Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

ii guerra mondiale

Lissone-prigionieri-II-guerra-mondiale

26 Avril 2016 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

frontespizio del fascicolo
frontespizio del fascicolo

Dagli archivi comunali: nominativi dei 670 lissonesi che sono stati prigionieri durante la seconda guerra mondiale, sia degli Alleati, prima dell'8 settembre 1943, che dei tedeschi.

Lissone-prigionieri-II-guerra-mondiale
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Roma 19 luglio 1943

16 Juillet 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

1943 19 luglio Roma bombardata bombardamento roma 8 feriti-incursione-aerea.JPG

Le conseguenze furono terrificanti: la cifra esatta dei morti non si saprà mai - secondo Cesare De Simone (Venti angeli sopra Roma-Mursia, 1993) il numero dei deceduti va compreso tra i duemilaottocento e i tremila e seimila feriti, diecimila case in macerie o lesionate, quarantamila cittadini senza tetto. Si dice che al cimitero del Verano duramente colpito si scoperchiassero perfino i sepolcri: mentre i vivi venivano sepolti dalle macerie, i morti con i loro scheletri uscivano fuori dalle tombe. Situazione che ispirò a Giuseppe Ungaretti quella straordinaria poesia “cessate di uccidere i morti, non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / se sperate di non perire”.

1943 Roma scalo san lorenzo bombardato bombardamento roma 13

Oggi una targa a terra nei giardini pubblici, lunga decine di metri, reca i nomi delle vittime identificate. I romani rimasero atterriti, perchè divenne lampante a tutti la scarsità delle misure esistenti a difesa della popolazione, l'insufficienza della controaerea italiana e in molti casi anche l'inesistenza di validi rifugi.

 

I veri eroi furono i vigili del fuoco che lavorarono in condizioni impossibili con la sola forza delle braccia e con pale e picconi, un eroismo umile e nascosto, ne morirono ventiquattro ed anche il comandante dei carabinieri generale Azzolino Hazon che era accorso sul posto. È rimasto nella memoria della città la visita del Papa nel pomeriggio stesso dell'evento Pio XII che si inginocchia davanti alle macerie della basilica di San Lorenzo e benedice la folla che gli si stringe intorno. Ben diversa l'accoglienza riservata al sovrano, la sua limousine fu fatta oggetto di sassate e di grida ostili che gli consigliarono un rapido dietro front mentre un coro di donne gli gridava: "non vogliamo le vostre elemosine, vogliamo la pace, fate la pace”.

1943 una via di Roma bombardata 1943 Papa Pio XII Roma bombardata

Il terrore era l'obiettivo politico che gli Alleati si proponevano di ottenere: e questo fu ampiamente ottenuto. Una settimana dopo il fascismo era franato, Mussolini destituito, l'Italia tornata nelle mani del re e del governo da lui nominato. Ma nei 45 giorni del governo Badoglio, impiegati in trattative segrete, si consumò il vero tradimento dell'Italia non nei confronti dell'alleato tedesco, nei confronti del popolo italiano che non si pensò in nessun modo di proteggere. Questa fu la vera tragedia dell'8 settembre, ma anche la sua grandezza. Come commenta Giorgio Bocca “il popolo restò abbandonato ma libero, ... libero di decidere finalmente di se stesso e da se stesso, cosciente che poteva fare a meno di re, di marescialli e di tutta quell'altra accolita che per anni aveva vissuto alle sue spalle”.

Anna Maria Casavola

Direttore responsabile editoriale

di “Noi dei Lager

 

Da “Noi dei Lager” pubblicazione dell’Associazione Nazionale Ex Internati di giugno 2013

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1943-1945: l’organizzazione per la raccolta e il trattamento dei fuggiaschi in territorio svizzero

29 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dal libro “Oltre la rete” di Antonio Bolzani:

 

«Dopo la seconda metà del settembre 1943 l'afflusso dei fuggiaschi ai nostri confini è andato via via scemando e normalizzandosi

La fiumana divenne un rigagnolo e cambiò composizione: trenta, quaranta entrate al giorno: un terzo militari e due terzi borghesi.

Al confine fu stabilita da parte nostra una severa e fitta sorveglianza a mezzo delle truppe di frontiera aggregate alle guardie di dogana e dalla parte opposta si videro comparire soldati della difesa confinaria (Grenzschutz) militi anziani delle truppe tedesche, severi e intransigenti.

Giungere al confine e passare sul nostro territorio fu certamente più difficile, ma non impossibile, specialmente per coloro che avevano l'accortezza di farsi accompagnare dai cosiddetti «passatori» e il denaro per pagare le loro astronomiche tariffe.

La nostra organizzazione per la raccolta e il trattamento dei fuggiaschi andò man mano perfezionandosi.

Tutti, civili e militari, una volta ammessi in via provvisoria dagli organi della dogana, venivano accompagnati al lazzaretto di Chiasso o a Lugano o a Locarno e di là, per ferrovia e in vetture speciali, a Bellinzona dove, nella Casa d'Italia, fu stabilita la Centrale di raccolta, con uffici per la visita medica, gli interrogatori di polizia, la compilazione dei complessi e molteplici formulari biografici, la presa delle impronte digitali e della fotografia, il deposito dei valori. Da questa centrale, tutti passavano allo stabilimento per le docce e la disinfezione personale e del bagaglio. Quindi i rifugiati venivano trasferiti nei campi di quarantena e gli internati militari trasportati oltre Gottardo, dopo una sosta di tre o quattro giorni nelle baracche rizzate nel cortile dell'Istituto Soave.

Furono aperti campi di quarantena, per gli uomini, a Bellinzona, nell'oratorio di S. Biagio, nelle scuole di Ravecchia e di Pedemonte e nel castello d'Unterwalden; a Lugano, nella Casa d'Italia: per le donne e i bambini, nell'asilo di Bellinzona, nello stabilimento balneare di Agnuzzo e nella nuova casa di vacanze dell' Ala materna, a Rovio.

Dopo la quarantena (della durata di tre settimane) le famiglie venivano riunite nei campi dell'albergo Majestic a Lugano e della villa vescovile di Balerna.

Intanto il Dipartimento federale di polizia decideva, per i civili, in via definitiva, l'ammissione o meno delle domande per l'internamento e le richieste di messa in libertà, che venivano di regola accettate se il postulante offriva sufficienti garanzie per il proprio sostentamento e, eventualmente, per quello dei familiari.

Gli altri rifugiati che non avevano chiesto di essere liberati, passavano dai campi di quarantena ai campi di soggiorno, rispettivamente ai campi di lavoro, dove potevano godere di una certa libertà e guadagnare qualche franco.

In altri campi o ricoveri venivano raggruppati gli inabili al lavoro; in altri, ancora, i giovani studenti, come fu il caso del liceo di Trevano.

L'organizzazione e la condotta dei campi di soggiorno, di lavoro di cura .e di studi, non dipendeva più dal Comando territoriale, ma dalla Centrale dei campi di lavoro con sede a Zurigo, organismo apposito creato dal Dipartimento federale di polizia.

A tutta questa rete di campi bisogna aggiungere i ricoveri, come il «Solarium » di Gordola e l'«Immacolata» di Roveredo (Grigioni) nonchè gli ospedali di tutto il Cantone; che accolsero. complessivamente oltre duecento rifugiati vecchi o bisognosi di cure già fin dai primi giorni dell’afflusso del settembre 1943 e mantennero questa media fino all'aprile del 1945.

Il rigagnolo continuò a scorrere per tutto l'inverno 1943-1944 e fu alimentato specialmente dagli ebrei e dai fuggiaschi per ragioni politiche. I militari italiani dell'esercito smobilitato andarono via via diminuendo fino a scomparire.

Costante fu, invece, il·giornaliero arrivo di prigionieri inglesi, jugoslavi, greci, sudafricani evasi dai campi di concentramento, cui si aggiungevano, di quando in quando gruppetti di russi, polacchi e francesi che trasportati in Italia dalla Germania e addetti all'organizzazione Todt, riuscivano a tagliare la corda.

Dopo l'inverno 1943-1944 il rigagnolo cambiò ancora composizione, almeno rispetto ai militari, e si alimentò di soldati della repubblica neofascista, che si squagliavano come la neve al sol d'aprile, i quali, a loro volta, dopo la caduta del Governo della Val d'Ossola, cedettero il posto ai partigiani,.

E a tutto questo costante movimento in entrata venne ad aggiungersi, già a cominciare dal mese di dicembre 1943, un movimento di uscita, alimentato esclusivamente dai militari italiani della fiumana del settembre che, dopo qualche mese di campo, punti dalla nostalgia o d'altro, chiedevano di ritornare al loro paese.

Passavano da Bellinzona, e si avviavano verso la Casa d'Italia divenuta per antonomasia la casa della benedizione, della salvezza per avere il viatico del ritorno nella patria tormentata».

 

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

 

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12 settembre 1943: il «Savoia Cavalleria» ripara in Svizzera

22 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Il Reggimento «Savoia Cavalleria» entrò in formazione chiusa la sera del 12 settembre 1943, alle ore 19.30, dal varco della Cantinetta sopra Ligornetto e fu ammesso per decisione del Consiglio federale.

