Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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e per chi si opponeva al fascismo?

8 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Chi manifestava un pensiero diverso o si opponeva al regime vi erano pestaggi, olio di ricino da bere, carcere, confino e per alcuni l’eliminazione fisica. 
Non mancano i crimini veri e propri. Viene ucciso a colpi di bastone don Luigi Minzoni, il parroco di Argenta. Ed ancora a colpi di bastone anche il deputato liberale Giovanni Amendola e l’intellettuale Piero Gobetti con l’unica differenza è che questi ultimi moriranno alcuni mesi dopo l’aggressione.
Contro i delitti fascisti perpetratisi a danno delle opposizioni durante la campagna elettorale per le elezioni tenutesi nell’aprile del 1924 e che vede la vittoria del listone di cui fa parte il partito fascista, il 30 maggio 1924, alla seduta inaugurale della Camera si alza la voce di Giacomo Matteotti per chiedere l’abolizione del responso delle urne. Pochi giorni dopo, il 10 giugno Matteotti viene rapito e ucciso dai sequestratori fascisti sui sedili posteriori di una macchina su cui è stato caricato con la forza. Il cadavere di Matteotti verrà rinvenuto nei dintorni di Roma il 16 agosto. Ancora morti. Antonio Gramsci, arrestato, morirà per gli stenti e la durezza della pena subito dopo essere stato dimesso dal carcere. Nel 1937 saranno uccisi, a Bagnoles de l’Orne in Francia, i fratelli Carlo e Nello Rosselli.

oppositori-al-regime-eliminati.jpg

Da sinistra: 

GIOVANNI AMENDOLA fondatore dei gruppi della sinistra liberale. Esiliato morirà a Cannes a seguito delle aggressioni fasciste.

PIERO GOBETTI fondatore della rivista "Rivoluzione liberale". Perseguitato e colpito più volte da squadre fasciste morirà a Parigi il 6 febbraio 1926.

ANTONIO GRAMSCI fondatore del PCI. Arrestato nel 1926, condannato a 22 anni e 9 mesi. Ammalatosi in carcere cesserà di vivere il 27 aprile 1937.

GIACOMO MATTEOTTI dopo il memorabile discorso alla Camera contro le violenze fasciste nel corso delle elezioni del 1924, fu rapito e assassinato il IO giugno 1924.

Don GIOVANNI MINZONI parroco di Argenta (Fe). Perseguitato dai fascisti. Aggredito e ucciso dagli squadristi di Italo Balbo il 23 agosto 1923.

CARLO ROSSELLI condannato a 10 anni per attività antifascista evade e emigra a Parigi. Animatore del movimento Giustizia e Libertà. Trucidato in Francia con il fratello Nello il 15 giugno 1937.


La Camera dei Deputati, il 28 novembre 1925, fu chiamata a discutere, cioè ad approvare, un progetto di legge, il quale puniva con la perdita della cittadinanza chi " commettesse o concorresse a commettere, all'estero, fatti diretti a disturbare l’ordine pubblico nel Regno, o a, diminuzione del buon nome o del prestigio dell'Italia, anche se il fatto non costituiva reato." 

Secondo la stampa fascista, ai fuoriusciti italiani oppositori del regime doveva essere riservato un trattamento speciale. Di seguito alcuni articoli di stampa tratti da alcuni giornali.

Il vice-segretario del Partito fascista, Melchiorri, nel Popolo d'Italia del 20 settembre 1926, proclamò che "i fuorusciti dovevano essere rintracciati dovunque si trovavano, e la vita doveva essere resa loro impossibile" (nel gergo fascista queste parole significavano che dovevano essere uccisi; mentre "rendere la vita difficile" significava bastonare di santa ragione finché il bastonato non avesse messo giudizio); un giorno o l'altro, qualche fascista potrebbe andare a cercarli nei loro covi di Parigi."

Lo stesso Melchiorri nel Popolo di Roma del 28 settembre 1926, diede alle stampe un'altra bella pensata.

Ogni segretario comunale dovrebbe affiggere una lista di tutti coloro che sono andati all'estero per qualsiasi ragione, con gli indirizzi delle loro famiglie nella città. Forse il pericolo di rappresaglie sulle famiglie sconsiglierà quei bastardi da ulteriori attività contro la " patria."

E il settimanale di Milano Il Torchio del 19 giugno 1927, pubblicò un appello veramente eroico: “Avanti, fascisti, che amate il Duce con dedizione appassionata: attraversate le frontiere. Attraversatele a decine, a centinaia, a migliaia. Percorrete tutte le strade del mondo. Perquisite ogni paese. Affondate ovunque le punte delle vostre baionette. Le vostre armi saranno sporcate di fango, di veleno, di sangue. Nei sacri nomi d'Italia e del Duce, colpite, senza pietà, senza tregua, senza rimorsi. Date la caccia una volta per sempre ai falsi italiani, ai finti italiani, agli ex-italiani. Debbono essere abbattuti ovunque si trovano. Lo sterminio deve essere inesorabile ed assoluto. Non deve sopravvivere neanche la loro memoria. Solo così l'Italia sarà liberata da un incubo permanente; solo così essere salvata dall'abisso. La salvezza del Duce lo esige. Avanti, fascisti, uccidete!”

