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Storia del Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Era la precisa denominazione del Fronte della Gioventù.

 

Premessa

Per successivi stravolgimenti, per i giovani la denominazione Fronte della Gioventù evoca una ben diversa e opposta formazione, quella neofascista aggregata al Movimento sociale italiano, che se ne appropriò indebitamente nel dopoguerra. Vale a dire l’esatto contrario per ispirazione ideale, programmi politici e sociali, valori etici dell’organizzazione precedente che operò nella Resistenza e fu costruita da Eugenio Curiel, ucciso proprio dai fascisti a Milano nel febbraio 1944.

 

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Oltre a Eugenio Curiel, che ne fu il fondatore, il Fronte della Gioventù ebbe dirigenti di grande valore. Nel Comitato direttivo clandestino del Fronte faceva parte Gillo Pontecorvo, che nella prefazione al libro "Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza" di Primo Lazzari, scrive:

«È essenziale contro il logorio del tempo conservare i documenti del passato, della storia dove sono le nostre radici … è importante riaffermare i valori ideali che spinsero e sostennero tanti giovani spesso neppure ventenni a combattere, in molti casi sacrificando la loro vita appena sbocciata. ... Se mi chiedessero oggi cosa caratterizzava maggiormente la posizione morale del FdG, direi, senza esitazioni: la lotta contro l’indifferenza che, per contro, segna così negativamente il nostro tempo.

Per primo il FdG, durante la Resistenza, rivendicò il diritto di voto per i diciottenni; se si moriva a quell’età, e anche prima, per la libertà di tutti era doveroso concedere quel diritto,che allora sembrava rivoluzionario».

 

La fase costituente e l’esordio del Fronte fu principalmente frutto della disponibilità all’incontro, al dialogo alla collaborazione unitaria di tutti i più consistenti gruppi giovanili del composito schieramento antifascista. Il primo manifesto del “Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà” è redatto da Giancarlo Pajetta. Verso la fine di ottobre del 1943, il manifesto è stampato in volantini e affisso sui muri e sugli alberi di Milano; tra la curiosità e i commenti, desta enorme impressione tra i giovani lavoratori e gli studenti appena affluiti nelle scuole per l’inizio dell’anno scolastico e sancisce praticamente l’apparizione pubblica in Italia del FdG.

Nei giorni del crollo generale, con i tedeschi accampati in casa, la gioventù trovò nel Fronte un richiamo alle più valide tradizioni del Risorgimento, l’indicazione a ribellarsi all’asservimento nazista, l’appello a non rifuggire dalla lotta per conquistare con la liberazione un avvenire frutto di partecipe impegno.

Il FdG volle raccogliere tutti i giovani al di là di ogni distinzione sociale e di ogni tendenza politica, sull’unica piattaforma politica della lotta di liberazione nazionale per un’Italia rinnovata nella quale i giovani potessero porre i problemi del loro presente e del loro futuro.

La base fondamentale fino a quel momento è data dalla convergenza ideale e programmatica dei giovani socialisti e comunisti e di indipendenti e studenti antifascisti.

L’assise istituzionale del Fronte è la riunione che avviene qualche mese dopo nel convento di San Carlo a Milano, con l’adesione dei giovani democratico cristiani e cattolici alla piattaforma di massima delineata dal manifesto. Il decisivo incontro nel convento servita, attiguo alla chiesa, avviene alla fine di gennaio 1944, favorito e auspicato da padre Camillo De Piaz, un religioso che vede con aperta simpatia l’unità giovanile, incoraggiandone la delicata fase iniziale. Insieme a padre De Piaz agisce padre Davide Maria Turoldo, un altro religioso aperto a tutto ciò che di nuovo si agita nel mondo giovanile. In seguito il convento dei Serviti, sempre presenti i padri De Piaz e Turoldo, continua ad essere luogo di incontri del gruppo dirigente del Fronte.

Nell’inverno 1943-44 il centro e i vari gruppi regionali, collegati al centro di Milano, sono impegnati ad estendere il Fronte nelle province e nelle località dell’alta Italia. A Torino, Milano, Genova, Udine, Padova, Bologna, nei primi mesi del 1944 vengono costituiti gruppi del Fronte nelle fabbriche e nelle aziende di pubblica utilità (centrali elettriche). Si tratta di nuclei non numerosi ma che nel marzo successivo daranno un contributo notevole, come riconosceranno i comitati di agitazione di fabbrica, alla preparazione e alla condotta degli scioperi operai per maggiori quantità di pane a favore dei lavoratori e delle loro famiglie e contro i bandi di arruolamento militare. Anche tra gli studenti e nella scuola, spesso con l’aiuto degli insegnanti, vengono costituiti nuclei di giovani aderenti al Fronte.

Diversi comitati provinciali decisero di costituire speciali squadre, collegate con le SAP, incaricate di intensificare al massimo gli attacchi al nemico. In alcune città squadre del Fronte procedono alla identificazione e alla eliminazione sommaria dei più odiati delatori, mentre scritte murali tracciate nottetempo invitano i soldati di più giovane età delle varie armi fasciste a dissociare la responsabilità di un regime che ormai non ha altra alternativa che quella di affrontare la durezza della giustizia partigiana.

Il Fronte pubblicò un suo giornale, “La voce del soldato”, nel quale ai giovani che erano entrati nell’esercito di Graziani era additata la via attraverso la quale redimersi dalla vergogna di militare per gli interessi della Germania.

Il Fronte ha avuto come costante della sua molteplice attività quella di distinguere tra giovani arruolati e capi del fascismo, tra reparti addetti ai servizi territoriali o ausiliari e le più efferate schiere di rastrellatori e persecutori. Fu anche grazie a tale ragionata, lungimirante differenzazione se la divisione alpina Monterosa, formata in Germania da connazionali, si autodisgregò a contatto con i partigiani. Furono centinaia e centinaia gli alpini che, passati alla Resistenza, si batterono con onore e lealtà verso la nuova scelta.

Il FdG si estese in tutte le città e province dell’Italia settentrionale. I giovani vi riconobbero subito il loro organismo di lotta e vi si raccolsero a migliaia.

