Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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gli Italiani e l’8 settembre del 1943

6 Septembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

l’8 di settembre 1943 la collettività italiana usciva da vent’anni di fascismo e di diseducazione politica, con l’aggravante, non secondaria, di una guerra irresponsabilmente mossa in uno scenario internazionale che congiurava a sfavore del nostro paese, intrapresa in condizioni estremamente precarie sul piano militare e con un consenso passivo, manifestato sotto il balcone del palazzo di piazza Venezia, da una folla incosciente del baratro che andava così aprendosi.

L’8 settembre è sospeso tra la tragedia di un collasso politico-istituzionale e la farsa che fece da corredo al disfacimento di quel che rimaneva di un regime che si voleva totale e totalitario.

Una intera generazione ne visse più direttamente gli effetti: i giovani coscritti, impegnati nella leva e dislocati nei diversi reparti militari, operanti in tutto lo scenario del Mediterraneo, subirono per primi le conseguenze del cambiamento di alleanze e della vacanza di comando.

Avviene lo sbandamento dei militari, il concreto esautoramento e il dissolversi delle figure di comando, la comprensione che i vecchi alleati diventavano i nuovi invasori, l’avvio di una vendetta per parte tedesca che sarebbe durata fino alla conclusione della guerra e che si sarebbe esercitata in prima battuta contro l’esercito ed immediatamente dopo contro la stessa popolazione.

Vi è come una linea di continuità tra date diverse: il periodo tra settembre e novembre del 1938, con l’emanazione e l’introduzione dei provvedimenti legislativi e amministrativi meglio conosciuti come “leggi razziali”, che segnarono la radicalizzazione del regime fascista; il 10 di giugno 1940, che segna l’entrata in guerra dell’Italia; il marzo del 1943 con i ripetuti scioperi, a carattere corale e con spiccata connotazione politica, nelle fabbriche del Nord; il 25 luglio 1943, con il ribaltone nel Gran Consiglio del fascismo, la caduta di Mussolini e l’eclissi del regime, l’abbandono e il tradimento che le classi dirigenti operarono nei confronti di coloro che avevano considerato sempre e solo come sudditi.

La fuga del re e dei suoi più stretti collaboratori, preceduta dalla scomparsa del fascismo-regime, l’abbandono al suo destino di Roma capitale per parte delle Forze Armate fu il totale fallimento di una politica di guerra faticosamente perseguita da Mussolini e dalla casa regnante.

Una varietà di reazioni ebbero reparti e uomini, chiamati dalla latitanza colpevole dei governanti alla scelta individuale: la resistenza o la resa, la collaborazione con i tedeschi o la fedeltà al re.

Da una parte vi è l’inettitudine e l’irresponsabilità di quanti erano alla guida politica e militare del paese, dal basso un esercito lasciato sì allo sbando, ma pronto in molti casi ad assumersi il peso delle scelte e, come nell’eccidio di Cefalonia o in tanti altri episodi, a pagarle fino in fondo. La reazione armata di questi militari si rivela una componente fondamentale della Resistenza italiana.

L’8 settembre è un vero e proprio spartiacque nella coscienza nazionale con episodi quali il rifiuto per parte delle nostre truppe di arrendersi all’ex-alleato, la reazione popolare contro la presenza tedesca in Roma, negli stessi giorni – soprattutto a Porta San Paolo, dove si ebbero scontri armati tra paracadutisti germanici e elementi militari e civili nostrani.

Il rapporto che i tedeschi stabilirono con il nostro paese dopo l’8 settembre fu l’asservimento della popolazione civile, lo sfruttamento e la rapina sistematica delle risorse e l’eliminazione fisica degli individui presi in ostaggio in totale spregio di qualsivoglia residuo diritto.

Due gli schieramenti che si formarono, interni alla guerra che era in atto nella nostra penisola: i neofascisti repubblichini da un lato, i partigiani dall’altro.

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L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia

4 Septembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia

Vittorio Emanuele III abbandona Roma ancor prima d'averne tentata la difesa, senza preoccuparsi in nessun modo di ciò che resta dietro di lui. «La fuga di Pescara» sancisce definitivamente la separazione tra monarchia e popolo, né può essere più cancellata. E lo stesso sovrano, o chi gli è più vicino, non può prevederne le conseguenze, poiché non prevede in nessun modo che quel «popolo », cosi abbandonato al suo tragico destino, possa esprimere una propria volontà autonoma; non può prevedere che lo stesso 8 settembre possa trasformarsi nel principio della rinascita.

a Roma


La giornata del 9 mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del CLN è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:

“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”

Intanto nella città incerta fra le più contrastanti notizie, fra le voci più assurde, si organizzano i primi gruppi d'armati facendo. capo ai partiti di sinistra, ai comunisti Longo e Trombadori, ai socialisti Pertini e Gracceva, agli azionisti Baldazzi e Lussu.

