Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

il fascismo

Com'era il confino a Ventotene

15 Novembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Isole PontineCi sono luoghi cui la natura, la volontà degli uomini e la storia affidano un particolare destino, quello di essere luoghi di esilio, le piccole isole ne sono un esempio peculiare. L’isola di Ventotene, anche per le sue ridotte dimensioni, non si è sottratta a tale sorte e da sempre luogo ideale di segregazione, fu individuata, durante il periodo fascista, come colonia di confino politico.

Il regime fascista per non arrecare pericolo allo Stato, inviò sull’isola, per 13 anni donne e uomini coraggiosi, allontanandoli dalle loro attività e dai loro affetti per fiaccarli, svilirli e umiliarli nella loro dignità, li riunì coattivamente in una sorta di pollaio, ma inconsapevolmente, trasformò l’isola in un’occasione speciale e irripetibile per la storia futura del nostro paese, perché è proprio a Ventotene che si forgiò la classe politica della futura Repubblica. L’isola da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

Il confino politico era regolato da alcuni articoli delle leggi speciali del 1926, leggi che avevano abolito i partiti e i loro giornali, i sindacati e le associazioni antifasciste. Con queste leggi fu anche istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e la Commissione Provinciale che assegnava al confino.

Lo scopo del confino era quello di allontanare gli individui ritenuti pericolosi per lo Stato ma anche per l’ordine e la sicurezza pubblica, così finirono al confino anche gli omosessuali, (soprattutto alle Tremiti) e i religiosi di fede diversa, testimoni di Geova, evangelisti.

Per finire al confino bastava veramente poco, come si evince dalle oltre 12000 ordinanze emesse dalle Commissioni Provinciali: partecipare al funerale di un amico comunista, deporre fiori sulla tomba di un antifascista, ironizzare o raccontare barzellette sul fascismo o sulla figura del duce, diffondere notizie ascoltate da una radio straniera, leggere libri ritenuti sovversivi, cantare inni considerati rivoluzionari, anche in abitazioni private. Festeggiare il primo maggio era poi considerata un oltraggio per il regime fascista.

Diversamente dal vecchio domicilio coatto, il confino non era una condanna stabilita dal potere giudiziario, ma una misura preventiva volta a liberarsi degli oppositori politici senza ricorrere ad un processo e soprattutto senza l’esibizione delle prove.

La durata del confino era variabile da uno a cinque anni ma spesso allo scadere del periodo assegnato si utilizzava il meccanismo del rinnovamento perché il confinato non aveva dato segni di ravvedimento e costituiva dunque ancora pericolo per lo Stato.

Per attuare le misure di repressione contro l’opposizione antifascista, il regime si dotò di una nuova forza, una polizia segreta appositamente istituita, l’OVRA, mentre la milizia fascista, M.V.S.N., fu individuata come forza d’ordine nelle colonie confinarie.

La storia della colonia di confino politico di Ventotene inizia nel 1930, quando per ragioni di sicurezza il Ministero degli Interni (Divisione Affari Generali e Riservati) decise di chiudere la colonia di Lipari, anche in seguito alla clamorosa fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti, e individuò nell’isola di Ventotene il luogo che meglio rispondesse, date le ridotte dimensioni e la scarsa accessibilità delle coste, alle ragioni di sicurezza, il più adatto ad “ospitare” i confinati ritenuti più pericolosi ed irriducibili, comunisti ed anarchici . La colonia divenne veramente importante, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, per i nomi dei suoi confinati, solo a partire dal 1939, quando fu ridimensionata la colonia di Ponza. Da quella data il capo della polizia, Arturo Bocchini, progetta per l’isola la nascita di una vera e propria colonia confinaria dove concentrare i più pericolosi avversari del regime.

Fu costruita a tale scopo una cittadella confinaria, con un’imponente caserma per gli agenti di PS, 12 padiglioni, uno destinato alle donne, uno ai tubercolotici e un’infermeria e fu trasferito sull’isola un intero reparto di milizia volontaria. Tra agenti, militi e carabinieri erano più di 350 ed assolvevano ad un efficiente controllo lungo le coste e per mare. Su circa 800 confinati presenti sull’isola la metà era costituita da comunisti, seguivano poi in ordine di grandezza gli anarchici e i socialisti, il gruppo di Giustizia e Libertà e i Federalisti di Altiero Spinelli. Erano presenti anche gli stranieri, i nuovi sudditi dissidenti dell’impero mussoliniano: albanesi, jugoslavi, dalmati, montenegrini, croati, sloveni.

Antifascisti verso il confinoIl confinato arrivava sull’isola, dopo un lungo ed estenuante viaggio con sosta nelle celle di transito sporche ed infestate di insetti, caricato con i ferri ai polsi e legato a catena con gli altri sul piccolo postale che collegava l’isola al continente, era condotto nei locali della Direzione della colonia e sottoposto ad un accurato controllo, era privato dei suoi documenti personali e fornito di una carta di permanenza, il famoso libretto rosso, nel quale erano segnate tutte le prescrizione alle quali doveva attenersi.

Il confinato poteva passeggiare in un percorso limitato, solo al centro del paese, senza superare il limite di confino che era segnalato da cartelli, da filo spinato o da garitte con guardie armate, poteva passeggiare solo con un altro confinato. Aveva l’obbligo di rispettare gli orari di uscita ed entrata nei cameroni e rispondere, due e in alcuni periodi, anche tre volte al giorno agli appelli; non poteva avere nessun rapporto con gli isolani, non poteva entrare nei locali pubblici se non per il brevissimo tempo dello scambio commerciale, non poteva partecipare a riunioni o intrattenimenti pubblici, non poteva parlare di politica, ascoltare la radio, non poteva avere carta da scrivere se non timbrata dalla direzione, poteva scrivere, con le persone autorizzate dalla direzione, una sola lettera a settimana, lunga 24 righe, ovviamente sottoposta a censura. Vi erano poi alcuni confinati speciali, che avevano come ulteriore umiliazione un milite che li seguiva a tre passi.

I confinati però negli anni seppero organizzarsi in una serie di imprese comunitarie: spacci, botteghe, mense, biblioteche, perfino un’orchestrina che si esibiva la domenica. A Ventotene, a differenza di quanto era avvenuto nelle altre isole di confino, le mense erano organizzate per appartenenza politica: vi erano 7 mense dei comunisti, componente più numerosa, con i nomi più importanti (Terracini, Secchia, Scoccimarro, Longo, Roveda, Curiel, Ravera …), 2 mense degli anarchici dove spiccava la figura quasi leggendaria di Paolo Schicchi; c’era Giovanni Domaschi, conosciuto in tutte le colonie confinarie per le sue rocambolesche fughe. Vi era poi la mensa dei giellisti dedicata ai fratelli Rosselli, con Ernesto Rossi, Bauer, Fancello, Calace, Dino Roberto. Vi era poi la mensa dei socialisti con a capo Sandro Pertini, due mense dei manciuriani, cioè di quei confinati isolati dalla componente politica perché ritenuti delatori al soldo della direzione politica e infine vi era la mensa dei federalisti europei con Altiero Spinelli, mensa che aggregava proprio per il consenso alle nuove idee contenute in quello che poi diverrà famoso come il Manifesto di Ventotene per un’Europa libera ed unita. C’era anche la mensa A degli ammalati, soprattutto tubercolotici, dove la generosità di alcuni confinati, tra i quali Di Vittorio, faceva arrivare il latte della loro stalla e i prodotti dei campi che coltivavano.

I confinati avevano a Ventotene una fornitissima biblioteca con volumi di storia, di economia, di filosofia di letteratura sia italiana che straniera, accanto alla biblioteca ufficiale vi era poi una biblioteca clandestina a cui potevano accedere solo in pochi.

Attorno alla biblioteca nacque in quegli anni un’intensa attività di studi, di riflessioni di preparazione, non a caso Ventotene è stata definita l’Università del confino, un autentico laboratorio culturale. Nelle stradine dell’isola, in una vera e propria organizzazione, i confinati studiavano, analizzavano, discutevano; si tenevano lezioni sistematiche e specialistiche di storia, di economia, di finanza, di statistica e perfino lezioni di tecniche militari impartite da alcuni ufficiali albanesi e dai combattenti di Spagna. Qualcuno ha poi raccontato che quelle lezioni furono fondamentali nella lotta partigiana.

Ognuno si specializzava nello studio dei testi, ma tutti si arricchivano e si formavano per lo scambio privilegiato con alcune personalità di altissimo spessore culturale e morale presenti allora sull’isola. Nella apparente immobilità della vita confinaria Pietro Grifone, scrisse la sua opera più importante Il capitale finanziario e nell’introduzione all’opera dedica una parte proprio a come si studiava al confino di Ventotene; anche Ernesto Rossi scrisse e soprattutto scrisse Altiero Spinelli il Manifesto di Ventotene .

Parallelamente all’efficiente sistema di sicurezza, di sorveglianza e di censura messo a punto dalla direzione della colonia negli anni, i confinati avevano altrettanto saputo organizzare un’ efficiente organizzazione per la ricezione e la trasmissione di documenti, da e per il continente, con la complicità di qualche familiare in visita o di qualche isolano, partivano messaggi clandestini celati negli oggetti più disparati. Per tutti quegli anni il collettivo del partito riuscì sempre ad essere collegato con il centro sia in Italia che all’estero, non a caso qualcuno argutamente ha definito il gruppo dei comunisti dell’isola, il governo di Ventotene, perché era proprio dall’isola che partivano le direttive più importanti.

Il 25 luglio cade il fascismo, i confinati si sentono liberi, ma il giorno dopo viene affondato, da quattro aerei siluranti inglesi, il piccolo postale che collegava l’isola al continente, e i confinati privi di mezzi rimasero bloccati sull’isola.

Il 28 luglio giunse nel piccolo porto dell’isola un ospite d’eccellenza Benito Mussolini che ironia della sorte, qualcuno aveva deciso di confinare a Ventotene, ma il direttore della colonia, Marcello Guida, per ragioni di sicurezza, considerata la presenza di quasi novecento confinati e della bene armata guarnigione tedesca, (che si occupava di un potente radar) decise di non accogliere. La corvetta si diresse allora verso la vicina Ponza.

Gli ultimi confinati partirono verso la fine di agosto, erano soprattutto anarchici e slavi che furono destinati ai campi di concentramento di Fraschette d’Alatri e Renicci d’Anghiari, gli altri si erano già uniti ai gruppi combattenti per la liberazione d’Italia.

L’8 settembre sull’isola sbarcano 45 paracadutisti americani e grazie alla collaborazione di un ex confinato, che era rimasto sull’isola dopo la partenza degli altri, i tedeschi consegnarono le armi e Ventotene divenne il primo comune della provincia di Latina ad essere liberato dagli alleati, di questo episodio si conosce la testimonianza di un inviato di guerra molto speciale, J. Steinbeck, che accompagnava i soldati in quella che fu chiamata Ventotene Mission; l’episodio è raccontato nel suo libro C’era una volta una guerra.

Siamo un popolo dalla memoria assai corta, che dimentica facilmente gli errori e i sacrifici compiuti dalle generazioni che ci hanno preceduto, così negli ultimi anni è accaduto che nell’immaginario collettivo la mistificatoria associazione confino-villeggiatura sia andata rafforzandosi e qualcuno ha utilizzato l’assonanza isola-villeggiatura per un revisionismo storico alterato e manipolato, rivalutando il regime fascista come benevolo e svilendo la repressione degli oppositori come fatto secondario. L’isola invece da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

 

articolo di Filomena Gargiulo

tratto dal sito dell’ANPI  http://www.anpi.it/a1045/

 

 

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correva l'anno 1923

6 Novembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nell'aprile del 1923, a sei mesi dalla “marcia su Roma”, fu Giovanni Amendola a coniare l'aggettivo «totalitario» per definire il sistema fascista che, con la pratica di violenza e di demagogia, si stava impossessando del monopolio del potere e imponeva agli italiani la sua identificazione con la nazione e con lo Stato, perseguitando come nemico dell'Italia chiunque rifiutasse di sottomettersi al nuovo regime del partito fascista, e di associarsi al conformismo collettivo, rinunciando alla propria libertà e alla propria dignità.

 

Depretis fu presidente del Consiglio per 3.189 giorni, Crispi per 2.104, Giolitti per 3.837, A nessuno di loro, neppure al più ambizioso dei tre, come era Crispi, era mai passato per la mente di far coniare una moneta, di emettere un francobollo o di organizzare cerimonie di Stato per celebrare la loro chiamata alla guida del Governo come un evento storico. E non lo aveva fatto mai nessun primo ministro di uno Stato parlamentare europeo. Lo fece Mussolini, il più giovane fra i presidenti del Consiglio del Regno d'Italia, appena un anno dopo la «marcia su Roma».

L'idea gli venne pochi mesi dopo la sua nomina alla guida del Governo. Il 1° gennaio 1923 fece approvare dal Consiglio dei ministri, composto, oltre che da deputati fascisti, da rappresentanti del partito popolare, del partito liberale, del partito nazionalista e della democrazia sociale, la proposta di coniare una moneta col fascio littorio. Infine, il 21 ottobre 1923 sulla «Gazzetta Ufficiale» fu pubblicato il decreto col quale erano «istituite monete nazionali d'oro commemorative della Marcia fascista per l'instaurazione del Governo nazionale», nei tagli da lire 100·e lire 20, con l'effige del re da un lato, e dall'altro il fascio littorio «recante la scure completa a destra ornata di una testa di ariete».

Per commemorare «l'ascesa del Governo nazionale», il Consiglio dei ministri deliberò anche l'emissione di una serie speciale di francobolli recanti il simbolo del littorio. In tal modo, il simbolo del partito fascista era incorporato fra i simboli dello Stato e la data della «marcia su Roma» entrava nel calendario dei grandi eventi della nazione.

 Le iniziative per celebrare la «marcia su Roma» non si esaurirono con la moneta e il francobollo. Il 12 luglio, il Gran Consiglio del fascismo, il nuovo organo dirigente del partito fascista, nominò una commissione per «preparare il programma dei festeggiamenti che avranno la durata di tre giorni nell'anniversario della rivoluzione fascista». Il programma conferì alle celebrazioni il carattere ufficiale di una festa nazionale, con la partecipazione del re, del governo e delle autorità civili e militari. Fu inoltre disposto, per tutti i giorni delle celebrazioni dal 28 al 31 ottobre, l'imbandieramento dei pubblici uffici, delle caserme e degli edifici militari.

Anche la Chiesa fu coinvolta indirettamente nelle celebrazioni, che iniziarono la mattina del 28 ottobre 1923 in tutta Italia con messe da campo in suffragio dei «martiri fascisti». Le celebrazioni proseguirono con adunate fasciste a Milano, Bologna, Perugia e Roma, officiate dal duce, che in divisa di caporale della Milizia, rifece simbolicamente il percorso che un anno prima aveva condotto il fascismo al potere. Nei suoi discorsi, Mussolini avvertì minacciosamente gli avversari a rendersi conto «che quello che è stato è stato, che non si torna più indietro, che siamo disposti a impegnare le più dure battaglie per difendere la nostra rivoluzione». E, rivolto ai fascisti agitanti fucili e moschetti, aggiunse: «la rivoluzione venne fatta coi bastoni ... ora la rivoluzione si difende e si consolida con le armi, coi vostri fucili».