Fece sentire il suo peso in una vasta opera di propaganda, che, attraverso l’affissione e il lancio di manifesti, le scritte murali, la diffusione di opuscoli e del “Bollettino del Fronte della Gioventù”, affermò davanti a tutti la volontà decisa dei giovani di opporsi al nazifascismo, alle deportazioni in Germania, alle razzie, alle coscrizioni. Diede il suo contributo alla lotta partigiana entrando nelle sue file; entrando nelle sue file, costruirono e guidarono unità nuove, mentre i giovani/e rimasti nelle città raccoglievano armi, indumenti viveri, tutto quanto era necessario alle unità che si andavano formando in montagna. Altri giovani del Fronte penetravano nelle caserme, facevano opera di propaganda tra i giovani che si erano presentati, persuadevano molti a svestire la divisa e a entrare con armi e bagagli nelle file partigiane, inducevano altri a manifestare la propria attività e la propria adesione al Fronte, sabotando la vita nelle caserme, dando informazioni preziose di carattere militare, sottraendo documenti, permessi, esoneri regolari. Migliaia e migliaia di manifestini si diffondevano ovunque assieme ai giornali che si pubblicavano a cura dei comitati provinciali.

L’opera disgregatrice raggiunse ben presto notevoli risultati: nei mesi di giugno, luglio, agosto, settembre 1944, migliaia e migliaia di giovani abbandonarono le file dell’esercito fascista e si avviarono verso la montagna.

Sabotaggio leggero (taglio di fili telefonici e telegrafici, uso di chiodi a quattro punte, interruzione e danneggiamento di linee ferroviaria, stradali) ed azioni di maggiore importanza quali l’assalto ad autocolonne fasciste e tedesche, far saltare depositi di munizioni (qualora non fosse possibile asportarli), danneggiare gravemente linee ferroviarie, ponti, viadotti, gallerie.

 

Il Fronte, riconosciuto dal CLNAI e dai CLN periferici, fu presente in numerosi CLN di fabbrica e di azienda, in centinaia di scuole e in tutte le città dell’alta Italia, e pur avendo passato alle formazioni partigiane migliaia di aderenti, contò numerose squadre armate.

L’azione del Fronte, in occasione dell’insurrezione si ispirò ai seguenti principi:

- porre ogni nucleo armato alle dipendenze operative dei comandi partigiani;

- propagandare al massimo tra i giovani soldati di Salò la parola d’ordine base della Resistenza di “arrendersi o perire”;

- massimo potenziamento alle SAP, mettendovi tutti i giovani in grado di combattere;

- decisivo impegno per la preparazione dello sciopero generale insurrezionale nelle scuole, nelle fabbriche e per la salvezza degli impianti dalle distruzioni.

Le ragazze del Fronte, quando non si batterono con le armi, furono impegnate nell’assistenza ai feriti, e come staffette.

 

 

Bibliografia:

"Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza" di Primo Lazzari – Mursia 1996

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Chi era Eugenio Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Eugenio CurielCuriel aveva 32 anni essendo nato nel dicembre 1912 a Trieste, città che ha sempre avuto cara, da una agiata famiglia; il padre era ingegnere ai cantieri navali S. Marco. Avviato agli studi scientifici già a 16 anni, studente al liceo Guglielmo Oberdan, sostiene con il padre che lo aveva trovato con dei volantini di carattere politico, una accalorata discussione. Conseguita con un anno di anticipo la maturità classica, nel 1929 si iscrive ad ingegneria all'università di Firenze, alloggiando in casa dello zio materno Ludovico Limentani, docente di filosofia morale presso lo stesso ateneo, firmatario del famoso manifesto degli intellettuali antifascisti redatto nel 1925 da Benedetto Croce.

Sul finire del 1931 si trasferisce al Politecnico di Milano; l'anno successivo ottiene il passaggio al corso di laurea in fisica all'ateneo fiorentino, rivelando subito una straordinaria propensione per le scienze esatte. A Firenze si impegna nella ricerca per una tesi di fisica sperimentale sulle disintegrazioni nucleari. Nel 1933 si trasferisce all'università di Padova dove si laurea il 20 agosto 1933 col massimo dei voti e la lode. A soli 22 anni, diventa assistente universitario. Con altri intellettuali ebrei come lui, costituisce all'università l'embrione di una cellula comunista. Si impegna a fondo nell’attivismo politico. Incaricato di redigere la pagina sindacale del giornale universitario patavino Il Bo, apre un dialogo tra studenti, intellettuali e operai. Utilizza i molteplici incontri occasionati dei Littoriali fascisti della cultura per avvicinare e collegarsi con nuclei di intellettuali, critici verso il regime. Particolarmente intensa in questa
direzione
è l'attività svolta durante i Littoriali del 1938 a Palermo. Nel 1938, in conseguenza delle leggi razziali, viene esonerato dall'insegnamento universitario, ciò che determinerà definitivamente il suo distacco dall'ambiente accademico e la decisione di dedicarsi totalmente alla cospirazione politica. Curiel rifiuta così vantaggiose sistemazioni come insegnante che gli venivano offerte dalla Svizzera e dagli Stati Uniti d'America.

Nel giugno 1939. dopo un breve arresto in Svizzera, torna a Trieste per la morte del padre.

Il suo arrivo a Trieste non sfugge alla polizia che, individuandolo, il 24 giugno lo fa arrestare da agenti dell’OVRA e trasferire a Milano al carcere di S. Vittore; è assegnato poi al confino di Ventotene per 5 anni. Al confino si impegna in discussioni di carattere politico, svolgendo una serie di vere e proprie lezioni ai colleghi detenuti.

Dopo il 25 luglio riesce a lasciare Ventotene con l'ultimo scaglione di confinati il 21 agosto 1943. Raggiunge Padova.

Successivamente trascorre alcune settimane. a Brescia (con lo pseudonimo di prof. Giorgio Sebastiani) in casa di un conoscente, legandosi agli ambienti antifascisti della città, al CLN locale e partecipando a riunioni e incontri anche con sacerdoti. A Brescia si impegna nell'attività cercando di mettere in piedi un rudimentale apparato tipografico per stampare. volantini.

Alla fine di ottobre viene chiamato a Milano dalla direzione del PCI per l'alta Italia e invitato da Luigi Longo a proseguire il lavoro iniziato da Gian Carlo Pajetta, per la costruzione unitaria della nuova formazione giovanile e a collegarsi ai vari gruppi che già si muovevano in tal senso a Milano e in diverse altre città.

Molto alto di statura, con folti capelli neri, Curiel era schivo e riservato. Ma quando la discussione si animava, la sua timidezza lasciava il posto alla logica più stringente. Amava discutere il lavoro clandestino con i suoi collaboratori facendo lunghe camminate per le vie di Milano. Sapeva trovare con gli amici, con i collaboratori, anche di parte politica avversa, momenti di umana confidenza.

Curiel voleva “una democrazia nuova, forte, progressiva, aperta a tutte le conquiste, ad ogni progresso politico e sociale, senz'altro limite che quello della volontà popolare”.

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La morte di Eugenio Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

In memoria di Eugenio Curiel Giorgio»)

 

 

 

In un giorno della vita

ho camminato con Giorgio

a capo scoperto nel cielo.

