Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

resistenza italiana

«Vent'anni»

31 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Patrioti III

"Siamo nati ch
e la «grande guerra» era appena finita. Nei racconti di nostro padre c'era ancora un' eco molto viva di quella lotta. Grandi cimiteri - tante croci in fila - accoglievano nel loro silenzio i morti di quelle battaglie, e anche nel cuore dei reduci c'era forse una croce, ma inestinguibile segno di quell' esperienza. A noi, bambini, sembrava che negli uomini che «l’avevano fatta», fosse come una sottile disperazione, qualcosa di esaltante e di profondamente triste. Eravamo bambini e trionfò il fascismo. Ci dissero che il fascismo voleva il bene della Patria, anzi che fascismo e Patria erano la stessa cosa, che le rinunce alle quali eravamo soggetti dovevano essere sopportate per il bene di tutti, perché l'Italia fosse grande e potente. Ma ci accorgemmo che il fascismo era una certa cosa e la Patria un'altra, i sacrifici li faceva il popolo ma non i capi, che sulla nostra buona fede si speculava. Fummo battezzati fascisti nascendo, ma in realtà noi giovani eravamo dei miscredenti. Ed eravamo anche tanto infelici.

Ci furono altre guerre, altri uomini caddero. E fummo gettati in questa che ancor continua, lunga e terribile. Cadde il fascismo, poi l'armistizio, la fuga del re, i tedeschi, la Repubblica, caddero tante illusioni. Il Paese in rovina, le coscienze esasperate nella ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi, il domani incerto nebuloso. Sorsero i partigiani: e fu una aperta ribellione contro il mondo, contro uomini, contro idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di 45 milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciarono la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l'amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent'anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga - agli uomini di vent'anni già vecchi - quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza".

 

Editoriale del terzo numero del giornale “PATRIOTI” dell’aprile 1945, scritto da Enzo Biagi, dopo la liberazione di Bologna. Enzo Biagi è stato partigiano per quattordici mesi con il nome di battaglia “il Giornalista”.

 

Tratto da “I quattordici mesi. La mia Resistenza” di Enzo Biagi – Rizzoli Editore - novembre 2009

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Movimento partigiano in Brianza: le forze in campo all’inizio del 1945

18 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'organizzazione e l'inquadramento del movimento partigiano in Brianza si avviarono nella primavera del '44: non fu un lavoro semplice e privo di rischi, ma in pochi mesi lo sviluppo delle adesioni, per certi aspetti persino sorprendente, rese possibile la costituzione di brigate su tutto il territorio della zona, e quindi della divisione Garibaldi Fiume Adda, del comando unificato Bassa Brianza, che facevano capo a Milano, della divisione Puecher, che operava soprattutto nella Brianza comasca e lecchese, e della divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza che dipendeva dal comando di Varese. E non è tutto, perché dovremmo tener conto anche della 2adivisione Brigate del popolo, della divisione .Fiamme verdi della Bergamasca, in cui era incorporata una brigata Adda e di altre formazioni che in un certo senso sfuggivano all'attenzione o al controllo dei comandi centrali.

Comunque, il quadro particolareggiato delle forze in campo in Brianza all'inizio del '45, si presentava così: la divisione Garibaldi Fiume Adda comprendeva le brigate 103a, 104a, 105a, e Livio Cesana, con distaccamenti a Vimercate, Concorezzo, Brugherio, Cavenago, Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Ornate, Ornago e Rossino. Con la Fiume Adda inoltre erano collegate la 52abrigata Garibaldi, con comando a Lentate e l'11abrigata Matteotti, che estendeva la sua presenza a Pioltello, Bussero, Cernusco, Carugate, Pessano, Brugherio e in qualche altro centro brianzolo. Ancora nella Brianza orientale operavano le Brigate del popolo 13a(Vimercate); 27a(Brugherio), 26a(Cernusco), 23a(Inzago), 36a(Carugate) e infine la brigata Regina Teodolinda (Concorezzo), squadre del Fronte della gioventù, soprattutto nel Vimercatese, e una brigata Ippocampo. A Monza c'erano i comandi della 150abrigata Garibaldi, della 181aGiustizia e Libertà, della 25aBrigata' del popolo e della brigata del Fronte della Gioventù. Nella Brianza centrale dominava la 176abrigata Garibaldi, con comando a Macherio, distaccamenti a Besana, Biassono, Carate, e squadre a Sovico, Albiate, Lesmo. A Seregno c'era il comando della 119aGaribaldi Di Vona, con distaccamenti a Desio, Meda, Muggiò e squadre a Cesano M., Varedo, Lissone, Nova e Bresso. La 119aera collegata con il comando unificato Bassa Brianza che comprendeva pure la 185abrigata Arienti, con squadre a Cesano, Seveso, Barlassina, Meda, Camnago e Lentate; la 2abrigata Mazzini (Cesano) e il raggruppamento brigate Matteotti. La 2adivisione Brigate del popolo comprendeva la 14a(Lissone), la 16a(Garbagnate), la 17a(Cinisello), la 25a(Monza), la 28a(Cantù). A Lissone operava anche una squadra Matteotti, a Carate il gruppo degli ex sindacalisti, bianchi, e a Macherio una brigata di « badogliani ». Dal comando di piazza Como-Lecco, incorporata nella divisione Puecher, «dipendeva la Brigata Livio Colzani, che aveva per epicentro il collegio Ballerini di Seregno; mentre dalla zona di Varese dipendeva la divisione Garibaldi Sap Bassa Brianza».

È questo lo schieramento partigiano che fronteggiava tedeschi e repubblichini qualche mese prima dell'insurrezione: e ci sembra che l'elenco delle brigate sia impressionante anche nella sua fredda schematicità. Quanti uomini erano mobilitati? E com'erano armati? Diremo subito che l'armamento non era completo, ma sufficiente per il tipo di guerriglia che essi dovevano condurre. Per quanto riguarda gli uomini, la risposta è difficile. Cercheremo di avvicinarci con un calcolo approssimativo fatto sulla base di due documenti del comando piazza di Milano. Vogliamo avvertire che il risultato sarà comunque discutibile. Secondo il «piano insurrezionale per la città di Milano » del febbraio '45, le «Forze foranee (o della provincia)» erano costituite da circa 45 brigate (17 Garibaldi, 5 G.L., 9 Matteotti, 12 del Popolo, 2 Mazzini) e 13.240 uomini. Il riassunto della «Forza delle unità dipendenti dal Comando piazza al 25 aprile 1945, presentava questi dati per la provincia: Garibaldi: 26 brigate, 7916 partigiani; Matteotti: 13 brigate, 4065 partigiani; Mazzini: 3 brigate, 1443 partigiani; G.L.: 5 brigate, 1515 partigioni; BdP: 20 brigate, 4070 partigiani. Totale: 67 brigate, 19.009 partigiani ». La media per brigata, come risulta dai due riassunti, nel Milanese era di circa 290/280 uomini. Prendendo in considerazione queste cifre ufficiali nel valutare la forza della Brianza, naturalmente tenendo conto di brigate meno «robuste» (240/250 uomini), possiamo trovarci di fronte a questi risultati: 12 brigate Garibaldi, 6 Matteotti, 10 del Popolo, 3 del Fronte della gioventù; 1 Ippocarnpo, 1 G.L., 1 Mazzini. Totale: 34 brigate, 8160/ 8500 uomini. Erano queste, più o meno, le forze partigiane organizzate alla vigilia dell'insurrezione.