Le celebrazioni culminarono a Roma la mattina del 31 ottobre, con una grandiosa sfilata delle «camicie nere», mentre cinquecento aerei volteggiavano nel cielo della capitale. Le celebrazioni si conclusero con un ricevimento a Palazzo Venezia, al quale parteciparono il re, il governo e le più alte cariche civili e militari, e rappresentanti diplomatici: tutti resero omaggio al duce del fascismo, che per l'occasione aveva sostituito l'uniforme di caporale della Milizia con quella di presidente del Consiglio.

La partecipazione popolare alle celebrazioni della «rivoluzione fascista» fu numerosa ed entusiasta, come scrissero i giornali fascisti e favorevoli al fascismo, mentre molti antifascisti liberali, democratici, socialisti e comunisti, ancora si illudevano sulla effimera durata del governo Mussolini.

 

Non condivideva questa illusione l'antifascista ventiduenne Piero Gobetti:

Piero Gobetticommentando sulla sua rivista «La Rivoluzione Liberale» le celebrazioni fasciste, constatò che Mussolini «ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavitù liberali, democratici, popolari .... Ma c'è un fatto che sta sopra tutti i fatti: il regime si consolida, trionfa di tutte le opposizioni, canzona tutti gli avversari». Gobetti era convinto che la dittatura fascista sarebbe durata a lungo, circondata dal conformismo collettivo degli italiani.

 

Analogo fu il giudizio del deputato socialista Giacomo Matteotti,

Giacomo Matteottiche alla fine del 1923 pubblicò un opuscolo intitolato Un anno di dominazione fascista, documentando la realtà di uno «Stato asservito al partito», dove i fascisti godevano di una «seconda e più importante cittadinanza italiana, senza la quale non si godono i diritti civili e le libertà del voto, del domicilio, della circolazione, della riunione, del lavoro, della parola e dello stesso pensiero».

 

Ma il commento più perspicace sulle celebrazioni della «marcia su Roma» lo fece l'antifascista liberale Giovanni Amendola:

Giovanni Amendola«la caratteristica saliente del moto fascista - scrisse il 2 novembre – rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo "spirito totalitario"; il quale non consente all'avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente di nutrire anime che non siano piegate nella confessione "credo". Questa singolare "guerra di religione" che da oltre un anno imperversa in Italia non vi offre una fede (che a voler chiamar fede quella nell'Italia possiamo rispondere che noi l'avevamo già da tempo quando molti dei suoi attuali banditori non l'avevano scoperta!) ma in compenso vi nega il diritto di avere una coscienza -la vostra e non l'altrui - e vi preclude con una plumbea ipoteca l'avvenire».

 

Era stato Amendola a coniare nell'aprile del 1923 l'aggettivo «totalitario» per definire il sistema fascista di conquistare con la violenza il controllo delle amministrazioni comunali. Ora, parlando di «spirito totalitario», egli attribuiva un nuovo e più importante significato all'aggettivo, per definire la pratica di violenza e di demagogia, con la quale il fascismo si stava impossessando del monopolio del potere e imponeva agli italiani la sua identificazione con la nazione e con lo Stato, come dimostravano le celebrazioni della «marcia su Roma», perseguitando come nemico dell'Italia chiunque rifiutasse di convertirsi alla religione fascista, di sottomettersi al nuovo regime del partito fascista, e di associarsi al conformismo collettivo, rinunciando alla propria libertà e alla propria dignità.

 

Giovanni Amendola, fondatore dei gruppi della sinistra liberale, esiliato, morirà a Cannes nell'aprile 1926 non essendosi più ripreso dalle percosse ricevute durante delle aggressioni fasciste; Piero Gobetti, fondatore della rivista "Rivoluzione liberale", perseguitato e colpito più volte da squadre fasciste, morirà a Parigi il 6 febbraio 1926; Giacomo Matteotti, dopo il memorabile discorso alla Camera contro le violenze fasciste nel corso delle elezioni del 1924, fu rapito e assassinato il 10 giugno 1924 da cinque squa­dristi. 

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La "modernizzazione" fascista

20 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Giugno 1930. Mussolini fa visita a Guglielmo Marconi a bordo del panfilo Elettra, utilizzato dallo scienziato per i suoi esperimenti radiofonici.

1930-Marconi-esperimento-Elettra.jpg Guglielmo Marconi presidente Accademia Italia

Marconi verrà insediato, sei mesi dopo dal Duce, alla presidenza dell'Accademia d'Italia. Ma della sua geniale opera di inventore s'era già avvalso da tempo il regime per rivendicare il ruolo d'avanguardia della cultura italiana. Fin dai suoi esordi il fascismo aveva coniugato il tema del nazionalismo con quello della modernità. Determinante in questo senso era stato l'apporto del futurismo.

Depero-futurismo.jpg

Ma il suo alfiere, Filippo Tommaso Marinetti, venne presto ridotto da Mussolini a un ruolo subalterno di fiancheggiatore del regime, sia pur con una certa libertà di giudizio. (Nel 1909 il trentatreenne Filippo Tommaso Marinetti, un irrequieto intellettuale che viveva tra Milano e Parigi, dove aveva già dato alle stampe alcune raccolte di versi liberi, pubblicò su “Le Figaro” di Parigi il primo “Manifesto del Futurismo”. Il movimento esaltava, tra gli eccessi, il patriottismo estremo, le “belle idee per cui si muore”, la “guerra sola igiene del mondo” e inneggiava al motore “alla parte clamorosa” dell’esistenza e delle attività umane).

E del futurismo sarebbero rimasti in auge solo alcuni motivi formali. Essi improntarono non solo l'ideologia del regime, ma soprattutto lo stile e il linguaggio della dirigenza fascista, come l'estremismo verbale e il gusto per l'iperbole, la propensione per le imprese temerarie, l'esibizione di uno spirito gladiatorio. Di fatto, altri erano i cardini su cui il regime aveva edificato un «nuovo ordine fascista». 

L'organizzazione di un regime totalitario aveva comportato il ripudio sia di concezioni attivistiche elitarie, sia di atteggiamenti dissacranti, tipici del futurismo. E aveva imposto per contro il controllo di un partito unico su ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Il problema fondamentale era l'integrazione della società nello Stato fascista. E il regime lo perseguì sulla base di nuovi miti di grandezza e di potenza, tali da mobilitare le masse e da inculcare fin dai più giovani il senso dell'autorità e della gerarchia. In quest'opera di costruzione di una nuova coscienza e identità nazionale (fondata sul primato assoluto dello Stato e sulla fascistizzazione delle istituzioni) Mussolini rivendicò a sé, attraverso l'esercizio di un potere carismatico, il ruolo del demiurgo. E assegnò al partito, organizzato come una milizia, il compito di plasmare il carattere e i comportamenti degli italiani al fine di creare una «nuova civiltà politica», un «nuovo Stato». Si trattava per Mussolini di imporre una modernizzazione dall'alto della società e un nuovo sistema di valori culturali aderente a specifiche caratteristiche nazionali. Artisti e uomini di cultura vennero esortati a mettere da parte concezioni soggettive e personalistiche. L'arte dell'«era fascista» avrebbe dovuto avere per sue principali destinatarie le masse, e per obiettivo fondamentale la fusione fra popolo e regime. «Nello Stato fascista l'arte viene ad avere una funzione sociale, una funzione educativa» così scriveva nel 1932 Mario Sironi, uno degli artisti più impegnati e originali nella costruzione dei canoni e dei miti simbolici del fascismo.

Tuttavia, a differenza del nazismo, il regime fascista non giunse a imporre una "arte di Stato", in quanto lasciò libertà d'espressione sul terreno della ricerca estetica. Perseguì i suoi obiettivi in altri modi, privilegiando e sostenendo (attraverso una politica di committenza pubblica) quegli indirizzi che più si prestavano a creare nel pubblico la coscienza di un nuovo ethos e una "arte nazionale".

manifesto-mostra-1932.jpg ingresso mostra rivoluzione

La Mostra della Rivoluzione Fascista, aperta nell'ottobre 1932, nel quadro delle celebrazioni del decennale della marcia su Roma, riassunse in forma emblematica che cosa il fascismo intendesse per "arte costruttiva" rappresentativa e interprete di una nuova epoca. Agli architetti, scultori e pittori fra i migliori di quell'epoca, che collaborano all'iniziativa (da Prampolini a Terragni, da Valente a Libera, da Martini a Bartoli), Mussolini raccomandò di realizzare un'opera che nel suo insieme ponesse in luce «la modernità dinamica e rivoluzionaria del fascismo».

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Tanto l'allestimento della rassegna quanto l'aspetto scenografico del palazzo che l'ospitava, vennero concepiti in modo tale da evocare e consacrare gli orientamenti antitradizionalisti e modernisti del regime. Dalla facciata dell'edificio (che si sarebbe presentata come un immenso cubo davanti al quale svettavano quattro grandi fasci in rame brunito alti venticinque metri) all'apparato iconografico e documentario delle varie sale, l'intero complesso dell'esposizione costituì una sintesi spettacolare ed efficace dell'immagine simbolica che il fascismo voleva dare di sé e della sua energia creatrice. Tre giorni prima dell'inaugurazione della mostra, il 25 ottobre, parlando a Milano, Mussolini aveva affermato: «Il secolo ventesimo sarà il secolo della potenza italiana, sarà il secolo durante il quale l'Italia tornerà per la terza volta a essere la direttrice della civiltà umana».

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L'urbanistica fu eletta dal Duce a cantiere e laboratorio per la rappresentazione dei valori e delle forme della nuova civiltà» che il regime proclamava di voler costruire. Edifici pubblici, sedi del partito, monumenti, piazze e strade, avrebbero dovuto rendere tangibile l'impronta del fascismo e tramandarla nel tempo, eternando così i tratti distintivi di un'epoca. Fin dal 1925, presiedendo la cerimonia d'insediamento in Campidoglio dal primo governatore di Roma, Mussolini aveva lanciato il progetto di fare della capitale «una città ordinata e potente» mediante un vasto programma di ristrutturazioni che valorizzasse le vestigia dell'antichità e, nel contempo, imprimesse allo scenario urbano i segni di una nuova era. Riprese così l’opera di sbancamento e di risistemazione edilizia del centro storico di Roma, che avrebbe prodotto peraltro parecchi scempi architettonici. Venne demolita una parte del quartiere medievale per dar maggior spazio alla via dell'Impero che, inaugurata solennemente nell'ottobre 1932, collegò piazza Venezia al Colosseo attraverso i Fori Imperiali. Si pose mano così, nella capitale, al piccone demolitore, all'insegna della mistica fascista della romanità, di un rapporto ambiguo e contraddittorio fra antico e moderno.

1932 Roma lavori Piazza Venezia Roma sventramenti fascismo

Nel corso del 1934 fu la volta della zona intorno al Mausoleo d'Augusto. E altri quartieri subirono in quello stesso periodo o successivamente la stessa sorte. Uno dei peggiori misfatti fu la demolizione della Spina dei Borghi davanti a San Pietro e alla piazza del Bernini, per far posto a via della Conciliazione e a un'assurda sfilata di obelischi.

Il progetto più ambizioso del regime fu quello varato (all'indomani della conquista dell'Etiopia) di una grande Esposizione universale romana (l'Eur) per celebrare una «Olimpiade della civiltà». La grande rassegna dell'Eur, prevista nel 1942, non si sarebbe mai tenuta a causa della guerra. Ma i lavori preparatori diedero modo a una schiera di valenti progettisti (da Pagano a Piccinato, da Rossi a Vietti) di sperimentare alcune soluzioni d'avanguardia improntate (pur nel culto della romanità e del littorio) al modernismo razionalista.

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I razionalisti pensavano di poter convertire la politica urbanistica del regime ai loro canoni di severa linearità e funzionalità. In effetti non mancarono importanti applicazioni di questo genere architettonico: dalla stazione ferroviaria di Firenze (firmata da Michelucci) alle Triennali di Milano, a varie Case del Fascio (come quella di Como).

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E di matrice razionalista fu anche l'impostazione di alcune città nuove: da Littoria a Sabaudia (creata sui terreni riscattati alla palude dell'Agro Pontino) ad altre ancora, sorte quali colonie agricole o cittadelle industriali come Guidonia.

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Ma Giuseppe Pagano e altri autorevoli esponenti di questa scuola (a cui fecero capo riviste come Casabella e Domus) dovettero alla fine ricredersi. Nella maggior parte dei casi, finì infatti per prevalere un'architettura d'intonazione monumentale e aulica, congeniale alla simbologia ufficiale e agli intenti autocelebrativi del fascismo. Una serie di edifici massicci, fatti di colonne e portali enormi e opere pubbliche dalla scenografia ridondante. Principale patron dell'architettura del regime, risultato di un compromesso fra tradizionalismo romaneggiante e razionalismo, fu Marcello Piacentini. Innovatore in gioventù, ma convertitosi poi alla retorica fascista e fautore dei più clamorosi sventramenti nella capitale. Piacentini firmò, negli anni Trenta, alcuni dei progetti urbanistici più impegnativi del regime come il centro storico di Brescia. Piacentini progettò inoltre la ristrutturazione di via Roma a Torino, la città universitaria e l'Esposizione universale di Roma.

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Anche alla scultura e alla pittura venne demandato il compito di tradurre i messaggi e i riferimenti ideologici del fascismo in forme espressive che enfatizzassero i temi dell'ordine e della coesione sociale, e i valori della famiglia e del lavoro. Si sarebbe dovuto, stando a quanto affermava nel 1935 un teorico come Carlo Belli, simbolizzare o ridisegnare un ordine tutto italiano e fascista, improntato da «uno spirito mediterraneo fatto di luce e di geometri». Venne tuttavia lasciata un'autonomia relativamente ampia in materia di gusti e stili artistici. Convissero così in quegli anni, tanto il secondo futurismo (con Soffici, Balla e Depero), quanto il novecentismo (con Sironi, Martini e la Marfatti); tanto il neotradizionalismo di Carrà quanto il classicismo metafisico di De Chirico; tanto il ritorno al barocco in chiave espressionistica (con Scipione e Mafai), quanto il cromatismo lirico di Birolli, Rosai, Sassu.

De Chirico metafisica

Cenacoli importanti come quello torinese dei Sei (sostenuto da Lionello Venturi con le sue aperture europee) si mantennero lontani dal "conformismo militante". Artisti (come De Pisis, Campigli, Morandi, Severini) chi lavorando per lo più all'estero, chi tenendosi appartato, rimasero estranei tanto al provincialismo strapaesano quanto al classicismo ufficiale. E non mancarono i critici dell'indirizzo corrente, come quelli che alla fine degli anni Trenta, sensibili all'influsso di Picasso, si raccolsero intorno alla rivista milanese Corrente di Edoardo Persico. Fece il suo esordio pure il movimento astrattista (con Fontana, Radice, Melotti), mentre emersero alcuni giovani di spiccata personalità come Renato Guttuso. Di fatto, grazie alla dialettica interna al partito fra fascismo inteso come regime e fascismo inteso come movimento, ebbero modo di affermarsi orientamenti non del tutto allineati ai canoni ufficiali, se non eterodossi. Ciò fu dovuto anche alla protezione che un autorevole leader fascista come Giuseppe Bottai (teorico dello Stato corporativo e ministro dell'Educazione nazionale) accordò all'intellighenzia, giacché egli intendeva costituire un'élite di artisti e di studiosi attorno a una politica culturale basata su criteri qualitativi e non semplicemente su una logica di servizio.

D'altra parte, il governo fascista badò a dare di sé un'immagine accattivante, promuovendo manifestazioni artistiche e culturali aperte al concorso di esponenti delle più diverse correnti. Così avvenne con la Triennale di Milano, inaugurata nel 1931 e dedicata all'architettura, al design e alle arti decorative.