Giorgio era un compagno

Giorgio era il Partito.

 

Giorgio era il suo cuore

maturo come un frutto

Giorgio era la sua voce

inceppata e sicura,

i denti neri, il tabacco nero

la sigaretta arrotolata

un desiderio di svegliare

il mondo coi suoi pensieri.

Ho udito Giorgio

ho visto Giorgio

alto come le case

nell'orizzonte del cielo.

A maggio lo portammo al cimitero.

Se potevamo camminare,

e coprirlo di fiori e di bandiere

era perchè da morto c'indicava

la grande strada della primavera.

 

                  Alfonso Gatto

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ormai alle soglie dell'insurrezione vittoriosa il Fronte perde con Eugenio Curiel il capo la guida.

L'uccisione di Curiel avviene il 24 febbraio 1945 a Milano, in via Enrico Toti, tra piazzale Baracca e piazza Conciliazione.

Quel 24 febbraio è un giorno come tutti gli altri per Curiel.

Ha una serie di appuntamenti ed incontri con amici e collaboratori. Sono circa le 14.30 quando Curiel si avvia all'appuntamento con la sorella fissato al caffè· Biffi nello stesso piazzale.

Viene fermato da un drappello di brigate nere le quali, armi alla mano, gli intimano di esibire i documenti. Non eccessivamente preoccupato perché in possesso di buoni documenti, naturalmente falsi, Curiel si avvede soltanto in un secondo momento che uno dei presenti, un delatore, lo indica per nome ai militi. Il tristo individuo era lo stesso che qualche giorno prima lo aveva riconosciuto in una via di Milano e lo aveva salutato senza esitazione, bonariamente, chiedendogli cosa facesse in città. Curiel, sorpreso, come egli stesso raccontò agli amici della redazione del giornale, non aveva potuto far altro che ostentare buon viso a cattiva sorte, precisando di trovarsi a Milano solo di passaggio, diretto a Trieste. Evidentemente il delatore (uno squallido ex confinato a Ventotene, messosi al servizio della polizia, già isolato dagli antifascisti alla colonia di pena, ma che, naturalmente, conosceva bene Curiel) non aveva creduto al racconto di Curiel e aveva subito avvertito i fascisti del fortuito incontro. Questi, senza perdere tempo, avevano organizzato un attento piano di ricerca e, aiutati da chi era in grado di riconoscerlo immediatamente, lo fermano in piazzale Baracca, puntandogli addosso le armi.

Vistosi identificato, consapevole del fatto che ormai i documenti non gli sarebbero serviti a nulla, Curiel, che non si faceva evidentemente illusioni sulla sorte che lo attendeva, tenta la disperata mossa della fuga. Sperava probabilmente di riuscire a confondersi tra il via vai della gente. Con uno spintone si discosta dagli uomini che lo fronteggiano e si lancia di corsa attraverso il piazzale Baracca verso via Enrico Toti. Una raffica di mitra lo colpisce ad una gamba, facendolo stramazzare al suolo. Curiel si rialza e riprende la corsa, ma viene raggiunto da una serie di raffiche che lo abbattono al suolo.

Il caso vuole che a poca distanza si trovi uno dei più autorevoli componenti del CLNAI, Leo Vali ani che assiste così agli ultimi istanti del tragico epilogo.

Il giorno dopo i giornali recano la notizia dell'uccisione di uno sconosciuto.

Ragioni elementari di sicurezza e di vigilanza avrebbero imposto che, vistosi riconosciuto da un antico strumento della polizia, Curiel abbandonasse immediatamente Milano per trasferire la sua attività e l'opera di direzione del Fronte in una nuova e più sicura sede. Erano regole di vita clandestina normalmente osservate dai dirigenti antifascisti, più volte rivelatesi poi efficaci per parare i colpi delle spiate. Curiel però, non aveva voluto dare eccessivo peso all'incontro imprevisto e non aveva voluto lasciare Milano, dove lo trattenevano importanti compiti, primo fra tutti la direzione e il coordinamento delle multiformi attività del Fronte, ingigantite ora che si entrava nella fase della preparazione dell'insurrezione. Il non aver dato l'importanza dovuta all'incontro col delatore e il non aver preso tutte le conseguenti misure di emergenza, gli fu fatale.

 

La sua fiducia ferma in noi

Dov'è ora Giorgio per il nostro affetto? Legato a quello che gli è accaduto, fermo come un orologio a quelle ore tre del pomeriggio, in quel Piazzale Baracca, quel 24 febbraio. Viene da una strada diretto ad entrare in un'altra, attraversa il piazzale, nel sole che è stato di quell'ora, e una cieca scarica di piombo gli becca e trapunge le gambe; Giorgio cade ma non sa perchè sia caduto. Non fanno male le ferite al momento stesso in cui le riceviamo. Giorgio vuole rialzarsi, capire che cosa sia stato, e appoggia in terra le mani, forse si siede. Cerca anche gli occhiali? Certo Giorgio, cadendo, ha perduto gli occhiali. Allora lo percuote nell' addome, la seconda scarica che lo ferma. E questo è ora Giorgio per noi, fermato in quel punto per sempre, e il nostro affetto, che lo vede, diventa in noi qualcosa di più, sicurezza di più che conquisteremo tutto quello in cui Giorgio credeva, una vita migliore infondo a tutta questa lotta, libera per tutti gli uomini, felice per tutti gli uomini. Questo è ora Giorgio per noi. Fermo nell'atto in cui fu assassinato e la sua fiducia ferma in noi, donata da lui a noi pur in mezzo alla nostra perdita.

Elio Vittorini

 

Il pomeriggio del 26 aprile alla sede del CVL del settore centro in via Meravigli 2 si presenta un uomo alto e magro. Dice di essere il custode dell'obitorio e di aver tenuto nelle celle mortuarie, contrariamente agli ordini dei fascisti, le salme di alcuni partigiani uccisi dai nazifascisti nelle settimane e nei giorni precedenti l'insurrezione. I dirigenti del CLN ringraziano l'uomo per aver contribuito ad evitare che le salme venissero disperse.

Carlo Perasso, comunista, presidente di quel CLN, s'interessa personalmente della questione e invia subito all'obitorio alcuni delegati, tra cui la moglie Ada: è necessario identificare, dare una nome a quei poveri resti e seppellirli degnamente. All'obitorio vengono tolti, uno dopo l'altro, i carrelli che contengono le salme. Sono tutti di sconosciuti e identificarli è difficile. Ada Perasso, comunista, torna un'altra volta davanti a quei corpi martoriati. Di fronte a uno di essi si arresta, sbianca in volto e mormora qualcosa che gli altri non capiscono. La salma è quella di un uomo giovane, alto. «È Curiel! Questo è Eugenio Curiel!» Ada Perasso quasi grida.

