Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

resistenza italiana

I militari italiani internati nei lager nazisti

26 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla Conversazione tenuta da VITTORIO E. GIUNTELLA il 24 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano.

Debbo di necessità limitarmi ad alcuni aspetti essenziali del problema storico rappresentato dalla vicenda dei militari italiani internati nei lager nazisti dopo l'8 settembre 1943. Più che sugli episodi vorrei porre l'accento sulla portata e il significato di questa vicenda.

Desidero anzitutto precisare la dimensione di questo fenomeno dell'internamento: si tratta di una massa considerevole di militari, oltre seicentomila. I dati di fonte tedesca sono imprecisi e oscillano dai seicentomila ai settecentomila. Sono le vittime della catastrofe militare dell'8 settembre. L'armistizio li ha sorpresi nel vasto scacchiere di guerra, nel quale sono presenti le forze armate italiane, dalla Francia alla penisola balcanica, alle basi navali dell'Atlantico e del Baltico, ai comandi tappa della Polonia. Sono stati coinvolti i reparti della madrepatria, specie nell’Italia centrale e settentrionale, che non sono riusciti sottrarsi alla cattura. Si tratta di giovani delle classi più attive e più valide della popolazione. Sono le vittime doloranti del disastro dell'8 settembre. Vi sono tra di loro gli scampati agli eccidi di Cefalonia, Corfù, Spalato, Lero.

I militari italiani internati nei lager nazistiI militari italiani internati nei lager nazisti
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momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
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Questa massa imponente di militari viene deportata in Germania. Gli ufficiali sono divisi dai soldati; gli ufficiali superiori dagli inferiori. Hitler dispone che gli ufficiali siano trasferiti per punizione in Polonia, nei campi peggiori già abitati dai prigionieri russi. Anche in Germania normalmente sono assegnati agli internati italiani i lager dove erano stati i russi, lager che il Comitato internazionale dello Croce Rossa ha dichiarato inabitabili. A centinaia di migliaia vi erano morti i russi, decimati dalle epidemie e dai patimenti. Le fosse comuni dei russi sono il panorama abituale al di là dei reticolati.

Nella gerarchia dei militari prigionieri dei tedeschi i russi sono all'ultimo posto e gli italiani al penultimo: russi e italiani sono stati privati delle garanzie previste dalle convenzioni internazionali e dell'assistenza del Comitato internazionale della Croce Rossa. Naturalmente i campi degli internati militari italiani non sono paragonabili a quelli più spaventosi, in cui furono concentrati i deporti politici e gli ebrei per esservi massacrati. Ma anche in questi campi finirono alcuni militari.

Mussolini ebbe a dichiarare che si sarebbe dovuto vergognare se dagli internati militari non avesse potuto trarre almeno ventimila volontari per le sue forze armate. Dovette vergognarsi anche in questo caso, perché non riuscì ad arruolare nel ricostituito esercito fascista ventimila internati e dovette ricorrere allo stratagemma di inviare all'addestramento in Germania militari reclutati in Italia. Sottoposti a ripetute richieste di adesione alle formazioni SS, all'esercito tedesco e a quello fascista, oltre il 90 per cento dei militari italiani internati (le statistiche del Ministero della Difesa parlano del 99 per cento) oppose netto rifiuto. Non vi era nessuna comunicazione fra i diversi lager, ma ovunque il comportamento degli internati italiani fu identico.

Lo sconcerto e la preoccupazione per le ripercussioni che l'episodio avrebbe potuto avere in Italia, sono ampiamente testimoniati nel carteggio di Mussolini con Hitler utilizzato dal Deakin per la sua storia della repubblica di Salò.

Mi sembra che su questo rifiuto ci si debba soffermare per analizzarne le motivazioni e per sottolineare che le decisioni furono da ciascuno prese individualmente e sapendo bene a che cosa si andava incontro.

Vorrei citare due sole testimonianze, quella di un soldato, che non aderì, e quella di un ufficiale, che, non avendo aderito inizialmente, aderì in seguito, perché va ricordato, che fino all'ultimo giorno di guerra rimase aperta la possibilità di uscire dal lager aderendo.

Scrive nel suo diario il primo: "Il tedesco con voce stridula grida e l’interprete traduce: 'Chi non è fascista alzi la mano'. Eravamo in duemila, consapevoli che stavamo per decretarci un destino di sofferenze e forse di morte ma tutti, non uno escluso, abbiamo alzato la mano: era una selva di braccia e in quell'istante ci siamo sentiti tutti noi”. L'ufficiale domanda ancora: “Da dove vengono?” “Da tutti i fronti: è la risposta”.

L'ufficiale, che fini per aderire, era un ufficiale di marina. Al rientro in Italia scrisse una relazione, che fu presentata a Mussolini e che ora è conservata nell'Archivio centrale dello Stato a Roma, "Il generale” egli scrive “ci disse alcune parole: aderendo si aveva il trattamento dei soldati e dell'ufficiale tedesco che mangia bene ed è ben pagato. Coloro che non avessero voluto aderire sarebbero stati oramai abbandonati al loro destino e avrebbero pensato la fame e l'inverno polacco a servirli. Questo discorso fatto a gente che, affamata, scarsamente coperta, stava più di un'ora all'aperto a parecchi gradi sotto zero, ebbe un effetto deleterio. Ci prese una tristezza ed uno scoraggiamento infinito; ci si chiedeva di essere dei mercenari, perché non della Patria ci si parlava, ma del soldo e del vitto. Non della fratellanza che sola in tanta sciagura avrebbe dovuto risollevare dal fango l'Italia, ma un italiano minacciava altri italiani di essere abbandonati al loro destino”.

“La fame e l'inverno polacco avrebbero pensato a minare dei fratelli. Anche chi come il sottoscritto era pronto ad aderire e non desiderava altro che ritornare uomo e soldato sentì un moto di ribellione in se stesso. Aderirono su circa 2000 ufficiali 160 circa, di cui la maggior parte malati gravi, invalidi e vecchi. I giovani dicevano apertamente che aveva vinto la fame”.

In questo rifiuto massiccio del fascismo (la percentuale più alta indicata nella relazione citata si deve a particolari condizioni di vita di quel lager) ci sono alcuni motivi, che vanno precisati.

Si tratta di una parte notevole della gioventù italiana, che non ha avuto esperienza politica che quella del fascismo, che ha vissuto fino in fondo di persona la guerra disastrosa, dalla campagna di Grecia alla ritirata di Russia e oltre, ed ha, nella catastrofe, individuato le responsabilità del regime e dei suoi capi e capito che la guerra non poteva non essere che la naturale conclusione del ventennio. Al rifiuto di continuare la guerra a fianco dei nazisti e dei fascisti si arriva attraverso questa amara esperienza dei frutti del fascismo. In tutti è preponderante il rifiuto del fascismo come esperienza storica irrevocabilmente chiusa con il disastro e la vergogna.

Anche se all'inizio non vi è nella massa degli internati una chiara coscienza politica (la fedeltà al governo legittimo è per molti ancora il primo argomento), vi è però in tutti la consapevolezza che una generale risposta negativa al fascismo e al nazismo ha il significato di una rottura con il passato, di una scelta, che ha il valore di un plebiscito politico da parte di una generazione che per la prima volta viene direttamente e individualmente interpellata, sia pure in una grave situazione di costrizione esterna.

Il contatto con le altre vittime del nazismo, specie in Polonia (popolazione civile, ebrei, deportati), dà alla decisione il significato di uno schieramento con il resto dell’Europa, che lotta contro l'occupante. È un ritorno nella grande famiglia dei popoli europei, dalla quale il fascismo aveva cercato di distaccare il popolo italiano. La presenza degli internati·italiani nei lager internazionali ha questo carattere provvidenziale.

La lotta contro l'adesione è lotta anche contro se stessi; la fame, il freddo, la paura delle epidemie, la morte; ma anche la nostalgia di casa, specie dopo la notizia del rientro degli aderenti. Questa lotta va condotta ogni giorno, con decisione perché ogni giorno è possibile farla finita e uscire dal lager sottoscrivendo l'adesione. Si tratta di una lotta attiva, che vede tutti impegnati. Nuclei clandestini sostengono i propri compagni con un'adeguata propaganda e con direttive di azione. Sono composti di antifascisti, giovani e anziani, intellettuali e operai, militari effettivi. Tra coloro che hanno fatto una scelta politica precisa, troviamo in questa attività intensa e rischiosa cattolici e protestanti, accomunati nel giudicare il nazismo come il regno dell'anticristo e per i quali il rifiuto ha valore di impegno religioso. Mi sia concesso in questa sede di citare il nome del rettore Lazzati, che guidò la lotta contro l'adesione nei campi di Sandbostel e di Wietzendorf.

Questa lotta è condotta fino in fondo, in una condizione resa ancora più difficile dal fatto che i nazisti non riconoscono agli italiani la posizione giuridica di prigionieri di guerra e le autorità fasciste impedirono ogni intervento del Comitato internazionale della Croce Rossa, anche quando le autorità tedesche ebbero ceduto alle pressanti e ripetute richieste di Ginevra.

È una lotta affrontata come un combattimento, nel quale si può morire; un combattimento a oltranza, senza alternative morali, in condizioni fisiche sempre più precarie, perché a ogni rifiuto i tedeschi aggravano le condizioni di vita. Il numero dei caduti è di conseguenza elevato e proporzionalmente non ha riscontro se non tra i prigionieri russi. Non si è potuto accertare con esattezza il numero dei caduti. Ai trenta-quarantamila delle statistiche ministeriali vanno purtroppo aggiunti i dispersi, per i quali non raggiunta una documentazione di morte. In un recente viaggio in Polonia alla ricerca di documenti sugli internati militari italiani, trovai numerose relazioni sulla scoperta di fosse comuni con centinaia di massacrati e chiare testimonianze della loro nazionalità italiana. A Treblinka, il famigerato campo di sterminio, l'ultimo convoglio conservato con amore nella stazione (sulla quale campeggiano due scritte: "Non più guerre" – “Non più Treblinka”) ancora chiamato dai polacchi “il treno degli Italiani”. Non è tornato nessuno e non si sa neppure quanti fossero. I carri sono molti.

chi rimane e chi ritorna
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Va anche detto che per molti il rimpatrio alla fine della guerra ha significato solo il venire a morire in Italia. Nel Cimitero militare di Merano sono sepolti internati militari morti in sanatorio negli anni successivi alla liberazione.

Gli episodi di questa resistenza, condotta fino allo stremo delle forze, sono tanti. Vi furono dei malati gravi che rifiutarono il rimpatrio condizionato all'adesione; vi furono degli internati, che rifiutarono il rimpatrio anche come lavoratori fascisti, con il solo obbligo di riconoscere la repubblica fascista; vi furono degli internati che scontarono la loro intransigenza nei campi di sterminio.

Gli internati ebbero notizia della Resistenza in Italia e questo tonificò la loro lotta, dando ad essa il carattere di un combattimento comune, per gli stessi ideali e con la stessa tenacia. Notizie dai lager giunsero alla Resistenza italiana, che riconobbe nella decisione degli internati, lo stesso animo e il medesimo ardore combattivo. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia espresse il 27 marzo 1944 la sua solidarietà e la sua ammirazione agli internati che "in una suprema affermazione di dignità e di fierezza hanno voluto negare ogni collaborazione e prestazione al nemico"; “solidarietà e ammirazione", prosegue l'ordine del giorno "che è la solidarietà e l'ammirazione dei liberi e degli onesti di tutto il mondo".

"L'altra faccia della Resistenza", come l'ha chiamata Giorgio Bocca, "la meno nota, non la meno importante” ebbe rilievo anche nel determinare la scelta dello schieramento per migliaia di italiani, padri, madri, spose, figli, parenti di internati nei lager, e anche per coloro vano visto passare nelle stazioni italiane i carri piombati, che li trasportavano in Germania, e avevano assistito alla brutalità delle sentinelle tedesche.

L'internamento è, dunque, parte integrante della Resistenza e si può capire soltanto inquadrandolo in quella che è la generale ribellione degli italiani ai fascisti e ai nazisti.

 

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

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Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione

26 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla conversazione di LEANDRO GIACCONE, tenuta il 24 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano

 

Il 10 giugno 1940, anche se l'esercito francese si era dissolto come nebbia al sole, le autorità militari italiane rimasero assolutamente contrarie al nostro intervento nel conflitto. Per tenere la Libia avremmo dovuto conquistare il dominio, aeronavale del Mediterraneo, e per tenere l'Africa Orientale avremmo dovuto conquistare l'Egitto. Non eravamo in grado di affrontare con logiche probabilità di successo né l’uno né l'altro compito, perché il nostro potenziale aeronavale e - mezzi e basi - era nettamente inferiore a quello del nemico, e né in Italia né in Africa avevamo moderne unità corazzate.

