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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza (parte III)

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nei Gap (Gruppi di azione patriottica) a Milano

«A Milano rimasi fino al marzo 1944 militando nei Gap, che erano i nuclei clandestini per eccellenza. Ogni Gap era composto da tre o quattro uomini; solo il comandante era collegato col comando dei Gap esistente in città.

Le precauzioni cospirative erano ferree e scrupolosamente rispettate: io e mio fratello venivamo presentati da Parodi come suoi cugini di Ovada, suo paese di origine, a tutti i militanti antifascisti con cui avevamo occasione di incontrarci. Avevamo inoltre documenti falsi, da cui non potevamo risultare renitenti alla leva o sbandati dopo l'armistizio. Aldo aveva veramente i diciott'anni risultanti dai documenti e, quanto a me, la corporatura minuta e il viso, ancora da ragazzino, convincevano anche le guardie fasciste che talvolta mi fermavano della veridicità di quei diciassette anni assegnatimi dai nostri falsificatori.

 

Fra le azioni compiute dai Gap, ne ricordo in particolare una per un pericoloso incidente che si verificò. Erano i primi giorni di marzo e si stava svolgendo in tutt'Italia il grandioso sciopero generale proclamato dal CLNAI. Era necessario appoggiare, con atti di sabotaggio, lo sciopero dei tranvieri per cui Parodi, mio fratello e io ricevemmo l'ordine di far saltare con la dinamite gli scambi dei tram di piazzale Loreto.

Avevamo avuto quattro tubi di dinamite, numerati, appositamente preparati dai nostri artificieri per esplodere simultaneamente. Senonché, mentre stavamo innescando il terzo, uno dei due tubi già sistemati esplose all'improvviso. In fretta innescammo le due ultime cariche e via a gambe levate, verso il laboratorio di Parodi, a 300 metri da piazzale Loreto. Ancor oggi non riusciamo a spiegarci cosa fosse accaduto.

Durante la permanenza da Parodi presi parte a qualche altra azione: disarmo di fascisti che a sera inoltrata si trovavano isolati per le strade; affissione di volantini e manifesti antifascisti; lancio di chiodi a tre punte costruiti in modo particolare perché, comunque cadessero per terra, una punta rimaneva sempre rivolta verso l'alto e quindi, penetrando nelle ruote degli automezzi tedeschi e fascisti, ne faceva scoppiare il pneumatico. Ebbi anche l'occasione di conoscere alcuni antifascisti milanesi amici di Parodi, fra i quali, in particolare, Giovanni “l'infermiere” che veniva per curare Parodi e approfittava dell'occasione per farci delle vere lezioni di antifascismo. Conosceva bene la storia del movimento operaio e delle sue lotte perché era stato anche lui “all'università degli antifascisti”, cioè in carcere. Oltre a lui, conobbi in quel periodo Tino Camera, Tonino Abba e altri».

 

La costituzione della Divisione “Fiume Adda”

«La mia esperienza gappista ebbe termine alla fine di marzo, quando il partito mi mandò di nuovo in Brianza per preparare la costituzione delle Sap (Squadre di azione patriottica), che formeranno in seguito le Brigate Garibaldi inquadrate nella Divisione “Fiume Adda”.

 giornale SAP provincia Milano

I tempi erano ormai maturi per intensificare la lotta armata anche in pianura. Nei primi mesi del 1944 il movimento partigiano era una forza reale, radicata nella popolazione e gli stessi Alleati erano costretti a riconoscerlo. Le “missioni” paracadutate dal Comando alleato scoprirono un'Italia nuova, con valli libere e organizzate, con migliaia di uomini armati, con migliaia di caduti. I partigiani c'erano e combattevano seriamente contro i nazi-fascisti. Strappando loro le armi, avevano meritato quelle degli .anglo-americani. Le richieste dei partigiani agli Alleati erano sempre le stesse: armi, e la prova del fuoco per gli uomini. Contemporaneamente, la Resistenza si organizzava anche sul piano politico; sorgevano dovunque i Comitati di liberazione nazionale, espressione dei partiti antifascisti. Nei primi mesi del 1944 si stavano intensificando anche le lotte operaie, che si esprimevano non solo con gli scioperi, ma pure con ripetuti atti di sabotaggio alla produzione bellica.

In questo quadro si inseriva la necessità di estendere la guerriglia anche in pianura, affiancandola e coordinandola alle lotte operaie. Occorreva attaccare le vie di comunicazione (strade, ponti, linee ferroviarie) e compiere azioni contro i reparti nazi-fascisti nei paesi, nei loro posti di ritrovo e di transito, nelle loro caserme.

 

Venni dunque inviato in Brianza dal Comando delle Brigate d'assalto Garibaldi per costituirvi i primi distaccamenti delle Sap; ricevettero lo stesso incarico mio fratello, Giordano Cipriani (“Bassi” Contardo Verdi, Andrea Galliani e Mascetti.

Prendemmo dapprima contatto a Monza con i compagni Rinaldo Vegetti e “Comin”, che ci ospitarono per qualche giorno nella loro stalla alla cascina San Bernardo, in viale Libertà. Poi Vegetti ci accompagnò a Concorezzo dal compagno Casiraghi, un artigiano generoso e coraggioso. Egli non esitò un attimo ad accoglierci in casa sua, ben sapendo il grave rischio cui andava incontro unitamente alla sua famiglia. Iscritto al Pci dal 1921, era originario di Burago Molgora, un centro rosso della Brianza Vimercatese. In casa sua passavano molti partigiani e molti appartenenti all'organizzazione clandestina. Veniva Albertino Paleari a ritirare la stampa clandestina del Pci che giungeva direttamente a Concorezzo da Milano; da Trezzo d'Adda veniva con lo stesso compito Luigi Radaelli (“Gigio”). Casiraghi aveva ospitato per due notti anche Ferrari, prima della sua partenza per la Val Grande. Facendo “visite” saltuarie in casa Casiraghi (di volta in volta eravamo a Vimercate da Levati, a Ornate da Berto Gilardelli, a Cavenago da Fumagalli, “Zobi” e altri, a Burago da “zio Modesto”, a Gorgonzola, ecc.), ci mettemmo subito al lavoro. I documenti falsi, indispensabili a causa dei nostri frequenti spostamenti, ci venivano forniti anche dalla figlia di Casiraghi, Iride, una ragazzina di diciassette anni che dopo la Liberazione diventò mia moglie. Iride lavorava alle poste ed ebbe così modo di conoscere un impiegato del Comune, da cui si procurava le carte d'identità false.

 

A Concorezzo, in casa del compagno Rurali, vicino. alla Roggia Ghiringhella, installammo il Comando della 103aBrigata Garibaldi; il Comandante era Verdi (“Ciro”), il vice-comandante io, il vice-commissario mio fratello Aldo.

Iniziammo il raggruppamento delle squadre di distaccamenti. Vennero costituiti quello di Vimercate (comandante: Igino Rota), Concorezzo (comandante: Adriano Radaelli; commissario: Ottorino Cereda), Brugherio (comandante: Nando Mandelli), Cavenago (Comandante: Mario Fumagalli), Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Omate, Ornago, Rossino.

Non era soltanto un'attività organizzativa. Man mano che si formavano i distaccamenti si agiva, si effettuavano azioni di guerra: disarmo di fascisti; assalti notturni alle caserme e ai posti di blocco; sabotaggi alle linee ferroviarie e lancio sulle strade di chiodi a tre punte; blocchi e at­tacchi a convogli tedeschi e fascisti sull'autostrada Milano-Bergamo, In un'operazione di quest'ultimo tipo rimase ferito Tommaso Crippa (“Maso”) del distaccamento di Concorezzo; fu portato all'ospedale di Vimercate dove, curato e protetto da medici e suore appartenenti alla Resistenza, dovettero amputargli una gamba.

 

Il primo distaccamento che si costituì fu quello di Vimercate, dove alcuni “vecchi” antifascisti (Frigerio, Scaccabarozzi, Galbusera e altri ancora) avevano già riorganizzato le file del movimento clandestino, nel quale era entrato un giovane deciso e coraggioso, di poche parole, ma efficaci e precise: Igino Rota. Fu lui a informare il Comando dell'esistenza a Vimercate di alcuni giovani disposti a combattere; occorreva però organizzarli e armarli. La loro base era il cascinale del “Mancino”, a poca distanza dalla provinciale Milano-Trezzo-Bergamo.

Io stesso consegnai un pomeriggio a Rota due mitra Beretta calibro 9, dopo averli portati a Vimercate avvolti in un sacco legato sulla canna di una bicicletta. In poco tempo si formò il distaccamento, comandato da “Acciaio”, lo pseudonimo assunto da Rota.

Gli altri componenti erano: Mario Cazzaniga, Emilio Cereda, Pierino Colombo, Carlo Levati, Aldo Motta, Renato Pellegatta, Luigi Ronchi, Verderio e infine mio fratello Aldo e io. Consideravamo componente del distaccamento anche Enrico Assi, un giovane sacerdote di Vimercate, oggi vescovo.

Parecchie furono le azioni compiute dal distaccamento di Vimercate, al quale il Comando affidava quasi sempre le imprese più impegnative e rischiose. Sabotaggi alla linea ferroviaria Milano-Lecco-Sondrio, attacchi alle colonne nazi-fasciste, in particolare sull'autostrada Milano-Bergamo e sulla statale 36, disarmo di soldati nemici, recupero di armi. Ma le operazioni più importanti furono gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d'Adda e al campo di aviazione di Arcore».

 

Gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d'Adda e al campo di aviazione di Arcore

«L'azione di Vaprio, svoltasi il 6 ottobre 1944, fu compiuta dal distaccamento di Vimercate assieme a reparti della 119aBrigata Garibaldi, che operava nella Brianza Occidentale al comando di Alberto Gabellini (“Walter”).

 

Travestiti da fascisti, di notte, disarmammo la ronda mentre stava uscendo da un caffè nel centro del paese; portammo i tre fascisti catturati alla loro caserma e li costringemmo, sotto la minaccia delle armi, a dire la parola d'ordine alla guardia che s'era affacciata allo spioncino. L'improvvisa irruzione di una decina di partigiani sorprese i militi fascisti che stavano mangiando, ignari e incapaci di immaginare che i partigiani potessero osare tanto. Dopo pochi attimi i fascisti, una quindicina, erano a mani in alto addossati al muro, pieni di paura. Avevamo ricevuto ordini precisi, in base ai quali dovevamo giustiziare il comandante lasciando liberi tutti gli altri fascisti. Ebbene, quando i nostri compagni scovarono il brigadiere che comandava la caserma, il “bandito” Gabellini non fu capace di eseguire l'ordine. Si accontentò di assestargli un poderoso calcio nel sedere e di ammonirlo: «Non farti incontrare un'altra volta sulla mia strada».

manifesto-Pessano-fucilazione-Walter.JPG“Walter” sarà fucilato a Pessano il 9 marzo 1945 assieme ad altri sei partigiani (Angelo Barzago, Romeo Cerizza, Claudio Cesana, Dante Cesana, Mario Vago, Angelo Viganò). Catturati in seguito a una spiata, i sette “banditi”, come venivano chiamati i partigiani dai fascisti, furono condannati a morte. Una ricerca condotta dal Comitato Antifascista di Pessano così ricostruisce la loro morte: «I sette partigiani vengono lasciati sul carro tutto coperto. Luigi Gatti, gerarca di Monza, legge la sentenza di morte: i banditi sono rei confessi di appartenere al movimento insurrezionale; di aver svolto attività terroristica e rapine a mano armata. Poi il Maggiore Wernik dà ordine di affiggere ai muri di Pessano il manifesto della incriminazione e fucilazione. Alle ore 17,45 viene gridato l'ordine di procedere, il carrozzone parte seguito da una macchina berlina. Il corteo passa per le vie Vittorio Veneto, Vittorio Emanuele e Monte Grappa fermandosi davanti a casa Colombo. Luigi Gatti fa allineare gli altri contro il muro. Sulla riva del torrente Molgora due fascisti con il loro Mab spianato sono già pronti a sparare. Alle ore 18.00 due violente raffiche di mitra lacerano l'aria. È testimoniato che tra la prima e la seconda raffica Gabellini, il famoso Walter, ha il tempo di gridare: «SPARATE SU DI ME, VIGLIACCHI, NON SU QUESTI RAGAZZI». Vago, Mario, Cesana, Cerizza e altri riescono a sussurare: «VIVA L'ITALIA! VIVA I PARTIGIANI!». Poi i sette corpi cadono a terra».

Così morì “Walter” che, iscritto da tempo al Pci, aveva conosciuto per alcuni anni le galere fasciste per la sua attività e, pur combattendo coraggiosamente, non si sentiva di odiare nessuno. La 103a Brigata Garibaldi aveva assunto il nome di suo padre, Vincenzo, ucciso e pugnalate dai fascisti e abbandonato in una roggia a Cambiago, nel 1921.

 

Igino Rota morì durante un'azione al campo d'aviazione di Arcore. La sera del 20 ottobre 1944 il distaccamento che lui comandava si riunì nella base per studiare in tutti i dettagli l'attacco all'aeroporto, avvalendosi delle preziose informazioni fornite dai CLN di Arcore e di Vimercate. Stabilito il piano, verso le dieci di sera, sei partigiani, travestiti da repubblichini e armati di mitra, si incamminarono in fila indiana lungo il bordo della strada provinciale Oreno-Arcore, avvicinandosi all'aeroporto.

1944-20-ott-campo-volo-Arcore-aereo-distrutto.JPGGli altri componenti del distaccamento e un gruppo di giovanissimi patrioti del Fronte della gioventù si diressero verso l'obiettivo attraverso i campi.

I sei partigiani fecero irruzione nella sede del corpo di guardia, immobilizzando le dieci sentinelle fasciste. Tagliati i fili del telefono e lasciato un garibaldino di guardia, il gruppetto si ricongiunse con gli altri partecipanti all'azione e tutti insieme si diressero verso gli hangar. Le torce elettriche illuminarono cinque aerosiluranti tipo Savoia Marchetti 79, pronti a spiccare il volo per le loro missioni di morte. Dopo aver ammucchiato intorno agli apparecchi bidoni di olio lubrificante, fusti di benzina, bombole di acetilene e di ossigeno e tutto il materiale infiammabile che riuscimmo a scovare, lanciammo alcune bottiglie “molotov”.

Ormai lontani, nei campi, sentimmo violente esplosioni e scorgemmo bagliori accecanti che illuminavano l’obiettivo della nostra azione. L'operazione, conclusasi con la distruzione di tutti gli aerei, meritò una citazione solenne da parte del Comando di Divisione e venne menzionata anche nel corso del notiziario trasmesso dr Radio Londra.

 

Due mesi dopo, il 29 dicembre 1944 il distaccamento decise di ripetere l’attacco. Si unirono a noi alcuni partigiani del Fronte della gioventù e della 13a Brigata del Popolo, la formazione dei cattolici vimercatesi guidata da Felice Sirtori. Ci dividemmo in due squadre: la prima, al comando di “Acciaio”, doveva disarmare la ronda forzare l'ingresso nel campo e infine catturare tutti i militi del presidio; a questo punto sarebbe entrata in azione la seconda squadra, guidata da Carlo Levati, con il compito di distruggere gli apparecchi.

Stava già concludendosi la prima fa e dell'attacco quando un banale incidente fece fallire l'operazione, causando la morte di Igino Rota. L'ultima sentinella, disarmata davanti alla sede del presidio, riuscì a dare l'allarme, cosicché la sorpresa non fu completa. Nello scontro con i fascisti, il comandante del distaccamento fu abbattuto da una raffica di mitra. Immediatamente iniziò una furibonda sparatoria. I militari fascisti non ancora catturati erano asseragliati nella palazzina del comando e da qui sparavano a zero con tutte le armi automatiche a loro disposizione; noi rispondevamo al fuoco, nel disperato tentativo di recuperare il corpo del nostro comandante, essendo ormai impossibile concludere l'operazione prefissata. Tutto, però, fu inutile, perché il nostro armamento era inferiore e inoltre eravamo in una posizione precaria, in mezzo al campo, illuminato dalla luna piena, assolutamente allo scoperto. Fu perciò necessario ritirarsi, lasciando in mani fasciste il corpo di Rota. Le perdite del nemico non furono mai comunicate ufficialmente ma, da notizie raccolte dai CLN di Arcore e di Vimercate, risultò che almeno dieci furono i fascisti messi fuori combattimento.

 

ordine-fucilazione-5-partigiani-Vimercate.JPGPurtroppo, il triste bilancio dell'azione non si limitò alla perdita di “Acciaio”: identificato il caduto, divenne facile per i fascisti, aiutati da una spia del luogo, risalire alla cerchia di conoscenti e amici di Rota. Perquisizioni, arresti, interrogatori, minacce e lusinghe ai familiari portarono alla cattura di una parte dei componenti il distaccamento nella notte tra l'1 e il 2 gennaio 1945, poche ore prima che ci si ritrovasse per spostarci in un'altra zona e sottrarci alle ricerche. Riuscirono a sfuggire all'arresto solamente pochi partigiani, tra cui Carlo Levati, che si lanciò seminudo dalla finestra al primo piano della sua abitazione e percorse a piedi nudi otto chilometri nei campi ricoperti di neve, prima di trovare rifugio nella base di Cavenago.

Arrestati, interrogati, torturati, i giovani patrioti vennero poi rìnchiusi nelle carceri milanesi di San Vittore. Qui, la mattina del 2 febbraio, sfogliando il “Corriere della Sera” i familiari che attendevano davanti al portone per consegnare ai loro cari viveri e capi di vestiario appresero la tremenda notizia: Cereda, Colombo, Motta, Pellegatta e Ronchi erano stati fucilati alle quattro del mattino nello stesso aeroporto di Arcore che aveva visto le loro imprese.

 

Il tribunale fascista di Milano che aveva emesso la sentenza condannò a trent'anni di carcere, data la minore età, altri quattro giovanissimi patrioti, appartenenti al Fronte della gioventù, che vennero liberati dai partigiani il 25 aprile. Anche don Enrico Assi, in due riprese, e Felice Sirtori furono arrestati; in particolare, il comandante della 13a Brigata del Popolo fu torturato a lungo nelle carceri di Monza, ma i fascisti non riuscirono a strappargli né un nome né un'informazione e furono così costretti a rilasciarlo dopo alcune settimane.

Fu un momento terribile per la 103a Brigata Garibaldi: alla perdita di compagni con cui avevamo condiviso rischi, trepidazioni, gioie e dolori, si aggiungeva la dissoluzione del distaccamento di Vimercate, il più attivo della Brigata. Coloro che riuscirono a sottrarsi alla cattura si diedero alla macchia, mentre io fui inviato nella 105aBrigata, sempre in qualità di vice-comandante. Rimasi nel distaccamento di Gorgonzola fino alla liberazione, che era ormai vicina».

 

Emilio Diligenti assessore.jpgAlla fine della guerra, smessi i panni del partigiano, Emilio Diligenti cominciò subito la sua attività come segretario della Camera del Lavoro di Lissone e dopo qualche tempo fu eletto Consigliere comunale della nostra città. In seguito fu Consigliere provinciale e quindi Assessore. Nel 1981 fu premiato dalla Provincia di Milano con il premio Isimbardi per aver “costantemente lottato per la progressiva attuazione degli ideali di giustizia sociale, unendo alle capacità di iniziativa dinamica e realizzatrice, l’interesse per la storia della Brianza”. Emilio Diligenti ci ha lasciato un importante libro sulla storia del nostro territorio, scritto con l’amico giornalista Alfredo Pozzi, dal titolo “La Brianza in un secolo di storia italiana (1848-1945)”.

libro-Storia-della-Brianza.jpg 

La nostra Sezione A.N.P.I. di Lissone è a lui intitolata.

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I GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

4 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel solco della formazione del CLN si avviò a Milano, nel novembre 1943, su iniziativa del partito comunista, un'organizzazione femminile di massa denominata "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà". Le militanti che praticamente vararono l'associazione appartenevano ai partiti comunista, socialista e d'azione; si posero l'obiettivo di coinvolgere nel movimento resistenziale donne di diversa estrazione sociale e con diversi percorsi ideologici, perché era evidente che la stessa resistenza armata non avrebbe potuto svilupparsi e sopravvivere senza una partecipazione popolare alla lotta. A questo primo nucleo dei Gruppi di difesa della donna si aggregarono con il passare dei mesi anche gruppi organizzati di altri partiti (democristiano, repubblicano, liberale) o gruppi di donne che non avevano riferimento in una forza politica ma che comunque erano già impegnate in attività resistenziali.

La loro diffusione nelle regioni del Nord e del Centro fu capillare.