La notizia viene subito comunicata al CLN e al sindaco Greppi. I funerali di questi partigiani si svolgono solennemente, a spese del Comune.

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I ragazzi di Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Eugenio Curiel era entrato giovanissimo nel movimento antifascista iscrivendosi al PCI dopo aver sofferto tutte le contraddizioni della gioventù italiana, ingannata dalla retorica del fascismo e mandata a morire sui fronti d'Africa e d'Europa. Egli era convinto che la riscossa del popolo italiano non poteva avvenire se non con la partecipazione diretta e attiva di grandi masse di giovani. Per dare concretezza a questa aspirazione Curiel aveva creato nel 1943 il Fronte della Gioventù, l'organizzazione clandestina che in breve tempo raccolse un gran numero di ragazzi e ragazze.

Curiel soleva affermare che «la gioventù italiana doveva essere la forza che avrebbe salvato l'Italia e all'Italia avrebbe restituito la libertà e la dignità di nazione civile». Il progetto del Fronte era di difficile attuazione perché doveva far leva sulle forze morali dei giovani, alimentare nei loro animi la volontà di rompere con un mondo violento e corrotto, risvegliare la fiducia nelle loro forze, spronarli a una "scelta" consapevole. Primo obiettivo del Fronte era combattere i nazifascisti per conseguire l'indipendenza del Paese. La forma d'organizzazione era il gruppo in cui si raccoglievano ragazzi di tutte le tendenze politiche, di qualunque religione e di ogni origine sociale. Quando il Fronte della Gioventù lanciò il suo appello alla lotta, migliaia di ragazzi della città e della campagna, aderirono all'appello, un'adesione che rafforzò naturalmente le formazioni partigiane, le squadre GAP e le SAP.

I dirigenti del Fronte tennero le loro prime riunioni a Milano nei locali della sacrestia di San Carlo, aiutati da sacerdoti antifascisti come padre Camillo Da Piaz che dette un grande contributo allo sviluppo del Fronte della Gioventù. Anche se completamente indipendente, il Fronte agiva all'interno dello schieramento antifascista clandestino. Elio Vittorini e Giuliano Pajetta, che fu commissario di guerra nelle Brigate internazionali in Spagna, ebbero numerosi contatti con i dirigenti del Fronte.

Dopo alcuni mesi dedicati all'organizzazione capillare, nell'estate del ‘44 il Fronte dimostrò tutta la sua forza mobilitando una fitta rete di gruppi nelle scuole, nelle officine, nelle università, nei rioni cittadini, nei paesi.

Sotto la guida di Curiel l'attività militare divenne preponderante nel Fronte fino a rendere necessaria la costituzione di una brigata d'assalto e il suo impiego in decine di azioni contro i nazifascisti. Quasi ogni giorno, quasi ogni notte, in questo o quel quartiere di Milano, distaccamenti della brigata del Fronte attaccavano fascisti isolati o in gruppi, s'impadronivano delle loro armi e spesso anche degli indumenti che venivano poi destinati ai partigiani in montagna. Non faceva loro difetto la fantasia: per esempio si deve ai giovani del Fronte "la confisca" di una grande quantità di medicinali, preziosi per la lotta clandestina.

Nei mercati rionali i giovani si rivolgevano alle massaie inducendole ad appoggiare la Resistenza per affrettare la pace, il ritorno dei mariti, dei fratelli, dei padri dispersi in tutte le contrade d'Europa, rinchiusi nei campi di concentramento nazisti o deportati chissà dove dagli stessi Alleati prima dell'8 settembre '43.

FdG 12 luglio 1944 FdG 12 luglio 1944 retro

Molti comizi si tenevano all'improvviso davanti alle fabbriche, sui sagrati delle chiese, negli atri delle scuole, perfino all'interno dei cinematografi: comizi volanti dei giovani del Fronte che sbalordivano anche il nemico per l'audacia degli organizzatori. Oratori e pubblico erano difesi da squadre armate del Fronte. Molti operai anziani ricordano ancor oggi queste squadre in azione alla Borletti, alla Siciliani, alle Trafìlerie, alla Vanzetti, alla Pirelli.

L'8 giugno 1944 una squadra di giovani in divisa da ufficiali e militi repubblichini penetrò nella caserma fascista di Monza dove erano radunati tutti i militi. Fu tenuto loro un comizio con il quale li si invitò a disertare. E trenta di questi giovani, che probabilmente erano stati arruolati di forza dai fascisti, disertarono.

Il 18 settembre 1944 Giuseppe Tortorella, Alberto Grandi e Quinto Bonazzola organizzarono un' azione dimostrativa all'Accademia di Brera, a pochi passi di distanza dal comando tedesco della Piazza di Milano. L'azione fu suggerita dal fatto che quel mattino tre studenti, volontari della famigerata legione Muti si sarebbero presentati per sostenere un esame. Tortorella, Bonazzola e Grandi, protetti da una squadra armata, riuscirono ad entrare nell'aula. Allontanato l'attonito insegnante, mentre Bonazzola disarmava i tre fascisti della Muti, Tortorella e Grandi tennero un breve comizio. Alla fine fu distribuito a tutti gli studenti, che applaudivano entusiasti, il secondo numero del giornale del Fronte. Il clamore suscitato da questa azione fu enorme. Il rettore fu costretto a sospendere esami e lezioni.

Con il trascorrere delle settimane e confermandosi una vera e propria forza combattente, per la sua influenza politica tra i giovani operai e impiegati, il Fronte della Gioventù venne ammesso a far parte attraverso propri rappresentanti, nei CLN aziendali della Pirelli, della Montecatini, della Breda meccanica, della Dalmine, della Magneti Marelli, della Edison di Porta Volta.

Fu sul finire del '44 e durante l'inverno '44·'45 che il Fronte della Gioventù riuscì a potenziarsi più  diffusamente sia nel programma politico che nella guerriglia. Ormai le azioni di disarmo venivano compiute in pieno giorno, come avvenne nell'atrio del cinema Carcano: due giovani del Fronte disarmarono due militi repubblichini di fronte a decine di persone stupefatte. Questo metodo venne intensificato e in pochi giorni i fascisti disarmati anche in pieno centro salirono a centinaia.

L'audacia dei ragazzi del Fronte della Gioventù più d'una volta sfiorò la temerarietà: in collaborazione con una squadra dei SAP, per esempio, occuparono la mensa dell'ILVA per tenere un comizio proprio il 16 dicembre 1944 mentre Mussolini al teatro Lirico parlava ai "fascisti milanesi." La città era stata messa in stato d'assedio; bande di fascisti perlustravano le strade, occupavano le piazze e avevano istituito ogni cento metri posti di blocco dove le mitragliere erano pronte a far fuoco senza preavviso contro chiunque, per una qualsiasi ragione si fosse arrischiato in strada. E qualcuno ci lasciò la pelle.

