Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Pane e Coraggio

6 Avril 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

... ci vuole coraggio / a trascinare le nostre suole /

da una terra che ci odia /ad un'altra che non ci vuole ...

 

emigranti.jpg

 

Proprio sul filo della frontiera
il commissario
ci fa fermare
su quella barca troppo piena
non
ci potrà più rimandare
su quella barca troppo piena
non
ci possiamo ritornare.

E che l'Italia sembrava un sogno
steso per lungo ad asciugare
sembrava una donna fin troppo bella
che stesse lì per farsi amare
sembrava a tutti fin troppo bello

Che stesse lì a farsi toccare.

E noi cambiavamo molto in fretta
il nostro sogno
in illusione
incoraggiati dalla bellezza

vista per televisione

disorientati dalla miseria

e da un po' di televisione.

Pane e coraggio ci vogliono ancora
che questo mondo non è cambiato
pane e coraggio
ci vogliono ancora
sembra che il tempo non sia passato
pane e coraggio commissario

che c'hai il cappello per comandare
pane e fortuna moglie mia

che reggi l'ombrello per riparare.

 

Per riparare questi figli
dalle ondate del buio mare
e le figlie dagli sguardi
che dovranno sopportare
e le figlie dagli oltraggi
Che dovranno sopportare.

Nina ci vogliono scarpe buone
e gambe belle Lucia
Nina ci vogliono scarpe buone
pane e fortuna e così sia
ma soprattutto ci vuole coraggio
a trascinare le nostre suole
da una terra che ci odia
ad un'altra che non ci vuole.

Proprio sul filo della frontiera
commissario ci fai fermare
ma su quella barca troppo piena
non ci potrai più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci potremo mai più ritornare.

Canzone

di Ivano Fossati

 

 

La storia della canzone è narrata in prima persona da un emigrante clandestino che sta per varcare il confine per entrare in Italia. La canzone è un'epica del coraggio e del pane: il coraggio dei migranti che, obbligati dalla loro miseria, intraprendono un viaggio verso terre che non li vogliono; il pane della condivisione che, nutrimento dei poveri, dovrebbe almeno essere un diritto per tutti.

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Giovanni Pesce

28 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Giovanni-Pesce-Visone.jpg

Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare

Era ancora un bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro in una miniera della Grand’Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì ragazzino al Partito comunista e divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la "Pasionaria", a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro, porta ancora nel corpo le schegge della ferita più grave.

Rientrato in Italia nel 1940, Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. "Rubini".

Nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare concessa a "Visone" (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra l’altro "Ferito ad una gamba in un’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito…In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume…".

 

Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi "Un garibaldino in Spagna" del 1955 e "Senza tregua – La guerra dei G.A.P." del 1967. Proprio nel sessantesimo anniversario della Liberazione, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci hanno pubblicato, presso le Edizioni Arterigere-EsseZeta, un "libro della memoria" di 368 pagine intitolato: "Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia".

Dopo la scomparsa del valoroso combattente antifascista, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente dell'ANPI Nazionale e di Milano, Tino Casali, il seguente messaggio: "Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa di Giovanni Pesce, comandante partigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, protagonista della Resistenza al nazifascismo e della Liberazione di Milano e Torino, tenace assertore dei principi di libertà, di pace, di eguaglianza e di democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica. Nel ricordo dei momenti di incontro, in cui ho potuto apprezzare e stimare la passione, il coraggio e gli ideali di cui Giovanni Pesce ha dato testimonianza, partecipo sentitamente al dolore dei familiari e al cordoglio del movimento antifascista e democratico".


da "Senza tregua – La guerra dei G.A.P."

La battaglia dei binari

Greco. Giugno 1944. È un piccolo lembo della periferia milanese, isolato dalla città da fasci di binari ferroviari che ne tagliano in due il centro. Non è un luogo attraente: il fumo delle locomotive ha annerito le case e il ponte sul quale corre la strada angusta verso Prato Centenaro, le cascine, le ville padronali. La guerra ha intristito ancor di più il luogo: un senso di desolazione grava su tutto. Le ville sono state abbandonate dai proprietari, trasferitisi in luoghi sicuri, lontano dai bombardamenti. Da più di venti anni la palazzina comunale ignora i dibattiti democratici del consiglio. Un tempo il sindaco, dopo il lavoro, andava a fare una partita a carte all'osteria o a barattare quattro chiacchiere in farmacia o sui cantieri. Ma del mondo di allora è scomparso anche il ricordo. La gente ora, è di­versa. Molti di quelli che abitavano in questo angolo di Milano sono lontani e forse non rivedranno più le loro case. Sono giovani che la guerra ha trascinato in paesi sconosciuti, dove non avrebbero mai immaginato di rimanere come soldati dell'Asse. A Greco è arrivata altra gente: duri, ostili, uomini della Feldgendarmerie, del Genio ferroviario della Wehrmacht e delle SS, diffidenti, sospettosi di tutto, anche dei fascisti, sono incaricati di controllare, di sorvegliare il funzionamento delle grandi officine di riparazione ferroviaria.

Molti i ferrovieri: quando lavorano non possono fare un passo senza essere seguiti dalla sentinella, come nei campi di concentramento; conversano a bassa voce e si interrompono bruscamente allorché si avvicina un collaborazionista.

Lungo i binari che transitano da Greco, sotto il ponte grigio del cavalcavia, sono sfilate a migliaia lunghe colonne di carri merci, una parte notevole del dramma dell'8 settembre è stata recitata davanti alla palazzina: grigia della stazione di Greco, sotto gli occhi dei ferrovieri e della gente di questo piccolo angolo di Milano. Dai vagoni bestiame, sprangati e sigillati, si sono levate di giorno e di notte, invocazioni di aiuto e sono stati lanciati biglietti disperati.

Quando era possibile, qualche vagone è stato forzato e il macchinista ha rallentato in curva più del necessario. Qualcuno ha potuto saltare in tempo dal treno diretto verso i campi di raccolta e i campi di sterminio. La mano di un ferroviere di Greco, aprendo uno spiraglio ha potuto lanciare nei carri-merci una borraccia d'acqua, un pezzo di pane.

Gli uomini del distaccamento della Feldgendarmerie non si fidano dei ferrovieri, non si fidano di nessuno, vivono nell'isolamento della paura, mentre la popolazione vive nell'angoscia, affamata, martellata dalle incursioni aeree, insidiata dai rastrellamenti delle brigate nere, minacciata dall'incubo delle deportazioni, dalle fucilazioni. Ma anche per la gente di Greco il tenue filo di speranza si ingrossa, mentre su tutti i fronti la situazione dei nazisti va precipitando.

La Wehrmacht subisce colpi durissimi sul fronte dell'Est e il preannuncio della catastrofe si chiama Stalingrado. I partigiani di tutta Europa passano all'offensiva, colpiscono senza pietà il nemico. Sul fronte occidentale la pressione degli anglo-americani si fa incalzante.

In Italia ha inizio "la battaglia dei binari", l'obiettivo del comando militare del C.V.L. Azioni di sabotaggio devono impedire spostamenti di truppe tedesche sui fronti minacciati dall'offensiva sovietica o dagli attacchi anglo-americani. Greco diventa zona di operazione; un bersaglio importante; vi transitano le linee ferroviarie verso i valichi svizzeri; le linee anulari che circondano Milano e si spingono in ogni direzione. Ma l'importanza del nodo ferroviario di Greco è accresciuta dalla presenza delle officine di riparazione, affollate di motrici sfasciate dai bombardamenti e dai sabotaggi.

