Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

resistenza italiana

L'emancipazione femminile: il lungo cammino verso il voto delle donne

15 Février 2017 Publié dans #Resistenza italiana

La decisione di ammettere le donne al voto venne presa formalmente a poco più di due mesi dalla conclusione del conflitto, ma essa era maturata fin dal 1944. Soprattutto i leader dei più importanti partiti di massa, DC e PCI, erano infatti ormai convinti, nonostante le resistenze della base, della necessità di un provvedimento che avrebbe incluso nella dialettica tra cittadini e forze politiche una componente essenziale alla vita del Paese e avrebbe inevitabilmente modificato contenuti e metodi dell’organizzazione del consenso.

Alcune formazioni di punta del movimento femminile fecero sentire la loro voce, oltre che per sollecitare le cose, per ribadire che un simile risultato non si configurava nei termini di una pura e semplice concessione. Nell’ottobre 1944 l’UDI, insieme a due associazioni che avevano alle spalle una storia gloriosa, e cioè l’Alleanza femminile pro suffragio e la FILDIS (Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori), inviò un promemoria al capo del governo Bonomi, affinché l’estensione alle donne del voto e dell’eleggibilità fosse tenuta presente nell’elaborazione delle leggi elettorali da introdurre per le future consultazioni. Nello stesso mese, più esattamente il 25, sempre l’UDI indisse a Roma un incontro con le esponenti di DC, PRI, PCI, PSIUP, Partito d'Azione, PLI, Sinistra cristiana, Democrazia del lavoro e delle due associazioni già nominate. Dalla riunione nacque un Comitato pro voto, che il 27 sottopose un promemoria al CLN nazionale. Il 15 novembre un gruppo di donne presentò una mozione al CLN e nello stesso mese il Comitato pro voto si fece promotore di altre iniziative, come la stampa di un opuscolo e la stesura di una petizione, diffusa dal Comitato di iniziativa dell’UDI, per raccogliere il maggior numero possibile di firme.

Parallelamente venne indetta una settimana nazionale di mobilitazione, che in realtà non ebbe luogo in seguito alle decisioni adottate in seno al governo. In un’Italia ancora divisa in due, con il Centro-Sud liberato e la Repubblica di Salò nel Nord occupato dai tedeschi, a Roma su richiesta di De Gasperi e Togliatti la questione venne infatti esaminata dal Consiglio dei ministri il 24 gennaio 1945. Il 30 si ebbe l’approvazione, ratificata con il decreto luogotenenziale n. 23, datato febbraio 1945, un breve testo il quale stabiliva all’art. 2 che, vista l’imminente formazione nei Comuni delle liste elettorali, nelle suddette si iscrivessero in liste separate le elettrici.

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Decreto luogotenenziale febbraio 1945, n. 23

DECRETO LEGISLATIVO LUOGOTENENZIALE febbraio 1945

Estensione alle donne del diritto di voto

UMBERTO DI SAVOIA

PRINCIPE DI PIEMONTE

LUOGOTENENTE GENERALE DEL REGNO

 In virtù dell'autorità a Noi delegata;

Visto il decreto legislativo Luogotenenziale 28 settembre 1944, n. 247, relativo alla compilazione delle liste elettorali;

Visto il decreto-legge Luogotenenziale 23 giugno 1914, n. 151;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri;

 Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato e Ministro per l'interno, di concerto con il Ministro per la grazia e giustizia;

Abbiamo sanzionato e promulgato quanto segue:

 Art. 1

Il diritto di voto è esteso alle donne che si trovino nelle condizioni previste dagli articoli 1 e 2 del testo unico della legge elettorale politica, approvato con R. decreto 2 settembre 1919 n. 1495.

 Art. 2

È ordinata la compilazione delle liste elettorali femminili in tutti i Comuni. Per la compilazione di tali liste, che saranno tenute distinte da quelle maschili, si applicano le disposizioni del decreto legislativo Luogotenenziale 28 settembre 1944 n. 247, e le relative norme di attuazione approvate con decreto del Ministro per l'interno in data 24 ottobre 1944.

