Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

resistenza italiana

settembre 1943: la formazione Italia Libera

12 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Fin dal 12 settembre 1943 si era costituita e già stanziata a Madonna del Colletto, fra Valle Gesso e Valle Stura, la formazione Italia Libera, «l'unica formazione che si sia veramente costituita in città, attraverso una selezione e che dalla città si sia trasferita a costituzione avvenuta, in montagna».

È
composta da una dozzina di civili del Partito d'Azione capeggiati da Duccio Galimberti: non soldati sbandati, non giovani minacciati dal lavoro obbligatorio o dalla deportazione in Germania, ma elementi borghesi anche agiati, il cui antifascismo risale e si ricollega all'insegnamento di Piero Gobetti. Il suo esempio ha infatti resistito tenacemente nell'ambiente intellettuale torinese per vincoli diremmo quasi familiari: la moglie di Gobetti, Ada Marchesini, è rimasta sul luogo a ricordare il sacrificio del compagno e la sua casa è divenuta uno dei maggiori centri della cospirazione cittadina. Del tutto inesperti d'arte militare, i componenti dell'Italia Libera si sono rivolti in un primo momento a ufficiali effettivi che hanno rifiutato di porsi a capo di quella piccola spedizione. Debbono quindi fare da sé, felici di poter passare finalmente - com'essi dicono - «dalla teoria all'azione». Ma non c'è tuttavia in loro quella smania di agire subito e ad ogni costo che contrassegnerà altri settori del movimento partigiano. C'è piuttosto l'idea di organizzarsi solidamente, di addestrarsi alla nuova vita con cognizione di causa: li anima un rigoroso spirito egualitario per cui tutti i servizi, anche i più faticosi della vita collettiva in montagna, vengono eseguiti a turno e al tempo stesso una profonda avversione per qualsiasi forma disciplinare che ricordi il vecchio esercito: fino al punto di rifiutare l'uso di indumenti militari! È questa la formazione politica che avrà poi un più costante e regolare sviluppo, aggregandosi gruppi di ufficiali alpini, estendendo continuamente il suo raggio d'azione fino a trasformarsi nelle divisioni Giustizia e Libertà del Cuneese.


da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964

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gli intellettuali italiani dopo l’8 settembre 1943

10 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La cultura italiana fu colta anch’essa di sorpresa dagli avvenimenti del settembre. Alcune punte avanzate erano già attive nella lotta antifascista, altre erano ancora ferme in un'angosciosa perplessità nei suoi quadri più numerosi, dalle università ai vari gruppi artistici e letterari. La catastrofe nazionale era piombata improvvisa sulla maggioranza degli intellettuali italiani che non aveva aderito al regime o aveva aderito solo formalmente ... che aveva stimato di salvare la cultura insieme alla propria anima, rifugiandosi in un'arte o in una scienza lontana dalla vita e dai suoi problemi reali. ... Tanti intellettuali si trovarono nel momento del crollo isolati e disperati, senza più riparo o rifugio all'incalzare degli avvenimenti, come gli « sbandati» ed i fuggiaschi del nostro esercito. ... In questo stato di disorientamento, di dubbio angoscioso che arrivava fino alla disperazione, intervenne la voce di Giovanni Gentile. ... Era un richiamo, sia pure così camuffato di. parole solenni, all'attivismo cieco e inconsapevole, una tavola di salvezza offerta decisamente ai naufraghi; non una scelta fra « il bene» e ,« il male» perché bene e male - avvertiva il Gentile - sono dappertutto; l'importante è partecipare alla«storia», intendendo per storia - come egli aveva sempre inteso - la soggezione allo Stato o al potere costituito, l'aureola dell'idealismo intorno al manganello di ieri e al bastone tedesco di oggi. ...

Le parole di Gentile sono della fine del '43, pronunciate non a caso dopo quel Natale che avrebbe dovuto concludere nel segno della«concordia nazionale» la repressione della classe operaia nelle fabbriche e dei primi nuclei partigiani sulle montagne.

Circa un mese prima, il 28 novembre 1943, presso l’Università di Padova era accaduto un episodio esemplare durante la solenne ed eccezionale inaugurazione dell'anno accademico alla quale non furono invitati né i tedeschi né le autorità fasciste; ma il ministro Biggini, all'ultimo momento, assieme al prefetto Fumei, volle intervenire, come egli disse, «in forma privata ». Erano pallidi e titubanti. La grande aula magna rigurgitante di folla, era silenziosa, ma quando entrarono alcuni studenti in divisa repubblicana e armati, cominciò un tumulto indescrivibile: abituati alle prepotenze, da molti anni, i militi risposero con minacce, con insulti e occuparono la tribuna degli oratori, tentando di resistere alla dimostrazione ostile che andava assumendo una violenza sempre maggiore. Entrò in quel momento il Senato accademico con Concetto Marchesi in testa. Il rettore e il pro-rettore allontanarono a viva forza dalla tribuna i militi repubblicani e subito dopo il Marchesi cominciava la sua nota orazione che si chiudeva inaugurando l'anno accademico non più a nome del re, ma in nome «dei lavoratori, degli artisti, e degli scienziati». Disse:

«Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l'impeto dell'azione, e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano. Non frugate nelle memorie e nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c'è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio o la codarda rassegnazione, c'è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina. Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla ignominia, aggiungete al labaro della vostra università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace del mondo

Da allora l'Università di Padova diventa il maggiore centro cospirativo veneto, è il punto d'incontro fra coloro che agiscono nella clandestinità o hanno preso la via della montagna e coloro che sono rimasti al proprio posto non per salvare la cultura in astratto ma per dare a quegli incontri e a quella organizzazione la «copertura legale». A questa funzione principale vengono indirizzati gli studi e le lezioni universitari; lo studio maggiore è come colpire il nazifascismo senza dargli requie e senza risparmio di sacrifici. L'università fornirà i quadri alla brigata guastatori Silvio Trentin, che cosi si denomina dal dirigente antifascista reduce dalla Francia e prematuramente scomparso nella lotta dopo aver dato il primo impulso alla resistenza veneta: la brigata che avrà uccisi tutti e tre i comandanti avvicendatisi alla sua direzione. Fornirà la più lunga e compatta lista di martiri della Resistenza, professori, assistenti, studenti, inservienti, fucilati o morti in combattimento, nelle prigioni, nei campi di concentramento: circa un centinaio.

da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964




 

Per le attività di liberazione dal nazifascismo l'Università di Padova è stata l'unica in Italia ad essere insignita della medaglia d'oro al valor militare.

A ridosso della solenne inaugurazione dell’anno accademico, il 12 novembre 1945, alla presenza del generale Dunlop, ‘governatore’ alleato per le Venezie, Ferruccio Parri, già presidente del Cln Alta Italia e allora presidente del Consiglio dei ministri, appuntò al gonfalone dell’Università di Padova la medaglia d’oro al valor militare per il contributo dato da studenti, docenti e personale universitario alla Resistenza, con la motivazione dettata da Concetto Marchesi e scolpita alla base dell’elenco dei caduti nell’atrio del palazzo del Bo:

 

«Asilo secolare di scienza e di pace, ospizio glorioso e munifico di quanti da ogni parte d’Europa accorrevano ad apprendere le arti che fanno civili le genti, l’Università di Padova nell’ultimo immane conflitto seppe, prima fra tutte, tramutarsi in centro di cospirazione e di guerra; né conobbe stanchezze, né si piegò per furia di persecuzioni e di supplizi. Dalla solennità inaugurale del 9 novembre 1943, in cui la gioventù padovana urlò la sua maledizione agli oppressori e lanciò aperta la sfida, sino alla trionfale liberazione della primavera 1945, Padova ebbe nel suo Ateneo un tempio di fede civile e un presidio di eroica resistenza e da Padova la gioventù universitaria partigiana offriva all’Italia il maggiore e più lungo tributo di sangue.»