(da “Memorie di un fuoriuscito” di Gaetano Salvemini)

 

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curiosando tra una pubblicazione e l’altra degli anni ‘30

8 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dalla Relazione di un Congresso di una associazione combattentistica:
relazione-direttorio-federale.jpg 

"Tutta la nostra attività associativa si è ispirata ai comandamenti e al pensiero del Capo. Quale forza operante del Regime, abbiamo dato al Partito il nostro contributo di opere e di presenza seguendo in ogni località le direttive degli organi politici responsabili del cui cameratismo e della cui simpatia, largamente dimostrataci, ci siamo valsi per perfezionare l'inquadramento delle nostre Sezioni e rendere il nostro organismo sempre più consono ai compiti patriottici e sociali che ne regolano l'azione."

Tra le attività svolte dall'associazione troviamo:

 

2 Novembre 1934

Consegna di moschetti ai Balilla di Lissone.

19 maggio 1935

Inaugurazione vessillo del Gruppo di Santa Margherita di Lissone .

 

E per finire:

 

"E' con questo spirito che noi inviamo un fraterno saluto, ai soldati e ai legionari che, nell' Africa Orientale, portano le insegne della nostra civiltà rinnovellata dalla Vittoria e dalla Marcia della Rivoluzione Fascista, ed è con questa fede che noi lanciamo l'appassionato grido ,della nostra anima:

Saluto al Re! Saluto al Duce ! "

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due giovani donne coraggiose: Iris ed Elisa

25 Septembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Resistere è donna. Dopo l’8 settembre del 1943, la donna s’inserisce nel movimento clandestino e la sua partecipazione attiva è, in molti casi, determinante. Lotta nelle città, nei paesi e nelle campagne come nei monasteri e nelle carceri dove aiuta, rifocilla, trasporta, consola; procura e distribuisce armi, vestiti, cibo, medicinali e munizioni. Combatte anche con le armi con cui ferisce ed uccide. E’ ferita, torturata, uccisa, fucilata, impiccata oppure, per non essere d’ostacolo ai compagni di lotta, si uccide per non cadere viva in mano al nemico. Tutto questo e altro ancora fu la Resistenza delle donne…

Dedicata, da Carla Grementieri, ad Iris Versari, partigiana, medaglia d’oro al Valor Militare. 

 

Iris-Versari.jpgVorrei che l’alba illuminasse

i tuoi occhi di smeraldo

Tra il sonno e la veglia

di un dolce sorriso

Si possono dimenticare

i tratti del tuo volto

Non il profumo intenso

del tuo eroismo… 























Iris Versari

Nata a Portico San Benedetto (Forlì) il 12 ottobre 1922, morta il 18 agosto 1944 a Cornia di San Valentino (Forlì), contadina, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.

La sua famiglia di contadini si era trasferita a Tredozio, nel podere Tramonto (dove, dopo l’armistizio, si sarebbe costituita una delle prime bande partigiane del Forlivese), ed Iris ad un certo punto, come usava allora, era stata "mandata a servizio" presso una famiglia benestante di Forlì. La ragazzina, ricordata come molto carina, aveva dovuto difendersi dalle "insidie" dei "padroni" e anche quest’umiliazione contribuì a formarne il carattere. Tornata dai suoi, li aiutava nei lavori dei campi. Nel settembre del 1943, la ragazza diventa staffetta della banda di “Silvio" Corbari, col quale ha una relazione sentimentale, e nel gennaio del 1944 entra come combattente nella formazione. Iris prende parte a numerose azioni di guerriglia e si distingue per il suo coraggio. Nell’agosto del 1944 la giovane partigiana, che, ferita ad una gamba, si era rifugiata con Corbari e altri compagni in una casa colonica, viene sorpresa da tedeschi e fascisti, accompagnati sul luogo da un delatore. I partigiani oppongono resistenza, la ragazza capisce che, non potendo muoversi, non può tentare la fuga ed è d’impedimento alla salvezza degli altri e si uccide. Dice la motivazione della Medaglia d’oro, concessa nel 1976, sotto la Presidenza di Giovanni Leone: "Giovane di modeste origini, poco più che ventenne, fedele alle tradizioni delle coraggiose genti di Romagna, non esitò a scegliere il suo posto di rischio e di sacrificio per opporsi alla tracotante oppressione dell'invasore, unendosi ad una combattiva formazione autonoma partigiana locale. Ardimentosa ed intrepida, prese parte attiva a numerose azioni di guerriglia distinguendosi come trascinatrice e valida combattente. Durante l'ultimo combattimento, circondata con altri partigiani in una casa colonica isolata, ferita ed impossibilitata a muoversi, esortò ed indusse i compagni a rompere l'accerchiamento e, impegnando gli avversari con intenso e nutrito fuoco, agevolò la loro sortita. Dopo aver abbattuto l'ufficiale nemico che per primo entrò nella casa colonica, consapevole della sorte che l'attendeva cadendo viva nelle mani del crudele nemico, si diede la morte. Immolava così la sua giovane vita a quegli ideali che aveva nutrito nella sua breve ma gloriosa esistenza.". I fascisti, per spregio, trasportarono il cadavere di Iris da Cornia a Forlì e, in Piazza Saffi, lo appesero, per spregio, accanto a quelli dei suoi compagni di lotta (Sirio Corbari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli), catturati dopo lo scontro a fuoco di Cornia San Valentino.

Al nome di Iris Versari, nel 1978 fu intitolato, con decreto del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’istituto  tecnico commerciale, ora anche liceo scientifico, di Cesano Maderno. 



