Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

il fascismo

27 giugno 1924: l'Aventino

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dopo un primo periodo di incertezze e di sgomento seguìto all’uccisione di Matteotti, Mussolini cominciò a reagire passando alla controffensiva e, come primo atto, chiuse la Camera dei Deputati. Le opposizioni però, dai democratici ai popolari, dai socialisti ai comunisti, sembrarono finalmente in grado di coalizzarsi. Il 27 giugno, in una sala di Montecitorio, ricordando Matteotti, Filippo Turati pronunciò un solenne discorso. La mozione finale dell'assemblea, approvata all'unanimità, stabilì che l'opposizione non sarebbe rientrata alla Camera finché non fosse stata soppressa la milizia fascista e punita la violenza e la illegalità. Nacque così la secessione parlamentare che prese il nome di Aventino.

Col discorso del 3 gennaio 1925, Mussolini si assunse da solo la responsabilità storica, morale, politica dell’accaduto. «Dichiaro qui - egli disse - al cospetto di questa assemblea, al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto ... se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere».

Come reagì l'Aventino? Quali che furono le incertezze e le debolezze della secessione, con essa si affermò in maniera netta l'opposizione morale, prima ancora che politica, fra i partiti democratici da una parte e il fascismo dall'altra. Ma la controffensiva democratica, chiesta fra gli altri da Gobetti, non ci fu. In realtà i deputati aventiniani, con Amendola in testa, credevano di avere posto le condizioni costituzionali per un intervento del re. Ma Vittorio Emanuele rimase sordo ai loro appelli confermando così la sua fiducia in Mussolini. Da quel momento l'antifascismo scelse la sua strada che fu d'opposizione intransigente. A Firenze un gruppo di ex combattenti (Cristofani, De Liguori, Piani, Traquandi) fondarono un'associazione antifascista clandestina, «Italia libera», che in qualche occasione scese anche in piazza apertamente, e di cui fecero parte Carlo Rosselli e Ernesto Rossi, la medaglia d'oro Raffaele Rossetti e tanti altri. Nacque quindi, patrocinata da Amendola, la «Unione Nazionale delle Forze Liberali e Democratiche », in cui rientrarono, fra i tanti, Bonomi e Calamandrei, Cianca e De Ruggiero, Papafava e Ruini, Salvatorelli e Vinciguerra, Carlo Sforza. Erano gli ultimi sussulti di libertà.

Il regime si sentiva forte, sicuro di vincere. L'ultima trincea dell'opposizione fu la stampa. Perseguitata in tutti i modi, soffocata, sabotata, la stampa antifascista continuò ad essere una delle poche voci libere in un Paese che si avviava alla tirannia. C'erano i grandi quotidiani ancora per poco indipendenti, e accanto ad essi Il Lavoro di Genova, Il Mondo di Roma, diretto da Alberto Cianca e sul quale scriveva Amendola. E c'erano i giornali di partito: Il Popolo, La Giustizia, L’Avanti, La Voce Repubblicana, L’Unità, e qualche altro. Accanto ad essi, si allineavano i grandi periodici di battaglia: insieme a L'Ordine Nuovo, che Antonio Gramsci aveva fondato nel 1919, c'era a Torino un centro ideologico e morale che fu La Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti. A Firenze si distingueva un periodico battagliero diffuso clandestinamente, il Non mollare, nato in casa di Carlo e Nello Rosselli e a cui collaboravano anche Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Nello Traquandi. A Milano, Ferruccio Parri e Riccardo Bauer, con altri, dettero vita alla rivista Il Caffé.

In realtà dopo il 3 gennaio, il giornalismo indipendente cominciò ad avere la vita sempre più difficile: sequestri, arresti di direttori (tra i quali Pietro Nenni), allontanamento e sostituzione dei giornalisti irriducibilmente avversi. Il senatore Alfredo Frassati fu costretto a cedere La Stampa e Luigi Albertini ad abbandonare il Corriere della Sera. I giornali divennero così portavoce ufficiali della politica del governo, con ordini severi o comunicati precisi da pubblicare. La stampa libera, colpita da decreti di soppressione, fu costretta a diventare clandestina.

Poche ormai erano le voci che osavano levarsi contro il regime. Tra queste, il manifesto redatto da Benedetto Croce, con il quale il filosofo napoletano rispondeva al manifesto di Giovanni Gentile e degli intellettuali fascisti. Il documento di Croce, firmato da molti degli uomini di cultura che si opponevano alla tirannia, diceva, fra l'altro, di voler essere «la protesta sollevata da alcuni liberi intellettuali contro la versione e l'interpretazione delle cose d'Italia che gli intellettuali fascisti hanno creduto di dover diffondere». Anche nelle Università, tra gli studenti, si svilupparono fermenti di opposizione al fascismo. Nella vecchia Sapienza di Roma, come negli altri atenei italiani, si formò l'«Unione Goliardica per la Libertà» fra cui si ritrovarono, allora ventenni, alcuni uomini che nel 1943 si adoperarono per la ricostruzione dei partiti: Ugo La Malfa, Lelio Basso, Rodolfo Morandi, Giorgio Amendola, Leone Cattani e tanti altri.

Nel 1925 si tennero gli ultimi congressi d'opposizione: quelli dell'Unione Nazionale e del Partito Popolare. Il congresso del Partito Socialista fu proibito e quello comunista si tenne all'estero, a Lione. Nel suo discorso congressuale Amendola disse fra l'altro: «Dobbiamo maturare nel nostro spirito quell'atteggiamento di paziente intransigenza che soltanto può richiamare intorno a noi le forze migliori del nostro Paese ... ». E De Gasperi al congresso del Partito Popolare: «Imparino tutti i democratici, liberali e socialisti, che il nostro partito, anche quando ha lottato contro di loro, ha lottato in difesa della libertà». Ma, ormai, dai fascisti, neppure le parole venivano più tollerate. Nel luglio del 1925 Amendola fu aggredito e bastonato fra Montecatini e Pistoia. In ottobre a Firenze, in una fosca notte di violenza, molte persone furono uccise o ferite. La spedizione punitiva ebbe origine in via dell' Ariento dove i fascisti stavano dando la caccia a un tipografo del Non mollare. Nei tafferugli due uomini, fra cui un fascista, rimasero uccisi e la vendetta degli squadristi fu immediata e crudele. Per una intera notte entrarono di forza in alcune case della città in cerca di antifascisti. Così furono uccisi il deputato socialista Gaetano Pilati e l'avvocato Gustavo Console, ambedue distributori del Non mollare. L'antifascismo venne braccato, in tutti i modi, costretto a nascondersi o a prendere la via dell'esilio. Eppure Piero Gobetti poteva ancora scrivere fino alla fine del 1925: «Esiste in Italia un gruppo di uomini, nei partiti e fuori dei partiti che non ha ceduto e non cederà ... Anche se pochi, rimarranno come un esempio per la classe politica di domani... Sono minoranza, numericamente poverissima, ma incutono rispetto anche al più agguerrito nemico ...». Intanto, l'esperienza aventiniana s'era consumata senza esito positivo

 

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

1925: La distruzione delle strutture dello Stato di diritto

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel corso del 1925 il regime provvide a consolidarsi e a mettersi al riparo con alcune leggi che cominciarono a distruggere, come avvenne decisamente poco dopo, le strutture dello Stato di diritto. Mussolini, diventato Capo del Governo, assunse i poteri esecutivi esautorando il Parlamento; i sindaci elettivi vennero sostituiti dai podestà nominati dal governo, associazioni e istituti non graditi furono sciolti, la libertà di stampa soppressa definitivamente. Allora si levarono, contro la tirannia e contro il tiranno, gesti isolati e senza speranza. Un ex deputato socialista, Tito Zaniboni, decise di uccidere Mussolini sparandogli con un fucile a cannocchiale dalla finestra dell'albergo Dragoni, nel centro di Roma, di fronte a Palazzo Chigi; qui il duce doveva affacciarsi ad un balcone, il 4 novembre del 1925. Ma fra i cospiratori c'era anche un confidente della polizia e così l'attentato fu scoperto in tempo e Zaniboni venne arrestato due ore prima della apparizione di Mussolini. Un colpo di pistola dell'anziana signora inglese Violet Gibson, lo ferì leggermente al naso. Nei giornali e nei cinegiornali dell'epoca il Capo del Governo si fece fotografare con un vistoso cerotto ma praticamente illeso. Poi fu la volta del giovane anarchico di Carrara, Gino Lucetti, che fu condannato a trent'anni di carcere.

