Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

ii guerra mondiale

Aktion T4

6 Janvier 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

nella foto: l'edificio di 4 Tiergartenstrasse (Via del Giardino zoologico n°4) di Berlino, sede di Aktion T4.

Berlino-sede-di-Aktion-T4.JPG

Settantacinque anni fa il nazismo impose la logica della disumanizzazione, di un corpo-stato, governato da un capo, che espelle le parti malate di sé.

La scienza diede il proprio avallo, la Chiesa tacque, molti girarono lo sguardo altrove. Poi, fu troppo tardi.

Cominciarono a morire prima dei campi di concentramento, prima degli zingari, prima degli ebrei, prima degli omosessuali e degli antinazisti e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che il resto era finito.

 

Già prima dell’arrivo al potere di Hitler, autorevoli medici si erano pronunciati a favore dell’eliminazione dei malati mentali e più in generale dei pazienti affetti da malattie giudicate incurabili. Hitler stesso aveva affermato in modo esplicito la necessità di «purificare la razza germanica». Temendo le reazioni degli ambienti religiosi, il Führer non attuò subito il suo progetto.

Nel 1935, la promulgazione della legge sulla sterilizzazione dei malati mentali rese evidenti e fondate le loro preoccupazioni e provocò le proteste della Chiesa.

Occorreva attendere un contesto più favorevole: ciò avverrà durante la guerra. È significativo che il decreto, che ordinava di «accordare l’autorizzazione per dare la morte a malati, che, entro dati limiti di giudizio e dopo un approfondito esame medico, saranno dichiarati incurabili», sia datato 1° settembre 1939. Inoltre, basandosi su un rapporto di un teologo, Josef Meyer, che valutò la posizione delle autorità religiose sulla questione dell’eutanasia e le cui conclusioni erano assai vaghe, Hitler ritenne che poteva correre il rischio di attuare il suo piano.

Questo decreto, promulgato nel più grande segreto dalla Cancelleria e mai reso pubblico, non fu conosciuto che da una ristretta cerchia di persone; diversi ministri ne ignorarono l’esistenza per lungo tempo. Il capo della Cancelleria, Philip Bouhler e il medico personale di Hitler, Kurt Brandt, furono incaricati personalmente della sua applicazione. Per questo essi crearono diversi organismi dai nomi anodini che erano incaricati dell’operazione. Il principale si trovava a Berlino, al numero 4 di Tiergartenstrasse, da cui il nome in codice «T4» dato all’operazione. La centrale T4 si servì di un comitato di esperti costituito da circa 25 psichiatri, tra cui sette professori titolari di cattedre universitarie.

Tutti gli ospedali psichiatrici del paese dovettero presto riempire un questionario destinato a censire il numero degli ammalati presenti e a valutare la natura delle loro malattie. Qualche settimana dopo, la direzione dell’ospedale riceveva una lettera del ministero degli Interni che ordinava il trasferimento di alcuni malati per motivi militari. Una società di trasporto di malati, la GEKRAT, appositamente creata per l’operazione e costituita unicamente da SS, veniva a prendere in consegna gli ammalati per portarli negli “istituti di eutanasia”.

Dopo diverse prove, alla fine del 1939, il procedimento di asfissia con l’ossido di carbonio fu ritenuto il più efficace e, nel corso dell’anno seguente, entrarono in funzione cinque centri: i cadaveri venivano inceneriti nei forni crematori. Le famiglie venivano poi informate del decesso dei loro familiari con una lettera del ministero degli Interni che precisava che, su loro richiesta, potevano ricevere le ceneri del defunto. Poi veniva consegnato loro un certificato; il caso era chiuso: la morte del malato era legalizzata.

Nel corso dell’autunno 1939, quando i direttori degli ospedali psichiatrici compilano i questionari, non si allarmano più del normale. Li riempirono e gli automezzi della GEKRAT vennero a cercare i primi malati. Ma nel corso della primavera del 1940 quando le lettere dei decessi arrivarono ai familiari, molti capirono cosa era successo.

Coloro che si mostrarono più ostili furono generalmente coloro che dirigevano gli ospedali privati (circa il 35% degli psichiatri tedeschi), gestiti dalla Missione interna delle Chiese evangeliche. Tuttavia non sapevano come reagire. Alcuni tentarono, ad esempio, di negoziare la riduzione del 10% degli effettivi malati richiesti, ma alla visita seguente della GEKRAT, coloro che erano stati risparmiati finivano nuovamente sulla lista. Nello stesso tempo i medici, isolati, non sapevano a quale tattica ricorrere. Alcuni si rifiutarono di rispondere ai questionari, ma la centrale T4 si affrettava ad inviare una commissione di esperti per farli riempire al loro posto. Occorreva una forza considerevole per salvare qualche malato, inventando vari pretesti. Uno dei mezzi più efficaci fu semplicemente quello di invitare i parenti a ritirare i loro familiari, ma ben presto un decreto ministeriale proibì ai dirigenti degli ospedali di procedere in questo modo. Ci furono delle eccezioni. In particolare, il pastore Fritz von Bodelschwingh, direttore del grande centro per epilettici di Bethel, in Westfalia riuscì ad opporsi all’accanimento: avendo stabilito un contatto personale con il medico personale di Hitler, Kurt Brandt, salvò gli ottomila malati del suo ospedale.

Ma coloro che avevano ideato l’operazione avevano sottostimato la reazione delle famiglie. Genitori che non capendo il motivo del decesso del loro figlio, iniziavano delle azioni per scoprirne le cause, ben presto scoprivano l’orribile verità. Inoltre il servizio T4 commise degli errori grossolani: certificati di decesso indicavano, ad esempio, come causa della morte una crisi di appendicite per un malato che non era stato operato; alcune famiglie ricevettero due urne anziché una; altre un certificato di decesso quando il loro familiare era ancora in vita.

Nei necrologi della stampa locale, l’incremento dei decessi di malati negli ospedali della regione finì per insospettire; subito il T4 fece proibire la pubblicazione dei necrologi sulla stampa. Alla lunga l’andirivieni degli autocarri della GEKRAT non potevano più passare inosservati nei centri dove si recavano. Arrivavano sempre pieni e ripartivano vuoti. I fumi che uscivano dopo i loro passaggi non lasciavano più dubbi sulla loro venuta.

Progressivamente una sensazione di paura si impadronì della popolazione tedesca. La gente era spaventata dalla potenza di uno Stato che poteva così impunemente uccidere degli innocenti. Degli anziani incominciarono a pensare che dopo i malati mentali sarebbe arrivato il loro turno. A posteriori, non si può dire che il popolo tedesco non potesse reagire a una tale aggressione. Pertanto, questa forte emozione dell’opinione pubblica, già intensa in alcune regioni nel corso dell’estate del 1940, a fatica trovò dei portaparola istituzionali, capaci di fare pressione sulle pubbliche autorità.

Il programma di eutanasia provocò dei sommovimenti negli ambienti giudiziari. Hitler aveva chiesto lo studio di un disegno di legge sulla questione, ma in ultima analisi, l’idea era stata respinta.

Aktion T4 si sviluppò quindi al di fuori di tutto il quadro giuridico, cioè nella più totale illegalità. Inoltre diversi procuratori di provincia furono investiti delle querele dei familiari degli scomparsi. Essendo all’oscuro di tutto, non erano in grado di dare delle risposte a queste richieste. Con l’aumentare del numero delle querele, Bouhler e Brandt decisero di convocare i presidenti e i procuratori dei tribunali. Nel corso di questa conferenza, il 21 e 22 aprile 1941, esposero le ragioni e lo svolgimento del programma, senza incontrare una maggiore opposizione tra i magistrati.

I rapporti trasmessi dai responsabili locali del partito nazista segnalavano ugualmente l’inquietudine crescente della popolazione. Anche gli ambienti militari si sentivano coinvolti, in quanto gli invalidi di guerra, trattandosi di persone handicappate o incurabili, rientravano tra i malati da eliminare. Nacquero dei dissensi anche tra lo Stato maggiore del Reich quando ne vennero al corrente. Himmler, in particolare, non fu mai troppo convinto di questa politica. Quanto a Goebbels temeva le reazioni degli ambienti cattolici. Egli riteneva che per vincere la guerra occorresse non prendersela con le Chiese. Per Goebbels, infatti, le Chiese contribuivano a mantenere un buon morale nella popolazione, fattore fondamentale per vincere le guerre. Una volta vinta la guerra, sarebbe venuto il tempo  per regolare i conti con la «pretaglia». Goebbels aveva ragione. Le gerarchie ecclesiastiche, benché presto informate di quello che succedeva nei centri psichiatrici, non furono tra le prime a reagire. I movimenti di protesta si levarono dalla base delle Chiese. Alcuni pastori della Missione interna delle Chiese evangeliche fecero diversi passi presso le autorità. Il pastore Paul Gerhard Braune fece anche numerosi tentativi presso alti funzionari, anche dei ministeri, che gli confessavano però la loro impotenza. Decise allora di redigere un memorandum, facendo riferimento a delle prove incontestabili da lui raccolte e da diversi suoi colleghi. Questo testo, inviato alla Cancelleria il 9 giugno 1940, sottolineava le preoccupazioni dei militari e si incentrava sul problema della definizione della nozione di incurabilità: «Chi è anormale, asociale, malato senza speranza di guarire? Che cosa se ne farà dei soldati che combattendo per la patria avranno riportato dei mali incurabili? Negli ambienti militari già se ne parla». Senza accordarsi, Theophil Wurm, vescovo protestante di Wurtemberg, invia anche lui, il 5 luglio 1940, una lettera circonstanziata al ministro degli Interni; scrive anche al ministro di Giustizia. Utilizzando abilmente la fraseologia nazista e riferendosi alle dichiarazioni del Führer per una «fede cristiana positiva», il primo di questi testi circola all’insaputa del suo autore negli ambienti del partito e dell’esercito producendo un grande impatto.

Nell’autunno 1940, alcuni pastori tentano allora di suscitare una presa di posizione comune delle Chiese protestanti. Ma il pastore Ernst Wilm, che fu la colonna portante di questo progetto, dovette constatare che anche all’interno della Chiesa protestante si era divisi sulla tattica da seguire. Altri pastori prendono altre iniziative senza raggiungere alcun risultato, tranne che l’arresto e in alcuni casi la deportazione dei loro autori.

La Germania stava allora riportando dei trionfi militari. In effetti, tra il mese di aprile e il mese di giugno del 1940, le considerevoli conquiste territoriali facevano passare in secondo piano i problemi interni del paese. Nell’insieme, l’alto clero applaudì alla successione impressionante di queste vittorie e, contemporaneamente Aktion T4 continuava la sua azione infernale.

Accadde allora che alcuni prelati cattolici si decisero a prendere la parola e a protestare pubblicamente contro questa impresa di morte a cui occorreva porre fine. Nel corso dell’estate 1940, un numero crescente di sacerdoti e di religiose fecero pressione sui loro vescovi affinché reagissero apertamente. In un primo tempo i vescovi cattolici preferirono adottare gli stessi procedimenti confidenziali dei loro colleghi protestanti.

Il 1° agosto 1940, l’arcivescovo di Friburgo, Konrad Grober, autore di un’opera contro l’eutanasia pubblicata nel 1937, inviò una lettera di protesta al ministro degli Interni. Il 15 dicembre 1940, in risposta ad una lettera del vescovo di Berlino, von Preysing, deciso ad agire pubblicamente e con forza, il papa Pio XII condannò fermamente l’eutanasia e invitò i vescovi tedeschi a reagire. Ma costoro tuttavia esitavano a fare delle dichiarazioni esplicite anche per l’opposizione del presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo e cardinale di Breslan, Adolf Bertram. L’11 agosto 1940, costui aveva indirizzato una lettera confidenziale alla Cancelleria per ricordare la condanna dell’eutanasia da parte della Chiesa cattolica. Ma si rifiutò di avere un confronto diretto con il regime, preoccupato di preservare i beni della Chiesa, di cui si doveva prender cura. Contemporaneamente l’uccisione dei malati «incurabili» era divenuta di pubblica notorietà.

Confortato dalla lettera di sostegno del papa, il vescovo di Berlino, von Preysing, si decise a prendere la parola. In un discorso del 9 maggio 1941, criticò apertamente le «morti per eutanasia». Il 12 luglio 1941, dopo lunghe tergiversazioni, la Conferenza episcopale inviò al governo un testo in cui si pronunciava apertamente contro l’eutanasia in termini molto generali.  Gli attacchi più forti vennero finalmente dalla Westfalia con il sermone del vescovo di Münster, Clement August von Galen. Costui non era fondamentalmente ostile al regime. Grande aristocratico, patriota convinto ed ex combattente, riteneva che l’ideologia nazista avesse degli eccessi che occorreva combattere. Con dei termini a volte molto bruschi, il 13 luglio 1941, condannò le brutalità della Gestapo. Il 20 chiamò i cristiani alla fermezza di fronte alle pratiche del regime. Poi, il 3 agosto, nel suo discorso diventato il più celebre, denunciò con forza l’assassinio dei malati mentali. Ricordò di aver fatto causa davanti ai tribunali contro i crimini commessi nella sua diocesi, facendo riferimento all’articolo 139 del codice penale che stabiliva che «colui che è a conoscenza reale di un progetto di un assassinio e omette di farne denuncia, sia alle autorità, sia alla persona minacciata, nei tempi dovuti, sarà punito». Poiché questa denuncia non ebbe alcun seguito giudiziario, egli chiamò i cristiani alla resistenza. «Con coloro che vogliono continuare a provocare la giustizia divina, che rubano e cacciano i nostri religiosi e con coloro che uccidono degli uomini innocenti, fratelli e sorelle, noi dobbiamo evitare ogni contatto. Noi vogliamo sottrarci alla loro influenza al fine di non essere contaminati dai loro pensieri e dalle loro empie azioni ... ».

Tre preti di campagna furono uccisi per aver ripreso nelle loro parrocchie il discorso di von Galen.

In seguito altri vescovi denunceranno l’eutanasia, ma furono i sermoni del «Leone di Münster» che ebbero un maggior impatto sull’opinione pubblica e sul potere. Essi furono riprodotti e diffusi in tutti i paesi e in Europa. Anche uno degli eroi dell’aviazione tedesca, Werner Molders, fervente cattolico, che Hitler aveva decorato con la “Croce di ferro”, protestò contro l’eutanasia.

Ormai le operazioni T4 non erano più segrete. Anche il capo delle SS, Himmler, era favorevole alla sua interruzione anche perché gli ambienti militari esprimevano severe critiche. Il maresciallo Keithel intervenne mettendo in evidenza che tra i malati si trovavano dei soldati della guerra del 1914-1918.  Anche il partito nazista era diviso se arrestare o no von Galen. Mentre Bormann si pronuncia per l’eliminazione fisica del vescovo, Goebbels scrive sul suo giornale che qualunque cosa capiti al vescovo di Münster può provocare la perdita del consenso alla guerra di tutta la popolazione della Westfalia.

Da due mesi ormai la Germania aveva ingaggiato una formidabile battaglia contro l’Unione Sovietica e tutte le forze della nazione erano mobilitate. Hitler riteneva che non si poteva correre il rischio della divisione all’interno del paese.

Il 24 agosto 1941, una «fuga di notizie» dalla Cancelleria lasciò intendere che Aktion T4 contro i malati era stata fermata e che si attribuiva al Führer la responsabilità di questa interruzione. Sembra che Hitler interpretò questa decisione come una sconfitta personale. Nel suo animo nutriva un sentimento di rivincita: riprenderà il dossier una volta che la guerra sarà vinta per regolare i conti con le Chiese, che odiava ferocemente. Sapeva che, per il momento, il regime aveva bisogno del loro appoggio.

In meno di due anni Aktion T4 aveva fatto tra 70.000 e 100.000 vittime tra cui 5.000 bambini. Tuttavia il programma non fu completamente fermato: entrarono in funzione i campi di sterminio in Polonia, dove il personale del T4 venne trasferito.

Il personale T4 non viene disperso, l'esperienza accumulata è considerata preziosa, saranno trasferiti oltreconfine, a oriente, saranno tra i protagonisti di quella che gli artefici chiamano soluzione finale e le vittime olocausto. Senza l'esperienza dei centri di uccisione forse non sarebbero riusciti a immaginare dei campi di sterminio.

È tuttavia vero che, per la prima volta dal suo arrivo al potere, Hitler subiva uno scacco dal suo popolo che riteneva aver sottomesso.

Il 1° settembre 1941, nello stesso momento in cui cessavano le esecuzioni dei malati mentali, gli ebrei erano costretti a portare la stella gialla. Le prime esecuzioni di massa degli ebrei iniziavano in Polonia e in URSS.

Dal 1933, in generale, né le Chiese né la pubblica opinione avevano manifestato la loro opposizione alla persecuzione degli ebrei ad eccezione di qualche caso come quello del pastore Dietrich Bonhoeffer. É un fatto che la società tedesca ha tollerato l’aggressione degli ebrei ma non quelle dei malati mentali.

Ufficialmente T4 cessa. E abbiamo anche il bilancio, perché a Hartheim,

HartheimCastle.jpg

in uno dei centri di uccisione (nella foto), dove quasi tutto è stato bruciato ma qualcosa nella fretta è sfuggito, trovano questa lista della spesa, la trovano in un armadio.

È calcolato che fino al 10 settembre 1941 sono stati disinfettati 70.273 pazienti. [ ... ]

Calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, abbiano fatto risparmiare:

- 4.781.339,72 kg di pane;

- 19.754.325,27 kg di patate.

Poi marmellata, margarina, caffè d'orzo, zucchero, farina, carne e salsicce, burro, legumi, pasta, prosciutto crudo, verdure di campo, sale e spezie, ricotta, formaggio per un totale di 33.733.033,40 kg.

E inoltre 2.124.568 uova.

L'allontanamento, l'eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per 88.543.980,00 Reichsmark all'anno.

L'allontanamento, l'eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per 88.543.980,00 Reichsmark all'anno.

E ufficialmente T4 finisce e il suo bilancio definitivo è scritto lì: 70.273 persone, ma la verità è che durante Aktion T4 sono stati uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come «vite indegne di essere vissute».

70.273 persone è un consuntivo di bilancio.

Ma non é finita. Si chiudono i centri di uccisione più chiacchierati e gli altri vengono riconvertiti, alcune camere a gas continueranno a funzionare. Non per i ricoverati dei manicomi, ma per i prigionieri dei campi di concentramento più vicini.

Diventeranno sedi distaccate di lager.

Non ci sono rallentamenti nella produzione, ma ogni filiale va per conto suo e nessuno coordina più. Ogni medico diventa arbitro del suo reparto, ha potere di tenere in vita o di concedere morte pietosa. Quasi nessuno ormai lo trova strano, si sono abituati a uccidere o a far morire di fame i pazienti.

Nel 1942, un anno dopo la fine ufficiale di Aktion T4, a Berlino, presso il ministero dell'Interno, sono convocati urgentemente tutti i direttori degli ospedali psichiatrici bavaresi. I partecipanti sono vincolati al segreto di Stato. Hanno bisogno di accelerare i decessi, liberare posti negli ospedali e ridurre i costi di gestione, e anche finire il lavoro cominciato.

Perché c'è la guerra da mandare avanti, non possiamo sfamare certe bocche, sono nutzlose Esser, mangiatori inutili, mangiatori inutili.

Il dottor Valentin Faltlhauser, consulente di Aktion T4, è lui a imprimere una svolta al lavoro di molti ospedali, di molti medici e infermieri. È lui in quella riunione a decidere la sorte di tantissimi ricoverati nei tre anni successivi.

Faltlhauser prende la parola come direttore sanitario preoccupato di contenere i costi di ricovero dei suoi pazienti, e dice: «Nella nostro ospadale applichiamo una dieta assolutamente priva di grassi. La chiamo dieta E».

Questa è una dieta assolutamente priva di grassi. Diventa la dieta ufficiale per tutti i manicomi del Sud della Germania. Secondo il dottor Faltlhauser, in un tempo variabile da sei a dieci-dodici settimane i malati muoiono, muoiono per edema da fame. Funziona, la dieta E.

Per quelli con cui non funziona, si può ricorrere a iniezioni, psicofarmaci, barbiturici. In overdose, in maniera da sospendere le funzioni vitali del malato e fare in modo che poi egli muoia da solo, dimenticandosi di vivere.

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Nel 2006 è stata siglata alle Nazioni Unite la Convenzione internazionale dei diritti delle persone con disabilità, il cui scopo è: (articolo I)

promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità.

Nessuno - recita l'articolo 15 - può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. In particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il proprio libero consenso, a sperimentazioni mediche o scientifiche.

Bibliografia:

Jacques Semelin, Sans armes face à Hitler, Petit Bibliothèque Payot 1998

Marco Paolini, Ausmerzen, Einaudi 2012

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Su “AKTION T4”, l’ANFASS (Associazione Famiglie di Disabili Intellettivi e Relazionali) di Modena ha curato una mostra dal titolo “Ricordiamo. Perché non accada mai più, vedere la presentazione in :

http://video.repubblica.it/edizione/bologna/giornata-memoria-modena-ricorda-lo-sterminio-dei-disabili/117494/115956?ref=search

La mostra è in Biblioteca a Lissone in occasione del "Giorno della Memoria" 2014

Lissone Memoria 2014 logoMostra AKTION T4

pieghevole mostra Aktion T4

È un percorso rivolto a tutti e in particolare ai più giovani, agli studenti, alle scuole. Un modo per onorare la memoria di quelle vittime innocenti e destare domande e riflessioni.

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La Risiera di San Sabba a Trieste

23 Octobre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Le immagini contenute nel documento sono state riprese in occasione di una recente visita.
 
Nella notte tra il 29 e il 30 aprile del 1945 si chiudeva il tragico capitolo del Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia) della Risiera, il suo disastroso bilancio di sofferenza e morte. Ventiquattr’ore prima, con il favore delle tenebre, si era dato alla fuga il potente Gauleiter della Carinzia, Commissario supremo (Oberste Kommissar) del Litorale Adriatico, Friedrich Rainer, seguito soltanto un giorno dopo dall'amico, Gruppenführer delle SS, Odilo Lotario Globločnik che, in Polonia, si era reso responsabile dello sterminio di circa due milioni e mezzo di ebrei e di oppositori politici, per lo più polacchi (Aktion Reinhard). La sera del 29, secondo un testimone, fu Joseph Oberhauser, mandato a Trieste alla Risiera dal campo di sterminio di Treblinka, a decidere di lasciare liberi gli «artigiani» del campo, forse trenta o quaranta persone in tutto, tra ebrei, non ebrei, italiani e iugoslavi. Il piccolo gruppo di donne legate in qualche modo agli aguzzini SS non sopravvisse e, a parte Federica Teich, addetta alla farmacia e all'amministrazione, che si suicidò l'ultimo giorno, è rimasto non identificato .
 
Nel corso della stessa notte, le SS fecero saltare il forno crematorio che secondo alcune testimonianze era entrato in funzione già nel febbraio-marzo del 1944. In seguito, dopo la liberazione, tra le macerie e la cenere del forno vennero ritrovate ossa e indumenti umani.
 
 
Storia di un’ex Pilatura di riso
 
Risiera.JPGLa Prima Pilatura Triestina di riso raggiunge, a sedici mesi dallo scoppio della prima guerra mondiale un capitale azionario di sei milioni di corone austriache. E proprio nel 1913 viene completato a San Sabba il complesso degli edifici, sede del nuovo stabilimento. È il ventesimo anno di vita dell'industria e la gestione chiude con un deficit di 399.698 corone. La concorrenza sta all'erta, la gestione del complesso diventa sempre più gravosa. Una rozza pianificazione prevedeva la pilatura di un milione di quintali di risone all'anno - mercato principale la Boemia. Si raggiungono invece i cinquecentomila quintali: è l'inizio della fine.
 
