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Enrico Bracesco: il primo mutilato della Resistenza operaia

18 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

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Enrico Bracesco, caposquadra attrezzeria alla Breda V, arrestato il 13 marzo per strada a Monza. È il primo mutilato della Resistenza operaia. Di lui, oltre alla moglie Maria, diversi compagni hanno lasciato testimonianza, come Antonio Paleari, operaio nella stessa sezione, arrestato già nel gennaio con L. S. Bersan, G. Marchetti e M. Rizzardi davanti al Bar Prealpi di Sesto durante un passaggio di armi.

Anche nel caso di Bracesco l'antifascismo è «di famiglia»: il fratello Carlo gestisce una trattoria a Monza che funge da cerniera di collegamento tra l'organizzazione clandestina delle fabbriche sestesi le brigate Garibaldine delle montagne del lecchese. L'arresto di Enrico come quello dei compagni davanti al Bar Prealpi, intende provocare la rottura dei collegamenti con la montagna.

Nella testimonianza di Maria Bracesco, dopo 1'8 settembre, Enrico è costretto ad «andare in montagna»: più di una volta è stato in­dividuato per la sua attività clandestina. L'essere promotore degli scioperi del marzo 1943 gli avevano già causato circa un mese di carcere - tra attesa del processo e detenzione - e il conseguente licenziamento dalla Breda. Condannato a un anno perché «colpevole di abbandono del servizio» (durante il fascismo il termine «sciopero  era stato abolito), veniva tuttavia liberato poiché la sentenza era passata nel frattempo in giudicato. Grazie all'intervento dei compagni di lavoro riusciva a farsi riassumere alla Breda, ben accolto anche  dagli ingegneri Vezzani e Vallerani.

Quando inizia la Resistenza, Bracesco inizialmente si divide tra attività clandestina in fabbrica e fuori di essa; successivamente è conosciuto tra gli antifascisti più attivi come «il corriere delle armi». Il 4 novembre è a Sesto San Giovanni con un grande quantitativo di mitra caricati su di un camioncino, viene da Monza e ha l'incarico di portarle a Michele Robecchi a Muggiò.

(Sono armi che i militari in fuga dopo 1'8 settembre avevano sotterrato nel cortile  della scuola Ugo Foscolo di Monza, delle quali i gappisti riescono a reinpossessarsi con grande coraggio, poiché la scuola nel frattempo era stata occupata dai repubblichini. Trattandosi di un grosso quantitativo, 72 mitra e 2 mitragliatrici  il «corriere delle armi», E. Bracesco, provvede man mano a distribuirle).

La consegna viene eseguita con successo sennonché al ritorno, sulla strada tra Cinisello Balsamo e lo stabilimento staccato della Breda V, la «Taccona», verso il quale è diretto, il camioncino si rovescia. Viene trasportato all'ospedale di Monza dove è costretto a subire l'amputazione della gamba destra. Bracesco è un uomo coraggioso e non sarà questa disgrazia a fermarlo: è un gappista e fa parte del gruppo armato della Breda V. Persone sospette lo spiano anche in ospedale.

Una volta a casa, a Monza, in attesa della protesi per la gamba amputata e di una completa guarigione della ferita, egli continua a mantenere i collegamenti con la Resistenza. Persone sospette sorvegliano la sua casa. Ci sono appena stati gli scioperi e la moglie cerca di convincerlo a sfollare in campagna presso parenti. La difficoltà di camminare è però un grave impedimento. Inoltre Bracesco vorrebbe stare vicino al fratello Carlo, anche lui in pericolo per i suoi collegamenti con i partigiani. Per tali motivi, Bracesco resta,. limitandosi a rimanere nascosto durante la notte presso la sorella, la quale abita poco distante da casa sua. Un mattino però, mentre si avvia zoppicando verso la sua abitazione, viene arrestato. La moglie di quei giorni ricorda:

“lo non sapevo che l'avevano arrestato. Viene uno in casa mia, mi dice: «Dov'è Enrico?». lo gli dico che è a farsi curare per la gamba tagliata e lui mi dice di seguirlo con la mia bambina. Vengo caricata su una camionetta, mi portano al macello, dove ci sono le carceri. Lui era già lì, ma io non l'ho visto. Loro [sic!] mi hanno interrogato chiedendomi dove fosse Enrico. Io ho risposto: «Non lo so, magari ce l'avete già qui voi». Volevano sapere da me tante cose di Enrico, ma io sono sempre stata vaga. Tra l'altro, da mia sorella, avevo appena saputo, prima che venisse quell'uomo a casa mia, che Enrico l'avevano:. arrestato, ma non sapevo dove fosse.

Enrico Bracesco dopo una permanenza di più di un mese nel carcere di S. Vittore, trascorrerà tre mesi nel campo di transito di Fossoli e quasi due settimane in quello di Bolzano, dopodiché caricato assieme ad altri deportati negli usuali carri bestiame piombati a loro riservati, verrà condotto al KL di Mauthausen, dove verrà assassinato  luogo della sua morte (Istituto eutanasia di Hartheim).

castello-di-Hartheim.jpgIl castello di Hartheim, vicino a Linz, nell’inverno 1940 fu trasformato in un edificio per "l’azione-eutanasia" ordinata da Hitler, il cui scopo era "dare la bella morte agli ammalati inguaribili". L'Aktion T4 fu il programma nazista di eugenetica che prevedeva la soppressione o la sterilizzazione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da più o meno gravi malformazioni fisiche.

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Michele Robecchi

18 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

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Nato a Scanzorosciate (BG) il 29.9.1904. Residente a Muggiò (MI). Lavorava alla Breda, V Sezione Aeronautica, come elettricista. Arrestato il 10.8.1944 a Saronno (Va). Detenuto nel carcere di S. Vittore a Milano. Giunto nel campo di Bolzano il 7.9.1944. Partito il 5.10.1944 e giunto il 9.10.1944 a Dachau. Matricola 113505. Trasferito il 28.10.1944 a Überlingen (Dachau). Qui deceduto il 30.12.1944.

Racconta la moglie Maria Galletti; dopo l’8 settembre 1943 mio marito Michele disse:

"Maria, è giunto il momento, dobbiamo muoverci!" e io ricordo d'averlo abbracciato forte, con affetto e con orgoglio. Subito dopo, però, ho avuto paura, paura di qualcosa che non sapevo ma che sentivo sarebbe accaduto. Così incominciammo la nostra lotta.

Il mio Michele e i suoi amici avevano costituito un GAP (Gruppo di azione patriottica) che organizzava la resistenza in fabbrica, distribuiva materiale di propaganda fra gli operai, organizzava azioni di sabotaggio della produzione industriale destinata alla Germania.

Venne il marzo del 1944 con i grandi scioperi in tutte le fabbriche e allora si scatenò durissima la repressione tedesca. Gli operai venivano arrestati in fabbrica o prelevati in casa di notte. Condotti in carcere, venivano interrogati, spesso torturati e poi trasportati su carri bestiame in Germania. Il mio Michele riuscì fortunatamente a sfuggire in un primo tempo agli arresti ma non gli fu più possibile continuare il suo lavoro alla Breda e per guadagnarsi da vivere faceva lavori saltuari presso qualche artigiano o presso persone amiche.

Intanto si intensificava la lotta e si organizzavano colpi di mano contro le colonne tedesche e le brigate fasciste.

