Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

ii guerra mondiale

La vita quotidiana dei lavoratori coatti nella Germania nazista

27 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

«Ai miei fratelli dei tempi della miseria: Belgi,Olandesi, Cechi, Croati, Polacchi, Italiani e Russi. Nella dura condizione di lavoratori forzati, noi eravamo già l’Europa della fratellanza, coloro che divisero il pane e la speranza».

Jean-Louis Queveillahc,

deportato francese per lavoro coatto in Germania

durante la seconda guerra mondiale

 

Nel giugno 1942 le armate del III Reich occupano tutta l’Europa, dalla Norvegia alla Grecia, dall’Atlantico al Volga. Hanno anche passato il Mediterraneo e l’Africa Korps di Rommel è alle porte dell’Egitto.

In Germania, oltre alla mobilitazione da parte della Wermacht di uomini dai 17 ai 35 anni per combattere, vi era la necessità di rifornimenti di armi e materiali alle armate: la guerra moderna aveva esigenze enormi. L’aviazione, la marina, l’esercito, il sistema logistico e i trasporti erano grandi consumatori di prodotti industriali che esigevano sempre più manodopera.

Due sono gli uomini che hanno delle responsabilità nella guerra dopo Hitler: Albert Speer (responsabile della produzione industriale) e Fritz Sauckel (fornitore della manodopera). Tutto oppone questi due uomini; il primo è un intellettuale, il secondo un realista fanatico e brutale proveniente dai quadri delle SA (Squadre d’assalto). Speer opta per lo sfruttamento delle industrie situate nei paesi occupati; Sauckel per la deportazione in Germania dei lavoratori da impiegare nelle fabbriche tedesche. Hitler sceglierà la strategia di Sauckel. Da tutti i territori occupati centinaia di migliaia di giovani, maschi e femmine, sono deportati verso i centri industriali tedeschi.

Sauckel, criminale di guerra secondo il tribunale di Norimberga, verrà condannato a morte e impiccato per aver deportato sei milioni di giovani, uomini e donne, nella più grande operazione di riduzione in schiavitù dei tempi moderni.

arrivo lavoratori coatti in Germania

 

Appena passato il confine sono avvertiti con un altoparlante:

«Il grande Reich vi augura il benvenuto. Non dimenticate che siete in Germania, sottomessi alle leggi della Germania e non a quelle dei prigionieri di guerra. Tutti gli atti di sabotaggio o di rifiuto del lavoro saranno considerati come una diserzione e puniti come una diserzione. Le aziende in cui sarete impiegati vi rilasceranno una nuova carta d’identità (Ausweiss), la sola valida per la polizia che vigilerà sul vostro comportamento ».

Ausweiss

 

Ciò significa che, ormai, alcuna convenzione internazionale sarà applicata ai lavoratori coatti: né la Croce Rossa né la Convenzione di Ginevra. Essi non sono che dei singoli individui, consegnati ai loro futuri datori di lavoro, i quali applicheranno a loro i regolamenti definiti dagli stessi datori di lavoro: orari di lavoro, riposi, permessi ...

Le guardie interne alla fabbrica (Werkschuss) ed esterne (Gestapo) vigileranno sul rispetto del regolamento.

Allo spaesamento e al miscuglio delle nazionalità si aggiunge la terribile barriera della lingua: rari sono i lavoratori coatti che padroneggiano la lingua tedesca.

La legge del lavoro a cui devono sottostare in tutti gli stabilimenti industriali prevede una settimana lavorativa di 72 ore, di giorno come di notte, in quanto il lavoro non si ferma mai.

A questi orari occorre aggiungere i tempi per percorrere il tragitto che separa il campo dal luogo di lavoro. Questa distanza costituisce un vantaggio in quanto le industri sono un obiettivo dei bombardieri anglo-americani. Nessuna zona della Germania è risparmiata dai bombardamenti. Più il fronte si avvicina, più i bombardamenti sono frequenti, efficaci e terrificanti.

Sui salari che ricevono i lavoratori, le industrie trattengono dal 40 al 50 per cento per l’alloggio e l’alimentazione. I rimanenti sono spesi dai lavoratori in calzature e indumenti acquistati al mercato nero, oltre che per il tabacco e le sigarette che vengono trattate a peso d’oro. Nei rari giorni di riposo, i lavoratori possono incontrarsi con i loro compagni.

La sicurezza tedesca (Sichereitheim) - gendarmeria e polizia – compie frequenti controlli nei campi, col pretesto di proteggere i lavoratori deportati dai comportamenti di alcuni di loro (alcolismo, furti, aggressioni ...).

Le situazioni sono comunque differenti secondo i luoghi e le aziende.

In alcuni casi i lavoratori alloggiano all’interno delle fabbriche. Pur sapendo i rischi che correvano, in molti pensavano di approfittare di un permesso per non ritornare più in fabbrica. Alla fine di novembre 1943 i permessi furono aboliti.

