Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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I ragazzi di Curiel

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Eugenio Curiel era entrato giovanissimo nel movimento antifascista iscrivendosi al PCI dopo aver sofferto tutte le contraddizioni della gioventù italiana, ingannata dalla retorica del fascismo e mandata a morire sui fronti d'Africa e d'Europa. Egli era convinto che la riscossa del popolo italiano non poteva avvenire se non con la partecipazione diretta e attiva di grandi masse di giovani. Per dare concretezza a questa aspirazione Curiel aveva creato nel 1943 il Fronte della Gioventù, l'organizzazione clandestina che in breve tempo raccolse un gran numero di ragazzi e ragazze.

Curiel soleva affermare che «la gioventù italiana doveva essere la forza che avrebbe salvato l'Italia e all'Italia avrebbe restituito la libertà e la dignità di nazione civile». Il progetto del Fronte era di difficile attuazione perché doveva far leva sulle forze morali dei giovani, alimentare nei loro animi la volontà di rompere con un mondo violento e corrotto, risvegliare la fiducia nelle loro forze, spronarli a una "scelta" consapevole. Primo obiettivo del Fronte era combattere i nazifascisti per conseguire l'indipendenza del Paese. La forma d'organizzazione era il gruppo in cui si raccoglievano ragazzi di tutte le tendenze politiche, di qualunque religione e di ogni origine sociale. Quando il Fronte della Gioventù lanciò il suo appello alla lotta, migliaia di ragazzi della città e della campagna, aderirono all'appello, un'adesione che rafforzò naturalmente le formazioni partigiane, le squadre GAP e le SAP.

I dirigenti del Fronte tennero le loro prime riunioni a Milano nei locali della sacrestia di San Carlo, aiutati da sacerdoti antifascisti come padre Camillo Da Piaz che dette un grande contributo allo sviluppo del Fronte della Gioventù. Anche se completamente indipendente, il Fronte agiva all'interno dello schieramento antifascista clandestino. Elio Vittorini e Giuliano Pajetta, che fu commissario di guerra nelle Brigate internazionali in Spagna, ebbero numerosi contatti con i dirigenti del Fronte.

Dopo alcuni mesi dedicati all'organizzazione capillare, nell'estate del ‘44 il Fronte dimostrò tutta la sua forza mobilitando una fitta rete di gruppi nelle scuole, nelle officine, nelle università, nei rioni cittadini, nei paesi.

Sotto la guida di Curiel l'attività militare divenne preponderante nel Fronte fino a rendere necessaria la costituzione di una brigata d'assalto e il suo impiego in decine di azioni contro i nazifascisti. Quasi ogni giorno, quasi ogni notte, in questo o quel quartiere di Milano, distaccamenti della brigata del Fronte attaccavano fascisti isolati o in gruppi, s'impadronivano delle loro armi e spesso anche degli indumenti che venivano poi destinati ai partigiani in montagna. Non faceva loro difetto la fantasia: per esempio si deve ai giovani del Fronte "la confisca" di una grande quantità di medicinali, preziosi per la lotta clandestina.

Nei mercati rionali i giovani si rivolgevano alle massaie inducendole ad appoggiare la Resistenza per affrettare la pace, il ritorno dei mariti, dei fratelli, dei padri dispersi in tutte le contrade d'Europa, rinchiusi nei campi di concentramento nazisti o deportati chissà dove dagli stessi Alleati prima dell'8 settembre '43.

FdG 12 luglio 1944 FdG 12 luglio 1944 retro

Molti comizi si tenevano all'improvviso davanti alle fabbriche, sui sagrati delle chiese, negli atri delle scuole, perfino all'interno dei cinematografi: comizi volanti dei giovani del Fronte che sbalordivano anche il nemico per l'audacia degli organizzatori. Oratori e pubblico erano difesi da squadre armate del Fronte. Molti operai anziani ricordano ancor oggi queste squadre in azione alla Borletti, alla Siciliani, alle Trafìlerie, alla Vanzetti, alla Pirelli.

L'8 giugno 1944 una squadra di giovani in divisa da ufficiali e militi repubblichini penetrò nella caserma fascista di Monza dove erano radunati tutti i militi. Fu tenuto loro un comizio con il quale li si invitò a disertare. E trenta di questi giovani, che probabilmente erano stati arruolati di forza dai fascisti, disertarono.

Il 18 settembre 1944 Giuseppe Tortorella, Alberto Grandi e Quinto Bonazzola organizzarono un' azione dimostrativa all'Accademia di Brera, a pochi passi di distanza dal comando tedesco della Piazza di Milano. L'azione fu suggerita dal fatto che quel mattino tre studenti, volontari della famigerata legione Muti si sarebbero presentati per sostenere un esame. Tortorella, Bonazzola e Grandi, protetti da una squadra armata, riuscirono ad entrare nell'aula. Allontanato l'attonito insegnante, mentre Bonazzola disarmava i tre fascisti della Muti, Tortorella e Grandi tennero un breve comizio. Alla fine fu distribuito a tutti gli studenti, che applaudivano entusiasti, il secondo numero del giornale del Fronte. Il clamore suscitato da questa azione fu enorme. Il rettore fu costretto a sospendere esami e lezioni.

Con il trascorrere delle settimane e confermandosi una vera e propria forza combattente, per la sua influenza politica tra i giovani operai e impiegati, il Fronte della Gioventù venne ammesso a far parte attraverso propri rappresentanti, nei CLN aziendali della Pirelli, della Montecatini, della Breda meccanica, della Dalmine, della Magneti Marelli, della Edison di Porta Volta.

Fu sul finire del '44 e durante l'inverno '44·'45 che il Fronte della Gioventù riuscì a potenziarsi più  diffusamente sia nel programma politico che nella guerriglia. Ormai le azioni di disarmo venivano compiute in pieno giorno, come avvenne nell'atrio del cinema Carcano: due giovani del Fronte disarmarono due militi repubblichini di fronte a decine di persone stupefatte. Questo metodo venne intensificato e in pochi giorni i fascisti disarmati anche in pieno centro salirono a centinaia.

L'audacia dei ragazzi del Fronte della Gioventù più d'una volta sfiorò la temerarietà: in collaborazione con una squadra dei SAP, per esempio, occuparono la mensa dell'ILVA per tenere un comizio proprio il 16 dicembre 1944 mentre Mussolini al teatro Lirico parlava ai "fascisti milanesi." La città era stata messa in stato d'assedio; bande di fascisti perlustravano le strade, occupavano le piazze e avevano istituito ogni cento metri posti di blocco dove le mitragliere erano pronte a far fuoco senza preavviso contro chiunque, per una qualsiasi ragione si fosse arrischiato in strada. E qualcuno ci lasciò la pelle.

Una delle manifestazioni più importanti organizzata dal Fronte si svolse all'università Bocconi. IL 14 febbraio 1945 alcuni esponenti del Fronte bloccarono le porte d'ingresso dell'università e invitarono studenti, professori, inservienti, a riunirsi nel grande atrio della segreteria, dove uno studente incitò i presenti a prendere le armi, a combattere fascisti e tedeschi per affrettare la fine della dittatura e dell'occupazione nazista. Una squadra di militi repubblichini arrivò all'università: furono affrontati dai giovani di guardia; un fascista restò ucciso e un altro gravemente ferito.

Il CLN Alta Italia votò una mozione di plauso per gli studenti del Fronte.

