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Resistenza armata e resistenza civile, due forme di risposta del popolo italiano alla crisi aperta dall’8 settembre 1943

28 Août 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Uno scenario squallido e desolato: è questa la prima impressione che si fanno dell’Italia gli anglo-americani al momento del loro sbarco in Sicilia nel luglio 1943.

Sicilia-carta-sbarco-alleato-1943.jpg

Una distesa di campi spogli in cui si affacciano villaggi fatiscenti; e la gente porta, impressi addosso, i segni di una miseria endemica.

Il regime fascista è giunto al suo epilogo. L’esercito è sul punto di sfasciarsi. Sotto i colpi della disfatta andranno sbriciolandosi anche le strutture dello Stato.

A provocare, in quelle giornate fatidiche, lo sgretolamento dello Stato italiano è l’armistizio dell’8 settembre.

Con la partenza precipitosa di Vittorio Emanuele III e del governo Badoglio da Roma, il mattino del 9 settembre, si apre la fase più drammatica e dolorosa della storia unitaria d’Italia. Solo pochi giorni dopo Mussolini, prelevato da un commando tedesco e trasferito al nord, dà vita alla Repubblica Sociale Italiana. Due governi rivendicano il diritto di rappresentare il paese, l’esercito è abbandonato al suo destino senza precise direttive. Un intero popolo, duramente provato dalla guerra, dalla miseria e dalla fame, è allo sbando.

Il fascismo aveva contribuito alla nazionalizzazione delle masse in Italia. Mentre il Risorgimento si fondava sul binomio nazione e libertà - «Patriae unitati, civium libertati» sta scritto sul monumento in Roma a Vittorio Emanuele III – nel processo di nazionalizzazione operato dal fascismo il secondo di questi valori era del tutto negato e calpestato.

patriae unitati

 

Badoglio annunciando l’armistizio ha dato la direttiva ambigua di reagire agli attacchi «di qualsiasi provenienza»: si finge di ignorare la minaccia tedesca incombente. La memoria operativa n°44 inviata ai comandanti delle truppe, in Italia e all’estero, ha indicato nei tedeschi il nemico da cui difendersi. Ma un dispaccio del 9 settembre, prescrivendo di «reagire immediatamente e energicamente et senza speciali ordini at ogni violenza armata germanica», aggiungeva che non doveva «essere presa iniziativa di atti ostili contro germanici» e che non si doveva fare causa comune con la resistenza locale.

I comportamenti dei comandi sono incerti e contraddittori. Solo in alcuni casi i comandi locali tentano una disperata resistenza (vedi a Roma a Porta San Paolo, a Cefalonia). Ma nel suo insieme già il 10 settembre l’esercito italiano si è disfatto. Alla mancanza di direttive dall’alto, nasce nell’animo di centinaia di migliaia di soldati un imperativo spontaneo: «tutti a casa». Ma non tutti percorrono la via di casa: in alcuni nasce la scelta della resistenza. C’è anche chi si schiera con i tedeschi. Le due scelte sono incomparabili: si combatte da una parte per il “nuovo ordine” nazista che ha insanguinato l’Europa e mandato nei campi di sterminio milioni di ebrei, si combatte dall’altra parte per la libertà.

Resistenza armata e resistenza civile, due forme di risposta del popolo italiano alla crisi aperta dall’8 settembre. Episodi di insurrezione popolare si verificano in molti centri del sud: a Matera, a Rionero in Vulture, a Lanciano.

Anche per coloro che vogliono andare a casa non è facile la via del ritorno. I tedeschi hanno messo prontamente in opera il piano Student per occupare militarmente il territorio della penisola e contrastare l’avanzata degli alleati dal sud. Sbarcati a Salerno il 9 settembre, gli alleati, dopo tenaci combattimenti, avanzano fino alla linea che va da Cassino a Pescara, la cosiddetta linea Gustav, dal nome del generale che comandava le forze tedesche. Molti dei soldati che cercano la via delle loro case cadono nelle mani dei tedeschi. Oltre seicentomila fra soldati e ufficiali sono internati in Germania e saranno posti di fronte alla scelta fra l’adesione alla Repubblica Sociale o la prigionia; solo un’esigua minoranza sceglierà di combattere ancora per Mussolini a fianco dei tedeschi. I soldati in fuga trovano solidarietà e aiuto nella popolazione che fornisce vitto, alloggio, abiti civili e indicazioni sulla dislocazione dei reparti tedeschi. Significativa è anche la solidarietà della popolazione per i prigionieri alleati in fuga dai campi di prigionia in Italia: i tedeschi promettono una ricompensa a chi ne segnali la presenza. Non mancano delazioni, ma ben più numerose sono le offerte di aiuto.

Lo riconobbe Churchill al termine della guerra: «Non fu certo fra le minori imprese della Resistenza italiana l’aiuto dato ai nostri prigionieri di guerra che l’armistizio aveva colto nei campi di concentramento [...] almeno diecimila [...] furono condotti in salvo grazie ai rischi corsi dai membri della Resistenza italiana e dalla semplice gente di campagna».

Altrettanto significativa fu la spontanea mobilitazione in favore degli ebrei.

In un paese precipitato nel caos più totale, l’unica voce che si leva, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza, è quella del fronte antifascista. Esso annuncia la costituzione di un Comitato di Liberazione Nazionale, composto dai rappresentanti di tutte le forze politiche (dal Partito Socialista al partito Comunista, dal Partito d’Azione alla Democrazia Cristiana, dal Partito Liberale alla Democrazia del Lavoro).

L’appello lanciato in quelle ore drammatiche, perché si formino in ogni parte d’Italia dei comitati regionali di liberazione, viene raccolto da alcuni gruppi di militanti antifascisti e di soldati sfuggiti ai tedeschi.

Occorreranno ancora venti lunghi mesi di lotta, fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, per giungere alla liberazione della penisola dall’invasione tedesca, al definitivo riscatto dell’Italia dalla dittatura e al ripristino delle istituzioni democratiche.

 

Unità 10 settembre 1943 1-ottobre-1943-il-combattente-1.jpg

 

Bibliografia:

-  Storia d'Italia dall'unità al 2000, Istituto Luce, 2000

 

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Aprile 1945: l' insurrezione popolare

24 Avril 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Aprile 1945: l' insurrezione popolare

Nei primi mesi del 1945 i due grandi fronti della guerra contro la Germania si rimisero in movimento. Il 12 gennaio veniva sferrata la grande offensiva invernale russa, al termine della quale, nel febbraio, le armate sovietiche, oltrepassato l'Oder, si trovavano a cento miglia da Berlino; l’aviazione anglo-americana sconvolgeva tutto il territorio tedesco, mentre Eisenhower, il 10 marzo, portava le sue truppe ad attestarsi sul Reno. I russi riprendevano intanto l’offensiva, e dopo aver occupato la Slesia e attraversato rapidamente la Cecoslovacchia puntavano su Vienna. Sembrava che la fortezza tedesca non potesse resistere più a lungo, e sempre più disperati apparivano gli appelli e le esortazioni di Goebbels.

Questo favorevole andamento delle operazioni sui fronti occidentale e orientale aveva ripercussioni, naturalmente, anche nell'Italia settentrionale, sebbene fino alla fìne di marzo non fosse ancora iniziata l'offensiva decisiva per le sorti della guerra nel nostro paese.

Nel mese di febbraio, il 14, manifestarono gli studenti dell'Università Bocconi a Milano: dopo aver bloccato tutte le entrate e rastrellato le aule convogliando gli studenti, i professori e gli inservienti nell'atrio della segreteria, uno studente aveva parlato ai presenti, esortandoli a lottare contro i tedeschi e i fascisti. Alcuni agenti, presentatisi all’ingresso dell'edificio, furono assaliti e, nel breve combattimento, uno di essi fu ucciso e un altro ferito gravemente. Il C.L.N.A.I, su proposta del partito d'azione, approvò il 16 febbraio una mozione di plauso e di solidarietà per quegli studenti che, dietro invito dell'Associazione universitaria studentesca, aderente al Fronte della gioventù, avevano affrontato i fascisti con le armi in pugno, contribuendo a dimostrare quanto debole fosse orma il potere che questi esercitavano.

Nel mese di marzo si rimettevano in movimento gli operai e dopo parecchie dimostrazioni, il 28, entravano in sciopero le maestranze degli stabilimenti industriali di Milano e dei principali centri della Lombardia. Anche in questa occasione il C.L.N.A.I. esprimeva il suo «fervido» plauso a quei lavoratori che, con la loro lotta, preparavano la «ormai prossima insurrezione di popolo per l'estirpazione radicale del nazismo e del fascismo e per il trionfo di una democrazia progressiva».

All' inizio di aprile partivano all'attacco le formazioni partigiane: «Ai primi di aprile Alba è riconquistata dai Volontari della Libertà. La Val Pellice è riconquistata, il Pinerolese è invaso. Le formazioni del Monferrato bloccano ogni trasporto nazifascista tra Asti, Alessandria e Torino, occupano quella rete ferroviaria, giungono fin sulle colline attorno a Torino ... In tutta l'Italia le nostre divisioni sono pronte ad affrontare quelle tedesche».