Ma l'atto definitivo, quello che fece scattare le leggi speciali liberticide, fu l'attentato a Bologna del 31 ottobre 1926. L'episodio avvenne all'angolo tra via Rizzoli e via Indipendenza, mentre Mussolini si recava in automobile alla stazione per ritornare a Roma. Dalla folla partì un colpo di rivoltella che andò a vuoto, ma un gruppo di personaggi del seguito del duce con alla testa Arconovaldo Bonaccorsi, il famigerato «conte Rossi» della guerra di Spagna, si lanciarono su un ragazzo di 14 anni, Anteo Zamboni, ritenuto l'autore dell'attentato. Il ragazzo fu linciato sul posto, nonostante che non si avesse alcuna certezza che fosse stato lui a sparare. Anteo fu sepolto nella parte del cimitero chiamata dei traditori e la sua famiglia venne perseguitata per anni. L'episodio di Bologna fornì però il pretesto al fascismo per fare nuove decisive leggi contro la libertà.

Alla fine del 1925, che Mussolini definì il proprio «anno napoleonico», la prima battaglia dell'antifascismo era ormai perduta. I deputati aventiniani furono dichiarati decaduti e si istituirono le cosiddette «leggi per la difesa dello Stato». Nacquero così i Tribunali speciali, il confino politico, si ristabilì la pena di morte. Si compì così un'inversione di civiltà, sopprimendo alcuni fondamentali diritti dei cittadini di una società libera: un'inversione di civiltà che contrastava anche radicalmente con le tradizioni del Paese. La dittatura mussoliniana era ormai assoluta, l'antifascismo entrava nella fase della clandestinità, dell'esilio, del carcere. Piero Gobetti era morto a Parigi, a 25 anni, il 16 febbraio del 1926; Giovanni Amendola moriva a Cannes, due mesi dopo; ambedue per le conseguenze delle percosse fasciste. E pochi giorni dopo l'attentato Zamboni, alla vigilia di un dibattito in Parlamento contro la pena di morte, venne arrestato Antonio Gramsci.

Il regime si era ormai imposto. Tutte le garanzie contemplate dalla Costituzione e dalle vecchie leggi liberali non esistevano più. Incontrastato dominava il fascismo e con poteri assoluti il «dittatore ». Cominciava, nella lotta per la libertà, l'ora più rischiosa e difficile.

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

Il Tribunale speciale

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Tribunale-speciale-fascista.jpg

Come era costituito e come funzionava; dal racconto di Sandro Pertini, che dal Tribunale speciale subì una dura condanna. 

Molti altri in Italia non si piegarono. Ma il fascismo era intollerante di ogni superstite opposizione. Gli strumenti legali normali di cui disponeva non sembravano più sufficienti al regime per condannare agevolmente gli avversari politici. Il processo di Savona era stato una dura lezione, perché aveva permesso al pubblico di parteggiare per gli imputati. Chiuso sempre più nella spirale del totalitarismo, il regime decise di sottrarre le sue vittime perfino al giudizio della Magistratura ordinaria per trarle invece di fronte ad un Tribunale speciale. Furono abolite così le ultime garanzie riconosciute ai cittadini dallo Stato di diritto. Gli accusati vennero sottratti ai loro giudici naturali per essere processati da un tribunale di parte; da un tribunale fedele e politicizzato, presieduto non da magistrati, ma da ufficiali della milizia o dell'esercito. I processi venivano celebrati quasi clandestinamente e le sentenze, obbedendo a direttive politiche, erano una pura formalità.

Sandro Pertini, che subì una dura condanna dal Tribunale speciale, ci dice come era costituito e come funzionava:

«Era costituito da un presidente scelto tra gli ufficiali generali dell'esercito o della milizia fascista. Da 5 membri scelti tra gli ufficiali della milizia fascista col grado di console, da un relatore senza voto scelto tra il personale della magistratura militare. In un primo tempo questi membri erano nominati dal ministro della Guerra, in un secondo tempo, invece, furono nominati direttamente da Mussolini. Secondo la legge, il Tribunale speciale doveva durare 5 anni, invece ne durò 15. Le udienze non erano pubbliche; soltanto in alcuni casi eccezionali, come nel processo a carico di Tito Zaniboni e del generale Capello fu ammesso il pubblico. Non venivano contestati fatti determinati, solo imputazioni di carattere generico e si colpivano, si condannavano gli imputati anche soltanto per le loro intenzioni e per le loro opinioni. Le sentenze non erano suscettibili di ricorso alcuno ed era imprudente citare testimoni a discarico se non si volevano rendere vittime della repressione fascista. I difensori dovevano essere molto cauti nella loro difesa se non volevano cadere in disgrazia di fronte al fascismo. Quindi il Tribunale speciale non amministrava giustizia, era semplicemente uno strumento di intimidazione, di repressione e di vendetta del regime fascista».

Uno dei processi più famosi fu quello aperto nel 1928 contro Antonio Gramsci, da tempo perseguitato dalla polizia fascista, contro Umberto Terracini e contro un nutrito gruppo di comunisti, sotto l'accusa di aver ricostituito i quadri del partito in Italia. Rievoca il processo Gramsci, Umberto Terracini: 

«Rivedendo Gramsci fui impressionato profondamente dal suo aspetto: le guance scavate, gli occhi stanchi, smagrito nel corpo che si piegava sotto il peso di una bisaccia piena di libri. Ma era sereno e subito scherzò sull'enormità e sulla quantità delle imputazioni delle quali avremmo dovuto rispondere: cospirazione, formazione di bande armate, vilipendio, resistenza alla forza pubblica e naturalmente anche incitamento alla lotta di classe. "Un vero comico grottesco questo processo - disse - ma noi vi metteremo il contrappunto della nostra serenità che è la virtù dei rivoluzionari" ». 

Gramsci sedeva nella prima panca dentro il gabbione di ferro. Quando fu chiamato per il suo turno a rispondere all'interrogatorio, e venne fuori dall'usciolo della gabbia, i giudici rimasero interdetti nel vederlo. Si attendevano infatti che fosse tutt'altro uomo, la personalità che dalle pagine processuali appariva con lineamenti di tanta autorità e forza intellettuale e morale, abituati come erano ad identificare, nella loro rozzezza, la grandezza con la robustezza corpacciuta e muscolosa del fisico. Ma quando sentirono Gramsci, essi capirono perché il capo della dittatura lo avesse indicato particolarmente alla loro severità. E si capisce perché il pubblico ministero pronunciasse quella famosa frase: «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per venti anni».

Gramsci fu condannato a vent'anni e Terracini a ventidue. In totale, 290 anni di carcere a 22 imputati, fra i quali c'era anche Mauro Scoccimarro. Per Antonio Gramsci, con questa condanna, cominciò un'odissea che, da un carcere fascista all'altro, lo portò alla morte, senza che egli abbia mai potuto riottenere la libertà. Malato, imprigionato, isolato, Gramsci continuò ad essere per anni, nel fondo della sua cella, uno dei più irriducibili e temuti avversari del fascismo. Dei nove anni di vita che gli restarono dopo la condanna, Gramsci ne passò cinque nel carcere di Turi, in provincia di Bari. Così scrisse alla madre nel dicembre del 1930: 

«Carissima mamma, ecco il quinto Natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente la condizione di coatto in cui passai il Natale del 1926 a Ustica era una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido più di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di aver arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose. Non ho perduto il gusto della vita, tutto mi interessa ancora ... ». 

L'antifascismo italiano sfilò un anno dopo l'altro davanti ai tribunali del regime. Nel marzo del 1927, quando ormai da mesi viveva nascosto e perseguitato, Alcide De Gasperi fu arrestato a Firenze. Non c'erano contro l'ex segretario del Partito Popolare, prove concrete di alcun reato politico, ma solo il sospetto d'una intenzione d'espatrio. De Gasperi venne arrestato insieme alla moglie. Tradotto a Roma, fu processato con una procedura giuridicamente assurda, con un atto d'accusa per una colpa non commessa e condannato a quattro anni di reclusione solo per essere stato trovato con un passaporto scaduto. Era ormai chiaro che i tribunali fascisti perseguitavano le idee e non si curavano dei fatti. Più tardi, la pena fu ridotta in Appello e De Gasperi restò in carcere sedici mesi. Ma, all'uscita, fu sempre sorvegliato, ostacolato nel lavoro, perseguitato.