Da giugno 1944, con lo sbarco alleato in Normandia, la condizione dei lavoratori coatti peggiora ulteriormente: non ricevono più né lettere né pacchi; possono solo mandare qualche notizia ai loro parenti.

Dall’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 fino alla Liberazione, la Germania, controllata ormai dalle SS di Himler e dalla sua polizia, considera tutti gli stranieri come nemici potenziali e li tratterà come tali.

Dopo il 20 luglio 1944, muta anche lo status degli oltre 600.000 militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi: da IMI diventato per ordine di Hitler lavoratori civili.

da IMI a lavoratore civile

Le SS arrivano più frequentemente nei campi, dove gli armadi delle camere sono ispezionati e svuotati a tutte le ore del giorno e della notte: vino, frutta acquistata dai contadini, vestiti e stivali acquistati al mercato nero, ma soprattutto i ricevitori radio costruiti alla meglio per ascoltare “Radio Londra”. La sicherei theimpolizei ha tutti i diritti e effettua arresti, senza giudizio, per una durata da una a tre settimane. Coloro che sono accusati di rifiutare di lavorare o di sabotaggio, vengono giudicati da un tribunale composto da SS. La condanna varia da tre a otto settimane da trascorrere nei campi di punizione e di rieducazione al lavoro, Arbeitserziehmgslager. Si saprà poi che la condanna a sei settimane era sinonimo di condanna a morte. Coloro che scampano vengono riportati ai loro posti di lavoro e servono di esempio per gli altri.

Nel gennaio e febbraio 1945, quando le truppe sovietiche sono ai confini del Reich, la Germania mobilita tutti gli uomini validi compresi i ragazzi della Hitlerjugend (gioventù hitleriana). Ormai non essendoci più nessuno da mobilitare, i lavoratori coatti vengono prelevati dalle fabbriche per andare a scavare le difese anticarro; i lavori erano eseguiti sia di giorno che di notte, con il terreno gelato anche a -20 gradi: dodici ore con pala e piccone in condizioni disumane. Se questa non è schiavitù ...

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I lavoratori coatti francesi (STO)

26 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La Francia è il paese che ha fornito una parte importante di manodopera all’economia di guerra del III Reich.

zone occupazione tedesca della Francia Petain--con-Hitler.jpg

 

Dal giugno 1940, dopo l’invasione tedesca, la Francia è divisa in zone: una zona proibita (le frontiere), una zona occupata e una libera ove si mantiene al potere il vecchio maresciallo Pétain, che sogna di risorgere grazie alla “Rivoluzione Nazionale”.

Vichy Revolution Nationale manifesto-con-Petain-Vichy.jpg

La realtà è che la Francia ha due milioni di uomini prigionieri negli stalag e negli oflag nazisti ed è depredata per le enormi spese di mantenimento delle truppe di occupazione: l’intera sua produzione (grano, carne, carbone, prodotti industriali ...) va in Germania. Sul territorio francese la prima preoccupazione dei francesi non è la “Rivoluzione nazionale”, ma la fame.

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Nel 1941 nella Norvegia occupata era stata introdotta una forma di lavoro obbligatorio. Nel 1942 i nazisti richiedono al Belgio e alla Francia degli operai specializzati.

Fritz Sauckel, che è allora un importante rappresentante nazista, è nominato responsabile del reclutamento e dell’impiego della manodopera.

Dopo aver imposto alla Francia un forte contributo di guerra destinato alle truppe di occupazione e il sequestro della maggior parte della sua produzione industriale e agricola, i nazisti pretendono una forza lavoro. In un primo tempo questa manodopera è costituita dai prigionieri di guerra, poi da volontari, ai quali sono proposti dalla propaganda dei buoni salari oltre ad una adeguata alimentazione (la maggior parte della popolazione conoscono il razionamento alimentare).

partenza lavoratori coatti francesi

 

 

In questo contesto, dal 18 aprile 1942 è tornato al potere Pierre Laval, nominato da Pétain capo del governo del regime di Vichy, che attua una politica di maggior collaborazione con l’occupante tedesco. Il 10 giugno 1942 Vichy emette un’ordinanza per incitare alla partenza per la Germania di lavoratori volontari.

In tutta la Francia vengono, inoltre, aperti degli uffici di collocamento e vengono consegnati ai tedeschi la lista di tutte le industrie.

Sto 5

 

Si ebbero delle partenze soprattutto dalla zona occupata, dove imperversava una disoccupazione intenzionalmente mantenuta. Malgrado la disoccupazione e la propaganda allettante, poco più di 100.000 volontari hanno risposto all’appello. Allora Pierre Laval tenta di giocare la carta dei prigionieri di guerra. Con l’accordo dell’occupante nazista, viene messo in atto un odioso ricatto: le autorità naziste libereranno un prigioniero di guerra ogni tre volontari che partono per le fabbriche tedesche.

