Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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Brigate nere e SS italiane

1 Mars 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nell'estate del 1944 mancavano circa dieci mesi alla conclu­sione della seconda guerra mondiale. Americani, inglesi, canadesi e francesi erano sbarcati, con superiorità schiacciante, in Normandia, i russi si trovavano ai confini della Prussia Orientale e dell'Ungheria e, in Italia, Winston Churchill, seduto su una panca accanto al gen. Ale­xander, osservava il territorio ancora da conquistare al di là della Linea Gotica, che correva da La Spezia a Pesaro.

La superiorità alleata era schiacciante, soprattutto in morale. Quegli uomini lanciati contro il colosso nazista erano soldati giovani, preparati e intelligenti, eguagliavano i tedeschi per carattere e capacità.

Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, dopo aver convinto il Duce, si accinse a militarizzare il partito. I volonta­ri che accolsero il suo appello di formare un corpo ideologizzato furono, invece, salvo eccezioni, gruppi raccogliticci, con ragazzi di tredici anni e vecchietti di settanta, che credevano ancora in un mitico squadrismo da Anni Venti, quando la semplice massa, alcuni autocarri, i manganelli e un po' di bottiglie d'olio di ricino poterono decidere il destino d'uno Stato. Ecco: l'ultimo fascismo nacque così, all'insegna di un'incredibile illusione, e storica­mente era già battuto.

 

Pavolini vuole solo elementi di fede indiscussa, che vadano a combattere i partigiani, che stanino i traditori, che facciano i cani da guardia del fascismo con la massima intransigenza. Il 26 giugno 1944, il duce firma un decreto: con esso si istituisce il Corpo ausiliario delle squadre d'azione delle Camicie nere, il segretario del partito ne prenderà il comando. Le federazioni fasciste assumeranno il nome di Brigate nere del Corpo ausiliario, dandosi il nome di un caduto per la causa fascista e i commissari federali la carica di comandanti di brigata. Ne faranno parte i volontari iscritti al partito con età compresa fra i 18 e i 60 anni. Nel testo del decreto, si dice che il corpo sarà impiegato per la difesa dell'ordine nella Repubblica Sociale Italiana sia per la lotta contro i ribelli, mentre non sarà impiegato per requisizioni, arresti o altri compiti di polizia. Questa disposizione fu presto disattesa, perché le brigate nere compiranno tanti di quei furti e di quegli arresti, da provocare a volte perfino l'intervento dei tedeschi che ne chiederanno lo scioglimento.

La funzione delle Brigate nere rimane allora la funzione territoriale, poliziesca nelle città, dove diventano il bersaglio dell'odio popolare, perché sono loro che nei luoghi pubblici e nelle abitazioni rastrellano i renitenti, i disertori e i parenti dei partigiani trasferitisi in montagna. Sono loro che s'impadroniscono nei negozi, nei magazzini e nelle fabbriche di tanta merce con la scusa di combattere il mercato nero e gli imboscamenti. Molti sono noti sfaccendati, piccoli criminali o ex-impiegati delle federazioni che non rinunciano così ai propri privilegi.

 
undefinedPavolini (a destra) e Costa (al centro)

La Brigata nera Aldo Resega

La Brianza fu interessata dall'azione di due brigate nere, essendo composta dal territorio di due province. In quello milanese agì l'VIII Brigata nera Aldo Resega, comandata dal maggiore Vincenzo Costa, quest'ultimo, subentrato come federale di Milano a Boattini, successore del defunto Resega. La brigata nera di Costa, presta giuramento il 25 luglio 1944 sul sagrato della Basilica di S. Lorenzo e stabilisce il comando in via Zecca Vecchia. Sarà la brigata nera più forte e numerosa della RSI. Si doterà anche di un giornale proprio, grossolano nello stile di scrittura, dove si sprecano promesse di manganellature e sonore punizioni per tutti. S'intitola semplicemente Brigata nera “Aldo Resega", ma il motto in dialetto milanese sotto la testata è grottesco: Forsa bagai ... alegher, fidigh san per la gloria d'Italia e de Milan.

I principali centri brianzoli furono sede di plotoni e presidi della formazione repubblichina. Il comandante in capo Alessandro Pavolini, suggellerà i comuni intenti delle brigate nere lombarde, tenendo rapporto ai loro comandanti il 16 ottobre 1944 a Monza.

Una delle azioni che questi fascisti misero in atto, e che aumentò l'avversione della popolazione verso di loro, furono i rastrellamenti, retate che avevano come obiettivo la cattura di renitenti e disertori. Ma diverse di queste spedizioni, furono trasformate dalle brigate nere in occasioni per razziare beni e soprattutto generi alimentari, spacciandole per azioni repressive contro il mercato nero e l'accaparramento, funzioni che, tra l'altro, non erano di loro competenza. Questo denota ancora una volta, quali erano le mire di certe polizie autonome fasciste e come si disinteressassero della cura del loro rapporto con la gente comune. Agli occhi dei brigatisti, la Brianza si presentava come una zona di opulenza dal punto di vista alimentare. Così diverse cittadine di questa zona, subirono dei veri e propri saccheggi.

Diverse sono le segnalazioni di soprusi commessi dagli stessi presidi presenti in Brianza.

È una situazione ormai degenerata che i poteri centrali della RSI non controllano più, se mai l'hanno controllata. E più la fine si avvicina, più i componenti di queste polizie aumentano la loro attività illegale, nel tentativo di crearsi la propria personale base di sostentamento o, addirittura, di ricchezza, da trasferire poi con un acrobatico trasformismo, nella nuova società post-fascista.

Con l'ascesa di queste forze così vicine ai nazisti e al fascismo più ideologizzato ed intollerante, si registra la decadenza della Guardia Nazionale Repubblicana, che ha puntato tutto sulla quantità, sul reclutamento senza andare troppo per il sottile che ne ha minato la struttura ed ha aperto voragini nelle sue fila con le diserzioni. 
Della Brigata nera Aldo Resega faceva parte anche il lissonese Gislon Fausto.

 

undefinedLegione Muti

Un'altra delle numerose polizie, nate durante la RSI con il fine di sorreggere il fascismo più intransigente, ma anche con lo scopo di guadagnare potere e soldi, fu la Legione Muti.

L'ex-caporale del regio esercito Franco Colombo, radunò attorno a sé, dopo l'8 settembre, un aggregato di fanatici e pregiudicati, che presto ottenne il favore dei tedeschi, appoggi altolocati nella RSI e il timore e il disprezzo della gente. Pose la base in via Rovello a Milano, negli edifici ora riscattati al genere umano dal Piccolo Teatro. Agirono con tale spregio di ogni regola che lo stesso federale di Milano, Aldo Resega, che di lì a poco sarà abbattuto dai partigiani, tentò invano di far sciogliere il malfamato reparto. Il comando della Muti appare però inattaccabile; riesce ad ottenere dal Ministero degli interni nella primavera del '44 la trasformazione formale in Legione autonoma Ettore Muti. Quel termine autonoma, i mutini lo interpreteranno a modo loro, cioè come possibilità di fare quello che vogliono.

Nell'elenco degli arruolati della Muti, riportato da Ricciotti Lazzero nel suo volume Le Brigate nere, figurano numerosi brianzoli, esattamente 64, provenienti per la metà dalle città di Monza e Lissone. Di questi arruolati, 30 hanno un'età compresa tra i 14 e i 17 anni.