Questo Reggimento, che portava un nome glorioso nella storia dell'Esercito italiano, non era, di fatto, che un Corpo di truppa di nuova formazione, destinato a sostituire il «Savoia cavalleria » che nell'agosto 1942 combattè con distinzione e cattiva fortuna a Stalingrado e fu, nel successivo inverno, completamente disperso e distrutto in terra russa.

Il Reggimento proveniva da Somma Lombardo, suo centro di istruzione, e faceva ottima impressione per disciplina e portamento. La truppa fu disarmata e poi incamminata, in colonna di marcia, su Rancate-Riva S. Vitale--Capolago-Melano, dove giunse alle ore 0030 del 13 settembre 1943. Con sé aveva 8 autocarri, fucili, mitragliatrici, munizioni, materiali vari, viveri e scorte.

Effettivi: 15 ufficiali, 642 sottufficiali e soldati, 316 cavalli, 9 muli.

Il Comandante era il ten. col. Piscicelli Pietro, classe 1897. Il Reggimento provvide alla sussistenza, con cucina e viveri propri, fino alla partenza da Melano.

Già il 13 settembre 1943 trecento uomini furono trasferiti al campo di Roveredo-Grigioni. poi al di là dal Gottardo. Il resto degli uomini e i cavalli partirono il giorno 16 settembre 1943 per Ins (Anet).

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

 

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1943-1945: rifugiati e internati in Svizzera

20 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dall'inizio alla fine della guerra hanno chiesto ospitalità alla Svizzera e sono stati accolti nel suo territorio 293.773 rifugiati e internati provenienti da tutti i punti cardinali.

Nella regione meridionale è stato l'episodio dei fuoriusciti italiani, ebrei e politici, braccati dalla sbrirraglia nazifascista e dei fuggiaschi militari italiani e alleati; i primi,. renitenti alle leve della repubblica di Mussolini o alla deportazione; i secondi, in cerca di scampo dopo l'evasione dai campi di concentramento.

Di questo speciale episodio Antonio Bolzani, ha dovuto occuparsi per la carica militare (colonnello) che ricopriva nell’Esercito. Scrive nella prefazione del suo libro “Oltre la rete”, pubblicato subito dopo la fine della guerra, nel 1946: «Sono state così numerose e interessanti le cose viste e vissute che mi è nata l'idea di comporre un libro di memorie e di darlo alla stampa».

Dal libro sono tratte le informazioni che sono di seguito riportate.

 

La fiumana (settembre 1943)

Il 9 settembre 1943, in seguito all'armistizio fra l'Italia: e gli Alleati, vi fu, nel Ticino, una mobilitazione parziale di truppe per guarnire la frontiera meridionale.

Si temevano dei contraccolpi come conseguenza del disarmo dell'esercito italiano da parte della Wehrmacht, dell'occupazione tedesca di tutte le città e i punti strategici importanti nell'Italia settentrionale, delle lotte fra fascisti e antifascisti, della caccia agli ebrei, che non era mai stata accanita anche dopo la legge razziale del 1938, ma che stava per diventare feroce sotto la pressione dei germanici e, infine, a cagione della scarsità dei viveri e delle riserve, specialmente nei centri popolosi, scarsità che si sarebbe senza dubbio accentuata per effetto delle prevedibili requisizioni da parte dell'esercito occupante.

I primi fuggiaschi apparvero l'11 settembre 1943: venti prigionieri inglesi evasi dai campi di concentramento, che erano stati aperti dagli stessi italiani alla proclamazione dell'armistizio. Il giorno dopo furono novanta senegalesi.

Il Comando territoriale fino alla mobilitazione del 9 settembre 1943 non aveva preso che ristrette misure per l'internamento, limitandosi a preparare un campo unico a Roveredo (Mesolcina).

Ma i fuggiaschi accettati dagli organi di sicurezza disseminati lungo il confine divennero di giorno in giorno più numerosi, fino a formare una vera fiumana che si sovrappose a qualsiasi controllo ordinato e straripò sul territorio svizzero, da ogni dove. Già il 14 settembre se ne contavano più di mille.

 

Nel frattempo, il Comando territoriale aveva aperto in tutta fretta e arredato sommariamente dei campi di raccolta:

-         a Melano, per le regioni del mendrisiotto, del Generoso e della Valle d'Intelvi;

-         a Lamone, per il luganese, la Val Colla, la Tresa, il Malcantone,

-         a Quartino, per il Monte Tamaro e il Gambarogno;

-         a Cugnasco, per il locarnese, la Valle Maggia, le Centovalli,

-         a Roveredo, per la Mesolcina.

Ma ben. presto anche questi campi improvvisati diventarono insufficienti e si dovette aprirne altri a Gudo, a Bellinzona, a Bodio, che a loro volta furono subito riempiti e allora venne presa la decisione di far sostare i fuggiaschi in campi di masse presso la truppa di frontiera e di organizzare dei trasporti ferroviari per l'interno della Svizzera.

Il sabato 18 settembre si contavano nei diversi campi di masse non meno di 14.000 fuggiaschi, quasi tutti italiani, la più gran parte militari.

Erano presenti circa:

-         3.000 uomini a Chiasso, accampati un po’ dappertutto: nei depositi della stazione, al campo di foot-ball, nel nuovo cinematografo, in un treno preparato per la partenza dieci ore in anticipo;

-         3.000 uomini a Mendrisio, intorno alla chiesetta del manicomio cantonale;

-         800 uomini a Stabio, nella camiceria Realini;

-         700 a Riva S. Vitale, la maggior parte nell'antico, collegio Baragiola (Istituto Canisio);

-         700 a Melano, nella ex filanda;

-         800 a Lamone, nell'asilo e nella riseria;

-         1.200 a Gudo, nella grande casa colonica dello Stato che, dopo alcune sommarie trasformazioni, aveva già ospitato nei primi anni della guerra gli internati polacchi e francesi;

-         400 a Bellinzona, nell'Istituto Soave;

-         600 a Roveredo, nel collegio S. Anna.

Benché i più si dichiarassero militari, solamente dei piccoli gruppi portavano l'uniforme. Tutti gli altri erano in abito borghese e, malgrado la buona stagione, parecchi erano muniti di soprabiti, di maglie di lana e di grosse valige, ben conoscendo i rigori dell’inverno svizzero. Fra i militari in uniforme si contavano in gran numero le guardie di finanza e i carabinieri. Le guardie di finanza di Porlezza e di Porto Ceresio si erano consegnate agli organi di frontiera con i loro motoscafi.

Una buona percentuale dei fuggitivi era composta di militari in congedo abitanti nelle città e nei borghi situati in vicinanza della frontiera, che volevano sottrarsi al reclutamento da parte dei neofascisti o all'invio in Germania per il servizio del lavoro.

 

Ospitalità da parte svizzera per tutta questa gente? Diritto di asilo?

Scrive il Bolzani:

«Per i militari il presupposto per essere accettati come internati era di avere combattuto nelle vicinanze del confine e di essere stati sospinti dalle vicende della battaglia in territorio svizzero, in cerca di scampo.

Per i civili e anche per i prigionieri evasi, entra in linea di conto il diritto d'asilo, che consiste nel diritto di uno Stato di garantire, entro i suoi confini, protezione e rifugio alle persone perseguitate per motivi politici o religiosi da parte delle autorità del loro paese.

Ogni Stato indipendente è libero di accettare o di respingere i fuggiaschi e il diritto di asilo è l'espressione di questa libertà.

Esso costituisce pertanto un diritto di fronte agli altri Stati, non rappresenta un obbligo nè di fronte a uno Stato nè di fronte ai fuggiaschi in cerca di asilo.

Si deve quindi ritenere che non esiste un diritto all'asilo e che lo Stato al quale il fuggiasco fa ricorso, è libero concedere o di rifiutare l'asilo, secondo il proprio giusto criterio.

È libero cioè, in quanto Stato sovrano, di poter dire: questi entrano e sono meritevoli di protezione e questi altri non entrano perché non corrono pericoli o sono nocivi. In conclusione, se i nostri organi di vigilanza alla frontiera (nei primi venti giorni del settembre 1943 assai deboli di numero) non fossero stati travolti dalla improvvisa fiumana e non fosse mancata la possibilità di vagliare caso per caso, almeno i nove decimi dei fuggiaschi si sarebbero dovuti respingere.

 

Formavano i nove decimi tutti i militari del disciolto esercito italiano, si trovassero in servizio o fossero in congedo, e costituivano il decimo rimanente (non più di 2000) i prigionieri evasi e i fuggiaschi civili, perseguitati politici o razziali.

Ma una volta la fiumana straripata sul nostro territorio, come fare un esame a posteriori dei fuorusciti e decidere la sorte di ognuno? La decisione spettava al Consiglio federale per i militari, e per i civili alle guardie federali di confine, rispettivamente al Comando territoriale, per delegazione del Dipartimento federale di Giustizia e Polizia. Si poteva certo pensare di respingerli in massa, senza appello; ma prevalsero, come sempre. le ragioni di umanità e fu decisa l'accettazione, nella speranza che fosse questione di poche settimane. Invece l'internamento durò quasi due anni e fu sotto ogni aspetto assai gravoso. L'accettazione, considerata al lume d'oggi, ha indubbiamente valso a salvare centinaia centinaia di giovani dalla morte e dagli orrori dei campi concentramento germanici.

