disfacimento dell'impianto, come avvenuto per il pur danneggiato porto di Genova.

Accanto alla liberazione e alla protezione degli impianti, il Corpo Volontari della Libertà si pone un'altro obiettivo con l'insurrezione: la tutela dell'ordine pubblico, tracciando una linea di continuità con le mansioni già esercitate durante la clandestinità da diverse formazioni montane. È il riflesso dell'ambizione al pieno esercizio del potere, ma soprattutto in questa fase la gestione dell'ordine pubblico è posta a garanzia dei cittadini.

...

Nella decisione dell'antifascismo di attaccare, per liberare paesi e città, si rivede la matrice autonoma della scelta di lotta che sta alla base della Resistenza armata. L'attacco insurrezionale porta a compimento l'autoriscatto dalla guerra fascista e si propone di legittimare con forza la proposta di un nuovo ordine politico.

da “La lunga liberazione” di Mirco Dondi Editori Riuniti

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Il ministro degli Esteri Frattini e la vicenda dei deportati italiani

24 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Preoccupanti ed inaccettabili le dichiarazioni del ministro degli Esteri Frattini sugli Italiani deportati in Germania durante il regime nazista.

 

Riportiamo la ferma presa di posizione del Prof. Valter Merazzi, direttore Istituto di Storia Contemporanea di Como, responsabile del Centro di Ricerca Schiavi di Hitler/Fondo Imi Claudio Sommaruga, delegato del Coordinamento degli enti e associazioni per il risarcimento del lavoro coatto presso l’Oim di Ginevra:

 

 

CENTRO DI RICERCA “SCHIAVI DI HITLER”

FONDO I.M.I. CLAUDIO SOMMARUGA


22012 Cernobbio (CO) - via Regina, 5

Sezione dell'Istituto di Storia Contemporanea "P.A. Perretta"
 

tel: 031/306970 -   e.mail: info@schiavidihitler.it   -   www.schiavidihitler.it

 

                                                                                                                                            

21 giugno 2008. Comunicato del centro di ricerca Schiavi di Hitler sulle dichiarazioni del ministro Frattini alla stampa tedesca.

 

Le dichiarazioni sugli schiavi di Hitler, rilasciate alla stampa tedesca il 20 giugno dal Ministro degli esteri Frattini nel corso della sua visita a Berlino, sono particolarmente gravi e richiedono una presa di posizione immediata.


Di fronte alle sentenze della Cassazione del 2004 e del 29 maggio 2008, risultato dell’ostinata volontà delle vittime di perseguire la certezza del diritto e il riconoscimento della scelta di una Resistenza pagata col lager, le dichiarazioni di Frattini mostrano un’allarmante continuità con la politica di rimozione operata da tutti i governi del dopoguerra.

 

Come avviene da oltre sessant’anni la vicenda è ostaggio della Real Politik, è merce di scambio negli accordi diplomatici fra stati, è condotta a spese dello spirito e della dignità di oltre 800 mila italiani deportati e costretti a lavorare senza contratto, senza salario, senza tutele, a prezzo della salute se non della vita per Aeg, Siemens, Krupp, Daimler Benz, Auto Union, Claas e mille altre imprese impegnate a produrre armamenti ed a sostenere la guerra nazista.

 

Nel corso dell’intervista Frattini sostiene che il governo intende “riunire un gruppo di esperti italo-tedesco” “che dovrà valutare un gesto nei confronti degli ex deportati costretti al lavoro”, aggiungendo: “Queste persone hanno sofferto. Dargli ora 3.000 euro non è quello di cui hanno bisogno”.

Quanto afferma il nostro ministro degli esteri è inaccettabile perché asseconda pienamente la posizione della Germania e delle sue imprese nei confronti degli oltre 130 mila deportati che hanno presentato nel 2001 esplicita domanda di indennizzo alla fondazione “Memoria, responsabilità futuro”, ne banalizza le richieste, e risulta inopportuna nel linguaggio, evocando una logica liquidatoria.

 

Egualmente preoccupante appaiono le affermazioni del ministro relativamente all’ordinanza della Cassazione del 29 maggio definita “pericolosa” per l’immunità degli Stati. La dichiarazione costituisce un inequivocabile appoggio alla posizione tedesca, sia nelle cause giudiziarie sollecitate da ex deportati in varie parti d’Italia, sia in quelle nascoste nell’armadio della vergogna inerenti le stragi naziste, cause che trovano mille impedimenti nel concludere il loro iter giudiziario.

La ridefinizione del diritto internazionale e la sua ulteriore stretta nel senso di un’accresciuta immunità concessa agli stati è questione delicata e riguarda tutti i cittadini. Si tratta di un orizzonte complesso e in divenire, una costruzione imperfetta e sottoposta a spinte opposte che da una parte guardano al diritto umanitario e delle genti e dall’altra all’interesse delle nazioni e dei più forti.

La preoccupazione che un vulnus all’immunità degli stati possa provocare richieste da parte di cittadini libici, etiopici, balcanici verso l’Italia per le nostre responsabilità nelle guerre d’aggressione e di dominio mostra la debolezza del nostro senso storico, la difficoltà del Paese a fare i conti con la sua storia, con quell’immagine degli “italiani brava gente”che le diverse culture del dopoguerra, attraverso la scuola e i mass media hanno assecondato in vario modo.

Tutto questo mostra la fragilità del diritto internazionale e la necessità di promuoverne e difenderne quanto di denunciarne le contraddizioni, operazione che sollecita i cittadini ad un esercizio di democrazia e costituisce una bussola preziosa in questi tempi di tesa e pesante definizione di un’identità nazionale.