In seguito alla denuncia di una spia del regime nell'ottobre del 1930 caddero nelle mani della polizia fascista tutti i dirigenti di «Giustizia e Libertà» che erano ancora in Italia. Fra i 24 arrestati figuravano Riccardo Bauer, Umberto Ceva, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Nello Traquandi, tutti accusati di «delitti di insurrezione contro i poteri dello Stato». Ceva si uccise nella cella 440 di Regina Coeli la notte di Natale, e nel maggio del 1931, nell'aula del Tribunale speciale, s'aprì il processo. «In questa aula - disse l'avvocato Mario Ferrara difensore di Bauer - comincia il nuovo Risorgimento italiano». Si evitarono condanne capitali, ma le pene furono gravi: per Bauer e Rossi, vent'anni, Parri inviato al confino, in carcere tutti gli altri. Il 30 gennaio del 1934 toccò ad un gruppo di cattolici, riuniti nel movimento Guelfo d'Azione, d'essere giudicati dal Tribunale speciale, per «propaganda antinazionale». Le condanne più pesanti, cinque anni di reclusione, toccarono a Malvestiti e Malavasi. Per anni, dal 1927 alla repubblica di Salò, il Tribunale speciale fascista giudicò e condannò gli italiani che s'opponevano al regime. Processò interi gruppi, setacciò città e regioni, 21.000 denuncie, 5.619 imputati, 4.671 condanne. In totale, 28.115 anni di carcere, 3 ergastoli, 42 condanne a morte di cui 31 eseguite. Queste cifre, che dimostrano che l'antifascismo non fu soltanto un movimento di pochi coraggiosi, vanno completate con quelle delle condanne dei Tribunali ordinari, e con il confino. Centinaia, migliaia di antifascisti trascorsero anni di vigilanza e di isolamento nei paesi del sud, a Ustica, a Lipari, a Ponza, alle Tremiti, in Sicilia.

Ma non tutto l'antifascismo si ritrova nell'esilio politico o negli imputati del Tribunale speciale, in quegli anni difficili. Molti italiani, avversi al regime, pur senza passare la frontiera e senza essere condannati, subirono sopraffazioni e violenze. Migliaia sono gli episodi sepolti da una cronaca più drammatica, ma non per questo meno grave. Altri italiani si chiusero nel silenzio, nella muta rivolta al regime, o combatterono battaglie quotidiane nel loro settore, nella loro professione, nella loro fabbrica. Scrisse a questo proposito Salvemini, che pure era emigrato: «Chi rimase in Italia, riuscendo a scansare la galera, non arrendendosi ai fatti compiuti, tenendo duro per anni e anni, salvando l'anima, non mollando, ebbe la vita assai più difficile e più meritoria di chi fu costretto ad emigrare».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

Lire la suite

Il fascismo e la radio

31 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il fascismo seppe fare un abile uso di tutti gli strumenti di propaganda. A questo scopo non poteva sfuggire uno strumento innovativo e potente come la radio. Il fascismo si rese conto progressivamente delle potenzialità della radio e delle possibilità di sfruttarla. A una fase di disinteresse, quando la radio trasmetteva soprattutto musica e l'elemento fascista si limitava al ritornello della canzone Giovinezza, seguì un periodo di grande attenzione e uno sviluppo significativo degli apparati di trasmissione. A poco a poco personalità fasciste di primo piano divennero frequentatori della radio; i programmi letterari erano preceduti da introduzioni che fornivano una interpretazione fascista dei brani letti, i notiziari giornalieri si attenevano alle direttive del regime.

 

Guglielmo Marconi

Malgrado la radio fosse principalmente il prodotto dell'opera dell'inventore italiano Guglielmo Marconi, quando, nell'ottobre 1922, Mussolini salì al potere, l'Italia era, quanto a sviluppo di una rete radiofonica nazionale, sensibilmente indietro rispetto agli altri paesi.

Non era stata ancora costruita alcuna emittente che funzionasse continuativamente, e la radiofonia restava, in buona parte, nella fase sperimentale. [...]

Negli Stati Uniti la costruzione di apparecchi radio e la radiofonia erano già un grosso “business”: 11,5 milioni gli apparecchi radio in funzione.

radioricevitore 1927

Il fatto che nella penisola la radio si sviluppasse pressoché per intero durante il periodo fascista rese a Mussolini relativamente facile porre questo importante mezzo di comunicazione sotto il suo pieno controllo (erano gli stessi anni in cui si consolidava il suo potere politico sullo Stato italiano). In verità, il valore potenziale della radio come veicolo di propaganda e di standardizzazione culturale non apparve immediatamente chiaro a Mussolini. Ma, una volta riconosciute pienamente le sue implicazioni, i fascisti procedettero a sviluppare e sfruttare la radio facendone uno strumento decisivo della loro politica culturale. [...]

 Nel settembre 1929, 6 erano gli impianti in funzione: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Genova, Torino.

 

I poteri di controllo fondamentali - quelli concernenti la selezione e la distribuzione del materiale da trasmettere - erano nelle mani dello Stato, e la struttura amministrativa di questi servizi era destinata a rimanere sostanzialmente immutata, eccettuati ritocchi di minor rilievo, per quasi un decennio. [...] Piuttosto limitato era il numero dei possessori di apparecchi radio che avevano l'obbligo di versare un canone annuale di abbonamento all'EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche).

EIAR

La concessione del servizio delle radioaudizioni circolari era stata accordata dal Governo (con convenzione 15 dicembre 1927 fino al 15 dicembre 1952) all’URI  (che dal 15 gennaio 1928 aveva assunto la nuova denominazione EIAR — Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche).

Nel 1926 gli abbonati ai servizi radiofonici dell'URI (Unione Radiofonica Italiana, prima società di diffusione radiofonica in Italia, fondata nel 1924) erano stati circa 27.000; due anni dopo il totale degli abbonamenti era passato a circa 61.500.    

abbonati radio anni 20 30

 

Anche supponendo che ciascun apparecchio servisse una decina di persone, il numero totale degli italiani raggiunti dalle trasmissioni restava modestissimo. Si registrava inoltre una grossa sproporzione nella distribuzione geografica degli apparecchi. [...] Negli anni successivi questa sproporzione si sarebbe alquanto attenuata, ma una certa disparità nella localizzazione geografica degli apparecchi radioriceventi si mantenne durante tutto il periodo fascista.

 

programmi radio 1934

 

Prima del 1930 i programmi dell'EIAR non erano troppo appesantiti da una propaganda fascista diretta. Ma a cominciare dal 1926 le trasmissioni andarono sempre più politicizzandosi, e sempre più si fece sentire su di esse l'influenza delle scelte del regime. Mussolini parlò alla radio per la prima volta il 4 novembre 1925 dal teatro Costanzi in Roma, ma la trasmissione fu ostacolata da difficoltà tecniche. In quegli anni il maggior trionfo di Mussolini in fatto di oratoria radiofonica fu il discorso sulla “Battaglia del grano” (10 ottobre 1926).

Gli orari di trasmissione dei programmi erano pubblicati su “Il Radiorario”, che, dal Gennaio 1930, assume la denominazione di Radiocorriere.

Radiorario 1929

 

logo-radiocorriere-1941.jpg

 

Biografia:

Philip Cannistraro - La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media - Laterza, Roma-Bari 1970

Lire la suite

Il Testo unico di Stato

10 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

(continuazione de "La scuola sotto il Fascismo) 

Il libro di testo unico
Un posto di primo piano è naturalmente riservato all’apologia del fascismo. Mussolini, il creatore dell’ "Italia nuova", occupava il vertice. Il culto della sua persona raggiungeva livelli davvero impensabili di fanatismo, assumendo forme di vera e propria idolatria (la sua figura metteva in ombra anche quella, istituzionalmente più importante, del Re), accanto al culto della Patria e delle sue insegne (la bandiera), l’esaltazione della Grande Guerra e dei suoi martiri, il mito di Roma.

Il tema della guerra - come momento di formazione per la nuova nazione fascista, strumento di difesa della patria e strumento di espansione e affermazione dell’Italia fascista - e immagini belliche sono disseminate un po’ dappertutto.

Non mancava la celebrazione della famiglia, nucleo sociale basilare, dove il ruolo della donna non poteva essere che quello di moglie forte e madre prolifica, massaia sobria e attenta, dotata di un enorme spirito di sacrificio.

L’obbedienza era la prima, fondamentale e forse l’unica qualità che il fascismo chiedeva ai bimbi d’Italia.