 

Bibliografia:

Emilio Diligenti, Alfredo Pozzi “La Brianza in un secolo di storia d'Italia (1848-1945)” - Teti (Milano) 1980

Pietro Arienti “La Resistenza in Brianza 1943-1945” – Bellavite (Missaglia) 2006
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La nascita delle SAP garibaldine

10 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

A differenza dei Gap, concepiti come braccio armato del partito e formati esclusivamente da comunisti, le Sap (Squadre di Azione Patriottica) nascono e si svilupperanno come milizia nazionale le cui file sono aperte a tutti coloro che, indipendentemente dalla loro fede politica, vogliono battersi armi alla mano non per l'avvento del comunismo, ma per la sconfitta del nazifascismo e per la creazione di una libera democrazia. Il Sappista è un elemento legale, lavora nel suo mestiere nella sua professione, agisce quando è chiamato. Egli si vede con i suoi compagni di nucleo discute con loro i problemi politici, studia l’azione da svolgere, cura i particolari della parte a lui assegnata, si esercita in attività preparatorie, si attrezza per la lotta finale.

A differenza del gappista, che ha abbandonato lavoro e famiglia, vive nella clandestinità più assoluta ed è impegnato in azioni di tipo terroristico, il sappista continua (salvo essere scoperto) la sua vita familiare e lavorativa e viene gradualmente addestrato alla lotta con una serie di azioni che vanno da quelle di minor rischio, come il lancio di manifestini, a quelle più complesse, come i disarmi o gli attacchi a piccoli posti di blocco.

Ma il vero obiettivo della loro creazione è la preparazione di quel vasto movimento che costituirà «il tessuto connettivo occorrente a tenere insieme, a mobilitare tutte le masse italiane nell'atto finale dell'insurrezione».

Il padre delle Sap è un funzionario di banca, Italo Busetto.

Le squadre di difesa nelle fabbriche ideate dal Partito comunista all'inizio dell'anno, avevano mostrato durante lo sciopero di marzo i loro limiti di preparazione, di organizzazione e di ristrettezza di obiettivi. Era impellente a questo punto per il decollo dell'attività di ribellione nella pianura, sviluppare se esisteva quella volontà di battersi che non poteva essere lasciata solo ai Gap o alla montagna ma che andava coltivata e diffusa anche fra gli operai, fra gli aderenti al partito e fra i sempre più numerosi renitenti alla leva che vivevano nelle città. Il primo che riflette sull'errata impostazione delle squadre di difesa di fabbrica e sull'isolamento dei gruppi nei paesi è Italo Busetto.

Italo Busetto nasce a Napoli il 31 gennaio 1915 da una famiglia di intellettuali. Compiuti brillantemente gli studi superiori, ad appena vent'anni si laurea in giurisprudenza.

Come per molti altri giovani, la guerra è la tappa finale della maturazione culturale e politica di Busetto, che nel frattempo ha trovato impiego in banca prima a Padova, poi a Milano.

Allievo ufficiale durante il servizio militare nel 1935, viene richiamato nel 1940: è inviato a Tobruk e poi sul fronte greco-albanese. Busetto tocca con mano l'insipienza degli alti comandi e la tragedia di una guerra scatenata senza nemmeno avere i mezzi per condurla. Ottenuto il congedo e, ai primi del 1943, torna in banca a Milano a fare il funzionario.

Durante i 45 giorni di Badoglio, prende contatto con diversi antifascisti e si iscrive al partito comunista. Con il nome di battaglia «Franco», inizialmente ebbe l'incarico di tenere i collegamenti con gli intellettuali ma il suo spirito critico andò ben oltre questo compito. Osserva la struttura delle squadre di difesa e dei gruppi nelle città, rileva l'isolamento delle formazioni

Evidenzia la mancanza di un legame con gli organismi centrali e di riferimenti, se non quelli di fabbrica e di paese, da cui però bisogna sganciarsi per avere un coordinamento strategico unico che dia direttive per la lotta. Prospetta come soluzione l'invio dei migliori quadri di partito nei vari settori territoriali affinché organizzino soprattutto militarmente i vari nuclei. Individua il serbatoio di potenziali partigiani costituito dai renitenti che si sono nascosti nei cascinotti e nelle boscaglie delle campagne.

Propone allora la costituzione delle Squadre armate partigiane, basate su squadre urbane di soli quattro uomini più un caposquadra, perchè in città troppa gente viene notata; nei paesi si devono formare tre nuclei di cinque uomini e il caposquadra più carismatico deve comandare. Le squadre si raggrupperanno in distaccamenti idealmente di 45-50 uomini; cinque o sei distaccamenti formeranno la brigata. Il Comando generale delle Garibaldi viene informato delle sue riflessioni e dopo 20 giorni arriva il via da Luigi Longo, comandante generale.

Così un giovane intellettuale funzionario di banca, di estrazione borghese e da pochi mesi militante del partito, diventa il padre delle Sap e dirigerà vecchi comunisti che hanno alla spalle anni di fabbrica, di carcere, di confino e anche di guerra.



 

Membro delle SAP è stato Gabriele Cavenago (classe 1920): era inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

Gabriele Cavenago è il Presidente onorario della Sezione ANPI di Lissone.

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La formazione delle Brigate Garibaldi

6 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 Nel novembre del 1943 in un articolo del giornale clandestino, organo del Partito comunista italiano, la «Nostra lotta», dal titolo «Perché dobbiamo agire subito», viene motivata  la necessità di “agire subito e il più ampiamente e decisamente possibile.

“Primo: per poter abbreviare la durata della guerra e liberare al più presto il popolo italiano dall'oppressione tedesca e fascista. L'azione dei partigiani deve diventare l'azione di tutto il popolo italiano ...

In secondo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile per risparmiare decine di migliaia di vite umane e la distruzione di tutte le nostre città e villaggi. È vero che la lotta contro i tedeschi ed i fascisti costerà sacrifici, vittime e sangue. Ma questa lotta è necessaria per abbreviare l'occupazione tedesca dell'Italia ...