Decisa l'accettazione fu necessario provvedere immediatamente alle operazioni di controllo, alle visite sanitarie e al vettovagliamento.

I Comandi di truppa si incaricarono, ognuno, delle proprie centurie di fuorusciti e il Comando territoriale, d'intesa colla direzione del II Circondario delle ferrovie federali, provvide al loro trasporto oltre Gottardo, dove furono presi in consegna dal Commissariato per l'internamento, organismo militare appositamente creato dalla Confederazione per la custodia e la reggenza di tutti gli internati.

Dal 14 al 30 settembre, i trasporti notturni con treni interessarono 19.055 persone».

Nel rapporto sugli avvenimenti della seconda quindicina di settembre ha scritto le seguenti considerazioni:

«Sono per lo più uomini validi, assai dotati intellettualmente e fisicamente, ma moralmente dei naufraghi ... Solo una piccola minoranza non mi è parsa compresa della situazione angosciosa e deprimente nella quale si trovava e ha rivelato la superficialità dell'educazione ricevuta durante i venti anni di regime fascista».

 

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

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Milano, 16 agosto 1943: il capolavoro di Leonardo in grave pericolo

15 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

1943 Milano 1943 Milano Corso Vittorio Emanuele

Milano e le cittadine confinanti furono fra i luoghi italiani più colpiti durante la seconda guerra mondiale. Il primo bombardamento avvenne nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1940 con lievi danni alle strutture pubbliche ed industriali. Ne seguirono altri, ad intervalli, fra il giugno e il dicembre 1940. Il primo massiccio bombardamento di Milano (dopo un intervallo durato tutto il 1941 e parte del 1942) si verificò il 24 ottobre 1942, in pieno giorno, ad opera dell'aviazione inglese. Nella notte del 14-15 febbraio 1943 fu il turno degli aerei americani. Fra il 7 e l'8, il 12 e il 13, il 14 e il 16 agosto 1943 gli attacchi furono più violenti e numerosi: Milano fu colpita più volte da ben 916 bombardieri. Vennero sganciate in quei giorni 2600 tonnellate di bombe. Furono distrutte migliaia di case, i servizi pubblici furono interrotti, i morti si contarono a centinaia. I bombardamenti proseguirono nel 1944 in un crescendo pesantissimo.

1943 Milano palazzo bombardato 1943 Milano Piazza Fontana bombardata

Alla fine del 1943 a Milano si contavano 250.000 senza tetto, 300.000 evacuati, 687 morti e 113 feriti. Il 65% dei monumenti era stato gravemente danneggiato o distrutto. Dei 273 edifici protetti della città, 183 avevano subito danni.

1943 Milano San Babila bombardata 1943 Milano Sant'Ambrogio bombardata 

Il 14 febbraio 1943 un raid aereo provocò qualche danno di minore entità alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e alla volta del refettorio. Un altro attacco durante la notte fra il 13 e il 14 agosto 1943 danneggiò il convento ma non il refettorio.

1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 

Padre Acerbi, un veterano della grande guerra, trascorse l'ennesima notte all'addiaccio in un umido rifugio antiaereo di Milano, in compagnia dei suoi confratelli domenicani. Sperava che i terrificanti eventi cui aveva assistito la notte precedente non si sarebbero ripetuti. Era domenica 15 agosto 1943. Quel giorno lui e i suoi concittadini avevano festeggiato Ferragosto, l'Assunzione di Maria Vergine, ma la celebrazione si era svolta sottotono. Acerbi aveva pregato per la cessazione dei bombardamenti, chiedendo anche solo qualche ora di tregua: i milanesi erano stanchi e avevano bisogno di dormire, così come lui e gli altri frati.

Poco dopo la mezzanotte, mentre la luna piena cominciava a riemergere da un'eclissi parziale, aveva riudito il temuto suono delle sirene antiaeree. I raid precedenti avevano già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare la città. Venti minuti dopo le sirene, aveva sentito il rombo dei bombardieri, poi coperto dal frastuono delle prime esplosioni. La terra aveva tremato sotto i piedi dei confratelli, con crescente violenza, a mano a mano che la prima ondata dei Lancaster della RAF britannica si avvicinava al centro. I lampi delle esplosioni avevano reso ancor più luminoso il cielo già chiaro. L’aria si era riempita dell'odore acre degli incendi. Un ordigno da quasi due tonnellate era scoppiato vicino al rifugio dei monaci, con un boato assordante.

Qualche notte prima, le schegge avevano investito la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il refettorio. Sorprendentemente, nessuna aveva danneggiato il gioiello di Milano, l'opera che sorvegliava i pasti quotidiani dei domenicani: L'ultima cena di Leonardo. Per tradizione, da secoli i frati mangiavano di fronte alla parete su cui Leonardo aveva ritratto i dodici apostoli e Gesù in procinto di consumare la loro cena.

Quando sorse l'alba, padre Acerbi vide che l'esplosione aveva interrotto quella tradizione, forse per sempre.

Leonardo aveva scelto un approccio contemplativo quando aveva dipinto il Cenacolo. Matteo Bandello, giovane monaco e rinomato autore di novelle, osservò che Leonardo «soleva anco spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro di che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava».

Quando l'affresco era stato terminato, nel 1498, tutti erano rimasti sbalorditi. Fino ad allora le rappresentazioni di quel soggetto, dai primi affreschi nelle catacombe del V e del VI secolo fino alle opere più recenti di Taddeo Gaddi (1350 ca.), Andrea del Castagno (1447 ca.), Domenico Ghirlandaio (1480 ca.) e Pietro Perugino (1493 ca.), avevano enfatizzato il tema dell'eucaristia, disponendo i dodici apostoli intorno al tavolo mentre Cristo preparava e offriva il pane e il vino consacrati. L’ambientazione di quelle opere era immaginaria, le figure erano statiche e prive di emozioni. Spesso Giuda veniva ritratto in disparte, lontano da Gesù e dagli altri apostoli.

Ma Leonardo, attento osservatore della natura e studioso del corpo umano, aveva rotto con la tradizione e fuso la cerimonia dell'eucaristia con il drammatico momento in cui Cristo annuncia ai presenti: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Avendo notato che «i movimenti dell'uomo sono altrettanto variegati delle emozioni che li attraversano», il maestro aveva ritratto la reazione di ogni apostolo a quell'annuncio sconvolgente: Filippo si porta le mani al petto come a protestare la sua innocenza, Giacomo maggiore fa un gesto di indignazione, Bartolomeo non stacca gli occhi da Gesù e si sporge in avanti, mentre Giuda, dopo avere rovesciato accidentalmente il sale, si ritrae sulla difensiva e stringe un sacchetto, forse contenente i trenta denari. L’uso del colore e l'aspetto realistico dei personaggi coinvolgono l'osservatore nella drammatica narrativa di Leonardo.

La notte di Ferragosto del 1943 il dipinto rischiò di scomparire, polverizzato. La bomba piombò al centro del chiostro dei Morti, un piccolo spazio erboso a est del refettorio e a nord della chiesa. L’esplosione distrusse il corridoio coperto che i monaci biancovestiti attraversavano quotidianamente. L’unica testimonianza rimasta della sua esistenza erano alcune colonne spezzate, che fino al giorno prima sostenevano le graziose arcate e gli affreschi del passaggio che portava alla chiesa.

La detonazione mandò in frantumi la parete orientale del refettorio, facendo crollare il tetto. Le travi maestre distrussero la fragile volta dell'edificio come un martello calato su un uovo. Nel 1940 i funzionari addetti alla tutela delle opere d'arte avevano preventivamente sistemato una protezione fatta di sacchi di sabbia, impalcature di legno e rinforzi metallici su entrambi lati della parete settentrionale. Grazie a questa precauzione, il capolavoro di Leonardo non crollò. Anche se il giorno dopo l'attacco nessuno era in grado di confermare lo stato dell'Ultima cena, padre Acerbi pensò al miracolo quando vide che, forse, l'affresco era sopravvissuto a una bomba esplosa a una ventina di metri di distanza.

Per dipingerlo, Leonardo aveva adottato una tecnica sperimentale. Invece di utilizzare il procedimento consueto, applicando i pigmenti all'intonaco fresco, aveva dipinto su una parete asciutta, sperando di ottenere una tavolozza più completa. Questo approccio si adattava bene anche al suo metodo di lavoro, lento e meditativo. Aveva impiegato circa tre anni a completarlo; una volta finito, misurava 460 cm di altezza per 880 di lunghezza, e copriva quasi l'intera larghezza del refettorio. Ma l'esperimento era fallito: dopo meno di vent'anni, la superficie pittorica mostrava già diversi segni di deterioramento. Nel 1726 c'era stato il primo di una lunga serie di interventi di restauro, alcuni documentati, altri no. Troppo spesso, però, questi sforzi riflettevano non tanto l'intenzione di far riaderire la pittura di Leonardo alla parete perpetuamente umida, quanto piuttosto il desiderio del restauratore di legare la sua attività e il suo nome al capolavoro. Come osservò un'esperta: «Non esiste al mondo un'opera d'arte che, quanto il Cenacolo, sia più venerata dal popolo e più offesa dagli intellettuali».