 

Le vittime sopravvissute all’abuso e al tempo, i loro familiari, le associazioni, chiunque abbia compreso il senso profondo della storia degli schiavi di Hitler deve prendere atto del paradosso di una situazione che scarica sulla generazione, che ha pagato col lager e con l’isolamento in Patria il suo NO alla guerra totalitaria, i costi e le responsabilità mai risolte del fascismo, delle classi dirigenti, degli apparati militari e burocratici nella storia italiana.

 

Una situazione di questo genere non mina solo la dignità degli individui, offende le vittime e la storia, ne occulta le verità profonde, ma costituisce un insormontabile ostacolo sul terreno di una politica della memoria che voglia essere strumento di crescita civile quanto di monito, che sia in grado di riconoscere l’orrore e la drammaticità di Kahla, del lavoro in miniera e nelle fabbriche d’armi, lo squallore e la violenza del lager.

La frequentazione personale per quasi dieci anni delle vittime ci autorizza, senza tema di smentite, a riportare il desiderio comune di una soluzione che comprenda delle scuse formali, il riconoscimento degli abusi e una quota simbolica di indennizzo economico che alla retorica sostituisca fatti.

Le ditte tedesche dovrebbero essere portate a partecipare al rifinanziamento, come previsto dalla stessa legge tedesca, alla raccolta dei fondi per le oggettive responsabilità e in considerazione dei costi ben maggiori legati all’immagine che questa vicenda proietta sui loro brand.

E’ da ricordare, per chi vorrà fare la ricostruzione della vicenda del risarcimento che solo le cause intentate dagli ebrei americani alla fine degli anni Novanta hanno costretto la repubblica Federale ad una legge per l’indennizzo del lavoro forzato.

Non va anche dimenticato che per escludere gli italiani dall’indennizzo è stata commissionata al professor Tomuschat, consulente di diritto internazionale, una perizia (senza possibilità di contradditorio), che ha indignato gli stessi storici tedeschi.

 

Questa è anche l’occasione per l’Italia di riconoscere le sue responsabilità in questa vicenda. Quelle di carattere di storico connesse agli eventi e quelle successive relative all’isolamento dei reduci, ai ritardi, alle omissioni, alla mancata ricerca storiografica e statistica. Al di là della concessione di medaglie, a seguito di una legge che non ha fornito strumenti adeguati e che dopo un anno è in grado di consegnarne solo 800 – si potrebbe concludere l’iter  di un disegno di legge che la scorsa legislatura ha approvato in un solo ramo del Parlamento e che destina una cifra simbolica agli schiavi di Hitler.

 

La soluzione per gli schiavi di Hitler è a portata di mano.

Richiede gesti di coraggio e volontà di chiudere una vicenda senza abbandonarla alla retorica delle celebrazioni. Crediamo che solo trovando un punto di equilibrio su questa richiesta sia possibile iniziare a lavorare su progetti comuni di carattere istituzionale relativi alla memoria ed alla costruzione di un comune senso europeo. Anche da questo punto di vista la vicenda si offre ad essere strumento per un dibattito importante.

 

Da parte nostra, come per tutto il corso di questi anni, siamo pronti a portare il nostro contributo diretto in tutte le sedi istituzionali a cui saremo chiamati a partecipare ad un confronto rispettoso della storia e degli individui.

 

Prof. Valter Merazzi, direttore Istituto di storia Contemporanea di Como, responsabile centro di ricerca Schiavi di Hitler/Fondo Imi Claudio Sommaruga, delegato del Coordinamento degli enti e associazioni per il risarcimento del lavoro coatto presso l’Oim di Ginevra.


Sono grato al Prof. Valter Merazzi per la sua autorevole presa di posizione sulle preoccupanti ed inaccettabili dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano.

Penso anche di interpretare la volontà di diversi deportati italiani in Germania, civili e militari, che ho personalmente incontrato o che ho “conosciuto” tramite il racconto dei loro familiari.

Auguro al Prof. Valter Merazzi di poter raggiungere, anche per il suo impegno ormai decennale, l’obiettivo che il Centro di Ricerca Schiavi di Hitler, di cui è responsabile, si è prefisso: un giusto riconoscimento a quella generazione che ha pagato col lager e con l’isolamento in Patria il suo NO alla guerra totalitaria nella quale il regime fascista l’aveva trascinata.


Renato Pellizzoni

Figlio di uno “schiavo di Hitler”


Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia - Sezione di Lissone

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La straordinaria iniziativa di un gruppo di giovani

17 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

 

 

Si è svolta dal 20 al 22 giugno, presso il Museo Casa Cervi , la prima Festa Nazionale dell’ANPI, intitolata “Resistenze ANPI:DEMOCRAZIA e/è ANTIFASCISMO.

Un momento d’incontro per riflettere su “Democrazia e Antifascismo”.

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La violenza dei corpi militari della Repubblica Sociale Italiana

17 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dopo l'8 settembre 1943 le forze occupanti lo Stato italiano sono due, quelle angloamericane e quelle tedesche, le prime operano con ciò che resta dello Stato legittimo, le seconde si adoperano per creare un'altra unità statale sul territorio italiano: la Repubblica Sociale Italiana. Questa istituzione non viene mai riconosciuta dagli Stati neutrali e si profila come un governo di fatto che interrompe temporaneamente la potestà dello Stato legittimo la cui sovranità è impedita ma non soppressa.

Le condizioni strutturali proprie della Repubblica Sociale Italiana permettono e favoriscono l'incontrollabilità della violenza. Tale istituzione è caratterizzata da un centro debole, incapace di esercitare una piena autorità sui vari corpi come di sorvegliare sulle azioni di questi. Manca di conseguenza un coordinamento tra i corpi militari.