Padova, 1943-1945

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La costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale

9 Septembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana


La giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:

“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”

 

L’esordio del CLN

12 settembre 1943, il CLN approva il seguente ordine del giorno:

“Il Comitato di liberazione nazionale constata dolorosamente che l'abbandono del loro posto da parte del sovrano e del capo del governo ha intaccato e distrutto la possibilità di resistenza e di lotta da parte dell'esercito e del popolo, e decide per la riscossa e per l'onore italiano”.

 

Dopo la nuova situazione creata dalla costituzione del governo fantoccio fascista e dalla dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio, la prima discussione che si svolge nell'ambito del CLN è necessariamente quella dei rapporti da stabilirsi col regno del Sud, e verte, né può essere altrimenti, sul problema istituzionale.

 

16 ottobre 1943, il CLN prende una posizione autonoma:

“Il Comitato di liberazione nazionale, di fronte all'estremo tentativo mussoliniano di suscitare dietro la maschera di un sedicente stato repubblicano, gli orrori di una guerra civile, non ha che da riconfermare la sua più recisa e attiva o pposizione ... Di fronte alla situazione creata dal re e da Badoglio, con la formazione del nuovo governo, con gli accordi da esso conclusi con le Nazioni Unite e i propositi da esso manifestati, afferma che la guerra di liberazione – primo compito e necessità suprema della riscossa nazionale - richiede la realizzazione d'una sincera e operante unità spirituale del paese e che questa non può farsi che sotto l'egida dell'attuale governo costituito dal re e da Badoglio; che deve essere promossa la costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista.

Il C.LN. dichiara che questo governo dovrà:

1)    assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato, evitando pero .ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare;

2)    condurre la guerra di liberazione a fianco delle Nazioni Unite;

3)    convocare il popolo, al cessare delle ostilità, per decidere sulla forma istituzionale dello Stato.”

 

In questa fase il CLN centrale è costituito da un gruppo ristretto di dirigenti politici ed è più un organo di collegamento fra i singoli partiti antifascisti che un vero organo collettivo, strettamente legato al movimento che viene dal basso, alla lotta popolare armata (come s'avvia invece a divenire, sia pure in condizioni ambientali diverse, il CLN di Milano).

 

Elaborazione da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

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8 settembre 1943, l'Italia si sfalda

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel documento vengono riportate alcune pagine tratte dal libro "La Resistenza in Brianza 1943-1945" di Pietro Arienti, edito da Bellavite. Nel libro, frutto di una lunga e profonda ricerca storiografica, l'autore ricostruisce in modo documentato l'evoluzione dell'attività resistenziale in Brianza, dalle difficoltà iniziali all'individuzione della forma appropriata di opposizione e combattimento, fino all'apporto determinante delle formazioni partigiane brianzole nel corso dell'insurrezione dell'aprile 1945.


 

La storia della Resistenza armata italiana nasce nel momento della confusione, quella generata dall'armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre e dichiarato l'8 settembre 1943. Il giorno dopo lo Stato italiano si disgrega a partire dall'alto, la famiglia reale abbandona Roma e fugge a Brindisi. Le motivazioni sono varie: si vuole risparmiare alla capitale gravi conseguenze, si pensa che salvando il re si salvi la nazione e la sua continuità. Ma nessuna di queste spiegazioni può essere valida di fronte alle conseguenze che scatena in successione. Scappa il re e allora scappano i generali e quelli che non fuggono rimangono senza ordini, senza indicazioni di comportamento. L'abbandono, l'incertezza e la paura si trasmettono giù giù fino alla truppa, e allora tutti a casa e l'Italia si trasforma in un formicaio impazzito di ex-militari che s'incrociano sulle strade, cercando quella del proprio paese.

I tedeschi, intanto, non hanno perso tempo. Subodorando il tradimento italiano, il loro piano d'occupazione scatta rapido. Al nord le divisioni di Rommel disarmano facilmente i reparti che si fanno trovare ancora nelle caserme, al sud Kesselring fa la stessa cosa. Così già l'11 settembre si può dire che l'occupazione è cosa fatta. Con la liberazione del 12 settembre di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso, l'occupante prepara il terreno per la costituzione del suo stato fantoccio. Intanto in Grecia a Cefalonia e Corfù e in Jugoslavia a Spalato, si consuma il primo sanguinoso atto dell'opposizione al tedesco. Le divisioni di fanteria Acqui del generale Gandin, e la Bergamo del generale Cigala Fulgosi, combattono i nazisti per quindici giorni. Esaurite le munizioni depongono le armi e i tedeschi danno l'ennesima dimostrazione di ferocia contro chiunque resista loro. li massacro di quelle migliaia di soldati italiani fu il primo sfogo dell'odio tedesco, atavico verso il latino inferiore, presente per il traditore.

Anche in Italia avvengono eccidi. A Curtatone, nei pressi di Mantova, dieci soldati italiani sono fucilati il 19 settembre per aver sparato su di un reparto germanico in marcia, cioè per aver eseguito gli ordini del legittimo governo italiano. Tre di questi sono brianzoli: Luigi Binda e Alessandro Corti di Rogeno, Bruno Colombo di Lurago d'Erba.

Ma in questo caos che favorisce chi ha la forza, chi ha la possibilità e i mezzi per impossessarsi di tutte le leve del potere, non tutti scappano, non tutti si adeguano. Inoltre i quarantacinque giorni trascorsi dalla caduta del fascismo del 25 luglio, hanno fatto maturare in alcuni e soprattutto nei vecchi antifascisti la decisione di non accettare più una nuova dittatura, la decisione a questo punto di combatterla con le armi.

Ecco quindi che in tante città gli elementi storici dell'opposizione al regime si fanno interlocutori verso l'esercito chiedendo armi per la cittadinanza che si opporrà al fianco dei militari contro il tedesco che viene ad occupare. Ma i comandi militari, oltre che incerti, sono prevenuti verso i civili. Il no è più politico che strategico. Hanno più preoccupazione del possibile o presunto potenziale sovversivo del popolo in armi che del tedesco infuriato che viene a picchiare il suo pugno di ferro. Anzi, ad esso tanti aprono le porte.

Il generale Ruggero, a Milano, di spirito antifascista, dà qualche arma alla delegazione che va a parlargli. Poi tratta coi tedeschi che promettono lo stato di città aperta per il capoluogo lombardo, promessa che non manterranno. E così le città sono consegnate al nazista che se ne impossessa senza far fatica. Le sue forze in questo momento non sono schiaccianti. In un rapporto del 24 settembre il colonnello Sassenberg riteneva esigua la presenza in Milano di un reparto corazzato delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler con 40-50 carri e una compagnia e mezza di Panzerjager, in tutto circa 400 uomini.

Ruggero si giustificò così:

L'accordo apparve imposto dalla necessità di evitare gravi danni alla città, inevitabili nel caso di una resistenza che in ogni caso sarebbe stata di breve durata e non tale da potère conseguire risultati decisivi.

Anche in Brianza avvengono queste trattative fra presidi militari e volontari. A Desio già il 7 settembre alcuni cittadini prendono contatto con il comandante del presidio locale, il tenente colonnello Pietro Barbieri. All'armistizio ci si accorda per un'adunata in piazza Conciliazione, dove l'ufficiale dà la propria disponibilità a difendere la città. Barbieri si reca a Milano per ricevere disposizioni dal generale Ruggero. Verso le 13 è di ritorno e comunica, con grande dispiacere, che Ruggero firmerà la resa. Alle 18, il colonnello con i soldati lascia Desio.