Il 28 novembre il partito comunista emanò anche le "Direttive per il lavoro tra le masse femminili" in cui precisava che, con gli scioperi e le dimostrazioni di massa, le donne dovevano porsi come obiettivi: l'aumento delle razioni alimentari, l'alloggio alle famiglie sfollate e sinistrate, il riscaldamento e i vestiti, l'aumento dei salari in rapporto al costo della vita, i locali necessari per le scuole; più specificamente per le donne: la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, delle lavorazioni nocive; salario uguale a quello degli uomini; assistenza nel periodo precedente e seguente il parto; possibilità di allevare i figli; partecipazione all'istruzione professionale; possibilità di accedere a qualsiasi impiego e scuola (unico criterio di scelta: il merito) e di partecipare alla vita sociale nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi.

A fare da spinta nelle diverse realtà locali per la costituzione dei Gruppi di difesa della donna furono le militanti comuniste.

I primi temi su cui i Gruppi di difesa della donna presero posizione, facendosi conoscere dalla popolazione furono la mobilitazione contro la chiamata alle armi dei giovani della RSI, il sostegno alle lotte operaie, la protesta contro le deportazioni.

Nell'agosto 1944, le diverse componenti partitiche aderirono ai Gruppi di difesa della donna. Nell'ottobre il CLNAI riconobbe nei Gruppi di difesa della donna "un'organizzazione unitaria di massa" in cui erano "rappresentate tutte le correnti politiche" e la cui azione si svolgeva "sulla linea e nello spirito della lotta di liberazione di cui il CLNAI è la guida unitaria".

In tutte le regioni i Gruppi di difesa della donna furono attivi e le loro militanti, solitamente valutate in settantamila, riuscirono a diventare promotrici di eventi e di manifestazioni di piazza che coinvolsero centinaia di migliaia di altre donne, di operai nelle fabbriche e di contadini nelle campagne. Non ci fu una struttura resistenziale altrettanto capillare e capace di mobilitazione al di fuori della propria cerchia militante.

L'organo dei Gruppi di difesa era "Noi Donne", che usciva in varie edizioni regionali; gli si affiancavano gli organi prodotti dai gruppi femminili di partito, che trattavano temi quali la parità salariale, il tempo libero, la ristrutturazione della società rispetto ai ruoli maschili e femminili, il superamento del concetto di politica come competenza soltanto degli uomini, il diritto di rappresentanza.

Nell'estate 1944, in realtà territoriali più dinamiche, si diede avvio alla costituzione di gruppi di "Volontarie della libertà" con donne particolarmente che si sentivano disposte a compiere atti di sabotaggio delle comunicazioni telefoniche, azioni dimostrative, atti di liberazione di prigionieri, colpi contro donne collaborazioniste. In questo contesto vanno collocati la liberazione di partigiani dagli ospedali, la posa di fiori e di corone sulle tombe delle vittime dei nazifascisti nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1944, l’organizzazione del “Natale del partigiano”, le manifestazioni della “Giornata internazionale delle donne” dell’8 marzo 1945 per “affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra e il regime di Mussolini e di Hitler; nel volantino di quest’ultima mobilitazione si ricordava che il governo democratico dell’Italia liberata aveva concesso alle donne “il diritto di voto, il diritto di partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese, come riconoscimento del contributo dato da tutte le donne alla lotta di liberazione nazionale”.

 

NOI DONNE”, organo ufficiale dei GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

1945 gen NOI DONNEAll’attività della stampa clandestina si dedicarono diversi gruppi di donne antifasciste che nel giro di dodici mesi diedero vita ad almeno 42 testate femminili clandestine. Di queste oltre trenta erano riconducibili ai Gruppi di difesa della donna, il cui organo ufficiale fu denominato "Noi Donne", titolo che era stato coniato a Parigi nel 1937 dalla militante comunista Teresa Noce; le altre testate erano prodotte dai partiti (tre socialiste, due democristiane, due azioniste, due Giustizia e Libertà, una liberale).

La produzione delle testate dei Gruppi di Difesa così avveniva: un Comitato centrale dei Gruppi per il Nord, formato dalla dirigenza, preparava le copie redazionali del giornale per poi inviarle ai suoi organi periferici, con l'indicazione di riprodurle tutte o in parte con ogni mezzo possibile. Queste tracce, composte da articoli di carattere generale, spesso venivano integrate dalle redazioni locali con interventi relativi a fatti svoltisi nelle zone circostanti. Laddove non esistevano redazioni cittadine, oppure non era possibile modificare i testi ricevuti, i giornali venivano riprodotti tali e quali. [...] Le testate femminili dei partiti, a differenza di quelle prodotte dai GDD avvalendosi delle tracce ricevute dal Comitato Centrale, costituivano l'espressione diretta delle singole redazioni che le producevano.

Le regioni più dinamiche nel produrre stampa clandestina furono il Piemonte con 12 testate (di cui 8 promosse dai GDD), la Liguria con 9 testate (7 dai GDD), la Lombardia con 7 testate (4 dai GDD), l'Emilia Romagna con 6 testate (4 dai GDD), il Friuli con due testate promosse dai GDD e una ciascuna per le regioni Toscana, Lazio e Veneto.

I primi numeri di "Noi Donne" furono editi nel maggio 1944 a Torino, Bologna e Ravenna.

Un primo fondamentale scopo della stampa femminile era quello di spronare le donne, di fronte alle sofferenze causate dalla guerra e dalla violenza nazifascista, a reagire partecipando alle attività resistenziali, liberandosi così dal tradizionale atteggiamento di passività, di isolamento nello spazio privato familiare.

Tra il 1944 e il 1945 sulla stampa femminile cominciò ad affermarsi anche una dimensione di emancipazione, in primo luogo sul piano lavorativo e più in generale sul piano dei diritti.

Sull'organo provinciale torinese dei Gruppi di difesa della donna venne trattato il tema della parità salariale.

In un manifestino i Gruppi di difesa della donna chiedevano che la donna non venisse più "trattata come un semplice oggetto", perché aveva una sua personalità, dava "il suo contributo in ogni campo della vita sociale" e sentiva "il dovere di intervenire nella costruzione del mondo"; per questo rivendicava "libertà di pretendere la parità di diritti, libertà di dire che vuole la pace, il pane, il lavoro, libertà di assurgere alla funzione dirigente come vera compagna dell'uomo".

Il cammino di emancipazione femminile ricevette dalla Resistenza e dai fogli della stampa femminile un forte impulso: le donne intendevano nel dopoguerra consolidare il ruolo conquistato nella clandestinità, nella convinzione, ribadita in diverse edizioni regionali di "Noi Donne", che "non vi può essere democrazia vera senza partecipazione femminile". In particolare veniva rivendicata la gestione degli ambiti pubblici legati alla cura, all'assistenza, all'educazione, come già si era sperimentato in alcune "repubbliche libere" partigiane.

Nell'edizione emiliano-romagnola di Noi donne del settembre 1944 si esprimeva l'esigenza di una piena partecipazione alla direzione della vita pubblica, locale e nazionale: «Dobbiamo perciò prepararci fin d'ora a governare. [ ... ] Le donne che in questo momento sanno guidare le masse femminili e le portano a dare il loro contributo alla guerra di liberazione [...] sapranno certo anche domani collaborare alla direzione dello Stato e saranno, ne siamo sicure, delle ottime dirigenti».

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne da parte del governo Bonomi nell'Italia liberata, con decreto del 1° febbraio 1945, stimolò i gruppi organizzati delle donne a intensificare i canali di comunicazione: negli ultimi tre mesi di guerra sorsero 14 nuove testate, che focalizzarono l'attenzione sui futuri compiti delle donne nell'ambito politico.

Le testimonianze delle donne ci svelano i sacrifici e i rischi che comportavano la redazione, la stampa, la distribuzione di un giornale.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

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in ricordo di Gianni Citterio, medaglia d’oro al valor militare

12 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sabato 22 febbraio 2014: la cerimonia di commemorazione a Monza

Gianni Citterio-copie-1


Nato a Monza il 13 giugno 1908, caduto a Megolo (Novara) il 13 febbraio 1944, laureato in Legge, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.


L’incontro e la morte di Gianni Citterio

dal libro “Tornim a baita. Dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola” di Giovanni Battista Stucchi.

 

Gianni Citterio nacque a Monza il 13 giugno 1908. Figlio di Giuseppe, vecchio militante socialista (nel 1945 sarà sindaco di Monza) e di Angela Sacconaghi. Gianni frequentò le elementari alla scuola Dante Alighieri di Monza, poi il ginnasio allo Zucchi, il liceo Berchet di Milano e l’università a Pavia dove nel 1913 si laureò in legge.

Quando Stucchi si trovava sul fronte del Don, i maggiori esponenti dell'antifascismo monzese si riunivano clandestinamente nel retro della farmacia Casanova o nello studio legale Scali: ebbene, promotore e animatore di quegli incontri era Gianni, il più giovane di tutti.

Gianni Citterio era stato uno degli organizzatori del Partito Comunista italiano.

Il 26 luglio 1943, tra la città esultante per la destituzione di Mussolini, Gianni Citterio, dopo aver guidato un lungo corteo di popolo, parlò nel salone affollato della trattoria Santa Lucia, in via Manara, incitando tutti ad organizzare la resistenza.

L’8 settembre parlò per l’ultima volta pubblicamente ai monzesi: aveva 35 anni. Tenne un comizio dal balcone del municipio, in piazza Carducci, attorniato da rappresentanti dei partiti democratici. Più tardi, questi dirigenti antifascisti riuscivano ad ottenere le prime armi dal comandante della caserma Pastrengo, mentre i tedeschi occupavano la città.

Dopo l’8 settembre 1943, Gianni Citterio era stato mandato in montagna, con nome di battaglia Diomede, nella formazione partigiana di Filippo Beltrami (architetto milanese) a rappresentare il Comitato militare del CLN Alta Italia, allora diretto da Ferruccio Parri.

Nell’assolvere la sua funzione di commissario politico della formazione, aveva assunto il nome di Redi.

Nel breve periodo che seguì la partenza da Milano, costretto con gli uomini della banda Beltrami alle estenuanti marce di trasferimento dalla Valle Strona a Premosello prima e a Megolo d'Ossola poi, Gianni non si concesse riposo. I pochi sopravvissuti ricordano ancora il commissario politico Redi, l'alta figura dell'”avvocato di Milano” con i pantaloni alla cavallerizza, presente ovunque col consiglio pieno di senno, con la parola d'incoraggiamento.

«Gli uomini, una sessantina, avevano trovato temporaneo riparo in vecchie baracche di legno situate su di un ripiano del pendio alle spalle del paese. A una proposta di tregua avanzata il giorno precedente dal comando tedesco era stata data risposta con le parole suggerite da Gianni: «Col nemico non si tratta».

Erano le sei del mattino del giorno 13 quando un partigiano arrivò di corsa trafelato ad annunciare che i tedeschi provenendo su automezzi dalla bassa valle, stavano occupando Megolo. In pochi minuti gli uomini si portarono ai rispettivi posti di combattimento, come già stabilito.

Il fuoco incessante delle mitragliatrici, dei mortai e dei cannoncini a tiro rapido da parte nemica incominciò subito e con tale estensione e intensità da far capire che non sarebbe stato facile uscire indenni da quell'inferno. Per di più i tedeschi avevano quasi effettuato l'accerchiamento su tre lati il quarto era costituito dal fianco del monte in quel tratto inaccessibile. Il capitano Beltrami, appena se ne rese conto, ordinò ai suoi uomini la ritirata, restando egli fermo in luogo per proteggerla assieme agli altri componenti del comando.... Ha scritto un superstite fortunosamente scampato al massacro: «Sulla nostra destra si era appostato Gianni Citterio (Redi). Ma poco dopo anche da quella parte venne un lamento. "Ritirati, ritirati", gridò il capitano. Ci parve che si muovesse e poi sentimmo un rantolo. Era finita. Anche Gianni era morto».

Inutilmente nei giorni che seguirono il giudice istruttore del Tribunale di Verbania cercherà di accertare l'identità del «commissario Redi». Fu sepolto in anonimo, come se nessuno lo avesse mai visto né conosciuto. Non era vero: molti erano stati coloro che lo avevano conosciuto e amato. Quando una settimana dopo potei recarmi al piccolo cimitero di Megolo, vidi che sul tumulo di terra fresca della sua tomba, l'ultima a destra del vialetto centrale, era stata deposta una grande corona di fiori: recava la testimonianza di amore e di riconoscenza degli operai della Rumianca (azienda chimica con stabilimento in Val d’Ossola)».

 

 

 


 

 

 

Militante nel Partito comunista dal 1940, fu tra gli organizzatori degli scioperi milanesi del marzo 1943. Il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio, Citterio parlò da un balcone del palazzo municipale di Monza, incitando i suoi concittadini alla lotta contro gli invasori tedeschi. Si diede quindi all’organizzazione, a Milano e in Lombardia, dei primi Gruppi d’Azione Patriottica e delle prime bande partigiane. In rappresentanza del Partito comunista, il giovane avvocato entrò nel primo Comitato militare del CLNAI e, come ispettore del Comando generale delle Brigate Garibaldi, fece la spola tra Milano e la Val d’Ossola, finché il Comando stesso reputò opportuno che Citterio si fermasse nell’Ossolano, per accelerare l’organizzazione di quel movimento partigiano.

Nel ruolo di commissario politico della banda dell’architetto Filippo Beltrami, Citterio (che aveva scelto il nome di battaglia di "Redi") esercitò un grande ascendente sui giovani che cominciarono, sempre più numerosi ad entrare nella formazione. Il progetto di Redi, mirante a trasformare le prime bande di combattenti in vere e proprie Brigate, non fu portato a compimento da lui. Cadde, con il capitano Beltrami e con altri valorosi antifascisti, nello scontro di Megolo.

Nella motivazione della ricompensa al valore assegnata alla memoria di Citterio è scritto: "Attivissimo organizzatore della resistenza partigiana, prese parte a tutte le più rischiose imprese della sua formazione, accoppiando intrepido coraggio alle supreme idealità. Mentre con un pugno di audaci rientrava da un'ardita impresa compiuta, venne attaccato da forze nemiche venti volte superiori, e senza esitare accettò la disperata battaglia. Benché ferito ripetutamente, mentre attorno a lui cadevano tutti i suoi compagni, sostenne l'impari lotta, finché colpito da una raffica di mitraglia esalava lo spirito invincibile".

 

Scritto da GIANNI CITTERIO nel giornale clandestino “PACE E LIBERTA’” il 25 giugno1943

SPEZZIAMO LA SCHIAVITU

"L’italiano, dopo vent’anni di fascismo, si può paragonare ad un ammalato di lunga estenuante malattia che cerca sottrarsi al male che lo porta alla morte ma che non trova in sé la forza di reagire. Immaginiamoci di essere guidati da un medico che cerchi di sviluppare a gradi le nostre energie latenti, fino a che le forze irromperanno rigogliose a nuova vita. Nell’attesa di rompere con lo stato di schiavitù al quale siamo soggetti, vediamo di ridiventare liberi cittadini degni di questo nome con quotidiane modeste manifestazioni di forza:

“Cessate di portare il distintivo, ne seguirà il provvedimento di espulsione e sarete automaticamente ridiventati liberi di voi stessi.

Non salutate romanamente.

Non usate il voi nei luoghi dove è imposto.

Nei ritrovi pubblici cercate la compagnia di color che sapete essere antifascisti.

Non andate a manifestazioni a carattere politico.

Quando vi si chiede il consenso per l’operato del fascismo, tacete.

Non parlate mai di politica con fascisti. Quando qualcuno di essi tiene conferenza in riunioni di amici o al caffè allontanatevi.

Dite sempre a voi stessi: «La rovina di tutti sarà anche la mia rovina e quella dei miei cari. Bisogna fare qualche cosa contro i nostri carnefici. Bisogna fare qualche cosa.

Siate decisi e fermi in questa convinzione e non tarderà chi vi indicherà quello che dovete fare.”

 

MEGOLO 13 Febbraio 1944 - Resistenza eroica.

Caduti: Arch. Cap. Filippo Maria Beltrami – Avv. Cap. Gianni Citterio (Redi) – Ten. Antonio Di Dio – Carlo Antibo – Bassano Bassetto – Aldo Carletti – Angelo Clavena – Bartolomeo Creola – Emilio Gorla – Paolo Marino – Gaspare Pajetta – Elio Toninelli.

Erano le 6.30 del 13 febbraio 1944. Dei reparti di SS appoggiati da una compagnia della Guardia Nazionale Repubblichina, coperti dalla fitta nebbia delle prime ore del mattino, nascosti gli automezzi in un avvallamento a qualche centinaio di metri da Megolo, invasero la piccola frazione del comune di Pieve Vergonte.

Prima facile preda del nemico furono Bassano Bassetto e Bartolomeo Creola, colti nel sonno in una camera dell’Osteria del Remo. I due partigiani riposavano in attesa che l’oste alle 7 li svegliasse perché avrebbero dovuto raggiungere i distaccamenti dislocati in altre località della valle.

Vennero trascinati alla presenza del cap. Simon, comandante delle forze nazi-fasciste. Pur essendo frustati, bastonati e torturati, i due giovanissimi partigiani rimasero nel più assoluto silenzio e infine vennero consegnati ai militi. I fascisti ripresero la bastonatura dei due ragazzi e quindi li fucilarono in una piazzetta a lato dell’osteria.

Il capitano Beltrami, con calma e sicurezza, dispose i suoi partigiani su una linea di circa 200 metri e quindi prese il proprio posto di combattimento. Cinquantatré uomini con una mitragliatrice, due mitragliatori, un mitra, e una cinquantina di moschetti erano pronti a difendersi dall’attacco condotto da oltre cinquecento nazi–fascisti armati di un cannoncino, due mortai, una mitragliera da 20 mm., tre mitragliatrici pesanti, fucili mitragliatori e mitra.

Il Capitano aveva respinto per la seconda volta l’invito alla resa del Comandante tedesco: con tutti i suoi partigiani, aveva accettato il combattimento.

Alle 7 del 13 febbraio 1944, la nebbia era dispersa dai raggi del sole che illuminava la valletta di Megolo. I partigiani, distesi lungo la linea di difesa, assistevano immobili all’avanzata della colonna tedesca, a al successivo disporsi per l’attacco delle forze nemiche. I tedeschi avanzavano in tre linee, distanziate l’una dall’altra di qualche metro: la GNR, rinforzata reparti di SS, avanzava sulle due ali.

Era necessario attendere: l’esiguo numero di uomini e la scarsa potenza di fuoco consigliavano di attendere che il nemico fosse giunto a breve distanza. L’attesa era estenuante, snervante. Le SS erano ad una trentina di metri dalla balza dietro cui era appostato il gruppetto di comando. Il mitra del Capitano ruppe, con il suo crepitare, il silenzio della valle. Tutte le armi della difesa risposero al richiamo e la prima linea dell'avversario fu costretta a ripiegare in disordine lasciando sul terreno alcune decine di morti.

Non vi furono soste nella battaglia; dall’una e dall’altra parte si continuò con sempre maggior accanimento. Purtroppo, l’unica arma pesante si inceppò e dovette essere abbandonata. Un colpo di mortaio raggiunse la piazzola del mitragliatore all’ala sinistra della difesa, uccidendo il servente al pezzo.

Alle 10, dai Presidi dell’Ossola giunsero rinforzi al nemico: da quel momento la situazione volse a favore delle forze nazi–fasciste.

Nel tentativo di spostarsi verso il centro, il cap. Citterio venne colpito da una raffica e abbattuto. Era una grave perdita: Redi, uno dei valorosi della vecchia guardia di Beltrami, era un coraggioso, un abile ufficiale e un prezioso consigliere del Capitano. La scarsità di munizioni non permetteva di resistere a lungo e con scarse possibilità di successo. Bisognava tentare una sortita e Beltrami avvertì gli uomini di tenersi pronti. Approfittando di uno dei frequenti avvicendamenti nella prima linea del nemico, diede l’ordine di contrattaccare e i partigiani balzarono in avanti all’assalto. Sorpresi dall’ardita azione di un pugno di uomini ormai decisi a tutto, la prima linea nemica si ritirò disordinatamente, travolgendo e disorganizzando anche le linee di rincalzo. La fuga nazi–fascista ebbe termine nell’abitato di Megolo. Entrarono in azione i rinforzi sopraggiunti dal Nord; i giovanissimi della ‘banda’, lasciatisi trascinare dell'entusiasmo, anziché retrocedere e prendere posizione su una nuova linea, abbandonarono ogni prudenza e si spinsero allo scoperto fino alle prime case, dove vennero falciati dalle raffiche delle mitragliatrici.

Caddero Antibo, Gorla, Clavena, Toninelli, Carletti. Anche Marino venne abbattuto poco dopo da una raffica di mitra sulla soglia di una casa.