 Art. 3

Oltre quanto stabilito dall'art. 2 del decreto del Ministro per l'interno in data 24 ottobre 1944, non possono essere iscritte nelle liste elettorali le donne indicate nell'art. 354 del Regolamento per l'esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con R. decreto 6 maggio 1940 n. 635.

 Art. 4

Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno.

Ordiniamo, a chiunque spetti, di osservare il presente decreto e di farlo osservare come legge dello Stato.

 Data a Roma, addì febbraio 1945

UMBERTO DI SAVOIA

BONOMI - TUPINI


Paura del voto femminile

 Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nes­suna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.

Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.

Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

In più casi venne addirittura rinfacciato alle italiane di essere arrivate al diritto di voto senza aver fatto gran che per ottenerlo, di non aver avuto un movimento suffragista veramente combattivo e consapevole, come ad esempio quello inglese, e molti ribadirono che le donne erano assolutamente impreparate a compiere il loro dovere elettorale

 2 giugno 1946 file ai seggi     


Alle urne

In Italia le donne cominciarono ad esercitare il diritto di voto a partire dalle elezioni amministrative che si tennero in tutta la Penisola fra marzo e aprile 1946. Il 2 giugno dello stesso anno si recarono di nuovo alle urne per il referendum monarchia-repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente.

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"IN ITALIA SI VOTA

CASTELGANDOLFO - Per fa prima volta dopo ventiquattro anni si sono avute libere elezioni in Italia. Tanto nelle città come nei piccoli centri tutti hanno votato in un ambiente assolutamente calmo. In molti casi le donne, specialmente le contadine, sono state le prime a recarsi alle urne". L'Europeo, 25 marzo 1946


Il 2 giugno 1946, su 556 membri totali vennero elette 21 donne all'Assemblea Costituente.

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La DC, che aveva ottenuto il 35,2% dei voti e 207 costituenti, aveva fra i suoi rappresentanti 9 donne.

Il PSIUP aveva il 20,7%, 115 seggi e 2 donne. Il PCI ottenne il 19% dei consensi, 104 costituenti e fra di essi 9 donne.

40 seggi andarono a vari gruppi moderati, 30 seggi al Partito dell’Uomo Qualunque, di cui uno assegnato a una donna. 23 seggi furono assegnati ai repubblicani e 7 al Partito d'Azione: fra le loro fila nessuna donna.

Le ventuno costituenti appartenevano prevalentemente alla classe media. Tredici erano laureate, soprattutto in materie umanistiche; c'erano poi un’impiegata e una casalinga; due delle comuniste erano state operaie. Avevano nel complesso una buona cultura e provenivano, per la maggior parte dal Centro-Nord del Paese, dove lo sviluppo economico era stato più precoce e dove si era vissuta la Resistenza.


 I lavori dell’Assemblea Costituente 

L’Assemblea Costituente si riunì per la prima volta nel Palazzo di Montecitorio il 25 giugno 1946. Nel corso di quella seduta venne eletto presidente dell’Assemblea Giuseppe Saragat, in seguito dimissionario e sostituito, l’8 febbraio 1947, da Umberto Terracini.

Il 28 giugno 1946 l’Assemblea procedette all’elezione del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, il quale avrebbe esercitato le sue funzioni fino a quando non fosse stato nominato il Capo dello Stato a norma della Costituzione che sarebbe stata approvata dall’Assemblea.