Ogni giorno la direzione ferroviaria di Greco riceve sollecitazioni telegrafiche sempre più pressanti dai vari compartimenti e dai responsabili territoriali del Genio ferrovieri hitleriano. Il traffico ferroviario si svolge in ore notturne per sfuggire ai bombardamenti alleati, ma non riesce a sottrarsi all'attività dei partigiani. I mezzi colpiti dalle incursioni o dai sabotaggi non sono spesso né trasportabili, né recuperabili, tuttavia i locomotori danneggiati giungono continuamente a Greco. È qui, dunque che il sistema di comunicazione della Wehrmacht deve essere scardinato.

Il comando regionale delle formazioni garibaldine, ai primi di giugno, ordina una delle più importanti azioni di sabotaggio della Resistenza, affidandone il compito alla 3n brigata GAP "Rubini."

La formazione ha subito gravi perdite e molti dei suoi combattenti hanno dovuto lasciare la città per evitare la cattura e trasferirsi in montagna. Il nemico aveva individuato troppe basi e colpito' troppi patrioti. Al logorio degli uomini si è aggiunto il dubbio che fossero ormai facilmente individuabili dai fascisti e dalla Gestapo. Nel giugno del 1944 la brigata "Rubini" è decimata al punto che occorre, più che organizzarla, ricostruirla con forze fresche.

Riesco a reclutare quattro·ferrovieri: Guerra, Ottoboni, C. e Bottani; tutti e quattro di Greco. Due ragazze compiono frequenti viaggi da Milano a Rho. Le strade che dalla città conducono in provincia sono sempre affollate. La speranza di trovare un po' di farina per sfuggire alle insopportabili restrizioni del tes­seramento spinge molte massaie a compiere pellegrinaggi annonari alle cascine e alle case dei contadini. Non è strano che due ragazze, Sandra e Narva, scendano anch'esse, assieme a molte altre donne, al capolinea del vecchio tranvai, l'ormai famoso “gamba de legn", a Rho, con le borse vuote e che, qualche ora dopo, risal­gano sullo stesso trenino per Milano, con le borse piene. Ma non sempre il viaggio col trenino è possibile, a causa dei bombardamenti, dei mitragliamenti e dei ritardi enormi. Allora Sandra e Narva salgono sulle loro biciclette e pedalano verso Rho. Pedalano vigorosamente, quelle due ragazze minute, dall'aria sbarazzina, con gli alti tacchi di sughero. I militi le conoscono per i loro frequenti viaggi in bicicletta, rispondono ai loro sorrisi, senza darsi la briga di frugare nelle loro borse o gettandovi soltanto un'occhiata distratta. Alle volte capita alle ragazze di farsi portare i loro carichi di . esplosivo da qualche poliziotto galante. Tra qualche anno le soprannomineranno le "signorine tritolo."

Nel 1944 Sandra e Narva sono tra le più attive staffette gappiste. Scarseggia l'esplosivo alla brigata "Rubini" e bisogna prelevarlo dal deposito clandestino di Rho e trasportarlo a Milano. Per l'operazione di Greco ne occorre poco meno di un quintale. La cautela necessaria, sia per eludere la vigilanza dei nazifascisti, sia per evitare incidenti nel trasferimento del pericoloso materiale suggeriscono di scegliere Sandra e Narva.

Il trasporto dell'esplosivo è effettuato in piccole quantità con successo. A Milano, il tecnico si mette subito al lavoro e dopo alcuni giorni comunica che tutto è pronto.

Visone, a sua volta, lo comunica a Guerra, capo dell'operazione. Con Guerra riesamina ogni particolare, determina con estrema precisione gli obiettivi, stende il piano nei minuti particolari. Guerra è un giovane tranquillo e cordiale. Alla vigilia sarà di una serenità sorprendente. Non lo si direbbe affatto un "novellino" che partecipa alla sua prima azione. A Greco gli vogliono bene. Lo sanno un buon lavoratore, ha molti amici fra i compagni delle officine, ed è benvoluto dalla gente della vecchia cascina dove abita. È a pensione presso un'anziana signora che gli ha affittato una stanzetta al piano terreno. Dalla finestra Guerra vede il via vai dei poliziotti tedeschi che escono ed entrano dal comando. La villa padronale, contigua alla cascina dove egli abita, è stata requisita dalla Kommandantur ed assegnata alla Feldgendarmerie. Sono gli stessi uomini che Guerra incontra nell'officina ferroviaria e che sembrano volerlo perquisire con lo sguardo. Il capo dei gappisti ferrovieri di Greco è sempre a pochi metri dai poliziotti; al lavoro lo sorveglia una sentinella; a casa, oltre la finestra, il corpo di guardia del comando. Le bombe verranno consegnate a Guerra che si affretta a cercare un nascondiglio sicuro. All'esterno i passi pesanti degli uomini della polizia militare tedesca echeggiano sul selciato del cortile confusi con le risate dei militari a mensa.

Sandra è incaricata di far affluire le bombe sul luogo stabilito.

I convogli che transitano per Greco hanno un'aria furtiva. Gli edifici ferroviari, i serbatoi d'acqua in cemento sono stati sottoposti da tempo a trattamento di cosmesi. Colori gialli, verdi, olivastri, si intrecciano a tinte cupe. L'effetto della "mimetizzazione" è sconcertante.

Dall'alto dovrebbe apparire come un innocuo podere coltivato a grano e a erba medica. Ci sono voluti laboriosi progetti e l'impiego di esperti. Per Guerra, Ottoboni, C. e Bottani la "mimetizzazione" non ha alcun senso. Le locomotive ai quattro gappisti ferrovieri sono tanto familiari quanto 'l'incudine a un fabbro. E le locomotive sono allineate, inconfondibili, sotto le reti mimetiche, sui binari che conducono alle varie corsie dell'ospedale "ferroviario" di Greco. Anche le sentinelle tedesche che di notte passeggiano a passi cadenzati davanti agli impianti e si fermano di colpo al primo rumore insolito fanno parte dello scenario consueto.

Ecco, il nemico è lì si chiama Fritz o Rudolf o Heinz, qualche volta saluta e sorride. I ferrovieri di Greco rispondono al saluto, intuiscono che Rudolf ha una ragazza che lo aspetta al paese; che Fritz, più anziano e grasso, ha almeno un paio di figli e una bottega di artigiano e che Heinz, scuro in volto, deve aver più di una preoccupazione. Ma vi sono anche l'Hauptmannkommandant, responsabile degli impianti di Greco, gli squadristi, Mussolini e Hitler, i vagoni bestiame sigillati carichi di donne, di uomini, di vecchi e di bambini, diretti al Nord, verso la Germania. A questo punto che cosa ha ancora importanza? Il ricordo forse degli esami di concorso del personale ferroviario? Le pedanti domande degli esaminatori? L'affetto per le grandi macchine nere? Adesso tutta la conoscenza e tutta l'esperienza accumulata in anni di lavoro confluisce nella preparazione dell'azione di sabotaggio.

Se ne accorge Visone, quando nel corso di una delle ultime riunioni, alla vigilia della grande operazione, discute i dettagli del piano.

Guerra e gli altri sono operai che conoscono pezzo per pezzo le locomotive e ogni angolo delle officine. Si stabilisce di collocare i pacchi di esplosivo con micce da 20 minuti nei forni di combustione delle macchine a vapore; di distruggere l'apparato motore e di comando dell'impianto di sollevamento e spostamento delle locomotive, il ponte mobile, che scorre lungo una fossa, tra i grandi capannoni ferroviari di Greco. Bloccandone l'attività, s'impedisce l'afl1usso degli altri mezzi danneggiati e si impedisce l'uscita delle locomotive riparate.