Intanto il Capitano tentava di riorganizzare i propri uomini su una nuova linea di difesa ma, ormai convinto di non poter reggere ai nuovi attacchi, dava disposizione per evitare l’accerchiamento e per operare un’azione di sganciamento, nel caso in cui la situazione fosse ancora peggiorata. Mentre, ritto accanto ad un grosso castano, osservava le posizioni, il Capitano venne colpito da una raffica al petto e alla gola. Antonio e Gaspare gli furono subito accanto e tentarono di trasportarlo in una baita che sorgeva sul pianoro a una trentina di metri dal luogo in cui era stato ferito. Ma il Capitano, intuendo la sua prossima fine, a cenni fece comprendere ai due giovani di ritirarsi prima che fossero accerchiati dal nemico. La sua posizione venne individuata e diventò un bersaglio sicuro: un colpo di mortaio troncò ad un tempo la vita di Beltrami, Di Dio e Pajetta. Dopo quattro ore di combattimento accanito, al termine delle munizioni, senza la guida del loro Capitano, i superstiti furono costretti a ripiegare e disperdersi fra le rocce e nella boscaglia, cercando poi di raggiungere gli altri distaccamenti.

Ultimo atto della tragedia: un fascista, raggiunto il Capitano, infierì ripetutamente con il pugnale sul corpo esanime.

Il Cap. Simon, invece, riconoscendo la generosità, il valore, il coraggio, la nobiltà dei sentimenti dell’eroico comandante partigiano gli fece tributare gli onori militari da un reparto di SS. Era infatti caduto combattendo, alla testa dei suoi ragazzi, un uomo le cui epiche gesta avevano attirato l’attenzione non solo del popolo e del nemico nella nostra provincia, ma di tutta l’Italia occupata e dal Comando supremo nazista.


Ha detto il  Presidente della Repubblica GIORGIO NAPOLITANO:

«Dobbiamo rendere onore a tutti coloro che sono stati tra i protagonisti della lotta antifascista, che hanno pagato con il carcere, il confino e l’esilio il loro amore per la libertà e la democrazia e sono stati fra gli ispiratori e i protagonisti della lotta per la liberazione dell’Italia.»

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I cappellani militari internati in Germania

16 Décembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Furono circa 400 i cappellani che subirono la medesima sorte dei militari che assistevano religiosamente: una sessantina di loro fu rilasciata nei primi giorni dopo la cattura, 339 invece furono internati nei lager: successivamente anche a loro fu proposta l'adesione alla RSI, ma la maggior parte rifiutò e rientrò in Italia solo dopo la fine del conflitto.

Il dramma della deportazione degli "internati militari" è stato a lungo misconosciuto e la loro testimonianza non è stata adeguatamente valorizzata nel contesto della Resistenza. Eppure essi appartengono pienamente alla vicenda resistenziale, perché - come risulta dai loro diari o dalle loro memorie autobiografiche - anche ad essi fu chiesto di fare una scelta a favore o contro il nazifascismo, la scelta di ritornare subito liberi o di restare reclusi e sfruttati nei lager. Anzi, su circa 25 milioni di prigionieri del Reich, gli italiani furono gli unici a cui fu offerta la possibilità del rimpatrio. Ma, in grande maggioranza (80-85%) scelsero di rimanere prigionieri, nonostante avessero già sperimentato le condizioni di disagio, di vessazione, di violenza tipiche dei lager. Il loro è stato un consapevole No alla guerra e al fascismo che la guerra l'aveva voluta e voleva ancora continuarla: ha impedito alla RSI sia di acquisire credibilità di fronte ai tedeschi e alla popolazione italiana sia di sconfiggere sul nascere la Resistenza armata in Italia. Il loro No ha rappresentato il distacco definitivo di una generazione dal fascismo, anticipando il fenomeno di massa della renitenza dei diciottenni chiamati alla leva della RSI. Infine gli "internati militari" hanno scritto una pagina alta della Resistenza per la dignità e la forza con cui hanno vissuto l'esperienza del lager a fronte di quotidiane privazioni, umiliazioni, violenze; anche i diari che alcuni di loro scrissero con costanza e con fatica per conservare memoria precisa della vita nei lager costituiscono un atto di resistenza di particolare valore.

Accanto ai soldati catturati dai tedeschi rimasero anche molti cappellani militari: preferirono, anche quando fu offerta loro la possibilità di mettersi in salvo, condividere la sorte dei propri reparti. Don Olindo Pezzin, al generale tedesco che gli dava la possibilità di andarsene: rispose: "Con che coscienza lascio i miei soldati? Sono tre anni che viviamo insieme". E don Giuseppe Carrara, che aveva avuto l'offerta da un ufficiale della Marina di scappare con lui in aereo, declinò l'invito: "Sono qui per assistere i soldati, non per fuggire". Furono circa 400 i cappellani che subirono la medesima sorte dei militari che assistevano religiosamente: una sessantina di loro fu rilasciata nei primi giorni dopo la cattura, 339 invece - secondo lo storico Maurilio Guasco - furono internati nei lager: successivamente anche a loro fu proposta l'adesione alla RSI, ma "la maggior parte rifiutò e rientrò in Italia solo dopo la fine del conflitto". Tra di loro padre Onorino Marcolini, dell'Oratorio della Pace di Brescia, ingegnere, cappellano degli Alpini; lo scrittore Mario Rigoni Stern, suo compagno di prigionia, ha ricordato che l'8 settembre, catturati dai tedeschi a Colle Isarco, incolonnati a piedi verso Innsbruck, padre Marcolini camminava con i suoi soldati, "l'unico ufficiale"; Rigoni Stern gli confidò che era determinato a tentare la fuga:

Padre Marcolini incominciò a parlarmi sottovoce, in dialetto, come si fa per calmare un bambino irritato. 'Non andare' mi diceva. 'E i tuoi compagni? E le reclute che sono qui con noi? Non puoi abbandonarle anche tu ... Vedi, anch'io ho scelto questa sorte perché loro hanno bisogno di me ... Non dobbiamo lasciarli'.

Condivise la sorte dei suoi soldati ogni giorno, rinunciando ai gradi di ufficiale, rifiutando ogni agevolazione, difendendo i diritti degli altri, assistendo gli ammalati, dando pietosa sepoltura ai morti, cercando di convincere i compagni che, "malgrado tutto, dobbiamo sentirci più liberi di quei soldati che ci puntano le armi contro".

 

Bibliografia:

 

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore

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Suore durante la Resistenza

14 Décembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

copertina-libro-Ongaro-Resistenza-non-violenta.jpgLa storia della Resistenza al fascismo e nazifascismo è storia di lotta armata, di eroismi e di tragedie. Ma la Resistenza è stata segnata anche da una grande partecipazione nonviolenta. La racconta Ercole Ongaro nel libro “Resistenza nonviolenta 1943-1945”. Ercole Ongaro è direttore dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Ilsreco)

«La resistenza attuata con tecniche non violente ha avuto un ruolo importante nella lotta di liberazione nazionale, favorendone sicuramente l'esito positivo» scrive Giorgio Giannini, segretario del Centro Studi Difesa Civile.

«Resistere è per prima cosa trovare la forza di dire 'No' [...] Caratteristica dell'atto di resistenza è la volontà di non cedere alla dominazione dell'aggressore che si manifesta in un atteggiamento radicale di non cooperazione e di confronto con l'avversario» afferma Jacques Sémelin.

La Resistenza civile può essere scandita in due forme fondamentali, sulla base di due diversi obiettivi: la prima consiste "nel ricorso a mezzi non armati per agevolare o rafforzare la lotta armata", quali l’aiuto della popolazione ai partigiani, la cura medica dei loro feriti, il favoreggiamento della loro fuga dagli ospedali, la mediazione per lo scambio di prigionieri, il ruolo delle staffette, l'intervento sulla segnaletica stradale, il posizionamento di chiodi sulla sede stradale. La seconda consiste "in un ricorso a forme di mobilitazione e cooperazione intese a difendere obiettivi civili", a contestare la legittimità dell'autorità occupante e collaborazionista, ad aiutare persone o gruppi perseguitati, a costruire nuove forme di legittimità, a impedire le deportazioni, a lottare per la dignità delle persone e per il loro diritto alla sopravvivenza, a lottare contro i diktat dell'occupante e la sua razzia di beni, di risorse, di persone.

In questa forma di resistenza si inserisce il comportamento di molte suore durante la Resistenza.

La scarsa visibilità delle donne nella storiografia della Resistenza è stata ancora più marcata nei riguardi delle suore, cui solo nell'ultimo quindicennio sono state dedicate ricerche specifiche per valorizzare il ruolo avuto da esse, singolarmente o come comunità religiose. La loro emarginazione può essere ricondotta sia alla loro stessa scelta di vita, per molti incomprensibile, sia alla loro "ritrosia a confrontarsi con il passato in nome di una modestia che è virtuosa sul piano personale ma non su quello della memoria collettiva".

Molte suore furono partecipi del salvataggio degli ebrei e tredici di loro (sette di Roma, quattro toscane e due piemontesi) furono insignite del titolo di "Giusta" dalla Fondazione Yad Vashem di Gerusalemme.

Numerosi conventi del Centro-Nord aprirono le loro porte offrendo un provvisorio o a volte un prolungato rifugio. In Piemonte numerosi istituti accolsero intere famiglie ebree o i loro bambini. Il cardinale di Torino Maurilio Fossati fu tra i presuli più attivi nel dare indicazioni in tal senso e nell'ispirare reti di sostegno attraverso il suo segretario don Barale. Nel convento delle Domenicane di Morozzo furono ospiti i membri della famiglia Bachi di Torino; le Domenicane dell'Istituto Sacra Famiglia di Dogliani accolsero la madre e la zia di Marco Levi, un imprenditore di Mondovì. La madre e la sorella di Luciano Jona, ex dirigente della Banca San Paolo di Torino, trovarono sistemazione presso l'asilo infantile delle suore Salesiane di Canelli. Nel convento delle Domenicane di Fossano (Cuneo) fino alla fine della guerra suor Maria Angelica Ferrari accolse la piccola Regina Schneider, mentre suo fratello era collocato in un istituto maschile e la loro madre nell'ospedale cittadino prima come degente e poi come dipendente. Tre bambine di ebrei croati trovarono rifugio nell'asilo del convento di San Giovanni a Rivalta per intervento di suor Maria Anna Operro, mentre i loro familiari vennero ospitati dalla famiglia contadina di Luigi Operro, fratello della suora. La direttrice del piccolo ospedale di Borgo San Dalmazzo nel Cuneese, Suor Anna Volpe, trovò un nascondiglio per undici bambini ebrei nella case del Cottolengo di Bra e della Morra. Le suore dell'istituto delle Figlie di Nostra Signora di Lourdes, a Casale Monferrato, accolsero nei primi mesi dopo l'8 settembre gruppi di ebrei in attesa che l'avvocato Giuseppe Brusasca prendesse di volta in volta accordi per il loro spostamento a Olgiate Comasco, da dove dei contrabbandieri li accompagnavano al confine svizzero.

Nel Bergamasco, a Torre Boldone, le suore Poverelle, che gestivano l'ospedale dell'Istituto Palazzolo e un orfanotrofio, prestarono soccorso dall'autunno 1943 prima a ex prigionieri alleati e poi a ebrei in fuga: gli ebrei venivano fatti passare per degenti fino a quando erano sicuri i contatti per il loro passaggio in Svizzera ad opera della rete clandestina OSCAR, organizzata presso il Collegio Arcivescovile San Carlo di Milano. Ma il 30 maggio 1944 una perquisizione dell'Ufficio politico investigativo accertò la presenza di alcuni di loro sotto falso nome: furono catturati i fratelli Guido, Mario e Vittorio Nacamulli, di origine greca, Giuseppe Weinsrein, di origine boema, Oscar Tolentini e Gustavo Corrado Coen Pirani. La superiora madre Anastasia Barcella riuscì a darsi alla fuga. Le indagini portarono poi la polizia fascista a interessarsi a una struttura collegata, l'Istituto Palazzolo di Milano, che aveva un ospizio femminile in via Gattamelata e uno maschile in via Aldini; il 14 luglio nell'ospizio femminile furono individuate soltanto tre anziane ebree, poiché altre dodici ebree erano state portate in un appartato ripostiglio dell'istituto. Furono recluse a San Vittore madre Donata Castrezzati e la sua segretaria suor Simplicia Vimercati. Il 17 luglio fu perquisito l'ospizio maschile e arrestata madre Clara Filippini, che aveva però fatto a tempo a mettere in salvo gli ebrei ospitati. L’intervento del cardinal Schuster riuscì a ottenere il 3 agosto il rilascio delle tre religiose, acconsentendo al loro "confino" nell'istituto per Frenastenici di Grumello al Monte (Bergamo). Dalla documentazione raccolta risulta che le suore Poverelle, tra ebrei e altri ricercati (resistenti e renitenti), accolsero 200 persone in via Aldini e 165 in via Gattamelata.

Un'altra oasi di salvezza per ebrei e ricercati fu il convento di clausura di S. Quirico ad Assisi, dove era abbadessa madre Giuseppina Biviglia, che fu indotta ad aprire le porte del suo convento dal vescovo Giuseppe Placido Nicolini. A portarvi i primi ebrei fu il guardiano del convento di San Damiano padre Rufino Niccacci; vi furono ospitate le famiglie Kropf, Gelb, Baruch, Jozsa e altre. Gli uomini stazionavano in un dormitorio, le donne e i parenti anziani nei locali della foresteria. A tutti vennero forniti documenti d'identità contraffatti per iniziativa di padre Rufino che coinvolse nell'impresa rischiosa il tipografo assisano Luigi Brizi, che produsse documenti falsi anche per la rete clandestina toscana (ritirati dal ciclista Bartali). Tutto funzionò a dovere fino al 26 febbraio 1944, quando qualcuno dei rifugiati, che era uscito dal monastero, fu fermato e rivelò di essere alloggiato a San Quirico. Ci fu una perquisizione, ma mentre madre Giuseppina teneva testa ai funzionari di polizia, gli ebrei riuscirono a mettersi al sicuro negli antichi sotterranei del monastero, da dove nelle notti seguenti uscirono per altre destinazioni.

A Roma nel 1943-44 vi erano 475 case religiose femminili; circa 150 offrirono ospitalità a ebrei e ricercati. Gli oltre 4.400 ebrei nascosti a Roma in strutture religiose erano collocati in maggioranza presso istituti di suore. Molte madri superiore si mossero di loro iniziativa, altre attesero indicazioni da parte di sacerdoti amorevoli in contatto con il Vaticano, soprattutto quando doveva essere violata la clausura. Un documento del 1945 ha assegnato il maggior numero di ospiti ebrei ai seguenti istituti: Suore di Nostra Signora di Sion (187), Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue (136), Suore del Buono e Perpetuo Soccorso (133), Maestre Pie Filippini (114), Oblate Agostiniane di Santa Maria dei sette dolori (103), Suore Orsoline dell'Unione Romana (103), Suore della Presentazione (102), Adoratrici Canadesi del Prezioso Sangue (80), Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento (76), Figlie del Sacro Cuore di Gesù (69), Suore Compassioniste Serve di Maria (63), Suore di San Giuseppe di Chambery (57).

Le suore furono inoltre molto attive negli ospedali per nascondere i ricercati, per far fuggire i degenti che rischiavano la deportazione o la fucilazione: all'Ospedale di Niguarda a Milano suor Teresa Scalpellini e poi suor Giovanna Mosna, dell'Istituto di Carità delle Sante Capitanio e Gerosa, furono protagoniste di molti interventi in questo campo e si mossero in sintonia con i medici Cazzullo, Rizzi, Gatti-Casazza, Grossoni e con le infermiere Minghini, Berti, Modone e Colzani.

Preziosa si rivelò la presenza delle suore nelle carceri, dove alcune figure ricevettero un attestato unanime di stima e di riconoscenza. A suor Giuseppina De Muro, religiosa delle Figlie della Carità con convento nel quartiere popolare di San Salvario a Torino, era stata affidata la responsabilità del settore delle detenute politiche nelle carceri, controllato dai tedeschi, sottoposto a disciplina molto rigida. Con le sue consorelle, una decina, fece entrare di nascosto in carcere indumenti e generi alimentari da distribuire alle detenute bisognose, in particolare alle ebree anziane prelevate in fretta e furia dalle case di riposo dove erano ricoverate. Poi ottenne di fornire medicinali ai detenuti: questo le permise di portare loro viveri, di diventare il tramite per informazioni familiari e politiche, di provvedere ai bisogni di una ventina di sacerdoti arrestati per aiuto a ebrei e partigiani. Su iniziativa delle Figlie della Carità fu anche allestita una infermeria.

A San Vittore fu suor Enrichetta Alfieri a conquistare i cuori dei detenuti. Vi era arrivata nel 1923. Fernanda Wittgens, direttrice della Pinacoteca di Brera, detenuta a San Vittore dal luglio 1944 ha testimoniato che suor Enrichetta "si prodigava per tutti, sempre presente, sempre carica nel soggolo, nella cuffia, nelle vesti, fin nelle scarpe, di messaggi, cibi, denari, nonché di lime d'acciaio". Molte decine furono i detenuti politici liberati e centinaia quelli a cui fu dato qualche soccorso. Per aver fatto uscire dal carcere un biglietto di una detenuta ai familiari e avervi a sua volta scritto alcune frasi, suor Enrichetta fu arrestata il 23 settembre 1944 con l'accusa di spionaggio e intesa col nemico e posta in una cella di isolamento. L'intervento del cardinal Schuster ottenne la sua liberazione il 7 ottobre, a condizione di un suo allontanamento: suor Enrichetta raggiunse le tre suore dell'Istituto Palazzolo confinate a Grumello al Monte. Fece ritorno a San Vittore il 6 maggio 1945, accolta con entusiasmo dai detenuti. Del gruppo di suore di San Vittore ha scritto Maria Massariello Arata, detenuta a San Vittore nei mesi di luglio e agosto 1944 e poi deportata a Ravensbruck:

 «Ricordo con animo pieno di commossa gratitudine le revende suore di San Vittore: la madre superiora suor Enrichetta Alfieri, suor Gasparina, suor Vincenza, suor Onorina e le altre ancora. Sono anch'esse nobili figure della resistenza milanese. Con i maniconi della loro veste, le loro S. Messe in San Vittore, quanti biglietti portarono fuori dal carcere! Erano biglietti di collegamento dei carcerati con l'attività clandestina esterna che continuava, erano avvisi salutari, esortazioni alla prudenza. E tutto questo con grave pericolo. Vegliavano anche sugli interrogatori che avvenivano in una camera con finestra ad inferriate che dava sul giardino. Una sera quando il mio interrogatorio si prolungava più del consueto tra minacce di torture varie, approfittando di un'assenza del tenente e dei suoi collaboratori che erano andati a rifocillarsi, suor Vincenzina comparve tra le sbarre e mi porse un rosso d'uovo con marsala».

Un altro "angelo" delle carceri fu suor Demetria Strapazzon, che operava nella prigione di San Biagio a Vicenza. Si occupò soprattutto dei detenuti che mancavano di tutto, di vestiti e di viveri supplementari. Nell' autunno del 1943 si curò in particolare dei detenuti slavi, che da un anno non avevano contarti con le famiglie. Nei mesi seguenti ebbe a interessarsi dei resistenti torturati, cui medicava le piaghe, somministrava calmanti; assistette i condannati a morte, trascorrendo con loro le ultime ore e confortandoli con amore materno; introduceva in carcere viveri. Sentendosi spiata ed accusata, teneva preparata una valigetta nel caso venisse deportata all'improvviso. A fine guerra il capitano partigiano Gaetano Bressan la ringraziò con una lettera per l'opera da lei svolta "con tanto spirito di abnegazione e di cristiana pietà nei riguardi dei patrioti detenuti nel periodo della dominazione nazifascista".

Queste donne coraggiose uscite dall'anonimato, rappresentano centinaia di altre suore che nelle carceri, negli ospedali e nei loro istituti si sono schierate dalla parte delle vittime e di chi era nel bisogno: con scarsa o nessuna coscienza politica inizialmente, poi man mano sempre più consapevoli delle loro scelte orientate a salvare vite in nome del senso umanitario e della carità cristiana che faceva loro riconoscere nei sofferenti il volto del Signore a cui si erano consacrate.

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore

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Da “I miei sette figli” di Alcide Cervi

25 Novembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

25 novembre 1943 70°anniversario della cattura dei fratelli Cervi nella loro casa. 

 Nell’introduzione del libro "I miei sette figli" di papà Cervi, Sandro Pertini ha scritto:

«La storia dei Cervi dimostra come si possa diventare antifascisti partendo dai valori più elementari ed essenziali: l'amore per l'uomo, il culto della famiglia, la passione per il lavoro dei campi» 

  papà Alcide Cervi mamma Cervi

«I miei figli hanno sempre saputo che c'era da morire per quello che facevano, e l'hanno continuato a fare, come anche il sole fa l'arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte.

i sette fratelli Cervi

E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada».