Nel giugno 1942, Sauckel si reca a Vichy e impone a Laval il reclutamento forzato di 350.000 lavoratori. Alla fine del mese di giugno è annunciata alla radio la creazione della “Reléve” (operazione di reclutamento con scambio di prigionieri).

image RELEVE

Il primo treno di operai “reléves” arriva in Germania l’11 agosto 1942. Ma il numero di prigionieri liberati dai tedeschi è al di sotto delle promesse e anche il numero di lavoratori francesi che partono per la Germania è inferiore alle previsioni.

sabotare il servizio obbligatorio del lavoro manifestazione contro partenza STO

Da un giornale della Resistenza francese                         manifestazione per impedire la partenza degli STO

 

Ma, nonostante una propaganda ben condotta, i risultati sono deludenti.

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Si aspettavano 200.000 partenze, invece sono solo 53.000: 12.000 in giugno, 23.000 in luglio e 18.000 in agosto. Alla fine del 1942 sono solo 240.000.

 

Il 1° settembre 1942 Sauckel pretende da Laval l’invio immediato di 300.000 uomini. Il governo di Vichy, il 4 settembre 1942, promulga una legge sul lavoro obbligatorio per tutti gli uomini dai 18 ai 50 anni e per tutte le donne dai 18 ai 35 anni.

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Pierre Laval con il capo della Gestapo in Francia

 

L’8 novembre 1942, in risposta allo sbarco alleato in Africa settentrionale, la zona libera della Francia è occupata dalle truppe del Reich. La fragile esistenza del governo di Vichy è finita: il suo unico ruolo ormai è quello di servire l’occupante tedesco.

 

Hitler conduce ormai una guerra totale che coinvolge tutta l’economia della Germania, trasformata in economia di guerra. Le fabbriche d’armi funzionano 24 ore su 24 e richiedono molta manodopera.

Alla fine del 1942 un decreto legge di Sauckel riguardante la zona occupata della Francia stabilisce il principio del lavoro obbligatorio. Questa misura è presto seguita da un decreto legge di Laval per la Francia di Vichy (anche questa zona della Francia dall’11 novembre 1942 sarà occupata dai tedeschi). Con questa legge, i lavoratori francesi che non lavorano direttamente per la Germania, possono essere reclutati dalle autorità prefettizie e inviati in Germania con treni speciali. Questo provvedimento entra in vigore dal 1° febbraio 1943 e riguarda tutte le donne senza figli dai 18 ai 45 anni e tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni.

Dal 13 marzo al 15 luglio 1943, 500.750 francesi sono partiti per le fabbriche del Reich. Mai una nazione civile, nei secoli precedenti, aveva consegnato i suoi figli per essere ridotti in schiavitù!

Il 16 febbraio 1943 una legge impone il servizio del lavoro obbligatorio (STO, Service du Travail Obligatoire). Tutti i giovani di età dai 20 ai 22 anni possono essere mandati di forza in Germania.

Nel giugno 1943 Sauckel reclamerà 220.000 uomini, poi in agosto 1943 500.000. Poi ne pretenderà 1.000.000.

lavoratori coatti Germania 30 sett 1944

 

Dati ufficiali sul numero di lavoratori coatti in Germania al 30 settembre 1944

 

La Francia è il paese che ha fornito una parte importante di manodopera all’economia di guerra del III Reich.

400.000 lavoratori volontari, 650.000 reclutati come STO, circa 1.000.000 di prigionieri di guerra oltre ad un milione di lavoratori impiegati nelle industrie francesi che producevano esclusivamente per la Germania. Complessivamente sono 3.000.000 di persone.

I reclutati come STO erano pagati. Alla Liberazione saranno riconosciuti come “deportati del lavoro”. La STO ha spinto un gran numero di giovani a passare tra le fila dei partigiani. Contrariamente alcuni hanno scelto di arruolarsi nella Milizia o nella Legione dei Volontari Francesi (LVF) creata nel 1941 per lottare contro il “bolscevismo”.

 

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Legione dei Volontari Francesi (LVF) per lottare contro il “bolscevismo”

 

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giornale della Francia occupata

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Lo sterminio nazista degli zingari

27 Janvier 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

In occasione della Giornata della Memoria vogliamo ricordare l'olocausto degli zingari.

A forza di essere vento

 controllo di polizia Baviera 1930

Gli Zingari durante la Seconda guerra mondiale ebbero una sorte simile a quella degli Ebrei, dei prigionieri politici e degli omosessuali.