Gli edifici a più piani erano adibiti alla lavorazione del prodotto e magazzinaggio. Ad un grande essiccatoio era collegata una ciminiera alta circa quaranta metri. La ciminiera aveva eruttato un acre fumo di carbone a tutto il 1924. L'agonia continuò per alcuni anni sotto l'amministrazione italiana e procedeva di pari passo con il decadimento dell'Emporio.
 
Questa Pilatura di riso era uno squallido complesso di edifici color mattone sporco, situato in una delle zone più anonime e tetre negli immediati dintorni di Trieste, accanto al macello comunale, a circa cinque chilometri dal centro. Sorge in una vasta depressione a poche centinaia di metri dal mare, e sul suo lato sinistro scorre un torrentaccio, oggi coperto, chiamato pomposamente Rio Primario. Esso sfocia quasi subito nel mare del cosiddetto Vallone di Muggia. La zona è sovrastata a nord-ovest da un borgo, il vecchio villaggio sloveno di Servola.
 
Durante quasi vent’anni, dal 1929 al 1943, lo squallido stabilimento abbandonato della Pilatura vide crescere e ampliarsi il rione operaio di San Sabba. Inoltre, entro il perimetro della Pilatura, venne allestito un campo di transito per cavalli e cavalleggeri di un reggimento sabaudo, il Novara cavalleria. L’essiccatoio venne in un primo tempo trasformato in una specie di cucina da campo, gli edifici più alti in un ospizio di fortuna. Nelle vicinanze erano sorti i nuovi impianti della raffineria della società Aquila, un tentativo di insediamento industriale nella zona triestina operato dal fascismo.
 
Quest'area dell'estrema periferia della città di Trieste, divenuta poi luogo di pena, era cosi ben protetta da occhi indiscreti, cosi nascosta, così incredibilmente segreta che pochi vecchi triestini la conoscevano. Era probabilmente ignoto anche a James Joyce che, ispirandosi a San Sabba, aveva scritto una delle poesie più belle: I canottieri di San Sabba, tradotta poi da Eugenio Montale.
 
 
Strutture e metodi della Risiera
 
Quando nel settembre del 1943 i tedeschi occuparono l'ex Ôsterreichisches Küstenland, lo ribattezzarono Adriatisches Küstenland. Poi, nell'ottobre del 1943 - fra il 16 e il 29 ,sbarcarono a Trieste i primi novantadue «specialisti» dell'Einsatzkommando Reinhard. Era uno dei gruppo di pronto intervento, composto da personale altamente specializzato addetto a compiti particolari. Esso nulla aveva a che fare con le Waffen-SS, cioè con le unità da combattimento SS: i compiti erano essenzialmente politici, e militari soltanto nelle circostanze e nella misura in cui diremo. Inoltre il Kommando Reinhard non aveva alcuna dipendenza dai comandi della Wehrmacht, perlomeno su un piano gerarchico. Mentre in più casi, specialmente sul Carso e in Istria, collaborò ad alcune azioni di carattere militare nel senso antipartigiano, partecipando però anche a razzie, devastazioni, incendi e cattura di civili.
 
Certamente fu rilevante il fatto che a capo di tutta l'organizzazione di polizia e antiguerriglia fosse stato posto il triestino Globločnik già Brigadeführer SS nel distretto di Lublino, il quale era vissuto a Trieste fino al 1923 poi trasferitosi a Klagenfurt e che spesso era ritornato negli anni Trenta «in visita» nella sua città e in generale nel Veneto.
 
Operativamente era necessario trovare un punto di appoggio militare e tale base logistica, all'inizio Polizeilager e centro di partenza e di rifornimento per i capisaldi tedeschi in Istria, fu la ex Pilatura di riso di San Sabba. Si trattava di un comprensorio vasto circa settemila metri quadrati con altri quattromila metri quadrati aggiunti a sud, verso il mare, dove, fra l'ottobre e il dicembre 1943, venne stabilita la base operativa di questo gruppo di specialisti. Il comando venne assunto dal Kriminalkommissär, Christian Wirth. Fu Wirth a definire la Risiera di San Sabba Polizeilager, probabilmente perché la sua mentalità di poliziotto non gli faceva balenare subito l'idea che questo centro militare potesse e «dovesse» trasformarsi rapidamente in un campo di concentramento, di transito e, dall’inizio del 1944 in un Vernichtungslager, un luogo di sterminio sistematico di una parte dei prigionieri catturati a Fiume, a Trieste, nel Friuli, nel Veneto, sul Carso e in Istria.
 
Le notizie che riguardano la struttura e la vita quotidiana della Risiera sono frammentarie; è difficile riuscire a tracciare una ricostruzione articolata della sua vita quotidiana perché il campo si trasformò rapidamente in caserma per le SS provenienti dalla Polonia, ma non per tutte, per gli ucraini e i ruteni che avevano seguito l'Einsatzkommando Reinhard (e alcuni di loro avevano con sé le proprie donne); perché, per ordine di Globločnik, si dovette procedere all'addestramento militare di quello che impropriamente venne chiamato il battaglione David, un battaglione di camicie nere e di altre formazioni della Repubblica mussoliniana; perché il campo cominciò a venir impiegato come punto di transito degli ebrei catturati dai sottufficiali . Suchomel e Hackenholt, prima nella zona di Fiume, poi nell'area del Friuli orientale; perché vi si costituì e organizzò un grande magazzino dei beni razziati; perché, infine, il problema della guerriglia stava diventando nel settore del Carso goriziano-triestino-fiumano uno scottante problema militare. Fu dunque la situazione obiettiva dell'occupatore tedesco a indurlo a creare un fortilizio militare nel perimetro urbano, anche se alla periferia - anzi, allora, all'estrema periferia - della città.
 
ingresso.JPGCarlo Schiffrer, storico e uno dei maggiori antifascisti di Trieste, scrisse sulla rivista «Trieste» (luglio-agosto 1961): «Gli occupatori adattarono la Risiera alle proprie necessità per farne uno strumento del cosiddetto “ordine nuovo” - e di quell'ordine essa oggi si può considerare simbolo. Essa divenne insieme caserma di occupazione e prigione, centro di srnistarnento degli infelici destinati alla deportazione e magazzino di beni saccheggiati, tribunale segreto e luogo di esecuzioni capitali. Già l'adattamento dei vecchi edifici alla nuova funzione è attuato con cura meticolosa e secondo un piano al quale non possiamo negare una sua logicità, anche se rivela l'inumanità di chi lo concepì. Subito presso l'entrata un primo cortile; a sinistra il corpo di guardia e l'abitazione del comandante; a destra gli alloggi per i sottufficiali SS germanici e ucraini e per le donne di questi ultimi. Di fronte all'entrata un edificio trasversale con o quanto si trova in una normale caserma, cioè camerate, cucina, spaccio, infermeria, uffici, armeria, depositi vari ecc. [ ... ] Il comando naturalmente è germanico ma la truppa comprende ucraini e italiani arruolati con la forza; il trattamento dei militari varia secondo la nazionalità; i peggio trattati sono proprio gli italiani ...»
 
Lo storico non era infatti al corrente che non proprio tutti questi “poveri italiani” del battaglione David e delle altre formazioni addestrate dai tedeschi erano stati arruolati con la forza; che inoltre gli ucraini a San Sabba non ebbero funzioni di secondo ordine; si trattava di persone perfettamente consapevoli della scelta fatta, i quali godevano della fiducia incondizionata dei germanici.
 
Ci sono notizie incomplete anche sui metodi di sorveglianza esterna del campo. In un primo tempo sarebbero stati incaricati della vigilanza i militi fascisti, poi i carabinieri, mentre dall'aprile 1944 la custodia sarebbe stata affidata alle SS italiane. Né il primo comandante del campo Wirth (che però aveva la più ampia qualifica di «ispettore»), né il secondo comandante, Allers (anch'egli «ispettore»), hanno mai abitato a San Sabba.
 
cortile.JPGLa descrizione del lager fatta dallo Schiffrer continua: «Un sottopassaggio a volta ricavato nel pianterreno porta a un secondo cortile, al quale hanno accesso soltanto gli elementi più fidati: gli italiani sono sospetti e poi potrebbero avere maggiori occasioni di disertare e di mimetizzarsi nella vicina città italiana, perciò di diffondere le notizie su che cosa succede in quel luogo di morte. In fondo al cortile c'è il magazzino-deposito dei beni razziati, soprattutto agli ebrei locali. Tutto il rimanente edificio di sinistra è destinato ai reietti; ci sono alcune ampie camerate che accolgono per periodi di solito brevi i vari elementi destinati alla deportazione; ci sono, al piano terreno, le celle d'isolamento per gli inquisiti, anguste, prive di finestre e di aria: le condizioni di vita vi sono terribili e tali da schiantare in breve le tempre più forti. Di fronte all'edificio delle prigioni, sulla destra di chi entra nel cortile, c'è il forno crematorio. Riflettiamo su questo solo particolare: prigione e forno crematorio, l'una di fronte all'altro; di modo che dalla prima non si poteva non vedere o non sentire ciò che accadeva nel secondo ...».
 
All'alloggio del comandante del campo, anzi per essere più precisi del capo-esecutivo del campo si accedeva attraverso una scala esterna assai scomoda e pericolosa. Ma all'alloggio del comandante - al pianterreno era stato sistemato il posto di guardia - era possibile accedere anche da un cancelletto che dà sulla via Rio Primario. L'arredamento del posto di guardia era composto da sei brande, un tavolo e da alcune sedie, mentre l'alloggio di Oberhauser era raccogliticcio, ma con qualche comodità.
 
Nell'edificio maggiore, quello posto trasversalmente ai muri perimetrali, alloggiavano alcune SS ucraine e, alla fine del 1943, una ventina di italiani provenienti da reparti della Milizia difesa territoriale, gente più sbandata che altro, la quale non era in grado di disporre della propria vita.
 
Le cucine avevano subito una trasformazione radicale. A capo dell'organizzazione erano state poste le donne ucraine, mentre la cucina per i prigionieri in un primo tempo era stata affidata a un'ebrea di Zagabria.
 
celle.JPGDalle 17 «piccole celle» - quelle cosiddette della morte (più la cella maggiore, la cella della morte per antonomasia situata a sinistra del pianterreno) si passava nella camera a gas mobile, o nel garage trasformato in camera a gas e poi nel forno crematorio, oppure ad una morte violenta, qualunque fosse stato il mezzo usato dai tedeschi o dagli ucraini, nel forno crematorio. All'inizio del 1944, infatti, il vecchio essiccatoio della Pilatura di riso era stato trasformato in crematorio.
 
In base ad alcune testimonianze di superstiti, tre erano i metodi di sterminio nella Risiera di San Sabba: il primo è l'uso del gas venefico (o in autofurgoni mobili, o nello stesso garage); il secondo la fucilazione; il terzo, probabilmente il più terribile, l'incatenamento del prigioniero che poi veniva trascinato a lungo per terra e alla fine era colpito più volte alla testa dalla mazza del Polizeimeister. I corpi inanimati o magari con ancora un filo di vita venivano gettati nel forno.
 
posizione-forno-crematorio.JPG forno-crematorio.JPGIl vecchio essiccatoio era stato trasformato in crematorio. Proprio lì era stato utilizzato un vano piuttosto ampio, chiamato convenzionalmente «garage». Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile. La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico? I tedeschi avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare. Attraverso grossi tubi di scarico il gas veniva immesso nel garage.
 
I corpi venivano bruciati sulla legna, legna che spesso veniva predisposta dagli stessi prigionieri sotto il controllo degli ucraini. Una grande quantità di legna di faggio era stata appunto accantonata già sin dall'estate del 1943 in un edificio basso in fondo al secondo cortile.
 
Il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba. È stato Joseph Oberhauser, il capo della manovalanza della Risiera, a provvedere a far sparire le tracce più evidenti delle apparecchiature di morte.
 
edificio-prigionieri.JPGCi si è chiesti spesso quanti prigionieri al giorno venivano uccisi; sarebbe stato cosi possibile dare una cifra attendibile sul numero delle vittime della Risiera di San Sabba. La risposta, anzi, le risposte che oggi possiamo proporre sono le seguenti: non siamo in grado di dire - se non con notevole approssimazione - quante persone furono uccise nel periodo che va dalla fine di ottobre 1943 al febbraio-marzo del 1944, quando il forno cominciò a funzionare. Si può affermare che, dal febbraio-marzo 1944, appunto perché il forno era in fase di collaudo, venivano cremate mediamente 30-40 persone alla volta. Ciò dipendeva anche dall'efficacia e dalla frequenza dei rastrellamenti compiuti sia dalla Wehrmacht, sia dall’Einsatzkommando Reinhard e dalle formazioni ad esso collegate. È invece universalmente riconosciuto che la data ufficiale dell'inizio dell'attività della (o delle) camera a gas mobile, del “garage”, e del crematorio risale al 4 aprile 1944 - anche se fonti diverse parlano del 17 o addirittura del 21 giugno. Possiamo così stabilire senza ombra di dubbio che il campo militare si è trasformato in campo sterminio con caratteristiche molto simili, pur se ridotto nella sua drammatica entità numerica, ai grandi campi di sterminio nazisti di Germania e di Polonia.
 
È probabile l'ipotesi secondo la quale la gassazione e la cremazione, o comunque l'uccisione e la cremazione dei cadaveri, avessero luogo di solito dalle due alle tre volte alla settimana. Il forno era stato attrezzato per cremare un massimo di cinquanta-sessanta cadaveri alla volta. Secondo le testimonianze degli abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del campo), la ciminiera eruttava un fumo giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, di solito nei giorni centrali della settimana. Alcuni testimoni oculari hanno detto che questo succedeva soltanto il martedì e il giovedì.
 
Il numero complessivo delle persone soppresse prima e durante il periodo di funzionamento del crematorio si avvicina ai 5000 prigionieri trucidati. Gli jugoslavi, che hanno in proposito una vasta documentazione, sono giunti anch'essi più o meno alla stessa cifra.
 
Gran parte dei libri-mastri dove gli uffici amministrativi di Oberhauser registravano il nome e cognome dei detenuti in transito è stata fatta sparire alla fine di aprile, così come quasi tutta la documentazione compromettente è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945.
 
Complessivamente, in circa diciotto mesi di esistenza, il campo di San Sabba avrebbe ospitato 25.000 persone. Almeno il 95% delle persone rinchiuse nel campo sono morte: o trucidate a San Sabba (circa il 25%), oppure nei campi dove venivano avviate, prima ad Auschwitz, poi, con l'approssimarsi dei sovietici essenzialmente a Dachau e a Buchenwald. Circa 1500 persone transitate da San Sabba sono riuscite a ritornare alle proprie case.
 
Parecchi sacchi di “cemento armato” venivano scaricati in mare a circa 150 metri di distanza dalla Risiera. Nei sacchi però non v'era cemento, ma resti umani.
 Bibliografia:
Ferruccio Folkel, La Risiera di San Sabba, BUR 2001
       
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20 ottobre 1944: Milano, quartiere di Gorla

17 Octobre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Presso il comando generale della 15a Air Force, dal febbraio 1944 era presente un rapporto della R.A.F. britannica dove si informava che gli stabilimenti milanesi operanti nel settore meccanico-siderurgico erano in piena attività, probabilmente al servizio dell'industria bellica; questo portò alla decisione di effettuare sopra la città di Milano una pesante incursione che distruggesse tutti gli impianti produttivi. La data decisa era quella venerdi 20 ottobre 1944.
Il 20 ottobre 1944, Milano subì un feroce bombardamento da parte degli Alleati. Una bomba cadde sulla scuola elementare di Gorla.

 

Non dimenticare la scuola di Gorla
:
il bombardamento aereo del 1944 distrusse la locale scuola elementare uccidendone tutti gli alunni e gli insegnanti.

Milano, fu sottoposta a circa 60 bombardamenti da parte degli Alleati.
Questa la cronologia delle incursioni e i danni dei bombardamenti:
Anno 1940
15-16 giugno; 16-17 giugno; 13-14 agosto; 18-19 agosto; 24-25 agosto; 18-19 dicembre. I danni furono limitati.
24 ottobre 1942
Aree colpite: Ticinese, Magenta, Piazza Tricolore, Sempione, Venezia e Corso Buenos Aires, Garibaldi, zona Duomo.
Tra gli edifici: Cimitero Monumentale, Pio Istituto dei Rachitici, Stazione di Porta Vittoria, Libreria Hoepli, Teatro Carcano.
24-25 ottobre 1942
Danni lievi alla periferia
14-15 febbraio 1943
S. Maria del Carmine; S. Lorenzo Maggiore, Palazzo Reale, Pinacoteca Ambrosiana, Permanente, Galleria d'Arte Moderna, Umanitaria, Conservatorio, Ospedale Maggiore, Scalo Farini, Porta Romana, Porta Genova, deposito tram Via Messina. Zone più colpite: Corso Roma (Porta Romana), Ticinese, Monforte, Porta Vittoria, Arena, Loreto; aree nei pressi della Università Cattolica, del Duomo, della Stazione Centrale.
Milano-basilica-san-Lorenzo.jpg Duomo-Milano-danneggiato.jpg
7-8 agosto 1943
S. Maria del Carmine, S. Carlo al Lazzaretto, Tempio lsraelitico, Teatro Filodrammatici, Teatro Garibaldi, Circolo Filologico, Accademia Belle Arti di Brera, Triennale, Museo Poldi Pezzoli, Acquario Municipale, Museo di Storia Naturale, Galleria d'Arte Moderna, Ospedale Fatebenefratelli, Ferrovie Nord, Stazione Centrale, Scalo Farini, Porta Nuova. Zone più colpite: Porta Venezia, Porta Garibaldi, Sempione, Corso Magenta. Porta Ticinese.
12-13 agosto 1943
S. Maria del Carmine, Duomo e Galleria, S. Maria alla Porta, S. Maria alla Scala in S. Fedele, S. Maria delle Grazie, Palazzo Marino, Castello Sforzesco, Accademia Belle Arti di Brera, Triennale, Galleria d'Arte Moderna, Fiera Campionaria, Teatro Lirico, Cinema Odeon, Teatro Manzoni, Zone più colpite: Duomo, Venezia, Vittoria, Sempione, Garibaldi, Ticinese.
Milano-Piazza-Fontana-bombardamento.jpg 
14-15 agosto 1943
Duomo, S. Carlo, S. Maria delle Grazie, S. Pietro in Gessate, Biblioteca Ambrosiana, Palazzo Reale, Cinema Teatro dal Verme, Cinema Teatro Verdi, Basilica S. Ambrogio, Università Cattolica, Monumento ai Caduti, Castello Sforzesco.
15-16 agosto 1943
Ca' Granda, S. Pietro in Gessate, S. Maria Assunta in Certosa, S. Bernardino alle Ossa, S. Nazaro, S. Babila, S. Lorenzo Maggiore; Pio Istituto dei Rachitici, Teatro alla Scala, Cinema Teatro Odeon, Teatro Nuovo, Conservatorio, Museo Poldi Pezzoli, Biblioteca Ambrosiana, Palazzo della Provincia, Archivio di Stato, La Rinascente.
28 marzo 1944- 13 aprile 1945
L'area di Milano subì 45 bombardamenti, molti dei quali diurni, volti principalmente a interrompere le vie di comunicazione. Il più grave fu quello del 20 ottobre 1944: furono colpiti i quartieri di Gorla, Precotto e Turro, i morti furono 614.
 

Se sono scarse, sui giornali, le notizie dei bombardamenti, mancano del tutto servizi che spieghino alla popolazione cosa fare in caso di bombardamenti pesanti. La stampa su indicazione dell'apposito ministero, preferisce non affrontare l'argomento. Bisogna, contro ogni evidenza, che la gente sia convinta che tutto va, ancora, per il meglio. La “Domenica del Corriere” come l' “Illustrazione Italiana” non ospitano mai fotografie di macerie né tantomeno di cadaveri, ma soltanto immagini rassicuranti, di monumenti protetti da impalcature, muretti di mattoni e sacchi di sabbia.

Il tentativo di «minimizzare» acquista toni di inaudito cinismo nelle parole di alcuni commentatori. Su “Critica Fascista” del dicembre del 1942 Emilio Canevari scrive: «Quale danno è stato poi prodotto dai famosi bombardamenti? Lo ha detto Mussolini: sono state buttate a terra alcune centinaia di case e ciò favorirà il rinnovamento edilizio contro il cattivo gusto antico e nuovo e sono state uccise meno di duemila persone. È doloroso perché si tratta in genere di donne, vecchi e bambini. Ma dobbiamo anche ricordare che queste cifre valgono sì e no alle perdite per incidenti automobilistici di un anno nelle metropoli moderne. Ma se il timore bombardamenti riuscisse a frenare l'urbanesimo con tutte le sue piaghe, ciò sarebbe certo un beneficio. Finalmente i borghesi se ne andranno nei loro poderi e li cureranno maggiormente».

    
   
1944 gennaio Milano tabellone dati bombardamenti il tabellone della Repubblica Sociale Italiana posto davanti alla Stazione Centrale
 
Bibliografia:
A. Rastelli Bombe sulle città Mursia, 2000 
Mafai Miriam, Pane nero, Mondadori, 1987
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4 giugno 1944: Roma liberata dagli Alleati

3 Juin 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Roma, ultimi giorni di maggio, primi giorni di giugno. La città con il suo milione e mezzo di abitanti vive come trasognata, in apatica stanchezza, inerte sotto guai e angherie che pare non debbano mai avere fine.

 

Improvvisamente, il pomeriggio del 3 giugno, le cose precipitano. Gli abitanti delle case lungo i viali Margherita, Liegi, Parioli, lungo il Corso e la via Flaminia, vedono passare in fila ininterrotta cannoni, carri armati, autocarri che si dirigono verso settentrione. La gente guarda, assiepata sui marciapiedi, non osa pensare che sia vero. Sfilano per tutto quel pomeriggio, per tutta la notte e il giorno seguente pezzi d'artiglieria d'ogni calibro; carri colmi di roba rubata, autocarri stipati di soldati sporchi laceri molti macchiati di sangue, la faccia annerita, gli occhi perduti. Sfilano con un rumoreggiare continuo, paracadutisti, carristi della Göring, SS, granatieri, artiglieri, soldati dei servizi con una disciplina meccanica e spasmodica, le armi puntate contro la strada, contro le finestre. Sanno che traversano una città nemica.

Verso le due del pomeriggio del 4 il flusso si attenua, si arresta. Il rumore della battaglia, più chiaro ora nel silenzio delle strade, non pare avvicinarsi. Dalle terrazze si vedono i colli dei Castelli avvolti da una nebbia, da un fumo fermo. Qualche macchina tedesca qualche macchina di fascisti indugia con tracotanza, va su e giù; ma generali e gerarchi hanno cominciato a scappare da ieri sera, sono scappati i direttori dei giornali, scappa Zerbino alto commissario, scappa il questore Caruso (nella fretta della fuga l'automobile andrà a sbattere contro un albero presso Bagnoregio, Caruso si romperà una gamba, lo raccoglieranno, lo riconosceranno, sarà arrestato e giustiziato), scappa Koch, piantando in asso i minori scagnozzi, scappa Kappler con gli aguzzini di via Tasso, scappa il generale Kurt Mälzer comandante della piazza di Roma, ubriaco come al solito. Ma prima hanno avviato verso il nord i prigionieri più importanti, li han tirati fuori delle celle orribili, stivati nei carri. A un sergente affidano un autocarro con Bruno Buozzi, con il generale Dodi, con altri dodici preziosi ostaggi, non si possono lasciare indietro, bisogna portarli a Mussolini. Ma giunto alla Storta il sergente tedesco pensa che quei quattordici prendon troppo posto, si potrebbe caricare tanto buon bottino invece; e li fa scendere dal carro, li fa fucilare, tutti e quattordici, e riparte, con la coscienza leggera.

