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La morte di Antonio Gramsci

1 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Gramsci si spegne all’alba del 27 aprile 1937. Ha appena compiuto quarantasei anni. Quarto di sette figli di Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias, Antonio - Nino, come era chiamato in famiglia – era nato ad Ales, in provincia di Cagliari, il 22 gennaio del 1891.

Quando muore è in corso la guerra di Spagna. Una batteria di artiglieri garibaldini porta il suo nome.

Negli scritti che gli vengono dedicati sulla stampa comunista viene sempre definito capo del partito.

Nel parco di cultura Gor'kij a Mosca, campeggia il ritratto di Gramsci e il suo figliolo minore, Giuliano (che il padre non ha mai potuto vedere), allora sui dieci anni, lo scopre con sorpresa e vuole sapere dalla madre Giulia «tutto ciò che si riferisce» alla sua vita e alla sua sorte.

La fama internazionale, la solidarietà antifascista, non leniscono molto l’isolamento di Gramsci, che non è stato meno profondo negli ultimi anni di semiprigionia, di vigilanza poliziesca strettissima, immutata, anzi rafforzatasi nel passaggio dalla clinica di Formia a quella Quisisana di Roma.

Il malato si trova, fino alla vigilia della morte, in «libertà condizionale», piantonato e sorvegliato. Le sue condizioni di salute sono gravi anche se non ci si aspetta che possano da un momento all'altro diventare gravissime.

Gramsci era stato trasferito alla clinica di Roma (accompagnato da un commissario di PS e da due agenti) il 23 agosto 1935. Ciò è avvenuto soltanto perché, dopo reiterati solleciti della cognata Tatiana e il certificato medico del professor Puricelli, appariva urgente sottoporre il malato ad un intervento chirurgico di ernia. Era stata scelta la clinica Quisisana di Roma, «presi gli ordini da S.E. il capo del governo» e dopo attenti sopralluoghi, perché, secondo il capo della polizia «si presta(va) a una più efficace vigilanza».

Oltre alle visite assidue del fratello Carlo, e a quelle periodiche di Sraffa (Piero Sraffa, antifascista torinese, vicino ai comunisti, quelli dell'«Ordine Nuovo», che ha conosciuto nella prima giovinezza, insegna a Cambridge ed è un economista di grande valore), egli è assistito senza posa dalla cognata Tatiana. La moglie, Giulia Schucht, è stata lunghi anni ammalata, ricoverata in una clinica per malattie nervose. A Gramsci é stata taciuta la gravità dello stato di salute della sua compagna.

Giulia non verrà a trovarlo, probabilmente perché non è in grado di affrontare tale viaggio, e sarà un nuovo motivo di dolore per il prigioniero (che indirizza in questo ultimo periodo frequenti, affettuosissime lettere ai due figli). La sua esistenza nella clinica Quisisana è meno tormentata di quella passata a Formia ma le forze declinano di mese in mese.

Durante il 1936, Gramsci comincia a progettare di trasferirsi in Sardegna non appena finirà il periodo della «libertà vigilata », cioè nell’aprile del 1937.

La sera del 25 aprile 1937 sopravviene improvvisamente un'emorragia cerebrale. Neppure in questa estrema circostanza è assistito adeguatamente dal punto di vista clinico (mentre le suore della clinica gli mandano un sacerdote).

Gramsci si spegne all'alba del 27 aprile, alle 4,10.

La cognata è al suo capezzale: poco dopo arriverà il fratello Carlo. Soltanto questi due congiunti possono vedere la salma, «circondati da una folla di agenti e di funzionari del Ministero degli Interni», ricorda Tatiana. Un fonogramma del questore di Roma, il 28 aprile, dà conto dei funerali: «Comunico che questa sera, alle 19,30, ha avuto luogo il trasporto della salma noto Gramsci Antonio seguito soltanto dai familiari. Il carro ha proceduto al trotto dalla clinica al Verano dove la salma è stata posta in deposito in attesa di essere cremata».

Il cadavere sarà cremato il 5 maggio. I giornali italiani dànno la notizia della morte di Gramsci in poche righe attraverso un dispaccio dell’agenzia Stefani: «É morto nella clinica privata Quisisana di Roma, dove era ricoverato da molto tempo, l'ex deputato comunista Gramsci». L’eco all’estero, sui giornali democratici in Europa e in America, nella stampa comunista e antifascista, sarà grandissima.

Il 22 maggio 1937 (18 giorni prima di venire ucciso con il fratello Nello), Carlo Rosselli, in una commemorazione alla sala Huyghens di Parigi, ricordava Gramsci come uomo «intimo, riservato, razionale, severo, nemico dei sensitivi e delle cose facili, fedele alla classe operaia nella buona come nella cattiva sorte, agonizzante in una cella, con tutto un esercito di poliziotti che cercano di sottrarlo al ricordo e all’amore di un popolo ...». Per Gramsci «conta(va) solo la coerenza e la fedeltà a un ideale, a una causa, che vive di se stessa, indipendentemente da ogni carriera e da ogni interesse personale».

La notizia del sacrificio e l'esaltazione della figura del capo comunista vengono divulgate sulle onde dell'etere da una trasmissione di «Radio Milano», cioè dall’emittente che i comunisti hanno in Spagna e che in Italia viene ascoltata tutte le sere, verso le ore ventitre, da numerossimi radioascoltatori nostante divenga di mese in mese più intensa la caccia della polizia a quanti captano la voce della Spagna. Sulla base dell'intercettazione fatta dalla stazione di Imperia dei carabinieri apprendiamo che la trasmissione speciale in onore di Gramsci, con la partecipazione di oratori comunisti, socialisti e di “Giustizia e Libertà” italiani, ebbe luogo il 22 maggio 1937. In essa si descrive la vita del rivoluzionario, si cita il “processone” del 1928, si dà conto della solidarietà dei combattenti spagnoli per la libertà, si ricordano gli altri prigionieri politici del fascismo e si conclude: «Il nome di Antonio Gramsci sta scritto a lettere d'oro sulla bandiera dei lavoratori italiani».

Bibliografia:
Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970
La morte di Antonio Gramsci
La morte di Antonio Gramsci
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L’artiglieria dell'altoparlante

14 Juin 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

ricevitore radio 1937
ricevitore radio 1937

La funzione della trasmissioni radio durante la guerra di Spagna (17 luglio 1936 – 1 aprile 1939)

Durante la guerra di Spagna, gli antifascisti cominciano ad avere a disposizione, sin dall'inizio, un'arma (quella che Vittorio Vidali chiamerà «l’artiglieria dell'altoparlante»: la radio. Fino a quel momento, in Italia, le trasmissioni radiofoniche erano state soltanto monopolio del regime fascista e anche un suo potente mezzo di corruzione di massa.

Da Radio Barcellona, da Radio Madrid, Radio Valenza si possono captare in Italia le voci dell'antifascismo, in trasmissioni speciali in lingua italiana (il PCI avrà poi, sino alla fine della guerra, la possibilità di utilizzare una sua radio trasmittente da cui manda anche direttive ai propri seguaci clandestini in Italia).

Ha scritto Elio Vittorini: «Quanto si poteva afferrare tendendo l’udito di dentro alla cuffia di un apparecchio a galena, verso le prime voci non fasciste, che finalmente giunsero fino a noi. Madrid, Barcellona ... Ogni operaio che non fosse un ubriacone e ogni intellettuale che avesse le scarpe rotte, passarono curvi sulla radio a galena ogni loro sera, cercando nella pioggia che cadeva sull'Italia, ogni notte, dopo ogni sera, le colline illuminate di quei due nomi. Ora sentivamo che nell’offeso mondo si poteva essere fuori della servitù e in armi contro di essa».

Da Radio Barcellona, il 13 novembre 1936, Carlo Rosselli lancia lo slogan che può sintetizzare la prospettiva comune del volontariato antifascista italiano in Spagna: «Alla Spagna proletaria tutti i nostri pensieri. Per la Spagna proletaria tutto il nostro aiuto. Oggi in Spagna. Domani in Italia. Anzi, oggi stesso in Italia, perché l’esempio dei fratelli spagnomi può e deve essere seguìto. Gioventù d’Italia, sveglia! Antifascisti italiani, sveglia! Uomini liberi, in piedi!».

A partire dal giugno-luglio del 1937, la stampa di regime ammette sempre più chiaramente che l'Italia è impegnata in Spagna con un proprio contingente.

Dalle emittenti radio della repubblica spagnola ogni sera gli antifascisti - dopo più di dieci anni di silenzio - riescono a parlare al popolo italiano. Vi è la Radio di Stato della repubblica che ha numerose trasmissioni da Madrid e da Valenza in lingue estere. Vi è la radio Generalitat a Barcellona. Vi è infine una emittente, «Radio Milano», che trasmette da Aranjues vicino a Madrid, tutte le sere intorno alle 23,45, che è escusivamente dei comunisti italiani. A giudicare dalla massa enorme di lavoro che essa dà alla polizia italiana, si direbbe che l'ascolto é diffusissimo e ha una importanza nonché un rilievo psicologico e politico notevole. Gli antifascisti italiani dunque esistono, parlano dell'Italia e del resto del mondo, si battono: ecco ciò che scoprono per la prima molti italiani.