 

rom arrestati verso Auschwitz

Essi furono perseguitati dai nazisti e rinchiusi nei campi di sterminio, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, condannati ai lavori forzati, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori. Cinquecentomila zingari morirono nei campi di concentramento, solo nel "Zigeunerlager", il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l'agosto 1944 oltre ventimila tra rom e sinti vennero uccisi.

 

Malgrado ciò nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga. Infine, quando in Germania alcuni sopravvissuti si decisero a chiedere un risarcimento, questo fu loro negato con il pretesto che le persecuzioni subite non erano motivate da ragioni razziali ma dalla loro "asocialità" (caratteristica che i nazisti attribuivano a ragioni biologiche e che quindi li destinava ad una "soluzione finale" al pari degli Ebrei).

 

Dall'oblio oggi riemergono le testimonianze e la documentazione storica di questo "olocausto dimenticato". La casa editrice A di Milano ha pubblicato un doppio DVD intitolato "A forza di essere vento".

Il lavoro, prodotto in ricordo di Fabrizio De Andrè, che fu amico dei nomadi ed ai quali dedicò una canzone-poesia, è costituito da una ricca documentazione audiovisiva (6 documentari per una durata complessiva di circa due ore e mezza): interviste a due Zingari internati ad Auschwitz-Birkenau, uno spettacolo di Moni Ovadia con i musicisti Rom rumeni Taraf da Metropulitana, un filmato dell'Opera Nomadi dal titolo "Porrajmos" (la "Shoà" zingara), una serata multimediale tenutasi alla Camera del Lavoro di Milano ed una illuminante intervista di Marcello Pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea sulla storia dello Zigeunerlager.

 

Il rapporto tra le vicende del popolo zingaro e del popolo ebraico trova un significativo riconoscimento nel coinvolgimento dell'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in tre dei sei documentari e dimostra una reciproca attenzione: gli Zingari, come gli Ebrei, hanno forgiato la propria identità nella diaspora, attraverso l'incontro con le altre nazioni. Oggi entrambe le comunità si debbono confrontare con una società omologante, lontana dai valori tradizionali e da modelli di vita che la gente condivideva in passato, una società che pone in modo drammatico le minoranze di fronte al pericolo dell'estinzione culturale, un rischio che può e deve essere efficacemente contrastato attraverso il recupero e la valorizzazione dell'identità fondata sulla memoria.

 

"A forza di essere vento" è quindi un'opera preziosa, di quelle che aiutano a non dimenticare il passato ed a non abbassare la guardia di fronte al pericolo di risorgenti sentimenti di intolleranza e di nazionalismo xenofobo.

 
foto tratte da
Opera nomadi 

 

 

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Il proclama Alexander

13 Novembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Il 13 novembre 1944 la radio «Italia combatte» trasmetteva il proclama del generale Alexander dedicato ai «patrioti al di là del Po»: «La campagna estiva, iniziata l'11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita. Inizia ora la campagna invernale». In conseguenza di questa nuova fase bellica i patrioti avrebbero dovuto «cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno» e avrebbero dovuto eseguire le seguenti istruzioni:

1) Cessare le operazioni organizzate su larga scala;

2) conservare le munizioni e i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;

3) attendere nuove istruzioni che verranno date o a mezzo radio «Italia combatte» o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate: la parola d'ordine è: stare in guardia, stare in difesa ...

Il proclama non diceva esplicitamente di «tornare a casa», è vero; anzi nella conclusione accennava all'«opportunità» di continuare nella guerriglia e nel sabotaggio «purché il rischio non fosse troppo grande». ... il modo era il più infelice: un proclama radio che annunciava non solo ai partigiani, ma anche al nemico l'intenzione di rinviare ogni azione offensiva a primavera e di lasciarlo indisturbato sul fronte. Riguardo al momento, non si poteva sceglierne uno meno adatto, poiché il proclama giungeva nel pieno della controffensiva tedesca. ...

il generale Alexander, non solo dava «mano libera» ai tedeschi verso la Resistenza italiana, ma suscitava nell'interno di questa i più gravi dubbi sulle prospettive future ...

Nel giro di una settimana non rimase più un angolo dell'Italia partigiana che non fosse sconvolto, messo a ferro e a fuoco dai rastrellamenti: almeno la metà delle forze tedesche e tutte le forze repubblichine, furono impegnate contemporaneamente e in tutti i settori per schiacciare la Resistenza.

Alla fine di novembre 1944 viene catturato l'intero Comando GL piemontese, ucciso Duccio Galimberti; la stessa sorte subiva il Comando regionale veneto, e poi quello ligure. In Lombardia cadeva il comandante della piazza di Milano Sergio Kasman, venivano arrestati quasi tutti i tecnici militari del CVL e infine gli stessi dirigenti: il rappresentante liberale (Argenton) quello dc (Mattei) e lo stesso Parri. In Emilia, l'intero CLN di Ferrara viene arrestato dai fascisti e consegnato alle SS tedesche. Solo nel '46 le sette salme dei suoi componenti verranno ritrovate in una fossa comune, in località Caffè del Doro.