15-giugno-1944-il-partigiano-fronte.jpg 15-giugno-1944-il-partigiano-retro.jpg

 

La sera scende limpida, fresca. Il crepuscolo si è fuso col chiarore della luna che sorge. Rientrano in casa i cittadini, disciplinati, all'ora del coprifuoco; ma indugiano sulle soglie, stanno alle finestre, tendono l'orecchio al grande silenzio. Ed ecco scoppi di combattimento vicinissimo, battere di mitragliatrici, latrati di bombe. E di nuovo il silenzio, limitato da un uguale lontano brontolio di motori. Sto anch'io al balcone, con gli amici che mi ospitano. Sentiamo d'un tratto venire da via Veneto un batter di mani, grida di evviva. Scappo fuori, scappiamo fuori, corriamo verso il clamore. Davanti all'Excelsior c'è un piccolo gruppo eccitato di persone, dicono che son passati tre o quattro carri armati inglesi o americani, non sanno bene: ringraziavano degli applausi, pregavano che non gli si facesse perdere tempo, chiedevano la via per Ponte Milvio, dovevano subito buttarsi dietro ai tedeschi. Corriamo verso piazza Barberini, verso un vicino ansimare di motori. La piazza è deserta, chiara nella luce della luna. Un enorme carro armato è fermo all'angolo delle Quattro Fontane; quando ci arriviamo, vediamo una fila di altri carri su per la salita, fermi. C'è attorno un brusio, d'una piccola folla curiosa, alacre, che non grida, che non acclama. Un soldato altissimo, magro, è in piedi a terra davanti al primo carro, mastica qualcosa. La gente lo guarda, non dice niente. Chiedo; «Where do you come from?» «From Texas», risponde.

 

1944 alleati Roma

 

 1944-giugno--Roma-porta-Maggiore.jpg

 

Ho l'improvvisa vertigine d'una vastità sconfinata, che accoglie e dissolve la pena, le angosce di nove mesi, ove lo stesso sollievo si smarrisce. Arrivano due ragazzette con una bandiera tricolore in mano, la danno al soldato. il soldato, serio, si volge in su verso i compagni seduti in cima al carro, le gambe penzoloni: «Here is a flag».

Uno stende una mano, afferra la bandiera, la issa sulla torretta.

 

romani-con-fanti-americani.jpg giugno-44-alleati-a-Roma.jpg

 

Bibliografia:

Paolo Monelli - Roma 1943 – Einaudi 1993

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Dalla tregua istituzionale alla Repubblica

28 Mai 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

 Dopo il 25 aprile e la liberazione di tutto il territorio nazionale, l'Italia rimane tagliata in due ancora per qualche tempo, perché lungo la «linea Gotica» gli Alleati hanno steso un cordone di polizia, invalicabile senza un loro lasciapassare. Dicono che si tratta di un «cordone sanitario», inteso a impedire il diffondersi dal Sud al Nord del mercato nero e del disordine economico e finanziario. Ma in realtà ad essi preme soprattutto che, nell'incontro immediato, l'Italia dell'insurrezione non sollevi anche l'altra e, con un colpo di mano, si rompa la tregua istituzionale e si proclami la repubblica, col duplice rischio di una ripresa della lotta civile (nella quale le forze anglo-americane sarebbero fatalmente coinvolte, come in Grecia) e del misconoscimento della resa incondizionata e delle sue conseguenze da parte di uno Stato interamente nuovo e di un governo rivoluzionario.

Come è cominciata la tregua istituzionale? Prima ancora di essere imposta formalmente, la tregua si è instaurata di fatto, per la forza degli avvenimenti e per ragioni militari, come un compromesso tra le divergenze che dividono inglesi e americani, e che condizionano la loro condotta politica e strategica dal marzo del '43 ai primi del '44.

Il punto fondamentale della divergenza è noto. Roosevelt vuole impegnarsi esclusivamente nello sforzo decisivo contro la Germania attraverso la Manica, come insistentemente chiede anche Stalin. Churchill preferirebbe sviluppare intanto una vasta operazione dal Sud attraverso l'Italia e i Balcani.

Perciò, quando si prospettano l'eventualità di una resa dell'Italia e l'opportunità di predisporre un programma per il periodo dell'occupazione, Roosevelt dà due direttive - imposizione rigorosa della «resa incondizionata» e abolizione della monarchia - che rispondono prevalentemente a motivi morali e, almeno la seconda, anche elettorali, poiché un'attiva campagna dei fuorusciti antifascisti ha mobilitato un settore dell'opinione pubblica americana contro Vittorio Emanuele III, corresponsabile del fascismo e della guerra fascista e contro la monarchia sabauda.

Invece Churchill, che persegue tenacemente il suo piano strategico-politico, per esigenze di pratica utilità aborrisce dall'una e dall'altra direttiva rooseveltiana. Egli ha in mente una liberazione abbastanza rapida e un'occupazione poco onerosa di parte della penisola italiana, come base adatta e conveniente per ulteriori spinte in direzione dell'Austria e della Jugoslavia. Dunque è convinto che sia meglio conciliarsi gli italiani con un atteggiamento più benevolo che non quello della «resa incondizionata», e che sia essenziale tenere in piedi la monarchia per garantirsi la cooperazione delle forze armate italiane (e specialmente della flotta) e per assicurare l'ordine civile contro un periodo di caos e una probabile ondata comunista. Diversamente, il prezzo degli sbarchi in Italia risulterebbe troppo elevato e il grave peso della occupazione impegnerebbe un'aliquota troppo forte delle non numerose truppe alleate del Mediterraneo, impedendo ogni altra operazione.

Questo criterio di utilità strumentale determina, e insieme chiarisce, l'azione di Churchill assai più che non la sua inclinazione personale verso la monarchia. Al medesimo criterio dovrà assoggettarsi lo stesso Roosevelt, sia pure con riluttanza e con qualche riserva, ma abbastanza velocemente. Donde il compromesso della tregua istituzionale.

Subito dopo il 25 luglio il Presidente scrive esultando al Premier. Più conciliante sulla formula della «resa incondizionata », che difatti non figurerà come tale nel «corto armistizio», egli rammenta tuttavia che dovrà tener fermo il proprio atteggiamento nei confronti della monarchia, a causa delle pressioni che su di lui esercitano gli avversari americani della dinastia dei Savoia. Churchill risponde: «Ora che Mussolini è andato, io tratterei con qualsiasi governo italiano non fascista che sia in grado di consegnare la merce». Il 27 dice ai Comuni: «Mentre gli affari italiani sono in una condizione cosi fluida e flessibile, sarebbe un grave errore per le potenze liberatrici agire in modo da far crollare l'intera struttura e l'espressione dello Stato italiano ».

Il 30 luglio Roosevelt scrive: 

«C'è qui della gente litigiosa che si prepara a far baccano se noi abbiamo l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio. Sono gli stessi che fecero tanto chiasso a proposito del Nord Africa. Oggi io ho detto alla stampa che siamo pronti a trattare con qualsiasi persona o gruppo di persone che possano darci: primo, il disarmo dell'Italia e secondo una garanzia contro il caos. Credo altresì che voi ed io, dopo un eventuale armistizio, potremmo dire qualcosa in merito all'autodeterminazione in Italia, a tempo opportuno». 

Ma Churchill risponde scartando quest'ultima proposta, per il momento; egli non sente «la minima paura d'aver l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio, sempre che costoro siano gli uomini capaci di far fare agli italiani ciò che a noi serve per i nostri scopi di guerra».

Ciò che serve agli anglo-americani per i loro scopi di guerra risulta dal «lungo armistizio» e dai piani elaborati per l'AMGOT: avere il completo controllo delle forze armate italiane; assicurare il massimo sfruttamento delle risorse del Paese per lo sforzo di guerra alleato, sia come base di operazioni sia come fonte di beni di consumo e di servizi; disporre di un governo locale che sollevi il Comandante in Capo da ogni preoccupazione verso la popolazione civile e da complicazioni politiche, e al quale una commissione di controllo trasmetta gli ordini, badando che vengano effettivamente eseguiti.

Dopo l'8 settembre tutti e tre questi obbiettivi appaiono meglio ottenibili col riconoscimento del governo del re e di Badoglio, che ha firmato la resa, ha consegnato la flotta, ha con sé quel che resta delle forze armate, può garantire - con la continuità dello Stato - l'osservanza delle clausole armistiziali e disporre almeno di uno scheletro di apparato amministrativo.

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da LA STAMPA del 20 settembre 1943

Il 19 settembre, quando Mussolini ha appena annunciato la formazione di un nuovo Stato fascista repubblicano nel Nord, gli Alleati si affrettano a lasciare al governo del re l'amministrazione delle quattro province di Brindisi, Lecce, Taranto e Bari, «per conservargli quel poco di dignità che gli è rimasta dopo l'ignominiosa fuga da Roma». Non gli danno di fatto alcun potere decisionale, ma creano così «l'Italia del re» o Regno del Sud.

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E contemporaneamente Eisenhower propone ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: «O accettare e rafforzare il governo del re e di Badoglio, riconoscendolo formalmente non solo come l'unico governo legittimo d'Italia, ma anche come cobelligerante; oppure spazzarlo via e instaurare un governo militare alleato su tutta l'Italia occupata ».

Ma delle due soluzioni il Comandante raccomanda fortemente la prima per ragioni militari, facendo presente la considerevole assistenza già ottenuta in Sardegna, in Corsica e altrove dall'attiva cooperazione delle forze italiane che obbediscono al re. A suo parere il riconoscimento della legittimità e della cobelligeranza deve essere accordato alle seguenti condizioni: l'inclusione dei rappresentanti dei partiti politici nel governo, in modo da farne una coalizione nazionale; la promessa di elezioni libere per un'Assemblea Costituente, dopo la guerra; e possibilmente l'abdicazione del re in favore del figlio o del nipote, richiedendo tuttavia questo punto un ulteriore studio, «perché potrebbe dimostrarsi più popolare all'estero che tra il popolo italiano ».

Queste proposizioni, nelle quali Eisenhower cerca di accozzare tutt'insieme le sue esigenze di Comandante, le propensioni della Casa Bianca e quelle di Churchill, i pareri dei suoi servizi di Intelligence e le sollecitazioni dei fuorusciti antifascisti, sono abbastanza contraddittorie. Assai più coerenti sarebbero i suggerimenti che, negli stessi giorni, a lui manda il Segretario di Stato Cordell Hull. Hull non si fida del re né di Badoglio, e propone di formulare il «lungo armistizio» in modo da sospendere per tutta la sua durata i poteri della corona italiana e di affidare il governo ai partiti antifascisti. Con questa soluzione saremmo di fronte non soltanto al pieno riconoscimento delle responsabilità del re e del diritto degli italiani a scegliersi le loro istituzioni dopo la fine della guerra, ma anche a un rigoroso condizionamento della tregua istituzionale, nel senso che la Corona, privata dei poteri costituzionali, non potrebbe avvalersene per influire a proprio vantaggio sulla futura scelta tra monarchia e repubblica.

Tuttavia Churchill dichiara scopertamente ai Comuni: 

«È necessario che il re e il maresciallo Badoglio siano sostenuti da tutti gli elementi quali si siano, liberali e di sinistra, capaci di tener testa alla combinazione nazifascista, e di creare così le condizioni che consentano di cacciare tale infame combinazione dal suolo italiano. Tutto ciò, naturalmente, senza alcun pregiudizio per l'indipendente diritto della nazione italiana di dare quella qualsiasi sistemazione che preferisce al futuro governo del Paese, nella linea democratica, quando la pace e la tranquillità saranno restaurate ». 

Come Eisenhower, anche Churchill cita i combattimenti delle truppe italiane contro i tedeschi in Sardegna e in Corsica e il comportamento della popolazione civile, mettendoli in questa luce: 

«La popolazione e le forze militari italiane si sono dovunque mostrate sfavorevoli o attivamente ostili ai tedeschi: esse si sono mostrate dovunque ansiose di obbedire sino ai limiti delle loro possibilità agli ordini del nuovo governo del re d'Italia». 

E infine giustifica con questa versione la mancata difesa di Roma e la fuga di Pescara:

«Le divisioni tedesche corazzate, che si trovavano fuori di Roma, irruppero nella città e ne cacciarono il re e il governo, che si sono ora stabiliti dietro le nostre linee avanzate». 

Le responsabilità passate e presenti del re vengono così ignorate per ragioni di convenienza militare e politica, per una contrapposizione dell'«Italia del re» alla repubblica di Mussolini, come lo stesso Churchill scrive a Stalin: 

«Ora che i tedeschi hanno messo Mussolini a capo del cosiddetto governo fascista repubblicano, è importante parare questa mossa facendo tutto il possibile per rafforzare l'autorità del re e di Badoglio». 

Roosevelt, i suoi consiglieri Hopkins e Hull - benché si siano piegati malvolentieri alle varie transazioni di guerra col re e Badoglio, come a espedienti transitori giustificati soltanto da vantaggi militari, e non vedano l'ora di effettuare un mutamento che trasferisca tutto il potere ad altri elementi politici non associati con Mussolini e il fascismo - debbono accettare ormai anche quest'altro compromesso indicato da Eisenhower e da Churchill: la compartecipazione al potere dei partiti antifascisti insieme col re Vittorio Emanuele, con l'intesa che questa soluzione non menomi la possibilità degli italiani di scegliere la propria forma di governo, quando la pace sarà restaurata.

La medesima formula vien fatta includere nel proclama con cui Badoglio annuncia la dichiarazione di guerra alla Germania, e si ritrova nella dichiarazione congiunta del 13 ottobre con cui Roosevelt, Churchill e Stalin accettano l'Italia come cobelligerante. Ed è una formula estremamente ambigua.

È vero che quando Badoglio ha firmato il peggiore strumento della «resa incondizionata», cioè l'armistizio lungo, la resa è già soggetta a condizioni. Roosevelt, Churchill e Eisenhower hanno già promesso che gli italiani saranno trattati umanamente e che il loro aiuto militare nella guerra contro la Germania otterrà una ricompensa; hanno loro assicurato la possibilità di riguadagnare un posto rispettato nel mondo, e di scegliersi la propria forma di governo. Ma tra queste condizioni la esplicita promessa - suggerita da Eisenhower - di libere elezioni per un'Assemblea Costituente dopo la guerra, non c'è.

Nel discorso di Churchill e nella dichiarazione tripartita si parla di scelta della forma di governo: non della forma dello Stato. La tregua istituzionale resta piuttosto sottintesa; e comunque, nelle enunci azioni degli Alleati, essa si configura nei termini più favorevoli possibili a Vittorio Emanuele e alla monarchia.

Da un lato gli Alleati definiscono «assoluto e autonomo» il diritto di scelta degli italiani, dall'altro già lo sminuiscono rimettendo nell'ombra le responsabilità del re e cercando di ottenergli il sostegno di tutte le forze politiche; e rendono questo diritto ancora più agevolmente vulnerabile nel momento in cui, caduto il suggerimento di Cordell Hull, lasciano tutti i poteri costituzionali alla Corona.

L'azione dei politici e dei partiti antifascisti del Comitato di Liberazione Nazionale, d'ora in poi, si concentrerà nello sforzo di risolvere questo problema e si estrinsecherà sia nel tenace rifiuto di collaborare col re - poiché la collaborazione equivarrebbe a un riconoscimento della sua non responsabilità - sia in una serie di tentativi e di atti intesi a svuotare i poteri e a neutralizzare gli strumenti di cui dispone la Corona, in modo che la scelta degli italiani possa avvenire, a suo tempo, senza ingerenze della dinastia e risulti davvero una scelta libera tra monarchia e repubblica.

La posizione di rifiuto caratterizza subito, per forza di circostanze, i partiti e gli uomini politici operanti nel Sud. L'altra questione invece, quella dei poteri costituzionali, vien posta con più forza - ma anche tra seri contrasti - nell'ambito del CLN a Roma.

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Dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale alcuni sono dichiaratamente repubblicani e prendono talora - come gli azionisti, i socialisti e più tiepidamente i comunisti atteggiamenti di rigorosa intransigenza; altri sono tuttora agnostici, come la democrazia cristiana, o tendenzialmente monarchici come i liberali e i demolaburisti. Ma gli uni e gli altri concordano ben presto sulla necessità della tregua istituzionale, e anche nell'ambito del CLN i dissensi, i contrasti e perfino le crisi sorgono quando si teme che una tendenza possa avvantaggiarsi nei confronti dell'altra nel periodo della tregua.

Di fronte ai rapporti e agli accordi che si sono stabiliti tra il governo del re e gli Alleati, e alle condizioni nelle quali si è instaurata la tregua, i partiti del CLN cercano di reagire con una propria, diversa posizione. A partire dal 28 settembre il CLN riesce a riconvocarsi e a riunirsi più volte - sempre cambiando sede, e talora mutando i partecipanti, perché infuria il terrore nazista - e porta avanti un aspro dibattito. A giudizio degli uni è necessario accettare il mantenimento provvisorio della monarchia nelle sue funzioni, puro mettendola sub judice, mentre gli altri vorrebbero che essa fosse accantonata mediante una sospensione «effettiva ed evidente» delle prerogative regie. Questi ultimi riprendono insomma la tesi di Cordell Hull, pur senza conoscerla.

All'ipotesi che il re torni a Roma e si proponga di completare il ministero Badoglio col concorso dei partiti antifascisti, si oppone un rifiuto per tre motivi: la mancata dichiarazione di guerra alla Germania dopo «l'ibrido colpo di Stato del 25 luglio»; la fuga del monarca e del maresciallo senza lasciare istruzioni precise alle truppe, donde lo, sfacelo del 9 settembre; la colpevole negligenza nella custodia di Mussolini, donde la guerra civile in atto. All'ipotesi che il re, tornando nella capitale, inviti il CLN a formare un nuovo governo, si pongono due condizioni: che questo governo abbia tutti i poteri costituzionali e la monarchia sia relegata in una specie di limbo con «la sola funzione di segnare la continuità fra il passato e l'avvenire richiesta dalle Nazioni Unite a garanzia della validità e della permanenza delle gravi e durissime clausole della resa»; e che il vecchio giuramento di fedeltà al re e ai suoi reali successori sia sostituito «con una solenne dichiarazione dei ministri di astenersi, fino alla decisione popolare, da ogni atto che possa pregiudicare, in un senso o nell'altro, la soluzione del problema istituzionale rimessa alla libera volontà del Paese»

Tutto ciò è condensato in un ordine del giorno del 16 ottobre, steso da Giovanni Gronchi e approvato all'unanimità. Esso fissa in particolare due punti: il governo del re e di Badoglio non consente una operante unità spirituale del Paese per la riconquista della libertà e dell'indipendenza, e perciò deve essere sostituito da un «governo straordinario», espressione dei partiti democratici; questo governo straordinario deve assumere «tutti i poteri costituzionali dello Stato, evitando però ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare». Più tardi, il 17 novembre, un altro ordine del giorno ribadisce la sostanza del primo e aggiunge che il problema istituzionale dovrà essere sottoposto al popolo «nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona».

Con questo secondo ordine del giorno il CLN respinge l'ipotesi che una reggenza, quale è stata già ventilata nel Sud, possa mai assolvere l'istituto monarchico dalle colpe di Vittorio Emanuele. La reggenza «potrebbe far mettere in disparte, o comunque indebolire, quella richiesta di una libera decisione del Paese sulle forme istituzionali che è fondamentale e pregiudiziale e va ben oltre l'esigenza di abdicazione immediata»

L'idea della reggenza, che appare nei suggerimenti di Eisenhower, è già stata affacciata anche dal laburista Ivor Thomas. Nel corso del dibattito che si è prolungato dalla fine di luglio ai primi di agosto ai Comuni, un agguerrito gruppo di oppositori ha contrastato il programma di Churchill basato sul valore strumentale dello Stato italiano e del regime Vittorio Emanuele-Badoglio come forza da impiegare contro i tedeschi. Aneurin Bevan, in quell'occasione, ha rammentato al Premier certe sue vecchie simpatie per Mussolini; altri hanno chiesto l'incriminazione di Badoglio per la guerra d'Etiopia; sono stati fatti i nomi degli animatori della lotta antifascista, i quali non potrebbero certamente collaborare col re, corresponsabile del fascismo; e Ivor Thomas ha detto che semmai la monarchia italiana potrebbe essere salvata soltanto dall'ascesa al trono del piccolo principe di Napoli, assistito da un Consiglio di reggenza.

Qui è prevista la posizione in cui vengono appunto a trovarsi Benedetto Croce, i leaders politici del Regno del Sud e i reduci dal confino e dall'esilio, come Sforza, Cianca e Tarchiani, allorché Badoglio, premuto da Eisenhower e impegnato dalle direttive concordate a Mosca dalla conferenza dei ministri degli Esteri delle tre grandi potenze, deve adoperarsi per dare una larga base democratica al suo governo, includendovi i rappresentanti dei partiti antifascisti. La loro risposta è negativa. Vittorio Emanuele, «supremo colpevole» della rovina del Paese, non può dare coesione né vigore morale alla lotta di liberazione: perciò deve abdicare immediatamente. Questa è la tesi di Croce. I contatti del filosofo con i consiglieri di Eisenhower - l'inglese MacMillan e l'americano Robert Murphy - con alti ufficiali alleati, con inviati dei servizi di Intelligence e di autorevoli giornali inglesi e americani, valgono a riaprire e a pubblicizzare la questione della responsabilità del re. Allo stesso effetto conduce l'atteggiamento di Sforza. Vittorio Emanuele deve andarsene.

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La reggenza pare a Croce «un'idea molto savia ... perché rimanda la questione di monarchia o repubblica alla decisione di tutto il popolo italiano, presa in forma legalmente corretta, cioè per mezzo di una Assemblea Costituente e di un plebiscito», e intanto elimina Vittorio Emanuele e anche Umberto, mentre il titolo di re andrà al principe di Napoli con un reggente o un Consiglio di reggenza, che consentirebbe «il risorgere di una rigenerata monarchia costituzionale con un principe educato dalla nuova Italia antifascista e liberale».

In linea di principio, Croce è un monarchico: un monarchico liberale e antifascista.

Benedetto Croce

Ma anche i repubblicani (azionisti, socialisti, comunisti) debbono rendersi conto che ora niente di più si potrebbe in nessun modo ottenere dagli Alleati; e così si rimane assai al di qua delle posizioni fissate a Roma dal Comitato di Liberazione Nazionale. Né più oltre andrà il Congresso di Bari, dove si riaffermerà che, non consentendo le condizioni attuali un'immediata soluzione della questione istituzionale, l'abdicazione del re è condizione essenziale per la ricostruzione morale ed economica dell'Italia e per la formazione di un governo di larga coalizione democratica munito di «pieni poteri» (che è una formula più restrittiva di quella dell'ordine del giorno del 16 ottobre).

atti del Congresso CLN Bari

Benedetto Croce, il leader democristiano Rodinò e lo stesso Sforza hanno fatto in modo che, dove la risoluzione del Congresso domanda l'abdicazione del re, non si faccia menzione del principe Umberto. La ragione è che essi attendono l'esito delle conversazioni avviate da Enrico De Nicola per indurre Vittorio Emanuele non già ad abdicare, bensì a ritirarsi dalla vita pubblica dopo aver designato il principe ereditario come Luogotenente del regno, affidandogli le sue funzioni fino al momento della consultazione popolare. I partiti di sinistra non sanno nulla di tutto ciò; ma in pratica, quando avviene il Congresso di Bari, alla fine del gennaio del 1944, l'eventualità dell'abdicazione di Vittorio Emanuele è svanita da tempo. Il re vi si è rifiutato recisamente. Gli Alleati non hanno insistito, assorbiti dalle cure dell'apertura del secondo fronte e dagli altri problemi emersi nella conferenza dei tre Grandi a Teheran, e già è stata messa allo studio la formula della luogotenenza. Un «memorandum sull'abdicazione del re e l'istituto italiano della luogotenenza», redatto dall'esperto inglese Guy Hannaford per la Commissione alleata di controllo in Italia, porta la data del 21 dicembre 1943. Nove giorni più tardi De Nicola propone a Croce l'espediente della luogotenenza, «che durerebbe due o tre anni, cioè fino a quando il popolo possa essere consultato e dia il suo responso sulla forma istituzionale da adottare». Il filosofo non nasconde inizialmente la propria riluttanza: la luogotenenza «porta logicamente verso la repubblica», perché, togliendo la continuità dei poteri all'istituto monarchico, è quasi impossibile che poi la consultazione popolare o la Costituente «possano tornare alla monarchia». Perciò egli è convinto che il re non l'accetterà. Ma si arrende alla certezza manifestata da De Nicola, al quale attribuisce un «migliore intuito del carattere del re».

