Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

resistenza italiana

Omaggio a Firenze e al suo popolo

23 Août 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza italiana

immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944

immagini di Firenze nell'agosto del 1944

Articolo di Piero Calamandrei pubblicato sul «Corriere di Informazione» di Milano del 12 agosto 1945

LA BATTAGLIA IN CITTÀ

Forse l'Italia del Nord non ha saputo interamente che cosa avvenne a Firenze un anno fa: una battaglia.

Per esser esatti, di battaglie a Firenze ve ne furono due, una dentro l'altra; una strategica, per Firenze, che fu combattuta a distanza, tra le artiglierie alleate schierate a semicerchio sui colli a sud dell'Arno contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline di Fiesole; l'altra tattica, dentro Firenze, che fu combattuta ad armi corte per le vie e per le piazze della città, tra i nazifascisti e il popolo insorto.

Il piano degli alleati, che fecero quanto era in loro per rispettare la città ed evitarle di diventare un terreno di scontro, era preordinato, a quanto si poté giudicare dal suo svolgimento, a liberarla per manovra: gli eserciti liberatori dovevano sostare a sud della città senza entrarvi, e il passaggio in forza dell'Arno doveva avvenire a monte e a valle di essa, in modo che i tedeschi fossero costretti a ritirarsi verso i monti, senza poter combattere in pianura. Ma i tedeschi e i fascisti avevano un altro piano:trasformare la città. colle sue torri ed i suoi marmi in campo trincerato; barricarsi nelle rovine dei suoi palazzi; attirar l'uragano delle granate sulla parte più preziosa dei suoi monumenti, per lasciarli ridurrre in macerie e rigettar poi sugli alleati l'onta di questo misfatto.

Ad attuare questo programma, la cui preparazione fu tenuta celata fino all'ultimo sotto la truffa della «città aperta», i tedeschi trovarono zelante complicità nella «vecchia guardia» del fascismo repubblicano locale, rincuorato dalla presenza di un degno capo, sceso in persona dal Nord a dare le ultime disposizioni: parlo di Alessandro Pavolini, che la storia ricorderà soltanto per il freddo impegno con cui, in quel luglio del 1944, seppe premeditare l'assassinio della città dove era nato, e predisporre la distruzione di quei ponti di cui egli, dalle finestre del suntuoso albergo ove s'era insediato col suo stato maggiore, poteva, da raffinato conoscitore d'arte qual si vantava di essere, apprezzare la incomparabile leggiadria. Costui, nel suo operoso soggiorno a Firenze, rubò cinque milioni alla Prefettura per distribuirli tra le bande dei suoi manigoldi coll'ordine di rimanere in città come «franchi tiratori» e fare strage alla spicciolata, dai tetti e dalle finestre, di donne e di bambini. E poi, tutto avendo disposto per il meglio, se ne tornò al Nord, dove il governo della repubblica aveva bisogno di lui.

Il 30 luglio il comando tedesco ordinò l'immediato sgombero di due larghe strisce cittadine ai lati dell'Arno: centocinquantamila persone si trovarono da un'ora all'altra senza tetto, sapendo che le loro case e i loro negozi erano abbandonati al saccheggio. Nella notte tra il 3 e il 4 i ponti minati saltarono: per amabilità di Hitler fu risparmiato il Ponte Vecchio, ma, per bloccarne il passaggio di qua e di là, furono fatti saltare in sua vece i due rioni che vi davano accesso, Por Santa Maria, via dei Bardi, Borgo Sant'Jacopo, via Guicciardini e le più antiche e care torri della Firenze di Dante. Così, segnata da questa linea di incendi e di esplosioni, cominciò il 4 di agosto, entro l'anello dei cannoni che si rispondevano dai colli, la battaglia ravvicinata della città.

Per una settimana, le slabbrate spallette dell'Arno segnarono la prima linea: alle mitragliatrici e ai mortai tedeschi, appostati sulla riva destra, pattuglie di cittadini dalla sinistra rispondevano a fucilate. Ma da spalletta a spalletta passavano, in difetto dei ponti crollati, misteriose vie di collegamento: come fantasmi di fango le staffette sbucavano dalle fogne, e attraverso le macerie minate che ostruivano il Ponte Vecchio un segreto filo telefonico, riallacciato sotto le granate, permetteva al Comitato di Liberazione di mantenere l'unità del governo. Così parve segnata la sorte di Firenze, tagliata in due dalla battaglia; mentre a sud dell'Arno i partigiani spergevano di casa in casa i «tiratori» fascisti, e migliaia di senzatetto, ricchi e poveri tutti uguali, bivaccavano fraternamente nei saloni dorati di Palazzo Pitti, e la delegazione d'Oltrarno del Comitato di Liberazione già era in contatto coi primi reparti alleati entrati da Porta Romana, la parte a nord dell'Arno, la più popolosa e la più cospicua, era ancora in balia dei tedeschi; e pareva che tentar di espugnarla in forze volesse dire distruggerla. Furono queste, dal 4 all'11 agosto; le terribili giornate in cui i cuori di tutto il mondo tremarono all'idea che di Firenze non dovesse più rimanere che il disperato ricordo.

Ma qui avvenne il miracolo. Alle 6,15 dell'1 agosto, nell'ansioso silenzio mattutino, i fiorentini già liberi d'Oltramo udirono all'improvviso, al di là del fiume, il martellar delle campane che chiamavano all'armi la parte non ancora liberata: e il filo clandestino annunciò laconicamente che il Comando cittadino, per finir di liberare la città, aveva ordinato l'insurrezione.

Si vide allora, al richiamo della vecchia Martinella, il popolo fiorentino, coi ponti rotti alle spalle, far fronte al nemico. Contro le mitragliatrici piazzate dietro gli alberi dei viali, contro i carri «Tigre» in agguato alle barriere, si spiegò come per magia un esiguo velo di giovinetti febbricitanti e di vecchi canuti, armati soltanto della loro furia. Da un'ora all'altra, quel velo diventò una linea, si organizzò, si consolidò; prese sotto la sua protezione il centro della città; non si limitò alla resistenza, ma osò l'avanzata: e ogni giorno entravano dentro quel cerchio nuove vie e nuove piazze liberate.

Così per quasi un mese, per tutto agosto, il fronte di combattimento si confuse coi nomi favolosi dei giardini e delle passeggiate della nostra infanzia: le Cascine, il Parterre, il Campo di Marte. La pacifica topografia cittadina entrava stranamente nei bollettini di guerra: «piazza san Marco sorpassata»; «via santa Caterina raggiunta»; «contrattacco in piazza Donatello». Ragazzi ed anziani erano attratti da quella linea affascinante. Oggi i genitori e le vedove lo raccontano colle lagrime agli occhi: «Non si reggeva più: volle scendere nella strada disarmato. Disse: 'Bisogna che vada anch'io sul Mugnone a ammazzare un tedesco'. E non tornò». Uscivano ansiosi e inebriati, come se fossero attesi a un appuntamento d'amore: con un vecchio fucile da caccia o con una pistola arrugginita, a battersi contro i mortai e contro i carri armati; e non tornarono. Anche le giovinette uscivano, portando ordini di guerra sotto i loro camici di crocerossine: Anna Maria Enriques, Tina Lorenzoni; e non tornarono. E quel sangue sul marciapiede segnava l'estremo punto al quale era stato portato per quel giorno il confine tra la libertà e la vergogna.

Ma dietro quella linea, nella città liberata, ferveva il lavoro. Ogni tanto una donna scarmigliata, nel traversare correndo la via con un fiasco d'acqua, cadeva, fulminata, sul selciato: allora c'era la battuta sui tetti per scovare la belva dietro il comignolo; e poi, sulla piazza, la giustizia sommaria contro il muro. Non c'erano più lettighe né bare: i morti si seppellivano alla rinfusa, nelle grandi fosse del giardino dei Semplici, tra le aiuole in fiore. E intanto le magistrature popolari già sedevano ai loro posti nei palazzi dei padri; e quando un colpo arrivava a scheggiare quelle antiche pietre, guardavano un istante dalle grandi finestre: «Niente di nuovo: cupole e torri sono sempre in piedi». E la seduta continuava.

Questa fu la battaglia di Firenze, durata tre settimane: dal 4 all'11 agosto attraverso le spallette dell' Arno, dall'11 agosto alla fìne del mese sulla linea di avanzata nei quartieri e nei sobborghi a nord della città. Il bilancio si riassume in pochi dati: un grande squarcio nel cuore della città, una immensa cicatrice che sfigurerà nei secoli il suo volto: centoquaranta partigiani morti in combattimento nelle sue strade e molte centinaia di essi feriti: e quasi ottocento cittadini inermi, in gran parte donne e fanciulli, caduti sotto le granate tedesche o sotto il tiro a segno degli assassini. Ma alla fine di agosto questa città, che nel piano nemico avrebbe dovuto diventare la desolata terra di nessuno, era tornata per intero la terra gelosamente diletta dei fiorentini, sfregiata e sanguinante, ma riscattata per sacrificio di popolo: i tedeschi erano in ritirata verso gli Appennini, e i tiratori erano stati snidati e giustiziati ad uno ad uno, nella armoniosa serenità di queste piazze, come cani arrabbiati.

Questa fu la battaglia di Firenze che segnò una tappa decisiva, e forse un esempio unico, nella nostra guerra di liberazione e nel nostro ritorno alla coscienza civile europea: una battaglia a corpo a corpo durata quasi un mese per le vie di una città, combattuta dal popolo insorto e comandata da un governo insurrezionale di magistrature cittadine, che gli alleati, quando giunsero, lasciarono con rispetto ai posti di comando saggiamente tenuti. Qui la guerra non fu il passaggio di una ventata, qui i tedeschi non erano ancora in disfacimento: e i partigiani dovettero ricacciarli combattendo ferocemente ad armi impari per disinfettare la città, metro per metro, da quella pestilenza che vi si era annidata da vent'anni.

Libertà non donata, ma riconquistata a duro prezzo di rovine, di torture, di sangue. Credo che il grande amore per questa mia città rinnovata dal dolore non mi faccia velo, quando penso che la data dell'11 agosto appartiene non alla storia di Firenze, ma a quella d'Italia.