L’attacco aereo del 16 agosto 1943 fu solo l'ultimo e il più drammatico esempio di «intervento» invasivo.

L’umidità della parete settentrionale aveva sempre preoccupato i custodi dell'affresco, e la sua improvvisa esposizione agli elementi creò nuovi rischi. Il crollo del muro orientale infranse il delicato microclima del refettorio; la calura dell'estate milanese aumentò l'umidità della parete, provocando un rigonfiamento e quindi un distacco del materiale pittorico. L'esplosione aveva anche scaraventato alcuni sacchi di sabbia contro la superficie del dipinto: il primo temporale estivo avrebbe potuto lavarne via intere sezioni. Un edificio più basso a ridosso della parete settentrionale del refettorio aveva subito gravi danni ed era pericolante; forse sarebbe bastata una scossa, e di sicuro un'esplosione ravvicinata in seguito a un altro raid alleato, per far crollare il muro. Anche se questo fosse sopravvissuto, il capolavoro di Leonardo era in grave pericolo.

 

Bibliografia:

Guglielmo Mozzoni, La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio 1943 al 30 aprile 1945, Edizioni Arterigere 2011

Robert M. Edsel, Monuments men, Sperling & Kupfer 2013

1943 Milano galleria 1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 2 1944 dicembre Milano La Scala 2

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Stalingrado: fine di un esercito

12 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Tre grandi città segnano il destino dell’invasione tedesca in Russia: Leningrado, con il martirio dei suoi abitanti, Mosca, con la dissennata ostinazione di Hitler che non vuole essere inferiore a Napoleone, e Stalingrado che vede frantumarsi il potenziale distruttivo delle armate tedesche. Quando la città è divenuta un cumulo di macerie i sovietici cominciano a dettare le regole del gioco: lasciano avanzare i carri armati che finiranno comunque in trappola tra mucchi di mattoni e di cemento e distruggono le fanterie, attaccano di notte quando il nemico è maggiormente in difficoltà, attendono che questi concentri al massimo le sue forze per poi chiuderlo in trappola.

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Da un articolo di Enzo Biagi in La Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1989

Sono arrivato a Volgograd, dove non ero mai stato; si chiamava Stalingrado, e l'hanno scioccamente epurata. Mi ha detto un collega della «Pravda» che le ridaranno il nome per cui è conosciuta in tutto il mondo, ma la burocrazia è lunga e il partito prudente.

È sulla collinetta di Mamaja, sulla terribile quota 102, che Hitler ha perso la guerra, ed è cambiato anche il nostro destino. I tedeschi che combattono lo chiamano «il grande fungo» ed è un intrico di ridotte, di nidi di mitragliatrici, di postazioni di mortai. Adesso è meta di turisti e di scolaresche.

1943-2-febbraio-resa-Paulus-a-Krusciov.JPGPaulus si è rifugiato nei sotterranei dei Grandi Magazzini; una cantina di quattro metri per quattro, ricoperta di legno, riscaldata da una stufa di argilla, costruita sul posto dai soldati.

Il suo rancio è due zuppe al giorno e una fetta di pane; a un comandante di battaglione insignito della croce di ferro, pochi giorni prima della resa, ha mandato in dono una pagnotta una scatola di aringhe al pomodoro.

 

La mattina del 31 gennaio 1943, un ufficiale del corpo di guardia si affaccia all'emporio e avverte: «I russi sono alla porta». Friedrich Paulus decide di farla finita e «senza tante storie», precisa; si avvia all'uscita pallido e umiliato. Nella notte è stato promosso feldmaresciallo. Fuori, lo aspettano anche i fotografi. E un momento che va ricordato. Nella foto: Paulus, feldmaresciallo da un giorno, appare di spalle mentre va a comunicare lo resa a Nikita Krusciov.

In vetrina espongono ora giocattoli di pezza e profumi a buon mercato. In quello che era il rifugio di Vasilij Ivanovič Čujkov, l'avversario, sulla riva del Volga, dentro la roccia porosa, han sistemato un ristorante. Più in su, c'è un teatro: stasera si rappresenta Ballo al Savoy.

Quando, il 21 giugno 1941, un sabato, Hitler dà ordine di attaccare l'Unione Sovietica, al Cremlino non dovrebbe esserci sorpresa; le spie li hanno avvertiti perfino del giorno e dell'ora dell'invasione. Soltanto trenta minuti dopo mezzanotte, il commissario del popolo alla Difesa Timošenko ordina alle truppe delle regioni di confine di prepararsi a resistere. Eppure, racconta il diplomatico Berezkov, che sta in quel momento all'ambasciata di Berlino, già in febbraio un tipografo amico gli ha portato un manuale di conversazione russo-tedesco, avvertendolo che se ne stanno stampando migliaia di copie. Il frasario è di questo genere: «Dov'è il presidente del Kolchoz?», «In alto le mani, o sparo», «Arrenditi».

La dichiarazione ufficiale di guerra la fa Ribbentrop, alle tre del mattino, davanti agli operatori e ai giornalisti: ha la faccia gonfia, gli occhi appannati, le palpebre arrossate. Balbetta, ha bevuto. L'ambasciata dell'URSS nel congedarsi commenta: «Questa volta la pagherete cara».

La rapidità e la portata dei successi della Wehrmacht sbalordiscono. Le divisioni corazzate minacciano la capitale: le punte avanzate arrivano a una trentina di chilometri. Stalin non si muove. Organizza uomini e mezzi per bloccare il nemico. Telefona a Zukov, il vice capo della Stavka, l'alto comando: «Siete certo di poter tenere Mosca? Ve lo chiedo col cuore straziato, da comunista».

Risposta: «Senza alcun dubbio. Ma avremo bisogno di due armate con più di duecento carri armati».

Zukov mantiene la promessa: e l'esercito nazista non arriverà mai, come Napoleone, ad assestarsi sulla Collina dei Passeri: nella battaglia per Mosca perde più di mezzo milione di soldati, 1300 carri armati, 2500 cannoni e una quantità enorme di materiale. Viene respinto di oltre 100 chilometri verso Ovest.

Più tardi Hitler, riferisce Rahn, un suo diplomatico, ammette l'errore: «Per quanto riguarda i russi, mi sono effettivamente sbagliato, e per la prima volta. Al momento dell'invasione contavo che disponessero di 4000 carri armati, e ne avevano invece 12.000».

Eppure il conte von der Schulenburg, che nell’URSS rappresentava il Terzo Reich, non aveva nascosto il suo giudizio e le sue previsioni: «Le cose non potranno mai andar bene. Non si ha alcuna idea della potenza dell'Armata Rossa e dell'energia concentrata nell'ideologia sovietica».

Quando torna la buona stagione, Hitler lancia il «Progetto Azzurro», una larga manovra che ha come obiettivo l'occupazione del Caucaso e la conquista dei giacimenti petroliferi: Stalingrado, nei suoi piani, ha una importanza marginale. E una città industriale che, nel 1925, ha preso il nome del capo: prima si chiamava Sarizija, ma il compagno Dzugasvili nel 1918 sostò da queste parti come commissario di guerra; c'era da battere i «bianchi» del generale Krasnov. Invece, per cinque mesi, in quelle strade, si svolgono «i combattimenti più esasperati del secondo conflitto mondiale».

Alla fine di ottobre nove decimi del centro urbano sono occupati dai reparti nazisti, e la bandiera di combattimento del Reich sventola sulla piazza principale: ma Zukov, che coordina la controffensiva, avverte: «Presto avremo un giorno di festa».

Paulus vede le sue divisioni combattere e cadere disperatamente, in una lotta disumana, ma non sa ribellarsi; il chilometro, come unità di misura, scrive Paul Carell, cede il posto al metro, la carta dello Stato maggiore è sostituita da quella topografica: si spara in un vecchio mulino, tra i serbatoi d'acqua, sulla linea ferroviaria; capita che nello stesso appartamento i sovietici, riferisce il corrispondente Walter Kerr, hanno occupato la cucina e i tedeschi il soggiorno.

I rifornimenti promessi dalla Luftwaffe non arrivano, o vengono scaricati in quantità minima, o finiscono, coi lanci, tra le macerie, o nelle mani del nemico. Confessa poi Paulus: «Lottavo dentro di me, e mi chiedevo se dovevo preferire l'obbedienza che mi veniva chiesta con l'argomento perentorio che ogni ora guadagnata era di vitale importanza, oppure la compassione umana per i miei soldati. Credetti allora di dover risolvere il conflitto facendo prevalere la disciplina».

Contro di lui, Vasilij Ivanovič Čujkov, quarantadue anni, figlio di contadini, amante degli scacchi, delle letture e della buona tavola, deciso e intelligente, che sa quello che vuole: «Se rischi la pelle salvi quella di molti combattenti», dice, ed è pronto a pagare: «O terremo la città o moriremo qui».

Pensa di lui Paulus: «Non è un militare, è uno stregone». I biografi lo descrivono «ambizioso, pieno di talento strategico, intrepido e incredibilmente tenace». Comanda la LXll Armata, e ha alle spalle, come consigliere politico, un vecchio comunista, Nikita Sergeevič Chruščëv.