 Arditi della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti” di Monza e circondario:

 Arosio Emilio (Muggiò), Arosio Felice (Lissone), Arosio Mario (Lissone), Biella Oreste (Monza), Bisesti Cesare (Monza), Calderini  Cesare (Monza), Calloni Luigi (Lissone), Cazzaniga Giuseppe (Lissone), Cereda Franco (Monza), Colombo Antonio (Monza), Comi Arcangelo (Lissone), De Molinari Luigi (Monza), Erba Pietro (Monza), Farina Paolo (Monza), Galbiati Giordano (Monza), Galimberti Bruno (Lissone), Garibaldi Angelo (Monza), Gatti Erino (Lissone), Graglia Michele (Monza), Lucarelli Michele (Desio), Mantegazza Pietro (Monza), Montrasio Angelo (Monza), Montrasio Osvaldo (Monza), Nobile Arturo (Monza), Nunzi Santino (Lissone), Piazza Francesco (Monza), Radice Sandro (Desio), Rigamonti Osvaldo (Monza), Tieghi Galliano (Monza),Villa Giorgio (Monza).

Il re Vittorio Emanuele III, accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio, scomparve dai documenti ufficiali e addirittura dalla piazza principale di Lissone che dal 3 marzo 1944 verrà intitolata ad Ettore Muti. Nella piazza, presso il palazzo Mussi tra il febbraio e il marzo del 1944 troverà alloggio anche il comando antiaereo tedesco che, con i militi della GNR alloggiati nei locali di palazzo Magatti (N.d.R. il vecchio municipio) in via Garibaldi,· garantiva un controllo più capillare del paese volto in particolar modo a contrastare la Resistenza. La locale sezione della GNR, dipendente dal comando di Desio, verrà soppressa nel novembre 1944; al suo posto resterà sino agli ultimi giorni di guerra un distaccamento delle Brigate nere.

Compiti affidati alla Legione: 

1.    Lotta anti-partigiana.

2.    Repressione di ogni tentativo di movimento antinazionale o comun­que diretto a sabotare l'opera del Governo repubblicano (scioperi, at­tentati, propaganda sovversiva, ecc.).

3.    Impiego immediato contro eventuali nuclei di paracadutisti.

4.    Impiego immediato per fronteggiare eventuali sommosse popolari.

5.    Eventuali compiti a seconda dell'emergenza del momento e sempre dietro ordine del Capo della Provincia (sorveglianza conferimento ammassi, protezione lavori di trebbiatura, servizio di presidio ad enti statali, scorta convogli di carattere militare).

Forza della Legione (permanenti):

Ufficiali 69; sottufficiali 89; graduati 44; arditi 1306. Totale 1.508.

Ufficiali superiori:

colonnello Franco Colombo, comandante, ten.col. Ampelio Spadoni, di Romano Lombardo (Bergamo), vice-comandante

ten. col. "Luciano Folli, di Lodi,

maggiore" Alessandro Bongi, di Milano,

maggiore Bruno DeStefani, di Milano

 

Dal libro di Ricciotti Lazzero “Le brigate nere” Rizzoli 1983

Fonte: Archivio di Stato - Como - Prefettura 122. L'elenco venne preparato, assieme a quello di tutti gli organi di polizie speciali della RSI in servizio al 25 aprile 1945, dalla Presidenza del Consiglio e trasmesso in plico sigillato, nell'agosto 1945, ai Prefetti ed ai Questori, in copie strettamente personali.

Poco prima della fine, il 9 marzo 1945, la "Muti" effettuò un rastrellamento in Val Cannobina, lungo la strada che da Cannobio (Lago Maggiore) porta a Domodossola. Nove partigiani garibaldini dell’85.ma Brigata furono costretti ad ingoiare ricci di castagne, poi evirati e sventrati a baionettate. L'11 marzo la "Muti" continuò il rastrellamento ad Armeno. (Guerriglia dell’'Ossola, Feltrinelli, Milano, pag.101).

 

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SS italiane

In quasi tutti i paesi da loro occupati, i tedeschi avevano formato con i residenti dei reparti militari che avevano inserito a vario titolo nel proprio esercito; fra questi, spiccavano i battaglioni delle SS. Anche in Italia, ormai paese satellite, si percorse questa strada, anzi lo stesso Mussolini, sempre preoccupato di non perdere considerazione presso il Fuhrer, chiese la formazione di reparti di SS italiane già il 24 settembre 1943. Gli arruolati vengono addestrati a Munsingen, credono di andare a combattere inglesi e americani al fronte, ma Himmler e Wolff hanno stabilito che questi reparti debbano essere utilizzati per compiti di polizia, di ordine pubblico e di lotta antipartigiana. Gli vengono fornite le divise rabberciate dell'ex-esercito italiano ma, cosa determinante, con le mostrine rosse come le vere SS. A novembre avviene il rimpatrio, con la prima emorragia di soldati che scappano verso le loro case o la macchia. Malgrado ciò si costituiscono tredici battaglioni, sistemati nell'alta Italia, al comando di un generale tedesco alle dipendenze dirette di Wolff. Né Mussolini e né Graziani avranno mai potere su questi reparti, che giureranno non a loro ma a Hitler.

I componenti delle SS italiane copiano i loro maestri tedeschi e vogliono superarli, nei paesi dove eseguono i rastrellamenti dilaga il terrore.
 

Anche la Brianza ebbe le sue Ville Tristi, a partire dalla Villa Reale di Monza fino ad andare ai vari presidi delle brigate nere sparsi sul territorio. Per chi ancora abbia bisogno di rendersi conto di cosa fu il fascismo repubblichino, una  testimonianza di Antonio Gambacorti Passerini, antifascista socialista monzese, che sperimentò la terribile esperienza della tortura:

“Fra i tanti supplizi subiti, ricordo uno messo in pratica da un certo Bussolin: le due mani legate, le ginocchia fatte sporgere per la forte flessione degli arti sul tronco al di sopra dei gomiti e fissate da un manico di scopa che passava al di sopra dei gomiti e al di sotto delle ginocchia; così ridotto un uomo non può in alcun modo difendersi e nemmeno riparare con parti più resistenti zone più delicate del proprio corpo. Così ridotto ad una palla, venivo colpito disordinatamente dai miei carnefici con calci, pugni, colpi di frusta e bastonature ... Ma non parlai; e così quando il Gatti mi disse "Ti fucilerei domani mattina", il Bussolin urlò "Ma intanto ha vinto lui! Non ha parlato, a quest'ora i suoi compagni ormai già sapranno della sua cattura e si saranno messi in salvo! No! Prima di morire deve parlare”.

Antonio Gambacorti Passerini,
uno dei protagonisti che parteciparono alle manifestazioni di giubilo per la caduta di Mussolini e nei 45 giorni che precedettero l’8 settembre 1943, fu impegnato per la riorganizzazione in senso democratico
  del comune di Monza che per oltre venti anni era stato guidato da un Podestà fascista. Questo suo aperto impegno a sostegno della cosa pubblica lo mise in evidenza, divenne una persona conosciuta ed alla prima occasione venne arrestato dai nazifascisti. Portato poi nel campo cosiddetto di “transito di Fossoli” in provincia di Modena, il 12 luglio 1944, per un atto di brutale e vigliacca rappresaglia, a cui erano barbaramente abituati i nazisti, venne portato al poligono di tiro di Cibeno, vicino a Carpi e fucilato assieme ad altri 66 antifascisti.

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La Resistenza dei militari italiani a Cefalonia

26 Février 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L’8 settembre 1943 la Divisione Acqui che, forte di 525 ufficiali e 11.500 soldati, presidiava le isole di Cefalonia e Corfù agli ordini del generale Antonio Gandin, si trovò di fronte alla consueta alternativa: o arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata, sapendo di non poter contare su alcun aiuto esterno.