Ai fini di un più efficiente svolgimento del proprio lavoro, l’Assemblea deliberò la nomina di una Commissione per la Costituzione, composta di 75 membri scelti dal presidente sulla base delle designazioni dei vari gruppi parlamentari in modo da garantire la partecipazione della totalità delle forze politiche, con l’incarico di predisporre un progetto di Costituzione da sottoporre al plenum dell’Assemblea. La Commissione, nominata il 19 luglio 1946 e presieduta da Meuccio Ruini, procedette nei suoi lavori articolandosi in tre sottocommissioni: la prima sui diritti e doveri dei cittadini; la seconda sull’ordinamento costituzionale della Repubblica (divisa a sua volta in due sezioni, per il potere esecutivo e il potere giudiziario, più un comitato di dieci deputati per la redazione di un progetto articolato sull’ordinamento regionale); la terza sui diritti e doveri economico-sociali.

Le donne fra i 75 membri della Commissione furono:

Maria Federici, per la DC, Lina Merlin, per il PSl, Teresa Noce e Nilde lotti, per il PCI; il 6 febbraio 1947 si aggiunse Angela Gotelli (DC).

Una volta terminato il lavoro delle sottocommissioni, la Commissione dei 75 affidò l’incarico di redigere un progetto organico e unitario ad un comitato di redazione, composto di 18 membri. Il comitato approntò il progetto di Costituzione e lo sottopose alla Commissione per la Costituzione, che approvò a sua volta il testo con lievi modifiche e lo presentò il 31 gennaio 1947 all’Assemblea Costituente. Il comitato di redazione ebbe anche l’incarico di rappresentare la Commissione dei 75 durante la discussione presso l’Assemblea plenaria, che si svolse dal 4 marzo al 20 dicembre 1947; il testo definitivo venne presentato all’Assemblea che lo votò il 22 dicembre 1947. La Costituzione venne promulgata il 27 dicembre dal Capo provvisorio dello Stato ed entrò in vigore il gennaio 1948.


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La parità tra uomini e donne è affermata in particola­re negli articoli 3, 29, 31, 37, 48 e 51 della Costituzione italiana.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 29

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Art. 31

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Art. 37

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Art. 48

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

Art. 51

Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.

La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica.

Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario alloro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro. 

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Sandro Pertini

25 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Pertini-e-Biagi.jpgAlessandro Pertini ha 47 anni quando, il 25 luglio 1943, cade Mussolini e più di 13 ne ha trascorsi in carcere o in domicilio coatto. Nel '68 diventa presidente della Camera e nel 1978, ottantaduenne, capo dello Stato. Nel corso del settennato ottiene grande prestigio e uno straordinario consenso popolare.

Questo è il racconto di Pertini Alessandro, del fu Alberto e di Muzio Maria, avvocato, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

25 luglio 1943: come vissero quel giorno

 

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

 

Bibliografia

 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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Campo di concentramento di Fossoli, 12 luglio 1944

2 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il 12 luglio 1944, 67 internati politici, prelevati dal vicino campo di concentramento di Fossoli, furono trucidati dalle SS naziste all’interno del poligono di tiro di Cibeno.

L’ANPI di Monza, domenica 11 luglio, per la celebrazione del 66° anniversario dell’eccidio, deporrà una corona d’alloro sul luogo della tragedia.

I sei antifascisti brianzoli fucilati:

ANTONIO GAMBACORTI PASSERINI nato a Monza il 14/06/1903

AROSIO ENRICO nato a Monza il 13/11/1904

GUARENTI DAVIDE nato a Monza il 28/08/1894

CARLO PRINA nato a Monza il 28/06/1908: apparteneva alla 25° Brigata del Popolo

CAGLIO FRANCESCO nato a Lesmo nel 1909: apparteneva alla Brigata del Popolo

MESSA ERNESTO nato a Monza il 28/08/1894

 

Antonio Gambacorti Passerini Enrico Arosio Davide Guarenti Carlo Prina Francesco Caglio Enrico Messa

 

Il campo di concentramento di Fossoli era situato nei pressi di Carpi, in provincia di Modena.

23 giugno: viene ucciso a tradimento Poldo Gasparotto

Venti giorni dopo, il 12 luglio, 67 internati antifascisti vengono fucilati.