Il 16 aprile il C.L.N.A.I. rivolgeva ai Comitati di agitazione, agli operai, ai tecnici le sue istruzioni e indicava i compiti cui essi dovevano assolvere nella imminente insurrezione: difendere le fabbriche e gli uffici pubblici dalle distruzioni del nemico e passare poi all'attacco per ingrossare le file dei partigiani e per occupare i punti più importanti della città. Da notare che in queste istruzioni il compito di salvare gli impianti produttivi e di pubblica utilità, il patrimonio industriale, non era inteso passivamente bensì attivamente, come pronto e rapido passaggio dalla difesa all’offensiva, ben sapendo come, anche in questo caso, l’unico modo per raggiungere l'intento fosse quello di non rinchiudersi nelle fabbriche, ma di attaccare appena possibile.

Il 18 aprile, quasi raccogliendo subito questo appello, «Torino proclama un grande sciopero ... definendolo la prova generale dell' insurrezione. Lo sciopero si estende al Biellese, Vercellese e Novarese» . Il 19 aprile, il C.L.N.A.I. esortava i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti dell’Italia occupata a seguire l'esempio dei loro compagni piemontesi, che da tempo avevano abbandonato il lavoro al servizio del nemico e si mantenevano compatti in sciopero. Mentre invitava formalmente i comitati di agitazione compartimentali a organizzare l'abbandono immediato e in massa del lavoro, con particolare riguardo al personale di macchina, dichiarava che era giunta l'ora di rifiutarsi a un lavoro che era un servizio al nemico e che metteva a repentaglio, con l'onore nazionale, anche l'avvenire e la vita degli stessi lavoratori.

Le direttive erano applicate senza indugio: il 23 i ferrovieri milanesi dichiaravano lo sciopero generale, contribuendo in misura decisiva a paralizzare i movimenti e il traffico dell'avversario.

Il fascismo però sembrava voler tentare una estrema resistenza, ora accentuando la politica repressiva, ora quella distensiva. Erano le due tendenze che, già inconciliabili in precedenza, tendevano adesso, per l'avvicinarsi dell'estremo pericolo, ad allontanarsi ancor di più l'una dall'altra. Continuavano da un lato gli arresti, i rastrellamenti, la sconfessione degli elementi che cercavano una «pacificazione».

D'altro lato, al contrario, il fascismo proseguiva i suoi esperimenti di socializzazione, forse illudendosi ancora di poter attrarre a sé la classe lavoratrice. Il 15 febbraio i giornali annunciavano che presso l'Università di Torino sarebbe stato ben presto inaugurato un corso sulla socializzazione «destinato ai lavoratori, capi delle aziende e dirigenti di imprese ». Il 21 febbraio il «duce» elogiava Padova per la sua «fede nella socializzazione»: «Voi avete cam­minato - aveva detto alla commissione della città recatasi a trovarlo a Gargnano - con passo celere, verso quello che ormai comunemente si chiama lo Stato del Lavoro, e cioè la Repubblica sociale italiana, secondo i primi e immutabili principi del Fascismo. Oltre la socializzazione, cardine fondamentale della Repubblica, le classi operaie hanno ora la responsabilità amministrativa dei Comuni e quella dei problemi annonari che interessano così da vicino il popolo». Il 23 marzo, nell'annuale della fondazione dei fasci, con grandi titoli su tutta la pagina, si scriveva che «la marcia rivoluzionaria continua per la difesa dell'avvenire dell'Italia e la conquista di una più alta giustizia per il popolo». Ancora il 1° aprile il «Corriere della Sera» annunciava che il 21 aprile si sarebbe proceduto «alla socializzazione di due importanti categorie di imprese industriali. Non a caso è stata scelta la data del Natale di Roma. Quest'anno, la festa del lavoro segnerà un nuovo e decisivo progresso campo sociale. Il ritmo della socializzazione diviene infatti sempre più vivace ...».

Il C.L.N.A.I. denunziò (12 aprile) come criminali di guerra i membri del direttorio fascista, e (13 aprile) diede disposizioni alle formazioni partigiane sul modo comportarsi verso i nazifascisti che si arrendevano.

Poi, il 25 aprile, mentre l'insurrezione era nel pieno del suo vittorioso svolgimento, il C.L.N.A.I. abrogava ogni legge e disposizione del governo fascista repubblicano sulla «so­cializzazione »: rispondeva in tal modo alla politica «sociale» del fascismo, che tanta diffidenza e ostilità aveva incontrato fra i lavoratori per il suo persistente corporativismo paternalistico, e apriva la via alla lotta sindacale libera e democratica.

La seduta del C.L.N.A.I. che aveva dato inizio alla insurrezione era stata quella del 19 aprile, in cui era stata approvata la mozione sui ferrovieri. Nella stessa seduta fu decisa anche, su proposta comunista, la proclamazione di una «Giornata dei Martiri e degli Eroi», e si suggerì al governo di Roma di indire tale celebrazione il 2 giugno, anniversario della morte di Garibaldi; venne inoltre discusso e approvato un lungo proclama con cui il C.L.N.A.I. quale delegato del governo italiano, intimava «formalmente» alle forze armate tedesche e fasciste, ai funzionari civili del governo fascista repubblicano, e a quelli dell'apparato di occupazione germanico, di «arrendersi o perire».

Gli Alleati, dopo aver simulato il 5 aprile un attacco sul litorale tirrenico – attacco che li portava a liberare Massa il 10 e Carrara l'11, con l'aiuto dei partigiani, come riconosceva il generale Clark – iniziavano il 9 aprile l'offensiva principale sul fronte dell’VIII Armata schierata sull'Adriatico. Nella notte fra il 20 e il 21 Bologna, la città lungamente contesa, era liberata e vi entravano per primi i soldati italiani della «Legnano», mentre Forlì, Ravenna, Modena, Ferrara venivano liberate dai partigiani. Il 23 aprile insorgeva Genova: le SAP entravano in azione e le formazioni dei patrioti scendevano dai monti circostanti; il giorno dopo il C.L.N. assumeva i pieni poteri.

Intanto il generale Clark, nei giorni precedenti la liberazione di Bologna, annunziava alle forze partigiane dell’Italia settentrionale che la battaglia finale per la liberazione d'Italia e la distruzione dell'invasore era cominciata: «Voi siete preparati a combattere, ma il momento della vostra concertata azione non è ancora giunto. A certe bande sono già state impartite istruzioni speciali. Altre bande si concentreranno nella protezione delle loro zone e delle loro città dalla distruzione, quando il nemico sarà costretto a ritirarsi... A quelle bande che non hanno avuto compiti specifici per l'immediato futuro: voi dovete alimentare la vostra forza e tenervi pronte alla chiamata. Non fate il giuoco del nemico agendo prima del tempo scelto per voi. Non sperperate la vostra forza. Non lasciatevi tentare ad agire prematuramente. Quando verrà il momento, ciascuno di voi e tutti voi sarete chiamati a far la vostra parte nella liberazione dell'Italia e nella distruzione dell'odiato nemico». Ma i partigiani, come non avevano aspettato questo proclama per mettersi in azione, così non rispettarono questi inviti alla prudenza e all'attesa, desiderando mostrare agli Alleati quanto fosse stato decisivo il contributo degli italiani alla liberazione del loro paese. Lo stesso Clark dovrà riconoscere che «i servizi resi dai partigiani furono molti e molto importanti, compresa l'occupazione di parecchie città e di parecchi villaggi».

Il C.L.N.A.I. dal canto suo continuava a preoccuparsi della difesa degli impianti industriali e di utilità pubblica, poiché sarebbe stata certamente una liberazione pagata a troppo caro prezzo se quegli impianti fossero andati distrutti. Perciò inviava il 21 aprile ai vari C.L.N. e al Comando generale del Corpo Volontari della Libertà una « circolare per l'emergenza» in cui - prevedendo che, favoriti dallo stato d'assedio, reparti di guastatori nemici potessero tentare di «mettere in esecuzione il piano di distruzioni di fabbriche» ecc. e che reparti polizieschi procedessero «al fermo di elementi della Resistenza o ritenuti tali» - dava disposizioni su come rompere il coprifuoco e attaccare ogni pattuglia nazifascista in circolazione. Il 23 aprile poi, dietro proposta del partito liberale, stabiliva le pene per chi si fosse reso responsabile di distruzioni di vie di comunicazione, di impianti industriali e in genere dell'attrezzatura produttiva.

Il C.L.N.A.I. si preoccupava anche di altri problemi che potrebbero apparire meno importanti ma di cui pure ci si doveva interessare per garantire uno sviluppo il più possibile ordinato della vita nell'immediato dopoguerra e per evitare nuove difficoltà. Ad esempio, il 23 aprile approvava deliberazione sulla nomina dei conservatori agli archivi della Repubblica sociale, con cui intendeva assicurare la conservazione degli archivi dei vari ministeri fascisti, salvando il materiale che avrebbe potuto risultare prezioso per una migliore conoscenza - anche ai fini penali - di tanti aspetti di quella repubblica.

Il 24 poi diffidava le autorità tedesche e fasciste dal continuare i maltrattamenti contro gli ebrei rinchiusi nel carcere di San Vittore di Milano con una mozione che era nel tempo stesso una chiara condanna del razzismo e una significativa promessa di un domani ben diverso.

Giunse finalmente l'insurrezione di Milano, la città che aveva guidato per tanti mesi la lotta partigiana: come quasi tutte le città e quasi tutti i villaggi dell'Italia settentrionale, anche Milano voleva liberarsi da sola e presentare agli Alleati una ripresa ordinata e pacifica della vita. Il 29 marzo era stato costituito un Comitato insurrezionale del C.L.N.A.I., composto da Valiani, Pertini e Sereni, che svolse un'azione molto importante vincendo le esitazioni di coloro che non avevano fiducia nell'insurrezione popolare. Il 24 aprile le formazioni partigiane cittadine raccolsero un appello dal C.L.N. milanese perché prendessero le armi; e il giorno seguente, mentre le maestranze occupavano le fabbriche mettendosi agli ordini del C.L.N., la battaglia raggiunse il suo culmine e si profilò senza più incertezze la vittoria.