La voce che giunge dalla Spagna (e spesso disturbatissima) non si sa quanto incida sulle coscienze. Si tenga presente anche che l'apparecchio radio è ancora un lusso per le masse più povere e diseredate. Ma, appunto, le denunce della polizia e la stessa ripresa di azioni squadristiche su vasta scala per reprimere o intimidire quanti osano sintonizzare il proprio apparecchio sulla lunghezza d'onde di Radio Milano ne dànno un quadro vivissimo. Si apprende che l'ascolto spesso non é individuale o familiare ma spesso viene organizzato, nel retrobottega di un locale pubblico, in una sala di caffé, chiuse le saracinesche verso la mezzanotte, persino in circoli Dopolavoro o della Opera nazionale combattenti. Il che mostra certo una notevole dose di imprudenza (é in questi casi che la sorpresa, la retata degli agenti di PS o dei militi fascisti, la delazione di un finto antifascista, sortiscono i migliori risultati), ma denota nondimeno un bisogno di testimonianza in comune oltre che una sete di informazioni inestinguibile. In qualche caso, la polizia riferirà che all'inizio e alla fine delle trasmissioni, quando risuonano le note dell'inno di Garibaldi e dell'Internazionale, gli ascoltatori si alzano in piedi e salutano con il pugno chiuso.

Non c’é solo solo la curiosità di sentire l'altra campana, di venire a sapere quanto la stampa fascista tace o deforma. C’è anche l’ansia di tanti congiunti di avere qualche notizia del figlio o del marito spedito in Spagna da Mussolini (dopo la battaglia di Guadalajara per settimane si trasmettono messaggi, testimonianze dirette dei prigionieri italiani).

Infatti, i «legionari» italiani, al comando del generale Roatta - dai primi trentamila arriveranno a cinquantamila - erano truppe il cui carattere di volontari è quanto mai discutibile; spesso si trattava di soldati mandati in Spagna a loro insaputa, reclutati per formare «battaglioni lavoratori» nell’impero africano da colonizzare.

La battaglia di Guadalajara del marzo 1937 ha una grande eco internazionale. Celebri restano, tra tutte, le corrispondenze di Ernest Hemingway, che aveva conosciuto i combattenti italiani sul fronte della prima guerra mondiale. Hemingway scrive dopo la battaglia, vedendo i caduti fascisti: «Il caldo dà lo stesso aspetto a tutti i morti, ma questi morti italiani con le loro facce grige, di cera, se ne stanno stesi sulla pioggia, molto piccoli e pietosi ... Il generale Franco scopre adesso che non può fare molto conto sugli italiani, non perché gli italiani siano vili, ma perché gli italiani i quali difendono il Piave e il Grappa sono una cosa e gli italiani mandati a combattere in Spagna mentre credevano di andare in guarnigione in Etiopia sono un’altra».

E parlando da Radio Madrid, il 27 marzo 1937, della fuga dei legionari di Mussolini, Randolfo Pacciardi, repubblicano, comandante del battaglione “Garibaldi”, dice: «Sono scappati non perché sono vigliacchi. Sono scappati perché avevano tanks, cannoni, mitragliatrici, fucili, moschetti, ma non avevano idee. Non si combatte per il piacere di combattere».

La battaglia di Guadalajara é stata il culmine della partecipazione dei garibaldini italiani alla guerra di Spagna.

Nel marzo del 1937 (dopo Guadalajara) il capo della polizia Bocchini così telegrafa ai prefetti del regno: «Viene rilevato come molti ascoltatori radio cerchino di ascoltare iniqua et falsa propaganda radiodiffusa da Barcellona aut da altre stazioni spagnole nonché da Mosca. A tale scopo cercano anche di riunirsi in comitiva presso apparecchi riceventi di casa aut locali pubblici. Fenomeno est particolarmente osservabile presso operai, contadini, piccola borghesia. Est necessario in modo assoluto intervenire prontamente et energicamente con azioni preventive et repressive procedendo a fermi, a provvedimenti di polizia, a chiusura dei pubblici esercizi dove viene effettuata ascoltazione et a ritiro degli apparecchi in caso di flagranza. Vorranno all'uopo predisporre servizi et ricorrere ove sia necessario anche servizio di fiduciari. Si gradirà al riguardo sollecita segnalazione di ogni emergenza».

La prevenzione e la repressione auspicate da Bocchini si sviluppano largamente. Spesso vengono intercettate lettere inviate dall'Italia all’indirizzo di Radio Barcellona nelle quali si formulano elogi oppure richieste di spostare l'ora della trasmissione.

Le trasmissioni, da quel che possiamo arguire attraverso i resoconti registrati dalla polizia italiana, sono efficaci giacché risultano trattati temi che concernono direttamente la guerra di Spagna (notizie sulle battaglie, sullo schieramento internazionale, sulle denunce alla Società delle Nazioni, sull'afflusso di nuove truppe fasciste) sia argomenti che riguardano la vita delle masse popolari italiane. E qui si parla dell'aumento dei prezzi che in effetti è notevole nel 1937 e annulla i vantaggi del generale aumento dei salari e degli stipendi agli impiegati, delle condizioni di vita dei contadini e degli operai, dei profitti delle grandi aziende. E si insiste sulla crescente sudditanza dell’Italia alla Germania nazista.

Bibliografia:

Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epocaStazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

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8 marzo: Giornata internazionale della donna

8 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

    8-marzo-2013.jpg

 

Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca

Ragazza dalle guance d’aurora,

o spero che a narrarti riesca

La mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco: la truppa tedesca la città

dominava. Siam pronti.

Chi non vuole chinare la testa

Con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

Oltre il ponte ch’è in mano nemica,

Vedevam l’altra riva, la vita.

Tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte.

Tutto il bene avevamo nel cuore.

A vent’anni la vita è oltre il ponte.

Oltre il fuoco comincia l’amore.

...

Non è detto che fossimo santi,

L’eroismo non è sovrumano.

Corri, abbassati, dài, balza avanti.

Ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano,

Dietro il tronco, il cespuglio,

il canneto l’avvenire di un mondo

più umano, più giusto,

più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Ormai tutti han famiglia, hanno figli.

Che non sanno la storia di ieri. Io son

Solo e passeggio tra i tigli

Con te, cara, che allora non c’eri.

Vorrei che quei nostri pensieri

Quelle nostre speranze d’allora

Rivivessero in quel che tu speri,

ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Italo Calvino

 

 

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Resistenza armata e resistenza civile, due forme di risposta del popolo italiano alla crisi aperta dall’8 settembre 1943

28 Août 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Uno scenario squallido e desolato: è questa la prima impressione che si fanno dell’Italia gli anglo-americani al momento del loro sbarco in Sicilia nel luglio 1943.

Sicilia-carta-sbarco-alleato-1943.jpg

Una distesa di campi spogli in cui si affacciano villaggi fatiscenti; e la gente porta, impressi addosso, i segni di una miseria endemica.

Il regime fascista è giunto al suo epilogo. L’esercito è sul punto di sfasciarsi. Sotto i colpi della disfatta andranno sbriciolandosi anche le strutture dello Stato.

A provocare, in quelle giornate fatidiche, lo sgretolamento dello Stato italiano è l’armistizio dell’8 settembre.

Con la partenza precipitosa di Vittorio Emanuele III e del governo Badoglio da Roma, il mattino del 9 settembre, si apre la fase più drammatica e dolorosa della storia unitaria d’Italia. Solo pochi giorni dopo Mussolini, prelevato da un commando tedesco e trasferito al nord, dà vita alla Repubblica Sociale Italiana. Due governi rivendicano il diritto di rappresentare il paese, l’esercito è abbandonato al suo destino senza precise direttive. Un intero popolo, duramente provato dalla guerra, dalla miseria e dalla fame, è allo sbando.

Il fascismo aveva contribuito alla nazionalizzazione delle masse in Italia. Mentre il Risorgimento si fondava sul binomio nazione e libertà - «Patriae unitati, civium libertati» sta scritto sul monumento in Roma a Vittorio Emanuele III – nel processo di nazionalizzazione operato dal fascismo il secondo di questi valori era del tutto negato e calpestato.

patriae unitati

 

Badoglio annunciando l’armistizio ha dato la direttiva ambigua di reagire agli attacchi «di qualsiasi provenienza»: si finge di ignorare la minaccia tedesca incombente. La memoria operativa n°44 inviata ai comandanti delle truppe, in Italia e all’estero, ha indicato nei tedeschi il nemico da cui difendersi. Ma un dispaccio del 9 settembre, prescrivendo di «reagire immediatamente e energicamente et senza speciali ordini at ogni violenza armata germanica», aggiungeva che non doveva «essere presa iniziativa di atti ostili contro germanici» e che non si doveva fare causa comune con la resistenza locale.