Di fatto ogni corpo militare della Rsi risulta a se stante, con comandanti ambiziosi in aperto conflitto fra loro ed ostili ad ogni limitazione dei propri poteri; anche le divise sono diverse, tanto da accentuare la perdita di identità del fronte fascista repubblicano, identità smarrita, resa in altro modo evidente dalle differenze di comportamento dei vari corpi. Sono quattro i corpi militari dellà Repubblica di Salò: le quattro divisioni (Italia, Littorio, Monterosa, San Marco) dell'esercito di Graziani, la Guardia Nazionale Repubblicana di Renato Ricci, le Brigate nere di Alessandro Pavolini, la Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese; quest'ultima si pone inizialmente alle dirette dipendenze operative del comando militare tedesco, ma finisce per assumere le caratteristiche di esercito personale del suo comandante, il quale, secondo rapporti confidenziali inviati a Mussolini, si sarebbe rifiutato di prendere ordini dal Centro arrivando a manifestare, anche apertamente, il proprio disprezzo per i fascisti considerati troppo supini verso i tedeschi. Accanto a questi quattro corpi ve ne sono altri, di dimensioni decisamente minori, noti come squadre autonome; fra queste la più numerosa è la compagnia intitolata a Ettore Muti che, nel momento di maggiore espansione, arriva a contare 2.300 uomini. Le squadre autonome si inseriscono in un processo centrifugo di caotica dispersione delle forze del fascismo repubblicano. Queste squadre finiscono spesso per trovare gerarchi compiacenti che, per accrescere la loro influenza, ne coprono le malefatte garantendo una totale impunità che parte dai furti e arriva alla tortura. Sia le autorità tedesche che quelle della Rsi gradiscono la tortura sistematica svolta da queste squadre. Il ministro degli Interni della Rsi, Guido Buffarini Guidi, oltre a gestire ciò che resta delle forze dell' ordine, è diretto responsabile e protettore di varie squadre autonome, autentiche compagnie di tortura come la banda Koch e la Muti. Il ministro è ben cosciente dei metodi di questi corpi che sono un'occasione di potere per delinquenti e aguzzini, e l'ultimo approdo per i reietti già cacciati da altre formazioni. Queste compagnie sono quasi sempre stanzlali (soltanto la Muti ha un battaglione mobile), le loro sedi, spesso chiamate nelle varie città, «ville tristi» sono autentiche officine di tortura dove con sadico divertimento si sperimentano su uomini e donne, i limiti umani alla sopportazione del dolore. La pratica della tortura diviene diffusa e nota al punto che a Milano è il cardinale Schuster ad agire, in diversi momenti, nei confronti di Mussolini e di don Luigi Corbella, uomo molto vicino alle gerarchie di Salò invitando entrambi a 'muoversi per porre fine all' azione di queste polizie speciali.

L'attività di questi corpi ha inizio tra il settembre 1943 e il gennaio 1944, ma anche le Brigate Nere e la Decima Mas attuano metodicamente le pratiche della tortura. Questo modo di condurre il conflitto è l'esplicito riconoscimento della propria impotenza a combattere in modo diverso il nemico. Le Brigate Nere, che dovevano essere sotto il profilo della struttura organizzativa l’equivalente fascista. del movimento partigiano, non sono quasi mai in grado, al pari degli altri reparti armati di Salò, di sostenere combattimenti con le formazioni della Resistenza. Dalle stesse fonti tedesche affiora il biasimo per l'arrendevolezza dei corpi fascisti quando si trovano attaccati dai partigiani.
da “La lunga liberazione” di Mirco Dondi - Editori Riuniti/l’Unità - aprile 2008

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Rodolfo Graziani: il “più sanguinario assassino del colonialismo italiano”

17 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

maresciallo Graziani LibiaNel 1930, Rodolfo Graziani aveva coordinato la deportazione dalla Cirenaica di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti a marciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto libico fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.

E fu ancora lui, il viceré d’Etiopia mussoliniano, a scatenare, in quei giorni di febbraio del 1937, la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada... Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».

I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».

Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope. Una strage orrenda: la repressione fascista in Etiopia vide il martirio di almeno 1.400 religiosi vittime d’un eccidio affidato, per evitare problemi di coscienza, ai reparti musulmani inquadrati nel nostro esercito.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Graziani si schierò con la Repubblica sociale e divenne ministro della difesa. In questa veste tentò di creare, con l’aiuto dei tedeschi, un esercito fascista regolare, che però, invece di essere schierato al fronte contro gli Anglo-americani, ebbe praticamente compiti di polizia interna e di repressione antipartigiana.

In seguito all’ordine di disarmo, firmato da Graziani, 2.500 carabinieri di Roma furono deportati in Germania, il 7 ottobre 1943.

Catturato nell’aprile del 1945, Graziani sfuggì alla fucilazione: processato, nel 1948, dalla corte di assise straordinaria di Roma, poi dal tribunale militare, fu condannato a diciannove anni di reclusione per «collaborazionismo col tedesco invasore». Ne scontò solo cinque e, nel 1950, venne liberato. Divenne presidente onorario del Movimento sociale.

È una vergogna che nel 2012, il comune di Affile, in provincia di Roma abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano».

 

 

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No a una "Via Giorgio Almirante" a Roma

5 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Una netta presa di posizione contraria all'idea di intitolare una via della Capitale a Giorgio Almirante è stata sottoscritta unitariamente a Roma il 27 maggio 2008 dalle organizzazioni che si rifanno alla Resistenza. Analoga presa di posizione è stata espressa lo stesso giorno dal rappresentante della Comunità ebraica romana. Pubblichiamo il testo della lettera aperta inviata al Sindaco Gianni Alemanno.