Le ore della vigilia sono interminabili. I quattro si accorgono di guardare con occhi diversi non solo i tedeschi, ma il repubblichino che dirige gli impianti, i loro compagni di lavoro che non sanno. Immaginano i volti degli operai, dei capisquadra e di tutti gli altri, "il giorno dopo." Non è più il momento di pensare. Bi­sogna scacciare i ricordi che tentano di riaffiorare, i lontani echi dei giorni sereni. Sono ricordi chiari, di gente semplice: una gita con gli amici, una lontana festa in famiglia, il volto di qualcuno cui si vuol bene;

È notte, una notte di guerra. I quattro sono stesi sulla proda di un fossato, con i loro carichi micidiali guardano i profili scuri della stazione e dell'officina, i blocchi cilindrici dei serbatoi d'acqua che si stagliano nitidamente nella notte stellata. È passato un convoglio che ha sostato brevemente nella stazione: lo sferragliare sui binari si è interrotto, forse per una comunicazione ai sorveglianti tedeschi che viaggiano sul treno.

Si è udito gridare un ordine e dalla locomotiva rispondere:

"Jawohl, Jawohl".

Il convoglio è ripartito. Di tanto in tanto si avverte solo il passo cadenzato delle sentinelle davanti alle officine deserte. Un sasso cade sul metallo con un lungo tintinnio. Da lontano arriva il ronzio sordo degli stabilimenti Pirelli, dove si lavora anche la notte. Il vento cambia direzione e porta altrove quella eco di vita. Ri­torna il silenzio.

Ecco, è il momento. Guerra è già scattato in piedi, lo seguono Ottoboni, C. e Bottani: tra poco quando le due sentinelle tedesche si scambieranno le consegne presso la palazzina della stazione, i quattro partigiani entreranno dalla parte opposta nell'interno dello scalo. Percorrono un breve sentiero, camminando curvi sull'erba di un prato che finisce proprio a ridosso dei binari.

"Accidenti, forse era meglio fasciarci le scarpe con gli stracci ...".

L'imprecazione è provocata dallo scricchiolio della ghiaia spostata nella" zona proibita."

Ora è il momento di separarsi, di ricordare le proprie istruzioni e quelle degli altri per non correre il rischio di scambiare i compagni per i tedeschi. Tra poco la sentinella inizierà il suo andirivieni: è meglio affrettarsi, superare di corsa gli ultimi cento passi, che portano alle locomotive ferme in attesa dell'ispezione. Ogni metro è familiare ai quattro gappisti ferrovieri. Un passo pesante si avvicina. Bisogna nascondersi in fretta. Ci sono cespugli lungo le pareti dell'officina e ai piedi delle mura di cinta. I quattro si stendono a terra. Trattengono il respiro. Rimangono accovacciati, immobili, sentendo il battito tumultl1oso del proprio cuore.

Guerra aguzza lo sguardo e strizza gli occhi. Un rumore lo fa rituffare a testa in giu. Ottoboni stringe i denti e si getta a terra premendo il petto contro il suolo. L'eco dei passi si avvicina, poi la sagoma della sentinella spunta all'angolo esterno del capannone. È meglio controllare le rivoltelle.

Lo stesso tragitto: non sembra tipo da procurare sorprese. Anzi il ritmo del suo andirivieni accorda un minuto in più sul tempo calcolato. Un minuto guadagnato. L'eco dei passi si allontana. Guerra, il primo dei quattro stesi a terra, dà il segnale: "Prima le locomotive e ricordiamoci che il tempo delle micce è di venti minuti".

Si mettono in cammino, cauti lungo i binari. Lontano brilla una fiammella, poi si spegne, la sentinella ha acceso una sigaretta.

La scaletta in ferro di una locomotiva ha una decina di pioli, che di solito si superano d'un balzo, ma di notte con un carico di tritolo a tracolla, possono fare incespicare. Uno dei quattro picchia un ginocchio contro il metallo: i denti mordono le labbra per frenare l'imprecazione.

Una locomotiva ha il forno acceso; Guerra deve scendere rapidamente dalla cabina, precipitarsi all'interno di una delle officine, salire su di un locomotore elettrico. Ha ancora tutte le cariche da innescare.

Gli è parso di vedere una fiammella, una piccola luce rossa. Uno degli altri ha già innescato una miccia e il tic tac dell'orologio ha un battito affannoso. Il corridoio del locomotore elettrico è uno stretto budello; ma permette di usare una lanterna cieca. Apre il portello del vano motori e finalmente accende anche lui la sua miccia. Ha qualche difficoltà a tener ferma la mano. È ansia? O l'affanno della corsa per raggiungere l'officina? Venti minuti di tempo. Quanti ne sono trascorsi? Quattro, cinque? Al massimo sei. Ecco un'altra locomotiva a vapore. Il metallo è freddo, il forno è spento. Un balzo, senza inciampare. Le mani sicure aprono il portello del forno, collocano la carica al centro: Il vano del forno si trasformerà in una potente camera di scoppio. L'ansia del rischio va attenuandosi. Si è già a buon punto e si conta di finire prima del previsto. Cinque locomotive dovrebbero essere state minate. A Guerra restano ancora due cariche. Gli altri probabilmente hanno

Ottoboni e C. stanno rattrappiti. Guerra sente un formicolio gelido corrergli per la schiena. Stringe forte la rivoltella. Se il tedesco si avvicina troppo, sarà facile colpirlo. Ma lo sparo darà l'allarme. La sentinella s'allontana proiettando metodicamente la luce della torcia elettrica sulle locomotive e sui binari. Non si può ancora passare all'azione. Bisogna aspettare che passi almeno tre o quattro volte, accertarsi che non cambi il suo itinerario. I quattro attendono, stesi lungo il muro di cinta. Alloro fianco si apre la fossa delle locomotive, davanti al muro si unisce al fabbricato dell'officina, alle spalle c'è un ampio passaggio tra il muro e la seconda officina. È da là che potrebbe spuntare, all'improvviso, la sentinella scrupolosa.

Finalmente si odono di nuovo i passi del soldato, il rumore di stivaletti corti, la cadenza di un uomo non molto giovane.

Spunta dal medesimo angolo dell'officina, percorre già terminato. Gli sembra che si stiano dirigendo verso il punto di partenza. Non è così: camminano circospetti, uno si stacca dal gruppo e sale su una macchina, una fiammella si accende, si spegne di colpo. Rumore di passi. Quanti minuti saranno trascorsi dall'innesco della prima carica? Dieci, quindici? Chi ha acceso l'ultima mic­cia deve rimanere immobile accanto al filo sottile che brucia, nascondendo il lieve chiarore con la mano. Millimetro per millimetro la piccola brace rossastra avanza. Avanzano anche gli stivali sui binari, si avvicinano alle locomotive minate. Guerra deve ancora collocare una carica nel motore del "traghetto", come chiamano familiarmente i ferrovieri l'apparato di spostamento delle locomotive da un binario all'altro. L'uomo che ha attraversato i binari improvvisamente grida in tedesco.

Guerra è come paralizzato. La voce che grida, si fa sempre più vicina. Non muovere la mano, non toccare le armi, forse il tedesco non ha visto. Un movimento, un gesto lo noterebbe. Guerra resiste; ma riusciranno anche gli altri? Ognuno si pone la stessa domanda. Tutti rimangono immobili.

Non si capisce cosa gridi la sentinella, ma dall'altro lato dello scalo, una voce gli risponde. Un uomo attraversa i binari. Poi si ferma. Lo si intravede, con un piede sul viottolo di ghiaia e l'altro su una traversina. Qualcosa gli luccica nell'occhio destro, forse un monocolo. L'uomo alza il piede, supera il binario, si avvia verso la stazione.

Ora non resta più tempo per essere prudenti. Le micce hanno quasi finito la loro corsa. Guerra è vicino ad una locomotiva con il forno acceso. Innesca la miccia e la colloca tra gli assi della macchina. Resta un'altra carica. "Ragazzi, scappiamo."

. Ad un certo momento Bottani vede un'ombra muoversi nell'oscurità che risveglia in lui, bruscamente un ricordo: si ferma allibito pieno di stupore. Mentre il gruppo si allontana Bottani scatta di corsa verso il locomotore da dove è appena sceso.