Elisa-Sala.jpgPoesia dedicata da Riccardo Vinciguerra  ad «Elisa Sala» ('nome di battaglia' Anna)

Da borghi scuri a valli, collina e montagna, giovane Monzese coraggiosa 'Anna',

portasti il soffio, di quella primavera,

vita, per quella libertà vera.

Tristi i tuoi giorni ti parean tanti,

ombra della notte d'agguati,

tempo di guerra, morte e distruzione,

attiva, compagna in missione.

Fratelli in nero e grigioverde,

la luce spenger dei compagni in macchia,

colpir, la stella che nella notte splende,

la forza di un sogno, di libertà e di gioia.

Destino ti fù, a breve vita,

vent'anni morir,

abbandono, nefasti in tortura,

l'ombra nera il fratel, la tua gioventù finir.

Ancor le tue carni non sciolte al martirio,

sulle tue strade tracciate dal tuo sudor,

irrompean, i tuoi compagni contro il nemico in delirio,

da contrade, colline e montagne, alla riscossa del   tuo dolor;

Anna, oh! dolce Anna,

ricordo di grande fratellanza,

di sacrificio, di tanta sofferenza,

di una battaglia e di tanta speranza.


Elisa Sala: una vita per la libertà.
Elisa è l’unica donna monzese compresa nell'elenco dei partigiani caduti. Elisa Sala era stata arrestata una prima volta il 13 ottobre 1944, ma riuscì a salvarsi dalla condanna a morte riparando nelle montagne del Bergamasco. Il 13 febbraio 1945 volle fare una scappata a casa per salutare i genitori: purtroppo il 16 fu arrestata e, dopo essere stata seviziata alla Villa Reale di Monza, il giorno dopo fu uccisa, poco più che diciannovenne, a Sovico con quattro colpi di rivoltella alla testa.


Raccontava la madre Norma: «In una delle rare lettere pervenutemi clandestinamente da mia figlia, Elisa esprimeva l’ardente desiderio di amor patrio e di libertà dall’oppressore, libertà per cui ha dato la vita.

Purtroppo il giorno in cui cadde torturata ed uccisa in quel di Sovìco la Guardia Repubblicana perquisiva la mia casa e requisiva un album di famiglia in cui custodivo religiosamente queste missive, che erano l’unico e l'ultimo ricordo della mia sventurata figliola».

Ad Elisa Sala è dedicata la Sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Macherio-Sovico.  

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Perché la Resistenza?

23 Septembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

“Adesso quando qualcuno, che evidentemente non ha vissuto la Resistenza, dice che non dovevamo fare azioni di guerra, perché queste hanno portato ritorsio­ni, vendette, eccidi, la risposta che noi possiamo dare è che se non avessimo fatto niente, i tedeschi e i fasci­sti per quanto tempo ancora avrebbero occupato il paese? Come ci saremmo presentati davanti a quanti hanno combattuto il nazifascismo? Davanti alle nazio­ni vincitrici? Alcide De Gasperi si presentò alla Con­ferenza della Pace di Parigi, dicendo che non tutti gli italiani erano stati fascisti, e poté affermarlo perché c'era stata la Resistenza che legittimava la sua difesa del nostro paese.”  Tina Anselmi, staffetta partigiana con 'nome di battaglia' Gabriella, nel 1976 prima donna ministro in Italia.



De-Gasperi-alla-conferenza-di-pace-di-Parigi-1946.jpg

De Gasperi alla Conferenza della Pace di Parigi nel 1946

 
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i quarantacinque giorni del governo Badoglio