Nei giorni seguenti questo distaccamento raggiunge Villa Albese, nel comasco, dove rende inservibili gli automezzi, nasconde le armi, regala il materiale di casermaggio all'ospedale locale e poi si scioglie. Un sottufficiale di questo reparto, Giuseppe Amelotti, con pochi altri decide di passare alla Resistenza e più avanti fonderà una formazione autonoma, la brigata Porpora, che opererà soprattutto a Milano e che dipenderà dal Comando generale delle brigate Matteotti.

A Monza, la situazione si evolve in modo diverso da Desio. L' 8 settembre il gruppo storico dell'antifascismo cittadino sta guidando il primo tentativo di ribellione. Dal Palazzo municipale, dal versante di piazza Carducci, Gianni Citterio, comunista, affiancato dai socialisti Fortunato e Carletto Casanova, sta arringando la popolazione invitandola a non recepire passivamente gli eventi, ma a schierarsi contro l'eventuale ritorno fascista e il sicuro occupante nazista. Davanti al Motta intanto, un altro vecchio antifascista, Antonio Gambacorti Passerini, seduto ad un tavolino, raccoglie adesioni per la Guardia nazionale.  Ritroveremo questi nomi nella storia della Resistenza brianzola. Terminato il comizio, Citterio, aiutato da un militare da tempo conosciuto come avverso al regime, il capitano Borrelli, si reca a chiedere armi ed aiuto al colonnello comandante la caserma Pastrengo di via Lecco. Costui però oppone un netto rifiuto, con un atteggiamento in linea con i suoi colleghi del resto d'Italia. Tuttavia lascia caricare su un automezzo qualche fucile modello 91 e qualche cassa di munizioni. I patrioti col carico d'armi decidono di lasciare Monza, ormai i tedeschi sono alle porte. Ci si avvia verso Valmadrera e poi al Resegone, alla Capanna Stoppani, su in montagna, prima culla della Resistenza.

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Forze Armate e Resistenza

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

8 settembre: a migliaia i soldati che attaccarono gli invasori nazisti

 

Ufficialmente la “guerra di Liberazione” ha inizio in Italia l’8 settembre 1943 e termina il 25 aprile del 1945, quale lotta dichiarata al fascismo e all’occupazione tedesca. In verità questa guerra trae origine da quei movimenti di opposizione, attiva e passiva, armata o inerme, che erano sorti in Italia con l’avvento del fascismo e successivamente, in forma più consistente, durante la seconda guerra mondiale, contro il nazifascismo. Questi movimenti sono passati alla storia con il termine di “Resistenza”.

La guerra di Liberazione, quindi, e la confluenza di due elementi diversi: le correnti antifasciste che si erano opposte alla dittatura durante il ventennio e le masse popolari, in uniforme e non, il cui malcontento verso il fascismo si era manifestato in modo sempre più acuto nel corso della seconda guerra mondiale. La guerra di Liberazione non scoppia come una guerra tradizionale, con un atto formale, ma nasce come moto spontaneo, anche caotico e convulso. Le correnti antifasciste della prima ora affiorano alla legalità dopo il 25 luglio del 1943, ma non sono più le stesse di 20 anni prima; così come il popolo italiano, nelle sue classi e strati sociali, risulta profondamente cambiato da come l’aveva trovato il fascismo all’epoca della sua nascita. La maggiore consapevolezza culturale, i grandi sacrifici sopportati, ma soprattutto la convinzione di aver partecipato a una guerra sbagliata, hanno diffuso in vasti strati della popolazione, e anche nei ranghi delle Forze Armate, la voglia di insurrezione.

L’entrata in guerra, e oggi la storia ci è di conforto, fu una iniziativa personale di Mussolini, presa anche contro il parere di alcuni gerarchi fascisti e dei tecnici militari, che hanno comunque la grave colpa di non essersi opposti con vigore. Ma certamente la decisione fu assunta contro la volontà del popolo italiano e non contano le “adunate oceaniche” o i 10.000 fascisti assiepati il 10 giugno 1940 in Piazza Venezia (tante sono le persone che quella piazza al massimo può contenere) per affermare che il popolo italiano era tutto favorevole alla guerra! L’entrata in guerra fu un atto di azzardo, nel quale tutta la vita della nazione fu giocata sull’alea della fine imminente della guerra («poche migliaia di morti necessari per la vittoria», come fu dichiarato allora). Non si tenne nel minimo conto dello stato di logoramento e di impreparazione delle Forze Armate, della mancanza di riserve e dell’assenza di materie prime. Vero è che la situazione della realtà economica italiana nel ’40 era disastrosa. L’autarchia – era stata sbandierata come il sistema economico vincente per il popolo italiano – non solo aveva asciugato ogni possibile riserva, ma era stata attuata con la prospettiva della guerra inevitabile e lo stesso fascismo s’era messo in condizioni di non poter tornare indietro.

L’autarchia, nei fatti un atto di grande presunzione contro il resto del mondo che aveva decretato le sanzioni all’Italia, combinando gli effetti della sovrapproduzione in alcuni settori con quelli della carestia di guerra, aveva tolto all’economia italiana gli sbocchi, le vie di uscita, qualsiasi possibilità di successo. Spremuto fino all’osso il magro mercato interno, se si voleva mantenere il ritmo vertiginoso dei profitti capitalistici del momento, era inevitabile indirizzare la produzione delle materie trasformate verso nuovi mercati, aprire rapidamente la strada verso l’Europa. Mussolini, con la decisione di entrare in guerra, interpretò soprattutto la volontà del capitale finanziario. Non ci fu esponente del mondo bancario o industriale che esprimesse la sua disapprovazione alla guerra. Il popolo italiano era rimasto estraneo a una decisione così tragica. Anzi, si ritenne che la situazione economica della gran massa degli italiani era divenuta così insostenibile che, malgrado tutto, la guerra sarebbe stata una liberazione sia per il milione di lavoratori disoccupati permanenti, sia per le tante famiglie sospinte dall’autarchia verso la miseria.

Ci fu anche una infelice coincidenza, perché la guerra nelle sue prime battute favorevoli, consentì di incanalare il malcontento popolare nel concetto del “dovere verso la patria”.
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Alla data dell’8 settembre 1943, la situazione era completamente diversa rispetto al giugno del 1940. La guerra si era manifestata nella sua completa tragicità. I lutti si erano diffusi nel territorio nazionale, sul quale era gia iniziata l’invasione; le sconfitte militari erano aumentate e i bombardamenti avevano già provocato migliaia di vittime tra la popolazione civile, mentre la maggior parte della “forza lavoro” era assente dalle famiglie.

Nel settembre del 1943 gran parte della popolazione italiana “indossava l’uniforme”. 4.666.600 erano gli uomini inquadrati nei ranghi dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, compresi Carabinieri e Guardia di Finanza (l’Esercito disponeva di 82 Divisioni, la Marina di 349 navi e l’Aeronautica di 1.500 aerei, il tutto dislocato in Italia e all’estero). La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, come vedremo, era a parte.

Considerato che la popolazione italiana a quella data era di circa 43 milioni di persone, quasi l’11% della popolazione era in armi, percentuale che sale a più del 22% se si considera la sola componente maschile della popolazione; comunque oltre l’80% della “forza lavoro” era assente dalle attività produttive. Alla data dell’8 settembre, circa 700.000 militari erano fuori del territorio nazionale, e furono coloro che, soprattutto per mancanza di chiare direttive, subirono le perdite più gravi.

