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da Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia di Avagliano-Palmieri

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

      Nel libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia -Diari e lettere 1938-1945” vi sono le parole scritte dalle vittime di una persecuzione e di un crimine che il nazifascismo voleva mettere a tacere ed annientare, ma che invece sono arrivate fino a noi, lasciandoci traccia tangibile, prova storica inconfutabile e memoria indelebile di ciò che è stato. Dando ragione all'epigrafe di una di queste vittime, Angelo Fortunato Formiggini, che nell'atto estremo di togliersi la vita a causa delle leggi razziali italiane, scrisse:

 

Né ferro né piombo né fuoco

possono salvare

la libertà, ma la parola soltanto.

Questa il tiranno spegne per prima.

Ma il silenzio dei morti

rimbomba nel cuore dei vivi.

Avagliano-Palmieri-Gli-ebrei-sotto-la-persecuzione-in-Itali.jpg

 

Da una lettera del 1° settembre 1938: «La verità è che sono rimasto sorpreso; non mi aspettavo tanto, e così presto, mai, mai avrei potuto pensare che da noi, nella civile e gentile Italia "madre delle genti", potesse allignare la trista pianta dell'antisemitismo. Si è mai visto al mondo, la persecuzione mondiale di una razza? Dove andranno? È possibile che non si tenga conto di ciò che hanno dato agli studi, all' arte, alla patria, alla scienza, alla società, in tutti i paesi? Che Mussolini voglia seguir Hitler anche in quello ?»

 

E Rita Levi Montalcini: «Mi sembrò, non esagero, di aver perso ogni possibilità di vita»

 

«Non rimane che voltarsi agli onesti e dire loro: sono israelita di religione, italiano di paese, nascita, lingua, ho separato la forma religiosa dalla politica, non ho invaso, perché da non so quanti anni residente in Italia (forse 800 o 900), ho sempre parlato questa mia lingua, ho sempre amato questa mia terra».

 

Un ebreo tedesco, sposato con una ebrea italiana, così si esprime: «Ma oggi il mondo ci è precluso. Siamo soli nello spazio che per noi è venuto freddo, e la sua ricca vastità c'è inaccessibile. Siamo terribilmente soli, espulsi dall' ambiente, gettati nell'incertezza e nell'angoscia dei senza patria, come certe sperdute masse di materia staccate dagli astri e lanciate nel niente».

      classe femminile 

Vengono create 22 scuole elementari e tredici medie che consentono di far proseguire gli studi ai giovani e ai bambini cacciati dagli istituti pubblici.

Una bambina di Torino: « Oggi è il primo giorno della mia nuova vita di scuola. Andandoci pensavo con rammarico alla mia Maestra e alle compagne che avevo dovuto lasciare».

 

Tra la fine del 1938 e lo scoppio della guerra molti ebrei decisero di “far fagotto", cioè di lasciare l'Italia, non senza dolore e incertezza, dopo essere riusciti a superare innumerevoli difficoltà per ottenere i passaporti e i visti d'ingresso ed essersi garantiti un minimo punto d'appoggio all'estero:

«eravamo disposti, ad abbandonare tutte le nostre cose, spinti dalla preoccupazione che gli avvenimenti precipitassero, costretti a staccarci da tanta massa di ricordi e di affetti tra cui la nostra casa, che ci eravamo faticosamente costruita pezzo per pezzo e mi sembrava impossibile il poterla abbandonare insieme con tutto quanto ci circondava».

 

Per gli ebrei, però, l'unica conseguenza della guerra fu un nuovo giro di vite nella persecuzione. Il regime, infatti, decise l'internamento degli ebrei in diverse località: Urbisaglia, Tarsia, Campagna, Ferramonti, etc.:

«È terribile pensare che siamo stati confinati qui perché l'Italia non aveva fiducia in noi, ciò che è ancora più terribile per me che sono nata in Italia e che ho amato il mio paese come ogni buon cittadino italiano».

 

Scrive nel settembre 1941 un ebreo internato nel campo di Isernia:

«Ci troviamo in circostanze disastrose. Una grande sala di cinema serve da dormitorio di noi tutti 46. Lo spazio fra i letti è appena di 40 cm e a stento passabile. Nessuna possibilità di riscaldamento esiste nella sala in quanto installandovi una stufa l'aria diventerebbe irrespirabile. D'inverno e d'autunno quando dovremo per forza chiudere le porte laterali della sala, rimarremo nel freddo, in un buio quasi notturno e senza ventilazione. A causa del vitto, del clima e dell’acqua il 20 per cento di noi sono affetti da una febbrile infezione viscerale di carattere tifoideo».

 

Il 6 maggio 1942 una nuova misura razziale segnò un'ulteriore radicalizzazione della persecuzione, toccando «l'estremo limite di una persecuzione dei diritti degli ebrei raggiunto dal fascismo» prima del passaggio alla persecuzione delle vite. Una circolare della Demorazza ai prefetti indicò che «Con disposizione ministeriale odierna appartenenti alla razza ebraica anche se discriminati di età dai diciotto ai cinquantacinque anni compresi sono sottoposti a precettazione a scopo di lavoro».

«Una nuova legge, - annota nel suo diario uno dei precettati,
- impone a tutti i giovani ebrei anche se discriminati di età dai diciotto ai 55 anni compresi, di presentarsi, dietro cartolina a precetto al municipio per il lavoro obbligatorio».

 

Il 30 novembre l'Ordine di Polizia numero 5, emanato dal neo ministro dell'Interno repubblicano Buffarini Guidi e trasmesso il giorno seguente alla radio, annunciò che tutti gli ebrei - «a qualunque nazionalità appartengano» e compresi i discriminati - sarebbero stati arrestati e inviati nei campi di concentramento.

«Da qualche giorno, sono state emanate delle leggi d'inasprimento verso gli ebrei: riunione in campi di concentramento di tutti gli ebrei fino a 70 anni e confisca di tutti i loro beni. Noi purtroppo non abbiamo preso la notizia sul serio, mentre quasi tutti gli altri hanno cercato di nascondersi in altri luoghi cambiando nome!»

 

«senza la collaborazione delle autorità politiche e di polizia della Rsi la deportazione degli ebrei dall'Italia verso i campi di sterminio non sarebbe stata assolutamente possibile, almeno non in modo così sistematico».

  

«Per me - si legge in una memoria di quei giorni – l’arresto fu un momento terribile, non so neppure descrivere ciò che provai. Al sentire il rumore di quel catenaccio che ci chiudeva nella cella, mi sembrò che qualcosa chiudesse la mia vita stessa; credevo di impazzire al pensiero di quello che sarebbe potuto succederei, il terrore di venir deportati si fece più vivo in quei primi momenti della nostra prigionia, e fui presa da una crisi così acuta di disperazione che ora non voglio neppure più ricordare!».

 

Se un numero così elevato di persone poté sopravvivere in clandestinità, fu anche merito della generosità e della disponibilità di migliaia di italiani non ebrei, grazie ai quali - si legge in una lettera scritta nei giorni della Liberazione: «abbiamo sempre avuto dove dormire la notte e la fame brutta non abbiamo mai sofferta nonostante gli otto mesi in alta montagna, isolati dal mondo, sovente senza viveri sufficienti, sempre dovendo abnegare di ogni conforto. Facendo la guardia dall’alba fino al crepuscolo, dovevamo scappare assai spesso in conseguenza dei rastrellamenti, di soldati in giro, di persone sconosciute. Eravamo, quasi senza coperte, senza un paio di scarpe per camminare».

 

Eugenio Curiel in una lettera alla famiglia:

«E quando viene la tristezza ed il peso diviene duro a portare, bisogna dire: Vita! Vita! e tirare avanti con serenità e coraggio, ringraziando che tutto il tumulto non riesca a spezzare la nostra fiducia nelle cose fondamentali della vita, ma anzi ci tempri a sperare e a volere cose migliori e una vita più ricca».

 

Giulio Bolaffi scrive nel suo diario:

«W L'Italia Libera»,  «lo ho viva speranza, che questa guerra debba terminare presto e tutti i miei voti sono perché tutti noi ci possiamo ritrovare per poter iniziare la creazione di una nuova Italia in cui veramente la giustizia e la fratellanza vi regnino sovrani»!

 

Primo Levi, in una relazione scritta subito dopo la loro liberazione, nel '45: «Il viaggio da Fossoli ad Auschwitz durò esattamente quattro giorni e fu molto penoso, soprattutto a causa del freddo; il quale era così intenso, specialmente nelle ore notturne, che la mattina si trovavano coperte di ghiaccio le tubature metalliche che correvano nell'interno dei carri, per il condensarsi su di essa del vapore acqueo dell'aria respirata. Altro tormento, quello della sete, che non si poteva spegnere se non colla neve raccolta in quell'unica fermata quotidiana, allorché il convoglio sostava in aperta campagna e si concedeva ai viaggiatori di scendere dai vagoni, sotto la strettissima sorveglianza di numerosi soldati, pronti, col fucile-mitragliatore sempre spianato, a far fuoco su coloro che avessero accennato ad allontanarsi dal treno».

«Appena il treno giunse ad Auschwitz (erano circa le ore 21 del 26 febbraio 1944), i carri furono rapidamente fatti sgombrare da parecchie S.S., armate di pistole e provviste di sfollagente; e i viaggiatori obbligati a deporre le valigie, fagotti e coperte, lungo il treno stesso. Poi la comitiva fu subito divisa in tre gruppi: uno di uomini giovani e apparentemente validi, del quale vennero a far parte 95 individui; un secondo di donne, pure giovani, gruppo esiguo, composto di sole 29 persone; e un terzo di bambini, di invalidi e di anziani. E, mentre i primi due furono avviati separatamente in campi diversi, si ha ragione di credere che il terzo sia stato condotto direttamente alla Camera dei gas a Birkenau e i suoi componenti trucidati nella stessa serata»!

 

Il dovere della memoria

Ha scritto Settimia Spizzichino: «Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. lo della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l'inverno è inverno sul serio, è un assassino .. , anche se non è stato il freddo la cosa peggiore. Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L'ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero»?

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Il soccorso agli ebrei durante la Repubblica sociale italiana e l’occupazione tedesca 1943-1945

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Il quadro storico politico

 

Gli ebrei quanti erano

I cittadini italiani di religione ebraica, ben integrati nella nazione sia sul piano materiale sia sul piano ideale, fin dalla creazione dello Stato nazionale condividevano con gli altri italiani i valori fondanti della nuova patria nata nel 1861. Ne ricevettero in cambio piena accettazione sociale e possibilità, priva di remore, di entrare a far parte delle élites della nazione. Lo Stato liberale durò fino all’instaurazione, nel 1922, di un regime fascista che si avviò ben presto a divenire dittatoriale e teso a ridurre i poteri dello Stato a semplici organi di notificazione dell’operato del suo capo, Mussolini.

Nel 1927, completata l’integrazione tra lo Stato e il Partito nazionale fascista, aboliti gli altri partiti e le organizzazioni sindacali, soppressa la libertà di stampa, Mussolini avviò una svolta «normalizzatrice», proclamando la fine dello squadrismo, del radicalismo di piazza e della rivoluzione.

Le assunzioni e le carriere nella pubblica amministrazione vennero subordinate all’iscrizione al partito. Anche la scuola subì lo stesso processo, con l’inquadramento dei giovani nelle organizzazioni paramilitari del regime. Gli stessi mezzi di comunicazione (radio, stampa, cinema) caddero sotto il totale controllo della censura fascista, mentre lo sport e le attività del tempo libero furono rigidamente organizzati e diretti dall’alto. Nel 1931 si impose ai professori universitari di giurare fedeltà al fascismo: milleduecento cattedratici aderirono, dodici (fra i quali quattro ebrei) si rifiutarono.

In ogni momento e in ogni luogo, si imposero una simbologia e un rituale finalizzati al culto della personalità del capo (il duce). Si istillò nella società l’idea che il buon cittadino dovesse fedeltà assoluta e devozione all’idea fascista. In questo contesto Mussolini poté, nel 1928, ridurre il parlamento alla semplice funzione di notaio della volontà propria e del partito, trasferendone le maggiori competenze a un altro organo, il Gran Consiglio del Fascismo, all’apice del Partito nazionale fascista. Questo si riuniva sotto la presidenza di Benito Mussolini nella sua qualità di presidente del Consiglio.

Fino alla seconda metà degli anni Trenta, nulla di grave accadde agli ebrei italiani che si atteggiarono verso il potere similmente a tutta la popolazione: osteggiando il regime e operando per rovesciarlo oppure apprezzandolo e militando in suo favore. Mussolini soffriva però di pregiudizi antiebraici personali, che emersero con sempre maggior nitidezza nel corso degli anni della sua dittatura. Ce ne sono segni dagli esordi del suo impegno politico, fino ad arrivare al 1936 e alla decisione di fare dell’antisemitismo un motivo sostanziale del regime fascista. Nel processo decisionale che portò a tale esito non mancarono sicuramente vari altri fattori, come il fatto che le comunità ebraiche di allora erano un elemento di disturbo rispetto al programma fascista di strutturare la società intorno all’ideale di una identità nazionale basata sui valori dell’ antica Roma e, dopo la guerra d’Etiopia, di una identità etnica e razziale. In questa visione, gli ebrei erano l’unico esempio di lampante diversità culturale; costituivano infatti, anche se in modo variegato per intensità, carattere e latitudine, una minoranza separata, identificabile, con usi, religione, aspirazioni diversi dalla maggioranza. Sulla stampa gli ebrei cominciarono a essere dipinti come infidi dal punto di vista dell’osservanza fascista e della fedeltà alla nazione: si chiedeva loro provocatoriamente di schierarsi contro i correligionari d’Europa, contro le idee sioniste, contro la commiserazione per gli ebrei perseguitati in Germania. Essi dovevano, secondo il sentire ufficiale, abbracciare in toto i miti, le tradizioni, gli ideali italiani. Scipione, Cesare, Augusto, Machiavelli, Cavour dovevano essere gli uomini ideali del passato da venerare e imitare, non i personaggi della tradizione ebraica. Si temeva che gli ideali propri degli ebrei avessero il potere di minare l’unità ideologica della nazione da una parte, e che fossero un pessimo esempio di percorso spirituale autonomo per il resto degli italiani dall’altra. La tentazione di imitare la Germania nazista e rinsaldare la concordanza ideologica con essa non fu, a nostro parere, del tutto estranea all’idea di adottare un antisemitismo di Stato.

Tra il 1933 e il 1936 Mussolini iniziò con il prendere provvedimenti contenitivi del presunto strapotere ebraico introducendo una politica antisemita segreta di «sfaldamento» di singoli ebrei dai posti di responsabilità, poi, nel 1936-37, adottò provvedimenti di esclusione generalizzati di tipo proporzionalista e di numerus clausus, sul modello applicato in Ungheria. Il suo obiettivo finale era però quello di espellere tutti gli ebrei dalla società e indurli a lasciare l’Italia: passare cioè da una politica di antisemitismo proporzionale a una politica di antisemitismo assoluto.

Lo fece predisponendo una legislazione antiebraica, accurata e articolata in molti aspetti (talvolta trascurati dagli stessi nazisti, come l’espulsione dalle scuole, applicata in Italia prima ancora che in Germania) che richiese particolare attenzione giuridica.

Prima di intraprendere una legislazione antiebraica a largo raggio, il regime stabilì il 22 agosto 1938 un censimento speciale degli ebrei d’Italia, vera e propria schedatura discriminatoria: i cittadini italiani professanti religione ebraica risultarono essere 46.656; cioè circa l’uno per mille della popolazione totale.

 

La legislazione «per la difesa della razza»

La prima legge, uscita il 5 settembre 1938, espelleva bambini, ragazzi e insegnanti ebrei dalle scuole pubbliche, la seconda, uscita il 7 settembre, espelleva gli ebrei stranieri dal suolo italiano. Dopo di queste, una raffica di leggi e di circolari ministeriali avvelenò la vita degli ebrei in Italia. Si contano almeno 189 provvedimenti antiebraici: espulsione dall’esercito, divieto di matrimoni misti, apposizione del marchio di razza ebraica sui documenti, licenziamenti dai pubblici uffici, divieto di piccolo commercio ambulante, divieto di rappresentare opere artistiche di autori ebrei, divieto di accesso alle biblioteche e agli archivi pubblici, divieto di esercitare libere professioni, divieto di possedere beni immobili eccedenti una certa quota, e molto altro. Il complesso legislativo persecutorio fu accompagnato da leggi di definizione di chi fosse da considerare ebreo e chi no, basate sull’appartenenza razziale di ciascun individuo, cioè, sulle sue origini biologiche e di sangue.

Nel processo decisionale fascista di introdurre in Italia un’ostilità antiebraica nazionale, l’antisemitismo politico fu direttamente collegato a una ideologia razzista originata da due diverse sorgenti: un razzismo antinero, maturato contestualmente alle conquiste coloniali dell’Africa orientale nel 1935, e un razzismo antropologico di marca europea derivante dal darwinismo sociale maturato alla fine dell’Ottocento nelle università e nei circoli intellettuali. Non a caso, il fascismo denominò la legislazione antiebraica «Leggi per la difesa della razza italiana».