Una delle manifestazioni più importanti organizzata dal Fronte si svolse all'università Bocconi. IL 14 febbraio 1945 alcuni esponenti del Fronte bloccarono le porte d'ingresso dell'università e invitarono studenti, professori, inservienti, a riunirsi nel grande atrio della segreteria, dove uno studente incitò i presenti a prendere le armi, a combattere fascisti e tedeschi per affrettare la fine della dittatura e dell'occupazione nazista. Una squadra di militi repubblichini arrivò all'università: furono affrontati dai giovani di guardia; un fascista restò ucciso e un altro gravemente ferito.

Il CLN Alta Italia votò una mozione di plauso per gli studenti del Fronte.

Nei giorni dell'insurrezione d'aprile il Fronte fa sentire tutto il suo mordente. Ad affrontare le bande fasciste e i reparti tedeschi armati di mitragliatrici e di cannoni i giovani sono in maggioranza. Ci sono dei ragazzi, addirittura bambini, che fanno da staffetta; corrono da un comando all'altro, sgusciano sotto il naso dei tedeschi e sfuggendo agli agguati dei fascisti.

In quel periodo le squadre del Fronte hanno anche allargato il loro territorio d'azione, andando all'attacco, anche attorno a Milano. I nazifascisti sono ormai veramente allarmati: in ogni ragazzo, in ogni ragazza vedono un nemico.

A Saronno uno studente e una studentessa del Fronte vengono sorpresi mentre stanno scrivendo sui muri frasi d'incitamento alla lotta. Mentre sono scortati in una caserma, lo studente che non è stato perquisito estrae all'improvviso una pistola e apre il fuoco contro  i fascisti. Riesce così a fuggire e a portare in salvo anche la ragazza.

Un altro episodio incredibile di quei giorni: due ragazzi della brigata del Fronte sono bloccati in via Nizza da una pattuglia fascista che piomba alle loro spalle mentre stanno incollando manifesti sui muri. I due ragazzi vengono portati nella caserma di via Asti dove li interrogano e li picchiano, e successivamente caricati su un camioncino diretto alla stazione dov'è in partenza un convoglio per la Germania. Durante il tragitto i due ragazzi aggrediscono i tedeschi della scorta, ne disarmano uno, sparano e uccidono un altro. Ettore Cosce viene ferito dalla scorta che spara su di loro; fugge e si mette in salvo assieme al compagno. A Porta Romana, in uno scontro a fuoco con i fascisti del battaglione azzurro cade Giacinto Palma.

 

Durante la lotta clandestina a Milano non ero nel Fronte della Gioventù. In confronto a loro ero già un “vecchio”. Avevo 26 anni; avevo conosciuto l'esilio in Francia, il confino e il carcere in Italia, la guerra di Spagna nella Brigata Garibaldi. lo stesso non potevo non considerarmi un veterano. Eppure il Fronte lo sentivo estremamente vivo; se un ragazzo doveva entrare nei GAP, temendo che il coraggio e la forza d'animo non potessero reggere alle terribili esperienze che lo aspettavano, chiedevo se venisse dal Fronte della Gioventù, per essere certo che quel ragazzo, nonostante l'età, fosse, consapevole delle proprie convinzioni come lo erano i ragazzi spagnoli che a 15·16 anni parteciparono alla difesa di Madrid, lottando di finestra in finestra, di porta in porta. (Giovanni Pesce)

 

da “Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano” di Giovanni Pesce - Feltrinelli Editore 2009

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i caduti del Fronte della Gioventù a Monza

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Così racconta Vera Gambacorti Passerini in “Monza nella Resistenza” di Vittorio D’Amico:

«26 gennaio 1945. La neve era alta, a Monza, tanto alta. I pochi mezzi di locomozione rimasti in funzione non riuscivano a muoversi: anche il vecchio tram, sobbalzante da un capo all'altro della città, quel giorno era rimasto a casa

Mi avviavo a piedi, oltre il «Re de sass» verso la Villa Reale, per cercar di sapere. Passai vicino alla cinta esterna della Villa, sulla Via Boccaccio. Il muro portava freschi i segni della scarica assassina.

Il Fronte della Gioventù aveva pagato il suo tributo per la lotta di liberazione. Vittorio Michelini (nato a Monza l'8 maggio 1923), Alfredo Ratti (nato a Carugate il 21 ottobre 1923), Raffaele Criscitiello (nato ad Avellino il 10 giugno 1923),  dopo lo strazio di inaudite torture, erano stati portati al muro e giustiziati il 25 gennaio 1945.

Il Fronte della Gioventù aveva avuto co, in Monza, il suo triste riconoscimento ufficiale da parte degli occupanti nazisti e dei loro servi fascisti. Erano stati affissi dei manifesti in cui si diceva che un tribunale misto italo-tedesco aveva condannato a morte alcuni giovani appartenenti ad un sedicente Fronte della Gioventù. …

Il F. d. G., già da parecchi mesi, aveva iniziato la sua vita anche a Monza e in Brianza, raccogliendo e organizzando, con l'osservanza delle più rigide regole cospirative, giovani e giovanissimi, operai, contadini e anche studenti, che volevano dare il loro contributo per l'affrancamento della loro terra. L'organizzazione a catena del F. d. G. mi aveva impedito di conoscere personalmente e anche per nome i nostri tre eroici caduti, prima che la mano assassina ne fermasse il nome per sempre nella storia.

Michelini e Ratti erano già stati per vario tempo con le formazioni partigiane di montagna ed erano poi scesi al piano, al sopraggiungere dell'inverno '44-'45, per la forzata smobilitazione di parte dei reparti: ma l'amore per la loro terra, il desiderio di continuare la lotta li aveva, appena ritornati a Monza, subito portati a mettersi in contatto con le formazioni partigiane di pianura e di città. Raffaele Criscitiello era una guardia di Pubblica Sicurezza: il suo Corpo era stato aggregato ed asservito al fascismo ed all'occupante tedesco. Ma egli aveva ben saputo trovare la via del riscatto per il suo onore personale di giovane e di italiano. Si era messo in contatto con gli elementi del F. d. G.

Michelini e Ratti, che hanno alle spalle un’esperienza di guerriglia sui monti lecchesi conducono l’azione il 24 gennaio. Viene pianificata un’azione diversiva con lancio di volantini e iscrizioni murali mentre i due penetrano nella caserma. La maggior parte degli agenti è fuori per uno spettacolo, il piantone, Raffele Criscitiello, viene legato e imbavagliato per fingere l’aggressione. Le armi vengono così prelevate e portate in un nascondiglio.

