Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

il fascismo

Brigate nere e SS italiane

1 Mars 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nell'estate del 1944 mancavano circa dieci mesi alla conclu­sione della seconda guerra mondiale. Americani, inglesi, canadesi e francesi erano sbarcati, con superiorità schiacciante, in Normandia, i russi si trovavano ai confini della Prussia Orientale e dell'Ungheria e, in Italia, Winston Churchill, seduto su una panca accanto al gen. Ale­xander, osservava il territorio ancora da conquistare al di là della Linea Gotica, che correva da La Spezia a Pesaro.

La superiorità alleata era schiacciante, soprattutto in morale. Quegli uomini lanciati contro il colosso nazista erano soldati giovani, preparati e intelligenti, eguagliavano i tedeschi per carattere e capacità.

Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, dopo aver convinto il Duce, si accinse a militarizzare il partito. I volonta­ri che accolsero il suo appello di formare un corpo ideologizzato furono, invece, salvo eccezioni, gruppi raccogliticci, con ragazzi di tredici anni e vecchietti di settanta, che credevano ancora in un mitico squadrismo da Anni Venti, quando la semplice massa, alcuni autocarri, i manganelli e un po' di bottiglie d'olio di ricino poterono decidere il destino d'uno Stato. Ecco: l'ultimo fascismo nacque così, all'insegna di un'incredibile illusione, e storica­mente era già battuto.

 

Pavolini vuole solo elementi di fede indiscussa, che vadano a combattere i partigiani, che stanino i traditori, che facciano i cani da guardia del fascismo con la massima intransigenza. Il 26 giugno 1944, il duce firma un decreto: con esso si istituisce il Corpo ausiliario delle squadre d'azione delle Camicie nere, il segretario del partito ne prenderà il comando. Le federazioni fasciste assumeranno il nome di Brigate nere del Corpo ausiliario, dandosi il nome di un caduto per la causa fascista e i commissari federali la carica di comandanti di brigata. Ne faranno parte i volontari iscritti al partito con età compresa fra i 18 e i 60 anni. Nel testo del decreto, si dice che il corpo sarà impiegato per la difesa dell'ordine nella Repubblica Sociale Italiana sia per la lotta contro i ribelli, mentre non sarà impiegato per requisizioni, arresti o altri compiti di polizia. Questa disposizione fu presto disattesa, perché le brigate nere compiranno tanti di quei furti e di quegli arresti, da provocare a volte perfino l'intervento dei tedeschi che ne chiederanno lo scioglimento.

La funzione delle Brigate nere rimane allora la funzione territoriale, poliziesca nelle città, dove diventano il bersaglio dell'odio popolare, perché sono loro che nei luoghi pubblici e nelle abitazioni rastrellano i renitenti, i disertori e i parenti dei partigiani trasferitisi in montagna. Sono loro che s'impadroniscono nei negozi, nei magazzini e nelle fabbriche di tanta merce con la scusa di combattere il mercato nero e gli imboscamenti. Molti sono noti sfaccendati, piccoli criminali o ex-impiegati delle federazioni che non rinunciano così ai propri privilegi.

 
undefinedPavolini (a destra) e Costa (al centro)

La Brigata nera Aldo Resega

La Brianza fu interessata dall'azione di due brigate nere, essendo composta dal territorio di due province. In quello milanese agì l'VIII Brigata nera Aldo Resega, comandata dal maggiore Vincenzo Costa, quest'ultimo, subentrato come federale di Milano a Boattini, successore del defunto Resega. La brigata nera di Costa, presta giuramento il 25 luglio 1944 sul sagrato della Basilica di S. Lorenzo e stabilisce il comando in via Zecca Vecchia. Sarà la brigata nera più forte e numerosa della RSI. Si doterà anche di un giornale proprio, grossolano nello stile di scrittura, dove si sprecano promesse di manganellature e sonore punizioni per tutti. S'intitola semplicemente Brigata nera “Aldo Resega", ma il motto in dialetto milanese sotto la testata è grottesco: Forsa bagai ... alegher, fidigh san per la gloria d'Italia e de Milan.

I principali centri brianzoli furono sede di plotoni e presidi della formazione repubblichina. Il comandante in capo Alessandro Pavolini, suggellerà i comuni intenti delle brigate nere lombarde, tenendo rapporto ai loro comandanti il 16 ottobre 1944 a Monza.

Una delle azioni che questi fascisti misero in atto, e che aumentò l'avversione della popolazione verso di loro, furono i rastrellamenti, retate che avevano come obiettivo la cattura di renitenti e disertori. Ma diverse di queste spedizioni, furono trasformate dalle brigate nere in occasioni per razziare beni e soprattutto generi alimentari, spacciandole per azioni repressive contro il mercato nero e l'accaparramento, funzioni che, tra l'altro, non erano di loro competenza. Questo denota ancora una volta, quali erano le mire di certe polizie autonome fasciste e come si disinteressassero della cura del loro rapporto con la gente comune. Agli occhi dei brigatisti, la Brianza si presentava come una zona di opulenza dal punto di vista alimentare. Così diverse cittadine di questa zona, subirono dei veri e propri saccheggi.

Diverse sono le segnalazioni di soprusi commessi dagli stessi presidi presenti in Brianza.

È una situazione ormai degenerata che i poteri centrali della RSI non controllano più, se mai l'hanno controllata. E più la fine si avvicina, più i componenti di queste polizie aumentano la loro attività illegale, nel tentativo di crearsi la propria personale base di sostentamento o, addirittura, di ricchezza, da trasferire poi con un acrobatico trasformismo, nella nuova società post-fascista.

Con l'ascesa di queste forze così vicine ai nazisti e al fascismo più ideologizzato ed intollerante, si registra la decadenza della Guardia Nazionale Repubblicana, che ha puntato tutto sulla quantità, sul reclutamento senza andare troppo per il sottile che ne ha minato la struttura ed ha aperto voragini nelle sue fila con le diserzioni. 
Della Brigata nera Aldo Resega faceva parte anche il lissonese Gislon Fausto.