Tra il 9 e l’11 settembre si svolsero estenuanti trattative tra Gandin e il tenente colonnello tedesco Barge, che intanto fece affluire sull’isola nuove truppe. L’11 settembre arrivò l’ultimatum tedesco, con l’intimazione a cedere le armi. All’alba del 13 settembre batterie italiane aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco carichi di tedeschi. Barge rispose con un ulteriore ultimatum, che conteneva la promessa del rimpatrio degli italiani una volta arresi. Gandin chiese allora ai suoi uomini di pronunciarsi su tre alternative: alleanza con i tedeschi, cessione delle armi, resistenza. Tramite un referendum i soldati scelsero all’unanimità di resistere.

Il 15 settembre cominciò la battaglia che si protrasse sino al 22 settembre, con drastici interventi degli aerei Stukas che mitragliarono e bombardano le truppe italiane. I nostri soldati si difesero con coraggio, ma non ci fu scampo: la città di Argostoli distrutta, 65 ufficiali e 1.250 i soldati caduti in combattimento.

L’Acqui si dovette arrendere, la vendetta tedesca fu spietata e senza ragionevole giustificazione. Il Comando superiore tedesco ribadì che "a Cefalonia, a causa del tradimento della guarnigione, non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi secondo gli ordini del Führer".

Il 24 settembre Gandin venne fucilato alla schiena; in una scuola 600 soldati italiani con i loro ufficiali furono falciati dal tiro delle mitragliatrici; 360 ufficiali furono uccisi a gruppetti nel cortile della casetta rossa. Alla fine saranno 5.000 i soldati massacrati, 446 gli ufficiali; 3.000 superstiti, caricati su tre piroscafi con destinazione i lager tedeschi, scomparirono in mare affondati dalle mine. In tutto 9.640 caduti, la Divisione Acqui annientata.

Molti dei superstiti dell’eccidio si rifugiarono nelle asperità dell’isola e continuarono la resistenza nel ricordo dei compagni trucidati e si costituirono nel raggruppamento Banditi della Acqui, che fino all’abbandono tedesco di Cefalonia si mantenne in contatto con i partigiani greci e con la missione inglese operando azioni di sabotaggio e fornendo preziose informazioni agli alleati.

 

Dal discorso del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla commemorazione dei caduti italiani della divisione "Acqui" Cefalonia, 1° marzo 2001

«Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento ...

La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo.

Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta, "unanime, concorde, plebiscitaria": "combattere, piuttosto di subire l'onta della cessione delle armi".

Un filo ideale, un uguale sentire, unirono ai militari di Cefalonia quelli di stanza in Corsica, nelle isole dell'Egeo, in Albania o in altri teatri di guerra. Agli stessi sentimenti si ispirarono le centinaia di migliaia di militari italiani che, nei campi di internamento, si rifiutarono di piegarsi e di collaborare, mentre le forze della Resistenza prendevano corpo sulle nostre montagne, nelle stesse città».

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monumento agli italiani della divisione Acqui trucidati a Cefalonia dai tedeschi

 

 

versi in dialetto friulano di un fante della Acqui, Olinto G. Perosa.

 

Il dì plui trist

 

Nus puartin

vers Argostoli

incolonaz

sote la curte cane

del "mascin"

un puar drapel

batut

e dezimat

Vin piardut

guere e speranze

e i nestris muarz

son lì

par tiere

di cà e di là de'strade

cui voi sbaraz

E il mar...lajù

cui tant ò vin sperat

nus vuarde

ndiferent

e mut!

 

Il giorno più triste

 

Noi partivamo

verso Argostoli

incolonnati

sotto le corte canne

del mitra

un povero drappello

battuto

e decimato

Abbiamo perduto

guerre e speranze

e i nostri morti

sono lì

per terra

di quà e di là della strada

con gli occhi sbarrati

E il mare...laggiù

in cui tanto avevamo sperato

ci guarda

indifferente

e muto!

 

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Armi per la Resistenza

19 Février 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dopo l’8 settembre 1943, uno dei principali problemi dei partigiani erano i rifornimenti di armi e di munizioni indispensabili per gli attacchi ai nazifascisti e per la difesa dai rastrellamenti che gli stessi nazifascisti organizzavano periodicamente.

In montagna, il problema non era tanto quello dell'abbigliamento o del mangiare: le popolazioni erano vicine ai loro ragazzi (erano soprattutto giovani, che scappavano dalle città per andare in montagna: le ripetute chiamate alle armi del regime fascista erano disertate in massa. Nel solo distretto di Como ben 1272 ragazzi su 1582 richiamati alle armi disertano tra marzo e aprile '44). Il problema sono le armi: qualche colpo di mano frutta pochi moschetti e qualche pistola, ma ci vuole di più.

E allora come procurarsele?

Varie erano le modalità: prelevandole dai depositi dell’esercito italiano. Erano spesso  fucili e  poche altre armi leggere che non potevano reggere il confronto con quelle dei nazisti. C’era poi il problema delle munizioni.

In alcuni casi venivano utilizzate le armi abbandonate dai soldati allo sbando dopo l’8 settembre, come, ad esempio, accadde a Monza. I militari in fuga avevano sotterrato nel cortile  della scuola Ugo Foscolo di Monza 72 mitra e 2 mitragliatrici. Enrico Bracesco (caposquadra attrezzeria alla Breda, monzese, catturato dai nazisti verrà deportato e morirà a Mauthausen) ed altri gappisti riuscirono a rimpossessarsene con grande coraggio, poiché la scuola nel frattempo era stata occupata dai repubblichini. Enrico Bracesco, provvedeva man mano a distribuirle.


Spesso venivano sottratte, con l’aiuto di alcuni operai, dalle fabbriche che producevano armi: è il caso dell’antifascista lissonese Mario Bettega (
noto e apprezzato calciatore della Pro Lissone, operaio della Breda, cadde presto nelle mani dei repubblichini, scoperto mentre trasportava un pacco di otturatori e caricatori provenienti dallo stabilimento sestese, morirà nel lager di Mauthausen).

Si conoscono anche sottrazioni di armi e munizioni dai treni da parte di antifascisti, addetti al carico e scarico di materiale bellico negli scali ferroviari. In altri casi le armi venivano recuperate in seguito ad attacchi ai soldati tedeschi. Per gli esplosivi si ricorreva spesso alla sottrazione dalle polveriere.

Dalla primavera del 1944, gli Alleati rifornivano, tramite i servizi segreti americani Oss (Office of strategic service) ed inglesi MI5 (Military Intelligence Service 5, le forze partigiane mediante aviolanci. 

In qualche caso le armi venivano recuperate mediante attacchi alle caserme della Guardia Nazionale Repubblicana, come viene raccontato da Carlo Levati nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”: 
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l'imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall'aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: "Lucio 101" che significava attesa; "Lucio 1O1 il pollo è cotto" voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso "pollo", che non venne mai; tant'è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: "Se il pollo c'è … ormai è carbonizzato!".

Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l'assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d'Adda per recuperare armi.»


Un importante stazione dell’Oss era a Berna in Svizzera. Nel 1944 l’Oss raggiunse il suo massimo sviluppo con 13.000 agenti ed informatori sparsi sui principali teatri di guerra.

 

I contatti tra partigiani, il Corpo Volontari della Libertà (CVL) e gli Alleati avvenivano tramite fuoriusciti in Svizzera (il CVL si costituì a Milano il 9 giugno 1944 ed è stato la prima struttura di coordinamento generale dei partigiani ufficialmente riconosciuto sia dagli Alleati che dal Governo italiano).

Giovanni Battista Stucchi, figura di primo piano dell’antifascismo monzese, Capo di Stato maggiore del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà, collaboratore di Ferruccio Parri, svolse diverse operazioni di collegamento e di direzione dei contatti con le formazioni partigiane dell’Ossola, del Varesotto e della Brianza.