1 Septembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il periodo che intercorre tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, ricordato nella storia politica nazionale come il governo dei “quarantacinque giorni”, risulta anche alla più rapida analisi fondamentale per comprendere gli sviluppi successivi della situazione sociale e politica nonché l’evolversi degli avvenimenti bellici che interessarono il nostro paese nella seconda guerra mondiale. All’indomani del crollo del fascismo, infatti,  escono dalla clandestinità quei partiti politici soppressi uno dopo l’altro dalla legge di PS del 6 novembre 1926, sui quali si fonderanno la lotta politica e, dopo l’annuncio dell’armistizio, l’organizzazione dei Comitati di Liberazione nazionale e la Resistenza. Le ripetute sconfitte dell’esercito italiano avevano minato il già fragile fronte interno, mettendo in luce il divario profondissimo fra il regime fascista, che aveva promesso con enfasi una grandezza imperiale e militare che nei fatti si era rivelata un bluff, e le masse popolari, colpite sempre più duramente nel loro tenore di vita da restrizioni di ogni genere, ormai consapevoli della catastrofe che andava delineandosi sotto i primi bombardamenti alleati alle città del triangolo industriale. Un segno di vibrante protesta contro il regime fascista, furono gli scioperi avvenuti nel marzo del 1943 nella fabbriche dell’Italia settentrionale. Dopo l’incontro di Feltre (19 luglio 1943) tra Hitler e Mussolini, la crisi del regime si profilava sempre più come inevitabile: il re Vittorio Emanuele III vittorioemanuele.jpg intendeva sganciarsi dalle sorti del vacillante regime su una base politico sociale conservatrice, e anche all’interno dei vertici del regime fascista la situazione stava degenerando, al punto che il 24 luglio nella seduta del Gran Consiglio del fascismo, Dino Grandi assunse l’iniziativa di mettere in minoranza Mussolini, proponendo un programma che convergeva sostanzialmente con quello della monarchia. L’ordine del giorno presentato da Grandi, venne approvato a maggioranza (19 si, 7 no e una astensione; fra i si anche quello di Ciano, il genero di Mussolini) impose la riassunzione immediata da parte del re delle prerogative costituzionali e del comando delle forze armate.
Il 25 luglio 1943 il re messo di fronte alla crisi del regime destituisce Mussolini e lo fa arrestare, mentre il maresciallo Pietro Badoglio viene nominato capo del governo. Il 26 luglio Badoglio forma un nuovo governo (appoggiato dalla monarchia, dalla chiesa e dall’esercito) composto da tecnici e alti funzionari della burocrazia, il quale procedette immediatamente a smantellare gli apparati della dittatura fascista e alla repressione di ogni manifestazione popolare antifascista (il bilancio finale fu di 83 morti e 516 feriti).
Il disegno governativo monarchico-badogliano ambiva a realizzare un ritorno alla situazione pre-fascista, in modo da evitare una nuova costituente, lasciando intatte le strutture conservatrici in campo economico e sociale, impedendo così che la caduta del fascismo mettesse in discussione l’ordinamento monarchico; ma per realizzare tutto questo occorreva innanzitutto sganciare l’Italia dalla Germania, inserendo il paese nella lotta delle potenze antinaziste (il programma del governo Badoglio venne appoggiato con vigore da Churchill, preoccupato di evitare che in Italia si aprisse un processo anti-monarchico, politicamente e socialmente radicale). Nel frattempo i partiti antifascisti (PCI, PSI, PdA) che erano rimasti di fatto estranei al colpo di Stato del 25 luglio, riuniti in un comitato nazionale, premevano per la costituzione di un governo di unità nazionale e per la rottura immediata con la Germania. Le tendenze antimonarchiche insite all’interno del comitato, sfociarono in breve in un’opposizione al governo Badoglio, dal quale si dissociarono ufficialmente con un ordine del giorno approvato il 13 agosto. Mentre l’esercito tedesco si apprestava a mettere in atto l’operazione Achse al fine di assumere il controllo militare dell’Italia, Badoglio avviava a Lisbona (3 agosto) delle trattative segrete con gli alleati, i quali chiesero la resa incondizionata e, per esercitare una pressione maggiore, intensificarono i bombardamenti aerei sulle città italiane. Bombardamenti-a-San-Lorenzo.jpg L’armistizio venne agli atti firmato a Cassibile in Sicilia, il 3 settembre 1943, ma la notizia fu resa pubblica solamente alle 19.45 dell’ 8 settembre 1943, attraverso un comunicato radiofonico. La notizia colse completamente impreparati i capi militari e le truppe, lasciati colpevolmente da Badoglio senza istruzioni operative. Il 9 settembre  Badoglio e il re fuggono da Roma, dirigendosi dapprima a Pescara e successivamente, via mare, verso Brindisi nella zona occupata dagli Alleati. I giorni successivi segnarono il crollo dell’intera organizzazione dell’esercito italiano. I tedeschi, nel quadro dell’operazione Alarico, catturarono e disarmarono in breve 600.000 soldati italiani (in maggioranza inviati nei campi d’internamento in Germania), dilagando su tutto il territorio italiano non occupato dagli alleati. Per quanto riguarda la sorte delle truppe italiane stanziate all’estero, essa fu tragica: la gran parte vennero fatte prigioniere dai tedeschi e quei pochi presidi che resistettero eroicamente (Corfù e Cefalonia) vennero barbaramente sterminati.
Il governo Badoglio dei “quarantacinque giorni” aveva così portato l’Italia fuori dall’alleanza tedesca, ma in modo così inefficiente da determinare una tragedia per la sorte della popolazione civile, ormai vittima del brutale regime di occupazione tedesca.

La caduta del regime faceva pendere sull’Italia la spada di Damocle rappresentata dalla reazione tedesca. Hitler che diffidava della monarchia e di Badoglio - nonostante questi si fosse affrettato a dichiarare che l’Italia rimaneva fedele alle sue alleanze - già andava maturando il proposito di assumere il controllo militare della nostra penisola.

 


 

 Alla caduta di Mussolini - divulgata nella tarda serata domenicale del 25 luglio - gli italiani reagiscono con gioia incontenibile; strade e piazze sono attraversate da manifestazioni di giubilo per l'uscita di scena del dittatore. La popolazione spera che con il duce se ne vadano i tedeschi e la nazione esca dalla spirale distruttiva in cui il capo del fascismo l'ha gettata. L'apparato militare del regime - le camicie nere della Milizia - rimane inerte, travolto dagli eventi. Il colpo di palazzo attuato dalla monarchia col sostegno maggioritario del Gran consiglio del fascismo insedia al potere il maresciallo Badoglio, che rassicura i tedeschi sulla fedeltà alle alleanze: «La guerra continua».