La decisione di Vittorio Emanuele matura il 20 febbraio del '44 a Ravello, dove ora egli risiede. Fa sapere a De Nicola che accetta la luogotenenza e ne darà subito annuncio con un proclama; ma il trapasso dei poteri avverrà alla liberazione di Roma «e questo differimento sarebbe necessario per ragioni di residenza, e simili». Il differimento delude Croce e Sforza. Tanto più che non si tratta di ragioni di residenza, si sono riaperte delle divergenze tra gli inglesi e gli americani.

Churchill continua a fidarsi più del vecchio re e di Badoglio che non dei partiti antifascisti. Il 22 febbraio pronuncia un crudo discorso ai Comuni: 

«Quando si deve reggere una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro ugualmente comodo e pratico a portata di mano. Ora non si può cambiare governo, in Italia. È da Roma che un governo italiano su più vasta base può essere formato, e io non posso dire se un tale governo sarà di aiuto agli Alleati altrettanto dell'attuale. I rappresentanti dei vari partiti italiani non hanno alcuna autorità elettiva, e certamente non avranno alcuna autorità costituzionale sino a che l'attuale re abdichi, o egli stesso e il suo successore non li invitino ad assumere quell’ufficio».

Dunque, fin dopo la presa di Roma, niente mutamenti neanche nella posizione del re, dal cui ritiro dipende unicamente la formazione di un «governo su più vasta base». Ma diverso è il parere di Roosevelt. Il Congresso di Bari ha suscitato larghi motivi di propaganda contro il re non soltanto nell'Italia del Sud, ma anche all'estero, e particolarmente negli Stati Uniti. Il lungo ritardo nell'occupazione di Roma ha già convinto il Dipartimento di Stato che non dev'esserci un ulteriore rinvio nella riorganizzazione del governo italiano e che si deve far pressione sul re perché, con la sua abdicazione, renda possibile la formazione di un governo di larga coalizione. Il nuovo Comandante in Capo, il generale inglese Maitland Wilson, ha prospettato ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: o premere sul re perché abdichi in favore del figlio, o informare i leaders politici italiani che gli Alleati non tollereranno alcun cambiamento nella situazione politica fino all'occupazione di Roma e che ogni tentativo di intralcio frapposto al governo Badoglio sarà rigorosamente represso. Avvertendo la pressione dei partiti e dell'opinione pubblica, Wilson raccomanda la prima soluzione e chiede che i governi alleati inducano il re ad inchinarsi alla volontà popolare.

Roosevelt dunque scrive a Churchill così: 

«Nella situazione attuale il Comandante in Capo e i suoi consiglieri politici, sia britannici sia americani, hanno raccomandato di dare immediato appoggio al programma dei sei partiti di opposizione ... Non riesco assolutamente a capire perché dovremmo esitare ad appoggiare una politica che si accorda così bene con i nostri obbiettivi militari e politici. La pubblica opinione americana non potrebbe mai comprendere la nostra costante tolleranza e il nostro apparente appoggio a Vittorio Emanuele ». 

Ed ecco entra in scena anche Stalin. L'8 marzo, dopo una trattativa della quale gli inglesi e gli americani non sono stati informati, si annuncia il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra l'URSS e l'Italia. Sembra che anche il maresciallo sovietico tenda la mano verso il vecchio «manico della caffettiera». La questione del re non può più restare immobile. Nel giuoco serrato di spinte e di contro spinte che ora si sviluppa, Churchill e Stalin, benché stiano dalla stessa parte, tirano in realtà in direzioni diverse; e altrettanto sta per accadere nell'ambito dei partiti.

I fatti si susseguono velocemente. Il 16 marzo il re convoca a Ravello Badoglio e i membri del governo e, sotto il vincolo del segreto, li informa che rinuncerà alle sue funzioni di capo dello Stato per dar vita alla luogotenenza, appena rioccupata la capitale. Il 27 e il 28 marzo Croce insiste con i suoi amici perché si rompano senz'altro gli indugi, «che possono riuscire dannosi e sono pericolosi», e si induca il re a pubblicare subito il proclama della luogotenenza. Il 30 un articolo delle Izvestija afferma che l'URSS «è pronta con tutti i mezzi» a fare in modo che, a prescindere dalla questione del re, l'ingresso dei partiti antifascisti nel governo Badoglio «non sia rimandato per esempio, fino alla presa di Roma». E lo stesso giorno Palmiro Togliatti, che e appena arrivato da Mosca, dice in una conferenza stampa e in un comunicato del suo partito che occorre sbloccare la situazione.

« Tutte le forze devono unirsi nella guerra contro il nazifascismo Questo è l’obiettivo fondamentale. Col contrasto tra il governo del re e i partiti si sono creati invece una confusione e un disordine che stancano e deludono le masse del popolo». 

Bisogna dunque creare un governo di guerra e organizzare un forte esercito, «che si batta sul serio contro i tedeschi», rinviando il problema istituzionale. E aggiunge di non avere pregiudiziale alcuna contro il maresciallo Badoglio.

Da un punto di vista politico, l'aspetto negativo della proposta di Togliatti è messo in luce da un sostenitore del re come Agostino Degli Espinosa, quando scrive:

«Andarsene significava per il re la consegna della sua figura alla storia senza alcun tentativo di estremo miglioramento. Forse pochi mesi ancora di regno lo avrebbero assolto, anche sul piano dei sentimenti, dall’accusa che gli si muoveva, e di attendere quei mesi ormai ne aveva la forza, poiché nessuno avrebbe potuto giudicare tirannico e antidemocratico il re che introduceva nel suo governo i rappresentanti del partiti che già raccoglievano il massimo numero di seguaci» 

Palesemente Togliatti equivoca fra la tregua istituzionale ormai fuori discussione, e la questione del re e ignora o misconosce, sia il valore del Congresso di Bari, sia il problema dei poteri costituzionali nei termini in cui è stato posto a Roma dal CLN; né si capisce come i partiti, mettendosi col re, siano in grado di organizzare un forte esercito.

Dopo la «svolta» di Togliatti, da un lato sembra in pericolo l'unità dei partiti antifascisti, perché gli azionisti, i democristiani, i liberali, i socialisti rifiutano di passar sopra al deliberato di Bari; dall'altro lato però si profila la possibilità che, andando i comunisti al potere con Badoglio (e il maresciallo certamente non li rifiuterebbe), dovranno finire per andarci anche socialisti e democristiani, poiché sono anch'essi partiti di massa, e ciò non solo fa insorgere i liberali, ma smuove gli Alleati stessi, i quali vogliono un governo di coalizione nazionale .

La giunta dei partiti si riunisce nella casa di Croce a Sorrento. Croce rivela anche alle sinistre i risultati a cui è pervenuto De Nicola e l'impegno preso dal re; non si deve tornare indietro: «Se i partiti che voi rappresentate manterranno salda e leale unione, potremo arrivare a un governo che abbia autorità morale sufficiente per salvare il Paese».

Mentre la disputa continua nei giorni successivi, intervengono gli anglo-americani. L'8 aprile si riunisce la Commissione alleata di controllo; e il 12 si presentano dal re, a Ravello, il capo della Commissione MacFarlane e i consiglieri politici Murphy, MacMillan e sir Noel Charles. Gli dicono che i governi inglese e americano considerano ormai l'opinione pubblica italiana decisamente contraria alla sua permanenza sul trono e ritengono perciò indispensabile la sua rinuncia alle funzioni di capo dello Stato.

Vittorio Emanuele si impunta e resiste: ottiene, come voleva, che il trapasso dei poteri al figlio avvenga soltanto il giorno della presa di Roma, ma deve darne subito l'annuncio. Le stazioni radio di Bari e di Napoli trasmettono il suo ultimo proclama agli italiani: 

«Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica, nominando Luogotenente generale mio figlio. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l’unità nazionale, è definitiva e irrevocabile». 

In base a una risoluzione del Comitato consultivo degli Alleati per l'Italia, il generale MacFarlane fa sottoscrivere a Badoglio due impegni: primo, che il nuovo governo accetta tutte le obbligazioni assunte dal governo precedente verso gli Alleati; secondo, che la questione istituzionale non verrà in nessun modo riaperta fino al momento in cui tutto il popolo italiano sarà in grado di esprimere liberamente il proprio giudizio. È la prima volta che l'impegno della tregua istituzionale, e quindi della scelta elettorale, viene preso per iscritto dal governo e insieme dagli Alleati; e d'ora innanzi esso sarà ripetuto ad ogni nuova formazione di governo.

A loro volta i sei partiti nella dichiarazione programmatica affermano di volersi dedicare unitariamente alla soluzione dei «problemi vitali e urgenti dell'ora», mettendo da parte di proposito gli altri, anche se di somma importanza, «primo fra tutti quello della forma istituzionale dello Stato, che non potrà risolversi se non quando, liberato il Paese e cessata la guerra, il popolo italiano sarà stato convocato ai liberi comizi mercé un suffragio universale ed eleggerà l'Assemblea Costituente». Inoltre «il governo presenterà a suo tempo una legge elettorale ispirata a questi concetti», e si propone intanto di «dar vita, in contatto con i Comitati di Liberazione, a un sia pur ristretto corpo consultivo, simbolo del Parlamento che ci manca». Dunque: tregua istituzionale, Consulta e Costituente.

Mentre si snodano questi avvenimenti, a Roma il CLN attraversa una seria crisi, al fondo della quale sta la diversa interpretazione che i vari partiti danno all'ordine del giorno del 16 ottobre 1943, là dove esso stabilisce che la monarchia rimane sub judice sino a dopo la fine della guerra, ma «tutti» i poteri costituzionali dello Stato vengono assorbiti dal Comitato di Liberazione Nazionale. Già dopo il Congresso di Bari gli azionisti e i socialisti, in sede di CLN, hanno riaffermato l'impossibilità di collaborare in qualsiasi forma con la monarchia. Poi, dopo lo sbarco di Anzio (quando ormai sembra imminente la liberazione di Roma e il CLN discute l'applicazione pratica della formula del 16 ottobre in vista della formazione del nuovo governo), il dissidio fra i partiti si inasprisce: intransigenti gli azionisti e i socialisti, concilianti gli altri.

Ugo La Malfa, spiegando la posizione degli azionisti, ha detto:

«Noi non accettavamo compromessi (e più tardi sconfessammo anche i rappresentanti del Partito d'Azione che erano entrati nel ministero con Badoglio) e mantenevamo una posizione intransigente, perché ci riferivamo sempre all'ordine del giorno del 16 ottobre, che per noi rappresentava la Carta Costituzionale per tutto il tempo che ci separava dalla convocazione dell'Assemblea Costituente».

L'atteggiamento accomodante dei comunisti vien giustificato in questo modo dal senatore Mauro Scoccimarro:

«Gli azionisti e i socialisti con una critica aspra e dura giustamente denunciavano le manovre di spostamento a destra. Ma noi, in quel momento, vedemmo il gravissimo pericolo che si disgregasse il Comitato di Liberazione con gravi ripercussioni sulla lotta partigiana che si conduceva nel Centro-Nord. E intervenimmo per trovare un punto di accordo, avvertendo che i termini concreti in cui si sarebbe risolto il problema dei rapporti di poteri tra il Luogotenente e il CLN non poteva definirsi a priori, ma sarebbe dipeso dal modo come sarebbe stata liberata Roma e dalle condizioni e dagli atteggiamenti degli Alleati. Restava fermo tuttavia che il CLN doveva assumere su di sé la maggior parte dei poteri, anche costituzionali». 

Ma in mancanza di un compromesso, il 24 marzo Bonomi si dimette dalla presidenza del CLN, il quale torna a ricomporsi soltanto dopo la costituzione del governo dell'esarchia con Badoglio.

Il giorno dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele firma a Ravello il decreto per la luogotenenza. Badoglio presenta le dimissioni al Luogotenente Umberto, che lo incarica di formare un nuovo governo. Il pomeriggio dell’8 giugno nella capitale, al Grand Hotel, si riuniscono alla presenza del generale MacFarlane, Badoglio che è il presidente del Consiglio designato da Umberto ed ha con sé i suoi ministri e Bonomi designato dal Comitato Centrale di Liberazione, i cui rappresentanti sono con lui: De Gasperi, Nenni, La Malfa, Scoccimarro, Ruini, Casati.

Nel corso della discussione Togliatti inclina dalla parte di Badoglio. Scoccimarro ha poi raccontato: 

«Noi del CLN ci riunimmo il mattino e fummo tutti d'accordo nel chiedere le dimissioni di Badoglio. Quando poi ci trovammo al Grand Hotel io rividi Togliatti dopo diciassette anni e in un semplice abbraccio, in due minuti, mi chiese: "Qual'è la posizione qui?". E io gli dissi quale era la posizione nostra. Quando presero la parola gli altri rappresentanti del Comitato di Liberazione, Togliatti capì una cosa: che era stato un grave errore di Badoglio venire a Roma con una proposta di rimpasto, perché questo presupponeva un reincarico avuto dal Luogotenente, il che era in contrasto con tutta la posizione del Comitato di Liberazione. E allora fu appunto lui che dichiarò a Badoglio che non poteva appoggiarlo più; che egli era d'accordo con gli amici del CLN, e che d'altra parte Badoglio non aveva in pratica mantenuto gli impegni presi a Salerno sull'epurazione e sul resto ». 

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La conclusione è che Bonomi diventa presidente del Consiglio, Badoglio si ritira a vita privata. E ciò significa che non più il Capo dello Stato, bensì il CLN designa il presidente del Consiglio. I membri del governo giurano ancora nelle mani del Luogotenente, ma con la seguente formula: 

«I sottoscritti ministri e sottosegretari di Stato italiani si impegnano sul loro onore di esercitare le loro funzioni per i supremi interessi della nazione e di non commettere alcun atto che possa in qualsiasi maniera pregiudicare la soluzione del problema istituzionale prima della convocazione dell'Assemblea Costituente». 

E il 25 giugno il governo Bonomi, trasferito a Salerno, approva il suo primo decreto legislativo, che dice: 

«Dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali dello Stato saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà un'Assemblea Costituente». 

A questo punto quella posizione di vantaggio nella tregua istituzionale, che per ragioni di convenienza gli Alleati avevano fatta alla monarchia, è in gran parte smantellata. Con la scomparsa della persona del sovrano dalla designazione del presidente del Consiglio e dal giuramento dei ministri; con l'eliminazione dai decreti del preambolo sulla regalità di fonte divina e popolare; con i poteri legislativi attribuiti al governo e con la definizione dei compiti della futura Costituente siamo di fronte a un ordinamento nuovo che ha quasi rotto ogni continuità costituzionale col regime precedente. E tutto ciò si è raggiunto senza colpi di testa, senza velleità né conati insurrezionali che - date le circostanze - sarebbero stati follia.

Se ora si guarda in retrospettiva alle vicende della questione istituzionale e della tregua, come si giustificano il «cordone sanitario», stabilito dagli Alleati tra Nord e Sud dopo il 25 aprile 1945, e il motivo di fondo che li ha indotti a stenderlo? Diremo che la loro preoccupazione e la loro decisione possono apparire comprensibili, se si tiene a mente non solo il clima arroventato di quelle giornate, ma anche il fatto che, quando l'Italia del Nord si ricongiunge finalmente con quella del Centro e del Sud, rimane una sorta di frattura, politica e psicologica, che il corso stesso degli avvenimenti ha provocata. Una frattura che può apparire seria e preoccupante. A Roma c'è un governo e ci sono dei leaders politici che hanno dovuto fare i conti con delle difficoltà indomabili. Hanno dovuto imparare a destreggiarsi tra mille ostacoli, a far valere dei diritti elementari presso i vincitori. Hanno cercato di giocare vantaggiosamente con gli Alleati le carte offerte dalla Resistenza, dalla partecipazione alla guerra contro i tedeschi, dal ritorno verso la democrazia, dalla leale osservanza degli impegni presi.

Al Nord ci sono i Comitati di Liberazione, che trattano direttamente con gli Alleati, nominano prefetti e sindaci, organizzano la vita civile; ci sono le forze che escono dalla crudele guerriglia di un anno e mezzo e sono ben consapevoli che l'unità e la libertà si sono riconquistate anche con loro inestimabile sacrificio. Perciò nel Nord fervono accese speranze; si sono prodotte delle spinte violentemente innovatrici o, per qualche aspetto, confusamente rivoluzionarie.

E se questo stato di cose spiega il tormento della crisi politica, che va dal 25 aprile alla formazione del governo Parri, spiega altresì la dichiarazione resa nota il 13 luglio dagli Alleati, per rammentare i loro poteri e i loro diritti di vincitori, di occupanti e, in certo modo, di tutori: 

«La Commissione alleata, in seguito alla crisi ministeriale, ha comunicato il testo degli impegni che i membri del nuovo Gabinetto dovranno - come è prescrizione precisa - dichiarare di rispettare. Immutato rimane l'obbligo per tutti i ministri di accettare la tregua istituzionale finché il popolo italiano non abbia avuto l'opportunità di fare esso stesso la propria scelta ».

Ma anche dopo il superamento di quei mesi tempestosi dell'incontro fra le due Italie il cammino verso la consultazione popolare attraverserà altre fasi ardue e tormentose.

I governo De Gasperi

«L'attrito più grave all'interno dei partiti della coalizione - dice Pietro Nenni - si manifestò nei primi due mesi del '46 e rischiò di mettere in crisi il governo De Gasperi». È il momento in cui si tratta ormai di decidere il tempo e il metodo per effettuare la scelta tra monarchia e repubblica: due questioni che possono avere una forte incidenza sulla presa elettorale di ogni singolo partito.

Quanto al metodo, il decreto di Salerno prevedeva che le forme istituzionali sarebbero state determinate dalla Costituente. Ma ora, mentre Nenni e Togliatti, la maggioranza dei ministri e inizialmente lo stesso De Gasperi sono fermi a quel deliberato, il ministro liberale Cattani sostiene che la scelta tra monarchia e repubblica dev'essere affidata alla diretta consultazione popolare mediante un referendum.

Cattani ha allegato in seguito due ragioni a sostegno della sua tesi. Prima di tutto, bisognava domandarsi se non fosse più utile risolvere il problema istituzionale mediante un voto diretto e contemporaneo con l'elezione della Costituente, in modo che l'Assemblea cominciasse i suoi lavori non già in una condizione di passioni scatenate, che fatalmente avrebbero avuto il loro teatro nel Parlamento ma piuttosto in un ambiente già rasserenato e tranquillo, quando quella questione, che aveva turbato gli animi al punto di far rasentare al Paese una lotta civile, fosse già risolta direttamente dal popolo. In secondo luogo, poiché c'erano repubblicani e monarchici nel partito liberale - come ce n'erano in quello democristiano - è ovvio che se il quesito sulle sorti della monarchia fosse stato sciolto separatamente da quello sui partiti, non vi sarebbero state fratture né dispersioni fra gli iscritti e i simpatizzanti. «Era nostra opinione che la questione istituzionale, per importante che fosse, non dovesse sminuire o rompere le nostre forze quando si trattava di affrontare, con la Costituente, tutta la serie dei problemi più essenziali della nazione».

In questo senso si orienta poi anche De Gasperi, poi Togliatti: si adotta il referendum. Ma ancora si discute se esso debba effettuarsi prima, dopo o durante la Costituente, o se contestualmente.

Le dispute sul modo e sul tempo della scelta istituzionale occupano cinque lunghe sedute del Consiglio dei ministri dal 19 al 28 febbraio del '46, con fasi talora drammatiche, con polemiche acute. Racconta Nenni: 

«In quella disputa, che mi mise sovente alle prese con i liberali, io ero il legalitario, perché, essendo ministro per la Costituente, mi attenevo strettamente alle norme del decreto del 25 giugno 1944, il quale prevedeva la Costituente e non il referendum prima, durante o dopo. Tuttavia il corso delle discussioni al Consiglio dei Ministri - assai accese e anche pericolose - fece sì che io assumessi su di me, a un certo momento, la responsabilità di accettare la proposta del referendum da tenersi contestualmente con l'elezione della Costituente. Perché era sorto il problema del referendum? Da parte di alcune forze del Paese e da parte della dinastia l'idea del referendum era suggerita, molto probabilmente, dal ricordo dei plebisciti dell'epoca del Risorgimento. Le nostre diffidenze invece nascevano dal convincimento che la Costituente dovesse avere poteri sovrani, che fosse essa a decidere la forma dello Stato e che la sua decisione fosse inappellabile. Comunque, nel contrasto delle opinioni, e davanti al rischio di una crisi che poteva far perdere al governo il controllo della piazza, e anche determinare delle gravissime complicazioni con le forze di liberazione e di occupazione anglo-americane, io preferii correre l'alea del referendum, anche perché avevo la profonda convinzione che, sia mediante il referendum, sia per deliberazione della Assemblea Costituente, il risultato sarebbe stato in ogni modo la repubblica » 

Rammenta Cattani: 

«Il legalismo dell'on. Nenni noi allora lo qualificavamo giacobinismo e dicevamo che in esso c'era una nostalgia di rivoluzione francese, di processo al re fatto da una Assemblea Costituente. Nenni parlava di Costituente sovrana, il che era perfettamente corretto, ma l'insistenza sulla delega di tutti i poteri dello Stato all'Assemblea richiamava certe lontane reminiscenze scolastiche, come la Convenzione o i Decemviri. Di qui la nostra diffidenza. Ma, in realtà, in quello che poi decidemmo non ci fu niente di illegale». 

Altrettanto importante è la valutazione del tempo. Deve adeguarsi al termometro degli umori dell' opinione pubblica e ai fatti della realtà obbiettiva. Qual'è la realtà, e che cosa segna il termometro? Si affaccia lo spettro della fame, e c'è penuria di carbone. Nenni annota nel suo diario: «Ci si trova davanti alla necessità di ridurre a 150 grammi la razione di pane. È una misura penosa e drammatica. Alla vigilia delle elezioni la minaccia della carestia può essere un fattore di decomposizione sociale e di provocazione». Tuttavia Nenni, come De Gasperi e a differenza di Togliatti, è convinto che si debba «arrivare il più sollecitamente possibile» allo scioglimento di questo grosso problema, in modo da «trovare un nuovo equilibrio e, sulla base di questo, ricostituire la vita democratica e costituzionale del Paese». Infine, il 16 marzo, il Consiglio dei ministri fissa la data del 2 giugno per l'elezione della Costituente e per il referendum.

Il ministro dell'Interno Romita scrive: «L'apparato statale tutto monarchico, la polizia influenzata dai monarchici, l'instabilità dell'ordine pubblico, la preponderanza dei monarchici nel Sud sono altrettanti elementi atti a compromettere la soluzione repubblicana».