Al Sindaco di Roma On. Gianni Alemanno

L’intitolazione di una strada o di una piazza è un momento importante, indica anche alle future generazioni un esempio, un modello di vita e di cittadinanza. La scelta dei nomi da dare ai luoghi pubblici è dunque occasione per una riflessione sulla storia e sulla identità di una nazione, sul suo passato e sul suo futuro. Non ci appassiona un confronto toponomastico sulla storia del paese e su possibili equiparazioni o giudizi tra protagonisti di vicende del passato.

Per queste ragioni, ci sembra del tutto improponibile intitolare una via della capitale a un uomo politico come Giorgio Almirante che ha partecipato come protagonista alla rivista del nascente razzismo fascista (La difesa della razza, di cui è stato segretario di redazione). Ha quindi contribuito in prima persona a quella persecuzione antiebraica che è stato “il male assoluto”, come ha riconosciuto anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini.

Ha poi svolto un ruolo importante nella Repubblica di Salò, in cui è stato capo di gabinetto del Ministro Mezzasoma. Firmò allora anche il bando di fucilazione dei giovani italiani che rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della Rsi per combattere assieme ai nazisti. Nel dopoguerra ha fondato il Movimento sociale italiano - che si richiamava sin dal nome alla Repubblica sociale. Non sono questi gli esempi, ci sembra, da dare ai giovani e ai futuri cittadini, invitiamo quindi il sindaco Alemanno a mantenere il suo impegno a essere sindaco di tutti, attento garante del tessuto democratico della città.

ANED (Associazione nazionale ex deportati) sede provinciale di Roma

ANEI (Associazione nazionale ex internati)

ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia) sede provinciale di Roma

ANPPIA (Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti) sede provinciale di Roma

FIAP (Federazione italiana associazioni partigiane)IRSIFAR (Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza)

Circolo “Gianni Bosio

Roma. 27 maggio 2008 ma

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Oreste Parma

13 Mai 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

unico sopravvissuto lissonese del lager di sterminio di DORA
 

 

  

 

          " Ti hanno dato un nome di donna, Dora.

          Avresti dovuto rasserenare le fronti  affaticate.

          Ti hanno dato un nome di donna, Dora,

          per ingannarci ancora una volta.

          Tu eri, Dora, una donna di pietra.

          Migliaia e migliaia ti son morti tra le

          braccia,

          migliaia ti hanno maledetta,

          il tuo respiro era gelido,

          il tuo sorriso era di ghiaccio

          e il tuo bacio avvelenato. "

 

                 Stanislas Radimecki

                 Deportato ceco

 

 

 

Nato a Lissone il 7/06/1919, morto a Lissone il 25/06/1988.

 

Arruolato come soldato nell’Artiglieria, all’inizio della II guerra mondiale fu inviato prima sul fronte francese poi su quello greco-albanese. Quando arrivò l’8 settembre 1943 era di presidio nelle isole Cicladi, avendo l’Italia l’occupato la Grecia.  

Nella tarda serata dell’8 settembre 1943 cominciò a circolare la notizia, non controllata e attinta non si sapeva bene da quale fonte, che un armistizio era stato concluso fra l’Italia, l’Inghilterra, l’America e la Russia. La situazione si presentava oscura, greve di incognite.

I tedeschi diedero il via all’operazione “Achse”; il piano mirava a neutralizzare le forze italiane dislocate nel mare Egeo. L'irresolutezza e la contraddittorietà dell'atteggiamento dei comandi furono alcuni dei motivi che determinarono la caduta del presidio di Rodi e dell'intero Egeo, dove pur non mancarono ufficiali capaci e coraggiosi che seppero prendere l'iniziativa e battersi con accanimento.

Una direttiva tedesca del 15 Settembre 1943 per il trattamento degli appartenenti alle Forze Armate italiane precisava con frase lapidaria: “chi non è con noi, è contro di noi”.

I militari italiani dovettero scegliere: con o contro i tedeschi, dividendosi in due gruppi. La decisione fu unanime, tutti si schierano contro.

Disarmati, come prigionieri vennero portati in nave al Pireo, il porto di Atene da dove iniziò il lungo viaggio verso i campi di concentramento in Germania su vagoni ferroviari piombati.

L’obiettivo di Hitler era quello di eliminare dallo scacchiere della guerra uomini che, eventualmente schierati sul fronte opposto, avrebbero potuto creare problemi alle sue armate e, nello stesso tempo, recuperare braccia da impiegare nell’industria tedesca.

Inizialmente considerati “prigionieri di guerra”, la loro qualifica mutò presto in “IMI internati militari italiani”.

Oreste Parma fu in quella frazione di internati militari che finì, con percorso anomalo, in un Lager KZ (da Konzentrationslager = campi di concentramento per prigionieri politici) anziché nei campi di concentramento e detenzione per IMI.

Il nome del lager in cui venne rinchiuso era Dora. Dora non è un nome di donna, come si dice nella poesia, ma la sigla delle parole Deutsche Organisation Reichs Arbeit, dove rimase per circa 20 mesi. Le condizioni dei deportati erano particolarmente dure, per il troppo lavoro, per la cattiva alimentazione, e per le percosse a cui spesso erano sottoposti.

Durante i 20 mesi trascorsi nel Lager di Dora, a causa del suo deperimento fisico dovuto alla scarsa alimentazione, Oreste Parma rischiò anche di essere fucilato non avendo prontamente risposto agli ordini di un Kapò. Destino volle che, a differenza di Aldo Fumagalli, un altro lissonese morto a Dora, Oreste riuscisse a tornare nell’agosto del 1945 a Lissone.

 

Il campo di Dora

“ Si trovava a 5 chilometri da Nordhausen, alle pendici del Harz nella Turingia.