I comportamenti dei comandi sono incerti e contraddittori. Solo in alcuni casi i comandi locali tentano una disperata resistenza (vedi a Roma a Porta San Paolo, a Cefalonia). Ma nel suo insieme già il 10 settembre l’esercito italiano si è disfatto. Alla mancanza di direttive dall’alto, nasce nell’animo di centinaia di migliaia di soldati un imperativo spontaneo: «tutti a casa». Ma non tutti percorrono la via di casa: in alcuni nasce la scelta della resistenza. C’è anche chi si schiera con i tedeschi. Le due scelte sono incomparabili: si combatte da una parte per il “nuovo ordine” nazista che ha insanguinato l’Europa e mandato nei campi di sterminio milioni di ebrei, si combatte dall’altra parte per la libertà.

Resistenza armata e resistenza civile, due forme di risposta del popolo italiano alla crisi aperta dall’8 settembre. Episodi di insurrezione popolare si verificano in molti centri del sud: a Matera, a Rionero in Vulture, a Lanciano.

Anche per coloro che vogliono andare a casa non è facile la via del ritorno. I tedeschi hanno messo prontamente in opera il piano Student per occupare militarmente il territorio della penisola e contrastare l’avanzata degli alleati dal sud. Sbarcati a Salerno il 9 settembre, gli alleati, dopo tenaci combattimenti, avanzano fino alla linea che va da Cassino a Pescara, la cosiddetta linea Gustav, dal nome del generale che comandava le forze tedesche. Molti dei soldati che cercano la via delle loro case cadono nelle mani dei tedeschi. Oltre seicentomila fra soldati e ufficiali sono internati in Germania e saranno posti di fronte alla scelta fra l’adesione alla Repubblica Sociale o la prigionia; solo un’esigua minoranza sceglierà di combattere ancora per Mussolini a fianco dei tedeschi. I soldati in fuga trovano solidarietà e aiuto nella popolazione che fornisce vitto, alloggio, abiti civili e indicazioni sulla dislocazione dei reparti tedeschi. Significativa è anche la solidarietà della popolazione per i prigionieri alleati in fuga dai campi di prigionia in Italia: i tedeschi promettono una ricompensa a chi ne segnali la presenza. Non mancano delazioni, ma ben più numerose sono le offerte di aiuto.

Lo riconobbe Churchill al termine della guerra: «Non fu certo fra le minori imprese della Resistenza italiana l’aiuto dato ai nostri prigionieri di guerra che l’armistizio aveva colto nei campi di concentramento [...] almeno diecimila [...] furono condotti in salvo grazie ai rischi corsi dai membri della Resistenza italiana e dalla semplice gente di campagna».

Altrettanto significativa fu la spontanea mobilitazione in favore degli ebrei.

In un paese precipitato nel caos più totale, l’unica voce che si leva, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza, è quella del fronte antifascista. Esso annuncia la costituzione di un Comitato di Liberazione Nazionale, composto dai rappresentanti di tutte le forze politiche (dal Partito Socialista al partito Comunista, dal Partito d’Azione alla Democrazia Cristiana, dal Partito Liberale alla Democrazia del Lavoro).

L’appello lanciato in quelle ore drammatiche, perché si formino in ogni parte d’Italia dei comitati regionali di liberazione, viene raccolto da alcuni gruppi di militanti antifascisti e di soldati sfuggiti ai tedeschi.

Occorreranno ancora venti lunghi mesi di lotta, fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, per giungere alla liberazione della penisola dall’invasione tedesca, al definitivo riscatto dell’Italia dalla dittatura e al ripristino delle istituzioni democratiche.

 

Unità 10 settembre 1943 1-ottobre-1943-il-combattente-1.jpg

 

Bibliografia:

-  Storia d'Italia dall'unità al 2000, Istituto Luce, 2000

 

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Aprile 1945: l' insurrezione popolare

24 Avril 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Aprile 1945: l' insurrezione popolare

Nei primi mesi del 1945 i due grandi fronti della guerra contro la Germania si rimisero in movimento. Il 12 gennaio veniva sferrata la grande offensiva invernale russa, al termine della quale, nel febbraio, le armate sovietiche, oltrepassato l'Oder, si trovavano a cento miglia da Berlino; l’aviazione anglo-americana sconvolgeva tutto il territorio tedesco, mentre Eisenhower, il 10 marzo, portava le sue truppe ad attestarsi sul Reno. I russi riprendevano intanto l’offensiva, e dopo aver occupato la Slesia e attraversato rapidamente la Cecoslovacchia puntavano su Vienna. Sembrava che la fortezza tedesca non potesse resistere più a lungo, e sempre più disperati apparivano gli appelli e le esortazioni di Goebbels.

Questo favorevole andamento delle operazioni sui fronti occidentale e orientale aveva ripercussioni, naturalmente, anche nell'Italia settentrionale, sebbene fino alla fìne di marzo non fosse ancora iniziata l'offensiva decisiva per le sorti della guerra nel nostro paese.

Nel mese di febbraio, il 14, manifestarono gli studenti dell'Università Bocconi a Milano: dopo aver bloccato tutte le entrate e rastrellato le aule convogliando gli studenti, i professori e gli inservienti nell'atrio della segreteria, uno studente aveva parlato ai presenti, esortandoli a lottare contro i tedeschi e i fascisti. Alcuni agenti, presentatisi all’ingresso dell'edificio, furono assaliti e, nel breve combattimento, uno di essi fu ucciso e un altro ferito gravemente. Il C.L.N.A.I, su proposta del partito d'azione, approvò il 16 febbraio una mozione di plauso e di solidarietà per quegli studenti che, dietro invito dell'Associazione universitaria studentesca, aderente al Fronte della gioventù, avevano affrontato i fascisti con le armi in pugno, contribuendo a dimostrare quanto debole fosse orma il potere che questi esercitavano.

Nel mese di marzo si rimettevano in movimento gli operai e dopo parecchie dimostrazioni, il 28, entravano in sciopero le maestranze degli stabilimenti industriali di Milano e dei principali centri della Lombardia. Anche in questa occasione il C.L.N.A.I. esprimeva il suo «fervido» plauso a quei lavoratori che, con la loro lotta, preparavano la «ormai prossima insurrezione di popolo per l'estirpazione radicale del nazismo e del fascismo e per il trionfo di una democrazia progressiva».

All' inizio di aprile partivano all'attacco le formazioni partigiane: «Ai primi di aprile Alba è riconquistata dai Volontari della Libertà. La Val Pellice è riconquistata, il Pinerolese è invaso. Le formazioni del Monferrato bloccano ogni trasporto nazifascista tra Asti, Alessandria e Torino, occupano quella rete ferroviaria, giungono fin sulle colline attorno a Torino ... In tutta l'Italia le nostre divisioni sono pronte ad affrontare quelle tedesche».

Il 16 aprile il C.L.N.A.I. rivolgeva ai Comitati di agitazione, agli operai, ai tecnici le sue istruzioni e indicava i compiti cui essi dovevano assolvere nella imminente insurrezione: difendere le fabbriche e gli uffici pubblici dalle distruzioni del nemico e passare poi all'attacco per ingrossare le file dei partigiani e per occupare i punti più importanti della città. Da notare che in queste istruzioni il compito di salvare gli impianti produttivi e di pubblica utilità, il patrimonio industriale, non era inteso passivamente bensì attivamente, come pronto e rapido passaggio dalla difesa all’offensiva, ben sapendo come, anche in questo caso, l’unico modo per raggiungere l'intento fosse quello di non rinchiudersi nelle fabbriche, ma di attaccare appena possibile.

Il 18 aprile, quasi raccogliendo subito questo appello, «Torino proclama un grande sciopero ... definendolo la prova generale dell' insurrezione. Lo sciopero si estende al Biellese, Vercellese e Novarese» . Il 19 aprile, il C.L.N.A.I. esortava i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti dell’Italia occupata a seguire l'esempio dei loro compagni piemontesi, che da tempo avevano abbandonato il lavoro al servizio del nemico e si mantenevano compatti in sciopero. Mentre invitava formalmente i comitati di agitazione compartimentali a organizzare l'abbandono immediato e in massa del lavoro, con particolare riguardo al personale di macchina, dichiarava che era giunta l'ora di rifiutarsi a un lavoro che era un servizio al nemico e che metteva a repentaglio, con l'onore nazionale, anche l'avvenire e la vita degli stessi lavoratori.

Le direttive erano applicate senza indugio: il 23 i ferrovieri milanesi dichiaravano lo sciopero generale, contribuendo in misura decisiva a paralizzare i movimenti e il traffico dell'avversario.