Generali-britannici.jpg 

il Generale Harold Alexander (a destra) e il Generale  Oliver Leese (a sinistra) con  Winston Churchill (Italia Agosto 1944)

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il regno del Sud

29 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale


Uno dei punti oscuri del dopo 8 settembre 1943 e dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III
(il cui potere era limitato ad appena quattro pro
vince, Lecce, Taranto, Brindisi e Bari, mentre tutto il resto dell'Italia del Sud era sotto l'autorità illimitata dell'AMGOT, Governo militare alleato 'per i territori occupati), fu il fatto che si tardò circa un mese a dichiarare guerra alla Germania. Un ritardo tale da produrre o da aumentare la diffidenza degli stessi alleati, da suscitare persino la sorpresa di Eisenhower. In occasione della firma del lungo armistizio a Malta (29 settembre), fu proprio lui, straniero, a ricordare a Badoglio la sorte che toccava agli italiani ancora in divisa militare, fucilati come partigiani dai tedeschi: «Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra». La risposta di Badoglio, di fronte a un argomento così perentorio fu quanto mai elusiva:« Questo punto di vista è già stato considerato, ma si ritiene che in questo momento il governo italiano abbia influenza sopra una frazione troppo piccola del territorio nazionale per poter fare questa dichiarazion. Pretesto, come ognuno vede, ben magro e in contraddizione flagrante col proclama del 13 settembre (nel messaggio trasmesso al popolo italiano il 13 settembre, Vittorio Emanuele III, dopo aver giustificato la propria fuga coll'intento d'evitare «più gravi offese a Roma capitale intangibile della patri annunciò che «tornerà a splendere la luce eterna di Roma e d'Italia ... essendo il vostro re ieri come oggi sempre con voi indissolubilmente legato al destino della nostra patria immortale»).

Eppure la dichiarazione di guerra, anche se cosi' ritardata, anche se strappata a stento (il vecchio sovrano solo l’11 ottobre dopo una lunga discussione si decide a far notificare alla Germania, tramite l'ambasciatore a Madrid, che« l'Italia si considera dalle ore 15 del giorno 13 ottobre in stato di guerra colla Germania»), resta tuttavia il fatto nuovo e positivo che apre una nuova possibilità di vita al governo del Sud, che sblocca sul piano internazionale la situazione. Ad essa segue l'immediato riconoscimento dell'Italia come potenza cobelligerante, la sanzione delle potenze alleate a un governo che prima era si può dire incerto su tutto, anche sulla propria esistenza:

“I governi della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica riconoscono la posizione del R. Governo italiano cosi com'è stata delineata dal maresciallo Badoglio e accettano la collaborazione attiva della nazione italiana e delle sue forze armate come cobelligeranti nella guerra contro la Germania”.

 

da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964
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un capro espiatorio per i nazisti, dopo l’8 settembre 1943: Mafalda di Savoia

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale


La tragica storia della principessa Mafalda Maria Elisabetta di Savoia-Assia (Roma , novembre 1902-Buchenwald 28 agosto 1944), secondogenita del re Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro è tristissima e straziante. La pupilla di casa Savoia era andata sposa, il 23 settembre 1925, al principe tedesco Landgrave Philipp von Hesse (Germania , 6 novembre 1896 - Roma, 25 ottobre 1980) tenente dell'Esercito prussiano . Il nazismo, pur non riconoscendo titoli nobiliari utilizzò il Langravio d'assia conferendogli un grado nelle SS e vari incarichi. Non si sa se Filippo fosse un nazista convinto, di certo Mafalda, almeno nei primi tempi ammirava Hitler come del resto aveva ammirato Mussolini.
Una foto storica li ritrae circondati da innumerevoli e importanti invitati sullo scalone d'onore del castello reale di Racconigi il giorno delle fastose nozze.
L'unione principesca fu allietata dalla nascita di quattro figli:

Maurizio - Maurice Frederick Charles (Racconigi, 1926) sposò nel 1964 la Principessa tedesca Tatjana di Sayn-Wittgenstein-Berleburg, da cui divorziò nel 1974 ;
Enrico - Henry William Constantine (Roma, 1927-Langen, 1999) ;
Otto - Otto Adolf (Roma, 1937 –Hannover, 1998) sposò nel 1965 Angela von Doering da cui divorziò nel 1969; seconde nozze nel 1988 con la cecoslovacca Elisabeth Bönker, da cui divorzio nel 1994 ;
 Elisabetta - Elisabeth Margarethe Elena Johanna Maria Jolanda Polyxene (Roma, 1940) sposò nel 1962 Friedrich Carl Gf von Oppersdorff (1925-1985).