Ciò che avveniva nel Hartz, al centro della Germania, veniva tenuto assolutamente segreto, tanto che per un raggio di 50 chilometri tutt'intorno, occorreva uno speciale permesso per transitare.

Non so quale fosse stato il criterio per la scelta della località, ma credo che i tedeschi la ritenessero particolarmente sicura, e infatti, durante tutta la mia permanenza, non una bomba colpì mai la zona.

Nell'ottobre 1943 il campo si presentava come una vallata disboscata con grandi sbancamenti di terreno per tracciare strade e spiazzi dove costruire baracche.

Il perimetro del campo era recintato con pali in cemento collegati fra loro da filo spinato e alimentato da corrente elettrica ad alta tensione. All'interno della recinzione, a distanza di qualche metro fra loro, dei paletti recavano cartelli segnalanti il pericolo di morte.

Fuori dal recinto erano montate le garitte alte circa 10 metri per i militi SS di guardia, armati di mitra. Potenti riflettori illuminavano a giorno il campo nelle ore notturne.

All'inizio il Dora era un sottocampo alle dipendenze di Buchenwald, ma alla fine dei lavori, nel '44, divenne campo principale con 7 sottocampi e 32 Kommandos di lavoro esterni. L’importanza, assunta nel tempo dal Dora, era dovuta al fatto che qui si costruiva la famosa arma segreta dei tedeschi, quella che secondo Hitler avrebbe determinato la vittoria nazista.

 

 

E’ evidente quindi l'importanza strategica·del Dora come fabbrica bellica; i deportati qui reclusi dovevano allestire le strutture abitative e i servizi minimi per la sopravvivenza dei lavoratori forzati e terminare la costruzione di un tunnel sotterraneo, dove alloggiare la catena di montaggio per i micidiali missili V1 e V2.

 

Il tunnel, a lavoro ultimato, si presentava come un piccolo paese sotterraneo e consisteva in due grandi gallerie parallele lunghe circa due chilometri, collegate da 52 gallerie trasversali. In queste ultime erano posti i poveri giacigli dei detenuti addetti alla costruzione, che potevano restare per settimane in quella tomba senza vedere la luce del sole.

Dati risalenti al 25 marzo 1945 riportano un numero di 34.521 prigionieri internati, appartenenti a 17 nazionalità diverse.

Ogni internato, sulla casacca a righe, portava il proprio numero di matricola ed un triangolo diversamente colorato per distinguere la categoria cui apparteneva.

 

Triangolo rosso per i deportati politici tedeschi

Triangolo rosso con la sigla della propria nazione, per i deportati politici stranieri (noi eravamo IMI, cioè Italiani Militari Internati e portavamo nei primi tempi al braccio una fascia tricolore)

Triangolo verde per i delinquenti comuni

Triangolo verde con S per i delinquenti comuni condannati all'ergastolo

Triangolo nero per gli asociali

Triangolo rosa per gli omosessuali

Triangolo viola per gli zingari

Triangolo azzurro per gli apolidi

Triangolo granata per i testimoni di Geova Stella gialla per gli ebrei

Triangolo giallo con sovrapposto triangolo rosso per gli ebrei detenuti politici.

 

Nel progetto nazista quindi, il campo Dora aveva più funzioni; se lo scopo primario era la costruzione dell'arma segreta, non si rinunciava comunque allo sterminio dei "diversi" dalla razza ariana, al lavoro forzato dei condannati di reati comuni, all'eliminazione degli avversari politici, alla sperimentazione medica su cavie umane.

 

.. inquadrati, in divisa, come forza lavoro se adatti …

E' questo un esempio "luminoso" di razionalità ed organizzazione, dove tutto è calcolato tranne una cosa: il valore della vita umana.”

(da “Educare alla pace” di Lucia Araldi Editore Mattioli 1885 Fidenza 2002)

 

Nel 1975 alcuni superstiti di Dora iniziarono a trovarsi a Salsomaggiore.

 

Nel 1984 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, con l’allora Ministro della Difesa Giovanni Spadolini, conferì ad Oreste Parma il Diploma d’Onore di Combattente per la Libertà d’Italia.

 

Inoltre, nel 1984, vi fu un riconoscimento da parte del governo tedesco.

 

Nel 40° anniversario della Liberazione, l’associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Lissone, Presidente Fortunato Arosio, e l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, consegnarono una targa d’argento come “Onore al merito” “all’ex combattente deportato politico ORESTE PARMA unico sopravvissuto Lissonese del lager di sterminio di DORA-BUCHENVALD”.

 

 

 

 

Il fazzoletto che Oreste Parma indossava alle celebrazioni del 25 aprile, a cui non mancava mai, e ai raduni dei superstiti del lager di Dora a Salsomaggiore dove esiste il monumento al deportato.

Bianca e azzurra era la casacca a righe che indossavano i reclusi nel lager. Il triangolo rosso con l’iniziale della nazione di appartenenza contraddistingueva gli italiani.

Oreste Parma è morto il 25 giugno 1988, all’età di sessantanove anni, nella sua casa di Via San Carlo a Lissone.

Oreste «Non ha più avuto una vita normale; non ha mai potuto dire che tutto andasse bene … »

Come dice Shlomo Venezia, un altro sopravvissuto ai lager, « tutto mi riporta al campo qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre allo stesso posto … non si esce mai davvero …


Ringrazio la moglie Adelaide Baragiola per avermi reso partecipe delle vicissitudini di suo marito. (RP)

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Una sofferta testimonianza di Oreste Parma, “un uomo fiaccato nello spirito e sfibrato nel fisico” raccolta da Giuseppe Pizzi

 

«Visitando il sito dell’ANPI Lissone  mi sono imbattuto nella figura di Oreste Parma, una persona che ho conosciuto e riconosciuto nella foto (a suo tempo mi era noto con un diminutivo “Parmen”, come si usa a Lissone).