Con la Legge del 31 dicembre 1934 si introducevano la pratica e la cultura militare nella scuola (obbligatorie per i ragazzi dagli 8 ai 21 anni) realizzando pienamente la formula fascista "Libro e moschetto fascista perfetto". 
A-noi--.jpg libro-e-moschetto.jpg 

Nel motto dato ai giovani, libro e moschetto, il libro si riduceva ogni anno più a un corpo chiuso di poche cognizioni ufficialmente accettate, a un catechismo, a un decalogo; e il moschetto legittimava l'ignoranza, il disprezzo di ogni ulteriore aspirazione alla cultura, la prepotenza, una tracotanza spavalda che, come si vide poi, era tutto il contrario del coraggio. Riluttanza ad apprendere, riluttanza a pensare; visto che l'articolo primo del decalogo del perfetto fascista assegnava il pensare e il decidere per tutti al solo capo, con quel lemma: «Il duce ha sempre ragione». (Qualcuno, ricordando che Mussolini era stato maestro di scuola, disse fin dal 1930 che egli voleva fare dell'Italia una scolaresca modello come è descritta in una strofetta infantile: Silenzio perfetto, / chi tace un confetto, / chi dice parola / va fuori di scuola).

 

Nella seconda metà degli anni Trenta, con la conquista d’Etiopia e la fondazione dell’Impero,illustrazione-serie-guerra-d-Etiopia.jpg il tema bellico assumerà un’importanza sempre maggiore.

 (Illustrazione di A. Bertiglia: serie guerra d’Etiopia e Impero)

Con la guerra d’Etiopia, e poi nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali contro gli ebrei, il fascismo mise in campo le teorie che proclamavano la superiorità della razza ariana nei confronti, in particolare, delle popolazioni dell’Africa Orientale e degli ebrei, cui, dal 1938, fu vietato l’accesso a tutte le scuole.

La paziente, quotidiana, intensiva opera di propaganda nelle scuole e nella vita pubblica diede i suoi frutti. I ragazzi espressero i loro sentimenti di adesione nei compiti in classe, nei temi, nei diari.

In particolare, dall’analisi del Testo unico di Stato risulta che:

-        Fin dalla prima pagina, dedicata all'inizio della scuola, erano subito evidenti i temi ricorrenti del libro di testo: la religione, il Re Imperatore, il Duce; quest'ultimo con il suo sguardo "magnetico" era paragonato ad "un'aquila che apre le ali e sale nello spazio ... è una fiamma che cerca il vostro cuore per accendere di fuoco vermiglio". Gli argomenti erano improntati alla retorica di regime ed erano resi con un linguaggio magniloquente ed artificioso, tipico dello stile di comunicazione fascista.

-        Nelle letture, su 219 pagine ben 64 (29,2%) erano dedicate all'apologia del fascismo. Mussolini occupava il primo posto, il culto della sua persona raggiungeva livelli di fanatismo, tanto che l'autore scriveva: "Anche noi possiamo rivelarvi tutta la nostra legge e tutta la nostra fede di fascisti, in un istante. Basta una parola sola: Duce!" Seguivano poi la cronaca, le storie, le cerimonie ed i riti, le organizzazioni giovanili, le realizzazioni e le opere pubbliche, insomma tutto lo stile di vita del fascista perfetto.

-        Un'altra importante parte del libro era riservata ad argomenti religiosi, che con 37 pagine (16,8%) tenevano il secondo posto: si trattava di una religione sempre in sintonia con lo Stato e con il partito, conforme allo spirito ed al dettato del Concordato tra Chiesa e Stato fascista.

-        C'erano quindi i 26 fogli (11,8%) riservati all'esaltazione della grande guerra, che proponevano, attraverso gli eroi ardimentosi, quell'interpretazione mitico-risorgimentale del conflitto.

-        Un altro settore considerevole (22 pagine, il 10%) era dedicato all'impresa d'Etiopia, alle "gloriose gesta" dei nostri soldati contro "le orde del Negus", anche questo argomento serviva per magnificare "il grande valore degli italiani", guidati alla vittoria dal Duce. Leggermente distanziati (7 pagine, il 3%), ma sempre presenti anche nei racconti non espressamente dedicati a loro, erano i membri di casa Savoia, fra i quali risaltava ... "il più bell'ufficiale dell'esercito italiano".

-        Concludendo, l'analisi quantitativa delle pagine del libro risulta che ben 156 fogli su 219 erano dedicati alla propaganda, diretta o indiretta, di regime con una percentuale del 71%. I restanti 63 fogli (28,7%) trattavano, in modo consueto, argomenti come le stagioni, poesiole (risparmio, frugalità, coraggio e tenacia nel sacrificio) e storie di animali. 

Il-libro-della-II-classe.jpg 

Dal “Breviario del maestro”:

 

Aritmetica

Prodotti di più fattori

Quanti balilla sono 8 colonne di balilla, ciascuna di 30 sestiglie? (6 x 30 x 8)

Problemi

Diciotto Balilla partecipano ad una gita: se tutti pagassero, la quota di ciascuno sareb­be di L. 17.50. Siccome pagano soltanto 15 balilla, quanto paga ciascuno di essi?

S.: L. (17,5 x 18) = L. 315 (spesa totale)

L. (315 : 15) = L. 21 (spesa unitaria)

R.  Ciascuno di essi paga L. 21

 

Quattro balilla stanno giocando con le biglie. Il primo di essi ne ha 28; il secondo il doppio del primo; il terzo quanto il primo ed il secondo insieme; il quarto la metà terzo. Quante biglie hanno insieme?

S.:

I balilla biglie                         28

II balilla biglie                        28 x 2       56

III balilla biglie                       28 + 56     84

IV balilla biglie                        84: 2        42

                         biglie            (28+ 56+84+42) = biglie 210

R. Quei quattro balilla hanno insieme 210 biglie. 

il-libro-della-terza-classe-elementare-anno-IX.jpg

 

 

libro-della-terza-classe-pagina-9-e-10-la-casa-del-duce.jpg

da pagina 318 del libro di III elementare: "... per la santa impresa di sgominare i senzapatria era necessario un capo ... il salvatore ..."
Storia-pagina-318-libro-III-elementare-copie-1.jpg
GIOCO-DELL-OCA-La-guerra-d-Etiopia.jpg

Gioco dell’Oca guerra d’Etiopia

storia-pagina-327-libro-III-elementare.jpg 

Storia: da pagina 327 del libro di III elementare

"Gli eroi …. della Rivoluzione Fascista hanno fatto la Patria libera, unita, prospera e forte. Spetta ora a voi crescere sani di mente e di corpo per continuarne l'opera, in modo che l'Italia sia, ancora una volta, splen­dido faro di civiltà; pronti, come i vostri padri ed i vostri avi, se la Patria chiamasse, a balzare alle armi, ed a cadere serenamente, se la sua salvezza e la sua grandezza esigesse da voi il sacrificio supremo."

Nonostante tutto, quell’imponente complesso creato per preparare i ragazzi al futuro combattimento si sfasciò. La scuola fascista fallì. L’educazione guerriera - con i manuali "manipolati", le adunate, le marce, gli inni, i canti rivoluzionari - non lasciò traccia sulla crescita morale di buona parte della gioventù di allora.

Purtroppo ci fu chi, con la guerra, finì in Russia, in Albania, in Cireneaica, in Somalia, in Tunisia. Molti non fecero più ritorno. E sotto quella "cappa nera" che aveva soffocato il libero pensiero si formarono gli uomini che alla fine del ventennio avrebbero guidato la democrazia.

 "Esaminando ciò che il fascismo ha fatto sui banchi di scuola – ha scritto Ricciotti Lazzero nell’introduzione al libro "A scuola col duce", - si possono trarre gli elementi per capire e giudicare qualunque ideologia totalitaria nata o che nasca intorno a noi."


a Lissone una mostra sulla scuola primaria durante il regime fascista

Lire la suite

Dal 25 luglio all’8 settembre 1943

23 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

N° 9 La Stampa luglio 43 N° 9B annuncio armistizio

Nei 45 giorni che vanno dal 25 luglio, caduta del fascismo e nomina di Badoglio a capo del governo, all’8 settembre 1943, armistizio con gli Alleati, tutto è nelle mani del Re e di Badoglio. L'obiettivo che monarchia e governo perseguono non ha nulla in comune con le speranze degli antifascisti: la monarchia scartava la possibilità della formazione di un governo nel quale fossero inclusi i democratici - che avrebbe significato la rottura immediata dell'alleanza con la Germania e la richiesta di un armistizio agli Alleati - preferendo trasformare la dittatura fascista in dittatura militare e continuare la guerra.

La sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo, che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Ma per rendersi conto di che significasse lo stato d'assedio e delle ben più gravi conseguenze che ne sarebbero potute derivare, basterà leggere il seguente stralcio della circolare Roatta diramata a tutti i comandi militari: «Muovendo contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato da reparti in posizione contro gruppi di individui avanzanti (...). Non è ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento (...). Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione; i caporioni e istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se presi sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario».

La proclamazione dello stato d'assedio equivaleva a quello che nella terminologia militare viene detto il falso scopo. Si era infatti voluto giustificarla adducendo ad arte il pericolo di una reazione dei fascisti contro il nuovo governo. Lo scopo vero era di fronteggiare una temuta sollevazione popolare. La quale peraltro non era in quel momento minimamente ipotizzabile date le circostanze.

 

Certi comandi militari profittarono dello stato d'assedio per reprimere spontanee e legittime manifestazioni di gruppi politici. L'atteggiamento chiaramente repubblicano assunto da partiti e da uomini eminenti spaventò i circoli monarchici che consigliarono cautela, repressioni, reazione, Badoglio ricevette dal sovrano un promemoria, in cui questi timori sono riecheggiati: «L'attuale governo deve conservare e mantenere in ogni sua manifestazione il proprio carattere di governo militare come annunciato nel proclama del 26 luglio [...] deve essere lasciato a un secondo tempo e a una successiva formazione di governo l'affrontare i problemi politici [...] l'eliminazione presa come massima di tutti gli ex appartenenti al partito fascista da ogni attività pubblica deve quindi recisamente cessare [...] la sola revisione delle singole posizioni deve essere attentamente curata per allontanare e colpire gli indegni e i colpevoli [...] a nessun partito deve essere consentito né tollerato l'organizzarsi palesemente [...] le commissioni costituite in misura eccessiva presso i ministeri sono state sfavorevolmente accolte dalla parte sana del Paese; tutti, all'esterno e all'interno, possono essere indotti a credere che ogni ramo delle pubbliche amministrazioni sia ormai inquinato [...] ove il sistema iniziato perdurasse si arriverebbe all'assurdo di implicitamente giudicare e condannare l'opera stessa del re [...] la stessa massa onesta degli ex appartenenti al partito fascista, di colpo eliminata senza specifici demeriti, sarà facilmente indotta a trasferire nei partiti estremisti la propria tecnica organizzativa, venendo così ad aumentare le future difficoltà di ogni governo d'ordine; la maggioranza di essa, che si vede abbandonata dal re, perseguitata dal governo, mal giudicata e offesa dall'esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà in difesa della borghesia per affrontare il comunismo, ma questa volta sarà decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia ... ».

Quando si parlò al consiglio dei ministri di mandar via i prefetti troppo compromessi con il fascismo, Fornaciari, ministro degli Interni, non seppe proporre che tre o quattro nomi. Alla Cultura Popolare il ministro Rocco aveva conservati al loro posto tutti i capi servizio; si che la censura preventiva sulla stampa, istituita dal governo militare per motivi di guerra e di ordine pubblico, era fatta con criteri reazionari; era vietato occuparsi delle responsabilità del fascismo, impedito qualsiasi accenno alle persone che nel fascismo avessero rappresentato una parte qualsiasi; la censura vietò persino che si desse notizia della scomparsa di Ciano da casa sua. I giornali uscivano con grandi finestre bianche nel testo degli articoli di fondo e nelle colonne delle informazioni: ché la censura si faceva all'ultimo momento, sui bozzoni dell'impaginato.

I gerarchi fascisti furono per la maggior parte lasciati liberi. La Milizia fu sciolta, ma incorporata nell'Esercito; gli squadristi , invece di essere arrestati o sorvegliati, furono arruolati proprio in quelle formazioni che più avevano bisogno di essere sottratte a ogni influsso fascista che ne minava la compattezza.

Fu emanato un ordine perché i podestà fascisti rimanessero ai loro posti, così che a Roma, ad esempio, una commissione democratica di ingenui cittadini che si era recata in Campidoglio per chiedere la rimozione del governatore di nomina fascista fu arrestata e tradotta a Regina Coeli.

L'amnistia ai detenuti politici furono sì ottenuti per l'intervento energico del Comitato delle opposizioni di cui facevano parte Buozzi, Bonomi, De Gasperi, Ruini, Salvatorelli, Amendola.

L'amnistia per i detenuti fu emanata, ma ne furono praticamente esclusi, sulle prime, i comunisti, molti dei quali, anche quando l'assurda parzialità - che colpiva il
90% dei detenuti e l'80% dei confinati politici - fu potuta rimuovere, poterono uscire solo in agosto e spesso anche solo ai primi di settembre.

Scrive Luigi Longo nel suo libro “Un popolo alla macchia”: «Leo Lanfranco, l'uomo che nel marzo aveva diretto il primo grande sciopero della Fiat (verrà fucilato dai tedeschi nel 1945 perché comandante di una divisione partigiana), fu arrestato da Badoglio in agosto. Quarantasette antifascisti napoletani, rei di aver tenuto una riunione pubblica, furono arrestati nello stesso mese, e un mese più tardi scamparono per miracolo al massacro che i tedeschi, prima di sgombrare la città, avevano deciso di effettuare. Emilio Sereni una delle figure più notevoli della Resistenza reduce da anni e anni di carcere, di confino e dal maquis” francese fu processato in regime badogliano, insieme a molti altri suoi compagni di lotta. Di questi, alcuni furono anche condannati a morte, e sottratti alla esecuzione solo nella confusione dell’8 settembre. Sereni stesso, e altri condannati a decine di anni di reclusione, poterono essere liberati dai partigiani soltanto un anno dopo, strappati dalle mani dei teschi e dei repubblichini. Noi di Ventotene fummo tra gli ultimi ad essere liberati; per lunghi giorni i compagni temettero seriamente per la nostra sorte, essendo l'isola sottoposta a pericoli di bombardamento e scarseggiando i mezzi di trasporto necessari per ricondurci in continente».

 

Ogni giorno i giornali annunciavano con grandi titoli ed elogianti commenti, i provvedimenti adottati dal governo Badoglio: lo scioglimento del partito; la soppressione del Gran Consiglio e del tribunale speciale; la soppressione della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) con i Balilla e i Figli della Lupa; il sequestro del patrimonio degli ex gerarchi e la nomina di una commissione di magistrati per esaminare l'origine dell' arricchimento di gerarchi e di alti funzionari; la soppressione delle corporazioni, con la nomina a commissario della disciolta federazione dell'industria di Bruno Buozzi, ex segretario della federazione degli operai metallurgici, liberato dal confino, e la nomina a vicecommissario Giovanni Roveda, già organizzatore della Camera del lavoro di Torino; l'abrogazione delle leggi sul celibato; la soppressione del libro di stato per le scuole; il ripristino dei ginnasi-licei; l'abolizione del saluto romano nell'esercito; la soppressione del fascio littorio sui biglietti di banca; lo sbattezzamento della corazzata Littorio che diventava Italia, dei cacciatorpediniere Camicia Nera e Squadrista che diventavano Artigliere e Corsaro. Intanto nuove restrizioni della libertà venivano messe in atto, come il coprifuoco istituito per la prima volta a memoria d'uomo.

 

I partiti nel loro insieme non erano pronti ad assumere un ruolo politico di rilievo, lo assumeranno solo dopo l' 8 settembre.

Nel mese di giugno, a Milano, si erano tenute due riunioni fra i rappresentanti del Partito d'azione, del partito comunista, del partito socialista, del Movimento di unità proletaria, della Ricostruzione liberale e della Democrazia cristiana. Un progetto di appello al paese non fu approvato per la pregiudiziale repubblicana del Partito d'azione e perché i rappresentanti liberali e cattolici non approvarono l'invito alla lotta immediata. Era chiaro, però, che bisognava innanzi tutto rafforzare l'unità e la compattezza d’intenti del fronte antifascista.

luglio-1943-Ingrao-a-Milano.jpg

 

Tra la gente, nel volgere di pochi giorni tornò la coscienza della paurosa condizione del Paese; la Sicilia pressoché perduta, e centinaia di migliaia di suoi abitanti profughi, ignudi, desolati; sul continente l'offensiva avversaria sempre più pesante e risoluta e i tedeschi sempre più prepotenti in casa, più padroni che alleati; l'impossibilità di continuare la guerra, l'impossibilità di smetterla; le campagne devastate, parte dei raccolti perduti; sospeso l’arrivo del grano dalla Romania, cessato l'arrivo del carbone dalla Germania, cessato l'arrivo del petrolio, perché i tedeschi così volevano punirci del colpo di Stato, e tenerci alla loro mercè.