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Una delle iniziative più prestigiose del regime fu il Convegno Internazionale d'Arte che si aprì nel luglio 1934 a Venezia. Due erano i temi in discussione: il rapporto fra le arti contemporanee e la realtà e quello tra arte e Stato. Ai lavori parteciparono, fra gli ospiti stranieri, Picasso e Le Corbusier, il compositore Béla Bartòk, lo scultore Paul Manship, il regista teatrale Gordon Craig, il poeta Paul Valéry e lo scrittore Thomas Mann. Ma fu soprattutto nell'opera di sensibilizzazione delle masse, che il regime diede prova delle sue capacità di spettacolarizzazione della cultura e della politica, in quanto seppe creare un efficace sistema di suggestioni, di miti e di liturgie, utilizzando gli strumenti e i ritrovati della modernità.

ricevitore-RadioBalilla-1937.jpg programmi radio 1934

La radio fu uno dei principali mezzi di cui si servì il fascismo nella sua pedagogia totalitaria. Alla vigilia della guerra gli abbonati erano numerosi. E numerosi erano i programmi destinati espressamente dalle autorità governative e di partito alle singole categorie di lavoratori.

Il cinema fu un altro mezzo di comunicazione di massa su cui fece leva il fascismo. Sorto nel novembre 1925 l'Istituto Luce (sigla che sta per L'Unione per la Cinematografia Educativa) ebbe il compito di svolgere opera di divulgazione culturale nelle scuole e nel mondo del lavoro e poi di produrre anche cinegiornali di attualità e documentari sulle iniziative del regime. Fra il 1931 e il 1933 un'apposita legislazione accordò, da un lato, particolari sovvenzioni alle case cinematografiche nazionali, e dall'altro, impose dei limiti sempre più rigidi alla diffusione di film stranieri. La produzione di altri paesi finì così per trovare ospitalità, con le sue migliori pellicole, soltanto alla rassegna internazionale di Venezia, una manifestazione di gran lustro e mondanità, inaugurata nel 1932, per iniziativa dell'ex ministro delle Finanze e poi presidente della Confindustria conte Volpi. A sostegno della produzione italiana fu costituito nel 1935 il Centro Sperimentale di Cinematografia. E comparvero l'anno dopo due importanti riviste: Cinema diretta da Vittorio Mussolini e Bianco e Nero diretta da Luigi Chiarini. Tra i collaboratori figuravano Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti.

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Nell'aprile 1937 venne inaugurata, alla presenza di Mussolini, Cinecittà. Si trattava di uno dei più attrezzati complessi europei di teatri di posa per la produzione cinematografica. Il regime mirava a fare di Cinecittà, ideata da Luigi Freddi; una sorta di Hollywood in miniatura e ad affrancare così il mercato italiano dalla produzione americana. Assai popolari erano, infatti, anche da noi Walt Disney e altri divi d'oltreoceano. Nacquero in quel periodo i film cosiddetti del "telefono bianco" le commedie rosa e di costume. E si sviluppò il filone di intonazione storica, dopo che nel 1934, con il film 1860 di Blasetti sull'epopea garibaldina dei Mille, si era registrato il primo grande successo di pubblico.

Particolare attenzione venne prestata anche all'attività teatrale con lo scopo di trasformarla in «spettacolo sociale». Furono così istituiti nel 1929, per conto dell'Opera Nazionale Dopolavoro, i Carri di Tespi che, girando per l'Italia, avrebbero dovuto «elevare il senso artistico» delle masse contadine e operaie. Sagre paesane, feste campagnole, sfilate in costume, divennero altrettanti riti collettivi e veicoli di pianificazione del consenso fra i ceti popolari. Ma il regime prediligeva soprattutto ciò che sapesse di avveniristico o che dimostrasse il nuovo spirito competitivo nazionale. 

Le spedizioni polari di Umberto Nobile (fin quando non si conclusero tragicamente) vennero celebrate dal governo fascista come altrettante testimonianze di una nuova Italia virile e ardimentosa. E così avvenne per l'impresa di Francesco De Pinedo, protagonista nel 1925 di un giro del mondo su un idrovolante, acclamato come «il volo dei tre continenti». A inorgoglire il regime, ma anche tanti italiani, fu in particolare la trasvolata atlantica guidata dal quadrumviro e ministro dell'Aeronautica, Italo Balbo. Atterrato nel luglio 1933 a New York, egli venne ricevuto dal presidente Roosevelt e, al suo rientro in Italia, insignito dal titolo di maresciallo dell'aria. In quello stesso anno, nel 1933, a pochi giorni di distanza, il supertransatlantico Rex conquistava il Nastro Azzurro, stabilendo il nuovo record di traversata dell'Atlantico, compiuta in poco più di quattro giorni.

idrovolante di Balbo transatlantico Rex

Dalle palestre ai campi di gara, ai nuovi grandiosi impianti del Foro Italico nella capitale, il mondo dello sport venne considerato dal regime un vivaio (non meno importante delle adunate del «sabato fascista», dedicate all'educazione politica e all'addestramento militare) per la formazione dell'«italiano nuovo».

 saggio-ginnico.jpg Starace salto fuoco

Una generazione di giovani che offrisse l'immagine di un paese proiettato verso nuovi traguardi all'insegna dell'agonismo, dell'impegno collettivo e dell'attaccamento alla bandiera. A tal fine contribuirono anche i successi della nazionale di calcio ai campionati mondiali del 1934 e del 1938. A Roma la squadra italiana, guidata dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, batté in finale la Cecoslovacchia; la seconda volta, gli azzurri si imposero in Francia sugli Ungheresi.

1936-manifesto-olimpiade-Berlino.jpg Hitler Olimpiadi di Berlino 1936

Nel frattempo all'XI Olimpiade tenutasi nell'agosto 1936 a Berlino, l'Italia era giunta a piazzarsi al quarto posto nella classifica per nazioni. Fra gli atleti che avevano vinto la medaglia d'oro c'era anche una donna: Ondina Valla, prima negli 80 metri a ostacoli. Era vanto del regime che anche le giovani italiane dessero prova di doti atletiche e di vigoria fisica. In verità, non tutti, all'interno del regime, condividevano la passione e l'enfasi per la modernità. Contro il novecentismo, l'urbanesimo, l'industrializzazione, il macchinismo, continuava a tuonare un gruppo di intellettuali raccolti intorno alla rivista Il Selvaggio (sorta nel 1924) in cui figuravano personaggi come Malaparte, Bilenchi, Maccari. All'insegna di «Strapaese», essi vagheggiavano un ritorno alle tradizioni dell'Italia provinciale e rurale quale antidoto a quella che definivano la «barbarie artistica e intellettuale» del modernismo, sinonimo di standardizzazione e americanizzazione. In realtà, il rapporto del fascismo con la modernità era pervaso di parecchie contraddizioni. Non soltanto perché doveva coesistere con il culto e la retorica della romanità. Ma anche perché si trattava di una concentrazione strumentale della modernità, finalizzata al dominio politico della cultura e della società.

Avvenne così che il governo fascista, da un lato, promosse importanti istituzioni scientifiche (a cominciare dal Consiglio Nazionale delle Ricerche) e, dall'altro, cercò all'occorrenza di piegarne l'attività alle mutevoli logiche di potere o alle direttive autarchiche del regime. Tant'è che non esitò a sacrificare anche gli sviluppi più promettenti della ricerca scientifica sull'altare della ragion di Stato e delle discriminazioni razziali.

Ragazzi-di-via-Panisperna.jpg

Nel dicembre 1938, con l'esodo di Enrico Fermi, colpito dal bando contro gli ebrei, si sciolse in pratica il gruppo romano di Via Panisperna che, promosso da Mario Orso Corbino, aveva rappresentato uno dei nuclei più importanti della fisica europea. Fermi riparerà negli Stati Uniti dove collaborerà alla realizzazione della prima bomba atomica.

Nell'ottobre 1938, lo stesso anno delle leggi razziali, Mussolini pronunciò un violento discorso contro la borghesia al Consiglio nazionale del partito fascista. L'imposizione del "voi" in luogo del "lei" (bollato come «servile e straniero») il ripudio di ogni forma di compromesso con le forze tradizionali, e le leggi per la difesa della razza avrebbero dovuto costituire il preludio della cosiddetta «terza ondata» (dopo la marcia su Roma e la messa al bando nel 1925 dei partiti antifascisti).

La lotta contro «quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che ancora si annidano nel paese» (come li definì Mussolini) avrebbe dovuto affiancare non solo la battaglia contro l'individualismo e i retaggi del pluralismo culturale e del cosmopolitismo, ma preparare anche il paese allo scontro con le democrazie occidentali, contro le «nazioni plutocratiche e satolle» (per dirla con le parole del Duce). La "modernità" fascista s'era ormai tinta sempre più di coloriture populiste e bellicistiche.

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”

 

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La politica economica del fascismo

15 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

dalla conversazione di FRANCO CATALANO tenuta il 10 gennaio 1975 nell'Aula Magna dell'Università degli Studi di Milano.

La politica economica del fascismo
La politica economica del fascismo
La politica economica del fascismo
La politica economica del fascismo
La politica economica del fascismo
La politica economica del fascismo

Il decollo dell'industria italiana avvenne solo a partire dal 1896, con notevole ritardo rispetto a quello avver negli altri paesi occidentali. In quell'anno, infatti, era giunta al termine la crisi che era sembrata interminabile, poiché era cominciata nel 1873, sconvolgendo tutte le teorie ottocentesche sul ciclo decennale delle recessioni, e che aveva spinto le due più grandi potenze, l'Inghilterra e la Francia a cercare uno sfogo per gli investimenti dei loro capitali nella conquista di colonie (ne era nato il primo imperialismo). L'Italia, dunque, aveva dato inizio allo sviluppo suo sistema industriale quando era finita quella crisi e si era subito dedicata al settore tessile, sfruttando la manodopera che si offriva a buon mercato nella zona sub-montana del Piemonte, della Lombardia e del Veneto; e poteva farlo, perché quella manodopera, accanto al lavoro in fabbrica, manteneva anche una piccola parcella di terra da cui trarre i generi alimentari per il suo consumo. Così l'industria tessile riuscì, nei primi dieci anni del nuovo secolo, a soppiantare sui mercati della penisola balcanica la concorrenza dell'Austria-Ungheria, della Germania.

La politica economica del fascismoLa politica economica del fascismo

Furono appunto tali accordi commerciali a rafforzare, nel nostro paese, le correnti nazionalistiche, le quali miravano al dominio dell'Adriatico e consideravano l'opposta sponda dalmata e in genere i Balcani come una zona destina passare sotto l'influenza italiana.

Ma nel 1911, il primo ministro Giolitti, anche per porre rimedio alle conseguenze di una nuova crisi, che era iniziata nelle nazioni più evolute verso il 1907, decise di impegnare il Paese nell'impresa di Libia. La spedizione coloniale valse a renderci nemici gli occidentali e ad avvicinarci ancora più alla Germania e all’Austria-Ungheria (con cui tra l’altro eravamo legati dal patto della Triplice Alleanza).

 

Quando ci si accorse che la conquista della Libia non dava affatto tutti i benefici sperati, e l'Italia ritornò allo scacchiere balcanico, si dovette prendere atto che la sua breve assenza aveva lasciato la 'possibilità ai due Stati amici-nemici di inserirsi su quei mercati. Alla fine l’Italia decise di partecipare al conflitto con le potenze occidentali contro la Triplice Alleanza, firmando, il 26 aprile del 1915, il patto di Londra che prevedeva, per il nostro intervento un prestito di soli 50 milioni di sterline (ma si pensava che la guerra sarebbe stata breve), e facendosi riconoscere ufficialmente il diritto, oltre al raggiungimento dei confini naturali, anche al predominio sull'Adriatico, secondo l’impostazione della politica estera nazionalistica.

L'ultimo anno di guerra - da Caporetto a Vittorio Veneto -, rappresentò una rovina per gli artigiani, per i professionisti, per i pensionati, per i modesti negozianti e bottegai, per i proprietari di case e di terreni affittati a bloccati (tutte categorie di media e piccola borghesia che rappresentarono il primo nucleo del fascismo in apparente rivolta contro l'ingiustizia delle leggi e della società); mentre per gli industriali, per gli agricoltori e per i fittavoli (che vendevano - scriveva Einaudi - direttamente al pubblico, a prezzi subito gonfiati, derrate agricole o merci di consumo o servizi) fu un periodo di facili e rapidi guadagni e di arricchimenti.

Si erano avvantaggiate soprattutto le province industriali e agricole del nord, a differenza di quelle agricole del Sud, che, lontane dai centri industriali di consumo, si erano venute a trovare in condizioni di inferiorità.

Nel 1919 fino a metà del 1920, una domanda in progressiva espansione (perché coloro che avevano dovuto contrarre i loro bisogni durante la guerra si precipitarono all'acquisto dei beni di consumo che apparivano indispensabili) mantenne un boom produttivo che fu ulteriormente causa di guadagni. Boom che naturalmente, provocò un processo inflazionistico, il quale spinse le classi lavoratrici ad agitazioni e scioperi ininterrotti per recuperare, sul piano salariale, il potere d’acquisto che le loro rimunerazioni andavano perdendo.Fu principalmente per questo motivo che, in tale periodo, il movimento fascista, fondato a Milano il 23 marzo 1919, rimase piccolissimo e non riuscì, pur cercando di far leva sui grandi temi di politica internazionale (la condizione di nazione vinta che si era fatta a Versailles, Fiume, ecc.), a fare breccia nella popolazione italiana.

Alla metà del 1920, una nuova domanda di aumenti salariali da parte degli operai metalmeccanici e metallurgici non fu soddisfatta dagli prenditori: si ebbero così la serrata e l'occupazione delle fabbriche: episodio questo che si può dire culminante nella lotta sociale di questi anni, ma che si risolvette in una pesante sconfitta per classe lavoratrice.

 

Tale situazione fu sfruttata abilmente da Mussolini e dal fascismo che, alla fine del 1921, era diventato un grosso partito, che era in grado di avanzare pretese sotto forma di ultimatum ai liberali.

Gli imprenditori si diedero volentieri al fascismo il quale prometteva loro la "pace sociale," cioè la fine e la repressione di ogni agitazione operaia. Appoggiarono il fascismo anche l'alta burocrazia, l'esercito, buona parte dei ceti medi nazionalistici, e, alla fine, anche la monarchia e il Vaticano, verso i quali ultimi Mussolini aveva fatto nei due discorsi di Udine e di Napoli, ampie dichiarazioni di lealtà abbandonando le sue antiche posizioni repubblicane anticlericali. Ma ci fu pure una notevole debolezza delle correnti politiche democratiche e antifasciste, che credettero tutte che il nuovo regime sarebbe stato un fenomeno passeggero nella vita del paese, destinato a rinuncia presto al potere per riconsegnarlo nelle mani della classe dirigente liberale.

Ma Mussolini proseguiva imperterrito nella sua opera mirante a smantellare tutto ciò che rimaneva dello Stato liberale, e con il patto di palazzo Chigi, tra le Corporazioni fasciste e la Confindustria, concedeva una deroga alla legge sulle otto ore in tutte quelle occupazioni che richiedevano un lavoro continuo e cercava di far riconoscere alle Corporazioni una posizione di privilegio presso gli industriali rispetto alle confederazioni democratiche (la CGL e la CIL cattolica), sostenendo il principio dei "cordiali rapporti fra i datori di lavoro e i lavoratori" e il proposito di far valere la loro collaborazione.