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Nella foto della sfilata della Liberazione a Milano (5 maggio 1945) guidata dal Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, Giovanni Battista Stucchi è il secondo da sinistra. Da destra a sinistra: Enrico Mattei, Luigi Longo, Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Giovanni Battista Stucchi, Mario Argenton.

Un altro monzese, Davide Guarenti (verrà trucidato con altri sessantasei detenuti politici nel Poligono di tiro di Cibeno, frazione di Carpi, in provincia di Modena), capo degli antifascisti lissonesi (a Lissone per quattro anni aveva svolto la funzione di vigile urbano) manteneva i contatti con gli oppositori al regime fascista riparati in Svizzera ed in Francia. Tramite loro faceva pervenire informazioni a Radio Londra che le mandava in onda (le trasmissioni in italiano erano aperte dalle prime note della 5ª Sinfonia di Beethoven).

Da Radio Londra venivano trasmessi anche i messaggi in codice riservati alle formazioni partigiane con le conferme degli aviolanci da effettuare.

Grazie ai buoni rapporti tra le formazioni partigiane e gli Alleati, tramite agenti dell'OSS paracadutati, gli aviolanci si intensificarono soprattutto nella tarda primavera del 1945.

I contenuti di un aviolancio comprendeva generalmente armi automatiche e munizioni, esplosivi, materiale per sabotaggi e bombe a mano, vestiario e viveri di conforto. In qualche caso, come quello avvenuto nel maggio 1944 sui Piani di Artavaggio, in Valsassina, il vento disperdeva i paracadute rendendo impossibile ritrovare tutto il materiale lanciato.

Gli aviolanci ebbero una battuta di arresto durante l’inverno del 1944, quando il “Proclama Alexander” fermò l’avanzata sul fronte meridionale della guerra, rimandando ogni iniziativa a dopo l’inverno.

 

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Cartina indicante il  punto stabilito in accordo tra comando alleato e quello partigiano per un aviolancio. Quando gli aviolanci avvenivano di notte, gli aerei, spesso inglesi, erano guidati dai falò accesi dai partigiani,

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oppure mediante segnali luminosi.

 

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Solo nel corso degli ultimi quattro mesi di guerra, gennaio-aprile 1945, gli Alleati organizzarono 865 lanci di materiale da guerra ai partigiani del nord. 

Due terzi di tali lanci riuscirono, cioè 551 per complessive 1200 tonnellate e precisamente 650 tonnellate di armi e munizioni, 300 tonnellate di esplosivo e 250 tonnellate di altri materiali. Con questi aiuti l’efficacia della Resistenza armata fu maggiore nel nord d’Italia.
 

 

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I bisogni erano tali, che intere flotte di aeroplani sarebbero state necessarie per effettuare i lanci nella misura che avrebbe comportato l'armamento, il munizionamento, l'equipaggiamento di decine di migliaia di uomini.

Come erano organizzati i rifornimenti alle formazioni partigiane? Per mezzo delle radio clandestine della Resistenza, le richieste di ogni formazione, vagliate dai Comandi superiori, venivano trasmesse al Sud con i precisi dati trigonometrici della località e con l'indicazione della più vicina e più elevata cima alpina. Insieme erano forniti due messaggi: uno negativo e l'altro positivo. Quando il Sud decideva di effettuare il lancio, trasmetteva a mezzo radio Londra, per alcuni giorni il messaggio negativo e questo preavvisava la formazione che il lancio era prossimo. Il giorno in cui il lancio veniva effettuato, i partigiani non sentivano più il messaggio negativo, bensì, e per una volta sola, quello positivo e così accendevano subito i fuochi e quella notte, tempo permettendo, il lancio veniva effettuato.

Alcune frasi che per vari giorni erano ripetute dalla BBC: «Marta ha sempre paura», «Le scarpe sono rotte», «Felice non è felice», «Pippo piange», «Il gallo canta», «La luna ri­splende»,  erano frasi negative, trasmesse anche in relazione a condizioni atmosferiche sfavorevoli e che poi scomparivano improvvisamente dando il passo ad altre espressioni rimaste sconosciute, perché dette una volta sola e che erano quelle che effettivamente contavano.

 

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il merito della Resistenza

6 Février 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dopo l’8 settembre del 1943, 500.000 sono stati i collaborazionisti di Salò asserviti agli occupanti nazisti.

La popolazione italiana in questo frangente storico ha compiuto una scelta chiara e significativa, sostenendo, con piccoli e grandi atti di eroismo, la lotta contro i nazisti.

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Quasi 250.000 sono stati i partigiani che hanno combattuto; 44.720 sono morti.

21.186 sono stati gli invalidi ed i mutilati.

600 le medaglie al valor militare

124.813 sono i cittadini riconosciuti patrioti, ma accanto ad essi centinaia di migliaia gli operai che hanno resistito ai nazifascisti con gli scioperi, difendendo le fabbriche o sabotando la produzione.

Centinaia di migliaia di persone hanno nascosto i partigiani, gli ebrei ed i perseguitati, li hanno curati quando feriti, hanno procurato loro cibo e assistenza.

Gli Alleati, al termine del conflitto, hanno riconosciuto il grande contributo militare della Resistenza. Molti storici, anche tedeschi, hanno messo in rilievo questo fatto sulla base di documenti rinvenuti negli archivi.

La parte migliore del popolo italiano aveva riconquistato per tutta la Nazione la dignità perduta dopo venti anni di regime fascista e tre anni di guerra al fianco di Hitler.

L’Italia è così diventata un paese democratico. Questi valori di democrazia e di rispetto della persona umana vennero sanciti con la Costituzione, promulgata nel 1948 e divenuta fondamento della nostra convivenza politica e civile.

La conquista della libertà e della democrazia rappresenta un bene inattaccabile che dobbiamo agli uomini che hanno lottato nella Resistenza.

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Lo avrai camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

 

Non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti videro fuggire

 

Ma soltanto col silenzio dei torturati

più duro d'ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

 

Su queste strade sé vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza

 

 

Ode di Piero Calamandrei al gen. Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia durante la seconda guerra mondiale.

Kesselring, processato a Venezia da un tribunale militare inglese nel 1947, fu condannato alla fucilazione. La condanna fu poi commutata in ergastolo ed infine, nel 1952, Kesselring venne graziato.

Durante il processo ebbe il coraggio di richiedere un monumento m suo onore, visto che, a suo parere, aveva mantenuto durante l'occupazione nazista in Italia un atteggiamento magnanimo nei confronti delle popolazioni civili e dei  resistenti.

 

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Bulow ci ha lasciati

22 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

E' morto a Ravenna a 92 anni il compagno Arrigo Boldrini, il leggendario comandante partigiano "Bulow" Medaglia d'Oro della Resistenza, Presidente onorario dell'ANPI. 


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“Durante la Resistenza ci battemmo per la libertà di tutti, la nostra, quella di chi non partecipava, quella di chi era contro; oggi intendiamo continuare ad operare perché essa sia sempre piena, ricca, garantita”.     
                                                            Arrigo Boldrini

  

Arrigo Boldrini, il comandante “Bulow” della guerra di Liberazione, Medaglia d’Oro al Valor Militare, forse il più leggendario partigiano italiano, ci ha lasciato qualche giorno fa, alla bella età di 92 anni.

Bulow era presidente onorario dell’ANPI che per anni aveva guidato con mano ferma e autorevole. Era stato uno dei padri Costituenti e vicepresidente della Camera.