Con l’8 settembre l’Italia attraversò uno dei momenti più drammatici della sua storia recente. La scelta delle Forze Armate, dove fu possibile un minimo di resistenza, dove si ebbe l’iniziativa di uomini che, in assenza di direttive coordinate, volevano salvare l’onore e la dignità della nazione, fu netta e corale. Resistenza all’oppressione, alla violenza di coloro che, non paghi della tragedia provocata da una terribile guerra di aggressione, volevano prolungare oltre ogni ragionevole, umana sopportazione, uccisioni e distruzioni. È anche vero che intere unità si dissolsero, ma in molti casi per assenza di direttive da parte del comando supremo, unita a inferiorità schiacciante di armamenti, e in qualche caso per decisione degli stessi Comandanti che preferirono lasciare liberi i loro uomini piuttosto che condannarli all’annientamento, ai plotoni di esecuzione, alla deportazione.

La situazione delle Forze Armate italiane dopo l’8 settembre è caratterizzata da 800.000 militari internati in Germania (dei quali oltre 40.000 non fecero ritorno), da 500.000 prigionieri degli alleati, da 80.000 riuniti nelle formazioni partigiane in Italia, mentre circa 30.000 si erano associati alla locale resistenza in Jugoslavia, in Albania, in Grecia e da 616.000 entrati a far parte delle ricostituite Forze Armate italiane.

Desidero sviluppare una breve analisi sulle cifre ora elencate e cercare di illustrare il perché della grande massa di militari nei campi di concentramento, nelle formazioni partigiane (in Italia e all’estero) o nelle unità schierate con gli alleati (in totale più di un milione e mezzo di uomini!). Questa analisi servirà a comprendere la Resistenza non solo nei suoi aspetti politici, ma anche nel suo significato militare. È necessario ricordare il grande impegno espresso dal fascismo per realizzare il controllo delle Forze Armate, ricercando nel contempo una spaccatura al loro interno. Agli inizi degli Anni 30 il fascismo fondò la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN). Le Forze Armate, inclusi i Carabinieri, la Pubblica Sicurezza (come si chiamava allora l’attuale Polizia di Stato) e la Guardia di Finanza garantivano completamente la “Sicurezza Nazionale”. Nonostante ciò, fu disposta la costituzione della Milizia, ordinata come l’Esercito, dalle squadre sino alle Divisioni (anche se le unità e i gradi erano denominati, incuranti del ridicolo, come nell’antica Roma: manipoli, centurie, legioni; così come i gradi erano legionario, seniore, centurione, etc.). La Milizia provocò pericolose spaccature e odiosi contrasti.

I primi gravi problemi tra Esercito e Milizia si ebbero nella guerra d’Africa, nel 1935-1936. Nel 1940 la Milizia comprendeva circa 60.000 uomini e la frattura con le Forze Armate era evidente; a nulla valsero i tentativi di migliorare la situazione, cercando di instaurare artificiosamente la concordia. Anzi, furono proprio questi tentativi, come quello di inquadrare i battaglioni delle “Camicie Nere” all’interno delle Divisioni dell’Esercito, ad accelerare il processo di disgregazione. Valga per tutti l’esempio della Divisione alpina Julia che, mobilitata per la Grecia, si ammutinò, piuttosto che accettare nelle proprie fila i reparti fascisti e condusse uno “sciopero” militare a oltranza (mancata partecipazione al rancio e alle adunate per la libera uscita) finché non furono esaudite le richieste. I “soldati di Mussolini” così erano chiamati gli appartenenti alla Milizia, non erano accettati dal personale dell’Esercito, tanto che si verificarono situazioni di contrasto, specie quando i militari delle Forze Armate non riconoscevano l’autorità degli “Ufficiali col fascio” (la Milizia non portava le stellette sull’uniforme, ma un piccolo fascio littorio sul bavero); tra l’altro le promozioni, nella Milizia, non avvenivano per capacità tecniche, ma per “meriti fascisti”.

Fu inevitabile, pertanto, che subito dopo l’8 settembre, la spaccatura nell’ambito delle Forze Armate, e dell’Esercito in particolare, si manifestasse in tutta la sua evidenza. I “soldati di Mussolini” e pochi loro simpatizzanti si precipitarono nelle formazioni tedesche e al nord, nella Repubblica Sociale, mentre gli altri fecero, come abbiamo visto, una scelta coerente, anche se, in molti casi, estremamente dolorosa. È opportuno indicare, anche se succintamente, la frenetica cadenza delle trasformazioni attuate (in qualche caso imposte dagli alleati) nell’ambito delle ricostituite unità delle Forze Armate italiane. Anche se nei giorni successivi all’8 settembre le formazioni dislocate in Puglia, Lucania e Calabria si erano battute con determinazione contro i tedeschi, gli Alleati non consentirono ai reparti italiani di proseguire la lotta. Le unità furono riordinate, inglobando anche molti elementi che erano giunti dal nord, attraversando le linee, e militari provenienti dai Balcani.

Il 26 settembre fu costituito il 1° Raggruppamento Motorizzato (in pratica una brigata su 4 battaglioni di fanteria e supporti, per un totale di circa 3.000 uomini). Il 13 ottobre 1943 venne formalizzato lo stato di guerra contro la Germania. Il 7 dicembre il 1° Raggruppamento entrò a linea, a Monte Lungo, sul fronte di Cassino. Dopo due tentativi, la posizione fu conquistata. Ci furono 350 caduti (più del 10% della forza) che andarono ad aggiungersi ai circa 10.000 morti a Cefalonia, a Corfù, in Egeo, nella difesa di Roma.

Nel febbraio del 1944 il Raggruppamento, con una forza di circa 5.000 uomini, combatté sugli Appennini e il 18 aprile venne inquadrato nel “Corpo Italiano di Liberazione”. A fine maggio la linea Gustav in corrispondenza di Cassino fu infranta e il “Corpo Italiano di Liberazione”, forte ora di 24.000 uomini, fu inquadrato nell’VIII Armata Britannica, impegnata sul fronte adriatico; questa allocazione fu attuata per evitare che le truppe italiane partecipassero alla liberazione di Roma.

II 24 settembre 1944 gli alleati chiesero al Governo italiano di approntare, per essere impiegate in prima linea, 6 divisioni leggere, denominate “Gruppi di Combattimento”; denominazione che rispondeva a ragioni politiche, per minimizzare il contributo bellico italiano alla causa alleata, in previsione degli accordi di pace. Le uniformi dei Gruppi di Combattimento (Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno) erano inglesi, con simboli e mostrine italiane. I Gruppi di Combattimento furono inizialmente schierati sulla linea Gotica (che, partendo dalle alpi Apuane, a nord di Pisa, raggiungeva l’Adriatico a nord di Ravenna) e, sempre inquadrati nell’VIII Armata inglese, liberarono Bologna, Modena, Mantova e nel settore orientale Ferrara, Venezia e, infine, risalendo la valle dell’Adige, raggiunsero Bolzano.

Furono inoltre costituite 8 divisioni ausiliarie, dedicate alle attività logistiche di rifornimento e trasporto, per un totale di circa 200.000 uomini, che consentì agli alleati di disimpegnare un numero equivalente di combattenti da destinare ad altri scacchieri.

Per fedeltà storica, è opportuno ricordare che fu inoltre costituito,nell’ambito delle Forze Armate italiane, il Corpo Assistenza Femminile, da impiegare presso i posti sosta, le biblioteche, gli uffici informazioni, le Case del soldato, etc. Le appartenenti al Corpo erano donne di età compresa tra i 21 e 50 anni, in uniforme, tutte volontarie e assimilate al grado minimo di sottotenente.

È noto che alla guerra di Liberazione, oltre alle unità militari che operarono a fianco degli anglo-americani, agirono anche donne e uomini che, riuniti in bande alla macchia o comunque in clandestinità, impugnando le armi o in altri modi, intesero offrire il loro contributo per cacciare dal territorio nazionale l’occupante tedesco e abbattere la costituita Repubblica Sociale nel nord Italia. Le Forze Armate italiane, con il sostegno delle Forze Speciali alleate, attuarono un sistema di collegamenti e rifornimenti di armi e materiali alla Resistenza nell’Italia occupata.