 

I principali problemi che Mussolini dovette affrontare nell’adottare un antisemitismo razzista furono due. Uno costituito dagli ebrei d’eccellenza che si distinguevano nel servizio alla nazione: vi erano schiere di intellettuali, professori universitari, industriali, ufficiali dell’ esercito e perfino fascisti in vista, ebrei, che intralciavano, almeno moralmente, la strada verso provvedimenti antiebraici radicali. Il secondo grande problema era il fatto che un terzo della popolazione ebraica italiana era strettamente legata alla popolazione circostante per via dei matrimoni misti: perseguitare un membro ebreo di una famiglia mista significava punire in qualche modo anche la parte non ebraica della stessa famiglia.

La prima questione era del tutto irrisolvibile sicché il regime, anziché affrontarla, dette l’affondo adottando una politica antiebraica radicale e totalizzante, non tenendo conto di nessuna eccezione (salvo alcune marginali, più d’immagine che di contenuto, per meriti fascisti e bellici legati alla Prima guerra mondiale, le cosiddette discriminazioni) e respingendo ogni amareggiata protesta. Per il secondo, la soluzione escogitata fu di considerare cattolici i figli di matrimonio misto allevati nel cattolicesimo, esentandoli quindi da persecuzione, e di far emigrare tutti gli altri. Nel giro di una generazione l’Italia si sarebbe in effetti liberata di tutti gli ebrei.

Tutto ciò avvenne mentre il paese era alleato a pieno titolo, sia ideologicamente, sia militarmente, con la Germania nazista. Questa perseguiva, riguardo agli ebrei, obiettivi simili all’Italia: il suo fine tra il 1933 (anno della presa di potere da parte di Hitler) e il 1941 (anno dell’emanazione della circolare che proibiva l’emigrazione da qualsiasi paese sotto influenza tedesca) era di sbarazzarsi degli ebrei inducendoli a lasciare in massa il paese.

La differenza tra i due è che il mito del sangue, propugnato con forza in Germania, era del tutto estraneo all’Italia.

Più tardi e in concomitanza con la guerra all’Est, condotta con grande decisione dalla Germania nazista, ma con grande riluttanza dall’Italia fascista, nei piani nazisti si fece strada l’idea di liberarsi degli ebrei anche fisicamente.

L’espansione geografica tedesca verso l’Est e l’occupazione di nuovi territori, gremiti di ebrei, rese impossibile la soluzione dell’emigrazione e portò alla ribalta la soluzione dell’eliminazione fisica. Non così fu per l’Italia fascista che aveva, sì, come abbiamo visto, elaborato una propria politica antiebraica, ma lontanissima dall’idea di adottare la soluzione dell’assassinio di massa.

Ciò apparve chiaro quando autorità tedesche e autorità italiane si incontrarono nei territori militarmente occupati dall’Italia della Francia meridionale e della Iugoslavia smembrata. Il nostro esercito e i vertici diplomatici non furono disposti a consegnare né ai tedeschi, né ai persecutori locali, gli ebrei rifugiatisi sotto la bandiera italiana, anche se stranieri. Si era nel 1942 inoltrato e lo sterminio era in corso all’Est. Gli italiani, pur essendone solo parzialmente consapevoli, evitarono la consegna per varie ragioni, innanzi tutto umanitarie, ma molto contò anche il fatto che, nei territori da loro occupati, essi desiderassero esercitare senza intralci la loro autorità. Un’altra ragione emerge evidente: i vertici militari e diplomatici italiani così comportandosi, contestavano Mussolini e la sua decisione nel continuare a condurre la guerra a fianco della Germania, scelta che effettivamente portò l’Italia di lì a poco alla catastrofe.

 

Le reazioni ebraiche

Malgrado la disperazione della gran parte dei cittadini ebrei, privati della maggior parte dei diritti fondamentali e sempre più impoveriti, tre risposte organizzate all’oppressione fascista si delinearono tra il 1938 e il 1943:

l’organizzazione subitanea di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938;

l’organizzazione del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai paesi mano a mano invasi dai nazisti;

l’organizzazione dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto sotto la categoria di «internati liberi» o di «internati civili di guerra».

La prima azione venne tempestivamente messa in pratica dalle maggiori comunità ebraiche che, con uno straordinario e civile sforzo finanziario e organizzativo, nel giro di un mese misero in piedi scuole di prim’ordine. Le seconde furono messe in atto dalle organizzazioni di soccorso La Mensa dei Bambini creata a Milano da Israele Kalk e dalla Delasem. Era quest’ultimo acronimo per Delegazione Assistenza Emigranti, ente istituito il primo dicembre 1939 dall’Unione delle Comunità Israelitiche (poi Ebraiche) Italiane in sostituzione del Comasebit, Comitato di assistenza agli ebrei profughi, chiuso d’ufficio dal governo. Il nuovo organismo aveva i compiti precipui di: a) facilitare l’emigrazione della massa di ebrei stranieri che si trovava sul territorio italiano; b) di porgere agli stessi tutta l’assistenza necessaria per il tempo in cui, in attesa di emigrare, fossero costretti a rimanere in Italia.

Gli scopi del nuovo ente erano in linea con il desiderio del governo italiano di liberarsi degli ebrei stranieri presenti nel paese ed evitare così, tra l’altro, che pesassero economicamente sull’Italia. Malgrado le leggi antiebraiche vigenti, la Delasem ricevette la benedizione da parte del regime che le permise una sostanziale autogestione, una libertà di movimento e contatti internazionali con analoghe istituzioni all’estero, tutte cose non comuni per quell’epoca.

La Delasem, guidata da Lelio Vittorio Valobra, ebbe sede a Genova, città marittima di elezione per la partenza verso oltremare dei profughi. Il suo bilancio fu sostenuto fino dagli esordi dall’ente ebraico americano di assistenza Joint (American Jewish Joint Distribution Committee) che già in Germania e in Austria si adoperava per portare sollievo alle frotte di ebrei che cercavano di lasciare quei paesi». Come vedremo, a partire dall’8 settembre del 1943 la Delasem, assieme al Joint, saranno i protagonisti di una vasta operazione di soccorso agli ebrei passati in clandestinità. All’epoca in cui Italia e Germania erano ancora alleate su di un piano di parità, la Delasem intervenne con la sua organizzazione capillare per dare sollievo agli ebrei stranieri internati e a quegli ebrei che erano imprigionati perché accusati di antifascismo. Forniva soccorsi materiali, sostegno morale, vestiario, contatti con le autorità per ottenere visti di ingresso, adozioni a distanza di ragazzi e bambini, informazioni sui passaggi navali e sui paesi che offrivano visti di ingresso agli ebrei e altro.

Ricordiamo inoltre che, tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri 6000 cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di paesi più accoglienti, Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele.

Quanto sopra avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di una intensa propaganda antiebraica della stampa, nell’indifferenza della maggior parte della società civile verso la sorte degli ebrei perseguitati.

 

Gli ebrei stranieri entrati in Italia dalla Francia e dalla Iugoslavia

Come già a partire dal giugno del 1940 gli ebrei stranieri o apolidi che si trovavano sul suolo italiano furono sottoposti al campo di internamento in Italia, così anche gli ebrei stranieri o apolidi che si trovarono nei territori fuori d’Italia, ma occupati dal nostro esercito, nella Francia meridionale e nella cosiddetta II e III Zona della Iugoslavia, a partire dal tardo autunno del 1942 vennero internati sul posto. In Francia circa 5000, distribuiti tra nove diverse località prevalentemente delle Alpi marittime o dell’Alta Savoia, specialmente a Saint Martin Vésubie e a Saint Gervais; in Iugoslavia circa 2700, distribuiti nei campi di Kraljevica sulla costa croata o sulle isole di Brac e di Hvar (successivamente spostati sull’isola di Rab nella Dalmazia italiana), sotto la sorveglianza dell’esercito italiano.

Dopo l’8 settembre del 1943, con lo sfaldamento della IV Armata italiana in Francia, più di un migliaio di quegli ebrei che erano stati in residenza coatta a Saint Martin Vésubie, entrarono clandestinamente in Italia, seguendo i militari in ritirata attraverso i passi delle Alpi Marittime delle Finestre e della Ciriegia. Fu una tragica marcia di famiglie, male in arnese, con bambini al collo e anziani da trascinare su impervie mulattiere, esposte, con il freddo pungente del 9 di settembre, alla fatica e alla disperazione. Questo gruppo, assieme a quello entrato per via ferroviaria in Italia da Saint Gervais, sarà fra i maggiori protagonisti della grande operazione di soccorso messa a segno dalla Delasem e dai comitati locali ebraico-cristiani. I «francesi» di Saint Martin Vésubie, passata la linea di confine con l’Italia, infatti, si riversarono lungo le valli di Cuneo sperando di non incontrare i tedeschi, che si erano lasciati alle spalle fuggendo dalla Francia. Purtroppo però anche in Italia gli avvenimenti avevano portato all’occupazione tedesca e circa trecento cinquanta di essi furono arrestati, dopo la terribile marcia della speranza, nei paesi di Valdieri e di Entracque, e internati nella caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo. Furono più tardi raggiunti da un distaccamento della polizia di sicurezza tedesca di Nizza, salita appositamente per organizzare il convoglio che il 21 novembre 1943 doveva portarli a Nizza e, da lì, al campo di transito di Drancy, ultima tappa, prima della deportazione verso il campo di sterminio di Auschwitz. Quelli che poterono scampare all’arresto si nascosero nei boschi e nelle grotte dei dintorni e, aiutati dalla popolazione locale, lentamente cominciarono a muoversi verso Sud a gruppetti. L’organizzazione del loro viaggio verso nuove mete fu operata dalla Delasem, che fornì mezzi economici, cibo, procurò false carte di identità, itinerari per il percorso, indirizzi dove rivolgersi a Genova, Firenze, Livorno, Roma.

 

Il secondo più cospicuo gruppo di stranieri di cui si occupò la Delasem fu quello degli ebrei iugoslavi. La loro situazione rispetto alla vicenda del soccorso si era determinata nel modo seguente: dopo lo smembramento della Iugoslavia attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, tra aprile e maggio del 1941, una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato indipendente di Croazia, con capitale Zagabria e con a capo Ante Pavelic, fondatore del movimento ustasha (letteralmente: ribelle), pieno di odio nei confronti di una Iugoslavia multietnica e di intolleranza violenta e crudele verso la presenza di serbi, ebrei e zingari. Alcuni altri territori ex iugoslavi furono invece annessi all’Italia: la fascia costiera a sudest di Fiume con le città di Susak e di Bakar, assorbite amministrativamente dalla provincia di Fiume, con a capo il prefetto locale; la metà meridionale della Slovenia, con la città di Lubiana, amministrata da un alto commissario; la costa dalmata tra Split (Spalato) e Zara con le isole costiere e i dintorni di Kator (Cattaro) amministrata dal governatore della Dalmazia.

In queste aree annesse all’Italia con decreto del 19 maggio del 1941, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel paese dal settembre del 1938, cioè la legislazione persecutoria razzista. Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Ma poiché erigere campi di internamento sul posto era un problema talvolta insormontabile per questioni di vettovagliamento e di sicurezza, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui poi vennero ritrasferiti, in condizione di «internati liberi», in domicilio coatto in sperduti paesini del Centro e del Nord Italia.

È bene ricordare che gli ebrei che fuggivano dalle violenze e dalle crudeltà ustasha desideravano ardentemente passare clandestinamente le linee guardando ai territori di recente acquisizione italiana come felice isola di salvezza: essere in seguito privati di una parte della loro libertà era pur sempre una situazione migliore che quella di venir massacrati. Migliaia di persone in quei mesi cercarono di raggiungere Fiume, la Dalmazia, la Slovenia dove, fermati dalle locali autorità, venivano spediti in internamento in Italia, mentre una certa parte, il cui numero non è stato ancora possibile valutare appieno, fu respinta alla frontiera. Questi respingimenti avvennero più nella zona di Fiume che nelle altre due, dove le autorità italiane furono meno severe. Gli ebrei iugoslavi fuggiti dalla Croazia con il meccanismo sopra esposto e poi finiti in stato di «libero internamento» o «internati civili di guerra» nelle province di Treviso, di Rovigo, di Aosta, di Modena saranno loro per lo più, dopo l’8 settembre del 1943, i beneficiari dell’opera di soccorso messa a segno dalla popolazione in mezzo alla quale avevano vissuto per due anni armoniosamente, malgrado le proibizioni di fraternizzare, di svolgere attività lavorativa e l’obbligo di presentarsi alle autorità di polizia ogni giorno.

 

Le retate tedesche e quelle italiane

L’8 settembre del 1943 venne dato alla radio l’annuncio dell’avvenuto accordo segreto di armistizio tra l’Italia e le potenze alleate, fino ad allora nemiche, e i tedeschi si trasformarono in poche ore da alleati in alleati-occupanti. Fu stabilito un nuovo governo fascista repubblicano con a capo Mussolini, liberato dai tedeschi dalla prigionia dove era tenuto dal governo Badoglio e dal re. Lo Stato neofascista prese il nome di Repubblica Sociale Italiana (Rsi) con capitale non più Roma ma la cittadina di Salò sulle rive del lago di Garda.

Fin dalla fine di settembre del 1943, i nazisti importarono in Italia la politica antiebraica già messa in atto negli altri paesi occupati. Il fine era la distruzione delle popolazioni ebraiche locali mediante retate a sorpresa nelle grandi città, concentramento in luoghi prescelti, caricamento del bottino umano su convogli sigillati e avvio verso il campo di Auschwitz in Alta Slesia dove erano stati sistemati, dal marzo del 1943, «moderni» impianti di sterminio per l’assassinio di massa.

La retata più grave fu messa in atto il 16 ottobre 1943 a Roma dove più di mille inermi persone, tra cui numerosi bambini, furono colte nel sonno e trasferite a pugni e calci nel collegio militare di via della Lungara in attesa che venisse predisposto il treno per la loro deportazione.

Le reazioni del Vaticano furono, contrariamente a quanto la stessa diplomazia tedesca si era aspettata, quasi nulle. Il segretario di Stato Maglione si accontentò di un colloquio privato con l’ambasciatore Ernst von Weizsaecker, senza neppure elevare una nota di protesta ufficiale alla Germania. Questo atteggiamento di riserbo tenuto in quella occasione dalla Santa Sede non fece altro che reiterare quello tenuto a livello internazionale nei confronti del genocidio antiebraico che si stava consumando nei paesi invasi dalla Germania e del quale la Santa Sede era stata informata fin dalle prime battute.

La retata a Roma e quelle successive a Firenze, Siena, Bologna, Genova furono condotte da un reparto speciale dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, capeggiato da Theo Dannecker inviato dall’Ufficio di Adolf Eichmann a Berlino, appositamente giunto in Italia. Furono condotte tutte secondo lo stesso schema e senza che le autorità italiane venissero consultate.

Era una mancanza di considerazione verso l’alleato-occupato, che non poteva certo gradire che, sul suo territorio, i tedeschi operassero retate di cittadini italiani, sia pure di cittadini di secondo grado come erano gli ebrei dopo le leggi d’eccezione del 1938 e seguenti.

Occorreva per il governo repubblicano di Mussolini recuperare una parvenza di sovranità e così, il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno della Rsi emanò, tramite i prefetti, l’ordine di arrestare e di internare in appositi campi di concentramento tutti gli ebrei e di procedere alla confisca dei loro beni in attesa del sequestro degli stessi. Da allora, poliziotti e carabinieri ebbero l’ordine di recarsi nelle case ebraiche per arrestare le prossime vittime oppure di mettersi sulle loro tracce in caso che queste fossero fuggite in tempo. A Venezla il 5 dicembre 1943 il questore programmò una vera e propria retata notturna a sorpresa avente per epicentro il vecchio ghetto e la casa di riposo.

Quella del 30 novembre fu una decisione gravissima, poiché metteva automaticamente tutti gli ebrei fuorilegge e li rendeva passibili di arresto immediato, provocando in loro un incontenibile senso di panico e di insicurezza che si aggiungeva al terrore per le retate tedesche. I tedeschi però, non avendo più intenzione di muoversi, appresero la decisione italiana con la massima soddisfazione. Ci rimane il verbale di una riunione berlinese del 4 dicembre 1944 in cui si diceva di accogliere con piacere la decisione italiana dato che sarebbe stato impossibile alle esigue forze di polizia tedesche rastrellare comuni e città grandi e piccole alla ricerca di ebrei.

Dunque dalla sera del 30 novembre 1943 alle questure e alle compagnie dei carabinieri toccò il compito di effettuare ricerche domiciliari di compiere i fermi, di custodire nelle prigioni e nei campi di concentramento provinciali gli ebrei, alla polizia di sicurezza tedesca il compito di prelevarli e di organizzare la loro deportazione ad Auschwitz.