La vita scorreva via, felice e piena. Mafalda aveva ricevuto come dono di nozze Villa Polissena, a Roma: è lì che abitava quando tornava in Italia. 
Poi il destino di Mafalda diventa tragico. 
Nel 1943, in piena guerra mondiale, la principessa Savoia partì alla volta della Bulgaria. Voleva abbracciare la sorella Giovanna di Savoia moglie del re Boris III, agonizzante. La firma della resa dell'Italia agli anglo-americani e il suo annuncio (8 settembre) la colsero Oltralpe. In pieno marasma con il piano di Hitler che voleva arrestare il Re Vittorio Emanuele III, la Regina e il principe ereditario. Che elusero la cattura rifugiandosi a Ortona e poi, via mare, a Brindisi. Mafalda volle a tutti i costi ritornare a Roma per riabbracciare i figli. I piccoli Savoia-Assia erano ben nascosti in Vaticano sotto la protezione del cardinal Montini, il futuro Paolo VI. Il resto è noto. Fu catturata con l'inganno dai nazisti di Kesselring (Mafalda è stata arrestata il 22 settembre 1943 a Villa Wolkonski sede dell'ambasciata tedesca dove era stata attirata con un inganno. Che venne in seguito portata all'aeroporto dell'Urbe e imbarcata su un volo per Berlino) e deportata a Buchenwald. Il 18 ottobre del '43 Mafalda varcò il portone del Campo di concentramento.
La principessa possedeva solo i vestiti che indossava al momento dell'arresto . Le sue richieste di vestiti e biancheria furono sempre negate . Le fu proibito anche di scrivere ed il suo nome venne cambiato con quello di MADAME ABEBA .
Rinchiusa in una baracca riservata a prigionieri particolari che non lavoravano e ricevevano il vitto delle SS che era poco migliore di quello che ricevevano i prigionieri comuni , soggiornò insieme al socialdemocratico tedesco ed ex ministro Brenschiel e sua moglie nonché una dama di compagnia
La principessa ebbe occasione di conoscere un prigioniero italiano , il sardo Leonardo Bovini , addetto allo scavo di una trincea antiaerea all'interno del recinto della baracca dove Mafalda era prigioniera . Da lui si ebbe la notizia al Campo della presenza della principessa di Savoia .
Il 24 agosto del '44 Buchenwald venne bombardato dagli alleati anglo-americani. Mafalda rimase ferita gravemente: il braccio sinistro ustionato fino all'osso e una vasta bruciatura sulla guancia. Venne trasportata nella camera di tolleranza del Campo trasformata provvisoriamente in lazzaretto . Fu operata in ritardo dal medico capo delle SS perché non avesse contatti con i prigionieri e con metodo inadeguato alla circostanza . Non venne soccorsa adeguatamente e dopo quattro giorni d'agonia in preda alla cancrena la sfortunata principessa moriva, a soli 42 anni.
La salma della principessa non fu cremata come accadeva normalmente , ma messa in una cassa nera di legno e trasportata a Weimar in Germania dove fu messa nel reparto d'onore riservato ai caduti in guerra nella fossa comune 262 delle SS .
Recentemente fu scoperto che Mafalda non fu mandata subito in Germania ma a Bolzano nel Campo smistamento dei prigionieri (ebrei, zingari, politici). 
Ci sono testimoni oculari che l'hanno riconosciuta nel campo di Bolzano. Era sempre vicina a una signora ebrea. Ma nessuno ha potuto avvicinarla».
Perchè il re non ha avvertito la figlia sul pericolo imminente? «Non sapeva con esattezza la data dell'armistizio. Il dramma è che non sono riusciti a coordinarsi. Lei è stata avvertita, però, al confine italiano. Ma essendo sposata con un principe tedesco s'è fidata, non ha pensato di poter diventare un capro espiatorio per i nazisti. Mafalda invece divenne un simbolo, anche il marito fu spedito nel Campo di concentramento di Flossenburg.

 

da www.lager.it

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Zemljanka: la canzone dell'Armata Rossa a Stalingrado

14 Août 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Nelle ultime settimane del 1942 a Stalingrado la canzone preferita dell'Armata Rossa era Zemljanka («Il ricovero»), la risposta russa a Lili Marlene, a cui tra l'altro assomigliava.

 

È un’incantevole canzone di Aleksej Surkov, scritta l'inverno precedente, nota anche con il titolo tratto dal suo verso più famoso, «I quattro gradini verso la morte»

 

Il fuoco guizza nella stufetta

La resina cola dal ciocco come una lacrima

E la fisarmonica nel bunker

Mi canta del tuo sorriso e dei tuoi occhi

 

I cespugli mi hanno sussurrato di te

In un campo bianco di neve vicino a Mosca

Voglio soprattutto che tu senta

Com' è triste ora la mia voce

 

Ora tu sei molto lontana

Distese di neve si frappongono fra noi

È così difficile per me venire da te

E qui ci sono quattro gradini verso la morte

 

Canta fisarmonica, sfidando la tempesta di neve

Chiama quella felicità che ha smarrito la strada

Sto al caldo nel freddo bunker

Perché ho il tuo amore inestinguibile.