Non fu un’operazione semplice; fu necessario conciliare visioni completamente diverse sul fenomeno “Resistenza”. Gli alleati, almeno inizialmente, non nutrivano molta fiducia nei riguardi di una organizzazione che non potevano direttamente né dirigere né controllare. In seguito a delicate trattative si convenne che le formazioni partigiane avrebbero dovuto organizzare esclusivamente azioni di sabotaggio, tramite prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento o missioni di collegamento alleate che sarebbero state inviate presso le formazioni stesse. Il Comando Alleato, inoltre, pretese che le formazioni partigiane escludessero dalla propria pianificazione l’insurrezione generale, di fatto la liberazione, delle città più importanti. Il risvolto politico di questa proibizione era evidente. Il divieto fu disatteso, e le unità tedesche e fasciste furono cacciate da Genova, Torino, Milano e da altre città prima dell’arrivo degli alleati. Furono necessari alcuni mesi perché la collaborazione tra le Forze Speciali alleate, Forze Armate italiane e Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), da cui dipendevano le diverse formazioni partigiane, diventasse più fiduciosa e fattiva. Nonostante il sostegno, le formazioni partigiane operarono in un contesto di decisa repressione.

Quelle donne e quegli uomini che parteciparono attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, avevano in mente l’ideale di una nazione libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani. Quelle donne e quegli uomini operarono con determinazione, affrontando gravissimi rischi, in un Paese distrutto, diviso e occupato da eserciti stranieri, con alle spalle centinaia di migliaia di morti e di invalidi, e con un morale provato da oltre tre anni di guerra. E in aggiunta con l’accusa di essere anche dei traditori. Quelle donne e quegli uomini, invece, erano convinti che l’accusa infamante era profondamente ingiusta: la maggior parte del popolo italiano aveva preso coscienza sia dei tragici errori politici commessi, sia di essere stato ingannato, sia della necessità, proprio perché colpevoli, di porre fine alle immani distruzioni provocate dalla guerra. Il popolo italiano non aveva tradito! Era stato tradito!

La guerra di Liberazione ha segnato l’inizio della rinascita di una Nazione profondamente desiderosa di collocarsi dignitosamente nell’ambito della comunità internazionale. Il prezzo pagato nella guerra di Liberazione è stato molto elevato. Per raggiungere il traguardo della libertà i caduti sono stati, in 17 mesi, 88.337 e i feriti gravi più di 20.000, senza contare le vittime tra la popolazione civile. Questi eroi facevano parte delle unità militari, delle formazioni partigiane, dei prigionieri in mano tedesca, tutti uniti e accomunati in un unico grande sacrificio.

A loro il nostro rispettoso pensiero e la gratitudine per averci consentito di riacquistare la dignità nazionale. In tutti esisteva la viva speranza di non essere più costretti a combattere una “guerra di Liberazione”.

(da una conferenza del generale Franco Angioni)
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8 settembre 1943: il comportamento della Marina militare

20 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

La Marina italiana eseguì l'ordine, per quanto duro fosse, di salpare per Malta con un movimento simultaneo di grande precisione, subendo gravissime perdite priva come era d'ogni protezione antiaerea. Mentre la squadra di Taranto poteva percorrere indenne la breve distanza, quella della Spezia che costituiva la parte più rilevante della flotta rischiava l'annientamento nel corso della lunga rotta.

La Corazzata Roma nel momento in cui viene colpita (immagine tratta dal sito della Marina Militare)

Al largo della Maddalena un attacco aereo tedesco colpiva nella santabarbara la Roma che s'inabissava insieme all'ammiraglio Bergamini e 1500 uomini dell'equipaggio; era colpita inoltre l'Italia che però poteva continuare, benché appruata, la navigazione; nella rotta verso l'Africa il Vivaldi era affondato dalle artiglierie germaniche costiere e il Da Noli saltava su una mina. Ma è veramente giusto attribuire tale splendido comportamento come si è fatto in genere allo spirito dei suoi ufficiali, tradizionalmente e sicuramente «monarchico» e quindi impenetrabile al tradimento e alle infiltrazioni della quinta colonna fascista? Certo, la casta militare della marina ha avuto e ha tuttora carattere più omogeneo di quello dell'esercito, è, per sua natura, dotata di qualità «tecniche» che formarono anche nel periodo fascista il più sicuro argine contro il carattere d'improvvisazione e di faciloneria impresso dal regime alle Forze Armate. Ma considerare il comportamento della marina all'8 settembre solo come una prova di «lealismo» monarchico oppure come la dimostrazione d'una «obbedienza agli ordini» passiva e indiscriminata, significa dare un'interpretazione troppo semplice e unilaterale a uno dei fatti più importanti della nostra storia. Occorre anche tener conto delle «condizioni di vita» degli equipaggi, apparentemente isolati e racchiusi in se stessi - più isolati d'un qualsiasi reparto al fronte - ma, in realtà, inseriti in una valutazione degli avvenimenti di tipo «internazionale », collegati con le potenti radio di bordo alle stazioni straniere più lontane, da Londra a Mosca, comunque alieni da quel gretto provincialismo che costituisce la forza della propaganda fascista. Né bisogna trascurare il fatto che proprio quelle particolari «condizioni di vita» avevano consentito di organizzare a bordo da parte dei marinai - operai specializzati in divisa militare - vere e proprie cellule comuniste, tollerate dai «superiori »; e che, in sostanza, insieme all'«antifascismo» degli ufficiali conviveva e agiva come elemento di pressione dal basso quello, ancor più convinto e pugnace, degli equipaggi.

Nei giorni seguenti alla caduta del fascismo la bandiera rossa fu issata insieme alla bandiera nazionale sulla fortezza del Varignano (La Spezia) e furono i marinai della flotta italiana alla fonda nel porto di Gaeta a salutare, col pugno chiuso e cantando Bandiera rossa, il vaporetto che riportava alla libertà e alla lotta i dirigenti della classe operaia confinati a Ventotene, a manifestare la loro gioia per questa grande vittoria delle forze popolari nel periodo badogliano.

L '8 settembre non giunse dunque inaspettato se già alle prime luci dell'alba successiva i muri degli arsenali di La Spezia e di Taranto apparvero cosparsi di scritte inneggianti alla pace e alla lotta antinazista, le stesse scritte che apparivano nelle stesse ore nelle maggiori fabbriche italiane.

 

da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

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La “lunga Liberazione”

4 Mai 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La violenza della RSI - sotto forma di fucilazioni di partigiani e di rappresaglie contro i civili - perdurò in forma virulenta sino alla fine della guerra, senza alcuna attenuazione.

Il 19 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia lanciò ai fascisti l’invito tassativo di “arrendersi o perire”. Ma fino agli ultimi giorni, quasi le ultime ore, l'azione repressiva dei nazifascisti mantenne intatta la propria drammatica efficacia. Lo scontro fu durissimo e totale sino alla fine delle ostilità "ufficiali". Nella sola fase insurrezionale 4.000 furono le perdite partigiane.

L'addensarsi della rabbia vendicativa, accumulata per mesi, trovò sanguinoso sfogo appena le circostanze lo consentirono.

Alla Liberazione seguì un mese di giustizia sommaria, intensa e senza mediazioni. La memoria lunga dell'oppressione classista e della guerra civile strisciante del 1921-22, quando il rullo compressore dello squadrismo aveva distrutto il tessuto associativo delle leghe rosse, costò cara ai responsabili di soperchierie lontane nel tempo ma vicinissime nella percezione delle vittime e dei loro figli. Si uccise il nemico sconfitto, si vendicarono i caduti e gli eccidi. Si anticipò il corso di una giustizia che ritardava troppo la sua azione.