Il fascismo però sembrava voler tentare una estrema resistenza, ora accentuando la politica repressiva, ora quella distensiva. Erano le due tendenze che, già inconciliabili in precedenza, tendevano adesso, per l'avvicinarsi dell'estremo pericolo, ad allontanarsi ancor di più l'una dall'altra. Continuavano da un lato gli arresti, i rastrellamenti, la sconfessione degli elementi che cercavano una «pacificazione».

D'altro lato, al contrario, il fascismo proseguiva i suoi esperimenti di socializzazione, forse illudendosi ancora di poter attrarre a sé la classe lavoratrice. Il 15 febbraio i giornali annunciavano che presso l'Università di Torino sarebbe stato ben presto inaugurato un corso sulla socializzazione «destinato ai lavoratori, capi delle aziende e dirigenti di imprese ». Il 21 febbraio il «duce» elogiava Padova per la sua «fede nella socializzazione»: «Voi avete cam­minato - aveva detto alla commissione della città recatasi a trovarlo a Gargnano - con passo celere, verso quello che ormai comunemente si chiama lo Stato del Lavoro, e cioè la Repubblica sociale italiana, secondo i primi e immutabili principi del Fascismo. Oltre la socializzazione, cardine fondamentale della Repubblica, le classi operaie hanno ora la responsabilità amministrativa dei Comuni e quella dei problemi annonari che interessano così da vicino il popolo». Il 23 marzo, nell'annuale della fondazione dei fasci, con grandi titoli su tutta la pagina, si scriveva che «la marcia rivoluzionaria continua per la difesa dell'avvenire dell'Italia e la conquista di una più alta giustizia per il popolo». Ancora il 1° aprile il «Corriere della Sera» annunciava che il 21 aprile si sarebbe proceduto «alla socializzazione di due importanti categorie di imprese industriali. Non a caso è stata scelta la data del Natale di Roma. Quest'anno, la festa del lavoro segnerà un nuovo e decisivo progresso campo sociale. Il ritmo della socializzazione diviene infatti sempre più vivace ...».

Il C.L.N.A.I. denunziò (12 aprile) come criminali di guerra i membri del direttorio fascista, e (13 aprile) diede disposizioni alle formazioni partigiane sul modo comportarsi verso i nazifascisti che si arrendevano.

Poi, il 25 aprile, mentre l'insurrezione era nel pieno del suo vittorioso svolgimento, il C.L.N.A.I. abrogava ogni legge e disposizione del governo fascista repubblicano sulla «so­cializzazione »: rispondeva in tal modo alla politica «sociale» del fascismo, che tanta diffidenza e ostilità aveva incontrato fra i lavoratori per il suo persistente corporativismo paternalistico, e apriva la via alla lotta sindacale libera e democratica.

La seduta del C.L.N.A.I. che aveva dato inizio alla insurrezione era stata quella del 19 aprile, in cui era stata approvata la mozione sui ferrovieri. Nella stessa seduta fu decisa anche, su proposta comunista, la proclamazione di una «Giornata dei Martiri e degli Eroi», e si suggerì al governo di Roma di indire tale celebrazione il 2 giugno, anniversario della morte di Garibaldi; venne inoltre discusso e approvato un lungo proclama con cui il C.L.N.A.I. quale delegato del governo italiano, intimava «formalmente» alle forze armate tedesche e fasciste, ai funzionari civili del governo fascista repubblicano, e a quelli dell'apparato di occupazione germanico, di «arrendersi o perire».

Gli Alleati, dopo aver simulato il 5 aprile un attacco sul litorale tirrenico – attacco che li portava a liberare Massa il 10 e Carrara l'11, con l'aiuto dei partigiani, come riconosceva il generale Clark – iniziavano il 9 aprile l'offensiva principale sul fronte dell’VIII Armata schierata sull'Adriatico. Nella notte fra il 20 e il 21 Bologna, la città lungamente contesa, era liberata e vi entravano per primi i soldati italiani della «Legnano», mentre Forlì, Ravenna, Modena, Ferrara venivano liberate dai partigiani. Il 23 aprile insorgeva Genova: le SAP entravano in azione e le formazioni dei patrioti scendevano dai monti circostanti; il giorno dopo il C.L.N. assumeva i pieni poteri.

Intanto il generale Clark, nei giorni precedenti la liberazione di Bologna, annunziava alle forze partigiane dell’Italia settentrionale che la battaglia finale per la liberazione d'Italia e la distruzione dell'invasore era cominciata: «Voi siete preparati a combattere, ma il momento della vostra concertata azione non è ancora giunto. A certe bande sono già state impartite istruzioni speciali. Altre bande si concentreranno nella protezione delle loro zone e delle loro città dalla distruzione, quando il nemico sarà costretto a ritirarsi... A quelle bande che non hanno avuto compiti specifici per l'immediato futuro: voi dovete alimentare la vostra forza e tenervi pronte alla chiamata. Non fate il giuoco del nemico agendo prima del tempo scelto per voi. Non sperperate la vostra forza. Non lasciatevi tentare ad agire prematuramente. Quando verrà il momento, ciascuno di voi e tutti voi sarete chiamati a far la vostra parte nella liberazione dell'Italia e nella distruzione dell'odiato nemico». Ma i partigiani, come non avevano aspettato questo proclama per mettersi in azione, così non rispettarono questi inviti alla prudenza e all'attesa, desiderando mostrare agli Alleati quanto fosse stato decisivo il contributo degli italiani alla liberazione del loro paese. Lo stesso Clark dovrà riconoscere che «i servizi resi dai partigiani furono molti e molto importanti, compresa l'occupazione di parecchie città e di parecchi villaggi».

Il C.L.N.A.I. dal canto suo continuava a preoccuparsi della difesa degli impianti industriali e di utilità pubblica, poiché sarebbe stata certamente una liberazione pagata a troppo caro prezzo se quegli impianti fossero andati distrutti. Perciò inviava il 21 aprile ai vari C.L.N. e al Comando generale del Corpo Volontari della Libertà una « circolare per l'emergenza» in cui - prevedendo che, favoriti dallo stato d'assedio, reparti di guastatori nemici potessero tentare di «mettere in esecuzione il piano di distruzioni di fabbriche» ecc. e che reparti polizieschi procedessero «al fermo di elementi della Resistenza o ritenuti tali» - dava disposizioni su come rompere il coprifuoco e attaccare ogni pattuglia nazifascista in circolazione. Il 23 aprile poi, dietro proposta del partito liberale, stabiliva le pene per chi si fosse reso responsabile di distruzioni di vie di comunicazione, di impianti industriali e in genere dell'attrezzatura produttiva.

Il C.L.N.A.I. si preoccupava anche di altri problemi che potrebbero apparire meno importanti ma di cui pure ci si doveva interessare per garantire uno sviluppo il più possibile ordinato della vita nell'immediato dopoguerra e per evitare nuove difficoltà. Ad esempio, il 23 aprile approvava deliberazione sulla nomina dei conservatori agli archivi della Repubblica sociale, con cui intendeva assicurare la conservazione degli archivi dei vari ministeri fascisti, salvando il materiale che avrebbe potuto risultare prezioso per una migliore conoscenza - anche ai fini penali - di tanti aspetti di quella repubblica.

Il 24 poi diffidava le autorità tedesche e fasciste dal continuare i maltrattamenti contro gli ebrei rinchiusi nel carcere di San Vittore di Milano con una mozione che era nel tempo stesso una chiara condanna del razzismo e una significativa promessa di un domani ben diverso.

Giunse finalmente l'insurrezione di Milano, la città che aveva guidato per tanti mesi la lotta partigiana: come quasi tutte le città e quasi tutti i villaggi dell'Italia settentrionale, anche Milano voleva liberarsi da sola e presentare agli Alleati una ripresa ordinata e pacifica della vita. Il 29 marzo era stato costituito un Comitato insurrezionale del C.L.N.A.I., composto da Valiani, Pertini e Sereni, che svolse un'azione molto importante vincendo le esitazioni di coloro che non avevano fiducia nell'insurrezione popolare. Il 24 aprile le formazioni partigiane cittadine raccolsero un appello dal C.L.N. milanese perché prendessero le armi; e il giorno seguente, mentre le maestranze occupavano le fabbriche mettendosi agli ordini del C.L.N., la battaglia raggiunse il suo culmine e si profilò senza più incertezze la vittoria.