In terzo luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile perché solo nella misura in cui il popolo italiano concorrerà attivamente alla cacciata dei tedeschi dall'Italia, alla sconfitta del fascismo e del nazismo, potrà veramente conquistarsi l'indipendenza e la libertà.

In quarto luogo è necessario agire subito ed il più ampiamente possibile per impedire che la reazione tedesca e fascista possa liberamente dispiegarsi indisturbata ... Se noi non passiamo alla lotta subito essi potranno indisturbatamente continuare a saccheggiare il nostro paese ... costringere i nostri operai ad andare in Germania ...

Infine è necessario agire subito ed il più largamente e decisamente possibile perché la nostra organizzazione si consolida e si sviluppa nell'azione ... È dalla lotta e dall'esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi e contro i fascisti”.

 

Contemporanea alla pubblicazione dell’articolo di «Nostra lotta» è la mobilitazione del Partito comunista all'interno e all'esterno. All'interno viene stabilito che a partire dalle cellule il maggior numero possibile dei militanti venga indirizzato al «lavoro militare», senza tuttavia sguarnire il fronte altrettanto importante delle fabbriche, all'esterno viene promossa la costituzione dei «distaccamenti d'assalto Garibaldi» non come formazioni di partito, ma come «formazioni modello aperte a tutti i patrioti».

Il primo Comando generale delle Garibaldi fu costituito a Milano fra la fine d'ottobre e il principio di novembre stabilendo le seguenti principali responsabilità: Longo comandante, Secchia commissario, Roasio organizzatore delle formazioni nel Veneto e nell'Emilia; lo stesso compito fu affidato a Scotti per il Piemonte e la Liguria, con particolare impegno per la Lombardia. Fu stabilito che in linea di massima ogni distaccamento fosse «costituito sulla base di nuclei di cinque o sei combattenti, di squadre di due nuclei ciascuna; e quattro o cinque squadre costituivano un distaccamento: 40-45 uomini in tutto ...

Le Garibaldi (prima distaccamenti, poi brigate) costituiscono una svolta nella guerra partigiana.


 

Il punto fondamentale che distingue l'iniziativa garibaldina è l'istituzione dei «commissari politici», derivata direttamente dalla guerra di Spagna, ed è la distinzione che viene accolta in un primo momento con diffidenza dagli altri settori della Resistenza ...

Spettava al commissario la soluzione di tutti quei problemi che non erano di natura tecnica militare e l'opera di educazione politica delle formazioni. Il commissario agiva all'interno ma anche contemporaneamente all'esterno, allargava la sua opera di convinzione alle popolazioni civili, si poneva costantemente il problema del rapporto fra i partigiani e l'ambiente in cui agivano, rispondeva anche in questo settore alla necessità di non isolare la lotta dei gruppi armati dalla resistenza della popolazione civile.

Come sempre meglio si chiarì nel corso della lotta, non vi fu la temuta interferenza con i compiti del comandante nè una diminuzione della sua autorità, ma una distinzione ben precisa dei compiti.

Il monzese Gianni Citterio, nome di battaglia "Redi", fu commissario politico della banda dell’architetto Filippo Beltrami.
 



bibliografia:
Roberto Battaglia - "Storia della Resistenza italiana" - Einaudi 1964
 

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Le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà

4 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà furono ispirate alla linea politica del PdA. Furono 35.000 i combattenti giellisti messi in campo durante i venti mesi della Resistenza, il 20% del totale (i comunisti erano il 50%, con il restante 30% suddiviso tra autonomi, socialisti e democristiani).




Le perdite delle formazioni GL ammontarono a 4
.500 uomini

Nella loro stragrande maggioranza, però, quei morti scaturirono da una particolare concezione della politica che spinse gli uomini del PdA a fare della Resistenza il momento in cui il bisogno dell'azione si sostituì a ogni altro impulso, anche a quello della sopravvivenza. Questo era già un dato rilevante nell' esperienza della rosselliana Giustizia e Libertà, in quell'ossessione per il gesto esemplare, il tirannicidio, l'azione diretta che segnò la sua intera pratica cospirativa dal 1929 al 1937. Nella lotta armata contro i tedeschi e i fascisti vi si aggiunse la scelta di testimoniare il proprio impegno individuale. Di qui il fascino ricorrente della sua storia, intreccio tra spontaneità e organizzazione, tipico del PdA agli esordi.



Patrioti I Patrioti II Patrioti III

 

Disse Otello: "Abbiamo imparato a uccidere, siamo anche capaci di essere crudeli. Mi pare impossibile che adesso uno si svegli e vada a lavorare, che a mezzogiorno si mangi, che la sera si chiuda la porta, poi a dormire".

"Si è combattuto" dissi "soprattutto per questo."

 

Tratto da:

Enzo Biagi “I quattordici mesi. La mia Resistenza” - Editore Rizzoli - novembre 2009

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il Partito d'Azione

2 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il Partito d'Azione (fondato nel 1942 in collegamento ideale con l'omologo movimento risorgimentale di ispirazione mazziniana) si ruppe in due tronconi nel febbraio 1946 a seguito della scissione tra le sue anime, quella riformista e repubblicana di Ugo La Malfa e quella della sinistra socialista guidata da Emilio Lussu. Fu il preludio della fine, sancita dall'ultimo congresso nell'ottobre del 1947. Il partito che espresse il presidente del primo governo post-liberazione, Ferruccio Parri, già effettivo capo militare della Resistenza armata, ebbe quindi una vita molto breve. La sua vicenda coincise con gli anni della Resistenza e del varo della Costituzione. Fu il testimone e il protagonista di quella stagione irripetibile della nostra storia che segnò il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Scomparve quando la Repubblica e la Costituzione diventarono una realtà irreversibile, quasi si fosse esaurito il suo compito, quello di incarnare il progetto di una minoranza che, rifiutando la politica come professione, si era impegnata in una scelta totalmente definita dalla dimensione etica dell'antifascismo. Proprio per questo, a tanti anni di distanza continua ancora a essere additato come una sorta di mito della nostra vita politica, un’”immagine” di ciò che l'Italia avrebbe potuto diventare e non è diventata: un Paese laico e moderno.

tessera-Partito-d-Azione.jpg 

Il 4 giugno 1942 avvenne la trasformazione del movimento in partito, il Partito d'Azione.