Bibliografia:

Piero Calamandrei – “Uomini e città della Resistenza” – Ed. Laterza Bari 1955

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VERSO IL 25 APRILE

5 Avril 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza italiana

VERSO IL 25 APRILE

In questi tempi drammatici di questa tremenda pandemia di Coronavirus, il nostro pensiero va a tutte le persone stroncate dall'infezione e al dolore dei loro parenti, ai medici e alle lavoratrici e lavoratori della sanità, a quelle e quelli che lavorano e operano nelle attività necessarie, agli anziani e ai bambini, ai poveri e ai senza dimora, ai migranti, alle persone fragili e bisognose, a noi stessi in clausura domestica.

Dobbiamo resistere mantenendo e possibilmente rafforzando il nostro spirito critico, la nostra volontà di lottare per un mondo diverso e migliore.

Il 25 Aprile è la Festa della Liberazione dal nazifascismo e della fine della seconda guerra mondiale che fece oltre 50 milioni di morti.

Una festa che quest'anno ci vedrà fisicamente lontani, ma umanamente e idealmente vicinissimi, ieri come oggi, agli ideali di libertà e democrazia che nel 25 aprile di 75 anni fa tanti uomini e donne di ogni età, condizione e orientamento politico proclamarono, al termine della lunga battaglia contro il nazifascismo.

Con lo spirito dei partigiani, oggi e nella "tempesta" della pandemia, dobbiamo finalmente pensare, riflettere e intervenire per cambiare il nostro modo di produrre e consumare e il nostro stile di vita in conflitto devastante con la natura e l'ambiente.

Un 25 aprile come mai ci saremmo lontanamente aspettati.

Il nostro confinamento ci impedisce di scendere in piazza. Restiamo a casa perché la salute viene prima di tutto e vogliamo dare il nostro contributo affinché il Coronavirus sia sconfitto presto.  Tuttavia propongo che il 25 aprile alle ore 15, l’ora in cui ogni anno parte a Milano il grande corteo nazionale, venga esposto alle finestre e ai balconi il tricolore e sia intonata Bella Ciao. Così facendo, intendiamo rinnovare l'impegno a difendere e promuovere la memoria e la forza di quegli ideali che hanno unito gli italiani 75 anni fa ed ai quali oggi ci rifacciamo in un tempo così travagliato e drammatico per il nostro Paese, convinti che tutti insieme ce la faremo e costruiremo un futuro migliore.

                                                                              Renato Pellizzoni

VERSO IL 25 APRILE

25 aprile 2020

75mo Anniversario della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo

La nostra proposta: il 25 aprile facciamo sentire, in musica, dai balconi, dalle finestre, la forza della Liberazione, della Costituzione, dell'unità. In particolare, per questo tempo.

La nostra proposta: il 25 aprile facciamo sentire, in musica, dai balconi, dalle finestre, la forza della Liberazione, della Costituzione, dell'unità. In particolare, per questo tempo.

VERSO IL 25 APRILE
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945

Giornali di Aprile 1945

alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
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alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
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alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione

alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione

di seguito: ASCOLTA GLI ANNUNCI di RADIO MILANO LIBERATA

nei giorni di aprile 1945

annuncio di Pertini da Radio Milano liberata

VERSO IL 25 APRILE

 

OGGI VOGLIAMO RICORDARE

Lissonesi fucilati dai nazifascisti

VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE

 

Lissonesi morti nei lager nazisti

VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
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Le loro vite

VERSO IL 25 APRILE
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VERSO IL 25 APRILE
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VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
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vie di Lissone a loro dedicate
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vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate

vie di Lissone a loro dedicate

il nuovo monumento  -  la lapide sulla torre di Palazzo Terragni  -  le pietre d'inciampo
il nuovo monumento  -  la lapide sulla torre di Palazzo Terragni  -  le pietre d'inciampo
il nuovo monumento  -  la lapide sulla torre di Palazzo Terragni  -  le pietre d'inciampo

il nuovo monumento - la lapide sulla torre di Palazzo Terragni - le pietre d'inciampo

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Da una lettera scritta da un fucilato anonimo alla sua famiglia, 1942

«Ultimo giorno della mia vita, ore 9 del mattino. Sono calmo e pieno di coraggio. Guardo la morte in faccia, perché non ho niente da rimproverarmi della mia vita passata: sono sempre stato un lavoratore. Non bisogna credere che io sia contento di lasciarvi, no, ma il destino ha voluto che io non vivessi fino ai miei 25 anni. È bel tempo oggi e io pensavo di morire in una bella giornata. Ricopiate la mia lettera, perché nel giro di qualche giorno, la matita sarà cancellata e voi non avrete alcun ricordo di me».

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"L’ALTRA RESISTENZA" o "L’ALTRA FACCIA DELLA RESISTENZA"

La storia degli Italienische Militär-Internierte (IMI), gli oltre 600.000 militari deportati nei lager nazisti che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 rifiutarono di continuare a combattere con la Germania nazista e di aderire alla Repubblica sociale preferendo la dura vita di prigionia, è una pagina assai rilevante della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale e della Resistenza. Dal «no» degli IMI, protrattosi per lunghi 20 mesi, dal settembre 1943 alla liberazione, deriva un significativo contributo al riscatto italiano dal fascismo e dalla guerra d’aggressione, insieme a quello dato dal movimento partigiano e dal Corpo italiano di Liberazione (CIL) che combatté al fianco degli Alleati.

Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania

Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania

Gli internati ebbero notizia della Resistenza in Italia e questo tonificò la loro lotta, dando ad essa il carattere di un combattimento comune, per gli stessi ideali e con la stessa tenacia. Notizie dai lager giunsero alla Resistenza italiana, che riconobbe nella decisione degli internati, lo stesso animo e il medesimo ardore combattivo. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia espresse il 27 marzo 1944 la sua solidarietà e la sua ammirazione agli internati che "in una suprema affermazione di dignità e di fierezza hanno voluto negare ogni collaborazione e prestazione al nemico"; “solidarietà e ammirazione", prosegue l'ordine del giorno "che è la solidarietà e l'ammirazione dei liberi e degli onesti di tutto il mondo".

"L'altra faccia della Resistenza", come l'ha chiamata Giorgio Bocca, "la meno nota, non la meno importante” ebbe rilievo anche nel determinare la scelta dello schieramento per migliaia di italiani, padri, madri, spose, figli, parenti di internati nei lager, e anche per coloro che avevano visto passare nelle stazioni italiane i carri piombati, che li trasportavano in Germania, e avevano assistito alla brutalità delle sentinelle tedesche.

L'internamento è, dunque, parte integrante della Resistenza e si può capire soltanto inquadrandolo in quella che è la generale ribellione degli italiani ai fascisti e ai nazisti.

Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia

Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia

Canto degli internati

Oltre il reticolato / la vita è bella

qua dentro c'è la morte / di sentinella.

Sotto una coltre bianca / sta un internato

ormai non ha più freddo / se ha nevicato.

Per la seconda volta / m'han prelevato

lo schiavo dei Tedeschi / san diventato.

Stanotte per la fame / non so dormire

vorrei chiudere gli occhi / e poi morire.

Ma non posso morire / così per via

devo portar quest'ossa / a mamma mia.

Canzone degli internati, sull' aria di Sul ponte di Perati.

 

Quand'ero in prigionia / qualcuno m'ha rubato

mia moglie e il mio passato / la mia migliore età.

Domani mi alzerò / e chiuderò la porta

sulla stagione morta / e mi incamminerò.

Boris Vian, 1956 (trad. di Ivano Fossati, 1992)

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MEMBRI DEL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE di LISSONE

Agostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) LissoneseAgostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) LissoneseAgostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) Lissonese
Agostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) LissoneseAgostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) Lissonese

Agostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) Lissonese

LA NASCITA DEL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE (CLN) LISSONESE

verbale di costituzione del CLN lissonese

verbale di costituzione del CLN lissonese

verbale del 15 maggio 1944: data di costituzione del CLN lissonese

Trascrizione del documento:

15 maggio 1944

Si sono riuniti in data odierna in Lissone i rappresentanti locali dei partiti D.C., C. e S.U.P. (n.d.r. Democrazia Cristiana, Partito Comunista e Partito Socialista di Unità Proletaria) che hanno di comune accordo approvato il seguente:

ORDINE del GIORNO

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Lissone si considera organo periferico del C. di L.N. dell’Alta Italia: deve quindi dare incremento a tutte quelle attività politiche e militari atte a contribuire efficacemente alla lotta ingaggiata da tutto il popolo italiano per la liberazione della patria dalla schiavitù nazi-fascista, ed inoltre creare le basi per la ricostruzione dell’Italia democratica di domani.

Da ciò deriva una serie di punti che devono immediatamente essere messi in pratica.

  1. Creazione di organismi nuovi e maggiore attivazione di quelli già esistenti, necessari gli uni e gli altri alla mobilitazione politica e insurrezionale delle masse popolari (Comitati militari, assistenziali, ecc;)
  2. Dare ogni attività per l’incremento della lotta militare, partigiana, affiancata agli eserciti delle Nazioni Unite incitando quindi le masse al sabotaggio e a tutti quegli atti che servono a scardinare l’efficienza politico militare del nazi-fascismo;
  3. Suddivisione dei compiti fra i membri del Comitato in conformità ai precedenti punti e secondo il Com. di L. N. locale che li suddividerà tra i suoi membri.
VERSO IL 25 APRILE
Il Comitato di Liberazione lissonese e la prima Giunta municipale

Il Comitato di Liberazione lissonese e la prima Giunta municipale

Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone

Forze armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone

Lissonesi nel Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.)

Arosio Ennio, Arosio Giuseppe, Ballabio Oreste, Galimberti Renzo, Mussi Mario, Paltrinieri Bruno, Rivolta Franco, Rovera Massimiliano, Sala Giulio

Lissonesi che hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione

Ha scritto l’ex Sindaco di Lissone Angelo Cerizzi:

«È doveroso segnalare inoltre i nominativi di quei Partigiani, Patrioti e Benemeriti che in misura diversa ed in modi vari hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione, sia di coloro che hanno avuto l'attestazione della apposita Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica, sia di coloro che parimenti operarono attivamente per il successo, sia infine di coloro che sentirono l'anelito alla Libertà ed aderirono alla Resistenza.