Passò l'estate e venne l'autunno. Un pomeriggio di settembre, uscendo di casa per incontrare i suoi compagni a Monza, mio marito mi disse che probabilmente quella sera non sarebbe tornato. Non tornò neanche l'indomani. Dopo due giorni ancora niente: allora, improvvisamente, fui assalita da un dubbio e da un'angoscia mortale. Messi a letto i bambini, corsi da una mia cugina e insieme ci recammo da tutte le persone che conoscevamo, nonostante il coprifuoco e l'ora tardissima. Nessuno sapeva niente.

La sera del giorno mi sorprese uno squillo di campanello. Era un tale che veniva a

consegnarmi la bicicletta e un biglietto di mio marito. Su quel biglietto mio marito aveva scritto: "Ci hanno arrestati e ci portano a Milano in camion”. Le mie ricerche non dettero alcun risultato: finalmente, dopo circa un mese arrivò a casa una cartolina postale dal carcere di San Vittore. Era una cartolina di mio marito il quale chiedeva notizie dei bambini e mi pregava di portargli una maglia e una camicia. Con il cuore pieno di speranza, il giorno dopo, mi presentai al portone del carcere. Qui il portiere mi avvertì che mio marito e un gruppo di "sovversivi" erano partiti nel cuore della notte, accompagnati alla stazione da dove sarebbero partiti quella mattina stessa per la Germania. Se fossi arrivata in tempo avrei forse potuto rivederlo un'ultima volta allo scalo Farini. Con il cuore in gola mi feci portare

allo scalo Farini , inutilmente: la stazione era deserta: il treno era partito da circa dieci minuti. Allora, piangendo in silenzio, tornai a casa.

Venti giorni più tardi ricevo una lettera da mio marito. "Siamo in un campo di concentramento fuori Bolzano. Allora decisi di andare a Bolzano. Con l'aiuto di mia cugina riuscii a racimolare i soldi per il viaggio ma proprio in quei giorni nuovi bombardamenti aerei avevano interrotto la linea ferroviaria del Brennero. Mentre aspettavamo che la linea ferroviaria venisse riattivata, arriva una nuova lettera da Bolzano spedita dalla persona che avrebbe dovuto far pervenire a Michele le mie lettere. "Suo marito, con tutti gli altri che erano con lui, è partito stamani alla volta della Germania".

Poi giunse la primavera e con la primavera la gioia della liberazione e la fine della guerra. "Tornerà? Ma quando? Arrivavano notizie amare di campi di sterminio, di atrocità compiute dai nazisti , arrivava ogni tanto a Milano o a Monza qualche superstite dei lager e raccontava cose terribili. Del mio Michele nessuna notizia.

Dopo circa due mesi fui avvisata che all'ospedale di Niguarda erano ricoverati alcuni deportati sopravvissuti. Con la forza della disperazione mi recai a Niguarda; percorrevo adagio adagio tutta la corsia, fermandomi a ogni letto e mostrando a tutti la fotografia del mio Michele. I ricoverati, pallidi e scheletriti , mi guardavano da sotto le coperte con i grandi occhi impauriti e non dicevano nulla. Nessuno, probabilmente, l'aveva incontrato o conosciuto. Una suora della corsia, vedendomi con la fotografia in mano, chiese incuriosita il motivo della mia visita e poi mi invitò a seguirla. Prese dei fogli, scorse un elenco di nomi e fu allora che la vidi impallidire. A bassa voce cominciò: "Signora, devo purtroppo darle una brutta notizia… da questo elenco risulta che...".

Allora il cuore mi mancò, pareva che si rompesse e mi sembrò di precipitare in un abisso. In un lampo avevo visto e capito tutto: piangevo e singhiozzavo così forte che un medico, dopo aver rimproverato la suora, volle a tutti i costi farmi un'iniezione per calmarmi. Senza più lacrime ma sempre singhiozzando scesi adagio le scale e uscii in strada. Solo in quel momento capii di essere sola: lui non sarebbe più tornato”.

A Michele Robecchi è dedicata la Sezione dell'A.N.P.I. di Muggiò.

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Luigi Gelosa, un lissonese caduto nella seconda guerra mondiale

26 Décembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Caporal Maggiore Luigi Gelosa

(Il suo nome sul monumento ai caduti nel cimitero di Lissone è al posto sbagliato; Luigi Gelosa non è disperso ma è sepolto nel cimitero militare italiano di Zonderwater, località presso Pretoria, in Sudafrica)


undefinedNato a Lissone, in via Galileo Galilei, il 15 maggio 1917 da Carlo Gelosa e Adele Calloni, sesto di otto figli, ebbe la sfortuna, come tanti altri suoi coetanei, di essere in età di leva a ridosso dello scoppio del secondo conflitto mondiale, questo evento gli fu fatale.

Luigi, come moltissimi giovani lissonesi, dopo aver conseguito la licenza elementare, era stato impiegato a tempo pieno nell’attività famigliare: la bottega di falegname, dove lavorava col padre Carlo ed il fratello maggiore Paolo. Una bottega al piano terra della loro abitazione di via Galilei, dalla quale possiamo immaginare, il giovane Luigi difficilmente si era mai allontanato di tanto.

Ma il giorno della chiamata alla leva arrivò, raccogliendo al distretto miltare di Monza tutti i ragazzi abili ed arruolabili dell’anno 1917. Nessuno di loro poteva immaginare quello che sarebbe accaduto in seguito, finito il periodo di ferma tornarono tutti, congedati nel 1937, alle loro case.

Il 9 giugno del 1937 Luigi poteva così riabbracciare la mamma, il papà e tutti i fratelli e le sorelle.

Ma la normalità quotidiana ristabilita dopo due anni di servizio militare, la vita laboriosa della bottega, la tranquillità della famiglia, le domeniche pomeriggio con gli amici, fu presto interrotta di nuovo: il 22 maggio del 1938, una settimana dopo il suo ventunesimo compleanno, era di nuovo chiamato al distretto militare di Monza (in base alla Circ. N° 174 G.M. 1938).

A Monza aveva sede il III battaglione del 1° Reggimento Fanteria Carristi, Luigi venne aggregato a questa unità di carri d’assalto ed iniziò l’addestramento, ottenendo il 28 dicembre del 1938 il fregio di “carrista scelto”, e successivamente, il 30 aprile del 1939 il grado di Caporale.

Il 22 novembre del 1939 , a seguito della Circolare 40001 del 24.08.39, venne trattenuto alle armi. Ed il 31 Luglio del 1940 nominato Caporale Maggiore.

Successivamente, il 20 giugno 1940,  venne trasferito in ”territorio dichiarato in stato di guerra” ed il 28 giugno 1940 trasferito al 4° Rgt. Ftr. Carrista, (il cambio di Reggimento era la conseguenza della riorganizzazione della giovanissima ed inesperta Arma del regio esercito), con sede a Roma nel forte Tiburtino e dotato di carri L3/35 d’assalto. Il primo comandante di questo glorioso reparto fu il Col. Lorenzo D’Avanzo (M.O.V.M.)

Il 6 luglio del 1940 Luigi fu imbarcato a Napoli con destinazione Bengasi, su quel carico c’erano due battaglioni, uno di carri medi ed uno di carri M11/39; in tutto 600 uomini, 72 carri, 56 automezzi, 37 motocicli e 76 rimorchi, che si andavano ad aggiungere ai 324 carri L3/35 già presenti in Libia. Il convoglio arrivò incolume a destino e l’8 luglio Luigi sbarcò a Bengasi. 
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Per meglio comprendere la condizione in cui si venne a trovare Luigi, con tutti i suoi commilitoni, occorre fare una breve descrizione della situazione bellica in Africa Settentrionale nel 1940.