In piazza Libertà, nel luogo della farmacia di oggi c'era allora il bar con annessa pasticceria del Dante e della Lina dove la combriccola di studenti di cui facevo parte era solita bivaccare soprattutto nelle sere d'estate quando, liberi da incombenze scolastiche, potevamo tirar tardi senza provare sensi di colpa.

Sarà stato suppergiù il 1957-58, io ero poco più di un ragazzo ma il bar era frequentato da un folto gruppo di 30-40enni, tra questi anche l'Oreste, ai quali fascismo e guerra avevano in vario modo bruciato la gioventù.

Siccome gli uomini, quando si trovano fra di loro, finiscono per parlare di avventure giovanili, quelle che avidamente ascoltavo nelle serate estive della mia pacifica giovinezza erano quasi sempre storie di guerra, per la verità perlopiù storie di scanso della guerra cioè di renitenza alla leva repubblichina: fughe, nascondigli, travestimenti, l'intero repertorio della condizione di imboscato arricchito da un contorno di particolari boccacceschi che trascinavano a una sguaiata ilarità.

Una sera ha parlato anche l'Oreste e l'uditorio s'è fatto subito muto.

Sebbene siano passati una sessantina d'anni ne ho un ricordo vivo e dettagliato, a voce bassa e rotta dall'emozione come se si vergognasse di aver visto e patito l'inferno, si è messo a raccontare l'esistenza nel campo di DORA, presso Nordhausen, dove era malcapitato dopo l'8 settembre quale militare italiano "traditore", gelo, fame, vergate, lavoro massacrante, crudeltà inimmaginabili, diceva di aver visto un prigioniero affogare in un secchio d'acqua sotto il tallone di un carceriere. Ero allora cosciente, e lo sono tuttora, di ricevere la sofferta testimonianza di un uomo fiaccato nello spirito e sfibrato nel fisico -- fatiche stenti percosse gli avevano rovinato i reni (nel lager gli accadeva di pisciar sabbia), un male che i miasmi del suo mestiere di lucidatore di mobili non aiutavano a curare -- un uomo che dell'incubo di Dora non si sarebbe sbarazzato mai.

All'arrivo dei sovietici i superstiti erano ridotti a larve scheletriche e impaurite. Un internato ex-macellaio aveva il compito di squartar bestiame requisito alle fattorie vicine per farne bistecche che rimettessero rapidamente in forze quei poveri corpi macilenti. Illusione, i lunghi digiuni avevano rattrappito a tal punto lo stomaco di Oreste e dei suoi compagni da fargli passare il giorno e la notte a mangiare e vomitare.

I liberatori, principalmente i mongoli come nel campo venivano chiamati tutti i militari sovietici provenienti dalle repubbliche asiatiche dell'URSS, agivano anche da giustizieri. Niente istruttorie e niente processi, sia pur sommari, bastava che un prigioniero puntasse il dito contro un tedesco e glielo falciavano all'istante con una scarica di fucile mitragliatore.

Nel racconto di Oreste, per accanimento vendicativo si distinguevano i francesi e, ancor più dei francesi, i belgi. Aveva assistito alla raccapricciante esecuzione di un carceriere tedesco - scovato chissà come nei dintorni del campo - per mano di prigionieri belgi armati di un pungiglione. A turno gli avevano inflitto il supplizio di San Sebastiano, centinaia di punture su ogni parte del corpo fino a lasciarlo esanime in un lago di sangue.

Nella mente di Oreste non c'era però posto per intenti di vendetta, tutti i suoi pensieri erano rivolti al ritorno a casa dove sperava, dopo 20 mesi di calvario, di recuperare salute, fiducia e serenità.

Chi l'ha conosciuto sa che non era possibile».

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il significato della Resistenza per alcuni cittadini lissonesi

6 Mai 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

25 APRILE 1970

VENTICINOUESIMO ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

Di seguito sono riportate le dichiarazioni rilasciate dai membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale e dal comandante militare del distaccamento della Brigata Garibaldina in occasione del venticinquesimo anniversario della Liberazione (1970).

 Cittadini consapevoli che il dissolvimento della dittatura fascista avrebbe procurato alla nazione caos, disordini e reazioni incontrollate; cittadini non curanti del pericolo di esporsi all'ira della polizia nazifascista si cercarono, si parlarono, si compresero: unirono le forze, le capacità, "organizzazione dei partiti politici clandestini dando così vita ed inizio ai Comitati di Liberazione Nazionale ed ai Centri della Resistenza armata (Gaetano Cavina, nome di battaglia Volfango).



La Resistenza si attuò col sacrificio di quarantacinquemila partigiani per esprimere e realizzare l'aspirazione ad un rinnovamento dell'organizzazione politica nella libertà, unita alla giustizia sociale del sistema. Postulato questo sufficiente ad ottenere la pacifica convivenza di tutto il popolo in tutti i suoi strati. E' stato il nostro un ideale il cui raggiungimento è però ancora lontano (Agostino Frisoni, nome di battaglia Ottavio).

 

Per un cattolico, la spinta ideale per la lotta contro la tirannia e l'oppressione era, e sarà, il raggiungimento della vera libertà, premessa indispensabile alla giustizia ed alla pace.

Libertà che è conquista, non di un solo giorno, ma di ogni giorno (Attilio Gelosa, nome di battaglia Carlo).

 

 


La Resistenza fu anelito di libertà, fatto passionale, presa di coscienza per la conquista di una più alta dignità umana. Scaturì dalla volontaria partecipazione delle masse operaie e contadine contro l'oppressione; esse esercitarono un ruolo dirigente e trascinarono nella lotta l'intera popolazione. Fu in questa partecipazione e nell'unità di tutti i raggruppamenti del Corpo Volontari della Libertà che si deve riconoscere la forza vera e l'invincibilità del movimento partigiano.