Innanzitutto ricordiamo le seguenti persone per le loro particolari funzioni svolte: Frisoni Agostino - Gelosa Attilio - Cavina Nino, quali componenti del C.L.N. locale, Costa Federico promotore del C.L.N. dal quale poi si dimise sempre comunque svolgendo attività clandestina, Crippa Riccardo comandante militare della Piazza di Lissone, Vismara Leonardo comandante militare con funzioni di collegamento col locale CLN, Arosio Angelo (Genola) Sindaco della Liberazione; quindi i Sigg.:

Consonni Luigi - Camnasio Mario - Donghi Luigi - Foglieni Luigi - Piatti Attilio - Casati Erino - Parravicini Giuseppe fu Mario - Perego Franco - Tassinato Tiziano - Vavassori Luigi - Zappa Pierino - Arosio Alfredo - Arosio Giulio (Tan) - Arosio Luigi (American) - Beggio Giovanni - Beretta Alfredo - Besana Celestino - Brambilla Gerolamo - Carabelli Casimiro - Casati Bruno - Cerizzi Angelo- Cesana Carlo - Colombo Emilio - Colzani Francesco - Colzani Luigi - Crippa Arturo - Crippa Giuseppe - Donghi Giuseppe - Donghi Luciano - Erba Andreina - Erba Natale - Fedeli Lino - Ferrario Isacco - Foglieni Risveglia - Fumagalli Giovanni - Fusi Attilio - Galli Nino - Galimberti Giancarlo - Gelosa Giuseppe - Lambrughi Santino - Meroni Ezio - Meroni Fausto - Meroni Giulio (Tricil) - Molteni Carlo - Muschiato Bruno - Mussi Mario (Griset) - Mutti Celeste - Negrelli Mario - Nespoli Augusto - Parma Anna – Parravicini Oreste, Perego Francesco, Perego Augusto - Pirola Gabriele - Pozzi Alfredo - Pozzi Pierino - Redaelli Attilio - Riva Augusto - Rovati Carlo - Rovati Giulio - Sala Felice - Sala Mario - Sacchetti Luciano - Scali Edoardo - Sironi Chiara - Terenghi Felice - Tromboni Eugenio - Ziroldi Augusto».

 

 

 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone

sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone

Il primo Sindaco di Lissone Angelo Arosio e i componenti della Giunta dopo la LiberazioneIl primo Sindaco di Lissone Angelo Arosio e i componenti della Giunta dopo la Liberazione

Il primo Sindaco di Lissone Angelo Arosio e i componenti della Giunta dopo la Liberazione

Gli appelli del Sindaco ai cittadini lissonesiGli appelli del Sindaco ai cittadini lissonesi

Gli appelli del Sindaco ai cittadini lissonesi

VERSO IL 25 APRILE
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La battaglia del San Martino

15 Novembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La battaglia del San Martino è una delle prime combattute in Italia nel novembre del 1943, quando una formazione al comando del ten. col. Carlo Croce si difese dall’attacco in forze dell’esercito tedesco.

san-Martino.jpgQuesto è il racconto di un protagonista, Giovanni Emilio Diligenti:

«Mio fratello ed io partecipammo alla battaglia di S. Martino, dove ci aveva inviati l'organizzazione clandestina comunista. Nella fortezza di S. Martino, sopra Varese, si era stanziato il gruppo Cinque Giornate, costituito poco dopo l'armistizio dal colonnello Carlo Croce. La formazione era composta per lo più da ex-avieri ed ex-ufficiali, ma in seguito vi affluirono molti operai di Cinisello Balsamo e di Brugherio, inviati dall'organizzazione clandestina di Sesto San Giovanni. Il colonnello Croce e gli ufficiali che guidavano la formazione si dichiaravano genericamente «badogliani» e seguivano una linea «attesista». Il reparto si era impossessato di una notevole quantità d'armi e di viveri con una serie di riuscite operazioni, come quella alla caserma della guardia di Finanza a Luino. Tutto era stato raccolto nella fortezza, che avrebbe dovuto diventare una base inespugnabile da cui sarebbe partita, in concomitanza con l'arrivo delle truppe alleate, la decisiva offensiva contro i nazi -fascisti. Inutilmente Gianni Citterio, inviato dal Clnai, cercò di convincere il colonnello Croce della necessità di dislocare le forze partigiane - circa centocinquanta uomini - in gruppi meno numerosi e più mobili, localizzati in diversi punti strategici. Prevalse purtroppo la mentalità degli ufficiali, illusi di aver creato una base inattaccabile.

Lo sbaglio fu pagato a caro prezzo: il 14 novembre più di duemila tedeschi mossero all'attacco, appoggiati da cannoni, mortai e anche da tre Stukas. La resistenza durò quarantotto ore, al termine delle quali il gruppo Cinque Giornate si disperse; la maggior parte dei suoi componenti si rifugiò in Svizzera. I partigiani morti in combattimento furono appena due, mentre trentasei furono fucilati dopo la cattura. Ben più pesanti le perdite nemiche: duecentoquaranta morti e un apparecchio (fui testimone oculare dell'abbattimento dello Stukas: un partigiano robustissimo, un vero gigante, prese sulle spalle una delle dieci mitragliatrici Breda pesanti di cui era fornito il reparto, fungendo da piazzola semovente; due altri sostenevano i piedi della mitragliatrice e un quarto sparava, finché riuscì a colpire l'aereo).

La difesa ad oltranza della posizione, concezione che esulava da una corretta conduzione della guerriglia, aveva sì provocato gravissime perdite tra le truppe attaccanti, ma aveva anche causato la fine di una formazione che, per la qualità e la quantità di mezzi e di uomini, avrebbe potuto rappresentare una grossa spina nel fianco dei nazi-fascisti per ancora molto tempo.

Durante la battaglia fui ferito alla gamba destra: la pallottola mi fu estratta con un paio di forbici da don Mario Limonta, un sacerdote di Concorezzo che fungeva da cappellano e da medico del gruppo. Di notte, don Limonta cercò di guidare me ed altri sei partigiani feriti nella discesa verso la pianura. L'impresa mi riuscì difficile, perché la ferita mi impediva di camminare, cosicché mio fratello Aldo dovette caricarmi sulle sue spalle. Dopo un po' perdemmo i contatti con gli altri feriti ma, sia pure a fatica, raggiungemmo la provinciale.

Attraversata la strada a una curva, procedendo un po' carponi e un po' sulle spalle di Aldo, arrivammo in un paese dove, all'alba, salimmo su un trenino che ci portò a Varese. Da qui in ferrovia a Saronno, poi in corriera a Monza e infine di nuovo a Cavenago. Nascosto in casa di Fumagalli, fui curato da Innocente e Mario, rispet­tivamente cucino e fratello di Raineri. In seguito, per ragioni di scurezza e per curare meglio la ferita, fui trasferito a Milano dal compagno Giacinto Parodi. In via Padova al 26, Parodi aveva un laboratorio artigiano di guarnizioni, mentre la sua abitazione era al n. 40 della stessa via. In casa di parodi fui curato da un medico che mi guarì completamente».

 

da “Partigiano in Brianza” di Giovanni Emilio Diligenti” Edito dall’ANPI di Monza

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Da “I miei sette figli” di Alcide Cervi

23 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini». Alcide Cervi

Il 25 novembre 1943 venivano catturati nella loro casa di Campegine i fratelli Cervi . 

 Nell’introduzione del libro "I miei sette figli" di papà Cervi, Sandro Pertini ha scritto:

«La storia dei Cervi dimostra come si possa diventare antifascisti partendo dai valori più elementari ed essenziali: l'amore per l'uomo, il culto della famiglia, la passione per il lavoro dei campi». 

  papà Alcide Cervi mamma Cervi

«I miei figli hanno sempre saputo che c'era da morire per quello che facevano, e l'hanno continuato a fare, come anche il sole fa l'arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte.

i sette fratelli Cervi

E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada».

(In Emilia le pietre funerarie, che indicano il luogo ove fu fucilato un partigiano, sono situate in mezzo ai campi).

Nella vita eravamo così: otto eravamo uno e uno tutti e otto.

Uno che conosce l'agricoltura emiliana, sa che la maggiore produzione sta nel latte, che il “capitale” sono le vacche. Ma tutto dipende dal foraggio, che dev’essere parecchio e di buona qualità. Così il latte viene abbondante, grasso e saporoso ...

Nei dintorni di Campegine c’eran tutte gobbe e buche, e con una terra così il foraggio non viene bene, perché l'irrigazione è difettosa, l'acqua stagna nelle buche e fa il marcio. Il foraggio viene poco e cattivo, il latte magro e misero, il contadino povero e disperato.

Aldo studiava sempre come si poteva fare per cambiare metodo e leggeva libri. Era abbonato a riviste di agricoltura e alla Riforma Sociale che era diretta da Einaudi.

Lì c’era un articolo che parlava dei terreni come i nostri, a gobbe e buche, e spiegava come si poteva livellare.

Cercano un nuovo terreno non più a mezzadria ma in affitto: lo trovano ai «Campi rossi» di Gattatico.

E così facemmo San Martino (significava fare trasferimento) in una giornata di novembre, il mese di San Martino.

Il primo carro prese il cammino, e dietro gli altri. lo e Genoveffa avanti sul biroccio, poi i carri con le donne e i bambini in cima, dietro le bestie, e intorno, avanti e sempre cambiando posto, i sette figli in bicicletta.

La sera ci mettemmo tutti a studiare il piano per lo sterro. Aldo dirigeva l'impianto vagoni e binari, Gelindo doveva fare con gli altri fratelli le squadre sterratori e i turni, Agostino e io pensavamo ai picchetti per il livello.

E tutto il giorno si lavorava e si cantava. La sera,ci riunivamo nella stalla e si faceva il bilancio del giorno e si fissavano i metodi di scavo per l’indomani.

Da allora tutti i contadini della zona impararono a livellare. E oggi nel reggiano non si trovano più appezzamenti a gobbe e buche.

Intanto Aldo fa sempre attività politica, e adesso ha trovato un altro sistema per organizzare la gente. Ci sono i confinati politici, tanti in quella epoca, che là dove stavano gli davano poco da mangiare, così Aldo va nelle case dei contadini, a Campegine, e chiede se vogliono mandare un pacco a persone bisognose che lottano anche per loro, e lì approfittava per fare la predica. Gli emiliani sono stati sempre di cuore per queste cose, anche gente non politica, e quasi sempre il pacco veniva fuori. Così la popolazione si affezionava e veniva all'antifascismo. Poi Aldo faceva le collette, le sottoscrizioni, e tutti volevano che andasse alla casa loro, perché gli piaceva sentirlo parlare.

In quel tempo tenemmo nascosti anche molti ricercati politici.