Il programma prevedeva obiettivi istituzionali (repubblica, decentramento amministrativo, autonomie locali, autorità e stabilità del potere esecutivo), economici (nazionalizzazione dei monopoli e dei grandi complessi finanziari, industriali, assicurativi, libertà «di iniziativa economica per le minori imprese individuali ed associative », una economia a due settori anche per l'agricoltura), sindacali («diritto di rappresentanza unitaria delle varie categorie»), rivendicando infine una più accentuata separazione tra Stato e Chiesa e, per la politica estera, una federazione europea «comunità giuridica tra stati». Vere e proprie sezioni del PdA cominciarono a costituirsi soprattutto a partire dal novembre-dicembre 1942, i mesi della disfatta militare dell' Asse: l'iniziativa antifascista poteva inserirsi con successo nella crisi di credibilità che investiva l'intero regime.

A Milano si giunse prestissimo alla definizione degli organismi dirigenti della sezione locale con Zanotti, Paggi, Boneschi, Riccardo Lombardi e Poldo Gasparotto. Le sedi di riunione erano casa Damiani, casa Andreis, gli uffici della Banca commerciale (nelle sue casseforti furono custodite le bozze del primo numero de «L'Italia libera»), il bar Cova. Particolarmente intensa era, anche qui, l'attività verso le forze armate legata a Poldo Gasparotto, ex-ufficiale degli alpini, e al medico militare Bepi Calore, che nella Resistenza opererà in Friuli.

Lo sviluppo del partito sottolineava l'esigenza di uno strumento di direzione centralizzata alimentando il progetto di un giornale clandestino, riferimento unitario per le sezioni periferiche e, contemporaneamente, testimonianza nei confronti degli Alleati di un' attiva e continua presenza politica. Il primo numero de 1'« Italia libera» era già allestito nel novembre 1942, anche se sopravvenute difficoltà logistiche ne differirono la pubblicazione al gennaio 1943; con il testo dei «Sette Punti» erano stati stampati un «messaggio» agli italiani (di Riccardo Lombardi e dei fratelli Damiani) e un articolo di presentazione, Chi siamo, scritto da La Malfa e Tino. Le tremila copie del giornale furono rapidamente diffuse: si  rivendicava una ideale continuità con l'antifascismo democratico di Amendola, Gobetti e Rosselli. L'iniziativa, in una fase in cui «L'Unità» era il solo giornale pubblicato da un partito antifascista, era di vasta portata organizzativa e politica, tale da incuriosire e allarmare lo stesso apparato repressivo fascista. L'OVRA si confrontava con un avversario inedito, giudicato pericoloso perché in grado di «infiltrarsi nell' aristocrazia », sostenuto da «appoggi finanziari largamente elargiti» dalla Banca commerciale, con simpatie e consensi in ambienti sociali solitamente refrattari alla cospirazione del ventennio.

Nella primavera del 1943 scattarono i primi arresti. Nei giorni successivi al colpo di Stato la presenza politica degli azionisti fu caratterizzata da un intenso attivismo: il PdA era presente in 16 dei 23 comitati interpartiti attivati tra il 26 luglio e il 3 agosto.

Nel brevissimo periodo di semi-legalità (il 30 luglio il nuovo governo intervenne con il divieto esplicito della ricostituzione dei partiti) lo stesso sviluppo organizzativo assunse un ritmo più intenso: tra il 25 e il 27 luglio furono pubblicati tre numeri de «L'Italia libera» e una edizione straordinaria del quindicinale «Giustizia e Libertà ».

A Milano, nel quartier generale fissato nello studio di Paggi, nella giornata del 27 , passarono centinaia di persone: in serata, una retata della polizia portò all' arresto di 20 militanti, quasi tutti avvocati, tra i quali lo stesso Paggi, Mortara, Zanotti, Zazo. La repressione badogliana non bloccò le iscrizioni e le riunioni: fu approntato un servizio di collegamento con i diversi rioni della città per permettere una rapida raccolta delle notizie e la diramazione di ordini. Il punto di riferimento fisso restò l'ufficio di Paggi dove, puntualmente, ancora il 28 luglio, furono arrestati altri 45 azionisti (tutti però, anche quelli del giorno prima, furono rilasciati la stessa sera grazie all'intervento presso le autorità militari di Poldo Gasparotto). Si arrivò comunque, in tre giorni, a circa 600 iscritti.

Parri in quel momento era contemporaneamente responsabile del Comitato militare del CLN milanese, rappresentante del PdA in seno allo stesso CLN, capo dell' organizzazione partigiana del suo partito; la direzione militare della Resistenza gli era stata attribuita «a titolo personale e non in rappresentanza di alcun partito». I primi organigrammi del Comitato militare comprendevano alcuni dei suoi più fidi collaboratori della fase precedente (Gasparotto, in particolare).

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Ferruccio Parri, nome di battaglia "Maurizio"

1 Décembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Nato a Pinerolo (TO) nel 1890, professore di lettere, giornalista. Durante il conflitto 1915-18 è ferito quattro volte al fronte; merita due promozioni sul campo e tre decorazioni; è associato all'ufficio operativo del comando supremo dell'esercito. Dopo la fine del conflitto si trasferisce a Milano, dove è insegnante al Liceo Parini di Milano e redattore del "Corriere della sera". Aderisce a Giustizia e Libertà e nel '26 con Carlo Rosselli organizza l'espatrio clandestino del leader socialista Filippo Turati.

Turati, Carlo Rosselli, Pertini e Parri
4-antifascisti.jpgPiù volte arrestato e confinato a Ustica e Lipari, rifiuta la domanda di grazia. Nel 1930 è nuovamente assegnato al confino per 5 anni unitamente ad altri esponenti del movimento antifascista Giustizia e Libertà.

Promotore del Partito d'Azione (PdA), partecipa alla Resistenza con il nome di battaglia di "Maurizio" e rappresenta il PdA nel Comitato militare del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI). E' poi nominato vice comandante del corpo volontari della libertà (CVL). Arrestato casualmente a Milano e affidato ai tedeschi viene trasportato in Svizzera nel quadro di uno scambio concordato di prigionieri con ufficiali germanici nelle mani dei partigiani. Partecipa attivamente alla fase conclusiva della Resistenza e all'insurrezione di Milano.

Nel 1945, dopo la Liberazione e la crisi del III governo Bonomi, diviene Presidente del Consiglio dei Ministri di un Governo di unità nazionale composto da democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, liberali e demolaburisti. Parri è Presidente del Consiglio dal giugno al novembre del 1945. Gli succede a capo dell’esecutivo il democristiano Alcide De Gasperi.

Al momento della crisi del Partito d’Azione, nel marzo del '46 crea, con Ugo La Malfa (anch’egli ex azionista), il piccolo partito della Concentrazione Repubblicana che confluisce, poi nel Partito Repubblicano Italiano (Pri). Nel '46 viene eletto deputato della Costituente, nel '48 senatore.