 

1942-fabbrica-carrarmati-URSS.JPGCambia di continuo le regole: i tedeschi preferiscono combattere durante il giorno, e lui gli impone la notte, amano lottare nelle vie, e lui le lascia deserte. Lancia nel corpo a corpo i siberiani, armati di coltelli finlandesi e di pugnali, mobilita cinquantamila civili e forma la Difesa Popolare, tremila ragazze diventano ausiliarie e infermiere, i giovanetti del Komsomol vanno al fronte, perché il fronte è ovunque. Dalla fabbrica di trattori Gerginksij escono carri armati, e vanno subito in linea, senza vernice, senza strumentazione ottica, con equipaggi formati dagli stessi operai che li hanno costruiti. Nello stabilimento «Barricata rossa» si producono cannoni: che appena fuori dai reparti, sono in postazione e sparano.

Novembre, maledetto novembre per l'Asse: quante batoste. Montgomery, a El Alamein, batte Rommel; Eisenhower sbarca in Africa occidentale e marcia su Tunisi; Hitler parla ad antichi camerati, quelli della birreria di Monaco, di ciò che sta accadendo a Stalingrado, e promette:«Nessuna potenza al mondo riuscirà a sloggiarci di là».

Immagina manovre dai simboli fascinosi e carichi di minacce: «Colpo di tuono», «Tempesta invernale», ma la pioggia, il nevischio, la nebbia ghiacciata segnano le ore della sconfitta.

Von Manstein, la mente più sottile tra gli strateghi della Wehrmacht, promette: «Faremo tutto il possibile per liberarvi», e Paulus ancora si illude di farcela; e una settimana prima della caduta ordina: «Radunare le ultime forze per resistere fino al cedimento dei russi».

Trecentomila uomini sono chiusi nella sacca: ma la fame e i proiettili li distruggono. Non si distribuisce quasi più il rancio, non ci sono bende per curare i feriti, si insegna a cucinare la carne dei pochi cavalli rimasti. Già il 22 novembre un marconigramma di Paulus informa l'Oberkommando: «Carburante quasi esaurito. Situazione munizioni precaria. Viveri solo per sei giorni».

Dagli altoparlanti arriva la voce di Ulbricht che esorta a deporre le armi, e viene diffuso un manifesto coi versi del poeta comunista Becher, uno dei rifugiati a Mosca: «Nel sogno il volantino gli parlò: non ti succederà nulla di male I Il pezzetto di carta lo prese per mano I Io conosco bene questo paese So dove andiamo».

Il 31 gennaio, la strada la imparano anche centomila soldati che hanno ubbidito agli ordini del Führer, e vanno verso la prigionia. Tra loro, quasi diecimila rumeni. Una fila senza fine di straccioni e di malati.

L'ultimo aereo ha decollato da Gurmak il 23: lo pilota il luogotenente Krause, ha undici feriti a bordo e il timone di profondità in avaria. Sul limite del campo, sono raccolti migliaia di disgraziati che vengono abbandonati al loro destino.

 

Nel cielo splendente di sole, i russi fanno sfilare una parata aerea, trentacinque bombardieri formano la stella sovietica. Hanno sbigottito con la loro caparbietà, con la loro «pazzia» il nemico; ora sentono che comincia la marcia verso Berlino «Perfino dopo morti», ricorda il colonnello Adam «restavano avvinghiati al volante dei carri armati distrutti».

1943-gennaio-prigionieri-tedeschi.JPGGli ultimi momenti del dramma dei soldati tedeschi a Stalingrado.

Dei 320.000 tedeschi di Stalingrado, 140.000 sono morti per ferite ricevute in combattimento, fame, freddo, malattie, 20.000 dispersi, 70.000 feriti evacuati prima e dopo la sacca. I superstiti 90.000 lasciano in mano ai russi 750 aerei, 1550 carri armati, 480 autoblindo, 8000 cannoni e mortai, 60.000 autocarri e 235 depositi di munizioni e partono per i campi di prigionia della Siberia.

 

Fra loro vi sono 2500 ufficiali, 23 generali ed un feldmaresciallo: torneranno in soli 5000, meno del 2 per cento. Alle 14.46 del 2 febbraio un aereo tedesco da ricognizione sorvola a grande altezza la città e trasmette questo messaggio «A Stalingrado, nessun segno di combattimento».


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Tre Italie nella bufera

7 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Il confuso quadro politico del Paese nel quarto anno di guerra.

Non ha nome, né governo né Parlamento; non emette leggi, né batte moneta e non ha neppure una vera capitale. I suoi confini sono angusti, abbracciano soltanto quattro province (Bari, Brindisi, Lecce, Taranto) e due milioni di abitanti. Roosevelt l'ha definita King's Italy, l'Italia del re: eppure è proprio questo piccolo regno del Sud a rappresentare, nello sfacelo seguito all’armistizio dell'8 settembre 1943, la continuità del Paese, la nascita pur timida e incerta della nuova democrazia italiana.

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Piccolo regno, quello del Sud, con nessunissimo potere, sottoposto al rigido controllo di una commissione militare alleata - presieduta dall'inglese Mac Farlane e dall'americano Maxwell Talor - che nel complesso, nutre scarsa simpatia o totale indifferenza per l'Italia in genere e per Vittorio Emanuele III in particolare.

Piccolo regno quello del Sud, con una piccola reggia (la villetta dell'Ammiragliato a Brindisi) e una piccola Corte dalla quale, con la precipitosa fuga da Roma, sono scomparsi i Gran Maestri di Palazzo, i Segretari Generali, gli Scudieri Onorari, i Prefetti, le Dame di compagnia, i Cappellani.

Un regno con un governo di quattro ministri (Badoglio, Piccardi, De Courten, Sandalli) che ha vita stentata e che governa soltanto su miseria, fame, epidemie, distruzioni. Il Sud, già tradizionalmente povero, è stato ridotto al lumicino dai bombardamenti aerei e navali, dalle requisizioni tedesche e dall’invasione alleata; adesso l'ultimo colpo glielo dà l'inflazione che si scatena con l’introduziona delle «am-lire», quei lunghi fogli rettangolari azzurrini, simili in tutto ad assegni, che recano al centro stampato con gran numeri, il loro valore.

AM Lire

Al Nord un abile ministro di Salò, Pellegrini-Giampietro, è riuscito a far ritirare ai tedeschi il marco di occupazione e a ottenere un cambio quasi equo, date le circostanze, (un marco uguale a dieci lire); nel Meridione Badoglio invano scrive, supplica protesta e si rivolge personalmente a Churchill: la gente del Sud pagherà 100 lire per un dollaro, 400 per una sterlina. Così, di colpo, il potere d'acquisto dei soldi italiani si volatilizza (un soldato semplice americano guadagna 6.000 lire al mese pagate in dollari mentre il prefetto di Taranto ne riceve 2.500 in «am-lire») e le banche vengono prese d'assalto dai risparmiatori, i capitali spariscono, la miseria nelle campagne è totale e spinge a tumulti e rivolte.

Da oltre Atlantico arrivano i divertimenti e le novità: gli eserciti alleati hanno portato il boogie-woogie e dalle navi sbarca - insieme con le tavolette di chewing-gum e con un veicolo mai visto, la jeep - anche un farmaco quasi miracoloso, la penicillina.

Con la fame diventa irrefrenabile la delinquenza dilagante. La città più tormentata è Napoli, col suo milione di abitanti assiepati nei «bassi» privi d'acqua, di luce e di fognature, fra vicoli stracolmi di spazzatura gettata dalle finestre e infestati da legioni di topi.

La metropoli vive di mille mestieri per lo più illeciti tra cui fanno spicco la prostituzione, il furto e il contrabbando.

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La promiscuità, la sporcizia, la carenza d'acqua provocano epidemie a ripetizione: dall'ottobre 1943 al luglio 1944, a Napoli, ne scoppiano due ed entrambe di tifo con un bilancio di quasi ottocento morti.

Ma altre nubi s'addensano sulla piccola reggia di Vittorio Emanuele III. Un re che, caparbio, non vuole abdicare che non sente la necessità di un Parlamento e che impiega settimane a decidersi a dichiarare guerra alla Germania quando invece, nel 1940, aveva approvato quella fascista in un baleno.

Il governo Badoglio, privo dell'aiuto dei partiti che gli negano la collaborazione se il re non se ne va, ha difficoltà a mettere in piedi un piccolo esercito che affianchi gli alleati (i generali non gli mancherebbero: da Roma, all'8 settembre, ben 57 sono fuggiti al Sud) e la frustrazione aumenta con il «lungo armistizio» che Badoglio, a Malta, è costretto a firmare quasi col coltello alla gola.

Palmiro-Togliatti.jpgMa poi, con la primavera '44, qualcosa muta nel quadro politico. Il cambiamento comincia con l'arrivo da Mosca di un signore sui cinquant'anni, occhiali da miope, piccolo, tarchiato, con un incredibile maglione a scacchi e i calzoni che gli fanno le borse sui ginocchi: quest'uomo dall'aria di professore, conosciuto nella clandestinità con nome di Ercole Ercoli, è in realtà Palmiro Togliatti (e c'è la scena di Togliatti che appena sbarcato a Napoli dalla motonave Tuscania, va a bussare a tarda sera alla porta della federazione comunista in via San Potito dove, in quel momento, sono riuniti Maurizio Valenzi, Eugenio Velio Spano e altri dirigenti del PCI. Salvatore Cacciapuoti, che lo riceve, lo scambia per un compagno bisognoso e cerca di disfarsene: «Vieni domani, ora è tardi, qui è tutto chiuso»).