Mussolini riallacciò attraverso il cardinal Schuster i rapporti con il C.L.N.A.I. per un ultimo, disperato tentativo di salvezza; ma di fronte alla richiesta dei rappresentanti del Comitato di arrendersi senza condizioni, prese tempo e si allontanò dall'Arcivescovado, dove si era svolto il colloquio nel pomeriggio del 25, dicendo che avrebbe dato la sua risposta. Invece partì poco dopo, nella speranza di poter riparare in Svizzera e consegnarsi agli Alleati evitando la resa al C.L.N.A.I., che doveva apparirgli umiliante e penosa. Ormai non gli era rimasto nulla per negoziare da una posizione di forza, giacché i tedeschi avevano già da tempo svolto trattative a sua insaputa e le milizie fasciste non erano più organizzate ed efficienti.

Il C.L.N.A.I. aveva assunto pubblicamente i poteri civili e militari con due proclami emanati il mattino del 25 aprile: il primo che incitava la cittadinanza allo sciopero generale e all'insurrezione sotto la guida del Comitato; e il secondo che dava le prime disposizioni con cui il C.L.N.A.I., delegato del governo italiano, intendeva «assicurare la continuazione della guerra di liberazione a fianco degli Alleati, per garantire e difendere contro chiunque la libertà, la giustizia e la sicurezza pubblica».

Nello stesso giorno, a perfezionare il precedente proclama, veniva emanato un decreto sull'amministrazione giustizia. Occorreva fissare norme precise affinché la punizione dei delitti fascisti fosse sottratta alla indignazione popolare e avvenisse con una sanzione di legalità: norme, naturalmente, che tenessero conto dello stato d'animo generale e che traducessero tale stato d'animo in termini giuridici. Con tale decreto, che mirava ad «assolvere il molto delicato compito di offrire alla popolazione seria garanzia che giustizia sarà fatta con serenità e con sollecitudine», il C.L.N.A.I. insediava le Commissioni di giustizia per la funzione inquirente, le Corti d'Assise del popolo per quella giudicante e i Tribunali di guerra per lo stato di emergenza.

Erano gli ultimi atti del dramma che aveva schierato in due campi opposti il nostro popolo: non desiderio di vendetta né spirito di rappresaglia animavano quelle deliberazioni del C.L.N.A.I., ma la naturale aspirazione a ridare alle cose umane e ai valori morali la loro giusta importanza e la loro esatta misura, non più in base a un sogno di oppressione bensì a un ideale di libertà e di giustizia, a quell’ideale che aveva animato gli uomini della Resistenza, che li aveva resi capaci di sopportare con animo sereno tante dure prove.

Ora si era giunti al termine e si poteva ripensare con soddisfazione alle difficoltà superate, ai sacrifici sofferti, si potevano rievocare con un acuto senso di rimpianto e di gratitudine i compagni caduti lungo la strada, quelle «file di morti che non tornano più».

I partigiani guardavano con fierezza ai risultati della loro tenacia: l'esercito che fin dall' inizio si erano sforzati di creare ora esisteva veramente, dopo che era stata vinta la contrarietà dei nemici da un verso e degli Alleati dall'altro. Quell'esercito aveva contribuito efficacemente, e spesso in maniera decisiva, al successo e alla rapida avanzala delle armate anglo-americane, come dovevano riconoscere gli stessi alti Comandi alleati e come ammetterà, nelle sue memorie, perfino Churchill. Basti leggere il rapporto della Special Force (cui spettava il compito di tenere i contatti con le formazioni partigiane, di dirigerne i movimenti e di coordinarli con l'azione tattica dei reparti alleati), in cui si avverte chiaramente la meraviglia per l'appoggio fornito dai patrioti, superiore al previsto e non limitato al controsabotaggio: «Il contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Colla forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale di un nemico di gran lunga superiore ad essi per numero. Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante o cosi poco dispendiosa».

Gli uomini della Resistenza potevano dirsi contenti dei risultati raggiunti sul piano politico: anche qui avevano dovuto lottare, contro la tendenza degli Alleati a limitare e a ridurre il significato e il valore dei C.L.N., ma ora, nel momento dell'insurrezione vittoriosa i C.L.N. assolvevano pienamente al loro importante compito, dirigendo lo slancio popolare, assumendo funzioni di governo, riedificando rapidamente e con grande capacità tutta la struttura di una nuova vita libera e democratica. Il riconoscimento più ampio venne reso proprio dagli inglesi, i quali, nel rapporto citato sopra, parlarono dell'eccellente lavoro compiuto dai C.L.N. prima dell’arrivo dell'A.M.G.: « ... Quanto essi hanno fatto, lo hanno fatto bene e il prestigio del movimento di resistenza italiano non e mai stato più alto che in queste ultime settimane, risultando dell'ottimo lavoro compiuto dal C.L.N.A.I. dai suoi Comitati regionali e provinciali ... Si può dire che essi hanno assolto le loro funzioni nella maniera più soddisfacente e il tempo mostrerà quali conseguenze ciò potrà avere per il futuro politico dell' Italia». Gli inglesi furono pure colpiti dalla consapevolezza e dalla disciplina con cui erano state accolte le disposizioni dei Comandi alleati: «... Tutte le armi e le munizioni vennero consegnate a Pavia, Voghera e nelle città lungo la via Emilia in quasi tutti i casi senza incidenti e in una atmosfera che smentì completamente qualsiasi possibilità di una seconda Grecia». Le gravi preoccupazioni e i timori degli alleati si dimostrarono perciò vani: la Resistenza italiana diede un esempio di compattezza, di unità, di ardore combattivo mai disgiunto dal senso dei limiti entro cui la propria azione doveva essere mantenuta perché fosse veramente efficace: la Resistenza svelò il profondo e diffuso spirito democratico del popolo italiano.

Il 26 aprile segnò la conclusione di questo travagliato e drammatico periodo: i combattimenti continuarono per alcuni giorni ancora, perché i partigiani assalirono con successo, costringendole alla resa, le colonne tedesche che dal Piemonte, dal Piacentino e dalla bassa Lombardia cercavano di aprirsi il varco verso il Brennero; ma in quel giorno il C.L.N.A.I. pose termine all'attività clandestina, passando al nuovo periodo dell'attività pubblica e palese, Il 26 veniva pubblicato il manifesto per l'assunzione dei poteri:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia, delegato del solo governo legale italiano, in nome del Popolo e dei Volontari della Libertà assume tutti i poteri di amministrazione e di governo per la continuazione della guerra di liberazione al fianco delle Nazioni Unite, per l'eliminazione degli ultimi resti del fascismo e per la tutela dei diritti democratici.

Gli italiani devono dargli pieno appoggio. Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del C.L.N. e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali sterminati.

In quello stesso giorno, in un altro documento, si profilava il primo e basilare problema da risolvere per la ricostruzione pacifica di un nuovo ordinamento democratico: all'unanimità il C.L.N.A.I. approvava una mozione sulla riforma del futuro governo, manifestando una fiducia che non poteva andar delusa. poiché solo in essa c'erano le possibilità di un profondo rinnovamento della vita italiana, di quel rinnovamento che era stato uno dei più segreti e costanti ideali della Resistenza:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta ltalia in in vista della riforma del governo che certamente seguirà alla liberazione del Nord, esprime al C.L.N. centrale il voto che i Ministeri decisivi per la condotta della guerra e per il rinnovamento democratico del paese, e in particolare il Ministero degli Interni, siano affidati a uomini che abbiano decisamente combattuto il fascismo sin dal suo sorgere e che diano prova di saper degnamente esprimere i bisogni di vita e di giustizia sociale e le profonde aspirazioni democratiche delle masse lavoratrici e partigiane che sono state all’avanguardia della nostra guerra di liberazione.

Questa mozione apre nuovi problemi, prospetta l’inizio di una nuova lotta politica: la vita, nel suo infaticabile corso, non si arrestava e rapidamente portava con sé altri compiti, facendo svanire a poco a poco nel ricordo le sofferenze, i dolori, le pene e lasciando nell'anima la traccia di una più alta vita morale e l'incitamento a mantenersi sempre degni della grande esperienza della Resistenza.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

Aprile 1945: l' insurrezione popolare
Aprile 1945: l' insurrezione popolare
Aprile 1945: l' insurrezione popolare
Aprile 1945: l' insurrezione popolare
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Il documento Wilson

6 Décembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

7 dicembre 1944

La soluzione della crisi governativa incide anche in un altro settore decisivo: pone fine alla lunga attesa della missione del CLNAI, venuta a Roma alla fine di novembre, allo scopo di ottenere una chiarificazione definitiva dei rapporti sia con gli alleati, sia con il governo stesso italiano. La missione era stata originariamente sollecitata dagli alleati, cioè dai loro rappresentanti in Svizzera, quando ancora si sperava nella conclusione vittoriosa dell'offensiva sulla gotica, ma dagli stessi alleati ristretta alle persone di proprio gradimento, a Pizzoni, per le questioni finanziarie e -«Franchi» (Edgardo Sogno), per le questioni politico-militari. Deludendo questa impostazione, essa era stata costituita invece da Parri, Giancarlo Pajetta e Pizzoni, con la partecipazione ormai divenuta secondaria del suddetto Franchi. Arrivata a Roma, aveva ricevuto una accoglienza freddissima da parte di Bonomi il quale s'era affrettato a dichiarare la propria incompetenza, rinviandola agli alleati. Con questi ultimi essa aveva pertanto iniziato una fitta serie di colloqui, dovendo rinunciare - per lo scoppio stesso della crisi - ad avere un qualsiasi appoggio da parte del governo italiano.