Parri esce dal Pri nel 1953 in opposizione alla nuova le legge elettorale con premio di maggioranza (la cosiddetta “legge truffa”) dando vita, con il giurista ed ex azionista ed ex parlamentare socialdemocratico Piero Calamandrei, al movimento di Unità Popolare che contribuisce (seppur con pochi voti) al fallimento della legge elettorale voluta dal Ministro degli Interni Mario Scelba (Dc).

Eletto senatore nelle liste del PSI nel 1958, nel 1963 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (Psdi) nomina Ferruccio Parri senatore a vita. Al Senato presiede fino alla morte il gruppo parlamentare della Sinistra indipendente. Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Aderisce al gruppo al gruppo della Sinistra indipendente di cui è a lungo presidente e diventa direttore della rivista Astrolabio. 

Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Muore a Roma nel 1981.


Ferruccio Parri “visto da vicino” da Enzo Biagi, partigiano con il nome di battaglia “Il Giornalista”

 

“Ma anche se l'esperienza del Partito d'Azione fu breve, Parri l'ho conosciuto molto bene. Era un uomo di grande rispetto e quando stavo con lui ne ero orgoglioso. Insieme facemmo alcuni comizi dalle mie parti. A Molinella usammo il carro di un contadino come palco, ricordo che c'era il prete sulla soglia della chiesa che ascoltava, era stato il mio professore di religione. lo parlavo della mia esperienza di partigiano, dei nostri ideali e della giustizia sociale. Lui dei sei anni tra prigione e confino e dei sei mesi da presidente del Consiglio. Due esperienze difficili che non avevano lasciato nel cuore di Ferruccio Parri alcuna amarezza.

«Non mi sono mai fatto illusioni» spiegava «e non ho rimpianti.» Lo hanno definito «un protestante della politica»: infatti gli è sempre bastata la coscienza tranquilla. Quando verso la fine degli anni Venti entrò ammanettato nell' aula del tribunale speciale, per rispondere alle accuse di attività antifascista, chiamò il suo difensore. «La prego» chiese «non parli del mio passato di soldato. lo desidero soltanto essere giudicato per quello che sono: un avversario della dittatura». Non voleva che fossero ricordate le tre medaglie d'argento e le tre promozioni sul campo conquistate nella Prima guerra mondiale; non cercava attenuanti. L'avvocato non tenne conto della raccomandazione, ma Parri lo interruppe: «Se considero l'Italia attuale, mi vergogno delle mie decorazioni». Il padre di Maurizio, che assisteva al processo, non seppe trattenersi. «Bravo!» gli urlò.

Quando era alla testa del «governo dell'esarchia», l'insieme dei sei partiti che componevano il CLN (Partito comunista, Partito socialista italiano di unità proletaria, Democrazia del Lavoro, Partito d'Azione, Democrazia cristiana e Partito liberale), ricevette un capo partigiano che aveva da presentargli qualche curiosa richiesta. «Maurizio» cominciò il giovanotto chiamandolo col suo nome di battaglia «ti abbiamo seguito fin qui, ma siamo senza casa. Tu hai tanti nemici e noi vogliamo essere la tua guardia del corpo. Un posto per dormire dovremmo averlo. Facci almeno una lettera per il commissario degli alloggi».

«Non è giusto, non posso» osservò Maurizio «la prenderebbero per una raccomandazione».

Così la guardia del corpo fu sciolta, e lo stesso presidente del Consiglio continuò a dormire al ministero, in una branda sistemata nella stanzetta attigua allo studio. Non voleva che qualcuno si disturbasse per lui.

Quando anni dopo lo intervistai, parlava senza imbarazzo di quelli che considerava i suoi errori: «Avrei dovuto fare la riforma agraria, ma diffidavo dei comunisti che la proponevano. Eppure la loro visione storica era esatta. Bisognava far capire ai contadini, in maniera concreta, che qualcosa era cambiato».

Ferruccio Parri è nel mondo italiano un personaggio insolito: il suo rigore, la sua incapacità di adattarsi al compromesso, lo hanno fatto apparire, agli occhi di molti, come un ingenuo sognatore o un patetico e rispettabile incapace. Antifascista per ragioni morali, per educazione familiare (era figlio di un tenace repubblicano che teneva il ritratto di Mazzini accanto al letto), non ha mai risposto ai suoi amici con visioni dottrinali, messaggi, ma era il semplice programma della buona amministrazione. Comandante di un esercito di affamati, mentre il generale britannico Alexander invitava i suoi uomini ad abbandonare la lotta, disse ai compagni che gli erano più vicini: «Tenete duro, e fate sapere a tutti che l'insurrezione non è questione di armamenti. Quando sarà ora la faremo, anche con quattro pistole scariche». Aveva il pudore delle parole e dei sentimenti, e la fede nei buoni esempi.

Presidente del Consiglio, ogni sera entrava in una tabaccheria ad acquistare i francobolli per la sua posta personale. A una giornalista che voleva intervistarlo, rispose: «Che cosa importa se ho la cravatta storta, il colore del mio vestito, se mangio pane e salame? Che cosa c'entro io?». Spersonalizzare era, infatti, uno dei verbi che ricorrono spesso nei suoi discorsi.

I capelli bianchi, il sorriso triste, i modi estremamente misurati, non amava parlare di sé. Qualcuno ha scoperto che notevole fu il suo contributo all'invenzione dei piani che portarono le truppe del generale Diaz a Vittorio Veneto. Il maggiore Parri, che aveva cominciato la guerra da sottotenente, era stato trasferito al comando supremo. «I capi» spiegava «erano molto impegnati, avevano tanto da fare». Quando Allan Dulles, capo del controspionaggio americano, si presentò a Maurizio, gli disse commosso: «È un grande onore conoscerla, generale». «Ma io non sono militare e non ho questo grado» disse Parri ridendo. «Nessuno più di lei merita questo titolo» ribatté Dulles.

Ma la definizione più giusta di Ferruccio Parri la diede una piccola folla di ascoltatori milanesi ai quali il professor Parri doveva tenere un comizio, accogliendolo al grido: «Viva i galantuomini!». Comunque si giudichino le sue idee politiche, i suoi errori e i suoi meriti, Ferruccio Parri è stato, per tanta gente, un esempio di vita. Non ha mai chiesto nulla, e ha dato in silenzio”.

 

Tratto da:

Enzo Biagi “I quattordici mesi. La mia Resistenza” - Editore Rizzoli - novembre 2009

 


La funzione politica di Parri nella Resistenza

Perché la Resistenza non si spegnesse in una serie di sacrifici sterili era necessario darle un indirizzo e una guida appropriati. I movimenti politici più attivi erano il Partito comunista e il Partito d'azione perché si erano saputi guadagnare tale posto d'avanguardia sin dagli anni bui della dittatura fascista.