 

L’operazione “Barbarossa”, l’attacco nazista all’Unione Sovietica, era iniziata il 22 giugno 1941.

“disumanizzare i sovietici” era l’obiettivo cosicché tutto diventava lecito: ogni tipo di sevizie e di massacri, lo sterminio razziale, rappresaglie collettive. Ed ancora: vivere dei prodotti dei territori occupati, affamando i civili. “Annientare gli ebrei che appoggiano il bolscevismo e la sua cricca di assassini, i partigiani, è un provvedimento di autoconservazione”: queste erano le direttive impartite all’esercito invasore.

Nel corso della campagna di Stalingrado l’Armata Rossa subì 1.100.000 perdite. Ma il più grande errore dei comandi tedeschi era stato quello di aver sottovalutato il soldato semplice dell’Armata Rossa “Ivan”.

Scoprirono ben presto che militari circondati o in numero decisamente inferiore continuavano a combattere, quando, nella stessa situazione, le loro controparti occidentali si sarebbero arrese.


traduzione della scritta sul manifesto: per far cadere il coltello da questa mano moltiplica le forze del fronte antifascista


Un ordine di Stalin dell’agosto 1941, a due mesi dall’invasione, stabiliva che “ chiunque abbassa la sua bandiera durante la battaglia e si arrende dovrà essere considerato come un vile disertore, la sua famiglia verrà arrestata perché ha nel suo ambito una persona che non ha tenuto fede ad un giuramento e che ha tradito la madrepatria. Questi disertori saranno fucilati sul posto. Chiunque cada in un accerchiamento e chiunque preferisce arrendersi dovrà essere eliminato ad ogni costo, mentre la sua famiglia verrà privata di tutti i benefici dell’assistenza dello Stato”.

Numerosi soldati sovietici feriti e catturati dai nazisti riuscirono a sopravvivere nei campi di concentramento fino a quando non furono liberati nel 1945. Invece di essere considerati eroi vennero mandati nei gulag, considerati da Stalin dei traditori per essere caduti in mano nemica. Stalin applicò lo stesso provvedimento anche nei confronti di suo figlio Jakov.

Mentre  l’Armata Rossa entrava a Stalingrado, il 24 gennaio 1943, a Casablanca, Roosevelt e Churchill annunciavano la loro intenzione di combattere fino alla resa incondizionata dell’Asse.

Stalingrado: 2 febbraio 1943. La VI armata tedesca capitola




I Russi stavano facendo pagare caro ai tedeschi il loro attacco; il fronte orientale stava dissanguando a morte la Wehrmacht con molto maggiore rapidità di ogni altro fronte occidentale. L’Armata Rossa non si sarebbe fermata fin quando Berlino non fosse assomigliata alla città di Stalingrado in rovina. Dopo i bombardamenti nazisti Stalingrado era poco più di uno scheletro mal ridotto e bruciacchiato: migliaia di bambini erano morti sotto le rovine.

 







 

Nel novembre del 1943, durante la conferenza di Teheran, Churchill donò la spada di Stalingrado (il re d’Inghilterra Giorgio VI l’aveva fatta forgiare come dono alla città) a Stalin.

La conferenza di Teheran stabilì sostegno alleato per il resto della guerra. Il piano di Churchill di un’invasione attraverso i Balcani fu respinto: lo sforzo principale degli Alleati doveva essere rivolto verso l’Europa nord-occidentale.






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La vittoria sovietica a Stalingrado aveva costituito una spinta inimmaginabile per i comunisti in tutto il mondo. Con il “Nuevo canto de amor a Stalingrado”, Pablo Neruda scrisse una poesia d’amore senza confini per una città il cui nome aveva dato speranza al mondo intero:

 

Città, Stalingrado, non possiamo
giungere alle tue mura, siamo lontani.
Siamo i messicani, siamo gli araucani,
siamo i patagoni, siamo i guaranì,
siamo gli uruguaiani, siamo i cileni,
siamo milioni d’uomini.
E abbiamo altra gente, per fortuna, nella famiglia,
ma non siamo ancora venuti a difenderti, madre.
Città, città di fuoco, resisti finchè un giorno
arriveremo, indiani naufraghi, a toccare le tue muraglie
con un bacio di figli che speravano di tornare.

Stalingrado, non c’è un Secondo Fronte,
però non cadrai anche se il ferro e il fuoco
ti mordono giorno e notte.

Anche se muori non morirai!