Spetta ai giovani, alle nuove generazioni, trarre le conseguenze dai fatti ma se essi si ispireranno al valore umano della Resistenza non potranno fallire nella loro missione rinnovatrice (Riccardo Crippa, nome di battaglia Ettore)






 CLN Lissone e I giunta municipale

Nell’immagine i membri del Comitato di Liberazione Nazionale e del primo Consiglio Comunale dopo la Liberazione
In primo piano da sinistra:

Leonardo Vismara, Attilio Gelosa, Gaetano Cavina, Agostino Frisoni e Giuseppe Parravicini

in seconda fila al centro, il Sindaco ANGELO AROSIO


appello del Sindaco ai Lissonesi (3 maggio 1945)


 

La giunta municipale di Lissone nel luglio 1945

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erano le 16,30 del 28 aprile 1945 ...

28 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 27 aprile 1945. Mussolini venne catturato a Dongo (Como). Aveva abbandonato Milano nel tardo pomeriggio del 25 aprile e, con gli ultimi fedelissimi e il codazzo di gerarchi in fuga, aveva raggiunto Como sotto la vincolante custodia di una trentina di SS.

 

 

Da Menaggio nella notte tra il 26 e il 27 aprile, si accodò con i suoi gerarchi ad una autocolonna della Luftwaffe che puntava su Chiavenna per raggiungere Merano attraverso il passo dello Stelvio.

La mattina seguente la colonna venne bloccata dai partigiani in quel di Musso, abbandonò il suo seguito, indossò un cappotto dell’aviazione tedesca e cercò di superare i controlli partigiani nascondendosi in un camion tedesco. Riconosciuto, venne fermato dai partigiani della 52ª brigata Garibaldi.

 

Il 28 aprile 1945 Walter Audisio ufficiale addetto al Comando generale del CVL, col nome di battaglia di "Colonnello Valerio", ricevette l’ordine di recarsi a Dongo, per eseguire la sentenza capitale decretata dal CVL nei confronti di Benito Mussolini, sulla base del decreto emesso, il 25 aprile 1945, dal CLN Alta Italia. L’art. 5 del decreto diceva: " I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di avere contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il fascismo, compromessa e tradita la sorte del Paese e d’averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo".


Sull’esecuzione del capo del fascismo a Giulino di Mezzegra, il Colonnello Valerio ebbe a raccontare:

"… cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Benito Mussolini: Per ordine del Comando generale del Corpo volontari della Libertà, sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano. ..”

 

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LA CRISI E L’ATTUALITA’ DELL’ANTIFASCISMO

25 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Un contributo di Giovanni Missaglia per il 25 aprile 2008

A  dispetto del ruolo che mi compete in questa giornata di festa e di commemorazione, vorrei iniziare il mio intervento con una nota amara sulla crisi di quello che è stato chiamato il “paradigma antifascista”. Un paradigma che negli ultimi anni ha subito molti attacchi espliciti o, nella migliore delle ipotesi, è caduto nell’oblio, è invecchiato – così si dice – secondo le inesorabili leggi del tempo.

Un giovane storico di idee politiche moderate, Sergio Luzzato, nel 2004 ha scritto un bellissimo libro intitolato La crisi dell’antifascismo. Proprio nelle prime pagine afferma: “Inutile negarlo: l’antifascismo sta attraversando una crisi profonda; eventualmente una crisi irreversibile. E non soltanto a causa della legge generale per cui l’impatto di ogni fenomeno storico è destinato comunque a diminuire nel tempo […]. Penso che alla mia generazione competa una responsabilità retrospettiva ben precisa: non consentire che la storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistinzione”.

E invece è proprio nel mare dell’indistinzione che rischiano di condurre, se non hanno già condotto, alcune esigenze di per sé legittime e persino irrinunciabili. Penso, in primo luogo, al tema della pietà per i morti, al rispetto che si deve anche a coloro che decisero di militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. L’ingiunzione etica, che per qualcuno riveste anche un significato religioso, è fuori discussione: non compete agli uomini il giudizio morale. Che, però, non deve essere confuso col giudizio storico: quel che conta, dice ancora Luzzato, quando ci si collochi sul terreno della valutazione storica, non è l’uguaglianza nella morte, ma la disuguaglianza nella vita. “Il saloino era evidentemente disponibile ad immolarsi per l’Italia della Risiera di San Sabba e di Fossoli: per il mondo di cui Mussolini e Hitler andavano berciando da vent’anni, dove i più forti erano i migliori, i più deboli partivano dentro carri bestiame per una destinazione che soltanto gli ipocriti qualificavano ignota. Il garibaldino era pronto a morire per l’Italia di Montefiorino e della Val d’Ossola […], per un mondo che poteva sperare libero, egualitario, solidale”; Luzzato può così concludere che “le concrete circostanze della storia italiana e mondiale attestano oltre ogni margine di dubbio che il partigiano delle Garibaldi combatteva dalla parte giusta, il ragazzo di Salò dalla parte sbagliata”.