Nei giorni dell'insurrezione d'aprile il Fronte fa sentire tutto il suo mordente. Ad affrontare le bande fasciste e i reparti tedeschi armati di mitragliatrici e di cannoni i giovani sono in maggioranza. Ci sono dei ragazzi, addirittura bambini, che fanno da staffetta; corrono da un comando all'altro, sgusciano sotto il naso dei tedeschi e sfuggendo agli agguati dei fascisti.

In quel periodo le squadre del Fronte hanno anche allargato il loro territorio d'azione, andando all'attacco, anche attorno a Milano. I nazifascisti sono ormai veramente allarmati: in ogni ragazzo, in ogni ragazza vedono un nemico.

A Saronno uno studente e una studentessa del Fronte vengono sorpresi mentre stanno scrivendo sui muri frasi d'incitamento alla lotta. Mentre sono scortati in una caserma, lo studente che non è stato perquisito estrae all'improvviso una pistola e apre il fuoco contro  i fascisti. Riesce così a fuggire e a portare in salvo anche la ragazza.

Un altro episodio incredibile di quei giorni: due ragazzi della brigata del Fronte sono bloccati in via Nizza da una pattuglia fascista che piomba alle loro spalle mentre stanno incollando manifesti sui muri. I due ragazzi vengono portati nella caserma di via Asti dove li interrogano e li picchiano, e successivamente caricati su un camioncino diretto alla stazione dov'è in partenza un convoglio per la Germania. Durante il tragitto i due ragazzi aggrediscono i tedeschi della scorta, ne disarmano uno, sparano e uccidono un altro. Ettore Cosce viene ferito dalla scorta che spara su di loro; fugge e si mette in salvo assieme al compagno. A Porta Romana, in uno scontro a fuoco con i fascisti del battaglione azzurro cade Giacinto Palma.

 

Durante la lotta clandestina a Milano non ero nel Fronte della Gioventù. In confronto a loro ero già un “vecchio”. Avevo 26 anni; avevo conosciuto l'esilio in Francia, il confino e il carcere in Italia, la guerra di Spagna nella Brigata Garibaldi. lo stesso non potevo non considerarmi un veterano. Eppure il Fronte lo sentivo estremamente vivo; se un ragazzo doveva entrare nei GAP, temendo che il coraggio e la forza d'animo non potessero reggere alle terribili esperienze che lo aspettavano, chiedevo se venisse dal Fronte della Gioventù, per essere certo che quel ragazzo, nonostante l'età, fosse, consapevole delle proprie convinzioni come lo erano i ragazzi spagnoli che a 15·16 anni parteciparono alla difesa di Madrid, lottando di finestra in finestra, di porta in porta. (Giovanni Pesce)

 

da “Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano” di Giovanni Pesce - Feltrinelli Editore 2009

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i caduti del Fronte della Gioventù a Monza

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Così racconta Vera Gambacorti Passerini in “Monza nella Resistenza” di Vittorio D’Amico:

«26 gennaio 1945. La neve era alta, a Monza, tanto alta. I pochi mezzi di locomozione rimasti in funzione non riuscivano a muoversi: anche il vecchio tram, sobbalzante da un capo all'altro della città, quel giorno era rimasto a casa

Mi avviavo a piedi, oltre il «Re de sass» verso la Villa Reale, per cercar di sapere. Passai vicino alla cinta esterna della Villa, sulla Via Boccaccio. Il muro portava freschi i segni della scarica assassina.

Il Fronte della Gioventù aveva pagato il suo tributo per la lotta di liberazione. Vittorio Michelini (nato a Monza l'8 maggio 1923), Alfredo Ratti (nato a Carugate il 21 ottobre 1923), Raffaele Criscitiello (nato ad Avellino il 10 giugno 1923),  dopo lo strazio di inaudite torture, erano stati portati al muro e giustiziati il 25 gennaio 1945.

Il Fronte della Gioventù aveva avuto co, in Monza, il suo triste riconoscimento ufficiale da parte degli occupanti nazisti e dei loro servi fascisti. Erano stati affissi dei manifesti in cui si diceva che un tribunale misto italo-tedesco aveva condannato a morte alcuni giovani appartenenti ad un sedicente Fronte della Gioventù. …

Il F. d. G., già da parecchi mesi, aveva iniziato la sua vita anche a Monza e in Brianza, raccogliendo e organizzando, con l'osservanza delle più rigide regole cospirative, giovani e giovanissimi, operai, contadini e anche studenti, che volevano dare il loro contributo per l'affrancamento della loro terra. L'organizzazione a catena del F. d. G. mi aveva impedito di conoscere personalmente e anche per nome i nostri tre eroici caduti, prima che la mano assassina ne fermasse il nome per sempre nella storia.

Michelini e Ratti erano già stati per vario tempo con le formazioni partigiane di montagna ed erano poi scesi al piano, al sopraggiungere dell'inverno '44-'45, per la forzata smobilitazione di parte dei reparti: ma l'amore per la loro terra, il desiderio di continuare la lotta li aveva, appena ritornati a Monza, subito portati a mettersi in contatto con le formazioni partigiane di pianura e di città. Raffaele Criscitiello era una guardia di Pubblica Sicurezza: il suo Corpo era stato aggregato ed asservito al fascismo ed all'occupante tedesco. Ma egli aveva ben saputo trovare la via del riscatto per il suo onore personale di giovane e di italiano. Si era messo in contatto con gli elementi del F. d. G.

Michelini e Ratti, che hanno alle spalle un’esperienza di guerriglia sui monti lecchesi conducono l’azione il 24 gennaio. Viene pianificata un’azione diversiva con lancio di volantini e iscrizioni murali mentre i due penetrano nella caserma. La maggior parte degli agenti è fuori per uno spettacolo, il piantone, Raffele Criscitiello, viene legato e imbavagliato per fingere l’aggressione. Le armi vengono così prelevate e portate in un nascondiglio.

Tutto il piano era stato predisposto e studiato nei minimi particolari, e l'ultimo convegno si era tenuto nella sacrestia di una chiesa di via Volturno, con un prete, antifascista, che funzionava da sentinella, avanti e indietro sulla porta della chiesa.

Nel rientro a casa, Michelini e Ratti transitano imprudentemente però per luoghi non previsti dal piano. I due incappano così in una pattuglia di ronda. Fu subito smascherato e arrestato anche Raffele Criscitiello. Un tribunale italo-tedesco li condannò a morte. Il Gruppo monzese, vistosamente mutilato, spostò la sua attività a Sesto S. Giovanni e poi confluì nella 109° Brigata Garibaldi.

L'azione del F. d. G. segnò per la nostra zona una ripresa dell'attività partigiana che da qualche mese languiva: i posti lasciati vuoti dai caduti furono presto occupati da altri. Una lapide eterna nel luogo del sacrificio i nomi dei martiri.

lapide Monza Michelini-Ratti-Crescitiello 

La caserma della P.S. di Monza si intitola dal '45 a Raffaele Criscitiello».

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il giornale della Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola

13 Août 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il giornale della "Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola", si chiamava Liberazione – CLN – Giornale della Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola e delle Formazioni Militari dei Patrioti dell’Ossola.

Nella foto la prima pagina del secondo numero del giornale con data 23 settembre 1944; la redazione si trovava nel Palazzo di Città.

Giornale dell Ossola 

Di seguito viene ritrascritto l’articolo di fondo:

«Domodossola è liberata dalle armi Italiane. Tra la raggera di valli che scendono su di essa, serrata in alto e in basso dalle due zone confinanti. Domodossola respira la sua nuova aria di libertà dopo i lunghi anni di oppressione e di vergogna. Nessun segno di devastazione è nelle sue case e nelle sue piazze.