All’inizio della guerra ( 10 giugno 1940 ) l’organizzazione del Regio Esercito Italiano era la seguente: la X Armata al comando del Gen. Mario Berti era schierata in Cirenaica, mentre in Tripolitania era schierata la V Armata. Dopo la morte di Italo Balbo (abbattuto per errore dalla nostra contraerea sui cieli di Tripoli) il Gen. Rodolfo Graziani assunse il comando di tutte le forze nell’Africa Settentrionale ed il governatorato della Libia il giorno 30 giugno. Dopo una serie di rinvii, dovuti principalmente al fatto che Graziani, sul posto, si rendeva conto delle difficoltà di un’avanzata di truppe per la massima parte appiedate, nel deserto, il 13 settembre del 1940 le forze disponibili ( della X Armata e parte della V Armata disimpegnatasi dal confine Tunisino dopo la resa della Francia) attraversarono il confine con l’Egitto, superando il 15 settembre il passo di Halfaya ed occupando il 16 Sidi el Barrani, dove l’offensiva fu fermata. Mentre la X Armata si riorganizzava a Sidi el Barrani, le unità britanniche si preparavano per una controffensiva. Il giorno 9 dicembre iniziava l’Operazione Compass (bussola), destinata a respingere la X Armata dall’Egitto.

La X Armata disponeva di 328 carri armati, di cui 256 leggeri di modello L 3/35 e 72 medi M11/39 e M13/40, l’appoggio aereo era fornito dalla V Squadra aerea.

Il generale britannico (Generale O’Connor) attaccò subito Sidi el Barrani, undefined catturata nel pomeriggio del 10 proseguendo poi, nei giorni seguenti, fino a Bardia. Al termine dell’Operazione Compass la X Armata non esisteva più, 130.000 soldati italiani erano stati catturati, tra loro anche Luigi.

Molti di loro vennero imbarcati su piroscafi inglesi con destinazione Sud Africa. Li attendeva, dopo molti giorni di navigazione e di trasferimenti forzati, il campo di concentramento di Zonderwater, località presso Pretoria.

A Zonderwater  dal 1941 cominciarono ad affluire i prigionieri di guerra italiani provenienti dal Nord Africa, gli arrivi si intensificarono dopo la sconfitta di El Alamein. In quel campo trovarono ospitalità circa 100.000 soldati italiani di truppa con i loro assistenti spirituali. I prigionieri non ebbero certo una vita agiata, ma tutti sono concordi nel riconoscere che furono trattati con umanità e che il comandante inglese fece di tutto per alleviarne le sofferenze. A coloro che lo desideravano, veniva consentito di uscire per lavorare nelle fattorie della zona. Questo è quanto mi ha riferito l’attuale Presidente dell’Associazione Zonderwater Blok, che è responsabile e custode morale del cimitero dove riposano 252 ragazzi italiani, deceduti durante il periodo di prigionia. E’ grazie al contributo del gentilissimo Emilo Coccia che ora sono in grado di dare una conclusione alla storia del Caporal Maggiore  Gelosa Luigi.

Durante la prigionia a Zonderwater Luigi probabilmente era impiegato presso una fattoria all’esterno del campo, e probabilmente lì contrasse una grave forma di Tubercolosi. Fu ricoverato presso l’Ospedale Civile di Vereeninging ( 50 km. A sud di Johannesburg) il 27 febbraio del 1943 con diagnosi “Sospetta Enterite”, morì il giorno 8 marzo 1943 a causa di “Peritonite Tubercolare”.

Fu sepolto nel Cimitero Militare Italiano di Zonderwater – IV Fila, Tomba 89 – e lì riposa.

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Da poco al cimitero di Lissone è stato realizzato un nuovo monumento che raccoglie i nomi di tutti i caduti  lissonesi nelle due guerre mondiali. Il nome di Luigi Gelosa è stato messo tra i dispersi, ma non lo è; sappiamo dove riposa e sappiamo la storia della sua breve e travagliata esistenza.

Questo racconto è dedicato a Lui ed a tutti i ragazzi che come lui partirono per non tornare più. Le loro vite sono state sacrificate per ideali che noi non condividiamo, ma il nostro ricordo li vuole appagare per quello che è stato loro strappato: la gioia di una vita serena.

A Luigi, tuo nipote Vittorio


 

Documento di propaganda inglese: il Cap. Maggiore Gelosa Luigi è nell'ultima colonna a destra alla 15a riga 

prigionieri catturati in Egitto e Libia


Prima di arrivare nel campo di concentramento di Zonderwater, in Sudafrica, generalmente i militari italiani catturati dagli inglesi nel Nord Africa passavano da Alessandria d’Egitto, in una caserma-prigione.

Dopo la conquista del villaggio egiziano di Sidi El Barrani, da parte delle truppe italiane al comando del generale Graziani, in una prima controffensiva britannica, che si era conclusa il 7 febbraio 1941 alle porte di Bengasi, erano cadute Tobruk, Bardia, Derna e gran parte della Cirenaica. Lo scontro conclusivo era stato combattuto a Beda Fomm: sette giorni di furiosi combattimenti al termine dei quali gli inglesi avevano avuto la meglio. Il campo di battaglia presentava una scena desolante: trenta chilometri di deserto coperto di carri sventrati, cannoni e autocarri abbandonati, centinaia di caduti e un'immensa colonna di prigionieri in marcia verso Alessandria.

Arrivavano a gruppi, stipati dentro cassoni degli autocarri, al centro di raccolta prigionieri di Alessandria. Stanchi e impolverati quelli che erano stati catturati in prima linea, più presentabili, con lo zaino o qualche fagotto, quelli che si erano arresi in condizioni diverse, ma tutti mesti, spaesati e storditi. Un sergente inglese, scortese, procedeva alla conta e alla registrazione dei dati essenziali: generalità e provenienza. Poi cominciava l'attesa, per tre o quattro giorni, dell'interrogatorio (spesso senza mangiare e bere). Ciascun soldato doveva affrontarlo davanti alla commissione di controllo, coadiuvata dall'interprete, quasi sempre un maltese: i più insidiosi, i più carogna.

Con l'arrivo di un numero sempre più grande di prigionieri italiani, la loro sistemazione divenne un problema di non poco conto. La caserma di Alessandria traboccava e gli inglesi decisero di risolvere la questione deportando i detenuti in due grandi campi recintati da filo spinato, frettolosamente allestiti per la bisogna nei pressi di Ismailia e precisamente in una località desertica chiamata Geneifa, situata nelle vicinanze dei Laghi Amari del Canale di Suez.

Dalla stazione ferroviaria di Alessandria era un susseguirsi di partenze sotto scorta.

Il treno per Geneifa attraversava i quartieri periferici della città per poi immergersi nel verde della valle del Nilo che, a poco a poco, col passare delle ore, si allontanava dal fiume e si scolorava per trasformarsi in una landa sabbiosa con qualche palmizio e qualche povero villaggio. Ovunque polvere, miseria e tante mosche. A tarda notte, il treno, dopo avere costeggiato il Canale, raggiungeva la sua definitiva destinazione, Geneifa, una località deserta e desolata: non una casa, non un albero, soltanto la baracca di legno della stazione. Accovacciati sulla sabbia, i prigionieri si guardavano intorno avviliti. Solo la linea ferrata che si perdeva nel buio sembrava essere rimasta l'unico legame con il mondo civile.

Occorrevano poi alcune ore di autocarro per raggiungere il campo che si profilava all'improvviso, nell'oscurità. Un quadrato lucente, luminosissimo, con potenti riflettori puntati verso l'interno e circondato da un doppio recinto di filo spinato. Dopo la conta, che diventerà un' ossessione per due volte al giorno, i prigionieri venivano alloggiati nelle piccole tende allineate sulla sabbia e subito erano assaltati da quelli che li avevano preceduti. «Chi siete? Da dove venite?».