Nel 1924 si dovette assistere al vile e brutale assassinio di Giacomo Matteotti, dopo il violento e pungente discorso, ma privo di qualsiasi accento retorico, che il deputato socialista aveva tenuto alla Camera e in cui aveva chiesto l'invalidazione dell'elezione, alle consultazioni politiche svoltesi il 6 aprile, di tutti i deputati fascisti, perché avvenuta grazie all'uso indiscriminato della violenza.

Il 7 giugno, diceva Mussolini che si notavano parecchi sintomi di una concreta riorganizzazione delle "scompaginate associazioni di classe", che erano favorite "dalla così dette 'cellule di officina' o 'cellule d'azienda," le quali rappresentavano “la base ed il perno della riorganizzazione politica dei partiti sovversivi”.

Eppure, il duce dovette, di lì a poco, accorgersi quanto fosse difficile vincere la resistenza della classe lavoratrice, di quella più matura e più cosciente, poiché anche un anno dopo nel suo discorso del 3 gennaio 1925, con cui pose termine alla secessione dell'Aventino, gli operai metallurgici e metalmeccanici organizzarono uno sciopero contro le ripetute riduzioni dei loro salari. I sindacati fascisti erano stati costretti ad assecondare lo sciopero, per non lasciarsi scavalcare dalla FIOM, che conservava ancora un notevole ascendente sui lavoratori, ma destando una grande meraviglia negli industriali, i quali erano sicuri che il fascismo non avrebbe mai aderito a tali forme di lotta.

Questo sciopero era stato possibile perché esisteva una pluralità di organismi sindacali, e pertanto Mussolini e Rossoni, capo delle corporazioni, provvidero ad eliminare un simile pericolo, firmando, il 2 ottobre 1925, il patto detto di palazzo Vidoni, con cui la Confederazione dell’Industria riconosceva nella “Confederazione delle corporazioni fasciste e nelle organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici".

L'accordo di palazzo Vidoni aboliva le commissioni interne di fabbrica, e con la successiva legge del 3 aprile 1926 e con il regolamento del 1° luglio il regime vietava lo sciopero e la serrata, istituiva la Magistratura del lavoro ed elevava i sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori ad organi indiretti della pubblica amministrazione.

Sembrava ormai del tutto fallita la via dei bassi salari (il costo della vita, nel 1925, era arrivato a 623 sul 100 del 1913-1914, mentre i salari erano giunti solo a 533 un dislivello di 100 punti); l'equilibrio della bilancia commerciale era fortemente compromesso.

Il duce, sperando di sanare la situazione, accettava le proposte della Confindustria e lanciava la campagna in favore del consumo dei prodotti nazionali,e nello stesso tempo, dava inizio alla “battaglia grano”, ripristinando, il 24 luglio 1925, il dazio sul frumento.

Rivalutò la lira riportando il rapporto lira-sterlina a L. 90.

Gli industriali procedettero a una riduzione dei salari in una misura che andava dal 10 al 20%, sicuri che i lavoratori avrebbero dimostrato, ancora una volta, un considerevole spirito di disciplina.

Il 21 aprile 1927 viene promulgata la Carta del Lavoro.

Nel 1928 un incremento della disoccupazione imponeva allo Stato gravi problemi, anche perché i tradizione mercati di assorbimento della nostra manodopera (in particolare gli U.S.A.) continuavano a rimanere chiusi.

Diventava pertanto, indispensabile impostare un programma di lavori pubblici. Le ferrovie dello Stato iniziavano l'elettrificazione della rete; il 17 maggio 1928 veniva istituita l'Azienda autonoma statale incaricata della costruzione delle autostrade, infine, il 24 dicembre 1928, era resa nota la legge sulla bonifica integrale, di cui il fascismo andava particolarmente orgoglioso.

Nel 1929, il nostro paese si stava risollevando lentamente e faticosamente, quando sopraggiunse la grande crisi che, dal "giovedì nero" alla Borsa di New York, si sparse per tutto il mondo, con ripercussioni anche sull'Italia.

Un indice che rivela il peggioramento della situazione economica è quello che riguarda i fallimenti che erano aumentati. In diversi casi per evitarli si era ricorso all'aiuto del governo.

Questa politica di intervento pubblico portò, il 13 novembre del 1931, alla fondazione dell'Istituto Mobiliare Italiano (IMI), al quale fu affidato il compito di accordare prestiti contro garanzie reali di natura mobiliare a imprese private e di assumere eventualmente partecipazioni nelle medesime.

Il 20 marzo 1930 fu istituito ex novo il Consiglio nazionale delle Corporazioni che diede vita a sette corporazioni (Industria, Agricoltura, Commercio, Banca, Professioni e Arti, Trasporti marittimi e Trasporti terrestri) come organi di collegamento tra le Associazioni sindacali riconosciute.

Nel tempo stesso, proseguiva, assumendo grandi proporzioni, il fenomeno della concentrazione e della fusione delle imprese.

La naturale che doveva rientrare sotto l'influenza italiana, era formata dalle nazioni agrarie dell'Europa centro-orientale, che determinavano il quinto posto nel commercio estero.

Il "Piano danubiano" pubblicato dal governo fascista cercava di conseguire due scopi: 1) assicurare nuove possibilità di sbocco alla nostra industria; 2) migliorare la situazione dei porti dell'Adriatico settentrionale.

Ma questa politica danneggiava fortemente gli interessi della Germania. Tanto che quando, nel luglio del 1934, Hitler, appena giunto al potere e che non aveva tardato a rivelare le sue ambizioni di espansione territoriale, tentò di occupare l'Austria, la cui "indipendenza e integrità" era stata garantita, il 17 febbraio, dalla Francia, dall'Inghilterra e dall'Italia, Mussolini inviò al Brennero due divisioni di alpini quasi ad ammonire che l'Italia non sarebbe rimasta spettatrice inerte di quel dramma, ma anche per impedire che, attraverso l'Austria, il Reich penetrasse sempre più a fondo nei Balcani.

Un altro avvenimento, sul piano economico, determinante in questi anni fu la svalutazione del dollaro, voluta Roosevelt, che aveva vinto le elezioni, nel novembre 1932, contro il repubblicano Hoover, per aumentare i prezzi, stimolare di conseguenza la produzione e favorire l’esportazione.

Lo Stato era diventato, per mezzo dell'IRI, il padrone di circa i tre quarti dell'economia italiana industriale e agricola.

Nel giugno del 1933, Mussolini in un articolo sulla sua rivista, "Gerarchia," poneva il dilemma «Pace o guerra? La storia ci dice che la guerra è il fenomeno che accompagna lo sviluppo dell'umanità». E dalla fine del 1933, aveva cominciato a preparare, con il governatore dell’Eritrea, il quadrumviro De Bono, l'impresa d’Etiopia. Era lo sbocco inevitabile dei regimi autoritari europei: il riarmo per superare la crisi, cioè investire il denaro del risparmiatore nella preparazione bellica.

L'abbandono della politica balcanica e l’inizio di una politica di espansione coloniale - proprio in un momento in cui il vecchio colonialismo di tipo ottocentesco stava morendo - era stata suggerita a Mussolini da ciò che gli aveva detto Dino Grandi, che né la Francia né l’Inghilterra volevano assumersi impegni per l'indipendenza austriaca: "Avremo quindi la disgrazia", aveva esclamato "della Germania al Brennero. La sola alternativa che mane è l'Africa," verso cui, del resto, sollecitavano vivamente gli ambienti industriali. I quali furono quelli che ne trassero i maggiori vantaggi, poiché, a partire dalla seconda metà del 1934, le fabbriche incominciarono a lavorare più intensamente.

Il duce aveva avuto l'abilità, che era stata anche di Giolitti nel preparare la spedizione di Libia, di presentare al popolo italiano la conquista dell'Etiopia come quella che avrebbe risolto tutti i suoi assillanti problemi: assorbimento di manodopera disoccupata, mercato su cui vendere i nostri prodotti e da cui trarre le materie prime necessarie per le industrie. In tal modo, si può dire che l'impresa abbia segnato il maggiore consenso popolare al regime.

L'impresa d'Etiopia aveva fatto stringere rapporti più stretti con la Germania.  Un motivo a determinare quest'ultima alleanza erano le sanzioni, decise dalla Società delle Nazioni per impedirci la conquista dell'Etiopia (ma esse erano state, in un certo qual modo, sabotate dall'Inghilterra, che non aveva voluto includere nel divieto materie prime come il piombo, lo zinco, la lana, il cotone e il petrolio e si era rifiutata di chiudere il passaggio alle navi italiane attraverso il canale di Suez), e avevano deviato le correnti tradizionali del nostro commercio estero, sviluppando i rapporti con la Germania.

Gli accresciuti interessi mediterranei spinsero il duce ad intervenire in Spagna in aiuto del generale Franco, impegnato in una nuova rivoluzione nazionalistica. Mussolini considerava ormai il Mediterraneo un lago italiano e temette che il Fronte popular spagnolo e il Fronte popolare francese si alleassero, bloccandolo nel Mediterraneo occidentale. Certo, il fascismo si impegnò più a fondo del nazismo (i prestiti del governo italiano a Franco per forniture, ecc. defalcati gli assegni corrisposti ai legionari e le spese sostenute per l'addestramento in Italia dei "volontari" e depennato il valore dei materiali di artiglieria antiquati, ammontarono a Lire 5.716.195.916), ma ciò avvenne appunto perché Mussolini considerava il Mediterraneo un lago italiano, e Hitler lo confermò molto abilmente in tale convinzione.

Ma, nel frattempo, pur concedendo aiuti così forti alla Spagna di Franco, l'economia italiana cominciava a risentire di qualche difficoltà, creata, in parte, dalle sanzioni (che pure non furono applicate dall'Albania, dall'Austria, dall'Ungheria, dagli Stati Uniti, che non erano membri della Società delle Nazioni e, in parte, dalla Svizzera), il che spinse il fascismo ad accelerare i piani per l'autarchia.

La crisi del '29 aveva veramente chiuso l’età della sterlina, della moneta stabile, che aveva caratterizzato l'Ottocento, e aveva aperto una fase di instabilità politica ed economica, di lotta accanita di ciascuno Stato contro l'altro alla ricerca di uno "spazio vitale" che consentisse di vivere autarchicamente.

Traendo, attorno al '39-40, alcune conclusioni sulle corporazioni e sull'autarchia, si poteva dire che si erano risolte in un gran fallimento, perché nono erano riuscite ad evitare il graduale e continuo peggioramento del tenore di vita delle masse lavoratrici e tanto meno erano state in grado di impedire che poche persone realizzassero notevoli profitti.

L’Etiopia non aveva dato tutti i vantaggi desiderati, e allora la politica mussoliniana era tornata verso i Balcani, dove, però, si era scontrata con la preponderante influenza della Germania, la quale aveva maggiore abbondanza di noi in prodotti industriali da vendere su quei mercati in cambio di derrate alimentari.

Da ciò era scaturita la segreta, ma abbastanza manifesta, diffidenza del duce verso il ben più forte alleato, diffidenza che lo portò all'occupazione dell'Albania (7 aprile 1939) e a vagheggiare ipotetiche espansioni nella Jugoslavia del nord, per sottomettere quel paese all’influenza dell'Asse (Asse Roma-Berlino, costituito nel maggio 1938 dopo che l’Italia si era ritirata, l’11 dicembre 1937, dalla Società delle Nazioni).

Il duce non aveva alcuna intenzione di farsi estromettere  dalla penisola balcanica, con i cui paesi si era sviluppato il nostro commercio in misura considerevole.

In seguito all'autarchia, la situazione produttiva del nostro paese era molto cambiata e avevano acquistato maggiore importanza le industrie meccaniche e chimiche.

Tutto questo determinava un forte spostamento della popolazione dalla campagna alla città, voluto anche dai redditi più bassi nell'agricoltura che nell'industria (il fascismo cercava di frenare questa immigrazione emanando, proprio nel 1938, leggi che avrebbero dovuto fissare il contadino alla sua terra).

Dal Diario di Ciano del 6 agosto 1939, quando la guerra stava per cominciare: «A battere la strada tedesca si va guerra e ci andiamo nelle condizioni più sfavorevoli per l'Asse e specialmente per l'Italia. Siamo a terra con le riserve auree; a terra con le scorte di metalli; lontani dall'aver completato il nostro sforzo autarchico e militare. Se la crisi viene, ci batteremo per salvare almeno l’onore. Ma conviene evitarla».

E nuovamente:«Si moltiplica il numero delle divisioni, ma in realtà queste sono così esigue da aver poco più la forza di un reggimento. I magazzini sono sprovvisti. Le artiglierie sono vecchie. Le armi antiaeree ed anticarro mancano del tutto. Si è fatto molto bluff nel settore militare e si è ingannato lo stesso Duce. Ma è un bluff tragico. Non parliamo dell'aviazione. Valle denuncia 3.006 apparecchi efficienti, mentre i servizi informazione della Marina dicono che questi sono soltanto 982. Un grosso scarto». Ebbene in tali condizioni, cosa faceva il duce?: «Si concentra piuttosto sulle questioni di forma: succede l’ira di Dio se il presentat’arm è fatto male o se un ufficiale non sa alzare la gamba nel passo romano, ma delle deficienze che conosce a fondo, non sembra preoccuparsi oltre un certo limite».

Probabilmente, con il trasformismo di cui aveva dato ampie prove durante tutta la sua vita, contava molto più che sull’aiuto dei “circoli plutocratici” su quello delle masse lavoratrici, alle quali concedeva, in occasione del ventennale della fondazione dei fasci di combattimento, un aumento dei salari dal 6 al 10% e la riforma delle assicurazioni obbligatorie per la invalidità e la vecchiaia, per la tubercolosi, per la nuzialità e la natalità.

Osserva Ciano: «Il Duce è molto soddisfatto del provvedimento e mi dice: “Con ciò abbreviamo veramente le distanze sociali. Il socialismo diceva: tutti eguali e tutti ricchi. L'esperienza ha provato che tutto ciò è impossibile. Noi diciamo: tutti eguali e tutti abbastanza poveri».

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

 

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La politica sociale del fascismo

15 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il fascismo aveva conquistato il potere grazie all'azione eversiva dello squadrismo e allo sbandamento dei suoi avversari.

1920 fascisti contro sede Il PAESE

Ma, una volta a capo del governo, Mussolini comprese che, per tenersi in sella, occorreva assicurare al fascismo l'adesione dei ceti medi. D'altra parte, il movimento fascista, sebbene fosse stato appoggiato nella sua ascesa da alcuni grossi possidenti agrari e più larvatamente da qualche gruppo industriale, aveva avuto una matrice eminentemente piccolo- borghese. Di fatto la rivalutazione della lira, attuata nel 1926 a un cambio più alto del corso reale di mercato, rinfrancò i ceti medi.

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Tant'è che il flusso dei depositi presso le casse di risparmio raggiunse, nel giro di due anni, un volume pari a quasi quattro volte quello del 1913. Rassicurata in tal modo e con altri provvedimenti la piccola e media borghesia, il governo fascista mirò a eliminare la conflittualità sociale. A tal fine, vennero sciolte d'autorità tutte le organizzazioni di categoria, tranne quella del sindacato fascista a cui fu attribuita la rappresentanza globale dei lavoratori.