La distribuzione delle armi provoca vari incidenti con la polizia, a stento repressi dall'intervento dei dirigenti antifascisti; ... I primi gruppi di civili sono ben presto in linea in uno dei punti più delicati del «fronte», mischiati insieme con un reparto di paracadutisti al bivio dell'Ardeatina e dell'Ostiense e nella giornata del 10 si accentua di ora in ora l'intervento popolare sul campo di battaglia. I granatieri hanno ricevuto il rilevante rinforzo del Montebello, l'eroico squadrone che sino all'ultimo condurrà una serie di contrattacchi sacrificando quasi tutti gli ufficiali e tutti i pezzi; altri reparti delle Forze Armate affluiscono sull'Ostiense alla spicciolata. È la prima volta nella storia d'Italia dal 1848 in poi che il popolo interviene spontaneamente a fianco delle Forze Armate, supera d'un balzo il distacco tradizionale. Quando già la resistenza «regolare» va esaurendosi e già firmata la «resa», allora è il momento che quest'intervento svela tutta la sua importanza non solo militare, ma politica. Dalla piramide di Caio Cestio al Testaccio sono in linea i«civili» armati e cade fra essi, a Porta San Paolo, Raffaele Persichetti, giovane studioso, il primo degli intellettuali sacrificatisi nella Resistenza. E in più punti della città si accendono i combattimenti mossi, più che dalla speranza della vittoria, da uno spirito indomito di odio antinazista: fra via Cavour e via Paolina, in via Marmorata, a piazza dei Cinquecento ove sino a sera si spara contro l'albergo Continentale tenuto dai tedeschi. Sono episodi confusi, di cui è difficile rintracciare volta per volta l'origine e i risultati; ma certo è che in quella resistenza disperata, dispersi in uno spazio quanto mai vasto, isolati l'uno dall'altro, si mischiano insieme i vari ceti sociali e le generazioni diverse, l'operaio e l'ufficiale, il vecchio e il ragazzo; sono i primi bagliori dell'unità della Resistenza ... Roma non è caduta senza resistere: è stata evitata dal sacrificio solidale dell'esercito e del popolo la più profonda umiliazione che potesse essere inferta alla capitale.

Se bastò un ordine «sbagliato» del Comando supremo a dissolvere il nucleo più importante del nostro esercito attestato alla difesa di Roma, nel resto del territorio nazionale, ove le divisioni esistevano in gran parte sulla carta ed erano quasi totalmente prive dei mezzi necessari per ottenere una valida resistenza, bastò assai meno: bastò la mancanza di ordini per far precipitare tutto nel caos, per pregiudicare nel volgere di poche ore anche le sorti d'una difesa onorevole. La Memoria op. 44, diramata da Badoglio ai comandi militari in Italia, subordinava la sua applicazione all'emanazione d'un ordine successivo (che fu impartito dal Sud troppo tardi: solo l’11 settembre); richiedeva cioè agli alti quadri dell'esercito la cosa più difficile da attuare date le stesse tradizioni della nostra casta militare educata fin dall'unità ad «eseguire gli ordini senza discutere», a considerare «l'iniziativa individuale» come un pericolo per la saldezza delle istituzioni. Proprio facendo leva su tale caratteristica il fascismo aveva potuto condurre la guerra nel modo che l'aveva condotta, vincendo l'opposizione dei generali di dissenzienti col richiamo alla «disciplina», alla subordinazione cieca ed assoluta al potere politico; ... Chiedere «d'agire d'iniziativa» era già cosa avventata alla fine d'agosto, quando essa contrastava così evidentemente con la mentalità della nostra casta militare e con la situazione di fatto, con l'estremo punto di consunzione e di logoramento cui era pervenuto l'esercito territoriale: diveniva semplicemente pazzesco nella situazione non solo militare, ma politica creata l’8 settembre con la diserzione dal suo posto di lotta del Comando supremo. ...  

Come nella difesa di Roma non mancano gli esempi che dimostrano come, malgrado tutto, l'8 settembre non era «fatale» nella forma in cui si presentò, come anche all'ultimo momento era possibile «salvare il salvabile» e come in molti casi ufficiali e reparti seppero dar prova di valore e di coraggio. Se sul momento tutto sembrò sommerso nella tragedia e nella vergogna del disfacimento, ora è possibile dare un primo ordinamento a quegli episodi di resistenza che allora parvero del tutto sporadici o semplicemente d'eccezione e trarre da loro qualche conclusione più organica.

Innanzitutto è da osservare che qualsiasi direttiva militare mancò nelle grandi città industriali del Nord come a Milano e a Torino ... Nelle grandi città industriali, più che in ogni altro luogo, i generali responsabili della difesa ... elusero con ogni sorta d'inganni le pressanti richieste di partecipare alla lotta e decisero in ultimo che era preferibile consegnare le armi ai tedeschi piuttosto che agli operai.


a Milano

Così accadde a Milano dove il generale Ruggero, malgrado che la sera del 9 fosse stato respinto da un gruppo di civili il tentativo tedesco d'impadronirsi della stazione, stipulò un accordo con i tedeschi in base al quale l’esercito rimaneva provvisoriamente armato (molto provvisoriamente) ma i civili dovevano consegnare subito le armi di qualsiasi tipo in loro possesso.

“Chiunque userà le armi contro chiunque sia, sa senz'altro passato per le armi sul posto. Da questo momento sono proibite nel modo più assoluto le riunioni anche in locali chiusi salvo quelle del culto nelle chiese. All'aperto non potranno aver luogo riunioni di più di tre persone. Contro gruppi di numero superiore sarà senza intimazione aperto il fuoco dalla forza pubblica”.

Sono frasi tolte dal« proclama ai Milanesi» del 10 settembre, sottoscritto dal generale Ruggero e non da un comandante tedesco.

a Torino

Così si ripete a Torino in forma ancor più sfacciata, se possibile, per opera del generale fascista Adami-Rossi che consegnò la città ai tedeschi «per evitare un'inutile strage», senza nemmeno il minimo cenno di opposizione.


a Genova

Così si ripete a Genova ove l'apparato aggressivo tedesco, subito dopo l'annuncio dell'armistizio, occupa fulmineamente la città senza trovare opposizione nei Comandi militari.

a La Spezia

Un certo accenno di resistenza organizzata sembra di poter scorgere intorno alla piazza militare di La Spezia; qui il comandante del XVI corpo d'armata, generale Carlo Rossi, respinge l’ultimatum tedesco, permettendo alla flotta di porsi in salvo e la divisione Alpini Alpi Graie combatte strenuamente fino all’11 settembre.