 

undefinedLegione Muti

Un'altra delle numerose polizie, nate durante la RSI con il fine di sorreggere il fascismo più intransigente, ma anche con lo scopo di guadagnare potere e soldi, fu la Legione Muti.

L'ex-caporale del regio esercito Franco Colombo, radunò attorno a sé, dopo l'8 settembre, un aggregato di fanatici e pregiudicati, che presto ottenne il favore dei tedeschi, appoggi altolocati nella RSI e il timore e il disprezzo della gente. Pose la base in via Rovello a Milano, negli edifici ora riscattati al genere umano dal Piccolo Teatro. Agirono con tale spregio di ogni regola che lo stesso federale di Milano, Aldo Resega, che di lì a poco sarà abbattuto dai partigiani, tentò invano di far sciogliere il malfamato reparto. Il comando della Muti appare però inattaccabile; riesce ad ottenere dal Ministero degli interni nella primavera del '44 la trasformazione formale in Legione autonoma Ettore Muti. Quel termine autonoma, i mutini lo interpreteranno a modo loro, cioè come possibilità di fare quello che vogliono.

Nell'elenco degli arruolati della Muti, riportato da Ricciotti Lazzero nel suo volume Le Brigate nere, figurano numerosi brianzoli, esattamente 64, provenienti per la metà dalle città di Monza e Lissone. Di questi arruolati, 30 hanno un'età compresa tra i 14 e i 17 anni.

 Arditi della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti” di Monza e circondario:

 Arosio Emilio (Muggiò), Arosio Felice (Lissone), Arosio Mario (Lissone), Biella Oreste (Monza), Bisesti Cesare (Monza), Calderini  Cesare (Monza), Calloni Luigi (Lissone), Cazzaniga Giuseppe (Lissone), Cereda Franco (Monza), Colombo Antonio (Monza), Comi Arcangelo (Lissone), De Molinari Luigi (Monza), Erba Pietro (Monza), Farina Paolo (Monza), Galbiati Giordano (Monza), Galimberti Bruno (Lissone), Garibaldi Angelo (Monza), Gatti Erino (Lissone), Graglia Michele (Monza), Lucarelli Michele (Desio), Mantegazza Pietro (Monza), Montrasio Angelo (Monza), Montrasio Osvaldo (Monza), Nobile Arturo (Monza), Nunzi Santino (Lissone), Piazza Francesco (Monza), Radice Sandro (Desio), Rigamonti Osvaldo (Monza), Tieghi Galliano (Monza),Villa Giorgio (Monza).

Il re Vittorio Emanuele III, accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio, scomparve dai documenti ufficiali e addirittura dalla piazza principale di Lissone che dal 3 marzo 1944 verrà intitolata ad Ettore Muti. Nella piazza, presso il palazzo Mussi tra il febbraio e il marzo del 1944 troverà alloggio anche il comando antiaereo tedesco che, con i militi della GNR alloggiati nei locali di palazzo Magatti (N.d.R. il vecchio municipio) in via Garibaldi,· garantiva un controllo più capillare del paese volto in particolar modo a contrastare la Resistenza. La locale sezione della GNR, dipendente dal comando di Desio, verrà soppressa nel novembre 1944; al suo posto resterà sino agli ultimi giorni di guerra un distaccamento delle Brigate nere.

Compiti affidati alla Legione: 

1.    Lotta anti-partigiana.

2.    Repressione di ogni tentativo di movimento antinazionale o comun­que diretto a sabotare l'opera del Governo repubblicano (scioperi, at­tentati, propaganda sovversiva, ecc.).

3.    Impiego immediato contro eventuali nuclei di paracadutisti.

4.    Impiego immediato per fronteggiare eventuali sommosse popolari.

5.    Eventuali compiti a seconda dell'emergenza del momento e sempre dietro ordine del Capo della Provincia (sorveglianza conferimento ammassi, protezione lavori di trebbiatura, servizio di presidio ad enti statali, scorta convogli di carattere militare).

Forza della Legione (permanenti):

Ufficiali 69; sottufficiali 89; graduati 44; arditi 1306. Totale 1.508.

Ufficiali superiori:

colonnello Franco Colombo, comandante, ten.col. Ampelio Spadoni, di Romano Lombardo (Bergamo), vice-comandante

ten. col. "Luciano Folli, di Lodi,

maggiore" Alessandro Bongi, di Milano,

maggiore Bruno DeStefani, di Milano

 

Dal libro di Ricciotti Lazzero “Le brigate nere” Rizzoli 1983

Fonte: Archivio di Stato - Como - Prefettura 122. L'elenco venne preparato, assieme a quello di tutti gli organi di polizie speciali della RSI in servizio al 25 aprile 1945, dalla Presidenza del Consiglio e trasmesso in plico sigillato, nell'agosto 1945, ai Prefetti ed ai Questori, in copie strettamente personali.

Poco prima della fine, il 9 marzo 1945, la "Muti" effettuò un rastrellamento in Val Cannobina, lungo la strada che da Cannobio (Lago Maggiore) porta a Domodossola. Nove partigiani garibaldini dell’85.ma Brigata furono costretti ad ingoiare ricci di castagne, poi evirati e sventrati a baionettate. L'11 marzo la "Muti" continuò il rastrellamento ad Armeno. (Guerriglia dell’'Ossola, Feltrinelli, Milano, pag.101).

 

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SS italiane

In quasi tutti i paesi da loro occupati, i tedeschi avevano formato con i residenti dei reparti militari che avevano inserito a vario titolo nel proprio esercito; fra questi, spiccavano i battaglioni delle SS. Anche in Italia, ormai paese satellite, si percorse questa strada, anzi lo stesso Mussolini, sempre preoccupato di non perdere considerazione presso il Fuhrer, chiese la formazione di reparti di SS italiane già il 24 settembre 1943. Gli arruolati vengono addestrati a Munsingen, credono di andare a combattere inglesi e americani al fronte, ma Himmler e Wolff hanno stabilito che questi reparti debbano essere utilizzati per compiti di polizia, di ordine pubblico e di lotta antipartigiana. Gli vengono fornite le divise rabberciate dell'ex-esercito italiano ma, cosa determinante, con le mostrine rosse come le vere SS. A novembre avviene il rimpatrio, con la prima emorragia di soldati che scappano verso le loro case o la macchia. Malgrado ciò si costituiscono tredici battaglioni, sistemati nell'alta Italia, al comando di un generale tedesco alle dipendenze dirette di Wolff. Né Mussolini e né Graziani avranno mai potere su questi reparti, che giureranno non a loro ma a Hitler.