Togliatti rovescia clamorosamente la strategia comunista con la «svolta di Salerno»: l'obiettivo - dice - è la liberazione dell'Italia e per l'aggiungerlo occorrono la concordia e l'unità nazionale».

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Mentre il PCI entra nel governo Badoglio - e Stalin ne rafforza subito la posizione internazionale riconoscendolo ufficialmente e costringendo così Stati Uniti e Gran Bretagna a fare altrettanto – Enrico De Nicola vince abilmente le resistenze del re sull'abdicazione, il nostro Corpo di Liberazione (CIL) si batte bene a Montelungo e finalmente, la notte fra il 4 e il 5 giugno '44, gli alleati entrano a Roma.

La Repubblica Sociale Italiana

stemma RSISul fronte opposto, cioè, sul territorio della nuova repubblica fascista (due terzi dell'Italia ventotto milioni di abitanti) non vi è alcuna autorità riconosciuta tranne Mussolini. I tedeschi, a parole «fedeli camerati e alleati», nella pratica esercitano un assoluto e ferreo controllo su ogni aspetto della vita politica e amministrativa nominando perfino i prefetti (come a Torino) o istituendo nelle singole province, un funzionario superiore dell'amministrazione militare germanica quale controfigura del prefetto italiano (rapporto Hufnagel, 20 febbraio 1944). Il governo di Mussolini non ha potere anche perché privo di adesioni concrete e di uomini di rilievo. Gli iscritti al Partito Fascista Repubblicano sono pochissimi (circa 250.000) e non si sa bene da dove provengano, ideologicamente, che cosa cioè li abbia mossi, che cosa si attendano dal futuro.

Fra gli aderenti al Partito Fascista Repubblicano c'è un solo nome veramente noto nella cultura, il filosofo Giovanni Gentile, e uno altrettanto noto della casta militare, il maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. Sessantototto anni, nativo di Castelvetrano (Trapani), liberale di destra, ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Mussolini e poi senatore del regno, Gentile - il filosofo dell' «atto puro» e l'autore di una fondamentale riforma della scuola - ha dato il suo appoggio alla repubblica di Salò con un pubblico discorso a Roma: «La resurrezione di Mussolini ha detto «era necessaria come ogni evento che rientra nella logica della storia». In cambio, il duce lo nominerà presidente dell'Accademia d'Italia.

Graziani, invece, cerca nella Rsi la sua «revanche» sull'odiato Badoglio dal quale è stato diviso per anni da gelosia personale. Nato a Filettino di Frosinone, sessantunenne, e comandante di truppe coloniali in Libia e in Somalia ex viceré d'Etiopia ed ex capo di Stato Maggiore dell'esercito, il maresciallo Graziani accetta la carica di ministro delle Forze Armate.

Mancando Roma come capitale, alcuni ministeri sono sparsi lungo le sponde del lago di Garda fra Salò (Esteri e Cultura Popolare), Maderno (Interno e direzione del partito), Desenzano (Forze Armate) e Bogliaco (presidenza del Consiglio dei Ministri). Altri sono a Vicenza, Treviso, Padova, San Pellegrino, Brescia, Verona, Cremona, Venezia.

Poveri e miseri ministeri, messi su di fretta e in preda al disordine.

Villa-Feltrinelli-lago-di-Garda.JPGMussolini è invece alloggiato a villa Feltrinelli, a due chilometri da Gargnano: questo palazzetto ottocentesco, di media grandezza, con una facciata di marmo rosa e circondato da un piccolo parco in riva al lago, gli serve contemporaneamente da ufficio e da abitazione. I suoi «guardiani» non sono distanti: Rahn è a Fasano, Wolff a Gardone. La villa Feltrinelli è guardata a vista da un distaccamento della Leibstandarte «Adolf Hitler», reparto speciale di SS, che ha montato un cannone antiaereo sul tetto di un edificio vicino. Presta servizio di guardia anche la milizia fascista ma tutte le comunicazioni di Mussolini sono strettamente controllate dai tedeschi - e debitamente registrate su disco - e anche le sue telefonate personali debbono passare attraverso un centralino da campo germanico.

E ci sono anche i nuovi fascisti, arrivati alla RSI dall'estremismo inconsulto, giovani imbevuti della propaganda di un ventennio, teppisti di vecchia data reclutati fra il sottoproletariato o nelle galere che formeranno quanto prima il nerbo delle compagnie di ventura e di tortura (i Bardi, i Pollastrini, i Carità, i Koch, i Colombo, gli Spiotta. Oppure gente che ha vissuto ai margini del fascismo fino all'8 settembre e adesso è carica di rancori e di invidie. Personaggi violenti come gli uomini del federale di Como, Porta, che bastonava i passanti che non alzavano il braccio nel saluto romano al loro passaggio.

Questi sono i nuovi fascisti che faranno la storia di Salò; sono i militi in maglione nero accollato, berretto alla paracadutista, gladio al posto delle stellette e mitra in mano che a Savona, agli operai in sciopero al grido di «Pane, pane!», ritorcono con una torva minaccia: «Avrete del piombo, non del pane».

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Strage nella steppa

18 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

bedeschi.jpgGiulio Bedeschi, medico e scrittore, con Centomila gavette di ghiaccio, un piccolo classico della guerra, ha narrato le vicende degli alpini, dal Don al villaggio di Bol'setroikoje, dove i pochi superstiti si ritrovano. Si contano le perdite: 84.830 soldati, 3060 ufficiali.

Da un'intervista di Enzo Biagi a Giulio Bedeschi

 Che cosa scopriste quando, dopo aver attraversato la Germania, l'Europa orientale, arrivaste in Russia?

«Prima la steppa, poi le isbe, poi la popolazione. La steppa è sconcertante per la vastità, è paurosa. Gli alpini pensavano: "Di qua bisogna tornare indietro, a un certo punto".

«Le isbe, queste abitazioni così diverse dalle nostre, puzzolenti, le finestre sigillate, perché durante l'inverno non entrasse neanche uno spiffero d'aria. Una benedizione durante la ritirata La gente: noi potevamo anche essere prevenuti, ma hanno apprezzato durante l'estate il nostro comportamento umano, da soldati che non avevano l'aggressività dei tedeschi, e durante il ripiegamento si è letteralmente disfatta per noi poveracci, praticamente senza armi, togliendosi il pane e le patate di bocca per darceli».

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Come vivevano i nostri soldati?

«D'estate senza problemi, c'era molto caldo e d'inverno nei rifugi sottoterra, con stufette che portavano la temperatura ai 25, ai 28, ai 30 gradi. Risalendo in superficie ci trovavamo anche ai 40 sotto zero. Lo sbalzo era qualcosa di opprimente, difficile da superare. I turni di guardia obbligavano a un avvicendamento di dieci minuti, di cinque minuti, se no ci si assiderava».

Che cosa mancava all' equipaggiamento dell' ARMIR?

«Prima di tutto le buone intenzioni di provvedervi con un corredo adeguato. Ci siamo trovati come in Albania, con una tenuta del tutto inadeguata. C'erano reparti che avevano ancora la divisa estiva, parlo della divisione "Vicenza". Noi alpini avevamo una attrezzatura che era già un po' migliore, nel senso che disponevamo anche di qualche cappotto a pelo, di qualche calzare, che ogni tanto arrivava in dotazione. Servivano più che altro per le sentinelle. I russi indossavano i loro giubbotti imbottiti, portavano quei famosi valenki, gli stivaloni di feltro e i tedeschi avevano provveduto a fornirsi di uniformi con l'ovatta, bianche in modo da non essere avvistati dagli aerei, e noi con i nostri cappottini, con i nostri pantaloncini e soprattutto con quelle scarpe chiodate infelici che portavano dritte al congelamento».

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Cosa voleva dire fare il medico laggiù?

«Affrontare un'esperienza diabolica, sconcertante. Io facevo parte di una batteria di artiglieria alpina e disponevo di uno zainetto di sanità che conteneva alcune garze e una pinza emostatica, dei cerotti, un disinfettante e poco più. C'era però la cosiddetta tabellina diagnostica, un foglietto cerato, in duplice copia, naturalmente, con la carta a ricalco, e sulla quale si doveva scrivere il nome e il cognome e la diagnosi e poi attaccarlo a un bottone del cappotto del soldato. E quando i tempi sono diventati duri, non più guerra di posizione sul Don, non c'era un mezzo di trasporto e non c'era l'ospedale da campo. Ma non ci si poteva fermare a medicare degli uomini, perché perdere il contatto col proprio gruppo, con la piccola unità che per elezione si era determinata, in quanto ognuno si fidava dell'altro, si finiva nella massa anonima, che ti respingeva. Dovevi tenere il passo con chi stava marciando, cercare di restare coi tuoi amici.

ritirata di Russia retrovieMentre arrancavo nella bufera, cercando anch’io di sopravvivere, mi sono trovato accanto un alpino che mi diceva: "Signor tenente, el me brasso el me lo cava". Un colpo di granata lo aveva colpito poco prima, e coi trenta gradi sotto zero si forma un coagulo e non c'è lo svenamento immediato. Ho preso il mio coltello, che mi era servito un po' per tutto, per aprire le scatolette, e ho tagliato quegli ultimi laccetti di pelle e di muscolo e io mi ricordo, e lo devo ricordare per tutta la vita, lo sguardo di questo ragazzo che aveva vent'anni e restava col braccio in mano e mi guardava e poi diceva: "E adesso che cosa ne faccio? Ciao" E lo buttava nella neve: "L'importante xe che torni a casa mia". Tre volte mi è successo questo fatto».