In quel periodo anche Don Paolo Liggeri era internato a Fossoli. Nelle pagine di luglio 1944 del suo diario (pubblicato nel libro “Triangolo rosso – Dalle carceri milanesi di san Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen Dachau) scrive:

«Sono inquieto questa sera, e, per quanto cerchi di dominarmi, non riesco a calmare il mio nervosismo. Dio mio, mi sembra un delitto il solo pensare certe cose, ma dal momento in cui me ne hanno prospettato la possibilità ... Dunque le cose stanno così!

Questa sera, durante la solita adunata per l'appello, è sopraggiunto il maresciallo Hans delle SS con un gran foglio in mano, e ha fatto semplicemente annunciare che coloro che sarebbero stati chiamati avrebbero dovuto lasciare le file e inquadrarsi a parte. Abbiamo avuto tutti il solito brivido di sgomento che ci coglie ogni volta che si presenta la poco lieta prospettiva di una deportazione in Germania.

L'odioso appello è stato subito iniziato, e, contrariamente alle altre volte, è stato lo stesso maresciallo a chiamare ad alta voce il numero di matricola di ogni internato prescelto. Era una breve lista (settanta uomini), ma ci è sembrata interminabile; e l'atmosfera intorno era divenuta stagnante, pregna di amarezza, di neri presentimenti, non so, non riesco a definire.

Siamo tornati alle nostre baracche con le spalle curve e il cuore stretto ... Io anche questa volta, non sono fra i chiamati. Sono andato a portare la comunicazione al mio vicino di pagliericcio,. il generale della Rovere che non era venuto all’appello perché indisposto. Appena gli ho comunicato che era stato incluso nella lista, l'ho visto trasalire: un attimo; subito si è ricomposto, mi ha stretto la mano, e guardandomi con fermezza negli occhi, mi ha detto:

Non ci vedremo più! ...

Davanti e dentro la 21 A, una ressa indescrivibile: gente che trasporta bagagli e pagliericci, abbracci e baci pieni di effusione che si alternano alle calorose strette di mano del più riservati, e uno schiamazzo continuato, un misto di richiami, di saluti ad alta voce, di promesse, di giuramenti, di auguri, di esortazioni, .di parole d’incitamento di esclamazioni di ogni genere, di espressioni fiere ...

C’e chi grida: La va a pochi! (e mi ricorda Gasparotto ... ). C'è chi è visibilmente commosso, non solo fra quelli che partono, ma anche fra quelli che restano ... , come se volessero scacciare un nero presentimento. 

Il fischio stridulo della ritirata ha messo fine ai commiati.

Quando sono rientrato nella mia baracca, G. mi ha chiesto:

- Lo sai?

- Che cosa?

- Degli ebrei ... ?

- Non so nulla di nulla. Spiegati!

Saranno stati una ventina. Sono stati portati fuori del campo con un camion, equipaggiati con piccone e pala. Sono usciti prima di mezzogiorno e non sono ancora rientrati.

- Be', che vuoi dire?

- Non capisci, o non vuoi capire?

- Parla chiaro! che vuoi dire?

- Li uccideranno ...

- Chi, gli ebrei?

- No, quegli altri.

- Li ucci ... Ma sei tu che dovresti farti impiccare, una buona volta! - Ero così furibondo che l'avrei strozzato - Io non capisco che gusto ci provate tu e molti altri a far circolare sempre le notizie più catastrofiche e a far star male tanti compagni che ne hanno già d'avanzo senza le vostre mal augurate fantasticherie.

Ma gli ebrei non sono tornati.

- Segno che sono andati ad aggiustare qualche strada, o a sgombrar macerie.

- Ma anche Fritz l'interprete si è lasciato sfuggire qualche cenno ...

- Fammi il piacere, non parlarne più con nessuno.