A tutti i prigionieri, dopo le rituali perquisizioni e gli interrogatori, veniva fatta indossare una uniforme provvisoria di tela kaki con una grossa losanga blu cucita nel fondo dei pantaloni. Una toppa che, per qualche tempo, diventerà il marchio della prigionia.

Il comando dei campi era affidato a ufficiali britannici, ma la vigilanza veniva svolta dai sikh, sentinelle indiane in uniforme britannica, con l'immancabile turbante in cui attorcigliavano i lunghi capelli. I prigionieri erano accampati alla meglio sotto le tende, mentre tutto intorno le sabbie desertiche offrivano un panorama squallido e desolato.

Con i militari prigionieri, gli inglesi si comportavano nel rispetto della convenzione di Ginevra, ossia dell'accordo internazionale che stabiliva in che modo dovevano essere trattati i prigionieri di guerra (ciò non succederà per i 600.000 internati militari italiani rinchiusi nei campi di concentramento nazisti dopo l’8 settembre 1943).

Aumentando il loro numero, gli inglesi decisero di dirottarli verso altri campi che nel frattempo erano stati allestiti per la bisogna. Le prime destinazioni furono la Palestina, poi l'India e il Sudafrica. I trasferimenti iniziarono nel novembre 1940, senza date fisse perché tutto dipendeva dalla disponibilità delle navi che, scaricati a Suez i rifornimenti per le truppe, tornavano vuote ai porti di partenza. I prigionieri venivano imbarcati un migliaio alla volta e ristretti nelle stive. La traversata per l'India durava una quindicina di giorni, meno di una settimana quella diretta a Durban, in Sudafrica. All'inizio, quando le navi costeggiavano l'Etiopia ancora italiana, la tentazione di gettarsi in mare per raggiungere la costa era molto forte e poiché qualcuno poteva anche lasciarsi tentare, gli inglesi, per prudenza, serravano gli oblò e tutte le aperture. D'altra parte, altri convogli erano stati attaccati dai nostri sommergibili e gli allarmi erano frequenti, soprattutto nelle acque meridionali del Mar Rosso. «Sta' a vedere che va a finire che ci ammazzano i nostri» commentavano preoccupati i prigionieri. E infatti accadde più di una volta.

I prigionieri destinati al Sudafrica sbarcavano nella città portuale di Durban. Il Sudafrica è il paese che ha accolto il maggior numero di prigionieri italiani. Già nel gennaio 1941 ne ospitava 60.000 ma triplicheranno nel giro di pochi mesi.

Da Durban, dopo essere stati lavati, cosparsi di creolina, rapati a zero e sottoposti a minuziosi esami medici, venivano trasferiti in gran parte a Zonderwater, nel Transvaal, a seicento chilometri di distanza, dove sorgeva un grandissimo campo di prigionia.

«Com'era grande quel campo» scriverà nel suo diario un ex prigioniero. Veramente i campi erano cinque, ma formavano un blocco solo.

In lingua afrikaans, Zonderwater significa «senza acqua» e già questo nome può fornire un'idea dell'ambiente. Era una savana brulla e disabitata, collocata a 1600 metri sul mare, in cui era stata allestita un'immensa tendopoli recintata. Ma in seguito gli stessi italiani, con il loro lavoro, la trasformeranno in una città. Una originale «città dei prigionieri» con oltre centomila abitanti.

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La Costituente (1946-1947)

21 Décembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Il 2 giugno 1946 gli italiani vengono chiamati alle urne, oltre che per il referendum istituzionale tra repubblica e monarchia che sancirà la fine di quest’ultima, anche per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente cui sarà affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale (come stabilito con il decreto-legge luogotenenziale del 25 giugno 1944, n. 151). Il sistema elettorale prescelto per la consultazione elettorale è quello proporzionale, con voto "diretto, libero e segreto a liste di candidati concorrenti", in 32 collegi plurinominali, per eleggere 556 deputati (la legge elettorale prevedeva l'elezione di 573 deputati, ma le elezioni non si effettuarono nell'area di Bolzano, Trieste e nella Venezia Giulia, dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano). In base all’esito elettorale, l’Assemblea Costituente risulta così composta: DC 35,2%, PSI 20,7%, PCI 20,6%, UDN 6,5%, Uomo Qualunque 5,3%, PRI 4,3%, Blocco nazionale delle libertà 2,5%, Pd’A 1,1%.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio il 25 giugno 1946 e nel corso della seduta viene eletto presidente Giuseppe Saragat (in seguito dimissionario e sostituito, l'8 febbraio 1947, da Umberto Terracini)   . 
Il 28 giugno l’Assemblea elegge Enrico De Nicola "Capo provvisorio dello Stato", fino a che cioè non sarebbe stato nominato il primo Capo dello Stato a norma della nuova Costituzione. La Costituente inoltre delibera la nomina di una commissione ristretta (Commissione per la Costituzione), composta di 75 membri scelti dal Presidente sulla base delle designazioni dei vari gruppi parlamentari, cui viene affidato l'incarico di predisporre un progetto di Costituzione da sottoporre al plenum dell'Assemblea. I membri sono suddivisi tra i partiti come risulta dalla tabella seguente:
 

Democrazia Cristiana

207

Mov. Indip. Sicilia

4

Partito Socialista

115

Concentr. Dem Repub.

2

Partito Comunista

104

Partito Sardo d'Azione

2

Unione Dem. Naz,

41

Movim. Unionista It.

1

Uomo Qualunque

30

Part. Cristiano Sociale

1

Partito Repubblicano

23

Part. Democr. Lavoro

1

Blocco Naz. Libertà

16

Part. Contadini Italiani

1

Partito d'Azione

7

Fr. Dem. Progres. Rep.

1


Nominata il 19 luglio 1946 e presieduta da Meuccio Ruini, la Commissione si articola in tre Sottocommissioni: la prima sui diritti e doveri dei cittadini, la seconda sull'ordinamento costituzionale della Repubblica (divisa a sua volta in due Sezioni, per il potere esecutivo e il potere giudiziario, più un comitato di dieci deputati per la redazione di un progetto articolato sull'ordinamento regionale), la terza sui diritti e doveri economico-sociali.

Conclusi i lavori delle varie Commissioni, il 31 gennaio 1947, un Comitato di redazione composto di 18 membri, presenta all’aula il progetto di Costituzione, diviso in parti, titoli e sezioni. Dal 4 marzo al 20 dicembre 1947 l’Aula discute il progetto e il 22 dicembre viene approvato il testo definitivo.

La Costituzione repubblicana – giudicata il frutto più cospicuo della lotta antifascista – è promulgata il 27 dicembre 1947   da De Nicola  undefineded entra in vigore il 1° gennaio 1948. Essa rappresenta l’incontro tra le tre tradizioni di pensiero presenti nella Costituente: quella cattolico-democratica, quella democratico-liberale e quella socialista-marxista. La carta si compone di una premessa, in cui sono elencati i principi fondamentali, e due parti, rispettivamente dedicate ai diritti e doveri dei cittadini e all’ordinamento dello Stato.

Roma, 27 dicembre 1947 (Palazzo Giustiniani) - Enrico De Nicola firma l'atto di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana.
 
               La firma di Umberto Terracini

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condanna all'ergastolo per i dieci ex SS imputati dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

22 Novembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Il giorno 8 novembre 2007 la Corte di Cassazione Prima Sezione Penale di Roma ha confermato la condanna all'ergastolo per i dieci ex SS imputati dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema del 12 agosto 1944.