I componenti delle SS italiane copiano i loro maestri tedeschi e vogliono superarli, nei paesi dove eseguono i rastrellamenti dilaga il terrore.
 

Anche la Brianza ebbe le sue Ville Tristi, a partire dalla Villa Reale di Monza fino ad andare ai vari presidi delle brigate nere sparsi sul territorio. Per chi ancora abbia bisogno di rendersi conto di cosa fu il fascismo repubblichino, una  testimonianza di Antonio Gambacorti Passerini, antifascista socialista monzese, che sperimentò la terribile esperienza della tortura:

“Fra i tanti supplizi subiti, ricordo uno messo in pratica da un certo Bussolin: le due mani legate, le ginocchia fatte sporgere per la forte flessione degli arti sul tronco al di sopra dei gomiti e fissate da un manico di scopa che passava al di sopra dei gomiti e al di sotto delle ginocchia; così ridotto un uomo non può in alcun modo difendersi e nemmeno riparare con parti più resistenti zone più delicate del proprio corpo. Così ridotto ad una palla, venivo colpito disordinatamente dai miei carnefici con calci, pugni, colpi di frusta e bastonature ... Ma non parlai; e così quando il Gatti mi disse "Ti fucilerei domani mattina", il Bussolin urlò "Ma intanto ha vinto lui! Non ha parlato, a quest'ora i suoi compagni ormai già sapranno della sua cattura e si saranno messi in salvo! No! Prima di morire deve parlare”.

Antonio Gambacorti Passerini,
uno dei protagonisti che parteciparono alle manifestazioni di giubilo per la caduta di Mussolini e nei 45 giorni che precedettero l’8 settembre 1943, fu impegnato per la riorganizzazione in senso democratico
  del comune di Monza che per oltre venti anni era stato guidato da un Podestà fascista. Questo suo aperto impegno a sostegno della cosa pubblica lo mise in evidenza, divenne una persona conosciuta ed alla prima occasione venne arrestato dai nazifascisti. Portato poi nel campo cosiddetto di “transito di Fossoli” in provincia di Modena, il 12 luglio 1944, per un atto di brutale e vigliacca rappresaglia, a cui erano barbaramente abituati i nazisti, venne portato al poligono di tiro di Cibeno, vicino a Carpi e fucilato assieme ad altri 66 antifascisti.

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La fabbrica del consenso al fascismo

9 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

La campagna propagandistica per l’”oro alla patria" oro-alla-patria.jpge la raccolta del ferro per farne cannoni segnò uno dei momenti di massimo coinvolgimento popolare, di massimo consenso di massa al regime fascista. Siamo alla fine del 1935, da pochi mesi l'Italia è in guerra. Gli italiani sono sollecitati da una massiccia propaganda ad offrire anche le loro fedi nuziali, fede-nuziale-copie-1.jpgsostituite da una fede in acciaio, per far fronte alle spese della guerra e alle sanzioni economiche decretate dalla Società delle Nazioni contro l'Italia dopo l’aggressione all'Etiopia.

Anche esponenti dell'opposizione, come Croce o Albertini consegnano le loro medagliette di ex parlamentari. Con l'oro si raccoglie anche il ferro: ferro-alla-patria.gifpregevoli ed antiche cancellate sono divelte per essere fuse e trasformate, secondo la propaganda del regime, in cannoni. In realtà l’oro raccolto è poca cosa: fra l'altro molti italiani, specialmente nei ceti medio-alti, donano fedi acquistate per l’occasione, nascondono le fedi vere per un futuro ancora incerto e mettono al dito le fedi d'acciaio. Il ferro delle cancellate è altra cosa da quello dei cannoni. Ma più che il risultato economico contava, agli occhi del regime, il coinvolgimento della popolazione civile nel clima bellico, la conquista del consenso.

Certo è difficile parlare di consenso se per esso si intende una adesione libera, consapevole e critica di una maggioranza della popolazione agli ideali proposti dal regime. Ma un consenso vi fu tuttavia: entusiastico e spesso cieco nella cerchia dei dirigenti del partito e delle orga­nizzazioni fasciste e poi via via, in cerchi concentrici più ampi, un consenso indotto dalla propaganda, imposto dal ricatto del posto di lavoro o dalla minaccia sempre presente della repressione.

A fianco a questo consenso articolato e variegato, vi fu sempre un dissenso che in minoranze ristrette fu consapevole e perfino impegnato e combattivo, fino a iniziative di cospirazione antifascista, e in strati più ampi della popolazione, specie nel mondo contadino, assunse forme spesso distaccate e scettiche ma talvolta anche di protesta e provocò la pronta e dura reazione del regime.

Agli inizi della sua ascesa Mussolini si preoccupò del potere più che del consenso; ma il problema del consenso si pose con urgenza quando, sotto l'impressione provocata dall'assassinio di Matteotti, il potere stesso apparve in pericolo. Fu allora avviata la prassi delle "veline": non essendovi ancora macchine fotocopiatrici le istruzioni alla stampa fedele a Mussolini venivano diramate su fogli dattiloscritti in più copie su carta velina.