Mussolini conosceva benissimo il pensiero e le ragioni dei militari, ma dichiarò egualmente la guerra, convinto che l’Inghilterra fosse sul punto di chiedere anch'essa la pace subito dopo la Francia. Ma ciò non accadde e le ostilità proseguirono. Le Forze Armate, il popolo italiano seguitarono a combattere per quaranta mesi quella guerra che era stata intrapresa dai responsabili politici, dal regime fascista, nella sciagurata certezza che dovesse concludersi in pochi giorni.

Nel 1941, entrati nel conflitto gli Stati Uniti, la vittoria tedesca era ancora possibile: dipendeva dalla eventualità di una richiesta di pace da parte della Russia. Alla fine del 1942 il crollo della Russia non era più credibile, il potenziale bellico degli Alleati cresceva ogni giorno, mentre ogni giorno diminuiva quello dell'Asse; in Estremo Oriente il Giappone aveva perso l'iniziativa senza speranza di poterla recuperare. La guerra scatenata da Hitler era irrimediabilmente perduta.

Spettava ai politici dell'Asse trarre le conclusioni, e chiedere la pace nell'interesse dei popoli di cui reggevano le sorti. Ma l'unico responsabile della politica tedesca, Hitler, e l'unico responsabile della politica italiana, Mussolini, non vollero accettare la dura realtà della sconfitta: loro sopravvivenza politica diventava incompatibile con il bene supremo dei due paesi.

Le masse popolari avevano sensazione istintiva che la guerra fosse ormai perduta e desideravano solamente la pace; ma non potevano far valere le loro istanze, perché le organizzazioni di massa facevano tutte capo ai gerarchi del Partito Unico.

Per cessare la guerra bisognava liquidare i due regimi e la difficoltà maggiore non era l'estromissione di Mussolini o l'eliminazione di Hitler con un attentato, ma la possibilità di neutralizzare istantaneamente tutti i reparti della Milizia fascista in Italia, tutti i reparti delle SS in Germania: solo gli eserciti regolari potevano tanto.

Il 25 luglio, appena caduto Mussolini, Hitler dette immediata esecuzione al piano già preordinato per neutralizzare le conseguenze strategiche di una nostra possibile pace separata. Oltre alle otto divisioni tedesche già in Italia, la notte del 26 cominciarono ad affluire un’altra diecina, tante quante furono giudicate sufficienti a neutralizzare istantaneamente le forze italiane dislocate nella Penisola. Così le nostre Autorità politiche e militari tra il 25 luglio e l'8 settembre agirono sapendo che l'alleato da cui si stavano dissociando era di fatto padrone della situazione.

Quando gli Alleati proclamarono al mondo l’avvenuto armistizio, l'Alto Comando fu in grado di impartire ordini operativi di reale consistenza solo alle forze capaci di movimento autonomo: la Marina e l'Aeronautica. Che ubbidirono raggiungendo Malta e gli aeroporti dell'Italia liberata. Per le forze terrestri le possibilità strategiche erano pressoché nulle; ai vertici della gerarchia non vi erano personalità di eccezione capaci di affrontare il disastro incombente, e l'esercito si dissolse.

Solo a livello dei minori reparti, eccezionalmente di Divisione, si verificarono ovunque resistenze cruente contro i tedeschi che procedevano al nostro disarmo. Furono episodi fatalmente di breve durata, ed irrilevanti sul piano strategico; ma di enorme importanza sul piano psicologico e politico. Quei fatti d'arme spontanei, ed ancor più il rifiuto di tutti i militari italiani di proseguire la guerra accanto ai tedeschi, furono la conferma plebiscitaria che le masse avevano aderito alle decisioni di vertice di scindere il nostro destino dal destino dell'alleato nazista.

Secondo le clausole dell'armistizio gli Alleati affiancarono al Governo italiano una Commissione di controllo che era arbitra di ogni nostra attività politica: era composta da rappresentanti di Russia, Inghilterra e Stati Uniti d'America. Al nostro Stato Maggiore affiancarono una Commissione di controllo che era arbitra di ogni nostra attività politica: era composta da rappresentanti di Russia, Inghilterra e Stati Uniti d'America. Al nostro Stato Maggiore affiancarono una Missione, che era arbitra di ogni nostra attività militare: composta da ufficiali inglesi, aveva la sigla MIIA e noi la chiamammo subito “Mammamia”.

Era stato promesso un trattato di pace più o meno duro a seconda del nostro apporto alla guerra contro la Germania, e subito sollecitammo l'impiego sul fronte italiano delle quattro Divisioni che in Sardegna ed in Corsica si erano salvate dal crollo generale. “Mammamia” rifiutò le nostre offerte, altrimenti l'alleanza di fatto si sarebbe fatalmente trasformata in alleanza di diritto, sarebbe stato impossibile a fine guerra imporci un trattato di pace punitivo.

Ma la politica inglese tendeva pure a mantenere pure in piedi le strutture fondamentali dello Stato italiano, per assicurare alla fine del conflitto una certa stabilità politica generale nell'area del Mediterraneo; cosi in seno alla Commissione politica sosteneva la Corona, e non poté esimersi dal concederci almeno di far entrare in linea, nel novembre 1943, il I Raggruppamento Motorizzato.

Si trattava solo di pochi Battaglioni e di qualche Gruppo di artiglieria raggranellati in Puglia, che, inseriti nella V Armata americana sul fronte di Cassino, portarono a termine con grande sacrificio di sangue l'azione tattica della conquista di Montelungo.

Quel primo nucleo dell'esercito italiano che si ricostituì nel Sud sotto la guida di ufficiali di stato maggiore del governo Badoglio, era composto inizialmente da 10.000 uomini e in seguito, sia per il buon rendimento che per altre ragioni di ordine politico, portato a 25.000 e infine a 50.000 con armi ed equipaggiamenti "made in USA."

Il primo nucleo di combattenti del CIL era formato in genere da soldati lombardi e bergamaschi della divisione Legnano, reduci quasi tutti dai fronti russo, africano, greco-albanese, che l'armistizio aveva sorpreso nelle Puglie.

Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione

Frattanto gli Stati Uniti perseguivano in Italia una politica diametralmente opposta a quella dell'Inghilterra. Essi erano favorevoli all'impiego massiccio di nostre Grandi di Unità per farci poi ottenere lo status di alleati, ma temporaneamente davano il loro appoggio a quelle correnti politiche che tendevano a liquidare le Forze Armate, ancora legate alla Corona dal loro giuramento di fedeltà.

A sua volta la Russia perseguiva in Italia una politica diversa sia dall'Inghilterra sia dall'America. Essa da tre anni stava sopportando il maggior peso della macchina bellica tedesca, ed era sottoposta ad uno sforzo sovrumano: le incombenti necessità militari condizionavano ogni sua scelta politica. Era suo interesse che contro i tedeschi entrassero subito in linea le maggiori possibili forze Non aveva nessuna importanza che sul bianco delle bandiere ci fosse o non ci fosse lo scudo sabaudo, e poiché l’efficienza dell'esercito era in quel tempo naturalmente condizionata dalla Corona, Stalin, meno ambiguo di Churchill e più razionale di Roosevelt, ne aveva tratto tutte le logiche conseguenze.

Nel marzo 1944 Togliatti sbarcava a Napoli e dichiarava che il problema istituzionale doveva essere accantonato per costituire un Governo capace di creare un esercito il più forte possibile, che entrasse al più presto in linea contro i tedeschi. Cosi furono i russi e il ricostituito Partito Comunista a dare il più incondizionato appoggio politico e morale alle nostre Forze Armate regolari, che si andavano faticosamente ricostituendo tra inenarrabili difficoltà.

Nel gennaio 1944 il giovane generale di Brigata Utili fu inviato ad assumere il comando del I Raggruppamento, che "Mammamia" aveva già deciso di sciogliere inviando i suoi 5000 uomini a reparti lavoratori nelle retrovie. Utili non si rassegnò, saltò tutta la gerarchia, e riuscì a farsi ricevere dal generale Clark, comandante della V Armata americana. Il colloquio fu lungo e a momenti drammatico, ma alla fine ad Utili fu consentito di fare il tentativo di mettere in piedi validi reparti combattenti,  se in quelle condizioni era un'impresa ai limiti delle possibilità umane.

Alle truppe, Utili chiese il massimo che potevano dare ed affrontò combattimenti a mano a mano più impegnativi, nella misura in cui il morale dei reparti andava migliorando, anche se i disagi materiali seguitavano ad essere gravi, specie per l'insufficiente equipaggiamento.

Nel marzo 1944, a sottolineare la positiva valutazione del comportamento bellico dei nostri reparti, fu consentito che il complesso delle forze italiane combattenti assumesse il nome di Corpo Italiano di Liberazione, CIL. La nostra estrema debolezza politica non era in grado di smuovere l’Italia dalla equivoca posizione di "cobelligerante," ma i militari, con chiara visione degli obiettivi politici della nostra partecipazione alla guerra, riuscivano a porsi, almeno nel nome, sullo stesso piano degli alleati.

A fine maggio 1944 il CIL venne trasferito nel settore adriatico, e per tre mesi consecutivi fu impiegato senza soste all'inseguimento del nemico che con perfetta manovra ripiegava sulla linea Gotica, imbastendo successive valide linee di resistenza. Così molte genti d'Abruzzo, delle Marche e della Romagna ebbero il privilegio di non essere liberate da truppe straniere.

A fine agosto il CIL fu ritirato dalla linea di combattimento mento, ed il generale Browing, capo in testa di "Mammamia," venne a farci un discorso: " ... Voi del CIL avete reso un grande servizio all'Italia; se voi non aveste combattuto bene, gli Alleati non avrebbero mai accettato di costituire una più numerosa forza combattente italiana". Si trattava finalmente, di sei Divisioni.

Friuli" e "Cremona," che l'8 settembre si erano validamente battute contro i tedeschi in Sardegna ed in Corsica, erano già in approntamento; con il CIL si costituirono la "Legnano" e la "Folgore"; successivamente si sarebbero armate la "Mantova" e la "Piceno." Ma poi agli Alleati sembrò di aver concesso troppo: le Divisioni italiane si sarebbero chiamate Gruppi di Combattimento, e non sarebbero stati impiegati riuniti in un'Armata italiana, ma suddivisi alle dipendenze di Corpi d'Armata alleati. Tutto per attenuare le conseguenze politiche del nostro concorso allo sforzo bellico comune.

Tra gennaio e marzo 1945, Cremona, Friuli, Folgore e Legnano furono schierate sulla linea Gotica. Tutte presero parte all'offensiva generale che iniziò il 9 aprile sul fronte dell'VIII Armata inglese; il 14 entrò in azione la V Armata americana; il 21 aprile cadeva Bologna, saltava tutto il sistema difensivo tedesco, e sul piano strategico la guerra in Italia era conclusa e vinta.

Due Armate, centinaia di migliaia di tedeschi in armi si arresero con i loro comandi di Corpo d'Armata e di Divisione, perché sopravanzati dalle colonne corazzate che precludevano ogni via di ritirata aprendosi a ventaglio su tutta la Valle Padana.

Le nostre Forze Armate regolari avevano concorso vittoria con:

60.000  soldati del CIL e dei Gruppi di Combattimento

75.000 marinai che con le navi battenti bandiera italiana dopo l'8 settembre avevano compiuto cinquantamila azioni di guerra;

30.000 aviatori che con gli apparecchi italiani salvati dalla catastrofe avevano effettuato undicimila voli nel cielo nemico;

38.000 militari che al di là delle linee avevano combattuto nella quinta colonna, in formazioni partigiane “Autonome”, non alle dipendenze di questo o quel partito, ma riconoscendosi solo parte integrante delle Forze Armate regolari.

180.000 militari, infine, erano in forza alle Divisioni ausiliarie aggregate alla V e all'VIII Armata, o erano presenti nei reparti territoriali per gli indispensabili servizi delle retrovie.

Tra il settembre 1943 e l'aprile 1945 caddero in combattimento, o morirono nei lager tedeschi, o furono fucilati come partigiani, oltre 86.000 militari con le stellette.

Ma il più massiccio, il più martoriato, il più incredibile contributo alla Resistenza, fu dato dai seicentomila militari catturati dai tedeschi nel settembre 1943. Essi rimasero nei lager fino all'aprile 1945.

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

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Concetto Marchesi ed Egidio Meneghetti, due figure del mondo della cultura nella Resistenza

25 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

di Ezio Franceschini (*)

Da una conversazione tenuta il 23 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano

Fra le non molte figure di combattenti che l'Università italiana diede alla Resistenza due delle maggiori furono certamente quella di Concetto Marchesi e di Egidio Meneghetti, rettori dell'Università di Padova immediatamente prima e immediatamente dopo la liberazione: antifascisti da sempre, ma che solo le vicende del 1943-45 misero in piena luce.