 

Il Sindaco di Stazzema, Michele Silicani, scrive al Presidente della Repubblica Napolitano.

 

Presidente, sono consapevole che oggi, 8 novembre 2007, attraverso la conferma della sentenza di condanna per gli esecutori materiali dell'Eccidio nazifascista di Sant'Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 , presso la Corte di Cassazione Prima Sezione Penale di Roma, di comunicarLe una notizia di grande sollievo e di partecipazione morale che Lei vorrà esprimere per i Superstiti e le Vittime della nostra Comunità.

Questi giorni per noi densi di preoccupazione ed emozione si sono rivelati in tutta la loro forza nella grande soddisfazione che vede consegnata alla giustizia e verità una pietra miliare del nostro Stato Repubblicano: Sant'Anna di Stazzema.

Sappiamo benissimo, Presidente, quanto sia vicino ai Superstiti e ai familiari delle Vittime e conosciamo l'altissimo rilievo del Suo impegno per mantenere saldi i valori incarnati da quei luoghi per la Resistenza, la Democrazia e la conquistata Libertà.

Le porgo, umilmente, il mio più cordiale saluto e mi auguro di poterla ricevere, quanto prima, a Sant'Anna di Stazzema nel sessantesimo anniversario dell'entrata in vigore della nostra Costituzione Repubblicana.

 

Il Sindaco di Stazzema

Michele Silicani

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La fabbrica del consenso al fascismo

9 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

La campagna propagandistica per l’”oro alla patria" oro-alla-patria.jpge la raccolta del ferro per farne cannoni segnò uno dei momenti di massimo coinvolgimento popolare, di massimo consenso di massa al regime fascista. Siamo alla fine del 1935, da pochi mesi l'Italia è in guerra. Gli italiani sono sollecitati da una massiccia propaganda ad offrire anche le loro fedi nuziali, fede-nuziale-copie-1.jpgsostituite da una fede in acciaio, per far fronte alle spese della guerra e alle sanzioni economiche decretate dalla Società delle Nazioni contro l'Italia dopo l’aggressione all'Etiopia.

Anche esponenti dell'opposizione, come Croce o Albertini consegnano le loro medagliette di ex parlamentari. Con l'oro si raccoglie anche il ferro: ferro-alla-patria.gifpregevoli ed antiche cancellate sono divelte per essere fuse e trasformate, secondo la propaganda del regime, in cannoni. In realtà l’oro raccolto è poca cosa: fra l'altro molti italiani, specialmente nei ceti medio-alti, donano fedi acquistate per l’occasione, nascondono le fedi vere per un futuro ancora incerto e mettono al dito le fedi d'acciaio. Il ferro delle cancellate è altra cosa da quello dei cannoni. Ma più che il risultato economico contava, agli occhi del regime, il coinvolgimento della popolazione civile nel clima bellico, la conquista del consenso.

Certo è difficile parlare di consenso se per esso si intende una adesione libera, consapevole e critica di una maggioranza della popolazione agli ideali proposti dal regime. Ma un consenso vi fu tuttavia: entusiastico e spesso cieco nella cerchia dei dirigenti del partito e delle orga­nizzazioni fasciste e poi via via, in cerchi concentrici più ampi, un consenso indotto dalla propaganda, imposto dal ricatto del posto di lavoro o dalla minaccia sempre presente della repressione.

A fianco a questo consenso articolato e variegato, vi fu sempre un dissenso che in minoranze ristrette fu consapevole e perfino impegnato e combattivo, fino a iniziative di cospirazione antifascista, e in strati più ampi della popolazione, specie nel mondo contadino, assunse forme spesso distaccate e scettiche ma talvolta anche di protesta e provocò la pronta e dura reazione del regime.

Agli inizi della sua ascesa Mussolini si preoccupò del potere più che del consenso; ma il problema del consenso si pose con urgenza quando, sotto l'impressione provocata dall'assassinio di Matteotti, il potere stesso apparve in pericolo. Fu allora avviata la prassi delle "veline": non essendovi ancora macchine fotocopiatrici le istruzioni alla stampa fedele a Mussolini venivano diramate su fogli dattiloscritti in più copie su carta velina.

La stampa fu sottoposta via via a un crescente controllo e subì un processo di progressiva fascistizzazione: <<In un regime totalitario - dirà Mussolini in un discorso del 10 ottobre 1928, quando il processo sarà sostanzialmente compiuto - la stampa è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime… Ecco perché tutta la stampa italiana è fascista e deve sentirsi fiera di militare compatta sotto le insegne del Littorio». La fascistizzazione della stampa avvenne per gradi. Pochi i giornali di proprietà del regime: fra essi, accanto a Il Popolo d'Italia, il-popolo-d-italia.jpgalcune testate minori come Il Tevere diretto da Telesio Interlandi che si distinguerà nella campagna in favore del razzismo, L'Impero diretto da Carli e Settimelli sempre all'avanguardia nelle campagne giornalistiche più accese, o giornali locali come Cremona nuova di Farinacci e Il Corriere Padano di Balbo che esprimevano le posizioni personali dei rispettivi capi. Ma per i più importanti giornali, come Il Corriere della sera e La Stampa, il fascismo, senza acquistarne la proprietà, intervenne attraverso la nomina di direttori in linea con la politica del regime. Importanza crescente assunse l'Ufficio Stampa del Presidente del Consiglio (poi Capo del Governo) forte di nuove leggi che avevano accentuato il controllo sulla stampa; questo ufficio, attraverso «gli ordini alla stampa» con le ricordate e sempre più numerose veline orientava l'informazione ed elargiva sussidi e contributi a giornalisti per conquistarne il favore.

Nel maggio 1933 losef Goebbels, il mago della propaganda nazista responsabile del Ministero «per la propaganda e la spiegazione al popolo», viene in Italia e visita fra gli altri istituti fascisti, l’Ufficio Stampa: a seguito anche di quella visita e dei consigli del gerarca nazista, l'Ufficio Stampa è trasformato nel settembre 1934 in un sottosegretariato sotto la direzione del genero del Duce Galeazzo Ciano, per essere elevato poi nel giugno 1935, al rango di Ministero per la Propaganda. Ma il controllo della stampa non è sufficiente al regime in un paese come l'Italia in cui i giornali poco diffusi e non raggiungono le grandi masse popolari. Galeazzo Ciano si pone il problema di un rafforzamento delle competenze e della struttura del ministero: alle due direzioni per la stampa sono affiancate quelle per la propaganda, il cinema, il turismo e il teatro. Quando Galeazzo Ciano parte per l'Etiopia per partecipare alla guerra, la direzione del Ministero è assunta dal suo sottosegretario Dino Alfieri che in un discorso al Senato nel 1937 così riassume la funzione del ministero: «Tutto ciò che si presenta alle masse attraverso giornali, libri, radio, teatro e cinema cinematografia.jpgdeve essere governato da un chiaro e sincero spirito fascista. Adesso il momento è venuto di superare la fase repressiva per una fase nella quale sarà possibile offrire alla massa popolare un nutrimento spirituale più adatto alle particolari esigenze del nostro tempo».

Nel maggio 1937 il ministero assunse la nuova denominazione di Ministero per la Cultura Popolare (detto il Minculpop): con il termine "popolare" si vuole sottolineare appunto una attenzione e un impegno non riservato agli intellettuali ma rivolto alle masse per una vera rivoluzione culturale. Radio, Radiorurale.jpgcinema e arte diventano gli strumenti di questa rivoluzione. Le opere del regime sono esaltate e propagandate con ossessiva insistenza dai notiziari dell'Istituto Luce: nuove strade, interventi urbanistici, bonifica di terre malsane, iniziative per il «restringimento delle distanze sociali» e in favore della maternità e dell'infanzia.