La stampa fu sottoposta via via a un crescente controllo e subì un processo di progressiva fascistizzazione: <<In un regime totalitario - dirà Mussolini in un discorso del 10 ottobre 1928, quando il processo sarà sostanzialmente compiuto - la stampa è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime… Ecco perché tutta la stampa italiana è fascista e deve sentirsi fiera di militare compatta sotto le insegne del Littorio». La fascistizzazione della stampa avvenne per gradi. Pochi i giornali di proprietà del regime: fra essi, accanto a Il Popolo d'Italia, il-popolo-d-italia.jpgalcune testate minori come Il Tevere diretto da Telesio Interlandi che si distinguerà nella campagna in favore del razzismo, L'Impero diretto da Carli e Settimelli sempre all'avanguardia nelle campagne giornalistiche più accese, o giornali locali come Cremona nuova di Farinacci e Il Corriere Padano di Balbo che esprimevano le posizioni personali dei rispettivi capi. Ma per i più importanti giornali, come Il Corriere della sera e La Stampa, il fascismo, senza acquistarne la proprietà, intervenne attraverso la nomina di direttori in linea con la politica del regime. Importanza crescente assunse l'Ufficio Stampa del Presidente del Consiglio (poi Capo del Governo) forte di nuove leggi che avevano accentuato il controllo sulla stampa; questo ufficio, attraverso «gli ordini alla stampa» con le ricordate e sempre più numerose veline orientava l'informazione ed elargiva sussidi e contributi a giornalisti per conquistarne il favore.

Nel maggio 1933 losef Goebbels, il mago della propaganda nazista responsabile del Ministero «per la propaganda e la spiegazione al popolo», viene in Italia e visita fra gli altri istituti fascisti, l’Ufficio Stampa: a seguito anche di quella visita e dei consigli del gerarca nazista, l'Ufficio Stampa è trasformato nel settembre 1934 in un sottosegretariato sotto la direzione del genero del Duce Galeazzo Ciano, per essere elevato poi nel giugno 1935, al rango di Ministero per la Propaganda. Ma il controllo della stampa non è sufficiente al regime in un paese come l'Italia in cui i giornali poco diffusi e non raggiungono le grandi masse popolari. Galeazzo Ciano si pone il problema di un rafforzamento delle competenze e della struttura del ministero: alle due direzioni per la stampa sono affiancate quelle per la propaganda, il cinema, il turismo e il teatro. Quando Galeazzo Ciano parte per l'Etiopia per partecipare alla guerra, la direzione del Ministero è assunta dal suo sottosegretario Dino Alfieri che in un discorso al Senato nel 1937 così riassume la funzione del ministero: «Tutto ciò che si presenta alle masse attraverso giornali, libri, radio, teatro e cinema cinematografia.jpgdeve essere governato da un chiaro e sincero spirito fascista. Adesso il momento è venuto di superare la fase repressiva per una fase nella quale sarà possibile offrire alla massa popolare un nutrimento spirituale più adatto alle particolari esigenze del nostro tempo».

Nel maggio 1937 il ministero assunse la nuova denominazione di Ministero per la Cultura Popolare (detto il Minculpop): con il termine "popolare" si vuole sottolineare appunto una attenzione e un impegno non riservato agli intellettuali ma rivolto alle masse per una vera rivoluzione culturale. Radio, Radiorurale.jpgcinema e arte diventano gli strumenti di questa rivoluzione. Le opere del regime sono esaltate e propagandate con ossessiva insistenza dai notiziari dell'Istituto Luce: nuove strade, interventi urbanistici, bonifica di terre malsane, iniziative per il «restringimento delle distanze sociali» e in favore della maternità e dell'infanzia.

Nel calendario, all'anno dell'era cristiana, si affianca quello dell'era fascista; si cancellano alcune feste civili del passato se ne creano di nuove. Il 21 aprile, natale di Roma, sostituisce il I maggio, festa del lavoro. Il mito della romanità, specie dopo la conquista dell'Impe­ro etiopico, è proposto come elemento di identità collettiva stabilendo una audace continuità ideale fra la Roma dei Cesari e la Roma fascista. I simboli della romanità e il fascio in particolare si moltiplicano sugli edifici pubblici e privati e invadono il paese.

Il 23 settembre 1937 Mussolini inaugura una mostra della romanità in occasione del bimillenario di Augusto, in simbolica coincidenza con la riapertura della mostra dedicata alla rivoluzione fascista: nei discorsi inaugurali è insistente l'accostamento fra la Roma antica e la Roma fascista: «Roma sotto la guida del Duce… ha ripreso la sua fatale missione» di civiltà nel mondo moderno …

Il culto dei caduti della rivoluzione fascista assunse forme religiose; in un opuscolo del 1923 edito dal Partito Nazionale Fascista, dal titolo Fascismo e Religione si legge: «Un popolo o meglio una milizia che affronta la morte per un comandamento, che accetta la vita nel suo purissimo concetto di missione e l'offre in sacrificio, ha veramente quel senso del mistero che è motivo fondamentale della religione ed afferma verità che non discendono da umani ragionamenti, ma sono dogmi di una fede».

Nella sede nazionale del Partito Nazionale Fascista vi è una "cappella votiva" dedicata ai martiri della rivoluzione. In ogni sede del fascio vi è un "sacrario" dove si venerano i caduti e sono custoditi i cimeli del "tempo eroico" della rivoluzione. Il ricordo dei caduti è rinnovato con il rito dell'appello: al nome del caduto si risponde «presente».

Carlo Scorza, segretario federale di Lucca, in una cerimonia fascista a Valdottavo, benedice egli stesso, in assenza di un sacerdote, i gagliardetti. Si diffonde insomma un «Culto del Littorio» che rappresenta una nuova religione secolare. Al centro di questo culto vi è il Duce. Il Duce è ovunque e costantemente presente: inaugura, pone prime pietre di nuove e imponenti opere pubbliche, partecipa fra i contadini alla «battaglia del grano». battaglia-del-grano.jpgLa "viva voce del Duce" incoraggia, impartisce direttive, indica i sempre nuovi traguardi della rivoluzione fascista. La mistica del capo diventa un motivo dominante della inculturazione popolare e si afferma nell'arte fascista in forme talvolta parossistiche ...