Il primo, Concetto Marchesi, catanese ma padovano di elezione, appartenuto fin dalle origini (1921) al Partito Comunista Italiano, universalmente famoso, allora, per la sua Storia della letteratura latina (1925), diffusissima e strumento non ultimo dell'amore alla libertà nei pochi giovani che vi credevano; noto farmacologo l'altro, il Meneghetti. Entrambi nell'Università di Padova avevano tenuto deste le speranze in tempi migliori vivendo, per quanto riguarda il fascismo, in modo che curialescamente, in altro piano, si sarebbe detto passivo: cioè nulla facendo per il regime che li aveva relegati a Padova in una specie di domicilio coatto, ma che non impediva loro di insegnare, timoroso del loro prestigio, purché non gli dessero troppe noie. E, in verità, troppe noie non gli diedero fino al 25 luglio 1943.

La caduta del regime trovò i due, come tutti del resto, impreparati. Concetto Marchesi stava riposando nella casetta di Cavo all'isola d'Elba. Traversò in barca lo stretto di Piombino e cominciò, per il suo partito, una vita febbrile fra Pisa e Milano, Milano e Roma, Roma e Padova, finché il 1° settembre fu nominato Rettore dell'Università di Padova dal Governo Badoglio, essendo ministro della Pubblica Istruzione Leonardo Severi. Nel rinnovare il Senato Accademico volle accanto a sé uomini di sicuro passato antifascista; fra gli altri, Manara Valgimigli, preside di Lettere, e - appunto - Egidio Meneghetti, preside di Medicina, dal 1° novembre anche pro rettore.

Ma intanto gli eventi precipitavano. Entrati i tedeschi a Padova, il 15 settembre Marchesi presentava le dimissioni; ma essendo state respinte dal nuovo Ministro Biggini (28 settembre) decise di rimanere al suo posto, unico fra i rettori di nomina badogliana, fra il malumore e le dei suoi stessi compagni di partito: in realtà, come egli stesso dirà agli studenti nel proclama del 1° dicembre, sperava di mantenere l'Università immune dalla offesa fascista e dalla minaccia tedesca, e di poter difendere gli studenti da servitù politiche e militari.

E difatti nei mesi di ottobre e di novembre furono numerosi gli esempi di indipendenza e di fierezza che ancora si ricordano a Padova; non ultimo il discorso del 9 novembre con cui apriva l'anno accademico "in nome dell’Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati"; e in cui si dicevano, fra l'altro, ad una gran folla di studenti non mancavano militi fascisti e osservatori tedeschi (il ministro Biggini e il prefetto di Padova erano presenti in forma privata), parole come queste: "Sotto il martellare di questo immane conflitto cadono per sempre privilegi secolari e insaziabili fortune; cadono signorie, reami, assemblee che assumevano il titolo della perennità; ma perenne e irrevocabile è solo la forza e la podestà del popolo che lavora e della comunità che costituisce la gente invece della casta. Signori, in questa ora di angoscia, fra le rovine di guerra implacata, si riapre l'anno accademico della nostra Università. In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione. Quando questo ci sia, risorgerà tutto quello che fu malamente distrutto, si compirà tutto quello che fu giustamente sperato. Giovani, confidate nell'Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio; confidate nell'Italia, che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell'Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti”.

In questo periodo Marchesi aveva dato origine con Meneghetti e con un altro grande esule da Venezia, Silvio Trentin, rientrato dalla Francia, al primo centro operativo ed organizzativo del Comitato Veneto di Liberazione e delle forze che venivano armandosi contro i tedeschi e i fascisti. Operavano alla luce del sole: protetti dalla loro alta carica e dal loro personale prestigio.

Ma non poteva durare così. Alla fine di novembre i tedeschi avevano deciso l'arresto di Marchesi. Ma questi, avvisato, si diede alla macchia; in un primo tempo a Padova stessa, nascosto nella casa di un compagno di partito, per preparare alcuni documenti da diffondere nei giorni seguenti (la lettera di dimissioni da Rettore, in data 28 novembre, è di questo periodo; e così pure il proclama agli studenti datato 1° dicembre) e prendere tutte le misure per la sua vita clandestina. Doveva, infatti, mettere al riparo da ogni possibile rappresaglia la moglie e la figlia che trovavano, allora, alle Muraccia, sul crinale appenninico fra Pisa e Lucca. Esse, avvertite subito, si nascosero con falsi documenti prima a Sanremo, poi in un paesetto della Liguria (Apricale) vicino al confine francese, ove rimasero indisturbate fino alla fine del conflitto. Rassicurato sotto questo aspetto, il Marchesi lasciò di nascosto il suo rifugio e venne a Milano, dove già si trovava il 29 novembre.

Pochi giorni dopo (5 dicembre) a Padova veniva diffuso in migliaia di volantini il suo noto proclama agli studenti in data 1° dicembre, che segnò l'inizio ufficiale della Resistenza armata nel Veneto, e il suo centro animatore l’Università. Esso, ripetuto a varie riprese da Radio Londra, e pubblicato in seguito infinite volte, è troppo noto per si debba ripetere qui. Basti la parte finale.

«Studenti: non posso lasciare l'ufficio di rettore dell'Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine: voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l'impeto dell'azione, e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano. Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione: c'è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.

Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga ancora della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla servitù e dalla ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace mondo».

Dopo più di due mesi passati a Milano dove era facile restare nascosti, anche per molto tempo, ma non un uomo come lui, Marchesi prese contro voglia la via della Svizzera (9 febbraio 1944).

E gli altri? Silvio Trentin, che era stato arrestato alla fine del novembre 1943, moriva in un ospedale di Padova 12 marzo 1944 pronunciando parole che è bene ricordare "Che io muoia senza vedere la luce della faticata vittoria, dell'invocata giustizia, della riconquistata libertà ... che io chiuda. per sempre gli occhi in una camera d'ospedale … ch'io abbia perduto ogni bene e abbia veduto i migliori amici uccisi, dispersi, imprigionati, percossi dalle più disumane avventure, tutto questo non importa purché l’Italia si salvi".

Egidio Meneghetti aveva anch'egli una famiglia che adorava; ma questo caro legame di affetti gli fu crudelmente strappato dal bombardamento aereo del 16 dicembre 1943 che gli uccise la moglie e la figlia, già sue attive collaboratrici nella Resistenza.

Ecco dunque i due amici divisi: il Rettore, esule in Svizzera, dove i suoi amici, non lui, lo avevano voluto in salvo, l'altro, il prorettore, al suo posto di lotta, a Padova nella loro università, privo ormai anche di quei sacri affetti che rendono di solito titubanti, specialmente gli intellettuali davanti alle decisioni più gravi. Ora, a distanza di tanti anni, si capisce quanto sia stato giusto e provvidenziale che sia stato cosi: Marchesi, uomo dalle grandi visioni storiche, aveva come arma micidiale la parola, detta o scritta, ma era incapace di maneggiare una rivoltella, e non sapeva distinguere il nord dal sud; Meneghetti, uomo pratico per eccellenza, valoroso combattente della prima guerra mondiale, aveva il genio dell’organizzazione e sapeva scegliere gli uomini. Così, divisi materialmente, furono uniti quanto altri mai nella lotta, ciascuno a modo suo; e un frequentatissimo andare e venire clandestino di lettere ne coordinava l'azione: merito, questo, anche dell'industriale padovano Giorgio Diena (e della sorella Wanda) che, uomo di grande attività, era diventato in Svizzera il factotum di Marchesi.

Marchesi fu attivissimo presso i comandi alleati a Lugano, Zurigo, Berna; e tanto tempestò e fece che ottenne ogni aiuto possibile per il Comitato Veneto di Liberazione: armi, munizioni, esplosivi, materiali bellici di ogni genere, attraverso lanci aerei; per ottenere i quali quando gli pareva che fossero, come erano per necessità, troppo scarsi o lenti, egli scriveva lettere di questo tenore al Capo dei servizi tecnici alleati a Berna: "Le trasmetto con qualche esitazione una nuova richiesta di lancio. Una volta mi pareva che tali richieste riguardassero un'opera di comune utilità: e le presentavo con animo più sicuro. Ora comincio ad avere l'impressione di essere un mendico che continua a battere alla porta di un ricco signore che ci consigli di appartenere all'esercito della pazienza anziché a quello della Resistenza" (lettera del 20 luglio 1944, da Lugano).

Nella sua ansia di aiutare i partigiani non si accorgeva nemmeno, il Marchesi, di diventare ingiusto: perché gli Alleati avevano tutta l'Europa oppressa e angariata dai nazisti cui pensare e provvedere, non soltanto quella piccolissima parte che era il Veneto. Ma tale era il fascino della sua parola e della sua personalità che molto egli ottenne nei mesi che vanno dal maggio al dicembre di quel cruciale 1944; persino il tono dei "messaggi speciali bianchi" con i quali Radio Londra annunciava la venuta degli aerei sul Veneto e altrove, aveva il suo sigillo inconfondibile. È cessata la pioggia - il vento è spento - l'acqua va al mare - Nino legge il breviario - teorema di Pitagora - l'ippopotamo del Nilo: e cento altri.

E questo finché, cessati nel novembre i lanci, il 4 dicembre 1944 egli lasciò la Svizzera per Roma (via Francia) su invito del governo Bonomi, con alcuni altri illustri fuorusciti: Einaudi, Colonnetti, Boeri, Gasparotto, Facchinetti, Gallarati Scotti, Carnelutti, Jacini, Alessandrini (il viaggio, in aereo, da Lione ebbe luogo il 10 dicembre).

Cessava cosi la lunga parentesi svizzera e il rimorso Marchesi di non essere stato fra i combattenti veri della Resistenza: in realtà egli non fu mai, come in quel periodo, un vero combattente, con le sole armi che sapeva usare.

Ma torniamo ora nel Veneto, dove ferveva la lotta clandestina. Col passare del tempo le file degli umili si rinforzavano, quelle dei capi si diradavano; Norberto Bobbio era in prigione a Verona; Diego Valeri, condannato a trent’anni di reclusione, si era sottratto alla pena passando in Svizzera (5 aprile 1944). Restava imperterrito Meneghetti, capo indiscusso del movimento di Resistenza; dapprima a faccia scoperta; poi, dalla fine di settembre 1944 (aveva avuto l'incredibile abilità e audacia di resistere fino a quella data) ridotto a vita clandestina: "... lo e il fratello di Paola (prof. Zancan) ricercatissimi", scrive a quella data, "ordine di sparare a vista su di noi. Ma, aggiunge, "non ci vedono”.

Il 3 ottobre 1944 giungeva tuttavia un appello pressante: "Qui mi danno una caccia affannosa... ora stanno preparando un ricatto di questo genere. Se entro 15 giorni da oggi 3 ottobre non riescono a prendermi, i Tedeschi hanno deciso di prendere 200 ostaggi da mandare in Germania se io non mi consegnerò nelle loro mani. Bisognerebbe che Radio Londra trasmettesse che è felicemente arrivato in Svizzera il prof. M., farmacologo dell'Università di Padova e prorettore durante il rettorato Marchesi". Per opera di Marchesi, profondamente angustiato e preoccupato per le sorti dell'amico, che per evitare i 200 ostaggi si sarebbe certamente consegnato ai tedeschi, il desiderio venne prontamente accolto. Prima Radio Londra comunicò e poi tutti i giornali della Svizzera riportarono notizia dell'entrata nella Confederazione del prof. Meneghetti il 9 ottobre. Così i tedeschi, creduloni come sempre alle cose che avevano l'aspetto del vero, rinunciarono alla minaccia degli ostaggi e Meneghetti poté continuare a vivere e a operare a Padova. Aveva il tempo di pensare anche al futuro della città; ed era lieto di annunziare (9 ottobre) a Marchesi che per delibera del Comitato Veneto di Liberazione il primo prefetto di Padova libera sarebbe stato lui Marchesi, e il primo sindaco Lanfranco Zancan.

Ma poi fu la fine della stretta collaborazione Padova-Milano-Svizzera, proseguita ininterrottamente per dieci mesi. Il proclama Alexander (10 novembre 1944) poneva termine ai lanci; gli arresti del 20 novembre disperdevano il gruppo milanese, che non cessava tuttavia la sua attività; la cattura di Meneghetti a Padova, il 7 gennaio 1945, dava un duro colpo alla Resistenza veneta privandolo del suo capo. Meneghetti fu arrestato nella clinica del prof. Palmieri; condotto a Palazzo Giusti fu torturato, battuto con catene di ferro, tenuto costantemente ammanettato. Tenne sempre un contegno magnifico, ammirato dagli stessi nemici. Si era nel gennaio 1945 e i tedeschi, ormai sicuri della sconfitta vicina, erano favorevoli ai cambi di prigionieri. Così avvenne che attraverso vicende infinite Meneghetti ebbe salva la vita e in attesa di essere scambiato con un nipote del gen. Wolff, fatto prigioniero in Africa e portato in America, fu tenuto in Italia: prima a Padova, poi a Verona, poi nel campo di concentramento di Bolzano dove lo trovò la liberazione il 30 aprile 1945.