La maggiore iniziativa azionista è quella presa a Milano da Ferruccio Parri, la cui figura emerge e s'afferma nel momento cruciale della lotta contro l'attesismo. Parri porta nella Resistenza la coerenza della sua vita esemplare d'antifascista e la sua esperienza assai notevole anche sul piano tecnico-militare (ufficiale di Stato maggiore, più volte decorato nella guerra '15-18). Notevole è anche il suo inserimento nell'ambiente borghese lombardo quale dirigente dell'ufficio studi della Edison: la sua partecipazione in prima linea alla Resistenza sembra offrire dunque la garanzia non solo sul piano locale (ma anche e principalmente nei futuri rapporti con gli angloamericani) che il movimento non si spingerà troppo « a sinistra ». Importante è la sua opera di direzione. Attraverso la sua persona il Partito d'Azione si presenta come ultimo «partito del Risorgimento» e si collega anche all'« interventismo democratico» della prima guerra mondiale, ed irradia così un potere di convinzione e di attrazione specie verso i giovani in molti casi superiore ai partiti di classe. Le qualità personali di Parri - il suo costante tono antiretorico - non ci debbono far dimenticare inoltre la costanza o anche l'ostinazione con cui egli segue un suo disegno politico-militare: l'organizzazione di un vero e proprio esercito « popolare». Esercito che non sia di parte o di partito. È il primo fra i dirigenti del movimento partigiano a incontrarsi in Svizzera il 15 novembre con una missione alleata, a far presente l'inderogabile necessità di rifornire con i lanci le formazioni di montagna. Gli emissari dei servizi segreti angloamericani ascoltando con sorpresa l'idea che egli espone di formare un grosso esercito partigiano, così contrastante con le loro direttive, dimostrano diffidenza e sospetto di fronte alle dichiarazioni di intransigenza repubblicana dell'esponente azionista.

bibliografia:
Roberto Battaglia - "Storia della Resistenza italiana" - Einaudi 1964
 

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il movimento "Giustizia e Libertà"

28 Novembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana


Nel 1929, a Parigi, Carlo Rosselli, Emilio Lussu e i fuoriusciti riuniti intorno alla figura di Gaetano Salvemini fondarono un movimento, «Giustizia e Libertà», che voleva essere «l'anima della rivoluzione liberatrice di domani»: un movimento rivoluzionario libertario e democratico che riuniva in Italia e all'Estero coloro che non erano comunisti, avversavano i gruppi dirigenti liberali e la sinistra aventiniana e  volevano combattere il regime fascista per creare una società libera e civile. Fu Salvemini a stendere la bozza di statuto. I costituenti avevano storie politiche diverse: liberali Tarchiani, il giornalista Alberto Cianca e Vincenzo Nitti; repubblicani Cipriano Facchinetti, Raffaello Rossetti, Gioacchino Dolci e Fausto Nitti; socialista Rosselli, sardista Lussu. Il motto fu suggerito da Lussu: "Insorgere! Risorgere!". Adottarono per simbolo la spada di fiamma tra quelle due parole. "Provenienti da diverse correnti politiche - si legge nel primo appello di GL, diffuso a novembre del 1929 - archiviamo per ora le tessere e creiamo una unità d'azione". La guida del movimento fu affidata a un triumvirato espressivo delle tendenze su cui GL si fondava: Rosselli socialista, Lussu sardista-repubblicano, Tarchiani liberale. Il movimento si dotò presto di una rivista come strumento di elaborazione teorica: i Quaderni di Giustizia e Libertà, che videro la collaborazione di molti intellettuali, tra cui spiccava il nome del socialista libertario Andrea Caffi.

A Giustizia e Libertà, prima rappresentanza unitaria della emigrazione antifascista non comunista, fece capo nei primi anni Trenta gran parte della cospirazione democratica e socialista attiva in Italia. La costituzione di GL in movimento autonomo aveva provocato differenziazioni e divisioni che si erano ripercosse anche tra i suoi fondatori. Ma di qui prese le mosse il processo di formazione di nuovi gruppi, presenti nei maggiori centri d'Italia, dove più, dove meno direttamente influenzati dalla centrale parigina, ciascuno portandovi proprie esperienze e proprie tradizioni: a Torino sono gli echi dei consigli operai di Gramsci e della rivoluzione liberale di Piero Gobetti; a Milano è la tradizione risorgimentale impersonata da uomini come Parri e Riccardo Bauer e il moderno liberalismo di Ugo La Malfa, il giovane economista che conosce Keynes; nel Mezzogiorno intorno al pugliesi Tommaso Fiore e Michele Cifarelli, all'avellinese Guido Dorso, ai napoletani Pasquale Schiano e Francesco De Martino rinasce il meridionalismo democratico.

Firenze, che coi Rosselli, con Salvemini, con Rossi, con Calamandrei, di GL era stata la culla, fu centro di un episodio di grande interesse nella storia ideale e culturale del movimento: il rapporto che si instaura tra il socialismo liberale di Rosselli e il liberalsocialismo che ebbe in Guido Calogero e in Aldo Capitini i suoi teorici e trovò in Toscana le adesioni di Tristano Codignola, di Enzo Enriques Agnoletti, di Carlo Ludovico Ragghianti di Mario Bracci, di Mario Delle Piane. Lo stesso Codignola, che ne diventerà il rappresentante politico di maggiore originalità e di maggiore spicco, ha raccontato, ricostruendola dall'interno con lucida intelligenza storica, l'avventura intellettuale e politica del gruppo di giovani, maturati sotto il fascismo ma nel solco del crocianesimo, e che per quella via pervennero all'antifascismo militante.

Il cambiamento della politica di Rosselli a partire dal '34 e l'avvicinamento ai comunisti produsse il progressivo allontanamento da GL di elementi come Salvemini, Caffi, Tarchiani e, per ragioni diverse, dello stesso Lussu. Lo storico pugliese non apprezzava il progressivo radicalizzarsi in senso classista e socialista di GL.

Nel '36 GL si schierò da subito al fianco del fronte popolare in Spagna. La risposta dell'emigrazione e dell'antifascismo italiano non si fece attendere. Rosselli fu alla testa di una colonna di esuli antifascisti, sul fronte di Aragona, ed era sicuro che questa esperienza avrebbe condotto alla certezza di poter vincere anche in Italia. Celebre la sua frase, che divenne un vero e proprio motto «Oggi in Spagna, domani in Italia».

Rientrato in Francia, Carlo Rosselli fu ucciso, assieme al fratello Nello, il 9 giugno 1937 a Bagnoles de l'Orne, in Francia, da alcuni sicari mandati da Mussolini.