Dio mio, adesso ch'è notte, ci penso ancora e non riesco a tranquillizzarmi. Se fosse vero ... Sciocchezze! Abbiamo, tutti, i nervi malati ... Eppure con le SS tutto è possibile. Basti ricordare Gasparotto ...Ma Gasparotto era uno, questi sono settanta. Sarebbe enorme!

Della mia baracca (la 16 A) sono stati scelti diciassette, fra cui i miei due vicini di pagliericcio: li rivedo. Questa sera non mi daranno la «buona notte» ...

Rivedo anche gli altri, tutti amici cari ... Olivelli, Carlo Bianchi, l'avvocato Vercesi, Passerini, Prina, Francesco Caglio, Arosio, Guarenghi, il colonnello Panceri, e Nilo (simpatico bersagliere padovano), Gulin (oh, quella fuga malriuscita), e Kulziski il capo baracca, e gli altri di cui in questo momento non ricordo i nomi. Penso alle loro famiglie ... il colonnello Panceri mi ha parlato questa mattina della sua Mimma e Carlo Bianchi mi ha mostrato la foto dei suoi «pupi». Attende il quarto ...

No, no! Ho i nervi malati. Sono pazzo. È impossibile! 

Fòssoli - 12 luglio 1944

Li hanno ammazzati tutti!

Questa mattina, all'alba, li hanno ammazzati come cani, poveri fratelli miei! È terribile! 

(continua)

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La morte di Antonio Gramsci

1 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Antonio Gramsci

Gramsci si spegne all’alba del 27 aprile 1937. Ha appena compiuto quarantasei anni. Quarto di sette figli di Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias, Antonio - Nino, come era chiamato in famiglia – era nato ad Ales, in provincia di Cagliari, il 22 gennaio del 1891.

Quando muore è in corso la guerra di Spagna. Una batteria di artiglieri garibaldini porta il suo nome.

Negli scritti che gli vengono dedicati sulla stampa comunista viene sempre definito capo del partito.

Nel parco di cultura Gor'kij a Mosca, campeggia il ritratto di Gramsci e il suo figliolo minore, Giuliano (che il padre non ha mai potuto vedere), allora sui dieci anni, lo scopre con sorpresa e vuole sapere dalla madre Giulia «tutto ciò che si riferisce» alla sua vita e alla sua sorte.

La fama internazionale, la solidarietà antifascista, non leniscono molto l’isolamento di Gramsci, che non è stato meno profondo negli ultimi anni di semiprigionia, di vigilanza poliziesca strettissima, immutata, anzi rafforzatasi nel passaggio dalla clinica di Formia a quella Quisisana di Roma.

Il malato si trova, fino alla vigilia della morte, in «libertà condizionale», piantonato e sorvegliato. Le sue condizioni di salute sono gravi anche se non ci si aspetta che possano da un momento all'altro diventare gravissime.

Gramsci era stato trasferito alla clinica di Roma (accompagnato da un commissario di PS e da due agenti) il 23 agosto 1935. Ciò è avvenuto soltanto perché, dopo reiterati solleciti della cognata Tatiana e il certificato medico del professor Puricelli, appariva urgente sottoporre il malato ad un intervento chirurgico di ernia. Era stata scelta la clinica Quisisana di Roma, «presi gli ordini da S.E. il capo del governo» e dopo attenti sopralluoghi, perché, secondo il capo della polizia «si presta(va) a una più efficace vigilanza».

Oltre alle visite assidue del fratello Carlo, e a quelle periodiche di Sraffa (Piero Sraffa, antifascista torinese, vicino ai comunisti, quelli dell'«Ordine Nuovo», che ha conosciuto nella prima giovinezza, insegna a Cambridge ed è un economista di grande valore), egli è assistito senza posa dalla cognata Tatiana. La moglie, Giulia Schucht, è stata lunghi anni ammalata, ricoverata in una clinica per malattie nervose. A Gramsci é stata taciuta la gravità dello stato di salute della sua compagna.