Contestualmente, il ministro dell’Interno scelse l’area per edificare un grande campo di concentramento nazionale per internare tutti gli ebrei arrestati; si trovava nella località di Fossoli, a pochi chilometri di distanza da Carpi in provincia di Modena. Apparentemente le autorità italiane, secondo la nuova legge, dovevano limitarsi a imprigionare tutti gli ebrei in circolazione, per famiglie, compresi i bambini, concentrarli a Fossoli. Ma il luogo aveva la capienza di 4-5000 posti, e gli ebrei in Italia erano molti di più. Questo fatto e altri elementi che emergono qua e là dai documenti, ci inducono a pensare che in dicembre un preciso accordo politico tra italiani e tedeschi in merito alla consegna degli ebrei per la deportazione fosse stato definito. Dalla metà di febbraio 1944 giunse in Italia da Berlino lo speciale addetto alla questione antiebraica con sede presso la centrale della Gestapo a Verona, capitano delle SS Friedrich Bosshammer. Nell’agosto del 1943 il campo di Bolzano sostituì quello di Fossoli, evacuato, mentre nelle regioni nordorientali dell’Italia continuò a fungere da luogo di transito e anche di morte il campo di San Sabba alla periferia di Trieste.

Tra il 16 settembre del 1943 e il 24 marzo del 1945, i convogli che lasciarono l’Italia per il campo di sterminio di Auschwitz o, per ragioni particolari, verso altri campi del «Grande Reich», furono decine tra grandi e piccoli. Trasportarono 6806 persone identificate (ma ce ne sono circa 1000 non identificate), 837 delle quali sopravvissero. Tra di essi nessun bambino.

 

Il soccorso agli ebrei in pericolo

Per meglio valutare l’entità del fenomeno del soccorso prestato agli ebrei conviene innanzitutto ricordare che il totale della popolazione italiana, valutata secondo l’ultimo censimento disponibile, quello del 1936, era di 42 milioni 994 mila anime. Nel 1943, dando per scontato un certo incremento di popolazione e prendendo in considerazione solo le regioni rimaste sotto il regime della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, gli italiani dovevano essere almeno altrettanti.

Nello stesso periodo, gli ebrei rimasti intrappolati nel territorio governato dalla Repubblica Sociale Italiana e dall’occupante tedesco erano circa 32.300 sicché, ridotta la questione in meri termini quantitativi, circa 43 milioni di italiani avrebbero potuto o dovuto proteggere 32.300 ebrei perseguitati.

Di questi, circa 8000 furono gli arrestati (6806 deportati identificati, a cui si aggiungono circa 1000 deportati non identificati, 322 uccisi o morti in Italia prima della deportazione, circa 500 arrestati ma non deportati per mancanza del tempo necessario). Ne rimasero indenni altri 23.500 circa. Segnaliamo però già, a partire dal puro dato numerico, che la salvezza degli ebrei in Italia, per la loro esiguità e per la loro «inqualificabilità» fisica, che in nessun modo li faceva distinguere in mezzo al resto della popolazione, non era questione insormontabile. Gli ebrei facevano parte di una seconda Italia sommersa costituita da migliaia di individui bisognosi di aiuto: come i soldati che avevano smesso la divisa, come i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di internamento, come gli antifascisti ricercati. Senza il soccorso e la connivenza della prima Italia «ufficiale» che viveva, si nutriva, lavorava, operava alla luce del sole, aveva accesso alle tessere annonarie e a documenti accettati, la seconda Italia non avrebbe potuto sopravvivere. Occorreva trovare falsi documenti, finte tessere annonarie, rifugi, cibo, accompagnare i clandestini alla frontiera italo-svizzera, un’attività praticata da centinaia di individui, mossi dalle più diverse motivazioni, tra i quali ci sono anche i soccorritori di ebrei, cosiddetti “Giusti”.

È importante sottolineare come i “Giusti” si mossero su un terreno di solidarietà non solo verso gli ebrei ma verso gli ebrei in un contesto 
civile ben preciso. La protezione ai ricercati e agli ebrei fa parte della categoria della resistenza civile, come gli scioperi, le manifestazioni di massa per la penuria del cibo, il fiancheggiamento alla lotta armata, la resistenza al reclutamento di manodopera coatta. Non si può isolare il concetto del soccorso agli ebrei da quello di resistenza morale, un fenomeno che interessò tutta l’Europa occupata, anche se variò da paese a paese, da una situazione a un’altra, da un tempo a un altro. Secondo la definizione di Jacques Semelin, la resistenza civile comprese una serie di comportamenti conflittuali con il potere costituito che si avvalsero non di armi, ma di mezzi civili come: il coraggio morale, l’inventiva, l’aggiramento della violenza, la capacità di manovrare i rapporti e di cambiare le carte in tavola a dispetto e ai danni del nemico.

Discorso leggermente diverso va fatto per il soccorso da parte degli ecclesiastici dove l’aiuto agli ebrei fu operato nel quadro di una più vasta opera di aiuto a civili rimasti senza tetto, a rifugiati di ogni tipo, a perseguitati per motivi politici. La carità cristiana fu dispiegata durante la guerra in maniera non specifica nei confronti degli ebrei, ma sicuramente in maniera speciale, per motivi di quantità e di particolare allarme per le loro vite. Il rifugio nei conventi e nelle case religiose, l’aiuto dei parroci nei piccoli centri, la disponibilità e il soccorso prestato da esponenti o semplici iscritti ad Azione Cattolica fu di tale proporzione da assumere un aspetto corale, significativo sul piano ideale ma anche sul piano semplicemente dei rapporti affettivi tra le persone coinvolte. Al contrario di molti osservatori, non pensiamo che per questa opera fosse necessaria una specifica direttiva papale.

Dopo l’8 settembre 1943, il sentimento popolare era ormai cambiato: alla sopportazione e all’indifferenza per i problemi provocati dal regime fascista, si sostituì la rabbia nel constatare che l’Italia era per i tedeschi terra di conquista, dove non c’era limite ai soprusi. Forse gli italiani tardarono a riconoscere la natura del nazismo perché, per anni, esso si era presentato sulla scena come alleato, e, tra l’altro, fino all’8 settembre 1943 non aveva mai usato violenza sugli italiani. Ora che la Germania nazista era diventata alleata-occupante, la reazione fu immediata. I «resistenti civili» furono a migliaia: si trattò soprattutto di persone qualunque, semplici uomini della strada non dotati di particolare educazione o istruzione, che diventarono, a contatto con la barbarie, anticonformisti, non allineati, non filofascisti, non filotedeschi.

Aiutò a predisporre gli animi in tal senso soprattutto la grande operazione di soccorso con vestiario e occultamento dei soldati sbandati nei giorni dopo l’8 settembre 1943, primo atto popolare, non coordinato, di insubordinazione agli ordini nazisti e fascisti.

L’atteggiamento comune cambiò e, in pochi giorni, dall’indifferenza si passò al soccorso attivo o passivo. Per soccorso attivo si intende quell’insieme di attività volte a scardinare deliberatamente la politica nazista e fascista, mediante azioni di sabotaggio, offerta di nascondigli, boicottaggio degli ordini impartiti, fabbricazione di carte false, accompagnamento alla frontiera. Il soccorso passivo si estrinsecò invece in azioni di non coinvolgimento diretto, ma di tolleranza e connivenza verso azioni altrui.

Questo comportamento solidale, visto nel suo insieme, ebbe in Italia due caratteristiche: fu spontaneo e collettivo. Fu un comportamento sociale di completa rottura rispetto al passato e si sottrasse clamorosamente dall’abitudine imposta dal regime di organizzare gli eventi collettivi. Fino ad allora, collettivo aveva voluto dire orientato, mai spontaneo. Dopo l’8 settembre, in poche ore, migliaia di giovani sbandati che servivano nell’esercito gettarono la divisa, si vestirono di abiti civili e chiesero l’aiuto della popolazione per occultarsi nelle campagne, nei casolari in montagna, nelle cantine, ovunque ci fosse qualcuno disposto a nasconderli. A questa massa di militari, si aggiunsero presto soldati o ufficiali alleati fuggiti dopo l’8 settembre dai loro luoghi di internamento e vaganti nella penisola alla ricerca di informazioni, aiuti materiali e logistici per mettersi in contatto con il loro esercito o per attraversare le linee, o per rifugiarsi in Svizzera. Si aggiungano gli antifascisti fuggiti dai campi di internamento disseminati soprattutto nell’Italia Centrale, gli oppositori politici ricercati per attività «eversiva», tutti gli ebrei d’Italia e si vedrà che il movimento di soccorso nei loro confronti non poteva non assumere il carattere di movimento corale: migliaia di persone ne aiutarono altre migliaia. L’aiuto da parte della popolazione civile agli ebrei non si può capire se non collocandolo in questa prospettiva. Scorrendo le vicende dei Giusti, appare chiaro come il soccorso nella maggioranza dei casi fu meramente umanitario, e si capisce perché: i partigiani in montagna o i resistenti in città, di fatto, facevano parte dell’universo dei clandestini perseguitati, con scarse possibilità di porgere aiuto ad altri perseguitati. D’altra parte, le organizzazioni politiche non presero immediatamente coscienza del pericolo mortale in cui versavano gli ebrei. Il CLN, è vero, sollecitato dai vertici della Delasem in Svizzera nell’autunno del 1944 finalmente si mosse, ma i fogli clandestini antifascisti affrontarono il problema solo sporadicamente.

 

I privati, le famiglie amiche, i conoscenti furono più rapidi e determinati perché la situazione di allarme parlò immediatamente alle loro coscienze. Contarono allora di più forme di concordanza fondate su rapporti familiari, professionali, lavorativi, di amicizia, di comunità. Si pensi ai vicini del rione del quartiere ebraico a Roma che nascosero centinaia di cittadini ebrei nelle cantine, nei solai, nei retrobottega dei negozi durante la terribile retata del 16 ottobre 1943 o gli amici che si strinsero talvolta in appartamenti di due, tre locali per ospitare i perseguitati.

È bene ricordare che non ci fu specifico pericolo incombente su chi dava protezione agli ebrei in particolare. Voci, successive alla guerra, di fantomatici proclami che diffidavano la popolazione dall’aiutare ebrei non sono avvalorate dai documenti. Malgrado la pesantissima atmosfera di intimidazione generale per chi non si conformava all’ordine costituito veniva arrestato e punito con la deportazione chi faceva parte o era sospettato di far parte di un movimento antifascista organizzato, o veniva colto a possedere una radio clandestina o armi. Alcuni dei nostri Giusti sono stati in questo senso doppiamente eroici, furono arrestati e deportati per aver generosamente soccorso degli ebrei nel quadro di una loro cosciente attività politica.

La principale forma di soccorso necessario agli ebrei in pericolo era l’occultamento in situazione dove essi non potessero essere più riconoscibili: per occultarsi occorrevano due cose, un ricovero diverso dalla propria abitazione e una falsa identità. Il primo più importante elemento di salvezza fu offerto, oltre che da generosi amici in case private, soprattutto da coloro che avevano a disposizione da offrire luoghi per dormire: conventi, monasteri, case religiose, ospedali.

Da ricerche da noi intraprese, risulta che i religiosi cattolici furono i principali attori dell’occultamento degli ebrei. La situazione di Roma fu particolare perché vide la presenza simultanea di tanti ebrei (una comunità che contava 11.000 membri) e di tanti conventi e case religiose: è naturale che gli ebrei che fuggivano terrorizzati dalla retata scatenata dai nazisti il 16 ottobre del 1943, se privi di amici non ebrei pronti ad accoglierli nelle loro case, bussassero disordinatamente alle porte dei conventi, unica ancora di salvezza. Ciò si verificò a Roma per il modo stesso in cui agì sugli animi la tragica sorpresa del rastrellamento. Negli altri luoghi le cose andarono diversamente, come in una benefica catena: di solito gli ebrei che si trovavano già in condizione di sfollamento in piccoli centri o paesi, giunti l’8 settembre e l’occupazione tedesca, ma ancor più, giunto l’ordine di arresto generalizzato italiano del 30 novembre 1943, si rivolgevano alla persona più in vista, e allo stesso tempo più degna di fiducia del paese, il parroco. Questi, non disponendo di luoghi in cui far dormire le persone bisognose, si rivolgeva ai conventi, ai monasteri vicini o ai seminari per raccomandare gli ebrei, divenuti suoi protetti. La catena dell’esercizio della carità cristiana, altrove che a Roma, fu quindi dispiegata dal clero secolare per una parte e dal clero regolare dall’altra, in una situazione in cui le case religiose e i conventi erano anche i luoghi dove gli sfollati si rifugiarono come primo ricovero dai bombardamenti alleati.

Le altre strutture di elezione per l’occultamento degli ebrei furono gli ospedali, dove occorreva la generosità del primario e la connivenza del personale infermieristico: l’Istituto Dermopatico italiano, il Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, il Policlinico Umberto I, a Roma, così come la casa di cura psichiatrica Villa Turina Amione diretta dal dottor Angela a San Maurizio Canavese e altri furono luogo di sollievo e rifugio.

Quanto all’altro importante elemento di salvezza, i documenti falsi, ricordiamo che per sopravvivere ne occorrevano di due tipi: una carta di identità o una tessera postale (quest’ultima di più fondata legittimità), e una tessera annonaria, distribuita dalle autorità a ogni cittadino, necessaria per ricevere la razione di cibo consentita dall’economia di guerra data nei negozi di alimentari. Gli ebrei in clandestinità erano privi sia delle prime sia delle seconde, per cui, oltre a correre un grande pericolo se colti con i propri documenti stampigliati con la dicitura «di razza ebraica», non avevano modo di procurarsi cibo necessario.

Come per tutti i ricercati, anche per gli ebrei si creò un vero e proprio mercato di falsi documenti, talvolta ceduti gratuitamente per spirito di generosità, talvolta pagati a caro prezzo. Benemeriti impiegati comunali si lasciarono «derubare» di carte di identità in bianco a Roma, Milano, Bellaria e altrove, mentre a Genova si sa che un impiegato comunale si fece pagare profumatamente.

Oltre alle carte in bianco occorrevano dati certi con cui riempirle, nuove fotografie e timbri e punzoni fabbricati appositamente da tipografi compiacenti. I dati falsificati recavano luoghi di residenza nell’Italia Meridionale, difficili da controllare in caso di fermo perché in zona già liberata dagli Alleati. Uno di questi falsari era Giorgio Nissim che con l’aiuto di don Paoli fabbricò decine di queste carte di identità avendo come base la casa degli Oblati a Lucca, altri furono Luigi e Trento Brizi ad Assisi, padre Benedetto Maria a Roma, il cosiddetto Centro X (diretto dal generale Bencivenga) che arrivò a produrre a Roma migliaia di false tessere annonarie su carta filigranata delle Cartiere di Fabriano, sottratta al Poligrafico dello Stato con un audace furto notturno.

Oltre alle comunità religiose o ospedaliere, talvolta ad agire furono comunità civili, come gli abitanti di un villaggio o abitanti di un caseggiato, in un concorso di sentimenti positivi. Mi sembra eccezionale il caso dei molti abitanti di Borgo San Dalmazzo che portarono cibo e generi di prima necessità alla caserma degli alpini, improvvisato campo di concentramento per gli ebrei arrestati a Valdieri ed Entracque per circa un mese, fino al 21 novembre. L’altro caso da segnalare è senz’altro quello della cittadina di Amandola in provincia di Ascoli Piceno, dove tutto il paese si mobilitò assieme alla famiglia del capostazione Brutti per trattenere la famiglia iugoslava degli Almuli Eskenazi, che si era fermata solo per la notte ed era intenzionata a raggiungere il Sud. Fu formato una specie di comitato di soccorso e ognuno procurò qualche cosa per la sopravvivenza nel rifugio rimediato: chi vestiario, chi cibo, chi biancheria da letto, chi stoviglie e pentole. Non fu da meno il paese di Cotignola in provincia di Ravenna, dove ben quaranta ebrei furono sistemati, forniti del necessario per vivere e di documenti falsi da un gruppo di paesani con in testa il professore di musica e il commissario prefettizio.

Gli ebrei, con l’emanazione del sopra citato ordine d’arresto n. 5 diffuso dal capo della polizia Tamburini ai prefetti la sera del 30 novembre del 1943, ricaddero nella categoria dei fuorilegge da arrestare sia da parte della polizia tedesca, sia italiana.

Se scoperti, erano senza scampo, destinati a essere mandati prima nelle prigioni e nelle camere di sicurezza locali, poi al campo di raccolta e di transito (di Fossoli, o di Bolzano poi), dove dovevano attendere il loro turno per la deportazione verso l’Est, eufemismo per dire essere assassinati con il gas oppure introdotti nel campo di sterminio di Auschwitz per essere sottoposti a lavoro-schiavo.