All’indomani dell’8 settembre non aveva esitato a mettersi subito al servizio del Paese. Nella sua Ravenna, lui, già ufficiale di complemento e combattente in Jugoslavia, non aveva esitato, nei giorni in cui tutto pareva perduto, a salire sul piedistallo del monumento a Garibaldi per annunciare a chi lo ascoltava che era arrivato il momento di dare battaglia per liberarsi dei fascisti e dei nazisti che stavano occupando l’Italia. Subito dopo era entrato in clandestinità con un gruppo dei suoi. Col passare dei mesi era nata la famosa 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”. Il suo coraggio e quello dei suoi partigiani, la sua umanità e la determinazione, avevano portato a scontri durissimi con il nemico, in un clima di passione e di amore per l’indipendenza e la libertà.

Era diventato molto presto anche un teorico della guerra di guerriglia e aveva convinto tutti della necessità di portare in pianura, con l’aiuto dei contadini, le operazioni militari dei combattenti di montagna.

Dopo aver ricevuto la massima onorificenza militare dal generale inglese Mc Creery, Comandante dell’VIII Armata, aveva sfilato con i suoi per le strade della sua città che aveva appena liberato.

Gli antifascisti e i partigiani di tutta Europa avevano imparato presto a conoscerlo e a stimarlo. Era stato poi eletto al Parlamento per un gran numero di legislature e non aveva mai cessato l’attività politica e legislativa.

In migliaia lo hanno salutato per l’ultima volta a Ravenna e migliaia sono stati i messaggi di cordoglio giunti al figlio Carlo e all’ANPI nazionale.

 

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Principali aziende in Lissone nel 1944

18 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Di seguito i logo della principali aziende esistenti a Lissone nel 1944

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1942: in provincia di Milano le donne protestano

18 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel marzo 1942, tra le prime manifestazioni di protesta, vi è lo sciopero di 40 operaie lissonesi.

 

L’1 marzo 1942 (secondo anno di guerra) in Italia viene ridotta la razione di pane a 150 grammi pro capite.

Il tesseramento del pane porta quasi immediatamente alla quasi totale sparizione dal mercato della farina. Quello che avviene per la farina, si era già verificato per gli altri generi razionati: pasta, riso, farina di granoturco, carni, uova, grassi, zucchero.

Il razionamento tendeva a coprire una parte del fabbisogno, assicurando mediamente poco più di 1000 calorie giornaliere. Per arrivare a circa 2000 calorie la popolazione non poteva fare altro che ricorrere al mercato nero.

L’aumento dei prezzi dei generi alimentari reperibili al mercato nero era talmente consistente da risultare spesso proibitivo per le famiglie operaie e quelle a redito fisso.

Gli operai reggono con difficoltà la fatica di dieci ore di lavoro al giorno con la malnutrizione determinata dal razionamento.

Nella provincia di Milano, dal febbraio al settembre 1942, si susseguono manifestazioni di protesta che coinvolgono gruppi di donne abbastanza numerosi presso municipi e case del fascio. La vita delle operaie è dura: la paga è di gran lunga inferiore a quella degli uomini e il lavoro in fabbrica è spesso pesante, tuttavia, esse possono contare sulla sicurezza di un salario, anche se, finito il turno di lavoro, ritornano ad essere casalinghe, che si devono improvvisare sarte per adattare abiti usati e trarne cappotti, gonne e pantaloni per i ragazzi; devono diventare magliaie, disfare vecchie maglie e golf per trasformarli in sciarpe, calze, golfini. Con il salario o lo stipendio del marito, se c’è, se non è in guerra, bisogna comperare al mercato nero i generi alimentari per integrare le misere razioni distribuite con le tessere.  Ogni giorno bisogna “inventare” una minestra o qualche altro piatto se la pasta o il riso tesserati sono finiti. Ma se manca la legna o il carbone da mettere sulla stufa, come si può cucinare un pasto caldo?

Da documenti conservati nell’Archivio di Stato di Milano (sono degli esposti che arrivano al prefetto dai diversi comuni della provincia) risulta che tra le prime manifestazioni di protesta, attuate nel marzo 1942, vi è quella attuata da operaie lissonesi: il 30 marzo, 40 operaie delle officine meccaniche Cesare Bosi di Via Piave, undefined alle 8 del mattino, non riprendono il lavoro “in segno di protesta per l’esigua paga loro corrisposta”. È il rapporto dei Carabinieri di Desio che spiega le ragioni dello sciopero, sciopero che dura fino alle 14, quando “autorità locali e segretario del sindacato sono riusciti modificare l’atteggiamento delle operaie”. Il rapporto dei Carabinieri al prefetto non spiega in che modo le autorità abbiano convinto le donne a riprendere il lavoro ma rassicura, come sempre, al ritorno alla normalità dell’ordine pubblico e sull’attenta vigilanza, predisposta dai carabinieri si suppone, in fabbrica. (AS Milano, Pref., II vers, cart. 243)

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Enrico Bracesco: il primo mutilato della Resistenza operaia

18 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

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Enrico Bracesco, caposquadra attrezzeria alla Breda V, arrestato il 13 marzo per strada a Monza. È il primo mutilato della Resistenza operaia. Di lui, oltre alla moglie Maria, diversi compagni hanno lasciato testimonianza, come Antonio Paleari, operaio nella stessa sezione, arrestato già nel gennaio con L. S. Bersan, G. Marchetti e M. Rizzardi davanti al Bar Prealpi di Sesto durante un passaggio di armi.

Anche nel caso di Bracesco l'antifascismo è «di famiglia»: il fratello Carlo gestisce una trattoria a Monza che funge da cerniera di collegamento tra l'organizzazione clandestina delle fabbriche sestesi le brigate Garibaldine delle montagne del lecchese. L'arresto di Enrico come quello dei compagni davanti al Bar Prealpi, intende provocare la rottura dei collegamenti con la montagna.

Nella testimonianza di Maria Bracesco, dopo 1'8 settembre, Enrico è costretto ad «andare in montagna»: più di una volta è stato in­dividuato per la sua attività clandestina. L'essere promotore degli scioperi del marzo 1943 gli avevano già causato circa un mese di carcere - tra attesa del processo e detenzione - e il conseguente licenziamento dalla Breda. Condannato a un anno perché «colpevole di abbandono del servizio» (durante il fascismo il termine «sciopero  era stato abolito), veniva tuttavia liberato poiché la sentenza era passata nel frattempo in giudicato. Grazie all'intervento dei compagni di lavoro riusciva a farsi riassumere alla Breda, ben accolto anche  dagli ingegneri Vezzani e Vallerani.

Quando inizia la Resistenza, Bracesco inizialmente si divide tra attività clandestina in fabbrica e fuori di essa; successivamente è conosciuto tra gli antifascisti più attivi come «il corriere delle armi». Il 4 novembre è a Sesto San Giovanni con un grande quantitativo di mitra caricati su di un camioncino, viene da Monza e ha l'incarico di portarle a Michele Robecchi a Muggiò.

(Sono armi che i militari in fuga dopo 1'8 settembre avevano sotterrato nel cortile  della scuola Ugo Foscolo di Monza, delle quali i gappisti riescono a reinpossessarsi con grande coraggio, poiché la scuola nel frattempo era stata occupata dai repubblichini. Trattandosi di un grosso quantitativo, 72 mitra e 2 mitragliatrici  il «corriere delle armi», E. Bracesco, provvede man mano a distribuirle).

La consegna viene eseguita con successo sennonché al ritorno, sulla strada tra Cinisello Balsamo e lo stabilimento staccato della Breda V, la «Taccona», verso il quale è diretto, il camioncino si rovescia. Viene trasportato all'ospedale di Monza dove è costretto a subire l'amputazione della gamba destra. Bracesco è un uomo coraggioso e non sarà questa disgrazia a fermarlo: è un gappista e fa parte del gruppo armato della Breda V. Persone sospette lo spiano anche in ospedale.