 

Altrove non si può parlare di esecuzione di alcun piano militare difensivo, ma d'improvvisi e imprevisti focolai di resistenza che s'accendono qua e là, a Verona come a Parma, a Cuneo come ad Ancona, dove nuclei o reparti dell'esercito, nella generale dissoluzione, si oppongono di propria iniziativa all'aggressione nazista.

a Piombino

L'episodio più notevole di resistenza cittadina fu quello offerto da Piombino abbandonata senza ordini dai Comandi responsabili, quando il 10 settembre si profilò la minaccia d'uno sbarco tedesco in forza proveniente dalla Corsica. Soldati, marinai, operai reagirono per loro conto, occupando le fabbriche, il porto e manovrando, fianco a fianco, le batterie costiere. Dopo una furiosa battaglia il tedesco fu annientato: seicento morti, duecento prigionieri, le zattere di sbarco e due corvette affondate: solo riuscì a scampare al disastro un caccia benché duramente colpito.

al confine occidentale

Una particolare importanza - anche per le. conseguenze che ne seguirono, è da attribuirsi a ciò che avvenne, in quei tragici giorni, nelle zone di confine. Al confine occidentale la IV armata fu colta di sorpresa nel momento critico della sua marcia di trasferimento dalla Francia all'Italia e spezzata in più tronconi dal pronto attacco tedesco: vi fu qualche scontro, saltò la galleria del Moncenisio, ma la IV armata era praticamente dissolta.

a Trento

A Trento, ove l'allarme era stato dato fin dai primi giorni di settembre (il 31 agosto Rommel vi aveva presieduto una riunione di generali tedeschi in vista dell'imminente occupazione militare del territorio italiano), non si verificò alcuna reazione degna di nota da parte dei comandi militari italiani, ai quali gli antifascisti locali, sotto la guida del socialista G. A. Manci avevano trasmesso un dettagliato memoriale per la difesa del Trentino.

Nella città, provata dai duri bombardamenti alleati, reagirono per loro conto i soldati della guarnigione, riportando notevoli perdite (49 morti, 200 feriti).

a Trieste

A Trieste il generale Ferrero, comandante il XXIII corpo d'armata, dopo aver promesso agli esponenti del Fronte democratico nazionale (fra cui l'azionista Gabriele Foschiatti e i comunisti Ernesto Radich e Giovanni Pratolongo) di armare il popolo per la difesa, abbandonò il 10 settembre la città, dopo aver emanato un'ordinanza che stabiliva l'orario del coprifuoco e faceva divieto dell'esercizio della caccia in tutto il territorio del corpo d'armata.

Ed inoltre

a Fiume

il generale Gambara, arrivato da Roma con ordini di difesa ad oltranza, si preoccupò di vietare la ricostituzione dei partiti politici e precisò in un'ordinanza che «nel grave momento che l'Italia attraversa, c'è un solo partito per tutti, nessuno escluso: quello della concordia, dell'onore, dell'ordine. Nessuna iniziativa da qualunque parte venga sarà da me tollerata». La sera del 10 la polizia spara, causando numerose vittime, sulla folla che richiede la liberazione dei detenuti politici. Il 14 il Gambara conclude un accordo con il colonnello Völcher affinché «i soldati italiani potessero difendere la città dalle minacce slave» e poi anch'egli abbandona Fiume, lasciando i suoi soldati in mano ai tedeschi (un mese più tardi, sulla base d'una simile prova d'onore militare, verrà scelto da Graziani quale capo di Stato maggiore dell'esercito fascista in via di costituzione).

a Pola

Così anche Pola verrà consegnata ai tedeschi senza colpo ferire.

a Gorizia

Solo a Gorizia il generale Malagutti si rifiutò di collaborare e venne arrestato insieme a numerosi ufficiali.

Ma la disgregazione delle forze armate è totale e già in quei tragici giorni si può dire che si determina il distacco definitivo di gran parte della Venezia Giulia abbandonata all'invasore tedesco senza resistenza degna di rilievo.

nell'Italia meridionale

a Salerno


da "La Stampa" 14 settembre 1943
Infine, un carattere tutto particolare essa ebbe nell'Italia meridionale: qui infatti, dove la guerra operava la sua maggiore pressione, fu più urgente e grave la scelta a chiunque vestisse una divisa ... In contrasto con i molti generali fuggiaschi o disposti a ogni compromesso col tedesco, ... vi furono episodi individuali di sicuro valore: il generale Ferrante Gonzaga, comandante di una divisione costiera a Salerno, sorpreso con pochi uomini da una pattuglia germanica, si rifiutò sotto la minaccia delle armi su di lui puntate, di impartire l'ordine della resa ai suoi uomini e affrontò senza esitazione la morte cadendo trucidato sul posto; con la stessa serenità e in circostanze simili affrontò la fucilazione il comandante del 48° reggimento fanteria di Nola insieme ai suoi ufficiali.

a Bari

Una notevole resistenza si attuò, contrariamente agli ordini superiori, in alcune caserme di Napoli, e un carattere più esteso ebbe la reazione dell'esercito in Puglia; a Bari il generale Bellomo con pochi ardimentosi, marinai, soldati e operai, assicurò la difesa del porto battendosi come «un civile qualunque» nel corpo a corpo che seguì con i reparti tedeschi (lo stesso Bellomo finì poi fucilato dagli alleati sotto l'accusa di avere provocato la morte d'un prigioniero inglese).

in Sardegna

In Sardegna, maggiori che in ogni altra parte d'Italia furono le possibilità offerte al nostro esercito per eliminare le truppe tedesche stanziate nella parte meridionale dell'isola, assai inferiori per numero anche se superiori per armamento. C'era a nostro vantaggio, prima di ogni altro elemento, la compattezza delle Forze Armate, composte in gran parte di reparti sardi, ... inserite in un ambiente tradizionalmente ostile al fascismo «fenomeno del continente» (né lo stato d'animo della popolazione sarda era soltanto spontaneo: vi agivano gruppi attivi di antifascisti, che da Sassari diramavano il giornale clandestino «Avanti Sardegna!» già dal maggio '43 incitante alla lotta antitedesca e alla guerriglia). Tale possibilità fu sprecata dal Comando che, dopo essersi accordato con i tedeschi per un'evacuazione pacifica, solo il 13, in seguito ad ordini ricevuti dal Comando supremo, decise di attaccarli, quando già con rapidissima manovra essi avevano raggiunto i porti d'imbarco nella parte settentrionale.