Mussolini riallacciò attraverso il cardinal Schuster i rapporti con il C.L.N.A.I. per un ultimo, disperato tentativo di salvezza; ma di fronte alla richiesta dei rappresentanti del Comitato di arrendersi senza condizioni, prese tempo e si allontanò dall'Arcivescovado, dove si era svolto il colloquio nel pomeriggio del 25, dicendo che avrebbe dato la sua risposta. Invece partì poco dopo, nella speranza di poter riparare in Svizzera e consegnarsi agli Alleati evitando la resa al C.L.N.A.I., che doveva apparirgli umiliante e penosa. Ormai non gli era rimasto nulla per negoziare da una posizione di forza, giacché i tedeschi avevano già da tempo svolto trattative a sua insaputa e le milizie fasciste non erano più organizzate ed efficienti.

Il C.L.N.A.I. aveva assunto pubblicamente i poteri civili e militari con due proclami emanati il mattino del 25 aprile: il primo che incitava la cittadinanza allo sciopero generale e all'insurrezione sotto la guida del Comitato; e il secondo che dava le prime disposizioni con cui il C.L.N.A.I., delegato del governo italiano, intendeva «assicurare la continuazione della guerra di liberazione a fianco degli Alleati, per garantire e difendere contro chiunque la libertà, la giustizia e la sicurezza pubblica».

Nello stesso giorno, a perfezionare il precedente proclama, veniva emanato un decreto sull'amministrazione giustizia. Occorreva fissare norme precise affinché la punizione dei delitti fascisti fosse sottratta alla indignazione popolare e avvenisse con una sanzione di legalità: norme, naturalmente, che tenessero conto dello stato d'animo generale e che traducessero tale stato d'animo in termini giuridici. Con tale decreto, che mirava ad «assolvere il molto delicato compito di offrire alla popolazione seria garanzia che giustizia sarà fatta con serenità e con sollecitudine», il C.L.N.A.I. insediava le Commissioni di giustizia per la funzione inquirente, le Corti d'Assise del popolo per quella giudicante e i Tribunali di guerra per lo stato di emergenza.

Erano gli ultimi atti del dramma che aveva schierato in due campi opposti il nostro popolo: non desiderio di vendetta né spirito di rappresaglia animavano quelle deliberazioni del C.L.N.A.I., ma la naturale aspirazione a ridare alle cose umane e ai valori morali la loro giusta importanza e la loro esatta misura, non più in base a un sogno di oppressione bensì a un ideale di libertà e di giustizia, a quell’ideale che aveva animato gli uomini della Resistenza, che li aveva resi capaci di sopportare con animo sereno tante dure prove.

Ora si era giunti al termine e si poteva ripensare con soddisfazione alle difficoltà superate, ai sacrifici sofferti, si potevano rievocare con un acuto senso di rimpianto e di gratitudine i compagni caduti lungo la strada, quelle «file di morti che non tornano più».

I partigiani guardavano con fierezza ai risultati della loro tenacia: l'esercito che fin dall' inizio si erano sforzati di creare ora esisteva veramente, dopo che era stata vinta la contrarietà dei nemici da un verso e degli Alleati dall'altro. Quell'esercito aveva contribuito efficacemente, e spesso in maniera decisiva, al successo e alla rapida avanzala delle armate anglo-americane, come dovevano riconoscere gli stessi alti Comandi alleati e come ammetterà, nelle sue memorie, perfino Churchill. Basti leggere il rapporto della Special Force (cui spettava il compito di tenere i contatti con le formazioni partigiane, di dirigerne i movimenti e di coordinarli con l'azione tattica dei reparti alleati), in cui si avverte chiaramente la meraviglia per l'appoggio fornito dai patrioti, superiore al previsto e non limitato al controsabotaggio: «Il contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Colla forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale di un nemico di gran lunga superiore ad essi per numero. Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante o cosi poco dispendiosa».

Gli uomini della Resistenza potevano dirsi contenti dei risultati raggiunti sul piano politico: anche qui avevano dovuto lottare, contro la tendenza degli Alleati a limitare e a ridurre il significato e il valore dei C.L.N., ma ora, nel momento dell'insurrezione vittoriosa i C.L.N. assolvevano pienamente al loro importante compito, dirigendo lo slancio popolare, assumendo funzioni di governo, riedificando rapidamente e con grande capacità tutta la struttura di una nuova vita libera e democratica. Il riconoscimento più ampio venne reso proprio dagli inglesi, i quali, nel rapporto citato sopra, parlarono dell'eccellente lavoro compiuto dai C.L.N. prima dell’arrivo dell'A.M.G.: « ... Quanto essi hanno fatto, lo hanno fatto bene e il prestigio del movimento di resistenza italiano non e mai stato più alto che in queste ultime settimane, risultando dell'ottimo lavoro compiuto dal C.L.N.A.I. dai suoi Comitati regionali e provinciali ... Si può dire che essi hanno assolto le loro funzioni nella maniera più soddisfacente e il tempo mostrerà quali conseguenze ciò potrà avere per il futuro politico dell' Italia». Gli inglesi furono pure colpiti dalla consapevolezza e dalla disciplina con cui erano state accolte le disposizioni dei Comandi alleati: «... Tutte le armi e le munizioni vennero consegnate a Pavia, Voghera e nelle città lungo la via Emilia in quasi tutti i casi senza incidenti e in una atmosfera che smentì completamente qualsiasi possibilità di una seconda Grecia». Le gravi preoccupazioni e i timori degli alleati si dimostrarono perciò vani: la Resistenza italiana diede un esempio di compattezza, di unità, di ardore combattivo mai disgiunto dal senso dei limiti entro cui la propria azione doveva essere mantenuta perché fosse veramente efficace: la Resistenza svelò il profondo e diffuso spirito democratico del popolo italiano.

Il 26 aprile segnò la conclusione di questo travagliato e drammatico periodo: i combattimenti continuarono per alcuni giorni ancora, perché i partigiani assalirono con successo, costringendole alla resa, le colonne tedesche che dal Piemonte, dal Piacentino e dalla bassa Lombardia cercavano di aprirsi il varco verso il Brennero; ma in quel giorno il C.L.N.A.I. pose termine all'attività clandestina, passando al nuovo periodo dell'attività pubblica e palese, Il 26 veniva pubblicato il manifesto per l'assunzione dei poteri:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia, delegato del solo governo legale italiano, in nome del Popolo e dei Volontari della Libertà assume tutti i poteri di amministrazione e di governo per la continuazione della guerra di liberazione al fianco delle Nazioni Unite, per l'eliminazione degli ultimi resti del fascismo e per la tutela dei diritti democratici.

Gli italiani devono dargli pieno appoggio. Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del C.L.N. e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali sterminati.

In quello stesso giorno, in un altro documento, si profilava il primo e basilare problema da risolvere per la ricostruzione pacifica di un nuovo ordinamento democratico: all'unanimità il C.L.N.A.I. approvava una mozione sulla riforma del futuro governo, manifestando una fiducia che non poteva andar delusa. poiché solo in essa c'erano le possibilità di un profondo rinnovamento della vita italiana, di quel rinnovamento che era stato uno dei più segreti e costanti ideali della Resistenza:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta ltalia in in vista della riforma del governo che certamente seguirà alla liberazione del Nord, esprime al C.L.N. centrale il voto che i Ministeri decisivi per la condotta della guerra e per il rinnovamento democratico del paese, e in particolare il Ministero degli Interni, siano affidati a uomini che abbiano decisamente combattuto il fascismo sin dal suo sorgere e che diano prova di saper degnamente esprimere i bisogni di vita e di giustizia sociale e le profonde aspirazioni democratiche delle masse lavoratrici e partigiane che sono state all’avanguardia della nostra guerra di liberazione.

Questa mozione apre nuovi problemi, prospetta l’inizio di una nuova lotta politica: la vita, nel suo infaticabile corso, non si arrestava e rapidamente portava con sé altri compiti, facendo svanire a poco a poco nel ricordo le sofferenze, i dolori, le pene e lasciando nell'anima la traccia di una più alta vita morale e l'incitamento a mantenersi sempre degni della grande esperienza della Resistenza.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

Aprile 1945: l' insurrezione popolare
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Il documento Wilson

6 Décembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

7 dicembre 1944

La soluzione della crisi governativa incide anche in un altro settore decisivo: pone fine alla lunga attesa della missione del CLNAI, venuta a Roma alla fine di novembre, allo scopo di ottenere una chiarificazione definitiva dei rapporti sia con gli alleati, sia con il governo stesso italiano. La missione era stata originariamente sollecitata dagli alleati, cioè dai loro rappresentanti in Svizzera, quando ancora si sperava nella conclusione vittoriosa dell'offensiva sulla gotica, ma dagli stessi alleati ristretta alle persone di proprio gradimento, a Pizzoni, per le questioni finanziarie e -«Franchi» (Edgardo Sogno), per le questioni politico-militari. Deludendo questa impostazione, essa era stata costituita invece da Parri, Giancarlo Pajetta e Pizzoni, con la partecipazione ormai divenuta secondaria del suddetto Franchi. Arrivata a Roma, aveva ricevuto una accoglienza freddissima da parte di Bonomi il quale s'era affrettato a dichiarare la propria incompetenza, rinviandola agli alleati. Con questi ultimi essa aveva pertanto iniziato una fitta serie di colloqui, dovendo rinunciare - per lo scoppio stesso della crisi - ad avere un qualsiasi appoggio da parte del governo italiano.