Ogni famiglia cercò di procurarsi la salvezza, tentando di occultare la propria identità confondendosi nel mare dell’anonimato. Si verificava la necessità di dover cambiare spesso residenza o rifugio, con il cuore in gola, con l’ansia di non riuscire a trovare una nuova sistemazione, con sempre meno oggetti personali e vestiti appresso, lasciati nel posto precedente. Su tutti incombeva il terrore di essere scoperti e arrestati assieme alle famiglie, la preoccupazione di procurarsi carte false, cibo e ricovero. Naturalmente riuscirono meglio coloro che avevano legami di familiarità con la parte cosiddetta ariana della popolazione e quindi, prime fra tutte, le famiglie miste, in cui solo un coniuge era ebreo e l’altro partner ariano. Questo è il caso in cui tutto un gruppo familiare era in grado di dare una mano per l’organizzazione della clandestinità. Ci mancano le statistiche, ma è facile pensare che la maggior parte dei salvataggi sia da ascriversi a questa situazione.

La seconda situazione ottimale era quella in cui il capofamiglia era stato (prima dell’autunno del 1938) uno stimato professionista con legami di amicizia e di sodalizio con colleghi e membri della società circostante.

Più una persona aveva allacciato legami di amicizia e di comunanza con la società che lo circondava, più possibilità aveva di essere aiutato, ciò valeva per gli ebrei italiani ma anche per gli ebrei stranieri profughi.

A questo proposito, menzione particolare va fatta all’alto numero di ebrei stranieri profughi o ex internati in Italia che si salvarono. Un fatto stupefacente che non ha pari negli altri paesi occupati dove, al contrario, gli ebrei stranieri e profughi furono in genere i più colpiti dalla persecuzione. Guardando alle statistiche, gli ebrei stranieri colpiti dalla Shoah sono la metà di quelli italiani, 1954 identificati i primi, 3.836 identificati i secondi. Le ragioni di questo fenomeno sono l’alta qualità del soccorso prestato dalla rete Delasem e dalle autorità ecclesiastiche per quanto riguarda gli ebrei «francesi» e l’alto grado di familiarità conseguita con la popolazione locale dai gruppi di iugoslavi in libero internamento in paesini del Centro e del Nord Italia. Tali profughi, di elevata cultura e professionisti costretti a fuggire, furono apprezzati dagli abitanti e, dopo l’8 settembre, protetti e fatti fuggire in massa, specialmente dalle province di Treviso e di Aosta.

La gamma degli interventi in favore degli ebrei andò dalla connivenza verbale, all’aiuto finanziario, all’occultamento dei beni, alla prestazione di ricovero e cibo, all’organizzazione del salvataggio, all’accompagnamento al confine italo-svizzero.

 

Rimane da menzionare le reti di assistenza, che sono giocoforza intitolate a singole persone e a singole situazioni, reti che tuttavia si possono scorgere in filigrana.

La prima e più importante, continuamente citata nelle singole vicende, è l’opera ebraica di soccorso Delasem già attiva legalmente sotto il governo fascista dalla fine del 1939. Divenuta clandestina, si appoggiò alle autorità ecclesiastiche di alto rango, oltreché a una vasta rete di connivenze costituita dai più disparati ambienti sociali: impiegati comunali, medici, industriali, diplomatici stranieri, tipografi. La Delasem stessa si rivolse, per ricevere assistenza nella distribuzione del denaro raccolto all’estero e per il reperimento di ricoveri nei conventi, al cardinal Pietro Boetto a Genova, al cardinal Elia Dalla Costa a Firenze, a monsignor Placido Nicolini vescovo di Assisi, al cardinal Fossati a Torino, al cardinale Schuster a Milano, e all’arcivescovo Antonio Torrini di Lucca, da tutti loro ricevendo un fraterno e solidale aiuto, che andò in alcuni casi fino a far rimuovere la regola della clausura in certi conventi di Firenze e Assisi.

A partire dalla seconda settimana di settembre del 1943 , l’organizzazione, che già si trovava a dover affrontare l’emergenza dei folti gruppi di ebrei provenienti dalla Iugoslavia che si trovavano in internamento, fu travolta dall’ondata di fuggitivi che era dilagata in Italia dalla Francia meridionale attraverso i passi alpini. Essa, che fino ad allora si era occupata di problemi organizzativi legati all’ emigrazione dei rifugiati stranieri presenti nella penisola e di problemi di assistenza sociale nei campi di internamento, per garantire agli stessi un livello di vita sopportabile, dovette rapidamente mutare obiettivi. Con la liberazione dall’internamento degli iugoslavi seguita alla caduta di Mussolini e l’arrivo dei «francesi», il numero di persone bisognose di sussidi in denaro aumentò vertiginosamente e ben presto si profilò l’urgenza di trovare loro ricovero (non ancora nascondigli poiché gli arresti iniziarono in Italia solo il mese successivo).

I profughi, anche per suggerimento dei responsabili della Delasem che fin dalla primavera precedente avevano accarezzato l’idea di spostare gli ebrei residenti nel Nord Italia al Sud in territorio liberato dagli anglo-americani, si diressero di preferenza verso le regioni meridionali. Di conseguenza, gli uffici della Delasem maggiormente coinvolti furono quelli che si trovavano lungo la linea Genova-Torino-Firenze-Roma. In queste quattro città, gli attivisti della Delasem (a Firenze denominata Comitato di soccorso ai profughi) dispiegarono ogni sforzo nell’opera di assistenza, confortati da un flusso di denaro proveniente dalla grande e benemerita organizzazione di soccorso American Jewish Joint Distribution Committee e da poche altre. Questa frenetica attività fu attuata fintanto che l’occupante tedesco non mise in piedi anche in Italia l’organizzazione degli arresti e delle deportazioni verso il campo di sterminio di Auschwitz, cioè fino a metà ottobre del 1943.

I rastrellamenti a Roma il 16 ottobre 1943 e a Genova il 3 novembre successivo misero in allarme non solo gli ebrei stranieri ma indistintamente tutti gli ebrei d’Italia, che furono costretti a passare massicciamente nella clandestinità. In queste condizioni, l’opera della Delasem cambiò di nuovo forzatamente fisionomia: mentre, tra il 1939 e il 1943, i principali destinatari dell’opera di assistenza erano stati gli ebrei stranieri, dall’ottobre del 1943 anche gli ebrei italiani si trovarono ad avere esattamente le stesse necessità. Occorreva: a) cercare nascondigli; b) riuscire a distribuire denaro necessario alla sopravvivenza dei clandestini; c) fabbricare falsi documenti necessari per circolare, ma anche per procurarsi carte annonarie; d) trovare vie sicure per sconfinare in Svizzera.

La Delasem stessa passò nella clandestinità e i suoi attivisti, per poter continuare a operare, dovettero chiedere l’aiuto del mondo ecclesiastico: filiera per eccellenza era la Chiesa cattolica con le sue ramificazioni gerarchiche e territoriali e con la sua consolidata esperienza di esercizio del diritto di asilo.

Talvolta i soccorritori facevano parte non già della popolazione civile o ecclesiastica «spettatrice», ma addirittura dell’universo delle pubbliche autorità, cioè di coloro che erano supposti essere «i persecutori», come funzionari di polizia, carabinieri, finanzieri, podestà, commissari prefettizi, perfino «camicie nere».

Questi, talvolta anticiparono le notizie dei prossimi arresti, talvolta chiusero un occhio sull’esibizione di documenti non del tutto a posto, talvolta aiutarono a trovare sistemazioni o nascondigli, talaltra fornirono essi stessi documenti falsi. Tutti, naturalmente, erano tenuti a eseguire gli ordini, non obbedire era un’insubordinazione, ma a un certo punto della catena un anello si rompeva; questo avvenne ai livelli più alti, per esempio, per i funzionari degli uffici stranieri delle questure di Roma e di Fiume nelle persone di Angelo De Fiore e di Giovanni Palatucci, come per alcuni podestà (carica simile a sindaco, non elettiva, bensì di partito) di piccoli comuni come Ercole Piana, podestà di Bard, Francesco Garofano, podestà di Grognardo, Roberto Castracane, podestà di Villa Santa Maria, Vittorio Zanzi, commissario prefettizio a Cotignola, Giacomo Bassi, segretario comunale a Canegrate. Si hanno anche casi di carabinieri che corsero ad avvertire le prossime vittime di un imminente arresto come nel caso del maresciallo Enrico Sibona a Maccagno o Carlo Ravera ad Alba, o del maresciallo Osman Carugno, che a Bellaria aiutò un cospicuo gruppo di ebrei iugoslavi a trovare un rifugio.

L’aiuto agli ebrei fu un aiuto morale, ma dispiegato con mezzi materiali: occorrevano disponibilità economiche per ospitare una famiglia priva di carte annonarie, bisognosa di tutto, dal vestiario ai libri da leggere. Questo, in una economia di guerra, in un panorama di angoscia martellante, di bombardamenti, di penuria di cibo, di costante paura delle retate, ci fa percepire meglio l’ampiezza dei sacrifici messi in atto da quelli che hanno condiviso per giorni e mesi, talvolta per anni, la vita con gli ebrei.

 

Per il riconoscimento di un Giusto occorre che il salvato o i suoi discendenti rivolgano una richiesta a Yad Vashem che, a sua volta, fa scattare una indagine che coinvolge anche i discendenti del salvatore. Se l’indagine si mostra positiva, nel giro di poco più di un anno il titolo viene concesso.

La maggior parte di essi chiede: «Ma che cosa ho fatto di speciale?» oppure «È stata poca cosa, e del tutto naturale, che cosa avreste fatto, voi, al mio posto?».

Francamente, non crediamo alle predisposizioni, crediamo piuttosto che ogni persona possa trovarsi in ogni momento della propria vita a un bivio tra il bene e il male e che ogni volta abbia la possibilità di scegliere che cosa sia il meglio per sé e per gli altri. Ci sono, è vero, schiere di persone che non si pongono mai in condizione di dover scegliere, ma il fatto che troviamo Giusti in ogni strato sociale e a ogni livello di istruzione, maestri, ecclesiastici, donne di servizio, portinai, impiegati, funzionari pubblici, contrabbandieri, medici, militanti politici, artigiani, capistazione, dimostra che quella del salvatore non è una vocazione, è una situazione in cui si potrebbe trovare ognuno di noi a un certo momento della vita. Sarebbe difficile trovare tra i Giusti un denominatore comune, se non un istintivo rifiuto alla disumanità cui le circostanze d’allora obbligavano.

 

Bibliografia:

I Giusti d’Italia I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945. - Yad Vashem - Edizione Italiana di Liliana Picciotto – Mondadori Oscar Storia 2006

Fondazione CDEC, Milano

 

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da "Questo Novecento" di Vittorio Foa

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

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Nel 1938 il Governo italiano decise la campagna antisemita: gli ebrei adulti furono cacciati dal lavoro, gli ebrei ragazzi e bambini furono cacciati dalle scuole. La discriminazione colpì ogni aspetto della vita quotidiana.

In confronto ai nazisti, che uccidevano scientificamente gli ebrei, i razzisti italiani si limitavano a togliere loro le possibilità materiali di lavoro e di formazione, anche se più tardi i fascisti della Repubblica Sociale Italiana avrebbero dato la caccia agli ebrei per farli uccidere dai tedeschi.

 

In Italia gli ebrei erano come tutti gli italiani: c’erano dei fascisti più o meno accesi, degli indifferenti, degli antifascisti più o meno impegnati.

 

Sono ebreo e soffrivo per quello che succedeva agli ebrei, ai miei fratelli che perdevano il lavoro ed erano costretti a una incerta emigrazione, ai molti che conoscevo e a quella moltitudine che in Italia, e ormai in gran parte d’Europa, era gettata nel buio. Dalla mia cella di Regina Coeli non potevo manifestare la mia protesta se non nelle lettere a mia madre e mio padre.

 

Nel gennaio 1942 (il 20 gennaio dei 1942 si svolse la conferenza dei Wannsee, nel corso della quale si programmò la "soluzione finale") i nazisti decisero di sterminare, senza eccezione alcuna tutti gli ebrei e ne disposero, con una organizzazione su scala industriale di massa, la cattura, il trasporto a est e l’uccisione. Ma già prima della cosiddetta "soluzione finale", le condizioni, imposte agli ebrei avevano come sbocco la morte, attraverso un percorso di efferata disumanità.

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Francia: verso la “soluzione finale”

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

principali campi francesi 1942 stella gialla ebrei

Alla conferenza di Wannsee, nel gennaio 1942, i nazisti decidono di applicare la “soluzione finale della questione ebrea” a tutti gli ebrei d’Europa: 40.000 ebrei di Francia saranno deportati entro tre mesi. Il 27 marzo 1942, il primo convoglio di deportati esce dalla stazione di Drancy-le Bourget trasportando 1146 (tra cui dei francesi) detenuti di Drancy e Compiègne verso Auschwitz. Il 5 giugno, il secondo convoglio, composto da ebrei francesi (79) e stranieri (un migliaio) di Drancy, Compiègne, Baune-le-Rolande e Pithiviers, parte per Auschwitz.

Parigi rastrellamento ebrei stranieri partenza ebrei francesi

Il 16 gennaio 1942, i tedeschi informano il governo francese che hanno deciso di deportare 100.000 ebrei, senza distinzione di nazionalità, tra ebrei francesi, stranieri o apolidi. Vichy non vuole avere degli complicazioni per il fatto che i tedeschi deportino ebrei stranieri o apolidi. Per contro per gli ebrei francesi, un governo sovrano non può lasciare i suoi cittadini nelle mani del nemico. René Bousquet, segretario generale della Polizia, si impegna a far arrestare nella zona Sud 10.000 ebrei stranieri per consegnarli ai nazisti. Il 22 giugno, dalla stazione di Drancy, 965 ebrei, di cui 435 francesi vengono deportati: per la prima volta delle donne (66) fanno parte del convoglio.

Drancy campo di transito deportazione 

Tra il 1942 e il 1944, 62 convogli di deportati ebrei sono partiti da Drancy (stazione di Drancy-le Bourget e Bobigny), 6 da Pithiviers, 2 da Baune-le-Rolande, 2 da Compiègne, 1 da ciascuna delle stazioni di Lione, Tolosa, Angers e Clermont Ferrand. Gli ebrei arrestati al Nord e nel Pas-de-Calais sono internati in una caserma a Malines in Belgio, da dove sono deportati in Germania.

1944 campo di Compiègne campo di Compiègne registrazione ebrei baracca campo di Pithiviers

 

Accordi Oberg-Bousquet

A Vichy, Pétain, Laval e Bousquet sono dello stesso avviso: rifiuto di vedere dei poliziotti o gendarmi francesi procedere all’arresto di ebrei (francesi o stranieri) nella zona Nord; nella zona Sud, il governo si impegna a consegnare 10.000 ebrei unicamente stranieri. I responsabili nazisti sono in difficoltà: nella zona Nord, le forze di polizia tedesche sono insufficienti per procedere alle migliaia di arresti e le reazioni della popolazione francese sono imprevedibili. La partecipazione della polizia francese è necessaria. Il 2 luglio 1942, Bousquet e il generale delle SS Oberg, incaricato di mantenere l’ordine, si mettono d’accordo. Di sua propria iniziativa, Bousquet consente che la polizia francese partecipi all’arresto degli ebrei che i tedeschi stabiliranno, sia nella zona Nord che in quella Sud, a condizione che gli ebrei siano stranieri. Grazie a Bousquet, i nazisti vogliono realizzare i loro programmi: deportare “per una destinazione orientale” 40.000 ebrei di Francia prima della fine del 1942.

 

Il rastrellamento di Vel’ d’Hiv’

Il 17 luglio 1942, a Parigi, ha luogo il rastrellamento detto di Vel’ d’Hiv’, durante il quale 12.884 tra uomini, donne e bambini (in maggioranza stranieri) sono arrestati dalla polizia francese, portati al Vélodrome d'Hiver, poi internati a Drancy o nei campi del Loiret (Baune-le-Rolande e Pithiviers) prima di essere deportati. Il 7 agosto, Vichy consegna il primo contingente di ebrei della zona Sud, 1003 internati tedeschi del campo di Gurs. I campi della zona Sud e i raggruppamenti di lavoratori stranieri costituiscono per la polizia di Vichy una “riserva” dalla quale attingere. Il 26 agosto ha luogo il primo grande rastrellamento di ebrei stranieri nella zona Sud: 6.584 ebrei sono internati in campi prima di raggiungere Drancy: il 1942 è l’anno dei grandi rastrellamenti: dei 76.000 ebrei di Francia deportati, 42.000 sono di quest’anno.

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Una logica di esclusione

La protezione degli ebrei francesi da parte di Vichy è un’illusione. In effetti, Laval e Pétain non vogliono che la polizia francese partecipi ai rastrellamenti degli ebrei francesi, ma, dopo il dicembre 1941, i tedeschi arrestano, internano e deportano degli ebrei francesi, senza proteste da parte di Vichy, e, in base a quanto stabilito da Laval, i bambini di ebrei stranieri nati in Francia, dunque francesi, sono deportati con i loro genitori. Certamente, nell’agosto del 1943, Laval rifiuta di promulgare la legge (che lui ha firmato) che toglie la nazionalità francese agli ebrei naturalizzati dopo il 1927, ma, dopo l’ottobre 1940, gli ebrei francesi non sono più considerati interamente come dei cittadini. Vichy tenterà di evitare agli ebrei di nazionalità francese quello che ha accuratamente preparato: una esclusione sociale sancita da una espulsione territoriale? Promulgando, di sua spontanea iniziativa, un vero arsenale legislativo antisemita, La Francia di Vichy autorizza implicitamente i tedeschi ad impadronirsi di coloro che, d’ora in avanti, anche se ex combattenti così cari al Maresciallo, non appartengono più alla comunità nazionale.