Nello stesso tempo, venne introdotta una legge che stabilì l'arbitrato obbligatorio per le controversie sindacali e il principio della validità collettiva, "erga omnes", dei contratti di lavoro. Fu questa la premessa dell'ordinamento corporativo varato con la Carta del lavoro emanata nell'aprile 1927 per opera di Giuseppe Bottai. Non si diede corso alla corporazione integrale, a una organizzazione unica fra datori di lavoro e lavoratori, come rivendicava il leader del sindacalismo fascista Edmondo Rossoni. Ma vennero istituite singole corporazioni di categoria a cui fu affidato il compito, in nome degli interessi nazionali, di coordinare tutti gli aspetti riguardanti il mondo del lavoro e dell'economia.

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La Carta del lavoro ribadì sia il divieto di sciopero che quello di serrata e conferì ad una speciale magistratura del lavoro la soluzione delle controversie fra imprese e dipendenti. Sancito in tal modo, e mediante varie misure repressive, il principio della disciplina sociale, il governo fascista cercò di ridurre le differenze di classe all'interno del mondo rurale, che costituiva la componente di gran lunga prevalente della società italiana. Si pose così mano a diversi provvedimenti rivolti a favorire lo sviluppo della piccola proprietà contadina e ad accrescere il numero dei compartecipanti. In effetti, fra il 1921 e il 1936, stando ai dati ufficiali, i lavoratori senza terra diminuirono dal 44 al 28 per cento degli addetti all'agricoltura. Ciò fu dovuto peraltro, almeno sino al 1926 all'inflazione, che alleviò i debiti contratti da numerosi coltivatori per acquistare un pezzo di terra, e che innalzò inoltre le quotazioni dei prodotti. Non a caso, proprio nelle campagne il fascismo reclutò la sua base di massa più consistente.

Da un lato, l'opera di "sbracciantizzazione" valse infatti a distruggere gli ultimi residui delle leghe socialiste e cattoliche, in particolare nelle regioni del nord e del centro.

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Dall'altra, i provvedimenti assunti con la «battaglia del grano» e la «bonifica integrale» resero possibile un miglioramento delle condizioni dei mezzadri e dei fittavoli. Peraltro, furono i più grossi produttori a trarre i maggiori benefici della politica agricola del regime. Essi si avvantaggiarono inoltre, sia delle più favorevoli condizioni di accesso al credito agricolo, sia della progressività alla rovescia delle imposte (pari in media al 5 per cento sui redditi più alti contro il 10 per cento su quelli più bassi).

Solo dalla metà degli anni Trenta il fisco diverrà meno indulgente nei confronti degli agrari, in seguito all'adozione di un'imposta straordinaria immobiliare e di un prestito forzoso sulla proprietà fondiaria. Il particolare impegno profuso dal regime a favore dei ceti rurali si spiega anche con gli indirizzi di politica demografica del governo fascista. Nel maggio 1927, con il discorso dell'Ascensione, Mussolini aveva sostenuto che la ricchezza della Nazione stava essenzialmente nel numero delle braccia. E aveva eletto il contadino, il piccolo produttore, a simbolo di un'Italia laboriosa e frugale. Da quel momento era stato imposto un freno all'urbanizzazione, all'emigrazione verso le città. Per il regime, l'integrità della popolazione italiana stava infatti nella salvaguardia delle sue matrici e tradizioni rurali.

In realtà le disposizioni che limitavano la libertà di movimento non riuscirono a bloccare del tutto l'esodo delle campagne, malgrado due successive leggi del 1931 e del 1939. In base al teorema che il numero è potenza, il governo premiò le giovani coppie e penalizzò i celibi con un'imposta, istituita nel 1927, che colpiva tutti gli uomini non sposati dai venticinque ai sessantacinque anni, e che venne poi raddoppiata. Mussolini aveva affermato: «Ho approfittato di questa tassa per dare una frustata demografica alla nazione».

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Alle famiglie numerose vennero riconosciute, nel giugno 1928, varie esenzioni fiscali e la priorità nell'assegnazione di alloggi popolari e di altre provvidenze. Si giunse anche a fissare un ordine di grandezza per avere diritto a particolari privilegi: sette figli per le famiglie degli impiegati e dieci per tutte le altre. Fu inoltre stabilito che i coniugati dovessero avere la precedenza sui celibi, e i genitori sui coniugati senza figli, nei concorsi e nelle promozioni negli impieghi pubblici, nelle assunzioni nelle imprese private e nel riconoscimento di licenze commerciali. In verità le aspettative del regime vennero in parte deluse dai risultati del censimento compiuto nel 1931, che registrò una popolazione di poco più di 41 milioni di residenti, contro i 38 milioni del dopoguerra. Fu perciò intensificata anche l'azione di propaganda a sostegno dell'incremento demografico. Nel dicembre 1933 vennero premiate con una visita nella capitale le 93 madri più prolifiche d'Italia. Erano donne che vantavano dai 14 ai 19 figli viventi. Ricevute dal Papa e poi da Mussolini, esse ritirarono dalle mani del Duce un premio in denaro.

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Fu questo il prologo dell'istituzione, alla vigilia di Natale, della «Giornata della madre e del fanciullo», festività che diventerà un appuntamento rituale. Erano trascorsi dieci anni dall'istituzione dell'Opera nazionale per la maternità e infanzia, incaricata di integrare e coordinare le diverse forme di assistenza alle madri bisognose e all'infanzia abbandonata. E da allora si era moltiplicato il numero dei consultori per la maternità, in particolare nei grandi centri urbani, dove più bassi risultavano gli indici di natalità. Un regime benefico e rassicurante. Era l'immagine che Mussolini voleva dare del fascismo. A tal fine venne riorganizzato il sistema previdenziale e assistenziale.

Facendo seguito all'istituzione nel 1925 dell'Ente Nazionale Assistenza Lavoratori fu stabilita, due anni dopo, l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi e, nel maggio 1929, quella sulle malattie professionali.

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Nel dicembre 1928 era stato approvato anche un aumento delle pensioni operaie. Questi provvedimenti vennero accreditati dai leader del regime, a cominciare dal capo del sindacato fascista Rossoni, come la prova della sollecitudine del governo verso le classi popolari. Ma i provvedimenti più significativi furono varati solo nel mezzo della "grande crisi" degli anni Trenta per esorcizzare l'insorgere di particolari tensioni sociali.

Fu così che nel 1933 venne stanziato un fondo per le indennità di disoccupazione, e furono adottate nuove provvidenze per i casi di invalidità, di infortuni sul lavoro e di malattie professionali. A queste e altre misure di previdenza sociale (come quella varata nel 1934 che sanciva il diritto di un giorno di riposo ogni settimana lavorativa) fecero da contrappunto, nei momenti economici più critici, consistenti riduzioni dei salari.

Emerse in questi frangenti il carattere ambivalente e contraddittorio del sindacalismo fascista, la sua perenne oscillazione fra le funzioni di cinghia di trasmissione della dittatura e quelle di rappresentanza dei lavoratori. Si trattò di un dilemma che tormentò soprattutto gli esponenti sindacali che s'identificavano con il fascismo delle origini, o che provenivano dal gruppo dei sindacalisti rivoluzionari. Le direttive del regime imponevano, come esigeva il copione delle manifestazioni ufficiali nei luoghi di lavoro, che si esaltasse il principio della collaborazione di classe e si facesse sfoggio di una perfetta coesione fra le forze del capitale e del lavoro.

In realtà, quel che i leader della sinistra fascista vagheggiavano era una profonda modifica, o comunque una prospettiva di rinnovamento del sistema sociale, che li poneva in contrasto con le tendenze assai più prudenti degli ambienti di partito e di governo. In effetti, nonostante le apparenze, numerosi furono gli scontri con il patronato o le contestazioni nei riguardi delle direttive prefettizie che raccomandavano un atteggiamento accomodante. Lo stesso Mussolini diede talvolta l'impressione di assecondare i propositi degli esponenti sindacali più battaglieri. Soprattutto nel corso degli anni Trenta, quando la recessione economica fu da lui giudicata come una «crisi strutturale» del sistema capitalistico.

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Ciò lo indusse a lanciare la parola d'ordine di «andare verso il popolo» e a enunciare un «piano generale regolatore» dell'economia che avrebbe dovuto dar luogo, sulla base dell'ordinamento corporativo, a una «terza via» fra capitalismo e comunismo. È quanto il Duce rivendicò nell'ottobre 1934 a Milano, in un discorso agli operai, che dava per avvenuta l'integrazione delle masse in quella che si definiva la «rivoluzione fascista». In realtà, proprio in quel periodo venne meno definitivamente il disegno di dar vita al corporativismo integrale. E il sindacato fascista, dopo l'estromissione di Rossoni, finì col rassegnarsi (salvo qualche temporaneo sussulto) a un ruolo sempre più subalterno e strumentale in conformità alle logiche di potere e alle finalità di nazionalizzazione delle masse perseguite dallo Stato totalitario. In funzione di questi obiettivi, il governo fascista intensificò nel corso degli anni Trenta l'azione politica del partito e mobilitò l'Opera Nazionale Dopolavoro, creata fin dal 1925 con lo scopo di estendere il controllo del regime anche sul versante delle manifestazioni aziendali e delle iniziative ricreative.

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Sempre più vasto divenne così il repertorio dei programmi allestiti da enti pubblici, organizzazioni sindacali, federazioni del fascio e amministrazioni locali. Tenevano il cartello i raduni nella capitale con l'appuntamento rituale a Piazza Venezia sotto il balcone del Duce o all'Altare della Patria.

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E c'erano le feste campagnole, quelle ai circoli rionali, le gare a premio, le gite domenicali sui cosiddetti «treni popolari» a tariffa ridotta per una giornata all'aria aperta.

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L'organizzazione di colonie montane e marine per le vacanze dei figli dei lavoratori costituì un altro aspetto rilevante della politica sociale del regime. Era questo un altro modo per integrare le masse nelle istituzioni fasciste e organizzare il consenso dei ceti umili. Particolari provvidenze vennero inoltre assunte nel campo dell'assistenza sanitaria. Si ampliò il numero degli ospedali e degli ambulatori, dei laboratori di analisi e degli impianti radiologici. Anche nei paesi si organizzò un servizio per l'assistenza alle gestanti e la puericultura.

Gli iscritti alla mutua, che all'inizio degli anni Trenta erano poco più di 800.000, divennero dieci anni più tardi tredici milioni. Grazie a queste e ad altre misure la vita media di un italiano raggiunse nel 1939, i 55 anni. Si trattava tuttavia, per la maggior parte della popolazione, di un'esistenza per lo più grama e stentata. La spesa per l'alimentazione assorbiva in media il 57% del bilancio di una famiglia e i consumi pro capite risultavano nel 1931 pari a 2.667 calorie (meno di quelli di dieci anni prima). Erano ancora tanti gli italiani che non si potevano permettere il pane bianco. E quello nero costava comunque relativamente caro in rapporto ai salari: nel 1926 si vendeva a 2 lire e mezzo al chilo quando una paga settimanale media oscillava fra le 27 e le 30 lire. Stando a un'inchiesta condotta nel 1937 dal Bureau International du Travail, il vitto di una famiglia operaia consisteva in pane e qualcos'altro a colazione, in una minestra abbastanza lunga a mezzogiorno, in pane e polenta la sera con baccalà, saracche e qualche pezzetto di carne. E fra i contadini si faceva ancora un gran consumo di mais.

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Di fatto, gli italiani consumavano in media circa un 4% in più di frumento rispetto al 1934, ossia al periodo antecedente le sanzioni e l'autarchia, più riso e più ortaggi, più uova e più patate, ma meno burro, carne bovina, frutta fresca e agrumi. Gli italiani del nord stavano meglio di quelli di altre regioni. Ma solo una ristretta minoranza aveva conservato negli anni Trenta lo stesso standard di condizioni materiali, mentre la parte più cospicua della popolazione aveva dovuto rassegnarsi a "tirare la cinghia". D'altra parte il reddito medio per persona occupata nel triennio 1935-38 era di soli 410 dollari in Italia, contro gli 804 della Francia, i 1206 della Gran Bretagna, i 1309 degli Stati Uniti. Operai e braccianti non avevano di che rallegrarsi, malgrado la concessione della settimana lavorativa a 40 ore (peraltro soggetta a successive sospensioni) e il riconoscimento nel 1932 degli assegni familiari a tutte le categorie.

Migliori erano le condizioni normative e retributive degli impiegati privati e dei dipendenti dell'amministrazione pubblica. Nei loro confronti il regime aveva un particolare occhio di riguardo, a giudicare anche da varie agevolazioni nel campo dell'edilizia convenzionata.

Più consistenti furono, in ogni caso, le garanzie del regime nei confronti della piccola borghesia, sia pur su livelli relativamente modesti e periodicamente rosi da inasprimenti fiscali e altre misure di finanza pubblica. La politica autarchica e le tendenze dirigistiche del governo fascista rafforzarono, a loro volta, le prerogative dell'apparato burocratico. Alla testa dell'amministrazione e di vari enti pubblici e parastatali s'era andata formando una nuova schiera di alti funzionari, di tecnici ed esperti, con incarichi di rilievo nella disciplina e nel coordinamento delle più disparate attività economiche, delle iniziative sociali e dei servizi di pubblica utilità. In queste sue crescenti funzioni la burocrazia ministeriale e degli enti di gestione non contrastò, ma anzi accreditò sovente, gli interessi della grande industria e della proprietà fondiaria. Essa badò tuttavia a far valere il suo ruolo e i suoi poteri di mediazione, quale perno di un ordinamento sempre più centralizzato. Investita di crescenti prerogative d'intervento (e non solo più di controllo giurico-formale), la dirigenza amministrativa finì così per creare una propria gerarchia di valori e di modelli referenziali. E cercò comunque di estendere costantemente il proprio raggio d'azione. Non era ancora una vera e propria "nomenclatura" quella che si venne formando in tal modo nei palazzi romani.

D'altra parte, essa era l'espressione non tanto di una politica orientata a riformare il sistema, a modificare le regole del gioco, quanto piuttosto a tradurre in pratica gli ordinamenti e i vincoli di un regime totalitario. Ma proprio per questo essa aveva concentrato nelle sue mani alcune importanti leve decisionali. Fece così il suo esordio sulla scena un primo nucleo di borghesia di Stato, che costituì fin da allora un "potere forte" destinato a sopravvivere al fascismo. E ciò finì per avviluppare il capitalismo italiano nelle maglie sempre più rigide della struttura burocratica e per accentuare, nello stesso tempo, le connotazioni corporative e autoritarie dell'amministrazione pubblica.

 

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”

 

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Un posto al sole

10 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

«Un grande evento si compie. L'Italia ha finalmente il suo impero ...». Così Mussolini annunciava il 9 maggio 1936, dal balcone di piazza Venezia, l'avvenuta conquista dell'Etiopia. E una gran folla, in tutte le piazze della penisola, aveva festeggiato quello che a molti sembrava non soltanto un successo di prestigio e di potenza nazionale ma anche il preludio a una nuova era di prosperità e di benessere.
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Si pensava all'Abissinia come a una sorta di "terra promessa" ricca di risorse e materie prime. Ma soprattutto la si considerava una vasta colonia di popolamento, che avrebbe consentito all'Italia di cancellare finalmente la piaga penosa e umiliante dell'emigrazione di massa.
1906 emigranti italiani
In effetti, fin dai primi decenni successivi all'unità, la politica coloniale italiana aveva mirato alla conquista di un "posto al sole", di qualche territorio africano che potesse costituire una valvola di sfogo alla sovrappopolazione di alcune zone della penisola, fonte di miseria endemica e di pericoloso malcontento sociale.