 

Roma, Milano,Torino e le altre città del Regno sono per un giorno nelle mani di una folla festosa che scalpella dagli edifici pubblici l'emblema del fascio littorio, sfregia ritratti e statue del dittatore, irrompe nelle sedi del partito nazionale fascista per distruggere carte e arredi. Badoglio e i suoi collaboratori temono la radicalizzazione antifascista della piazza e il generale Mario Roatta, capo di stato maggiore dell'Esercito, dirama il 26 luglio direttive vincolanti per i militari impiegati in servizio di ordine pubblico: «Muovendo contro gruppi di individui che pertubino ordine aut non si attengano prescrizione autorità militare si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta come se si procedesse contro truppe nemiche. Non est ammesso il tiro in aria: si tira sempre a colpire come in combattimento. Il militare che impiegato in servizio di ordine pubblico compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine aut si ribelli aut non obbedisca agli ordini aut vilipenda superiori et istituzioni venga immediatamente passato per le armi». Il 27 luglio vengono uccisi a Bari una ventina di manifestanti; l'indomani un corteo operaio che sfila a Reggio Emilia al grido di «Basta con la guerra! I tedeschi in Germania!» viene disperso con le armi e sul selciato restano una decina di morti e numerosi feriti.

Per la facciata, il governo Badoglio sciolse le organizzazioni fasciste, eliminò il tribunale speciale, arrestò parecchi gerarchi per poi lasciarli fuggire: Farinacci in Germania e Bastianini a far l'ambasciatore. Ettore Muti fu ucciso, misteriosamente e, se non è provato che sia stato Badoglio per una vendetta personale, è certo che fu lui a ordinarne la cattura, annullò la Carta della scuola e la Carta del lavoro. Revocò le sanzioni disciplinari inflitte agli studenti per cause politiche, mandò a spasso i consiglieri nazionali della Camera e, persino, abolì il ruolo di caporale d'onore della milizia, il fascio littorio sui biglietti di banca, il saluto romano nelle forze armate, le leggi contro il celibato e trovò anche il tempo di pubblicare sulla «Gazzetta Ufficiale» il decreto che radiava dall'Ordine della Corona d'Italia il signor Carlotto Giuseppe fu Giacomo.

Tuttavia, in questa girandola di disposizioni, evitò di affrontare le questioni fondamentali (parlamento, partiti, sindacati) e, incaricando il ministro Guardasigilli di «eliminare dal Codice i tratti caratteristici dell'ideologia fascista», dimenticò il tratto peggiore e più ignobile, quello razzista, sicché non vennero dichiarati nulli i cinque decreti legge, le quattro leggi e i sei articoli introdotti nel codice civile nel 1938 in cui si compendiava la legge razziale. Questa «dimenticanza» peserà in modo non lieve sullo sterminio dei 7642 ebrei italiani nei lager tedeschi.

 


 

Milano-galleria-.gifMilano-1943.jpgMilano, già precedentemente bombardata il 24 ottobre 1942, dopo i terribili bombarda­menti dell'agosto 1943, era un cumulo di macerie, una «città morta ».

Nella notte fra il 7 e l'8 agosto 1943, 72 Lancaster sganciarono su Milano 20 tonnellate di bombe. Ma la più pesante incursione mai scatenata contro una città italiana fu quella di venerdì 13 agosto: 481 aerei arrivarono su Milano, la illuminarono con 256 bengala e seminarono sul centro e la periferia 220 mila spezzoni, 12 mila bombe incendiarie, 245 superbombe da 4 mila libbre, 430 da mille e 153 da 500. Nella notte del 15 altro bombardamento. Lo stesso avvenne nella notte del 16 agosto dove 193 bombardieri scaricarono su Milano 601 tonnellate di bombe. Anche l'anno seguente, il 20 ottobre 1944, Milano dovette subìre un feroce bombardamento. Una bomba cadde sulla scuola elementare di Gorla, seppellendo 184 bambini con i loro insegnanti. Nei cinque anni di guerra, Milano fu bombardata 13 volte. Complessivamente morirono più di 1.500 persone.
Secondo la testimonianza di un lissonese, abitante nella “curt del Milanen”, dalla torre di Palazzo Paleari era possibile vedere i bagliori delle bombe che cadevano su Milano.

 

 

 

  La de­scrive Salvatore Quasimodo: 

 

«Invano cerchi tra la polvere,

 povera mano, la città è morta.

E' morta: s'è udito l'ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l'usignolo

è caduto dall' antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, è morta ».

 

 

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I numeri non hanno anima, ma ...

31 Août 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

bombardamenti-aerei.jpg guerra-in-mare.jpg  

I numeri non hanno anima, ma quelli dei lager e della guerra contengono tutto il dolore dell’uomo.

La seconda guerra mondiale ha rappresentato il più grave e terrificante conflitto della storia dell'umanità. A descriverlo, prima delle parole, valgano molto di più le cifre.

I militari italiani deceduti in prigionia furono più di 20.000. Se si aggiungono a questi morti i militari italiani che persero la vita durante i trasporti (13.300), 6300 militari trucidati durante le operazioni di disarmo delle truppe italiane, circa 600 uccisi in massacri dell’ultima ora, e 5400 prigionieri di guerra italiani uccisi o dispersi nella zona di operazioni sul fronte orientale, si arriva a circa 45.000 unità.

Il totale di questa immane carneficina che è stata la seconda guerra mondiale è spaventoso: oltre 55 milioni di morti, di cui 25 milioni di soldati e 30 milioni di civili.

Nei 12 anni di regime nazista furono, inoltre, sterminati nei campi di concentramento circa 6.000.000 di ebrei.

Gli internati furono, in totale, 7.500.000.

Ai morti vanno aggiunte le distruzioni materiali, le devastazioni di incalcolabili ricchezze, di un immenso patrimonio creato dal lavoro e dalla intelligenza dell'uomo.