Giulia non verrà a trovarlo, probabilmente perché non è in grado di affrontare tale viaggio, e sarà un nuovo motivo di dolore per il prigioniero (che indirizza in questo ultimo periodo frequenti, affettuosissime lettere ai due figli). La sua esistenza nella clinica Quisisana è meno tormentata di quella passata a Formia ma le forze declinano di mese in mese.

Durante il 1936, Gramsci comincia a progettare di trasferirsi in Sardegna non appena finirà il periodo della «libertà vigilata », cioè nell’aprile del 1937.

La sera del 25 aprile 1937 sopravviene improvvisamente un'emorragia cerebrale. Neppure in questa estrema circostanza è assistito adeguatamente dal punto di vista clinico (mentre le suore della clinica gli mandano un sacerdote).

Gramsci si spegne all'alba del 27 aprile, alle 4,10.

La cognata è al suo capezzale: poco dopo arriverà il fratello Carlo. Soltanto questi due congiunti possono vedere la salma, «circondati da una folla di agenti e di funzionari del Ministero degli Interni», ricorda Tatiana. Un fonogramma del questore di Roma, il 28 aprile, dà conto dei funerali: «Comunico che questa sera, alle 19,30, ha avuto luogo il trasporto della salma noto Gramsci Antonio seguito soltanto dai familiari. Il carro ha proceduto al trotto dalla clinica al Verano dove la salma è stata posta in deposito in attesa di essere cremata».

Il cadavere sarà cremato il 5 maggio. I giornali italiani dànno la notizia della morte di Gramsci in poche righe attraverso un dispaccio dell’agenzia Stefani: «É morto nella clinica privata Quisisana di Roma, dove era ricoverato da molto tempo, l'ex deputato comunista Gramsci». L’eco all’estero, sui giornali democratici in Europa e in America, nella stampa comunista e antifascista, sarà grandissima.

Il 22 maggio 1937 (18 giorni prima di venire ucciso con il fratello Nello), Carlo Rosselli, in una commemorazione alla sala Huyghens di Parigi, ricordava Gramsci come uomo «intimo, riservato, razionale, severo, nemico dei sensitivi e delle cose facili, fedele alla classe operaia nella buona come nella cattiva sorte, agonizzante in una cella, con tutto un esercito di poliziotti che cercano di sottrarlo al ricordo e all’amore di un popolo ...». Per Gramsci «conta(va) solo la coerenza e la fedeltà a un ideale, a una causa, che vive di se stessa, indipendentemente da ogni carriera e da ogni interesse personale».

La notizia del sacrificio e l'esaltazione della figura del capo comunista vengono divulgate sulle onde dell'etere da una trasmissione di «Radio Milano», cioè dall’emittente che i comunisti hanno in Spagna e che in Italia viene ascoltata tutte le sere, verso le ore ventitre, da numerossimi radioascoltatori nostante divenga di mese in mese più intensa la caccia della polizia a quanti captano la voce della Spagna. Sulla base dell'intercettazione fatta dalla stazione di Imperia dei carabinieri apprendiamo che la trasmissione speciale in onore di Gramsci, con la partecipazione di oratori comunisti, socialisti e di “Giustizia e Libertà” italiani, ebbe luogo il 22 maggio 1937. In essa si descrive la vita del rivoluzionario, si cita il “processone” del 1928, si dà conto della solidarietà dei combattenti spagnoli per la libertà, si ricordano gli altri prigionieri politici del fascismo e si conclude: «Il nome di Antonio Gramsci sta scritto a lettere d'oro sulla bandiera dei lavoratori italiani».

Bibliografia:
Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970
La morte di Antonio Gramsci
La morte di Antonio Gramsci
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L’artiglieria dell'altoparlante

14 Juin 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

ricevitore radio 1937

La funzione della trasmissioni radio durante la guerra di Spagna (17 luglio 1936 – 1 aprile 1939)

Durante la guerra di Spagna, gli antifascisti cominciano ad avere a disposizione, sin dall'inizio, un'arma (quella che Vittorio Vidali chiamerà «l’artiglieria dell'altoparlante»: la radio. Fino a quel momento, in Italia, le trasmissioni radiofoniche erano state soltanto monopolio del regime fascista e anche un suo potente mezzo di corruzione di massa.