Per assicurare la deportazione al ritmo di tre convogli di 1.000 persone alla settimana, i rastrellamenti si moltiplicano in tutta la Francia. Ma la popolazione vede di mal occhio questi arresti di massa che toccano francesi e stranieri, vecchi e bambini. La Chiesa protesta. Laval e Bousquet sono riluttanti (siamo nel 1943) e anche i poliziotti sono sempre più reticenti. Nonostante ciò, i nazisti, aiutati dalla polizia francese e dai membri della milizia, agli ordini di Joseph Darnand, segretario di Stato al Mantenimento dell’ordine, continuano la caccia agli ebrei fino all’ultimo: L’ultimo convoglio di 39 deportati ebrei parte da Clermont-Ferrand il 22 agosto 1944.

 

Il terribile bilancio

Nel 1940, circa 730.000 ebrei vivevano in Francia, di cui 400.000 in Africa del Nord. La legislazione di Vichy li rese un gruppo a se stante. Gli arresti effettuati dai poliziotti di Vichy, poi i trasporti e l’internamento nei campi francesi sono operazioni di tale ampiezza che i tedeschi non avrebbero potuto realizzarli da soli:. Per il raggruppamento degli ebrei nei campi, per la schedatura, per i rastrellamenti eseguiti dalla polizia, Vichy ha facilitato il lavoro dei tedeschi per la deportazione di 76.000 ebrei di cui 24.000 francesi; il 3% (2.500) sono sopravvissuti ai campi di sterminio; 4.000 ebrei sono morti nei campi in Francia. Malgrado i nazisti e Vichy, alcuni francesi hanno salvato degli ebrei. Così a Chambon-sur-Lignon, piccolo paese dell’Haute-Loire, gli abitanti accolsero e nascosero numerosi bambini fino alla Liberazione. Migliaia di ebrei devono la vita all’atto di coraggio e di compassione di cui sono stati protagonisti dei cittadini francesi.

 

 

Bibliografia:

Nicolas Jagora et Franck Segrétain – La victoire malgré tout – Edition LBM Paris 2005

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La persecuzione degli ebrei: dalla Germania ai paesi europei sotto l’occupazione nazista

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Negli anni Quaranta, in piena Seconda guerra mondiale, quasi tutta l'Europa era sotto l'occupazione del regime nazista del Terzo Reich. Oltre alla sconfitta degli Alleati e all'espansione territoriale, Adolf Hitler aveva come fine bellico l'instaurazione nel mondo di un nuovo ordine sociopolitico fondato sulla gerarchia razziale, sull'egemonia «ariana» e sull'annientamento degli ebrei.

Enunciato nel Mein Kampf, nei discorsi di Hitler e in innumerevoli scritti dei suoi collaboratori più anziani, la realizzazione di questo «ordine» fu perseguita tappa per tappa tra il 1933 e il 1939, per arrivare, durante la guerra, allo sterminio di massa degli ebrei.

L'«ordine nuovo», nell'ideologia nazista, aveva come obiettivo l'annullamento e lo sradicamento dei valori umani. Il diritto dell'uomo alla vita, il diritto dell'uomo e del cittadino all'uguaglianza nel suo paese, principi elaborati e adottati lungo il cammino della civiltà europea, costituivano, tra i popoli illuminati, il fondamento della condizione giuridica dell'uomo e della famiglia.

Lo Stato nazista, instaurato si nel 1933, promulgò le leggi razziali antiebraiche conformi alla sua ideologia. Nel settembre del 1935, le leggi approvate a Norimberga stabilirono che «la purezza del sangue tedesco è indispensabile per l'esistenza del popolo tedesco. Il cittadino del Reich è solo colui che ha sangue tedesco o sangue da esso derivato».

Gli ebrei risiedevano sul suolo tedesco da secoli, e rappresentavano meno dell'1 per cento della popolazione totale. Ciononostante furono privati della cittadinanza tedesca e fu vietato loro l'accesso alle cariche pubbliche, all'esercizio delle libere professioni e alle associazioni socioculturali. Segregati e oppressi, gli ebrei vennero in seguito esclusi anche dalla vita economica del paese e sistematicamente espropriati delle loro proprietà, per portare a compimento il processo detto di «arianizzazione». Le vittime di queste leggi non furono soltanto gli ebrei di fede mosaica o le persone che appartenevano alla comunità ebraica, ma anche i convertiti, i loro figli e i figli dei loro figli, poiché il criterio della loro condizione civile era l'appartenenza dei loro antenati al giudaismo.

Contemporaneamente all'applicazione della legislazione antiebraica, furono anche esercitate forti pressioni affinché gli ebrei emigrassero dalla Germania. L'inizio delle violenze contro gli ebrei tedeschi si verificò già prima della guerra. Nel novembre del 1938, un pogrom, incoraggiato dal governo, scoppiò in tutto il paese. Un centinaio di ebrei furono assassinati, i negozi di loro proprietà saccheggiati, le sinagoghe date alle fiamme o distrutte e decine di migliaia di ebrei rinchiusi nei campi di concentramento. In Austria, annessa alla Germania nel marzo del 1938, si scatenò una campagna orchestrata da Adolf Eichmann e dai suoi assistenti della Gestapo, per l'espulsione massiccia degli ebrei, che fu accompagnata da umiliazioni e misure repressive.

Precedentemente, in Germania, tra ebrei e tedeschi, non vi erano conflitti, né divergenze di interessi, al contrario, dopo aver ottenuto l'emancipazione nel XIX secolo, molti ebrei aspiravano soltanto a integrarsi nella società. I cittadini ebrei avevano fatto propri la lingua, la cultura, l'educazione e lo stile di vita dei tedeschi. Considerevole era stato il contributo degli ebrei tedeschi alla scienza, alla letteratura, alle arti e all'educazione; alcuni di essi avevano conseguito il premio Nobel. Avevano animato la vita economica e industriale del paese, aprendo tra l'altro molti grandi magazzini. Nei momenti di difficoltà economica, avevano dimostrato la loro lealtà di cittadini. La velocità con la quale gli ebrei tedeschi si erano assimilati al resto della società risulta evidente dall'analisi dei dati demografici: l'aumento dei matrimoni misti e la caduta del loro tasso di natalità in Germania lasciavano prevedere, nel giro di poche generazioni, la sparizione completa della popolazione di identità e di religione ebraica.

Molti ebrei di altre nazioni europee, in particolare nell'Europa orientale dove erano numerosi, consideravano la Germania e il popolo tedesco come un modello esemplare di tolleranza verso gli ebrei.

Non bisogna confondere l'antisemitismo professato dai nazisti con l'antigiudaismo classico di matrice religiosa ed economica. Negli ultimi decenni del XIX secolo, infatti, si era sviluppata una nuova forma di antisemitismo, soprattutto dal momento in cui gli ebrei erano diventati uguali davanti alla legge. Il miglioramento delle loro condizioni sociali, economiche e culturali aveva suscitato l'invidia di coloro che si consideravano svantaggiati. Gli ebrei furono indicati come i fondatori delle nuove tendenze culturali e sociali, prive di certezze tradizionali e piene di contraddizioni. Furono inoltre accusati di aver dato origine alle due opposte dottrine ideologiche: il capitalismo e il socialismo, e sospettati di fomentare segretamente complotti internazionali.

In realtà, gli ebrei si dividevano in ortodossi e riformisti. Nell'Europa occidentale alcuni possedevano grandi fortune, ma la gran parte degli ebrei che risiedevano nell'Europa orientale apparteneva a una classe sociale molto povera. Lungi dal costituire un insieme coerente, gli ebrei erano divisi da divergenze politiche e sociali.

In quel periodo i paesi europei erano teatro di aspri contrasti interni, incapaci di affrontare la grave crisi economica che aveva generato un clima di malcontento generale. Il momento era quindi propizio a fare degli ebrei i colpevoli di tale situazione. Essi furono designati come capro espiatorio e indicati come tali da coloro che si disputavano il potere. In Germania, il razzismo fornì un elemento supplementare, rappresentando gli ebrei come portatori di tare ereditarie senza alcuna via di salvezza. Incompatibile con i fondamenti del cristianesimo, il razzismo biologico era ormai il principio conduttore dell'ideologia nazionalsocialista, l'elemento centrale della sua visione del mondo.

Il nazionalismo razzista si era servito dei miti e dei simboli pagani esaltando il concetto di forza e del diritto dei più forti. La Storia veniva letta come una competizione permanente tra razze per la supremazia, simile alla lotta per la sopravvivenza in natura. Il nazismo sosteneva che, in tutti gli ambiti, la cosiddetta razza ariana avesse doti creative di cui beneficiavano gran parte delle altre razze. Esso affermava che gli ebrei rovinavano la purezza della razza e minavano l'evoluzione naturale, nonché il diritto degli ariani all'egemonia.

Le grandi democrazie non presero alcuna iniziativa d’ordine pratico contro la legislazione antiebraica e le persecuzioni inflitte agli ebrei, ne furono prese iniziative straordinarie per aprire le frontiere dei paesi del mondo, o quelle della Palestina mandataria, agli ebrei intrappolati nel Reich tedesco e nei territori sotto la sua influenza. Nel periodo che precedette la guerra mondiale, in cui si moltiplicavano gli estremismi e i regimi totalitari, il terreno era fertile per la diffusione dell' antisemitismo e per un minore livello di consapevolezza del pencolo che la Germania rappresentava per il mondo.

In sintesi, il male propagatosi e radicatosi senza difficoltà tra i popoli illuminati, non si limitava a un obiettivo circoscritto, ma era proliferato al punto di costituire una minaccia per tutta l'umanità.

Il 30 gennaio del 1939, Hitler dichiarò che se fosse scoppiata un'altra guerra in Europa, questa volta non si sarebbe conclusa con la vittoria del bolscevismo, ma «con l'annientamento della razza ebraica in Europa». Questa profezia fu più volte apertamente ripetuta da Hitler nel corso della guerra durante le sue apparizioni in pubblico. Non si trattava, quindi, di una direttiva operativa enunciata per essere applicata immediatamente, ma di un annuncio che prese vigore con l'evolversi della guerra e condusse alla formulazione di un piano per l'eliminazione totale degli ebrei d'Europa. In nome del delirio razzista, centomila persone vittime del programma «eutanasia», quasi tutti cittadini tedeschi malati incurabili, furono uccisi con il pretesto di preservare la purezza della razza ariana in virtù dei principi del nazionalsocialismo.

Per i nazisti, gli ebrei erano il nemico principale e un ostacolo sul loro cammino. Fino allo scoppio della guerra, la «soluzione» del problema ebraico nel Terzo Reich fu l'emigrazione degli ebrei dalla Germania. Nel corso dell'invasione della Polonia, dove vivevano milioni di ebrei, e con l'assoggettamento degli altri paesi europei all'Est, le persecuzioni naziste furono dirette sia contro le élites di questi paesi, sia contro gli ebrei locali. Il comportamento verso di loro si fece sempre più feroce, una radicalizzazione favorita dall'evolversi della guerra e dal crescente potere della Germania nazista. Niente poteva più frenare l'attuazione della «soluzione finale» del problema ebraico.

Abbandonata l'idea di deportare gli ebrei in una colonia africana in Madagascar sotto controllo nazista, furono istituiti i ghetti come soluzione transitoria della persecuzione antiebraica.

Con l'attacco all'Unione Sovietica denominato «Operazione Barbarossa» - attacco definito come uno scontro tra visioni del mondo diverse - vaste aree caddero sotto il giogo nazista; da quel momento si mise in moto la cosiddetta «soluzione finale» al problema ebraico con l'attuazione di esecuzioni di massa in ambito locale, che in seguito sfociarono in un metodico piano di sterminio totale di tutti gli ebrei d'Europa deportati nei campi di sterminio costruiti a questo scopo. Solo una piccola percentuale di ebrei abili al lavoro fu inviata nei campi di lavori forzati sotto il controllo delle SS per contribuire allo sforzo bellico tedesco, ma anche questi ebrei; secondo le parole del Reichsführer Heinrich Himmler, sarebbero stati eliminati al momento giusto.

Milioni di persone a prescindere dal sesso, dall'educazione, dal ceto o dall'opinione politica, adulti, vecchi, bambini e neonati, furono derubati e rinchiusi nei ghetti in balia della violenza, della fame e delle epidemie, e, al termine di questo calvario, brutalmente fucilati o mandati a morte nelle camere a gas. Sotto gli occhi di coloro in mezzo ai quali gli ebrei erano vissuti per generazioni, si perpetrò un crimine di proporzioni senza precedenti nella storia dell'umanità.

L'assassinio degli ebrei non terminò neppure negli ultimi mesi di guerra, quando era ormai chiara l'inevitabile sconfitta della Germania. Mentre le truppe sovietiche avanzavano in direzione del confine ungherese, centinaia di migliaia di ebrei furono inviati ad Auschwitz: in questo periodo lo sterminio raggiunse il suo culmine nelle installazioni di morte a Birkenau. Solamente a pochi giorni dalla liberazione di Lodz, nell'agosto del 1944, il ghetto di questa città fu liquidato con la deportazione ad Auschwitz dei suoi ultimi sopravvissuti. In Polonia, dove alla vigilia della Seconda guerra mondiale viveva la popolazione ebraica più numerosa, non era rimasto un solo ghetto dopo la liberazione dall'occupazione tedesca.

Le difficoltà e le sofferenze causate dalla guerra e dall'occupazione alle popolazioni dei paesi occupati resero queste più dure e insensibili al destino degli ebrei. Solamente in Danimarca il salvataggio degli ebrei ebbe carattere nazionale. Per gli occupanti, i danesi erano considerati la popolazione più vicina dal punto di vista razziale a quella tedesca. Godendo di una certa indipendenza nel gestire la vita interna del paese, essi si rifiutarono di consegnare i loro concittadini ebrei. Infatti: nel giorno in cui i tedeschi avevano stabilito l'arresto delle migliaia di ebrei danesi, molti cittadini formarono spontaneamente una rete di Soccorso per proteggerli e li salvarono portandoli via mare nella vicina Svezia.

La polizia di molti paesi, inclusa l'Italia, prese parte all'arresto e alla deportazione degli ebrei.

 

 

Bibliografia:

I Giusti d’Italia I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945. - Yad Vashem - Edizione Italiana di Liliana Picciotto – Mondadori Oscar Storia 2006

 

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Il ghetto di Terezin

13 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

La costruzione della città fortezza

Terezin, in tedesco Theresienstadt, era una città fortezza fatta edificare da Giuseppe II d'Asburgo dal 1780 al 1790 nel contesto di un sistema di fortificazioni in funzione antiprussiana.

Terezin nel XIX secolo

Nel 1882 venne abbandonata come sede di guarnigione e la Fortezza Piccola ad oriente venne adibita a carcere per prigionieri particolarmente pericolosi, mentre nella Fortezza Grande si erano trasferiti artigiani ed operai con le loro famiglie. Il loro operato serviva alle necessità dei circa 5500 militari che abitavano nelle caserme.

Il Protettorato di Boemia e Moravia

In seguito all'occupazione nazista dei Sudeti (1938) e di Praga (1939), fu creato il Protettorato di Boemia e Moravia sotto Reinhard Heydrich. Dal 1940 la Fortezza Piccola funzionò come prigione della Gestapo, mentre i nazisti incominciarono a discutere sulla località più idonea in cui istituire un ghetto per gli ebrei cechi.

Terezin ghetto per gli ebrei cechi

La decisione arrivò verso la fine dell'anno seguente: due sedute segrete avvenute nel castello di Praga, il 10 e il 17 ottobre 1941, portarono alla decisione di trasformare la Fortezza Grande di Terezin in un ghetto per gli ebrei cechi. Immediatamente incominciarono a giungere i primi trasporti dalla Boemia, mentre agli abitanti precedenti (non ebrei) giungevano i primi ordini di lasciare le loro case.

Terezin ghetto per anziani e per persone in vista

Il 20 gennaio dei 1942 si svolse la conferenza dei Wannsee, nel corso della quale si programmò la "soluzione finale". Per quanto attiene Theresienstadt, si decise di farne un ghetto "modello" nel quale avviare gli anziani e tutti quei personaggi che non si sarebbero potuti deportare senza suscitare eventuali reazioni da parte dell'opinione pubblica (decorati della I guerra mondiale, artisti, musicisti, importanti professionisti, persone in vista...)

Terezin campo di transito

Dal 28 febbraio successivo gli abitanti non ebrei di Terezin furono tutti forzatamente evacuati e risarciti con il denaro requisito agli ebrei. Intanto si susseguivano i trasporti non più solo dalla Boemia, ma da tutto il territorio dei Reich. In una città che poteva ospitare non più di 7000 persone, a fine maggio erano già 28.900 gli ebrei cechi e da giugno in avanti giunsero i trasporti dal Reich di circa 40.000 persone.