L'ultimo episodio di rilievo internazionale di Gl fu quello che ha protagonista il primo compagno di Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, veterano della galera, deportato a Ventotene, che si associò a un ex-comunista, Altiero Spinelli - finirà anche lui nel Partito d'Azione - per lanciare, in collaborazione col socialista Eugenio Colorni il Manifesto che dall'isola ha preso il nome 'Per una Europa libera e unita', per una federazione europea da costruire sulle rovine della guerra in corso. Sarà opera loro la fondazione a Milano del movimento federalista europeo, che sarà di fatto, con la eccezione di Colorni, una articolazione del Partito d'Azione nella Resistenza e un efficace strumento di collegamento tra i movimenti europeistici fioriti, a partire dal '41, in tutta l'Europa occupata e nella stessa Germania. In Francia sarà un giellista, un amico di Rosselli, Silvio Trentin a dar vita un gruppo di resistenza che ebbe per motto Libérér et fédérer.
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Radio Milano-Libertà

17 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dal luglio 1941 al 24 gennaio 1944, dai microfoni di Radio Milano-Libertà, furono ogni giorno trasmessi, diretti all'Italia, commenti agli avvenimenti tragici di quel periodo, appelli alla resistenza antifascista e poi alla lotta armata, indicazioni politiche. Radio Milano-Libertà era una emittente del Partito comunista italiano che lavorava in Unione Sovietica nel quadro di una attività radiofonica promossa dall'Internazionale comunista dopo l'aggressione tedesca all'URSS del 22 giugno 1941: fu cosa diversa da Radio Mosca, la radio del governo sovietico, che pure aveva sue trasmissioni in lingua italiana.

2.000 furono le trasmissioni effettuate: tra i circa. 350 articoli che costituiscono l'archivio di Radio Milano-Libertà,
Palmiro-Togliatti.jpg262 sono di Togliatti, che scrisse nello stesso periodo in cui preparò anche (sotto il nome di Mario Correnti) le trasmissioni di Radio Mosca. Commentavano, giorno per giorno, gli avvenimenti in Italia, gli articoli della stampa di regime, i discorsi dei gerarchi, ecc.

Non siamo in grado di dire quanto esteso e largo fosse allora, in Italia, l'ascolto di Radio Milano-Libertà. Le testimonianze dei compagni, che in quegli anni lavorarono e lottarono in Italia, sono varie e incerte: un pubblico largo di ascoltatori vi fu certamente fra le masse popolari, e ad ogni modo assai vasta fu l'eco delle trasmissioni nel quadro comunista. Molti fra gli articoli che furono scritti per l'Unità clandestina o fra i volantini di propaganda antifascista furono elaborati sulla base delle trasmissioni di Radio Milano-Libertà. E le stesse discussioni che si svolsero nei e fra i gruppi dirigenti del PCI di Roma e Milano, soprattutto nel periodo successivo alla caduta di Mussolini, nell'estate e, poi, dopo l'8 settembre1943, avevano come punto di riferimento anche quello che veniva detto da Radio Milano-Libertà.

L’idea-forza che Togliatti avanza con convinzione e tenacia, ogni giorno, è quella dell’unità d’azione fra tutti gli italiani, dai democristiani ai liberali e ai socialisti, ai comunisti che non ne potevano più di un regime che aveva portato l’Italia di sconfitta in sconfitta e alla servitù verso i tedeschi.

Il «fronte nazionale» di cui si fa espressione Radio Milano-Libertà e di cui parla Togliatti in queste trasmissioni «non esclude nessuna tendenza politica, nessuna categoria di interesse e  nessuna sfumatura di opinioni», e il suo obiettivo «non è né di classe né di partito ma essenzialmente e solamente nazionale» perché «si tratta di salvare la nazione da una rovina economica, da nuovi disastri militari e dallo sfacelo e dal caos politico».

Gli articoli trasmessi da Radio Milano Libertà sono un continuo e instancabile incitamento alla lotta ma costituiscono una indicazione, a volte minuziosa, e una direttiva al partito comunista e a tutto il movimento antifascista e partigiano su come organizzarsi e lottare.

Successivamente, per tutto il corso dei mesi e degli anni, l'intervento e l'indicazione si precisano e diventano sempre più incalzanti: «Diffondere le nostre parole d'ordine, a voce, scrivendole sui muri, con manifestini. Dare la caccia ai tedeschi che sono in Italia, indicandoli all'odio e al disprezzo di tutti. Sabotare la produzione di guerra». Il 30 gennaio 1941 (le «quattro giornate» verranno alla fine di settembre del 1943!) incita Napoli alla rivolta: «Napoli deve essere fra le prime a far sentire a tutto il paese la protesta energica del popolo ... Operai napoletani, popolani e popolane di Napoli, non abbiate paura». Il 19 maggio 1942, si rivolge ai cittadini della Sardegna:«Prendete il fucile, fuggite dalla caserma o dal campo, datevi alla macchia». E il 12 giugno 1942 invita a «non disertare le assemblee dei sindacati fascisti per strappare al governo l’indennità di carovita». E negli stessi giorni si rivolge ai contadini:«Che in ogni villaggio si mettano d'accordo quattro o cinque capi famiglia, i più autorevoli e mandino in giro i giovani, le ragazze, a dire a tutti i contadini, anche nelle cascine più lontane che le imposte. questa volta non si devono pagare». E agli operai di Torino dice che «bisogna fare come nel 1917» e che bisogna muoversi per fare in modo che «gli sforzi degli operai italiani si fondano con quelli degli operai di tutta l'Europa e del mondo intero che lottano per spezzare le catene del fascismo e ridate al mondo, con la libertà, la pace». E ai braccianti dell'Emilia e della Puglia che «bisogna far rivivere una grande tradizione di organizzazione e di lotta ... e passare allo sciopero, al sabotaggio dei lavori agricoli, alle manifestazioni violente, all'incendio delle case e dei raccolti dei signori». E il 20 marzo 1943, Togliatti dice. che «anche da noi c'è posto per un movimento di partigiani … ci sono soldati e ufficiali tedeschi ai quali·bisogna fare capire coi mezzi più energici che è ora che se ne vadano dal nostro paese ... Anche da noi vi sono decine di treni che ogni giorno partono per la Germania con i prodotti del nostro suolo. Bisogna che questo finisca. Questi treni ci vuole qualcuno che li faccia deragliare». E il 15 maggio 1943, ancora più chiaramente: «Mussolini non se ne andrà se non lo cacciamo. Ma per cacciarlo è necessaria l'insurrezione armata delle grandi masse popolari della città e della campagna».E il 30 ottobre 1943, la direttiva precisa: «È dovere dei partiti antifascisti di svolgere il più intenso lavoro per creare dappertutto una organizzazione e una direzione le quali permettano di passare dagli atti di gruppi più o meno isolati alla vera e propria guerra di grandi unità di partigiani contro l'invasore, di passare alla vera e propria insurrezione di intere città e di province e regioni intere contro le truppe di occupazione e contro gli sgherri fascisti».