 

popolazioni-del-sud-Italia-in-fuga-dalla-guerra.jpg

 

Un'offensiva aerea scatenata dagli gli angloamericani superò per terribilità, per danni, per violenza ogni altra precedente.

luglio-1943-LA-STAMPA.JPG

Per tutto il mese di agosto, per tutta la prima settimana di settembre, fino a cinque ore prima della proclamazione dell'armistizio, attacchi dall'aria si abbatterono sulle illustri città nostre, non ci fu giorno che non giungesse il grido di dolore da una o più di esse, da Napoli o da Torino da Salerno o da Novara, da Cagliari, da Genova, da Milano: da Roma, da Viterbo, da Benevento, da Grosseto, da Foggia, da Taranto, da Bologna, da Terni, da Civitavecchia, da Orte, da Pisa, da Pescara, da Ancona, da Trento da Bolzano, da Capua, da Rimini, da Terracina, da Formia, da Cosenza, da Sulmona, da Catanzaro, da Frascati.

Il 3 settembre anche la Calabria è invasa, Corrado Alvaro scrive sul «Popolo di Roma» una pagina commossa per la sua terra divenuta prima linea del fronte di guerra. «Battuta secolarmente dai terremoti e dalle alluvioni distrutta e ricostruita almeno una volta ogni secolo, conosce ora la più grande rovina, quella che non ne colpisce solamante le abitazioni costruite Dio sa con quanta pena, vissute Dio sa con quante lacrime, traversie, emigrazioni, lontananze, rimpianti, ritorni, ma distrugge la terra stessa, quella che porta il pane e i frutti e l'olio e il vino, gli alimenti di questo popolo sobrio, silenzioso alla pena, che ama disperatamente la sua vita amara».

bombardamenti-aerei.jpg Milano-Piazza-Fontana-bombardamento.jpg Milano-dopo-un-bombardamento.jpg Milano-galleria-.gif Roma bombardata 19 luglio 1943

 

Le classi operaie volevano la pace, si capisce, e al più presto possibile, la chiedevano per prima cosa, non volevano più costruire armi e strumenti per una guerra odiata, per un alleato ripudiato, anzi rinnegato fino dal primo giorno (comparvero scritte cubitali sui muri di Trastevere: «Vogliamo la pace, via i tedeschi dall'Italia! A morte i tedeschi e i fascisti»): ma si rendevano conto come fosse minacciosa la faccia delle cose nel nostro paese povero, senza scorte, con i tedeschi in casa. Ahimè, non potevano immaginare che attraverso tanti errori e tante calamità si sarebbe arrivati a un armistizio che volle dire soltanto inizio di nuove tribolazioni. Né che l'esercito si sarebbe dissolto; e gli operai avrebbero avuto l'angosciosa esperienza - come quelli delle fabbriche di Milano accorsi in tuta ai comandi militari a chiedere armi, a chiedere di combattere, a chiedere che la città fosse difesa dai tedeschi - di vedersi negata anche la possibilità di correre alle barricate.

 

Bibliografia:

Luigi Longo - Un popolo alla macchia - Editori Riuniti 1965

Giovanni Battista Stucchi - Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola - Vangelista Editore, 1983

Paolo Monelli - Roma 1943 – Einaudi 1993

Lire la suite

Caratteri del fascismo

9 Avril 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Giovanni GentileAlla voce Fascismo, dell'Enciclopedia italiana (più nota come Enciclopedia Treccani), la monumentale opera diretta dal filosofo Giovanni Gentile, il più autorevole intellettuale fascista, voce redatta dallo stesso Mussolini insieme a Gentile (1875 – 1944, ricoprì per due anni la carica di ministro dell’Istruzione del governo Mussolini), si dice:

 

Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato: ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato [...]. È contro il liberalismo classico [...] Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà deve essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. È per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tantomeno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario [...].

 

Si vede bene che l'ideologia fascista va ben oltre la critica dell'individualismo negatore e sopraffattore degli interessi collettivi.

Qui viene negata alla radice l'idea stessa che l'individuo, come tale, abbia dei diritti indipendenti dalla sua appartenenza allo Stato. L'individuo è letteralmente fagocitato dallo Stato. Se, come afferma Gentile, non c'è altra libertà che nello Stato, ben si capisce come il fascismo abbia potuto incarcerare tutti gli oppositori politici o mettere fuori legge i partiti di opposizione, in nome, appunto, di un presunto bene dello Stato, da far valere anche contro quegli astratti fantocci che sono gli individui.

 

Un altro passo della voce Fascismo, ne mette bene in luce il carattere antisocialista:

 

Né individui fuori dallo Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi). Perciò il fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale [...].

 

In questo passo, Gentile contesta proprio questo fatto: che il socialismo ha il torto di irrigidire il movimento storico nella lotta di classe. L'errore dei socialisti è di non vedere il ruolo dello Stato: è vero che nella società, nel mondo economico, nelle fabbriche, c'è un contrasto tra classi, ma questa conflittualità è superata nello Stato. In altri termini, lo Stato sa individuare e realizzare il bene comune, al di là degli egoistici interessi di classe: è questa, per Gentile, l'unità statale che fonde le classi. Mentre per i socialisti lo Stato è l'espressione degli interessi della classe dominante, come si vede tra l'altro dal costante tentativo di impedire il suffragio universale e di limitare il diritto di voto in base al censo, per Gentile lo Stato è l'incarnazione dell'unità delle classi. Non è né borghese, né proletario, ma, appunto, nazionale.

 

Il 24 giugno 1943 il filosofo Giovanni Gentile pronunciò dal Campidoglio un discorso, trasmesso contemporaneamente dalla radio.

Agli sbigottiti cittadini di Roma, agli italiani che lo ascoltano alla radio il filosofo esalta il fascismo come teoria e prassi politica e dichiara che «nel corporativismo è l'avvenire» mentre per gli ascoltatori fascismo vuol dire ormai soltanto guerra, disordine, fame, arbitri, prepotenze. Celebra il carattere immortale dell'Italia, la solita Italia con Roma educatrice di barbari, con Roma cattolica, con Roma «elaboratrice e propagatrice mirabile dell'Evangelo», con Roma del rinascimento, capitale di quel regnum hominis che è il mondo moderno; ma il cittadino si domanda come si concilia questa anima immortale con l'alleanza ai tedeschi negatori del diritto di Roma, negatori del cattolicesimo, negatori della uguaglianza fra gli uomini, persecutori e massacratori in nome di barbare teorie di razza. E concludeva il filosofo che «il popolo è tutto un esercito» e invitava ad aver fede nella vittoria; quella fede che muove le montagne; ma proprio questa fede il popolo non poteva aver più per i cento segni del disordine e dell'impotenza.

 

Le concrete conseguenze politiche della dottrina fascista.

Se anche la classe, come l'individuo, è fagocitata dallo Stato e in esso annullata, ben si capisce, per esempio, la messa fuori legge di tutti i sindacati a eccezione di quelli fascisti. I sindacati, la CGL (Confederazione generale del Lavoro) e la CIL (Confederazione italiana dei lavoratori), in quanto organizzazioni di classe, non apparivano al fascismo come una legittima forma di organizzazione degli interessi, dei bisogni e dei diritti dei lavoratori, ma come una minaccia all'unità nazionale dello Stato.

 

1920 fascisti contro sede Il PAESE

1920: fascisti devastano la sede del giornale IL PAESE

Lire la suite

principali provvedimenti legislativi adottati dal fascismo

3 Avril 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Lo Statuto albertino, nato nel 1848 come Costituzione del regno di Sardegna, divenne nel 1861 la prima Costituzione dell’Italia unita.

Lo Statuto albertino era una costituzione flessibile, cioè poteva essere modificato attraverso delle semplici leggi ordinarie, secondo le esigenze politiche del sovrano e della maggioranza di governo. Proprio questa flessibilità permise ai fascisti di cancellare i diritti previsti dallo Statuto lasciandolo formalmente immutato.

Per comprendere lo svuotamento dello Statuto, è importante ricordare i principali provvedimenti legislativi adottati dal fascismo.

 

Fine dell’autonomia del Parlamento

Le leggi del 24 dicembre 1925 e del 31 gennaio 1926 sottrassero praticamente il potere legislativo al Parlamento, attribuendolo al potere esecutivo, cioè al capo del Governo (nuova e significativa designazione del presidente del Consiglio): nessuna legge poteva neppure essere presentata in Parlamento senza la preventiva approvazione del Duce. In questo modo il Parlamento veniva privato anche del cosiddetto potere di iniziativa legislativa, cioè della possibilità di presentare dei disegni di legge.