Tutto il piano era stato predisposto e studiato nei minimi particolari, e l'ultimo convegno si era tenuto nella sacrestia di una chiesa di via Volturno, con un prete, antifascista, che funzionava da sentinella, avanti e indietro sulla porta della chiesa.

Nel rientro a casa, Michelini e Ratti transitano imprudentemente però per luoghi non previsti dal piano. I due incappano così in una pattuglia di ronda. Fu subito smascherato e arrestato anche Raffele Criscitiello. Un tribunale italo-tedesco li condannò a morte. Il Gruppo monzese, vistosamente mutilato, spostò la sua attività a Sesto S. Giovanni e poi confluì nella 109° Brigata Garibaldi.

L'azione del F. d. G. segnò per la nostra zona una ripresa dell'attività partigiana che da qualche mese languiva: i posti lasciati vuoti dai caduti furono presto occupati da altri. Una lapide eterna nel luogo del sacrificio i nomi dei martiri.

lapide Monza Michelini-Ratti-Crescitiello 

La caserma della P.S. di Monza si intitola dal '45 a Raffaele Criscitiello».

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il giornale della Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola

13 Août 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il giornale della "Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola", si chiamava Liberazione – CLN – Giornale della Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola e delle Formazioni Militari dei Patrioti dell’Ossola.

Nella foto la prima pagina del secondo numero del giornale con data 23 settembre 1944; la redazione si trovava nel Palazzo di Città.

Giornale dell Ossola 

Di seguito viene ritrascritto l’articolo di fondo:

«Domodossola è liberata dalle armi Italiane. Tra la raggera di valli che scendono su di essa, serrata in alto e in basso dalle due zone confinanti. Domodossola respira la sua nuova aria di libertà dopo i lunghi anni di oppressione e di vergogna. Nessun segno di devastazione è nelle sue case e nelle sue piazze.

Scomparso il nemico, nessuna traccia è in essa della barbarie che vi si era annidata. Diversa è la sorte delle altre città liberate in mezzo alle atrocità della strage e della devastazione. Ma, laggiù, tra cumuli di rovine passano le colonne dei vincitori dietro il nemico per sempre in fuga, seguite dai carriaggi di armi e rifornimenti. Laggiù. la guerra ha oramai operato: e le strade, battute dalla morte, si aprono alle provvidenze della vita.

Da Domodossola il tedesco non è ancora lontano: e l'alleato vicino volge gli occhi su questo lembo d'Italia liberata per vedere come si comportano gli italiani, da soli, di fronte al nemico; come si governano gli italiani, da soli, di fronte alle dure necessità di una terra chiusa tra due frontiere: quella dell' odio e quella dell'amicizia. Bene si comportano gli italiani. Ad essi non mancano bravura, audacia ed assennatezza, non manca la tolleranza delle fatiche e delle privazioni.

Se mancano i treni col carico dei viveri e delle armi, il tedesco e il fascista possiedono armi e viveri, e c'è buona raccolta da fare presso di loro, e l'alleato vicino può accorgersi che l’italiano sa liberarsi anche da solo e governarsi anche da solo. Domodossola può vivere fiduciosa tra le sue brigate di partigiani, perché la mala fortuna non seminerà tra noi la dissipazione o la discordia:  i frutti maligni che la guerra dispensa, agli ambiziosi e ai predatori».

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«Vent'anni»

31 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Patrioti III

"Siamo nati ch
e la «grande guerra» era appena finita. Nei racconti di nostro padre c'era ancora un' eco molto viva di quella lotta. Grandi cimiteri - tante croci in fila - accoglievano nel loro silenzio i morti di quelle battaglie, e anche nel cuore dei reduci c'era forse una croce, ma inestinguibile segno di quell' esperienza. A noi, bambini, sembrava che negli uomini che «l’avevano fatta», fosse come una sottile disperazione, qualcosa di esaltante e di profondamente triste. Eravamo bambini e trionfò il fascismo. Ci dissero che il fascismo voleva il bene della Patria, anzi che fascismo e Patria erano la stessa cosa, che le rinunce alle quali eravamo soggetti dovevano essere sopportate per il bene di tutti, perché l'Italia fosse grande e potente. Ma ci accorgemmo che il fascismo era una certa cosa e la Patria un'altra, i sacrifici li faceva il popolo ma non i capi, che sulla nostra buona fede si speculava. Fummo battezzati fascisti nascendo, ma in realtà noi giovani eravamo dei miscredenti. Ed eravamo anche tanto infelici.

Ci furono altre guerre, altri uomini caddero. E fummo gettati in questa che ancor continua, lunga e terribile. Cadde il fascismo, poi l'armistizio, la fuga del re, i tedeschi, la Repubblica, caddero tante illusioni. Il Paese in rovina, le coscienze esasperate nella ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi, il domani incerto nebuloso. Sorsero i partigiani: e fu una aperta ribellione contro il mondo, contro uomini, contro idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di 45 milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciarono la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l'amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent'anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga - agli uomini di vent'anni già vecchi - quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza".

 

Editoriale del terzo numero del giornale “PATRIOTI” dell’aprile 1945, scritto da Enzo Biagi, dopo la liberazione di Bologna. Enzo Biagi è stato partigiano per quattordici mesi con il nome di battaglia “il Giornalista”.

 

Tratto da “I quattordici mesi. La mia Resistenza” di Enzo Biagi – Rizzoli Editore - novembre 2009

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Movimento partigiano in Brianza: le forze in campo all’inizio del 1945

18 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'organizzazione e l'inquadramento del movimento partigiano in Brianza si avviarono nella primavera del '44: non fu un lavoro semplice e privo di rischi, ma in pochi mesi lo sviluppo delle adesioni, per certi aspetti persino sorprendente, rese possibile la costituzione di brigate su tutto il territorio della zona, e quindi della divisione Garibaldi Fiume Adda, del comando unificato Bassa Brianza, che facevano capo a Milano, della divisione Puecher, che operava soprattutto nella Brianza comasca e lecchese, e della divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza che dipendeva dal comando di Varese. E non è tutto, perché dovremmo tener conto anche della 2adivisione Brigate del popolo, della divisione .Fiamme verdi della Bergamasca, in cui era incorporata una brigata Adda e di altre formazioni che in un certo senso sfuggivano all'attenzione o al controllo dei comandi centrali.