(In Emilia le pietre funerarie, che indicano il luogo ove fu fucilato un partigiano, sono situate in mezzo ai campi).

Nella vita eravamo così: otto eravamo uno e uno tutti e otto.

Uno che conosce l'agricoltura emiliana, sa che la maggiore produzione sta nel latte, che il “capitale” sono le vacche. Ma tutto dipende dal foraggio, che dev’essere parecchio e di buona qualità. Così il latte viene abbondante, grasso e saporoso ...

Nei dintorni di Campegine c’eran tutte gobbe e buche, e con una terra così il foraggio non viene bene, perché l'irrigazione è difettosa, l'acqua stagna nelle buche e fa il marcio. Il foraggio viene poco e cattivo, il latte magro e misero, il contadino povero e disperato.

Aldo studiava sempre come si poteva fare per cambiare metodo e leggeva libri. Era abbonato a riviste di agricoltura e alla Riforma Sociale che era diretta da Einaudi.

Lì c’era un articolo che parlava dei terreni come i nostri, a gobbe e buche, e spiegava come si poteva livellare.

Cercano un nuovo terreno non più a mezzadria ma in affitto: lo trovano ai «Campi rossi» di Gattatico.

E così facemmo San Martino (significava fare trasferimento) in una giornata di novembre, il mese di San Martino.

Il primo carro prese il cammino, e dietro gli altri. lo e Genoveffa avanti sul biroccio, poi i carri con le donne e i bambini in cima, dietro le bestie, e intorno, avanti e sempre cambiando posto, i sette figli in bicicletta.

La sera ci mettemmo tutti a studiare il piano per lo sterro. Aldo dirigeva l'impianto vagoni e binari, Gelindo doveva fare con gli altri fratelli le squadre sterratori e i turni, Agostino e io pensavamo ai picchetti per il livello.

E tutto il giorno si lavorava e si cantava. La sera,ci riunivamo nella stalla e si faceva il bilancio del giorno e si fissavano i metodi di scavo per l’indomani.

Da allora tutti i contadini della zona impararono a livellare. E oggi nel reggiano non si trovano più appezzamenti a gobbe e buche.

Intanto Aldo fa sempre attività politica, e adesso ha trovato un altro sistema per organizzare la gente. Ci sono i confinati politici, tanti in quella epoca, che là dove stavano gli davano poco da mangiare, così Aldo va nelle case dei contadini, a Campegine, e chiede se vogliono mandare un pacco a persone bisognose che lottano anche per loro, e lì approfittava per fare la predica. Gli emiliani sono stati sempre di cuore per queste cose, anche gente non politica, e quasi sempre il pacco veniva fuori. Così la popolazione si affezionava e veniva all'antifascismo. Poi Aldo faceva le collette, le sottoscrizioni, e tutti volevano che andasse alla casa loro, perché gli piaceva sentirlo parlare.

In quel tempo tenemmo nascosti anche molti ricercati politici.

Certi contadini, ormai, ci guardavano preoccupati e qualcuno aveva persino paura a parlare con noi, ma i più ci seguivano nella lotta. Così Aldo pensò che bisognava incoraggiare, far capire che il fascismo non ci fermava nel progresso e che noi eravamo sempre in testa nel lavoro e nella tecnica.

A quel tempo, di trattori quasi non ce n'erano nella bassa, i contadini aravano ciascuno per proprio conto e a fatica. Invece se avessimo comperato un trattore, lo si sarebbe prestato anche agli altri, sarebbe stato un modo per rinvigorire l'amicizia con i contadini più sospettosi. Così Aldo andò a Reggio e comprò un trattore Landini, con quello venne fino a casa, e imboccò la strada nostra tra gli sguardi di tutti i vicini. Molti andavano appresso, altri correvano per rivederlo passare e guardare bene i cingoli e gli ingranaggi, per avere cognizione. Aldo salutava tutti in cima al trattore, e teneva vicino un mappamondo, che girava e rigirava, secondo le buche. - Porto a spasso il mondo, - diceva allegro, - e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo.

Intanto si arriva al 1940, e l'Italia entra in guerra.

Aldo andava in giro per le case di sera a leggere e spiegare L'Unità, l’Avanti, e qualche quaderno di Giustizia e Libertà.

Diceva di Hitler che invadeva l'Europa e spiegava che cos'è l'imperialismo. Faceva l'esempio degli industriali che ci sono in Italia, di quanto rubano al contadino e all' operaio, sulla forza lavoro, sulla luce elettrica, sui concimi chimici, sui prezzi dei prodotti agricoli, sugli attrezzi industriali, e spiegava la concorrenza tra i monopoli, italiani ed esteri, così i contadini capivano la ragione della guerra come se leggessero sul libro dei conti.

Un bel giorno la Lucia (era un’amica dei Cervi) portò nella nostra casa una macchina a inchiostro per stampare i manifestini antifascisti. Aldo li scriveva, per i mezzadri, gli affittuari, gli artigiani, con una parola buona per ciascuno, e poi Gelindo faceva funzionare la macchina, che era divenuto un lavoro di casa come gli altri.

Per il socialismo i miei figli avevano una venerazione grande, perché ci vedevano la giustizia sociale e l'uomo emancipato. Ci vedevano i sogni fatti dai padri, dai primi predicatori reggiani dell'emancipazione, il vangelo che diventa terra, ferro, e leggi per la contentezza dell'uomo, contro i prepotenti e i ladri. Tutta la mia famiglia ha sempre sentito che gli uomini sono uguali e che devono essere uniti per il progresso.

Ferdinando aveva passione per le api perché ci vedeva la società giusta, organizzata nel lavoro, come quella socialista, diceva.

Intanto l'Annona (L'Annona era un servizio comunale preposto al razionamento dei generi alimentari durante la guerra), per dare grano e carne ai banditi fascisti, tortura i contadini con le spiate, le persecuzioni, i ricatti. Tutto all'ammasso, grida il fascio, e invece l'organizzazione clandestina diceva: niente all'ammasso! (Conferire all'ammasso era un obbligo sancito dal governo fascista per cui tutti i prodotti alimentari venivano contingentati). I miei si mettono subito a convincere i contadini, che non sapevano come difendere il «capitale» dalla requisizione. Aldo ha un'idea strategica. Ai contadini che avevano dato tutto il bestiame all'ammasso e non avevano carne per sfamarsi, dà carne a volontà, ma a prestiti di breve scadenza, così quei contadini dovevano salvare qualche capo dalla requisizione per restituire il dato. E quando si presentavano operai di Reggio, e spesso operai delle officine meccaniche Le Reggiane, dove si riparavano aerei tedeschi e si fabbricavano aeroplani italiani, Aldo dava carne e farina, purché gli portassero pezzi di motore degli aeroplani. Così la resistenza alla guerra non era più fatta solo sulla propaganda, ma sulla lotta per vivere. Una volta un operaio delle Reggiane portò la testa di un cilindro di uno Stukas e Aldo disse che il sistema cominciava a funzionare.

Insieme alla carne e alla farina, Aldo ci metteva in sovrappiù la stampa clandestina, così i contadini capivano il perché di quel baratto. Noi non davamo un grammo all'ammasso.

Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull' aia.

Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo.

Aldo  propone:

- Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese.

Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie.

A Campegine, chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande, e tutti fanno onore alla pastasciutta celebrativa. Ma si avvicinano i carabinieri, e vogliono disperdere l'assembramento. Gelindo si fa avanti e dice:

- Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi.

E i carabinieri si mettono a mangiare.

Intanto i fascisti erano spariti come scarafaggi nei buchi.

A Reggio il governo Badoglio si fece capire nemico del popolo, più che in tutte le altre zone d'Italia. Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace. Era il 28 luglio 1943.

Le Reggiane diventarono un centro di lotta contro la guerra. Se ne accorsero poi i tedeschi quando facevano riparare i loro Stukas che non si riparavano mai, o quando sparivano casse di proiettili, o pezzi di mitraglia, che finivano in montagna per i partigiani.

Arriva l'8 settembre.

La notte del 9 le divisioni corazzate delle SS occupano la città. Alla mattina i tedeschi fanatici sfilano per le vie del centro cantando.

La popolazione faceva come le sabbie mobili e inghiottiva i soldati per salvarli dai tedeschi. Venivano fatti entrare per le finestre, dai balconcini si calavano le corde, carri di fieno portavano soldati nascosti, donne si mettevano a braccetto con uomini mai visti, cosi che al distretto di Reggio su 200 soldati i nazisti ne trovarono solo tre. Lo stesso si faceva per i prigionieri anglo-americani scappati. Anche la nostra casa diventò una stazione di smistamento. Ma noi facevamo in modo diverso. Non soltanto volevamo che i soldati ci dessero le armi, e in cambio gli davamo i vestiti, ma a quelli che si presentavano senza armi gli dicevamo di andarne a trovare una e portarla. Così dopo qualche giorno i fienili sono diventati arsenali, e abbiamo finanche una mi­tragliatrice. La casa è piena di soldati e le donne la sera preparano il rancio. Intanto i ragazzi sono in giro per cercare abiti civili, perché quelli che abbiamo non bastano. Alla notte c'è il trasferimento. I soldati, vestiti da contadini, se ne partono a gruppi, con biciclette che ci siamo fatti dare in prestito.

Intanto in tutto il reggiano i contadini e gli operai cominciano a muoversi e ci arrivano le direttive contro l'invasore tedesco. Cominciano gli atti di sabotaggio, e i contadini assaltano gli uffici dell'ammasso per non lasciare il grano ai tedeschi.

Nascono i GAP (Gruppi di azione patriottica).

I miei figli organizzano un piano per far scappare i prigionieri del campo di Fossoli. Di notte vanno ai lati del campo, tagliano il filo spinato. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una. caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni. Ci sono diverse nazionalità, inglesi, americani, russi, neozelandesi, e parlano ognuno la propria lingua.

C'erano tutti gli alleati. Una sera dopo cena, ci mettiamo a cantare canzoni ognuno del proprio paese e d'improvviso viene fuori il canto dell'Internazionale. La sapevano tutti e la cantavano nella loro lingua, ma quella sera c'era una lingua sola e un cuore solo: l'Internazionale.

Tutti vogliono partire tranne i russi che chiedono di combattere.

Aldo si mise poi in contatto con i compagni che già lavoravano in montagna.

Veniva l'inverno, difettavano i collegamenti, così dal Comitato di Liberazione di Reggio viene l'ordine di ritirarsi dalla montagna.

Ormai, però, i prigionieri erano diventati troppi a casa mia, allora erano trenta. Ai primi di novembre, il Comitato di Liberazione vuole sfollati i prigionieri, ché il rischio è troppo grande. L'ultimo scaglione deve partire il giorno 25.

Così viene la notte, quella notte del 25 novembre, quando i fascisti, sicuri di trovare i prigionieri, perché avevano avuto la spiata, circondano la casa nostra.

Non era ancora l'alba, pioveva a dirotto, e noi dormivamo tutti. A un certo punto ci svegliano i lamenti del bestiame e colpi di fuoco ... Sparano dai campi intorno alla casa ... - Cervi, arrendetevi!

Non diciamo parola e prendiamo subito le armi. Le donne trascinano nelle stanze le cassette delle munizioni ...

Intanto noi abbiamo infilato le pistole tra gli scuri, Aldo ha un mitra e apre il fuoco. Anche gli stranieri sparano con noi. Ci rispondono altri colpi e il fuoco dura qualche minuto. Poi noi cominciamo a scarseggiare nei tiri finché ci guardiamo tutti e ci parliamo nelle stanze, le munizioni sono finite. Aldo guarda dalla finestra verso il fienile, vede un bagliore, e dice: brucia, non c'è più niente da fare.

Io dico: non mi arrendo a quei cani, andiamo giù tutti quanti, è meglio morti che vivi. Aldo mi ferma e dice: no, papà, che ci sono le donne e i bambini. Meglio arrendersi.

Aldo ci riunisce e dice: - Sentitemi bene. Quando ci interrogheranno, solo io e Gelindo ci prenderemo la responsabilità. Gli altri non sanno niente, è chiaro?

Entrarono nell'aia due autocarri, poi ho saputo che erano venuti in 150 uomini per prenderci. La casa bruciava, e ora si vedevano i fascisti armati fino ai denti ...

La madre li abbracciava tutti come poteva, e se li stringeva al petto, e li carezzava sul capo, e piangeva e diceva: meglio morire, meglio morire ... Ci portano via, mentre le donne e i bambini restano soli nella casa che brucia.

Continua a piovere, così forse l'incendio finirà presto.

Ma poi ho risaputo che sì, l'incendio è finito presto, ma che i fascisti, appena andati via noi, si sono messi a rubare e a saccheggiare tutto, mobili, macchine, copertoni, e poi bruciarono i libri, li strapparono e se li misero sotto i piedi.

In carcere vengono interrogati e pestati. I sette fratelli pensano un piano di fuga.

I fascisti aprono la porta della nostra cella e gridano: Famiglia Cervi, fuori!

Io esco in testa, ma mi dicono: - Tu che vuoi, sei vecchio, torna indietro.

- Sono il capo famiglia, e voglio stare insieme ai miei figli. Ma intanto viene un contrordine, tutti di nuovo nella cella, ancora non è pronto.

Ci dicono: tornate a dormire, sarà per domattina.

All'alba nuova chiamata, ed escono i miei sette figli. Chiedo dove li portano.

- A Parma, per il processo, - mi rispondono. E li portano via alla svelta, faccio in tempo appena a salutarli.

Il 7 gennaio 1944 il carcere viene bombardato.

Le mura del carcere crollano in mezzo a un iradiddio di schianto e di polvere. Io mi infilo dentro il buco che serviva per l'accettazione dei pacchi, e salto nella strada, altri nascosti dalla polvere passano attraverso il crollo ... io prendo la Via Emilia ... mi volto verso Reggio: vedo fiamme e fumo, nel cielo arancio ... una famiglia che conoscevo mi dà una bicicletta ... Arrivo a casa alle 23 e tutti dormivano. Entro, guardo l'attaccapanni, i figli non erano tornati ... - Si sa niente dei figli?

La moglie risponde come distratta: - Se non lo sai tu, noi non sappiamo niente ... - Li hanno portati a Parma per il processo ... - E se non li avessero portati a Parma, se fosse una bugia? - diceva la moglie ... - Se non li hanno portati a Parma li avranno deportati in Polonia a lavorare ...

Per un mese e mezzo non mi disse parola sui figli. Aspettava sempre che mi rimettessi dall'ulcera e dalla prigione, e così ogni sera andava a letto con il segreto nel cuore e in più con me che non capivo e parlavo di loro come se fossero vivi ...

- I nostri figli non torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette. Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: - Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti.

Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso ... li avevo salutati con la mano, l'ultima volta, speranzoso ... invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l'illusione, e mi hanno salutato sorridendo; con quel sorriso mi davano l'ultimo addio.

Che ne sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita.

Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto!

La certezza della loro causa, i partigiani, le donne, i compagni, gli operai, i fiori, le lapidi, gli affetti, che da tutte le parti abbracciano i miei figli, mi hanno dato una forza enorme che mi fa resistere alla tragedia.

Così si erano svolti i fatti che avevano portato all'uccisione: un gappista, il 27 dicembre, fece giustizia del segretario fascista di Bagnolo in Piano. I gerarconi della provincia si riunirono funebremente la notte stessa davanti al morto, e giurarono vendetta: - Uno contro dieci, - gridavano quelli che avevano imparato dai tedeschi. Ma qualcuno suggerisce l'idea: - Fuciliamo, i sette fratelli Cervi ... Infatti li portano al Poligono di tiro ...

A casa, Genoveffa aveva lasciato la direzione dei lavori alla nuora più anziana ... gli occhi suoi non erano più di questa terra e la mente era lontano, coi figli suoi ...

I fascisti ci avevano bruciato la casa quando ci arrestarono, poi ci ammazzarono i figli, ma non gli bastava e vennero a bruciarci ancora il 10 ottobre del 1944. A quella data eravamo solo due vecchi, quattro donne e undici bambini ... Così vennero di notte e diedero fuoco al fienile, poi scapparono via.

Usciamo dalla casa e ci mettiamo a gettar acqua, con i bambini e tutti. Genoveffa quando vide le fiamme, risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Cosi cadde di colpo e il cuore non resse, gli era venuto l'infarto. Rimase a letto per un mese ... Morì il 14 novembre del 1944, senza avere conoscenza ...

(Siamo nel 1955, quando è uscito il libro)

Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini».

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Silvio e Bruno Trentin: biografie di due protagonisti della Resistenza italiana

23 Août 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».  

Bruno Trentin parlando del padre Silvio

 

Ai primi di settembre 1943 Silvio Trentin torna dall'esilio con la moglie e i due figli maschi Giorgio e Bruno. Nato a S. Donà nel 1885, docente di diritto dal 1911, volontario nella prima guerra mondiale, deputato nel '19, grande giurista antifascista, in seguito all' emanazione del decreto legge del 24 dicembre del '25 che privava tutti gli impiegati dello Stato della loro libertà politica e intellettuale, si era dimesso dall'insegnamento con una nobilissima lettera di denuncia dell'incompatibilità dell'obbedienza alla legge fascista con il rispetto delle proprie idee. Soltanto altri due docenti in Italia compiono allora lo stesso gesto: Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti.

Nel febbraio del 1926 decide di espatriare in Francia. Lo accompagnano la moglie Beppa Nardari, trevigiana, e i due figli Giorgio e Franca, di otto anni e mezzo e sei. È stato per loro un viaggio di distacco doloroso - dalla patria, dagli affetti, per i due bambini dai giochi con gli amici, dalla lingua.

Trentin per sopravvivere si dedica per molti anni ai lavori più umili, di agricoltore e di operaio tipografo, ma continua a studiare, scrive molti trattati giuridici; è fra i promotori della concentrazione antifascista, fra i fonda tori con Carlo Rosselli del movimento Giustizia e libertà; ospita nella sua libreria di Tolosa le figure più note dell'antifascismo italiano ed europeo.

numero unico giornale Liberer et Federer 

Durante la guerra civile spagnola si reca più volte al fronte. E tra i più attivi organizzatori della resistenza francese fin dagli esordi nel '40. Fonda il movimento Libérer et fédérer. Dopo l'11 novembre 1942, allorché le truppe tedesche occupano l'intero territorio metropolitano francese, è costretto a passare in clandestinità.

Dopo quasi 18 anni di esilio, per Silvio Trentin, sua moglie, il figlio primogenito Giorgio, questo, del settembre '43, è stato indubbiamente un viaggio di ritorno. Un ritorno in patria. Un ritorno a casa. La casa del padre di Beppa, Francesco Nardari, in via Filippini, a Treviso.

Per Bruno era invece un viaggio di andata. In un paese sconosciuto. Un'andata che comportava l'abbandono di quella che considerava la sua patria - la Francia -, la sua città - Tolosa.

Bruno è nato dieci mesi dopo l'arrivo in Francia della famiglia, nel dicembre del '26. La sua nascita segna - cronologicamente e simbolicamente - l'inizio di una vita nuova per i coniugi Trentin. Bruno giunge in una famiglia con un passato a lui sconosciuto, che non gli appartiene. I fratelli possiedono il sentimento della nostalgia per un passato che continua ad esistere nella loro fantasia, nei loro ricordi. Hanno la consapevolezza, come possono averla dei bambini, del quando e del perché è avvenuto questo mutamento radicale della loro esistenza.

Bruno conosce solo le scomodità della vita d'esilio, l'incongruenza tra gli stenti patiti e la magnificenza degli antichi mobili veneziani che la madre era riuscita a portare con sé (ma di cui sarà presto costretta a disfarsi per avere di che vivere). Vive da bambino povero, ma figlio di un padre che percepisce come prestigioso, un padre di cui essere orgoglioso, un padre con una doppia vita, che di giorno lavora come operaio in una tipografia e la sera, nell'«altra sua esistenza» di militante antifascista, scrive trattati di diritto, riceve persone importanti che vengono da lontano, organizza l'attività clandestina che si svolge in Italia.

Bruno fa fatica anche a comprendere la lingua dei genitori.

In una lettera ad un amico di famiglia di S. Donà, del novembre del '28 - Bruno ha due anni - la madre scrive: «le prodezze di Bruno che comincia a parlare una dolce lingua misto di francese e d'italiano costituiscono la nostra sola distrazione». Bruno stesso parla divertito di questa lingua mista che si era costruito nel tempo, «uno swahili, [...] fatto di francese, di veneto, di un po' d'italiano». Vive con un certo disagio questa «alterità» rispetto ai genitori che sente quasi come stranieri, «non solo italiani - dice - ma veneti». Lui cresce sentendosi completamente francese. La mediazione avviene con i fratelli con i quali anche in casa parla esclusivamente in francese. Ha l'esigenza primaria di integrarsi con gli altri bambini, «il bisogno - dice - di essere riconosciuto dai miei simili ... liberandomi da tutte le tracce possibili della mia origine». Arriva a cambiarsi il nome, a farsi chiamare dagli amici non Bruno ma Jacques. Cresce con questo «sentimento di una vita divisa», con «la percezione di questa anomalia di cui ero molto anche compreso e fiero, nello stesso tempo l'avvertivo come il segno di un paese diverso, di una storia diversa che non mi apparteneva».