Infrantosi nel 1896 (con la disastrosa disfatta di Adua) il disegno a cui mirava il governo di Francesco Crispi di impadronirsi dell'Etiopia, non era bastato il possesso dell'Eritrea e della Somalia per arginare un fenomeno come quello migratorio che nell'ultimo quarto dell'Ottocento aveva cominciato ad assumere dimensioni imponenti.

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Neppure l'occupazione nel 1911 della Libia (per altro mai portata a compimento del tutto) era valsa a contenere l'esodo di tanti emigranti in cerca di lavoro. Anzi, proprio negli anni antecedenti la Grande Guerra, il movimento migratorio aveva registrato gli indici più elevati. Così che, alla fine del primo quindicennio del Novecento, ammontava a quasi nove milioni il numero delle persone espatriate: assai più di quante ne fossero partite da altri paesi europei di forte emigrazione come l'Irlanda, la Polonia e la Spagna.

Pesanti erano stati i disagi e gli ostacoli che le comunità italiane avevano dovuto affrontare, anche per via talora di odiose discriminazioni. E tuttavia era andata crescendo la schiera di quanti, a costo di durissimi sacrifici, avevano migliorato la propria posizione e messo da parte qualche gruzzolo. Di fatto, le rimesse degli emigranti, i sudati risparmi che essi mandavano in patria alle loro famiglie o riportavano al loro ritorno, avevano contribuito, sommati insieme, al saldo attivo della nostra bilancia dei pagamenti e perciò allo sviluppo dell'economia italiana. Ma, all'indomani della guerra, alcuni governi europei, in difficoltà economiche, avevano chiuso le loro frontiere. E quello di Washington, in particolare durante la presidenza del repubblicano Hoover, aveva limitato notevolmente l'ingresso negli Stati Uniti agli emigranti dai paesi dell'Europa Orientale e Mediterranea, fra cui l'Italia. Da parte sua il regime fascista aveva cercato, per ragioni di prestigio internazionali, di scoraggiare il movimento migratorio verso l'estero, puntando in alternativa su un vasto programma di colonizzazione interna. Ma il trapianto di pur numerosi nuclei di disoccupati nelle zone di bonifica non poteva certamente bastare a colmare il divario cronico fra la scarsità di risorse e l'eccedenza di popolazione. Si riaffacciò così, quando s'era appena cominciato a mettere a frutto le coste della Tripolitania, il miraggio di un'ulteriore espansione coloniale, come antidoto all'esuberanza demografica. In tal modo, il mito fascista del «destino imperiale» dell'Italia, quale erede della «Roma dei Cesari», venne saldandosi alle vecchie componenti populistiche e ruralistiche che già avevano alimentato le avventure coloniali nell'età liberale. Ancora una volta «l'Italia grande proletaria» (per dirla con lo slogan coniato dal nazionalista Enrico Corradini) si sarebbe mossa per conquistare uno "spazio vitale".

Di fatto l'assoggettamento dell'Etiopia tornò a costituire un obiettivo preminente, nonostante la stipulazione nell'agosto 1928 di un accordo di amicizia ventennale con il governo di Addis Abeba. Che questo fosse il proposito del Duce, lo aveva chiarito senza mezzi termini il ministro degli Esteri Dino Grandi, in una seduta del Gran Consiglio del fascismo dell'ottobre 1930:

«Un'Italia più forte non può rimanere per sempre aggrappata, come siamo oggi in Eritrea, all'estremo ciglio dell'altopiano etiopico, ovvero ristretta, come lo siamo oggi in Somalia, tra il Giuba e i deserti petrosi dell'Ogaden».

Ma si era dovuto attendere, per agire in questa direzione, che giungesse a compimento la totale sottomissione della Libia. Ciò che avvenne nel 1931 quando anche il leader della resistenza senussita, Ornar Al-Muctar, venne catturato e impiccato. Da quel momento erano stati accelerati i preparativi militari per l'attacco all'Abissinia e così pure quelli politici e diplomatici. Essenziale fu, in particolare, l'intesa raggiunta nel gennaio 1935 con il governo di Parigi, disposto a concedere il suo placet per la conquista italiana dell'Etiopia al fine di compensare la delusione subita dall'Italia al tavolo della pace di Versailles e di esorcizzare, in tal modo, il pericolo di un isolamento della Francia di fronte al risorto fantasma (dopo l'avvento al potere di Hitler) di una rivalsa tedesca in Europa.

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Nel frattempo Mussolini aveva affidato alle organizzazioni del partito il compito di mobilitare il paese in favore dell'impresa etiopica, facendo leva tanto sulle masse contadine senza terra, quanto sulla piccola borghesia frustrata da un complesso di inferiorità di fronte allo status imperiale di altri paesi europei. A sua volta, un rapporto della Società delle Nazioni sulla schiavitù nel mondo, nel quale l'Etiopia veniva indicata come uno dei paesi che non avevano ancora ratificato la convenzione del 1926 che ne imponeva l'abolizione, valse ad accreditare presso l'opinione pubblica la tesi che l'Italia si accingeva a intraprendere in Africa Orientale un'opera di civilizzazione.

Tuttavia, non fu soltanto la martellante propaganda condotta dalla radio e dalla stampa, a rendere popolare fra gli italiani la guerra d'Abissinia. Se per alcuni c'era da vendicare Adua e da far valere gli interessi dell'Italia come grande potenza, per tanti altri c'era soprattutto la convinzione che la conquista dell'Etiopia avrebbe procurato nuove possibilità di lavoro in un periodo ancora afflitto dai postumi della grande crisi economica del 1929.

Molti furono i volontari fra quanti salparono per l'Africa e pressoché unanime fu l'adesione degli italiani. Anche dalle file dei vecchi oppositori del regime numerosi e genuini furono i consensi dell'impresa etiopica. Vittorio Emanuele Orlando espresse a Mussolini la sua adesione. E fu presto seguito da altri personaggi fino ad allora contrari al fascismo.

Per sostenere la spedizione in Etiopia il regime non badò a lesinare uomini e mezzi, nell'intento di concludere il più rapidamente possibile la campagna militare per evitare tanto eventuali complicazioni internazionali, quanto ogni ipotesi di compromesso con il Negus Hailé Selassié.

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«Voglio peccare per eccesso non per difetto», dirà Mussolini promettendo ai suoi generali il doppio dei soldati che essi ritenevano sufficienti per la spedizione. Completata così la preparazione bellica, il Duce si rivolse, il 2 ottobre 1935, agli italiani per annunciare loro:

«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quarant'anni. Ora basta!». L'esercito abissino era mal equipaggiato e armato in modo sommario. E il Negus non poteva contare interamente sulla fedeltà dei ras locali. Anche se non si trattò di una passeggiata, non fu difficile per gli italiani avanzare rapidamente fin nel cuore dell'Abissinia. Enorme era la superiorità in truppe, armamenti e tecnica militare. Tant'è che mai s'era visto uno spiegamento di forze così imponente per una guerra coloniale. Non si esitò a usare anche il gas e altre armi chimiche, proibite dalle convenzioni internazionali. Quintali di bombe caricate a iprite vennero sganciate dall'aviazione sulle postazioni nemiche.

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A nulla valsero le sanzioni economiche che cinquantuno stati aderenti alla Società delle Nazioni adottarono nei confronti dell'Italia, quale paese aggressore dell'Etiopia, con una risoluzione votata il 2 novembre 1935. All'embargo sulle armi e sui materiali strategici (peraltro mai interamente applicato) e alla restrizione delle importazioni (ma non per le forniture di carbone e petrolio), il governo fascista reagì con l'autarchia e con un appello alla solidarietà nazionale.

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Il 18 dicembre si svolse la Giornata della Fede in tutta Italia. All'insegna della parola d'ordine «oro alla patria», gli italiani furono invitati a donare le fedi nuziali per sostenere lo sforzo bellico del paese; in cambio ai donatori venne dato un anello di ferro. La raccolta fruttò un'ingente somma. Pur avversario del regime, Benedetto Croce donò la sua medaglia di senatore, mentre Luigi Pirandello offrì quella da lui ricevuta con il premio Nobel.

Corriere della Sera 6 maggio 1936

Il 5 maggio 1936 il generale Badoglio entrò ad Addis Abeba e due giorni dopo il generale Graziani fece ingresso nella città di Harrar. Sebbene una parte consistente dell'Etiopia fosse ancora da occupare e restassero in armi non meno di 50.000 abissini, la guerra poteva considerarsi conclusa. Il 9 maggio Mussolini annunciava al mondo che «sui colli fatali di Roma era tornato l'Impero dei Cesari», L'Italia era giunta così a possedere un grande impero. Lo superavano, per estensione territoriale, solo quelli dell'Inghilterra e della Francia. Per il Duce e il fascismo fu l'apoteosi. Mussolini venne glorificato come «il fondatore del secondo Impero», che avrebbe concluso «due millenni di storia» e coronato le «più profonde aspirazioni della stirpe». Al Re Vittorio Emanuele III andò il titolo di imperatore.

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Sembrò così che la strada fosse oramai spalancata per altre avventure e altri inebrianti successi. Nell'agosto 1936, parlando a Potenza, Mussolini affermava: «Hanno diritto all'impero i popoli fecondi, quelli che hanno l'orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più strettamente letterale della parola».

in Libia spada protettore

L'anno dopo, il 16 marzo, Mussolini presenziò in Libia a un'imponente esercitazione navale in prossimità del confine egiziano. Due giorni dopo, a Tripoli, il Duce, sguainando la spada dell'Islam, si erse a difensore degli interessi dei popoli musulmani del mondo nei confronti delle vecchie potenze coloniali. Ciò che indusse alcuni notabili islamici ad appoggiare per qualche tempo, la sua politica estera. Nel frattempo migliaia di italiani si riversarono nella nuova colonia. Ma poche, non più di 3.500, furono le famiglie che riuscirono a stabilirsi in Abissinia e soltanto 110.000 ettari, sui 50 milioni disponibili, furono le terre bonificate. Assai più numerose risultarono le schiere di impresari e di lavoratori edili, di tecnici e addetti ai trasporti, di esercenti e di artigiani, accorsi in Etiopia. Con il loro lavoro essi concorsero a trasformare il volto ancora arcaico del paese appena conquistato, costruendo strade, edifici pubblici, ospedali, realizzando opere di bonifica e infrastrutture. Lo riconoscerà per primo lo stesso Hailè Selassiè al suo rientro in patria nel 1941, al seguito dell'esercito inglese.

La guerriglia condotta dai superstiti dell'esercito abissino giunse a colpire lo stesso vicerè di Etiopia Graziani (rimasto ferito nel febbraio 1937 in un attentato nella capitale abissina).

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Ma non bloccò l'opera di valorizzazione dei nuovi possedimenti. Nel breve giro di diciotto mesi venne costruita la strada che da Massaua portava sino a Addis Abeba. A tempo di record fu realizzata anche la ferrovia tra Massaua e Asmara che superava un dislivello di oltre 2000 metri. Dalle vie di comunicazione all'urbanistica, dall'irrigazione ai servizi sanitari, ingente fu il fiume di denaro speso dall'amministrazione italiana in Etiopia. Senza tuttavia un adeguato corrispettivo per la madre-patria in materie prime e prodotti agricoli.

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Eliminata la schiavitù, venne peraltro imposto dal governo fascista un regime di rigida separazione fra italiani e indigeni. Solo per la Libia, dove dal 1934 s'era insediato come nuovo governatore Italo Balbo, si continuò a fare un'eccezione. Giacché si trattava - così recitavano le direttive ministeriali - di una «terra abitata da popolazioni anche di razza bianca e di cultura superiore, tenute a freno per giunta dalle rigorose norme morali della religione musulmana».

Per Mussolini non s'era andati in Abissinia, come affermava, per «imbastardirsi». Anche la canzone Faccetta nera, che aveva accompagnato l'avventura etiopica, venne censurata in quanto alludeva a relazioni amorose degli italiani con donne indigene. Si trattava, stando a una pubblicazione ufficiale, di un «accoppiamento con creature inferiori», assolutamente deleterio, non solo per le sue conseguenze fisiologiche, ma anche perché avrebbe generato una «promiscuità sociale in cui si annegherebbero - così si diceva - le nostre migliori qualità di stirpe dominatrice». Ma l'''apartheid'' non trovò mai piena attuazione, nonostante la propaganda segregazionista delle organizzazioni fasciste e le successive leggi razziali. Se le speranze originarie sulla ricchezza dell'Etiopia si rivelarono presto illusorie, altrettanto avvenne per le ambizioni di affermazione internazionale coltivate da Mussolini. Lo spostamento del baricentro della politica estera italiana verso il Mediterraneo e l'Africa comporterà, di fatto, l'abbandono dell'Austria, a vantaggio delle mire espansionistiche di Hitler, e la progressiva perdita delle aree d'influenza acquisite nei Balcani e in Europa centro-orientale.

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In compenso la macchina bellica allestita per l'impresa etiopica aveva ridato ossigeno all'industria, tornata così a produrre profitti e investimenti. La littorina (l'automotrice per le ferrovie divenuta presto popolare), il rayon e le altre fibre tessili artificiali, una nuova gamma di fertilizzanti chimici, il minerale di Carbonia, la Topolino (la prima vetturetta utilitaria prodotta dalla Fiat), furono i risultati più tangibili di questa nuova stagione di euforia economica.

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Ma l'indirizzo autarchico si rivelò presto una "camicia troppo stretta" per le imprese. E risultarono spesso inutili le ricerche di materiali sostitutivi di quelli d'impiego normale. Sebbene in quegli anni la produzione industriale fosse giunta a superare per la prima volta il reddito dell'agricoltura, il ruralismo, il primato della terra e dei valori patriarcali, rimase il cardine dell'ideologia sociale del regime. Mussolini continuò a credere, e a far credere ai suoi gerarchi, ma anche a tanti italiani, che le basi fondamentali della ricchezza e della potenza del paese fossero l'espansione demografica e la conquista di un "posto al sole", il numero delle braccia e il possesso di qualche lembo d'Africa.

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”

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Milano in mano ai nazisti

15 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

L’agonia di Milano.

Gaetano Afeltra, dalla fine del 1942 giornalista del “Corriere della Sera”, racconta gli avvenimenti di quei giorni del settembre 1943, visti dall’ ”osservatorio di un grande giornale”.

 

Giovedì 9 settembre 1943. 

I cronisti del «Corriere» vengono sguinzagliati per la città a raccogliere informazioni. Bisogna avere un quadro attendibile della situazione. Prima di tutto cercare di conoscere le intenzioni dei tedeschi. Si sente sparare. I telefoni suonano all'impazzata. La gente vuole sapere cosa succede. I corridoi si riempiono di persone a cui è facile accedere al giornale: sono i nomi grossi dell'antifascismo, ansiosi di notizie. In poco tempo via Solferino è diventato un centro di raccolta. L'ufficio intercettazioni capta una notizia da una radio non ben precisata secondo la quale si starebbe raggiungendo un accordo con i tedeschi per il loro pacifico ritiro dalla Penisola. Janni scuote le spalle (Ettore Janni, vecchio redattore del “Corriere”, antifascista, era uscito dal giornale all’avvento di Mussolini: a lui i Crespi, proprietari del “Corriere”, avevano deciso di affidare la direzione all’indomani del 25 luglio 1943). Non ci crede. A .lui risulta che la Wehrmacht in questi quarantacinque giorni è entrata in forze dal Brennero ed è convinto che le misure naziste saranno molto dure. Si parla di diciotto divisioni dell'esercito e di una di SS alle porte di Roma.