... “Ragazzi di vent'anni o padri di famiglia pagano adesso con la vita la fedeltà e l'estrema coerenza ad un malinteso ideale di onore e di amor patrio che li ha tragicamente spinti a non vedere ciò che era ormai sotto gli occhi di tutti, pagano l'aver scelto di continuare a stare dalla parte di chi aveva elevato la violenza e l'efferatezza a sistema, di chi volontariamente e oggettivamente si era asservito ai nazisti divenendo corresponsabile del saccheggio del patrimonio nazionale, delle deportazioni, delle stragi, delle rappresaglie, delle torture, delle impiccagioni e delle fucilazioni”.
 


Piccola fascista con il viso imbrattato di vernice e la ‘M’ di Mussolini dipinta sulla fronte viene fatta marciare per la città da partigiani milanesi (da Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea 'Giorgio Agosti' http://www.istoreto.it/mostre/lunga_liberazione_220405/chiaroscuri_fotografie.htm


Dove più forte aveva infierito la repressione nazifascista, più forte colpì la vendetta del postliberazione. Dove più forte e sanguinoso era stato l'impatto dello squadrismo agrario e padronale, lì è dove la "pulizia" venne condotta con la massima energia.


Furono mesi in cui la fiducia in una giustizia pronta ed efficace rimase ancora diffusa, sensazione che si infranse prima sul reale rigore della giustizia ufficiale e poi nell'azione di distruzione a tappeto delle condanne compiuta dalla Cassazione, operazione completata dall'amnistia del 1946.

Apparve presto evidente, con l'emanazione dell'amnistia Togliatti e con la sua applicazione oltremodo estensiva da parte della magistratura (plasmata in buona parte dal regime e persistentemente ancorata a quei valori), che lo Stato applicò agli imputati criteri di straordinaria generosità, considerati beffardi da chi aveva avuto familiari o compagni di lotta uccisi in maniera brutale e che vedeva quei criminali tornare liberi, nel giro di un paio d'anni.

21.500 furono gli imputati comparsi di fronte alle CSA (Corti Straordinarie d’Assise); 525 furono le condanne a morte comminate (2,4%). I reati consumati prima dell’8 settembre 1943 non furono di competenza delle CSA e non conobbero mai giustizia perché amnistiati nel giugno 1946.

Mentre in Francia vi fu un mantenimento, con qualche novità, della sua classe dirigente politica (con l’esclusione delle destre fasciste) e un rinnovamento, in misura sensibile, degli apparati, in Italia vi fu un rinnovo della classe politica senza mutare il personale degli apparati. Un esempio: i giudici della Cassazione. La Cassazione (che annullò il maggior numero possibile di condanne a morte) era composta da uomini che dovevano al fascismo la loro posizione: erano stati zelanti verso le disposizioni del regime.

L’amnistia fu l’eutanasia del processo di defascistizzazione e un fallimento dell’epurazione amministrativa.

Particolarmente severo nei confronti dell’amnistia si dimostrò Sandro Pertini che non mancò di polemizzare anche con Togliatti.

L’amnistia fu carente per “dissidio tra circostanze attenuanti e principio di responsabilità”.

Con l’amnistia buona parte dei vertici della repubblica Sociale Italiana furono liberi, così pure i golpisti del 1922, i sicari di Matteotti e dei fratelli Rosselli, i delatori, le spie, i torturatori di prigionieri (percosse, strappi delle unghie, bruciature non vennero considerate sevizie “particolarmente” efferate), gli stupratori. Un gran numero di componenti della banda Koch di Milano, tra cui assassini di partigiani (con l’esclusione dei componenti volontari dei plotoni di esecuzione), vennero liberati.

I giudici togati al cospetto dell’opinione pubblica condannarono gli imputati, ma sul piano giurisprudenziale lasciarono ampio spazio alla revisione delle sentenze, con la conseguenza di una netta attenuazione delle pene emesse  dalle CSA.

La Cassazione completò l’opera di totale smantellamento dell’apparato primitivo contro fascisti e collaborazionisti applicando in maniera estensiva e indiscriminata l’amnistia.


da una sentenza della Cassazione depositata in copia a Torino:

"Non può […] essere ritenuta la partecipazione dell'imputato all'omicidio di un paracadutista, che gli inglesi avevano calato nel territorio occupato per servizio di informazioni, per averlo lo stesso denunciato e consegnato ai tedeschi che lo fucilarono, giacché, a prescindere che malgrado il rigore dei metodi di guerra dei tedeschi la decisione sulla fucilazione restava sempre ad essi devoluta, mancava la prova nell'imputato della volontà di uccidere, non potendo la previsione della fine certa del denunciato indurre senz'altro l'intenzione di uccidere. Non sussiste la causa ostativa dei fatti di omicidio nei confronti di chi -comandante dell'UPI- abbia arrestato due coniugi e diverse altre persone di razza ebraica, poi deportate a Dachau e Mauthausen, dove perirono, giacché nella fattispecie non solo manca il rapporto di causalità psichica, ma anche di causalità materiale fra l'arresto, la deportazione e l'evento morte. Né sussiste la causa ostativa dei fatti d'omicidio a carico di chi, maresciallo della G.N.R., abbia compiuto numerosi arresti di cittadini e patrioti, successivamente uccisi dai tedeschi o deceduti a Fossoli [ ... ] poiché mancano gli estremi della responsabilità per la partecipazione agli omicidi. Non costituiscono sevizie particolarmente efferate le percosse con nerbate, inflitte a diversi arrestati durante gli interrogatori per farli parlare, fatte seguire da immersioni in vasche piene d'acqua durante l'inverno, giacché tali violenze non arrivano a concretare il grado sommo ed abnorme di atrocità nelle sofferenze richiesto per rappresentare quelle sevizie particolarmente efferate ostative dell'amnistia. Né l'assistenza dell'imputato all'impiccagione di un arrestato può costituire di per sé, senza il concorso di elementi specifici di partecipazione, prova di concorso nell'omicidio o nemmeno, per difetto di circostanze idonee ad integrarle, le sevizie particolarmente efferate. Difetta di motivazione la sentenza che ha qualificato sevizie particolarmente efferate le nerbate sulle mani, protratte sino a provocare la perdita dei sensi della vittima, ed il ricorso a punture per farla rinvenire e continuare il martirio, giacché da un lato ha omesso di valutare criticamente le modalità ed intensità delle sevizie stesse e dall'altro di indagare quali siano stati i mezzi impiegati per farle ricuperare i sensi, ben diverse, a seconda del mezzo adoperato, potendo essere le conclusioni circa la gravità delle sofferenze provocate”.

 
“Si salvano in tanti

Sono in troppi a salvarsi in quei giorni e sono in troppi a prodigarsi per il salvataggio dei criminali più in vista. Ci sono gli angloamericani e la curia milanese, quell'Ildefonso Schuster che, per glorificare il duce aveva scomodato anche Gesù quando, all'interno del duomo, aveva fatto scrivere in caratteri dorati: «Gesù, re dei popoli - dona anni lunghi e vittoriosi - a Benito Mussolini, splendore dell'epoca sua» .

Tra coloro che avranno salva la vita c’è “il maresciallo Graziani, il «leone di Neghelli», l'uomo che, fra le tante ignominie, ha firmato il bando di fucilazione per i renitenti alla leva repubblichina. ...