Con il padre ha un rapporto di identificazione e di conflitto. Era un uomo «intransigente, con un'altra faccia assolutamente contraddittoria, e cioè il gusto per lo scherzo gioioso, e quindi io ho vissuto nella storia della mia infanzia queste due facce, compreso il conflitto con la faccia austera e severa di un uomo [...] "tutto d'un pezzo" con il quale avevo un rapporto di timore e anche di rivolta, e dall'altra parte un uomo che esprimeva una capacità di comprendere gioiosamente la vita». Ma tutta la famiglia «era una famiglia piena di allegria e di rigore». D'altra parte il padre stesso, pur così severo ed esigente con lui, non poteva non riconoscersi nell'esuberanza ribelle di Bruno. Silvio, studente brillante, si era fatto cacciare dal Collegio Nardari da quello che sarebbe poi diventato suo suocero, il commendatore Francesco Nardari, per episodi piuttosto sconvenienti di mancanza di rispetto delle regole vigenti nel prestigioso convitto di via Filippini, frequentato dai figli della crème della borghesia veneta. Nel lessico familiare dei fratelli Trentin ricorre spesso il racconto delle «farse di famiglia», delle burle e dei travestimenti del padre, lui così austero e riservato con gli estranei (e anche in questo aspetto Bruno gli assomiglierà!).

Il padre si portava appresso Bruno, nei fine settimana, nelle festività, durante le vacanze scolastiche, in passeggiate in campagna di decine e decine di chilometri, per l'intera Gua­scogna, alla ricerca dei luoghi mitici dei moschettieri, di D'Artagnan, del Graal, dei catari, e questa passione Bruno la coltiverà sempre, per i miti, per i cavalieri solitari, per i templari, per gli antichi manieri. Ricorderà sempre con grande tenerezza questi lunghi «pellegrinaggi a due», questi momenti di intimità e complicità con il padre. Divenne un lettore appassionato di libri di avventura. In una lettera non datata ad un amico di famiglia di S. Donà, elenca i libri appena letti e ne «ordina» altri, la saga di Sandokan, ad esempio. «Fin da piccolo - ricorda la sorella Franca - ci dava preoccupazioni, perché era un ribelle permanente, pieno di progetti di riabili­tazione dei vinti della storia e aveva sempre delle iniziative spericolate». Quando scopre poi la storia degli indiani, si appassiona alla loro sorte, ne fa una bandiera della lotta contro l'ingiustizia e la sopraffazione, tanto da tenere frementi comizi casalinghi alla sorella - la sua protettrice! - contro Davy Crockett e Buffalo Bill. Dopo la guerra, quando va negli Stati Uniti d'America, ad Harvard, acquista sei incisioni di capi indiani e le appenderà in camera sua, prima qui a Treviso, e poi nelle sue abitazioni di Roma, dove resteranno appese, fino alla fine.

Ma spesso la sua esplosiva voglia di autonomia doveva essere contenuta, castigata. Ecco allora i frequenti tentativi di fuga: aveva una sua valigetta, ci metteva dentro qualche indumento, un libro, e scappava. E il fratello doveva poi andare alla sua ricerca per le colline intorno ad Auch. Nel '36 - a dieci anni - all'epoca del naufragio dell'esploratore Charcot, organizza una spedizione con una banda di amici per andare alla ricerca delle sue spoglie, preparando uno zaino in cui ripone tutte le scorte di latte condensato messe sotto chiave dalla madre che scopre in tempo il furto e si mette in allarme.

Partecipa con i fratelli alle attività scoutistiche, ma, da adolescente, capeggia delle bande quasi «con dei rischi delinquenziali». Il suo cruccio è sempre quello: il peso di questa «duplice identità», «di figlio di un militante, figlio di un uomo molto impegnato nella lotta politica di cui ero molto fiero; e poi l'identità di uno che voleva essere altro, che si sentiva un francese che cercava [...] di ricostruire una identità alternativa a quella di mio padre».

Nel '34 la famiglia si trasferisce a Tolosa dove con l'aiuto di familiari e amici può acquistare una libreria.

Silvio Trentin a Tolosa

A otto anni Bruno assiste ad una scena che colpisce molto la sua fantasia: gli scontri tra una manifestazione di sinistra contro i tentativi di putsch della destra e le guardie repubblicane a cavallo, la carica delle guardie, i dimostranti che fanno scivolare su delle biglie d'acciaio i cavalli che stramazzano a terra: «la prima mia immagine di come una battaglia politica potesse diventare un fatto drammatico». Non è più una storia d'invenzione, un'av­ventura di Sandokan, ma la percezione che le cose di cui si occupa suo padre possono rivestire aspetti emotivamente coinvolgenti, di alta tensione.

La guerra di Spagna è lo spartiacque, «il primo grande momento di presa di coscienza che ha attraversato le giovani generazioni di tutte le culture», un fenomeno di dimensioni internazionali. La libreria e la casa Trentin diventano il centro di smistamento, meta dei volontari che accorrono da vari paesi in soccorso dei repubblicani spagnoli, un va e vieni continuo di giovani dalle varie nazionalità e lingue. I tre ragazzi Trentin cedono spesso i loro letti in quei mesi, dormono su giacigli di fortuna. Bruno s'infiamma ai racconti rivoluzionari di questi giovani volontari. Alcuni di questi non torneranno indietro, muoiono al fronte, e Bruno ne prova un acuto dolore. Gli resta la «cattiva coscienza» per non aver partecipato a questa guerra, nonostante non fosse che un ragazzino. Dopo la sconfitta la libreria e la casa ridiventano luoghi di passaggio all'incontrario, molto più mesti. Arrivano, oltre ai volontari, gli spagnoli che fuggono da Franco, perfino ex ministri del governo repubblicano. Casa Trentin divenne allora una sorta d'ambasciata, dirà Lussu. Bruno si impegna molto nell'aiutare i suoi a soccorrere gli esuli spagnoli nei campi di concentramento vicino a Tolosa.

Proprio grazie alla guerra di Spagna matura la volontà di aderire alla stessa battaglia di suo padre: «si è precisato [...] questo bisogno di partecipare alla stessa avventura di mio padre e di essere invece su un altro fronte». C'è sempre questa esigenza di autonomia, di marcare la sua identità diversa. Legge Kropòtkin, un grande libertario russo, teorico dell'anarchia, anzi teorico di un comunismo libertario a base federalistica e solidaristica. Sfida il padre: «il primo confronto serio [...] è stato quando io ho palesato in modo molto ingenuo [...] le mie prime letture entusiaste per i teorici dell'anarchia, mi ricordo il primo fu un libro di Kropòtkin che io divorai [...] E lui cercò di aprire un dialogo manifestando molto rispetto. Io invece mi inalberai di fronte a quella che ritenevo un po' essere una sottovalutazione della mia scoperta».

Questo confronto-scontro con il padre - dove è lui a cercare lo scontro - «accelerò in me il bisogno di impegnarmi ma nello stesso tempo di impegnarmi appunto in un mondo diverso». Così nel '41, a 15 anni, costituisce un suo gruppo, il Gif (Gruppo insurrezionale francese), di tendenze anarchiche, con altri compagni del suo liceo. Producono anche un giornale clandestino - è il periodo della repubblica di Vichy e Bruno utilizza ritagliandola la carta intestata della libreria di suo padre: un segno di infantilismo incosciente, ma anche la riprova che si trattava innanzitutto di «tentativi di ribellione all'autorità paterna». Organizzano delle uscite di attacco alle nuove formazioni fasciste del '42, ai cagoulards. Una notte riempiono i muri della città - siamo ormai nell'autunno - di scritte antifasciste. Vengono arrestati. Un commissario feroce li sottopone a duri interrogatori conditi da bastonate. E sconvolto dalla durezza della prova e in cella è rincuorato da un anarchico spagnolo: «ricordo che una prima notte ho avuto proprio la tentazione, sia pure molto adolescenziale [...] del suicidio [...] Chi mi salvò fu un anarchico spagnolo [...] che aveva appena fatto un attentato [...] mi ha coperto di un affetto straordinario in quelle due notti che ho passato in guardina prima di essere trasferito alla prigione, coprendomi con una coperta fra un interrogatorio e l'altro».

Viene chiamata la madre che accorre con la figlia. Il padre è già nella clandestinità, nascosto nelle campagne nei pressi di Tolosa dove sta organizzando la resistenza. Lui si presenta alla madre ammanettato, fiero e coraggioso. La madre gli va incontro e gli dà uno schiaffo violento, sibilandogli, quasi con «un tono velenoso», una frase: «Se fai il nome di tuo padre ti ammazzo». Questa frase inizialmente lo ferisce, ma poi dirà: «è uno dei ricordi più belli che ho». Questo schiaffo non fu salutare solo per la sua maturazione, ma anche dal punto di vista processuale, in quanto derubricò la faccenda quasi a ragazzata. Dopo un periodo di carcere e il processo - Bruno compie 16 anni in prigione - i ragazzi sono condannati alla detenzione in un campo di concentramento, ma nei fatti la gendarmeria li lascia fuggire, data la situazione di cambio della guardia con l'arrivo in città delle truppe tedesche. Il ragazzino piccolo e grassottello (soprannominato petit cul dagli amici) piuttosto spavaldo dopo pochi mesi di carcere - ricorda la sorella - era diventato un ragazzo serio, magro e con i pantaloni a mezz'asta, da tanto era cresciuto. Non può però tornare a casa. Si nasconde allora in una colonia di combattenti spagnoli rifugiati in alcune case contadine, dove alternano il lavoro dei campi ad azioni di maquis, organizzati nel Moi, il movimento di resistenza della manodopera immigrata.

C'è una figura qui che lo attrae particolarmente: è Horace Torrubia, un eroe della guerra di Spagna, uno studente di medicina, comunista, che aveva lasciato gli studi per combattere e aveva partecipato ad azioni quasi leggendarie, in Spagna e ora nella Francia occupata: Horace avrà una grande influenza, politica e psicologica, su Bruno, quasi un fratello maggiore - diventerà in seguito suo cognato - che incarna i suoi ideali rivoluzionari e una spregiudicatezza anche fisica che lo affascina. Per non perdere l'anno scolastico Bruno affianca i lavori dei campi allo studio, uno studio molto disordinato, discontinuo. Alla fine riuscirà a fare gli esami finali clandestini grazie alla complicità di alcuni insegnanti. Vive l'esperienza di questa vita comunitaria, coinvolto nell'ideazione e nell'organizzazione di attentati. Il 25 luglio - una notte di tempesta - arriva un compagno spagnolo con la lanterna e annuncia: è caduto Mussolini. Tutti si girano verso di lui, l'unico italiano. E lui non capisce perché, percepisce solo che era successo qualcosa di importante che riguardava suo padre. Solo due giorni dopo capisce, quando il padre lo fa chiamare e s'incontrano nel suo rifugio, gli spiega la situazione, che si era finalmente verificato il momento tanto sperato, che lui doveva rientrare in Italia perché ora si trattava di organizzare la resistenza militare. E gli propone di andare con lui. Bruno è restio ad accettare, sente che il suo posto è lì, in Francia, a fianco dei suoi amici anarchici e dei compa­gni spagnoli: «io vivevo ancora un'altra storia».

La trattativa padre-figlio si risolve con un patto scritto: Bruno accetta di seguire il padre in Italia, ma dopo questa breve parentesi sarebbe stato libero di rientrare in Francia per partecipare alla rivoluzione. E nell'intervista del '98 racconta: «Io accettavo [...] di seguirlo in Italia, di collaborare quindi col suo movimento, la formazione Giustizia e libertà, ma io mi sentivo sempre anarchico [...] e il mio grande obiettivo era quello di tornare in Francia appena la guerra fosse finita, per me il mio paese era quello; accettavo dal momento in cui la Resistenza era diventato un fatto internazionale, una grande battaglia internazionale; per me qualsiasi paese andava bene e quindi anche l'Italia».

Agenti del controspionaggio organizzano il ritorno - piuttosto rocambolesco - di Trentin con i due figli attraverso Andorra, Portogallo, Algeria, Sicilia, da dove sarebbe stato paracadutato nell'Italia del Nord. Ma la traversata dei Pirenei si rivela drammatica per un attacco di cuore di Silvio. Devono tornare indietro. Si tenta un'altra strada: attraversare la frontiera fra Nizza e Ventimiglia. Ma nel frattempo una delibera del Governo Badoglio permette agli esiliati di ottenere i passaporti legali, che infatti vengono rilasciati ai Trentin verso il 20 di agosto. Attendono la Beppa che li raggiunge. Solo Franca resta, la sola naturalizzata francese. Sembra una scelta provvisoria: li raggiungerà appena possibile. Invece non sarà più possibile fino alla Liberazione, nell'estate del '45. Resterà tagliata fuori, a lungo senza notizie della famiglia, per due anni (Franca aveva organizzato con la madre e i fratelli l'accoglienza degli esuli spagnoli nei campi di concentramento; durante l'attività antifascista del padre, nel movimento Libérer et fédérer e poi in clandestinità, aveva svolto il ruolo di staffetta per tenere i collegamenti con il Comitato clandestino di Giustizia e libertà. Dopo la partenza della famiglia, dà in gestione la libreria e si rifugia nella casa mezzadrile degli spagnoli repubblicani, continuando a fare la staffetta fino alla liberazione di Tolosa. Sposa nel marzo del '44 Horace Torrubia, ma apprenderà solo dopo parecchio tempo della morte del padre. Riuscirà a raggiungere la madre e i fratelli soltanto nell'estate del '45. Nel viaggio, si ferma a Milano dove riesce ad incontrare Bruno).

Questo viaggio verso l'Italia, visto inizialmente come qualcosa di provvisorio, cambierà la vita di Bruno, i suoi progetti per il futuro, e soprattutto il rapporto con il padre: «da quel momento lì fino [...] alla sua morte io [...] ho ritrovato mio padre da tutti i punti di vista, cioè si è costruito quel rapporto che era in parte mancato nella prima adolescenza, un rapporto straordinario, io ho lavorato con lui e per lui nelle prime organizzazioni delle bande nel Veneto».

E in un'altra intervista, dice: «dal punto di vista personale, questo è il periodo più bello della mia vita, in Italia, con mio padre».

Viaggiano in treno verso il Veneto. Il 4 settembre arrivano a Mestre, il 5 a Treviso. Il «Gazzettino» preannuncia l'arrivo. E succede una cosa incredibile per Treviso: una folla festante accorre spontaneamente e li accoglie alla stazione. Un impatto esaltante, commovente, per Silvio, i figli, e la Beppa (una soddisfazione personale per lei, cui la scelta coraggiosa di seguire il marito con i figli nel faticoso esilio - era stata più volte rimproverata proprio nell'ambito dei familiari e degli amici della sua città).

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Vanno a casa del nonno Nardari, un francesista, liberale, anticlericale, che era stato anche sottosegretario, un illuminista europeo. Qui cominciano ad arrivare telegrammi e telefonate di felicitazioni, per due giorni c'è un susseguirsi di visite di omaggio. Trentin è festeggiato dagli esponenti locali del Partito d'azione. La sera un giornalista del «Gazzettino» si fa ricevere. L'articolo appare martedì 7 settembre: si esaltano il coraggio e il patriottismo, la rettitudine morale e le doti scientifiche e di educatore, la sua «fede nella virtù del popolo» e la grande dedizione alla patria.

Il 6 Silvio si reca con Bruno a S. Donà, sua città natale: un'accoglienza trionfale.

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L'8 settembre, l'armistizio. Il giorno dopo a Bruno in Comune a Treviso viene rilasciata la carta d'identità: avrà la residenza a Treviso fino al '49.

Silvio avvia da subito i primi contatti per organizzare la Resistenza. Bruno, in un colloquio con Zannoner nel 1974, ricorda tra le prime persone conosciute negli incontri avuti dal padre, Aldo Damo di S. Donà, rappresentante del Pci appena uscito di prigione, e il professor Antonio Giuriolo (cui Silvio affiderà la traduzione del suo saggio teorico Libérer et fédérer). Nei primi giorni dopo l'armistizio Bruno accompagna il padre in alcuni incontri con i generali Coturri, Loasses e Nasci a Treviso e a Feltre, per tentare - invano - di convincerli a distribuire armi alla Resistenza. Trentin è il primo a impostare nel Veneto un'attività di sabotaggio nei trasporti ferroviari. Tornano a S. Donà per cercare un rifugio, ma questa volta tutte le porte gli vengono chiuse. Silvio prende contatti con Marchesi e Meneghetti a Padova per creare il Comitato di liberazione regionale e viene eletto all'unanimità presidente del primo Esecutivo militare regionale.

Stende un Appello ai Veneti guardia avanzata della nazione italiana, che verrà pubblicato il 1° novembre sul giornale del Pda veneto «Giustizia e Libertà», sollevando molte discussioni, anche per la radicalità del linguaggio: la missione rivoluzionaria del proletariato, la necessità di darsi alla macchia, di armarsi e battersi non solo per scacciare i tedeschi, ma per rovesciare «il regime grottesco e crudele» del fascismo. Il 23 ottobre Trentin scrive una lunga lettera a Emilio Lussu in cui spiega la ragione per cui non accetta di entrare nella direzione centrale del CLN a Roma - il suo posto è qui, dove molti sono i giovani pronti a battersi, e che devono essere guidati - e ribadisce la sua posizione critica nei confronti di certe posizioni del Pda: la sua - ribadisce - è una posizione rivoluzionaria, per la volontà di «riorganizzare dalle fondamenta la società politica italiana» e non certo ripristinare sotto nuove vesti l'«Italietta piccolo-borghese» prefascista.

Nei mesi di settembre e ottobre padre e figlio cambiano spesso nascondiglio: per un periodo restano nascosti presso la famiglia Franceschini a Castelfranco, a casa Naletto a Noale, quindi a Mira nella villa del dottor Fortuni, e poi a Stra, ma si recano quasi quotidianamente in corriera a Padova, dove si incontrano regolarmente nell'ufficio di Marchesi, situato nello stesso edificio, il Palazzo Papafava, in cui ha sede il Ministero dell'Educazione nazionale. Un giorno - rievoca divertito Bruno nel colloquio con Zannoner - avviene una scena tragicomica. I due Trentin assieme a Camillo Matter, il tesoriere del Cln, stanno organizzando con Marchesi la spartizione dei denari raccolti per il movimento, sparsi sulla scrivania di Marchesi, quando improvvisamente entra Carlo Alberto Biggini: Marchesi balza in piedi e provoca il maggior caos possibile per distogliere l'attenzione del ministro, mentre i due Trentin raccolgono in gran fretta il denaro e fuggono da una porta laterale.

Sono presenti all'inaugurazione dell'anno accademico con Marchesi, un episodio che colpisce molto Bruno: «Un episodio che mi ha molto colpito [...] come giovane francese arrivato in un paese per me ancora sconosciuto come l'Italia, è stato l'inaugurazione dell'anno accademico all'università di Padova nel novembre del 1943 [...] siamo arrivati all'università mischiando ci fra gli studenti ma evitando proprio di figurare in qualche modo, dato, che l'ateneo era pieno di poliziotti e poi c'era un gruppo di fascisti molto bellicosi; e ricordo questa cerimonia abbastanza strana per uno come me perché sopravvivevano ancora dei riti nell'Università di Padova anche nel vestire degli uscieri, naturalmente dei docenti, del senato accademico, dei presidi e dei rettori, che dava veramente l'impressione di una [...] storia di altri tempi. Poco prima che iniziasse la cerimonia questo drappello di fascisti [...] hanno occupato il palco [...] cercato di arringare la folla degli studenti, [...] con atteggiamenti molto aggressivi, [...] ed è in quel momento che, in modo molto teatrale [...] con un usciere con l'alabarda che si è presentato sul palco battendo tre colpi, [...] è entrato il senato accademico dell'Università di Padova, e in mezzo ai docenti, ai presidi, [...] è avanzato un piccolo uomo col mantello di ermellino, era Concetto Marchesi, che si diresse direttamente verso il palco dove parlava il capo di questo manipolo di fascisti, lo prese per la collottola e lo buttò giù dal palco letteralmente di fronte allo stupore attonito degli altri fascisti e di fronte all'ammirazione e all'entusiasmo di questa folla di studenti che aspettavano [...] un segno [...]; dopo pochi minuti Marchesi cominciò il suo discorso di inaugurazione dell'anno accademico [...] in nome del popolo lavoratore "Inauguro l'anno accademico. 1943-44 ... " sviluppando poi il discorso sul ruolo del lavoro nella civiltà e sulla indissociabilità tra lavoro e libertà».