Il culto e l'immedesimazione con il capo è uno degli elementi tipici dei regimi totalitari di massa, un elemento del quale le successive interpretazioni psicologiche del nazismo e del fascismo (ma l'argomento è applicabile anche allo stalinismo) metteranno in luce la forza e il significato: nella immedesimazione con il capo carismatico l'individuo atomizzato della società di massa, che soffre della sua solitudine, si illude di ritrovare la sua identità e la sua sicurezza. «Il fascismo - ha scritto Arturo Carlo Jemolo - riuscì a convertire i complessi di inferiorità in motivi di orgoglio». Il fascismo diventa religione. Tuttavia Mussolini non pretende come Robespierre di sostituire la religione secolare del fascismo al cristianesimo; i simboli del fascismo si mescolano a quelli del cristianesi­mo; ma sul cristianesimo il fascismo rivendica un suo pri­mato etico, sicché, come scrive Gentile su Il Corriere della sera del 4 settembre 1929, «lo Stato può in un dato momento, contraddire alla religione, specialmente per quel che riguarda l'ideale della pace e la necessità della guerra».

Di fatto il fascismo, ponendosi come una fede religiosa e costituendo un suo mondo di simboli e di riti, si mette in concorrenza con la Chiesa cat­tolica sul suo stesso terreno. Da parte cattolica non mancano significative reazioni: non solo antifascisti come Luigi Sturzo o Igino Giordani mettono in guardia i cattolici dal credere in possibili connubi fra cattolicesimo universale e paganesimo nazionalista ma il Papa stesso, Pio XI, ammonisce severamente Mussolini attraverso l'ambasciatore in Vaticano De Vecchi di Valcismon sui rischi del suo farsi un semidio.

Ma non bastava al regime muoversi sul terreno della propaganda di massa, di presentarsi come una nuova religione; le masse al fine di un più intenso coinvolgimento dovevano essere inquadrate. comizio-di-Starace.jpgIl partito fu lo strumento principe di questo inquadramento.

Il partito fascista, dopo il colpo di Stato del 3 gennaio 1925, che aveva posto fine al caso Matteotti, diventa progressivamente un organismo dello Stato pienamente soggetto al governo.

Attraverso l'inquadramento e la mobilitazione del popolo italiano, le iscrizioni al partito furono rese obbligatorie per chiunque aspirasse a ricoprire uffici pubblici. Il partito divenne una enorme macchina burocratica, priva di ogni reale funzione politica al di fuori di quella di diffondere fra gli iscritti il culto del capo. La penetrazione del partito rimase sempre diseguale e non omogenea nelle diverse regioni italiane: più profonda al nord assai meno al sud; più ampia fra i giovani che fra gli adulti.

L'organizzazione del partito prevedeva a fianco all'articolazione territoriale, fondata sulla figura del federale, quella per fasce di età: i figli della lupa raccoglievano bambini e bambine; per i maschi si andava poi ai balilla, agli avanguardisti, ai giovani fascisti; per le femmine si saliva dalle piccole italiane alle giovani italiane, alle giovani fasciste. Negli ultimi anni del regime si diventava figli della lupa e cioè fascisti al momento stesso della nascita con l'iscrizione all'anagrafe. Ognuno aveva la sua divisa, partecipava alle sue adunate; il sabato pomeriggio sottratto al lavoro e chiamato perciò «sabato fascista» rappresentava lo spazio per le manifestazioni di partito. Lo sport con i saggi ginnici era uno dei campi di maggior impegno per tutta l'organizzazione di partito. Nei reparti maschili già i balilla disponevano di un moschetto, riproduzione in scala ridotta del famoso fucile modello '91 dei fanti italiani nella prima guerra mondiale, per l'addestramento militare.

La mobilitazione raggiungeva il suo apice in occasione delle grandi manifestazioni di rilievo nazionale. faccione.jpgDifficile misurare il grado di coinvolgimento e di adesione che il regime ottenne in tali manifestazioni. Certo una udienza particolare la ebbe proprio fra i giovani: fin dagli inizi il fascismo, riprendendo motivi ben radicati nella cultura del primo novecento, aveva posto l'accento sul tema della giovinezza esaltandone la missione in termini di conquista e perciò di lotta e di guerra. I Littoriali della cultura e dell'arte voluti da Bottai e da Alessandro Pavolini, cui si aggiungeranno nel '39 i Littoriali del lavoro e quelli femminili, creano spazi di libertà di espressione che contribuiscono a orientare verso il fascismo molti giovani.

La prospettiva di una adesione al fascismo per condizionarlo e trasformarlo si fa strada in alcuni settori dell'organizzazione giovanile che diventa palestra di formazione di molti futuri antifascisti della nuova generazione. Con gli anni e sotto lo stimolo potente del modello nazista, la fabbrica del consenso si organizza ed estende il suo raggio d’intervento, ma a questo crescente impegno fa riscontro proprio la incrinatura del consenso e poi la sua pro­gressiva caduta: la prima e più forte incrinatura è rappresentata dall'introduzione in Italia delle leggi razziali volute dal nazismo. La mancanza in Italia di ogni tradizione di razzismo provoca di fronte alle discriminazioni introdotte a danno degli italiani di origine ebrea una reazione diffusa di sconcerto e di disapprovazione.

Subito dopo, la partecipazione alla guerra a fianco alla Germania nazista, se suscita all'inizio una superficiale ondata di entusiasmo, apre il periodo tragico delle restrizioni, dei sacrifici, delle sconfitte delle armi italiane, destinato a concludersi con il crollo del consenso e l'ondata spontanea di esultanza popolare al momento della caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Quel giorno nessuno si mosse, neppure la Milizia, in difesa di Mussolini arrestato per ordine del Re: il mito del Duce era crollato. (testo di Pietro Scoppola)

 

Nelle immagini sopra alcuni dei mezzi utilizzati dal regime fascista per conquistarsi il consenso delle masse. 

pubblicit---Giornale-Radio-dell-EIAR.jpg

 pubblicità dell'E.I.A.R. durante la seconda guerra mondiale

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e per chi si opponeva al fascismo?