Un ferroviere ne ha aperto la porta per andarsi a riposare. Ma quel locomotore è destinato ad esplodere. Che cosa accade all'interno del locomotore? Bottani ne scende con l'ordigno e la miccia accesa e si precipita verso un altro locomotore. Di corsa raggiunge il gruppo.

Gli chiedo:

"Come mai hai tardato?" "Quello là stava per ano dare a dormire vicino all'ordigno. L'ho spostato su un altro locomotore. Certo il ferroviere dovrà svegliarsi bruscamente".

Può avere importanza l'intervallo fra una deflagrazione e l'altra?

Non parrebbe a prima vista ma una esplosione unica rivelerebbe immediatamente l'attentato. Gli scoppi si susseguono tutti e quattro come un bombardamento a tappeto. I tedeschi non sparano. Non si precipitano a bloccare le strade attorno allo scalo. I quattro hanno il tempo di fuggire prima che i nazisti si rendano conto dell'assenza del rumore degli aerei. Dopo gli scoppi, si accendono le fiamme del serbatoio dei lubrificanti. Adesso crepitano le "machine-pistole", "le machinengewehr", persino la mitragliatrice a quattro canne; se ne scorgono le scie traccianti dei proiettili nel cielo limpido. Ma i quattro ormai sono tranquillamente sulla via di casa.

Guerra ha il suo letto in una stanza a ridosso del corpo di guardia Feldgendarmerie. Vicino alla cascina dove abita scorge una donna anziana che si cala in una buca, rifugio antiaereo di fortuna. È una vecchia buca ad un paio di metri sotto terra, adibita a deposito di vino. Nella fossa appena illuminata da un lucignolo Guerra si scontra con un avversario imprevedibile e naturalmente imprevisto, la sua padrona di casa, la buona donna che gli ha affittato una delle stanze.

“Lo so che è stata lei a fare quegli scoppi” urla la donna in preda al terrore. Guerra tenta di calmarla. Lo colpisce la sua intuizione.

"Lo so che è stato lei a fare tutto quel fracasso. Chissà che cosa succederà adesso...".

Un viso dolce da nonnina, senza nessuna cattiveria. Ma grida troppo forte. Qualcuno potrebbe udirla. La Feldgendarmerie si trova in linea d'aria a soli tre metri.

Guerra riflette: si tratta di provocarne un altro, innocuo choc: abbracciarla, un po' per calcolo, un po' con affetto, cara, buona e vecchia nonnina .

Il silenzio torna nel piccolo, incredibile rifugio scavato nel cortile della cascina. Guerra e la nonnina si guardano in silenzio. Fuori non sparano più, gridano. Il ferroviere partigiano va a letto. Davanti alla sua finestra corre via l'ultimo degli uomini disponibili della Feldgendarmerie, il cuoco, costretto a partecipare a un rastrellamento di emergenza.

Il lavoro dei ferrovieri nelle officine di Greco è preceduto, seguito, interrotto dalle perquisizioni e dagli interrogatori, sempre più frequenti, sempre più pressanti della Feldgendarmerie; finché arriva all'improvviso nei reparti un alto ufficiale tedesco seguito da un codazzo di uniformi, accompagnato dal direttore delle offi­cine, un romagnolo amico di Mussolini. Gli operai istintivamente si irrigidiscono all'apparire del corteo, ma i fascisti e il direttore ordinano di continuare il lavoro. Il generale tedesco, rigido, scheletrico, proiétta lo sguardo all'intorno, guardando gli uomini come animali impagliati in un museo di storia naturale; l'ira bolle sotto la maschera di ghiaccio. Anche un generale tedesco ha un superiore: Kesserling. E Kesserling deve avergli rinfacciato il comunicato di Radio Londra sull'impresa dei partigiani italiani a Greco. Nello sguardo del generale c'è il disprezzo per la razza inferiore, ma c'è anche e soprattutto la rabbia repressa.

 

"Attenti alle trombe", è la parola d'ordine che circola nelle officine. Le notizie di "radio fante" non sono buone. "Attenti alle spie." Non tutti i fascisti dello scalo Greco indossano la camicia nera. Non si possono individuare le spie vere o ipotetiche ma si conoscono gli amici. Per questo da Greco non giungerà nessuna relazione alla Gestapo, né all'D.P.I. (Ufficio investigativo politico repubblichino), né alla Muti.

Le spie urtano contro una impenetrabile barriera di silenzio. Nessuno parla. Durante l'orario di lavoro quasi tutti i ferrovieri sono presenti in officina, ad eccezione di coloro che hanno i turni irregolari o sono ammalati. Quaranta ferrovieri si recano ogni giorno al lavoro. A fine giugno 1944, come di consueto, entrano in officina. I tedeschi li arrestano; li conducono alla "Sicherei Dienst," alla Gestapo, all'U.P.I. per costringerli a confessare. La potenza della Wehrmacht si infrange contro la volontà di questi poveri diavoli che piangono in carcere e gridano per le torture. Nessuno parla.

Il 16 luglio, venti giorni dopo l'attentato, un furgone carcerario giunge a Greco. Sono le 9 del mattino. Attorno alle cascine di Greco i papaveri punteggiano di rosso vivo i campi di grano in attesa della mietitura.

La notte è trascorsa senza allarmi, senza l'allucinante luce dei bengala che annunciano la morte dal cielo.

Colombi, Mariani, Mazzelli sono tre ferrovieri antifascisti. Li hanno scoperti con dei volantini addosso. Ma anche se non fosse vero, è certo che sono antifascisti. In prigione hanno avuto paura i primi giorni, poi si sono quasi abituati a stare dietro le sbarre e in mezzo a tanta altra gente".

Hanno dormito sul tavolaccio del carcere. I "camerati" tedeschi li hanno lasciati dormire. All'alba li hanno fatti salire sul furgone diretto, alle officine di Greco dove sta per incominciare il lavoro.

Chissà se le formalità li aiutano a morire. Se è meglio che ti facciano firmare qualcosa, magari la ricevuta della tua vita che se ne va, o una carta bollata con tanti timbri. Ma questa non è una condanna. È un delitto e gli assassini non devono preoccuparsi di citare gli articoli di legge o di formulare la motivazione giuridica della sentenza senza appello. Uccidono tre uomini innocenti. Non li hanno nemmeno torturati. È la prova che non sospettano neppure per un momento che siano gli autori dell'attentato. I carnefici applicano la legge di guerra.

Anche questa è una spiegazione falsa. La legge di guerra tedesca è barbara, ma non viene applicata in questo caso, altrimenti i destinati al plotone di esecuzione sarebbero molti di più. No, questa è la legge della burocrazia in uniforme. Il Feldmaresciallo comandante delle forze tedesche in Italia, ha richiamato duramente il comandante della piazza militare di Milano. Questi ha girato il rimprovero al distaccamento di Greco che ha fatto quanto poteva per individuare i responsabili, senza riuscirci. Il Feldmaresciallo Kesserling non si accontenta di assicurazioni generiche. Vuole la punizione dei colpevoli. E il comandante della piazza di Milano, d'accordo col comandante del distaccamento di Greco gliene procura tre; scegliendo a caso tra gli antifascisti colpevoli soltanto di essere ferrovieri ed italiani. La burocrazia del terrore è placata. Colombi, Mariani, Mazzelli. Tre uomini in piedi davanti ai fucili, di fronte ai compagni, condotti a forza ad assistere all'esecuzione. L'ufficiale tedesco legge una carta. Si riesce solo a capire che Mariani, Colombi e Mazzelli si sono rifiutati di fare i nomi dei responsabili dell'attentato. Una raffica. I tre si piegano in avanti.