Di che cosa sentivate di più la mancanza?

Di qualcosa da mangiare e dell'acqua. All'inizio del ripiegamento, sul Don, ci avevano distribuito una scatoletta, due gallette, dicendoci: "Fatene buon conto, il resto lo avrete quando vi riunirete all'Armata". Per quindici giorni abbiamo vissuto di semi di girasole, trovati nelle capanne, nelle fessure dei cassetti, dei tavoli; la grande risorsa erano i letamai, perché i soldati, da contadini, andavano a frugare nel concime e tiravano fuori una rapa, una barbabietola marcia, buttate via chi sa quanto tempo prima: la salvezza».

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Quando vi siete accorti che vi avevano mandati all'avventura?

«Alcuni subito, perché erano già psicologicamente sulla difensiva, altri invece pensavano che stessimo avanzando, c'era l'inverno di mezzo, ma poi con la primavera saremmo andati a Mosca. Ma a un certo punto abbiamo avuto la sensazione concreta che qualcosa stava maturando. Dall'altra sponda del Don arrivavano rumori sempre crescenti, di ferraglie in movimento: si stava preparando qualcosa, ma da fonte ufficiale smentivano: tutto è sotto controllo. Invece l'11 dicembre del '42 Ravenna e Cosseria si sono viste attaccate dalla I e dalla VI Armata russa. Due armate contro due divisioni, settecento carri armati contro nessuno. Quattromila bocche da fuoco contro quelle poche che avevamo».

Coi prigionieri russi, come vi comportavate?

All'italiana, diventavano nostri amici. Avevamo l'ordine di consegnarli ai tedeschi: ma noi sapevamo che erano crudeli, e d'altra parte ci faceva piacere e comodo avere persone che ci aiutassero a sbrigare i nostri compiti quotidiani. Dovevamo scavare rifugi, trasportare piante, rami, materiali, e preferivamo tenerli in forza, senza però avere le razioni militari per loro, ma i soldati dividevano, alla solita maniera, il loro rancio. Facevano la fila con noi, e come noi mangiavano. Verso le 4, le 5, quando veniva buio, andavano a dormire nel loro ricovero, e rispuntavano la mattina dopo sereni e pacifici. Avrebbero potuto tranquillamente fuggire, ma nessuno lo ha mai fatto».

E coi tedeschi come andava? C'era cameratismo?

Non si può generalizzare. Arrivati sul Don abbiamo dato il cambio a una batteria della Wehrmacht, e siamo stati accolti come fratelli, andavano a riposo, ci hanno invitati a cena, avevano preparato anatre arrosto, poi ci hanno fatto la sorpresa di farci ascoltare Radio Roma, il notiziario».

Sono vere le storie dei nazisti che cacciavano i nostri dai camion battendo coi moschetti sulle mani aggrappate?

«Sì, sono vere anche queste cose. So che Adenauer li ha definiti "pecore carnivore". Va detto però che certe volte avevano delle attenuanti; le slitte erano cariche dei loro feriti e congelati, e procedevano marciando per ore, e a un dato momento il comandante della piccola colonna, un maresciallo, diceva: "Giù tutti, perché i cavalli debbono camminare per un'ora scossi": che vuol dire senza peso. E anche i malati andavano avanti come potevano, e la slitta procedeva vuota».

Come combattevano i sovietici?

«Ai limiti del fanatismo. Pareva che per loro la vita non avesse significato».

Quando cominciò la tragedia?

«Con l'attacco alla Cosseria e alla Ravenna, dalla sera alla mattina, all'improvviso, prendendo di sorpresa i comandi. Non avevamo alle spalle nessuna riserva che potesse venirci in aiuto; hanno costituito un cosiddetto reparto di pronto intervento, formato da qualche compagnia della Julia, la mia divisione, e da due batterie di artiglieria, e una era la mia, così mi sono trovato nel settore di Novaja Kalitva, dove i russi premevano, e dopo cinque giorni di resistenza, privi di munizioni, di rifornimenti, di viveri, abbiamo dovuto cedere. Avevamo già alle spalle, a cinquanta chilometri, i carri armati sovietici. Siamo stati portati nella terra di nessuno e abbandonati a noi stessi.

Ci hanno schierati nella neve, alla distanza di sette, otto metri l'uno dall'altro, protetti solo da muriccioli di ghiaccio, con trenta o quaranta gradi sotto zero. Scendeva la notte, ma guai se ti addormentavi: significava assideramento nel sonno. Si formavano gruppi di quattro, cinque compagni, si faceva cerchio e ci si accucciava, e ognuno faceva la guardia per cinque minuti, poi toccava a un altro, e così via, e questo voleva dire, in un'ora, un terzo di riposo».

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Come si spiegano quelle migliaia di morti, i dispersi di cui non si è saputo più nulla?

Questo è un dramma nato dalle cose, perché pensare di fare quattrocentocinquanta chilometri di ritirata, nelle condizioni che le ho descritte, senza cibo, senza acqua e con quel gelo, senza possibilità di dormire, perché quando si aveva la fortuna di buttarsi nelle isbe, si sapeva anche con certezza che nel giro di un'ora, due ore i partigiani che di lontano seguivano sempre la nostra colonna, sarebbero arrivati con gli sci silenziosi, un calcio alla porta e il mitra, una innaffiata di proiettili sul pavimento sul quale si erano ammucchiate le caterve di uomini al buio, e uccidevano e chi si salvava riprendeva il cammino. In queste condizioni di stanchezza e poi combattimenti quotidiani che ci falcidiavano, tutto questo faceva sì che un numero sempre crescente di soldati non ce la faceva più e si afflosciava sul terreno. Si potevano fare cento, duecento, trecento metri, reggendo il peso di un corpo sulle spalle, poi si cadeva».

Quando vi siete sentiti salvi?

«Quando il generale Nasci, comandante del corpo di Armata alpina, ci ha detto: "Ragazzi, siamo fuori dalla sacca, ma dobbiamo camminare anche più svelti, perché i russi possono avanzare". E così siamo andati avanti per un mese, per altri milleduecento chilometri».

Il poeta Svetlov dedica una lirica agli infelici combattenti:

O giovane nato a Napoli!

Che cosa cercavi sui campi della Russia? Perché non sei rimasto là, felice

 

Nel celebre tuo golfo natio?

 

Bibliografia

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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L’assedio di Leningrado

11 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Tre settimane dopo l'inizio dell'invasione dell’U.R.S.S. (l'Operazione Barbarossa, iniziata il 21 giugno 1941), le forze tedesche sono sul punto di conquistare una delle città più ricche e popolose dell'impero di Stalin, ma si trovano di fronte a un'improvvisa, disperata resistenza destinata a durare, in condizioni terribili, oltre ogni limite immaginabile. Lo resterà per due anni e o, i famosi «novecento giorni».

Leningrado era una metropoli con il suo centro lussuoso e le sue vetrine, quartieri periferici tutti eguali, monotoni e tristi, istituti scientifici, musei e fabbriche, spaziosi boulevards ma anche vicoli, con mille e mille problemi. Ma era circondata come da un muro, da un nemico implacabile che non permetteva l'afflusso né di viveri né di rifornimenti di alcun genere, tranne quel poco che si poté in qualche modo apportare mediante la «via d'emergenza» apprestata in fretta e furia, e sempre sotto il fuoco nemico, gettando dei binari sopra un lago ghiacciato.

 

Concerto sotto le bombe

Dmitrij SostakovichNel solo mese di Settembre l'orgogliosa città costruita da Pietro e dai suoi architetti italiani «gettando marmo sulla palude» subì bombardamenti a tappeto della Luftwaffe: 23 grandi incursioni aeree nelle quali 675 aerei tedeschi hanno sganciato 987 bombe dirompenti e 15.100 incendiarie. In uno di questi bombardamenti del settembre è stato gravemente danneggiato e incendiato l'appartamento al quinto piano di uno stabile in cui il grande compositore Dmitrij Sostakovich stava provando alcuni brani della sua Settima sinfonia: la leggenda dice che continuò a suonare come niente fosse.

La sua settima sinfonia venne eseguita per lo prima volta il 9 agosto 1942, mentre infuriavano gli attacchi tedeschi su Leningrado.

 

Da un’intervista di Enzo Biagi al musicista KSENIJA MATUSKH.

Lei ricorda la prima esecuzione della Settima sinfonia detta anche "Sinfonia di Leningrado"?