Finalmente il 7 dicembre

nella sala del Grand Hotel, da un canto, imponente maestoso come un proconsole, Sir W. Maitland Wilson, dall'altro, - riferisce Parri, - noi quattro si procedeva alla firma al testo dell'accordo in sei punti. Al primo punto la definizione pregiudiziale dei rapporti fra il comandante supremo alleato e il CLNAI: «Il comandante supremo alleato desidera che la più completa cooperazione militare sia stabilita e sia mantenuta fra gli elementi che svolgono attività nel movimento della resistenza; il CLNAI stabilirà e manterrà tale cooperazione in modo da riunire tutti gli elementi che svolgono attività nel movimento della resistenza sia che appartengano ai partiti antifascisti del CLNAI o ad altre organizzazioni antifasciste».

Successivamente, gli impegni assunti dal CLNAI: di far eseguire da parte del CVL «tutte le istruzioni date dal comandante in capo AAI il quale agisce in nome del comandante supremo alleato»; di mantenere al posto di «capo militare del Comando generale del CVL un ufficiale accetto al comandante in capo AAI», di «garantire la legge e l'ordine al momento della ritirata del tedesco e di salvaguardare le risorse economiche del paese in attesa che venga istituito un governo militare alleato ...», di «fare cessione a tale governo di ogni autorità e di tutti i poteri di governo e di amministrazione, precedentemente assunti», di accettare infine che i partigiani nel territorio liberato passassero alle dipendenze dirette del comandante in capo AAI «eseguendo qualsiasi ordine dato da lui o dal governo militare alleato in suo nome compresi gli ordini di scioglimento e di consegna delle armi, quando ciò venisse richiesto».

Il documento concludeva con l'obbligo di « consultare le missioni alleate ... in tutte le questioni riguardanti la resistenza armata, le misure antiincendi e il mantenimento dell'ordine».

In cambio di tanti impegni, garanzie e oneri,«un'assegnazione mensile non eccedente 160 milioni di lire» veniva «consentita per conto del comando supremo alleato per far fronte alle spese del CLNAI e di tutte le altre organizzazioni antifasciste». Ma anche sul modo d'erogazione di tale somma e sulle quote spettanti alle varie zone sanciva il controllo del solito «comandante in capo AAI».

Il documento può apparire deludente, in taluni punti persino umiliante per la Resistenza. Ben si comprendono le reazioni immediate che esso suscitò al momento della firma nei rappresentanti del CLNAI («Ad un certo momento, - testimonia Parri, - ci domandammo se convenisse firmare») e anche quelle meno immediate, ma ancor più aspre che la sua lettura suscitò in seno al CLNAI (i rappresentanti socialisti arrivarono al punto di giudicarlo «un documento di asservimento del CLNAI alla politica britannica»).

«Ma, - continua lo stesso Parri, - firmammo. Troppo grande, troppo importante, quella che avevamo ottenuto per non lasciare in seconda linea le altre considerazioni». Al di là della forma, la sostanza era questa: che gli alleati riconoscevano di fatto al CLNAI il compito di guidare la lotto armata nel Nord e rinunciavano definitivamente alla loro politica di trattare con questo o quel settore del movimento partigiano (si ricordi quali erano state le richieste iniziali
degli alleati per la formazione della stessa missione), Il finanziamento - certo utile e prezioso anche in se stesso - aveva tuttavia validità in quanto sanciva questa nuovo corso nei rapporti fra alleati e Resistenza: i primi ottenevano in cambio una serie d'impegni a garanzia che non si ripetesse in Italia una «soluzione tipo Grecia» (situazione già esclusa pregiudizialmente da tutta la condotta politica del CLNAI); la seconda vedeva infine riconosciuta a accettata la propria validità o la propria impostazione politica e militare; gli alleati erano costretti a riconoscere l'esistenza dell'esercito popolare dopo che in tanti modi s'erano adoperati per impedirne la nascita e lo sviluppo, prima sostenendo la tesi dei piccoli gruppi di «informatori e di sabotatori», poi limitando al minimo o negando del tutto i propri aiuti.

Il 26 dicembre vi fu una dichiarazione bipartita tra governo italiano e CLNAI.

Eccone il testo nella sua integrità:

Il Governo italiano riconosce il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI) quale organo dei partiti antifascisti nel territorio occupato dal nemico. Il governo italiano delega il CLNAI a rappresentarlo nella lotta che i patrioti hanno impegnato contro i fascisti e i tedeschi nell'Italia non ancora liberata. Il CLNAI accetta di agire a tal fine come delegato dal governo italiano il quale è riconosciuto dai governi alleati come successore del governo che firmò le condizioni di armistizio ed è la sola autorità legittima in quella parte d'Italia che è già stata o sarà in seguito restituita al governo italiano dal governo militare alleato.

Bibliografia:

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana – Einaudi 1964

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Il secondo Governo Bonomi

1 Décembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dicembre 1944: la crisi del primo governo Bonomi, che si era aperta con le dimissioni di Bonomi il 26 novembre 1944, toccava il suo punto culminante nei primi giorni di dicembre. Il tentativo del CLN d'avocare a sé la soluzione della crisi, designando il nuovo capo di governo nella persona del conte Sforza era andato completamente a vuoto: poiché sul nome di Sforza s'era rinnovato - e in forma ancor più brusca che nel giugno - il veto inglese. Scavalcando il CLN, il luogotenente aveva dato il reincarico a Bonomi, che l'aveva accettato essendo ormai in posizione di forza e avendo la massima possibilità di manovra dinanzi a un CLN disgregato. Il 2 dicembre i liberali dichiaravano d'esser disposti ad andare al governo anche senza la partecipazione di altri partiti. Il 4 dicembre Bonomi, forse preoccupato d'aver teso troppo la corda, rivolgeva un appello ai tre partiti di massa, invitandoli a collaborare con lui e offrendo loro due vicepresidenze che « avrebbero permesso di condividere più da vicino con lui... la responsabilità della direzione politica del governo ». Avendo i partiti socialista e comunista risposto all'invito negativamente, sia pure con diverse accentuazioni, nei giorni successivi si prospettava come soluzione più probabile della crisi la formazione d'un governo che escludesse da sé ogni rappresentanza della sinistra o d'un «governo a tre» (democrazia cristiana, liberali, democrazia del lavoro). Il 7 dicembre Togliatti aderiva alle proposte di Bonomi e pertanto si costituiva il nuovo governo, restando all'opposizione i socialisti e gli azionisti.

Bibliografia:

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana – Einaudi 1964

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il proclama del generale Alexander

13 Novembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testo del proclama che il generale Alexander indirizzò ai partigiani italiani il 13 novembre 1944.

Il proclama venne trasmesso da «Italia combatte», la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari.

«Nuove istruzioni impartite dal generale Alexander ai patrioti italiani. La campagna estiva, iniziata l’11 maggio, e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita; inizia ora la campagna invernale.

In relazione alla avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità dei lanci; gli Alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto il gen. Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

  1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
  2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
  3. attendere nuove istruzioni che verranno date o a mezzo radio “Italia combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate: la parola d'ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
  4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti;
  5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico, studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
  6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
  7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
  8. il gen. Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l'espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate la scorsa campagna estiva».
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Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli

15 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli libro PizzoniAlfredo Pizzoni è nato a Cremona il 20 gennaio 1894 da Paolo, ufficiale di Artiglieria, ed Emma Fanelli. Compiuto il liceo, studia a Oxford e a Londra e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Pavia. Partecipa alla Grande Guerra come ufficiale dei Bersaglieri, meritando una medaglia d'argento; dopo un periodo di prigionia in Austria viene rimpatriato ed è aggregato come ufficiale di collegamento al Corpo di spedizione internazionale in Palestina. Al termine della guerra prende parte per breve tempo all'impresa di Fiume. Nel 1920 si laurea ed entra al Credito Italiano dove inizia una brillante carriera. Nel 1922 si sposa con Barbara Longa, dalla quale avrà cinque figli. Durante il fascismo Pizzoni, che è avverso al regime, frequenta gruppi antifascisti avvicinandosi in particolare a «Giustizia e Libertà». All'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 si fa richiamare alle armi come maggiore dei Bersaglieri. Il 23 gennaio 1942 la motonave «Victoria», diretta in Nordafrica, sulla quale è imbarcato come comandante del 36° battaglione Bersaglieri, viene affondata; per il suo comportamento in quell'occasione gli è attribuita una medaglia di bronzo. Smobilitato per ragioni di salute quello stesso anno, riprende il lavoro alla direzione centrale del Credito Italiano a Milano e torna a frequentare gli ambienti antifascisti. Dopo la caduta del fascismo e l'armistizio dell'8 settembre 1943 partecipa alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui è sin dall'inizio nominato presidente. Ricoprirà questo ruolo per tutta la durata della lotta di Liberazione fino al 27 aprile 1945, allorché viene sostituito dal socialista Rodolfo Morandi. Nel dopoguerra Pizzoni è membro della Consulta nazionale, e presidente del Credito Italiano, carica che tiene fino alla morte, avvenuta il 3 gennaio 1958.