Troppo tardi per tagliare loro la strada, appena in tempo per accelerarne la fuga e impossessarsi d'un notevole bottino di guerra. Le speranze dei patrioti sardi andarono deluse e solo alla Maddalena s'ebbe un rilevante fatto d'armi, quando l'isola fu riconquistata da marinai e operai in un'aspra battaglia (8-11 settembre).

Comunque il bilancio non può considerarsi del tutto negativo: poiché furono quei corpi d'armata rimasti in Sardegna, in mezzo al generale sbandamento, la leva su cui cercò d'insistere il governo Badoglio in Italia meridionale per rivendicare un maggior contributo bellico a fianco degli alleati. Nel Mezzogiorno infine, più che in ogni altra parte d'Italia, la resistenza dell'esercito rifluì quasi subito nella resistenza della popolazione civile.


da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

 

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1 settembre 1939: l'invasione della Polonia

2 Septembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Le prime bombe sparate dalla corazzata tedesca Schleswig-Holstein alle 04.45 del 1° settembre sulla Penisola di Westerplatte sul Mar Baltico, davanti a Danzica, segnarono l'inizio della II guerra mondiale.

Il 1° settembre 1939 l’esercito tedesco, su ordine di Hitler, varca la frontiera polacca.

La seconda guerra mondiale è stata «una catastrofe che si è abbattuta su una parte dell’umanità … E’ arrivata perché c’è stata una guerra nel 1914 che fu una follia della nostra civiltà. Il 1939 è il seguito, la fine dell’Europa».
Claude-Lévi-Strauss

 

L’aumento delle tensioni

I Polacchi cominciano a preoccuparsi della minaccia tedesca dopo l’occupazione di Praga da parte della Wehrmacht, il 15 marzo 1939.

Forte dei suoi primi successi sulla scena internazionale, Hitler non tarda a rivendicare Danzica (Gdansk in polacco), porto polacco sul mar Baltico che divideva il territorio del III Reich e isolava la Prussia orientale dal resto della Germania.  Questo "corridoio di Danzica" è un non senso dovuto al trattato di Versailles del 1919, che fu fatalmente destinato a diventare il pomo della discordia tra i due Paesi.
Dal 31 marzo 1939, il  primo ministro inglese Nerville Chamberlain aveva dichiarato il suo sostegno alla Polonia. Anche il capo dello Stato Maggiore francese, Maurice Gamelin, aveva rassicurato i suoi omologhi polacchi sulla determinazione della Francia ad aiutarli con tutti i suoi mezzi. Per Londra e per Parigi, non si può indietreggiare di fronte ad Hitler, come a Monaco per la questione dei Sudeti (con gli accordi di Monaco del settembre 1938, le democrazie europee, Inghilterra e Francia, acconsentivano, con la mediazione dell'Italia, che la Germania di Hitler annettesse la regione dei Sudeti. Solo pochi mesi dopo, violando gli accordi, le truppe naziste avrebbero invaso la Cecoslovacchia).


La "guerra lampo"
Il Fürer prende a pretesto un sedicente attacco polacco, che sarebbe avvenuto nella notte alla frontiera orientale della Germania, per attaccare i suoi vicini senza preoccuparsi di una dichiarazione di guerra: in realtà, si era trattato di una macabra messinscena montata dall’esercito tedesco con dei cadaveri di detenuti rivestiti di uniformi polacche.
 
Il 3 settembre, l’Inghilterra si decide a dichiarare guerra alla Germania, dopo avere sperato fino all’ultimo momento in una pace di compromesso. La Francia fa lo stesso cinque giorni dopo e lancia una ridicola offensiva nella Sarre. Ma il mese seguente i due alleati restano fermi dietro la linea Maginot, quell’insieme di fortificazioni che proteggono la Francia lungo la sua frontiera con la Germania.
Nel frattempo i bombardieri tedeschi distruggono a terra l’aviazione polacca, le infrastrutture, ponti, caserme e stazioni, ostacolando anche la mobilitazione dell’esercito polacco, che era ritenuto essere il quinto in Europa. La metà delle sue 42 divisioni non riescono a raggiungere il fronte!
Sopravvalutando le sue forze, il maresciallo Rydz-Smigly, ispettore generale dell’esercito polacco, concentra le sue truppe all’entrata del corridoio di Danzica, in vista di una marcia su Berlino! Conta sul fatto che alla frontiera settentrionale e meridionale, le paludi ed i rilievi saranno sufficienti per arrestare le truppe tedesche. Ma è proprio in quelle zone che la Wehrmacht concentra i suoi sforzi, utilizzando le divisioni blindate, le famose Panzerdivisionen. Attraverso un’apertura a nord, a partire dalla Prussia orientale, e a sud, dalla Sovacchia e dalla Slesia, chiude i polacchi in una morsa. Si susseguono attacchi combinati di carri armati e di aviazione, che utilizza i suoi Stukas dal sinistro sibilo. Queste azioni di guerra stupiscono gli strateghi europei, che, però, non impareranno la lezione e verranno presi di sorpresa qualche mese dopo, quando Hitler utilizzerà la stessa strategia contro la Francia, l’Olanda ed il Belgio.