Da Radio Barcellona, da Radio Madrid, Radio Valenza si possono captare in Italia le voci dell'antifascismo, in trasmissioni speciali in lingua italiana (il PCI avrà poi, sino alla fine della guerra, la possibilità di utilizzare una sua radio trasmittente da cui manda anche direttive ai propri seguaci clandestini in Italia).

Ha scritto Elio Vittorini: «Quanto si poteva afferrare tendendo l’udito di dentro alla cuffia di un apparecchio a galena, verso le prime voci non fasciste, che finalmente giunsero fino a noi. Madrid, Barcellona ... Ogni operaio che non fosse un ubriacone e ogni intellettuale che avesse le scarpe rotte, passarono curvi sulla radio a galena ogni loro sera, cercando nella pioggia che cadeva sull'Italia, ogni notte, dopo ogni sera, le colline illuminate di quei due nomi. Ora sentivamo che nell’offeso mondo si poteva essere fuori della servitù e in armi contro di essa».

Da Radio Barcellona, il 13 novembre 1936, Carlo Rosselli lancia lo slogan che può sintetizzare la prospettiva comune del volontariato antifascista italiano in Spagna: «Alla Spagna proletaria tutti i nostri pensieri. Per la Spagna proletaria tutto il nostro aiuto. Oggi in Spagna. Domani in Italia. Anzi, oggi stesso in Italia, perché l’esempio dei fratelli spagnomi può e deve essere seguìto. Gioventù d’Italia, sveglia! Antifascisti italiani, sveglia! Uomini liberi, in piedi!».

A partire dal giugno-luglio del 1937, la stampa di regime ammette sempre più chiaramente che l'Italia è impegnata in Spagna con un proprio contingente.

Dalle emittenti radio della repubblica spagnola ogni sera gli antifascisti - dopo più di dieci anni di silenzio - riescono a parlare al popolo italiano. Vi è la Radio di Stato della repubblica che ha numerose trasmissioni da Madrid e da Valenza in lingue estere. Vi è la radio Generalitat a Barcellona. Vi è infine una emittente, «Radio Milano», che trasmette da Aranjues vicino a Madrid, tutte le sere intorno alle 23,45, che è escusivamente dei comunisti italiani. A giudicare dalla massa enorme di lavoro che essa dà alla polizia italiana, si direbbe che l'ascolto é diffusissimo e ha una importanza nonché un rilievo psicologico e politico notevole. Gli antifascisti italiani dunque esistono, parlano dell'Italia e del resto del mondo, si battono: ecco ciò che scoprono per la prima molti italiani.

La voce che giunge dalla Spagna (e spesso disturbatissima) non si sa quanto incida sulle coscienze. Si tenga presente anche che l'apparecchio radio è ancora un lusso per le masse più povere e diseredate. Ma, appunto, le denunce della polizia e la stessa ripresa di azioni squadristiche su vasta scala per reprimere o intimidire quanti osano sintonizzare il proprio apparecchio sulla lunghezza d'onde di Radio Milano ne dànno un quadro vivissimo. Si apprende che l'ascolto spesso non é individuale o familiare ma spesso viene organizzato, nel retrobottega di un locale pubblico, in una sala di caffé, chiuse le saracinesche verso la mezzanotte, persino in circoli Dopolavoro o della Opera nazionale combattenti. Il che mostra certo una notevole dose di imprudenza (é in questi casi che la sorpresa, la retata degli agenti di PS o dei militi fascisti, la delazione di un finto antifascista, sortiscono i migliori risultati), ma denota nondimeno un bisogno di testimonianza in comune oltre che una sete di informazioni inestinguibile. In qualche caso, la polizia riferirà che all'inizio e alla fine delle trasmissioni, quando risuonano le note dell'inno di Garibaldi e dell'Internazionale, gli ascoltatori si alzano in piedi e salutano con il pugno chiuso.