 

Scriveva Alfredo Pizzoni nel settembre 1946:

«Si pensi ora, quale forza morale avrebbe oggi e sempre l'Italia davanti al mondo intero, davanti a tutti i popoli, se allora (25 luglio 1943, n.d.r.) avesse saputo decisamente avviarsi sulla via della redenzione. I rischi non dovevano essere calcolati: certo gli Alleati, anche se impotenti e impreparati, e diffidenti, sarebbero almeno in un secondo tempo venuti ad aiutarci e sarebbero stati costretti a impiegare le truppe italiane, affiancandoci così effettivamente e in misura rilevante e sin dall'inizio, alla guerra di Liberazione del nostro territorio nazionale.

Invece la storia dei 45 giorni è tutta una pietosa storia, ed è all'origine di molti dei nostri attuali malanni. Sono intimamente persuaso che sarebbe bastato l'esempio dei capi, e il popolo e moltissimi soldati si sarebbero battuti eroicamente e il corso della storia nostra, presente e futura, avrebbe tutt'altro svolgimento.

 

A Milano, martedì 27 luglio si era riunito per la prima volta il Comitato antifascista; vi erano rappresentati tutti i cinque partiti antifascisti.

Roberto Veratti (avvocato, esponente socialista) venne a trovarmi al Credito Italiano e mi invitò a intervenire.

Ricordo che eravamo presenti: io per il Partito liberale, Malavasi per la Democrazia cristiana, Albasini Scrosati per il Partito d'Azione, Veratti per il Partito socialista, Basso e Molinari per il MUP e Roveda e Grilli per il Partito comunista.

La discussione si occupò delle prime necessarie misure e manifestazioni e della necessità di influire su Roma perché si venisse al più presto alla cessazione delle ostilità.

Una seconda riunione fu tenuta due giorni dopo in casa di Basso: c'era anche Gronchi per la Democrazia cristiana.

Il Comitato prese l'abitudine di riunirsi, nello studio Veratti, e io vi ero sempre ospite gradito, e interpellato specialmente ogni volta che un argomento militare affiorava. Fu così che un giorno, prima dei bombardamenti alleati di mezzo agosto, in un momento di discussione, vivace e disordinata, qualcuno disse: «È necessario che uno di noi assuma la presidenza e ottenga ordine nel parlare». Veratti intervenne: «Pizzoni assuma la presidenza». Tutti annuirono e così iniziai il mio lavoro di dirigenza e di coordinazione.

Di quel primo tempestoso periodo ricordo che il principale argomento era il far decidere Roma a concludere un armistizio con gli Alleati. Delegazioni vennero inviate, ordini del giorno spediti. Veratti andò a Roma. A poco a poco, avemmo la certezza che, se pur lentamente, Badoglio si muoveva. Ma tempo prezioso venne perduto».

 

I bombardamenti di Ferragosto a Milano

«Intanto, a Milano, si ebbero gli spaventosi e inutili bombardamenti intorno a Ferragosto; che angoscia in quei giorni!

La nostra bella città era fino allora, fortunosamente, rimasti quasi immune dai danni della guerra. Non vi era a Milano alcun obiettivo militare importante, non truppe tedesche inqua drate. Perché tanti enormi danni furono arrecati, perché si volle ferire, avvilire una popolazione che andava ritrovando lo spirito concorde ed eroico delle cinque giornate del 1848? È questa una domanda alla quale non trovo risposta, né presso gli Alleati, cautamente interrogati, ho potuto sapere e accettare nulla. Necessità militari, accennatemi, non ve ne erano. Grave errore politico? Ma quello fu un delitto, non un errore ...

La popolazione di Milano sotto i ripetuti, terribili colpi, si comportò in modo ammirevole. Intendo dire il popolo, il ceto medio, la povera gente, ché gli abbienti non c'erano, erano, salvo poche eccezioni, «filati», erano nelle loro ville della Brianza e del Varesotto, non comparvero mai, in quei giorni, in città; incominciarono timidamente, a cose finite, a bombardamenti cessati, a compiere fuggevoli gite in automobile per vedere se le loro case erano intatte o distrutte, e poi scomparvero per un pezzo ...

I poveri: si vedevano la mattina dopo i bombardamenti, seduti davanti alle loro case distrutte, inebetiti, stanchi, sporchi, laceri, commossi, intenti a radunare i resti delle loro povere cose. Non dicevano nulla, non chiedevano nulla, non imprecavano, non hanno mai imprecato, subivano con animo cristiano la maledizione per le malefatte di altri.

Ricordo una mattina che percorsi a piedi il tratto dalla stazione di porta Genova a piazza del Duomo: pareva di essere in un girone dell'Inferno dantesco. Non una casa era indenne; molte erano distrutte da bombe dirompenti, moltissime bruciavano e nessuno poteva intervenire; file interminabili di persone cariche di valige, di materassi, o che spingevano carretti colmi di vecchi arnesi e di mobilucci, si avviavano silenziose verso la periferia.

... E Milano bruciava, e i pompieri combattevano una battaglia senza mezzi adeguati e perciò perduta in partenza, e l'ira divina si abbatteva sulla magnifica e fiera città». 

 

Arriva l’8 settembre

«In quei terribili giorni noi antifascisti ci radunammo lo stesso, sempre nello studio Veratti, rimasto intatto, in mezzo a case crollate o bruciate; non c'era che da imporre a Roma la decisione suprema: cessare le ostilità; la guerra non doveva continuare e non bisognava aver paura dei tedeschi, nostri naturali nemici, causa unica oramai, dopo la caduta del fascismo, di tanta inutile sciagura.

Intanto, a poco a poco, dagli avvenimenti in corso o che si dovevano prevedere, e dalle nostre discussioni, scaturiva la necessità di armarci, di organizzare le forze che spontaneamente si mettevano a nostra disposizione.

Il conflitto con i tedeschi appariva vicino e inevitabile, l'esercito dava la penosa impressione di essere bacato, marcio, i capi incerti, imbelli, chiusi in formule, rispettabili e doverose in tempi normali, ma in quel momento anacronistiche e controproducenti. Consultatomi con Veratti, predisposi uno schema di «Guardia nazionale», lo misi a punto in una riunione autorizzata, e andai a parlare con il comandante del Corpo d'Armata territoriale di Milano. Da pochi giorni vi era stato destinato, con incarico del grado superiore, il generale di divisione Ruggero, proveniente dai bersaglieri e dallo Stato Maggiore. Si dichiarava antifascista, era vivace e simpatico, appariva animato da sincero spirito di collaborazione con i partiti politici. Vi furono altri colloqui col generale Ruggero. A questo consegnammo copia del progetto compilato di costituzione della «Guardia Nazionale» a Milano estendibile in altre città e regioni dell'Italia settentrionale. Ruggero promise di mandarlo subito a Roma, di appoggiarlo, di farci avere una risposta in pochi giorni. Ma ci accorgemmo poi che non ne aveva fatto nulla. Questo generale, in definitiva, si comportò male: non capì nulla della situazione; non ne poteva capire nulla; era impreparato; era leggero e facilone; non stava a tavolino a organizzare; non aveva servizi regolari di segreteria; credeva di risolvere la situazione con buone parole e propositi incerti.

 

Si arrivò ai primi di settembre: chiedemmo esplicitamente a Ruggero di fornirci armi, o, quanto meno, di accantonarne a nostra disposizione e con facilità per noi di prelevarle. Ci rispose con promesse vaghe e assicurazioni di buona volontà e avevamo l'impressione che non faceva sul serio, che non capiva. Ma non potevamo che stargli vicino, mantenere con lui le più cordiali relazioni, fare opera di persuasione, per portarlo a decisioni al momento dell'azione. Si arrivò così ai giorni immediatamente precedenti l'8 settembre. Oramai tutto faceva prevedere che l'armistizio o, comunque, una effettiva cessazione delle ostilità verso gli Alleati era imminente.

La mattina dell'8 fui chiamato dal generale Ruggero che mi fece capire che eravamo vicinissimi alla crisi: egli aveva avuto precise informazioni e istruzioni da Roma, a mezzo di un colonnello di Stato Maggiore, inviato dal Comando supremo, e che aveva fatto il giro dei Comandi di Corpo d'Armata territoriali. Ruggero estrasse di tasca alcune carte e mi disse: «Qui ho le mie annotazioni». Mi ripeté l'assicurazione di essere deciso ad agire, di essere con noi e che ci avrebbe dato le armi. Tedeschi a Milano ce n'erano pochissimi, addetti a servizi e con solo armi leggere.

La sera dell'8 settembre, sentito l'annuncio dell' armistizio alla radio, telefonai subito al generale Ruggero. Gli dissi: «Sono qui pronto ad agire, insieme con i miei amici, ed è questo il momento di agire». La risposta fu tipica della mentalità di un uomo che non aveva capito nulla, o che non voleva capire nulla: «Oramai c'è l'armistizio e non c'è nulla da fare; la situazione è chiarita». Replicai, ribattendo che bisognava agire. Ma di fatto, in quel preciso momento, nulla potevamo fare; era notte fonda ed eravamo tutti dispersi, senza un punto di riferimento o un luogo di convegno.

 

La mattina del 9, presto, ci fu una riunione nello studio Veratti e poi ci recammo numerosi al Comando di via Brera. Ruggero temporeggiava, Gasparotto voleva che si andasse alle barricate, io chiesi ci si dessero le armi e dichiarai che la Guardia nazionale e il popolo milanese avrebbero fatto il loro dovere e avrebbero combattuto contro i tedeschi. Ma lì non si decise nulla e allora noi venimmo via e decidemmo di aprire gli arruolamenti alla Guardia nazionale.