Il colpo di grazia
Il 1° settembre, la III armata tedesca, venuta da nord, si ricongiunge ad est di Varsavia con la X, venuta dalla Slesia. La capitale polacca è messa sotto assedio. La sorte della guerra è segnata.
Tre giorni dopo, anche l’Armata Rossa di Stalin entra in Polonia, senza dichiarazione di guerra, in virtù del Patto di non aggressione concordato con Hitler, il 24 agosto precedente, che prevedeva una divisione dello sfortunato Paese.
Il governo polacco si rifugia in Romania e Varsavia cade il 27 settembre, dopo una eroica resistenza.
 

Un ufficiale polacco consegna i documenti della resa ai tedeschi (foto tratta da La seconda guerra mondiale di Enzo Biagi)



La Polonia viene divisa tra i due stati conformemente ai loro accordi segreti.

Mentre la parte occidentale rimane ai tedeschi, l’Unione Sovietica si annette la parte orientale della Polonia e riporta le sue frontiere sulla "linea Curzon", dal nome di Lord Curzon, segretario del Foreign Office inglese, che, nel 1919, nel folle trattato di Versailles, aveva disegnato le frontiere della ricostituita Polonia. I polacchi, vincitori sulla Russia bolscevica nel 1920, avevano riportato la loro frontiera verso est. Stalin ristabilisce nel 1939 la linea Curzon, che è ancora oggi quella che segna il confine ori
entale della Polonia.

  

 

I numeri non hanno anima, ma quelli dei lager e della guerra contengono tutto il dolore dell’uomo.


La seconda guerra mondiale ha rappresentato il più grave e terrificante conflitto della storia dell'umanità. A descriverlo, prima delle parole, valgano molto di più le cifre.

I militari italiani deceduti in prigionia furono più di 20.000. Se si aggiungono a questi morti i militari italiani che persero la vita durante i trasporti (13.300), 6300 militari trucidati durante le operazioni di disarmo delle truppe italiane, circa 600 uccisi in massacri dell’ultima ora, e 5400 prigionieri di guerra italiani uccisi o dispersi nella zona di operazioni sul fronte orientale, si arriva a circa 45.000 unità.

Il totale di questa immane carneficina che è stata la seconda guerra mondiale è spaventoso: oltre 55 milioni di morti, di cui 25 milioni di soldati e 30 milioni di civili.

Nei 12 anni di regime nazista furono, inoltre, sterminati nei campi di concentramento circa 6.000.000 di ebrei.

Gli internati furono, in totale, 7.500.000.

Ai morti vanno aggiunte le distruzioni materiali, le devastazioni di incalcolabili ricchezze, di un immenso patrimonio creato dal lavoro e dalla intelligenza dell'uomo.

Molti paesi furono ridotti nella più completa rovina, con le città trasformate in un cumulo di macerie, le strutture economiche e le comunicazioni sconvolte, le popolazioni superstiti affamate.

Nel 1945 il costo totale della guerra fu calcolato in 1.154 miliardi di dollari; il costo delle distruzioni provocate dalla guerra in 230 miliardi di dollari. Si è anche calcolato che nella sola Europa occidentale furono completamente distrutti 1.500.000 edifici e danneggiati 7.000.000.

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Polonia, 1° settembre 1939

2 Septembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Era la prima volta che il mondo vedeva in azione la macchina militare tedesca.

La blitzkrieg, la “guerra lampo”, era una combinazione di tre tecniche differenti e pienamente sviluppate. La prima era costituita dal reparto d'assalto dei panzer: tutti i mezzi blindati, appoggiati dalla fanteria motorizzata, cioè truppe in motocicletta che ronzavano come vespe intorno alle colonne corazzate eliminando occasionali sacche di resistenza.

1939 panzer tedeschi 

 

1939 invasione Polonia

 

La seconda era la fanteria vera e propria, la Wehrmacht che marciava a volte distaccata di molti chilometri dai panzer, ma che alla fine li raggiungeva per occupare il territorio su cui avevano imperversato i mezzi corazzati.

 1939 fanteria Wehrmacht     

 

 

La terza, era l’elemento nuovo: in appoggio a queste truppe di terra c’era la Luftwaffe, la forza aerea. La Luftwaffe forniva sia il fuoco di sbarramento necessario per fiaccare il nemico prima della carica dei panzer sia la copertura aerea per proteggere la fanteria d'appoggio dal contrattacco dell'aviazione nemica.

Stukas in volo

In sostanza, questa forza aerea era costituita da tre tipi di velivoli: il bombardiere da picchiata Ju-87, lo Sturzkampfflugzeug, detto brevemente “stuka”;

Stuka

l'aereo da trasporto Ju-52, in grado di atterrare praticamente su qualunque striscia di terreno, pianeggiante e di portare rifornimenti per mantenere in azione gli stuka al fronte,    

Junkers Ju52 

infine, il caccia Me-109, l'aereo allora più manovrabile in aria, e il più veloce ad eccezione dello Spitfire britannico.

Me-109

Gli stuka incutevano un particolare timore. Anche se la loro precisione nei bombardamenti era appena mediocre, scendevano in picchiata quasi verticalmente ed erano dotati di una sirena lacerante che, si diceva, una volta udita non si poteva dimenticare mai più. Ogni soldato, a terra, aveva la sensazione che lo stuka puntasse proprio contro di lui, e che non ci fosse scampo. Subito dopo un bombardamento del genere, dover resistere all'assalto dei carri armati era più di quanto un uomo potesse sopportare. Almeno così si dimostrò nel caso della Polonia, che, dovette soccombere dopo una resistenza vigorosa, spesso eroica ma da ultimo infruttuosa.