Nel calendario, all'anno dell'era cristiana, si affianca quello dell'era fascista; si cancellano alcune feste civili del passato se ne creano di nuove. Il 21 aprile, natale di Roma, sostituisce il I maggio, festa del lavoro. Il mito della romanità, specie dopo la conquista dell'Impe­ro etiopico, è proposto come elemento di identità collettiva stabilendo una audace continuità ideale fra la Roma dei Cesari e la Roma fascista. I simboli della romanità e il fascio in particolare si moltiplicano sugli edifici pubblici e privati e invadono il paese.

Il 23 settembre 1937 Mussolini inaugura una mostra della romanità in occasione del bimillenario di Augusto, in simbolica coincidenza con la riapertura della mostra dedicata alla rivoluzione fascista: nei discorsi inaugurali è insistente l'accostamento fra la Roma antica e la Roma fascista: «Roma sotto la guida del Duce… ha ripreso la sua fatale missione» di civiltà nel mondo moderno …

Il culto dei caduti della rivoluzione fascista assunse forme religiose; in un opuscolo del 1923 edito dal Partito Nazionale Fascista, dal titolo Fascismo e Religione si legge: «Un popolo o meglio una milizia che affronta la morte per un comandamento, che accetta la vita nel suo purissimo concetto di missione e l'offre in sacrificio, ha veramente quel senso del mistero che è motivo fondamentale della religione ed afferma verità che non discendono da umani ragionamenti, ma sono dogmi di una fede».

Nella sede nazionale del Partito Nazionale Fascista vi è una "cappella votiva" dedicata ai martiri della rivoluzione. In ogni sede del fascio vi è un "sacrario" dove si venerano i caduti e sono custoditi i cimeli del "tempo eroico" della rivoluzione. Il ricordo dei caduti è rinnovato con il rito dell'appello: al nome del caduto si risponde «presente».

Carlo Scorza, segretario federale di Lucca, in una cerimonia fascista a Valdottavo, benedice egli stesso, in assenza di un sacerdote, i gagliardetti. Si diffonde insomma un «Culto del Littorio» che rappresenta una nuova religione secolare. Al centro di questo culto vi è il Duce. Il Duce è ovunque e costantemente presente: inaugura, pone prime pietre di nuove e imponenti opere pubbliche, partecipa fra i contadini alla «battaglia del grano». battaglia-del-grano.jpgLa "viva voce del Duce" incoraggia, impartisce direttive, indica i sempre nuovi traguardi della rivoluzione fascista. La mistica del capo diventa un motivo dominante della inculturazione popolare e si afferma nell'arte fascista in forme talvolta parossistiche ...

Il culto e l'immedesimazione con il capo è uno degli elementi tipici dei regimi totalitari di massa, un elemento del quale le successive interpretazioni psicologiche del nazismo e del fascismo (ma l'argomento è applicabile anche allo stalinismo) metteranno in luce la forza e il significato: nella immedesimazione con il capo carismatico l'individuo atomizzato della società di massa, che soffre della sua solitudine, si illude di ritrovare la sua identità e la sua sicurezza. «Il fascismo - ha scritto Arturo Carlo Jemolo - riuscì a convertire i complessi di inferiorità in motivi di orgoglio». Il fascismo diventa religione. Tuttavia Mussolini non pretende come Robespierre di sostituire la religione secolare del fascismo al cristianesimo; i simboli del fascismo si mescolano a quelli del cristianesi­mo; ma sul cristianesimo il fascismo rivendica un suo pri­mato etico, sicché, come scrive Gentile su Il Corriere della sera del 4 settembre 1929, «lo Stato può in un dato momento, contraddire alla religione, specialmente per quel che riguarda l'ideale della pace e la necessità della guerra».

Di fatto il fascismo, ponendosi come una fede religiosa e costituendo un suo mondo di simboli e di riti, si mette in concorrenza con la Chiesa cat­tolica sul suo stesso terreno. Da parte cattolica non mancano significative reazioni: non solo antifascisti come Luigi Sturzo o Igino Giordani mettono in guardia i cattolici dal credere in possibili connubi fra cattolicesimo universale e paganesimo nazionalista ma il Papa stesso, Pio XI, ammonisce severamente Mussolini attraverso l'ambasciatore in Vaticano De Vecchi di Valcismon sui rischi del suo farsi un semidio.

Ma non bastava al regime muoversi sul terreno della propaganda di massa, di presentarsi come una nuova religione; le masse al fine di un più intenso coinvolgimento dovevano essere inquadrate. comizio-di-Starace.jpgIl partito fu lo strumento principe di questo inquadramento.

Il partito fascista, dopo il colpo di Stato del 3 gennaio 1925, che aveva posto fine al caso Matteotti, diventa progressivamente un organismo dello Stato pienamente soggetto al governo.

Attraverso l'inquadramento e la mobilitazione del popolo italiano, le iscrizioni al partito furono rese obbligatorie per chiunque aspirasse a ricoprire uffici pubblici. Il partito divenne una enorme macchina burocratica, priva di ogni reale funzione politica al di fuori di quella di diffondere fra gli iscritti il culto del capo. La penetrazione del partito rimase sempre diseguale e non omogenea nelle diverse regioni italiane: più profonda al nord assai meno al sud; più ampia fra i giovani che fra gli adulti.

L'organizzazione del partito prevedeva a fianco all'articolazione territoriale, fondata sulla figura del federale, quella per fasce di età: i figli della lupa raccoglievano bambini e bambine; per i maschi si andava poi ai balilla, agli avanguardisti, ai giovani fascisti; per le femmine si saliva dalle piccole italiane alle giovani italiane, alle giovani fasciste. Negli ultimi anni del regime si diventava figli della lupa e cioè fascisti al momento stesso della nascita con l'iscrizione all'anagrafe. Ognuno aveva la sua divisa, partecipava alle sue adunate; il sabato pomeriggio sottratto al lavoro e chiamato perciò «sabato fascista» rappresentava lo spazio per le manifestazioni di partito. Lo sport con i saggi ginnici era uno dei campi di maggior impegno per tutta l'organizzazione di partito. Nei reparti maschili già i balilla disponevano di un moschetto, riproduzione in scala ridotta del famoso fucile modello '91 dei fanti italiani nella prima guerra mondiale, per l'addestramento militare.

La mobilitazione raggiungeva il suo apice in occasione delle grandi manifestazioni di rilievo nazionale. faccione.jpgDifficile misurare il grado di coinvolgimento e di adesione che il regime ottenne in tali manifestazioni. Certo una udienza particolare la ebbe proprio fra i giovani: fin dagli inizi il fascismo, riprendendo motivi ben radicati nella cultura del primo novecento, aveva posto l'accento sul tema della giovinezza esaltandone la missione in termini di conquista e perciò di lotta e di guerra. I Littoriali della cultura e dell'arte voluti da Bottai e da Alessandro Pavolini, cui si aggiungeranno nel '39 i Littoriali del lavoro e quelli femminili, creano spazi di libertà di espressione che contribuiscono a orientare verso il fascismo molti giovani.