Una politica di unità nazionale e democratica che tutto subordina all'obiettivo politico principale che era quello di combattere contro i fascisti e i tedeschi e di salvare l'unità e l'indipendenza del paese e che fa dipendere, conseguentemente, dal raggiungimento di tale obiettivo lo sviluppo stesso della politica e della lotta del movimento operario e del partito comunista per gli obiettivi di trasformazione democratica e socialista.

Bibliografia:

Palmiro Togliatti – Da Radio Milano Libertà – Editori Riuniti 1974

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Italia combatte: la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari

16 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Al di fuori del Regno la guerra continuava duramente. Stava nascendo la resistenza ai tedeschi e la lotta per bande. L'opposizione alla dittatura fascista, che si era manifestata durante e dopo i «quarantacinque giorni», era diventata guerra partigiana contro le devastazioni e le deportazioni naziste. Si costituivano i primi Comitati di liberazione con le loro formazioni armate. Sulle trasmissioni di Radio Bari si intensificò il controllo militare. I comandi alleati, il governo provvisorio e gli stessi rappresentanti dei partiti antifascisti, riuniti in Comitato di Liberazione Nazionale, furono d'accordo nell'impostare una trasmissione speciale per i volontari della libertà che agivano nell'Italia occupata, che obbedisse alle direttive del generale Alexander, il quale esortava alla cautela e alla prudenza nella diffusione delle notizie.

radio-Bari.jpgNacque così Italia combatte, la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari, poi di Radio Napoli e Radio Roma, alla liberazione della capitale. Si trattava di un servizio con obiettivi esclusivamente militari. Tutti i redattori avevano un nome di battaglia, per non esporre alle eventuali rappresaglie dei nazifascisti i parenti o gli amici lasciati dall'altra parte dell'Italia. Le informazioni sulle vicende belliche arrivavano dall'VIII e dalla V Armata; quelle politiche, economiche e sociali dai servizi del PWB (Psycological Warfare Branch), che le ricavava a sua volta dalle principali agenzie di stampa e dalle intercettazioni radiofoniche. I redattori di Italia combatte, oltre a selezionare e rielaborare le notizie in rapporto alle esigenze della trasmissione, aggiungevano servizi particolari e informazioni raccolte al di qua e al di là del fronte. I commenti - secondo le testimonianze di molti redattori - erano abbastanza liberi, purché in linea con le direttive militari degli Alleati e non in contrasto con la politica filomonarchica degli inglesi. Non mancavano certo motivi di incomprensione e di attrito: era nota, ad esempio, la tendenza degli americani a nascondere o limitare le notizie sull'avanzata dell'esercito sovietico e le vittorie dell'Armata rossa.

Ogni sera, in apertura, veniva trasmesso il Bollettino della guerra partigiana in Italia, con numero d'ordine progressivo. Esso risultava diramato ufficialmente «dal quartier generale del generale Alexander». Ma il Qg forniva solo i principali elementi informativi sulle azioni partigiane; il «Bollettino» conteneva molte altre notizie supplementari, di varia provenienza. Spesso veniva accompagnato da brevi editoriali, affidati a personalità rappresentative dell'amministrazione alleata.

Molto più produttivi delle dichiarazioni di intenzione erano i «consigli generali» che Italia combatte trasmetteva alle forze di liberazione antifasciste e che erano marcati da una concretezza drammaticamente ispirata alle necessità della guerriglia.

Radiorurale.jpgL'appello al frutto del lavoro andato distrutto per opera della barbarie nazifascista era un tasto ricorrente in molti servizi di Italia combatte.

Questo stile era presente anche nelle testimonianze di quanti, passate le linee, venivano chiamati a trasmettere brevi messaggi dai microfoni di Italia combatte: Oreste Lizzadri (Longobardi) a Radio Bari; Alberto Moravia ed Elsa Morante a Radio Napoli. Tutto quanto potesse contribuire all'obiettivo militare della lotta antitedesca quadro della direzione politica della guerra imposta dagli Alleati, veniva trasmesso: interviste con partigiani che riuscivano ad assicurare i collegamenti, servizi su singole azioni speciali, conversazioni di attualità e, infine, messaggi convenzionali sul tipo di quelli emessi da Radio Londra, istruzioni ai partigiani in rapporto alle esigenze tattiche, alle vicende stagionali, ai movimenti o alle soste delle operazioni ai rifornimenti, al sabotaggio.

Una delle rubriche più note, Spie al muro, consisteva nel mettere sull'avviso gli antifascisti, i partigiani e quanti si rifiutavano. di collaborare con i nazifascisti, sull'attività spionistica di persone insospettate e perciò ancora più pericolose. Occorreva porre in guardia tutti i cittadini che partecipavano in un modo o nell'altro alla Resistenza, che aiutavano le organizzazioni clandestine, che nascondevano perseguitati politici, prigionieri evasi, ebrei ecc. Il mezzo migliore era di segnalare per radio, da una parte all'altra del fronte, i nomi dei delatori. Questi nomi erano ricavati dalle liste dell’OVRA in base ai compensi riscossi dagli informatori della polizia segreta fascista. Molti di questi ex informatori erano rimasti nella Repubblica Sociale protetti dal segreto professionale. Ma alcuni cominciavano ad agire anche nel Sud. Segnalarli per radio significava indurre i conoscenti a non fidarsene, a prendere le debite distanze. Magari spingere loro stessi a ridurre lo zelo, mettersi da parte, cambiare mestiere. Fargli capire che il gioco, il doppio gioco, diventava sempre più pericoloso, che si avvicinava la resa dei conti.

Nell'insieme dei suoi messaggi, la radio italiana controllata dal PWB mirava in quel periodo a due precisi obiettivi: da un lato, un obiettivo di carattere strettamente militare, tipicamente tecnico, che nel corso del 1944 diventerà, con il diffondersi delle radio clandestine una delle caratteristiche della guerra partigiana; dall'altro, un obiettivo più ampio di informazione democratica.

In un'Italia spaccata in due dal conflitto, la radio aveva a che fare con due realtà affatto diverse; aveva inoltre la non trascurabile funzione di essere un tramite tra gli italiani del Sud e quelli del Nord.

La popolazione italiana, sia nelle zone libere che in quelle ancora occupate dai nazifascisti, aveva bisogno più che mai di orientamenti sicuri e di notizie certe, non solo di essere rassicurata sulle intenzioni di pace e di progresso degli anglo-americani.


tratto da: "Storia della Radio e della televisione in Italia" di Franco Monteleone - Marsilio Editore - 1995 

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