Scomparso il nemico, nessuna traccia è in essa della barbarie che vi si era annidata. Diversa è la sorte delle altre città liberate in mezzo alle atrocità della strage e della devastazione. Ma, laggiù, tra cumuli di rovine passano le colonne dei vincitori dietro il nemico per sempre in fuga, seguite dai carriaggi di armi e rifornimenti. Laggiù. la guerra ha oramai operato: e le strade, battute dalla morte, si aprono alle provvidenze della vita.

Da Domodossola il tedesco non è ancora lontano: e l'alleato vicino volge gli occhi su questo lembo d'Italia liberata per vedere come si comportano gli italiani, da soli, di fronte al nemico; come si governano gli italiani, da soli, di fronte alle dure necessità di una terra chiusa tra due frontiere: quella dell' odio e quella dell'amicizia. Bene si comportano gli italiani. Ad essi non mancano bravura, audacia ed assennatezza, non manca la tolleranza delle fatiche e delle privazioni.

Se mancano i treni col carico dei viveri e delle armi, il tedesco e il fascista possiedono armi e viveri, e c'è buona raccolta da fare presso di loro, e l'alleato vicino può accorgersi che l’italiano sa liberarsi anche da solo e governarsi anche da solo. Domodossola può vivere fiduciosa tra le sue brigate di partigiani, perché la mala fortuna non seminerà tra noi la dissipazione o la discordia:  i frutti maligni che la guerra dispensa, agli ambiziosi e ai predatori».

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Settembre 1943: i militari italiani a Cefalonia

5 Mai 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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A Cefalonia la divisione "Acqui" scelse la via della lotta senza speranza e, dopo otto giorni di combattimenti, cedette a preponderanti forze tedesche. La rappresaglia fu inaudita e precisa.

«Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento ... La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza ...

Carlo Azeglio Ciampi, Cefalonia, 1° marzo 2001

 

La Divisione "Acqui" l'otto Settembre 1943 presidiava l'isola di Cefalonia con la maggior parte dei suoi effettivi ad eccezione del 18° Regg. Fanteria del III Gruppo del 33° Regg. Artiglieria e della 333ma batteria 20m/m dislocati nell'isola di Corfù.

L'organico della Div. Acqui all'8 settembre a Cefalonia era così composto: 17 Reggimento Fanteria - 317 Reggimento Fanteria - 33 Reggimento Artiglieria - 33 Compagnia Genio T.R.T - 31 Compagnia Genio Artieri - 3 Ospedali da Campo.

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Negli ultimi tempi erano stati aggregati come rinforzo due compagnie mitraglieri di Corpo d'Armata - una compagnia Genio Lavoratori. Dalla Acqui dipendeva pure il Comando Marina di Argostoli dotato di tre batterie per la difesa costiera, una flottiglia di MAS e una flottiglia di Dragamine, un reparto di Carabinieri e un reparto di Guardia Finanza.

Il totale delle truppe italiane si aggirava su undicimilacinquecento uomini fra sottoufficiali e truppa con 525 ufficiali.

Nel mese di Agosto 1943 a integrare il Presidio Italiano era sbarcato nell'isola un contingente di truppe tedesche costituite da un reggimento granatieri di fortezza con 9 pezzi di artiglieria. Tale contingente ammontava complessivamente a 1800 uomini fra cui 25 ufficiali, al Comando del Ten. Col. Hans Barge.

Nella notte dall'8 al 9 Settembre giunse al Comando Divisione il primo radiogramma dal Gen. Vecchiarelli Comandante Generale delle Truppe in territorio Greco che deformava nella lettera e nello spirito il proclama del maresciallo Badoglio condizionando l'atteggiamento della truppa alla linea di condotta che avrebbero assunto nei nostri confronti i tedeschi, non trascurando tuttavia che l'ex alleato veniva additato come nuovo nemico contro il quale bisognava tempestivamente premunirsi.

Il giorno 9 si è incominciato a notare un gran movimento di alcuni autocarri tedeschi dalla penisola di Lixuri dove erano dislocati verso Argostoli la capitale dell'isola.

Questo movimento aveva lo scopo di apportare rinforzi al proprio presidio di Argostoli.

Alla sera il Gen. Gandin Comandante la Divisione, invitava a rapporto il Ten. Col. Barge per comunicargli il testo del primo radiogramma del generale Vecchiarelli.

Il Barge assicurava che non aveva fino a quel momento ricevuto alcuna direttiva dal comando superiore tedesco, pertanto avrebbe continuato a collaborare con la Divisione nel senso di evitare che sorgessero incidenti tra italiani e tedeschi.

Il Gen. Gandin invitava a colazione il Ten. Col. Barge, il quale se ne esimeva, inviando come suo rappresentante il Ten. Fanth, il quale al brindisi si levava augurando all'Italia, tanto provata da una lunga guerra sfortunata, un'avvenire migliore e per chiarire che qualunque sviluppo avessero potuto assumere i rapporti italo tedeschi, sarebbero stati improntati a cavalleresca lealtà.

Nella notte perveniva il secondo radiogramma emesso dal Gen. Vecchiarelli con il seguente testo: "Seguito mio ordine 0225006 dell'otto corrente. Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino al cambio con reparti tedeschi non oltre le ore 10 del giorno 10 Settembre. In aderenza clausole armistiziali truppe italiane non oppongano da questa ora resistenza ad eventuali azioni forza anglo americane. Reagiscano invece ad eventuali azioni forze ribelli. Truppe italiane rientreranno al più presto in Italia, una volta sostituite grandi unità si concentreranno in zone che mi riservo fissare unitamente modalità trasferimento. Siano portate al seguito armi individuali ufficiali e truppa con relativo munizionamento in misura adeguata a eventuali esigenze belliche contro ribelli. Siano lasciate a reparti tedeschi subentranti armi collettive tutte artiglierie con relativo munizionamento. Conseguiranno parimenti armi collettive tutti altri reparti delle forze armate italiane in Grecia, avrà inizio a richiesta comandi tedeschi a partire da ore 12 di oggi - firmato Generale Vecchiarelli".

Questo telegramma determinò lo sbandamento delle Divisioni in Grecia e destò nel comando della Acqui un doloroso stupore.

Esso pose il Gen. Gandin Comandante della Acqui dinanzi ai seguenti interrogativi: come cedere le armi ai tedeschi, cioè ai nemici degli alleati, quando l'ordine del Governo imponeva di cessare le ostilità contro gli alleati e di reagire ad atti di violenza tedesca? Bisogna ubbidire al Governo o disubbidire al Comandante dell'armata o viceversa?

Da questo tragico dilemma aveva inizio il dramma di Cefalonia.

Allo Stato Maggiore della Divisione a rapporto con il Gen. Gandin sorse un dubbio sul secondo radiogramma così in contrasto con il proclama del Governo che poteva essere apocrifo, perchè a conoscenza che sin dall'8 Settembre parecchi comandi in Grecia avevano deposto le armi ed i rispettivi cifrari erano caduti in mano tedesca.

Pertanto tale radiogramma veniva respinto al comando d'Armata come parzialmente indecifrabile. Sta di fatto che tale radiogramma paralizzò l'iniziale orientamento anti-tedesco del comando Divisione.