La prospettiva di una adesione al fascismo per condizionarlo e trasformarlo si fa strada in alcuni settori dell'organizzazione giovanile che diventa palestra di formazione di molti futuri antifascisti della nuova generazione. Con gli anni e sotto lo stimolo potente del modello nazista, la fabbrica del consenso si organizza ed estende il suo raggio d’intervento, ma a questo crescente impegno fa riscontro proprio la incrinatura del consenso e poi la sua pro­gressiva caduta: la prima e più forte incrinatura è rappresentata dall'introduzione in Italia delle leggi razziali volute dal nazismo. La mancanza in Italia di ogni tradizione di razzismo provoca di fronte alle discriminazioni introdotte a danno degli italiani di origine ebrea una reazione diffusa di sconcerto e di disapprovazione.

Subito dopo, la partecipazione alla guerra a fianco alla Germania nazista, se suscita all'inizio una superficiale ondata di entusiasmo, apre il periodo tragico delle restrizioni, dei sacrifici, delle sconfitte delle armi italiane, destinato a concludersi con il crollo del consenso e l'ondata spontanea di esultanza popolare al momento della caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Quel giorno nessuno si mosse, neppure la Milizia, in difesa di Mussolini arrestato per ordine del Re: il mito del Duce era crollato. (testo di Pietro Scoppola)

 

Nelle immagini sopra alcuni dei mezzi utilizzati dal regime fascista per conquistarsi il consenso delle masse. 

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 pubblicità dell'E.I.A.R. durante la seconda guerra mondiale

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e per chi si opponeva al fascismo?

8 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Chi manifestava un pensiero diverso o si opponeva al regime vi erano pestaggi, olio di ricino da bere, carcere, confino e per alcuni l’eliminazione fisica. 
Non mancano i crimini veri e propri. Viene ucciso a colpi di bastone don Luigi Minzoni, il parroco di Argenta. Ed ancora a colpi di bastone anche il deputato liberale Giovanni Amendola e l’intellettuale Piero Gobetti con l’unica differenza è che questi ultimi moriranno alcuni mesi dopo l’aggressione.
Contro i delitti fascisti perpetratisi a danno delle opposizioni durante la campagna elettorale per le elezioni tenutesi nell’aprile del 1924 e che vede la vittoria del listone di cui fa parte il partito fascista, il 30 maggio 1924, alla seduta inaugurale della Camera si alza la voce di Giacomo Matteotti per chiedere l’abolizione del responso delle urne. Pochi giorni dopo, il 10 giugno Matteotti viene rapito e ucciso dai sequestratori fascisti sui sedili posteriori di una macchina su cui è stato caricato con la forza. Il cadavere di Matteotti verrà rinvenuto nei dintorni di Roma il 16 agosto. Ancora morti. Antonio Gramsci, arrestato, morirà per gli stenti e la durezza della pena subito dopo essere stato dimesso dal carcere. Nel 1937 saranno uccisi, a Bagnoles de l’Orne in Francia, i fratelli Carlo e Nello Rosselli.

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Da sinistra: 

GIOVANNI AMENDOLA fondatore dei gruppi della sinistra liberale. Esiliato morirà a Cannes a seguito delle aggressioni fasciste.

PIERO GOBETTI fondatore della rivista "Rivoluzione liberale". Perseguitato e colpito più volte da squadre fasciste morirà a Parigi il 6 febbraio 1926.

ANTONIO GRAMSCI fondatore del PCI. Arrestato nel 1926, condannato a 22 anni e 9 mesi. Ammalatosi in carcere cesserà di vivere il 27 aprile 1937.

GIACOMO MATTEOTTI dopo il memorabile discorso alla Camera contro le violenze fasciste nel corso delle elezioni del 1924, fu rapito e assassinato il IO giugno 1924.

Don GIOVANNI MINZONI parroco di Argenta (Fe). Perseguitato dai fascisti. Aggredito e ucciso dagli squadristi di Italo Balbo il 23 agosto 1923.

CARLO ROSSELLI condannato a 10 anni per attività antifascista evade e emigra a Parigi. Animatore del movimento Giustizia e Libertà. Trucidato in Francia con il fratello Nello il 15 giugno 1937.


La Camera dei Deputati, il 28 novembre 1925, fu chiamata a discutere, cioè ad approvare, un progetto di legge, il quale puniva con la perdita della cittadinanza chi " commettesse o concorresse a commettere, all'estero, fatti diretti a disturbare l’ordine pubblico nel Regno, o a, diminuzione del buon nome o del prestigio dell'Italia, anche se il fatto non costituiva reato." 

Secondo la stampa fascista, ai fuoriusciti italiani oppositori del regime doveva essere riservato un trattamento speciale. Di seguito alcuni articoli di stampa tratti da alcuni giornali.

Il vice-segretario del Partito fascista, Melchiorri, nel Popolo d'Italia del 20 settembre 1926, proclamò che "i fuorusciti dovevano essere rintracciati dovunque si trovavano, e la vita doveva essere resa loro impossibile" (nel gergo fascista queste parole significavano che dovevano essere uccisi; mentre "rendere la vita difficile" significava bastonare di santa ragione finché il bastonato non avesse messo giudizio); un giorno o l'altro, qualche fascista potrebbe andare a cercarli nei loro covi di Parigi."

Lo stesso Melchiorri nel Popolo di Roma del 28 settembre 1926, diede alle stampe un'altra bella pensata.

Ogni segretario comunale dovrebbe affiggere una lista di tutti coloro che sono andati all'estero per qualsiasi ragione, con gli indirizzi delle loro famiglie nella città. Forse il pericolo di rappresaglie sulle famiglie sconsiglierà quei bastardi da ulteriori attività contro la " patria."

E il settimanale di Milano Il Torchio del 19 giugno 1927, pubblicò un appello veramente eroico: “Avanti, fascisti, che amate il Duce con dedizione appassionata: attraversate le frontiere. Attraversatele a decine, a centinaia, a migliaia. Percorrete tutte le strade del mondo. Perquisite ogni paese. Affondate ovunque le punte delle vostre baionette. Le vostre armi saranno sporcate di fango, di veleno, di sangue. Nei sacri nomi d'Italia e del Duce, colpite, senza pietà, senza tregua, senza rimorsi. Date la caccia una volta per sempre ai falsi italiani, ai finti italiani, agli ex-italiani. Debbono essere abbattuti ovunque si trovano. Lo sterminio deve essere inesorabile ed assoluto. Non deve sopravvivere neanche la loro memoria. Solo così l'Italia sarà liberata da un incubo permanente; solo così essere salvata dall'abisso. La salvezza del Duce lo esige. Avanti, fascisti, uccidete!”

(da “Memorie di un fuoriuscito” di Gaetano Salvemini)

 

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curiosando tra una pubblicazione e l’altra degli anni ‘30

8 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dalla Relazione di un Congresso di una associazione combattentistica:
relazione-direttorio-federale.jpg 

"Tutta la nostra attività associativa si è ispirata ai comandamenti e al pensiero del Capo. Quale forza operante del Regime, abbiamo dato al Partito il nostro contributo di opere e di presenza seguendo in ogni località le direttive degli organi politici responsabili del cui cameratismo e della cui simpatia, largamente dimostrataci, ci siamo valsi per perfezionare l'inquadramento delle nostre Sezioni e rendere il nostro organismo sempre più consono ai compiti patriottici e sociali che ne regolano l'azione."

Tra le attività svolte dall'associazione troviamo:

 

2 Novembre 1934

Consegna di moschetti ai Balilla di Lissone.

19 maggio 1935

Inaugurazione vessillo del Gruppo di Santa Margherita di Lissone .