Una volta a casa, a Monza, in attesa della protesi per la gamba amputata e di una completa guarigione della ferita, egli continua a mantenere i collegamenti con la Resistenza. Persone sospette sorvegliano la sua casa. Ci sono appena stati gli scioperi e la moglie cerca di convincerlo a sfollare in campagna presso parenti. La difficoltà di camminare è però un grave impedimento. Inoltre Bracesco vorrebbe stare vicino al fratello Carlo, anche lui in pericolo per i suoi collegamenti con i partigiani. Per tali motivi, Bracesco resta,. limitandosi a rimanere nascosto durante la notte presso la sorella, la quale abita poco distante da casa sua. Un mattino però, mentre si avvia zoppicando verso la sua abitazione, viene arrestato. La moglie di quei giorni ricorda:

“lo non sapevo che l'avevano arrestato. Viene uno in casa mia, mi dice: «Dov'è Enrico?». lo gli dico che è a farsi curare per la gamba tagliata e lui mi dice di seguirlo con la mia bambina. Vengo caricata su una camionetta, mi portano al macello, dove ci sono le carceri. Lui era già lì, ma io non l'ho visto. Loro [sic!] mi hanno interrogato chiedendomi dove fosse Enrico. Io ho risposto: «Non lo so, magari ce l'avete già qui voi». Volevano sapere da me tante cose di Enrico, ma io sono sempre stata vaga. Tra l'altro, da mia sorella, avevo appena saputo, prima che venisse quell'uomo a casa mia, che Enrico l'avevano:. arrestato, ma non sapevo dove fosse.

Enrico Bracesco dopo una permanenza di più di un mese nel carcere di S. Vittore, trascorrerà tre mesi nel campo di transito di Fossoli e quasi due settimane in quello di Bolzano, dopodiché caricato assieme ad altri deportati negli usuali carri bestiame piombati a loro riservati, verrà condotto al KL di Mauthausen, dove verrà assassinato  luogo della sua morte (Istituto eutanasia di Hartheim).

castello-di-Hartheim.jpgIl castello di Hartheim, vicino a Linz, nell’inverno 1940 fu trasformato in un edificio per "l’azione-eutanasia" ordinata da Hitler, il cui scopo era "dare la bella morte agli ammalati inguaribili". L'Aktion T4 fu il programma nazista di eugenetica che prevedeva la soppressione o la sterilizzazione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da più o meno gravi malformazioni fisiche.

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Michele Robecchi

18 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

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Nato a Scanzorosciate (BG) il 29.9.1904. Residente a Muggiò (MI). Lavorava alla Breda, V Sezione Aeronautica, come elettricista. Arrestato il 10.8.1944 a Saronno (Va). Detenuto nel carcere di S. Vittore a Milano. Giunto nel campo di Bolzano il 7.9.1944. Partito il 5.10.1944 e giunto il 9.10.1944 a Dachau. Matricola 113505. Trasferito il 28.10.1944 a Überlingen (Dachau). Qui deceduto il 30.12.1944.

Racconta la moglie Maria Galletti; dopo l’8 settembre 1943 mio marito Michele disse:

"Maria, è giunto il momento, dobbiamo muoverci!" e io ricordo d'averlo abbracciato forte, con affetto e con orgoglio. Subito dopo, però, ho avuto paura, paura di qualcosa che non sapevo ma che sentivo sarebbe accaduto. Così incominciammo la nostra lotta.

Il mio Michele e i suoi amici avevano costituito un GAP (Gruppo di azione patriottica) che organizzava la resistenza in fabbrica, distribuiva materiale di propaganda fra gli operai, organizzava azioni di sabotaggio della produzione industriale destinata alla Germania.

Venne il marzo del 1944 con i grandi scioperi in tutte le fabbriche e allora si scatenò durissima la repressione tedesca. Gli operai venivano arrestati in fabbrica o prelevati in casa di notte. Condotti in carcere, venivano interrogati, spesso torturati e poi trasportati su carri bestiame in Germania. Il mio Michele riuscì fortunatamente a sfuggire in un primo tempo agli arresti ma non gli fu più possibile continuare il suo lavoro alla Breda e per guadagnarsi da vivere faceva lavori saltuari presso qualche artigiano o presso persone amiche.

Intanto si intensificava la lotta e si organizzavano colpi di mano contro le colonne tedesche e le brigate fasciste.

Passò l'estate e venne l'autunno. Un pomeriggio di settembre, uscendo di casa per incontrare i suoi compagni a Monza, mio marito mi disse che probabilmente quella sera non sarebbe tornato. Non tornò neanche l'indomani. Dopo due giorni ancora niente: allora, improvvisamente, fui assalita da un dubbio e da un'angoscia mortale. Messi a letto i bambini, corsi da una mia cugina e insieme ci recammo da tutte le persone che conoscevamo, nonostante il coprifuoco e l'ora tardissima. Nessuno sapeva niente.

La sera del giorno mi sorprese uno squillo di campanello. Era un tale che veniva a

consegnarmi la bicicletta e un biglietto di mio marito. Su quel biglietto mio marito aveva scritto: "Ci hanno arrestati e ci portano a Milano in camion”. Le mie ricerche non dettero alcun risultato: finalmente, dopo circa un mese arrivò a casa una cartolina postale dal carcere di San Vittore. Era una cartolina di mio marito il quale chiedeva notizie dei bambini e mi pregava di portargli una maglia e una camicia. Con il cuore pieno di speranza, il giorno dopo, mi presentai al portone del carcere. Qui il portiere mi avvertì che mio marito e un gruppo di "sovversivi" erano partiti nel cuore della notte, accompagnati alla stazione da dove sarebbero partiti quella mattina stessa per la Germania. Se fossi arrivata in tempo avrei forse potuto rivederlo un'ultima volta allo scalo Farini. Con il cuore in gola mi feci portare

allo scalo Farini , inutilmente: la stazione era deserta: il treno era partito da circa dieci minuti. Allora, piangendo in silenzio, tornai a casa.

Venti giorni più tardi ricevo una lettera da mio marito. "Siamo in un campo di concentramento fuori Bolzano. Allora decisi di andare a Bolzano. Con l'aiuto di mia cugina riuscii a racimolare i soldi per il viaggio ma proprio in quei giorni nuovi bombardamenti aerei avevano interrotto la linea ferroviaria del Brennero. Mentre aspettavamo che la linea ferroviaria venisse riattivata, arriva una nuova lettera da Bolzano spedita dalla persona che avrebbe dovuto far pervenire a Michele le mie lettere. "Suo marito, con tutti gli altri che erano con lui, è partito stamani alla volta della Germania".

Poi giunse la primavera e con la primavera la gioia della liberazione e la fine della guerra. "Tornerà? Ma quando? Arrivavano notizie amare di campi di sterminio, di atrocità compiute dai nazisti , arrivava ogni tanto a Milano o a Monza qualche superstite dei lager e raccontava cose terribili. Del mio Michele nessuna notizia.

Dopo circa due mesi fui avvisata che all'ospedale di Niguarda erano ricoverati alcuni deportati sopravvissuti. Con la forza della disperazione mi recai a Niguarda; percorrevo adagio adagio tutta la corsia, fermandomi a ogni letto e mostrando a tutti la fotografia del mio Michele. I ricoverati, pallidi e scheletriti , mi guardavano da sotto le coperte con i grandi occhi impauriti e non dicevano nulla. Nessuno, probabilmente, l'aveva incontrato o conosciuto. Una suora della corsia, vedendomi con la fotografia in mano, chiese incuriosita il motivo della mia visita e poi mi invitò a seguirla. Prese dei fogli, scorse un elenco di nomi e fu allora che la vidi impallidire. A bassa voce cominciò: "Signora, devo purtroppo darle una brutta notizia… da questo elenco risulta che...".