La Reuter conferma lo sbarco della Quinta armata americana nei pressi di Salerno. Un pilota canadese di ritorno da un volo su Napoli ha dichiarato che 250 chilometri di mare rigurgitano di unità alleate, dalle navi da sbarco alle corazzate. Da Roma informazioni contraddittorie. All'ambasciata tedesca bruciano documenti. Cosa vuol dire? Che vanno via? Il direttore è sempre più pessimista. «Legga questa piuttosto» dice al collega che gli ha portato il breve dispaccio. È una D.N.B. l'agenzia ufficiale tedesca: «Hitler ha riunito al Quartler generale un consiglio di guerra al quale hanno partecipato Goering, Himmler, von Ribbentrop, Keitel, l'ammiraglio Doenitz e il ministro degli armamenti Speer. Per quanto nulla si sappia ufficialmente del temi trattati, si dà per certo che il consiglio si sia occupato dell'Italia dopo la richiesta di armistizio».

«È il segno che il pazzo si scatena» commenta Janni.

Arrivano notizie di incidenti a Milano. Un giornale svizzero pubblica che nel pomeriggio di ieri, alle prime indiscrezioni delle radio straniere, l'ambasciatore di Germania a Roma si è precipitato dal re. Erano le ore 18, quasi due ore prima dell'annuncio di Badoglio. Quando lo informano della visita il sovrano scatta: «Per carità, ditegli che non ci sono». L'ambasciatore capisce e prima di andarsene pronuncia con rabbia una frase in tedesco. Nell'udienza concessagli lo stesso giorno, sei ore prima, Vittorio Emanuele l'aveva rassicurato: «L'Italia non capitolerà mai».

Alcuni redattori chiedono di parlare con il direttore.

Propongono di portare la testata del “Corriere” a Bari con tutta la redazione. Potrebbe essere un'idea. Colto di sorpresa Janni prima riflette, poi dice: «Avremmo due "Corriere": uno a Bari e l'altro nazifascista a Milano. Il "Corriere" è in via Solferino».

Gli incidenti avvenuti nel corso di manifestazioni antinaziste, alcune delle quali davanti alle fabbriche, hanno avuto tragiche conseguenze: a Sesto due tedeschi uccisi e tre operai caduti; a Milano, nei pressi della stazione, un morto da entrambe le parti. I feriti ricoverati sono varie decine. Al comando militare di via del Carmine si, temono rappresaglie.

E tardi. Bisogna stringere per la prima pagina. Su nove colonne: «Perché l'Italia è stata costretta a chiedere l'armistizio. Una nota di Badoglio a Berlino e a Tokyo». Il fondo ha per tltolo «Una sera di battaglia» e così viene stampato per circa dieci mila copie. Poi sorge il dubbio che la «sera di battaglia» possa equivocarsi con quella di Milano, con morti e feriti, e il titolo è subito cambiato con un altro più esplicito: «Nella bufera»...  

Intanto tornano i cronisti. Gli incidenti sono molto gravi. Le SS hanno prelevato degli ebrei, non si sa dove li abbiano portati. Molti altri episodi suscitano seria inquietudine. Janni telefona a casa avvertendo di non stare ·in pensiero perché resta a Milano. Invece c'è da stare molto in pensiero. Il generale Ruggero, comandante della piazza di Milano, fa sapere che sta trattando con il comando .tedesco per un'occupazione della città senza spargimento di sangue. Nelle caserme regna il caos. Si sentono aerei volare: è il terrore. Cala la sera. Gli operai del “Corriere” chiedono armi per difendere lo stabilimento. C'è un'aria di battaglia. Tutto può accadere.

Nei corridoi del giornale il brusio via via diminuisce.

Anche i redattori se ne vanno. C'è già chi pensa alle valigie ...

L'alba di venerdì 10 settembre sorgeva lenta e angosciante. Dalle finestre spalancate donne in vestaglia e uomini spettinati e in maglietta si sporgevano per vedere cos'era quel calpestio nelle strade in un'ora così mattiniera. Il cielo era terso, la città prendeva luce ma tutto intorno era spettrale e-triste. Nelle vie, soldati sparsi e a gruppi camminavano in fretta rasentando i muri come fuggiaschi. Qualcuno senza giubba, chi se l'era messa sul braccio, chi stringeva la sua valigia di fibra e faceva fatica a tenere il passo con gli altri, tutti però scalcinati, affannati, gioventù improvvisamente immiserita. Corrono verso la stazione per prendere i primi treni e tornarsene a casa, nascondersi: poi si vedrà. Le corriere vengono prese d'assalto. Altri invece sono alla disperata ricerca di un abito borghese: una giacca, un paio di pantaloni, che sia vecchio, stinto, non importa, pur di non farsi riconoscere in divisa. Un tenente chiede se è pru­dente andare alle Ferrovie Nord attraverso il parco. Per carità, c'è una caserma tedesca a cento metri. Passano camion carichi di SS. Arrivano colpi lontani di artiglieria, ma non si riesce a capire da dove vengano; c'è chi dice che il fragore delle fucilerie viene dalla parte di viale Monza, alle porte di Sesto.

 

Al «Corriere» ...

«Bisogna far sparire subito il direttore, se no lo prendono», dice Arturo Lanocita, capocronista. ... I tedeschi sanno tutto. Ricordano bene gli articoli del direttore: e poi sono aiutati da quei fascisti che si erano nascosti e che adesso escono dalle tane. Un ufficiale delle SS ha chiesto alla prefettura l'elenco dei redattori. Per fortuna hanno risposto di non averlo. Ce l'hanno a morte col "Corriere" e non solo con Janni ...».

Alle undici e un quarto di venerdì 10 settembre, a distanza di diciotto anni, Janni lasciava per la seconda volta il “Corriere”: ma lo lasciava per esserci stato, sia pure solo quarantacinque giorni, da uomo libero e coraggioso.

Una cupa atmosfera si avverte in redazione. Tutti sono taciturni e pensierosi. Ognuno cerca di capire il proprio destino. L'idea dominante è: adesso cosa accadrà di me? Solo Alonzi, De Vita e Montanelli hanno uno strano contegno. Escono poi ritornano, sono cercati al telefono, parlano in un certo modo, si capisce che sono già in azione. Come mai? Immaginando quello che sarebbe fatalmente accaduto dopo il 25 luglio si erano preparati per la resistenza e la clandestinità, ognuno con il proprio gruppo, il giorno in cui l'Italia avrebbe dichiarato l'ar­mistizio, predisponendo anche la difesa del “Corriere”. Alonzi incontrava il suo vecchio amico Ferruccio Parri, del quale doveva diventare poi il luogotenente nella guerra di Liberazione: si erano conosciuti al “Corriere” dove Parri rimase fino all'uscita di Albertini; De Vita si trovava con Negarville e Li Causi; e Montanelli si vedeva con Poldo Gasparotto e Martinelli (entrambi fucilati poi a Fossoli).

Si sa che i tedeschi hanno occupato Pavia, Piacenza, Parma, Reggio, Brescia e Bergamo e tutte le località minori. Milano è circondata da mezzi corazzati, pronti a entrare in città. Le voci sono sempre più drammatiche. Gli operai chiedono armi. Si parla di morti. Il servizio intercettazioni informa che il re, la regina, Umberto e Badoglio stanno per raggiungere una località sicura. Radius e io ci guardiamo in faccia. E noi, che facciamo?

Saranno state le sei quando improvvisamente dalla radio lo speaker dice: «Attenzione, attenzione, fra qualche minuto verrà data una grande notizia». Scompiglio generale. Che sarà? Squilla il telefono. E il Comando generale che chiede di parlare con il direttore. Il direttore non c'è. Il redattore-capo nemmeno. Informano il generale Ruggero della situazione. Ruggero fa dire: «Mandino un redattore qualificato con cui parlare, e tengano fermo il giornale perché c'è un lungo comunicato da pubblicare, con una grande notizia». Intanto la radio ripeteva ogni quarto d'ora il suo «Attenzione, attenzione ... ». I minuti diventavano ore. Noi, mancando il di­rettore responsabile, avevamo un buon motivo per non fare uscire il giornale. Radius, Rizzini e Francavilla mi dissero: «Vai tu». Andai. Il Comando del Corpo d'Armata rigurgitava di ufficiali e di voci. Quando arrivai dissi solo: «Corriere». Fui subito introdotto nella stanza del comandante.

Il generale Ruggero mi accolse con grande cordialità. Ricordo che un'enorme carta della Lombardia piena di cerchietti rossi era spiegata sul tavolo: «Queste» mi disse, «sono città già occupate dai tedeschi». Poi, mostrandomi i telefoni, aggiunse: «Vede questi apparecchi? Ci crede lei che dalla notte dell'otto non è più giunta una chiamata? Sono muti. A Roma non c'è anima viva con cui parlare. Nessuno che ci dia una direttiva. Al ministero della Guerra nemmeno il centralino risponde. Ebbene, la responsabilità per la Lombardia me l'assumo io. Questo è il comunicato che fra poco leggerò alla radio. Milano non sarà occupata. Abbiamo raggiunto un accordo per cui i tedeschi si fermeranno a dieci chilometri da Milano e i nodi più importanti della città saranno presidiati da reparti misti tedeschi e italiani. Siccome il loro armamento è superiore al nostro, ho ottenuto che in questi reparti misti il numero dei soldati italiani sia il doppio. Cosa ne pensa lei?».

Capii che il generale Ruggero parlava con me più da uomo che da comandante, che voleva più sfogarsi che avere un parere. Mi offrì una sigaretta (Serraglio, ricordo) e si appoggiò all'angolo della scrivania. «Che ne pensa? Lo legga e mi dica la sua opinione.» Lo lessi. Mi colpì una frase al principio: «Nei contatti che il Comandante tedesco ha preso con me ho dichiarato che in base agli ultimi ordini avuti nella notte tra l'8 e il 9 dai miei superiori non debbo fare la guerra ai germanici, ma debbo resistere all'impiego della forza da qualunque parte venga e non cedere le armi in nessun caso. Rendendosi conto della fermezza della mia decisione, il comandante tedesco ha accettato di non pretendere di disarmare le mie truppe, fidandosi della mia parola che non avrei attaccato». Seguiva poi il testo dell'accordo.

Finito di leggere, mi sentii estremamente imbarazzato. Stetti zitto. Il generale ruppe il mio silenzio: «Allora, che ne dice?». Scuotendo la testa gli rispondo: «Bisognerebbe credere all'impegno dei tedeschi, ma a me pare impossibile». Il generale però ci credeva o voleva cre­dervi e aggiunse: «Senta: questa mattina tutti chiedevano armi. Io stesso sono stato nelle fabbriche per placare gli operai. Ho chiesto ventiquattr'ore di tempo per tentare un accordo. Ci sono riuscito e sa perché? Perché con i generali con cui ho trattato, da camerata a camerata, si era stabilita una buona amicizia nata·al tavolo della mensa comune. Uno mi ha detto: "Firmando l'accordo, rinunziamo a vendicare i quattordici tedeschi uccisi oggi negli scontri a Milano e a Sesto San Giovanni". Ci siamo stretti la mano. Fra noi soldati, l'onore è tutto».

Il generale mi chiese di farlo accompagnare alla sede della radio con la macchina del giornale. Qui lesse il suo proclama concludendo: «Ho accettato quest'accordo con animo straziato per evitare a Milano ancora atroci sofferenze». Il generale era ossessionato dall'idea che la città potesse essere bombardata.

Poco dopo le otto tornai al “Corriere” per completare il giornale che avrebbe avuto in prima pagina il proclama di Ruggero. Ma verso le ventitré, il generale fece chiamare ancora il “Corriere” e l'ufficiale incaricato disse: «Fermate il comunicato e mandate il giornalista che è venuto prima». Confesso che ebbi paura. La situazione giustificava ogni timore. Chiesi a Radius di accompagnarmi. Lo scenario di via Brera era, nello spazio di poco più di due ore, mutato: carri armati tedeschi riempivano la strada, c'era un gran movimento di truppe. Salimmo nell'ufficio del generale. Si spalancò una porta e ne uscirono due alti ufficiali tedeschi: poi si affacciò Ruggero stesso, mi vide, fece un segno con la mano chiamandomi seccamente: «"Corriere"!». Radius e io entrammo nel suo ufficio. Ruggero appariva distrutto. Disse solo: «Domani i milanesi mi sputeranno in faccia. I tedeschi si sono rimangiati l'accordo, occuperanno la città». Gli alti ufficiali che avevamo visto uscire erano i due generali firmatari dell'accordo. Gli avevano detto che, per ordine del Führer, l'accordo era stato sconfessato, e che le truppe tedesche stavano già occupando Milano.

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Ruggero aveva le lacrime agli occhi, la voce non era più quella. Ci chiese di togliere dalla prima pagina il suo proclama; purtroppo non era più possibile. Ormai il “Corriere” era stampato e in parte diffuso. Così l'indomani uscimmo con il testo dell'accordo “rinnegato”. La gente vide i carri armati tedeschi sotto casa e non a dieci chilometri, come gli era stato promesso.

Il generale Ruggero si consegnò prigioniero ai tedeschi e fu deportato in Germania. Corse la voce che si fosse tolto la vita per l'inganno e l'umiliazione subiti. In realtà Ruggero poté tornare dalla prigionia e morì a Roma nel 1970.

Con quel numero il “Corriere” cessava le pubblicazioni. Milano era in mano ai nazisti. Gli operai fremevano. Le armi erano arrivate. Certo con i «Tigre» di Hitler non si poteva resistere a lungo. Ma l'animus c'era. Tacchini, Fraschini, Zacchetti, Dall'Olio e altri operai, notte e giorno, a turno, erano sui tetti pronti a dare l' allarme per difendere il loro giornale. Via Solferino divenne per qualche giorno l'Alcazar del giornalismo.

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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25 luglio 1943: i tre proclami

10 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

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L'ANNUNCIO ALLA NAZIONE. Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato Sua Eccellenza il cavaliere Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio.

 

Il secondo:

LA PAROLA DI VITTORIO EMANUELE: Sua Maestà il Re e Imperatore ha rivolto agli italiani il seguente proclama:

Italiani! Assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate. Nell'ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il sacro suolo della Patria. L'Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle istituzioni che ne hanno sempre confortata l'ascesa, la via della riscossa. Italiani! Sono più che mai indissolubilmente unito a voi dalla incrollabile fede nell'immortalità della Patria. Firmato: Vittorio Emanuele. Controfirmato: Badoglio.

 

Il terzo:

PROCLAMA DI BADOGLIO: PRECISA E CHIARA CONSEGNA.

Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l'Italia. Viva il Re. Firmato: Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. 

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1922-1923 la violenza fascista

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 25 aprile 1945, giorno della liberazione, segnò la fine della guerra in Italia e l'inizio di una nuova storia nazionale. Le forze della Resistenza, dopo due anni di lotta contro l'esercito nazista e i fascisti della repubblica di Salò, avevano vinto. La loro azione aveva liberato intere regioni, facilitato l'avanzata delle truppe alleate e del ricostituito esercito italiano lungo la valle padana, salvato porti e impianti industriali. Grandi e piccoli centri erano insorti gli uni dopo gli altri ma il momento decisivo fu l'insurrezione delle grandi città del Nord, Genova, Milano, Venezia, dove gli uomini armati delle montagne si congiunsero ai gruppi che già operavano per le vie e per le piazze; la vittoria era l'atto finale della Resistenza iniziata all'indomani dell'8 settembre 1943 ed era costata un largo tributo di sangue: 46.000 morti e 21.000 feriti. «L'Italia - scrisse Churchill- deve la propria libertà ai suoi caduti partigiani, perché solo combattendo si conquista la libertà».