Fine delle autonomie locali

La legge del 4 febbraio 1926 soppresse il sistema elettivo per le amministrazioni comunali e provinciali. I sindaci democraticamente eletti dal popolo furono sostituiti dai podestà nominati dal Governo.

Fine della libertà politica e sindacale

Nel 1926 furono sciolti tutti i partiti ad eccezione di quello fascista (Partito Nazionale Fascista); nel medesimo anno venne proibito per legge lo sciopero e gli unici sindacati legalmente riconosciuti divennero quelli fascisti, controllati dal Governo e da Mussolini.

Fine della libertà di stampa

La stampa venne "fascistizzata": i giornali di opposizione furono soppressi o cambiarono di proprietà, adeguandosi alle direttive fasciste. In pratica, venne abolita qualunque libertà di critica.

Fine delle libertà personali

La legge del 25 novembre '1926 reintrodusse la pena di morte per i reati contro la sicurezza dello Stato e istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un formidabile strumento di repressione del dissenso politico.

Come ci ricorda Emilio Gentile (Fascismo, Storia e interpretazione, Bari, Laterza, 2002), tra il1918 e il 1943, il Tribunale speciale giudicò 5.319 imputati di cui 5155 furono condannati per un totale di 27.735 anni di prigione, fra cui 7 condanne all'ergastolo. Circa 15 mila italiani fra il 1926 e il 1943, furono inviati al "confino", in paesi lontani dalla loro abituale abitazione.

Fine del diritto di voto

La legge del 17 maggio 1928 stravolse di fatto il sistema parlamentare e il diritto di voto venne trasformato in una vera e propria farsa. Fu infatti attribuito alle autorità fasciste, precisamente al Gran Consiglio del fascismo il compito di predisporre la lista dei candidati alle elezioni della Camera. Gli elettori potevano soltanto approvarla o respingerla in blocco. Tra l'altro il voto non era segreto, in quanto la scheda del sì era tricolore, quella del no era bianca.

Il razzismo

Il 17 novembre 1938 furono approvate le leggi razziali.

Come dice Gentile:

“Dal 1938, l'Italia divenne ufficialmente uno Stato antisemita, gli ebrei italiani, circa 50 mila, furono discriminati e messi al bando dalle istituzioni statali, dalla scuola e dalla vita pubblica. Anche se l'antisemitismo fascista non produsse i risultati più orridi dell’antisemitismo nazista, la discriminazione fu comunque la premessa per una più spietata persecuzione, quale fu messa in pratica più tardi nella Repubblica sociale”.

Fine del parlamentarismo

Nel 1938 la Camera dei deputati fu soppressa e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, una Camera non elettiva, formata da membri fedeli del regime e incaricata soltanto di "collaborare" col Governo alla formazione delle leggi.

 

Queste misure avevano trasformato l'Italia liberale disegnata dallo Statuto albertino in un vero e proprio Stato totalitario: dittatura personale del Duce, partito unico, repressione poliziesca del dissenso politico, limitazione e cancellazione dei diritti civili, controllo totale e monopolistico dei mezzi di informazione utilizzati a scopo di propaganda, ne costituivano gli ingredienti fondamentali. Del resto, il carattere antiliberale e, naturalmente, antisocialista del fascismo fu rivendicato dai fascisti stessi.

 

Bibliografia:

Mauro Albera e Giovanni Missaglia - “Professione Cittadino”  - Ed. Hoepli 2008

Lire la suite

L'identità nazionale

24 Mars 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Le conseguenze della dittatura fascista e della seconda guerra mondiale sull'identità italiana.

 

Dopo un secolo e mezzo di storia nazionale, il problema di ridefinire i tratti distintivi dell'identità italiana è tornato in primo piano.

Quali fattori costituiscono ai giorni nostri il cemento del nostro Stato unitario? Che cosa ci fa sentire italiani? In verità non è da oggi che ci si domanda se gli italiani si sentano effettivamente partecipi di una comunità nazionale, identificandosi con la storia, le memorie, la cultura del loro paese. Non da oggi ci si chiede se l'Italia sia un vero Stato e una vera nazione, e quali siano i suoi valori fondanti. Non c'è dubbio che il ritardo della nostra unificazione nazionale, rispetto ad altri paesi europei, e il modo con cui essa avvenne per iniziativa di alcune minoranze politiche più attive e consapevoli, abbiano lasciato il segno. Giacché si trattò più di un' annessione territoriale e sociale. Sicché, fatta l'Italia, rimaneva da fare gli italiani, come dicevano Massimo D'Azeglio e tanti patrioti con lui.

Oltretutto, a rendere più difficile quest'impresa stavano non solo le profonde differenze economiche, di leggi e di costumi, fra le varie contrade d'Italia. C'era di mezzo anche l'opposizione della Chiesa allo Stato liberale sorto dalle lotte del Risorgimento, nonché la carica sovversiva delle plebi più diseredate che costituivano la maggior parte della popolazione.

 

Il regime fascista, bloccando il pur faticoso percorso del paese verso un sistema di democrazia liberale, non solo mise al bando della vita pubblica una parte degli italiani, ma impose una concezione dei princìpi e degli interessi nazionali che avevano a che fare con un'aggressiva politica di potenza e un'ideologia imperialistica, di superiorità verso altri popoli. Inoltre, il fascismo finì per fagocitare le istituzioni nell'ambito di uno Stato totalitario e per irreggimentare ogni aspetto della vita collettiva nelle maglie di un ordinamento autoritario e cesarista. Fu dunque un consenso estorto, o comunque pianificato dall'alto, quello su cui si basò la nazionalizzazione delle masse nel ventennio mussoliniano.

 

La guerra in cui il regime fascista precipitò il paese nel 1940, conclusasi con una pesante disfatta militare, non solo annullò d'un colpo molti dei risultati conseguiti fra mille difficoltà dalle precedenti generazioni, ma determinò anche una grave crisi d'identità. Insieme alla disgregazione delle strutture dello Stato, vennero infatti allentandosi i reciproci legami fra le varie parti della penisola a causa dell'estrema diversità delle esperienze vissute dopo l'armistizio del settembre 1943 dalle popolazioni nei territori del sud lasciati dagli anglo-americani, dove aveva trovato rifugio la Monarchia insieme al governo Badoglio, e in quelli del centro-nord sotto il dominio nazifascista.

  

Ma a creare un solco profondo e lacerante fra gli italiani fu soprattutto la lunga e sanguinosa guerra fra la Repubblica di Salò, ultima incarnazione del regime fascista, e le forze antifasciste della Resistenza impegnatesi nella lotta armata contro l'occupante tedesco. Unitamente a questa spaccatura, s'era andata determinando un'altra scissione, quella dovuta al disimpegno di una massa consistente della popolazione restia quando non del tutto refrattaria, a schierarsi per una delle due parti. Era travolta da una guerra il cui fronte risaliva lentamente l'intera penisola, e si sentiva estranea non solo alle mire degli eserciti contrapposti, ma anche e soprattutto all'universo, alle ideologie tanto dell'una che dell'altra fazione italiana. O perché preoccupata della propria integrità per le eventuali conseguenze di una precisa scelta di campo. Insomma, una sorta di "zona grigia", vasta e multiforme, diffusa per lo più tra la piccola e media borghesia, ma anche in alcuni ambienti intellettuali, il cui attendismo politico e psicologico si sarebbe sciolto soltanto negli ultimi mesi di guerra, in coincidenza con il ripiegamento dalla "linea gotica" dei tedeschi, travolti dall'avanzata degli alleati e con lo sbandamento delle forze ancora fedeli a Mussolini.

All'indomani della lotta di liberazione nazionale e del ritorno dell'Italia alla democrazia, Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, i più autorevoli eredi della tradizione risorgimentale (nelle sue due componenti, quella moderata e quella progressista), ritenevano che sarebbe spettato in primo luogo alle élite (come era avvenuto ai tempi dell'unificazione nazionale) illuminare e guidare il cammino dell'Italia sulla via della rinascita, in ragione di un forte senso di responsabilità e di un'alta ispirazione civile e morale. Ma in quel drammatico frangente, a imporsi sulla scena furono i partiti popolari di massa (n.d.r. la Democrazia Cristiana, i partiti Comunista e Socialista), gli unici soggetti che potessero assicurare la più ampia mobilitazione politica e sociale necessaria ad affrontare la situazione d'emergenza in cui versava la penisola.