Il giorno 10 di mattina verso le ore 8 si presentava al comando Divisione il Ten. Col. Barge che a nome del comando superiore tedesco, chiedeva la cessione completa delle armi compresa quelle individuali definendo come termine le ore 10 dell'11 Settembre e come località di consegna la piazza principale di Argostoli alla presenza della popolazione.

Il Gen. comandante rispondeva chiedendo una dilazione dei termini, facendo presente di avere ricevuto dal Comando d'Armata un solo radiogramma e che era stato costretto a respingerlo perchè indecifrabile, chiedendo altresì di consegnare solamente le artiglierie e l'armamento collettivo scartando la piazza di Argostoli al fine di evitare al soldato italiano una così aperta umiliazione dinanzi alla popolazione greca.

Il Ten. Col. Barge si congedava promettendo di prospettare ogni cosa al proprio comando.

Nel frattempo il Gen. Gandin convocava a rapporto il Gen. Gherzi Comandante della Fanteria e tutti i comandanti dei Reggimenti nonchè il Comandante delle forze navali per esporre la situazione e sentire i rispettivi pareri.

In questo primo Consiglio di guerra prevale il parere di cedere le armi collettive, ma non le armi individuali. La notizia dell'ingiunzione di cedere le armi si era diffuso come un baleno nei reparti che manifestavano un acceso risentimento antitedesco.

I soldati della Acqui non intendevano sottostare alla grave umiliazione di fronte alla popolazione di Cefalonia.

Dello stesso parere erano la maggior parte dei giovani ufficiali. I tedeschi infrangendo lo "Status quo" conseguente alle trattative in corso, attuarono numerosi spostamenti di truppe facendo altresì affluire rinforzi dal continente.

Ma la Acqui era ben decisa a non lasciarsi sopraffare. A rafforzare questa situazione contribuiva la solidarietà del popolo greco che si univa spiritualmente al soldato italiano compresi gli ufficiali dell'esercito popolare greco di liberazione che operava sulle montagne, i quali si presentavano ai nostri comandi chiedendo armi ed offrendo generosamente la loro collaborazione.

Nella notte del 10 e 11 Settembre si rinnovavano i colloqui tra il Gen. Gandin e il Ten. Col. Barge venendo ad un accordo in linea di massima che prevedeva la consegna esclusiva delle armi collettive.

Nella mattinata dell'11 Settembre però il Ten. Col. Barge invitava repentinamente il Gen. Gandin a definire chiaramente il suo atteggiamento, sottoponendogli la scelta tra le seguenti proposte:

1 - con i tedeschi

2 - contro i tedeschi

3 - cedere tutte le armi anche quelle individuali.

Termine del tempo per la risposta: le ore 19 dello stesso giorno.

I tedeschi, era chiaro, non intendevano perdere tempo e verso le ore 17 puntavano un semovente su un nostro dragamine che isolato era costretto a ritirarsi dopo aver consegnato gli otturatori delle due mitragliatrici al comando artiglieria.

Il Generale Comandante a questo punto riuniva nuovamente a Consiglio tutti i comandanti di corpo, ma prima di trasmettere al comando tedesco la risposta definitiva all'ultimatum riuniva i sette Cappellani della divisione per sentire il loro definitivo parere.

I Cappellani ad eccezione di uno consigliavano la cessione delle armi.

La giornata del 12 Settembre si profilava molto burrascosa e densa di eventi. Fin dalle prime ore veniva notato un intenso via vai di aerei che paracadutavano rifornimenti ai tedeschi. Vennero pure segnalati sbarchi di uomini e mezzi nella baie rimaste isolate per la partenza dei mezzi navali che avevano ricevuto ordine di partire per nuove basi.

Il giorno 14 Settembre alle 2 antimeridiane, il Generale Comandante mediante fonogramma urgente pregava i comandanti di reparto di invitare le truppe ad esprimere il proprio parere sui seguenti 3 punti prima di prendere di fronte a Dio e agli uomini la suprema decisione:

1 - contro i tedeschi

2 - insieme ai tedeschi

3 - cessione delle armi.

All'alba ogni comandante raduna i suoi uomini e commenta con serenità obbiettiva la drammaticità della situazione. Alle prime ore del giorno 14 il Comando Divisione raccoglie l'esito del plebiscito. La risposta che prorompe unanime, concorde, è una sola: il primo punto ha riscosso il cento per cento delle adesioni. "Guerra al tedesco"

Contemporaneamente perviene dal Comando supremo italiano un cifrato a firma "Gen. Francesco Rossi" che ordina di resistere alle richieste tedesche, confermando l'ordine governativo dell'8 Settembre 1943.

A questo punto la posizione della Acqui è ormai chiara. L'ordine del Comando supremo elimina ogni dubbio.

Alle ore 12 il Comando Divisione consegna in Argostoli al comando tedesco la seguente risposta: per ordine del Comando supremo Italiano e per volontà degli ufficiali e dei soldati, la Divisione Acqui non cede le armi. Il Comando tedesco farà conoscere le sue decisioni entro le ore 9 del giorno 15 Settembre.

Ormai non c'è più tempo da perdere, il comando Divisione, il Comando Artiglieria e il Comando Genio si trasferiscono presso il Comando tattico in località Procopata.

Alle ore 10.45 le batterie contraeree aprivano il fuoco contro due idroplani da trasporto e una batteria del 33° Artiglieria affondava un pontone carico di tedeschi che tentava di accostarsi alla riva.

Ha così inizio la grande battaglia di Cefalonia che trova le forze contrapposte in rapporto di sparirà perchè nel frattempo i tedeschi, durante le trattative facevano affluire sull'isola 5 battaglioni di fanteria e 2 Gruppi di artiglieria da montagna.

La battaglia di Cefalonia si protrasse aspra e sanguinosa dalle ore 14 del 15 Settembre alle ore 16 del 22 Settembre sotto il fuoco interrotto (24 ore su 24 ore) di bombardamenti aerei di STUKAS in picchiata che mitragliavano a vista d'uomo.

I nostri fanti nonostante il martellamento aereo reagirono con indicibile accanimento non cedendo di un sol palmo.

Nel corso della battaglia gli Stukas oltre a bombardare e mitragliare, lanciarono manifestini invitanti alla resa e alla diserzione a nome del Generale di Corpo d'Armata Libert Lanz.

Il testo era il seguente: "Italiani di Cefalonia, camerati italiani, ufficiali e soldati perchè combattere contro i tedeschi? Voi siete stati traditi dai vostri capi, voi volete ritornare nel vostro paese per stare vicino alle vostre donne, ai vostri bambini, alle vostre famiglie? Ebbene la via più breve per raggiungere il vostro paese non è certo quella dei Campi di Concentramento inglesi.

Conoscete già le infami condizioni imposte al vostro paese con l'armistizio angloamericano. Dopo avervi spinto al tradimento contro i compagni d'armi germanici, ora vi si vuole avvilire con lavoro pesante e brutale nelle miniere d'Inghilterra e d'Australia che scarseggiano di mano d'opera. I vostri capi vi vogliono vendere agli inglesi, non credete a loro. Seguite l'esempio dei vostri camerati dislocati in Grecia, Rodi e nelle altre isole, i quali hanno tutti deposto le armi e già rientrano in Patria; come hanno depositato le armi le divisioni di Roma e delle altre località del vostro territorio nazionale. E voi invece proprio ora che l'orizzonte della Patria si delinea ai vostri occhi, volete proprio ora preferire morte e schiavitù inglese. Non costringete, no, non costringete gli Stukas germanici a seminare morte e distruzione. Deponete le armi! La via della Patria vi sarà aperta dai Camerati tedeschi!" "Camerati dell'Armata italiana, col tradimento di Badoglio, l'Italia fascista e la Germania nazionalsocialista sono state abbandonate nella loro lotta fatale. La consegna delle armi dell'armata di Badoglio in Grecia è terminata completamente, senza spargere sangue.