Da fine ottobre o dai primi di novembre si sono trasferiti a Padova, a casa dei signori Monici, in via del Santo 47. La signora Dina Monici, in una testimonianza rilasciata dopo la guerra, ricorda le discussioni accese tra padre e figlio, a volte perfino dei litigi - Bruno era impaziente di agire, non tollerava le lunghe riunioni che gli sembravano inutili - ma anche l'intransigenza aspra, il linguaggio duro, aggressivo, di Silvio quando parlava dei compatrioti fascisti. Il 15 novembre Trentin viene avvertito che stanno per arrestarlo e allora con Bruno si nasconde, come degente, presso la clinica oculistica del professor Palmieri (aderente al Partito d'azione), rifugio di molti ebrei e ricercati per tutto il periodo della Resistenza. Cessato l'allarme, tornano a casa Monici, ma la sera del 19 vengono arrestati dalla squadra d'azione «Ettore Muti» di Al­fredo Allegro. Nel percorso verso la sede della federazione fascista, in via Padovanino, Bruno ingoia tutti i documenti compromettenti («ho mangiato tutto quello che ho potuto»), tanto che durante la notte in cella ha un'occlusione intestinale e li scopre la tenerezza del padre: ricorda con commozione in un'intervista recente la premura affettuosa con cui l'ha assistito. Quindi la polizia fascista ritrova addosso ai Trentin solo i falsi documenti di Trentin padre, la carta d'identità autentica di Bruno, rilasciata dal Comune di Treviso, il sommario manoscritto di un'opera di Silvio, qualche ritaglio di giornale e un foglietto con dei versi scritti a mano - con vari errori ortografici - da Bruno: «La patria al cui soccorso/ Graziani vi esorta ad accorere (sic) / dei carnefici e dei predoni, dei / massacratori e degli sbiri» (sic), che sarà così giustificato da Silvio nel suo interrogatorio: «gli scarabocchi scritti sul mezzo foglio di carta protocollo son frutti della fantasia di mio figlio», e da Bruno stesso come: «parole [...] scritte da me allo scopo di mettere su carta le idee che mi affluivano nella mente». Nell'interrogatorio, avvenuto due giorni dopo presso la Questura di Padova, Bruno fa mettere a verbale (non senza ironia): «Nego di aver mai fatto propaganda contraria al Partito repubblicano fascista per il quale invece ho sempre avuto una certa simpatia essendo io un antimonarchico». Trasferiti nel carcere giudiziario dei Paolotti, ricevono la visita della Beppa.

Così Bruno passa anche questo compleanno incarcerato, o almeno in libertà vigilata, dato che lui il 29 novembre, suo padre il 2 dicembre, vengono scarcerati per l'aggravarsi dei disturbi cardiaci di Silvio e affidati alla Questura di Treviso.

Silvio viene ricoverato all'ospedale di Treviso presso il reparto del professor Pennati dove resterà fino all'11 febbraio quando dopo i primi bombardamenti viene trasferito alla clinica Carisi di Monastier. È sempre piantonato. Anche Bruno deve regolarmente presentarsi in Questura. Durante questi mesi, fino alla morte, Bruno e Giorgio assistono il padre, ma anche gli organizzano incontri politici con esponenti del Pda, Zwirner, Meneghetti, Armando Gavagnin, Fermo Solari. Molto frequenti le visite degli esponenti azionisti trevigiani Opocher e Ramanzini. Anche Valiani viene a trovarlo all' ospedale e in quell'incontro ambedue riconoscono la necessità di un'alleanza politica tra il Pda e il Pci. È in quell'occasione che, secondo le testimonianze dei familiari, Silvio «affida» il figlio Bruno al grande dirigente del Partito d'azione - l'affido del suo «erede», perché ne fosse garantita una continuità nella formazione anche dopo la sua morte (e così sarà: dall'autunno del '44 fino alla Liberazione e poi nei primi anni dopo la guerra Valiani si terrà sempre al suo fianco Bruno).

Silvio in gennaio redige l'ultimo appello «ai lavoratori delle Venezie» e detta proprio a Bruno una bozza di Costituzione per il nuovo Stato italiano. Bruno la scrive a mano, e una volta dattiloscritta, sarà poi corretta a mano da Silvio.

Dall'arrivo in Italia in settembre fino alla malattia e alla morte, Bruno è sempre stato l'ombra del padre, un padre che vede efficientissimo, pragmatico, pieno di iniziative, un grande organizzatore, un uomo del fare, e insieme lo studioso che esamina, ascolta, riflette e chiama a riflettere, non nasconde le complessità, non tende a semplificare, stende piani strategici, patti costituzionali. Il sognatore e l'organizzatore di uno Stato nuovo, di una società nuova. Il pensiero e l'azione, il sapere e il fare; l'attitudine alla ricerca, al dubbio, alla messa in discussione, senza chiusure dogmatiche, ideologiche, il senso austero del dovere in nome del bene comune: una scuola determinante che sarà per sempre anche lo stile di Bruno Trentin. Per Vittorio Foa, suo grande amico e maestro, Bruno «ha ereditato [...] l'apertura mentale del padre, [...] il non credere, il non dare per scontato nulla», un «atteggiamento di ricerca» come etica di vita quotidiana. Bruno ha sempre avuto un grande riserbo nel parlare di suo padre. Lasciava volentieri alla sorella Franca l'incombenza di seguire tutte le iniziative dedicate alla sua memoria, come quelle del Centro studi Silvio Trentin di Jesolo. Ma pochi anni fa, il 13 settembre del 2002, nel ricevere la laurea ad honorem dalla Università Ca' Foscari di Venezia, iniziava la sua lectio doctoralis dicendo: «Voi potete comprendere la mia emozione, in questo momento, non solo per l'onore che mi fate, forse impropriamente, con questa candidatura, ma per la scelta che avete compiuto di tenere questa riunione nell'aula che porta il nome di mio padre. Sono sempre stato restio a parlare di lui, non cambierò oggi il mio atteggiamento. Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».

Durante la degenza del padre, Bruno entra in contatto con Ettore Luccini, docente di storia e filosofia al Liceo Canova, amico e «allievo» di Curiel. Va a lezione privata da lui: vuole migliorare il suo italiano e prendere lezioni di filosofia per completare la sua preparazione in vista del ritorno in Francia.

Ma il padre peggiora. Il 12 marzo muore. Il 14 marzo è sepolto nella tomba di famiglia a S. Donà. Le autorità vietano il corteo funebre. Dietro il carretto con la bara ci sono solo Beppa, i due figli e l'amico Matter.

La morte del padre segna indelebilmente la vita di Bruno. Vive la tragedia del padre: ora che cominciava a delinearsi finalmente l'esito positivo di quest'avventura straordinaria cui aveva dedicato tutta la vita, a lui, che della nuova Italia avrebbe potuto essere uno dei leaders più prestigiosi, questo esito positivo non era concesso di vivere (Nenni, appena appresa la notizia della morte di Trentin, nota sul suo diario: «Sarebbe stato certamente uno dei capi della nuova Italia, uno dei maestri della nuova generazione. Invece ... »). Ma i due ragazzi non si lasciano sopraffare, il dolore per il padre non può essere rielaborato che proseguendo la lotta. Bruno continuava ad essere sotto sorveglianza (doveva presentarsi in Questura ogni giorno), quindi scappa ed entra completamente in clandestinità.

Ora la resistenza, fino a quel momento «mediata» dal padre, diventa un'esperienza tutta «sua». Con il fratello partecipa a varie azioni delle formazioni di GL nei dintorni di Treviso: attacchi a presidi militari fascisti e tedeschi, organizzazione di alcuni lanci degli Alleati in un'azienda agricola di S. Biagio di Callalta. Giorgio ricorda ancora la «disavventura» vissuta un giorno con il fratello: il bagno involontario prolungato nelle acque gelide di una palude per recuperare il materiale di un lancio, e poi la sosta ristoratrice nella casa colonica dove scoprono le virtù terapeutiche della grappa.

Mentre il fratello Giorgio resta in zona (abita con la madre, sfollata da Treviso, in una casa sulle rive del Sile a Silea all'altezza del traghetto sul fiume), come commissario politico del battaglione GL comandato da Vito Rapisardi, Bruno passa alle dirette dipendenze del Comando militare regionale.

Durante i mesi estivi resta nella pedemontana trevigiana, inviato in una formazione autonoma, con il compito di ripianare delle difficoltà di collaborazione tra questa e le altre formazioni partigiane della zona.

Dopo questo primo periodo in cui è chiamato a svolgere trattative e risolvere conflitti («ero considerato specializzato in grane»), si butta nello scontro militare vero e proprio. Partecipa a diverse azioni con la dinamite contro camion militari ad attentati alla rete ferroviaria al Ponte della Priula. Per l'occasione si dedica allo studio e all'uso degli esplosivi, ai vari sistemi di innesco della dinamite.

Vive l'esperienza della resistenza trevigiana nella sua fase più esaltante e drammatica: la liberazione di quasi tutta la pedemontana - ad opera soprattutto delle brigate garibaldine Tollot e Mazzini - e poi i durissimi rastrellamenti pagati a caro prezzo sia dai partigiani che dalle popolazioni. «È stato un apprendistato difficile e doloroso», dice, anche per i limiti della strategia militare partigiana, la «follia» di occupare e presidiare zone troppo esposte o troppo vaste rispetto al rapporto di forze, con metodi di guerra inadeguati: «Era un fronte molto lungo con migliaia di partigiani armati, anche lì l'errore fu l'illusione di poter occupare un territorio tenerlo con le regole di una guerra di posizione, quando i rapporti di forza lo rendevano assolutamente impossibile. Furono liberati interi paesi, villaggi anche importanti, è stata un'esperienza da un certo punto di vista molto bella, si eleggono i primi sindaci, però fu pagata cara quando cominciò la repressione».

In quelle settimane tutta la zona pedemontana (Miane, Follina, Cison, Revine, Tarzo) è infatti zona libera. Nel mese di agosto a Revine si tengono anche le elezioni amministrative, viene eletto il sindaco, nominata una giunta democratica. I partigiani provvedono alla distribuzione di alimenti alla popolazione, con una specie di autoamministrazione. Per Bruno sarà un'esperienza fondamentale: sente che si tratta di quella guerra di popolo per cui il padre si era tanto battuto:

«Questa scoperta della Resistenza come guerra di popolo che credo che soltanto in Italia, a parte la Jugoslavia, si è potuto vivere in Europa occidentale [...] E questo dato che mi ha profondamente turbato, conquistato e che mi ha fatto scegliere di restare in Italia, anche prima della fine della guerra».

In questo periodo, in cui Bruno con il suo gruppo è stanziato tra Tarzo e il lago di Revine, lo raggiunge per ben due volte il fratello Giorgio che gli porta delle armi, ma che poi rientra dalla madre in modo rocambolesco attraversando le linee tedesche durante il rastrellamento.

Dall'11 agosto i tedeschi arrivano a Pieve di Soligo con un grande dispiegamento di forze, coadiuvati dalle brigate nere di Treviso. Bruno in quei giorni partecipa alla battaglia per la difesa di Pieve di Soligo ma anche alla ritirata rapida, con la perdita di tutti i mezzi, armi, viveri. Per ben cinque giorni i tedeschi tentano di avanzare verso Solighetto, ma i partigiani tengono le posizioni e alla fine costringono alla ritirata reparti superiori a loro sia per mezzi che per uomini. Alla fine di agosto e ai primi di settembre il rastrellamento si intensifica (per il 3 settembre erano state organizzate le elezioni amministrative a Tarzo ma non possono svolgersi per l'avanzata delle truppe tedesche): «Quando i tedeschi arrivarono da un lato con un treno semiblindato che poteva sparare cannonate e mitragliatrici a raffica sui versanti della pedemontana, quando aggredirono questi villaggi con i partigiani che avevano [...] pochissime munizioni per poter reggere un fatto di questo genere, ci fu, dopo due giorni di battaglia anche eroica, un tracollo totale. Io ho vissuto un altro otto settembre in quei giorni nel senso che bisognava sgomberare dei paesi in fretta e furia, far saltare tutti i depositi sia di viveri che di mezzi di trasporto [...] e poi purtroppo lasciare le popolazioni alla mercè della vendetta. Tutti questi paesi furono bruciati, incendiati, e i partigiani ripiegarono sulle montagne fino a quando non furono poi costretti anche lì a passare in pianura, in qualche modo a disperdersi per alcuni mesi almeno».

Anche il gruppo di Bruno risale in montagna, cerca di attraversare il Fadalto per raggiungere le formazioni garibaldine in Cansiglio, ma non ci riesce; scendono quindi di notte per i crinali della montagna e nei dintorni di Tarzo hanno degli scontri a fuoco. Sono ridotti a otto, di cui un pilota afroamericano e un ufficiale tedesco prigioniero. Sono costretti a sciogliersi per raggiungere individualmente la pianura. Bruno torna a Padova. Il CLN regionale lo destina al Comando regionale lombardo e al Comitato di liberazione Alta Italia. Qui ritrova Valiani, il suo padre putativo. A Milano gli viene assegnato il lavoro di collegamento delle varie formazioni GAP della città. Sarà un gappista determinato, audace, con un sangue freddo incredibile, e un grande organizzatore: forma i nuovi adepti, addestra alla clandestinità, impone regole, di­stribuisce incarichi, fissa obiettivi. Compie allora 18 anni. La sua partecipazione alla lotta armata ha cambiato completamente segno: non più vita di brigata, inserita in un contesto geografico e sociale in qualche modo protettivo, come era stata l'esperienza nella pedemontana trevigiana, ma clandestinità totale, mimetizzazione, cambio continuo di residenza, organizzazione di azioni individuali ad estremo rischio che comportano quasi sempre il trauma della violenza, dell'usare violenza, del dare anche morte. Organizza dei commando anche spericolati per liberare prigionieri, acquisire armi, giustiziare spie. Si muove spesso travestito da SS in camion militari di nazisti o fascisti. Una volta, sotto un bombardamento, in un camion tedesco, teme che il destino gli stia giocando un macabro scherzo: farlo morire confuso con gli SS, come uno di loro. In divisa da SS italiana e con documenti della polizia tedesca nel febbraio del '45 viene mandato a Verona per organizzare un'impresa praticamente suicida: la liberazione di Parri (fortunatamente interrotta per sopravvenuto scambio con un generale tedesco). Nelle ultime settimane precedenti l'insurrezione conosce Vittorio Foa.

Negli ultimi giorni a Bruno viene assegnata la gestione della radio che doveva guidare la liberazione di Milano e il comando della brigata Rosselli. Come comandante di questa brigata partecipa alla liberazione della città, andando ad occupare la sede dei giornali, liberando l'arena che era un deposito di armi e bombe della Wehrmacht, sostenendo duri combattimenti con le sacche di resistenza fascista. Il giornale del PdA, «Italia libera», dopo la fine della guerra scriverà di questa eroica Brigata Rosselli comandata da Bruno - alla testa dell'insurrezione - che la mattina del 26 aprile passa - sono tutti giovani, completamente armati - su una colonna di autocarri, tra due file di folla plaudente; in piazza della Scala hanno uno scontro a fuoco con i fascisti, un combattimento molto lungo che lascia morti e feriti anche tra i giovani della Rosselli che però hanno la meglio; il giorno successivo nuova imboscata fascista ma tutti i fascisti vengono uccisi o catturati, permettendo così che si possa tenere il grande comizio della Liberazione. E sul palco di Piazza Duomo, il 28 aprile, dopo Pertini, Longo, Moscatelli, sarà Bruno Trentin a prendere la parola a nome di tutti i giovani partigiani protagonisti dell'insurrezione.

Dato che era diventato un esperto di esplosivi, alla Liberazione Bruno viene mandato a Venezia, al porto di Marghera, a disinnescare delle navi tedesche minate. A Treviso nel frattempo, il 28 aprile, il CLN emana un decreto con cui designa il sindaco (Vittorio Ghidetti del Pci) e la giunta popolare tra i cui componenti, espressione dei vari partiti del CLN, risulta essere anche Bruno Trentin a nome del PdA.

Per la sua partecipazione alla Resistenza gli verrà assegnata la croce al valor militare con la seguente motivazione: «Partigiano combattente - brigate G.L. - Partecipava con grande slancio alla lotta partigiana. Benché giovanissimo, dimostrava ottime capacità nell'organizzare alcune formazioni, alla testa delle quali compiva numerose azioni e concorreva efficacemente ai vittoriosi combattimenti delle giornate insurrezionali - Treviso-Milano settembre 1943 - aprile 1945».

Si ferma a Milano ancora per diverso tempo, nella redazione del giornale del Pda, «Italia libera». È qui che nell'estate riuscirà a trovarlo la sorella Franca, in viaggio dalla Francia. Quasi non lo riconosce: era diventato un ragazzone robusto con una grande barba, un po' scontroso: «era cresciuto, non era più il bambino che proteggevo. Quando mi ha vista ha manifestato una sorta di stupore come se mi avesse dimenticata, come se gli ricordassi la vita francese sepolta».

Dopo la fine della guerra, Bruno, pur riconoscendo che la Resistenza ha condizionato totalmente tutte le scelte della sua vita futura, sente la necessità di tagliare - non aderisce nemmeno alle associazioni di ex partigiani -, di proiettarsi oltre l'esperienza della lotta di liberazione. Soltanto negli ultimi anni accetterà di parlare della «sua» Resistenza. Lo fa con il rammarico di aver «attraversato» quel periodo «con la furia di un ragazzo che aveva solo voglia di divorare, di divorare conoscenze, luoghi, persone», vissuti in modo molto intenso, ma «con la fretta e la furia di scoprire la sensazione che il mondo fosse nelle tue mani», senza poter, di quel periodo, trattenere, e rielaborare appieno, la ricchezza che esprimeva.

Partecipa comunque a tutte le commemorazioni ufficiali in memoria del padre. Nel dicembre del '45 al Teatro comunale di Treviso, affollatissimo, l'orazione per Silvio Trentin è tenuta da Egidio Meneghetti, rettore dell'Università di Padova, presentato dal prefetto di Treviso Leopoldo Ramanzini; dopo la commemorazione viene scoperta nella piazza ora chiamata Silvio Trentin una lapide a cura della locale federazione del Partito d'azione.

Bruno continua ad andare a Milano, per lavorare al giornale diretto da Riccardo Lombardi, «Il giornale di mezzogiorno», e fa la spola tra Milano, Padova, dove è iscritto a Giurisprudenza, e Treviso. Come delegato del movimento giovanile del Pda fa una serie di viaggi internazionali. E alla prima Conferenza mondiale della gioventù a Londra, nel novembre del '45.

«[...] fino al 2 giugno del '46, ho di fronte agli occhi un magma quasi indistinto di corse in vari posti d'Italia, in Inghilterra, in Francia». Sono esperienze che vive con entusiasmo e una certa frenesia: ha fame di vedere, conoscere, capire, aprirsi a nuove realtà. Si sente cittadino del mondo, come si sentiva suo padre.

Iniziano i suoi primi frequenti viaggi a Roma per partecipare alle riunioni del Partito d'azione e per organizzare il movimento giovanile del Pda di cui diventa segretario nazionale. Nel '47 si reca negli Stati Uniti, a un convegno internazionale di giovani, ma coglie l'occasione di frequentare l'università e di dedicarsi già alla tesi di laurea sulla Corte suprema degli Stati Uniti, ad Harvard, dove incontra Salvemini. Per un mese e mezzo lavora nella biblioteca del Campus universitario. Seguono dopo il rientro in Italia due mesi di un seminario universitario, sempre dell'Università di Harvard, in Austria, a Salisburgo, anche li un crocevia di persone di tutta Europa e degli Stati Uniti.

Tra un viaggio e l'altro, torna a Treviso e a frequentare l'Università a Padova, dove si reca da pendolare. L'esperienza universitaria non è molto felice. Innanzitutto la scelta della facoltà è stata determinata più da un obbligo morale verso il padre che da una vocazione personale (fin da ragazzino, in Francia, si sentiva portato per diventare economista). Si era già iscritto nell'autunno del '43, evidentemente su consiglio del padre, come «copertura», per avere maggiore libertà di movimento, ma la sua decisione personale - di perseguire effettivamente la strada degli studi di giurisprudenza - matura soltanto nel '46. Affronta gli esami con grande ansia, a volte con crisi vere e proprie di panico, per l'handicap della lingua italiana che ancora non padroneggia perfettamente e che lo danneggia nei voti. Soltanto nell'Istituto di Filosofia del diritto, dove insegnano Bobbio e Opocher, si trova a suo agio, tanto da accettare di collaborarvi per un periodo. Si laurea nel '49 con una tesi dal titolo La Funzione del giudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all'esperienza giuridica americana), con il professar Enrico Opocher come relatore.