Un’altra istanza sacrosanta rischia di condurci “nel mare dell’indistinzione”. Penso al grande tema della pacificazione tra gli italiani che una festa come quella del 25 aprile, secondo i suoi detrattori, avrebbe il torto di impedire. Occorre intendersi. Il bisogno di voltare pagina dopo un conflitto tremendo, di non interpretare la memoria come eterna perpetuazione dei conflitti del passato, è giusto. Del resto, fu proprio il ministro Togliatti ad assumere nei confronti dei fascisti il provvedimento tanto discusso dell’amnistia. Ma deve essere chiaro, in primo luogo, che la pacificazione non può equivalere ad una parificazione tra fascisti e antifascisti. Sarebbe inaccettabile sul piano morale, ma sarebbe persino insensato sul piano storico; sarebbe, questo sì, un modo per togliere dignità e responsabilità a quegli italiani che scelsero di combattere al fianco del’alleato nazista per la costruzione di un’Italia fascista. Deve essere chiaro, in secondo luogo, che la vera pacificazione fu proprio quella operata dai partigiani e dai loro eredi politici. Essa non fu altro che quell’opera di democratizzazione della vita pubblica che è l’unica condizione di una pace duratura: la costruzione di un Paese dove il pluralismo politico e il riconoscimento delle libertà consentisse a tutti, pur nelle differenze sociali, politiche ed economiche, di sentirsi italiani e di vivere in pace con gli altri italiani e con gli altri popoli.

Non credo, tuttavia, che questi argomenti siano sufficienti a ridare vita a un antifascismo largo e partecipato, sentito, soprattutto, dalle nuove generazioni. Penso, invece, che l’antifascismo vivente sia oggi quello depositato nella Costituzione della Repubblica italiana. Anche per questo è una vera tragedia che troppo spesso, nella formazione dei giovani, la Costituzione non trovi posto. E’ proprio lì l’antifascismo da vivere tutti i giorni; e non come un impegno “contro” –come potrebbe suggerire il prefisso “anti” della parola antifascismo” – ma come un impegno “per”. Per l’uguaglianza, sancita dall’articolo 3, contro tutte le discriminazioni politiche, sociali, economiche e sessiste. Per la pace, che l’articolo 11 annovera tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, a segnare la rottura col bellicismo dell’Italia fascista. Per i diritti civili, ed in particolare per la libertà personale, la libertà di opinione e la libertà di associazione, che il Fascismo aveva pesantemente conculcato e che devono essere coltivate e protette anche dalle minacce odierne, comprese quelle “ad alta tecnologia”, se è vero che i proprietari dei nuovi e poderosi strumenti di comunicazione rischiano di ridurre noi, semplici cittadini, ad una massa di manovra conformista e acquiescente. E ancora: per difendere la centralità del Parlamento, visto che le giuste riforme che pure sono necessarie a renderlo più efficiente non devono mai svilirne il ruolo. Noi italiani sappiamo bene che Mussolini pensava al Parlamento come ad “un’aula sorda e grigia” e sappiamo ancora meglio quali pericoli siano insiti nel leaderismo esasperato, nella cieca fiducia nelle virtù taumaturgiche di un “Capo” che pensa di essere l’unico interprete dell’autentica volontà del popolo, a sua volta ridotto ad una massa indistinta priva di differenziazioni interne, ad un bambino che deve soltanto “credere, obbedire e combattere”. Antifascismo non significa lavorare contro qualcosa o contro qualcuno, ma per l’attuazione piena – e certo anche il miglioramento – della nostra Costituzione. E’ lì, l’antifascismo del XXI secolo.

Ma forse –e mi avvio a concludere- c’è anche un antifascismo eterno. Nel 1995, uno dei più importanti tra i nostri uomini di cultura, Umberto Eco, ha scritto un saggio intitolato Il fascismo eterno. Se c’è un fascismo eterno, ne devo dedurre che c’è anche un antifascismo eterno. Non vi annoierò ricordandovi tutti i quattordici elementi che secondo Umberto Eco caratterizzano il fascismo eterno, quello che non è solo del passato, ma potrebbe anche essere del futuro e, soprattutto del presente; quello che non è solo di un luogo ma potrebbe essere in ogni luogo, anche fra noi. Vorrei solo segnalarvi alcuni di questi elementi, quelli che mi sembrano più attuali e incombenti e rispetto a cui, perciò, più alta deve essere la vigilanza. Primo: l’esaltazione dell’azione per l’azione. Conta solo agire. I dibattiti e le discussioni sono chiacchiere inutili. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, diceva: “quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola”. Il rifiuto della cultura, il fastidio per ogni  critica, conducono ad interpretare ogni disaccordo come un tradimento. Secondo: la paura della differenza. La nostra società è destinata a divenire sempre più multietnica e multireligiosa. E’ normale che questo susciti anche delle ansie e delle paure. Ma non dimentichiamoci mai che la vera e propria criminalizzazione della differenza è la via maestra che conduce alla xenofobia e al razzismo, l’essenza, il cuore di ogni fascismo. Terzo: il machismo, l’esaltazione della virilità e il disprezzo della donna. Mi piace, tra gli elementi del fascismo eterno richiamati da Eco, ricordare questo, che mi pare abbia una sua tragica attualità, ad ascoltare le cronache che ci parlano ogni giorno di donne offese, stuprate e svilite da maschi di ogni colore e di ogni ceto sociale, nei focolari delle famiglie e nei margini del degrado urbano. Quarto: il populismo. L’idea, come dicevo, che il popolo sia una massa compatta, priva di bisogni e di biografie diverse. L’idea che il popolo sia, a seconda delle circostanze, un bambino immaturo, da educare e proteggere con forme di paternalismo statalista, o un consumatore sciocco da sedurre con le sirene delle merci. Mai, in ogni caso, un soggetto politico plurale che ha il diritto di partecipare alla vita pubblica in tutte le forme che la Costituzione suggerisce, non solo quella del voto, certo sacrosanta ma sempre più interpretata e forse vissuta come una delega ad altri.

Questi, insomma, mi sembrano gli elementi di un antifascismo che potrebbe continuare a parlare anche alle nuove generazioni e aiutarci a mantenerci all’altezza della straordinaria testimonianza morale, civile e politica, della Resistenza italiana.

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