Solo nel pomeriggio avemmo le tessere da distribuire; diedi istruzioni agli ufficiali di arruolamento, che si installarono negli uffici dei mandamenti urbani, e che procedettero ad arruolare qualche migliaio di uomini. Nel frattempo, in piazza del Duomo, vi fu un comizio di popolo, deciso nella riunione della mattina in via Brera coll'assenso di Ruggero, e con la nostra garanzia che non ci sarebbero stati disordini: e non ce ne furono. Parlò l'avvocato Scotti per i liberali; Li Causi per i comunisti; Viotto per i socialisti e non so quali oratori per gli altri due partiti.

Prima di sera, tornai in via Brera, rividi Ruggero, e dal colloquio trassi sconfortanti certezze di insuccesso. Non si decise a darci le armi, incominciò a dire che non ne aveva, e che non aveva munizioni oltre il fabbisogno minimo dei suoi reparti, che le diserzioni avvenivano in misura impressionante e che persino dello squadrone appiedato del Savoia Cavalleria, assegnato a difesa del Comando, buona parte degli uomini si erano dileguati. Come di regola in quei giorni, non aveva un preciso disegno di azione; evidentemente cercava una via di uscita. Le notizie dalle guarnigioni periferiche della zona di sua giurisdizione erano pessime; i presidi cadevano a uno a uno senza resistenza o con azioni di fuoco minori, a opera di pochi animosi, con armi leggere e affrontati decisamente da reparti corazzati e autotrasportati tedeschi.

 

L'indomani, 10 settembre, riunione in via del Lauro, nell'ufficio dell'avvocato Della Giusta (Piero): eravamo in molti: Gasparotto, Boeri, Jacini, Li Causi, Veratti, Tino, Maffei ... Il generale Ruggero, sentivamo, non voleva prenderci sul serio; aveva un suo disegno, che nel pomeriggio si delineò: mettersi d'accordo con i tedeschi, uscire dalla situazione senza combattere e con un accomodamento, quale che fosse.

Nel pomeriggio - verso le tre - il generale Ruggero si lamentò per un incidente avvenuto vicino alla stazione: i patrioti avevano fatto fuoco su di un'automobile tedesca e ferito l'ufficiale tedesco di collegamento con Ruggero: questi temeva complicazioni e difficoltà nelle trattative che già andava conducendo per uscire da una situazione che giudicava insostenibile, deciso com'era a non compiere atti di forza. Il Comando di via Brera era pieno di ufficiali superiori che cercavano di tenersi al corrente degli avvenimenti ed esprimevano e maturavano propositi solo di fuga e di sbandamenti. Spettacolo sempre più pietoso.

Intanto con Casati, socialista serio e deciso, muniti di un'autorizzazione di Ruggero, mi recai nell'ufficio di un tenente colonnello di cavalleria che doveva farci avere munizioni da fucile per la Guardia nazionale: mi dichiarò che ne aveva pochissima, e che serviva ai reparti armati dell'esercito!

Al Comando, Ruggero, invisibile, era chiuso a chiave con un ufficiale tedesco, un semplice sottotenente, che avrebbe dovuto rappresentare, autorevolmente!, il comandante della colonna corazzata che, proveniente dalla zona emiliana, procedeva su Milano. Trattavano la resa della città, e Ruggero si illuse e volle illuderci che salvava, con onore, capra e cavoli.

 

Al palazzo di via Brera, verso le 8 di sera, la lunga conferenza con il giovane ufficiale tedesco ebbe termine, e il generale Ruggero, dopo una breve riunione con i suoi ufficiali, ricevette i tre rappresentanti del Comitato di Resistenza: Stefano Jacini, Gerolamo Li Causi e io; ci comunicò i termini dell'accordo, per cui le truppe tedesche si erano impegnate a non occupare la città, ma solo di presidiare una dozzina di sedi e uffici pubblici: posta, telegrafo, stazione, consolati, ecc.; ogni presidio sarebbe stato composto di pochissimi militari armati e da un'auto blindata, e sarebbe stato affiancato da un egual numero di soldati italiani. Ruggero si dichiarava persuaso che i tedeschi avrebbero rispettato i patti. Dimostrò inoltre di avere la sensazione di aver concluso un concordato poco onorevole, quando ci disse che riteneva che il popolo avrebbe giudicato male il suo operato, ma che riteneva di aver così agito nell'interesse della città e per risparmiare vite umane. Gli rispondemmo nell'ordine: Jacini, io, Li Causi, e tutti stigmatizzammo il suo operato, e dichiarammo il nostro disaccordo e il nostro biasimo. Si erano fatte così le 11 di sera. Ruggero si ritirò per preparare il discorso che poi fece alla radio, per comunicare al popolo l'accordo e invitare alla calma.

L'indomani mattina, uscito verso le otto, trovai piazza Cordusio piena di armati tedeschi, e così via Dante e così Foro Bonaparte. Era una magnifica e potente colonna corazzata, con armi e mezzi modernissimi. Uomini aitanti, giovani, con indumenti mimetizzati, tutti autotrasportati, su automezzi a cingoli, cannoni anticarro, obici di vari tipi: impressione di grande efficienza.

Seppi poi che si trattava della migliore divisione di SS corazzata dell'esercito tedesco: la SS Adolf Hitler Leibstandarte».

 

Da CLN a CLNAI

«Per il CLN lombardo - che solo nel febbraio 1944 prese il nome di Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - i primi mesi di vita furono di lavoro intenso e i suoi componenti furono, oltre che a pericoli continui, sottoposti senza interruzione a continua tensione nervosa e mentale. A vicenda, ci istruivamo alla nuova vita, che veramente era di cospirazione: nomi falsi, documenti di riconoscimento contraffatti, tenore e abitudini di vita del tutto differenti da quelle fino allora seguite, connotati fisici modificati; parole d'ordine di riconoscimento quando ci si incontrava per la prima volta con uomini mai visti in precedenza. Cercavamo di riunirci, anche in incontri parziali, il più spesso possibile, e discutevamo e scambiavamo idee, sempre per meglio conoscerci, per scrutare i più reconditi propositi, per sentire fino a qual punto potevamo contare gli uni sugli altri quando le situazioni si sarebbero fatte drammatiche e tragiche. E poi, un continuo adoperarsi per fare propaganda, per incitare alla ribellione contro i tedeschi e i fascisti, per organizzare le forze sparse un po' dappertutto, dare loro un indirizzo, fornire loro i mezzi materiali per vivere e per armarsi, creare nuovi nuclei che poi diventavano formazioni, e presero forma di reparti, e bande e brigate e divisioni partigiane. Opera lunga, difficile, fatta di fede, di tenacia, di pazienza, irta di rischi, spesso sconosciuti e imprevedibili, nel corso della quale molti dei nostri migliori caddero, e furono catturati, imprigionati, sottoposti a sevizie, e finirono nei campi di concentramento, e fucilati e impiccati, e molti deportati in Germania e in Austria a morire oscuramente di stenti.

È merito assoluto ed esclusivo del CLN di avere, sin dai primissimi giorni della lotta, chiaramente e fermamente voluto che, nel crollo dell'apparato statale, nella carenza del governo, la guerra di Liberazione nazionale diventasse la guerra del popolo italiano, di tutto il popolo italiano, per il riscatto, col nostro sangue, dell'onore, della libertà e dell'indipendenza della Patria!».

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Marzabotto

30 Septembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

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La “cavalcata” del terrore iniziò all’alba del 29 settembre 1944, quando la 16a SS-Panzergrenadier-Division, agli ordini del maggiore Walter Reder, detto “il monco”, partì squarciando con il ferro e con il fuoco le valli attorno al Monte Sole. A far da cani-guida, un pugno di militi delle Brigate nere, per l’occasione in divisa SS col distintivo simile a un “44” sulle mostrine, che sapevano i sentieri, le case, i rifugi e additavano mogli, figli e padri dei partigiani della Brigata “Stella Rossa”.

Dall’eccidio non fu risparmiato nessun paese, villaggio o fattoria della zona che, a una ventina di chilometri da Bologna, è delimitata dal corso dei fiumi Reno e Setta: Marzabotto (il Comune più grande), Grizzana, Vado di Monzuno e tutte le altre località che punteggiano le vallate declinanti dall’acrocoro dominato dalla cima del Monte Sole.

Il 13 gennaio 2007, il tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo in contumacia 10 dei 17 imputati ex nazisti ancora in vita. Sono tutti ultraottantenni e non conosceranno mai il carcere, la legge italiana non lo permette.

Il processo, infatti, non si è potuto celebrare prima perché i documenti in grado di inchiodare i responsabili del massacro sono rimasti chiusi per cinquant’anni nell’armadio della vergogna e nei sotterranei delle procure italiane. Ritrovate a metà degli Anni 90, quelle carte, con nomi e fatti, hanno potuto dare finalmente il via ai procedimenti penali.