Soltanto la Divisione Acqui al comando del Gen. Gandin, partigiano di Badoglio dislocata sulle isole di Cefalonia e Corfù e isolata dagli altri territori, ha respinto l'offerta di una consegna pacifica delle armi e ha cominciato la lotta contro i camerati tedeschi e fascisti.

Questa lotta è assolutamente senza speranza. La Divisione Acqui in due parti è circondata dal mare senza alcun rifornimento e senza possibilità d'aiuto da parte dei nostri nemici. Noi camerati tedeschi non vogliamo questa lotta. Vi invitiamo perciò a deporre le armi e ad affidarvi ai presidi tedeschi delle isole.

Allora anche per voi come per gli altri camerati italiani è aperta la via verso la Patria, se però sarà continuata l'attuale resistenza irragionevole sarete schiacciati e annientati fra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche che stanno raccogliendosi. Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà più tornare in Patria, perciò camerati italiani appena leggerete questo manifesto passate subito ai tedeschi. È l'ultima possibilità di salvarsi.

Il Generale Tedesco di Corpo d'Armata.

É inutile dire che tali manifestini hanno avuto l'effetto contrario riaffermando in tutti i soldati la più ferma volontà di vincere e di scacciare i tedeschi dall'isola.

Il Gen. Gandin dopo aver letto tale manifesto, in presenza del suo Stato Maggiore si strappò dal petto la croce di ferro gettandola sul tavolo e disse: Se perdiamo ci fucileranno tutti. Fu la convinzione di tutti, ma nessuno vacillò, nessuno esitò, bisogna andare fino in fondo e così fu. Mentre la battaglia infuriava, continuarono a sbarcare ingenti forze tedesche con armi automatiche e mezzi corazzati; il Gen. Gandin fece inviare al Comando Supremo italiano un radiogramma chiedendo l'invio di qualche aereo per contrastare l'avanzata tedesca. A questo telegramma fu risposto in questi termini:

"Marina Argostoli per Comando Divisione: Impossibilitati invio aiuti richiesti, infliggere nemico gravi perdite possibili ogni vostro sacrificio sarà ricompensato. Firmato Gen. Ambrosio".

Nel frattempo la lotta degenerava, ogni reparto catturato veniva passato per le armi, perchè i tedeschi non volevano fare prigionieri.

La sera del 21 Settembre e l'alba del 22 l'intera Divisione veniva decimata e il Gen. Gandin convocò per l'ultima volta il Consiglio di Guerra il quale decise di chiedere la resa senza condizioni.

La riunione per la resa durava circa due ore, quindi gli ufficiali del comando divisione deponevano sul tavolo le loro pistole di ordinanza diventando da quel momento prigionieri di guerra.

Nonostante la bandiera bianca in segno di resa issata sul Comando tattico, non finiva la fucilazione dei reparti che deponevano le armi.

Alle ore 16 del 22 Settembre la battaglia di Cefalonia era finita, ma le fucilazioni continuavano per tutta la giornata del 23 Settembre durante i rastrellamenti effettuati dai tedeschi.

Dopo le esecuzioni sommarie in massa sul campo di battaglia nel corso delle quali avevano incontrato la morte 155 ufficiali e 4750 uomini di truppa, sembrava che l'impeto di bestiale ferocia sanguinaria fosse giunto al suo epilogo. Purtroppo tra il 23 e il 28 Settembre i tedeschi massacrarono altri 5000 uomini di truppa e 129 ufficiali, compreso il Gen. Gandin, i rimanenti 163 ufficiali accantonati presso la palazzina dell'ex comando Marina e all'ex caserma Mussolini vengono caricati su autocarrette e trasferite a punto San Teodoro nella famigerata casetta rossa e, dopo un sommario processo vengono avviati al supplizio a 4 per volta.

Compiuto l'orrendo crimine bisognava far scomparire le tracce; ad eccezione di alcune salme lasciate insepolte gettate in cisterne artificiali, la maggior parte vengono bruciate in una fossa comune e i resti buttati in mare.

Secondo i più recenti accertamenti (non facili) le perdite complessive della Divisione Acqui e della Marina ammontano a 390 ufficiali su 525 e 9500 uomini di truppa su 11500.

Pertanto gli scampati, cioè i superstiti, erano 135 ufficiali e 2000 circa uomini di truppa, la maggior parte deportati in Germania e poi in Russia da dove una parte non è più tornata.

Terminato l'eccidio di Cefalonia le truppe tedesche sbarcarono a Corfù. Il piccolo presidio resisteva per qualche giorno ma sopraffatto dall'ingente forza tedesca dovette cedere le armi, lasciando sul campo di battaglia parecchi uomini. Alla resa la rappresaglia tedesca fu meno crudele che a Cefalonia, ma si accanì sugli ufficiali che furono fucilati e i loro corpi dopo averli appesantiti con sassi furono gettati in mare. L'epopea della Divisione Acqui era giunta al suo epilogo.

(tratto dalla pubblicazione dell’Associazione Nazionale Reduci e Caduti della Divisione “Acqui”, a cura di Marco Pazzini)

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«Vent'anni»

31 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Patrioti III

"Siamo nati ch
e la «grande guerra» era appena finita. Nei racconti di nostro padre c'era ancora un' eco molto viva di quella lotta. Grandi cimiteri - tante croci in fila - accoglievano nel loro silenzio i morti di quelle battaglie, e anche nel cuore dei reduci c'era forse una croce, ma inestinguibile segno di quell' esperienza. A noi, bambini, sembrava che negli uomini che «l’avevano fatta», fosse come una sottile disperazione, qualcosa di esaltante e di profondamente triste. Eravamo bambini e trionfò il fascismo. Ci dissero che il fascismo voleva il bene della Patria, anzi che fascismo e Patria erano la stessa cosa, che le rinunce alle quali eravamo soggetti dovevano essere sopportate per il bene di tutti, perché l'Italia fosse grande e potente. Ma ci accorgemmo che il fascismo era una certa cosa e la Patria un'altra, i sacrifici li faceva il popolo ma non i capi, che sulla nostra buona fede si speculava. Fummo battezzati fascisti nascendo, ma in realtà noi giovani eravamo dei miscredenti. Ed eravamo anche tanto infelici.

Ci furono altre guerre, altri uomini caddero. E fummo gettati in questa che ancor continua, lunga e terribile. Cadde il fascismo, poi l'armistizio, la fuga del re, i tedeschi, la Repubblica, caddero tante illusioni. Il Paese in rovina, le coscienze esasperate nella ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi, il domani incerto nebuloso. Sorsero i partigiani: e fu una aperta ribellione contro il mondo, contro uomini, contro idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di 45 milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciarono la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l'amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent'anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga - agli uomini di vent'anni già vecchi - quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza".

 

Editoriale del terzo numero del giornale “PATRIOTI” dell’aprile 1945, scritto da Enzo Biagi, dopo la liberazione di Bologna. Enzo Biagi è stato partigiano per quattordici mesi con il nome di battaglia “il Giornalista”.