I due amici, Marchesi e Meneghetti, si rividero il mese dopo e ripresero il governo dell'Università: ma rivolgere agli studenti il loro saluto, essi avevano davanti agli occhi gli impiccati, i fucilati, i torturati, i non più tornati dai campi di sterminio della Germania, dell'Austria, della Polonia; pochissimi e non i professori, molti e dai nomi ignoti gli studenti: «Universitari padovani! Nel riprendere la direzione del vostro Ateneo, il nostro primo pensiero è rivolto a quelli che nella suprema battaglia di liberazione si offrirono alla Patria con l'eroico sacrificio. I loro nomi resteranno nella perpetuità della memoria. L'Università di Padova, che nel novembre 1943 iniziava il nuovo Risorgimento italiano e prima fra tutte sosteneva sino alla fine la lotta contro la più vile e feroce delle oppressioni, comincerà col nome dei suoi caduti i fasti della Sua gloria rinnovata.

Voi restituirete agli italiani il senso lieto della vita la coscienza della libertà che è la gioia di espandere il proprio pensiero e il proprio volere; restituirete la serenità dello spirito e delle opere a questo popolo nostro che nei tempi luminosi ha donato al mondo miracoli di arte e civiltà. La nuova Italia risorgerà con il lavoro che non si interrompe e con la fede che non vacilla; sorgerà dal lungo travaglio, calma e sicura come tutti i grandi sacrifici destinati a vivere nei secoli. "Il destino ha voluto fecondare dinanzi a voi tutti i germi del male. Quest'albero attossicato dalla terra lo conoscete voi nati e cresciuti alla sua ombra. Recidetene i rami, non dimenticate la radice. Questa bisogna estirpare e distruggere. È profonda ma è visibile: la rintraccerete se non avrete dimenticato il dolore della terra. E finché ci basti la vita noi maestri vi saremo compagni nel vostro cammino». (26 maggio 1945).

Il 12 novembre 1945 Ferruccio Parri, capo del primo governo dell'Italia libera, appuntava sul labaro dell'Università la medaglia d'oro al valor militare della Resistenza: unica fra le università italiane. La motivazione, dettata da Concetto Marchesi, dice:

«Asilo secolare di scienza e di pace, ospizio glorioso munifico di quanti da ogni parte d'Europa accorrevano ad apprendere le arti che fanno civili le genti, l'Università Padova nell'ultimo immane conflitto seppe, prima fra tutte, tramutarsi in centro di cospirazione e di guerra; né si piegò per furia di persecuzioni e di supplizi; dalla solennità inaugurale del 9 novembre 1943, in cui la gioventù padovana urlò la sua maledizione agli oppressori e lanciò aperta la sfida, sino alla trionfale liberazione della primavera 1945, Padova ebbe nel suo Ateneo un tempio di fede civile e un presidio di eroica resistenza; e da Padova la gioventù universitaria partigiana offriva all'Italia il maggiore e più lungo tributo di sangue. Al labaro dell’Università padovana, che conobbe altre insegne di virtù militari si aggiunga ora la più alta decorazione al valore, testimonianza di un sacrificio e di una vittoria che resteranno ammonimento ed esempio».

Concetto Marchesi morì a Roma il 12 febbraio 1957. L’11 febbraio 1961 ne fu tenuta la commemorazione ufficiale all’Accademia dei Lincei alla presenza di Luigi Einaudi, allora presidente della Repubblica, che gli era stato vicino in Svizzera e compagno nel volo Lione-Roma del 10 dicembre 1944. Meneghetti, senza dir nulla a nessuno, volle essere presente: e ritornò a Padova in silenzio come era venuto. Fu l'ultima volta che lo vidi: tre settimane dopo anch’egli moriva (4 marzo 1961).

In questi due uomini l'Università di Padova ebbe due Rettori di eccezione in tempi difficilissimi; la scuola italiana due esempi di vita; la Resistenza due combattenti valorosi. E merito loro, e di pochi altri, se il mondo dei docenti universitari, chiuso nei suoi egoismi e pavido nella avversità per i troppi beni, o creduti tali, che ha da difendere, non ha trascorso anche quest'ultimo Risorgimento avvolto nella nebbia dell'indifferenza, dell'assenteismo e della paura.

In conclusione dobbiamo amaramente dire che anche nella Resistenza del 1943-45 riscontriamo molto diffuso il fenomeno noto col nome di “tradimento degli intellettuali” Se ancora una volta gli umili non fossero assurti a guida della storia, le pecore accademiche starebbero ancora facendo la loro tranquilla siesta paghe di non essere disturbate e la loro abbondante lana fornirebbe l'orbace alle quadrate legioni.

                                                ____________________________

(*)Ezio Franceschini capitano degli Alpini, è stato partigiano combattente: il suo gruppo si chiamava FRAMA (dalle iniziali sue e di Concetto Marchesi), e operò dal novembre 1943 fino alla Liberazione. È stato professore ordinario all'Università Cattolica di Milano dopo esserne stato rettore dal 1965 al 1968, e per molti anni preside della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

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La scuola che resiste

20 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel novembre 1943, all'apertura dei corsi universitari la ribellione si estende alla scuola. La Resistenza veneta è guidata da tre professori universitari: Silvio Trentin rientrato clandestinamente dall'esilio francese, Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti: l'antica Università padovana non mancherà la dichiarazione di guerra al nazifascismo. Bisogna però attendere che si apra l'anno accademico. Così fino a novembre il mondo universitario combatte il fascismo nelle città e nelle campagne, i professori partecipano ai convegni della cospirazione, gli assistenti Pighin, Carli, Zancan percorrono il Veneto per organizzarla; e il CLN tiene le sue sedute proprio nel palazzo Pappafava dove ha posto la sua sede il ministero della Educazione nazionale repubblichino.

 

La battaglia nella scuola si accende alla data fissata. Il 9 di novembre il rettore Concetto Marchesi apre l’ anno accademico con un primo inequivocabile gesto di ostilità al nazifascismo: dal suo ufficio non è partito alcun invito alle autorità per assistere alla cerimonia. Ci vengono in forma «privata» il ministro Biggini e il prefetto Fumei. Il fascismo padovano cade in un grossolano errore, manda nell’aula una squadra di giovani armati che salgono sul palco proprio mentre entra il rettore magnifico seguito dal professor Mereghetti. I due docenti si gettano d'impulso contro i fascisti mentre l'adunanza degli studenti urla «via gli armati!». Gli intrusi sono costretti ad allontanarsi e il rettore pronuncia la memorabile allocuzione, l'atto di fede nella libera Università: «Qui dentro si raduna ciò che distruggere non si può». Marchesi esalta nel mondo del lavoro una civiltà opposta alla nazifascista e dichiara aperto l'anno accademico nel nome « del lavoratori, degli artisti, e degli scienziati». Il 28 novembre il rettore deve rassegnare le dimissioni e trasferirsi sotto falso nome a Milano; ma lascia un nobile messaggio agli studenti: «Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo, che per la defezione di un vecchio complice ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori... Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine. Voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto dell'azione e ricomporre la giovinezza e la patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano».

 

La resistenza della scuola romana prende invece l’avvio da gruppi studenteschi di formazione spontanea: l'Associazione rivoluzionaria studentesca guidata da Ferdinando Agnini e da Gianni Corbi; il gruppo azionista promosso da Pier Luigi Sagona; quello comunista di Dario Puccini e di Carlo Lizzani. Di fronte alla minaccia fascista di escludere dagli esami universitari quanti non si sono presentati ai distretti i vari gruppi si uniscono, danno vita a un Comitato studentesco di agitazione e a un Comitato tecnico diretto da Maurizio Ferrara che si mette alla testa della prima grande manifestazione antifascista del 17 gennaio. Gli studenti di medicina entrano nel Policlinico, stracciano i registri, percuotono i fascisti. di guardia. Maurizio Ferrara, salito su una panchina, incita i colleghi alla ribellione. Si forma un corteo, c'è uno scontro a fuoco, un giovane è ferito, altri arrestati.

 

A Milano e a Torino, capitali della resistenza armata le Università sono i distretti della ribellione, da esse partono i quadri delle bande. Gli ultimi mesi del 1943 insegnano che la partecipazione attiva alla Resistenza (lo scrive a un amico Giaime Pintor) è l'unica possibilità aperta a un intellettuale che voglia operare per il riscatto del Paese. Gli studenti universitari, in particolare, non possono mancare la prova. Sono i giovani borghesi giunti all'antifascismo attraverso il fascismo: la guerra partigiana è il suggello delle conversioni sincere.

 

Il lungo viaggio

Gli studenti o i laureati fra i venti e i trent'anni che partecipano alla Resistenza vi giungono da esperienze diverse, ma tutte compiute dentro il fascismo. Il loro è stato un lungo cammino che ora, essendo resistenti, ripercorrono con la memoria, senza mentire a se stessi. Fino al 1938, la maggioranza ha partecipato al fascismo: rassegnata alla sua inevitabilità, sedotta da certe proposte. Non quella di un fascismo sociale che promette un socialismo «più umano, più moderno», riservata a pochi ingenui; ma le altre dei vantaggi concreti, offerti ai giovani borghesi da una dittatura borghese. Fino al '38 i giovani sono fascisti o filofascisti non solo per la ragione ovvia di essere nati dentro il fascismo, ma perché credono di poter ottenere dal fascismo occasioni e promozioni gradite al loro forte appetito, tanto forte da soffocare nei più i primi dubbi e il fastidio morale per le menzogne e le sopraffazioni del regime. I giovani vedono nel fascismo tre possibili vantaggi: una promozione dei ceti medi, una maggiore efficienza amministrativa, una crescente disponibilità di impieghi. Vantaggi in gran parte illusori, ma ci vorrà il lungo cammino fino al '43 per capirlo. Prima del '38 la gioventù borghese e studiosa capisce poco e male la struttura sociale del fascismo:

La personalità di Mussolini nasconde, ai suoi occhi, il «consorzio dei privilegi»; l'avventura imperialistica la distrae dall'affarismo autarchico. E poi il grande capitale faccia pure i suoi affari purché lasci ai borghesi famelici la sua rappresentanza politica e amministrativa. È difficile per i giovani capire che la promozione dei ceti medi è dovuta ai tempi più che al regime; per loro coincide con esso: allevati in famiglie assillate dal pensiero del posto sicuro, essi vedono nel fascismo imperialistico una fabbrica di nuovi posti, e non hanno motivi per rifiutare la propaganda sull'efficientismo del regime. Il regime non è privo di scaltrezza, concede ai giovani una libertà vigilata, li lascia scrivere, dibattere fino a un certo limite sui giornali studenteschi o durante le competizioni culturali come i «littoriali».

 

L'appetito dei giovani è robusto, la loro preparazione culturale mediocre; eppure il fastidio morale c'è e cresce, molti giovani sono già entrati nel lungo cammino e non lo sanno, sarà l'anno 1938 a rivelarlo, con turbamento e dolore. Il 1938 è l'anno in cui la Germania nazista annette l'Austria e in cui l'Italia fascista si accoda alla persecuzione razziale: così ammettendo pubblicamente la sua qualità di nazione subalterna, al rimorchio dell'imperialismo germanico. È soprattutto la persecuzione razziale, con la sua ignominia gratuita, a far «precipitare» tutti gli scontenti morali per l'ipocrisia, per il conformismo, per la servilità della dittatura. Con la vigilia della guerra e con la guerra il distacco morale trova le conferme della ragione, diventa distacco definitivo: non solo e non tanto perché la guerra dimostra l'inefficienza del regime e fa cadere le proposte e le speranze dei vantaggi, ma perché si capisce, da alcuni in modo oscuro, da altri con un principio di chiarezza, che è sbagliata la scelta in sé, la scelta della guerra imperialistica. Una guerra per il dominio mondiale in cui l'Italia entra avendo già perso quello fra i Paesi fascisti, e proprio quando l'imperialismo capitalistico sta per rinunciare dovunque ai rapporti coloniali, quando la rivoluzione industriale esclude lo schiavismo del tipo barbarico. La guerra mette a nudo la povertà intellettuale e morale del regime, segna il naufragio dell'intera classe dirigente.