Così racconta il suo percorso politico: «in quegli anni, in quei mesi così intensi certamente quello che era un compromesso più o meno finto fatto con mio padre quando accettai di venire in Italia scomparì, e divenni un militante da tutti i punti di vista, del movimento di Giustizia e libertà e del Partito d'azione poi, partecipando anche a quel tanto di lotta politica che allora iniziava anche all'interno del Partito d'azione, una lotta politica che aveva come uno dei suoi aspetti fondamentali il rapporto con la sinistra e si può dire con la sinistra nuova che era rappresentata dal Partito comunista».

Il 21 ottobre '45 esce su «Giustizia e Libertà», settimanale veneto del Pda, un suo articolo a quattro colonne, Esperienze federaliste, in cui a commento del primo congresso della sezione italiana del Movimento federalista europeo (cui ha partecipato nei giorni precedenti), a seguito di quello tenuto si prima a Parigi, afferma che entrambi si sono chiusi con un sostanziale fallimento, poiché il Movimento federalista continua nella «sua piccola vita di movimento di élite, senza contatto con le masse popolari e le loro esigenze». L'errore di valutazione da parte del Mfe è stato, secondo lui, quello di «identificare le forze del federalismo [...] nel piccolo movimento federalista europeo», mentre le forze che effettivamente potranno avviare la realizzazione di un'Europa federale sono i partiti politici di massa e le forze del lavoro che «costituiscono il vero esercito della rivoluzione federalista». Conclude: «chi scrive si sente molto più vicino [a questa opzione] [...] Effettivamente se si crede nella capacità rivoluzionaria di queste forze politiche uscite dall'esperienza internazionale della Resistenza, e di queste forze di lavoratori (le quali hanno effettivamente possibilità di portare la loro voce di federalisti anche in seno ai governi, su problemi concreti), non si può pensare che il federalismo sia in crisi, ma bensì in atto». Auspica il coinvolgimento del partito comunista e del proletariato internazionale, poiché ritiene che «il Pc non possa non appoggiare la rivoluzione federalista europea anche perché esigenze storiche [...] lo portano a lottare in terreno democratico». A nemmeno 19 anni Bruno dimostra non solo di aver fatto propria la lezione del padre sulla concezione federalista e sulla necessità del coinvolgimento dei partiti di massa e delle forze del lavoro, ma anzi di saperla portare più avanti, rielaborando sia la propria esperienza diretta nella Resistenza come fatto di massa sia i legami internazionali in cui si è formato. Il processo di unità europea - sostiene - è indispensabile alla costruzione della pace ma può essere messo in moto solo se legato ai problemi concreti dei lavoratori. Si sta già delineando in fondo quello che sarà anche nel suo futuro di dirigente politico e sindacale, e alla fine di deputato europeo, il suo approccio al problemi politici e sociali, in particolare la sua attenzione alla concretezza della realtà e della storia come base e condizione di qualsiasi progresso.

Resta fino alla fine nel Partito d'azione, partecipando con passione alle discussioni interne, confrontandosi con i massimi dirigenti del partito.

Vittorio Foa ci ha raccontato un episodio significativo di quel periodo appassionato, che ha portato a lacerazioni dolorose, e in particolare al distacco di Bruno dai suoi grandi padri, Lussu e Valiani. Ma è lo stesso Valiani - come racconta Foa nella sua intervista - a «preannunciargli», con determinazione, la scelta futura - l'adesione al Pci -, ancora in incubazione in Bruno, come per rassicurarlo che l'abbandono del «padre» è nelle cose e non va vissuto come una colpa.

In effetti, dopo lo scioglimento del Pda, Bruno non segue gli ex compagni che confluiscono nel Psi. Già nelle discussioni nel periodo finale del partito, si riconosce nelle posizioni critiche di chi esprime dure riserve verso l'atteggiamento che i socialisti hanno avuto con il fascismo. È da «francese» soprattutto che sposa questa tesi, rifacendosi alle posizioni del padre: «Il Partito d'azione e Giustizia e libertà era molto segnato in questo senso - c'era un dato comune con i comunisti - da una riflessione profondamente critica sul modo in cui il Partito socialista, non solo in Italia ma anche in Francia era crollato e si era anche disgregato di fronte all'avventura fascista, insomma, non c'erano soltanto gli episodi dell'inizio del fascismo che. hanno visto per esempio metà della CGIL tentare di salvarsi attraverso un compromesso con il nuovo regime, ma anche la fine ingloriosa di un Parlamento come quello francese in cui la maggioranza dei deputati socialisti praticamente votò la fiducia a Pétain, ecco [...] aveva segnato di sé molto fortemente anche un movimento che nasce [...] come socialista, come Giustizia e libertà, e quindi il rapporto con i comunisti era una questione che ci attanagliava allora già fortemente, era l'assillo di mio padre e diventò anche una mia profonda convinzione, non a caso appunto nel momento in cui il Partito d'azione praticamente si sciolse, iniziò il suo percorso, la sua diaspora, io scelsi di entrare nel Partito comunista».

Ma non entra subito nel Pci. Presenterà domanda formale di iscrizione al partito solo alla fine del '49 dopo essere entrato all'Ufficio studi della Cgil, chiamato da Vittorio Foa, perché voleva essere accettato per quello che era e non in «quota» del partito: «la scelta, diciamo così, politica e ideale era già fatta nel '48, però io rimasi per alcuni anni indipendente, pur militando in tutti i movimenti vicini al Partito comunista; mi iscrissi alla fine del '49».

Al Pci ha aderito soprattutto in quanto partito che rappresenta interi settori sociali, come forza di cambiamento che coinvolge le masse popolari: è il «partito del lavoro». Dalle testimonianze raccolte, sembra sia stata più una scelta metodologica ed etica, che dottrinale, ideologica. E un'adesione alla ricchezza umana del partito e dei suoi organismi di massa, alla sua potenza organizzativa, alla capacità di agire sulla realtà. Quando, in un'intervista recente, ipotizza che forse anche il padre, se fosse vissuto, avrebbe potuto fare la scelta del Pci, Bruno dice: «per cambiare il PCI». Mentre lo dice, probabilmente pensa a se stesso, alla motivazione della sua scelta.

La CGIL offriva allora prospettive do grande respiro intellettuale, di libertà ideativa, da coniugare con progetti concreti, senza i condizionamenti ideologici e i compromessi tattici dei partiti. È la CGIL di Di Vittorio e di Foa. L’Ufficio studi vuol diventare il laboratorio per trasformare le piccole battaglie sindacali di corto respiro in lungimiranti progetti di grandi riforme per la nuova società tutta da inventare e da costruire.

 

 

Bibliografia

Iginio Ariemma e Luisa Bellina - Bruno Trentin dalla guerra partigiana alla CGIL - Nuova Iniziativa Editoriale 2008

 

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Bruno Trentin dalla guerra partigiana alla CGIL

23 Août 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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1926     Il 7 gennaio il padre di Bruno, Silvio Trentin, si dimette dall'insegnamento universitario; in febbraio, con la moglie Giuseppina e i due figli Giorgio e Franca, arriva esule in Francia. Il 9 dicembre Bruno nasce nel piccolo villaggio di Pavie.

1928     La famiglia Trentin si trasferisce ad Auch, capoluogo del Dipartimento del Gers, a circa 80 chilometri da Tolosa. Silvio Trentin lavora come operaio in una tipografia.

1929     Silvio Trentin aderisce a Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli.

1932     Bruno inizia a frequentare la scuola elementare ad Auch.

1934     In seguito al licenziamento di Silvio Trentin dalla tipografia, la famiglia si trasferisce a Tolosa, dove Silvio Trentin acquista e gestisce una libreria.

1940     Dopo l'invasione della Francia da parte delle truppe hitleriane e l'instaurazione della repubblica collaborazionista di Vichy, Silvio Trentin entra a far parte del Réseau Bertaux e la sua libreria diventa il centro della cospirazione antinazista.

1941     A casa Trentin, in ottobre, viene sottoscritto il Patto di Tolosa per l'unione di tutte le forze antifasciste italiane (Pda, Pci, Psi). Bruno fonda, con alcuni compagni di liceo, il Gif (Gruppo insurrezionale francese), di tendenze anarchiche.

1942     In estate Silvio Trentin costituisce il movimento politico Libérer et fédérer che presto diventerà uno dei gruppi principali della Resistenza francese. Alla fine dell'autunno, Bruno viene arrestato con i compagni del Gif; compie 16 anni e passa le vacanze di Natale in carcere. Dopo il processo viene inviato in un campo di detenzione, ma con i compagni riesce a fuggire.

1943     Bruno si rifugia in un villaggio nelle vicinanze di Tolosa presso una colonia di esuli spagnoli collegati con il Moi (Movimento manodopera immigrata). Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio, è chiamato dal padre a seguirlo in Italia insieme al fratello Giorgio. Con l'aiuto dei servizi segreti tentano la traversata dei Pirenei, ma devono tornare indietro per un malore del padre. Si dirigono verso Nizza.

Il 20 agosto ottengono i passaporti. Arrivano a Mestre il 4 settembre e il 5 settembre a Treviso, dove prendono alloggio presso il nonno materno di Bruno, Francesco Nardari. Il 9 settembre a Bruno viene rilasciatala carta d'identità n. 12472183 dal Comune di Treviso. Segue il padre nell'organizzazione del movimento di liberazione nel Veneto.

Il 9 novembre, con il padre, Bruno assiste all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Padova, da parte del rettore Concetto Marchesi. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, ma comincerà a frequentare i corsi e a sostenere esami soltanto nel 1946. Il 19 novembre viene arrestato insieme al padre. Resta in carcere fino al 29 novembre. Dopo la scarcerazione del padre, il 2 dicembre, tornano a Treviso dove Sil­vio Trentin viene ricoverato all'ospedale civile.

1944     Nel mese di gennaio, dettata dal padre, Bruno scrive la bozza di una Costituzione per il nuovo Stato italiano. L'11 febbraio Silvio Trentin viene trasferito nella clinica di Monastier. Bruno, insieme al fratello Giorgio, partecipa alle attività di una formazione locale di Giustizia e Libertà.

Il 12 marzo Silvio Trentin muore. La madre di Bruno e il fratello Giorgio, in seguito ai bombardamenti su Treviso, si trasferiscono in una casa sul Sile, a Silea. Bruno si reca invece a Padova, mettendosi a disposizione del CLN regionale che lo invia come ispettore presso la formazione «Italia libera» del maggiore Pierotti, all'Archeson, sul Monte Grappa. Da luglio ad ottobre Bruno resta nella pedemontana trevigiana e partecipa ad attentati contro camion tedeschi e alla linea ferroviaria Venezia-Udine, nonché all'organizzazione delle zone libere del Quartier del Piave e ai combattimenti a Pieve di Soligo e Solighetto. In seguito ai rastrellamenti delle truppe tedesche e alla conseguente «pianurizzazione» delle formazioni partigiane di montagna, Bruno torna a Padova. Da qui viene inviato al Comando militare del CLN di Milano, alle dirette dipendenze di Leo Valiani. A Milano gli viene affidato il coordinamento dei GAP del Pda.

1945     In febbraio Bruno viene inviato a Verona con l'incarico di formare un commando per la liberazione di Ferruccio Parri. Nelle settimane che precedono la Liberazione, gli viene affidato il comando della brigata Rosselli, con compiti precisi per l'insurrezione della città di Milano.

Il 28 aprile, dopo Pertini, Longo e Moscatelli, prende la parola al comizio di piazza del Duomo. Terminata la guerra, Bruno si ferma a Milano a lavorare nella redazione di «Italia Libera» e poi al «Giornale di mezzogiorno» diretto da Riccardo Lombardi. In agosto riceve la visita della sorella Franca che, con mezzi di fortuna, dalla Francia cerca di raggiungere la famiglia in Veneto. A novembre viene inviato come rappresentante dei giovani azionisti al Congresso mondiale della gioventù a Londra, dove viene fondata la Federazione mondiale della Gioventù democratica (Fmjd).

1946     Partecipa alla vita politica del Partito d'azione nazionale. Viene nominato segretario nazionale del movimento giovanile del Pda. Inizia a frequentare le lezioni e a sostenere esami all'Università di Padova.

1947     Si reca negli Stati Uniti come delegato ad un convegno internazionale. È ospite di un'amica di famiglia a New York; ad Harvad, per due mesi presso la Biblioteca del campus, lavora alla sua tesi sulla Corte Suprema degli Stati Uniti. Qui incontra Gaetano Salvemini.

1948     Partecipa alla campagna elettorale del Fronte popolare a Treviso, e a iniziative del Pci locale.

1949     Il 16 ottobre si laurea a Padova con una tesi dal titolo La funzione del giudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all'esperienza giuridica americana), relatore il professor Enrico Opocher.

In autunno la famiglia Trentin si trasferisce da Treviso a Venezia. Bruno accetta la proposta di Vittorio Foa di lavorare per l'Ufficio studi della CGIL nazionale e si trasferisce a Roma.

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Bibliografia

Iginio Ariemma e Luisa Bellina - Bruno Trentin dalla guerra partigiana alla CGIL - Nuova Iniziativa Editoriale 2008

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Gli scioperi del 1943 e 1944 in Italia

26 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Le agitazioni operaie si diffusero da Torino, vero epicentro della protesta operaia, a partire dal 5 marzo, nelle altre città del Piemonte (Asti, Cuneo, Alessandria, Vercelli) e alla fine di marzo le agitazioni coinvolsero anche Milano e il resto della Lombardia. Infatti, a partire dalla giornata del 24 e per tutta l’ultima settimana del mese, il centro della lotta si spostò a Milano, Varese e Como con un’appendice finale espressiva che si registrò nei primi giorni di aprile nuovamente in Piemonte, in particolare nei lanifici di Biella.

I reali protagonisti delle agitazioni operaie, al di là dell’ultima settimana guidata dalle maestranze tessili biellesi, furono quindi gli operai metalmeccanici delle grandi aziende torinesi e milanesi, dalla FIAT Mirafiori alla Falck di Sesto San Giovanni, ai Caproni, alla Ercole Marelli, alle Officine Fratelli Borletti, Bianchi, eccetera. Tuttavia, episodi significativi di lotta si registrarono sia in altre regioni italiane, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, passando per Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche, che negli altri settori manifatturieri oltre che nei rami “chimici” a partire dalle miniere, alle aziende del vetro, nel settore della concia e in quello delle fibre tessili artificiali, ma soprattutto nel settore della gomma, con gli scioperi alla Pirelli di Milano.

Gli operai scesero in sciopero e diedero avvio alla contestazione aperta contro il Regime chiedendo “pane e pace”, quindi, dissociandosi dalla guerra fascista, considerata sbagliata e ingiusta, e segnando la sconfitta di Mussolini sul fronte interno attraverso la perdita definitiva del consenso già prima della sua destituzione.

Gli scioperi operai del marzo-aprile 1943 rappresentano le prime agitazioni di massa dopo quasi un ventennio di repressione sociale.

Tuttavia va sottolineato come il corporativismo fascista e la storia stessa del sindacalismo fascista avevano rappresentato il tentativo di integrare le masse lavoratrici all’interno dello Stato autoritario. Non a caso, nei momenti di crisi, la conciliazione con il mondo del lavoro appare in maniera evidente – anche alle classi dirigenti più retrive – come l’unico modo per evitare il dissolvimento finale.

Di fatti, prima che l’Italia si ritrovasse spezzata in due, sotto il governo Badoglio, nel momento di maggiore disorientamento delle classi dirigenti del Paese, viene concluso l’accordo Buozzi-Mazzini per il riconoscimento delle Commissioni interne: vi è la consapevolezza che la Nazione non può sopravvivere senza riaprire quantomeno il dialogo con il mondo del lavoro. E immediatamente dopo gli anglo-americani capiranno che le forze vive e affidabili del paese sono le forze sociali e sosterranno la riorganizzazione sindacale già decisamente avviata dai lavoratori in tutte le province liberate del Paese. E lo stesso Mussolini, attraverso le norme di indirizzo generale approvate dal Consiglio dei Ministri della RSI, puntava alla impossibile riconciliazione con il mondo del lavoro, proponendo il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese e, più in generale, proponendo una disperata riedizione del fascismo sociale delle origini e rispolverando i motivi anti-borghesi della prima ora.

Ma la strada intrapresa dal mondo del lavoro portava inequivocabilmente verso la democrazia e verso la ricostruzione su nuove basi della vita civile ed economica italiana. Il momento di rottura più significativo che emerge appunto nel primo ciclo di lotte, attraverso gli scioperi del marzo ’43, lo si ha attraverso la presa di distanza dalla guerra fascista. E’ l’atteggiamento di fronte alla guerra che determina la vera rottura tra il fascismo e il Paese. Il senso di una disfatta, quale quella che segue al 25 luglio e all’8 settembre, che è decisiva per dare al mondo del lavoro la percezione della caduta, della vera e propria cesura della storia nazionale.

Gli scioperi, pur nascendo da esigenze strettamente economiche, ebbero una forte valenza politica ponendo al centro i tre temi della libertà, della pace e del lavoro. Inoltre, le lavoratrici e i lavoratori scesi in piazza si riappropriarono con forza, seppure per breve tempo e senza particolari effetti immediati, di una delle tante libertà calpestate dalla dittatura: lo sciopero il cui divieto era stato sancito nel 1926 dal fascismo.

In seguito, la destituzione di Mussolini e la sua sostituzione con il maresciallo Badoglio, e la fine del fascismo, aprono a un periodo di intensa attività politica all’interno dei Comitati di opposizione cittadini e nelle neo-costituite Commissioni interne di fabbrica. Al contempo l’occupazione dell’Italia del Nord da parte della Germania hitleriana, all’indomani dell’armistizio con le forze anglo-americane, e la costituzione della Repubblica sociale italiana danno avvio ad una nuova fase.

Gli scioperi e i sabotaggi alla produzione nelle fabbriche del nord caratterizzano questo periodo che vede la partecipazione diretta dei lavoratori nei Comitati di agitazione, nelle squadre armate dei cittadini e nelle brigate partigiane.

In questo clima si inscrive lo sciopero del 1944, guidato dalla classe lavoratrice. La connotazione e la dimensione politica che si concretizza negli scioperi del 1943 e, ancor più, del marzo 1944 non nasce improvvisa, ma ha alla base una vasta azione di vero e proprio antifascismo che precede il momento insurrezionale, traslandolo dalla dimensione più economica a una più esplicitamente politica. Antifascismo e lotta contro l’occupazione tedesca, quindi, si mescolano e si intrecciano con la repressione repubblichina e la deportazione nazista, complici le strutture e la proprietà delle fabbriche, determinando un nuovo flusso di deportati, che vide protagonisti migliaia di lavoratori italiani a partire dagli operai delle aree industriali ai contadini e braccianti.

Lo sciopero generale del 1944 segna il passaggio definitivo del mondo del lavoro all’azione diretta, alla resistenza più ferma e alla guerra partigiana che assumerà definitivamente i caratteri di guerra di popolo contro l’occupazione nazi-fascista. È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.

Così nel marzo del 1944, la reazione operaia – e questa volta con una estensione straordinaria – annientò il tentativo della Repubblica sociale italiana di tessere nuovi rapporti col mondo del lavoro, di recuperare il consenso perduto attraverso i progetti di socializzazione e attraverso tutte le proposte tardive, velleitarie e contraddittorie del governo mussoliniano di Salò.

La classe operaia italiana che giunge agli scioperi del ’43-44 è una classe che riacquista piena fiducia nelle proprie forze; si assiste al passaggio da una fase difensiva e di lotta di tipo quasi esclusivamente economico, ad una offensiva in cui la caratterizzazione è essenzialmente di natura politica. Non si sciopera solamente contro gli industriali e i padroni, ma contro il fascismo, contro la guerra fascista e a sostegno della lotta partigiana, per l’insurrezione, per la libertà e per la democrazia.

La fabbrica, ma non solo la grande fabbrica, ritorna ad essere quello spazio di socializzazione politica che vent’anni di dittatura non erano riusciti mai a neutralizzare del tutto. A Milano, infatti, i tranvieri paralizzano la città e accanto agli operai entrano in sciopero anche gli impiegati e gli studenti universitari. Emblematico è inoltre lo sciopero del più autorevole giornale della borghesia italiana, il “Corriere della sera”. Le campagne tornano in fermento in tutta Italia. Lo svolgimento degli scioperi al Nord, infatti, è parallelo all’avvio del grande ciclo delle lotte per la riforma della terra partita dal Mezzogiorno, parallelamente all’avanzata Alleata, che contrapponeva la struttura politico e sociale del regime fascista alla opportunità apertasi con i ‘Decreti Gullo’.