Certi contadini, ormai, ci guardavano preoccupati e qualcuno aveva persino paura a parlare con noi, ma i più ci seguivano nella lotta. Così Aldo pensò che bisognava incoraggiare, far capire che il fascismo non ci fermava nel progresso e che noi eravamo sempre in testa nel lavoro e nella tecnica.

A quel tempo, di trattori quasi non ce n'erano nella bassa, i contadini aravano ciascuno per proprio conto e a fatica. Invece se avessimo comperato un trattore, lo si sarebbe prestato anche agli altri, sarebbe stato un modo per rinvigorire l'amicizia con i contadini più sospettosi. Così Aldo andò a Reggio e comprò un trattore Landini, con quello venne fino a casa, e imboccò la strada nostra tra gli sguardi di tutti i vicini. Molti andavano appresso, altri correvano per rivederlo passare e guardare bene i cingoli e gli ingranaggi, per avere cognizione. Aldo salutava tutti in cima al trattore, e teneva vicino un mappamondo, che girava e rigirava, secondo le buche. - Porto a spasso il mondo, - diceva allegro, - e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo.

Intanto si arriva al 1940, e l'Italia entra in guerra.

Aldo andava in giro per le case di sera a leggere e spiegare L'Unità, l’Avanti, e qualche quaderno di Giustizia e Libertà.

Diceva di Hitler che invadeva l'Europa e spiegava che cos'è l'imperialismo. Faceva l'esempio degli industriali che ci sono in Italia, di quanto rubano al contadino e all' operaio, sulla forza lavoro, sulla luce elettrica, sui concimi chimici, sui prezzi dei prodotti agricoli, sugli attrezzi industriali, e spiegava la concorrenza tra i monopoli, italiani ed esteri, così i contadini capivano la ragione della guerra come se leggessero sul libro dei conti.

Un bel giorno la Lucia (era un’amica dei Cervi) portò nella nostra casa una macchina a inchiostro per stampare i manifestini antifascisti. Aldo li scriveva, per i mezzadri, gli affittuari, gli artigiani, con una parola buona per ciascuno, e poi Gelindo faceva funzionare la macchina, che era divenuto un lavoro di casa come gli altri.

Per il socialismo i miei figli avevano una venerazione grande, perché ci vedevano la giustizia sociale e l'uomo emancipato. Ci vedevano i sogni fatti dai padri, dai primi predicatori reggiani dell'emancipazione, il vangelo che diventa terra, ferro, e leggi per la contentezza dell'uomo, contro i prepotenti e i ladri. Tutta la mia famiglia ha sempre sentito che gli uomini sono uguali e che devono essere uniti per il progresso.

Ferdinando aveva passione per le api perché ci vedeva la società giusta, organizzata nel lavoro, come quella socialista, diceva.

Intanto l'Annona (L'Annona era un servizio comunale preposto al razionamento dei generi alimentari durante la guerra), per dare grano e carne ai banditi fascisti, tortura i contadini con le spiate, le persecuzioni, i ricatti. Tutto all'ammasso, grida il fascio, e invece l'organizzazione clandestina diceva: niente all'ammasso! (Conferire all'ammasso era un obbligo sancito dal governo fascista per cui tutti i prodotti alimentari venivano contingentati). I miei si mettono subito a convincere i contadini, che non sapevano come difendere il «capitale» dalla requisizione. Aldo ha un'idea strategica. Ai contadini che avevano dato tutto il bestiame all'ammasso e non avevano carne per sfamarsi, dà carne a volontà, ma a prestiti di breve scadenza, così quei contadini dovevano salvare qualche capo dalla requisizione per restituire il dato. E quando si presentavano operai di Reggio, e spesso operai delle officine meccaniche Le Reggiane, dove si riparavano aerei tedeschi e si fabbricavano aeroplani italiani, Aldo dava carne e farina, purché gli portassero pezzi di motore degli aeroplani. Così la resistenza alla guerra non era più fatta solo sulla propaganda, ma sulla lotta per vivere. Una volta un operaio delle Reggiane portò la testa di un cilindro di uno Stukas e Aldo disse che il sistema cominciava a funzionare.

Insieme alla carne e alla farina, Aldo ci metteva in sovrappiù la stampa clandestina, così i contadini capivano il perché di quel baratto. Noi non davamo un grammo all'ammasso.

Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull' aia.

Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo.

Aldo  propone:

- Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese.

Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie.

A Campegine, chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande, e tutti fanno onore alla pastasciutta celebrativa. Ma si avvicinano i carabinieri, e vogliono disperdere l'assembramento. Gelindo si fa avanti e dice:

- Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi.

E i carabinieri si mettono a mangiare.

Intanto i fascisti erano spariti come scarafaggi nei buchi.

A Reggio il governo Badoglio si fece capire nemico del popolo, più che in tutte le altre zone d'Italia. Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace. Era il 28 luglio 1943.

Le Reggiane diventarono un centro di lotta contro la guerra. Se ne accorsero poi i tedeschi quando facevano riparare i loro Stukas che non si riparavano mai, o quando sparivano casse di proiettili, o pezzi di mitraglia, che finivano in montagna per i partigiani.

Arriva l'8 settembre.

La notte del 9 le divisioni corazzate delle SS occupano la città. Alla mattina i tedeschi fanatici sfilano per le vie del centro cantando.

La popolazione faceva come le sabbie mobili e inghiottiva i soldati per salvarli dai tedeschi. Venivano fatti entrare per le finestre, dai balconcini si calavano le corde, carri di fieno portavano soldati nascosti, donne si mettevano a braccetto con uomini mai visti, cosi che al distretto di Reggio su 200 soldati i nazisti ne trovarono solo tre. Lo stesso si faceva per i prigionieri anglo-americani scappati. Anche la nostra casa diventò una stazione di smistamento. Ma noi facevamo in modo diverso. Non soltanto volevamo che i soldati ci dessero le armi, e in cambio gli davamo i vestiti, ma a quelli che si presentavano senza armi gli dicevamo di andarne a trovare una e portarla. Così dopo qualche giorno i fienili sono diventati arsenali, e abbiamo finanche una mi­tragliatrice. La casa è piena di soldati e le donne la sera preparano il rancio. Intanto i ragazzi sono in giro per cercare abiti civili, perché quelli che abbiamo non bastano. Alla notte c'è il trasferimento. I soldati, vestiti da contadini, se ne partono a gruppi, con biciclette che ci siamo fatti dare in prestito.

Intanto in tutto il reggiano i contadini e gli operai cominciano a muoversi e ci arrivano le direttive contro l'invasore tedesco. Cominciano gli atti di sabotaggio, e i contadini assaltano gli uffici dell'ammasso per non lasciare il grano ai tedeschi.

Nascono i GAP (Gruppi di azione patriottica).

I miei figli organizzano un piano per far scappare i prigionieri del campo di Fossoli. Di notte vanno ai lati del campo, tagliano il filo spinato. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una. caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni. Ci sono diverse nazionalità, inglesi, americani, russi, neozelandesi, e parlano ognuno la propria lingua.

C'erano tutti gli alleati. Una sera dopo cena, ci mettiamo a cantare canzoni ognuno del proprio paese e d'improvviso viene fuori il canto dell'Internazionale. La sapevano tutti e la cantavano nella loro lingua, ma quella sera c'era una lingua sola e un cuore solo: l'Internazionale.

Tutti vogliono partire tranne i russi che chiedono di combattere.

Aldo si mise poi in contatto con i compagni che già lavoravano in montagna.

Veniva l'inverno, difettavano i collegamenti, così dal Comitato di Liberazione di Reggio viene l'ordine di ritirarsi dalla montagna.

Ormai, però, i prigionieri erano diventati troppi a casa mia, allora erano trenta. Ai primi di novembre, il Comitato di Liberazione vuole sfollati i prigionieri, ché il rischio è troppo grande. L'ultimo scaglione deve partire il giorno 25.

Così viene la notte, quella notte del 25 novembre, quando i fascisti, sicuri di trovare i prigionieri, perché avevano avuto la spiata, circondano la casa nostra.

Non era ancora l'alba, pioveva a dirotto, e noi dormivamo tutti. A un certo punto ci svegliano i lamenti del bestiame e colpi di fuoco ... Sparano dai campi intorno alla casa ... - Cervi, arrendetevi!

Non diciamo parola e prendiamo subito le armi. Le donne trascinano nelle stanze le cassette delle munizioni ...

Intanto noi abbiamo infilato le pistole tra gli scuri, Aldo ha un mitra e apre il fuoco. Anche gli stranieri sparano con noi. Ci rispondono altri colpi e il fuoco dura qualche minuto. Poi noi cominciamo a scarseggiare nei tiri finché ci guardiamo tutti e ci parliamo nelle stanze, le munizioni sono finite. Aldo guarda dalla finestra verso il fienile, vede un bagliore, e dice: brucia, non c'è più niente da fare.

Io dico: non mi arrendo a quei cani, andiamo giù tutti quanti, è meglio morti che vivi. Aldo mi ferma e dice: no, papà, che ci sono le donne e i bambini. Meglio arrendersi.

Aldo ci riunisce e dice: - Sentitemi bene. Quando ci interrogheranno, solo io e Gelindo ci prenderemo la responsabilità. Gli altri non sanno niente, è chiaro?

Entrarono nell'aia due autocarri, poi ho saputo che erano venuti in 150 uomini per prenderci. La casa bruciava, e ora si vedevano i fascisti armati fino ai denti ...

La madre li abbracciava tutti come poteva, e se li stringeva al petto, e li carezzava sul capo, e piangeva e diceva: meglio morire, meglio morire ... Ci portano via, mentre le donne e i bambini restano soli nella casa che brucia.

Continua a piovere, così forse l'incendio finirà presto.

Ma poi ho risaputo che sì, l'incendio è finito presto, ma che i fascisti, appena andati via noi, si sono messi a rubare e a saccheggiare tutto, mobili, macchine, copertoni, e poi bruciarono i libri, li strapparono e se li misero sotto i piedi.

In carcere vengono interrogati e pestati. I sette fratelli pensano un piano di fuga.

I fascisti aprono la porta della nostra cella e gridano: Famiglia Cervi, fuori!

Io esco in testa, ma mi dicono: - Tu che vuoi, sei vecchio, torna indietro.

- Sono il capo famiglia, e voglio stare insieme ai miei figli. Ma intanto viene un contrordine, tutti di nuovo nella cella, ancora non è pronto.

Ci dicono: tornate a dormire, sarà per domattina.

All'alba nuova chiamata, ed escono i miei sette figli. Chiedo dove li portano.