 

I giovani assistono umiliati, delusi. Alcuni reagiscono rifugiandosi in quella indifferenza che è già disponibilità per una nuova scelta; altri, i più razionali, si sorprendono a desiderare la vittoria del nemico, a rallegrarsi se l'Inghilterra o la Russia resistono, se l'America interviene: preferendo essere liberi nella sconfitta che schiavi nella vittoria; altri ancora, i più sentimentali, i più sensibili ai tormenti delle responsabilità personali, cercano la bella morte sui campi di battaglia, come Giani, Pallotta, Sigieri Minocchi. C'è anche una minoranza di intellettuali come Alleata, Ingrao, Pintor, che possono passare all'antifascismo militante; ma per la maggioranza il lungo viaggio non è ancora finito, passa per gli anni della guerra, per la vergogna della disfatta, anche per i primi mesi della Resistenza. Perché i resistenti borghesi che sul finire del '43 ripensano il lungo cammino capiscono solo ora di avere ignorato gli altri ceti e la loro oscura pena: ora che stanno nella guerra di tutti, con gli operai e con i contadini.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

 


 

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il proclama del generale Alexander

13 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testo del proclama che il generale Alexander indirizzò ai partigiani italiani il 13 novembre 1944.

Il proclama venne trasmesso da «Italia combatte», la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari.

«Nuove istruzioni impartite dal generale Alexander ai patrioti italiani. La campagna estiva, iniziata l’11 maggio, e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita; inizia ora la campagna invernale.

In relazione alla avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità dei lanci; gli Alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto il gen. Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

  1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
  2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
  3. attendere nuove istruzioni che verranno date o a mezzo radio “Italia combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate: la parola d'ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
  4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti;
  5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico, studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
  6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
  7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
  8. il gen. Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l'espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate la scorsa campagna estiva».
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Quei duemila carabinieri deportati dalla Capitale

10 Octobre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono migliaia i carabinieri che hanno combattuto nelle file della Resistenza o sono morti nei campi di prigionia,dopo aver rifiutato l’adesione alla repubblica di Mussolini. Di loro si è sempre parlato troppo poco, anche se si trovano carabinieri in tutte le grandi formazioni partigiane in Italia e all’estero. Come non si ricordano mai abbastanza i carabinieri che presero parte alle Quattro giornate di Napoli o i giovani “allievi” che a Porta San Paolo, a Roma, con i soldati e la popolazione, opposero una eroica resistenza armata all’invasione nazista della Capitale. E come non ricordare Salvo D’Acquisto, gli eroici carabinieri di Fiesole (Firenze) massacrati dai fascisti e dai nazisti, o gli ufficiali e militari uccisi alle Ardeatine?

C’è un episodio poco noto, ma dolorosissimo, che si svolse a Roma, durante l’occupazione nazista: la deportazione di oltre duemila carabinieri poi trasferiti nei lager e sottoposti, come al solito, ad ogni tipo di tortura, alla fame, al freddo per poi finire nelle camere a gas.

La studiosa e storica Anna Maria Casavola ha condotto una straordinaria inchiesta su quella deportazione dei carabinieri e ne ha ricavato un bel libro dal titolo: 7 ottobre 1943 - La deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti (Edizioni Studium, Roma).

Abbiamo ripreso dal volume, autorizzati gentilmente da Anna Maria Casavola, che ringraziamo, il racconto del viaggio dei carabinieri verso la prigionia e alcune terribili testimonianze.

LA DEPORTAZIONE RIMOSSA

copertina libro 7 ottobre 1943Il libro di Anna Maria Casavola fa finalmente luce sull'internamento da Roma dei Carabinieri catturati dai nazisti con l'acquiescenza delle autorità fasciste

Per 60 anni gli archivi storici dell'Arma dei Carabinieri hanno gelosamente custodito in silenzio la memoria del concentramento e della cattura di circa 2.500 Carabinieri presenti a Roma e della loro deportazione nei campi di internamento militare il 7 ottobre 1943, nove giorni prima della razzia nel Ghetto di Roma e della deportazione di 1.024 ebrei. Essi costituivano un patrimonio di forza addestrata, di conoscenza investigativa e di capacità organizzativa di uomini che, per la loro lealtà istituzionale, non apparivano affidabili agli occupanti nazisti e ai loro collaborazionisti della RSI. Un potenziale che, affiancato alla Resistenza - armata e non - del Fronte militare clandestino e dei partiti interni ed esterni al Comitato di Liberazione Nazionale, avrebbe reso difficilmente controllabile la Capitale.

Grazie all'accesso a documenti non più secretati di archivi militari italiani, tedeschi ed alleati e, soprattutto, a diari e testimonianze dirette di giovani allievi e maturi sottufficiali, ufficiali di carriera e militari volontari, il volume segue la vicenda da prima della cattura all'estenuante viaggio su carri ferroviari, all'internamento nei Lagere indaga sulle ragioni del rifiuto che - al pari degli altri 600.000 militari italiani - anche i Carabinieri provenienti da Roma (ma originari di ogni parte d'Italia) opposero alle lusinghe di chi li allettava ad arruolarsi nella RSI e ad entrare a far parte della Guardia Nazionale Repubblicana, di fatto sottoponendosi all'inquadramento e agli ordini della Milizia fascista e scegliendo di reprimere la rivolta di altri italiani contro l'occupante nazista.

L'occasione e la ricchezza documentaria delle testimonianze raccolte ha offerto all’Autrice la possibilità di affrontare anche altri aspetti della partecipazione dei Carabinieri alla Resistenza, fatto corale e non di singoli. Nuova e sorprendente luce, infine, viene fatta anche sulla liberazione di Mussolini dalla custodia di Campo Imperatore.

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Settembre 1943: i militari italiani a Cefalonia

3 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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A Cefalonia la divisione "Acqui" scelse la via della lotta senza speranza e, dopo otto giorni di combattimenti, cedette a preponderanti forze tedesche. La rappresaglia fu inaudita e precisa.

«Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento ... La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza ...

Carlo Azeglio Ciampi, Cefalonia, 1° marzo 2001

 

La Divisione "Acqui" l'otto Settembre 1943 presidiava l'isola di Cefalonia con la maggior parte dei suoi effettivi ad eccezione del 18° Regg. Fanteria del III Gruppo del 33° Regg. Artiglieria e della 333ma batteria 20m/m dislocati nell'isola di Corfù.

L'organico della Div. Acqui all'8 settembre a Cefalonia era così composto: 17 Reggimento Fanteria - 317 Reggimento Fanteria - 33 Reggimento Artiglieria - 33 Compagnia Genio T.R.T - 31 Compagnia Genio Artieri - 3 Ospedali da Campo.

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Negli ultimi tempi erano stati aggregati come rinforzo due compagnie mitraglieri di Corpo d'Armata - una compagnia Genio Lavoratori. Dalla Acqui dipendeva pure il Comando Marina di Argostoli dotato di tre batterie per la difesa costiera, una flottiglia di MAS e una flottiglia di Dragamine, un reparto di Carabinieri e un reparto di Guardia Finanza.

Il totale delle truppe italiane si aggirava su undicimilacinquecento uomini fra sottoufficiali e truppa con 525 ufficiali.

Nel mese di Agosto 1943 a integrare il Presidio Italiano era sbarcato nell'isola un contingente di truppe tedesche costituite da un reggimento granatieri di fortezza con 9 pezzi di artiglieria. Tale contingente ammontava complessivamente a 1800 uomini fra cui 25 ufficiali, al Comando del Ten. Col. Hans Barge.

Nella notte dall'8 al 9 Settembre giunse al Comando Divisione il primo radiogramma dal Gen. Vecchiarelli Comandante Generale delle Truppe in territorio Greco che deformava nella lettera e nello spirito il proclama del maresciallo Badoglio condizionando l'atteggiamento della truppa alla linea di condotta che avrebbero assunto nei nostri confronti i tedeschi, non trascurando tuttavia che l'ex alleato veniva additato come nuovo nemico contro il quale bisognava tempestivamente premunirsi.

Il giorno 9 si è incominciato a notare un gran movimento di alcuni autocarri tedeschi dalla penisola di Lixuri dove erano dislocati verso Argostoli la capitale dell'isola.

Questo movimento aveva lo scopo di apportare rinforzi al proprio presidio di Argostoli.

Alla sera il Gen. Gandin Comandante la Divisione, invitava a rapporto il Ten. Col. Barge per comunicargli il testo del primo radiogramma del generale Vecchiarelli.

Il Barge assicurava che non aveva fino a quel momento ricevuto alcuna direttiva dal comando superiore tedesco, pertanto avrebbe continuato a collaborare con la Divisione nel senso di evitare che sorgessero incidenti tra italiani e tedeschi.

Il Gen. Gandin invitava a colazione il Ten. Col. Barge, il quale se ne esimeva, inviando come suo rappresentante il Ten. Fanth, il quale al brindisi si levava augurando all'Italia, tanto provata da una lunga guerra sfortunata, un'avvenire migliore e per chiarire che qualunque sviluppo avessero potuto assumere i rapporti italo tedeschi, sarebbero stati improntati a cavalleresca lealtà.

Nella notte perveniva il secondo radiogramma emesso dal Gen. Vecchiarelli con il seguente testo: "Seguito mio ordine 0225006 dell'otto corrente. Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino al cambio con reparti tedeschi non oltre le ore 10 del giorno 10 Settembre. In aderenza clausole armistiziali truppe italiane non oppongano da questa ora resistenza ad eventuali azioni forza anglo americane. Reagiscano invece ad eventuali azioni forze ribelli. Truppe italiane rientreranno al più presto in Italia, una volta sostituite grandi unità si concentreranno in zone che mi riservo fissare unitamente modalità trasferimento. Siano portate al seguito armi individuali ufficiali e truppa con relativo munizionamento in misura adeguata a eventuali esigenze belliche contro ribelli. Siano lasciate a reparti tedeschi subentranti armi collettive tutte artiglierie con relativo munizionamento. Conseguiranno parimenti armi collettive tutti altri reparti delle forze armate italiane in Grecia, avrà inizio a richiesta comandi tedeschi a partire da ore 12 di oggi - firmato Generale Vecchiarelli".

Questo telegramma determinò lo sbandamento delle Divisioni in Grecia e destò nel comando della Acqui un doloroso stupore.

Esso pose il Gen. Gandin Comandante della Acqui dinanzi ai seguenti interrogativi: come cedere le armi ai tedeschi, cioè ai nemici degli alleati, quando l'ordine del Governo imponeva di cessare le ostilità contro gli alleati e di reagire ad atti di violenza tedesca? Bisogna ubbidire al Governo o disubbidire al Comandante dell'armata o viceversa?

Da questo tragico dilemma aveva inizio il dramma di Cefalonia.

Allo Stato Maggiore della Divisione a rapporto con il Gen. Gandin sorse un dubbio sul secondo radiogramma così in contrasto con il proclama del Governo che poteva essere apocrifo, perchè a conoscenza che sin dall'8 Settembre parecchi comandi in Grecia avevano deposto le armi ed i rispettivi cifrari erano caduti in mano tedesca.

Pertanto tale radiogramma veniva respinto al comando d'Armata come parzialmente indecifrabile. Sta di fatto che tale radiogramma paralizzò l'iniziale orientamento anti-tedesco del comando Divisione.

Il giorno 10 di mattina verso le ore 8 si presentava al comando Divisione il Ten. Col. Barge che a nome del comando superiore tedesco, chiedeva la cessione completa delle armi compresa quelle individuali definendo come termine le ore 10 dell'11 Settembre e come località di consegna la piazza principale di Argostoli alla presenza della popolazione.

Il Gen. comandante rispondeva chiedendo una dilazione dei termini, facendo presente di avere ricevuto dal Comando d'Armata un solo radiogramma e che era stato costretto a respingerlo perchè indecifrabile, chiedendo altresì di consegnare solamente le artiglierie e l'armamento collettivo scartando la piazza di Argostoli al fine di evitare al soldato italiano una così aperta umiliazione dinanzi alla popolazione greca.

Il Ten. Col. Barge si congedava promettendo di prospettare ogni cosa al proprio comando.

Nel frattempo il Gen. Gandin convocava a rapporto il Gen. Gherzi Comandante della Fanteria e tutti i comandanti dei Reggimenti nonchè il Comandante delle forze navali per esporre la situazione e sentire i rispettivi pareri.

In questo primo Consiglio di guerra prevale il parere di cedere le armi collettive, ma non le armi individuali. La notizia dell'ingiunzione di cedere le armi si era diffuso come un baleno nei reparti che manifestavano un acceso risentimento antitedesco.

I soldati della Acqui non intendevano sottostare alla grave umiliazione di fronte alla popolazione di Cefalonia.

Dello stesso parere erano la maggior parte dei giovani ufficiali. I tedeschi infrangendo lo "Status quo" conseguente alle trattative in corso, attuarono numerosi spostamenti di truppe facendo altresì affluire rinforzi dal continente.

Ma la Acqui era ben decisa a non lasciarsi sopraffare. A rafforzare questa situazione contribuiva la solidarietà del popolo greco che si univa spiritualmente al soldato italiano compresi gli ufficiali dell'esercito popolare greco di liberazione che operava sulle montagne, i quali si presentavano ai nostri comandi chiedendo armi ed offrendo generosamente la loro collaborazione.