Comunque, il quadro particolareggiato delle forze in campo in Brianza all'inizio del '45, si presentava così: la divisione Garibaldi Fiume Adda comprendeva le brigate 103a, 104a, 105a, e Livio Cesana, con distaccamenti a Vimercate, Concorezzo, Brugherio, Cavenago, Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Ornate, Ornago e Rossino. Con la Fiume Adda inoltre erano collegate la 52abrigata Garibaldi, con comando a Lentate e l'11abrigata Matteotti, che estendeva la sua presenza a Pioltello, Bussero, Cernusco, Carugate, Pessano, Brugherio e in qualche altro centro brianzolo. Ancora nella Brianza orientale operavano le Brigate del popolo 13a(Vimercate); 27a(Brugherio), 26a(Cernusco), 23a(Inzago), 36a(Carugate) e infine la brigata Regina Teodolinda (Concorezzo), squadre del Fronte della gioventù, soprattutto nel Vimercatese, e una brigata Ippocampo. A Monza c'erano i comandi della 150abrigata Garibaldi, della 181aGiustizia e Libertà, della 25aBrigata' del popolo e della brigata del Fronte della Gioventù. Nella Brianza centrale dominava la 176abrigata Garibaldi, con comando a Macherio, distaccamenti a Besana, Biassono, Carate, e squadre a Sovico, Albiate, Lesmo. A Seregno c'era il comando della 119aGaribaldi Di Vona, con distaccamenti a Desio, Meda, Muggiò e squadre a Cesano M., Varedo, Lissone, Nova e Bresso. La 119aera collegata con il comando unificato Bassa Brianza che comprendeva pure la 185abrigata Arienti, con squadre a Cesano, Seveso, Barlassina, Meda, Camnago e Lentate; la 2abrigata Mazzini (Cesano) e il raggruppamento brigate Matteotti. La 2adivisione Brigate del popolo comprendeva la 14a(Lissone), la 16a(Garbagnate), la 17a(Cinisello), la 25a(Monza), la 28a(Cantù). A Lissone operava anche una squadra Matteotti, a Carate il gruppo degli ex sindacalisti, bianchi, e a Macherio una brigata di « badogliani ». Dal comando di piazza Como-Lecco, incorporata nella divisione Puecher, «dipendeva la Brigata Livio Colzani, che aveva per epicentro il collegio Ballerini di Seregno; mentre dalla zona di Varese dipendeva la divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza».

È questo lo schieramento partigiano che fronteggiava tedeschi e repubblichini qualche mese prima dell'insurrezione: e ci sembra che l'elenco delle brigate sia impressionante anche nella sua fredda schematicità. Quanti uomini erano mobilitati? E com'erano armati? Diremo subito che l'armamento non era completo, ma sufficiente per il tipo di guerriglia che essi dovevano condurre. Per quanto riguarda gli uomini, la risposta è difficile. Cercheremo di avvicinarci con un calcolo approssimativo fatto sulla base di due documenti del comando piazza di Milano. Vogliamo avvertire che il risultato sarà comunque discutibile. Secondo il «piano insurrezionale per la città di Milano » del febbraio '45, le «Forze foranee (o della provincia)» erano costituite da circa 45 brigate (17 Garibaldi, 5 G.L., 9 Matteotti, 12 del Popolo, 2 Mazzini) e 13.240 uomini. Il riassunto della «Forza delle unità dipendenti dal Comando piazza al 25 aprile 1945, presentava questi dati per la provincia: Garibaldi: 26 brigate, 7916 partigiani; Matteotti: 13 brigate, 4065 partigiani; Mazzini: 3 brigate, 1443 partigiani; G.L.: 5 brigate, 1515 partigioni; BdP: 20 brigate, 4070 partigiani. Totale: 67 brigate, 19.009 partigiani ». La media per brigata, come risulta dai due riassunti, nel Milanese era di circa 290/280 uomini. Prendendo in considerazione queste cifre ufficiali nel valutare la forza della Brianza, naturalmente tenendo conto di brigate meno «robuste» (240/250 uomini), possiamo trovarci di fronte a questi risultati: 12 brigate Garibaldi, 6 Matteotti, 10 del Popolo, 3 del Fronte della gioventù; 1 Ippocarnpo, 1 G.L., 1 Mazzini. Totale: 34 brigate, 8160/ 8500 uomini. Erano queste, più o meno, le forze partigiane organizzate alla vigilia dell'insurrezione.

 

Bibliografia:

Emilio Diligenti, Alfredo Pozzi “La Brianza in un secolo di storia d'Italia (1848-1945)” - Teti (Milano) 1980

Pietro Arienti “La Resistenza in Brianza 1943-1945” – Bellavite (Missaglia) 2006
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La nascita delle SAP garibaldine

10 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

A differenza dei Gap, concepiti come braccio armato del partito e formati esclusivamente da comunisti, le Sap (Squadre di Azione Patriottica) nascono e si svilupperanno come milizia nazionale le cui file sono aperte a tutti coloro che, indipendentemente dalla loro fede politica, vogliono battersi armi alla mano non per l'avvento del comunismo, ma per la sconfitta del nazifascismo e per la creazione di una libera democrazia. Il Sappista è un elemento legale, lavora nel suo mestiere nella sua professione, agisce quando è chiamato. Egli si vede con i suoi compagni di nucleo discute con loro i problemi politici, studia l’azione da svolgere, cura i particolari della parte a lui assegnata, si esercita in attività preparatorie, si attrezza per la lotta finale.

A differenza del gappista, che ha abbandonato lavoro e famiglia, vive nella clandestinità più assoluta ed è impegnato in azioni di tipo terroristico, il sappista continua (salvo essere scoperto) la sua vita familiare e lavorativa e viene gradualmente addestrato alla lotta con una serie di azioni che vanno da quelle di minor rischio, come il lancio di manifestini, a quelle più complesse, come i disarmi o gli attacchi a piccoli posti di blocco.

Ma il vero obiettivo della loro creazione è la preparazione di quel vasto movimento che costituirà «il tessuto connettivo occorrente a tenere insieme, a mobilitare tutte le masse italiane nell'atto finale dell'insurrezione».

Il padre delle Sap è un funzionario di banca, Italo Busetto.

Le squadre di difesa nelle fabbriche ideate dal Partito comunista all'inizio dell'anno, avevano mostrato durante lo sciopero di marzo i loro limiti di preparazione, di organizzazione e di ristrettezza di obiettivi. Era impellente a questo punto per il decollo dell'attività di ribellione nella pianura, sviluppare se esisteva quella volontà di battersi che non poteva essere lasciata solo ai Gap o alla montagna ma che andava coltivata e diffusa anche fra gli operai, fra gli aderenti al partito e fra i sempre più numerosi renitenti alla leva che vivevano nelle città. Il primo che riflette sull'errata impostazione delle squadre di difesa di fabbrica e sull'isolamento dei gruppi nei paesi è Italo Busetto.