- A Parma, per il processo, - mi rispondono. E li portano via alla svelta, faccio in tempo appena a salutarli.

Il 7 gennaio 1944 il carcere viene bombardato.

Le mura del carcere crollano in mezzo a un iradiddio di schianto e di polvere. Io mi infilo dentro il buco che serviva per l'accettazione dei pacchi, e salto nella strada, altri nascosti dalla polvere passano attraverso il crollo ... io prendo la Via Emilia ... mi volto verso Reggio: vedo fiamme e fumo, nel cielo arancio ... una famiglia che conoscevo mi dà una bicicletta ... Arrivo a casa alle 23 e tutti dormivano. Entro, guardo l'attaccapanni, i figli non erano tornati ... - Si sa niente dei figli?

La moglie risponde come distratta: - Se non lo sai tu, noi non sappiamo niente ... - Li hanno portati a Parma per il processo ... - E se non li avessero portati a Parma, se fosse una bugia? - diceva la moglie ... - Se non li hanno portati a Parma li avranno deportati in Polonia a lavorare ...

Per un mese e mezzo non mi disse parola sui figli. Aspettava sempre che mi rimettessi dall'ulcera e dalla prigione, e così ogni sera andava a letto con il segreto nel cuore e in più con me che non capivo e parlavo di loro come se fossero vivi ...

- I nostri figli non torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette. Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: - Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti.

Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso ... li avevo salutati con la mano, l'ultima volta, speranzoso ... invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l'illusione, e mi hanno salutato sorridendo; con quel sorriso mi davano l'ultimo addio.

Che ne sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita.

Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto!

La certezza della loro causa, i partigiani, le donne, i compagni, gli operai, i fiori, le lapidi, gli affetti, che da tutte le parti abbracciano i miei figli, mi hanno dato una forza enorme che mi fa resistere alla tragedia.

Così si erano svolti i fatti che avevano portato all'uccisione: un gappista, il 27 dicembre, fece giustizia del segretario fascista di Bagnolo in Piano. I gerarconi della provincia si riunirono funebremente la notte stessa davanti al morto, e giurarono vendetta: - Uno contro dieci, - gridavano quelli che avevano imparato dai tedeschi. Ma qualcuno suggerisce l'idea: - Fuciliamo, i sette fratelli Cervi ... Infatti li portano al Poligono di tiro ...

A casa, Genoveffa aveva lasciato la direzione dei lavori alla nuora più anziana ... gli occhi suoi non erano più di questa terra e la mente era lontano, coi figli suoi ...

I fascisti ci avevano bruciato la casa quando ci arrestarono, poi ci ammazzarono i figli, ma non gli bastava e vennero a bruciarci ancora il 10 ottobre del 1944. A quella data eravamo solo due vecchi, quattro donne e undici bambini ... Così vennero di notte e diedero fuoco al fienile, poi scapparono via.

Usciamo dalla casa e ci mettiamo a gettar acqua, con i bambini e tutti. Genoveffa quando vide le fiamme, risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Cosi cadde di colpo e il cuore non resse, gli era venuto l'infarto. Rimase a letto per un mese ... Morì il 14 novembre del 1944, senza avere conoscenza ...

(Siamo nel 1955, quando è uscito il libro)

Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini».

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L’eccidio dei 67 Martiri di Fossoli

5 Juillet 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

dal sito della Fondazione Fossoli

dal sito della Fondazione Fossoli

L’eccidio dei 67 Martiri di Fossoli

articoli sul campo di concentramento di Fossoli nel sito ANPI Lissone

Domenica 8 luglio avrà luogo la commemorazione dell’eccidio dei 67 Martiri di Fossoli

 

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In ricordo di Eugenio Colorni, sognando una nuova Europa

4 Juin 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

rêve d’Europe, traum von Europa,  droom van Europa, dream of Europe, όνειρος της Ευρώπης, sonho da Europa, sueño de Europa

Chi era?

Eugenio Colorni (Milano, 22 aprile 1909 – Roma, 30 maggio 1944) è stato un filosofo, politico e socialista italiano.

Oltre che per le sue opere filosofiche, Colorni è noto come uno dei massimi promotori del federalismo europeo: mentre era confinato, in quanto socialista e antifascista, nell'isola di Ventotene, partecipò con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, anch'essi lì confinati, alla scrittura del Manifesto per un’Europa libera e unita, che poi da quel luogo prese il nome. In seguito, nella Roma occupata dai nazisti, curò l'introduzione e la pubblicazione clandestina di questo documento fondamentale per lo sviluppo dell'idea federalista europea.

Fatti salienti della sua breve vita

Dopo due anni trascorsi in Germania - come lettore di italiano all'Università di Marburg, dove aveva approfondito i suoi studi su Gottfried Wilhelm Leibniz - nel 1933 era tornato a Milano. Abbandonato l'impegno sionistico degli anni dell'Università, aveva cercato collegamenti con l'antifascismo militante, impegnandosi per far rivivere nell'Italia settentrionale il "Centro interno" del Partito socialista.

L'8 settembre del 1938, all'inizio della campagna razziale promossa dal regime, fu arrestato dall'OVRA a Trieste, in quanto ebreo ed antifascista militante, venendo pertanto rinchiuso nel carcere di Varese. I giornali pubblicarono la notizia con gran risalto, sottolineando che egli «di razza ebraica, manteneva rapporti di natura politica con altri ebrei residenti in Italia e all'estero».

Dal gennaio del 1939 all'ottobre del 1941, Colorni fu confinato nell'isola di Ventotene, dove proseguì i suoi studi filosofico-scientifici e discusse intensamente con gli altri compagni confinati, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria e Altiero Spinelli.

 

Nel 1941, partecipò alla stesura del Manifesto per un’Europa libera e unita, meglio noto come Manifesto di Ventotene.

Nella sua "Prefazione" al Manifesto, auspicò la nascita di una politica federalista europea di respiro universalista, come scenario democraticamente praticabile dopo la catastrofe della guerra.

Nell'ottobre del 1941, riuscì ad essere trasferito a Melfi, in provincia di Potenza, dove, nonostante lo stretto controllo della polizia, riuscì ad avere contatti con alcuni degli anti-fascisti locali.

Il 6 maggio del 1943 riuscì a fuggire da Melfi, rifugiandosi a Roma, dove visse in clandestinità.

Dopo l’arresto di Mussolini, il 25 luglio del 1943, si dedicò all'organizzazione del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nato nell'agosto dalla fusione del PSI col giovane gruppo del Movimento di Unità Proletaria.

A seguito dell'8 settembre, svolse nella capitale un'intensissima attività nelle fila della Resistenza: prese parte alla direzione del PSIUP e s'impegnò a fondo nella ricostruzione della Federazione Giovanile Socialista Italiana e nella formazione partigiana della prima brigata Matteotti.

Fu redattore capo dell'Avanti! Clandestino.

Il 28 maggio del 1944, una settimana prima della liberazione della capitale, venne fermato da una pattuglia di militi fascisti della famigerata banda Koch: tentò di fuggire, ma fu raggiunto e ferito gravemente da tre colpi di pistola. Trasportato all'Ospedale San Giovanni, morì il 30 maggio, a soli 35 anni.

 

pagina dell'Avanti con l'articolo alla memoria di Eugenio Colorni
pagina dell'Avanti con l'articolo alla memoria di Eugenio Colorni
pagina dell'Avanti con l'articolo alla memoria di Eugenio Colorni

pagina dell'Avanti con l'articolo alla memoria di Eugenio Colorni

Trascrizione dell’articolo dell’Avanti! Del 18 luglio 1944 a lui dedicato.

Noi lo pensavamo nella schiera dei migliori, dedito ai nuovi compiti costruttivi del socialismo; con la sua forte intelligenza, con la passione e l’ardore che recava per la sua multiforme autorità. Ma egli non è più coi nostri compagni. È stato trucidato in Roma dai nazi, nei giorni stessi che sgombravano la città.

Dopo nove mesi di una lotta in cui s’era buttato tutto, come il suo ardente temperamento lo portava, mutatosi egli filosofo in uomo di guerra; quando in vista della liberazione agognata, non tanto per uscire da un pericolo che impavido aveva quotidianamente sfidato, quanto per potersi misurare nelle opere di pace, per recare ad attuazione un vasto programma di lavoro e di studi, è stato abbattuto come un cane per la via.

Eugenio Colorni era entrato giovanissimi nell’antifascismo militante e come socialista aveva lavorato per anni nella illegalità cospirativa.

Uomo di vastissima cultura, si era segnalato a Trieste dove insegnava storia e filosofia, esercitando grande fascino sui giovanissimi, assetati di qualche luce nelle tenebre della scuola fascista. Nel 1938 era stato arrestato, con una grande inscenatura antisemita, e poi assegnato al confino. Era riuscito a fuggire e da Roma aiutò in quegli anni i compagni dell’isola a gettare le basi del Movimento Federalista, di cui anche nella Roma arroventata degli ultimi mesi, continuò ad essere attivissimo assertore:

Egli faceva parte della redazione dell’Avanti! Clandestino e a lui si debbono iniziative culturali di partito che ebbero vivo successo e che egli si proponeva di sviluppare con idee originali come scuola di cultura socialista non appena la libertà fosse stata recuperata. Ma questa libertà che egli dimostrò d’amare più che la vita ha voluto anche il suo olocausto.

primo numero de L'UNITA' EUROPEA, voce del Movimento Federalista Europeo

primo numero de L'UNITA' EUROPEA, voce del Movimento Federalista Europeo

In ricordo di Eugenio Colorni, sognando una nuova Europa
In ricordo di Eugenio Colorni, sognando una nuova Europa
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scioperi e partecipazione alla Resistenza dei lavoratori milanesi e lombardi, negli anni dal 1943 alla Liberazione del 1945

26 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

intervento di Antonio Pizzinato

La partecipazione del mondo del lavoro alla lotta contro la guerra ed il nazifascismo non ha paragoni in nessun altro Paese europeo. 