 

Bibliografia:

Charles Williams, DE GAULLE L'ultimo Grande di Francia, La Biblioteca di Repubblica, 2006

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Milano, 10 agosto 1944 - 10 agosto 2019

8 Août 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Milano, 10 agosto 1944 - 10 agosto 2019

75° anniversario dell'eccidio di Piazzale Loreto

Ai martiri di Piazzale Loreto
«Ed era l'alba e dove fu lavoro/ ove il piazzale era la gioia accesa/ della città migrante alle sue luci/ da sera a sera, ove lo stesso strido/ dei tram era saluto al giorno, al fresco/ viso dei vivi, vollero il massacro/ perché Milano avesse alla sua soglia/ confusi tutti in uno stesso sangue/ i suoi figli promessi e il vecchio cuore/ forte e ridesto, stretto come un pugno./ Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore/ il cuore di mia madre e dei miei figli/ di tutti i vivi uccisi in un istante/ per quei morti mostrati lungo il giorno/ alla luce d'estate, a un temporale/ di nuvole roventi. Attesi il male/ come un fuoco fulmineo, come l'acqua/ scrosciante di vittoria, udii il tuono/ d'un popolo ridesto dalle tombe./ lo vidi il nuovo giorno che a Loreto/ sovra la rossa barricata i morti/ saliranno per primi, ancora in tuta/ e col petto discinto, ancora vivi/ di sangue e di ragione. Ed ogni giorno,/ ogni ora eterna brucia questo fuoco,/ ogni alba ha il petto offeso da quel piombo/ degli innocenti fulminati al muro.
»                (Alfonso Gatto)

Aligi Sassu I martiri di Piazzale Loreto  Olio su tela, 1944

Aligi Sassu I martiri di Piazzale Loreto Olio su tela, 1944

La mattina del 10 agosto 1944, a Milano, quindici tra partigiani e antifascisti vennero prelevati dal carcere di San Vittore e portati in Piazzale Loreto,

Milano, 10 agosto 1944 - 10 agosto 2019

dove furono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi della legione «Ettore Muti» agli ordini del capitano delle SS Theodor Saevecke, noto in seguito come boia di Piazzale Loreto.

Erano: 

Milano, 10 agosto 1944 - 10 agosto 2019
Milano, 10 agosto 1944 - 10 agosto 2019

Umberto Fogagnolo, classe 1911, era un accanito avversario del regime fascista. La sua attività clandestina fu intensa e svolta attraverso numerosi discorsi e scritti. Fu tra i primi a dare l’assalto, il 25 luglio 1943, al "covo" di via Paolo da Cannobio. L’8 settembre formò bande di patrioti, organizzò rifornimenti di armi, aiutò ed inquadrò i compagni di fede. Nell’ottobre del 1943, in pieno giorno, venne arrestato a Milano nel corso Vittorio Emanuele perché affrontò coraggiosamente il comandante della " Muti", Colombo, mentre pestava un operaio. Domenico Fiorani, classe 1913. Nel settembre del 1943 fu licenziato dallo stabilimento nel quale lavorava, aveva poco denaro e la moglie da curare, fu così che si dedicò intensamente all’attività politica. Fondò una nuova sezione socialista a Sesto San Giovanni e diede la sua opera come propagandista e collaboratore di giornali clandestini. Il 25 giugno 1944 mentre si recava a trovare la moglie in ospedale fu arrestato dalle SS e trasferito a San Vittore. Vitale Vertemati, aveva 26 anni quando fu arrestato il 1° maggio del 44’ a causa del suo lavoro di collegamento tra i vari gruppi partigiani. Giulio Casiraghi,classe 1899, militante nel partito comunista da lunga data. Fu arrestato: nel 1931 per reati politici e per aver svolto attiva propaganda sui fogli clandestini, venne liberato dal confino di polizia nel 1936, nel 1943 perché organizzatore degli scioperi verificatisi alla ditta " Marelli" e infine il 12 luglio dello stesso anno in quanto addetto alla ricezione dei messaggi da Londra per gli aviolanci. Tullio Galimberti, classe 1922. Chiamato alle armi, anziché militare nelle file fasciste, preferì dedicarsi al movimento clandestino. Ebbe attivi e frequenti contatti con i G.A.P e svolse numerose missioni importanti. Fu catturato in pieno giorno in una via centrale di Milano. Eraldo Soncini, classe 1901. Fin da giovane partecipò ai movimenti proletari. Attivissimo militante nelle file del partito socialista, subì un primo arresto nel 1924 e in tale occasione fu violentemente bastonato. Dopo l’8 settembre fu attivamente ricercato, ma ciò non gli impedì di partecipare alla lotta clandestina sino al giorno in cui fu catturato dalle SS. Andrea Esposito, 46 anni, iscritto al partito comunista collaborò attivamente con i partigiani della 113° brigata "Garibaldi". Fu arrestato il 31 luglio in casa insieme al figlio Eugenio, che era sfuggito ai nazifascisti per non andare a combattere sotto le insegne della Repubblica Sociale e che verrà deportato a Dachau. Andrea Ragni, 23 anni. Dopo l’8 settembre, mentre partecipava ad un’azione per tentare di impossessarsi di armi, fu ferito e ricoverato a Niguarda da dove riuscì a scappare. Arrestato una seconda volta, riuscì a fuggire nuovamente, ma venne ripreso e rinchiuso a San Vittore sino al giorno della fucilazione. Libero Temolo , classe 1906, frequentò sin dalla gioventù i circoli comunisti del proprio paese e soffrì il carcere e le persecuzioni. Giunse a Milano nel 1925 e divenne un attivo organizzatore delle S.A..P. Fu catturato al posto di lavoro nell’aprile del 1944. Emidio Mastrodomenico, classe 1922, si trasferì a Milano nel 1940 dove operò presso il commissariato di Lambrate. Fu arrestato in quanto capo delle GAP. Salvatore Principato, classe 1892, militò sin da giovane nel partito socialista. Nel 1933 fu una prima volta arrestato perché apparteneva al movimento " Giustizia e Libertà". Rilasciato tornò a svolgere attività antifascista e dopo l’8 settembre lavorò intensamente per la libertà d’Italia fino al giorno del suo arresto. Renzo Del Riccio, classe 1923, socialista , era soldato di fanteria quando l’8 settembre con il suo reggimento partecipò ad accaniti scontri contro i tedeschi in Monfalcone. Tornato al suo paese, lavorò sino al marzo del 1944, epoca in cui, essendo stata chiamata la sua classe, riparò in montagna nei dintorni di Como. Organizzò un audace tentativo di sabotaggio con la collaborazione dei partigiani. Arrestato, fu inviato dai tedeschi in Germania, ma a Peschiera riuscì a fuggire e a nascondersi poi a Milano in casa di parenti. Fu arrestato in seguito ad un falso appuntamento nel 1944. Angelo Poletti, svolgeva un ‘attiva propaganda partigiana tra i lavoratori dell’Isotta Fraschini presso cui lavorava. Fu arrestato mentre andava a prelevare armi per i compagni. Rimase per molto tempo a San Vittore dove subì sevizie. Vittorio Gasparini , dopo l’invasione tedesca, messosi in aspettativa collaborò con i partigiani raccogliendo fondi e curando il funzionamento di una radio trasmittente clandestina. Fu arrestato nel novembre del 1943 vicino Brescia. Rimase a San Vittore sino al giorno della sua fucilazione. Gian Antonio Bravin , classe 1908, dopo l’armistizio iniziò la sua attività politica. Fece parte del III Gruppo GAP di cui divenne il capo organizzando vari colpi. Venne arrestato nel 1944.