Molti paesi furono ridotti nella più completa rovina, con le città trasformate in un cumulo di macerie, le strutture economiche e le comunicazioni sconvolte, le popolazioni superstiti affamate.

Nel 1945 il costo totale della guerra fu calcolato in 1.154 miliardi di dollari; il costo delle distruzioni provocate dalla guerra in 230 miliardi di dollari. Si è anche calcolato che nella sola Europa occidentale furono completamente distrutti 1.500.000 edifici e danneggiati 7.000.000.


(Dati sulla seconda guerra mondiale tratti da Memoria per la storia e per la pace - Mai più guerra, a cura di Tullio Ferrari, Vol. III, Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Sez. di Modena, 1986, pag. 106)

ebrei.jpg internati.jpg  Plotone-di-esecuzione-italiano.jpg 

Milano-1943.jpg

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Anno 1941: La speranza di un anonimo graffitaro milanese in un nuovo risorgimento

30 Août 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Pepin vegn giù che i en anca mo' chì [peppino vieni giù che quelli sono ancora qui].


Scritta comparsa nell'ottobre 1941 sul basamento della statua equestre di Garibaldi in Largo Cairoli a Milano 

Piazza-Cairoli-primi-anni--900.jpg la statua di Giuseppe Garibaldi in Largo Cairoli a Milano

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In tutti i licei della Francia

29 Août 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Lunedì, 3 settembre 2007

In Francia oggi inizia il nuova anno scolastico. Nei licei di Francia verrà letta, per volontà del presidente della Repubblica, Sarkozy, la lettera scritta dal diciassettenne Guy Môquet ai suoi genitori, prima di essere fucilato dai nazisti nell’ottobre 1941.

Far leggere all’inizio di ogni anno scolastico questa lettera, è stata la sua “prima decisione” da presidente della Repubblica. Il 16 maggio 2007, giorno del suo insediamento all’Eliseo, Sarkozy, si è recato al Monumento de la Cascade, al Bois de Boulogne, per rendere omaggio ai 35 giovani resistenti fucilati dai nazisti, alla vigilia dell’insurrezione di Parigi nell’agosto del 1944.

Partiti il 16 agosto 1944 alla ricerca di armi per l’insurrezione di Parigi, caddero in un agguato teso da un agente francese della Gestapo. Furono fucilati nella notte tra il 16 e il 17 agosto da soldati della Wehrmacht ai piedi della cascata nel Bois de Boulogne. I corpi mutilati dai proiettili e dalle granate furono portati il giorno dopo in un garage trasformato in una camera ardente. Di età compresa tra i 17 e i 22 anni, la maggior parte dei fucilati apparteneva alle FFI (Forces Française de l’Interieur) e ai FTP (Francs-Tireurs et Partisanns). Gli altri erano membri dei Jeunes Chrétiens combattants o dell’Organisation Civile e Militare de la Junesse.


Nel suo discorso presso il Monumento de la Cascade, al Bois de Boulogne, il presidente della Repubblica così si è espresso: “Ho voluto fare qui la mia prima commemorazione da presidente della Repubblica, perché credo che sia essenziale spiegare ai nostri figli quello che è un giovane francese, e mostrare loro, attraverso il sacrificio di qualcuno di questi anonimi eroi dei quali i libri di storia non parlano, quella che è la grandeur di un uomo che si dona ad una causa più grande di lui. Voglio, con questo gesto, che i nostri figli si rendano conto dell’orrore della guerra e a quale estrema barbarie può condurre i popoli anche i più civilizzati”.

Durante la cerimonia in onore dei 35 partigiani fucilati, è stata letta la seguente lettera che Guy Môquet ha scritto ai suoi genitori prima di essere fucilato:
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"Ma petite maman chérie, mon tout petit frère adoré, mon petit papa aimé, Je vais mourir ! Ce que je vous demande, toi, en particulier ma petite maman, c'est d'être courageuse. Je le suis et je veux l'être autant que ceux qui sont passés avant moi. Certes, j'aurais voulu vivre. Mais ce que je souhaite de tout mon cœur, c'est que ma mort serve à quelque chose. Je n'ai pas eu le temps d'embrasser Jean. J'ai embrassé mes deux frères Roger et Rino. Quant au véritable je ne peux le faire hélas ! J'espère que toutes mes affaires te seront renvoyées elles pourront servir à Serge, qui je l'escompte sera fier de les porter un jour. A toi petit papa, si je t'ai fait ainsi qu'à ma petite maman, bien des peines, je te salue une dernière fois. Sache que j'ai fait de mon mieux pour suivre la voie que tu m'as tracée.Un dernier adieu à tous mes amis, à mon frère que j'aime beaucoup. Qu'il étudie bien pour être plus tard un homme. 17 ans 1/2, ma vie a été courte, je n'ai aucun regret, si ce n'est de vous quitter tous. Je vais mourir avec Tintin, Michels. Maman, ce que je te demande, ce que je veux que tu me promettes, c'est d'être courageuse et de surmonter ta peine.Je ne peux en mettre davantage. Je vous quitte tous, toutes, toi maman, Serge, papa, en vous embrassant de tout mon cœur d'enfant. Courage !
Votre Guy qui vous aime.
Guy
Dernières pensées : Vous tous qui restez, soyez dignes de nous, les 27 qui allons mourir !"