Finalmente il 7 dicembre

nella sala del Grand Hotel, da un canto, imponente maestoso come un proconsole, Sir W. Maitland Wilson, dall'altro, - riferisce Parri, - noi quattro si procedeva alla firma al testo dell'accordo in sei punti. Al primo punto la definizione pregiudiziale dei rapporti fra il comandante supremo alleato e il CLNAI: «Il comandante supremo alleato desidera che la più completa cooperazione militare sia stabilita e sia mantenuta fra gli elementi che svolgono attività nel movimento della resistenza; il CLNAI stabilirà e manterrà tale cooperazione in modo da riunire tutti gli elementi che svolgono attività nel movimento della resistenza sia che appartengano ai partiti antifascisti del CLNAI o ad altre organizzazioni antifasciste».

Successivamente, gli impegni assunti dal CLNAI: di far eseguire da parte del CVL «tutte le istruzioni date dal comandante in capo AAI il quale agisce in nome del comandante supremo alleato»; di mantenere al posto di «capo militare del Comando generale del CVL un ufficiale accetto al comandante in capo AAI», di «garantire la legge e l'ordine al momento della ritirata del tedesco e di salvaguardare le risorse economiche del paese in attesa che venga istituito un governo militare alleato ...», di «fare cessione a tale governo di ogni autorità e di tutti i poteri di governo e di amministrazione, precedentemente assunti», di accettare infine che i partigiani nel territorio liberato passassero alle dipendenze dirette del comandante in capo AAI «eseguendo qualsiasi ordine dato da lui o dal governo militare alleato in suo nome compresi gli ordini di scioglimento e di consegna delle armi, quando ciò venisse richiesto».

Il documento concludeva con l'obbligo di « consultare le missioni alleate ... in tutte le questioni riguardanti la resistenza armata, le misure antiincendi e il mantenimento dell'ordine».

In cambio di tanti impegni, garanzie e oneri,«un'assegnazione mensile non eccedente 160 milioni di lire» veniva «consentita per conto del comando supremo alleato per far fronte alle spese del CLNAI e di tutte le altre organizzazioni antifasciste». Ma anche sul modo d'erogazione di tale somma e sulle quote spettanti alle varie zone sanciva il controllo del solito «comandante in capo AAI».

Il documento può apparire deludente, in taluni punti persino umiliante per la Resistenza. Ben si comprendono le reazioni immediate che esso suscitò al momento della firma nei rappresentanti del CLNAI («Ad un certo momento, - testimonia Parri, - ci domandammo se convenisse firmare») e anche quelle meno immediate, ma ancor più aspre che la sua lettura suscitò in seno al CLNAI (i rappresentanti socialisti arrivarono al punto di giudicarlo «un documento di asservimento del CLNAI alla politica britannica»).

«Ma, - continua lo stesso Parri, - firmammo. Troppo grande, troppo importante, quella che avevamo ottenuto per non lasciare in seconda linea le altre considerazioni». Al di là della forma, la sostanza era questa: che gli alleati riconoscevano di fatto al CLNAI il compito di guidare la lotto armata nel Nord e rinunciavano definitivamente alla loro politica di trattare con questo o quel settore del movimento partigiano (si ricordi quali erano state le richieste iniziali
degli alleati per la formazione della stessa missione), Il finanziamento - certo utile e prezioso anche in se stesso - aveva tuttavia validità in quanto sanciva questa nuovo corso nei rapporti fra alleati e Resistenza: i primi ottenevano in cambio una serie d'impegni a garanzia che non si ripetesse in Italia una «soluzione tipo Grecia» (situazione già esclusa pregiudizialmente da tutta la condotta politica del CLNAI); la seconda vedeva infine riconosciuta a accettata la propria validità o la propria impostazione politica e militare; gli alleati erano costretti a riconoscere l'esistenza dell'esercito popolare dopo che in tanti modi s'erano adoperati per impedirne la nascita e lo sviluppo, prima sostenendo la tesi dei piccoli gruppi di «informatori e di sabotatori», poi limitando al minimo o negando del tutto i propri aiuti.

Il 26 dicembre vi fu una dichiarazione bipartita tra governo italiano e CLNAI.

Eccone il testo nella sua integrità:

Il Governo italiano riconosce il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI) quale organo dei partiti antifascisti nel territorio occupato dal nemico. Il governo italiano delega il CLNAI a rappresentarlo nella lotta che i patrioti hanno impegnato contro i fascisti e i tedeschi nell'Italia non ancora liberata. Il CLNAI accetta di agire a tal fine come delegato dal governo italiano il quale è riconosciuto dai governi alleati come successore del governo che firmò le condizioni di armistizio ed è la sola autorità legittima in quella parte d'Italia che è già stata o sarà in seguito restituita al governo italiano dal governo militare alleato.

Bibliografia:

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana – Einaudi 1964

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Il secondo Governo Bonomi

1 Décembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dicembre 1944: la crisi del primo governo Bonomi, che si era aperta con le dimissioni di Bonomi il 26 novembre 1944, toccava il suo punto culminante nei primi giorni di dicembre. Il tentativo del CLN d'avocare a sé la soluzione della crisi, designando il nuovo capo di governo nella persona del conte Sforza era andato completamente a vuoto: poiché sul nome di Sforza s'era rinnovato - e in forma ancor più brusca che nel giugno - il veto inglese. Scavalcando il CLN, il luogotenente aveva dato il reincarico a Bonomi, che l'aveva accettato essendo ormai in posizione di forza e avendo la massima possibilità di manovra dinanzi a un CLN disgregato. Il 2 dicembre i liberali dichiaravano d'esser disposti ad andare al governo anche senza la partecipazione di altri partiti. Il 4 dicembre Bonomi, forse preoccupato d'aver teso troppo la corda, rivolgeva un appello ai tre partiti di massa, invitandoli a collaborare con lui e offrendo loro due vicepresidenze che « avrebbero permesso di condividere più da vicino con lui... la responsabilità della direzione politica del governo ». Avendo i partiti socialista e comunista risposto all'invito negativamente, sia pure con diverse accentuazioni, nei giorni successivi si prospettava come soluzione più probabile della crisi la formazione d'un governo che escludesse da sé ogni rappresentanza della sinistra o d'un «governo a tre» (democrazia cristiana, liberali, democrazia del lavoro). Il 7 dicembre Togliatti aderiva alle proposte di Bonomi e pertanto si costituiva il nuovo governo, restando all'opposizione i socialisti e gli azionisti.

Bibliografia:

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana – Einaudi 1964

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il proclama del generale Alexander

13 Novembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testo del proclama che il generale Alexander indirizzò ai partigiani italiani il 13 novembre 1944.

Il proclama venne trasmesso da «Italia combatte», la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari.

«Nuove istruzioni impartite dal generale Alexander ai patrioti italiani. La campagna estiva, iniziata l’11 maggio, e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita; inizia ora la campagna invernale.

In relazione alla avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità dei lanci; gli Alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto il gen. Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

  1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
  2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
  3. attendere nuove istruzioni che verranno date o a mezzo radio “Italia combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate: la parola d'ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
  4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti;
  5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico, studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
  6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
  7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
  8. il gen. Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l'espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate la scorsa campagna estiva».
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Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli

15 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli libro PizzoniAlfredo Pizzoni è nato a Cremona il 20 gennaio 1894 da Paolo, ufficiale di Artiglieria, ed Emma Fanelli. Compiuto il liceo, studia a Oxford e a Londra e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Pavia. Partecipa alla Grande Guerra come ufficiale dei Bersaglieri, meritando una medaglia d'argento; dopo un periodo di prigionia in Austria viene rimpatriato ed è aggregato come ufficiale di collegamento al Corpo di spedizione internazionale in Palestina. Al termine della guerra prende parte per breve tempo all'impresa di Fiume. Nel 1920 si laurea ed entra al Credito Italiano dove inizia una brillante carriera. Nel 1922 si sposa con Barbara Longa, dalla quale avrà cinque figli. Durante il fascismo Pizzoni, che è avverso al regime, frequenta gruppi antifascisti avvicinandosi in particolare a «Giustizia e Libertà». All'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 si fa richiamare alle armi come maggiore dei Bersaglieri. Il 23 gennaio 1942 la motonave «Victoria», diretta in Nordafrica, sulla quale è imbarcato come comandante del 36° battaglione Bersaglieri, viene affondata; per il suo comportamento in quell'occasione gli è attribuita una medaglia di bronzo. Smobilitato per ragioni di salute quello stesso anno, riprende il lavoro alla direzione centrale del Credito Italiano a Milano e torna a frequentare gli ambienti antifascisti. Dopo la caduta del fascismo e l'armistizio dell'8 settembre 1943 partecipa alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui è sin dall'inizio nominato presidente. Ricoprirà questo ruolo per tutta la durata della lotta di Liberazione fino al 27 aprile 1945, allorché viene sostituito dal socialista Rodolfo Morandi. Nel dopoguerra Pizzoni è membro della Consulta nazionale, e presidente del Credito Italiano, carica che tiene fino alla morte, avvenuta il 3 gennaio 1958.