Nella notte del 10 e 11 Settembre si rinnovavano i colloqui tra il Gen. Gandin e il Ten. Col. Barge venendo ad un accordo in linea di massima che prevedeva la consegna esclusiva delle armi collettive.

Nella mattinata dell'11 Settembre però il Ten. Col. Barge invitava repentinamente il Gen. Gandin a definire chiaramente il suo atteggiamento, sottoponendogli la scelta tra le seguenti proposte:

1 - con i tedeschi

2 - contro i tedeschi

3 - cedere tutte le armi anche quelle individuali.

Termine del tempo per la risposta: le ore 19 dello stesso giorno.

I tedeschi, era chiaro, non intendevano perdere tempo e verso le ore 17 puntavano un semovente su un nostro dragamine che isolato era costretto a ritirarsi dopo aver consegnato gli otturatori delle due mitragliatrici al comando artiglieria.

Il Generale Comandante a questo punto riuniva nuovamente a Consiglio tutti i comandanti di corpo, ma prima di trasmettere al comando tedesco la risposta definitiva all'ultimatum riuniva i sette Cappellani della divisione per sentire il loro definitivo parere.

I Cappellani ad eccezione di uno consigliavano la cessione delle armi.

La giornata del 12 Settembre si profilava molto burrascosa e densa di eventi. Fin dalle prime ore veniva notato un intenso via vai di aerei che paracadutavano rifornimenti ai tedeschi. Vennero pure segnalati sbarchi di uomini e mezzi nella baie rimaste isolate per la partenza dei mezzi navali che avevano ricevuto ordine di partire per nuove basi.

Il giorno 14 Settembre alle 2 antimeridiane, il Generale Comandante mediante fonogramma urgente pregava i comandanti di reparto di invitare le truppe ad esprimere il proprio parere sui seguenti 3 punti prima di prendere di fronte a Dio e agli uomini la suprema decisione:

1 - contro i tedeschi

2 - insieme ai tedeschi

3 - cessione delle armi.

All'alba ogni comandante raduna i suoi uomini e commenta con serenità obbiettiva la drammaticità della situazione. Alle prime ore del giorno 14 il Comando Divisione raccoglie l'esito del plebiscito. La risposta che prorompe unanime, concorde, è una sola: il primo punto ha riscosso il cento per cento delle adesioni. "Guerra al tedesco"

Contemporaneamente perviene dal Comando supremo italiano un cifrato a firma "Gen. Francesco Rossi" che ordina di resistere alle richieste tedesche, confermando l'ordine governativo dell'8 Settembre 1943.

A questo punto la posizione della Acqui è ormai chiara. L'ordine del Comando supremo elimina ogni dubbio.

Alle ore 12 il Comando Divisione consegna in Argostoli al comando tedesco la seguente risposta: per ordine del Comando supremo Italiano e per volontà degli ufficiali e dei soldati, la Divisione Acqui non cede le armi. Il Comando tedesco farà conoscere le sue decisioni entro le ore 9 del giorno 15 Settembre.

Ormai non c'è più tempo da perdere, il comando Divisione, il Comando Artiglieria e il Comando Genio si trasferiscono presso il Comando tattico in località Procopata.

Alle ore 10.45 le batterie contraeree aprivano il fuoco contro due idroplani da trasporto e una batteria del 33° Artiglieria affondava un pontone carico di tedeschi che tentava di accostarsi alla riva.

Ha così inizio la grande battaglia di Cefalonia che trova le forze contrapposte in rapporto di sparirà perchè nel frattempo i tedeschi, durante le trattative facevano affluire sull'isola 5 battaglioni di fanteria e 2 Gruppi di artiglieria da montagna.

La battaglia di Cefalonia si protrasse aspra e sanguinosa dalle ore 14 del 15 Settembre alle ore 16 del 22 Settembre sotto il fuoco interrotto (24 ore su 24 ore) di bombardamenti aerei di STUKAS in picchiata che mitragliavano a vista d'uomo.

I nostri fanti nonostante il martellamento aereo reagirono con indicibile accanimento non cedendo di un sol palmo.

Nel corso della battaglia gli Stukas oltre a bombardare e mitragliare, lanciarono manifestini invitanti alla resa e alla diserzione a nome del Generale di Corpo d'Armata Libert Lanz.

Il testo era il seguente: "Italiani di Cefalonia, camerati italiani, ufficiali e soldati perchè combattere contro i tedeschi? Voi siete stati traditi dai vostri capi, voi volete ritornare nel vostro paese per stare vicino alle vostre donne, ai vostri bambini, alle vostre famiglie? Ebbene la via più breve per raggiungere il vostro paese non è certo quella dei Campi di Concentramento inglesi.

Conoscete già le infami condizioni imposte al vostro paese con l'armistizio angloamericano. Dopo avervi spinto al tradimento contro i compagni d'armi germanici, ora vi si vuole avvilire con lavoro pesante e brutale nelle miniere d'Inghilterra e d'Australia che scarseggiano di mano d'opera. I vostri capi vi vogliono vendere agli inglesi, non credete a loro. Seguite l'esempio dei vostri camerati dislocati in Grecia, Rodi e nelle altre isole, i quali hanno tutti deposto le armi e già rientrano in Patria; come hanno depositato le armi le divisioni di Roma e delle altre località del vostro territorio nazionale. E voi invece proprio ora che l'orizzonte della Patria si delinea ai vostri occhi, volete proprio ora preferire morte e schiavitù inglese. Non costringete, no, non costringete gli Stukas germanici a seminare morte e distruzione. Deponete le armi! La via della Patria vi sarà aperta dai Camerati tedeschi!" "Camerati dell'Armata italiana, col tradimento di Badoglio, l'Italia fascista e la Germania nazionalsocialista sono state abbandonate nella loro lotta fatale. La consegna delle armi dell'armata di Badoglio in Grecia è terminata completamente, senza spargere sangue.

Soltanto la Divisione Acqui al comando del Gen. Gandin, partigiano di Badoglio dislocata sulle isole di Cefalonia e Corfù e isolata dagli altri territori, ha respinto l'offerta di una consegna pacifica delle armi e ha cominciato la lotta contro i camerati tedeschi e fascisti.

Questa lotta è assolutamente senza speranza. La Divisione Acqui in due parti è circondata dal mare senza alcun rifornimento e senza possibilità d'aiuto da parte dei nostri nemici. Noi camerati tedeschi non vogliamo questa lotta. Vi invitiamo perciò a deporre le armi e ad affidarvi ai presidi tedeschi delle isole.

Allora anche per voi come per gli altri camerati italiani è aperta la via verso la Patria, se però sarà continuata l'attuale resistenza irragionevole sarete schiacciati e annientati fra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche che stanno raccogliendosi. Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà più tornare in Patria, perciò camerati italiani appena leggerete questo manifesto passate subito ai tedeschi. È l'ultima possibilità di salvarsi.

Il Generale Tedesco di Corpo d'Armata.

É inutile dire che tali manifestini hanno avuto l'effetto contrario riaffermando in tutti i soldati la più ferma volontà di vincere e di scacciare i tedeschi dall'isola.

Il Gen. Gandin dopo aver letto tale manifesto, in presenza del suo Stato Maggiore si strappò dal petto la croce di ferro gettandola sul tavolo e disse: Se perdiamo ci fucileranno tutti. Fu la convinzione di tutti, ma nessuno vacillò, nessuno esitò, bisogna andare fino in fondo e così fu. Mentre la battaglia infuriava, continuarono a sbarcare ingenti forze tedesche con armi automatiche e mezzi corazzati; il Gen. Gandin fece inviare al Comando Supremo italiano un radiogramma chiedendo l'invio di qualche aereo per contrastare l'avanzata tedesca. A questo telegramma fu risposto in questi termini:

"Marina Argostoli per Comando Divisione: Impossibilitati invio aiuti richiesti, infliggere nemico gravi perdite possibili ogni vostro sacrificio sarà ricompensato. Firmato Gen. Ambrosio".

Nel frattempo la lotta degenerava, ogni reparto catturato veniva passato per le armi, perchè i tedeschi non volevano fare prigionieri.

La sera del 21 Settembre e l'alba del 22 l'intera Divisione veniva decimata e il Gen. Gandin convocò per l'ultima volta il Consiglio di Guerra il quale decise di chiedere la resa senza condizioni.

La riunione per la resa durava circa due ore, quindi gli ufficiali del comando divisione deponevano sul tavolo le loro pistole di ordinanza diventando da quel momento prigionieri di guerra.

Nonostante la bandiera bianca in segno di resa issata sul Comando tattico, non finiva la fucilazione dei reparti che deponevano le armi.

Alle ore 16 del 22 Settembre la battaglia di Cefalonia era finita, ma le fucilazioni continuavano per tutta la giornata del 23 Settembre durante i rastrellamenti effettuati dai tedeschi.

Dopo le esecuzioni sommarie in massa sul campo di battaglia nel corso delle quali avevano incontrato la morte 155 ufficiali e 4750 uomini di truppa, sembrava che l'impeto di bestiale ferocia sanguinaria fosse giunto al suo epilogo. Purtroppo tra il 23 e il 28 Settembre i tedeschi massacrarono altri 5000 uomini di truppa e 129 ufficiali, compreso il Gen. Gandin, i rimanenti 163 ufficiali accantonati presso la palazzina dell'ex comando Marina e all'ex caserma Mussolini vengono caricati su autocarrette e trasferite a punto San Teodoro nella famigerata casetta rossa e, dopo un sommario processo vengono avviati al supplizio a 4 per volta.

Compiuto l'orrendo crimine bisognava far scomparire le tracce; ad eccezione di alcune salme lasciate insepolte gettate in cisterne artificiali, la maggior parte vengono bruciate in una fossa comune e i resti buttati in mare.

Secondo i più recenti accertamenti (non facili) le perdite complessive della Divisione Acqui e della Marina ammontano a 390 ufficiali su 525 e 9500 uomini di truppa su 11500.

Pertanto gli scampati, cioè i superstiti, erano 135 ufficiali e 2000 circa uomini di truppa, la maggior parte deportati in Germania e poi in Russia da dove una parte non è più tornata.

Terminato l'eccidio di Cefalonia le truppe tedesche sbarcarono a Corfù. Il piccolo presidio resisteva per qualche giorno ma sopraffatto dall'ingente forza tedesca dovette cedere le armi, lasciando sul campo di battaglia parecchi uomini. Alla resa la rappresaglia tedesca fu meno crudele che a Cefalonia, ma si accanì sugli ufficiali che furono fucilati e i loro corpi dopo averli appesantiti con sassi furono gettati in mare. L'epopea della Divisione Acqui era giunta al suo epilogo.

(tratto dalla pubblicazione dell’Associazione Nazionale Reduci e Caduti della Divisione “Acqui”, a cura di Marco Pazzini)

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Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

7 Juin 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

9 giugno 1937 - 9 giugno 2017

Parigi, sabato 19 giugno 1937.

33 di Rue La Grange-aux-Belles, quartiere operaio.

Una stradina stretta trasformata in viale fiorito per gran numero di corone e fasci di fiori porta alla «Maison des Syndicats».. Nella grande sala delle assemblee due feretri, drappeggiati di velluto carminio, quasi scompaiono sotto fiori e nastri, rossi, le ghirlande, rosse, foglie di quercia e d'alloro. Sono quelli di Carlo e Nello Rosselli, rispettivamente di 38 e 37 anni.

Erano stati uccisi tre giorni prima, il 9 giugno, da un gruppo terroristico filofascista, la «Cagoule», Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale, a Bagnoles-de-l'Orne, una città termale in Bassa Normandia, a circa 230 chilometri da Parigi, famosa per i suoi fanghi benefici alle affezioni del sistema venoso e specialmente alle flebiti. Carlo era arrivato a Bagnoles-de-l'Orne il 17 maggio 1937, per curarsi di una flebite, di cui aveva già sofferto da ragazzo e che si era ridestata in Spagna, dove era al comando di una colonna di antifascisti sul fronte aragonese. Lo aveva poi raggiunto il fratello Nello.

Alle 14 l'orchestra della «Federazione Sinfonica dei Concerti Poulet e Siohan», diretta da Siohan, esegue la Settima sinfonia di Beethoven.

Poi una folla dei grandi appuntamenti storici accompagna i Rosselli al cimitero Père-Lachaise. Li seppelliscono all'ombra degli ippocastani, verso il «Mur des Fédérés», davanti al quale nel 1871 furono fucilati gli insorti della Comune. In tombe vicine, Eugenio Chiesa, Gobetti, Turati, Treves .

Sul quotidiano di proprietà del mandante Galeazzo Ciano la notizia del delitto è data sabato 12 giugno 1937 con questo sfrontato sottotitolo: «Si tratta senza dubbio di una "soppressione" dovuta ad odii tra diverse sette estremiste».

Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

Secco l'incipit del documento diffuso dal Comitato centrale di Giustizia e Libertà: «Noi denunciamo in Benito Mussolini il mandante dell'assassinio perpetrato in Francia dai sicari fascisti contro Carlo e Nello Rosselli». Un'accusa che la ricerca storica non invaliderà. Significative le conclusioni di Renzo De Felice al termine dell' attenta ricognizione di un robusto apparato documentale: «La documentazione oggi disponibile prova senza ombra di dubbio che il delitto fu commesso su mandato del Sim e che la uccisione di Carlo Rosselli era stata studiata almeno dal febbraio nel quadro di un'azione volta a sopprimere varie "persone incomode" e cioè esponenti attivi dell'antifascismo impegnati nel sostegno della Spagna repubblicana e nella denuncia dell'intervento italiano contro di essa. Mentre le indagini e i procedimenti penali svoltisi in Francia contro gli esecutori materiali del delitto e i loro capi francesi non hanno mai ufficialmente affrontato il problema dei mandanti stranieri, gli elementi emersi nel corso di quelli svoltisi in Italia dop la caduta del fascismo non lasciano dubbi, anche se alla fine, la serie dei processi celebrati si è conclusa con un'assoluzione generale. Come ha scritto Salvemini che più di ogni altro ha approfondito le vicende del delitto e dei processi ai quali esso ha dato luogo, "è certo che il delitto fu compiuto da cagoulards francesi per mandato ricevuto da un ufficiale del Sim, Navale; che costui ricevé il mandato dal suo superiore del SIM Emanuele; che costui lo ricevette certamente da Galeazzo Ciano". Secondo Salvemini, "è assai difficile per non dire impossibile" pensare che Ciano avesse agito di testa sua "e non per esegire una volontà di Mussolini".

Nel 1951 i familiari ne traslarono le salme in Italia, nel cimitero Monumentale di Trespiano, nel piccolo borgo omonimo, nel comune di Firenze, sulla via Bolognese. La tomba riporta il simbolo della “spada di fiamma”, emblema di GL, e l’epitaffio scritto da Calamandrei: «GIUSTIZIA E LIBERTÀ / PER QUESTO MORIRONO / PER QUESTO VIVONO».

Nello stesso cimitero sono sepolti Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Spartaco Lavagnini.

Bibliografia:

Giuseppe Fiori – Casa Rosselli – Einaudi 1999

L’Italia in esilio. L’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre  a cura di:

Archivio Centrale dello Stato Roma

Centre d’Etudes et de Documentation sue l’Emigration Italienne, Paris

Centro Studi Piero Gobetti,Torino

Istituto Italiano di Cultura, Paris

1982
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gli scioperi del marzo 1944 nell'Italia occupata

12 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

1° marzo 1944, ore 10: la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana entra in sciopero.

Il proletariato industriale era quello che più vigorosamente partecipava alla lotta contro i tedeschi e i fascisti e lo aveva dimostrato con gli scioperi del 1943 e si accingeva a dimostrarlo, ancora una volta, con un grande sciopero che dal gennaio si stava preparando nelle città industriali del Nord. I motivi economici di questo nuovo sciopero erano di un'estrema evidenza: nulla era stato accordato ai lavoratori di quanto era stato loro promesso nel novembre e nel dicembre: i supplementi alimentari non venivano più concessi; la razione di pane a Milano era stata ridotta di 100 grammi; in alcuni stabilimenti non si completava il pagamento del premio di Natale (500 lire più paga per 192 ore di lavoro); il costo de a vita continuava ad aumentare, mentre la borsa nera s'inaspriva sempre più. Ma accanto ai motivi economici, ve ne erano altri politici: impedire il trasferimento del macchinario e l'invio degli operai in Germania (nel mese di febbraio la stampa clandestina annunciava che gli sporadici invii di uomini sarebbero ben presto stati seguiti da un invio in massa: Milano avrebbe dovuto fornire entro il mese di marzo ben 130.000 lavoratori); far cessare la produzione bellica e imporre la ripresa di quella civile; mettere fine alle cruente repressioni dei partigiani. Tutto ciò significava compromettere in maniera irreparabile lo sforzo bellico tedesco e si poteva immaginare come sarebbe stata violenta la reazione dei tedeschi e dei fascisti; ma gli operai l’affrontarono senza timore, consapevoli dei loro insopprimibili diritti e forti della loro segreta organizzazione che li dirigeva con abilità.

Il 10 febbraio il Comitato segreto d'agitazione del Piemonte, della Lombardia (il Comitato di agitazione di Lissone era diretto da Giuseppe Parravicini) e della Liguria diramava un manifesto in cui, dopo aver specificato le rivendicazioni economiche (un effettivo aumento delle paghe, proporzionato all'aumentato costo della vita; un effettivo aumento delle razioni alimentari per tutti; l'effettivo pagamento delle gratifiche promesse in dicembre), si chiedeva che cessassero tutte le violenze fasciste e naziste contro gli operai. «Dobbiamo rifiutarci di continuare a produrre per la guerra fascista»; i lavoratori italiani dovevano restare in Italia a lavorare per il popolo italiano e doveva essere sventato il piano tedesco di trasportare l'industria del nostro paese in Germania.

Si annunciava inoltre che il Comitato segreto di agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria avrebbe chiamato ben presto tutti i lavoratori allo sciopero generale : «Scioperate allora compatti, come avete fatto in novembre, in dicembre e in gennaio».

Questo appello era subito accolto dai Comitati d'agitazione clandestini (anche dal Comitato di agitazione clandestino di Lissone) costituitisi nelle varie regioni, nelle varie città e in tutte le fabbriche, dimostrando che la preparazione di questo sciopero era stata veramente minuta e accurata, a differenza degli scioperi precedenti, scoppiati per estemporanee iniziative.

A Milano ad esempio i delegati rappresentanti i comitati agitazione clandestini dei grandi stabilimenti della città della provincia, riunitisi per esaminare la insopportabile e triste condizione che s'è venuta a creare fra la massa lavoratrice, denunciano:

«che le irrisorie concessioni strappate con l'azione di dicembre e gennaio sono già superate dal vertiginoso aumento dei prezzi; che i pochi generi alimentari concessi in dicembre, sono già stati dimezzati, con tendenza a farli sparire; che il tentativo bloccare i prezzi, ha servito solo a far eclissare dal mercato i generi calmierati; che i generi di vestiario, combustibile, gomme per biciclette, ecc., non furono distribuiti, o lo furono in misura esigua da non soddisfare nessuno;

che le promesse fatte nel momento in cui i lavoratori erano in sciopero, sono state negate e disconosciute allorché le masse hanno ripreso il lavoro; che l'assicurazione data di una revisione di salari alle categorie a paghe basse, non è stata praticata; che la liberazione Patrioti e l'eliminazione delle violenze fasciste, si tradusse moltiplicarsi degli arresti, di persecuzioni, violenze, instaurando la fucilazione sommaria dei Patrioti o dei loro familiari ...

Per il raggiungimento delle rivendicazioni su esposte e per rigettare le manovre infami di divisione escogitate dalla reazionaria coalizione, non vi è altra via per le masse lavoratrici che

quella tracciata dall'appello lanciato dal Comitato segreto di agitazione del Piemonte, Lombardia, Liguria, per una rapida preparazione allo sciopero generale, che abbracci tutte le forze dell'Italia occupata dal barbaro tedesco. Essi affermano inoltre che ad eventuali tentativi del nemico di soffocare con la violenza le sacrosante aspirazioni dei lavoratori, questi risponderanno con la violenza, legando la propria azione a quella dei Distaccamenti Garibaldini, avanguardia armata del proletariato ...

Dall’Archivio del C.L.N.A.l. Milano. La mozione è firmata dai delegali delle fabbriche: Breda, Pirelli, Caproni, Marinelli, Acciaierie e Ferriere Falk , Borletti, Motomeccanica, Brown-Boveri , Innocenti, Magnaghi, Alfa Romeo».

In un altro proclama del 26 febbraio, il C.L.N.A.l. richiedeva il concorso attivo di tutta la popolazione per salvare i giovani che non intendevano arruolarsi: «Cittadini, i despoti fascisti, affiancati dall'invasore tedesco, chiamano alle armi i giovani delle classi '22, '23, '24, '25, minacciando la fucilazione a chi non rispondesse all'appello. Sappiate che incombe su loro la minaccia di partire per la terra tedesca, per combattere su fronti lontani o per costruire opere guerresche e rendere più salda la roccaforte della tirannia nazista. I giovani che non rispondono alla chiamata del sedicente governo di Mussolini, non sono disertori. Sono fierissimi cuori che vogliono dare, se occorre, la loro giovinezza per difendere, non opprimere la patria».

Avvicinandosi la data fissata per l’inizio dello sciopero, le autorità, scorgendo la decisa volontà della massa operaia, cercarono di correre ai ripari e rendere meno grave la sconfitta che ormai prevedevano certa, con provvedimenti di emergenza, con contromisure che si riveleranno inefficaci. Anzitutto obbligarono alcune aziende a chiudere, proprio a cominciare dal 1° marzo e per la durata di una settimana, con la scusa della mancanza di energia elettrica; in talune città passavano anche alle aperte minacce, ed a Genova il capo della Provincia pubblicava, la mattina del 1° marzo, un manifesto con cui tentava di intimorire gli operai lasciando loro intravvedere la deportazione in Germania.

Pur con tutto ciò, alle ore 10 del 1° marzo la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana scioperò. Secondo le stesse statistiche di parte fascista, sospesero il lavoro, in quella prima settimana di marzo, più di duecentomila operai e per quanto tale cifra fosse ritenuta esigua da parte dei fascisti in confronto ai lavoratori occupati, tuttavia essa sta a dimostrare che lo sciopero raggiunse una notevole imponenza.

Lo sciopero proseguì compatto fino all'8 marzo quando i responsabili antifascisti diedero l'ordine della ripresa del lavoro, senza lasciarsi allettare da lusinghe né intimorire da minacce.

A Milano sospesero il lavoro anche i tranvieri, reclamando il miglioramento della mensa e della «massa vestiario », oltre alla soluzione della dibattuta questione della fermata durante gli allarmi aerei; asportarono i manettini della marcia e delle valvole per impedire che si tentasse di riprendere il servizio. Elementi fascisti della «Muti» e della «X Mas» fecero uscire ugualmente alcune vetture, ma causarono notevoli danni alle linee ed alle stesse vetture, tanto che ritennero meglio cercare di far ritornare al lavoro i tranvieri. E allora, il 2 marzo, squadristi armati bloccarono alcune loro abitazioni e dopo averli condotti in caserrna li obbligarono a riprendere in parte il servizio. Molti riuscirono a fuggire, mentre una sessantina venivano deportati in Germania, da cui ben 38 non dovevano più ritornare.

«Il podestà Eccellenza Parini ha preso, nei confronti dei tranvieri e operai dell'Azienda che hanno partecipato allo sciopero, un provvedimento inteso ad ammonirli che non si scherza in tempo di guerra. Poiché ci sono stati dei danni, è giusto che li paghino i tranvieri. Fatto fare un preciso conto, il minor introito avutosi sui tranvai, nelle giornate del 2, 3 e 4 marzo, ammonta a L. 1.243.866,65; a questa somma va aggiunta quella di L. 782.000 per i danni causati, in seguito agli urti di 121 vetture, dai tranvieri improvvisati. Un totale, quindi, di lire 2.025.866,65 che i tranvieri rimborseranno all'Azienda mediante trattenuta che sarà divisa in varie rateazioni, detratte le giornate di paga non riscosse ».

Il CLN con un comunicato del 15 marzo promise ai tranvieri il rimborso da parte del Comune di Milano, a liberazione avvenuta: i fondi sarebbero stati prelevati dai beni delle autorità fasciste e da quelli del P.F.R.

Sempre a Milano entrarono in sciopero anche le maestranze del “Corriere della Sera”, per due giorni, togliendo in tal modo ai fascisti la possibilità di mantenere il contatto con la popolazione. Al “Corriere della Sera” il lavoro venne ripreso solo in seguito alla minaccia tedesca di smontare le macchine e di trasferirle in Germania.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

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Gli scioperi del 1944 in Brianza

12 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

“In questa zona dobbiamo concentrare l'attenzione nelle zone elettivamente industriali, come Monza e dintorni, e poi isolatamente alle altre importanti fabbriche presenti sul territorio. L'importante fonte Rapporto sullo sciopero generale del 1 marzo a Milano e provincia, redatta dal partito comunista milanese, ragguaglia che nel primo giorno di agitazione, alla Hensemberger di Monza il lavoro si bloccò alle 10.00, mentre due ore più tardi gli operai avevano addirittura abbandonato lo stabilimento. Già in questa giornata sono arrestati gli operai Giuseppe Vismara di Triuggio e Valentino Rivolta di Macherio, colpevoli di aver tolto la corrente alla fabbrica. A conferma di quanto detto in precedenza, il documento sottolinea la tendenza delle maestranze di questa ed altre fabbriche a seguire l'azione dei complessi di Sesto e Milano.