(traduzione)

«Mia cara piccola mamma, mio fratellino adorato, mio amato piccolo papà, Vado a morire! Quello che vi domando, a te in particolare mamma, di essere  coraggiosi. Io lo sono e voglio esserlo come coloro che sono passati prima di me. Certo avrei voluto vivere. Ma quello che io mi auguro con tutto il mio cuor, è che la mia morte serva a qualche cosa. Non ho avuto il tempo di abbracciare Jean. Ho abbracciato i miei due fratelli Roger e Rino. Veramente non l’ho potuto fare purtroppo. Spero che tutti i miei indumenti ti saranno restituiti potranno servire a Serge, che sono sicuro sarà fiero di indossarli un  giorno.  A te papà, se ti ho dato, come alla mia piccola  mamma, dei dispiaceri, ti saluto una ultima volta. Sappi che ho fatto del mio meglio per seguire la via che tu mi hai indicato. Un ultimo addio a tutti i miei amici, a mio fratello che io amo molto. Che studi bene per essere più tardi un uomo.

17 anni e mezzo, la mia vita è stata breve, non ho alcun rimpianto se non quello di lasciarvi tutti. Vado a morire con Titin, Michel. Mamma, quello che ti chiedo, quello che ti chiedo, quello che voglio che tu mi prometta, è di essere coraggiosa e di superare il tuo dolore. Non posso trattenermi  oltre. Vi lascio tutti, tutte, tu mamma, Serge, papà,  abbracciandovi con tutto il mio cuore di bambino. Coraggio!

Il vostro Guy che vi ama.
Guy

Ultimi pensieri: voi tutti che restate, siate degni di noi, i 27 che andiamo a morire!»


Chi era Guy Môquet? foto-Moquet.jpg

Era figlio di un deputato comunista, Prosper. Essendo stato sciolto il partito comunista da Daladier nel mese di settembre 1939, Prosper Môquet viene arrestato il 10 ottobre 1939; decaduto dal suo mandato di deputato nel febbraio 1940, è deportato in Algeria.

Guy era studente del liceo Carnot di Parigi e un fervente militante della gioventù comunista.

Dopo l’occupazione tedesca di Parigi e l’instaurazione del governo di Vichy, Guy dimostra una grande passione di militante attaccando nel suo quartiere manifesti che denunciano il nuovo governo e chiedono la liberazione degli internati. È arrestato a 16 anni il 13 ottobre 1940, a una fermata del metro, da poliziotti francesi che ricercavano dei militanti comunisti. Lo torturano perché riveli i nomi degli amici di suo padre.

Imprigionato, è trasferito in vari campi, dove sono rinchiusi altri militanti comunisti. Il 20 ottobre 1941 il comandante delle truppe di occupazione della Loire-inferieure viene ucciso a Nantes da tre giovani comunisti. Il ministro degli Interni del governo Pétain sceglie 50 comunisti nelle carceri, tra cui Guy Môquet che è il più giovane, da fucilare per rappresaglia.


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Chant des partisans

Parole de chanson Chant des partisans

Ami, entends-tu le vol noir des corbeaux sur nos plaines ?
Ami, entends-tu les cris sourds du pays qu'on enchaîne ?
Ohé, partisans, ouvriers et paysans, c'est l'alarme.
Ce soir l'ennemi connaîtra le prix du sang et les larmes.

Montez de la mine, descendez des collines, camarades !
Sortez de la paille les fusils, la mitraille, les grenades.
Ohé, les tueurs à la balle et au couteau, tuez vite !
Ohé, saboteur, attention à ton fardeau: dynamite...

C'est nous qui brisons les barreaux des prisons pour nos frères.
La haine à nos trousses et la faim qui nous pousse, la misère.
Il y a des pays où les gens au creux des lits font des rèves.
Ici, nous, vois-tu, nous on marche et nous on tue, nous on crève...

Ici chacun sait ce qu'il veut, ce qu'il fait quand il passe.
Ami, si tu tombes un ami sort de l'ombre à ta place.
Demain du sang noir sèchera au grand soleil sur les routes.
Chantez, compagnons, dans la nuit la Liberté nous écoute...

Ami, entends-tu ces cris sourds du pays qu'on enchaîne ?
Ami, entends-tu le vol noir des corbeaux sur nos plaines ?
Oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh...

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le vittime del fascismo

27 Août 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

I 42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale.

Coloro che subirono 28.000 anni di carcere e confino politico.

Gli 80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica dal generale Graziani.

I 700.000 abissini barbaramente uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive "operazioni di polizia". I combattenti antifascisti caduti nella guerra di Spagna.

I 350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale.

I combattenti degli eserciti avversari ed i civili che soffrirono e morirono per le aggressioni fasciste.

I 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno.

I 640.000 internati militari nei lager tedeschi di cui 40.000 deceduti ed i 600.000 e più prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi tra i reticolati, in tutte le parti del mondo.

I 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all'estero.

Le migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.

Quei giovani che, o perché privi di alternative, o perché ingannati da falsi ideali, senza commettere alcun crimine, traditi dai camerati tedeschi e dai capi fascisti, caddero combattendo dall’altra parte della barricata.
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Jean Moulin, il prefetto patriota

13 Août 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Jean Moulin il prefetto patriota, membro della Resistenza francese, per la liberazione della Francia dall’occupazione nazista

 

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Jean Moulin nacque il 20 giugno 1899 a Béziers, nella regione Languedoc-Roussillon, nel sud della Francia. Suo padre Antonin, insegnante di Storia e Geografia, che s’impegnò molto presto nella vita politica della regione, ebbe una grande influenza su Jean. Antonin fu membro del Partito Radicale Socialista e della lega dei Diritti dell’Uomo. Sostenne Dreyfus, difese la laicità dello Stato, la tolleranza, la giustizia sociale e la democrazia.