Allora il cuore mi mancò, pareva che si rompesse e mi sembrò di precipitare in un abisso. In un lampo avevo visto e capito tutto: piangevo e singhiozzavo così forte che un medico, dopo aver rimproverato la suora, volle a tutti i costi farmi un'iniezione per calmarmi. Senza più lacrime ma sempre singhiozzando scesi adagio le scale e uscii in strada. Solo in quel momento capii di essere sola: lui non sarebbe più tornato”.

A Michele Robecchi è dedicata la Sezione dell'A.N.P.I. di Muggiò.

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Luigi Gelosa, un lissonese caduto nella seconda guerra mondiale

26 Décembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Caporal Maggiore Luigi Gelosa

(Il suo nome sul monumento ai caduti nel cimitero di Lissone è al posto sbagliato; Luigi Gelosa non è disperso ma è sepolto nel cimitero militare italiano di Zonderwater, località presso Pretoria, in Sudafrica)


undefinedNato a Lissone, in via Galileo Galilei, il 15 maggio 1917 da Carlo Gelosa e Adele Calloni, sesto di otto figli, ebbe la sfortuna, come tanti altri suoi coetanei, di essere in età di leva a ridosso dello scoppio del secondo conflitto mondiale, questo evento gli fu fatale.

Luigi, come moltissimi giovani lissonesi, dopo aver conseguito la licenza elementare, era stato impiegato a tempo pieno nell’attività famigliare: la bottega di falegname, dove lavorava col padre Carlo ed il fratello maggiore Paolo. Una bottega al piano terra della loro abitazione di via Galilei, dalla quale possiamo immaginare, il giovane Luigi difficilmente si era mai allontanato di tanto.

Ma il giorno della chiamata alla leva arrivò, raccogliendo al distretto miltare di Monza tutti i ragazzi abili ed arruolabili dell’anno 1917. Nessuno di loro poteva immaginare quello che sarebbe accaduto in seguito, finito il periodo di ferma tornarono tutti, congedati nel 1937, alle loro case.

Il 9 giugno del 1937 Luigi poteva così riabbracciare la mamma, il papà e tutti i fratelli e le sorelle.

Ma la normalità quotidiana ristabilita dopo due anni di servizio militare, la vita laboriosa della bottega, la tranquillità della famiglia, le domeniche pomeriggio con gli amici, fu presto interrotta di nuovo: il 22 maggio del 1938, una settimana dopo il suo ventunesimo compleanno, era di nuovo chiamato al distretto militare di Monza (in base alla Circ. N° 174 G.M. 1938).

A Monza aveva sede il III battaglione del 1° Reggimento Fanteria Carristi, Luigi venne aggregato a questa unità di carri d’assalto ed iniziò l’addestramento, ottenendo il 28 dicembre del 1938 il fregio di “carrista scelto”, e successivamente, il 30 aprile del 1939 il grado di Caporale.

Il 22 novembre del 1939 , a seguito della Circolare 40001 del 24.08.39, venne trattenuto alle armi. Ed il 31 Luglio del 1940 nominato Caporale Maggiore.

Successivamente, il 20 giugno 1940,  venne trasferito in ”territorio dichiarato in stato di guerra” ed il 28 giugno 1940 trasferito al 4° Rgt. Ftr. Carrista, (il cambio di Reggimento era la conseguenza della riorganizzazione della giovanissima ed inesperta Arma del regio esercito), con sede a Roma nel forte Tiburtino e dotato di carri L3/35 d’assalto. Il primo comandante di questo glorioso reparto fu il Col. Lorenzo D’Avanzo (M.O.V.M.)

Il 6 luglio del 1940 Luigi fu imbarcato a Napoli con destinazione Bengasi, su quel carico c’erano due battaglioni, uno di carri medi ed uno di carri M11/39; in tutto 600 uomini, 72 carri, 56 automezzi, 37 motocicli e 76 rimorchi, che si andavano ad aggiungere ai 324 carri L3/35 già presenti in Libia. Il convoglio arrivò incolume a destino e l’8 luglio Luigi sbarcò a Bengasi. 
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Per meglio comprendere la condizione in cui si venne a trovare Luigi, con tutti i suoi commilitoni, occorre fare una breve descrizione della situazione bellica in Africa Settentrionale nel 1940.

All’inizio della guerra ( 10 giugno 1940 ) l’organizzazione del Regio Esercito Italiano era la seguente: la X Armata al comando del Gen. Mario Berti era schierata in Cirenaica, mentre in Tripolitania era schierata la V Armata. Dopo la morte di Italo Balbo (abbattuto per errore dalla nostra contraerea sui cieli di Tripoli) il Gen. Rodolfo Graziani assunse il comando di tutte le forze nell’Africa Settentrionale ed il governatorato della Libia il giorno 30 giugno. Dopo una serie di rinvii, dovuti principalmente al fatto che Graziani, sul posto, si rendeva conto delle difficoltà di un’avanzata di truppe per la massima parte appiedate, nel deserto, il 13 settembre del 1940 le forze disponibili ( della X Armata e parte della V Armata disimpegnatasi dal confine Tunisino dopo la resa della Francia) attraversarono il confine con l’Egitto, superando il 15 settembre il passo di Halfaya ed occupando il 16 Sidi el Barrani, dove l’offensiva fu fermata. Mentre la X Armata si riorganizzava a Sidi el Barrani, le unità britanniche si preparavano per una controffensiva. Il giorno 9 dicembre iniziava l’Operazione Compass (bussola), destinata a respingere la X Armata dall’Egitto.

La X Armata disponeva di 328 carri armati, di cui 256 leggeri di modello L 3/35 e 72 medi M11/39 e M13/40, l’appoggio aereo era fornito dalla V Squadra aerea.

Il generale britannico (Generale O’Connor) attaccò subito Sidi el Barrani, undefined catturata nel pomeriggio del 10 proseguendo poi, nei giorni seguenti, fino a Bardia. Al termine dell’Operazione Compass la X Armata non esisteva più, 130.000 soldati italiani erano stati catturati, tra loro anche Luigi.

Molti di loro vennero imbarcati su piroscafi inglesi con destinazione Sud Africa. Li attendeva, dopo molti giorni di navigazione e di trasferimenti forzati, il campo di concentramento di Zonderwater, località presso Pretoria.

A Zonderwater  dal 1941 cominciarono ad affluire i prigionieri di guerra italiani provenienti dal Nord Africa, gli arrivi si intensificarono dopo la sconfitta di El Alamein. In quel campo trovarono ospitalità circa 100.000 soldati italiani di truppa con i loro assistenti spirituali. I prigionieri non ebbero certo una vita agiata, ma tutti sono concordi nel riconoscere che furono trattati con umanità e che il comandante inglese fece di tutto per alleviarne le sofferenze. A coloro che lo desideravano, veniva consentito di uscire per lavorare nelle fattorie della zona. Questo è quanto mi ha riferito l’attuale Presidente dell’Associazione Zonderwater Blok, che è responsabile e custode morale del cimitero dove riposano 252 ragazzi italiani, deceduti durante il periodo di prigionia. E’ grazie al contributo del gentilissimo Emilo Coccia che ora sono in grado di dare una conclusione alla storia del Caporal Maggiore  Gelosa Luigi.

Durante la prigionia a Zonderwater Luigi probabilmente era impiegato presso una fattoria all’esterno del campo, e probabilmente lì contrasse una grave forma di Tubercolosi. Fu ricoverato presso l’Ospedale Civile di Vereeninging ( 50 km. A sud di Johannesburg) il 27 febbraio del 1943 con diagnosi “Sospetta Enterite”, morì il giorno 8 marzo 1943 a causa di “Peritonite Tubercolare”.