8 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Chi manifestava un pensiero diverso o si opponeva al regime vi erano pestaggi, olio di ricino da bere, carcere, confino e per alcuni l’eliminazione fisica. 
Non mancano i crimini veri e propri. Viene ucciso a colpi di bastone don Luigi Minzoni, il parroco di Argenta. Ed ancora a colpi di bastone anche il deputato liberale Giovanni Amendola e l’intellettuale Piero Gobetti con l’unica differenza è che questi ultimi moriranno alcuni mesi dopo l’aggressione.
Contro i delitti fascisti perpetratisi a danno delle opposizioni durante la campagna elettorale per le elezioni tenutesi nell’aprile del 1924 e che vede la vittoria del listone di cui fa parte il partito fascista, il 30 maggio 1924, alla seduta inaugurale della Camera si alza la voce di Giacomo Matteotti per chiedere l’abolizione del responso delle urne. Pochi giorni dopo, il 10 giugno Matteotti viene rapito e ucciso dai sequestratori fascisti sui sedili posteriori di una macchina su cui è stato caricato con la forza. Il cadavere di Matteotti verrà rinvenuto nei dintorni di Roma il 16 agosto. Ancora morti. Antonio Gramsci, arrestato, morirà per gli stenti e la durezza della pena subito dopo essere stato dimesso dal carcere. Nel 1937 saranno uccisi, a Bagnoles de l’Orne in Francia, i fratelli Carlo e Nello Rosselli.

oppositori-al-regime-eliminati.jpg

Da sinistra: 

GIOVANNI AMENDOLA fondatore dei gruppi della sinistra liberale. Esiliato morirà a Cannes a seguito delle aggressioni fasciste.

PIERO GOBETTI fondatore della rivista "Rivoluzione liberale". Perseguitato e colpito più volte da squadre fasciste morirà a Parigi il 6 febbraio 1926.

ANTONIO GRAMSCI fondatore del PCI. Arrestato nel 1926, condannato a 22 anni e 9 mesi. Ammalatosi in carcere cesserà di vivere il 27 aprile 1937.

GIACOMO MATTEOTTI dopo il memorabile discorso alla Camera contro le violenze fasciste nel corso delle elezioni del 1924, fu rapito e assassinato il IO giugno 1924.

Don GIOVANNI MINZONI parroco di Argenta (Fe). Perseguitato dai fascisti. Aggredito e ucciso dagli squadristi di Italo Balbo il 23 agosto 1923.

CARLO ROSSELLI condannato a 10 anni per attività antifascista evade e emigra a Parigi. Animatore del movimento Giustizia e Libertà. Trucidato in Francia con il fratello Nello il 15 giugno 1937.


La Camera dei Deputati, il 28 novembre 1925, fu chiamata a discutere, cioè ad approvare, un progetto di legge, il quale puniva con la perdita della cittadinanza chi " commettesse o concorresse a commettere, all'estero, fatti diretti a disturbare l’ordine pubblico nel Regno, o a, diminuzione del buon nome o del prestigio dell'Italia, anche se il fatto non costituiva reato." 

Secondo la stampa fascista, ai fuoriusciti italiani oppositori del regime doveva essere riservato un trattamento speciale. Di seguito alcuni articoli di stampa tratti da alcuni giornali.

Il vice-segretario del Partito fascista, Melchiorri, nel Popolo d'Italia del 20 settembre 1926, proclamò che "i fuorusciti dovevano essere rintracciati dovunque si trovavano, e la vita doveva essere resa loro impossibile" (nel gergo fascista queste parole significavano che dovevano essere uccisi; mentre "rendere la vita difficile" significava bastonare di santa ragione finché il bastonato non avesse messo giudizio); un giorno o l'altro, qualche fascista potrebbe andare a cercarli nei loro covi di Parigi."

Lo stesso Melchiorri nel Popolo di Roma del 28 settembre 1926, diede alle stampe un'altra bella pensata.

Ogni segretario comunale dovrebbe affiggere una lista di tutti coloro che sono andati all'estero per qualsiasi ragione, con gli indirizzi delle loro famiglie nella città. Forse il pericolo di rappresaglie sulle famiglie sconsiglierà quei bastardi da ulteriori attività contro la " patria."

E il settimanale di Milano Il Torchio del 19 giugno 1927, pubblicò un appello veramente eroico: “Avanti, fascisti, che amate il Duce con dedizione appassionata: attraversate le frontiere. Attraversatele a decine, a centinaia, a migliaia. Percorrete tutte le strade del mondo. Perquisite ogni paese. Affondate ovunque le punte delle vostre baionette. Le vostre armi saranno sporcate di fango, di veleno, di sangue. Nei sacri nomi d'Italia e del Duce, colpite, senza pietà, senza tregua, senza rimorsi. Date la caccia una volta per sempre ai falsi italiani, ai finti italiani, agli ex-italiani. Debbono essere abbattuti ovunque si trovano. Lo sterminio deve essere inesorabile ed assoluto. Non deve sopravvivere neanche la loro memoria. Solo così l'Italia sarà liberata da un incubo permanente; solo così essere salvata dall'abisso. La salvezza del Duce lo esige. Avanti, fascisti, uccidete!”

(da “Memorie di un fuoriuscito” di Gaetano Salvemini)

 

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curiosando tra una pubblicazione e l’altra degli anni ‘30

8 Octobre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dalla Relazione di un Congresso di una associazione combattentistica:
relazione-direttorio-federale.jpg 

"Tutta la nostra attività associativa si è ispirata ai comandamenti e al pensiero del Capo. Quale forza operante del Regime, abbiamo dato al Partito il nostro contributo di opere e di presenza seguendo in ogni località le direttive degli organi politici responsabili del cui cameratismo e della cui simpatia, largamente dimostrataci, ci siamo valsi per perfezionare l'inquadramento delle nostre Sezioni e rendere il nostro organismo sempre più consono ai compiti patriottici e sociali che ne regolano l'azione."

Tra le attività svolte dall'associazione troviamo:

 

2 Novembre 1934

Consegna di moschetti ai Balilla di Lissone.

19 maggio 1935

Inaugurazione vessillo del Gruppo di Santa Margherita di Lissone .