Il 26 febbraio 1948 la Corte d'assise speciale di Roma, dopo settantanove udienze, si dichiarerà incompetente a giudicare Graziani e ordinerà la trasmissione degli atti alla Procura militare. Condannato il 2 maggio 1950 a diciannove anni di reclusione, beneficerà subito di una riduzione della pena a quattro anni e cinque mesi per effetto del condono e, scontatigli anche gli ultimi quindici mesi che gli restano da fare, il maresciallo torna in libertà, ma non proprio a vita privata: una fotografia del 1953 lo ritrae ad un comizio elettorale ad Arcinazzo, in un bel abbraccio con l'allora giovane sottosegretario democristiano Giulio Andreotti”.


L’amnistia arrivò troppo presto in Italia, solamente dopo quattordici mesi dalla fine della guerra, a differenza della Francia (*) dove l’amnistia vi fu solo nell’agosto del 1953, cioè nove anni dopo la fine dell’occupazione tedesca.

 

Bibliografia:

-  Mirco Dondi – La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano – Editori Riuniti, 2008

- Massimo Storchi – Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-1946) – Aliberti Editore, 2008

- Luigi Borgomaneri - Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945 - Franco Angeli, 1995

- Vittorio Roncacci  - “La calma apparente del lago” Macchione Editore, 2004

 


 

(*) Le cifre dell’epurazione in Francia:


9.000 esecuzioni extragiudiziarie

1.500 esecuzioni giudiziarie

310.000 le cause istruite

125.000 processi

45.000 pene di prigione

      50.000 sottoposti a “dégradations nationales”
      25.000 funzionari sottoposti a sanzioni


La “lunga Liberazione” a Lissone


Anche nella nostra città la giustizia sommaria ebbe, nei giorni seguenti il 25 aprile, il suo tragico corso:

Ennio Arzani,

impiegato, di anni 29, fucilato alla schiena alle ore 6,30 del 30 aprile 1945 presso il Parco delle Rimembranze

Luciano Mori,

geometra, di anni 45, fucilato alla schiena alle ore 6,30 del 30 aprile 1945 presso il Parco delle Rimembranze

Giuseppe Tempini,

maresciallo dei Carabinieri in pensione, di anni 55, morto per ferite multiple di arma da fuoco al torace e al cranio, presso la sua abitazione di Via Assunta 3, alle ore 18,30 del 3 maggio 1945

Guglielmo Mapelli,

meccanico, di anni 37, morto per ferite multiple di arma da fuoco al cranio, alle ore 22,30 del 17 maggio 1945 presso il cimitero di Lissone

Fausto Gislon,

falegname; di anni 41, morto per ferite multiple di arma da fuoco al cranio, alle ore 5 del 18 maggio 1945 presso il cimitero di Lissone

 

(fonte Archivi comunali)

 


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“Combattere fino alla liberazione della nostra Patria”

30 Avril 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Val d'Ossola, Natale 1943: lettera del comandante partigiano F.M.Beltrami al comando tedesco

 

Egregio Colonnello,

in luogo di telefonarle, preferisco inviarle questa lettera; i miei superiori non acconsentono al colloquio richiesto e proposto. Non mi rimane che esprimerle per iscritto il mio pensiero.

Lei mi ha chiesto ieri per telefono quali siano le mie intenzioni. Eccole: combattere fino alla liberazione della nostra Patria, liberazione dagli occupanti stranieri, di qualunque nazionalità siano, liberazione dall'infame cricca fascista, colpevole di vent'anni di malgoverno, colpevole di aver portato il paese in una guerra colossale senza la necessaria preparazione, colpevole delle miserevoli figure imposte al nostro esercito per il proditorio attacco alla Francia, quando credette di poter sfruttare un vostro innegabile successo, e alla Grecia; ed ora infine colpevole di banchettare sulle ultime risorse del popolo martoriato, chiedendo protezione alle baionette tedesche e al sangue tedesco per le malefatte. Perché queste tristi figure di fascisti non vengono all'attacco delle nostre posizioni?

Perché sono dei vigliacchi, perché preferiscono esporre la nostra vita in luogo della loro miserevole esistenza; pronti a tradirvi nel caso che le sorti della guerra riuscissero a voi definitivamente sfavorevoli.

Essi parlano di onore nazionale, ma il loro esercito, la loro milizia sono formati per la maggior parte da elementi usciti dalle carceri, a cui il condono della meritata pena valse gradi di ufficiale.

Di fronte a questa gente, signor Colonnello, l'esercito dei patrioti, anche se piccolo di numero, non piega, non può piegare. Noi combattiamo per l'onore della nostra bandiera che non deve essere portata da mani vigliacche e sudice. Queste cose le dico a lei, per quanto mi pesi dirle a uno straniero.

In quanto lo scadere dell'ultimatum, le dirò, signor Colonnello, che noi non deponiamo le armi, unica garanzia della nostra libertà. Ma, per non coinvolgere le popolazioni borghesi in una lotta senza quartiere, ho deciso di lasciare gli eventuali accantonamenti; ci sparpagliamo nel paese, apparentemente scompariamo, perché i tempi non sono ancora maturi per una lotta aperta, per quanto sarebbe la più gradita al cuore di un soldato.

I miei compagni non hanno bisogno di comodi alloggiamenti; il periodo d'istruzione concesso ha garantito la necessaria mobilità per continuare la lotta ovunque si presenti.

Avrei voluto aver l'onore di conoscerla personalmente, così, invece, non mi resta che salutarla per iscritto.

F.to: Capitano F.M. Beltrami 

Val d'Ossola, Natale del 1943, spedita la lettera, il capitano Beltrami, si trasferì con il suo gruppo di partigiani in valle Strona, unendosi ad altri gruppi partigiani e continuando così la lotta di liberazione. Il 13 febbraio 1944, furono attaccati da reparti tedeschi delle SS, un corpo di truppe tedesche da montagna, insieme a loro le Brigate Nere e Guardie di Finanza. Per permettere ai suoi uomini di ritirarsi, il Capitano Beltrami, insieme a Antonio Di Dio, Gianni Citterio, il sedicenne Gaspare Pajetta e una decina di altri partigiani, si sacrificarono morendo sotto il fuoco nemico.

Gianni Citterio era un nostro concittadino, fra i fondatori del movimento antifascista monzese. 

P.S.: la lettera del capitano Beltrami è tratta dal libro di memorie scritto da sua moglie. 

Il capitano

Beltrami Gadola, Giuliana

Sapere 2000 Ediz. Multimediali, pag. 109, € 9,90

Collana L'Italia libera

A Monza al LIBRACCIO

on line  www.libraccio.it

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Gli scioperi del marzo 1944

13 Mars 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Lo sciopero generale attuato nel Nord Italia dall'1 all'8 marzo 1944 costituì  l'atto conclusivo di una serie di agitazioni cominciate, in forme e modalità diverse, già nel settembre 1943, all'indomani della costituzione della Repubblica Sociale Italiana e dell'occupazione tedesca, e sviluppatesi soprattutto nei mesi di novembre e dicembre. Lo sciopero del marzo 1944 presentò tuttavia una sostanziale novità. Esso fu infatti caratterizzato da una precisa matrice di natura politica, mentre le precedenti agitazioni, seppur non prive di risvolti politici, erano state attuate sostanzialmente in un'ottica di tipo economico-rivendicativo e avevano avuto come scopo primario il miglioramento sia delle condizioni salariali, attraverso la richiesta di aumenti, sia della situazione alimentare.

Con lo sciopero generale del marzo 1944 invece «le lotte operaie assunsero un carattere differente» perché si configurarono come una precisa forma di lotta politica antifascista e antitedesca. Deciso su iniziativa dei comunisti e approvato, dopo qualche esitazione dei socialisti, anche dagli altri partiti che facevano parte del Comitato Nazionale di Liberazione, lo sciopero iniziò il 1° marzo nelle fabbriche del "triangolo industriale", si diffuse rapidamente e per più di una settimana, fino a quando non venne represso dai tedeschi e dalla polizia di Salò attraverso una massiccia azione di rappresaglia e di deportazione dei lavoratori, bloccò gran parte delle attività produttive del Nord Italia.