SCIOPERI MARZO 1943

Gli scioperi, nel 1943, iniziano a Torino il 5 marzo alle “ore 10” alla FIAT, al suonare delle sirene di verifica del “preallarme”, poi si estendono ad altre fabbriche di Torino. A Milano dove da mesi e mesi era in corso la riorganizzazione, dopo gli arresti, di una rete antifascista clandestina – coordinata da Umberto Massola, Giovanni Brambilla e Giuseppe Gaeta – la mobilitazione è prevista nelle settimane successive. Il malessere fra i lavoratori, per i bassi salari, la scarsità dei viveri e le conseguenze della guerra, è forte e si espande. Tant’è che, il 18 marzo, gli operai del turno di notte della Breda Aeronautica scendono in sciopero – per 11 ore – e rivendicano l’aumento delle retribuzioni. Il lavoro viene ripreso a fronte dell’impegno della Direzione a rivedere le retribuzioni. Negli stessi giorni gli operai del “reparto 64” (produzione gomme) della Pirelli protestano, attuano scioperi di due ore, contro l’orario di lavoro continuativo ed ininterrotto per 12 ore, poiché la Direzione ha eliminato i sostituti. Mentre gli operai del secondo turno del “reparto bulloneria” della Falck Concordia di Sesto San Giovanni, dopo aver dialogato, sugli scioperi in Piemonte, con i camionisti FIAT, addetti al trasporto della componentistica (bulloni) dalla Falck alla FIAT, il pomeriggio del 22 marzo, iniziano lo sciopero. Questo costringe il Comitato clandestino del nord Milano ad anticipare lo sciopero nelle fabbriche. Alle ore 10 del 23 marzo, scioperano i lavoratori degli stabilimenti Falck, Breda, Ercole Marelli, Magneti Marelli, Pirelli Bicocca.
Nei giorni successivi gli scioperi, che hanno come epicentro Sesto San Giovanni, si estendono a Milano: Officine Borletti, Alfa Romeo, Brown Boveri (TIBB), Face Standard, Caproni, Salmoiraghi, Geloso nel legnanese, a partire dalla Franco Tosi, in Brianza, e numerose grandi e medie aziende nel milanese ed in Lombardia. Questi scioperi, che si ponevano come obiettivo di migliorare i trattamenti retributivi, le condizioni di lavoro, ottenere la fornitura - attraverso spacci aziendali – di alimenti, olio, vestiario, oltreche la fine della guerra, si svilupparono, in questa o quella fabbrica, anche nei mesi successivi. Scioperi che – tra marzo e luglio del 1943 – interessano, nel Nord Italia, 217 aziende ed oltre 150 mila scioperanti; essi ebbero un peso non secondario sul Consiglio Generale del fascismo e la destituzione di Mussolini il 25 luglio del 1943; la formazione del governo Badoglio e l’avvio di una nuova fase nella storia del nostro Paese. Nello stesso periodo centinaia di lavoratori (di cui 20 donne) vennero arrestati, di notte, nelle loro abitazioni considerati tra gli organizzatori e partecipanti agli scioperi, o per l’attività antifascista. Oltre 60 di essi sono milanesi e vennero rinviati a processo presso il Tribunale Militare di Milano.

Pur con tutti i limiti, presenti in questa prima fase delle lotte nelle fabbriche, si ricrea una aggregazione sociale tra i lavoratori delle fabbriche, i quali scioperano sfidando non solo la dittatura fascista, ma anche le norme della legge del 3 aprile 1926 (poi introdotte, nel 1930, nel Codice penale) che considerano lo sciopero un reato penale punito con due anni di carcere o con una multa di 1.000 lire (un mese di stipendio). Questi scioperi, oltre a scuotere il Paese, contribuiscono a rovesciare Mussolini, portano dei limitati benefici ai lavoratori a livello aziendale, ma sono di stimolo a due misure che vengono adottate dal Governo Badoglio: la nomina, il 3 agosto, dei Commissari sindacali: Bruno Buozzi, Giovanni Roveda e Gioachino Quarello ed, il 2 settembre 1943, la stipula dell’Accordo – tra Commissari sindacali e dell’Industria - per l'elezione delle Commissioni Interne. Quindi, prima dell’armistizio – anche grazie agli scioperi di Torino e Milano – si determina un mutamento della situazione e delle relazioni sindacali che – di fatto – tenta di avviare il superamento del corporativismo sindacale fascista.
 

8 SETTEMBRE: ARMISTIZIO, OCCUPAZIONE, NUOVI SCIOPERI

La sottoscrizione, da parte del Governo Badoglio, dell’armistizio con gli anglo-americani, l’8 di settembre 1943, e la fine dell’alleanza con i nazisti tedeschi, registra sia manifestazioni e scioperi nelle fabbriche di Milano che manifestazioni in varie città d’Italia. Nell’arco di alcune settimane il Paese è diviso in due, le truppe alleate salgono dal sud, mentre le truppe tedesche occupano, a partire dal Nord, il resto del Paese ed al Nord viene costituita la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.). Nelle fabbriche inizia una nuova fase di lotta, mentre in molte – sulla base dell’accordo Buozzi-Mazzini – dopo un ventennio, si eleggono le Commissioni Interne. Gli scioperi che, nelle grandi fabbriche della Lombardia, iniziano a svilupparsi a partire da novembre hanno contenuti rivendicativi sempre più precisi, vere e proprie piattaforme rivendicative che – pur con diversità, nelle varie fabbriche – prevedono (lo riproduciamo):

- aumento del 100% delle retribuzioni (suddiviso nel 50% in natura (alimentari) ed 50% in denaro),

- corresponsione annuale di 192 ore come gratifica natalizia;

- elevare l’indennità giornaliera a 16 lire, per malattia ed infortunio, da corrispondere anche nei primi giorni di carenza;

- aumento delle razioni alimentari (grassi, olio, zucchero, ecc.) con distribuzione in azienda, creando spacci aziendali (ove non esistono) che devono fornire anche viveri ed indumenti;

- aumento della razione giornaliera di pane a 500 grammi;

- assicurare ai lavoratori combustibile e carbone;

- servizio mensa aziendale con due piatti (primo e secondo), per tutti i turni di lavoro;

- eguale trattamento annonario ed economico agli operai ed impiegati;

- parità di trattamento, per eguale mansione, tra uomini e donne;

- scarcerazione degli ex membri delle Commissioni Interne;

- cessazione della persecuzione politica a danno dei lavoratori;

- abolizione dei licenziamenti e le sospensioni dal lavoro.

A sostegno di tali richieste e della fine della guerra, le quali venivano presentate alle direzioni aziendali, dai comitati d’agitazione (o dalle C.I.), nelle fabbriche si svilupparono gli scioperi.

Il 13 dicembre, con inizio alle ore 10, scendono in sciopero decine di migliaia di lavoratori di Sesto San Giovanni, si bloccano FALCK, Breda, Ercole Marelli, Pirelli Sapsa, Magneti Marelli, ed altre aziende minori.

Lo sciopero è praticamente totale. I confronti con le direzioni non sbloccano la situazione. Il generale tedesco Zimmerman – che su ordine di Hitler e del generale Wolf era stato inviato, con poteri straordinari al comando tedesco di Milano – fa radunare sul piazzale dello stabilimento della Falck Unione, i lavoratori in sciopero della Falck. Dalla torretta di un carro armato, lo stesso svolge un intervento nel quale, dopo aver dichiarato che avrebbe esaminato e ricercato soluzione alle loro richieste, intimò: “chi non riprende il lavoro, esca dagli stabilimenti; chi esce dalla fabbrica è dichiarato nemico della Germania”. I lavoratori, a questa intimidazione, risposero proseguendo lo sciopero e lasciando tutti gli stabilimenti. Durante la notte centinaia furono arrestati; portati in carcere e poi nei campi di concentramento nazisti. La lotta proseguì (è da allora che Sesto San Giovanni, viene soprannominata “Stalingrado d’Italia”, con riferimento all’accerchiamento tedesco che era in corso a Stalingrado) e si estese in molte fabbriche del milanese. Il 5 gennaio 1944, il generale Zimmerman, compie un’analoga azione contro i lavoratori alla Franco Tosi di Legnano che sono in sciopero. I soldati tedeschi, assieme a quelli della RSI, entrano in fabbrica, mettono al muro, nel cortile dell’azienda, 80 lavoratori, poi ne scelgono 60 compresi i componenti la C. I., li portano in carcere a Milano e 11 vengono deportati in campo di concentramento; nove non faranno più ritorno. Stessa operazione le SS attuarono alla Comerio di Busto Arsizio , con la deportazione di 5 lavoratori che non fecero più ritorno. Malgrado la violenta repressione, gli arresti e le deportazioni che vengono posti in atto dai nazifascisti diretti da Zimmerman, gli scioperi tra novembre 1943 e gennaio 1944 si estendono a nuove fabbriche, grandi e medie, della città e provincia. Questa fase, oltre agli scioperi in fabbrica, vede il formarsi dei nuclei partigiani (a partire dalle SAP e dai GAP), con l’attiva partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle brigate partigiane, che si vanno aggregando e costituendo sia sulle montagne che nelle campagne a partire dall’Oltrepò Pavese. Ma questa fase e la successiva, di lotte e scioperi, è caratterizzata - è doveroso porlo in evidenza - da significativi risultati sul piano economico, normativo, ed alimentare. Questo si realizza sia attraverso i confronti che avvengono in fabbrica, con anche la partecipazione – spesso – di rappresentanti del comando tedesco, che quelli presso la Prefettura di Milano, la quale svolge un ruolo di intermediazione. Infatti oltre ad aumenti salariali, forniture di alimenti, gomme e copertoni per le biciclette, carbone, si prevede l’erogazione annuale delle 192 ore (la gratifica natalizia) e l’istituzione nelle aziende del servizio mensa con la fornitura di due piatti (primo e secondo). Il diritto al servizio mensa sarà sanzionato con Decreto prefettizio pubblicato sul Bollettino ufficiale.

Questi parziali risultati rafforzano la nuova aggregazione, coesione sociale tra i lavoratori e la lotta antifascista, riescono a sconfiggere il “neopopulismo”, il falso “operaismo”, che tenta di attuare la Repubblica sociale, nonchè resistere alla repressione nazista.