Dunque la monarchia è in forte ripresa. Ma gli statali, la polizia, i meridionali - e così via - non sono monarchici naturaliter. Oltre ai sentimenti, entrano nel giuoco le suggestioni e i motivi reali. Nel 1944, quando si è fatto il decreto di Salerno, i simpatizzanti della monarchia sono pochi. Poi la monarchia ha ripreso quota via via, con le vicende dell'epurazione, col gonfiarsi delle agitazioni sociali, con certe affermazioni estremistiche dei partiti di sinistra. «La repubblica è un salto nel buio»: questo slogan fa presa abbastanza largamente tra i conservatori, tra i moderati, tra gli scontenti, tra quanti paventano l'imprevisto e il disordine, anche a prescindere dai partiti nei quali militano o per cui propendono. E in questo senso è valida la tesi di Cattani.

I partiti della sinistra sono sempre stati dichiaratamente repubblicani. I liberali si professano agnostici, ma sono in larghissima parte monarchici. La democrazia cristiana getta ora il suo peso determinante sulla bilancia. Dopo un referendum tra i suoi iscritti, la democrazia cristiana si pronuncia per la repubblica con 740 mila voti contro 254 mila; ai singoli si lascia libertà di scelta.

Eppure, vi è molta incertezza nell'aria. Nenni scrive nel diario: «Per il referendum De Gasperi considera sicura la vittoria repubblicana. Togliatti non esclude che noi si rimanga un poco al di sotto del 50 per cento. Io sono di avviso contrario».

Il 9 maggio Vittorio Emanuele III di Savoia abdica alla corona d'Italia in favore del figlio, che diventa re Umberto II, il «re di maggio» lo chiameranno i repubblicani. «Con l'abdicazione - dice il vecchio monarca al generale Puntoni - la posizione di mio figlio e della dinastia ne risulteranno consolidate»: è una mossa elettorale, intesa ad avvantaggiare Umberto, non coinvolto come il padre nelle responsabilità del fascismo e della guerra. In ogni modo il nuovo re scrive subito a De Gasperi che questo atto non modifica «in alcuna maniera l'impegno da me assunto nei confronti del referendum e della Costituzione». Egli conferma insomma quanto ha già detto nella lettera con la quale ha restituito a De Gasperi, debitamente firmati, i decreti sul referendum e la Costituente: 

«Per assicurare la massima libertà degli individui e delle coscienze, ho dato libertà di voto a quanti sono legati dal giuramento. Io, profondamente unito alle vicende del Paese, rispetterò come ogni Italiano le libere determinazioni del popolo, che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della patria». 

Ma le cose non andranno così lisce.

2 giugno 1946 file ai seggi

Le consultazioni elettorali del 2 giugno 1946 sono certamente tra le più tranquille e le più libere di quante se ne svolgano in quell’anno in tutta l'Europa liberata. Gli elettori vanno compatti alle urne e affollano i seggi; ma, nonostante le tensioni di quei giorni, il ministro dell'Interno Romita, che sta come accampato al Viminale non ha di che preoccuparsi, almeno per la disciplina dei votanti. È assai vivido e quasi pittoresco il suo racconto delle ansie di quella notte tra il 3 e il 4, quando un blocco di voti monarchici del Sud manda in vantaggio per qualche ora la monarchia. Tuttavia la mattina la repubblica ha vinto, e il ministro si affretta a darne pubblica notizia.

Lo scrutinio dei voti e la «proclamazione ufficiale dei risultati spettano alla Corte di Cassazione. Ma già dopo l’annuncio di Romita il re Umberto appare convinto che il responso popolare gli è stato sfavorevole, e ordina la partenza immediata per il Portogallo della regina con i figli: egli aspetterà soltanto la «proclamazione ufficiale». I monarchici invece, col «ricorso Selvaggi», pongono una prima obbiezione di carattere giuridico: per la vittoria della repubblica ci vorrà una maggioranza assoluta, cioè un numero di voti repubblicani che superi i voti monarchici e quelli nulli sommati insieme. Gli altri ribattono che i voti nulli non entrano nel quorum. Dovrà decidere la Cassazione.

Cassazione vittoria repubblica

Il 10 giugno la Corte di Cassazione si riunisce in seduta pubblica nel Salone della Lupa a Montecitorio e il suo primo Presidente Giuseppe Pagano, al termine dei conteggi, dichiara: 

«Repubblica, totale dei voti 12.672.767 (54,3 per cento); monarchia, totale dei voti 10.688.905 (45,7 per cento). La Corte, a norma dell'art. 19 del decreto-legge luogotenenziale 23 aprile 1946, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste, i reclami presentati agli uffici delle singole sezioni, o agli uffici centrali circoscrizionali o alla stessa Corte, concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al referendum; integrerà i risultati con i dati delle sezioni ancora mancanti; e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli». 

Di nuovo è evidente che la repubblica ha vinto, ma la dichiarazione della Corte è interlocutoria. In attesa della «proclamazione ufficiale», rinviata vagamente ad altra seduta, Umberto rifiuta di trasferire i suoi poteri al presidente del Consiglio (come prevede la legge). Dice Nenni: 

«E a quel punto si apre una crisi che durò fino al 13 ed apparve estremamente grave, poiché entrarono in conflitto due posizioni opposte. Da un lato c'era la pressione di una parte del Consiglio dei ministri (e io con quella) che non intendeva in nessun modo che si perdessero altri giorni, e voleva che il risultato elettorale fosse considerato tale da determinare ope legis il trapasso dei poteri dalla monarchia alla repubblica; dall'altra parte c'era la pressione di alcune forze politiche e la resistenza opposta dal re, e soprattutto dai suoi consiglieri, i quali pretendevano che si aspettasse fino alla nuova riunione della Corte suprema. Conflitto molto aspro, molto difficile, in cui cozzarono due mentalità: la mentalità dei giacobini come allora si disse e quella dei moderati; un conflitto nel quale il presidente del Consiglio De Gasperi dimostrò molto tatto, molta saggezza, sicché molto si dovette a lui se le cose non si inasprirono fino a una clamorosa rottura, di cui nessuno era in grado di prevedere le conseguenze». 

Per tre giorni il Consiglio dei ministri rimane riunito quasi in permanenza al Viminale. Al Quirinale Orlando, Nitti, Bonomi confortano la resistenza del re sul piano giuridico, altri la inaspriscono sul piano della fazione. Il conflitto tra Corona e Governo si è trasferito nel Paese; a Roma si vedono forti schieramenti di polizia e di truppa: spira aria di insurrezione. Il risultato del referendum ha mostrato, che l'Italia è nettamente divisa in due: fortemente repubblicana dall'Umbria in su e fortemente monarchica dal Lazio, in giù. De Gasperi fa pazientemente la spola fra i due palazzi: assorbe mortificazioni da un lato e pressioni dall'altro. L'ambasciatore inglese Sir Noel Charles lo informa che il governo di Sua Maestà interpreta come non definitiva la pronuncia della Cassazione; il Capo della Commissione alleata di controllo, l'americano Stone, lo avverte che il governo italiano non può assumere una posizione diversa da quella della Suprema Corte. Nel Consiglio dei ministri si manifestano ipotesi estreme. Qualcuno dei colleghi di partito accusa De Gasperi di debolezza, quasi di non saper fronteggiare la situazione.

Qual'è dunque la posizione di De Gasperi? Nel giudizio, di Giulio Andreotti, egli mira - pur nella fermezza - ad assicurare soprattutto che una svolta così importante, come è la scelta istituzionale, si possa compiere in modo da non offrire in seguito motivi o pretesti di dubitare che essa non abbia un'assoluta validità morale, prima ancora che politica. Vuole altresì che fra i partiti della coalizione non si cristallizzi una frattura, che impedisca poi il più ampio schieramento in seno all'Assemblea Costituente. E infine non ha dubbio che il re, nonostante i consiglieri, nonostante i cavilli e le divergenze giuridiche, finirà per mantenere l'impegno di lealtà verso il responso popolare.

La notte del 12 giugno si rompono gli indugi. Il governo approva unanime quest'ordine del giorno: 

«Il Consiglio dei ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del referendum fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato, l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spetti ope legis al presidente del Consiglio in carica». 

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Nel primo pomeriggio del 13, Umberto parte in volo per l'esilio col nome di conte di Sarre. Ha lasciato dietro di sé un proclama piuttosto acrimonioso, in cui dice che «in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano, della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano» e ha posto il re «nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza». Ma gli elettori che hanno votato per la monarchia accettano democraticamente il volere della maggioranza.

Il 18 giugno, ancora a Montecitorio, la Corte di Cassazione pronuncia finalmente il suo giudizio definitivo. «Ma ormai - ricorda Andreotti - tanto erano prive di interesse per tutti le conclusioni, che nella sala eravamo forse una ventina di giornalisti, e di più non ne erano venuti proprio perché il risultato era dato per scontato, come è scontato il linguaggio dei fatti».

 

 

Bibliografia

AA. VV. - Dal 25 luglio alla Repubblica 1943 – 1946 – ERI 1966

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10 giugno 1940: l’attacco alla Francia

29 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

"Il colpo di pugnale nella schiena" lo chiamerà il presidente americano Roosevelt.

Nel giugno 1940 l’esercito italiano attacca la Francia sul confine alpino: i francesi sono già prostrati dalla disfatta appena subita a opera dei tedeschi, ma i fanti italiani avanzano con enorme fatica. L’equipaggiamento inadatto miete più vittime per assideramento delle pallottole nemiche. “Alla prova della montagna il fascismo era già finito”.

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Ha scritto Giorgio Bocca:

giorgio bocca

«Quello che capimmo in quei frenetici, straccioni, deludenti anni trenta, fu che la guerra era persa prima di cominciare. Dai richiami del 1938, dal Vallo Littorio del 1939 fino all'intervento contro la Francia del 1940, uno spettacolo sconsolante di incuria, di impreparazione, di azzardo e di stupidità. Non eravamo antifascisti, ma il fascismo se ne stava andando da solo con quella sua pretesa di essere un gigante mentre era un nano, con il suo bluff scoperto, con quel suo confrontarsi con le grandi nazioni. Se ne stava andando e non potevi far finta di non vederlo, di non capirlo. Il peggio furono i richiami alle armi di un esercito senza mezzi, senza un vero comando. Ti svegli un mattino nella tua piccola città alpina Cuneo, indossi abiti pesanti perché ha già nevicato sull'incombente montagna, esci per andare a scuola al ginnasio, liceo Silvio Pellico, che sta nella città vecchia vicino al collegio dei Salesiani, dove c'è la piazzetta in cui Garibaldi riunì i primi Cacciatori delle Alpi che solo l'armistizio di Villafranca poté fermare mentre stavano marciando su Trento. Esci di casa e vedi che è in corso uno strano esodo, una lunga fila di poveracci vestiti da poveracci, con il vestito brutto che indossi quando vai sotto le armi e con le valigie di cartone che tiri giù dal solaio quando ti arriva la cartolina rossa, la cartolina precetto del richiamo alle armi, e arrivato in piazza Vittorio, fra la città nuova e quella vecchia, ti chiedi: ma questi dove vanno? Perché le caserme stanno nella città nuova e questi invece si dirigono sui portici di quella vecchia. E quando, come ogni mattino, stai per entrare nei portici li trovi occupati dai poveracci. Le caserme non sono pronte, le brande e i materassi non sono arrivati, hanno buttato uno strato di paglia sotto i portici e lì i richiamati devono dormire. Non si sa neppure come dare loro da mangiare. I mulini privati non hanno scorte sufficienti, quelli dell'esercito sono lontani, fra Piacenza e Alessandria, bisogna aggiustarsi con i panettieri borghesi, pagare i prezzi che chiedono, oppure lasciare che i richiamati si arrangino; vendano ai civili i farsetti a maglia o i teli tenda che hanno appena ricevuto. Quello fu il primo inverecondo spettacolo di un regime che voleva conquistare il mondo avendo le toppe ai pan­taloni. Poi arrivò il caos cementifero del Vallo Littorio, che vedevamo sbalorditi con i nostri occhi, noi ragazzi che ogni domenica continuavamo ad andare in montagna. I francesi avevano fin dalla Prima guerra mondiale, da quando l'Italia faceva parte della Triplice, l'alleanza con gli imperi centrali, una linea fortificata che copriva l'intero confine dal mare al Monte Dolent in Valle d'Aosta.

L’ordine di costruire il Vallo Littorio arriva tardi, nel 1938, ed è una corsa disordinata agli appalti di quattrocento aziende senza un preciso piano, con fortificazioni distribuite a caso. I lavori prendono un ritmo frenetico, arrivano dal biellese e dalla bergamasca impresari famelici, alcuni con mezzi ridicoli, un camion e qualche badile, saltano tutti i controlli. Alcune fortificazioni sono prive degli impianti di aerazione, appena si spara i locali si riempiono di gas, i soldati svengono, alcuni si arrangiano mettendo le maschere antigas; in altre mancano i rivestimenti ai muri, l'acqua della neve filtra e può arrivare a metà gamba. I fossati anticarro sono poco profondi.

Anche in montagna le cucine da campo non funzionano, il rancio non arriva. I soldati rimediano come possono, sparano sui camosci delle riserve reali, pescano nei laghi Sella con le bombe a mano, un boato e le trote morte vengono a galla. Camminiamo per le nostre montagne e vediamo come si disfa un regime che si pretende militare e imperiale. Al Colle della Maddalena stanno stendendo i reticolati e il maggiore che dirige i lavori telefona al comando che sta a Bra: "Mi mancano i paletti". Dal comando rispondono: "Cercheremo di farteli avere. Intanto possiamo dire che li state mettendo?". Un giorno mentre siamo al Colle di Tenda, vediamo una lenta carovana militare salire sul colle. Non può usare il traforo: troppo stretto e basso per farci passare i camion giganti da 420 presi agli austriaci nella guerra del 1915-18. Li portano in Val Ruja per una rivista del principe del Piemonte che comanda pro forma la nostra armata. Uno dei cannoni giganti sparerà un unico colpo, sfasciando la canna. La posta non funziona, gli alpini ci danno delle lettere da imbucare giù in pianura. Mancano le pile per i telefoni da campo, le radio sono pesanti, intrasportabili in alta montagna. Gli alpini che incontriamo ci dicono che il loro battaglione conta più muli che soldati. Gli autieri del Genio che devono percorrere tratturi impervi hanno trovato un modo per cavarsela: fingono un incidente, fanno uscire di strada la camionetta.

Come funzioni il comando dell'armata lo vediamo con i nostri occhi. Il comando sta a Bra, sistemato in alcuni vagoni letto delle ferrovie e nei locali del ristorante Alli due buoi rossi; le comunicazioni non funzionano e allora ogni comando di divisione spedisce i suoi al fronte per vedere quel che succede. Succede che le auto si bloccano negli ingorghi all'imbocco delle valli, dove le salmerie non riescono a proseguire e i reparti avanzati non ricevono i rifornimenti.

Due nostre armate sono schierate lungo le Alpi, ventidue divisioni, trecentomila uomini con tremila pezzi di artiglieria. E nessuno capisce perché si debba fare la guerra alla Francia dove lavorano un milione di nostri immigrati. L’eccidio di lavoratori italiani ad Aigues-Mortes è stato dimenticato, i nostri sono accolti fraternamente. Perché fare guerra a un paese già vinto, perché "il colpo di pugnale nella schiena" come lo chiamerà Roosevelt? Lo schieramento francese è ormai ridotto al minimo, dai cinquecentomila uomini dell'inizio della guerra con la Germania si è scesi ai pochi del 10 maggio, quando le ultime riserve sono state mandate al Nord per fronteggiare l'offensiva della Wehrmacht. Restano quarantasei battaglioni per complessivi ottantatremila soldati, ma il morale di questi pochi è ancora buono; la linea fortificata è ottima, e come ha scritto lo stratega Clausewitz: "Attaccare la Francia sulle Alpi è come pretendere di alzare un fucile afferrandolo per la punta di una baionetta". Il nostro comando lo sa: anche in caso di sfondamento, dato lo stato delle strade e il numero dei valichi, non potremo avanzare che per pochi chilometri mentre lo spazio alpino francese è di centinaia di chilometri.

il popolo d italia giornale

Quando il 10 giugno 1940 entriamo in guerra, la tacita intenzione del nostro comando affidato al maresciallo Badoglio è di aspettare che i tedeschi abbiano sconfitto le armate franco-inglesi, cioè il tacito "se io non attacco, voi non attaccate". Ma si può star fermi se a Roma c'è un Mussolini che vuole a ogni costo "qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace"? Bisogna attaccare, costi quel che costi. Il prezzo è ancora alto, ce ne accorgiamo noi che stiamo nelle immediate retrovie, gli ospedali non bastano ad accogliere le migliaia di soldati congelati perché mancano le divise invernali di lana e si combatte con quelle estive di tela, perché gli scarponi sono spesso di cartone e non di cuoio e nella notte del 21 c'è stata un'abbondante nevicata. Le notizie che arrivano dal fronte sono catastrofiche: le divisioni che attaccano il valico del Piccolo San Bernardo finiscono in un intasamento generale, è bastata una frana sulla strada e la resistenza di una compagnia di chasseurs des Alpes perché si formasse una colonna di chilometri, impossibile risalirla con le autoambulanze e con le cucine da campo. I reparti che attaccano in direzione di Briançon sono inchiodati dalle artiglierie del fronte Chaberton, i nostri carri leggeri, le "scatole di sardine" come li chiamano i soldati, si fermano nei reticolati o per avarie al motore; in un vallone un battaglione di fanteria finisce sotto una postazione di mitragliatrici francese. Il massacro è evitato dal comandante francese, il maggiore Renard, che scende a farli prigionieri: trecentotrentacinque che si arrendono senza colpo ferire. Ma sono le notizie che arrivano da Genova e da Torino a farci capire che da questa guerra siamo in pratica già usciti, se ci staremo fino al settembre del 1943 sarà solo perché tenuti in piedi dai tedeschi. Quali notizie da Genova e da Torino? Nel mare di Genova in pieno giorno è comparsa una squadra francese con quattro incrociatori pesanti e venti caccia e si è messa a cannoneggiare indisturbata le fabbriche di Sestri e di Vado, ritirandosi solo nel tardo pomeriggio: la nostra aviazione non si è vista, i piloti dormivano e nessuno ha pensato a svegliarli. E il 15 giugno l'aviazione inglese arriva su Torino, bombarda la Fiat senza che la nostra contraerea intervenga. E non interviene perché non c'è. Nel Mar Ligure la nostra flotta è arrivata tre giorni dopo l'attacco. Mussolini telefona a Hitler perché gli mandi delle batterie, un Hitler generoso e paziente ritarderà l'armistizio con la Francia fino a quando non sarà accettato anche quello con l'Italia. Dicono che all'ingresso dei plenipotenziari francesi il maresciallo Badoglio trattenesse a stento le lacrime della vergogna. Ma il Vallo Littorio avrà almeno una parte preziosa nella guerra partigiana, ci troveremo le centinaia di mitragliatrici abbandonate dal regio esercito. 

In Val d'Aosta invece di preparare la guerra il regime si era preoccupato di italianizzare i valdostani, cambiando i nomi dei paesi: al posto di Morgex, Valdigna, di Courmayeur, Cormaiore, di La Thuile, Porta Littoria. Cambio insensato come e più della guerra. I valdostani non erano italianizzabili per la semplice ragione che, nel corso millenario della loro storia, l'Italia in Val d'Aosta non esisteva. Prima che arrivassero i romani diretti in Gallia, nella valle abitavano i celti che erano avanzati fino al Canavese e oltre. Finché erano stati tranquilli e non avevano ostacolato l'avanzata dei romani, li avevano lasciati campare; una volta ribellatisi un console li aveva fatti prigionieri e venduti in gran parte come schiavi sul mercato d'Ivrea; allora Eporedium. Quelli rimasti in valle si erano mescolati con i coloni romani, che poi erano in gran parte legionari arrivati da chi sa dove o patrizi come Aimus e Avilius, impadronitisi delle terre migliori con una fattoria all'inizio della Val di Cogne, precisamente ad Aimaville, come li ricorda il nome. Insomma, la solita mescolanza di stirpi e di storie. La Val d'Aosta aveva seguito per un migliaio di anni i Savoia partecipando alle loro guerre al di qua come al di là delle Alpi, ed è impossibile dire se fossero pro o contro l'attuale Francia. Possiamo solo affermare che la parte più alta della valle attorno al Monte Bianco si chiamava Harpitania dalla parola Harp che significa "montagna" nella lingua parlata dagli indigeni, un patois simile a quelli occitani, derivanti dalla langue d'oc.

Fronte alpino 20Giu 40Fare una guerra sulle Alpi era un'idea balorda, ma farla sul massiccio del Bianco pura follia. Si era nella catena più alta d'Europa, con montagne sopra i quattromila metri, con nevi eterne, e ghiacciai che portavano ad altri ghiacciai. Per la Val d'Aosta si arrivava nell'Alta Savoia, cioè in villaggi lontani dalla valle del Rodano per un'ipotetica riunione con i tedeschi che scendevano dal Nord. Per fare quella guerra assurda, cioè per simularla, si pensò di usare gli alpini che stavano in valle, del III reggimento e della Scuola alpina. Divisi in quattro gruppi operativi. Uno che per la Val Veny puntava al Col de la Seigne, da cui scendere a Bourg Saint Maurice, altri tre sul Bianco, cioè su un territorio proibitivo anche per dei buoni alpinisti. Quello del Col du Bonhomme era affidato agli uomini della scuola alpina di Aosta comandati da Giusto Gervasutti detto "il fortissimo". Il gruppo di assalto era comandato dal capitano Fabre e dal tenente Lamberti. Alla loro destra un battaglione alpino sul Colle del Gigante, al comando dell'accademico del Club alpino Renato Chabod, famoso scalatore. Nella zona delle Grandes Jorasses c'era la compagnia dell'accademico Boccalatte e all'estrema destra, al Col Ferret, al confine con la Svizzera, i reparti comandati dall'alpinista torinese Emanuele Andreis. Più che un esercito è un raduno dei migliori alpinisti e sciatori italiani. Non esiste un piano militare per la ragione che non esistono veri obiettivi militari, ma dei villaggi che una volta conquistati restano lontanissimi dai nodi strategici. L'obiettivo del gruppo Gervasutti è il villaggio di Les Contamines sotto il Col du Bonhomme da cui si può arrivare a Megève, una stazione elegante di sci. Dal Colle del Gigante per arrivare a Chamonix bisognerebbe scendere per i quattordici chilometri della Mer de Glace e per i suoi crepacci. Così gli altri due settori. E allora perché mandare su quelle rocce, su quei ghiacciai la crème dei nostri alpini se lì la guerra è impossibile?

La ragione di uso comune nel regime di cartapesta: se non ci sono, se non posso, devo almeno far finta di esserci.