Ghetto Terezin ingresso Ghetto Terezin

 

Primo bilancio

Dalla fine del 1941 alla fine del 1942 vennero deportate a Theresienstadt 109.114 persone. La speranza di trascorrere il tempo a Terezin in attesa della fine della guerra cadde. Si palesò come beffa la promessa, fatta agli anziani, di un soggiorno tranquillo in casa di riposo. Questi ultimi, ingannati dai nazisti, avevano addirittura ceduto la loro abitazione e i loro beni in cambio di quella sistemazione!. Ma la truffa divenne ben presto evidente, fin dal gennaio 1942, quando iniziarono a partire da Theresienstadt i trasporti destinati prima ai ghetti orientali (Riga, Izbica, Piaski) e subito dopo verso Treblinka ed Auschwitz. Da Theresienstadt, nello stesso periodo di tempo, vennero avviate verso la morte 43.871 persone. Nel settembre 1942 la popolazione del campo raggiunse la cifra assurda di oltre 50.000 persone.

Gli altri trasporti

Dall'ottobre successivo i nazisti incominciarono a far partire i convogli direttamente per Auschwitz e Treblinka e non solo per i ghetti dell'Est. La situazione del popolamento del ghetto fu continuamente mantenuta in "equilibrio" con un susseguirsi di trasporti dal Reich a Terezin e da Terezin ad Auschwitz o Treblinka, fino all'ultimo treno per Auschwitz del 28.10.1944, quando ormai l'Armata dei Nord era rimasta intrappolata in Curlandia e l'Armata Sovietica aveva occupato l'Ungheria ed avanzava da est.

Bilancio finale

88.196 persone furono deportate verso i campi di sterminio o verso altri ghetti e campi di concentramento: ad Auschwitz 44.693, a Treblinka 8.000, a Sobibor 1.000, a Riga 2.000, a Zamosc (2.000), lzbica (3.000), Lublin (3.000), Warsaw (1.000), a Minsk (1.000) e verso ignota destinazione altri 22.503. I più vennero uccisi appena arrivati o morirono stremati dal lavoro. I dati ci indicano che solo 2.971 di tutti i prigionieri di Terezin sopravvissero alla guerra. Comunque, dei 149.037 ebrei giunti a Terezin, ne morirono 33.529 nel ghetto stesso, di fame, di malattia o in seguito ad esecuzioni. Dei 149.037, 15.000 erano bambini. Solo in 100 tornarono dai campi di sterminio e pochi altri si salvarono nel ghetto.

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Condizioni di vita nel ghetto

13 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

L'amministrazione nazista del ghetto

Ancora a Praga, nell'ottobre 1942, la Comunità ebraica aveva ottenuto di costituire la sezione "G", che lavorava febbrilmente per preparare una amministrazione autonoma del ghetto. Intanto l'Ufficio centrale delle SS aveva già incaricato come comandante dei campo l'Obersturmführer dott. Siegfried Siedi. In quanto campo speciale, Theresienstadt era controllato in modo diretto dall'Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich di Berlino. La catena di comando passava attraverso Heydrich e Frank ed arrivava sino ad Adolf Eichmann che in definitiva era il responsabile ultimo per tutte le decisioni "politiche". Ciò significa che tutti i trasporti in entrata e in uscita da Theresienstadt erano organizzati da Eichmann. Al di sotto dei comandi di Praga e Berlino vi era la vera e propria organizzazione del campo, che ebbe in successione tre comandanti: Siegfried Seidl, Anton Burger, Karl Rahm. I compiti di polizia politica, di controllo del campo e della prigione della Piccola Fortezza erano affidati ad un presidio di SS incaricate anche delle esecuzioni.

L'Amministrazione autonoma degli ebrei

Un Consiglio degli Anziani, a capo del quale si alternarono il dott. Jakub Edelstein, il dott. Paul Eppstein e il dott. Benjamin Murmelstein, guidava il gruppo dei responsabili dei settori della cosiddetta "Amministrazione autonoma". Il Capo rispondeva di persona della vita all'interno del ghetto al Comandante del campo e si occupava di compilare le statistiche e gli elenchi dei deportati, dell'assegnazione degli alloggi, della contabilità, della sanità, degli anziani e dei bambini. Ma il compito più tragico era quello di compilare le liste dei destinati ai trasporti verso est.

La vita nel ghetto

Uomini e donne vivevano separati e alloggiati nelle baracche o nelle caserme. Alle donne fu riservata la caserma detta di Dresda, agli uomini, la caserma detta di Hannover. Da principio i bambini fino a 12 anni vivevano con le donne, poi furono anche loro separati e alloggiati in case per loro, ma dopo i 15 anni venivano mandati con gli adulti. La corrispondenza con l'esterno era proibita. Era proibito fumare. Ci si doveva far tagliare i capelli, non si poteva camminare sul marciapiede, si dovevano salutare tutte le persone in uniforme. Denaro, tabacco, sigarette, carta da lettere, medicine, tutto doveva essere consegnato. Era proibito lasciare la casa dopo il tramonto e non si poteva cantare per strada. Era proibito fare scuola ai bambini. Qualsiasi piccola trasgressione era punita a bastonate. Per le infrazioni più gravi c'era la prigione e l'invio nei campi di sterminio.

L'affollamento

Le condizioni di vita, già dure all'inizio, si fecero sempre più difficili via via che la popolazione aumentava. I deportati abitavano le soffitte, gli atri, le cantine, i cortili, gli sgabuzzini più angusti, le casematte sotterranee. In quegli spazi ingombri di materassi, letti a tre piani, bagagli e oggetti personali ci si poteva muovere a stento. Regnava un chiasso continuo e la privacy era del tutto inesistente.

Ghetto Terezin in fila Ghetto Terezin distribuzione rancio

Le condizioni igieniche

Una così alta concentrazione di popolazione rendeva la situazione igienica catastrofica: c'era sporcizia sui pavimenti e nei blocchi, dove erano ammassate più di 6.000 persone, mancavano tubature per la distribuzione dell'acqua e gli impianti igienici erano insufficienti.

Un ulteriore flagello del ghetto erano gli insetti - pidocchi, mosche, cimici - e i ratti, che scorrazzavano indisturbati nelle vicinanze dei magazzini di generi alimentari. Essi contribuivano alla rapida diffusione delle epidemie, soprattutto di tifo.

Il lavoro

Tutte le persone in grado di farlo erano obbligate a lavorare, a partire dai 14 anni. L'impegno giornaliero andava dalle 10 alle 12 ore. Più tardi, quando le deportazioni ridussero la popolazione del campo, furono avviati al lavoro anche i bambini di 12 anni, prevalentemente impegnati in lavori agricoli.

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I bambini, i ragazzi e i loro "maestri"

13 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

6 milioni di ebrei trovarono la morte nei campi di concentramento e di annientamento, tra i quali un milione di bambini. 

 

Ghetto Terezin senza papà e mamma

La condizione dei bambini

A Terezin non solo venivano separati gli uomini dalle donne, ma anche i bambini e le bambine vivevano in case separate. All'interno degli edifici che li ospitavano vivevano in stanze definite Zimmergemeinschaft ("comunità di camera"). Si trattava di gruppi da 15 fino a 40 bambini, affidati ad adulti che spontaneamente si offrivano per questo compito. Nella maggior parte dei casi si trattava di persone fornite di una preparazione pedagogica, di insegnanti rimossi dal loro ruolo a causa delle leggi razziali. In ogni casa, accanto agli educatori, c'era un medico, un'assistente e del personale ausiliario. Vista così, sembrerebbe una situazione felice! Ma insegnare ai bambini era proibito e chi fosse stato scoperto a farlo sarebbe finito nei trasporti verso Auschwitz. Anche la presenza del medico e dell'infermiera era vanificata dalla mancanza di medicine e di strumenti.

L'opera degli insegnanti

Nonostante la situazione, Irma Lauscherova e i suoi colleghi facevano scuola, riscrivendo a memoria anche i libri di testo, perché non esistevano manuali scolastici. Insegnavano le nozioni di base della matematica, della grammatica, studiavano le poesie insieme ai bambini, li avvicinavano alla letteratura, infondevano passione per la musica, per il teatro, per il disegno.... Si sostituivano ai genitori, ai fratelli maggiori, che spesso erano già stati deportati a est. Si preoccupavano che per i bambini ci fosse cibo a sufficienza, che avessero abiti adatti a proteggersi dal freddo. Vivevano ben consapevoli del loro destino e nella paura continua di essere scoperti e mandati ad Auschwitz con il primo trasporto in partenza.

Friedl Dicker- Brandeis

Intanto i bambini scrivevano, disegnavano, dipingevano ciò che vedevano, ciò che accadeva intorno a loro, ma anche ciò che immaginavano, ciò che desideravano, il piatto della magra zuppa quotidiana, l'SS con il frustino, l'ultimo compleanno, l'ultima festicciola, una passeggiata a Praga o la visita al circo, una grossa torta, un pollo arrosto, una sagra paesana... L'ispiratrice della maggior parte dei disegni fu un'artista e pedagogista nota, Friedl Dicker-Brandeis, deportata a Terezin perché non aveva voluto lasciare i bambini rifugiati che già seguiva a Praga. Nel ghetto pagava con la sua razione di pane la carta e i colori per i bambini e li sosteneva liberandoli dalla paura con l'arteterapia.

Ghetto Terezin nessuna farfalla Ghetto Terezin disegno di Margit Ghetto Terezin disegno farfalla e fiori

Valtr Eisinger

Valtr Eisinger era un insegnante di scuola media superiore deportato a Terezin e responsabile di un gruppo di 42 ragazzi di età compresa fra i 10 e i 15 anni. Li appassionò alla letteratura, alla poesia e li sollecitò ad organizzarsi in una sorta di comunità autonoma, nella quale ognuno era responsabile di un compito (le pulizie, i pasti, l'attenzione ai più piccoli, la cura degli anziani...) Dietro il suo impulso i ragazzi composero poesie e crearono un settimanale interamente autogestito, "Vedem", che usciva in unica copia e veniva letto in soffitta ogni venerdì sera. Il suo direttore era Petr Ginz, un quattordicenne appassionato di fantascienza. Nei quasi due anni di vita del giornalino, nel gruppo di redazione passarono circa un centinaio di ragazzi, ma ne sopravvissero solo 15. Eisinger fu mandato ad Auschwitz e poi a Buchenwald e morì nella marcia della morte. Petr Ginz morì nelle camere a gas di Auschwitz.

Musica e teatro

A Terezin erano stati deportati moltissimi artisti e musicisti. Il maestro Rudi Freudenfeld diresse un coro di bambini e lo preparò a cantare la musica di Hanus Kràsa nell'operetta "Brundibàr", che fu allestita con la scenografia di un grande: Frantisek Zelenka. Fu l'unica opera lirica che poté essere rappresentata in forma teatrale, con scene e costumi. Venne replicata 55 volte e il livello dello spettacolo era tanto elevato, che fu inserita nel documentario di propaganda "Hitler dona una città agli Ebrei". In quell'occasione, "Brundibàr" venne rappresentata in un teatro vero e proprio. Finite le riprese, Hans Krasa, quasi tutti i membri dell'orchestra, i collaboratori, i bambini che avevano partecipato vennero deportati ad Auschwitz.



korczak.jpgJanusz Korczak, medico e scrittore, rimase fino all'ultimo accanto ai bambini orfani che gli erano stati affidati.

Quando deportarono i bambini dalla Casa degli Orfani che lui dirigeva, andò con loro e con loro salì sul vagone. Pare che Korczak avesse la possibilità di passare dalla parte ariana di Varsavia e salvarsi. Era stato tenente colonnello dell'esercito polacco e aveva amici tra gli ariani. Forse avrebbe potuto sopravvivere ma scelse di andare coi bambini.

Il 5 agosto 1942 i nazisti circondarono l’orfanotrofio con Korczak e i suoi duecento bambini. Lo storico del Ghetto di Varsavia Emmanuel Ringelblum che fu testimone oculare di quei momenti scrisse a proposito dei bambini che insieme a Korcazk marciarono verso il treno che li avrebbe portati a Treblinka: «... era una marcia organizzata, una muta protesta contro gli assassini... i bambini marciavano in fila per quattro con a capo Korkzak».

L’anziano pedagogista e i suoi bambini trovarono la morte a Treblinka.

Del resto non fu il solo: quando deportarono i bambini del sanatorio di Miedzeszyn quasi tutto il personale (medici, infermieri, insegnanti) seguì i bambini fino alla fine e andò con loro alla morte.

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Claude Lanzmann

13 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Nota su Claude Lanzmann e su Shoah

a cura di Frediano Sessi

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Nato a Parigi il 27 novembre del 1925, Claude Lanzmann è stato uno degli organizzatori della resistenza al liceo «Blaise Pascal» di Clermont Ferrand, nel 1943. Ha partecipato alla lotta clandestina in città e poi agli scontri del maquis dell'Auvergne. È medaglia alla resistenza con onorificenza, commendatore della Legion d'onore, commendatore dell'Ordine nazionale del Merito e dottore in filosofia honoris causa all'Università ebraica di Gerusalemme, all'Università di Amsterdam, all' Adelphi University e alla European Graduate School.

Lettore all'università di Berlino negli anni del blocco, nel 1952 incontra il filosofo francese Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, di cui diventa amico. Fino al 1970 svolge l'attività di saggista e giornalista. Negli anni seguenti, si impegna esclusivamente nel cinema: dapprima realizza Pourquoi Israël, con il quale ottiene un successo di pubblico considerevole in tutto il mondo, fin dalla sua prima a New York. In seguito, a partire dall'estate del 1973, comincia a lavorare alla realizzazione di Shoah. «Se fossi stato deportato con tutta la mia famiglia, - scrive, - non sarei mai stato capace di girare questo film, questo è certo. Per assumere infatti la posizione di testimone dei testimoni occorreva essere allo stesso modo dentro e fuori, o meglio, fuori e dentro». La lavorazione del film occupa Lanzmann a tempo pieno per undici an­ni, cinque e mezzo dei quali dedicati al montaggio delle oltre trecentocinquanta ore di ripresa. «Ho cominciato con il leggere. Andavo a tastoni, come un cieco [...]. Non mi sono recato subito sui luoghi. Dapprima ho cercato le persone». Proprio questa ricerca lo obbliga a lunghi viaggi e ad avvicinamenti progressivi, a volte, come fu nel caso dei nazisti, anche pericolosi, per lui e la sua squadra di lavoro. Il suo primo soggiorno in Polonia, sui luoghi del genocidio, risale all'inverno 1977-78. «A quel tempo, - dichiara, - ero una bomba carica di sapere, ma senza detonatore. La Polonia è stata il mio detonatore». La sua emozione più forte, è rappresentata dalla scoperta di un villaggio che aveva nome Treblinka e di una stazione ferroviaria, di binari, vagoni, ecc. Tutto è cominciato da lì, e la prima ripresa ha luogo cinque mesi dopo, nell'estate del 1978. A poco a poco, le foreste, le strade, la terra nuda, i villaggi, il paesaggio e quel che resta dei luoghi dello sterminio oggi disvelano ombre e lacerti del passato. Il film così gravita attorno all'assenza di tracce, all'inaccessibile, al centro dell'occhio del ciclone, come afferma Lanzmann, e riproduce e comunica quello che era sembrato a tutti l'inimmaginabile.

Nel 1985, quando Shoah, della durata di nove ore e mezza, viene presentato al pubblico, subito si parla di un capolavoro assoluto di arte cinematografica e di storia. A New York, nella pausa tra la prima e la seconda parte della sua proiezione, un rabbino chiede di rimanere in sala per recitare il kaddish, la preghiera per i morti. Lanzmann aveva fatto rivivere concretamente il ricordo di tutti quei morti senza tomba. Oggi, Shoah è considerato il più grande film della storia della cinematografia sull'Olocausto e non solo.

«La Shoah non fu solo un massacro di innocenti, ma soprattutto uno sterminio di gente indifesa, ingannata a ogni tappa del processo di distruzione, e fino alle porte delle camere a gas. Bisognava fare giustizia di una doppia leggenda, quella che vuole che gli ebrei si siano lasciati condurre al gas senza presentimenti e sospetti, e che la loro morte sia stata "dolce", e quella secondo la quale non opposero alcuna resistenza ai loro carnefici».