Ultimo messaggio di Libero Temolo dal carcere

Ultimo messaggio di Libero Temolo dal carcere

La strage fu perpetrata come rappresaglia per un attentato consumato il 7 agosto 1944 contro un camion tedesco (targato WM 111092) parcheggiato in viale Abruzzi a Milano. Nell'evento, in cui non rimase ucciso alcun soldato tedesco (l'autista Heinz Kuhn, che era addormentato nel mezzo parcheggiato, riportò solo lievi ferite) provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri cinque. Il comandante dei Gap, Giovanni Pesce, negò sempre che quell'attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. Certi elementi anomali hanno fatto definire ad alcuni l'attentato come controverso: il caporal maggiore Kuhn aveva parcheggiato il mezzo a poca distanza da un'autorimessa in via Natale Battaglia e dall'albergo Titanus, entrambi requisiti dalla Wehrmacht.

Sulle motivazioni della rappresaglia è utile notare come il bando di Kesselring prevedesse la fucilazione di dieci italiani solo in caso di vittime tedesche.

Theodor Saevecke, che faceva base presso l'Hotel Regina in via Silvio Pellico, sede delle SS e noto luogo di tortura, pretese ed ottenne, ciò nonostante, la fucilazione sommaria di quindici antifascisti, e compilò egli stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante, impiegata nell'ufficio delle SS, cui fu ordinato di batterla a macchina.

Dopo la fucilazione eseguita da membri della Muti - avvenuta alle 06:10 - i cadaveri scomposti furono lasciati esposti sotto il sole, per tutta la giornata calda giornata estiva e coperti di mosche, a scopo intimidatorio. Un cartello li qualificava come "assassini". I corpi rimasero circondati da membri della Muti che impedirono persino ai parenti di rendere omaggio ai propri defunti. Secondo numerose testimonianze, i militi insultarono ripetutamente gli uccisi (definendoli, tra l'altro, un "mucchio d'immondizia") e i loro congiunti accorsi sul luogo.

Il poeta Franco Loi, testimone della tragedia e probabilmente allora abitante nella vicina Via Casoretto, ricorda:

« C'erano molti corpi gettati sul marciapiede, contro lo steccato, qualche manifesto di teatro, la Gazzetta del Sorriso, cartelli , banditi! Banditi catturati con le armi in pugno! Attorno la gente muta, il sole caldo. Quando arrivai a vederli fu come una vertigine: scarpe, mani, braccia, calze sporche.(....) ai miei occhi di bambino era una cosa inaudita: uomini gettati sul marciapiede come spazzatura e altri uomini, giovani vestiti di nero, che sembravano fare la guardia armati! »  (Franco Loi)

 

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento

 

                               Salvatore Quasimodo

Monumento ai Martiri di Piazzale Loreto

Alla fine della guerra, sul luogo della strage ed in memoria dei Martiri ivi caduti fu eretto un cippo commemorativo. Tale cippo fu sostituito da un monumento eretto nell'agosto 1960, opera dello scultore Giannino Castiglioni (1884-1971), sito all'angolo del piazzale e viale Andrea Doria. Il monumento, sul fronte, reca un bassorilievo che rappresenta un martire sottoposto ad esecuzione sull'iconografia di San Sebastiano, sul retro reca la dicitura «ALTA /L'ILLUMINATA FRONTE/CADDERO NEL NOME/DELLA LIBERTA`» cui segue l'elenco dei 15 caduti, la data dell'eccidio, 10 agosto 1944 ed i simboli della Repubblica Italiana e del Comune di Milano.