 

E per finire:

 

"E' con questo spirito che noi inviamo un fraterno saluto, ai soldati e ai legionari che, nell' Africa Orientale, portano le insegne della nostra civiltà rinnovellata dalla Vittoria e dalla Marcia della Rivoluzione Fascista, ed è con questa fede che noi lanciamo l'appassionato grido ,della nostra anima:

Saluto al Re! Saluto al Duce ! "

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due giovani donne coraggiose: Iris ed Elisa

25 Septembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Resistere è donna. Dopo l’8 settembre del 1943, la donna s’inserisce nel movimento clandestino e la sua partecipazione attiva è, in molti casi, determinante. Lotta nelle città, nei paesi e nelle campagne come nei monasteri e nelle carceri dove aiuta, rifocilla, trasporta, consola; procura e distribuisce armi, vestiti, cibo, medicinali e munizioni. Combatte anche con le armi con cui ferisce ed uccide. E’ ferita, torturata, uccisa, fucilata, impiccata oppure, per non essere d’ostacolo ai compagni di lotta, si uccide per non cadere viva in mano al nemico. Tutto questo e altro ancora fu la Resistenza delle donne…

Dedicata, da Carla Grementieri, ad Iris Versari, partigiana, medaglia d’oro al Valor Militare. 

 

Iris-Versari.jpgVorrei che l’alba illuminasse

i tuoi occhi di smeraldo

Tra il sonno e la veglia

di un dolce sorriso

Si possono dimenticare

i tratti del tuo volto

Non il profumo intenso

del tuo eroismo… 























Iris Versari

Nata a Portico San Benedetto (Forlì) il 12 ottobre 1922, morta il 18 agosto 1944 a Cornia di San Valentino (Forlì), contadina, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.

La sua famiglia di contadini si era trasferita a Tredozio, nel podere Tramonto (dove, dopo l’armistizio, si sarebbe costituita una delle prime bande partigiane del Forlivese), ed Iris ad un certo punto, come usava allora, era stata "mandata a servizio" presso una famiglia benestante di Forlì. La ragazzina, ricordata come molto carina, aveva dovuto difendersi dalle "insidie" dei "padroni" e anche quest’umiliazione contribuì a formarne il carattere. Tornata dai suoi, li aiutava nei lavori dei campi. Nel settembre del 1943, la ragazza diventa staffetta della banda di “Silvio" Corbari, col quale ha una relazione sentimentale, e nel gennaio del 1944 entra come combattente nella formazione. Iris prende parte a numerose azioni di guerriglia e si distingue per il suo coraggio. Nell’agosto del 1944 la giovane partigiana, che, ferita ad una gamba, si era rifugiata con Corbari e altri compagni in una casa colonica, viene sorpresa da tedeschi e fascisti, accompagnati sul luogo da un delatore. I partigiani oppongono resistenza, la ragazza capisce che, non potendo muoversi, non può tentare la fuga ed è d’impedimento alla salvezza degli altri e si uccide. Dice la motivazione della Medaglia d’oro, concessa nel 1976, sotto la Presidenza di Giovanni Leone: "Giovane di modeste origini, poco più che ventenne, fedele alle tradizioni delle coraggiose genti di Romagna, non esitò a scegliere il suo posto di rischio e di sacrificio per opporsi alla tracotante oppressione dell'invasore, unendosi ad una combattiva formazione autonoma partigiana locale. Ardimentosa ed intrepida, prese parte attiva a numerose azioni di guerriglia distinguendosi come trascinatrice e valida combattente. Durante l'ultimo combattimento, circondata con altri partigiani in una casa colonica isolata, ferita ed impossibilitata a muoversi, esortò ed indusse i compagni a rompere l'accerchiamento e, impegnando gli avversari con intenso e nutrito fuoco, agevolò la loro sortita. Dopo aver abbattuto l'ufficiale nemico che per primo entrò nella casa colonica, consapevole della sorte che l'attendeva cadendo viva nelle mani del crudele nemico, si diede la morte. Immolava così la sua giovane vita a quegli ideali che aveva nutrito nella sua breve ma gloriosa esistenza.". I fascisti, per spregio, trasportarono il cadavere di Iris da Cornia a Forlì e, in Piazza Saffi, lo appesero, per spregio, accanto a quelli dei suoi compagni di lotta (Sirio Corbari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli), catturati dopo lo scontro a fuoco di Cornia San Valentino.

Al nome di Iris Versari, nel 1978 fu intitolato, con decreto del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’istituto  tecnico commerciale, ora anche liceo scientifico, di Cesano Maderno. 



Elisa-Sala.jpgPoesia dedicata da Riccardo Vinciguerra  ad «Elisa Sala» ('nome di battaglia' Anna)

Da borghi scuri a valli, collina e montagna, giovane Monzese coraggiosa 'Anna',

portasti il soffio, di quella primavera,

vita, per quella libertà vera.

Tristi i tuoi giorni ti parean tanti,

ombra della notte d'agguati,

tempo di guerra, morte e distruzione,

attiva, compagna in missione.

Fratelli in nero e grigioverde,

la luce spenger dei compagni in macchia,

colpir, la stella che nella notte splende,

la forza di un sogno, di libertà e di gioia.

Destino ti fù, a breve vita,

vent'anni morir,

abbandono, nefasti in tortura,

l'ombra nera il fratel, la tua gioventù finir.

Ancor le tue carni non sciolte al martirio,

sulle tue strade tracciate dal tuo sudor,

irrompean, i tuoi compagni contro il nemico in delirio,

da contrade, colline e montagne, alla riscossa del   tuo dolor;

Anna, oh! dolce Anna,

ricordo di grande fratellanza,

di sacrificio, di tanta sofferenza,

di una battaglia e di tanta speranza.


Elisa Sala: una vita per la libertà.
Elisa è l’unica donna monzese compresa nell'elenco dei partigiani caduti. Elisa Sala era stata arrestata una prima volta il 13 ottobre 1944, ma riuscì a salvarsi dalla condanna a morte riparando nelle montagne del Bergamasco. Il 13 febbraio 1945 volle fare una scappata a casa per salutare i genitori: purtroppo il 16 fu arrestata e, dopo essere stata seviziata alla Villa Reale di Monza, il giorno dopo fu uccisa, poco più che diciannovenne, a Sovico con quattro colpi di rivoltella alla testa.


Raccontava la madre Norma: «In una delle rare lettere pervenutemi clandestinamente da mia figlia, Elisa esprimeva l’ardente desiderio di amor patrio e di libertà dall’oppressore, libertà per cui ha dato la vita.

Purtroppo il giorno in cui cadde torturata ed uccisa in quel di Sovìco la Guardia Repubblicana perquisiva la mia casa e requisiva un album di famiglia in cui custodivo religiosamente queste missive, che erano l’unico e l'ultimo ricordo della mia sventurata figliola».

Ad Elisa Sala è dedicata la Sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Macherio-Sovico.  

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Perché la Resistenza?

23 Septembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

“Adesso quando qualcuno, che evidentemente non ha vissuto la Resistenza, dice che non dovevamo fare azioni di guerra, perché queste hanno portato ritorsio­ni, vendette, eccidi, la risposta che noi possiamo dare è che se non avessimo fatto niente, i tedeschi e i fasci­sti per quanto tempo ancora avrebbero occupato il paese? Come ci saremmo presentati davanti a quanti hanno combattuto il nazifascismo? Davanti alle nazio­ni vincitrici? Alcide De Gasperi si presentò alla Con­ferenza della Pace di Parigi, dicendo che non tutti gli italiani erano stati fascisti, e poté affermarlo perché c'era stata la Resistenza che legittimava la sua difesa del nostro paese.”  Tina Anselmi, staffetta partigiana con 'nome di battaglia' Gabriella, nel 1976 prima donna ministro in Italia.



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De Gasperi alla Conferenza della Pace di Parigi nel 1946

 
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