 

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intervento di ELIEZER WIESEL, premio Nobel per la pace

1 Février 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

INTERVENTO DEL PROFESSOR ELIEZER WIESEL, PREMIO NOBEL PER LA PACE

Celebrazione del Giorno della Memoria 2010 al Parlamento italiano

Signor Presidente della Repubblica italiana, onorevoli Presidenti della Camera e del Senato, signor Presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, onorevoli deputati e senatori, signor presidente della Corte costituzionale, sopravvissuti, membri delle comunità ebraiche, come non dirvi della mia grande emozione nell’essere qui. Mia moglie Marion ed io, Presidente Fini, le siamo profondamente grati del calore dell’accoglienza e della sincerità delle sue parole. Ci congratuliamo con l’Italia perché abbiamo partecipato a tante cerimonie, abbiamo visitato tanti Paesi dove viene celebrata la memoria, e posso dirvi che questo Paese costituisce un modello perché la commemorazione in Italia abbraccia tutte le sfere della società.

Abbiamo assistito oggi ad una cerimonia in cui il Presidente della Repubblica Napolitano ha consegnato dei premi ad alcuni studenti, a dei bambini e quando vedi i bambini ovviamente non puoi che sorridere e ti senti anche profondamente coinvolto.

Ieri abbiamo visto l’inaugurazione della mostra sull’Olocausto e quindi vogliamo ringraziarvi perché tutti noi siamo impegnati per ricordare. Siamo qui per ricordare e allora ricordiamo insieme quest’epoca della storia che ha avvolto nelle tenebre la speranza dell’uomo. Un’epoca in cui gli assassini hanno tormentato, torturato, isolato, affamato e ucciso sei milioni di uomini, donne e bambini non per qualcosa che avevano fatto, o detto, o scritto, o posseduto, ma semplicemente perché erano i discendenti di un popolo antico, l’unico popolo dell’antichità che sia sopravvissuto all’antichità.

Dove inizia la memoria? Per l’ebreo che sono, parlare qui infonde un profondo senso di riflessione, di gratitudine e di rispetto perché Roma per noi occupa un luogo speciale. Gerusalemme e Roma hanno memorie che si intrecciano: i saggi della Giudea venivano a Roma per perorare, di fronte agli imperatori romani, la causa del loro popolo ed oggi io, che sono uno dei loro eredi e discepoli, sono qui di fronte a voi, leader di questa nazione straordinaria. Io, il numero A-7713, sono qui a portarvi un messaggio su avvenimenti accaduti duemila anni più tardi.

Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Shlomo, figlio di Nissel e Eliezer Wiesel, numero A-7712, moriva di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald. C’erano italiani a Buchenwald ? Non ricordo, ma ad Auschwitz ce n’erano. Ricordo un certo Luigi, timido, gentile, introverso, non parlava né il tedesco, né lo yiddish, e senz’altro non parlava il polacco, sembrava più perso di altri.

Ho incrociato forse Primo Levi che poi è diventato mio amico, come lei Presidente Fini ha detto? Ad un certo punto siamo stati assegnati alla stessa baracca, ma non era presente nella marcia della morte verso i vagoni che ci hanno portato a Buchenwald; è rimasto in ospedale.

Buchenwald, ricordo la notte in cui siamo arrivati. Molti erano morti per strada, ricordo i vagoni aperti sul treno, ricordo la tormenta di neve, molti sono morti, ma alcuni con le loro ultime forze gridavano «Shma Israel.., Hashem hu haelokim »: ascolta Israele, Dio è il nostro Dio ! Dio, lì ? Io ero uno studente devoto e non ho potuto reprimere il desiderio di unirmi agli altri in questo appello ai cieli.

Sinceramente non posso spiegare perché.

Ricordiamo: nel 1945 la Germania praticamente aveva già perso la guerra contro gli alleati. L’ultima grande battaglia nelle Ardenne è finita con la sconfitta tedesca e, ciononostante, la guerra di Hitler contro il popolo ebraico è continuata senza sosta. I sei campi di sterminio in Polonia erano stati liberati, ma non i campi in Germania e in Austria. Gli ebrei erano ancora oggetto di distruzione, ma perché? Levi dice che ad Auschwitz non c’era luce.

Mi hanno chiesto in un’intervista: quando andrà in cielo, quali saranno le parole che dirà a Dio? Io dirò un’unica parola: perché? Questa domanda non dobbiamo farla soltanto a Dio creatore, ma anche alle creature: perché Hitler e i suoi accoliti, nati nel cuore del cristianesimo, hanno fatto quello che hanno fatto? Perché volevano ad ogni costo distruggere l’ultimo ebreo sul pianeta? Oggi, riuniti per ricordare quel fatto, quell’avvenimento, che non ha precedenti nella storia, ci si potrebbe chiedere: ma perché la memoria? Perché riaprire vecchie ferite? Perché infliggere un tale dolore ai giovani? Per i morti è troppo tardi. Sì, ciò che è stato fatto non può essere annullato, neanche Dio può annullare ciò che è stato fatto.

Tanta paura, dolore e tormento non possono essere dimenticati. Ma possono essere veramente ricordati? In che modo ? In che modo possiamo aprire i nostri cuori e le nostre anime al ricordo e, ancora, conoscere la speranza?

Oggi dovremmo dedicare la giornata non solo al ricordo, ma anche alla riflessione e alla presa di coscienza. In che modo la storia giudicherà il comportamento del mondo? In che modo la storia giudicherà il comportamento dell’Italia? Sì, ci sono state persone coraggiose e nobili in Italia e altrove che hanno cercato di aiutare gli ebrei. Alcuni ci sono riusciti e meritano la nostra profonda gratitudine. Mia moglie Marion ela sua famiglia sono state salvate da una giovane coppia italiana a Marsiglia: oggi è il compleanno di mia moglie e lei è qui con noi. Quindi, io devo lei e la mia felicità ad alcuni italiani a Marsiglia. Ma quanti hanno corso il rischio? Quanti hanno aperto la propria casa ad un bambino ebreo, ad una famiglia ebrea, ad un ebreo che aveva di fronte la prigione e la deportazione? A qualsiasi livello della politica e al più alto livello della spiritualità, il silenzio non aiuta mai la vittima: il silenzio aiuta sempre l’aggressore.

Per molti di noi Auschwitz resta un nodo spartiacque nella storia: c’è un prima e un dopo. Mai prima di allora tanti bambini e tante famiglie sono stati uccisi da tanti uomini, uomini spesso istruiti, colti, che continuavano a manifestare la loro ammirazione per Goethe, Schiller, Bach, Beethoven, Hegel e Dante. Ma che ne fu della loro umanità? Erano disumani? Forse sarebbe un’ipotesi troppo semplicistica. Cosa ha provocato quella metamorfosi ? Negli anni io ho letto ogni libro su quell’epoca, in ogni lingua che conosco, cercando di capire gli assassini.

In che modo il male ha potuto raggiungere una tale profondità e una tale portata? Non sono in grado di spiegare neanche la passività di chi è rimasto a guardare a tutti i livelli. Non era così difficile salvare una vita umana. Non sarebbe stato così difficile, all’inizio del 1944, bombardare i binari che portavano ad Auschwitz, ma per motivi inspiegabili e ingiustificabili quei binari non sono stati bombardati. Perché ?

Ho rivolto questa domanda a diversi Presidenti americani: nessuno mi ha dato una risposta valida. Anzi, avevo paura della loro risposta. Forse perché allora le vittime che avrebbero potuto essere salvate erano ebrei, ebrei ungheresi ?

Non è facile neanche capire le vittime. Come mai tanti sono riusciti ad aggrapparsi alla loro fede nel buio del ghetto e nell’orrore dei campi? Dove hanno trovato la forza di ricostruire la loro vita sulle rovine del loro passato? Nelle sue memorie di Treblinka, un superstite, Yankel Wiernik ha scritto: sarò mai capace di ridere ancora ?

A Birkenau, Zalmen Gradowski, membro del Sonderkommando si chiede: sarò mai in grado di piangere ancora?