 

Scriveva Alfredo Pizzoni nel settembre 1946:

«Si pensi ora, quale forza morale avrebbe oggi e sempre l'Italia davanti al mondo intero, davanti a tutti i popoli, se allora (25 luglio 1943, n.d.r.) avesse saputo decisamente avviarsi sulla via della redenzione. I rischi non dovevano essere calcolati: certo gli Alleati, anche se impotenti e impreparati, e diffidenti, sarebbero almeno in un secondo tempo venuti ad aiutarci e sarebbero stati costretti a impiegare le truppe italiane, affiancandoci così effettivamente e in misura rilevante e sin dall'inizio, alla guerra di Liberazione del nostro territorio nazionale.

Invece la storia dei 45 giorni è tutta una pietosa storia, ed è all'origine di molti dei nostri attuali malanni. Sono intimamente persuaso che sarebbe bastato l'esempio dei capi, e il popolo e moltissimi soldati si sarebbero battuti eroicamente e il corso della storia nostra, presente e futura, avrebbe tutt'altro svolgimento.

 

A Milano, martedì 27 luglio si era riunito per la prima volta il Comitato antifascista; vi erano rappresentati tutti i cinque partiti antifascisti.

Roberto Veratti (avvocato, esponente socialista) venne a trovarmi al Credito Italiano e mi invitò a intervenire.

Ricordo che eravamo presenti: io per il Partito liberale, Malavasi per la Democrazia cristiana, Albasini Scrosati per il Partito d'Azione, Veratti per il Partito socialista, Basso e Molinari per il MUP e Roveda e Grilli per il Partito comunista.

La discussione si occupò delle prime necessarie misure e manifestazioni e della necessità di influire su Roma perché si venisse al più presto alla cessazione delle ostilità.

Una seconda riunione fu tenuta due giorni dopo in casa di Basso: c'era anche Gronchi per la Democrazia cristiana.

Il Comitato prese l'abitudine di riunirsi, nello studio Veratti, e io vi ero sempre ospite gradito, e interpellato specialmente ogni volta che un argomento militare affiorava. Fu così che un giorno, prima dei bombardamenti alleati di mezzo agosto, in un momento di discussione, vivace e disordinata, qualcuno disse: «È necessario che uno di noi assuma la presidenza e ottenga ordine nel parlare». Veratti intervenne: «Pizzoni assuma la presidenza». Tutti annuirono e così iniziai il mio lavoro di dirigenza e di coordinazione.

Di quel primo tempestoso periodo ricordo che il principale argomento era il far decidere Roma a concludere un armistizio con gli Alleati. Delegazioni vennero inviate, ordini del giorno spediti. Veratti andò a Roma. A poco a poco, avemmo la certezza che, se pur lentamente, Badoglio si muoveva. Ma tempo prezioso venne perduto».

 

I bombardamenti di Ferragosto a Milano

«Intanto, a Milano, si ebbero gli spaventosi e inutili bombardamenti intorno a Ferragosto; che angoscia in quei giorni!

La nostra bella città era fino allora, fortunosamente, rimasti quasi immune dai danni della guerra. Non vi era a Milano alcun obiettivo militare importante, non truppe tedesche inqua drate. Perché tanti enormi danni furono arrecati, perché si volle ferire, avvilire una popolazione che andava ritrovando lo spirito concorde ed eroico delle cinque giornate del 1848? È questa una domanda alla quale non trovo risposta, né presso gli Alleati, cautamente interrogati, ho potuto sapere e accettare nulla. Necessità militari, accennatemi, non ve ne erano. Grave errore politico? Ma quello fu un delitto, non un errore ...

La popolazione di Milano sotto i ripetuti, terribili colpi, si comportò in modo ammirevole. Intendo dire il popolo, il ceto medio, la povera gente, ché gli abbienti non c'erano, erano, salvo poche eccezioni, «filati», erano nelle loro ville della Brianza e del Varesotto, non comparvero mai, in quei giorni, in città; incominciarono timidamente, a cose finite, a bombardamenti cessati, a compiere fuggevoli gite in automobile per vedere se le loro case erano intatte o distrutte, e poi scomparvero per un pezzo ...

I poveri: si vedevano la mattina dopo i bombardamenti, seduti davanti alle loro case distrutte, inebetiti, stanchi, sporchi, laceri, commossi, intenti a radunare i resti delle loro povere cose. Non dicevano nulla, non chiedevano nulla, non imprecavano, non hanno mai imprecato, subivano con animo cristiano la maledizione per le malefatte di altri.

Ricordo una mattina che percorsi a piedi il tratto dalla stazione di porta Genova a piazza del Duomo: pareva di essere in un girone dell'Inferno dantesco. Non una casa era indenne; molte erano distrutte da bombe dirompenti, moltissime bruciavano e nessuno poteva intervenire; file interminabili di persone cariche di valige, di materassi, o che spingevano carretti colmi di vecchi arnesi e di mobilucci, si avviavano silenziose verso la periferia.

... E Milano bruciava, e i pompieri combattevano una battaglia senza mezzi adeguati e perciò perduta in partenza, e l'ira divina si abbatteva sulla magnifica e fiera città». 

 

Arriva l’8 settembre

«In quei terribili giorni noi antifascisti ci radunammo lo stesso, sempre nello studio Veratti, rimasto intatto, in mezzo a case crollate o bruciate; non c'era che da imporre a Roma la decisione suprema: cessare le ostilità; la guerra non doveva continuare e non bisognava aver paura dei tedeschi, nostri naturali nemici, causa unica oramai, dopo la caduta del fascismo, di tanta inutile sciagura.

Intanto, a poco a poco, dagli avvenimenti in corso o che si dovevano prevedere, e dalle nostre discussioni, scaturiva la necessità di armarci, di organizzare le forze che spontaneamente si mettevano a nostra disposizione.

Il conflitto con i tedeschi appariva vicino e inevitabile, l'esercito dava la penosa impressione di essere bacato, marcio, i capi incerti, imbelli, chiusi in formule, rispettabili e doverose in tempi normali, ma in quel momento anacronistiche e controproducenti. Consultatomi con Veratti, predisposi uno schema di «Guardia nazionale», lo misi a punto in una riunione autorizzata, e andai a parlare con il comandante del Corpo d'Armata territoriale di Milano. Da pochi giorni vi era stato destinato, con incarico del grado superiore, il generale di divisione Ruggero, proveniente dai bersaglieri e dallo Stato Maggiore. Si dichiarava antifascista, era vivace e simpatico, appariva animato da sincero spirito di collaborazione con i partiti politici. Vi furono altri colloqui col generale Ruggero. A questo consegnammo copia del progetto compilato di costituzione della «Guardia Nazionale» a Milano estendibile in altre città e regioni dell'Italia settentrionale. Ruggero promise di mandarlo subito a Roma, di appoggiarlo, di farci avere una risposta in pochi giorni. Ma ci accorgemmo poi che non ne aveva fatto nulla. Questo generale, in definitiva, si comportò male: non capì nulla della situazione; non ne poteva capire nulla; era impreparato; era leggero e facilone; non stava a tavolino a organizzare; non aveva servizi regolari di segreteria; credeva di risolvere la situazione con buone parole e propositi incerti.

 

Si arrivò ai primi di settembre: chiedemmo esplicitamente a Ruggero di fornirci armi, o, quanto meno, di accantonarne a nostra disposizione e con facilità per noi di prelevarle. Ci rispose con promesse vaghe e assicurazioni di buona volontà e avevamo l'impressione che non faceva sul serio, che non capiva. Ma non potevamo che stargli vicino, mantenere con lui le più cordiali relazioni, fare opera di persuasione, per portarlo a decisioni al momento dell'azione. Si arrivò così ai giorni immediatamente precedenti l'8 settembre. Oramai tutto faceva prevedere che l'armistizio o, comunque, una effettiva cessazione delle ostilità verso gli Alleati era imminente.