Secondo fonti repubblichine allo sciopero parteciparono complessivamente 208.549 operai. A Milano gli scioperanti erano stati 119.000 nell'arco di cinque giorni e a Torino 32.600 per tre giorni. Addirittura maggiore risultava per i tedeschi il numero di coloro che si erano astenuti dal lavoro. Poiché Hitler aveva ordinato di deportare in Germania il 20% degli scioperanti, l'ambasciatore tedesco presso la Repubblica Sociale, Rudolph Rahn, calcolò che tale percentuale corrispondeva a 70.000 persone. Ciò significava valutare gli astenuti dal lavoro in 350.000, cifra veramente imponente. Proprio il consistente numero di coloro che avrebbero dovuto essere deportati, che avrebbe potuto rivelarsi controproducente sul piano politico e avere conseguenze di rilievo sullo sviluppo della Resistenza, indusse poi i tedeschi a ridurre le deportazioni. Anche se «la cifra esatta» dei deportati «non si è potuta avere», non è tuttavia «improbabile che ammontasse a 1200». Occorre inoltre sottolineare che i lavoratori tennero, nella maggior parte dei casi, un atteggiamento fermo di fronte ai tentativi dei dirigenti politici e sindacali repubblichini di indurli a riprendere il lavoro, cedendo alla fine solo per la repressione tedesca.

Preso in considerazione nell'ottica della «dimostrazione politica», lo sciopero generale ebbe «una grandissima importanza»:

Fu la più grande protesta di massa con la quale dovette confrontarsi la potenza occupante: attuata dimostrativamente senza aiuti dall'esterno, senza armi ma con grande energia e sacrifici. E non fu soltanto (assieme a quello dell'anno precedente) il più importante sciopero in Italia dopo vent'anni di dominio fascista, fu anche il più grande sciopero generale compiuto nell'Europa occupata dai nazionalsocialisti.

A ciò si deve aggiungere che «nella sottovalutazione del peso politico dello sciopero generale» non si è tenuto conto «a sufficienza del fatto che esso si svolgeva in un paese sottoposto alle leggi di guerra e dell'occupazione: più di 200.000 operai contemporaneamente in sciopero, dopo un inverno in cui le fabbriche erano state in continua agitazione, tranne che nel mese di febbraio, era un fatto di eccezionale rilievo e significato».Lo sciopero ebbe risvolti importanti anche nel favorire lo sviluppo della Resistenza perché, «dopo questa prima prova di forza condotta con armi diseguali», fece capire che «ormai il tempo degli scioperi era passato». La «scena dello scontro» quindi «si trasferì sui monti» e apparve chiaro che «soltanto la lotta armata delle bande partigiane contro gli occupanti avrebbe potuto avere successo». Non va inoltre dimenticato che le agitazioni diedero il colpo mortale alle speranze dei fascisti di Salò di "agganciare", attraverso la "socializzazione", i lavoratori.

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La Resistenza non ha colore

2 Octobre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Ufficiale medico sudafricano? Partigiano «negro-americano»? Yankee di origine africana? Tutti indizi veri, ma imprecisi: non era facile decifrare l’enigma del cadavere di un civile dalla pelle scura rinvenuto tra le vittime della strage nazista in Val di Fiemme, avvenuta a ostilità concluse il 2 maggio 1945. Chi era quel giovane «mulatto» sul cui corpo esanime vennero rinvenute le insegne dei prigionieri del campo di concentramento di Bolzano, come attestò Giuseppe Morandini, inviato sul luogo del massacro dal Comitato di Liberazione Nazionale?

Merita più di un racconto la vicenda di Giorgio Marincola, partigiano di colore della Resistenza: ne dà conto la densa biografia Razza partigiana (Iacobelli, pp. 174, euro 14,90), volume in cui due giovani storici – Carlo Costa e Lorenzo Teodonio – ricostruiscono tramite documenti d’archivio, riferimenti storiografici e testimonianze dirette la parabola di vita dell’unico partigiano «nero» d’Italia. Figlio di un italiano residente in Somalia, maresciallo di fanteria di stanza a Mahaddei Uen, 50 chilometri a nord di Mogadiscio, Giorgio nasce nel 1923 e ben presto dice addio all’Africa: a differenza di tanti altri commilitoni, infatti, il padre Giuseppe riconosce il pargolo avuto da una donna locale e porta con sé Giorgio e la sorella Isabella in patria nel 1926. Qui l’uomo si sposa con una sarda e i Marincola si stabiliscono a Roma, ma il piccolo Giorgio va dai nonni paterni a Pizzo Calabro dove riceve il soprannome di «Yo-yo». Rientrato a Roma per gli studi, frequenta il liceo Umberto I: qui subisce l’influsso di Pilo Albertelli, docente di filosofia, antifascista, che indirizza il giovane italo-somalo sulla via del dissenso al regime. Valore quanto mai sentito dal mulatto Marincola: le leggi razziali del 1938 impedivano i rapporti tra italiani e «sudditi dell’Africa orientale italiana», ovvero i somali, mentre una nuova norma del 1940 impediva il riconoscimento dei meticci da parte del genitore italiano, sbarrando la strada per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Albertelli, membro del Partito d’Azione, ispirò Marincola con abbondanti dosi di antifascismo liberale: leggeva Benedetto Croce, il giovane mulatto, e appuntava stringenti riflessioni sulla libertà politica: «La concezione liberale presuppone dei valori morali a base delle libertà politiche da essa richieste, quali la libertà di pensiero e di stampa, di discussione e di associazione. E quali valori morali che possano veramente far sviluppare e rendere degna della loro funzione le libertà sopracitate, noi crediamo essenziali l’onestà, la lealtà, il rispetto verso le istituzioni e le leggi dello Stato e verso il prossimo».

Proprio dall’educazione ricevuta sui banchi Marincola decise di entrare nelle file della Resistenza dopo l’ 8 settembre: si arruolò in una squadra di «Giustizia e Libertà» e partì per il Viterbese nel febbraio 1944 coi libri di medicina sottomano perché nel frattempo si era iscritto alla facoltà di Medicina: «Voleva ritornare in Somalia e lo studio gli serviva per apportare aiuto alle popolazioni di laggiù» , ricorda un compagno. Dopo la partecipazione all’azione partigiana nelle campagne laziali, Marincola venne ingaggiato dagli inglesi: con il nome di battaglia di Mercurio fu assoldato per la missione Bamon e paracadutato nelle campagne di Biella quale agente di collegamento con le truppe anglo-americane dirette a Nord. Il suo impegno fu così convincente che il capitano di Sua Maestà Jim Bell lo lodò così: «Era l’unico della Bamon che desiderava realmente fare qualcosa e non sprecare il suo tempo e denaro a divertirsi». Ferito in un assalto ad un reparto nazista, Marincola viene arrestato nel gennaio 1945 con il nome di Renato Mariano, quindi picchiato dai fascisti perché inneggiò alla Resistenza anche da prigioniero, durante una trasmissione di propaganda fascista cui fu costretto. Mandato a Torino e quindi a Bolzano, venne rinchiuso nel locale campo di concentramento che fungeva da smistamento verso la Germania. Il 30 aprile 1945 viene liberato ma si dirige verso la Val di Fiemme dove, arruolandosi ancora tra i partigiani, incappa nella furia nazista di Stramentizzo: il 4 maggio 1945 Giorgio il mulatto cade colpito alle spalle dai tedeschi in ritirata.

di Lorenzo Fazzini da Avvenire

 

 

nella foto Marincola (a destra) con un compagno d’armi

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