Eppure i sopravvissuti in Italia, in Francia, in America, in Israele dopo la guerra sono riusciti ad elaborare il lutto e la rabbia e a creare uno Stato ebraico nella terra degli avi. Solo tre anni intercorrono tra Auschwitz e la rinascita di Gerusalemme e dello Stato sovrano ebraico.

In che modo le vittime di ieri sono riuscite a realizzare tutto ciò nel nome dell’umanità ? Forse qualcuno ha la risposta, io non ce l’ho. Ma forse, ricordando i morti, diamo un insegnamento di vitale importanza ai vivi, un insegnamento sulla vita e la morte, la luce e le tenebre, la crudeltà e la compassione. Insegniamo a chi vuole ascoltare che quello che accade ad una comunità riguarda tutti e che nessun essere umano è solo nel mondo di Dio, ma che solo Dio è solo. Non dobbiamo permettere che nessuna vittima del destino, o prigioniero della società – mai dobbiamo consentirlo – si senta solo, respinto, abbandonato, rifiutato.

La storia oggi vive grandi sconvolgimenti; la nostra generazione è segnata dal disorientamento e dalla sfiducia. I giovani abbracciano il fanatismo religioso che a volte porta anche a missioni suicide. Gli attentati suicidi sono assassinii, omicidi e debbono essere condannati come crimini contro l’umanità ed io rivolgo un appello a lei, Presidente Fini, e a lei, Primo Ministro Berlusconi, potreste essere i primi nel mondo ad introdurre un disegno di legge che designi l’attentato suicida come crimine contro l’umanità.

Questo non fermerebbe le mani degli assassini, ma potrebbe fermare i complici. Chi insegnerà ai giovani – che noi dobbiamo educare – il diritto di tutti i bambini a vivere una vita sicura se non noi che abbiamo visto la parte peggiore dell’uomo?

Io so che alcuni sopravvissuti sono preoccupati: cosa succederà quando l’ultimo di noi non ci sarà più? Io non sono tanto preoccupato. Non sono tanto preoccupato perché credo che chiunque ascolti un testimone diventa un testimone e quindi, parlamentari, diventate nostri testimoni, leader dell’Italia, diventate nostri testimoni.

Debbo confessare, però, che nutro anche una certa frustrazione.

I testimoni hanno parlato e poco o niente è cambiato nel mondo. Il mondo si è rifiutato di sentire, di ascoltare, si è rifiutato di imparare, altrimenti come possiamo comprendere la Cambogia, il Ruanda, la Bosnia, il Darfur, come possiamo comprendere l’antisemitismo oggi? Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall’antisemitismo, cosa potrà farlo? Io parlo dell’antisemitismo.

Come si può trattare con il Presidente di una nazione, Ahmadinejad, che è il primo a negare l’Olocausto e che vuole distruggere uno Stato membro delle Nazioni Unite? Come osa? Io ho visitato tanti Paesi del mondo e ho un’idea, forse non realizzabile. Dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla Corte dell’Aia e accusato di incitamento a crimini contro l’umanità.

La paura esiste ancora, le guerre civili, la fame. Milioni di bambini muoiono di malattia, di fame e di violenza. Il Medio Oriente è in grande tumulto: la pace tra Israele ed i vicini palestinesi è ancora un sogno, ma un giorno arriverà, credetemi, amici; se Israele ha potuto stringere la pace con la Germania, senz’altro sarà in grado di farlo con i suoi vicini. Creiamo un’occasione e mandiamo un appello a coloro che tengono in prigione Shalit: voi avete la credibilità per farlo. Quest’uomo da tre anni vive imprigionato e però c’è la speranza, la speranza deve esserci.

Guardiamo l’Europa: l’Europa è diventata un simbolo della solidarietà internazionale. La Germania e la Francia erano da sempre nemici, si uccidevano per pochi chilometri di territorio, ma oggi sono convinto che tra questi due Paesi non ci sarà mai più la guerra, o tra l’Italia e la Francia non ci sarà mai più la guerra.

Cosa abbiamo quindi imparato dal passato ? Abbiamo imparato che il razzismo è stupido e che l’antisemitismo è un’infamia. Abbiamo imparato che la nostra umanità è definita dal nostro atteggiamento verso l’alterità dell’altro, che abbiamo una chiara scelta tra cadere nella provocazione del nemico e il nostro dovere morale nei confronti gli uni degli altri, la scelta tra il nichilismo e il senso, il significato, tra la paura e la speranza. Questa scelta appartiene a ciascuno di noi.

Per concludere, siamo profondamente grati a voi tutti e profondamente commossi – non sono neanche in grado di dirlo – per questa giornata. Io ho sempre creduto che la vita non è fatta di anni, ma di singoli momenti e questo momento conterà nelle nostre vite. Quindi noi non viviamo nel passato, ma il passato vive nel presente, ed il nostro dovere rimane quello di umanizzare il destino, il mio e il vostro destino. Ricordiamo: qualsiasi cosa noi facciamo, qualsiasi cosa noi diciamo, qualsiasi siano i nostri obiettivi, non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli.

 

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A proposito di scuola …

17 Octobre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Pubblichiamo il discorso, pronunciato da Piero Calamandrei a Roma l’11 febbraio 1950, al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), perché ci sembra ancora di attualità.

 

«Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. ...

 

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale».

 


 

frontespizio pagella anno 1940                                                      dal sillabario anno 1930

 




  

 

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Il ministro degli Esteri Frattini e la vicenda dei deportati italiani

24 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Preoccupanti ed inaccettabili le dichiarazioni del ministro degli Esteri Frattini sugli Italiani deportati in Germania durante il regime nazista.

 

Riportiamo la ferma presa di posizione del Prof. Valter Merazzi, direttore Istituto di Storia Contemporanea di Como, responsabile del Centro di Ricerca Schiavi di Hitler/Fondo Imi Claudio Sommaruga, delegato del Coordinamento degli enti e associazioni per il risarcimento del lavoro coatto presso l’Oim di Ginevra:

 

 

CENTRO DI RICERCA “SCHIAVI DI HITLER”

FONDO I.M.I. CLAUDIO SOMMARUGA


22012 Cernobbio (CO) - via Regina, 5

Sezione dell'Istituto di Storia Contemporanea "P.A. Perretta"
 

tel: 031/306970 -   e.mail: info@schiavidihitler.it   -   www.schiavidihitler.it

 

                                                                                                                                            

21 giugno 2008. Comunicato del centro di ricerca Schiavi di Hitler sulle dichiarazioni del ministro Frattini alla stampa tedesca.

 

Le dichiarazioni sugli schiavi di Hitler, rilasciate alla stampa tedesca il 20 giugno dal Ministro degli esteri Frattini nel corso della sua visita a Berlino, sono particolarmente gravi e richiedono una presa di posizione immediata.


Di fronte alle sentenze della Cassazione del 2004 e del 29 maggio 2008, risultato dell’ostinata volontà delle vittime di perseguire la certezza del diritto e il riconoscimento della scelta di una Resistenza pagata col lager, le dichiarazioni di Frattini mostrano un’allarmante continuità con la politica di rimozione operata da tutti i governi del dopoguerra.

 

Come avviene da oltre sessant’anni la vicenda è ostaggio della Real Politik, è merce di scambio negli accordi diplomatici fra stati, è condotta a spese dello spirito e della dignità di oltre 800 mila italiani deportati e costretti a lavorare senza contratto, senza salario, senza tutele, a prezzo della salute se non della vita per Aeg, Siemens, Krupp, Daimler Benz, Auto Union, Claas e mille altre imprese impegnate a produrre armamenti ed a sostenere la guerra nazista.

 

Nel corso dell’intervista Frattini sostiene che il governo intende “riunire un gruppo di esperti italo-tedesco” “che dovrà valutare un gesto nei confronti degli ex deportati costretti al lavoro”, aggiungendo: “Queste persone hanno sofferto. Dargli ora 3.000 euro non è quello di cui hanno bisogno”.