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Gli alpini del resto sono abituati alle assurdità dell'esercito, hanno inventato la parola "naja" che vuol dire: questo è il nostro destino, di sacrifici, di fame, di freddo, di morte, il destino che non si discute dei montanari poveri. Non ha senso fare una guerra per la quale non si è preparati nei luoghi dove farla è una follia. Ma bisogna farla. È naja. Anche in Val d'Aosta i magazzini sono vuoti. Il reparto d'assalto della Scuola alpina non ha una radio da campo e neppure un eliografo, cioè una bandiera a lampo di colore. Per i collegamenti dovrebbe usare una muta di cani lupo addestrati al traino di slitte inutilizzabili sui ghiacciai del Bianco. I nostri arrivano in Val Veny e finalmente vengono informati del loro obiettivo insensato. Hanno gallette e carne in scatola per due giorni, non hanno un medico da campo, solo un infermiere improvvisato con uno zainetto con qualche pastiglia di aspirina, della garza, delle bende e una bottiglietta scura con su scritto "veleno" che è tintura di iodio. Finché si sale per le pietre del cono di deiezione la fatica è sopportabile, ma dove comincia il ghiacciaio e bisogna portare a spalle il treppiede della mitragliatrice Beretta che pesa una ventina di chili, bisogna darsi il cambio ogni cento metri di dislivello. Gli uomini si muovono in un silenzio surreale per una guerra, rotto solo dalle scariche di pietre e dalle piccole slavine. Nell'opposto vallone della Lex Blanche salgono gli alpini del battaglione Duca degli Abruzzi, anche loro diretti al nulla del ghiacciaio di Lechaud. E tutti sanno che se arriveranno sul tetto di ghiaccio non troveranno dei nemici veri, ma i loro simili, i chasseurs des Alpes, incontrati ogni anno nei rifugi, con i quali si è gareggiato ogni anno sugli sci e magari festeggiato, come la volta che gli alpini del sergente Prenn, ribattezzato Perenni, hanno vinto la gara di pattuglie alle Olimpiadi di Garmisch. Gli amici diventati nemici sono pochi, quello che resta dell'armata francese delle Alpi, ma ci sono; sono armati e hanno dei buoni binocoli con cui osservano le nostre mosse, dal Col du Bonhomme, dal rifugio del Col du Midi.

L'ordine di operazione è come i discorsi dei gerarchi e dei generali: euforico e ineseguibile, i nostri reparti dovrebbero superare il tetto del Bianco, le sue calotte di ghiaccio, le sue guglie di roccia per tagliare la ritirata a una difesa francese che si è già sciolta da sola, lasciando solo un velo di retroguardia. Nel silenzio che perdura mentre il gruppo di Lamberti si avvicina al colle, qualcuno pensa che non esista più il nemico, che i francesi siano tornati a casa quando hanno saputo della disfatta del fronte nord. Ma non sono tornati tutti a casa. Sul Col du Bonhomme è rimasto con i suoi éclaireurs-skieurs il tenente Jean Bulle, lui con il suo binocolo segue tutto ciò che si muove dal Col de la Seigne al Bianco; e quando vede che gli alpini stanno affondando fino al ginocchio nella neve marcita dalla nebbia apre il fuoco. Le raffiche zampillano davanti ai nostri, ma bisogna defilarsi. Lamberti, che ha una memoria buona, annoterà nel suo diario: "Finché le pallottole fischiano sulla tua testa non sono pericolose. Quella che ti uccide non la senti". Arrivano anche dei colpi di artiglieria che partono da postazioni in caverna, nei pressi di Bourg Saint Maurice. Il capitano Fabre si salva per miracolo da una slavina, Lamberti che è più alto lo vede appeso alla piccozza.

Il tenente Bulle e la sua pattuglia hanno fatto il loro dovere fino alla fine, scendono a Les Contamines e finalmente i nostri dal colle possono vedere sotto di loro le quattro case per cui hanno rischiato la vita, per cui alcuni sono morti, come un fratello di Zeno Colò. Il gruppo di assalto viene sciolto, Lamberti e Fabre tornano ad Aosta. Lamberti annota: "È stata una prima esperienza di guerra. Il meno che se ne possa dire: demoralizzante".

l nostri hanno conquistato Bourg Saint Maurice, che dista dal confine una decina di chilometri. Mentre la banda .suona per festeggiare la vittoria arrivano dei colpi di artiglieria. Li hanno sparati i francesi del forte di Traversette. Anche loro tornano a casa. Almeno non facciamo prigionieri.

Verso il mare nella Val Roya l'avanzata della divisione Modena è stata subito bloccata, la divisione Cosseria si è praticamente persa nell'entro terra di Sospel, i soldati hanno camminato per trenta ore e al primo contatto con i francesi si sono fermati sfiniti. "Sono giorni," osserva il ministro Bottai, "di combattimenti tentati più che compiuti". Il treno armato con quattro cannoni da 152 esce dalla galleria sotto i giardini Hambury e viene subito centrato dalle batterie francesi di Cap Saint Martin e retrocedendo s'incastra con un cannone nella muraglia. Il generale Gambara, comandante del XV corpo di armata, ha deciso di fare due sbarchi a Mentone. I mezzi da sbarco stanno nel porto di Sanremo, sono dei barconi con motori fuoribordo. Dopo una prova ne rimangono utilizzabili solo otto, e mentre nella notte navigano verso Mentone vengono sospinti dal mare grosso sul promontorio della Mortola. Si rinuncia allo sbarco, nessuno capisce perché si siano impiegati dei reparti della Milizia senza addestramento quando c'è a Imperia il Battaglione san Marco, fanteria di marina. Forse Gambara ha voluto crearsi dei meriti presso il partito. Il giorno 23 una colonna scesa dalle montagne occupa Mentone. Osserva un ufficiale dello stato maggiore: "Solo venendo a contatto con la linea difensiva francese ci sarebbe stata una vera battaglia di rottura, la quale invece non ci fu né poteva esserci". Come a dire: non abbiamo fatto una guerra vera perché non eravamo in grado di farla.

Abbiamo avuto seicentotrentuno morti e seicento sedici dispersi. Chi sono questi dispersi, se il campo di battaglia è tutto percorso da strade e ferrovie? Sono dei disertori, a migliaia come ce ne furono in tutte le guerre. I francesi hanno perso trentasette uomini e quarantadue feriti.

Già la mattina del 17 giugno il plenipotenziario Baudoin (gli stessi nomi appena aggiustati da una parte come dall'altra di un confine inventato: Baudoin è Baudino, Giraud è Giraudo, Serrat è Serrati) ha presentato al nunzio apostolico monsignor Valeri le proposte francesi. Due le con­dizioni: l'impossibilità di consegnare la flotta che è già pronta ad autoaffondarsi e "la ricerca comune di una pace durevole" cioè che la Francia venga trattata come una grande potenza. Gli italiani accettano pur di fare in fretta. Giunge a Roma per concludere il generale Hutzinger, gli italiani chiedono di poter presidiare il territorio conquistato, praticamente nulla. Mai nella storia si sono visti dei vincitori così pieni di vergogna di fronte ai vinti. I delegati francesi non hanno ancora finito la lettura, che i nostri gli vanno incontro per stringer loro le mani; Ciano, Badoglio, Pricolo e Roatta sono turbati e affettuosi. Hutzinger ha ancora da chiedere se possiamo lasciargli i pochi aerei rimasti, Badoglio acconsente. Poi c'è da risolvere la spinosa questione dei fuoriusciti antifascisti, i francesi chiedono che si capisca il loro stato d'animo: non possono consegnarci persone cui hanno dato ospitalità. In nessuna clausola dell'armistizio si parlerà dei fuoriusciti. All'Italia fascista va bene che se ne taccia, l'opinione pubblica scoprirebbe che migliaia d'italiani sono riparati all'estero. La firma avviene alle 19:16, Hutzinger si congratula con Badoglio "per l'alto stile con cui ha diretto le trattative", Badoglio risponde: "La Francia è una grande nazione con una grande storia e sono sicuro che non le potrà mancare l'avvenire". Già appare la trama della grande alleanza conservatrice che si formerà nell'Europa occupata dai nazisti, la Francia è pronta al petainismo, l'Italia ha già rinunciato alla Tunisia e alle altre colonie francesi dimostrando di non avere in mente alcuna strategia: nei giorni che seguiranno tenterà timidamente in Libia un'offensiva contro gli inglesi, che sono comunque un osso duro, e lascerà tranquilla la Tunisia praticamente indifesa, che ci assicurerebbe il controllo del Canale di Sicilia e delle comunicazioni fra il Mediterraneo orientale e quello occidentale, che poi dovremo difendere con perdite pesantissime. Non sappiamo vincere neppure per finta, il Duce ha la pessima idea di visitare i campi di battaglia. Hitler si fa fotografare sotto l'Arc de Triomphe e alla tomba di Napoleone, e Mussolini va su e giù per le valli alpine dove non c'è quasi traccia della battaglia. Che pensano gli italiani di questa guerra? Si rendono conto che sono bastati quei pochi giorni a segnare il nostro declassamento sullo scenario mondiale, la fine della nostra propaganda imperiale? Molti capiscono, ma si adattano; dopotutto ci siamo schierati dalla parte del vincitore tedesco, raccoglieremo le briciole della sua vittoria, comunque sempre meglio che niente».

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca - Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco – Feltrinelli 2006

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1943-1945: la “campagna d’Italia”

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Quasi due anni è durata la “campagna d’Italia”, dallo sbarco degli Alleati in Sicilia alla liberazione di tutta la penisola dall’occupazione nazista e dal regime fascista: due anni che hanno causato al nostro Paese ancora lutti e rovine. Militarmente hanno dato il loro contributo gli Alleati, che ebbero un peso determinante nella vittoria finale della guerra, il Corpo Italiano di Liberazione, le Divisioni partigiane.

Nei seguenti articoli vengono descritti i momenti salienti di questa fase della seconda guerra mondiale:

 

La liberazione della Sicilia

 

Il convegno di Tarvisio: fine della collaborazione fra italiani e tedeschi

 

Dalla Sicilia, attraverso lo stretto, inizia l'attacco alla penisola

 

11 settembre 1943: la battaglia di Salerno

 

11 settembre 1943: il regno del Sud comincia a vivere

 

18 settembre 1943: Mussolini da radio Monaco

 

1° ottobre 1943: Napoli è libera

 

La difficile avanzata degli Alleati verso Roma e la nostra guerra a fianco degli Alleati

 

La repubblica di Mussolini

 

L’attacco alla linea Gustav

 

Il bombardamento di Montecassino

 

Cassino, la più terribile battaglia della “Campagna d'Italia”

 

Mussolini si incontra con Hitler

 

La liberazione di Roma

 

Firenze è libera

 

L’attacco alla linea Gotica

 

Dicembre 1944: il fronte si arresta

 

Il bando Alexander e l’accordo Wilson

 

Partigiani e Gruppi di combattimento in azione

 

La liberazione del Nord Italia

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la liberazione della Sicilia

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

15 maggio 1943

Da due giorni la guerra in Africa è finita: gli Alleati vittoriosi celebrano la conclusione della campagna con una grande parata.

Sfilano sul lungomare di Tunisi i soldati di cinque continenti: sono l'avanguardia di un grande esercito che, presa finalmente l'iniziativa, è riuscito a ottenere un primo successo decisivo.

Dal novembre 1942 al maggio 1943 la situazione militare in Europa e in Africa s'è capovolta. Gli Alleati sono dappertutto all'offensiva. In Russia l'armata sovietica, sconfitti i tedeschi a Stalingrado, si prepara a cacciarli dall'Ucraina e a liberare l'intero territorio nazionale.

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Nel Nord Africa l'VIII Armata britannica del generale Montgomery, sfondate le linee italo-tedesche a El Alamein, ha avanzato in pochi mesi fin dentro la Tunisia collegandosi agli americani sbarcati in Algeria, al comando di Eisenhower, ai quali si sono aggiunti i contingenti della Francia libera.

Tunisi è caduta il 13 maggio.

Gli eserciti dell'“asse” sono sconfitti. Centocinquantamila prigionieri tedeschi, centomila italiani. Per i tedeschi è una replica di Stalingrado: per gli italiani è qualcosa di peggio, è la fine di ogni speranza. Per gli Alleati è semplicemente la prima fase di un'operazione più vasta che mira ad un attacco diretto alla fortezza europea.

L'obiettivo più prossimo e naturale è l'Italia.

È il terzo anniversario della dichiarazione di guerra.

L'attacco all'Italia comincia dal punto più meridionale. Siccome le isole di Pantelleria e di Lampedusa sbarrano il canale di Sicilia, gli Alleati hanno deciso di occuparle.

Dal 15 maggio Pantelleria è assediata; il rifornimento di viveri e d'acqua è quasi impossibile. Massicci attacchi aerei sconvolgono le difese dell'isola.

Lo sbarco è affidato ad una Divisione di fanteria inglese, ma l'ideatore dell'operazione è il generale Eisenhower che vuole Pantelleria per il suo aeroporto, per le aviorimesse, e i ricoveri scavati nella roccia.

Le poche batterie italiane ancora in grado di sparare sono ridotte in breve al silenzio.

Finora gli italiani hanno creduto alla propaganda fascista che dipingeva Pantelleria come una fortezza imprendibile. Non conoscevano la potenza distruttiva dei bombardamenti aerei e navali.

Il mattino dell'11 giugno, quando i primi soldati inglesi sbarcarono sull'isola, non trovarono opposizione. Giudicata impossibile ogni resistenza l'ammiraglio Pavesi, comandante della piazzaforte, aveva chiesto a Roma il permesso di capitolare. Mussolini l'aveva concesso subito. Così lo sbarco avvenne senza perdite. L'unica vittima da parte alleata, disse più tardi il generale Bradley, fu un soldato inglese morso da un asino.

Come in Tunisia, gli italiani si arrendevano non soltanto perché soverchiati dalla potenza militare avversaria, ma perché sapevano che ogni resistenza sarebbe stata priva di senso. Civili e militari, e non solo a Pantelleria, non consideravano più gli anglosassoni come nemici.

Dopo Pantelleria fu la volta di Lampedusa.

Attaccata dal mare, il mattino del giorno 12, l'isola si arrese poco prima di sera. La sua rapida caduta era attesa. Quando si è sulla china della disfatta, tutto ciò che abbrevia i tempi della sofferenza è accettato con sollievo.

Salvo pochi fanatici che parlarono di tradimento, nessuno osò criticare l'ammiraglio Pavesi per la sua condotta.

Più rapidamente del previsto gli Alleati avevano concluso le operazioni preliminari dell'attacco all'Italia.

Pantelleria ne era stata la prova generale. Era il momento di attuare il piano già approvato in gennaio alla conferenza di Casablanca. La Sicilia doveva essere il primo obiettivo dell'invasione, ma intanto occorreva colpire direttamente tutta l'Italia per indurla ad uscire dalla guerra. Furono sei mesi molto duri per il nostro Paese.

Gli italiani non possono ripensare a quel periodo senza riudire il segnale d'allarme delle sirene che annunciavano l'arrivo incontrastato dei bombardieri. Gli obiettivi preferiti erano le città del Mezzogiorno.

Erano attacchi sufficienti a disorganizzare la vita di un Paese già provato, e ad abbatterne il morale. Gli italiani non avevano un ideale politico che li aiutasse a sopportare. Vedendo crollare le loro case avevano la sensazione della fine e si chiedevano: «perché?».

Più gravi, agli effetti della continuazione della guerra, erano le distruzioni degli impianti: industrie, porti, stazioni ferroviarie, vie di comunicazione. Distruzioni che paralizzavano la macchina militare. In mezzo a tante rovine i vecchi “slogan” della propaganda fascista suonavano falsi.

Il terrore spingeva decine di migliaia di persone a sgomberare le città maggiormente esposte agli attacchi. La situazione alimentare era gravissima, accentuata dalla crisi dei rifornimenti e dall'aumento dei prezzi. Gli stessi gerarchi fascisti ammettevano che i salari coprivano poco più di metà della spesa quotidiana. D'altra parte le razioni assicurate dal tesseramento si rivelavano sempre più insufficienti.

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La fame inaspriva il malcontento. Questo tra l'altro spiega il successo degli scioperi scoppiati in quei mesi nell'Italia settentrionale, che coinvolsero (solo a Torino) oltre centomila operai. Erano scioperi economici, che però avevano un fine politico.

A vedere i soldati reduci dai fronti, specie da quello russo, si provava non ammirazione, ma pietà. Ci si chiedeva, ormai ad alta voce, che cosa si aspettasse a farli tornare tutti in patria e a por fine alla guerra.

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A fine giugno rimanevano all'Italia 59 Divisioni efficienti, 32 delle quali erano dislocate nei Balcani e nell'Egeo, cinque in Provenza, due in Corsica e quattro in Sardegna. Sulla penisola si trovavano soltanto 12 Divisioni. Sei erano nell'Italia settentrionale, assai disperse e lontane dai valichi alpini comunicanti con la Germania. Attorno a Roma erano concentrate 4 Divisioni. Due erano dislocate nel meridione.

La VI Armata di Sicilia, che solo da pochi giorni aveva un nuovo comando, era formata da 4 Divisioni, mescolate e spesso in contrasto con i tedeschi. L'invasione era imminente, eppure la propaganda fascista ostentava ottimismo. Anche i cinegiornali ne traboccavano. Gran rilievo fu dato all'ultima visita del re in Sicilia. Ecco il commento del presentatore: 

«Il Re Imperatore sbarca in un porto della Sicilia iniziando il lungo ed interessante viaggio nell'isola, viaggio durato otto giorni durante i quali il Sovrano ha visitato gli apprestamenti bellici ed ha vissuto tra le truppe e la popolazione, trovando le une e l'altra animate da uno spirito altissimo e da un'indomita volontà di vittoria.

Il Sovrano ispeziona delle opere di difesa; visita un aeroporto che ospita reparti italiani e germanici. Ispeziona unità di camicie nere. Torna dal lungo e laborioso viaggio nell'isola tra le sue truppe, nell'atmosfera ardente d'entusiasmo e di spirito bellico in cui vivono i soldati di terra, di mare e del cielo che presidiano il territorio della Sicilia». 

Gli italiani si chiedevano perché si mettesse tanto in mostra quel re che aveva trascorso gli anni della guerra in un completo isolamento.

Ma qual'era la reale situazione delle difese dell'isola?

Cediamo la parola a uno storico che fu testimone diretto, il generale Emilio Faldella, capo di S.M. della VI Armata. 

«Alla vigilia dello sbarco c'erano per modo di dire delle fortificazioni in Sicilia; cioè c'erano delle piazze marittime, quelle di Augusta e Siracusa e di Trapani che erano fortificate con delle opere sufficienti, ma tutto il rimanente non si può dire che fosse effettivamente fortificato: vi erano delle postazioni in cemento per mitragliatrici, c'erano dei fossi anticarro, c'era un po' di reticolati, c'era qualche zona minata, ma era stato impossibile fare un'organizzazione anche lontanamente paragonabile a quella del Vallo Atlantico perché mancava il cemento, mancava il ferro, mancavano le cupole corazzate. Queste organizzazioni difensive erano più che altro organizzazioni per la osservazione e per la difesa immediata delle coste contro gli attacchi di "commandos". Parlare di artiglierie e di difesa costiera è molto improprio perché o erano delle artiglierie da campagna, che sparavano a tre, quattro chilometri, cinque, sei al massimo; oppure erano delle batterie antiquate che sparavano a nove, dieci chilometri; quindi nulla di paragonabile alle artiglierie navali. Le truppe, poi, destinate a questa difesa, erano: sulla linea costiera le Divisioni costiere le quali davano una sicurezza molto relativa sia per entità numerica dei reparti (il battaglione contava circa seicento uomini) sia per l'armamento, sia per la mancanza assoluta di mobilità sia della fanteria sia dell'artiglieria. Per dire poi quale fosse l'effettiva efficienza di queste Divisioni basta pensare che su un chilometro di fronte c'erano schierati trentasei uomini e due mitragliatrici. Ogni nove chilometri si aveva una batteria di quattro pezzi». 

La situazione economica, sociale e morale della Sicilia era ancor più triste di quella militare. Tutti i mali di cui soffriva allora l'Italia, - miseria, carestia, disorganizzazione della vita civile -, qui erano inaspriti dallo stato di grave isolamento e dal martellamento massiccio dell'aviazione alleata. Il malcontento dei siciliani era aggravato dalla presenza dei tedeschi, che si abbandonavano frequentemente a violenze e ruberie. Era vivo il desiderio di uscire comunque dalla guerra.

Di abbondante in Sicilia, a quell'epoca, c'erano solo le scritte inneggianti al duce e al regime, dipinte sui muri molto tempo prima.

scritte murali di propaganda fascista 

Sembrava che in tutti quegli anni il fascismo fosse stato capace di produrre soltanto parole. Anche i manifesti della propaganda che parlavano di «Sici­lia eroica e fedele, trincea della civiltà europea» apparivano come una derisione.

Realtà quotidiana erano le sanguinose indisturbate incursioni dell'aviazione alleata. Il 19 maggio l'offensiva aerea s'intensificò. Palermo fu la prima città ad essere colpita sistematicamente, soprattutto nel porto.

In giugno cominciarono gli attacchi agli aeroporti. Fu una strage. Alla vigilia dello sbarco, soltanto 49 apparecchi italiani efficienti rimanevano in Sicilia. Anche l'aviazione tedesca subì perdite gravissime.

Per ingannare i comandi dell'“asse” sulle loro intenzioni, gli Alleati concentravano gli attacchi ora su un settore ora sull'altro. Si colpivano le città e i porti contemplati dai piani di sbarco, ma anche quelli che ne erano fuori. Alla fine di giugno non c'era ormai un centro abitato di qualche importanza che non avesse sofferto.

In ultimo la rovina si abbatté su Messina. Tutte le navi traghetto, meno una, vennero affondate; i rifornimenti si ridussero ancora e crebbe nell'isola la sensazione d'essere completamente abbandonati dal resto d'Italia.

Il governo fascista continuava a nascondere la verità.

Il 5 luglio, quando la flotta d'invasione era ormai pronta a salpare, i giornali pubblicarono il testo del discorso che Mussolini, già perfettamente al corrente della situazione in Sicilia, aveva tenuto qualche giorno prima ai gerarchi fascisti.

Mussolini fra l'altro dichiarò: 

«Il nemico deve giocare una carta. Ha troppo proclamato che bisogna invadere il continente. Lo dovrà tentare, questo, perché altrimenti sarebbe sconfitto prima ancora di avere combattuto.

Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del "bagnasciuga", la linea della sabbia. dove l'acqua finisce e comincia la terra. Se per avventura dovessero penetrare, bisogna che le forze di riserva, che ci sono, si precipitino sugli sbarcati, annientandoli fino all'ultimo uomo. Di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l'hanno occupata rimanendo per sempre in una posizione orizzontale, non verticale».

Sicilia carta sbarco alleato 1943 

La più grande flotta che avesse mai solcato le acque del Mediterraneo si era data appuntamento nello stretto di Sicilia. A destra il convoglio che portava l'VIII Armata inglese del generale Montgomery puntava sulle coste sud-orientali dell'isola. A sinistra, diretto verso le coste meridionali, il convoglio che trasportava la VII Armata americana.

Erano complessivamente quasi 1.500 navi da trasporto e oltre 1.800 mezzi da sbarco. 280 navi da guerra facevano da scorta ai due convogli che portavano 160.000 uomini, 14.000 veicoli, 600 carri armati, 1.800 cannoni; 4.000 aerei erano allineati nelle basi nordafricane.

Comandava la VII Armata americana il generale Patton, una delle figure più caratteristiche della guerra.

Il 9 luglio mattina, improvvisamente si levò un vento fortissimo e una violenta bufera sconvolse il Mediterraneo. Qualcuno propose di tornare indietro, ma l'operazione ormai era scattata.

Quella sera, nonostante il maltempo, dagli aeroporti del Nord Africa, decollò l'LXXXII Divisione aviotrasportata americana.

Nel settore della VII Armata i paracadutisti dovevano atterrare fra Niscemi e Gela per preparare una testa di sbarco alla fanteria. Ma la bufera, l'oscurità e una generale confusione dispersero i paracadutisti su un fronte di 100 chilometri.

Nel settore inglese soltanto dodici alianti atterrarono vicino agli obiettivi di Siracusa e Pachino. Quarantasette caddero in mare e molti paracadutisti finirono sotto il fuoco dei difensori.

L'operazione si risolse in un disastro. I paracadutisti furono in gran parte eliminati prima del mattino.