«Quando scoppiò la guerra, studiavo al Conservatorio. Nei primi mesi andavo in trincea come soldato volontario nella contraerea e ho assistito al primo bombardamento e al grande incendio dei depositi alimentari. Quella notte udii la radio che invitava tutti gli studenti residenti in città a registrarsi. Ci andai e mi fu offerto di entrare nell'orchestra sinfonica insieme ad altri musicisti. Oltre alle prove d'orchestra lavorammo, come tutti i leningradesi, a pulire le strade perché si temevano epidemie e a far funzionare i trasporti che in quel terribile inverno erano fermi».

E poi?

«Nella gelida sala del teatro Puschkin tenemmo il nostro primo concerto pubblico: suonammo indossando i cappotti e tenendo i cappelli in testa. Nel settembre '41 Sostakovich disse alla radio che stava componendo una sinfonia. A ottobre lasciò la città per terminare la sua opera e gli spartiti furono portati a Leningrado con un volo speciale».

Quando suonaste la Settima?

Il presidente della radio e il nostro direttore d'orchestra, Eliasberv, ottennero che il comando militare richiamasse dal fronte, direttamente dalle unità in battaglia quei musicisti che mancavano. Tutti furono muniti di un lasciapassare che diceva: il tal dei tali è inviato a Leningrado per l'esecuzione della Settima sinfonia di Sostakovich. Infine in città apparvero i manifesti che annunciavano che il 9 agosto 1942, nella grande sala della Filarmonica, si sarebbe tenuta l'esecuzione della Settima sinfonia».

Fu un grande spettacolo?

«Assolutamente. Eravamo felici ed entusiasti. Gli uomini si erano fatta la barba e avevano indossato i migliori vestiti, con gli indumenti invernali sotto per scaldarsi e per nascondere come erano diventati magri. Vedemmo che nella sala entrava il pubblico come in tempo di pace ma molti erano venuti direttamente dal fronte e impugnavano ancora le armi. Il direttore Eliasberv fece alzare in piedi l'orchestra e il pubblico ci salutò. Poi cominciammo».

Accadde qualcosa di particolare?

«Sì, questo. A Leningrado se suonava l'allarme nel corso di un concerto o di una recita teatrale, si interrompeva lo spettacolo e il pubblico correva nei rifugi. Quella volta, invece, sentimmo le cannonate per tutta la sinfonia, ma nessuno si mosse. Eravamo stupiti: come mai non si interrompeva l'esecuzione? Solo venti anni dopo abbiamo saputo che erano le nostre batterie a sparare contro i tedeschi per prevenire un loro eventuale attacco. Quando finì la musica vi fu una pausa di silenzio assoluto, poi scoppiarono applausi fragorosi. Molti piangevano. Una bambina si avvicinò al palcoscenico portando un mazzo di fiori e fu una cosa straordinaria: non esistevano più fiori in città; nei giardini la gente coltivava cavoli, ortica, insalata, pomodori. Per me fu una festa. Sapevamo che la radio trasmetteva la sinfonia in tutto il Paese. Sapevamo che all'estero ci stavano ascoltando. Sapevamo che attraverso i nostri altoparlanti anche i nazisti nelle loro trincee ci sentivano».

Che senso aveva allora la vita?

«Penso che la vita abbia sempre un grande senso, ma a quell'epoca ne aveva uno particolare per coloro che lottavano contro i nazisti: quel 9 agosto '42 Hitler offri un grandioso pranzo, a Berlino, all'hotel Astoria per festeggiare la sua presunta occupazione della nostra città e noi, nella Filarmonica di Leningrado, suonammo la Settima di Sostakovich».

 

L'Ermitage nella bufera

1941 Museo Ermitage bombardatoDa un’intervista di Enzo Biagi con BORIS PIOTROYSKIJ, direttore dell'Ermitage

Signor Boris Piotrovskij. che cosa accadde allo scoppio della guerra, al Museo Ermitage di Leningrado?

«Il blitz tedesco non ci colse di sorpresa. Già il 22 giugno '41 cominciarono i lavori per portare via le collezioni. I quadri furono imballati e sistemati in casse speciali che avevamo preparato apposta da tempo. Il 1° luglio partì un treno diretto a Sverdlovsk: oltre ai vagoni merci e passeggeri c'erano anche carri scoperti, sui quali erano stati sistemati cannoni antiaerei per difendere il treno contro un eventuale attacco dell'aviazione nazista. A questo enorme lavoro per salvare i valori dell'Ermitage parteciparono soldati, marinai, attori, pittori oltre, naturalmente, tutti i dipendenti del Museo. Solo la loro attività ben organizzata permise di completare in breve tempo tutti i lavori necessari».

E poi vi furono altri convogli?

«Certamente. Un secondo treno seguì il primo ma il terzo non fece in tempo: la situazione militare era diventata troppo pericolosa, la ferrovia non era più sicura».

Durante l'assedio che cosa accadde?

1941-Museo-Ermitage.JPG«L'attività dell'Ermitage fu diretta sia a difendere i valori culturali del Museo rimasti, sia a salvare la vita di quei numerosi leningradesi che trovavano rifugio nelle vecchie cantine del Palazzo d'Inverno così ben costruite dal suo connazionale Rastrelli. I ricoveri antiaerei dell'Ermitage potevano ospitare contemporaneamente circa 2.000 persone. Di questo fatto esiste una bella testimonianza dell'architetto Nikkolskie, progettista dello stadio di Leningrado, che lasciò un diario e un album di disegni sulla vita della città assediata e, in particolare, sull'Ermitage».

Ma il Museo viveva?

«Oh, sì! L'Ermitage continuava a svolgere l'attività scientifica e a organizzare le sue famose conferenze: per esempio, il 19 ottobre '41 celebrò l'anniversario della nascita del poeta Nisami e a dicembre dello stesso anno, in un periodo particolarmente grave, quando persino i tram smisero di funzionare, promosse una sessione scientifica dedicata al cinquecentesimo anniversario del poeta Navoi».

 

Morte per fame

Da un’intervista di Enzo Biagi con IVAN ANDREENKO.

Ivan Andreenko, che fu vice presidente del Comune di Leningrado durante il lungo e feroce assedio nazista, racconta come la città visse quei 900 giorni, di quando i combattenti venivano portati al fronte con i tram e la gente doveva tentare di sopravvivere con una razione giornaliera di 125 grammi di pane.

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Signor Andreenko, di quei lunghi, tremendi giorni dell'assedio di Leningrado lei ricorda un episodio di cui furono protagonisti i ragazzi?

«Sì, uno. In tutta la città la fame era acutissima, i casi di morte per edemi da denutrizione erano più che frequenti. Una mattina, nella panetteria del quartiere Nevvskij, entrò un uomo piuttosto alto con un'aspetto insolito per gli assediati. Si avvicinò agli scaffali del pane e cominciò a rovesciarli per terra gridando! Prendeteli! Prendeteli! Nessuno dei bambini presenti toccò i pani. La gente rimase immobile. Lui diede un pugno alla commessa e si diresse verso l'uscita. Ma fu fermato dagli stessi scolari».

C' era ancora la scuola?

«Sì. Le scuole funzionavano. In quel periodo avevamo più di duecentomila alunni. Dopo un ritardo iniziale l'anno scolastico incominciò regolarmente ma nel '41 e poi nel '42 le lezioni si svolsero nei rifugi perché nelle scuole era troppo pericoloso a causa dei continui attacchi aerei e di artiglieria».

Rammenta episodi di cui furono protagonisti i ragazzi di Leningrado?

«Una sera un proiettile di artiglieria colpì un camion carico di pane: l'autista fu ucciso, l'autocarro distrutto. In pochi minuti sul luogo si riunirono parecchi ragazzi della zona. Uno di loro corse a telefonare al Centro Rifornimenti e quando arrivò un altro camion i bambini raccolsero e consegnarono tutte le provviste. Nel giugno '42 una bomba incendiò un negozio di alimentari. Accorsero quattro ragazze coraggiose e cominciarono a tirar fuori casse incuranti del rischio».

Fin quando Leningrado fu affamata?

1942-donne-assedio-Leningrado.JPG«Dalla seconda metà del novembre '41 fino a tutto il gennaio '42 le riserve di grano erano quasi esaurite e la città era costretta a vivere solo con quello che vi poteva venir trasportato. Purtroppo la ferrovia era bloccata e, prima che entrasse in funzione la strada sul Ladoga ghiacciato passammo tremende settimane. Bisogna dire però che la linea del Ladoga riuscì a portarci più di 25mila tonnellate di viveri e l'aviazione ne fornì oltre cinquemila tonnellate. Era un notevole aiuto; ma in seguito si dovettero ridurre drasticamente le razioni. Per esempio: quella del pane l'abbiamo ridotta cinque volte. La più bassa si ebbe dal 20 novembre al 24 dicembre '41 quando operai e tecnici ebbero, ogni giorno 250 grammi di pane a testa mentre le altre categorie impiegati, donne, pensionati, bimbi, non più di 125 grammi. Per capire quanto erano misere le razioni in generale, le dico che una razione forniva 1087 calorie contro le 3000 indispensabili per sopravvivere. Il periodo peggiore fu nei mesi di novembre e dicembre '41 e gennaio febbraio '42: i morti per fame durante l'assedio furono 632.000».

 

Bibliografia:

     Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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