Quanto afferma il nostro ministro degli esteri è inaccettabile perché asseconda pienamente la posizione della Germania e delle sue imprese nei confronti degli oltre 130 mila deportati che hanno presentato nel 2001 esplicita domanda di indennizzo alla fondazione “Memoria, responsabilità futuro”, ne banalizza le richieste, e risulta inopportuna nel linguaggio, evocando una logica liquidatoria.

 

Egualmente preoccupante appaiono le affermazioni del ministro relativamente all’ordinanza della Cassazione del 29 maggio definita “pericolosa” per l’immunità degli Stati. La dichiarazione costituisce un inequivocabile appoggio alla posizione tedesca, sia nelle cause giudiziarie sollecitate da ex deportati in varie parti d’Italia, sia in quelle nascoste nell’armadio della vergogna inerenti le stragi naziste, cause che trovano mille impedimenti nel concludere il loro iter giudiziario.

La ridefinizione del diritto internazionale e la sua ulteriore stretta nel senso di un’accresciuta immunità concessa agli stati è questione delicata e riguarda tutti i cittadini. Si tratta di un orizzonte complesso e in divenire, una costruzione imperfetta e sottoposta a spinte opposte che da una parte guardano al diritto umanitario e delle genti e dall’altra all’interesse delle nazioni e dei più forti.

La preoccupazione che un vulnus all’immunità degli stati possa provocare richieste da parte di cittadini libici, etiopici, balcanici verso l’Italia per le nostre responsabilità nelle guerre d’aggressione e di dominio mostra la debolezza del nostro senso storico, la difficoltà del Paese a fare i conti con la sua storia, con quell’immagine degli “italiani brava gente”che le diverse culture del dopoguerra, attraverso la scuola e i mass media hanno assecondato in vario modo.

Tutto questo mostra la fragilità del diritto internazionale e la necessità di promuoverne e difenderne quanto di denunciarne le contraddizioni, operazione che sollecita i cittadini ad un esercizio di democrazia e costituisce una bussola preziosa in questi tempi di tesa e pesante definizione di un’identità nazionale.

 

Le vittime sopravvissute all’abuso e al tempo, i loro familiari, le associazioni, chiunque abbia compreso il senso profondo della storia degli schiavi di Hitler deve prendere atto del paradosso di una situazione che scarica sulla generazione, che ha pagato col lager e con l’isolamento in Patria il suo NO alla guerra totalitaria, i costi e le responsabilità mai risolte del fascismo, delle classi dirigenti, degli apparati militari e burocratici nella storia italiana.

 

Una situazione di questo genere non mina solo la dignità degli individui, offende le vittime e la storia, ne occulta le verità profonde, ma costituisce un insormontabile ostacolo sul terreno di una politica della memoria che voglia essere strumento di crescita civile quanto di monito, che sia in grado di riconoscere l’orrore e la drammaticità di Kahla, del lavoro in miniera e nelle fabbriche d’armi, lo squallore e la violenza del lager.

La frequentazione personale per quasi dieci anni delle vittime ci autorizza, senza tema di smentite, a riportare il desiderio comune di una soluzione che comprenda delle scuse formali, il riconoscimento degli abusi e una quota simbolica di indennizzo economico che alla retorica sostituisca fatti.

Le ditte tedesche dovrebbero essere portate a partecipare al rifinanziamento, come previsto dalla stessa legge tedesca, alla raccolta dei fondi per le oggettive responsabilità e in considerazione dei costi ben maggiori legati all’immagine che questa vicenda proietta sui loro brand.

E’ da ricordare, per chi vorrà fare la ricostruzione della vicenda del risarcimento che solo le cause intentate dagli ebrei americani alla fine degli anni Novanta hanno costretto la repubblica Federale ad una legge per l’indennizzo del lavoro forzato.

Non va anche dimenticato che per escludere gli italiani dall’indennizzo è stata commissionata al professor Tomuschat, consulente di diritto internazionale, una perizia (senza possibilità di contradditorio), che ha indignato gli stessi storici tedeschi.

 

Questa è anche l’occasione per l’Italia di riconoscere le sue responsabilità in questa vicenda. Quelle di carattere di storico connesse agli eventi e quelle successive relative all’isolamento dei reduci, ai ritardi, alle omissioni, alla mancata ricerca storiografica e statistica. Al di là della concessione di medaglie, a seguito di una legge che non ha fornito strumenti adeguati e che dopo un anno è in grado di consegnarne solo 800 – si potrebbe concludere l’iter  di un disegno di legge che la scorsa legislatura ha approvato in un solo ramo del Parlamento e che destina una cifra simbolica agli schiavi di Hitler.

 

La soluzione per gli schiavi di Hitler è a portata di mano.

Richiede gesti di coraggio e volontà di chiudere una vicenda senza abbandonarla alla retorica delle celebrazioni. Crediamo che solo trovando un punto di equilibrio su questa richiesta sia possibile iniziare a lavorare su progetti comuni di carattere istituzionale relativi alla memoria ed alla costruzione di un comune senso europeo. Anche da questo punto di vista la vicenda si offre ad essere strumento per un dibattito importante.

 

Da parte nostra, come per tutto il corso di questi anni, siamo pronti a portare il nostro contributo diretto in tutte le sedi istituzionali a cui saremo chiamati a partecipare ad un confronto rispettoso della storia e degli individui.

 

Prof. Valter Merazzi, direttore Istituto di storia Contemporanea di Como, responsabile centro di ricerca Schiavi di Hitler/Fondo Imi Claudio Sommaruga, delegato del Coordinamento degli enti e associazioni per il risarcimento del lavoro coatto presso l’Oim di Ginevra.


Sono grato al Prof. Valter Merazzi per la sua autorevole presa di posizione sulle preoccupanti ed inaccettabili dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano.

Penso anche di interpretare la volontà di diversi deportati italiani in Germania, civili e militari, che ho personalmente incontrato o che ho “conosciuto” tramite il racconto dei loro familiari.

Auguro al Prof. Valter Merazzi di poter raggiungere, anche per il suo impegno ormai decennale, l’obiettivo che il Centro di Ricerca Schiavi di Hitler, di cui è responsabile, si è prefisso: un giusto riconoscimento a quella generazione che ha pagato col lager e con l’isolamento in Patria il suo NO alla guerra totalitaria nella quale il regime fascista l’aveva trascinata.


Renato Pellizzoni

Figlio di uno “schiavo di Hitler”


Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia - Sezione di Lissone

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Bulow ci ha lasciati

22 Janvier 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

E' morto a Ravenna a 92 anni il compagno Arrigo Boldrini, il leggendario comandante partigiano "Bulow" Medaglia d'Oro della Resistenza, Presidente onorario dell'ANPI. 


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“Durante la Resistenza ci battemmo per la libertà di tutti, la nostra, quella di chi non partecipava, quella di chi era contro; oggi intendiamo continuare ad operare perché essa sia sempre piena, ricca, garantita”.     
                                                            Arrigo Boldrini

  

Arrigo Boldrini, il comandante “Bulow” della guerra di Liberazione, Medaglia d’Oro al Valor Militare, forse il più leggendario partigiano italiano, ci ha lasciato qualche giorno fa, alla bella età di 92 anni.

Bulow era presidente onorario dell’ANPI che per anni aveva guidato con mano ferma e autorevole. Era stato uno dei padri Costituenti e vicepresidente della Camera.