È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.»

 

Dalla relazione di Adolfo Pepe, direttore della Fondazione Di Vittorio, al convegno tenutosi al Palazzo delle Stelline a Milano il 10 marzo 2007, dal titolo: I lavoratori, il Sindacato e la lotta di Liberazione. "Dagli scioperi del Marzo 1943 ai GAP"

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scioperi e partecipazione alla Resistenza dei lavoratori milanesi e lombardi, negli anni dal 1943 alla Liberazione del 1945

26 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

intervento di Antonio Pizzinato


La partecipazione del mondo del lavoro alla lotta contro la guerra ed il nazifascismo non ha paragoni in nessun altro Paese europeo. 

SCIOPERI MARZO 1943

Gli scioperi, nel 1943, iniziano a Torino il 5 marzo alle “ore 10” alla FIAT, al suonare delle sirene di verifica del “preallarme”, poi si estendono ad altre fabbriche di Torino. A Milano dove da mesi e mesi era in corso la riorganizzazione, dopo gli arresti, di una rete antifascista clandestina – coordinata da Umberto Massola, Giovanni Brambilla e Giuseppe Gaeta – la mobilitazione è prevista nelle settimane successive. Il malessere fra i lavoratori, per i bassi salari, la scarsità dei viveri e le conseguenze della guerra, è forte e si espande. Tant’è che, il 18 marzo, gli operai del turno di notte della Breda Aeronautica scendono in sciopero – per 11 ore – e rivendicano l’aumento delle retribuzioni. Il lavoro viene ripreso a fronte dell’impegno della Direzione a rivedere le retribuzioni. Negli stessi giorni gli operai del “reparto 64” (produzione gomme) della Pirelli protestano, attuano scioperi di due ore, contro l’orario di lavoro continuativo ed ininterrotto per 12 ore, poiché la Direzione ha eliminato i sostituti. Mentre gli operai del secondo turno del “reparto bulloneria” della Falck Concordia di Sesto San Giovanni, dopo aver dialogato, sugli scioperi in Piemonte, con i camionisti FIAT, addetti al trasporto della componentistica (bulloni) dalla Falck alla FIAT, il pomeriggio del 22 marzo, iniziano lo sciopero. Questo costringe il Comitato clandestino del nord Milano ad anticipare lo sciopero nelle fabbriche. Alle ore 10 del 23 marzo, scioperano i lavoratori degli stabilimenti Falck, Breda, Ercole Marelli, Magneti Marelli, Pirelli Bicocca.
Nei giorni successivi gli scioperi, che hanno come epicentro Sesto San Giovanni, si estendono a Milano: Officine Borletti, Alfa Romeo, Brown Boveri (TIBB), Face Standard, Caproni, Salmoiraghi, Geloso nel legnanese, a partire dalla Franco Tosi, in Brianza, e numerose grandi e medie aziende nel milanese ed in Lombardia. Questi scioperi, che si ponevano come obiettivo di migliorare i trattamenti retributivi, le condizioni di lavoro, ottenere la fornitura - attraverso spacci aziendali – di alimenti, olio, vestiario, oltreche la fine della guerra, si svilupparono, in questa o quella fabbrica, anche nei mesi successivi. Scioperi che – tra marzo e luglio del 1943 – interessano, nel Nord Italia, 217 aziende ed oltre 150 mila scioperanti; essi ebbero un peso non secondario sul Consiglio Generale del fascismo e la destituzione di Mussolini il 25 luglio del 1943; la formazione del governo Badoglio e l’avvio di una nuova fase nella storia del nostro Paese. Nello stesso periodo centinaia di lavoratori (di cui 20 donne) vennero arrestati, di notte, nelle loro abitazioni considerati tra gli organizzatori e partecipanti agli scioperi, o per l’attività antifascista. Oltre 60 di essi sono milanesi e vennero rinviati a processo presso il Tribunale Militare di Milano.

Pur con tutti i limiti, presenti in questa prima fase delle lotte nelle fabbriche, si ricrea una aggregazione sociale tra i lavoratori delle fabbriche, i quali scioperano sfidando non solo la dittatura fascista, ma anche le norme della legge del 3 aprile 1926 (poi introdotte, nel 1930, nel Codice penale) che considerano lo sciopero un reato penale punito con due anni di carcere o con una multa di 1.000 lire (un mese di stipendio). Questi scioperi, oltre a scuotere il Paese, contribuiscono a rovesciare Mussolini, portano dei limitati benefici ai lavoratori a livello aziendale, ma sono di stimolo a due misure che vengono adottate dal Governo Badoglio: la nomina, il 3 agosto, dei Commissari sindacali: Bruno Buozzi, Giovanni Roveda e Gioachino Quarello ed, il 2 settembre 1943, la stipula dell’Accordo – tra Commissari sindacali e dell’Industria - per l'elezione delle Commissioni Interne. Quindi, prima dell’armistizio – anche grazie agli scioperi di Torino e Milano – si determina un mutamento della situazione e delle relazioni sindacali che – di fatto – tenta di avviare il superamento del corporativismo sindacale fascista.

8 SETTEMBRE: ARMISTIZIO, OCCUPAZIONE, NUOVI SCIOPERI

La sottoscrizione, da parte del Governo Badoglio, dell’armistizio con gli anglo-americani, l’8 di settembre 1943, e la fine dell’alleanza con i nazisti tedeschi, registra sia manifestazioni e scioperi nelle fabbriche di Milano che manifestazioni in varie città d’Italia. Nell’arco di alcune settimane il Paese è diviso in due, le truppe alleate salgono dal sud, mentre le truppe tedesche occupano, a partire dal Nord, il resto del Paese ed al Nord viene costituita la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.). Nelle fabbriche inizia una nuova fase di lotta, mentre in molte – sulla base dell’accordo Buozzi-Mazzini – dopo un ventennio, si eleggono le Commissioni Interne. Gli scioperi che, nelle grandi fabbriche della Lombardia, iniziano a svilupparsi a partire da novembre hanno contenuti rivendicativi sempre più precisi, vere e proprie piattaforme rivendicative che – pur con diversità, nelle varie fabbriche – prevedono (lo riproduciamo):

- aumento del 100% delle retribuzioni (suddiviso nel 50% in natura (alimentari) ed 50% in denaro),

- corresponsione annuale di 192 ore come gratifica natalizia;

- elevare l’indennità giornaliera a 16 lire, per malattia ed infortunio, da corrispondere anche nei primi giorni di carenza;

- aumento delle razioni alimentari (grassi, olio, zucchero, ecc.) con distribuzione in azienda, creando spacci aziendali (ove non esistono) che devono fornire anche viveri ed indumenti;

- aumento della razione giornaliera di pane a 500 grammi;

- assicurare ai lavoratori combustibile e carbone;

- servizio mensa aziendale con due piatti (primo e secondo), per tutti i turni di lavoro;

- eguale trattamento annonario ed economico agli operai ed impiegati;

- parità di trattamento, per eguale mansione, tra uomini e donne;

- scarcerazione degli ex membri delle Commissioni Interne;

- cessazione della persecuzione politica a danno dei lavoratori;

- abolizione dei licenziamenti e le sospensioni dal lavoro.

A sostegno di tali richieste e della fine della guerra, le quali venivano presentate alle direzioni aziendali, dai comitati d’agitazione (o dalle C.I.), nelle fabbriche si svilupparono gli scioperi.

Il 13 dicembre, con inizio alle ore 10, scendono in sciopero decine di migliaia di lavoratori di Sesto San Giovanni, si bloccano FALCK, Breda, Ercole Marelli, Pirelli Sapsa, Magneti Marelli, ed altre aziende minori.

Lo sciopero è praticamente totale. I confronti con le direzioni non sbloccano la situazione. Il generale tedesco Zimmerman – che su ordine di Hitler e del generale Wolf era stato inviato, con poteri straordinari al comando tedesco di Milano – fa radunare sul piazzale dello stabilimento della Falck Unione, i lavoratori in sciopero della Falck. Dalla torretta di un carro armato, lo stesso svolge un intervento nel quale, dopo aver dichiarato che avrebbe esaminato e ricercato soluzione alle loro richieste, intimò: “chi non riprende il lavoro, esca dagli stabilimenti; chi esce dalla fabbrica è dichiarato nemico della Germania”. I lavoratori, a questa intimidazione, risposero proseguendo lo sciopero e lasciando tutti gli stabilimenti. Durante la notte centinaia furono arrestati; portati in carcere e poi nei campi di concentramento nazisti. La lotta proseguì (è da allora che Sesto San Giovanni, viene soprannominata “Stalingrado d’Italia”, con riferimento all’accerchiamento tedesco che era in corso a Stalingrado) e si estese in molte fabbriche del milanese. Il 5 gennaio 1944, il generale Zimmerman, compie un’analoga azione contro i lavoratori alla Franco Tosi di Legnano che sono in sciopero. I soldati tedeschi, assieme a quelli della RSI, entrano in fabbrica, mettono al muro, nel cortile dell’azienda, 80 lavoratori, poi ne scelgono 60 compresi i componenti la C. I., li portano in carcere a Milano e 11 vengono deportati in campo di concentramento; nove non faranno più ritorno. Stessa operazione le SS attuarono alla Comerio di Busto Arsizio , con la deportazione di 5 lavoratori che non fecero più ritorno. Malgrado la violenta repressione, gli arresti e le deportazioni che vengono posti in atto dai nazifascisti diretti da Zimmerman, gli scioperi tra novembre 1943 e gennaio 1944 si estendono a nuove fabbriche, grandi e medie, della città e provincia. Questa fase, oltre agli scioperi in fabbrica, vede il formarsi dei nuclei partigiani (a partire dalle SAP e dai GAP), con l’attiva partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle brigate partigiane, che si vanno aggregando e costituendo sia sulle montagne che nelle campagne a partire dall’Oltrepò Pavese. Ma questa fase e la successiva, di lotte e scioperi, è caratterizzata - è doveroso porlo in evidenza - da significativi risultati sul piano economico, normativo, ed alimentare. Questo si realizza sia attraverso i confronti che avvengono in fabbrica, con anche la partecipazione – spesso – di rappresentanti del comando tedesco, che quelli presso la Prefettura di Milano, la quale svolge un ruolo di intermediazione. Infatti oltre ad aumenti salariali, forniture di alimenti, gomme e copertoni per le biciclette, carbone, si prevede l’erogazione annuale delle 192 ore (la gratifica natalizia) e l’istituzione nelle aziende del servizio mensa con la fornitura di due piatti (primo e secondo). Il diritto al servizio mensa sarà sanzionato con Decreto prefettizio pubblicato sul Bollettino ufficiale.

Questi parziali risultati rafforzano la nuova aggregazione, coesione sociale tra i lavoratori e la lotta antifascista, riescono a sconfiggere il “neopopulismo”, il falso “operaismo”, che tenta di attuare la Repubblica sociale, nonchè resistere alla repressione nazista.

LO SCIOPERO DEL MARZO 1944

Con alle spalle queste esperienze, l’avviata ricostruzione della rete di nuclei partigiani (dopo gli arresti del 3° GAP, le fucilazioni del 20 dicembre all’Arena, ed il 31 dicembre al Poligono di tiro della Cagnola e molti altri, nonché lo scioglimento dei gruppi partigiani lungo l’Adda ed il Ticino) il primo marzo 1944 si attua lo sciopero generale del Nord Italia. A Milano lo sciopero generale ha una partecipazione superiore al previsto, coinvolge centinaia e centinaia di aziende ed oltre 350.000 lavoratori (oltre un milione 350 mila lavoratori scioperano in tutta Italia), bloccherà la produzione, a partire da quella militare per giorni. Il giorno successivo – il 2 marzo – scendono in sciopero, per la prima volta, i tranvieri bloccando i mezzi di trasporto sia nei depositi che ai capolinea. I repubblichini di Salò, tentano di far circolare i mezzi, ma non riescono a sbloccare la situazione, sia per gli errori che commettono portando i tram fuori dai binari; ma soprattutto per la compattezza dello sciopero e la determinazione dei tranvieri, che protraggono lo sciopero per 5 giorni. Contemporaneamente il Paese viene privato anche di informazioni poiché scendono in sciopero i lavoratori (tipografi e giornalisti) del Corriere della Sera, il più diffuso quotidiano del Paese. In quei giorni, in numerose banche, restano chiusi gli sportelli, poiché i lavoratori del settore creditizio partecipano in forme diverse allo sciopero. Uno sciopero generale che per estensione, partecipazione, combattività e compattezza, assume esplicitamente il carattere di “rivolta”, mobilitazione, contro la fame, la guerra e l’occupante nazifascista. Con sempre più nettezza emerge anche la combattività delle operaie, delle lavoratrici. Le lavoratrici erano state le prime a protestare - già nel 1942 – manifestando per le vie di Sesto San Giovanni rivendicando più viveri. Gli interventi repressivi (arresti, deportazioni) sia da parte delle truppe tedesche che della milizia fascista non riescono a porre fine allo sciopero generale, il primo dopo vent’anni di dittatura fascista. Come fallisce anche il tentativo di far intervenire le imprese (per la resistenza delle stesse) per mediare con i lavoratori e far riprendere il lavoro. Lo sciopero generale incise anche sugli orientamenti delle popolazioni lombarde poiché durante la guerra si ebbe un forte aumento degli occupati nelle fabbriche milanesi. Basti pensare che ben oltre 150 mila lavoratori erano pendolari. Cioè si recavano giornalmente in città, provenienti dalle valli, in specie dal lecchese, bergamasco e bresciano. Tutto ciò favorì la presa di coscienza e la diffusione degli orientamenti antifascisti e dell’esperienza delle lotte in fabbrica, nelle comunità rurali. È in questo quadro che il Comitato d’agitazione interregionale – Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia – decise di diffondere clandestinamente - il sabato e la domenica - un volantino che invitava i lavoratori a riprendere il lavoro l’8 marzo. Lo sciopero generale è prettamente politico, non era caratterizzato da una piattaforma rivendicativa economico-sociale Lo stesso segna una svolta nella lotta contro l’occupante tedesco, il fascismo e la guerra, come indicato nel comunicato sullo sciopero e per la ripresa del lavoro del Comitato d’agitazione della Lombardia. Esso afferma: “La cessazione dello sciopero deve segnare l’inizio di una guerriglia partigiana con l’intervento di tutte le masse lavoratrici dentro e fuori la fabbrica […]. Oggi per l’esistenza del popolo italiano, vi è una sola soluzione: rispondere con la violenza alla violenza. Alle deboli e disordinate forze del nemico, dobbiamo contrapporre le solide e numerose forze armate dei lavoratori”. Questa svolta, partiva certamente anche dal presupposto che vi fosse un’accelerazione dell’avanzata delle truppe Alleate e, quindi, della liberazione del Paese entro il 1944. Ciò che, purtroppo, si verificò solo l’anno successivo. Gli sviluppi della lotta di liberazione videro una forte e ampia partecipazione dei lavoratori sia nei GAP, nelle SAP che nelle Brigate partigiane, le quali andavano costituendosi anche nelle fabbriche, e nei quartieri della città. La repressione durante gli scioperi del marzo 1944 a Milano, portò fra l’altro, arresti, deportazioni che riguardavano sia, in particolare, gli antifascisti, (già condannati dal Tribunale speciale al confino ed al carcere), presenti nelle fabbriche, ritenuti organizzatori degli scioperi, nonché operai, tecnici, impiegati, molti dei quali erano ragazzi e ragazze giovanissimi. Di essi, centinaia , non hanno più fatto ritorno dai lager di sterminio. Gli scioperi nel Nord Italia ed in particolare lo sciopero generale del marzo 1944 – unico in Europa – ebbero una forte ricaduta politica non solo in Italia, ma anche a livello mondiale per la diffusione, da parte delle radio, dei midia, della notizia a livello internazionale. Essi dimostrano la ripresa di un ruolo autonomo della classe operaia, sia come coesione sul piano sociale , che nell’azione per la conquista della indipendenza, libertà e democrazia. Essi contribuirono altresì a portare a conclusione il confronto, già in corso da mesi, fra le correnti sindacali per la definizione del “patto di Roma” sulla ricostituzione del sindacato, del sindacato unitario che venne sottoscritta a Roma il 3 giugno 1944 da Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi, ed Emilio Craveri. Ma mentre nel Paese prosegue la lotta partigiana, con l’attivo apporto della classe operaia ed il sabotaggio della produzione militare, nei luoghi di lavoro non si arrestarono gli scioperi per rivendicare miglioramenti economici, la fornitura di alimenti e carbone per il riscaldamento. I tedeschi e fascisti rispondono a questi scioperi con un’ondata repressiva senza precedenti: rastrellamenti e stragi sulle montagne, nelle valli ed in città, nonché con arresti e deportazioni nelle fabbriche che scioperano. Così, ad esempio, alla Pirelli Bicocca, mentre è in corso uno sciopero aziendale, alle 11 del 23 novembre del 1944, entra nello stabilimento un reparto delle SS tedesche ed arrestano indiscriminatamente 181 operai e due tecnici, che vengono portati in carcere per la successiva deportazione in campo di concentramento. Le SS respingono la richiesta dell’azienda di rilasciare 105 degli arrestati poiché specialisti indispensabili alla produzione. Il comando tedesco respinge la richiesta e convoca Alberto Pirelli “accusandolo, insieme alla direzione della società, di connivenza con gli operai … e di tolleranza verso gli elementi socialisti e comunisti …”. Quindi le SS rilasciano 16 operai e deportano in Germania tutti gli altri. La repressione nazifascista nei confronti degli scioperanti, in Provincia di Milano, durante il periodo resistenziale colpisce migliaia di lavoratori, 800 dei quali vengono deportati –Essi partono, rinchiusi nei vagoni bestiame, dal “binario 21” della stazione F.S. di Milano – con destinazione nei campi di concentramento. Nelle sole fabbriche del Nord Milano (Pirelli, Magneti Marelli, Breda, Falck, Stazione Locomotive di Greco, Ercole Marelli, ecc.), come ricordato sul “Monumento al Deportato” del Parco Nord, sono 635, oltre 200 dei quali non fecero ritorno. Poiché i lavoratori deportati in Germania, da tutta Italia, sono oltre 12.000, queste cifre indicano la dimensione ed il carattere della repressione nazifascista nel milanese. I lavoratori delle aziende più colpite furono nell’ordine: Breda, Falck, Caproni, Alfa Romeo, Pirelli, Innocenti. Infine i lavoratori, oltre a partecipare alla insurrezione armata nella fase conclusiva della liberazione, occuparono e presidiarono le fabbriche per impedire che i soldati tedeschi, in ritirata, distruggessero il patrimonio industriale del nostro Paese.

 CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Da quanto sinteticamente illustrato sul ruolo e le modalità di lotta dei lavoratori milanesi nell’azione per la riconquista della libertà, la democrazia e l’indipendenza del paese con la Liberazione, si possono trarre le seguenti conclusioni.

1. La mobilitazione dei lavoratori, la partecipazione agli scioperi è stata possibile perché in modo puntuale la rete clandestina antifascista – già a partire dagli scioperi del marzo 1943 -, elaborò le piattaforme rivendicative da presentare alle direzioni partendo dai problemi concreti (retribuzioni, alimenti, condizioni di lavoro, diritti dei lavoratori - parità fra operai e impiegati, e tra donne e uomini -) oltre alla fine della guerra. Esperienza e prassi tutt’ora valida per aggregare i diversi mondi del lavoro.

2. Con quelle lotte e scioperi, mentre l’obiettivo fondamentale è la Liberazione e la fine della guerra, si conquistano risultati che aiuteranno e segneranno le conquiste sindacali della fase successiva alla Liberazione: la gratifica natalizia, il diritto al servizio mensa (con primo e secondo), la riconquista del diritto dei lavoratori ad eleggere le Commissioni Interne; elementi di parità fra uomo e donna e ed operai e impiegati.

3. Il ruolo dei lavoratori nella lotta di liberazione ed i valori di cui si fanno portatori nelle loro lotte, trovano implementazione nella Costituzione, che saranno poi tradotte in norme (salute, istruzione, previdenza, diritti dei lavoratori in fabbrica, parità –uomo donna) con decenni di mobilitazione e lotte per la conquista delle leggi attuative. Problema più che mai attuale per assicurare la parità di diritti, alle giovani generazioni, a fronte delle trasformazioni intervenute.

4. La ripresa e sviluppo dell’iniziativa dei lavoratori nelle fabbriche, la ricostituzione della coesione e solidarietà della classe operaia, ma anche dei vari strati dei lavoratori, favorisce la ricostituzione del sindacato unitario – la CGIL – come soggetto contrattuale e sociale autonomo (indipendente come diceva Di Vittorio) che dà un contributo importantissimo alla conquista della Repubblica ed alla elaborazione della Costituzione.

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