 

E per finire:

 

"E' con questo spirito che noi inviamo un fraterno saluto, ai soldati e ai legionari che, nell' Africa Orientale, portano le insegne della nostra civiltà rinnovellata dalla Vittoria e dalla Marcia della Rivoluzione Fascista, ed è con questa fede che noi lanciamo l'appassionato grido ,della nostra anima:

Saluto al Re! Saluto al Duce ! "

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i quarantacinque giorni del governo Badoglio

1 Septembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il periodo che intercorre tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, ricordato nella storia politica nazionale come il governo dei “quarantacinque giorni”, risulta anche alla più rapida analisi fondamentale per comprendere gli sviluppi successivi della situazione sociale e politica nonché l’evolversi degli avvenimenti bellici che interessarono il nostro paese nella seconda guerra mondiale. All’indomani del crollo del fascismo, infatti,  escono dalla clandestinità quei partiti politici soppressi uno dopo l’altro dalla legge di PS del 6 novembre 1926, sui quali si fonderanno la lotta politica e, dopo l’annuncio dell’armistizio, l’organizzazione dei Comitati di Liberazione nazionale e la Resistenza. Le ripetute sconfitte dell’esercito italiano avevano minato il già fragile fronte interno, mettendo in luce il divario profondissimo fra il regime fascista, che aveva promesso con enfasi una grandezza imperiale e militare che nei fatti si era rivelata un bluff, e le masse popolari, colpite sempre più duramente nel loro tenore di vita da restrizioni di ogni genere, ormai consapevoli della catastrofe che andava delineandosi sotto i primi bombardamenti alleati alle città del triangolo industriale. Un segno di vibrante protesta contro il regime fascista, furono gli scioperi avvenuti nel marzo del 1943 nella fabbriche dell’Italia settentrionale. Dopo l’incontro di Feltre (19 luglio 1943) tra Hitler e Mussolini, la crisi del regime si profilava sempre più come inevitabile: il re Vittorio Emanuele III vittorioemanuele.jpg intendeva sganciarsi dalle sorti del vacillante regime su una base politico sociale conservatrice, e anche all’interno dei vertici del regime fascista la situazione stava degenerando, al punto che il 24 luglio nella seduta del Gran Consiglio del fascismo, Dino Grandi assunse l’iniziativa di mettere in minoranza Mussolini, proponendo un programma che convergeva sostanzialmente con quello della monarchia. L’ordine del giorno presentato da Grandi, venne approvato a maggioranza (19 si, 7 no e una astensione; fra i si anche quello di Ciano, il genero di Mussolini) impose la riassunzione immediata da parte del re delle prerogative costituzionali e del comando delle forze armate.
Il 25 luglio 1943 il re messo di fronte alla crisi del regime destituisce Mussolini e lo fa arrestare, mentre il maresciallo Pietro Badoglio viene nominato capo del governo. Il 26 luglio Badoglio forma un nuovo governo (appoggiato dalla monarchia, dalla chiesa e dall’esercito) composto da tecnici e alti funzionari della burocrazia, il quale procedette immediatamente a smantellare gli apparati della dittatura fascista e alla repressione di ogni manifestazione popolare antifascista (il bilancio finale fu di 83 morti e 516 feriti).
Il disegno governativo monarchico-badogliano ambiva a realizzare un ritorno alla situazione pre-fascista, in modo da evitare una nuova costituente, lasciando intatte le strutture conservatrici in campo economico e sociale, impedendo così che la caduta del fascismo mettesse in discussione l’ordinamento monarchico; ma per realizzare tutto questo occorreva innanzitutto sganciare l’Italia dalla Germania, inserendo il paese nella lotta delle potenze antinaziste (il programma del governo Badoglio venne appoggiato con vigore da Churchill, preoccupato di evitare che in Italia si aprisse un processo anti-monarchico, politicamente e socialmente radicale). Nel frattempo i partiti antifascisti (PCI, PSI, PdA) che erano rimasti di fatto estranei al colpo di Stato del 25 luglio, riuniti in un comitato nazionale, premevano per la costituzione di un governo di unità nazionale e per la rottura immediata con la Germania. Le tendenze antimonarchiche insite all’interno del comitato, sfociarono in breve in un’opposizione al governo Badoglio, dal quale si dissociarono ufficialmente con un ordine del giorno approvato il 13 agosto. Mentre l’esercito tedesco si apprestava a mettere in atto l’operazione Achse al fine di assumere il controllo militare dell’Italia, Badoglio avviava a Lisbona (3 agosto) delle trattative segrete con gli alleati, i quali chiesero la resa incondizionata e, per esercitare una pressione maggiore, intensificarono i bombardamenti aerei sulle città italiane. Bombardamenti-a-San-Lorenzo.jpg L’armistizio venne agli atti firmato a Cassibile in Sicilia, il 3 settembre 1943, ma la notizia fu resa pubblica solamente alle 19.45 dell’ 8 settembre 1943, attraverso un comunicato radiofonico. La notizia colse completamente impreparati i capi militari e le truppe, lasciati colpevolmente da Badoglio senza istruzioni operative. Il 9 settembre  Badoglio e il re fuggono da Roma, dirigendosi dapprima a Pescara e successivamente, via mare, verso Brindisi nella zona occupata dagli Alleati. I giorni successivi segnarono il crollo dell’intera organizzazione dell’esercito italiano. I tedeschi, nel quadro dell’operazione Alarico, catturarono e disarmarono in breve 600.000 soldati italiani (in maggioranza inviati nei campi d’internamento in Germania), dilagando su tutto il territorio italiano non occupato dagli alleati. Per quanto riguarda la sorte delle truppe italiane stanziate all’estero, essa fu tragica: la gran parte vennero fatte prigioniere dai tedeschi e quei pochi presidi che resistettero eroicamente (Corfù e Cefalonia) vennero barbaramente sterminati.
Il governo Badoglio dei “quarantacinque giorni” aveva così portato l’Italia fuori dall’alleanza tedesca, ma in modo così inefficiente da determinare una tragedia per la sorte della popolazione civile, ormai vittima del brutale regime di occupazione tedesca.

La caduta del regime faceva pendere sull’Italia la spada di Damocle rappresentata dalla reazione tedesca. Hitler che diffidava della monarchia e di Badoglio - nonostante questi si fosse affrettato a dichiarare che l’Italia rimaneva fedele alle sue alleanze - già andava maturando il proposito di assumere il controllo militare della nostra penisola.