Il 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia assunse i poteri di governo, mentre Mussolini in uniforme tedesca cercava di fuggire oltre confine. Il fascismo finiva a Milano dove era nato. Ma l'azione armata, la lotta partigiana non erano stati uno scatto di rivolta, un capovolgimento improvviso, una sommossa imprevedibile. Quel 25 aprile maturava da più di vent'anni, dapprima nell'animo di pochi che poi coraggiosamente avevano condotto molti all'opposizione e alla lotta. Quella giornata segnava il culmine degli anni oscuri e difficili dell'opposizione politica e morale al fascismo, la fine vittoriosa di una lotta per la libertà cominciata molto tempo prima.

 

1922-1923 la violenza fascista 

La lotta era cominciata il 28 ottobre 1922 all'epoca della cosiddetta «marcia su Roma».

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Allora solo pochi capirono il pericolo e si opposero all'avvento del fascismo al potere. In realtà non fu un vero colpo di Stato; il re, il Parlamento, l'esercito avrebbero potuto facilmente impedirlo. Infatti le colonne fasciste che si avvicinavano alla capitale erano state agevolmente fermate da un pugno di soldati e di carabinieri, da alcuni blocchi ferroviari, da qualche acquazzone autunnale. Il loro capo, Benito Mussolini, era a Milano, chiuso nella sede del suo giornale, in attesa degli eventi. Arrivò a Roma solo più tardi, in vagone letto, quando il re lo convocò al Quirinale. E solo allora, dopo che i più alti organi dello Stato gli avevano aperto le porte, i fascisti poterono sfilare per le vie della città. Ma quella parata disordinata dinanzi ad una popolazione muta ed incerta segnò la fine di un'epoca e l'inizio della conquista del potere da parte di una minoranza aggressiva. Gli uomini che allora si impadronirono del Paese, sia pure con una vernice di legalità, erano infatti una minoranza, sconfitti in tutte le elezioni fin da quando si erano organizzati in partito nel 1919.

Le cause di quella facile vittoria erano molte. La fine del primo conflitto mondiale aveva aperto in Italia, a differenza degli altri Paesi vincitori, una crisi economica, morale e sociale. Le deboli strutture del Paese non avevano resistito ad una guerra che gli interventisti, contrariamente alla opinione di Giolitti, dei socialisti e dei cattolici, avevano ritenuto breve e vittoriosa. Poi, nonostante la vittoria, una profonda delusione aveva afferrato gli animi; le classi smobilitate, i reduci dal fronte portavano aspirazioni nuove, insoddisfatte; si diffondevano l'inquietudine e lo spirito di protesta. Le organizzazioni degli ex combattenti accusavano lo Stato di debolezza; serpeggiavano rivendicazioni di carattere nazionalistico e l'avventura dannunziana di Fiume aveva fornito un pessimo esempio di rivolta contro lo Stato.

La crisi economica era gravissima, il costo della vita s'era moltiplicato di cinque volte. La presenza delle grandi fortune accumulate in pochi anni e il modello della rivoluzione russa inducevano gli operai a manifestazioni di insofferenza e di protesta, e i contadini a reclamare le terre che erano state loro promesse negli anni difficili. Gli scioperi, l'occupazione delle fabbriche e delle terre erano frequenti, e avevano fatto insorgere nelle classi abbienti uno spirito di reazione e nei ceti medi un desiderio d'ordine imposto anche con la forza. La classe politica dirigente si dimostrava incapace di valutare i pericoli che si profilavano, di trovare un assetto stabile basato sulla collaborazione, e usava invece le agitazioni sociali come uno strumento per dividere gli avversari, credendo di poterli poi facilmente controllare.

I partiti si frazionavano in una lotta che disperdeva le loro energie, mentre i grandi proprietari terrieri favorivano l'azione di chi sembrava proteggerli dalla sovversione e dalle richieste popolari. La democrazia liberale che per più di quarant'anni aveva governato l'Italia unita, oscillava fra una politica di concessioni e di riforme e la tentazione di repressioni autoritarie. Altri gruppi politici non intendevano sostenerla né collaborare tra loro; fu il caso dei socialisti e dei cattolici che non riuscirono a raggiungere una intesa e, cosa più grave, si rifiutarono di partecipare ad un governo presieduto da Giovanni Giolitti.

In questo quadro il fascismo, nato con un vago programma sociale, ma con precise intenzioni di potere, aveva trovato presto la propria strada, inserendosi nella crisi dello Stato. A molti sembrava promettere fermezza, decisione e i frutti della vittoria, ad altri appariva capace di reprimere i tumulti nelle piazze o nelle campagne. Sconfitto alle urne, il fascismo aveva subito scelto la strada della violenza. In tre anni le imprese degli squadristi erano state innumerevoli, avevano colpito le leghe contadine, le cooperative, le amministrazioni comunali, le sedi dei giornali di opposizione, le case degli avversari politici, uccidendo, devastando, protette dall'impunità.

Alla fine, davanti all'ultimo atto di debolezza della monarchia, e del governo, Mussolini e il suo partito, in quell'ottobre del 1922 esautorarono definitivamente lo Stato e conquistarono il potere. Il futuro duce sfruttava nella sua propaganda l'aspirazione all'ordine e i più genuini sentimenti patriottici. Basta ricordare la famosa frase pronunciata al momento di ricevere l'incarico dal re: «Maestà, vi porto l'Italia di Vittorio Veneto».

Vittorio Eman III e Mussolini 

Non si può ancora, a questo punto, parlare di antifascismo. C'era chi vedeva chiaramente la minaccia, chi già combatteva o era rimasto vittima, e c'era ancora un'opposizione parlamentare. Sembrava ancora possibile frenare la corsa alla dittatura, «normalizzare», come si diceva, il movimento, opporgli armi legalitarie. Era un'illusione che cadde presto. Conquistato il governo, il terrorismo fascista non scomparve. Continuarono le «spedizioni punitive», le devastazioni dei giornali; si moltiplicarono le vendette e le persecuzioni. Gli squadristi non tolleravano che la loro «rivoluzione» fosse ancora sottoposta alle critiche o al voto parlamentare. Le squadracce sfuggivano allo stesso controllo dei dirigenti del partito.

I «ras» di provincia, tra cui si distinguevano Italo Balbo e Roberto Farinacci, imperversavano contro le organizzazioni contadine, le cooperative, i circoli di cultura, le Case del popolo, specialmente nella Valle Padana, in Emilia e in Romagna, dove la classe contadina e quella operaia erano più avanzate. È qui appunto che con l'aiuto della classe agraria sono nate le prime e più violente squadracce fasciste che aumentavano di giorno in giorno di numero e di forza soprattutto per l'aiuto delle questure di allora.

In tutta Italia la violenza fascista non aveva tregua e le repressioni costituivano un metodo di governo, mentre Mussolini in Parlamento minacciava di fare di quell'aula «sorda e grigia un bivacco di manipoli».

Furono particolarmente presi di mira alcuni centri dell'antifascismo, fra cui Molinella, un piccolo paese presso Bologna, che venne perseguitato per anni. Qui, come altrove, il fascismo s'accanì contro ogni forma d'organizzazione democratica. Una delle vittime più note di Molinella fu il sindaco socialista Giuseppe Massarenti, organizzatore di cooperative e animatore della collaborazione contadina. Per questo egli doveva poi finire al confino ad Ustica.

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La strada della violenza era ormai irreversibile. E l'esempio più clamoroso si ebbe a Torino dove nel dicembre del 1922 con il pretesto di una vendetta privata, i fascisti rastrellarono la città, incendiarono i circoli e le Camere del Lavoro, devastarono la sede della rivista Ordine Nuovo, malmenarono Antonio Gramsci e i suoi compagni. Il bilancio della triste impresa fu l'assassinio di undici persone, operai e dirigenti sindacali, compiuto dagli uomini del console della milizia Piero Brandimarte. Nessuna reazione delle autorità, e solo qualche blando provvedimento del governo: la pratica fu archiviata e gli assassini rimasero impuniti.

Il 23 agosto del 1923 fu ucciso a colpi di bastone il giovane parroco di Argenta Don Minzoni, allievo di Toniolo, laureato in scienze sociali, decorato di medaglia d'argento per aver combattuto con gli arditi sul Piave. Don Minzoni era colpevole, agli occhi dei fascisti emiliani, responsabili della sua morte, di aver chiesto la distribuzione ai contadini delle terre e nuovi patti di lavoro. Anche questo delitto rimase impunito e il capo della Pubblica Sicurezza d'allora, Emilio De Bono, scrisse al fiduciario di Ferrara: «Per eventuali bastonature non si devono imbastire altri processi». La stampa di opposizione aveva ancora sufficiente autonomia da denunciare il fatto e La Voce Repubblicana, diretta dal Ferdinando Schiavetti, accusò Italo Balbo quale mandante dell'aggressione.

Il primo anno di governo fascista, fu così caratterizzato dall'imperversare dei «ras» di provincia contro ogni forma di opposizione e di vita democratica. Questo triste periodo, che vide l'agonia della libertà, si chiuse con due episodi di violenza a Roma: l'invasione della villa dell'ex Presidente del Consiglio, Saverio Nitti, e la bastonatura di Giovanni Amendola, uno dei maggiori oppositori del fascismo, approvata poi dal giornale di Mussolini. Si continuava a sperare nella normalizzazione ma l'anno successivo, il 1924, fu, in un certo senso, ancora peggiore.

 

Di seguito gli articoli:

Le elezioni del 1924 e il delitto Matteotti

27 giugno 1924: l'Aventino

1925: La distruzione delle strutture dello Stato di diritto

L’opposizione al fascismo, in esilio

L’attivismo di Giustizia e Libertà

Il Tribunale speciale

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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Le elezioni del 1924 e il delitto Matteotti

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il fascismo, ormai padrone delle piazze e del Governo, non tollerava di essere ancora in minoranza in Parlamento. Si ricorse allora ad una legge liberticida, preparata da Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La «Legge Acerbo », attribuendo la maggioranza assoluta alla lista che avrebbe raccolto il venticinque per cento dei voti, garantiva al fascismo mano libera anche alla Camera dei Deputati. Il comportamento preelettorale dei partiti democratici favorì i piani dei fascisti. Questi accolsero nelle loro liste, il cosiddetto «listone», anche esponenti di altri movimenti, indebolendo così gli avversari, mentre per questo ultimo simulacro di competizione elettorale i vari gruppi politici divisero le loro forze. Una parte dei liberali, con alla testa Salandra, entrarono nel listone fascista. Un'altra ala invece, guidata dal vecchio Giolitti (che in un discorso a Dronero aveva rifiutato le offerte di Mussolini) si presentò per conto suo. Vi furono poi altre sei liste liberali, e altre due liste democratiche: quella di Giovanni Amendola fieramente intransigente, e quella di Ivanoe Bonomi, che non fu eletto. Due furono anche le liste socialiste, quella unitaria di Turati e Treves, praticamente guidata da Giacomo Matteotti, e quella massimalista. Matteotti aveva rifiutato di fare blocco con l'ala estrema del socialismo; quella che si era separata a Livorno nel 1921 e che aveva preso il nome di Partito Comunista. Con liste autonome si presentava anche il Partito Popolare di cui Luigi Sturzo aveva lasciato la direzione prima ad un triumvirato, costi­tuito da Rodinò, Gronchi, Spataro e poi ad Alcide De Gasperi.

Ma i fascisti non intendevano affidare la loro sorte alla libera volontà dei cittadini e, durante la campagna elettorale, intimidirono gli avversari con una serie di violenze: la più grave, presagio degli attentati contro il Parlamento, fu commessa nel febbraio a Reggio Emilia dove venne assassinato Antonio Piccinini, tipografo, candidato dei socialisti massimalisti. Così l'opposizione fu imbavagliata ovunque. Si votò il 6 aprile in un clima di intimidazione e i risultati non smentirono le previsioni. Furono eletti 374 candidati del listone, mentre l'opposizione, che si era presentata divisa, ne ottenne solo meno della metà. Era il frutto non di una libera votazione ma di una campagna di sopraffa­zioni e di violenza.

Giacomo Matteotti

Due mesi dopo, alla riapertura della Camera, una voce si levò a protestare contro gli abusi, le illegalità, le violenze, chiedendo la sospensione di quasi tutti i deputati eletti nel «listone». Era la voce di Giacomo Matteotti, e quello fu il suo ultimo discorso in Parlamento e anche l'ultima speranza di opposizione parlamentare. Fra il tumulto e le invettive dei fascisti egli dichiarò: 

«Molti sistemi sono stati impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto ... Sentiamo tutto il male che all'Italia apporta il sistema della violenza ... Badate, il soffocamento della libertà conduce ad errori dei quali il popolo ha provato che sa guarire ... La tirannia determina la morte della nazione ... ».

Ma intanto, la tirannia aveva già condannato a morte Matteotti. Il delitto fu poi ricostruito nei particolari. Il 10 giugno del 1924, una automobile si fermò accanto a lui, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, sulla strada che egli percorreva per andare a Montecitorio. Cinque squa­dristi, guidati da Amerigo Dumini, lo inseguirono lungo la scaletta che scende al fiume, lo stordirono, lo trascinarono in macchina, allontanandosi poi sulla via Flaminia. Si sparse l'allarme: tre giorni dopo si parlò di assassinio, la polizia finse di indagare. Il corpo straziato di Matteotti fu ritrovato due mesi dopo, nella macchia della Quartarella, vicino a Riano, a ventitré chilometri da Roma.

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Quando il delitto venne provato e denunciato, la pietà per l'ucciso si unì alla indignazione verso i colpevoli e i mandanti. L'assassinio non era più l'opera brutale e spavalda dello squadrismo locale, ma un atto della politica del governo fascista. Solo in agosto, dopo la scoperta e il riconoscimento del cadavere, furono celebrati i funerali. L'ultimo viaggio di Matteotti, per volontà del governo, venne circondato dalla prudenza: la salma partì quasi di nascosto da Monterotondo verso Fratta Polesine, vicino a Rovigo; e lassù, nel paese natale dell'ucciso, una grande folla accompagnò Matteotti dal treno al cimitero.

Ma intanto, prima ancora del ritrovamento della salma, si aprì ovunque intorno al regime, un vuoto morale. Caddero le ultime illusioni di normalizzazione e la frattura fra fascisti e antifascisti diventò incolmabile. Ci si trovava di fronte ad un delitto di Stato; un esponente dell'opposizione era stato soppresso dai sostenitori del Capo del Governo. C'era tensione nel Paese e nel Parlamento. Nell'aula di Montecitorio il deputato socialista Gonzales dichiarò: «Denuncio alla Camera e al Paese il fatto atroce e senza precedenti». Il deputato repubblicano Chiesa tuonò di rincalzo: «Il Governo tace, allora è complice!». Mussolini taceva e sembrò in quel momento che il suo regime fosse travolto in un'esecrazione generale.

L'opinione pubblica apparve profondamente scossa e anche quella parte della stampa che aveva dimostrato incertezza e compiacenza finì per condannare i metodi del fascismo. Da ogni parte si levarono voci solenni di condanna e di deplorazione.

Scrisse Antonio Gramsci: 

«La convinzione che il regime fascista sia responsabile dell'assassinio del deputato Giacomo Matteotti, così come è pienamente responsabile di innumerevoli altri delitti non meno atroci e nefandi, è ormai incrollabile in tutti. L'indignazione sollevata da un capo all'altro dell'Italia dal nuovo misfatto è rivolta contro tutto un regime che si regge e si difende con organizzazioni brigantesche».

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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