LO SCIOPERO DEL MARZO 1944

Con alle spalle queste esperienze, l’avviata ricostruzione della rete di nuclei partigiani (dopo gli arresti del 3° GAP, le fucilazioni del 20 dicembre all’Arena, ed il 31 dicembre al Poligono di tiro della Cagnola e molti altri, nonché lo scioglimento dei gruppi partigiani lungo l’Adda ed il Ticino) il primo marzo 1944 si attua lo sciopero generale del Nord Italia. A Milano lo sciopero generale ha una partecipazione superiore al previsto, coinvolge centinaia e centinaia di aziende ed oltre 350.000 lavoratori (oltre un milione 350 mila lavoratori scioperano in tutta Italia), bloccherà la produzione, a partire da quella militare per giorni. Il giorno successivo – il 2 marzo – scendono in sciopero, per la prima volta, i tranvieri bloccando i mezzi di trasporto sia nei depositi che ai capolinea. I repubblichini di Salò, tentano di far circolare i mezzi, ma non riescono a sbloccare la situazione, sia per gli errori che commettono portando i tram fuori dai binari; ma soprattutto per la compattezza dello sciopero e la determinazione dei tranvieri, che protraggono lo sciopero per 5 giorni. Contemporaneamente il Paese viene privato anche di informazioni poiché scendono in sciopero i lavoratori (tipografi e giornalisti) del Corriere della Sera, il più diffuso quotidiano del Paese. In quei giorni, in numerose banche, restano chiusi gli sportelli, poiché i lavoratori del settore creditizio partecipano in forme diverse allo sciopero. Uno sciopero generale che per estensione, partecipazione, combattività e compattezza, assume esplicitamente il carattere di “rivolta”, mobilitazione, contro la fame, la guerra e l’occupante nazifascista. Con sempre più nettezza emerge anche la combattività delle operaie, delle lavoratrici. Le lavoratrici erano state le prime a protestare - già nel 1942 – manifestando per le vie di Sesto San Giovanni rivendicando più viveri. Gli interventi repressivi (arresti, deportazioni) sia da parte delle truppe tedesche che della milizia fascista non riescono a porre fine allo sciopero generale, il primo dopo vent’anni di dittatura fascista. Come fallisce anche il tentativo di far intervenire le imprese (per la resistenza delle stesse) per mediare con i lavoratori e far riprendere il lavoro. Lo sciopero generale incise anche sugli orientamenti delle popolazioni lombarde poiché durante la guerra si ebbe un forte aumento degli occupati nelle fabbriche milanesi. Basti pensare che ben oltre 150 mila lavoratori erano pendolari. Cioè si recavano giornalmente in città, provenienti dalle valli, in specie dal lecchese, bergamasco e bresciano. Tutto ciò favorì la presa di coscienza e la diffusione degli orientamenti antifascisti e dell’esperienza delle lotte in fabbrica, nelle comunità rurali. È in questo quadro che il Comitato d’agitazione interregionale – Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia – decise di diffondere clandestinamente - il sabato e la domenica - un volantino che invitava i lavoratori a riprendere il lavoro l’8 marzo. Lo sciopero generale è prettamente politico, non era caratterizzato da una piattaforma rivendicativa economico-sociale Lo stesso segna una svolta nella lotta contro l’occupante tedesco, il fascismo e la guerra, come indicato nel comunicato sullo sciopero e per la ripresa del lavoro del Comitato d’agitazione della Lombardia. Esso afferma: “La cessazione dello sciopero deve segnare l’inizio di una guerriglia partigiana con l’intervento di tutte le masse lavoratrici dentro e fuori la fabbrica […]. Oggi per l’esistenza del popolo italiano, vi è una sola soluzione: rispondere con la violenza alla violenza. Alle deboli e disordinate forze del nemico, dobbiamo contrapporre le solide e numerose forze armate dei lavoratori”. Questa svolta, partiva certamente anche dal presupposto che vi fosse un’accelerazione dell’avanzata delle truppe Alleate e, quindi, della liberazione del Paese entro il 1944. Ciò che, purtroppo, si verificò solo l’anno successivo. Gli sviluppi della lotta di liberazione videro una forte e ampia partecipazione dei lavoratori sia nei GAP, nelle SAP che nelle Brigate partigiane, le quali andavano costituendosi anche nelle fabbriche, e nei quartieri della città. La repressione durante gli scioperi del marzo 1944 a Milano, portò fra l’altro, arresti, deportazioni che riguardavano sia, in particolare, gli antifascisti, (già condannati dal Tribunale speciale al confino ed al carcere), presenti nelle fabbriche, ritenuti organizzatori degli scioperi, nonché operai, tecnici, impiegati, molti dei quali erano ragazzi e ragazze giovanissimi. Di essi, centinaia , non hanno più fatto ritorno dai lager di sterminio. Gli scioperi nel Nord Italia ed in particolare lo sciopero generale del marzo 1944 – unico in Europa – ebbero una forte ricaduta politica non solo in Italia, ma anche a livello mondiale per la diffusione, da parte delle radio, dei midia, della notizia a livello internazionale. Essi dimostrano la ripresa di un ruolo autonomo della classe operaia, sia come coesione sul piano sociale , che nell’azione per la conquista della indipendenza, libertà e democrazia. Essi contribuirono altresì a portare a conclusione il confronto, già in corso da mesi, fra le correnti sindacali per la definizione del “patto di Roma” sulla ricostituzione del sindacato, del sindacato unitario che venne sottoscritta a Roma il 3 giugno 1944 da Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi, ed Emilio Craveri. Ma mentre nel Paese prosegue la lotta partigiana, con l’attivo apporto della classe operaia ed il sabotaggio della produzione militare, nei luoghi di lavoro non si arrestarono gli scioperi per rivendicare miglioramenti economici, la fornitura di alimenti e carbone per il riscaldamento. I tedeschi e fascisti rispondono a questi scioperi con un’ondata repressiva senza precedenti: rastrellamenti e stragi sulle montagne, nelle valli ed in città, nonché con arresti e deportazioni nelle fabbriche che scioperano. Così, ad esempio, alla Pirelli Bicocca, mentre è in corso uno sciopero aziendale, alle 11 del 23 novembre del 1944, entra nello stabilimento un reparto delle SS tedesche ed arrestano indiscriminatamente 181 operai e due tecnici, che vengono portati in carcere per la successiva deportazione in campo di concentramento. Le SS respingono la richiesta dell’azienda di rilasciare 105 degli arrestati poiché specialisti indispensabili alla produzione. Il comando tedesco respinge la richiesta e convoca Alberto Pirelli “accusandolo, insieme alla direzione della società, di connivenza con gli operai … e di tolleranza verso gli elementi socialisti e comunisti …”. Quindi le SS rilasciano 16 operai e deportano in Germania tutti gli altri. La repressione nazifascista nei confronti degli scioperanti, in Provincia di Milano, durante il periodo resistenziale colpisce migliaia di lavoratori, 800 dei quali vengono deportati –Essi partono, rinchiusi nei vagoni bestiame, dal “binario 21” della stazione F.S. di Milano – con destinazione nei campi di concentramento. Nelle sole fabbriche del Nord Milano (Pirelli, Magneti Marelli, Breda, Falck, Stazione Locomotive di Greco, Ercole Marelli, ecc.), come ricordato sul “Monumento al Deportato” del Parco Nord, sono 635, oltre 200 dei quali non fecero ritorno. Poiché i lavoratori deportati in Germania, da tutta Italia, sono oltre 12.000, queste cifre indicano la dimensione ed il carattere della repressione nazifascista nel milanese. I lavoratori delle aziende più colpite furono nell’ordine: Breda, Falck, Caproni, Alfa Romeo, Pirelli, Innocenti. Infine i lavoratori, oltre a partecipare alla insurrezione armata nella fase conclusiva della liberazione, occuparono e presidiarono le fabbriche per impedire che i soldati tedeschi, in ritirata, distruggessero il patrimonio industriale del nostro Paese.

 CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Da quanto sinteticamente illustrato sul ruolo e le modalità di lotta dei lavoratori milanesi nell’azione per la riconquista della libertà, la democrazia e l’indipendenza del paese con la Liberazione, si possono trarre le seguenti conclusioni.

1. La mobilitazione dei lavoratori, la partecipazione agli scioperi è stata possibile perché in modo puntuale la rete clandestina antifascista – già a partire dagli scioperi del marzo 1943 -, elaborò le piattaforme rivendicative da presentare alle direzioni partendo dai problemi concreti (retribuzioni, alimenti, condizioni di lavoro, diritti dei lavoratori - parità fra operai e impiegati, e tra donne e uomini -) oltre alla fine della guerra. Esperienza e prassi tutt’ora valida per aggregare i diversi mondi del lavoro.

2. Con quelle lotte e scioperi, mentre l’obiettivo fondamentale è la Liberazione e la fine della guerra, si conquistano risultati che aiuteranno e segneranno le conquiste sindacali della fase successiva alla Liberazione: la gratifica natalizia, il diritto al servizio mensa (con primo e secondo), la riconquista del diritto dei lavoratori ad eleggere le Commissioni Interne; elementi di parità fra uomo e donna e ed operai e impiegati.

3. Il ruolo dei lavoratori nella lotta di liberazione ed i valori di cui si fanno portatori nelle loro lotte, trovano implementazione nella Costituzione, che saranno poi tradotte in norme (salute, istruzione, previdenza, diritti dei lavoratori in fabbrica, parità –uomo donna) con decenni di mobilitazione e lotte per la conquista delle leggi attuative. Problema più che mai attuale per assicurare la parità di diritti, alle giovani generazioni, a fronte delle trasformazioni intervenute.

4. La ripresa e sviluppo dell’iniziativa dei lavoratori nelle fabbriche, la ricostituzione della coesione e solidarietà della classe operaia, ma anche dei vari strati dei lavoratori, favorisce la ricostituzione del sindacato unitario – la CGIL – come soggetto contrattuale e sociale autonomo (indipendente come diceva Di Vittorio) che dà un contributo importantissimo alla conquista della Repubblica ed alla elaborazione della Costituzione.

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Donne contro

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il contributo delle donne italiane alla liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista.

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Appartenenti ai Gruppi Difesa della donna: 70.000

Donne partigiane: 35.000

Arrestate, torturate, condannate  4.653

Fucilate, impiccate o cadute: 623

Deferite, tra il 1926 e il 1943, al Tribunale Speciale Fascista Per La Difesa Dello Stato: 748 
Inviate al confino: 145

17 furono le donne decorate con Medaglia d’oro al Valor Militare

 

I “Gruppi Difesa della donna” furono una struttura attivissima nella guerra di Liberazione.

Il primo di questi organismi fu costituito a Milano nel novembre del 1943 da alcune esponenti di spicco dei Partiti che affluirono nel Comitato di Liberazione Nazionale, dopo la firma dell'armistizio, mentre i tedeschi assediavano le campagne e le città del Nord Italia, compiendo efferati rastrellamenti di civili, impegnati nella lotta contro il fascismo.