Jean ottiene il diploma di maturità nel 1917. Appassionato della Storia dei grandi dibattiti politici, si iscrive, a Montpellier, alla facoltà di Giurisprudenza. Nello stesso tempo lavora presso l’ufficio del Prefetto. Arruolato nel 1918, partecipa agli ultimi mesi della Prima guerra mondiale. Nel 1921 si laurea in legge.

Entra nell'amministrazione prefetturale, come capo di gabinetto del Prefetto della Savoia, nel 1922, poi come Vice Prefetto d'Albertville, dal 1925 al 1930. È all'epoca il più giovane Vice Prefetto della Francia.

Fin da giovane Jean Moulin ama disegnare e dipingere. Utilizzerà lo pseudonimo di Romanin quando pubblicherà delle caricature e dei disegni umoristici su una rivista. Si servirà di una galleria d’arte a Nizza come copertura nel periodo della sua clandestinità; quando i nazisti gli daranno una matita per scrivere la sua confessione, disegnerà una caricatura del suo torturatore.

Nel 1930 diviene Vice Prefetto.  Pierre Cot lo nomina Capo Aggiunto del suo dicastero agli Affari Esteri nel dicembre 1932.

Vice Prefetto nel 1933, occupa contemporaneamente la funzione di Capo di Gabinetto di Cot al ministero dell'Aviazione.

Nel 1934 assume le funzioni di segretario generale della prefettura della Somme a Amiens; nel 1936 è nuovamente nominato Capo di Gabinetto al ministero dell'Aviazione, dove aiuta i repubblicani spagnoli nella guerra civile inviando aerei e piloti. La sua più importante realizzazione fu la nazionalizzazione delle compagnie aeree, cioè la creazione di Air France.

Diventa il più giovane prefetto di Francia, nell'Aveyron, a Rodez, nel gennaio 1937.

Il 18 giugno 1940 viene nominato prefetto d'Eure-et-Loir a Chartres.

Dopo lo sfondamento del fronte della Somme e dell’Aisne da parte dei tedeschi, molti sfollati confluiscono verso Chartres; Jean Moulin si prodiga per assistere la popolazione non senza gravi difficoltà dovute ai continui bombardamenti cui la città è sottoposta. Viene arrestato nel giugno del 1940 dai tedeschi, perché si rifiuta di firmare l’arresto di soldati francesi e senegalesi, accusati ingiustamente dai tedeschi di un massacro di donne e bambini. Sottoposto a pesanti maltrattamenti per indurlo a firmare, tenta il suicidio, tagliandosi la gola con dei frammenti di vetro.

Politicamente schierato a sinistra, è revocato dal Regime di Vichy il 2 novembre 1940 e messo in disponibilità. Si installa nella sua casa familiare di Saint-Andiol (Bouches-du-Rhône) ed entra nella Resistenza francese. Si convince presto della necessità di unire le forze interne ed esterne della Resistenza.

 Raggiunge Londra nel settembre 1941 sotto il nome di Joseph Jean Mercier e vi incontra Charles de Gaulle, che lo incarica di unificare i movimenti della resistenza. Viene paracadutato nelle Alpi, vicino ad Avignone, nella notte del 1 gennaio 1942. Usa gli pseudonimi di Rex e di Max.

Verso la metà del 1942 raggruppa gli effettivi paramilitari dei movimenti nell’A.S. (Armée Secrèt). Organizza in seguito altri servizi come quello delle trasmissioni WT, poi il SOAM (Services des Opérations Aériennes et Maritimes), il BIP per la propaganda, il CGE (Comité Général des Etudes: un comitato di esperti).

Nel gennaio 1943 viene creato il comitato dei Movimenti Uniti della Resistenza.

Nel febbraio 1943 ritorna a Londra in compagnia del generale Delestraint, capo dell'Armée Secrète. Riparte il 21 marzo 1943, incaricato di creare il Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR), l'equivalente italiano del Comitato di Liberazione Nazionale. La prima riunione si terrà a Parigi il 27 maggio 1943.

È arrestato il 21 giugno 1943 (ha quarantaquattro anni) alla periferia di Lione, dove stava tenendo una riunione con i principali capi militari della Resistenza francese. Interrogato e torturato da Klaus Barbie, capo della Gestapo a Lione, muore sul treno Parigi-Berlino, nei pressi di Metz, mentre lo stava conducendo verso la deportazione in campo di concentramento.

 
la sua tomba nel Pantheon a Parigi


 

LA MARSEILLAISE
Allons enfants de la Patrie,

Le jour de gloire est arrivé!

Contre nous de la tyrannie,

L'étendard sanglant est levé!

L'étendard sanglant est levé!

Entendez-vous dans les campagnes

Mugir ces féroces soldats?

Ils viennent jusque dans nos bras

Egorger nos fils et nos compagnes!

Aux armes, citoyens!

Formez vos bataillons!

Marchons! Marchons!

Qu'un sang impur

Abreuve nos sillons!

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