 

Tratto da “I quattordici mesi. La mia Resistenza” di Enzo Biagi – Rizzoli Editore - novembre 2009

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Movimento partigiano in Brianza: le forze in campo all’inizio del 1945

18 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'organizzazione e l'inquadramento del movimento partigiano in Brianza si avviarono nella primavera del '44: non fu un lavoro semplice e privo di rischi, ma in pochi mesi lo sviluppo delle adesioni, per certi aspetti persino sorprendente, rese possibile la costituzione di brigate su tutto il territorio della zona, e quindi della divisione Garibaldi Fiume Adda, del comando unificato Bassa Brianza, che facevano capo a Milano, della divisione Puecher, che operava soprattutto nella Brianza comasca e lecchese, e della divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza che dipendeva dal comando di Varese. E non è tutto, perché dovremmo tener conto anche della 2adivisione Brigate del popolo, della divisione .Fiamme verdi della Bergamasca, in cui era incorporata una brigata Adda e di altre formazioni che in un certo senso sfuggivano all'attenzione o al controllo dei comandi centrali.

Comunque, il quadro particolareggiato delle forze in campo in Brianza all'inizio del '45, si presentava così: la divisione Garibaldi Fiume Adda comprendeva le brigate 103a, 104a, 105a, e Livio Cesana, con distaccamenti a Vimercate, Concorezzo, Brugherio, Cavenago, Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Ornate, Ornago e Rossino. Con la Fiume Adda inoltre erano collegate la 52abrigata Garibaldi, con comando a Lentate e l'11abrigata Matteotti, che estendeva la sua presenza a Pioltello, Bussero, Cernusco, Carugate, Pessano, Brugherio e in qualche altro centro brianzolo. Ancora nella Brianza orientale operavano le Brigate del popolo 13a(Vimercate); 27a(Brugherio), 26a(Cernusco), 23a(Inzago), 36a(Carugate) e infine la brigata Regina Teodolinda (Concorezzo), squadre del Fronte della gioventù, soprattutto nel Vimercatese, e una brigata Ippocampo. A Monza c'erano i comandi della 150abrigata Garibaldi, della 181aGiustizia e Libertà, della 25aBrigata' del popolo e della brigata del Fronte della Gioventù. Nella Brianza centrale dominava la 176abrigata Garibaldi, con comando a Macherio, distaccamenti a Besana, Biassono, Carate, e squadre a Sovico, Albiate, Lesmo. A Seregno c'era il comando della 119aGaribaldi Di Vona, con distaccamenti a Desio, Meda, Muggiò e squadre a Cesano M., Varedo, Lissone, Nova e Bresso. La 119aera collegata con il comando unificato Bassa Brianza che comprendeva pure la 185abrigata Arienti, con squadre a Cesano, Seveso, Barlassina, Meda, Camnago e Lentate; la 2abrigata Mazzini (Cesano) e il raggruppamento brigate Matteotti. La 2adivisione Brigate del popolo comprendeva la 14a(Lissone), la 16a(Garbagnate), la 17a(Cinisello), la 25a(Monza), la 28a(Cantù). A Lissone operava anche una squadra Matteotti, a Carate il gruppo degli ex sindacalisti, bianchi, e a Macherio una brigata di « badogliani ». Dal comando di piazza Como-Lecco, incorporata nella divisione Puecher, «dipendeva la Brigata Livio Colzani, che aveva per epicentro il collegio Ballerini di Seregno; mentre dalla zona di Varese dipendeva la divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza».

È questo lo schieramento partigiano che fronteggiava tedeschi e repubblichini qualche mese prima dell'insurrezione: e ci sembra che l'elenco delle brigate sia impressionante anche nella sua fredda schematicità. Quanti uomini erano mobilitati? E com'erano armati? Diremo subito che l'armamento non era completo, ma sufficiente per il tipo di guerriglia che essi dovevano condurre. Per quanto riguarda gli uomini, la risposta è difficile. Cercheremo di avvicinarci con un calcolo approssimativo fatto sulla base di due documenti del comando piazza di Milano. Vogliamo avvertire che il risultato sarà comunque discutibile. Secondo il «piano insurrezionale per la città di Milano » del febbraio '45, le «Forze foranee (o della provincia)» erano costituite da circa 45 brigate (17 Garibaldi, 5 G.L., 9 Matteotti, 12 del Popolo, 2 Mazzini) e 13.240 uomini. Il riassunto della «Forza delle unità dipendenti dal Comando piazza al 25 aprile 1945, presentava questi dati per la provincia: Garibaldi: 26 brigate, 7916 partigiani; Matteotti: 13 brigate, 4065 partigiani; Mazzini: 3 brigate, 1443 partigiani; G.L.: 5 brigate, 1515 partigioni; BdP: 20 brigate, 4070 partigiani. Totale: 67 brigate, 19.009 partigiani ». La media per brigata, come risulta dai due riassunti, nel Milanese era di circa 290/280 uomini. Prendendo in considerazione queste cifre ufficiali nel valutare la forza della Brianza, naturalmente tenendo conto di brigate meno «robuste» (240/250 uomini), possiamo trovarci di fronte a questi risultati: 12 brigate Garibaldi, 6 Matteotti, 10 del Popolo, 3 del Fronte della gioventù; 1 Ippocarnpo, 1 G.L., 1 Mazzini. Totale: 34 brigate, 8160/ 8500 uomini. Erano queste, più o meno, le forze partigiane organizzate alla vigilia dell'insurrezione.

 

Bibliografia:

Emilio Diligenti, Alfredo Pozzi “La Brianza in un secolo di storia d'Italia (1848-1945)” - Teti (Milano) 1980

Pietro Arienti “La Resistenza in Brianza 1943-1945” – Bellavite (Missaglia) 2006
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La nascita delle SAP garibaldine

10 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

A differenza dei Gap, concepiti come braccio armato del partito e formati esclusivamente da comunisti, le Sap (Squadre di Azione Patriottica) nascono e si svilupperanno come milizia nazionale le cui file sono aperte a tutti coloro che, indipendentemente dalla loro fede politica, vogliono battersi armi alla mano non per l'avvento del comunismo, ma per la sconfitta del nazifascismo e per la creazione di una libera democrazia. Il Sappista è un elemento legale, lavora nel suo mestiere nella sua professione, agisce quando è chiamato. Egli si vede con i suoi compagni di nucleo discute con loro i problemi politici, studia l’azione da svolgere, cura i particolari della parte a lui assegnata, si esercita in attività preparatorie, si attrezza per la lotta finale.

A differenza del gappista, che ha abbandonato lavoro e famiglia, vive nella clandestinità più assoluta ed è impegnato in azioni di tipo terroristico, il sappista continua (salvo essere scoperto) la sua vita familiare e lavorativa e viene gradualmente addestrato alla lotta con una serie di azioni che vanno da quelle di minor rischio, come il lancio di manifestini, a quelle più complesse, come i disarmi o gli attacchi a piccoli posti di blocco.

Ma il vero obiettivo della loro creazione è la preparazione di quel vasto movimento che costituirà «il tessuto connettivo occorrente a tenere insieme, a mobilitare tutte le masse italiane nell'atto finale dell'insurrezione».

Il padre delle Sap è un funzionario di banca, Italo Busetto.