Finora per la strage di Marzabotto esisteva un solo colpevole: il maggiore Walter Reder. Nel 1951 il tribunale militare di Bologna sentenziò per lui una condanna a vita, da scontare nel carcere militare di Gaeta. Ci passerà trentaquattro anni, malgrado un’ipocrita richiesta di perdono giunta nel 1967 agli abitanti di Marzabotto che, riuniti in Consiglio comunale, respinsero al mittente con 356 voti su 360 la petizione di clemenza sostenuta anche dalla Chiesa. Poi, nel 1980, arrivò la sentenza del Tribunale di Bari che disponeva un periodo di “prova” di cinque anni per il condannato, in attesa della scarcerazione. Fu l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel gennaio 1985, a concedere la grazia e a spalancare le porte della galera a Walter Reder, morto nel 1991 nella sua residenza austriaca.

La testimonianza è tratta dal volume “Marzabotto parla” di Renato Giorgi, edito per la prima volta nel 1955, ristampato a cura dell’ANPI di Bologna nel 1991. 

Località Casaglia, testimonianza di Lidia Pirini

«Era il 29 settembre, alle nove del mattino. (…) Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire (…) e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre di più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura. (…) Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti. Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. (…) Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero».

 

Marzabotto: è stato un inenarrabile martirio.

Non fu reazione senza limiti e controlli ad un episodio, non fu gesto sconsiderato di un singolo o di pochi, nel fuoco della guerra; fu il netto disegno, il proposito calcolato e deliberato di distruggere tutta una popolazione persino nelle nuove vite che sorgevano nel grembo delle madri.

Non fu gesto isolato per il numero delle formazioni militari germaniche che vi parteciparono e per la sua esecuzione condotta con metodo di guerra; guerra che si faceva sterminatrice contro una popolazione civile, dopo (ed era ben noto a chi lo comandava) che la eroica resistenza partigiana, costellata di sublimi sacrifici, era stata purtroppo in quel punto spezzata dalla forza schiacciante del numero e delle armi.

Non fu gesto isolato perché la ferocia brutale ed anche inutile agli stessi fini dell'invasore tedesco si abbatté su tante altre contrade del nostro Paese. Innumerevoli i delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, ma nessuno che noi sappiamo di proporzioni così vaste come quello perpetrato dalla Wehrmacht e dalle SS a Marzabotto. Le vittime furono 1830 ed ebbero pace soltanto dopo la Liberazione; anzi, in certi casi nemmeno allora poiché le mine cosparse a perpetuare il delitto si accanirono contro le povere ossa senza riposo e contro i superstiti ritornati a compiere opera straziante e pietosa, a far rivivere la loro terra che quelli avrebbero voluta morta come le donne, i bambini, i vegliardi, i sacerdoti che avevano assassinato.

Non fu gesto isolato perché continuò nel tempo giorni e giorni: alla villa Colle Ameno, reso fosco dagli occupanti tedeschi, il 18 ottobre 1944 alcuni cittadini di Marzabotto venivano trucidati; lì era stato freddamente ucciso don Fornasini; e l'azione della Wehrmacht era incominciata il 28 settembre! 
 

Siamo stati a Marzabotto. Siamo andati per "dare un futuro alla memoria, nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti".


Per i caduti di Marzabotto

Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di Von Kesselring

e dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati e arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il “Lupo” e la sua brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini d’ogni terra

non dimenticano Marzabotto

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

                                               Salvatore Quasimodo

 

MARZABOTTO MEDAGLIA D'ORO

Incassata tra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di monte Venere e di monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovinetti, delle fiorenti spose, e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la patria.

Marzabotto, 8 settembre 1943 – 1° novembre 1944 



Per quella “operazione” il feldmaresciallo Kesserling si complimentò con gli uomini della sedicesima divisione, in particolare con il maggiore Walter Reder.

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe:

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati  dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni  macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza.

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Seconda missione del CLNAI in Svizzera (23 ottobre-8 novembre 1944)

29 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La campagna alleata in Italia andava esaurendosi sull'Arno e immani problemi si affacciavano per poter sostenere il movimento nei mesi a venire, e forse per tutto il periodo invernale.
Il maggiore inglese Churchill (Peters) che era stato paracadutato insieme con Cadorna insisteva perché rappresentanti del CLNAI andassero al Sud.
In una riunione del 21 ottobre Parri comunicò che era giunto un messaggio da Berna che informava dell' arrivo in Svizzera di un colonnello Rosebery, del War Office di Londra, che desiderava conferire con Leo (Valiani). Così fortunatamente ci si mise tutti d'accordo su una missione Pizzoni-Valiani con incarichi politici e finanziari, e fu questa gran fortuna perché da essa scaturì l'accordo degli Alleati sull'invio della prima delegazione del CLNAI al Sud.
Si attraversava un periodo difficile con i corrieri: in seguito a vari incidenti, i valorosi corrieri stavano organizzando nuove linee di espatrio.
La missione Pizzoni-Valiani si protrasse per sei giorni (23-29 ottobre 1944), e furono giorni pieni, con una quantità di colloqui con autorità alleate e svizzere e con amici emigrati politici.
Leo ebbe un primo colloquio con il colonnello Rosebery, che, per averlo già conosciuto, aveva in lui molta fiducia. Poi Rosebery parlò a lungo con me e gli esposi la nostra tragica situazione, con l'inverno alle porte, la repressione nazifascista in pieno sviluppo, i partigiani demoralizzati per il mancato intervento alleato nell'Ossola.
Il 25 ottobre, nella sala del consolato britannico si tenne una riunione plenaria angloitaliana. Si parlò dapprima del fabbisogno finanziario, necessario per alimentare la lotta e i rappresentanti del Comitato lo indicarono in un minimo di 160 milioni di lire mensili, di cui circa il 40 per cento per il Piemonte e il rimanente per le altre regioni. Decisa la missione al Sud, si stabilì di trattare colà quanto si riferiva ai mezzi finanziari.
Il mio compito era quello di persuadere i miei interlocutori che i fondi erano affidati a mani sicure e che la loro distribuzione, ai centri e comandi più importanti, veniva effettuata con discernimento e cautela. Spiegai quindi ampiamente come veniva custodito il danaro, come veniva cambiato in banconote per la distribuzione in centri dove gli assegni non potevano essere convertiti in biglietti di banca, e in base a quali criteri veniva fatta la ripartizione fra regioni, ecc.
In relazione alla grave crisi di danaro circolante nell'Italia del Nord e quindi alle difficoltà di ottenere banconote, io dissi che i finanziamenti si sarebbero dovuti effettuare contemporaneamente seguendo due direttive:
a) dalla Svizzera, con compensazioni, garanzie bancarie o invio diretto, mediante i fidi corrieri, di biglietti di banca italiani, possibilmente escludendo l'invio di banconote svizzere;
b) dall'Italia del Sud mediante lancio da trasporti aerei, per i quali fu indicato un campo a Malghe Fontana Mora, zona Presolana, a quota 1.900 metri circa - ampiezza del campo 700 metri per 400; località più vicina: Gromo, a tre ore di mulattiera.
Furono predisposti anche i messaggi radio, negativo: «Ritorna l'inverno»; positivo: «L'Italia è bella». Il campo era controllato dal locale comando di zona e poteva esserlo anche da inviati del Comando militare e del CLNAI: era stato scelto da Ferruccio Parri.
Altro importantissimo argomento di discussione fu il lancio di rifornimenti alle formazioni partigiane, che era stato particolarmente esiguo nei mesi di settembre e ottobre. Ciò, oltre a diminuire l'efficienza dei reparti, aveva avuto un effetto deprimente sul loro spirito combattivo, coincidendo con l'arrestarsi dell'offensiva alleata e con l'approssimarsi dell'inverno.
Gli Alleati consideravano il nostro apporto secondario dal punto di vista militare, considerato, e mi indussero a intensificare gli sforzi per far sempre più apprezzare l'importanza del movimento politico, prospettando il CLNAI come un organo che sempre più, e meglio, attirava a sé tutte le forze antifasciste dell'Italia del Nord, le teneva unite e dava a loro un indirizzo unitario.
Sempre a proposito di lanci, e con riferimento al periodo di nostra occupazione dell'Ossola, il colonnello Rosebery precisò che per sei giorni dieci carriers (grossi aeroplani da trasporto) con scorta di caccia, erano stati tenuti pronti a compierne, ma non avevano potuto decollare per le piogge e il terreno fangoso: si trattava di quindici tonnellate di materiale per spedizione.
 
La lotta che si svolse nell'Ossola
Nel settembre, alcune formazioni partigiane che ivi operavano occuparono tutta la zona, scacciandone i presidi tedeschi e fascisti. L'operazione dette subito l'impressione di stabilità e si costituì immediatamente una giunta di governo dell'Ossola, primo esperimento insurrezionale su scala di una certa importanza.
L'impresa dell'Ossola, indubbiamente gloriosa, fu sfortunata: l'avanzata degli Alleati in Italia arrestata, il mancato arrivo di rifornimenti e di armi per un complesso di vicende e fatalità, la sorda e mal celata rivalità nei comandi delle formazioni, così che solo negli ultimi giorni si riuscì a costituire un comando unico, tutto questo fece sì che, quando i nazifascisti tornarono all'attacco con forze preponderanti, la Resistenza dovette cedere nonostante i numerosi atti di abnegazione e di valore individuali.
Bibliografia
Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995
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Prima missione del CLNAI in Svizzera (29 marzo-5 aprile 1944)

22 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Fin dal novembre 1943, Ferruccio Parri (allora Marsili, e poi Walter, prima di diventare Maurizio) che aveva avuto dal CLN l'incarico di occuparsi della parte militare del movimento di Resistenza, ritenne opportuno di stabilire un contatto con gli Alleati e di sua iniziativa si recò in Svizzera, accompagnato, all'insaputa di tutti, da Valiani (Leo); furono così abbozzati i primi accordi in colloqui con McCaffery (ufficiale britannico, capo della centrale svizzera della Special Force) e con altri esponenti alleati e svizzeri.