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”

Lire la suite

I 600 giorni di Salò

22 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Salò è il nome del luogo che resta nella memoria associato all’ultimo atto del fascismo italiano.

stemma-RSI.jpg

Salò, piccola località sulle rive del lago di Garda, non ebbe affatto più importanza nella storia politica della Repubblica sociale italiana di Bogliaco, sede della Presidenza del Consiglio, o di Maderno, dove s’installò il ministero degli Interni, o di Cremona dove vi era il ministero della Difesa, o ancora Verona, Padova o Treviso, che ospitavano altri ministeri. La vicinanza della residenza di Mussolini fece di Salò, per diciotto mesi, un surrogato di capitale di un regime collaborazionista alla deriva.

La dispersione dei centri di potere è significativa della delicata posizione in cui si trovò il governo della Repubblica sociale italiana, diviso tra le esigenze dei tedeschi e la volontà di condurre a termine una rivoluzione fascista radicale, a causa soprattutto di una doppia mancanza di legittimità, sia nei confronti della popolazione italiana che presso gli alleati tedeschi. 

Il 18 settembre 1943, da Monaco, Mussolini annuncia la rinascita del fascismo (il duce era stato liberato il 12 settembre 1943 da un commando di SS).

 

 

Mussolini Gransasso

 

Il debito di Mussolini verso Hitler è considerevole: a lui deve non solamente la sua liberazione, ma anche la possibilità di ricominciare a governare una parte del territorio italiano, quello che fu occupato dall’esercito tedesco l’8 settembre 1943, ossia il centro e il nord della penisola. Non sorprende, di conseguenza, che il nuovo governo cede immediatamente sul terreno della sovranità nazionale: rifiuto del Reich di ristabilire Roma come capitale; amministrazione diretta dell’esercito tedesco di due vaste zone dell’Italia del Nord (il «litorale adriatico» OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland) comprendente la provincia di Udine, Gorizia, Pola, Trieste, Fiume e Lubiana; le «Prealpi» (Operationszone Alpenvorland o OZAV) l'area che comprendeva le province di Bolzano, Trento e Belluno, che furono annesse al Terzo Reich; il rifiuto di liberare i 650.000 soldati italiani catturati dopo l’8 settembre e avviati verso i campi di concentramento.

Ormai l’Italia è passata dal rango di principale alleato a quello di paese occupato, territorio di operazioni militari. Tollerando l’esistenza di un governo avente un’apparente sovranità, le autorità germaniche pensano di poter controllare più facilmente la popolazione, sfruttando le risorse nazionali. Se il duce ha accettato, su pressione di Hitler, di tornare al comando, egli ritorna in Italia con un progetto politico che si supponeva rivoluzionario. Nel suo discorso del 18 settembre 1943, dichiara di voler instaurare uno Stato nazionale e sociale, ispirato al fascismo delle origini. Lanciando l’anatema contro le «plutocrazie parassitarie», non vuole solamente ritrovare il sostegno delle masse, ma punire le élite borghesi, sospettate di averlo tradito al momento del colpo di stato del 24 luglio.

Nel nuovo regime, la dimensione punitiva e repressiva occupa subito un posto essenziale. Così, uno dei primi compiti del governo è l’organizzazione del processo ai diciannove dignitari fascisti che hanno deposto il duce. Sei di loro sono giudicati da un tribunale speciale. Tra i cinque che vengono fucilati l’11 gennaio 1944 vi è Ciano, il genero di Mussolini ed ex ministro degli Esteri.

Diverse formazioni armate operano per ricercare antifascisti e resistenti: la Guardia nazionale repubblicana (150.000 uomini); le Brigate nere, una sorta di milizia del partito fascista repubblicano; l’esercito, diretto dal maresciallo Graziani, comprendente circa quattro divisioni addestrate nel Reich.

L’appello al sangue versato è il leitmotiv del nuovo regime. Con l’esaltazione della violenza, il regime di Salò, è impregnato di cultura di guerra.

I ranghi intorno al duce sono radi. Pochi responsabili del vecchio regime fascista: il maresciallo Graziani, l’eroe della guerra d’Etiopia; Roberto Farinacci molto vicino alla Germania e antisemita convinto; Guido Buffarini Guidi, sottosegretario agli Interni dal 1933 al 1943; Alessandro Pavolini, ministro della propaganda dal 1939 al 1943. Nello stesso tempo, il partito fascista repubblicano non riunisce che una frazione minoritaria degli iscritti del vecchio partito nazionale fascista. Gli uomini che aderiscono al PFR provengono da orizzonti differenti: militanti o quadri in posizione marginale che intendono sfruttare la nuova occasione; gioventù cresciuta nella mitologia del primo fascismo che sogna di ripetere le gesta dei suoi eroi; difensori di una certa idea di onore nazionale tradito ai loro occhi con l’armistizio.

manifesto-8-settembre-RSI.jpg

Le basi ideologiche e propagandistiche del regime sono enunciate durante il congresso del PFR di Verona, il 14 novembre 1943. Un manifesto di 18 punti, preparato da Pavolini, segretario del nuovo partito, e approvato da Mussolini, proclama decaduta la monarchia.

manifesto-RSI.jpg

Il lavoro è considerato come il fondamento del regime che riconosce la proprietà privata a condizione che sia compatibile con gli «interessi» collettivi. La dimensione razziale dell’ideologia fascista è riaffermata, gli ebrei sono considerati come degli stranieri appartenenti, durante la guerra, ad una «nazione nemica». Benché l’accento sia posto sulle riforme sociali, è proprio su questo terreno che le realizzazioni saranno le più modeste. Nel Gennaio 1944, la nazionalizzazione di qualche settore chiave dell’economia viene preso in considerazione insieme all’esproprio dei terreni incolti. Tuttavia, il governo si scontra con l’ostilità degli industriali, mentre si trova ad affrontare il vasto movimento degli scioperi dei lavoratori nel marzo 1944. Soprattutto si trova di fronte al rifiuto dei tedeschi. A loro interessa mantenere un’economia italiana al meglio delle sue capacità produttive. Nel 1944, la maggior parte dei prodotti sono inviati nel Reich. E davanti alle resistenze degli italiani a partire per lavorare in Germania, l’occupante procede con le deportazioni di massa. La caccia all’uomo minaccia sia i partigiani che i lavoratori in sciopero, i detenuti comuni o i civili.

Bloccato nelle sue velleità di socializzazione, costretto ad assistere al saccheggio dell’economia italiana, il governo di Salò andrà fino in fondo nell’alleanza con il Reich, impegnandosi in una politica di collaborazione sfrenata.

Il controllo del territorio e la lotta contro la Resistenza finiscono per impegnare tutte le sue energie e quelle delle sue truppe, che raggruppano circa 300.000 uomini, nell’estate del 1944. In realtà,  le forze dei partigiani e antifascisti ammontano con il passare delle settimane: sono italiani che sfuggono al lavoro coatto in Germania e giovani appartenenti alle classi 1923, 1924 e 1925 che si rifiutano di rispondere alla chiamata alle armi della RSI. Oltre ad avere fascisti e nazisti lo stesso nemico, anche le loro pratiche di repressione assomigliano sempre di più: esecuzioni sommarie di detenuti, rappresaglie contro civili. La persecuzione contro gli ebrei è un’altro terreno d’intesa tra l’occupante e i fascisti, tanto più che nel governo, i fautori di un antisemitismo ad oltranza sono in posizioni di comando.

1944-discorso-duce.jpg

Il 6 marzo 1945, Mussolini pronuncia un discorso in forma di orazione funebre davanti a 400 ufficiali della Guardia nazionale repubblicana; «I governi antifascisti potranno fare tutto quello che vorranno nell’Italia occupata, ma quello che fa parte della storia non si cancella e noi abbiamo lasciato dei solchi troppo profondi per pensare che questi antifascisti resuscitati potranno vincere le nostre idee e che incarneranno il futuro della patria». Prevedendo la sconfitta del regime e la sua propria fine, Mussolini non poteva che arrendersi all’evidenza: l’avanzata degli Alleati e l’estrema impopolarità del governo di cui era ancora il capo lo condannavano.

Contrariamente alle sue previsioni, e nonostante la sua vera ossessione di apparire come un Quisling in Italia, la memoria collettiva non conserverà della Repubblica sociale italiana che il ricordo di un governo fantoccio interamente dominato dall’occupante tedesco.

 

Traduzione di un articolo di Marie-Anne Matard-Bonucci, docente di Storia contemporanea all’Università di Grenoble, pubblicato su Histoire nel mese di gennaio 2011

Lire la suite
<< < 1 2 3 4 5 6 7 > >>