Il mare intanto si era inaspettatamente placato e nel settore orientale le navi da guerra aprirono il fuoco.

Gli inglesi dell'VIII Armata furono i primi a prendere terra. Un'ora dopo che le navi erano entrate in azione, le avanguardie del XXX Corpo sbarcavano dai mezzi d'assalto sulla penisola di Pachino. Seguivano a ritmo accelerato, fra Avola e le spiagge a sud di Siracusa, le prime ondate del XIII Corpo britannico.

1943 alleati Sicilia

Ciò che stupiva gli invasori era la quiete che regnava su quelle coste. Le due o tre batterie che in certi punti avevano risposto al fuoco, erano subito state ridotte al silenzio dai tiri combinati delle navi.

Perciò gli sbarchi avvenivano quasi ovunque senza combattere. Nelle prime ore del mattino, mentre sulle spiagge era un riversarsi continuo di automezzi, carri armati, cannoni, i reparti più avanzati marciavano già sulle strade dell'isola, diretti verso i paesi dell'interno.

Intanto sulle coste sud-occidentali avvenivano gli sbarchi degli americani. All'alba presero terra, a Scoglitti, i fanti della XLV Divisione. Non trovarono alcuna resistenza. Il nome della prima città incontrata, Vittoria, era come un augurio.

Ma sulla sinistra la flotta americana, che s'era avvicinata senza sparare per sorprendere i difensori, fu avvistata alle prime luci dell'alba e le batterie italiane aprirono il fuoco.

Sotto i colpi delle artiglierie navali, le postazioni italiane resistettero tenacemente fino all'esaurimento delle munizioni.

Davanti a Gela gli sbarchi della I Divisione americana continuarono al riparo di cortine fumogene ma, stranamente, senza alcuna protezione aerea.

Nelle deboli e isolate trincee, i reparti costieri italiani non potevano resistere a lungo. Presto la battaglia s'accese nelle strade della città, dove un contrattacco italiano fu respinto a fatica. Alle otto del mattino gli “Stukas” tedeschi piombarono sulla testa di ponte.

Senza l'appoggio dell'aviazione e privi di mezzi corazzati e di artiglieria pesante, ancora a bordo delle navi, gli americani vennero a trovarsi in una situazione critica che peggiorò nel pomeriggio.

La flotta subì gravi perdite, ma verso sera finalmente cominciarono a sbarcare i primi carri armati e i primi cannoni.

Intanto le forze italo-germaniche si raggruppavano a nord di Gela per convergere sulla testa di ponte e ricacciare in mare gli americani.

La Divisione “Livorno” attaccò il mattino dell' 11 luglio. Allo scoperto, sotto il fuoco degli americani trincerati alla periferia della città, gli italiani avanzarono fin quasi alla spiaggia.

La Divisione “Goering” partì più tardi, su tre colonne, con 60 carri armati.

Quando gli americani ne udirono rombare i motori e sferragliare i cingoli, si sentirono tremare il cuore. Così confessarono loro stessi dopo la battaglia.

Alle undici e mezzo la situazione era così critica che il comando della VII Armata americana mandò alla I Divisione l'ordine di tenersi pronti per il reimbarco.

Il fuoco di sbarramento dell'artiglieria navale arrestò gli attaccanti. Quando il generale Patton scese a terra dopo il mezzogiorno, il momento critico era passato. Prima di sera italiani e tedeschi si ritirarono sulle colline dell'interno.

Il generale Von Senger, futuro comandante dei tedeschi a Cassino, che aveva assistito alla battaglia da un'altura a 8 chilometri dalla città, si rese conto che la Sicilia era perduta.

Quarantotto ore dopo lo sbarco, le teste di ponte dell'VIII Armata inglese, da Pozzallo a Capo Murro di Porco, e della VII Armata americana, da Scoglitti a Licata, erano ormai saldamente organizzate.

Respinto a Gela il contrattacco delle Divisioni “Livorno” e “Goering”, la VII Armata si congiunse presso Ragusa con l'VIII, che nel settore orientale continuava ad avanzare senza difficoltà.

Il generale Montgomery aveva due obiettivi: proseguire a ovest, d'intesa con gli americani, e avanzare a nord-est per impadronirsi dei porti della costa ionica, fino a Catania.

Ad Avola gli inglesi incontrarono un gruppo di soldati americani col viso sporco di nerofumo. Erano i paracadutisti del lancio avvenuto la notte fra il 9 e il 10. Qui gli italiani avevano fatto un tentativo di resistenza, poi molti s'erano nascosti nelle case, altri erano stati fatti prigionieri.

Andarono ad ingrossare le file dei loro commilitoni catturati nei primi due giorni. Tutti venivano condotti ai porti e imbarcati sugli stessi mezzi serviti all'invasione. Nel Nord Africa li attendevano i campi di concentramento.

Avanzando sulla sinistra verso la testa di ponte americana, gli inglesi occuparono Noto. In ogni città conquistata issavano la bandiera della vittoria e non avevano rapporti con gli abitanti. Le strade che vedevano passare le colonne di un esercito famoso erano quasi vuote. I siciliani stavano chiusi in casa, dietro le porte e le finestre sbarrate. Diffidavano di quegli sconosciuti e per il momento stavano a vedere.

Siracusa era già stata occupata la sera del dieci. Prima che gli inglesi attaccassero la città, gli italiani avevano fatto saltare le batterie costiere e contraeree e incendiato i depositi di carburante. Poi s'erano arresi.

La rapida conquista di Siracusa fu decisiva agli effetti delle operazioni perché gli Alleati poterono subito utilizzare il grande porto e le sue banchine.

Anche ad Augusta il porto rimase pressoché intatto.

Non appena le avanguardie della V Divisione inglese si avvicinarono alla piazzaforte, l'ammiraglio Leonardi fece saltare le difese, i magazzini e l'arsenale.

Tutto diviene assurdo e confuso quando le cose volgono al peggio. Le catastrofi militari, sotto questo punto di vista, si somigliano.

Il quarto giorno dell'invasione segnò l'inizio del disgelo fra soldati e popolazione. A Palazzolo Acreide gli inglesi della LI Divisione catturarono un treno carico di farina, che i tedeschi avevano razziato dai magazzini comunali e dalle fattorie, e che nella fretta della ritirata avevano dovuto abbandonare. Il comando ordinò di distribuirla alla popolazione.

Per gli Alleati fu un colpo propagandistico. Da allora i siciliani cominciarono a mostrarsi meno diffidenti. Aspettavano l'arrivo delle truppe all'ingresso dei paesi, si raccoglievano in gruppi ai lati delle strade osservandone il passaggio, e quando una colonna si fermava in mezzo all'abitato, la circondavano con applausi e sorrisi. L'accoglienza era ancora più calorosa dove arrivavano gli americani, forse per il fascino del mondo nuovo che li accompagnava.

Il 13 luglio, sulla strada di Augusta, il generale Gotti-Porcinari, comandante della Divisione “Napoli”, cadde con il suo Stato Maggiore nelle mani degli inglesi. Proprio quel giorno la Divisione aveva ricevuto l'ordine di contrattaccare nel settore di Augusta. Il Comando d'Armata si trovò quindi costretto a ritirarla prima che gli inglesi l'accerchiassero.

I prigionieri furono ugualmente molti, ma il generale Guzzoni riuscì tuttavia nella manovra di raccogliere su una linea più ristretta le forze rimastegli. Così nella seconda metà di luglio, alle soglie della piana di Catania, l'impeto offensivo dell'VIII Armata urtò contro una resistenza inaspettata. Intorno al ponte di Primosole, sul fiume Simeto, fu combattuta la battaglia più violenta di tutta la campagna di Sicilia.

Paracadutisti inglesi e tedeschi se ne disputarono per qualche giorno il possesso. Il ponte passò più volte di mano. I tedeschi non riuscirono a farlo saltare e infine dovettero abbandonarlo.

I famosi “diavoli verdi” che Hitler aveva mandato sul fronte siciliano per ricacciare in mare gli Alleati, si avviavano in gran numero verso i porti d'imbarco e i campi di prigionia.

Catania non distava ora che 10 chilometri, ma per vari giorni il XIII Corpo dell'VIII Armata inglese non avrebbe fatto grandi progressi oltre il fiume Simeto. Sulla sinistra, intanto, il XXX Corpo britannico occupava Caltagirone e Piazza Armerina, mentre la VII Armata americana, vinta la resistenza delle truppe italiane davanti ad Agrigento, iniziava una rapida avanzata nella Sicilia occidentale.

Il generale Truscott riassume così questa operazione:

«Dopo che venne presa Licata ed Agrigento si decise che la VII Armata avrebbe protetto il fianco sinistro dell'VIII Armata inglese che stava facendo lo sforzo maggiore, ma avrebbe anche conquistato Palermo.

Mentre la I Divisione americana occupava Caltanissetta il 18 luglio e l'LXXXII proseguiva lungo la costa sud-occidentale verso Trapani, la III Divisione di fanteria che io comandavo iniziava la marcia verso Nord.

Credo che a noi tutti abbia fatto impressione l'evidente miseria dei villaggi siciliani, ma nessuno di noi dimenticherà le affettuose accoglienze che ricevevamo al nostro passaggio. I genitori e i nonni di molti dei nostri soldati erano emigrati dalla Sicilia negli Stati Uniti. Apparve evidente a tutti noi il sollievo dei siciliani all'idea che per loro la guerra era finita.

Il generale Patton era ansioso di prendere Palermo dopo aver spazzato la Sicilia occidentale con i mezzi corazzati. In quel momento, tedeschi e italiani si stavano ritirando dalla zona, per cui il principale ostacolo incontrato dai reparti corazzati erano le zone minate sulle strade che dovevano essere percorse dai carri armati. Fu per questo che la mia Divisione, procedendo per cento miglia da Agrigento verso nord a marce forzate, poté arrivare a Palermo in meno di cinque giorni e prima dei mezzi corazzati». 

Il 22 luglio il comandante territoriale di Palermo, generale Molinero, andò incontro al generale Keys che era in testa alla colonna americana e offrì la resa della città chiedendo alcune garanzie per i suoi soldati. Keys insistette per la resa incondizionata. Una città vuota, stremata, accolse gli alleati.

Palermo era la prima grande città europea conquistata dagli Alleati. E per la prima volta degli italiani li chiamavano «liberatori» nonostante l'occupazione formale.

La visita del generale Patton al cardinale Lavitrano contribuì a rafforzare i rapporti amichevoli che scavalcavano quelli ufficiali dei due governi ancora in guerra.

Qualche giorno dopo Patton diede ordine di liberare i prigionieri siciliani. Fu un gesto umano e nello stesso tempo di buona politica. La popolarità degli Alleati si accresceva. E dalla gioia dei siciliani si poteva misurare quanto scarsa fosse ormai la presa che il fascismo aveva sul popolo.

La rapida avanzata della VII Armata americana verso Trapani e Palermo non isolò completamente le truppe italiane che si trovavano nella Sicilia occidentale. Sfilando davanti alle avanguardie del generale Patton, reparti delle Divisioni “Aosta” e “Assietta” riuscirono infatti a congiungersi con le rimanenti forze italo-germaniche, che si ritiravano ordinatamente. Si poté così costituire, da Santo Stefano di Camastra alla piana di Catania, una prima linea di resistenza che per alcuni giorni rallentò l'avanzata angloamericana.

Aerei italiani e tedeschi, dopo l’arresto di Mussolini del 25 luglio e il nuovo governo Badoglio, bombardarono il porto di Pantelleria che gli Alleati utilizzavano per i rifornimenti alla Sicilia. Doveva essere una prova che l'Italia teneva fede alle alleanze.

In Sicilia la guerra continuava sul fronte di Catania. La manovra ritardatrice di Guzzoni sembrava riuscita. Ora gli inglesi attaccavano verso sinistra. Attorno alla stazione di Sferro, caposaldo della linea che sbarrava l'accesso alla piana di Catania, la battaglia durò 48 ore.

Gli attacchi dell'VIII Armata britannica continuarono fino alla fine di luglio. Poi Montgomery decise di intensificare l'offensiva sulla sinistra, nel tentativo di prendere Catania per aggiramento. Il paese di Regalbuto alle falde dell'Etna venne occupato dai canadesi il 10 agosto.

Centùripe era considerata il perno della linea di difesa per la sua posizione elevata. Cadde il 3 agosto.

Dopo due giorni fu presa Paternò.

La situazione dei difensori diventava sempre più insostenibile. Il 25 luglio aveva aggravato la crisi dei reparti superstiti della VI Armata italiana, mentre i tedeschi avevano avuto l'ordine di passare al più presto sul continente.

Misterbianco era l'ultimo caposaldo a ovest di Catania: cadde senza resistenza.

Crollato il fascismo, i siciliani ormai consideravano gli invasori come degli amici.

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In Sicilia era difficile credere alle parole di Badoglio sulla continuazione della guerra. Tutti capivano che si trattava di una frase dietro la quale c'era la volontà di far la pace. Nei paesi liberati la gente cominciava a manifestare le proprie opinioni.

Superate le ultime resistenze, il 5 agosto le avanguardie del XIII Corpo britannico entrarono a Catania da ovest e da sud. Per oltre venti giorni la città era stata la retrovia del fronte e ora, partite le truppe che la difendevano, le autorità aspettavano gli Alleati chiuse nella caserma dei carabinieri. Così a differenza di Palermo, Catania era in uno stato di grave disordine. La popolazione era esasperata dalle privazioni e dalla miseria. Mancava tutto: la carne, il latte, il pane. Il saccheggio era cominciato già prima della partenza dei tedeschi, e in molti casi erano stati i soldati della “Goering” a dar l'esempio rubando persino i materassi degli alberghi. Molte strade, fino a poco prima deserte, d'un tratto si riempivano di una folla vociante che dava l'assalto ai negozi e ai magazzini.

Con Catania gli Alleati disponevano di un nuovo grande porto, ma per il momento esso serviva soprattutto per lo sgombero dei feriti, ch'erano stati numerosi tra le rive del Simeto e l'Etna.

La campagna di Sicilia era praticamente chiusa. Entrambi gli eserciti ne uscirono molto provati. In 38 giorni gli italiani avevano perso 140.000 uomini, in gran parte prigionieri; i tedeschi 37.000, in gran parte morti e feriti, gli alleati 31.000. Contrariamente a quella che divenne un'opinione diffusa, la campagna di Sicilia non fu una passeggiata militare.

La battaglia di Catania era stata risolta dall'offensiva alla sinistra dello schieramento di Montgomery che aveva portato alla rottura anche della seconda linea di resistenza. Nello stesso tempo forti attacchi americani verso Troina e S. Agata di Militello avevano operato lo sfondamento a nord. Non c'erano più ostacoli sulla strada di Messina.

Ormai il comando italo-germanico si preoccupava solo di riportare sul continente il maggior numero di truppe.

Nel pomeriggio dell'11 agosto ebbe inizio la fase finale dello sgombero dell'isola.

Su motozattere, traghetti e imbarcazioni di fortuna, sotto le bombe dell'aviazione alleata e il tiro dell' artiglieria, i resti delle Divisioni italiane e tedesche riuscirono a riparare in Calabria.

Ora per gli alleati arrivare a Messina era soltanto una questione di velocità. Il generale americano Truscott ci ricorda i particolari di quella corsa:

«La presa di Messina avrebbe segnato la fine della Campagna di Sicilia, per cui era naturale che sia gli inglesi che gli americani tenessero molto ad avere il merito della conquista della città. Il generale Patton mi aveva detto un giorno che gli sarebbe proprio piaciuto arrivare a Messina prima di Montgomery, e non dubito che eguali fossero i sentimenti del generale Montgomery». 

Così si accese tra i due alleati una gara singolare. Lungo la strada costiera taorminese, stretta fra l'Etna e il mare, gli inglesi avanzavano con la prudenza che era propria della strategia di Montgomery, spesso tenendo in testa reparti di suonatori scozzesi.

Il comandante inglese ci teneva ad entrare per primo a Messina e ordinò anche uno sbarco strategico a sud della città; ma il ritmo delle cornamuse non è il più adatto a una marcia veloce.

Gli americani, a nord, ci misero uno spirito più sportivo. Pur incontrando distruzioni e intralci come gli inglesi, cercarono di spingere al massimo i loro mezzi corazzati. Avevano assimilato le idee sulla guerra mobile del loro comandante, il generale Patton, audace e spericolato come un “cow-boy”.

Truscott ancora racconta: 

«Compiendo sforzi terribili, la III Divisione di fanteria riuscì a superare gli ostacoli delle demolizioni e l'opera di disturbo dei tedeschi lungo la costa settentrionale della Sicilia, e prese Messina parecchie ore prima dell'arrivo delle avanguardie britanniche. Il generale Patton ed io, con i componenti dei nostri Stati Maggiori, percorremmo la strada tortuosa che porta alla città il mattino del 17 agosto; ci accompagnò per tutta la strada il fuoco d'artiglieria tedesco, proveniente dall'altra riva dello stretto. Mentre conversavamo con le autorità civili nella piazza municipale, davanti al Palazzo di città, arrivò una pattuglia corazzata britannica che era sbarcata sulla costa, a qualche chilometro di distanza. Naturalmente, furono delusi di trovare che gli americani erano arrivati prima di loro». 

La città sembrava in piedi ma in realtà dietro le facciate delle case c'era il vuoto. Come i garibaldini nel 1860, gli Alleati si trovavano ora in faccia alla penisola. E come loro, sapevano ben poco di ciò che li attendeva.

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

 

I cimiteri di guerra alleati in Sicilia e tedeschi in Italia

da «Patria indipendente» rivista dell’ANPI del 21 maggio 2006

Forze Armate degli StatiUniti d’America

Dal luglio 1943 al maggio 1945 le Forze Armate Americane hanno perduto circa 32.000 uomini in Italia tra morti in combattimento e morti a causa della guerra. La “American Battle Monuments Commission” ha provveduto alla raccolta e sistemazione delle salme rimaste in Italia in due grandi cimiteri monumentali di guerra, uno a Nettuno ed uno a Firenze.

In Italia le tombe sono 12.264 ma altri 4.053 Caduti sono ricordati a parte perché le salme non sono state ritrovate o non è stato possibile identificarle. Per l’edificazione dei suddetti cimiteri lo Stato italiano ha concesso il libero uso delle aree di terreno.

Regno Unito e Impero Britannico

Nella campagna d’Italia il Regno Unito e le forze dell’Impero Britannico dal luglio 1943 al maggio 1945 persero 45.469 militari. L’Italia ha stabilito una convenzione con la Commissione Imperiale per le Tombe di Guerra (The Imperial War Graves Commission), la quale ha provveduto alla raccolta e sistemazione dei Caduti in 41 Cimiteri di Guerra. Occorre ricordare che oltre ai britannici, combattevano sotto la bandiera inglese le truppe dell’Impero, poi Commonwealth, (canadesi, indiani, sudafricani, australiani, neozelandesi, ecc.) e soldati di Paesi occupati dalla Germania, come polacchi, norvegesi, danesi, olandesi, belgi. Le aree di terreno sono state concesse gratuitamente dal Governo italiano. Il totale delle tombe è di 39.948; in alcuni cimiteri sono ricordati anche i Caduti non ritrovati e non identificati che ammontano a 5.511.

Cimitero di Guerra Canadese di Agira

Accoglie 490 tombe. Dopo la conquista della Sicilia, le tombe di tutti i canadesi morti durante le operazioni furono raccolte ad Agira, provincia di Enna. Questo posto fu scelto dal Comando canadese nel settembre 1943.

Cimitero di Guerra di Catania

Accoglie 2.135 Caduti. In questo cimitero sono raccolte le salme dei Caduti dell’ultima fase della campagna di Sicilia, soprattutto nei pesanti combattimenti condotti attorno a Catania e nella battaglia per la testa di ponte del fiume Simeto.

Cimitero di Guerra di Siracusa

Accoglie 1.060 Caduti. Il luogo in cui si trova fu scelto nel 1943 durante le fasi della conquista dell’Isola.

La maggior parte di coloro che sono qui sepolti persero la vita negli sbarchi in Sicilia dal 10 luglio 1943 e nelle fasi della campagna della Sicilia. Un gran numero di tombe appartiene al personale aviotrasportato inglese che atterrò nei dintorni della città nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943.

I dati sono stati ricavati dal volume di Livio Massarotti “Sintesi storica della Guerra di Liberazione 1943-1945. I Cimiteri di Guerra. Sacrari Militari della 2a Guerra Mondiale”, edito dalla Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, Sezione di Udine, nel 2006.

Forze Armate Germaniche

La follia nazista ha travolto anche la Germania. Al di là di ogni considerazione, la Germania ed il popolo tedesco hanno pagato duramente questa follia e le violenze e distruzioni causate a tutti i Paesi dell’Europa.

Dovrà passare molto tempo prima che tutto questo sia assorbito dalle coscienze europee.

Le forze armate germaniche in Italia hanno avuto 120.000 Caduti. Di questi 100.043 sono stati raccolti in quattro cimiteri militari maggiori, che sono a Cassino, Costermano, Passo della Futa e Pomezia. I rimanenti 7.199 sono stati ripartiti in Cimiteri minori già esistenti in quanto raccoglievano i Caduti germanici della Prima Guerra Mondiale: Bolzano, Bressanone, Brunico, Cagliari, Feltre, Merano, Milis (Sardegna), Motta S. Anastasia (Sicilia), Pordoi, Quero.

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Agosto 1943: il convegno di Tarvisio

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Agosto 1943. Il convegno di Tarvisio pone fine della collaborazione fra italiani e tedeschi.

Churchill e Roosevelt, riuniti in Quebec, stabiliscono le future operazioni in Europa.

Corriere Sera 26 luglio 1943 

Dopo il 25 luglio 1943 la sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che, alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. Vigeva la legge marziale. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Questo rigore mascherava una profonda incertezza. Il maresciallo Badoglio, che col governo era passato al Viminale, circondava di mistero le sue intenzioni. Per le cose essenziali e la condotta della guerra, la liquidazione del fascismo, i rapporti con i tedeschi, agiva all'insaputa dei suoi ministri. La sua condotta era ambigua, anche nei confronti dei partiti antifascisti usciti dalla clandestinità.

Lo stato d'assedio ch'egli aveva imposto al Paese, con tutto il seguito di misure eccezionali e severissime, era una novità nella storia d'Italia degli ultimi trent'anni.

Inutilmente i rappresentanti dei partiti, riuniti nel Comitato delle opposizioni presieduto da Ivanhoe Bonomi, avevano chiesto una maggiore libertà di stampa. I nuovi giornali continuavano ad essere vietati e i vecchi sottoposti a una severa censura.

E tuttavia gli antifascisti non avrebbero desiderato di meglio che collaborare, a patto che il governo avesse affrontato francamente il problema della pace. Su questo punto, pur comprendendo le difficoltà del maresciallo, erano irremovibili: volevano finirla con la guerra.

Badoglio si dichiarava d'accordo. Ma continuava a far da solo. Sembrava che non si fidasse di nessuno.

Dal canto suo il re aveva deciso di insistere (almeno per il momento) nell'alleanza con i tedeschi avendone bisogno per tenere il fronte quel tanto che fosse bastato - egli credeva - a negoziare l'armistizio.

Al Viminale l'inquietudine cresceva. Mentre spediva diplomatici in Vaticano, a Lisbona, a Tangeri per conoscere le intenzioni degli Alleati, Badoglio si preoccupava dei tedeschi. Una sua richiesta a Hitler per un convegno, presente il re al fine di studiare amichevolmente l'uscita dell'Italia dalla guerra, fu respinta. Allora, per non rivelare il suo animo, fu costretto ad accettare la controproposta del Führer per una conferenza fra i ministri e i capi militari.