La mattina dell'8 fui chiamato dal generale Ruggero che mi fece capire che eravamo vicinissimi alla crisi: egli aveva avuto precise informazioni e istruzioni da Roma, a mezzo di un colonnello di Stato Maggiore, inviato dal Comando supremo, e che aveva fatto il giro dei Comandi di Corpo d'Armata territoriali. Ruggero estrasse di tasca alcune carte e mi disse: «Qui ho le mie annotazioni». Mi ripeté l'assicurazione di essere deciso ad agire, di essere con noi e che ci avrebbe dato le armi. Tedeschi a Milano ce n'erano pochissimi, addetti a servizi e con solo armi leggere.

La sera dell'8 settembre, sentito l'annuncio dell' armistizio alla radio, telefonai subito al generale Ruggero. Gli dissi: «Sono qui pronto ad agire, insieme con i miei amici, ed è questo il momento di agire». La risposta fu tipica della mentalità di un uomo che non aveva capito nulla, o che non voleva capire nulla: «Oramai c'è l'armistizio e non c'è nulla da fare; la situazione è chiarita». Replicai, ribattendo che bisognava agire. Ma di fatto, in quel preciso momento, nulla potevamo fare; era notte fonda ed eravamo tutti dispersi, senza un punto di riferimento o un luogo di convegno.

 

La mattina del 9, presto, ci fu una riunione nello studio Veratti e poi ci recammo numerosi al Comando di via Brera. Ruggero temporeggiava, Gasparotto voleva che si andasse alle barricate, io chiesi ci si dessero le armi e dichiarai che la Guardia nazionale e il popolo milanese avrebbero fatto il loro dovere e avrebbero combattuto contro i tedeschi. Ma lì non si decise nulla e allora noi venimmo via e decidemmo di aprire gli arruolamenti alla Guardia nazionale.

Solo nel pomeriggio avemmo le tessere da distribuire; diedi istruzioni agli ufficiali di arruolamento, che si installarono negli uffici dei mandamenti urbani, e che procedettero ad arruolare qualche migliaio di uomini. Nel frattempo, in piazza del Duomo, vi fu un comizio di popolo, deciso nella riunione della mattina in via Brera coll'assenso di Ruggero, e con la nostra garanzia che non ci sarebbero stati disordini: e non ce ne furono. Parlò l'avvocato Scotti per i liberali; Li Causi per i comunisti; Viotto per i socialisti e non so quali oratori per gli altri due partiti.

Prima di sera, tornai in via Brera, rividi Ruggero, e dal colloquio trassi sconfortanti certezze di insuccesso. Non si decise a darci le armi, incominciò a dire che non ne aveva, e che non aveva munizioni oltre il fabbisogno minimo dei suoi reparti, che le diserzioni avvenivano in misura impressionante e che persino dello squadrone appiedato del Savoia Cavalleria, assegnato a difesa del Comando, buona parte degli uomini si erano dileguati. Come di regola in quei giorni, non aveva un preciso disegno di azione; evidentemente cercava una via di uscita. Le notizie dalle guarnigioni periferiche della zona di sua giurisdizione erano pessime; i presidi cadevano a uno a uno senza resistenza o con azioni di fuoco minori, a opera di pochi animosi, con armi leggere e affrontati decisamente da reparti corazzati e autotrasportati tedeschi.

 

L'indomani, 10 settembre, riunione in via del Lauro, nell'ufficio dell'avvocato Della Giusta (Piero): eravamo in molti: Gasparotto, Boeri, Jacini, Li Causi, Veratti, Tino, Maffei ... Il generale Ruggero, sentivamo, non voleva prenderci sul serio; aveva un suo disegno, che nel pomeriggio si delineò: mettersi d'accordo con i tedeschi, uscire dalla situazione senza combattere e con un accomodamento, quale che fosse.

Nel pomeriggio - verso le tre - il generale Ruggero si lamentò per un incidente avvenuto vicino alla stazione: i patrioti avevano fatto fuoco su di un'automobile tedesca e ferito l'ufficiale tedesco di collegamento con Ruggero: questi temeva complicazioni e difficoltà nelle trattative che già andava conducendo per uscire da una situazione che giudicava insostenibile, deciso com'era a non compiere atti di forza. Il Comando di via Brera era pieno di ufficiali superiori che cercavano di tenersi al corrente degli avvenimenti ed esprimevano e maturavano propositi solo di fuga e di sbandamenti. Spettacolo sempre più pietoso.

Intanto con Casati, socialista serio e deciso, muniti di un'autorizzazione di Ruggero, mi recai nell'ufficio di un tenente colonnello di cavalleria che doveva farci avere munizioni da fucile per la Guardia nazionale: mi dichiarò che ne aveva pochissima, e che serviva ai reparti armati dell'esercito!

Al Comando, Ruggero, invisibile, era chiuso a chiave con un ufficiale tedesco, un semplice sottotenente, che avrebbe dovuto rappresentare, autorevolmente!, il comandante della colonna corazzata che, proveniente dalla zona emiliana, procedeva su Milano. Trattavano la resa della città, e Ruggero si illuse e volle illuderci che salvava, con onore, capra e cavoli.

 

Al palazzo di via Brera, verso le 8 di sera, la lunga conferenza con il giovane ufficiale tedesco ebbe termine, e il generale Ruggero, dopo una breve riunione con i suoi ufficiali, ricevette i tre rappresentanti del Comitato di Resistenza: Stefano Jacini, Gerolamo Li Causi e io; ci comunicò i termini dell'accordo, per cui le truppe tedesche si erano impegnate a non occupare la città, ma solo di presidiare una dozzina di sedi e uffici pubblici: posta, telegrafo, stazione, consolati, ecc.; ogni presidio sarebbe stato composto di pochissimi militari armati e da un'auto blindata, e sarebbe stato affiancato da un egual numero di soldati italiani. Ruggero si dichiarava persuaso che i tedeschi avrebbero rispettato i patti. Dimostrò inoltre di avere la sensazione di aver concluso un concordato poco onorevole, quando ci disse che riteneva che il popolo avrebbe giudicato male il suo operato, ma che riteneva di aver così agito nell'interesse della città e per risparmiare vite umane. Gli rispondemmo nell'ordine: Jacini, io, Li Causi, e tutti stigmatizzammo il suo operato, e dichiarammo il nostro disaccordo e il nostro biasimo. Si erano fatte così le 11 di sera. Ruggero si ritirò per preparare il discorso che poi fece alla radio, per comunicare al popolo l'accordo e invitare alla calma.

L'indomani mattina, uscito verso le otto, trovai piazza Cordusio piena di armati tedeschi, e così via Dante e così Foro Bonaparte. Era una magnifica e potente colonna corazzata, con armi e mezzi modernissimi. Uomini aitanti, giovani, con indumenti mimetizzati, tutti autotrasportati, su automezzi a cingoli, cannoni anticarro, obici di vari tipi: impressione di grande efficienza.

Seppi poi che si trattava della migliore divisione di SS corazzata dell'esercito tedesco: la SS Adolf Hitler Leibstandarte».

 

Da CLN a CLNAI

«Per il CLN lombardo - che solo nel febbraio 1944 prese il nome di Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - i primi mesi di vita furono di lavoro intenso e i suoi componenti furono, oltre che a pericoli continui, sottoposti senza interruzione a continua tensione nervosa e mentale. A vicenda, ci istruivamo alla nuova vita, che veramente era di cospirazione: nomi falsi, documenti di riconoscimento contraffatti, tenore e abitudini di vita del tutto differenti da quelle fino allora seguite, connotati fisici modificati; parole d'ordine di riconoscimento quando ci si incontrava per la prima volta con uomini mai visti in precedenza. Cercavamo di riunirci, anche in incontri parziali, il più spesso possibile, e discutevamo e scambiavamo idee, sempre per meglio conoscerci, per scrutare i più reconditi propositi, per sentire fino a qual punto potevamo contare gli uni sugli altri quando le situazioni si sarebbero fatte drammatiche e tragiche. E poi, un continuo adoperarsi per fare propaganda, per incitare alla ribellione contro i tedeschi e i fascisti, per organizzare le forze sparse un po' dappertutto, dare loro un indirizzo, fornire loro i mezzi materiali per vivere e per armarsi, creare nuovi nuclei che poi diventavano formazioni, e presero forma di reparti, e bande e brigate e divisioni partigiane. Opera lunga, difficile, fatta di fede, di tenacia, di pazienza, irta di rischi, spesso sconosciuti e imprevedibili, nel corso della quale molti dei nostri migliori caddero, e furono catturati, imprigionati, sottoposti a sevizie, e finirono nei campi di concentramento, e fucilati e impiccati, e molti deportati in Germania e in Austria a morire oscuramente di stenti.

È merito assoluto ed esclusivo del CLN di avere, sin dai primissimi giorni della lotta, chiaramente e fermamente voluto che, nel crollo dell'apparato statale, nella carenza del governo, la guerra di Liberazione nazionale diventasse la guerra del popolo italiano, di tutto il popolo italiano, per il riscatto, col nostro sangue, dell'onore, della libertà e dell'indipendenza della Patria!».

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