Alla Singer, presente anch'essa nel capoluogo brianzolo, l'avvenuta interruzione del lavoro è efficacemente contrastata da fascisti e tedeschi che puntano le mitragliatrici contro la fabbrica e minacciano la fucilazione di alcuni ostaggi. Gli operai della Singer sono così costretti a riprendere il lavoro. Intanto a Monza si sono bloccate anche la Philips e la Sertum. Nello stesso giorno sono segnalati scioperi riusciti a Desio alla Bianchi, mentre alla Tessitura Targetti e alla Gavazzi la fermata sembra avere meno successo. In fermento anche l'Isotta Fraschini di Meda. Il giorno 2 marzo, il rapporto informa che a Monza, a causa della brutalità della reazione in alcuni stabilimenti il lavoro è stato ripreso. A Lissone i lavoratori dell'Incisa (1200) e dell'Alecta (500) aderirono allo sciopero in modo massiccio.
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Nella Brianza comasca, abbastanza attiva fu la zona del canturino. La filotecnica Salmoiraghi, azienda milanese sfollata a Cantù, si mise in sciopero il 2 marzo. Le fonti di opposta origine concordano sul numero degli scioperanti; infatti il foglio clandestino Il fronte proletario scrive che alla Salmoiraghi si sono astenuti dal lavoro circa 350 dipendenti. Il notiziario della Guardia nazionale repubblicana di Como riferisce che di 600 operai se ne presentarono al lavoro 200 circa, inoltre anche questi ultimi, intorno alle 10.30, abbandonarono lo stabilimento. Sciopero anche alle Imprese Seriche Italiane di Mariano Comense, sempre dal 2 marzo; alle 14.00 circa 700 operai, in massima parte donne, sospesero il lavoro.

È accertato che anche le ferriere Orsenigo e le Taglietti di Figino Serenza si unirono alla protesta, mentre più turbolenta fu la manifestazione della Vergani di Cantù. Le operaie messe in ferie per evitare che scioperassero, si riunirono lo stesso e si recarono in massa davanti al Municipio, chiedendo pane, latte e grassi per i bambini e un miglior regime alimentare per loro.

Il commissario prefettizio non trovò di meglio che chiamare le autorità tedesche.

Le caratteristiche dello sciopero del marzo '44 in Brianza furono quindi innanzitutto di subalternità nelle azioni e nelle decisioni, nei confronti dei grandi centri sestesi e milanesi. Inoltre, riguardo la durata, mentre nella cintura milanese l'astensione del lavoro continuò fino all'8 marzo, abbiamo visto che sia nel monzese che nel comasco non si andò oltre i due giorni.

Ciò è spiegabile e comprensibile, perché nelle fabbriche brianzole gli scioperanti non potevano contare sulla forza delle enormi masse create dai grandi stabilimenti delle città industriali, la repressione poteva avere più buon gioco e gli agitatori potevano essere più facilmente individuati. Tutti questi motivi sono validi anche per spiegare come mai diverse aziende brianzole si erano astenute dallo sciopero.

In definitiva comunque, si può commentare positivamente l'esito dello sciopero in Brianza, una terra in cui le premesse non erano favorevoli, per il tradizionale e radicato moderatismo di quest'area, e per la mancanza di grandi e compatte masse operaie. Anche se proprio per questo l'adesione non fu al livello di Sesto e Milano, la protesta con la sua portata politica indubbiamente servì a creare una coscienza maggiore nei lavoratori brianzoli, circa la situazione di quel momento, contribuendo ad aumentare l'avversione per un regime che perpetuava una guerra disastrosa e delle condizioni di vita conseguentemente molto precarie. La prova di questo effetto sono i malumori non più repressi e le ribellioni messe in atto senza timore nei mesi successivi al grande sciopero.

Già il 31 marzo, gli addetti ai telai meccanici della Tessitura Cattaneo di Cantù, non avendo ottenuto l'aumento di paga in seguito alla fermata del lavoro fatta in precedenza, si recarono in Direzione per chiedere un anticipo di 5.000 lire, che gli fu loro concesso. Il fatto, presto risaputo in fabbrica, mise in fermento anche altre categorie di dipendenti della Cattaneo, che chiesero anch' essi un analogo trattamento.

Si sa, comunque, che a causa della pressione ancora alta negli stabilimenti del comasco, venne effettuata una distribuzione di viveri e vestiario a prezzo bianco.

Inoltre il comando della Gnr comasca informava che:

8 aprile 1944. La precettazione di manodopera femminile per il servizio di lavoro in Germania provoca vivo malcontento. I commenti nelle fabbriche sono violenti, si parla di schiavismo.

15 aprile 1944. Nelle maestranze femminili perdura il noto malcontento determinato dalla precettazione per il servizio di lavoro in Germania. Nel settore industriale è motivo di seria preoccupazione la mancanza d'acqua che incide sulla produzione di energia elettrica.

Proprio questi motivi, la mancanza di energia elettrica e le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, producono una contrazione dell' attività industriale che si ripercuote sui lavoratori, i quali però non subiscono sempre passivamente.

Il 17 corrente, in Meda, stante la riduzione dell' energia elettrica, la direzione degli stabilimenti Isotta Fraschini; stabilì che su 700 operai normalmente impiegati soltanto 309 prendessero lavoro. Al mattino del predetto giorno si presentarono 38 operai non inclusi nel turno chiedendo di lavorare. La direzione dello stabilimento non accolse la richiesta provocando, per solidarietà, l'astensione dal lavoro di tutte le maestranze. Il lavoro venne ripreso alle 13.30 in seguito all'intervento dei dirigenti.

Anche a Carate Brianza si sciopera, alle Officine meccaniche Formenti si protesta contro la decisione d'inviare alcuni lavoratori in Germania. Per ordine del Capo della provincia, il Commissario del Sindacato dei lavoratori di Milano si recò sul posto ed annullò il provvedimento, le maestranze ripresero così il lavoro. Il 22 maggio a Seregno allo stabilimento Ambrogio Silva, 300 operai iniziano lo sciopero in segno di protesta contro la precettazione per il lavoro nel Reich di 30 loro colleghi.

La grande manifestazione di questa primavera del '44 chiarì, parlando più in generale, agli esponenti della Resistenza, e soprattutto a quelli appartenenti al movimento garibaldino, molte cose riguardo i metodi di lotta da assumere. Innanzitutto emerse l'equivoco dello scambio dello sciopero per l'inizio di un'insurrezione. Gli operai di diverse fabbriche aspettavano l'arrivo dei partigiani per una supposta azione di rivolta totale. Ciò non avvenne, perché questo non era in definitiva il compito dei Gap, le uniche formazione organizzate in città, che tra l'altro versavano in una drammatica situazione a causa dei numerosi arresti subiti. Da questo e dagli arresti che cominciarono ad effettuarsi fra le maestranze, emerse la scarsità e il poco peso delle cellule partigiane di fabbrica, le cosidette squadre di difesa operaie. Si rese pian piano evidente, quindi, la necessità di una diffusione maggiore del movimento di opposizione politico, ma soprattutto militare, di tipo non elitario, come per i Gap, ma popolare ed esteso, mirando ad una partecipazione più larga da parte della popolazione cittadina. E da questo momento, e dal rilievo di queste situazioni, che si comincia a pensare e a meditare nell' ambito del Partito comunista a nuove forme di lotta resistenziale e a nuove strutture, riflessioni che porteranno fra qualche mese all'istituzione delle Sap (Squadre d'azione patriottica) cittadine, che si diffonderanno anche in Brianza.

Ma da parte fascista e tedesca come si reagì davanti agli scioperi di questo periodo? Dopo un primo momento di stupore e di sorpresa e constatata la valenza politica di queste manifestazioni, si tentò prima di renderle vane mettendo in ferie il personale, oppure con le serrate, che avevano lo scopo di piegare la determinazione degli operai sospendendo il pagamento dei salari e riducendo la distribuzione dei generi alimentari. In alcuni stabilimenti si effettuarono dei licenziamenti; accadde ad esempio a Ronco Briantino, dove il cotonificio-manifattura F.lli Nobili-De Ponti, d'accordo con il capo della provincia, licenziò 63 operai, pare però che in questo caso la motivazione del provvedimento fosse dovuta più che altro alla totale mancanza di materie prime. Come già rilevato, il problema dell'approvvigionamento era per l'industria, in quel momento, una vera e propria piaga, che incideva profondamente sull' occupazione. Altri esempi si possono citare a prova di ciò, come la ditta Enrico Mariani saponeria Junior di Seregno, che già il 3 gennaio aveva dovuto licenziare 50 operai per l'impossibilità di lavorare.

Ma il provvedimento più duro e più gravido di conseguenze, fu senza dubbio l'arresto di molti operai, e non solo di quelli che più si esposero nello sciopero. Infatti i lavoratori che nei giorni successivi alla fine della manifestazione, si videro prelevare dalle loro case, nemmeno lontanamente potevano immaginare ciò che li aspettava, ciò che avrebbe rappresentato per loro la deportazione nei campi di sterminio.

I deportati nei campi di sterminio

Con gli arresti successivi agli scioperi del marzo 1944, si ebbe un'impennata del numero dei trasferimenti nei lager tedeschi.

Per ciò che riguarda la Brianza, il fenomeno della deportazione non è assolutamente da sottovalutare. I numeri, pur nella loro aridità, parlano chiaro. Sono 175 i morti brianzoli nei lager e 46 i sopravvissuti. Quest'ultima cifra è in difetto in quanto desunta dal Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n°130 del 22 maggio 1968, che riportava i nominativi di coloro che avevano richiesto l'apposita pensione spettante ai deportati; è facile immaginare che alcuni per mancata conoscenza non abbiano iniziato la pratica prevista. Quindi in totale ben oltre duecento sono i deportati, di cui solo un quinto ha salvato la vita.

Gli operai, presi soprattutto dopo gli scioperi della primavera del '44, costituirono circa la metà del gruppo brianzolo che conobbe la realtà dei campi di sterminio. Una quota importante, ma anche allucinante nelle sue caratteristiche. Vi figurano dai cinquantenni ai diciassettenni, molti padri di famiglia che lasciarono orfana una consistente figliolanza. Ma a chi andò a prelevare Valentino Rivolta, 3O anni di Macherio, operaio alla Hensemberger di Monza dove aveva diffuso stampa clandestina e partecipato allo sciopero, nulla importava delle sue tre piccole bambine, lo caricarono su un treno merci e lo mandarono a morire a Mauthausen. Come nessuno ebbe rispetto per Battista Caproni, panettiere simpatizzante dei partigiani di Cesano Maderno e maturo padre anch' esso di tre figlie.

Operai, oppositori politici e partigiani che fossero, non furono solo i tedeschi che andarono ad arrestarli. Anzi, molto più spesso furono i fascisti, che meglio conoscevano luoghi e tendenze politiche dei ricercati.

Generalmente il percorso seguito dagli arrestati prevedeva un breve periodo di reclusione nelle carceri di Monza o alla villa Reale, prima di passare al carcere di S. Vittore. Di lì si proseguiva per il campo di smistamento di Fossoli, nel modenese, e dopo l'estate del '44 in quello di Bolzano e quindi il trasferimento in Germania. Dal campo di Bolzano, dal luglio 1944 all'aprile 1945, si calcola che passarono almeno 11.000 persone.

In totale, morirono nei campi di sterminio quasi 9.000 italiani (ebrei esclusi). Nell'elenco dei caduti brianzoli nei lager, ancora per quel che riguarda gli arresti fra gli operai dopo lo sciopero del marzo '44, è la sequenza dei rastrellamenti mirati effettuati in Brianza. Anche se per tutto il mese di marzo si segnalano arresti, c'è un periodo culminante in cui i fascisti e i tedeschi si scatenarono. È quello compreso tra il 10 e il 15 del mese, in particolare il giorno 11 fu cruciale per gli operai monzesi che lavoravano alla Falck soprattutto e alla Breda; ne furono incarcerati undici. Poi il giorno 14 con nove catturati di cui ben sette della Breda; sembrano retate pianificate a secondo degli stabilimenti di appartenenza, in quanto in ogni giorno prevalgono operai provenienti dalla stessa fabbrica. Anche il 10 marzo, ad esempio, dei tre arrestati due sono della Innocenti.

In definitiva, dunque, 170 famiglie in Brianza persero un uomo, senza sapere dove era finito ed ignorando, fino a poco dopo la fine della guerra, che era morto e come era morto.

I sopravvissuti, in molti, fecero il loro dovere di testimonianza che permise di scoprire quegli orrori". (da “La Resistenza in Brianza 1943-1945” di Pietro Arienti)

 

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