 

 

Bibliografia:

Claude Lanzmann – Shoa – Einaudi Stile libero Dvd 2007

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"Un vivo che passa" di Claude Lanzmann

13 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Ho realizzato Un vivo che passa, a partire da un colloquio che Maurice Rossel (a capo di una delegazione del Comitato internazionale della Croce rossa (CiCr), ispezionò il ghetto di Terezin

Ghetto Terezin ingresso Ghetto Terezin

nel giugno del 1944, con l'autorizzazione delle autorità tedesche) mi ha concesso nel 1979, proprio mentre stavo girando Shoah. Per ragioni di tempo e montaggio, avevo deciso di rinunciare a una trattazione diretta nel mio film dello straordinario soggetto rappresentato da Theresienstadt, a un tempo centrale e laterale nella genesi e nello sviluppo della distruzione degli ebrei d'Europa. Si sa che Theresienstadt, città fortezza a circa sessanta chilometri da Praga, era stata scelta dai nazista per essere il luogo che lo stesso Adolf Eichmann chiamava «il ghetto modello», un ghetto da mostrare all'opinione pubblica ostile. Evacuati i suoi abitanti cechi, la città fortezza accolse, dal novembre del 1941 all'aprile del 1945, gli ebrei del grande Reich (Austria, Protettorato di Boemia e Moravia, Germania), quelli che venivano chiamati i «Prominenten» [i privilegiati], da tempo integrati nella società tedesca e che non erano riusciti a emigrare o che, troppo vecchi per ricominciare una nuova vita, vi avevano rinunciato, credendosi protetti dal loro ruolo (ex combattenti decorati al valore della Prima guerra mondiale, grandi medici, avvocati, alti funzionari e uomini politici della Germania pre-hitleriana, rappresentanti di organizzazioni ebraiche, artisti, intellettuali ecc.) e che non era per niente facile sottoporre al «trattamento speciale», con cui venivano assassinati gli ebrei polacchi, dei Paesi baltici e dell'Unione Sovietica. A Theresienstadt, nel 1943 e nel 1944, arrivò anche un piccolo gruppo di ebrei della Danimarca, che non erano riusciti a scappare verso la Svezia, dall'Olanda, dal Lussemburgo, dalla Slovacchia, dall'Ungheria, dalla Polonia e anche dalla Francia.

In verità, quel «ghetto modello» era un luogo di transito, prima o ultima tappa, come si vedrà, di un viaggio verso la morte, che ha condotto la maggior parte di coloro che vi soggiornarono nelle camere a gas di Auschwitz, di Sobibor, di Beliec o di Treblinka, a volte, dopo varie peregrinazioni nei ghetti della Polonia, della Bielorussia o del Baltico che non erano affatto come Theresienstadt «ghetti modello». Oggi disponiamo di dati precisi sul numero dei trasporti e sull'identità delle vittime. Le condizioni reali di vita a Theresienstadt erano spaventose: la maggioranza degli ebrei, uomini e donne che vi erano concentrati, erano molto vecchi e in stato di miseria assoluta, promiscuità e malnutrizione in situazione di sovraffollamento nei caseggiati della città fortezza. A Theresienstadt come altrove, i nazisti mentivano e derubavano coloro che, in realtà, si preparavano a uccidere: fu cosi che la Gestapo di Francoforte propose ad alcune donne anziane e credulone del luogo, prima di deportarle nel ghetto di Theresienstadt, di scegliere tra un appartamento esposto al sole o a nord, costringendole a pagare in anticipo l'affitto della casa fantasma.

Gli ebrei non furono i soli a essere ingannati: «ghetto modello» o meglio ghetto «Potëmkin» (la leggenda vuole che il principe Grigorij Aleksandrovic Potëmkin abbia fatto erigere dei villaggi fittizi lungo la strada che doveva percorrere Caterina II imperatrice di Russia, nell'occasione di una visita in Ucraina e in Crimea, territori di recente annessione). Theresienstadt doveva essere messo in mostra e lo fu.

A capo di una delegazione del Comitato internazionale della Croce rossa (CiCr), Maurice Rossel ispezionò il ghetto nel giugno del 1944, con l'autorizzazione delle autorità tedesche.

Ringrazio Maurice Rossel di avermi consentito di utilizzare il testo del nostro colloquio che ha avuto luogo nel 1979. «Adesso che sono ottuagenario», mi ha scritto, «non mi ricordo molto bene dell'uomo che ero allora. Mi ritengo più saggio o più folle, e forse è la stessa cosa. Sia compassionevole, non mi renda troppo ridicolo».

Ho cercato di rispettare la sua richiesta.

Claude Lanzmann

 

CLAUDE LANZMANN Dr. Maurice Rossel, ciò che mi interessa essenzialmente è il fatto che lei per me è un personaggio storico: lei ha occupato una posizione assolutamente strategica, in quanto delegato del Comitato internazionale della Croce rossa in Germania, per ...

DR. ROSSEL È esatto. Sì.

C. LANZMANN ... per tutti questi anni. Quando affermo che lei è un personaggio storico, voglio anche dire che non ci sono più persone come lei, che hanno fatto ciò che lei ha fatto, che hanno la sua esperienza e in grado di testimoniare intorno al clima dell'epoca. Per cominciare, vorrei interrogarla proprio su questo. Che cosa voleva dire essere delegato del Comitato internazionale della Croce rossa, in Germania, in piena guerra? In quale anno lei è arrivato a Berlino?

DR. ROSSEL Nel 1942.                                                                                                  

C. LANZMANN 1942 ...

DR. ROSSEL 1942, sì, e prima di tutto, è bene che lo sappia, io non mi sono impegnato nella Croce rossa internazionale per spirito apostolico o per predicare la buona novella; l'ho fatto semplicemente per evitare la chiamata alle armi. Ero ufficiale dell'esercito svizzero e in quegli anni tenevamo sotto controllo le frontiere. Si trattava di un'occupazione orribilmente noiosa e io avrei fatto qualunque cosa, qualunque cosa pur di non rimanere a svolgere quel lavoro idiota e questa è la ragione principale per cui mi sono impegnato nel Comitato internazionale della Croce rossa e per la quale sono stato mandato in Germania, dove molte persone non volevano proprio andare in quei momenti; si accettavano, si assumevano volentieri dei giovani e così io sono partito, senza formazione, senza niente del tutto. A venticinque anni non si è ancora un uomo veramente maturo, io ero ...

C. LANZMANN Lei aveva venticinque anni.

DR. ROSSEL Avevo venticinque anni, si. Ero ancora un sempliciotto, un gran sempliciotto, un gran babbeo che arrivava dal suo villaggio e che aveva compiuto gli studi a Ginevra, che non sapeva niente di niente, a parte un breve apprendistato pratico. Ecco tutto.

C. LANZMANN In quanti svizzeri eravate a Berlino?

DR. ROSSEL A Berlino eravamo il più delle volte in sei o otto.

Sei o otto compreso un capo delegazione, M. Marty, che era un grand'uomo, un uomo assolutamente affascinante, un amico, un amico più vecchio che aveva frequentato il mio stesso collegio. Per questo avevo pensato a lui per tirarmi fuori da quel vespaio militare e lui mi aveva aiutato subito. Avevo telefonato il giovedì, e il lunedì sera ero già a Berlino.

C. LANZMANN Si. Molto veloce.

DR. ROSSEL È così, con il passaporto diplomatico e tutto il resto. Si sapeva che in quei momenti si doveva agire in fretta e tra il giovedì e il lunedì successivo tutto era compiuto.

C. LANZMANN Bene, che cosa è successo poi? Mi racconti del suo arrivo a Berlino, le sue prime impressioni ...

DR. ROSSEL Oh, le prime impressioni ...

C. LANZMANN ... e poi l'incarico.

DR. ROSSEL L'incarico: visitare i campi dei prigionieri di guerra, da tenere distinti da quelli dei deportati civili. Oggi non si tiene più conto della differenza e si crede che i prigionieri di guerra e gli internati civili siano la stessa cosa. È assolutamente falso - non si insiste mai abbastanza - i prigionieri di guerra in mano ai tedeschi erano, in linea generale, trattati correttamente. I prigionieri di guerra - ce n'erano circa sei milioni - sono rimasti internati per quattro anni e mezzo e ne sono tornati il novanta per cento.

C. LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL Gli internati civili hanno trascorso in media sei mesi nei campi e sono morti al novanta per cento!.

C LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL Se non si ha l'onestà di dare giuste spiegazioni, credo, fin dall'inizio, circa questa enorme differenza, non si capisce più niente, niente. E così si vedono dei reportage sui prigionieri ... Credo tuttavia che a lei interessino soltanto i deportati civili, non è vero ?

C. LANZMANN Sì, ma comunque mi interessa sapere con precisione qual era ...

DR. ROSSEL ... qual era il mio lavoro. Il nostro compito, secondo la convenzione di Ginevra, era quello di visitare i campi per prigionieri di guerra e in questo c'era una contropartita; vale a dire altri delegati visitavano i campi dei prigionieri di guerra alleati, capisce, i campi di internamento per tedeschi. E tutta la nostra forza, una forza non tanto morale e nemmeno basata su accordi firmati prima della guerra, si fondava sul fatto che si arrivava in un campo dove ci sentivamo dire: «Ma il tal prigioniero è evaso, è passato in zone dichiarate segretissime e per questo è condannato a morte». Molto bene, bene, d'accordo: adesso, posso vederlo, posso salutarlo e: «Non preoccuparti, - gli dicevo, - aspetterai la fine della guerra condannato a morte, poiché ho nella mia tasca dodici condannati a morte tedeschi che aspettano la stessa cosa. Se sarai giustiziato adesso, anche gli altri verranno giustiziati». Era l'unico modo di parlare, ed è orribile quando si tratta di vite umane, ma non c'era altro mezzo ... Era un mercato e tuttavia funzionava.

C. LANZMANN La cosa funzionava, aveva successo.

DR. ROSSEL Funzionava, funzionava molto bene.

C. LANZMANN Per lei fu un trauma arrivare a Berlino in piena guerra?

DR. ROSSEL Non è stato un trauma, per niente, poiché ero inserito in ambiente elvetico, e con le persone e i medici che erano sul posto, con i quali eravamo in rapporto di amicizia, ci intendevamo e avevamo anche ... come dire, la stessa mentalità.

C. LANZMANN E lei rimaneva con i suoi, tra svizzeri? ..

DR. ROSSEL ... tra svizzeri.

C. LANZMANN O meglio. Avevate anche delle relazioni con i tedeschi, con la popolazione civile?

DR. ROSSEL Molto poco, e penso che sarebbe stato pericoloso per i tedeschi che fossero venuti a casa nostra. Ricevevamo pochi tedeschi, certo avevamo visite, alcune, ma si trattava in particolare di svizzeri, di qualche svizzero che viveva lì. Ce n'era uno ...

C. LANZMANN Dove vivevate? In un hotel?

DR. ROSSEL No, avevamo a disposizione una casa che ci era stata assegnata dal ministero degli Affari esteri.

C. LANZMANN Bene. E vivevate tutti insieme?

DR. ROSSEL All'inizio nella Balansteter Strasse, poi in seguito siamo stati ausgebomt, bombardati e la casa ci è volata via dalla testa, cosi ci hanno sistemato al Berliner Wansee, in una proprietà da sogno, che era di Brigitte Helm ...

c. LANZMANN Ah, sì.

DR. ROSSEL ... attrice del cinema di quei tempi. Era una proprietà superba e noi allora eravamo ... Era un po' un rifugio, un porto sicuro ...

C. LANZMANN Berliner Wansee, in riva a un lago?

DR. ROSSEL Proprio così. Era un porto sicuro quando si rientrava tra una missione e l'altra, e per lo meno ci si poteva rilassare e si trascorreva un momento assai gradevole tra amici. Poiché si riceveva, come dicevamo, c'era anche Scapini che veniva, si ricorda dell'ambasciatore Scapini?

C. LANZMANN Ah, sì, con il ...

DR. ROSSEL Era un mutilato di guerra, ed era cieco.

C. LANZMANN Proprio così.

DR. ROSSEL Era cieco Scapini, ed era lui che aveva la carica di ambasciatore della Francia di Vichy.

C. LANZMANN Era un uomo di Pétain.

DR. ROSSEL L'uomo di Petain.

C LANZMANN Proprio così.

DR. ROSSEL Ebbene, io l'ho visto più di una volta nella nostra sede, aveva sempre al seguito il suo servitore che lo spingeva in una sedia a rotelle. Era un uomo gradevole e noi avevamo relazioni molto corrette con loro, ma niente di più, lei mi capisce, ciascuno ...

C. LANZMANN Si respirava un clima opprimente a Berlino?

DR. ROSSEL Sì. Berlino era come lei sa ... È una grande città, e in una grande città c'è il popolino e il ceto medio che mantengono uno spirito beffardo e anche uno spirito di indipendenza che nessuno può far tacere. Se per esempio, erano stati vittime di un bombardamento scatenato da più di mille aerei, se c'erano stati più di mille aerei sopra il cielo di Berlino, si aveva diritto a una razione supplementare di caffè. Allora, dopo i bombardamenti, la gente diceva: «Ebbene, questa volta avremo diritto al nostro Zitter Kaffee», il caffè tremarella ... avevano diritto a una razione di caffè e ...

C. LANZMANN D'accordo. Lei parla del senso dello humour berlinese.

DR. ROSSEL ... berlinese sì, che esiste e che si ritrova in tutte le grandi città, come le ripeto.

C. LANZMANN Allora, come è accaduto che lei sia giunto a occuparsi dei «campi per internati civili», perché questa è la dizione, non è così?

DR. ROSSEL Sì. I deportati, gli internati civili costituivano un grande problema, perché nel loro caso non c'era alcuna possibilità legale o di contropartita. Saremmo passati sopra anche all'aspetto legale, ma se ci fossero stati campi simili dall'altra parte! Allora, i tedeschi rispondevano: «Voi non avete diritto a niente, non avete diritti, non c'è una sola convenzione firmata da noi che vi autorizza a entrare nei campi dei civili che sono semplicemente dei nemici della Germania, ma che non sono soldati e che abbiamo internato per tutt' altre ragioni. Non li abbiamo catturati sui campi di battaglia». Era giusto. In questo caso, bisognava essere consapevoli che operavamo nell'illegalità totale.

Il Comitato internazionale della Croce rossa, sollecitato dall'organizzazione ebraica americana di aiuto e mutuo soccorso Joint (American Joint Distribution Committee), o da molti altri organismi, mi ha detto: «È necessario ottenere il più possibile delle informazioni, tentare di andare sul posto a vedere di persona, cercare di arrivare almeno fino alla Kommandantur, per cercare di classificare questi differenti campi, vederli e scoprire dove si trovano. Ma in nessun caso lei sarà coperto dalla protezione del Comitato internazionale della Croce rossa. Non abbiamo alcun diritto di mandarla ufficialmente in quei luoghi; ci vada e se si farà arrestare, se avrà delle noie, saranno fatti suoi».

C. LANZMANN Non era una richiesta molto incoraggiante.

DR. ROSSEL Non si trattava di un incarico pressante. «Faremo l'impossibile, le garantiamo di fare tutto il possibile per tirarla fuori dalla grinfie della Gestapo, ma in ogni caso, lei avrà agito per iniziativa personale».

C. LANZMANN Era molto coraggioso per fare una cosa simile!

DR. ROSSEL Non coraggioso, no. Ero, come dire, un po' incosciente. A quel tempo, avevo al mio seguito un ufficiale tedesco che mi accompagnava ...

C. LANZMANN Che cosa le è stato detto? Cercava informazioni, ma le hanno parlato, per esempio, di sterminio?

DR. ROSSEL No, mai, la parola sterminio non l'ho mai sentita.

C. LANZMANN Non è mai stata pronunciata.

DR. ROSSEL No, non è mai stata pronunciata. «Cerchi di entrare, vada in uno di questi campi per civili, cerchi di vedere tutto ciò che le è possibile, faccia ciò che crede meglio, ma stia attento a non comportarsi troppo in modo illegale». Che cosa potevo fare, allora? Avevamo ancora alcune stecche di «Camel», o meglio ancora, delle calze di nylon, o un piccolo transistor se si trattava di un personaggio importante che si doveva ... perché serviva un documento per avere un lasciapassare o essere accompagnato da uno di questi personaggi, e non era certo grazie al nostro aspetto o a delle chiacchiere che potevamo pretendere di passare uno sbarramento che nessuno mai riusciva a superare. Così, con delle calze di nylon per le loro amanti, si riusciva a fargli chiudere gli occhi, e si arrivava fino a un comandante di un campo... E così che sono riuscito a entrare ad Auschwitz.

C. LANZMANN La cosa è in sé straordinaria. Lei è riuscito a entrare nel campo di Auschwitz.

DR. ROSSEL Sì. Come ricorda, avevo un ufficiale dell'esercito che mi accompagnava, un uomo della Wehrmacht, ma a circa quaranta chilometri dal campo, vale a dire dal campo base, siamo stati fermati da posti di blocco di SS e di SD. L'ufficiale fu pregato di scendere, non aveva nessuna autorità, anche se era un graduato dell'esercito tedesco, un Ritterkreuz, per poter entrare in un territorio assolutamente vietato all'esercito tedesco. Allora, ci siamo detti arrivederci e io gli ho rivolto la parola: «Ebbene, vecchio mio, se entro un certo lasso di tempo non mi rivedrà, sarà così cortese, poiché è suo obbligo, di fare rapporto. Arrivederci, dunque! » Da quel momento ho proseguito il viaggio da solo, ma non mi hanno assegnato delle guardie.

C. LANZMANN Lei aveva un autorizzazione per entrare nel campo di Auschwitz?

DR. ROSSEL No, non avevo alcuna autorizzazione. Nessuna.

N essuna. Si trattava ...