Perché gli uomini ora non hanno morte
e continuano a lottare anche quando sono caduti,
finché la vittoria non sarà nelle tue mani,
anche se sono stanche, forate e morte,
perché altre mani rosse, quando le vostre cadono,
semineranno per il mondo le ossa dei tuoi eroi,
perché il tuo seme colmi tutta la terra.

 

Pablo Neruda (traduzione di Salvatore Quasimodo)

 

 

Durante la seconda guerra mondiale l’Armata Rossa aveva avuto 9.000.000 di morti e 18.000.000 di feriti. Solo 1.800.000 prigionieri ritornarono in patria dei 4.500.000 catturati dalla Wehrmacht. Le perdite tra i civili si pensa che si aggirino attorno ai 18.000.000 portando il totale delle perdite di guerra dell’Unione Sovietica a più di 26.000.000, ovvero cinque volte il totale delle perdite tedesche.

 

libera elaborazione dalla lettura del libro di Antony Beevor “Stalingrado – La battaglia che segnò la svolta della Seconda guerra mondiale”  BUR Storia

 

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Di quanta terra ha bisogno un uomo?

13 Mars 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Quando si esaminano le ambizioni iperottimistiche di Hitler nella fase iniziale della campagna di Russia (estate 1941), risulta chiaro che non aveva mai letto, o non aveva assimilato, il racconto di Lev Tolstoj, «Di quanta terra ha bisogno un uomo?», scritto nel 1886.

Vi si narra di un contadino benestante di nome Pahom che viene a sapere di una ricca terra nel paese dei BakSir, al di là del Volga. Sono gente semplice e lui potrebbe avere tutta la terra che vuole senza tanti problemi. Quando giunge nel territorio dei Baksir, gli dicono che per mille rubli potrà avere tutta la terra che riuscirà a percorrere nel corso di una giornata. Disprezzandoli per la loro mancanza di furbizia, Pahom è tutto contento. È sicuro di poter coprire una lunga distanza. Ma appena si mette in viaggio vede tante cose belle e decide di includerle nel suo percorso: uno stagno laggiù, una distesa di terra adatta alla coltivazione del lino ecc. Poi si accorge che il sole comincia a calare. Comprendendo che rischia di perdere tutto, corre sempre più in fretta per tornare in tempo. «Ne ho presa troppa», dice tra sé, «e ho rovinato tutto.» Lo sforzo lo uccide. Muore proprio sul traguardo ed è lì che viene sepolto. «Un metro e ottanta dalla testa ai piedi era tutta la terra di cui aveva bisogno», conclude Tolstoj. A distanza di meno di sessant'anni, l'unica differenza era che nella steppa non era sepolto un uomo solo, ma centinaia di migliaia di soldati.

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I numeri non hanno anima, ma ...

31 Août 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

bombardamenti-aerei.jpg guerra-in-mare.jpg  

I numeri non hanno anima, ma quelli dei lager e della guerra contengono tutto il dolore dell’uomo.

La seconda guerra mondiale ha rappresentato il più grave e terrificante conflitto della storia dell'umanità. A descriverlo, prima delle parole, valgano molto di più le cifre.

I militari italiani deceduti in prigionia furono più di 20.000. Se si aggiungono a questi morti i militari italiani che persero la vita durante i trasporti (13.300), 6300 militari trucidati durante le operazioni di disarmo delle truppe italiane, circa 600 uccisi in massacri dell’ultima ora, e 5400 prigionieri di guerra italiani uccisi o dispersi nella zona di operazioni sul fronte orientale, si arriva a circa 45.000 unità.

Il totale di questa immane carneficina che è stata la seconda guerra mondiale è spaventoso: oltre 55 milioni di morti, di cui 25 milioni di soldati e 30 milioni di civili.

Nei 12 anni di regime nazista furono, inoltre, sterminati nei campi di concentramento circa 6.000.000 di ebrei.

Gli internati furono, in totale, 7.500.000.

Ai morti vanno aggiunte le distruzioni materiali, le devastazioni di incalcolabili ricchezze, di un immenso patrimonio creato dal lavoro e dalla intelligenza dell'uomo.

Molti paesi furono ridotti nella più completa rovina, con le città trasformate in un cumulo di macerie, le strutture economiche e le comunicazioni sconvolte, le popolazioni superstiti affamate.

Nel 1945 il costo totale della guerra fu calcolato in 1.154 miliardi di dollari; il costo delle distruzioni provocate dalla guerra in 230 miliardi di dollari. Si è anche calcolato che nella sola Europa occidentale furono completamente distrutti 1.500.000 edifici e danneggiati 7.000.000.


(Dati sulla seconda guerra mondiale tratti da Memoria per la storia e per la pace - Mai più guerra, a cura di Tullio Ferrari, Vol. III, Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Sez. di Modena, 1986, pag. 106)

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