Italo Busetto nasce a Napoli il 31 gennaio 1915 da una famiglia di intellettuali. Compiuti brillantemente gli studi superiori, ad appena vent'anni si laurea in giurisprudenza.

Come per molti altri giovani, la guerra è la tappa finale della maturazione culturale e politica di Busetto, che nel frattempo ha trovato impiego in banca prima a Padova, poi a Milano.

Allievo ufficiale durante il servizio militare nel 1935, viene richiamato nel 1940: è inviato a Tobruk e poi sul fronte greco-albanese. Busetto tocca con mano l'insipienza degli alti comandi e la tragedia di una guerra scatenata senza nemmeno avere i mezzi per condurla. Ottenuto il congedo e, ai primi del 1943, torna in banca a Milano a fare il funzionario.

Durante i 45 giorni di Badoglio, prende contatto con diversi antifascisti e si iscrive al partito comunista. Con il nome di battaglia «Franco», inizialmente ebbe l'incarico di tenere i collegamenti con gli intellettuali ma il suo spirito critico andò ben oltre questo compito. Osserva la struttura delle squadre di difesa e dei gruppi nelle città, rileva l'isolamento delle formazioni

Evidenzia la mancanza di un legame con gli organismi centrali e di riferimenti, se non quelli di fabbrica e di paese, da cui però bisogna sganciarsi per avere un coordinamento strategico unico che dia direttive per la lotta. Prospetta come soluzione l'invio dei migliori quadri di partito nei vari settori territoriali affinché organizzino soprattutto militarmente i vari nuclei. Individua il serbatoio di potenziali partigiani costituito dai renitenti che si sono nascosti nei cascinotti e nelle boscaglie delle campagne.

Propone allora la costituzione delle Squadre armate partigiane, basate su squadre urbane di soli quattro uomini più un caposquadra, perchè in città troppa gente viene notata; nei paesi si devono formare tre nuclei di cinque uomini e il caposquadra più carismatico deve comandare. Le squadre si raggrupperanno in distaccamenti idealmente di 45-50 uomini; cinque o sei distaccamenti formeranno la brigata. Il Comando generale delle Garibaldi viene informato delle sue riflessioni e dopo 20 giorni arriva il via da Luigi Longo, comandante generale.

Così un giovane intellettuale funzionario di banca, di estrazione borghese e da pochi mesi militante del partito, diventa il padre delle Sap e dirigerà vecchi comunisti che hanno alla spalle anni di fabbrica, di carcere, di confino e anche di guerra.



 

Membro delle SAP è stato Gabriele Cavenago (classe 1920): era inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

Gabriele Cavenago è il Presidente onorario della Sezione ANPI di Lissone.

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La formazione delle Brigate Garibaldi

6 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 Nel novembre del 1943 in un articolo del giornale clandestino, organo del Partito comunista italiano, la «Nostra lotta», dal titolo «Perché dobbiamo agire subito», viene motivata  la necessità di “agire subito e il più ampiamente e decisamente possibile.

“Primo: per poter abbreviare la durata della guerra e liberare al più presto il popolo italiano dall'oppressione tedesca e fascista. L'azione dei partigiani deve diventare l'azione di tutto il popolo italiano ...

In secondo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile per risparmiare decine di migliaia di vite umane e la distruzione di tutte le nostre città e villaggi. È vero che la lotta contro i tedeschi ed i fascisti costerà sacrifici, vittime e sangue. Ma questa lotta è necessaria per abbreviare l'occupazione tedesca dell'Italia ...

In terzo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile perché solo nella misura in cui il popolo italiano concorrerà attivamente alla cacciata dei tedeschi dall'Italia, alla sconfitta del fascismo e del nazismo, potrà veramente conquistarsi l'indipendenza e la libertà.

In quarto luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente possibile per impedire che la reazione tedesca e fascista possa liberamente dispiegarsi indisturbata ... Se noi non passiamo alla lotta subito essi potranno indisturbatamente continuare a saccheggiare il nostro paese ... costringere i nostri operai ad andare in Germania ...

Infine è necessario agire subito ed il più largamente e decisamente possibile perché la nostra organizzazione si consolida e si sviluppa nell'azione ... È dalla lotta e dall'esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi e contro i fascisti”.

 

Contemporanea alla pubblicazione dell’articolo di «Nostra lotta» è la mobilitazione del Partito comunista all'interno e all'esterno. All'interno viene stabilito che a partire dalle cellule il maggior numero possibile dei militanti venga indirizzato al «lavoro militare», senza tuttavia sguarnire il fronte altrettanto importante delle fabbriche, all'esterno viene promossa la costituzione dei «distaccamenti d'assalto Garibaldi» non come formazioni di partito, ma come «formazioni modello aperte a tutti i patrioti».

Il primo Comando generale delle Garibaldi fu costituito a Milano fra la fine d'ottobre e il principio di novembre stabilendo le seguenti principali responsabilità: Longo comandante, Secchia commissario, Roasio organizzatore delle formazioni nel Veneto e nell'Emilia; lo stesso compito fu affidato a Scotti per il Piemonte e la Liguria, con particolare impegno per la Lombardia. Fu stabilito che in linea di massima ogni distaccamento fosse «costituito sulla base di nuclei di cinque o sei combattenti, di squadre di due nuclei ciascuna; e quattro o cinque squadre costituivano un distaccamento: 40-45 uomini in tutto ...

Le Garibaldi (prima distaccamenti, poi brigate) costituiscono una svolta nella guerra partigiana.


 

Il punto fondamentale che distingue l'iniziativa garibaldina è l'istituzione dei «commissari politici», derivata direttamente dalla guerra di Spagna, ed è la distinzione che viene accolta in un primo momento con diffidenza dagli altri settori della Resistenza ...

Spettava al commissario la soluzione di tutti quei problemi che non erano di natura tecnica militare e l'opera di educazione politica delle formazioni. Il commissario agiva all'interno ma anche contemporaneamente all'esterno, allargava la sua opera di convinzione alle popolazioni civili, si poneva costantemente il problema del rapporto fra i partigiani e l'ambiente in cui agivano, rispondeva anche in questo settore alla necessità di non isolare la lotta dei gruppi armati dalla resistenza della popolazione civile.

Come sempre meglio si chiarì nel corso della lotta, non vi fu la temuta interferenza con i compiti del comandante nè una diminuzione della sua autorità, ma una distinzione ben precisa dei compiti.

Il monzese Gianni Citterio, nome di battaglia "Redi", fu commissario politico della banda dell’architetto Filippo Beltrami.
 



bibliografia:
Roberto Battaglia - "Storia della Resistenza italiana" - Einaudi 1964
 

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