I Gruppi di Difesa della Donna e di Assistenza ai Combattenti della Libertà, da Milano, si estesero su tutto il territorio italiano ancora occupato, perseguendo l'obiettivo di mobilitare, attraverso un'organizzazione capillare e clandestina, donne di età e condizioni sociali differenti, per far fronte a tutte le necessità, derivate dalla recrudescenza della guerra.

Tali gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.

I Gruppi di Difesa della Donna erano quindi un'organizzazione unitaria "aperta a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica e religiosa, che volevano partecipare all'opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione". I Gruppi di Difesa della Donna, nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nelle campagne, si proponevano la resistenza alle violenze tedesche , il sabotaggio alla produzione di guerra, il rifiuto di consegnare i viveri agli ammassi. I Gruppi di difesa della donna parteciparono alla organizzazione dei Comitati di liberazione periferici, e a quelli di agitazione nelle fabbriche; organizzarono scioperi contro fascisti e tedeschi e assicurarono l'assistenza alle famiglie dei carcerati, dei deportati e dei caduti.

I Gruppi di Difesa della Donna vennero ufficialmente riconosciuti dal Comitato di Liberazione dell'Alta Italia in un documento del 1944 nel quale si afferma: “Il Comitato di liberazione per l’Alta Italia, riconoscendo nei Gruppi di Difesa della Donna e di Assistenza ai Combattenti della Libertà un’organizzazione unitaria di massa che agisce nel quadro delle proprie direttive, ne approva l’orientamento politico e i criteri di organizzazione, apprezza i risultati sin ora ottenuti nel campo della mobilitazione delle donne per la lotta di liberazione nazionale e la riconosce come organizzazione aderente al Comitato di Liberazione Nazionale”.

 

Un padre della Repubblica come Ferruccio Parri dichiarò che «le donne furono la resistenza dei resistenti».

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I GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel solco della formazione del CLN si avviò a Milano, nel novembre 1943, su iniziativa del partito comunista, un'organizzazione femminile di massa denominata "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà". Le militanti che praticamente vararono l'associazione appartenevano ai partiti comunista, socialista e d'azione; si posero l'obiettivo di coinvolgere nel movimento resistenziale donne di diversa estrazione sociale e con diversi percorsi ideologici, perché era evidente che la stessa resistenza armata non avrebbe potuto svilupparsi e sopravvivere senza una partecipazione popolare alla lotta. A questo primo nucleo dei Gruppi di difesa della donna si aggregarono con il passare dei mesi anche gruppi organizzati di altri partiti (democristiano, repubblicano, liberale) o gruppi di donne che non avevano riferimento in una forza politica ma che comunque erano già impegnate in attività resistenziali.

La loro diffusione nelle regioni del Nord e del Centro fu capillare.

Il 28 novembre il partito comunista emanò anche le "Direttive per il lavoro tra le masse femminili" in cui precisava che, con gli scioperi e le dimostrazioni di massa, le donne dovevano porsi come obiettivi: l'aumento delle razioni alimentari, l'alloggio alle famiglie sfollate e sinistrate, il riscaldamento e i vestiti, l'aumento dei salari in rapporto al costo della vita, i locali necessari per le scuole; più specificamente per le donne: la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, delle lavorazioni nocive; salario uguale a quello degli uomini; assistenza nel periodo precedente e seguente il parto; possibilità di allevare i figli; partecipazione all'istruzione professionale; possibilità di accedere a qualsiasi impiego e scuola (unico criterio di scelta: il merito) e di partecipare alla vita sociale nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi.

A fare da spinta nelle diverse realtà locali per la costituzione dei Gruppi di difesa della donna furono le militanti comuniste.

I primi temi su cui i Gruppi di difesa della donna presero posizione, facendosi conoscere dalla popolazione furono la mobilitazione contro la chiamata alle armi dei giovani della RSI, il sostegno alle lotte operaie, la protesta contro le deportazioni.

Nell'agosto 1944, le diverse componenti partitiche aderirono ai Gruppi di difesa della donna. Nell'ottobre il CLNAI riconobbe nei Gruppi di difesa della donna "un'organizzazione unitaria di massa" in cui erano "rappresentate tutte le correnti politiche" e la cui azione si svolgeva "sulla linea e nello spirito della lotta di liberazione di cui il CLNAI è la guida unitaria".

In tutte le regioni i Gruppi di difesa della donna furono attivi e le loro militanti, solitamente valutate in settantamila, riuscirono a diventare promotrici di eventi e di manifestazioni di piazza che coinvolsero centinaia di migliaia di altre donne, di operai nelle fabbriche e di contadini nelle campagne. Non ci fu una struttura resistenziale altrettanto capillare e capace di mobilitazione al di fuori della propria cerchia militante.

L'organo dei Gruppi di difesa era "Noi Donne", che usciva in varie edizioni regionali; gli si affiancavano gli organi prodotti dai gruppi femminili di partito, che trattavano temi quali la parità salariale, il tempo libero, la ristrutturazione della società rispetto ai ruoli maschili e femminili, il superamento del concetto di politica come competenza soltanto degli uomini, il diritto di rappresentanza.

Nell'estate 1944, in realtà territoriali più dinamiche, si diede avvio alla costituzione di gruppi di "Volontarie della libertà" con donne particolarmente che si sentivano disposte a compiere atti di sabotaggio delle comunicazioni telefoniche, azioni dimostrative, atti di liberazione di prigionieri, colpi contro donne collaborazioniste. In questo contesto vanno collocati la liberazione di partigiani dagli ospedali, la posa di fiori e di corone sulle tombe delle vittime dei nazifascisti nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1944, l’organizzazione del “Natale del partigiano”, le manifestazioni della “Giornata internazionale delle donne” dell’8 marzo 1945 per “affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra e il regime di Mussolini e di Hitler; nel volantino di quest’ultima mobilitazione si ricordava che il governo democratico dell’Italia liberata aveva concesso alle donne “il diritto di voto, il diritto di partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese, come riconoscimento del contributo dato da tutte le donne alla lotta di liberazione nazionale”.

 

NOI DONNE”, organo ufficiale dei GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

1945 gen NOI DONNEAll’attività della stampa clandestina si dedicarono diversi gruppi di donne antifasciste che nel giro di dodici mesi diedero vita ad almeno 42 testate femminili clandestine. Di queste oltre trenta erano riconducibili ai Gruppi di difesa della donna, il cui organo ufficiale fu denominato "Noi Donne", titolo che era stato coniato a Parigi nel 1937 dalla militante comunista Teresa Noce; le altre testate erano prodotte dai partiti (tre socialiste, due democristiane, due azioniste, due Giustizia e Libertà, una liberale).

La produzione delle testate dei Gruppi di Difesa così avveniva: un Comitato centrale dei Gruppi per il Nord, formato dalla dirigenza, preparava le copie redazionali del giornale per poi inviarle ai suoi organi periferici, con l'indicazione di riprodurle tutte o in parte con ogni mezzo possibile. Queste tracce, composte da articoli di carattere generale, spesso venivano integrate dalle redazioni locali con interventi relativi a fatti svoltisi nelle zone circostanti. Laddove non esistevano redazioni cittadine, oppure non era possibile modificare i testi ricevuti, i giornali venivano riprodotti tali e quali. [...] Le testate femminili dei partiti, a differenza di quelle prodotte dai GDD avvalendosi delle tracce ricevute dal Comitato Centrale, costituivano l'espressione diretta delle singole redazioni che le producevano.

Le regioni più dinamiche nel produrre stampa clandestina furono il Piemonte con 12 testate (di cui 8 promosse dai GDD), la Liguria con 9 testate (7 dai GDD), la Lombardia con 7 testate (4 dai GDD), l'Emilia Romagna con 6 testate (4 dai GDD), il Friuli con due testate promosse dai GDD e una ciascuna per le regioni Toscana, Lazio e Veneto.

I primi numeri di "Noi Donne" furono editi nel maggio 1944 a Torino, Bologna e Ravenna.

Un primo fondamentale scopo della stampa femminile era quello di spronare le donne, di fronte alle sofferenze causate dalla guerra e dalla violenza nazifascista, a reagire partecipando alle attività resistenziali, liberandosi così dal tradizionale atteggiamento di passività, di isolamento nello spazio privato familiare.

Tra il 1944 e il 1945 sulla stampa femminile cominciò ad affermarsi anche una dimensione di emancipazione, in primo luogo sul piano lavorativo e più in generale sul piano dei diritti.

Sull'organo provinciale torinese dei Gruppi di difesa della donna venne trattato il tema della parità salariale.

In un manifestino i Gruppi di difesa della donna chiedevano che la donna non venisse più "trattata come un semplice oggetto", perché aveva una sua personalità, dava "il suo contributo in ogni campo della vita sociale" e sentiva "il dovere di intervenire nella costruzione del mondo"; per questo rivendicava "libertà di pretendere la parità di diritti, libertà di dire che vuole la pace, il pane, il lavoro, libertà di assurgere alla funzione dirigente come vera compagna dell'uomo".

Il cammino di emancipazione femminile ricevette dalla Resistenza e dai fogli della stampa femminile un forte impulso: le donne intendevano nel dopoguerra consolidare il ruolo conquistato nella clandestinità, nella convinzione, ribadita in diverse edizioni regionali di "Noi Donne", che "non vi può essere democrazia vera senza partecipazione femminile". In particolare veniva rivendicata la gestione degli ambiti pubblici legati alla cura, all'assistenza, all'educazione, come già si era sperimentato in alcune "repubbliche libere" partigiane.

Nell'edizione emiliano-romagnola di Noi donne del settembre 1944 si esprimeva l'esigenza di una piena partecipazione alla direzione della vita pubblica, locale e nazionale: «Dobbiamo perciò prepararci fin d'ora a governare. [ ... ] Le donne che in questo momento sanno guidare le masse femminili e le portano a dare il loro contributo alla guerra di liberazione [...] sapranno certo anche domani collaborare alla direzione dello Stato e saranno, ne siamo sicure, delle ottime dirigenti».

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne da parte del governo Bonomi nell'Italia liberata, con decreto del 1° febbraio 1945, stimolò i gruppi organizzati delle donne a intensificare i canali di comunicazione: negli ultimi tre mesi di guerra sorsero 14 nuove testate, che focalizzarono l'attenzione sui futuri compiti delle donne nell'ambito politico.

Le testimonianze delle donne ci svelano i sacrifici e i rischi che comportavano la redazione, la stampa, la distribuzione di un giornale.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

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