All’indomani dell’8 settembre non aveva esitato a mettersi subito al servizio del Paese. Nella sua Ravenna, lui, già ufficiale di complemento e combattente in Jugoslavia, non aveva esitato, nei giorni in cui tutto pareva perduto, a salire sul piedistallo del monumento a Garibaldi per annunciare a chi lo ascoltava che era arrivato il momento di dare battaglia per liberarsi dei fascisti e dei nazisti che stavano occupando l’Italia. Subito dopo era entrato in clandestinità con un gruppo dei suoi. Col passare dei mesi era nata la famosa 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”. Il suo coraggio e quello dei suoi partigiani, la sua umanità e la determinazione, avevano portato a scontri durissimi con il nemico, in un clima di passione e di amore per l’indipendenza e la libertà.

Era diventato molto presto anche un teorico della guerra di guerriglia e aveva convinto tutti della necessità di portare in pianura, con l’aiuto dei contadini, le operazioni militari dei combattenti di montagna.

Dopo aver ricevuto la massima onorificenza militare dal generale inglese Mc Creery, Comandante dell’VIII Armata, aveva sfilato con i suoi per le strade della sua città che aveva appena liberato.

Gli antifascisti e i partigiani di tutta Europa avevano imparato presto a conoscerlo e a stimarlo. Era stato poi eletto al Parlamento per un gran numero di legislature e non aveva mai cessato l’attività politica e legislativa.

In migliaia lo hanno salutato per l’ultima volta a Ravenna e migliaia sono stati i messaggi di cordoglio giunti al figlio Carlo e all’ANPI nazionale.

 

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condanna all'ergastolo per i dieci ex SS imputati dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

22 Novembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Il giorno 8 novembre 2007 la Corte di Cassazione Prima Sezione Penale di Roma ha confermato la condanna all'ergastolo per i dieci ex SS imputati dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema del 12 agosto 1944.

 

Il Sindaco di Stazzema, Michele Silicani, scrive al Presidente della Repubblica Napolitano.

 

Presidente, sono consapevole che oggi, 8 novembre 2007, attraverso la conferma della sentenza di condanna per gli esecutori materiali dell'Eccidio nazifascista di Sant'Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 , presso la Corte di Cassazione Prima Sezione Penale di Roma, di comunicarLe una notizia di grande sollievo e di partecipazione morale che Lei vorrà esprimere per i Superstiti e le Vittime della nostra Comunità.

Questi giorni per noi densi di preoccupazione ed emozione si sono rivelati in tutta la loro forza nella grande soddisfazione che vede consegnata alla giustizia e verità una pietra miliare del nostro Stato Repubblicano: Sant'Anna di Stazzema.

Sappiamo benissimo, Presidente, quanto sia vicino ai Superstiti e ai familiari delle Vittime e conosciamo l'altissimo rilievo del Suo impegno per mantenere saldi i valori incarnati da quei luoghi per la Resistenza, la Democrazia e la conquistata Libertà.

Le porgo, umilmente, il mio più cordiale saluto e mi auguro di poterla ricevere, quanto prima, a Sant'Anna di Stazzema nel sessantesimo anniversario dell'entrata in vigore della nostra Costituzione Repubblicana.

 

Il Sindaco di Stazzema

Michele Silicani

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Attività della Sezione ANPI di Lissone nel 2013

4 Juillet 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Per il GIORNO della MEMORIA
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Per il GIORNO del RICORDO
mostra fascismo foibe esodo

Domenica 14 aprile
“VIAGGIO DELLA MEMORIA”
in ricordo del nostro concittadino Arturo Arosiofucilato per rappresaglia, e di tutti coloro che, combattendo per la libertà nell’entroterra ligure, sono caduti vittime del nazifascismo.

Mercoledì 24 aprile
Comune di Lissone - Assessorato alla Cultura
Palazzo Terragni ore 21
VENTI5 D'APRILE
Una lezione di storia in musica che racconta, attraverso canzoni, melodie, testimonianze ed immagini, cosa fu la Resistenza, a cura

Giovedì 25 aprile 68° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

Sabato 28 settembre
locandina 28 settembre
alle ore 15 presso la sala polifunzionale della Biblioteca civica di Lissone, piazza IV Novembre, presentazione del libro “7 ottobre 1943 - La deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti” (Edizioni Studium, Roma).

3 novembre
Partecipazione alle celebrazioni del  "Giorno dell'Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate" 

24 novembre

Giornata nazionale del tesseramento

in piazza Libertà

"Appuntamento con la Costituzione"

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In ricordo di Alberto Fossati

3 Juillet 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Dicembre 2012

Alberto-Fossati.jpgAlberto Fossati ci ha lasciati. Fu tra i primi a collaborare per la ricostituzione dell’ANPI a Lissone nel 2005, in occasione del 60° annoversario della Liberazione. Da allora è sempre stato presente, nonostante i suoi numerosi impegni nella vita politica lissonese, alle iniziative della nostra Sezione.

Alberto Fossati è stato Consigliere Comunale dal 2002 al 2007, eletto nella lista "Uniti per Lissone" ed ha continuato il suo impegno politico negli anni successivi, collaborando anche nelle ultime amministrative alla vittoria della coalizione guidata dal Sindaco Concetta Monguzzi.

Uomo di sinistra, dotato di grande capacità di dialogo e di confronto con le forze più moderate della coalizione, capace di sostenere la fatica di arrivare a scelte condivise, nel rispetto delle differenze di ciascuno.

Lo vogliamo ricordare per la sua grande passione politica per realizzare una migliore giustizia sociale, le sue doti di lealtà e la sua determinazione nelle avversità.

Anche nella sua malattia ha lottato strenuamente per restare attivo e difendere la sua libertà, libertà di stare in mezzo agli altri, evitando categoricamente di chiudersi a letto, libertà di partecipare e di interessarsi ai problemi degli altri e della sua Lissone, fino all'ultimo, fino alla vigilia.

Così determinato da illudere tutti a sperare che la situazione non fosse così tragica come gli esami dimostravano, fino poi precipitare rovinosamente e all'improvviso il giorno di Natale.

Idealmente ti vediamo lassù in montagna sotto l'ombra di un bel fior...

"e la gente che passerà, dirà o che bel fior,

e questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà"

Ciao Alberto.

Il nostro Sindaco, Concettina Monguzzi, ricorda Alberto Fossati

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MARIA CERVI, la bambina che vide l’orrore

26 Juin 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Con profonda tristezza e commozione il Comitato Nazionale ANPI a nome di tutti gli associati la ricorda.

Lei, Maria Cervi, quella terribile mattina del 25 novembre del 1943, con la paura che le serrava la gola, vide tutto: i fascisti che sbucavano dalla nebbia intorno alla casa di Fraticello. Vide il padre, Antenore, che con i fratelli Gelindo, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore, sparavano per difendersi. Vide il nonno Alcide che passava da una finestra all'altra della soffitta e faceva partire un colpo dietro l'altro da un vecchio fucile. Poi il silenzio terribile dopo che le munizioni erano finite. Subito dopo, ecco l'arrivo dei fascisti che entrarono in casa urlando. Presero tutti e cominciarono a picchiare. Poi il fuoco che divorava i fienili e i mobili delle stanze, in mezzo ad un fumo infernale. E loro, le mogli dei Cervi e figli piccoli che guardavano ammutoliti da un angolo dell'aia. Quella fu l'ultima volta che Maria vide il padre Antenore vivo.

 

Gelindo (classe 1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921): erano tutti nati a Campegine (Reggio Emilia). tutti fucilati il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia.

 

Maria Cervi, nipote di papà Cervi e figlia di uno dei sette eroici fratelli fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia, tutti insigniti di medaglia d'oro al valore, è deceduta improvvisamente. Era lei, da sempre, l'anima dell'Istituto Alcide Cervi ed era lei che riceveva a Campegine, a Fraticello e a Gattatico, i luoghi della famiglia, i visitatori. Migliaia che arrivavano, dal dopoguerra in poi, da ogni angolo d'Europa per farsi raccontare le sensazioni, le sofferenze. E Maria, paziente, raccontava tutto ai grandi e i ragazzi delle scuole.

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