Fu sepolto nel Cimitero Militare Italiano di Zonderwater – IV Fila, Tomba 89 – e lì riposa.

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Da poco al cimitero di Lissone è stato realizzato un nuovo monumento che raccoglie i nomi di tutti i caduti  lissonesi nelle due guerre mondiali. Il nome di Luigi Gelosa è stato messo tra i dispersi, ma non lo è; sappiamo dove riposa e sappiamo la storia della sua breve e travagliata esistenza.

Questo racconto è dedicato a Lui ed a tutti i ragazzi che come lui partirono per non tornare più. Le loro vite sono state sacrificate per ideali che noi non condividiamo, ma il nostro ricordo li vuole appagare per quello che è stato loro strappato: la gioia di una vita serena.

A Luigi, tuo nipote Vittorio


 

Documento di propaganda inglese: il Cap. Maggiore Gelosa Luigi è nell'ultima colonna a destra alla 15a riga 

prigionieri catturati in Egitto e Libia


Prima di arrivare nel campo di concentramento di Zonderwater, in Sudafrica, generalmente i militari italiani catturati dagli inglesi nel Nord Africa passavano da Alessandria d’Egitto, in una caserma-prigione.

Dopo la conquista del villaggio egiziano di Sidi El Barrani, da parte delle truppe italiane al comando del generale Graziani, in una prima controffensiva britannica, che si era conclusa il 7 febbraio 1941 alle porte di Bengasi, erano cadute Tobruk, Bardia, Derna e gran parte della Cirenaica. Lo scontro conclusivo era stato combattuto a Beda Fomm: sette giorni di furiosi combattimenti al termine dei quali gli inglesi avevano avuto la meglio. Il campo di battaglia presentava una scena desolante: trenta chilometri di deserto coperto di carri sventrati, cannoni e autocarri abbandonati, centinaia di caduti e un'immensa colonna di prigionieri in marcia verso Alessandria.

Arrivavano a gruppi, stipati dentro cassoni degli autocarri, al centro di raccolta prigionieri di Alessandria. Stanchi e impolverati quelli che erano stati catturati in prima linea, più presentabili, con lo zaino o qualche fagotto, quelli che si erano arresi in condizioni diverse, ma tutti mesti, spaesati e storditi. Un sergente inglese, scortese, procedeva alla conta e alla registrazione dei dati essenziali: generalità e provenienza. Poi cominciava l'attesa, per tre o quattro giorni, dell'interrogatorio (spesso senza mangiare e bere). Ciascun soldato doveva affrontarlo davanti alla commissione di controllo, coadiuvata dall'interprete, quasi sempre un maltese: i più insidiosi, i più carogna.

Con l'arrivo di un numero sempre più grande di prigionieri italiani, la loro sistemazione divenne un problema di non poco conto. La caserma di Alessandria traboccava e gli inglesi decisero di risolvere la questione deportando i detenuti in due grandi campi recintati da filo spinato, frettolosamente allestiti per la bisogna nei pressi di Ismailia e precisamente in una località desertica chiamata Geneifa, situata nelle vicinanze dei Laghi Amari del Canale di Suez.

Dalla stazione ferroviaria di Alessandria era un susseguirsi di partenze sotto scorta.

Il treno per Geneifa attraversava i quartieri periferici della città per poi immergersi nel verde della valle del Nilo che, a poco a poco, col passare delle ore, si allontanava dal fiume e si scolorava per trasformarsi in una landa sabbiosa con qualche palmizio e qualche povero villaggio. Ovunque polvere, miseria e tante mosche. A tarda notte, il treno, dopo avere costeggiato il Canale, raggiungeva la sua definitiva destinazione, Geneifa, una località deserta e desolata: non una casa, non un albero, soltanto la baracca di legno della stazione. Accovacciati sulla sabbia, i prigionieri si guardavano intorno avviliti. Solo la linea ferrata che si perdeva nel buio sembrava essere rimasta l'unico legame con il mondo civile.

Occorrevano poi alcune ore di autocarro per raggiungere il campo che si profilava all'improvviso, nell'oscurità. Un quadrato lucente, luminosissimo, con potenti riflettori puntati verso l'interno e circondato da un doppio recinto di filo spinato. Dopo la conta, che diventerà un' ossessione per due volte al giorno, i prigionieri venivano alloggiati nelle piccole tende allineate sulla sabbia e subito erano assaltati da quelli che li avevano preceduti. «Chi siete? Da dove venite?».

A tutti i prigionieri, dopo le rituali perquisizioni e gli interrogatori, veniva fatta indossare una uniforme provvisoria di tela kaki con una grossa losanga blu cucita nel fondo dei pantaloni. Una toppa che, per qualche tempo, diventerà il marchio della prigionia.

Il comando dei campi era affidato a ufficiali britannici, ma la vigilanza veniva svolta dai sikh, sentinelle indiane in uniforme britannica, con l'immancabile turbante in cui attorcigliavano i lunghi capelli. I prigionieri erano accampati alla meglio sotto le tende, mentre tutto intorno le sabbie desertiche offrivano un panorama squallido e desolato.

Con i militari prigionieri, gli inglesi si comportavano nel rispetto della convenzione di Ginevra, ossia dell'accordo internazionale che stabiliva in che modo dovevano essere trattati i prigionieri di guerra (ciò non succederà per i 600.000 internati militari italiani rinchiusi nei campi di concentramento nazisti dopo l’8 settembre 1943).

Aumentando il loro numero, gli inglesi decisero di dirottarli verso altri campi che nel frattempo erano stati allestiti per la bisogna. Le prime destinazioni furono la Palestina, poi l'India e il Sudafrica. I trasferimenti iniziarono nel novembre 1940, senza date fisse perché tutto dipendeva dalla disponibilità delle navi che, scaricati a Suez i rifornimenti per le truppe, tornavano vuote ai porti di partenza. I prigionieri venivano imbarcati un migliaio alla volta e ristretti nelle stive. La traversata per l'India durava una quindicina di giorni, meno di una settimana quella diretta a Durban, in Sudafrica. All'inizio, quando le navi costeggiavano l'Etiopia ancora italiana, la tentazione di gettarsi in mare per raggiungere la costa era molto forte e poiché qualcuno poteva anche lasciarsi tentare, gli inglesi, per prudenza, serravano gli oblò e tutte le aperture. D'altra parte, altri convogli erano stati attaccati dai nostri sommergibili e gli allarmi erano frequenti, soprattutto nelle acque meridionali del Mar Rosso. «Sta' a vedere che va a finire che ci ammazzano i nostri» commentavano preoccupati i prigionieri. E infatti accadde più di una volta.

I prigionieri destinati al Sudafrica sbarcavano nella città portuale di Durban. Il Sudafrica è il paese che ha accolto il maggior numero di prigionieri italiani. Già nel gennaio 1941 ne ospitava 60.000 ma triplicheranno nel giro di pochi mesi.

Da Durban, dopo essere stati lavati, cosparsi di creolina, rapati a zero e sottoposti a minuziosi esami medici, venivano trasferiti in gran parte a Zonderwater, nel Transvaal, a seicento chilometri di distanza, dove sorgeva un grandissimo campo di prigionia.

«Com'era grande quel campo» scriverà nel suo diario un ex prigioniero. Veramente i campi erano cinque, ma formavano un blocco solo.

In lingua afrikaans, Zonderwater significa «senza acqua» e già questo nome può fornire un'idea dell'ambiente. Era una savana brulla e disabitata, collocata a 1600 metri sul mare, in cui era stata allestita un'immensa tendopoli recintata. Ma in seguito gli stessi italiani, con il loro lavoro, la trasformeranno in una città. Una originale «città dei prigionieri» con oltre centomila abitanti.

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