Le squadre di difesa nelle fabbriche ideate dal Partito comunista all'inizio dell'anno, avevano mostrato durante lo sciopero di marzo i loro limiti di preparazione, di organizzazione e di ristrettezza di obiettivi. Era impellente a questo punto per il decollo dell'attività di ribellione nella pianura, sviluppare se esisteva quella volontà di battersi che non poteva essere lasciata solo ai Gap o alla montagna ma che andava coltivata e diffusa anche fra gli operai, fra gli aderenti al partito e fra i sempre più numerosi renitenti alla leva che vivevano nelle città. Il primo che riflette sull'errata impostazione delle squadre di difesa di fabbrica e sull'isolamento dei gruppi nei paesi è Italo Busetto.

Italo Busetto nasce a Napoli il 31 gennaio 1915 da una famiglia di intellettuali. Compiuti brillantemente gli studi superiori, ad appena vent'anni si laurea in giurisprudenza.

Come per molti altri giovani, la guerra è la tappa finale della maturazione culturale e politica di Busetto, che nel frattempo ha trovato impiego in banca prima a Padova, poi a Milano.

Allievo ufficiale durante il servizio militare nel 1935, viene richiamato nel 1940: è inviato a Tobruk e poi sul fronte greco-albanese. Busetto tocca con mano l'insipienza degli alti comandi e la tragedia di una guerra scatenata senza nemmeno avere i mezzi per condurla. Ottenuto il congedo e, ai primi del 1943, torna in banca a Milano a fare il funzionario.

Durante i 45 giorni di Badoglio, prende contatto con diversi antifascisti e si iscrive al partito comunista. Con il nome di battaglia «Franco», inizialmente ebbe l'incarico di tenere i collegamenti con gli intellettuali ma il suo spirito critico andò ben oltre questo compito. Osserva la struttura delle squadre di difesa e dei gruppi nelle città, rileva l'isolamento delle formazioni

Evidenzia la mancanza di un legame con gli organismi centrali e di riferimenti, se non quelli di fabbrica e di paese, da cui però bisogna sganciarsi per avere un coordinamento strategico unico che dia direttive per la lotta. Prospetta come soluzione l'invio dei migliori quadri di partito nei vari settori territoriali affinché organizzino soprattutto militarmente i vari nuclei. Individua il serbatoio di potenziali partigiani costituito dai renitenti che si sono nascosti nei cascinotti e nelle boscaglie delle campagne.

Propone allora la costituzione delle Squadre armate partigiane, basate su squadre urbane di soli quattro uomini più un caposquadra, perchè in città troppa gente viene notata; nei paesi si devono formare tre nuclei di cinque uomini e il caposquadra più carismatico deve comandare. Le squadre si raggrupperanno in distaccamenti idealmente di 45-50 uomini; cinque o sei distaccamenti formeranno la brigata. Il Comando generale delle Garibaldi viene informato delle sue riflessioni e dopo 20 giorni arriva il via da Luigi Longo, comandante generale.

Così un giovane intellettuale funzionario di banca, di estrazione borghese e da pochi mesi militante del partito, diventa il padre delle Sap e dirigerà vecchi comunisti che hanno alla spalle anni di fabbrica, di carcere, di confino e anche di guerra.



 

Membro delle SAP è stato Gabriele Cavenago (classe 1920): era inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

Gabriele Cavenago è il Presidente onorario della Sezione ANPI di Lissone.

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La formazione delle Brigate Garibaldi

6 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 Nel novembre del 1943 in un articolo del giornale clandestino, organo del Partito comunista italiano, la «Nostra lotta», dal titolo «Perché dobbiamo agire subito», viene motivata  la necessità di “agire subito e il più ampiamente e decisamente possibile.

“Primo: per poter abbreviare la durata della guerra e liberare al più presto il popolo italiano dall'oppressione tedesca e fascista. L'azione dei partigiani deve diventare l'azione di tutto il popolo italiano ...

In secondo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile per risparmiare decine di migliaia di vite umane e la distruzione di tutte le nostre città e villaggi. È vero che la lotta contro i tedeschi ed i fascisti costerà sacrifici, vittime e sangue. Ma questa lotta è necessaria per abbreviare l'occupazione tedesca dell'Italia ...

In terzo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile perché solo nella misura in cui il popolo italiano concorrerà attivamente alla cacciata dei tedeschi dall'Italia, alla sconfitta del fascismo e del nazismo, potrà veramente conquistarsi l'indipendenza e la libertà.

In quarto luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente possibile per impedire che la reazione tedesca e fascista possa liberamente dispiegarsi indisturbata ... Se noi non passiamo alla lotta subito essi potranno indisturbatamente continuare a saccheggiare il nostro paese ... costringere i nostri operai ad andare in Germania ...

Infine è necessario agire subito ed il più largamente e decisamente possibile perché la nostra organizzazione si consolida e si sviluppa nell'azione ... È dalla lotta e dall'esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi e contro i fascisti”.

 

Contemporanea alla pubblicazione dell’articolo di «Nostra lotta» è la mobilitazione del Partito comunista all'interno e all'esterno. All'interno viene stabilito che a partire dalle cellule il maggior numero possibile dei militanti venga indirizzato al «lavoro militare», senza tuttavia sguarnire il fronte altrettanto importante delle fabbriche, all'esterno viene promossa la costituzione dei «distaccamenti d'assalto Garibaldi» non come formazioni di partito, ma come «formazioni modello aperte a tutti i patrioti».

Il primo Comando generale delle Garibaldi fu costituito a Milano fra la fine d'ottobre e il principio di novembre stabilendo le seguenti principali responsabilità: Longo comandante, Secchia commissario, Roasio organizzatore delle formazioni nel Veneto e nell'Emilia; lo stesso compito fu affidato a Scotti per il Piemonte e la Liguria, con particolare impegno per la Lombardia. Fu stabilito che in linea di massima ogni distaccamento fosse «costituito sulla base di nuclei di cinque o sei combattenti, di squadre di due nuclei ciascuna; e quattro o cinque squadre costituivano un distaccamento: 40-45 uomini in tutto ...

Le Garibaldi (prima distaccamenti, poi brigate) costituiscono una svolta nella guerra partigiana.


 

Il punto fondamentale che distingue l'iniziativa garibaldina è l'istituzione dei «commissari politici», derivata direttamente dalla guerra di Spagna, ed è la distinzione che viene accolta in un primo momento con diffidenza dagli altri settori della Resistenza ...

Spettava al commissario la soluzione di tutti quei problemi che non erano di natura tecnica militare e l'opera di educazione politica delle formazioni. Il commissario agiva all'interno ma anche contemporaneamente all'esterno, allargava la sua opera di convinzione alle popolazioni civili, si poneva costantemente il problema del rapporto fra i partigiani e l'ambiente in cui agivano, rispondeva anche in questo settore alla necessità di non isolare la lotta dei gruppi armati dalla resistenza della popolazione civile.

Come sempre meglio si chiarì nel corso della lotta, non vi fu la temuta interferenza con i compiti del comandante nè una diminuzione della sua autorità, ma una distinzione ben precisa dei compiti.

Il monzese Gianni Citterio, nome di battaglia "Redi", fu commissario politico della banda dell’architetto Filippo Beltrami.
 



bibliografia:
Roberto Battaglia - "Storia della Resistenza italiana" - Einaudi 1964
 

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Le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà

4 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà furono ispirate alla linea politica del PdA. Furono 35.000 i combattenti giellisti messi in campo durante i venti mesi della Resistenza, il 20% del totale (i comunisti erano il 50%, con il restante 30% suddiviso tra autonomi, socialisti e democristiani).