Successivamente avvertivamo la necessità di nuove intese con gli Alleati e, in una riunione del CLNAI avvenuta nel mese di marzo 1944 a Canegrate, fu deciso di inviare delle missioni al Sud e in Svizzera.

La prima fu affidata a Parri e a Pippo Dozza (Ducati, rappresentante del PCI nel CLNAI, sarà sindaco di Bologna su incarico del CLN nei giorni della Liberazione), ma non si effettuò mai per la impossibilità di compiere il viaggio. Per la missione in Svizzera fui designato io insieme con l'avvocato Giambattista Stucchi (Federici) di Monza, di parte socialista, con l'intesa che io dovevo occuparmi principalmente di argomenti politici e di finanza e Stucchi, che era uno dei collaboratori di Parri, di argomenti militari.

 

Per l'organizzazione del nostro espatrio ci affidammo al più anziano dei nostri corrieri: in automobile fino oltre Malnate; poi, in una strada secondaria trovammo un contrabbandiere con delle biciclette e così per sentieri raggiungemmo un cascinale nei pressi di Uggiate; ivi sostammo fino all'imbrunire e allora proseguimmo a piedi, cautamente, fino nelle vicinanze della rete di confine. Scambiati i segnali con i doganieri svizzeri, dopo una corsa veloce, arrivammo alla rete, già tagliata; strisciammo sotto, fummo accolti da un doganiere e da un contadino, e con loro raggiungemmo una vicina casa. Lì era ad attenderci quello che fu sempre il nostro grande amico svizzero, il capitano Guido Bustelli, del servizio politico-militare dell'esercito. Poi raggiungemmo Lugano, dove, nella sua abitazione privata, il viceconsole britannico, signor Lancelot de Garston, ci attendeva insieme con McCaffery.

Parlammo a lungo. Pur riconoscendo che nei pochi mesi di lotta, nello smarrimento e nella confusione di idee e di propositi conseguenti all'8 settembre, l'opera di organizzazione era stata lunga e difficile, pur tenendo presenti gli enormi e continui pericoli della vita cospirativa, era certo che gli unici organi capaci di organizzare la Resistenza, autorizzati a farlo - e che di fatto stavano raccogliendo e prendevano ogni giorno più saldamente in pugno le redini del movimento - erano i CLN. Nulla di serio o di importante era possibile all'infuori di essi. Era preciso interesse degli Alleati, e loro dovere, di far capo e di aiutare unicamente i CLN; di insistere perché tutti i partigiani e gli antifascisti facessero capo ai CLN; di indirizzare in questa opera di autorità e di persuasione tutti quelli che dall'Italia chiedevano aiuto in Svizzera.

 

Alla fine riuscimmo a persuaderlo, cosicché egli divenne il nostro più valido amico e sostenitore sia presso gli antifascisti italiani, sia presso il governo di Londra che a poco a poco fu indotto a riconoscere ufficialmente l'autorità del CLNAI e ad appoggiarlo, quasi esclusivamente, in ogni sua attività.

McCaffery, poi, insistette sempre nel chiederci di occuparci il meno possibile di politica e il massimo possibile di attivismo. Egli accettò i nostri argomenti che dimostravano come i partigiani italiani, dopo vent'anni di regime dittatoriale, non potevano non preoccuparsi di politica, e che l'idea antifascista era il massimo e quasi unico comune denominatore che li tenesse uniti e che desse il lievito e l'ideale alla terribile lotta che conducevano, lotta che si doveva prevedere fosse dura e lunga, rendendo quindi indispensabile un contenuto di alta idealità che sostenesse i combattenti nel tempo e nei momenti di stanchezza e di smarrimento.

Descrivemmo con accorate parole lo sfascio dell'esercito italiano dopo l'8 settembre e come, di conseguenza, gli ufficiali in servizio permanente effettivo, specie dei gradi superiori, avessero perso ogni autorità, come questi ultimi non fossero adatti a condurre una guerra del tipo partigiano, come infine gli ufficiali inferiori e i soldati che ancora volevano battersi si andavano facilmente inquadrando nelle formazioni partigiane, nelle quali in genere gli elementi più decisi e capaci finivano con affermarsi e ottenere i posti più importanti.

Comunque, una selezione era in atto e bisognava riconoscere e ammettere una realtà, cioè che il Partito comunista dava coi suoi militanti un apporto decisivo nella lotta, sia per numero, sia per fermezza di intenti.

Intuivo, e poi seppi esattamente, che gli Alleati ci volevano attivisti, organizzatori e non politici, o, almeno, politici solo per quel tanto che serviva a dare ampiezza e forza alla nostra lotta. E sapevo che gli aiuti, da parte alleata, senza i quali ben poco di fattivo potevamo costruire, ci sarebbero venuti solo se ci conformavamo alle loro direttive.

Dopo qualche sera della nostra permanenza a Lugano e dopo lunghe osservazioni con Stucchi, col quale procedetti sempre d'accordo, e che fu un leale, serio e assennato compagno di lavoro, decidemmo, anche perché Dulles non aveva ancora potuto venire a Lugano, di consegnare a McCaffery il piano completo delle forze e delle dislocazioni delle unità partigiane, che era nelle nostre mani.

 

Ricordo che a quell'epoca (marzo 1944) la consistenza delle nostre bande era di 8-10.000 uomini, effettivi, inquadrati nelle formazioni, e i nuclei organici ben individuati, numerosi e dis­seminati per tutta l'Italia del Nord. Nel piano che consegnammo il tutto era accuratamente segnato in ampia carta geografica e dava quindi anche la prova della accuratezza dei nostri servizi centrali.

Gli inglesi furono molto impressionati e da questo documento e dal lungo rapporto che Stucchi fece. So che impiegarono l'intera notte a inviare un dispaccio cifrato a Londra e si può affermare che la nostra opera personale e i dati che abbiamo fornito valsero a iniziare l'opera di valorizzazione del movimento di Liberazione dell'Italia del Nord, e, col tempo, a ottenerci quel riconoscimento ufficiale da parte delle autorità alleate, che accettarono il CLNAI come l'unico organo propulsore e guida autorizzata nella lotta per la Liberazione dell'Italia del Nord. Inoltre, da allora McCaffery e i suoi uomini divennero nostri decisi sostenitori, e così pure Dulles, e la loro opera fu preminente e preziosa, per tutti gli aiuti che ci vennero.

Il raggiunto affiatamenro ebbe per diretta conseguenza un immediato aiuto finanziario, che concordammo provvisoriamente in lire 10 milioni al mese, da fornirsi in parti uguali dai britannici e dagli americani.

 

Con il capitano Bustelli (trovammo in lui un uomo deciso ad aiutarci in tutti i modi, compatibilmente con le istruzioni che aveva dai suoi superiori e con le direttive politiche della Svizzera) dovevamo concordare il servizio regolare dei corrieri per il Comitato. Dovevamo, inoltre, disciplinare l'accoglimento in Svizzera di profughi politici italiani.

Non esisteva per gli italiani un diritto di asilo, ma bensì una facoltà da parte svizzera di accordarlo. Alla frontiera, la prima autorità svizzera che accoglieva erano i doganieri, che dipendevano per la parte polizia dalla Polizia cantonale, con sede a Bellinzona.

Non tutti i doganieri potevano comprendere la nostra situazione, anzi alcuni erano seccati per il molto lavoro che il continuo passaggio dava loro e propensi a non andare tanto per il sottile; così avvennero molti casi di persone ricacciate oltre frontiera, che poi incapparono nei fascisti o nei tedeschi e furono incarcerate e morirono.

 

Nei nostri colloqui fu chiarita la posizione dei fascisti che tentavano di espatriare e fu raggiunto un accordo. Infatti, durante tutto il periodo della cospirazione ben pochi, dopo i giorni caotici immediatamente susseguenti all'8 settembre, riuscirono a passare. Per gli ebrei che potessero provare la loro situazione, non c'era dubbio: gli svizzeri erano dispostissimi ad ammetterli.

Il nostro compito fu quello di assicurare asilo agli emigrati politici e di facilitarne l'identificazione nei casi in cui non potessero provare le loro ragioni di espatrio. Si addivenne così a una intesa sulla base del famoso passaporto del CLNAI. Fu questo un documento concordato nel testo, nelle persone che erano autorizzate a stilarlo e firmarlo e nella calligrafia di queste persone, delle quali fu inviato esemplare a Bustelli.

Questo passaporto valeva per tutti i posti di confine lungo la frontiera Italia-Canton Ticino ed era stilato come segue: «Il signor (cognome e nome, anno di nascita) è persona politicamente compromessa, e pertanto lo si raccomanda per il favorevole accoglimento in territorio elvetico. - Per il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - Firma autorizzata».

Di questi documenti ne furono emessi nel corso della lotta circa 300, e i detentori furono accolti.

Infine, organizzammo con Bustelli il passaggio di banconote italiane che erano portate in pacchi dai nostri corrieri autorizzati.

La nostra missione valse a creare un'atmosfera di fiducia nelle autorità svizzere e il successivo sempre corretto comportamento del CLNAI rafforzò la fiducia riposta in noi, che si mantenne inalterata fino alla fine della lotta di Liberazione».

 

Bibliografia

Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995

 

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