 


 

 Alla caduta di Mussolini - divulgata nella tarda serata domenicale del 25 luglio - gli italiani reagiscono con gioia incontenibile; strade e piazze sono attraversate da manifestazioni di giubilo per l'uscita di scena del dittatore. La popolazione spera che con il duce se ne vadano i tedeschi e la nazione esca dalla spirale distruttiva in cui il capo del fascismo l'ha gettata. L'apparato militare del regime - le camicie nere della Milizia - rimane inerte, travolto dagli eventi. Il colpo di palazzo attuato dalla monarchia col sostegno maggioritario del Gran consiglio del fascismo insedia al potere il maresciallo Badoglio, che rassicura i tedeschi sulla fedeltà alle alleanze: «La guerra continua».

 

Roma, Milano,Torino e le altre città del Regno sono per un giorno nelle mani di una folla festosa che scalpella dagli edifici pubblici l'emblema del fascio littorio, sfregia ritratti e statue del dittatore, irrompe nelle sedi del partito nazionale fascista per distruggere carte e arredi. Badoglio e i suoi collaboratori temono la radicalizzazione antifascista della piazza e il generale Mario Roatta, capo di stato maggiore dell'Esercito, dirama il 26 luglio direttive vincolanti per i militari impiegati in servizio di ordine pubblico: «Muovendo contro gruppi di individui che pertubino ordine aut non si attengano prescrizione autorità militare si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta come se si procedesse contro truppe nemiche. Non est ammesso il tiro in aria: si tira sempre a colpire come in combattimento. Il militare che impiegato in servizio di ordine pubblico compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine aut si ribelli aut non obbedisca agli ordini aut vilipenda superiori et istituzioni venga immediatamente passato per le armi». Il 27 luglio vengono uccisi a Bari una ventina di manifestanti; l'indomani un corteo operaio che sfila a Reggio Emilia al grido di «Basta con la guerra! I tedeschi in Germania!» viene disperso con le armi e sul selciato restano una decina di morti e numerosi feriti.

Per la facciata, il governo Badoglio sciolse le organizzazioni fasciste, eliminò il tribunale speciale, arrestò parecchi gerarchi per poi lasciarli fuggire: Farinacci in Germania e Bastianini a far l'ambasciatore. Ettore Muti fu ucciso, misteriosamente e, se non è provato che sia stato Badoglio per una vendetta personale, è certo che fu lui a ordinarne la cattura, annullò la Carta della scuola e la Carta del lavoro. Revocò le sanzioni disciplinari inflitte agli studenti per cause politiche, mandò a spasso i consiglieri nazionali della Camera e, persino, abolì il ruolo di caporale d'onore della milizia, il fascio littorio sui biglietti di banca, il saluto romano nelle forze armate, le leggi contro il celibato e trovò anche il tempo di pubblicare sulla «Gazzetta Ufficiale» il decreto che radiava dall'Ordine della Corona d'Italia il signor Carlotto Giuseppe fu Giacomo.

Tuttavia, in questa girandola di disposizioni, evitò di affrontare le questioni fondamentali (parlamento, partiti, sindacati) e, incaricando il ministro Guardasigilli di «eliminare dal Codice i tratti caratteristici dell'ideologia fascista», dimenticò il tratto peggiore e più ignobile, quello razzista, sicché non vennero dichiarati nulli i cinque decreti legge, le quattro leggi e i sei articoli introdotti nel codice civile nel 1938 in cui si compendiava la legge razziale. Questa «dimenticanza» peserà in modo non lieve sullo sterminio dei 7642 ebrei italiani nei lager tedeschi.

 


 

Milano-galleria-.gifMilano-1943.jpgMilano, già precedentemente bombardata il 24 ottobre 1942, dopo i terribili bombarda­menti dell'agosto 1943, era un cumulo di macerie, una «città morta ».

Nella notte fra il 7 e l'8 agosto 1943, 72 Lancaster sganciarono su Milano 20 tonnellate di bombe. Ma la più pesante incursione mai scatenata contro una città italiana fu quella di venerdì 13 agosto: 481 aerei arrivarono su Milano, la illuminarono con 256 bengala e seminarono sul centro e la periferia 220 mila spezzoni, 12 mila bombe incendiarie, 245 superbombe da 4 mila libbre, 430 da mille e 153 da 500. Nella notte del 15 altro bombardamento. Lo stesso avvenne nella notte del 16 agosto dove 193 bombardieri scaricarono su Milano 601 tonnellate di bombe. Anche l'anno seguente, il 20 ottobre 1944, Milano dovette subìre un feroce bombardamento. Una bomba cadde sulla scuola elementare di Gorla, seppellendo 184 bambini con i loro insegnanti. Nei cinque anni di guerra, Milano fu bombardata 13 volte. Complessivamente morirono più di 1.500 persone.
Secondo la testimonianza di un lissonese, abitante nella “curt del Milanen”, dalla torre di Palazzo Paleari era possibile vedere i bagliori delle bombe che cadevano su Milano.

 

 

 

  La de­scrive Salvatore Quasimodo: 

 

«Invano cerchi tra la polvere,

 povera mano, la città è morta.

E' morta: s'è udito l'ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l'usignolo

è caduto dall' antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, è morta ».

 

 

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le vittime del fascismo

27 Août 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

I 42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale.

Coloro che subirono 28.000 anni di carcere e confino politico.

Gli 80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica dal generale Graziani.

I 700.000 abissini barbaramente uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive "operazioni di polizia". I combattenti antifascisti caduti nella guerra di Spagna.

I 350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale.

I combattenti degli eserciti avversari ed i civili che soffrirono e morirono per le aggressioni fasciste.

I 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno.

I 640.000 internati militari nei lager tedeschi di cui 40.000 deceduti ed i 600.000 e più prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi tra i reticolati, in tutte le parti del mondo.

I 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all'estero.

Le migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.

Quei giovani che, o perché privi di alternative, o perché ingannati da falsi ideali, senza commettere alcun crimine, traditi dai camerati tedeschi e dai capi fascisti, caddero combattendo dall’altra parte della barricata.
cimitero-di-guerra.jpg
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