C. LANZMANN Ma al campo, per lo meno, lei era atteso!

DR. ROSSEL Per niente, proprio per niente! Assolutamente no! Non ero in possesso di alcuna autorizzazione, non si rilasciavano lasciapassare scritti, o cose del genere e io ho fatto la parte del sempliciotto, dell'ingenuo e così sono arrivato al posto di blocco del campo di Auschwitz, ho...

C. LANZMANN È così dunque? Ma loro hanno almeno fatto una telefonata?

DR. ROSSEL Niente! Proprio no, non hanno ... per niente.

C. LANZMANN Ma è straordinario!

DR. ROSSEL No, no, non ci sono state telefonate, niente di tutto ciò, perché allora io sarei stato fermato. Sarei stato bloccato in partenza.

C. LANZMANN In tal caso, lei pensa che ...

DR. ROSSEL ... avrei ottenuto un rifiuto.

C. LANZMANN E perché lei è andato fino ad Auschwitz?

DR. ROSSEL Sono andato ad Auschwitz, prima di tutto per vedere almeno una volta quel campo, e poi per incontrare il suo comandante. Da Ginevra e da parte del rappresentante e del capo della delegazione di Berlino, il mio amico Marty, avevo una sorta di asso nella manica che non mi sarebbe servito a niente: avrei proposto alle autorità del campo di inviargli dei medicinali per la loro infermeria. Sapevamo assai bene che si trattava di un incredibile imbroglio e che non avrebbero mai accettato.

C. LANZMANN E lei è andato ad Auschwitz!

DR. ROSSEL Ad Auschwitz. Quando sono arrivato all'ultimo posto di blocco e ho fatto vedere i miei documenti ho detto: «Desidero parlare con il comandante del campo».

C. LANZMANN Aspetti. Lei è arrivato ad Auschwitz in treno?

DR. ROSSEL No, non c'erano treni per me. Ero in automobile.

C. LANZMANN In automobile.

DR. ROSSEL Sì, sì, avevo una piccola vettura. Finalmente sono arrivato e ho superato tutti i controlli.

LANZMANN E che cosa ha detto a tutti i posti di controllo che la fermavano?

DR. ROSSEL «Voglio andare alla Kommandantur. Sono diretto alla Kommandantur, ad Auschwitz».

LANZMANN Facendo vedere i suoi documenti della Croce rossa?

DR. ROSSEL Le mie carte di delegato internazionale della Croce rossa, tutto qui. Lo immagina vero, ero un essere del tutto inoffensivo, e non gli facevo proprio paura! Garantito.

Quanto a me, se la paura si faceva sentire ... si cerca di farsi coraggio, ma poi non è così tanto facile sentirsi a proprio agio. Soprattutto quando uno è assolutamente solo. Cosi sono arrivato alla Kommandantur, dove sono stato ricevuto molto correttamente dal comandante del campo.

C. LANZMANN Ne ricorda il nome?

DR. ROSSEL No, non me ne ricordo più, ma è nelle carte del Comitato internazionale della Croce rossa, e io ero ...

C. LANZMANN Era forse Hoss il comandante del campo?

DR. ROSSEL Era un giovane uomo, molto elegante, con gli occhi azzurri, molto distinto e cordiale: «Vuole accomodarsi. Posso offrirle un caffè?» Ed è proprio quello che abbiamo fatto. «Che cosa l'ha condotta qui?» quasi un sogno. Allora ho detto: «Dunque, io sono venuto per proporvi questo e questo ... » Mi risponde: «Ah, ma lei è di origine svizzera? Guarda che coincidenza! La Svizzera mi piace molto. Ho fatto delle gran discese con il bob in Svizzera, ad Arosa», o in un altro posto che non ricordo ..

C. LANZMANN Saint-Moritz?

DR. ROSSEL Davos, era forse Davos, o Saint-Moritz.

C. LANZMANN Bobsleigh?

DR. ROSSEL Non so. Si era dedicato al «bob». In ogni caso, voleva farmi capire che lui apparteneva a quella fascia di società che può permettersi di divertirsi sulle piste da bob. Io che ero figlio di un operaio, avevo visto le piste da bob, ma non avevo mai posseduto i mezzi per offrirmi una vacanza sui Grigioni per fare del bob. Allora abbiamo parlato di tante cose, del più e del meno e io gli ho detto: «Bene. Ecco la situazione. Il Comitato internazionale della Croce rossa desidererebbe avere delle informazioni. Possiamo inviarvi qualcosa di utile?»

E lui, in risposta: «Non vedo perché no. Non direi ... » Come può immaginare, tutto questo non ha condotto a niente.

C. LANZMANN E lei gli ha fatto delle domande precise?

DR. ROSSEL lo gli ho fatto delle domande. La cosa è accaduta in modo molto evasivo, ovviamente, ma ...

C. LANZMANN Che cosa gli ha chiesto?

DR. ROSSEL Gli ho domandato se noi potevamo occuparci dell'infermeria, se potevamo visitarla ... Ha risposto: «No, ci sono internati civili e non ha nessun diritto di vedere e controllare niente. Ma se vuole inviare degli aiuti per l'infermeria, o dei medicinali, può farlo». Allora, gli ho detto: «Posso forse inviarle, farle spedire dei pacchi di generi alimentari?» «Perché no. Può farli inviare».

Quei pacchi, alcuni pacchi, sono stati spediti e sono stati ricevuti. È inverosimile, ma sono stati ricevuti, e abbiamo persino le quietanze di quei pochi pacchi. Comunque, i risultati sono stati in ogni senso irrilevanti, bisogna pur riconoscerlo.

C. LANZMANN Si fermi un attimo, perché ciò che sta dicendo mi interessa molto. Il vostro colloquio, quanto tempo è durato?

DR. ROSSEL Mezz'ora, tre quarti d'ora.

C. LANZMANN E che cosa ha visto del campo?

DR. ROSSEL Niente. Ho visto delle baracche. Dal posto in cui ero ho visto ...

C. LANZMANN Baracche di ...

DR. ROSSEL Baracche militari ...

C. LANZMANN Di legno?

DR. ROSSEL ... delle baracche di legno. Potevano essere le baracche del corpo di guardia? In ogni caso, non ho visto forni crematori in attività, dal luogo in cui mi trovavo seduto.

C. LANZMANN Ad Auschwitz, campo base, le baracche non sono di legno ... sono blocchi in mattoni rossi.

DR. ROSSEL Sì, in mattoni, ma erano baracche uguali a tutti gli alloggiamenti militari. Ho visto colonne di detenuti che ho incrociato. Ne ho incrociati diversi, diverse colonne di detenuti.

C. LANZMANN Che vestivano la divisa a righe?

DR. ROSSEL Si, la divisa a righe e un piccolo berretto in testa. Quella gente, magra, come non devo certo spiegarle, vero? E che vedevano passare un'auto con una bandierina «Comitato internazionale della Croce rossa», e occhi che ... come? È vero.. .. stupiti.

C. LANZMANN Ha visto la famosa scritta sul cancello del campo «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi?

DR. ROSSEL No, non l'ho vista. Non l'ho proprio vista.

C. LANZMANN Allora non è entrato dal cancello principale?

DR. ROSSEL No, non sono entrato da lì. Non sono entrato dalla stazione, e non sono entrato ... Non ho visto la scritta, la parte che ho visto ...

C. LANZMANN Ed è certo di essere stato ricevuto dal comandante del campo?

DR. ROSSEL Questo sì, sì. .. sì, sono certo! Perché quel tipo mi ha dato ... ma sì, sì. Come può immaginare, c'era poca gente. E c'erano assai poche visite!

C LANZMANN Certo, certo, voglio dire che lo capisco assai bene. Ma quando lei dice: «Un giovane uomo», la cosa mi stupisce, perché ...

DR. ROSSEL Il fatto è ...

C. LANZMANN Ci sono più comandanti del campo, e all'epoca ...

DR. ROSSEL Si, certo, era ...

C. LANZMANN D'altronde, in quel periodo non era ...

DR. ROSSEL Doveva avere all'incirca cinquantacinque anni, non di più!

C. LANZMANN Ah, bene, sì, allora d'accordo.

DR. ROSSEL Una volta ho visto un uomo che aveva la stessa andatura, lo stesso stile, in Congo, era il comandante dei mercenari, Schramm ...

C. LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL ... che si faceva passare per colonnello. Quando ero con Schramm, avevo l'impressione di essere proprio con il comandante del campo.

C. LANZMANN All'epoca della sua visita, non penso ... non c'era più Höss, e d'altronde Höss era partito proprio in quei giorni. Quanto tempo è rimasto ad Auschwitz? Intendo non al campo, ma nella cittadina di Auschwitz, perché come lei sa c'è una città che si chiamava Auschwitz.

DR. ROSSEL Non ho visto la città.

C. LANZMANN Dunque non ha visto la città vicina? DR. ROSSEL No, non l'ho vista. lo non ho ...

C. LANZMANN Lei non ha cercato alloggio da quelle parti?

DR. ROSSEL Oh no, no. Non avevo possibilità di dormire in quel luogo, poiché si trattava di una zona interdetta per me, totalmente interdetta. Allora, ho fatto ...

C. LANZMANN E lei non ha sospettato niente di Birkenau? Per esempio, allora ...

DR. ROSSEL No, di Birkenau non ho ...

C. LANZMANN ... il campo di sterminio che si trova a circa tre chilometri dal campo base.

DR. ROSSEL No. Esatto. Niente. Ma sapevamo già in quel periodo, e tuttavia io ne sapevo qualcosa da Ginevra, ma niente sul posto.

C. LANZMANN Ma che cosa sapeva esattamente in quel periodo?

DR. ROSSEL Sapevo che c'era un campo di concentramento dove venivano deportati in massa gli israeliti e anche che questi israeliti vi trovavano la morte.

C. LANZMANN Lo sapeva quando si trovava ad Auschwitz?

DR. ROSSEL Sì, lo sapevo.

C. LANZMANN Quando è arrivato lo sapeva?

DR. ROSSEL Certo. Sapevo che quella gente era deportata in massa.

C. LANZMANN E che morivano.

DR. ROSSEL E che vi arrivavano con i treni. E che erano condannati.

C. LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL Questo è certo.

C. LANZMANN Non ha visto per caso dei treni?

DR. ROSSEL Non ho visto dei treni, dottor Lanzmann, no.

LANZMANN Ed era fuori questione parlare di questo con il comandante?

DR. ROSSEL Era del tutto fuori questione, assolutamente ... Lei sa bene com' era quella gente... È inverosimile, ma parlavamo proprio come lo stiamo facendo noi ora. Quella gente era fiera del proprio lavoro.

C. LANZMANN Come, questa fierezza si ...

DR. ROSSEL Capisco ...

C. LANZMANN ... si manifestava in pratica?

DR. ROSSEL Oh, niente. Avevano l'impressione di compiere qualcosa di utile. Era questa l'impressione che davano, poiché se si parlava loro dei campi, dei prigionieri, dei detenuti e di simili cose, dicevano: «Sì, ma in realtà, qui, la Germania adesso svolge un lavoro ... »

C. LANZMANN E lei. ..

DR. ROSSEL « ... un lavoro inverosimile, straordinario, per il quale tutta l'Europa ci sarà riconoscente».

C. LANZMANN Sì. Sì tratta comunque di una cosa stupefacente, parlare in una sorta di colloquio intimo con quella gente e certo erano dei maestri nell'arte di mentire, quanto meno, dei ...

DR. ROSSEL Sicuramente ...

C. LANZMANN Lei gli dava ascolto e credito, o ...

DR. ROSSEL Oh, caro dottor Lanzmann, dare ascolto o credito ... Che cosa vuole mai. .. No! Era una commedia che si metteva in scena. Ecco tutto. Tutto qua.

C. LANZMANN E quando è rientrato da questa sua visita ad Auschwitz?

DR. ROSSEL Ho fatto il mio rapporto per la visita alla Kommandantur di Auschwitz. Ma se sapesse ... In breve, è terribilmente povero, non è così? Si giunge in quel posto che si ha letteralmente il gelo nelle ossa e ci si dice: «Ebbene, devo assolutamente arrivare fino ad Auschwitz», e si ritorna e non si riporta niente. Per questo, bisogna essere perfettamente lucidi.

C. LANZMANN Sì, non si riporta niente e poi ci si trova sul posto e non si vede proprio niente.

DR. ROSSEL Sì, non si vede niente ed è proprio questo che voglio dire, e non si riporta niente. Nessuna informazione di una certa validità ...

C. LANZMANN Lei non ha sentito ... io sono stato ad Auschwitz, ma molto tempo dopo, voglio dire, anche quando ci si va oggi, non so bene come sia, ma si è colti da una sorta di senti­mento d'orrore, e poi si...

DR. ROSSEL Sì, il sentimento di orrore ...

C. LANZMANN ... e poi si ha paura.

DR. ROSSEL Lei ne avrebbe provata ancor più se entrando nel campo avesse incontrato le colonne dei prigionieri, a gruppi di trenta o quaranta, magri, scheletrici.

C. LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL Sì. Allora quando incrociava quegli esseri, non so esattamente, se quattrocento, cinquecento, sul suo cammino ...

C. LANZMANN Vedendo questa gente, ne ha ricevuto l'impressione che si trattava di persone che soffrivano molto e che, per farla breve, erano dei moribondi, o dei condannati a morte a ...

DR. ROSSEL Era ... Era il... era questo. Erano insomma degli scheletri ambulanti, perché non venivano nutriti ...

C. LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL Non è cosi? Avevano soltanto gli occhi che vivevano.

C. LANZMANN Avevano soltanto gli occhi che erano vivi, sì.

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN Allora si trattava di quelli che vengono chiamati «musulmani», e che invero, hanno uno sguardo molto, molto intenso.

DR. ROSSEL Si, molto intenso, molto intenso. Quella gente mi osservava con una incredibile intensità, al punto di voler dire quasi: «Ebbene, ecco un tipo che arriva qua e come? Un vivo che passa» proprio così, e che non era un SS.

C. LANZMANN Si, è così. Lei era in abiti civili?

DR. ROSSEL Sempre, con abiti civili.

C. LANZMANN Non aveva proprio per niente una uniforme?

DR. ROSSEL Ah, no. No. No, sarebbe stata la catastrofe, non crede?

LANZMANN Certo. Lei ha parlato di queste squadre di internati ...

DR. ROSSEL Certo.

C. LANZMANN .,. nel suo rapporto.

DR. ROSSEL Sì, ma la cosa non ci diceva niente di nuovo.

C. LANZMANN Sì.

DR. ROSSEL Niente di nuovo. Queste cose erano risapute davvero. Pensi, non si dirà mai abbastanza come ciò fosse troppo poco, troppo poco e triste.

C. LANZMANN Ma lei dice che queste cose erano risapute, eppure ha detto anche che non se ne sapeva proprio niente.

DR. ROSSEL Noi, no. Voglio dire, io ... erano conosciute da Ginevra. Io le ho sapute dopo. Le ho sapute dopo. Sono venuto a sapere, per esempio, che la Joint conosceva bene tutte queste cose. Me ne stupisco a posteriori, che questa gente, per esempio, non sia mai entrata in contatto con la Delegazione di Berlino, dicendo: «Noi abbiamo queste informazioni, delle notizie precise, noi sappiamo questo e quest'altro. Che cosa ne sapete voi? Avete delle informazioni in proposito?» Ecco.

C. LANZMANN Ma questo significa che, quando lei era nell'ufficio del comandante, o di colui che si è presentato come il comandante del campo di Auschwitz ...

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN ... lei in quel momento, voglio dire, la mia è una richiesta precisa, perché è molto importante: lei sapeva che si trovava proprio nel cuore di un campo di sterminio?

DR. ROSSEL Non ne avevo realizzato l'importanza. Proprio per niente. Sapevo che si trattava di un campo terribile, e che coloro che partivano per Auschwitz non ne facevano ritorno. Ma noi non avevamo la minima idea della massa di gente che ne era coinvolta. Sapevamo che si trattava di un campo terribile, ecco tutto.

C. LANZMANN E si vedevano dei bagliori, delle fiamme? Perché tutti coloro che sono stati ad Auschwitz ...

DR. ROSSEL Sì.

C. LANZMANN I polacchi che abitavano in città e nella zona, ancora oggi raccontano ...

DR. ROSSEL ... che vedevano dei bagliori e delle fiamme.

C. LANZMANN Proprio così, che si vedevano fiamme e bagliori.

DR. ROSSEL lo non ho visto né fiamme né fumo.

C. LANZMANN Niente?

DR. ROSSEL Niente.

C. LANZMANN E nemmeno odore?

DR. ROSSEL Nemmeno odore. Puzzano sempre tremendamente le baracche militari e simili luoghi. Ma quando mi si parla di puzzo di carne bruciata o di simili cose, perché altri l'hanno sentito o hanno visto, io non ho visto e sentito niente.

C. LANZMANN Poteva forse dipendere dal vento.

DR. ROSSEL È possibile.

 

Bibliografia:

Claude Lanzmann – Shoa – Einaudi Stile libero Dvd 2007

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