 

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26 - 30 giugno Besana Brianza: FESTA PROVINCIALE 2019 - "Prima le Persone"

18 Juin 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

manifesto della Festa provinciale 2019

manifesto della Festa provinciale 2019

vedi il programma completo della Festa:

http://www.anpimonzabrianza.it/progetti-festa2019.html

 

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2 giugno: festa della Repubblica

2 Juin 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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2 giugno 1946: il primo referendum che ha cambiato l´Italia. Monarchia o Repubblica?

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Di fronte al quesito secco, due opzioni antitetiche, oltre 12 milioni di italiani scelsero di cambiare. E con un margine di due milioni di voti sui monarchici nacque la Repubblica Italiana.

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Voti

 

 

 

%

 

 

 

MONARCHIA

 

 

 

10 718 502

 

 

 

45,70%

 

 

 

REPUBBLICA

 

 

 

12 718 641

 

 

 

54,30%

 

 

 

bianche/nulle

 

 

 

1 509 735

 

 

 

 

 

 

 

Totale voti validi

 

 

 

23 437 143

 

 

 

100%

 

 

 

 

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Dona il 5x1000 all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia

4 Mai 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Dona il 5x1000 all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia

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25 aprile 2019

26 Avril 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Il 25 aprile è Festa nazionale. La Festa della Liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista. Essa vedrà migliaia e migliaia di persone nelle piazze e nelle vie di tantissime città e paesi. Nessuno riuscirà a cancellarla. Ci riferiamo, in particolare, a chi cerca di negarla, paragonandola ad uno scontro tra "fascisti e comunisti", mentre essa fu lotta vincitrice del popolo italiano contro il nazi-fascismo; a chi continua a gettare fango e fuoco sulla memoria delle partigiane e dei partigiani; a chi tenta con il solito argomentare razzista e ignorante di riportare l'orologio della storia al ventennio del criminale Benito Mussolini.

Il 25 aprile ricorda la vittoria degli ideali di libertà e democrazia che hanno spazzato via la dittatura. È il canto corale delle origini autentiche della nostra Repubblica. La maggioranza delle cittadine e dei cittadini italiani si riconosce con coscienza, fedeltà, entusiasmo e passione civile nella Festa della Liberazione. Saremo in piazza, in tantissimi, per ricordare che l’onore della Patria fu difeso dal suo popolo e per portare avanti ancora una volta gli ideali per cui lottarono i partigiani: un Mondo di Pace, più giusto e libero.

Viva la Resistenza, viva la Costituzione, viva l’Italia.

Presidenza e Segreteria nazionali ANPI

Roma, 23 aprile 2019

La Festa della Liberazione, che si è svolta ieri in tutta Italia con una straordinaria partecipazione di popolo, ha ribadito che l'Italia respinge il fascismo e chiede, a gran voce, lo scioglimento delle organizzazioni che si richiamano a quell'epoca criminale. Ho visto sfilare a Milano, ma è accaduto in tantissimi altri luoghi, tutte le generazioni, ho visto i giovanissimi accanto alle partigiane e ai partigiani, ho sentito, era percepibilissima, la voglia di stare insieme per ricostruire la possibilità di un avvenire di diritti, di democrazia pienamente realizzata, di una imprescindibile unità attorno ai valori fondanti la Repubblica e la nostra convivenza civile. Il sogno dei combattenti per la libertà, che confluì nella Costituzione, il patrimonio più bello, esaltante e prezioso della Resistenza. E voglio qui ringraziare, davvero col cuore in mano, tutti quei volontari che hanno letteralmente costruito le migliaia di iniziative realizzate, le nostre Sezioni ANPI, i nostri Comitati Provinciali, i Sindacati, le associazioni, che si sono impegnati fortemente con antica, e riconfermata brillantemente, passione “partigiana”. Voglio ringraziare il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per le sue parole e i suoi atti preziosi di stimolo alla memoria attiva, e i tanti Comuni che hanno svolto con profondo e vivo senso di responsabilità il loro dovere istituzionale nella partecipazione e nella promozione delle celebrazioni. Ora dobbiamo proseguire nel nostro impegno, affinché il 25 aprile non venga dimenticato dal giorno dopo. Affinché la vigilanza sulla Costituzione, sulla sua piena attuazione, in particolare del dettato antifascista, resti attiva nelle menti e nei cuori di tutte e tutti. C'è un Paese che vuole rimettersi in cammino e non ha più intenzione di accettare arroganze, prevaricazioni, atteggiamenti lesivi della civiltà democratica e dell'umanità.

L'ANPI c'è e ci sarà, sempre. Non perdiamoci di vista.

Carla Nespolo - Presidente nazionale ANPI

alcuni momenti della celebrazione a Lissone
alcuni momenti della celebrazione a Lissone
alcuni momenti della celebrazione a Lissone
alcuni momenti della celebrazione a Lissone
alcuni momenti della celebrazione a Lissone
alcuni momenti della celebrazione a Lissone
alcuni momenti della celebrazione a Lissone
alcuni momenti della celebrazione a Lissone

alcuni momenti della celebrazione a Lissone

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Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019

3 Avril 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019

Domenica 31 marzo una delegazione della nostra Sezione è stata presente a S. Margherita di Fossa Lupara (Sestri Levante) alla cerimonia di commemorazione dei caduti della vallata di S. Vittoria durante la guerra di Liberazione. Tra i partigiani fucilati in quella località, il nostro concittadino Arturo Arosio.

Ha partecipato alla cerimonia, in rappresentanza dell'Amministrazione comunale di Lissone, il vicesindaco Marino Nava, con fascia tricolore e gonfalone.

Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019
Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019
Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019
Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019
Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019
Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019
Viaggio della Memoria a Sestri Levante 31 marzo 2019
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