Le perdite delle formazioni GL ammontarono a 4
.500 uomini

Nella loro stragrande maggioranza, però, quei morti scaturirono da una particolare concezione della politica che spinse gli uomini del PdA a fare della Resistenza il momento in cui il bisogno dell'azione si sostituì a ogni altro impulso, anche a quello della sopravvivenza. Questo era già un dato rilevante nell' esperienza della rosselliana Giustizia e Libertà, in quell'ossessione per il gesto esemplare, il tirannicidio, l'azione diretta che segnò la sua intera pratica cospirativa dal 1929 al 1937. Nella lotta armata contro i tedeschi e i fascisti vi si aggiunse la scelta di testimoniare il proprio impegno individuale. Di qui il fascino ricorrente della sua storia, intreccio tra spontaneità e organizzazione, tipico del PdA agli esordi.



Patrioti I Patrioti II Patrioti III

 

Disse Otello: "Abbiamo imparato a uccidere, siamo anche capaci di essere crudeli. Mi pare impossibile che adesso uno si svegli e vada a lavorare, che a mezzogiorno si mangi, che la sera si chiuda la porta, poi a dormire".

"Si è combattuto" dissi "soprattutto per questo."

 

Tratto da:

Enzo Biagi “I quattordici mesi. La mia Resistenza” - Editore Rizzoli - novembre 2009

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il Partito d'Azione

2 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il Partito d'Azione (fondato nel 1942 in collegamento ideale con l'omologo movimento risorgimentale di ispirazione mazziniana) si ruppe in due tronconi nel febbraio 1946 a seguito della scissione tra le sue anime, quella riformista e repubblicana di Ugo La Malfa e quella della sinistra socialista guidata da Emilio Lussu. Fu il preludio della fine, sancita dall'ultimo congresso nell'ottobre del 1947. Il partito che espresse il presidente del primo governo post-liberazione, Ferruccio Parri, già effettivo capo militare della Resistenza armata, ebbe quindi una vita molto breve. La sua vicenda coincise con gli anni della Resistenza e del varo della Costituzione. Fu il testimone e il protagonista di quella stagione irripetibile della nostra storia che segnò il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Scomparve quando la Repubblica e la Costituzione diventarono una realtà irreversibile, quasi si fosse esaurito il suo compito, quello di incarnare il progetto di una minoranza che, rifiutando la politica come professione, si era impegnata in una scelta totalmente definita dalla dimensione etica dell'antifascismo. Proprio per questo, a tanti anni di distanza continua ancora a essere additato come una sorta di mito della nostra vita politica, un’”immagine” di ciò che l'Italia avrebbe potuto diventare e non è diventata: un Paese laico e moderno.

tessera-Partito-d-Azione.jpg 

Il 4 giugno 1942 avvenne la trasformazione del movimento in partito, il Partito d'Azione.

Il programma prevedeva obiettivi istituzionali (repubblica, decentramento amministrativo, autonomie locali, autorità e stabilità del potere esecutivo), economici (nazionalizzazione dei monopoli e dei grandi complessi finanziari, industriali, assicurativi, libertà «di iniziativa economica per le minori imprese individuali ed associative », una economia a due settori anche per l'agricoltura), sindacali («diritto di rappresentanza unitaria delle varie categorie»), rivendicando infine una più accentuata separazione tra Stato e Chiesa e, per la politica estera, una federazione europea «comunità giuridica tra stati». Vere e proprie sezioni del PdA cominciarono a costituirsi soprattutto a partire dal novembre-dicembre 1942, i mesi della disfatta militare dell' Asse: l'iniziativa antifascista poteva inserirsi con successo nella crisi di credibilità che investiva l'intero regime.

A Milano si giunse prestissimo alla definizione degli organismi dirigenti della sezione locale con Zanotti, Paggi, Boneschi, Riccardo Lombardi e Poldo Gasparotto. Le sedi di riunione erano casa Damiani, casa Andreis, gli uffici della Banca commerciale (nelle sue casseforti furono custodite le bozze del primo numero de «L'Italia libera»), il bar Cova. Particolarmente intensa era, anche qui, l'attività verso le forze armate legata a Poldo Gasparotto, ex-ufficiale degli alpini, e al medico militare Bepi Calore, che nella Resistenza opererà in Friuli.

Lo sviluppo del partito sottolineava l'esigenza di uno strumento di direzione centralizzata alimentando il progetto di un giornale clandestino, riferimento unitario per le sezioni periferiche e, contemporaneamente, testimonianza nei confronti degli Alleati di un' attiva e continua presenza politica. Il primo numero de 1'« Italia libera» era già allestito nel novembre 1942, anche se sopravvenute difficoltà logistiche ne differirono la pubblicazione al gennaio 1943; con il testo dei «Sette Punti» erano stati stampati un «messaggio» agli italiani (di Riccardo Lombardi e dei fratelli Damiani) e un articolo di presentazione, Chi siamo, scritto da La Malfa e Tino. Le tremila copie del giornale furono rapidamente diffuse: si  rivendicava una ideale continuità con l'antifascismo democratico di Amendola, Gobetti e Rosselli. L'iniziativa, in una fase in cui «L'Unità» era il solo giornale pubblicato da un partito antifascista, era di vasta portata organizzativa e politica, tale da incuriosire e allarmare lo stesso apparato repressivo fascista. L'OVRA si confrontava con un avversario inedito, giudicato pericoloso perché in grado di «infiltrarsi nell' aristocrazia », sostenuto da «appoggi finanziari largamente elargiti» dalla Banca commerciale, con simpatie e consensi in ambienti sociali solitamente refrattari alla cospirazione del ventennio.

Nella primavera del 1943 scattarono i primi arresti. Nei giorni successivi al colpo di Stato la presenza politica degli azionisti fu caratterizzata da un intenso attivismo: il PdA era presente in 16 dei 23 comitati interpartiti attivati tra il 26 luglio e il 3 agosto.

Nel brevissimo periodo di semi-legalità (il 30 luglio il nuovo governo intervenne con il divieto esplicito della ricostituzione dei partiti) lo stesso sviluppo organizzativo assunse un ritmo più intenso: tra il 25 e il 27 luglio furono pubblicati tre numeri de «L'Italia libera» e una edizione straordinaria del quindicinale «Giustizia e Libertà ».

A Milano, nel quartier generale fissato nello studio di Paggi, nella giornata del 27 , passarono centinaia di persone: in serata, una retata della polizia portò all' arresto di 20 militanti, quasi tutti avvocati, tra i quali lo stesso Paggi, Mortara, Zanotti, Zazo. La repressione badogliana non bloccò le iscrizioni e le riunioni: fu approntato un servizio di collegamento con i diversi rioni della città per permettere una rapida raccolta delle notizie e la diramazione di ordini. Il punto di riferimento fisso restò l'ufficio di Paggi dove, puntualmente, ancora il 28 luglio, furono arrestati altri 45 azionisti (tutti però, anche quelli del giorno prima, furono rilasciati la stessa sera grazie all'intervento presso le autorità militari di Poldo Gasparotto). Si arrivò comunque, in tre giorni, a circa 600 iscritti.

Parri in quel momento era contemporaneamente responsabile del Comitato militare del CLN milanese, rappresentante del PdA in seno allo stesso CLN, capo dell' organizzazione partigiana del suo partito; la direzione militare della Resistenza gli era stata attribuita «a titolo personale e non in rappresentanza di alcun partito». I primi organigrammi del Comitato militare comprendevano alcuni dei suoi più fidi collaboratori della fase precedente (Gasparotto, in particolare).

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