Hitler Mussolini al Brennero

L'incontro avvenne in zona di confine.

La scelta dimostrava la reciproca diffidenza dei due alleati. In realtà il convegno di Tarvisio segnò la fine della collaborazione fra italiani e tedeschi.

Ribbentrop e Guariglia, nuovo ministro degli Esteri italiano, guidavano le due delegazioni. Li accompagnavano il maresciallo Keitel e il generale Ambrosio. Ribbentrop chiese se il governo italiano avesse avviato i preliminari d'armistizio con gli anglo-americani. Guariglia rispose di no ed effettivamente i suoi tentativi di trattare con gli Alleati erano fino a quel momento falliti.

A sua volta Guariglia chiese il perché dei movimenti tedeschi in Italia; Keitel assicurò che le truppe inviate dovevano creare una riserva strategica. Più insolentemente, Ribbentrop aggiunse che le Divisioni tedesche servivano solo per combattere.

Tutte le speranze di Badoglio si riponevano ora sul generale Castellano, partito per Lisbona il 12 agosto per un altro incontro con gli Alleati. Ma questi, messi in sospetto da tanti indugi, dettero ordine di riprendere i bombardamenti sulla penisola.

Su Milano la notte dal 12 al 13 agosto cadde una pioggia di bombe e di spezzoni incendiari che trasformarono il centro storico in un braciere.

La Galleria e palazzo Marino furono semidistrutti.

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Anche la Scala andò in rovina. Si dovette al sipario metallico se il palcoscenico non fu devastato dalle fiamme.

Torino fu anch'essa colpita nel centro, nei suoi quartieri più belli, carichi di ricordi e di storia.

Il 13 agosto toccò di nuovo a Roma, che per fortuna subì danni soltanto nella periferia sud, adiacente alla zona degli scali ferroviari.

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Gli Alleati erano decisi a finirla. A Quebec, dove in quei giorni si riunivano per stabilire le future operazioni in Europa, Churchill e Roosevelt insistettero per l'Italia sulla resa senza condizioni. Anche Stalin, che non partecipava alla conferenza, fece pervenire il suo benestare.

Alla fine d'agosto l'operazione «Alarico» era ultimata.

Fino a un mese prima le Divisioni tedesche in Italia erano 8, quasi tutte concentrate al sud e nelle isole. Le Divisioni italiane erano 23, delle quali 10 in via di ricostituzione e perciò inutilizzabili. C'erano inoltre 14 Divisioni costiere disperse e male armate, quindi anch'esse inservibili. Ma dal 26 luglio 9 Divisioni e 1 Brigata germaniche si dislocarono nell'Italia settentrionale, in forma di vera e propria occupazione, disponendosi a ridosso dei reparti italiani. Un'altra scese presso Roma e le quattro che erano in Sicilia si unirono a quelle dell'Italia meridionale. La situazione si era così capovolta. Le 13 Divisioni italiane efficienti, più le 3 rientrate all'ultimo momento, col permesso dei tedeschi, ma ancora in viaggio, erano ora controllate da 18 Divisioni e una brigata germaniche, divise in due Gruppi di Armate.

A nord il Gruppo d'Armata B fu affidato al Feldmaresciallo Rommel, mentre il comando supremo per il Sud andò al Feldmaresciallo Kesselring. Si ritrovavano in Italia due comandanti che gravi contrasti avevano diviso al tempo della campagna d'Africa.

La conquista della Sicilia e la nuova situazione interna italiana consigliavano l'attacco diretto alla penisola. Perciò gli Stati Maggiori alleati dettero ordine al comandante supremo del Mediterraneo di raccogliere tutte le forze disponibili per l'invasione.

L'VIII Armata del generale Montgomery doveva effettuare la prima operazione, lo sbarco in Calabria. La seconda, lo sbarco a Salerno, era affidata alla V Armata del generale Clark ed era fissata per il 9 settembre.

Eisenhower e Montgomery erano scettici. Quale accoglienza avrebbe riservato la terra che si stendeva con le sue coste brulle al di là dello stretto?

Il governo italiano, è vero, si disponeva a capitolare.

Ma l'atteggiamento dell'Italia appariva ai militari alleati confuso e contraddittorio. In tutto ciò che stava accadendo in quell'incomprensibile Paese c'era qualcosa di misterioso.

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Luglio 1943: dalla Sicilia, l'attacco alla penisola

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dalla Sicilia attraverso lo stretto inizia l'attacco alla penisola.

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Il pomeriggio e la notte della vigilia un intenso bombardamento aereo e terrestre sconvolge l'estrema punta della Calabria.

Dall'altra sponda dello stretto nessuno ha risposto al fuoco di 600 pezzi d'artiglieria piazzati sulla costa siciliana. Dove sono i difensori? All'alba, quando le fanterie dell'VIII Armata sbarcano fra Reggio e Villa San Giovanni, non trovano resistenza. I tedeschi sono già in ritirata verso nord e hanno lasciato soltanto deboli retroguardie.

Lo sbarco si svolge in tutta tranquillità. È ancora più facile del 10 luglio in Sicilia. Montgomery continua ad essere assistito dalla fortuna.

La stessa mattina del 3 settembre gli inglesi entrano a Reggio e attraversano la città come in un giorno di manovre. Essi non hanno più il volto dell'invasore. La gente intuisce che un armistizio è imminente, che il nemico sarà d'ora in poi un altro. Calabresi e soldati dell'VIII Armata hanno già fatto la pace.

Nei giorni successivi l'operazione del XIII Corpo britannico in Calabria si sviluppò con due altri facili sbarchi a Bagnara, l'alba del 4 settembre, e a Pizzo, la notte dal 7 all'8, ma senza riuscire a intralciare la ritirata tedesca. Così la V Divisione inglese e la I canadese, ostacolate da numerose interruzioni stradali e dal terreno impervio, poterono giungere il 10 settembre alla linea Catanzaro-Nicastro, facendovi una breve sosta necessaria per il riposo e la riorganizzazione.

Lo stesso giorno dell'attacco alla penisola venne concluso l'armistizio fra l'Italia e gli Alleati. La cerimonia della firma si svolse al quartier generale di Alexander a Cassibile, vicino a Siracusa. Fra i capi alleati c'erano anche Eisenhower e Clark, comandante della V Armata ormai pronta a salpare per Salerno.

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Prima di giungere a Cassibile il Governo italiano aveva esitato. Badoglio credeva di poter negoziare l'armistizio, ma di fronte alla ripetuta richiesta di resa incondizionata dovette rassegnarsi.

Il generale Castellano, delegato del Comando Supremo italiano, era entrato in contatto con i rappresentanti Alleati fin dalla metà di agosto. Poi era tornato a Roma con le loro proposte, consapevole che l'unica possibilità che restava al nostro governo era di accettarle. Soltanto dopo aver compiuto quel passo l'Italia avrebbe potuto sperare in un trattamento più equo di quello che si riserva ai vinti.

Il luogo dove si firmò l'armistizio era nel cuore di un vecchio uliveto appartenente a privati che non s'immaginavano di entrare per un giorno nella storia. Dopo quella breve parentesi, esso ha ripreso la fisionomia di sempre.

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Il generale Castellano, che rappresentava l'Italia, ricorda: 

«Il giorno 2 settembre ritornai a Cassibile nella località nella quale mi attendevano gli ufficiali alleati: il generale Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore del generale Eisenhower, il generale Strong, capo dell' "Intelligence Service" presso il comando in capo alleato. Là, sotto una tenda, in un uliveto, riprendemmo la discussione. E mi chiesero se avevo pieni poteri, cioè se avevo la delega per firmare le condizioni dell'armistizio. Risposi che non avevo questa delega. Dovetti fare due telegrammi, tutt'e due pressanti, e attendere la risposta la quale mi venne ventiquattr'ore dopo. Queste ventiquattr'ore furono molto tristi per me perché vedevo gli Alleati in un atteggiamento ostile, forse perché ritenevano che noi avessimo ricorso ad un tranello e non volessimo poi, all'ultimo, firmare come convenuto. Il giorno 3 venne la delega da parte del maresciallo Badoglio e alle 17,30 firmai il documento». 

Il testo dell'armistizio firmato, per la parte americana, dal generale Bedell Smith, consisteva in dodici articoli dei quali alcuni particolarmente duri. Altri erano contraddittori. Per esempio, mentre esigevano che l'Italia s'impegnasse con le armi contro i tedeschi, gli Alleati ci disarmavano, e si rifiutavano di informare per tempo dello sbarco le autorità italiane. Fu così che si arrivò al disastro dell'8 settembre.

In realtà, gli anglo-americani non si fidavano ancora del governo italiano; dopo tre anni di guerra non potevano d'un tratto considerare l'Italia come un'alleata.

Nella nostra memoria il 3 settembre con tutte le sue incongruenze resta una data fondamentale: quella che segnò la fine di un'avventura nella quale l'Italia era entrata senza seri motivi, irrazionalmente, e con forze impari. Per i nostalgici di quell'epoca che allora si chiuse, l'armistizio del 3 settembre è un'onta. E infatti hanno distrutto la lapide che ricordava la data. Ma non è sopprimendo le parole che si distrugge il fatto ch'esse rievocano.

Il contadino dell'uliveto conserva un tavolo ch'egli sostiene sia quello su cui Bedell Smith e Castellana firmarono l'armistizio. Le fotografie dell'avvenimento sembrano contraddire l'autenticità del cimelio. Comunque l'orgoglio con cui il nostro contadino lo custodisce e lo fa vedere ai visitatori dimostra che anch'egli ricorda il 3 settembre come un giorno di speranza e di pace.

Non curandosi di quanto sta accadendo in Italia, il giorno stabilito gli Alleati fanno scattare l'operazione «Valanga». La V Armata di Clark naviga verso il golfo di Salerno, punto di partenza, secondo i piani, della successiva rapida avanzata su Napoli e Roma.

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Alle 18,30 mentre i convogli sono in mare, giunge da Radio Algeri la voce di Eisenhower: 

«Qui è il generale Dwight D. Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate. Le Forze Armate italiane si sono arrese senza condizioni. Come comandante in capo alleato ho concesso un armistizio militare, i cui termini sono stati approvati dai Governi del Regno Unito, degli Stati Uniti, dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; agisco pertanto nell'interesse delle Nazioni Unite. Il Governo italiano si è impegnato ad attenersi a queste condizioni senza alcuna riserva.

L'armistizio è stato firmato dai miei rappresentanti e dai rappresentanti del maresciallo Badoglio e diviene immediatamente effettivo. Le ostilità tra le Forze Armate delle Nazioni Unite e quelle dell'Italia cessano in questo momento. Tutti gli italiani che operino per respingere l'invasore tedesco dal suolo italiano, avranno l'assistenza e l'appoggio delle Nazioni Unite».

Mentre a Roma l'annuncio provocava un grave stato di incertezza, sulle navi favorì un'atmosfera di pericoloso rilassamento. I soldati alleati immaginavano che dopo lo sbarco li avrebbe attesi una lunga passeggiata fra le bellezze storiche della penisola. Il comando sperava nella sorpresa.

I tedeschi aspettavano lo sbarco proprio in quel punto, e all'alba passarono all'attacco con l'aviazione.

Decollando dagli aeroporti di Napoli gli «Stukas» piombarono sulle navi all'ancora nel golfo. Per due ore gli aerei con la croce nera furono padroni del cielo. Poi, con l'arrivo dell'aviazione alleata, praticamente scomparvero.

Mentre gli sbarchi alleati continuavano, Kesselring attuava le prime contromisure per contenere la testa di ponte alleata. Egli aveva disposto le sue difese sulla spiaggia. La costa era disseminata di mine per una profondità di cento metri. Dalle colline le artiglierie tenevano sotto il tiro tutto l'arco costiero; gruppi di carri armati erano nelle vicinanze pronti ad intervenire.

La battaglia fu subito aspra; sullo slancio, inglesi e americani travolsero le prime difese spingendosi verso l'interno. 48 ore dopo lo sbarco, le prospettive, per gli Alleati, erano favorevoli. L'ottimismo di Clark, sceso a terra in ispezione, sembrava dunque giustificato.

Ma l'11 settembre la situazione mutò. Nel settore settentrionale «rangers» e «commandos», che erano sbarcati a Maiori e Vietri, s'imbattevano sulle alture soprastanti in una crescente resistenza. Le altre due Divisioni del X Corpo britannico occupavano l'aeroporto di Montecorvino, ma erano costrette a lasciare Battipaglia. A sud, il VI Corpo americano si spingeva verso Persano e Altavilla, incontrando, su tutto il fronte, difficoltà sempre maggiori. Al centro, presso la foce del fiume Sele, rimaneva fra i due Corpi alleati, una pericolosa breccia di 16 chilometri.

Il mattino del 9 i romani si svegliarono presto, dopo una notte agitata. La sera prima, dai microfoni della radio, la voce impersonale di Badoglio aveva comunicato l'avvenuto armistizio. Ma i romani non sapevano nulla di come erano andate le cose.

La prima notizia era stata data dall'agenzia Reuter alle cinque e mezza del pomeriggio. Poco dopo era arrivato un telegramma in cui Eisenhower intimava a Badoglio di rompere gli indugi e di dare l'annuncio al Paese entro le ore 8 della sera stessa. Allora si era riunito frettolosamente al Quirinale il Consiglio della Corona. Gli avvenimenti precipitavano. Bisognava far presto. D'altra parte non esistevano serie alternative all'accettazione del fatto compiuto: la ragione consigliava di piegarsi. Alla fine Badoglio s'era avviato verso la sede della radio, già pensando di lasciare Roma. Che cosa succederà ora? Le truppe che presidiano la capitale, ma non hanno ordini precisi, saranno capaci di resistere ai tedeschi?

L'8 settembre sei grandi unità italiane erano schierate intorno a Roma.

A Sud la Divisione autotrasportata «Piacenza» e la Divisione di fanteria «Granatieri di Sardegna»; nella zona di Tivoli la Divisione corazzata «Centauro» incompleta e poco fidata; in città la «Sassari », adibita a servizi d'ordine pubblico; a Nord la Divisione motorizzata «Piave» tra la via Cassia e la Tiburtina, e la Divisione corazzata «Ariete» attorno al lago di Bracciano.

I tedeschi avevano due Divisioni rinforzate, una a sud di Roma attorno a Pratica di Mare e l'altra a nord, nel Viterbese. Circa 60.000 uomini con 650 mezzi corazzati.

Il 9 settembre alle 5 di mattina l'«Ariete», al comando del generale Raffaele Cadorna, ebbe l'ordine di trasferirsi a Tivoli.

La Divisione stava già combattendo in questa zona, fra Monterosi e il vicino laghetto, contro le avanguardie corazzate tedesche che scendevano per la via Cassia.

Più tardi violenti scontri avvennero fra Manziana e Bracciano sulla via Claudia per sbarrare ad altre colonne della III «Panzer Grenadiere» la strada di Roma. I tedeschi persero alcune centinaia di uomini, venti carri armati e diversi automezzi.

Intanto, mentre le Divisioni «Piacenza» e «Sassari» si dissolvono, anche la «Piave» riceve l'ordine di trasferirsi a Tivoli. Tuttavia il generale Tabellini, che comanda la Divisione, guadagna tempo.

Alle 7 un battaglione di paracadutisti tedeschi viene lanciato nella zona di Monterotondo, sulla sinistra del Tevere, per catturare lo Stato Maggiore italiano, che, però, non è più sul posto. La «Piave» reagisce: all'Osteria del Grillo, nei pressi del ponte, un caposaldo resiste per varie ore. Nel pomeriggio, 600 paracadutisti asserragliati nel castello di Monterotondo avviano trattative di resa. A Mentana, tre chilometri più a Est, reparti tedeschi penetrati nell'abitato ne vengono cacciati dai cittadini armati al comando di un tenente dei carabinieri.

Il trasferimento dell'«Ariete» e della «Piave» nella zona di Tivoli si completa la sera del 9. L'operazione è avvenuta in conseguenza della decisione presa dal governo di rinunciare alla difesa di Roma. Il Comando Supremo ha impartito l'ordine per mano del generale Roatta alle cinque di mattina mentre la famiglia reale, Badoglio e lo Stato Maggiore si accingevano ad abbandonare la capitale.

Dall'edificio del Ministero della Guerra in via XX Settembre, dove Vittorio Emanuele e il suo seguito hanno trascorso la notte, percorrendo le strade che conducono alla via Tiburtina, il corteo regio ha lasciato di buon'ora la città, diretto verso l'Abruzzo e la costa adriatica.

Perché questa grave risoluzione che agli occhi degli italiani sembra una fuga? La verità è che Roma non poteva essere difesa. Se i tedeschi fossero entrati in città, catturando il re e Badoglio, l'Italia non avrebbe più avuto un governo legittimo per trattare con gli Alleati e rendere esecutive le clausole dell'armistizio. La fuga era dunque una necessità politica. Però fu attuata nel peggiore dei modi, confusamente, senza lasciare ordini ai soldati che rimanevano.

Per tutta la giornata del 9 settembre si combatté accanitamente a sud di Roma, nel settore della «Granatieri di Sardegna», già attaccata la sera prima da forti autocolonne tedesche; ai caposaldi di Valleranello sulla via Ardeatina, e allo sbocco della via Ostiense presso il Tevere, fra la Magliana e l'EUR. In questa zona gli attacchi tedeschi sono particolarmente violenti: ma i granatieri, appoggiati dal reggimento «Lancieri di Montebello», riescono a tenere le posizioni. I tedeschi allora parlamentano: chiedono di attraversare il Tevere sul ponte della Magliana per poi proseguire a nord evitando Roma. Verso sera riprendono gli attacchi all'improvviso, in direzione della città, e i difensori devono organizzare una nuova linea fra la Garbatella e la Basilica di San Paolo.

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La resistenza è ormai disperata. Lo squilibrio delle forze fa sentire il suo peso, gli ordini sono confusi e contraddittori, c'è in giro aria di disfatta. L'ultimo capitolo della lotta fu scritto il 10 settembre a Porta San Paolo.

L'esercito quel giorno a Roma divenne a un tratto popolare. Soldati e cittadini davanti al comune nemico si riconobbero.

I tedeschi avevano vinto grazie alla superiorità di armamento e alla tempestività con cui avevano condotto l'azione. Ma la lotta anche se breve, era stata dura. Alla fine fu raggiunto un accordo; le truppe italiane impegnate nella difesa della capitale, deponevano le armi, e i tedeschi si impegnavano a riconoscere Roma come città aperta. Nel tardo pomeriggio del 10 settembre alcuni reparti germanici entravano in città, ponendo i loro presidi nei punti di vitale interesse.

Cominciava l'occupazione, una delle più terribili in Italia. Sarebbe durata nove mesi. Sottoposta alle leggi di guerra tedesche, Roma avrebbe visto ogni giorno sui muri gli ordini dello straniero.

Quello stesso giorno l'esercito italiano finiva di dissolversi. I soldati lasciavano le caserme e si disperdevano, come per una colossale libera uscita, senza più ritorno.

Un solo desiderio: andare a casa. S'avviavano a piedi fuori delle strade, per non incontrare i tedeschi, affollavano gli scali ferroviari sperando di trovar posto su un carro merci. All'inizio andavano ancora a gruppi per la paura di trovarsi soli. Il regio esercito italiano, che aveva combattuto per tre anni con sacrificio e con alterna fortuna, in quarantotto ore era finito.

Intanto, il mattino del 9, obbedendo agli ordini, le navi della squadra di La Spezia si dirigevano verso Malta per andare a consegnarsi agli Alleati.

Alle tre del pomeriggio la squadra fu avvistata nel golfo dell'Asinara a nord-ovest della Sardegna da una formazione di caccia bombardieri tedeschi.

Colpita in pieno da due bombe la corazzata «Roma» affondò con 1.350 marinai, ma il resto della squadra poté proseguire.

Fuori d'Italia il nostro esercito si difese ovunque. A Corfù la resistenza si protrasse fino al 25 settembre.

Anche a Cefalonia, presidiata dalla Divisione «Acqui», le ostilità cominciarono con violenti attacchi aerei.

I difensori dell'isola votarono all'unanimità la resistenza ad oltranza, mentre rinforzi tedeschi arrivavano dalla Grecia. Un'intimazione di resa venne respinta e la battaglia continuò fino al 24 settembre, quando la Divisione dovette arrendersi.

Cefalonia vide uno dei più spaventosi massacri della seconda guerra mondiale. Furono fucilati insieme con il Comandante, 400 ufficiali e 5.000 soldati. In quei giorni l'esercito italiano nei Balcani e in Egeo ebbe 32.000 morti e 8.000 feriti.

Dappertutto infuriò la repressione. Quanti sfuggivano alla rappresaglia immediata erano avviati ai campi nazisti di raccolta, e di qui nei «Lager» della Germania e della Polonia. Privi del riconoscimento giuridico di prigionieri di guerra, erano considerati «internati civili», in balia di un nemico spietato. In due anni ne morirono circa 50.000.

Non tutti i nostri soldati sorpresi dall'armistizio nei territori occupati furono uccisi o fatti prigionieri. Dove esisteva un movimento di resistenza, molti superstiti delle nostre Divisioni vi si unirono, per continuare insieme la lotta. Così in Jugoslavia con i partigiani di Tito, in Albania, in Grecia. Dalle rovine dell'esercito regio cominciava la Resistenza.

Dunque non tutto è crollato. C'è un'Italia, di cui si conosceva appena l'esistenza, che sta emergendo ovunque, anche a Roma, proprio nel mezzo della disfatta. A Roma, il pomeriggio del 9 settembre, in una via silenziosa, al secondo piano di una casa dall'apparenza anonima, si riunirono alcuni uomini, diversi per origini e idee.

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C'erano, fra gli altri, De Gasperi, Scoccimarro, Casati, Nenni, La Malfa, Ruini, rappresentanti dei sei partiti del Comitato delle opposizioni. Mentre in lontananza si udiva il cannone, essi stilarono questo breve comunicato:

«Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni ».

Ferruccio-Parri.jpgParri riassume così il travaglio di quei giorni: 

«La lotta di liberazione può trovare le sue origini nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre, quando crolla la impalcatura politica e militare dello stato fascista, si apre un vuoto tremendo, drammatico nella vita del Paese e questo vuoto è riempito dalla esplosione simultanea di un movimento che porta giovani di tutte le classi, da tutti i centri e anche dall'università, in montagna. Non sono forse molti, direi alcune centinaia, ma tutti con le stesse decisioni.

Chi sono questi giovani? Di dove vengono? In parte sono dei militari, sono ufficiali che sentono la necessità, l'impegno di vendicare l'onore militare; sono professionisti, sono operai. Vorrei dire che l'unico ordine che essi eseguono è quello che viene dalla loro coscienza. Era la coscienza che maturava la sua formazione già dalle lotte dell'antifascismo. Sono gli eredi e i prosecutori della disfatta della democrazia italiana nel '22 e forse ancor più dopo il delitto Matteotti. E c'è una preparazione più vicina, ed è la preparazione del 1943, quando si manifestano le prime convergenze politiche importanti: ricordiamo gli scioperi del marzo.

Trasformare questo movimento spontaneo di ribellione in una insurrezione organizzata, questo fu il problema grave dei primi mesi. L'incertezza derivava dal fatto della immediata, violenta repressione che si scatenava da parte dei nazisti e dei fascisti, contro ogni accenno di ribellione. Questi gruppi disarmati e disorganizzati avrebbero potuto resistere? E ricordo ancora, vorrei dire con gioia, il giorno in cui ho potuto dare assicurazioni al Comitato CLN di Milano, e s'era a metà di dicembre del '43, che io mi sentivo ormai sicuro che questa lotta aveva messo radici, si era radicata, e non sarebbe stata più estirpata».

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Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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