Non c’é solo solo la curiosità di sentire l'altra campana, di venire a sapere quanto la stampa fascista tace o deforma. C’è anche l’ansia di tanti congiunti di avere qualche notizia del figlio o del marito spedito in Spagna da Mussolini (dopo la battaglia di Guadalajara per settimane si trasmettono messaggi, testimonianze dirette dei prigionieri italiani).

Infatti, i «legionari» italiani, al comando del generale Roatta - dai primi trentamila arriveranno a cinquantamila - erano truppe il cui carattere di volontari è quanto mai discutibile; spesso si trattava di soldati mandati in Spagna a loro insaputa, reclutati per formare «battaglioni lavoratori» nell’impero africano da colonizzare.

La battaglia di Guadalajara del marzo 1937 ha una grande eco internazionale. Celebri restano, tra tutte, le corrispondenze di Ernest Hemingway, che aveva conosciuto i combattenti italiani sul fronte della prima guerra mondiale. Hemingway scrive dopo la battaglia, vedendo i caduti fascisti: «Il caldo dà lo stesso aspetto a tutti i morti, ma questi morti italiani con le loro facce grige, di cera, se ne stanno stesi sulla pioggia, molto piccoli e pietosi ... Il generale Franco scopre adesso che non può fare molto conto sugli italiani, non perché gli italiani siano vili, ma perché gli italiani i quali difendono il Piave e il Grappa sono una cosa e gli italiani mandati a combattere in Spagna mentre credevano di andare in guarnigione in Etiopia sono un’altra».

E parlando da Radio Madrid, il 27 marzo 1937, della fuga dei legionari di Mussolini, Randolfo Pacciardi, repubblicano, comandante del battaglione “Garibaldi”, dice: «Sono scappati non perché sono vigliacchi. Sono scappati perché avevano tanks, cannoni, mitragliatrici, fucili, moschetti, ma non avevano idee. Non si combatte per il piacere di combattere».

La battaglia di Guadalajara é stata il culmine della partecipazione dei garibaldini italiani alla guerra di Spagna.

Guadalajara: un volontario antifascista si rivolge col megafono alle truppe di Mussolini durante una sosta della battaglia. All’invito di passare nelle file repubblicane risponderanno positivamente molti “volontari” fascisti.

Nel marzo del 1937 (dopo Guadalajara) il capo della polizia Bocchini così telegrafa ai prefetti del regno: «Viene rilevato come molti ascoltatori radio cerchino di ascoltare iniqua et falsa propaganda radiodiffusa da Barcellona aut da altre stazioni spagnole nonché da Mosca. A tale scopo cercano anche di riunirsi in comitiva presso apparecchi riceventi di casa aut locali pubblici. Fenomeno est particolarmente osservabile presso operai, contadini, piccola borghesia. Est necessario in modo assoluto intervenire prontamente et energicamente con azioni preventive et repressive procedendo a fermi, a provvedimenti di polizia, a chiusura dei pubblici esercizi dove viene effettuata ascoltazione et a ritiro degli apparecchi in caso di flagranza. Vorranno all'uopo predisporre servizi et ricorrere ove sia necessario anche servizio di fiduciari. Si gradirà al riguardo sollecita segnalazione di ogni emergenza».

La prevenzione e la repressione auspicate da Bocchini si sviluppano largamente. Spesso vengono intercettate lettere inviate dall'Italia all’indirizzo di Radio Barcellona nelle quali si formulano elogi oppure richieste di spostare l'ora della trasmissione.

Le trasmissioni, da quel che possiamo arguire attraverso i resoconti registrati dalla polizia italiana, sono efficaci giacché risultano trattati temi che concernono direttamente la guerra di Spagna (notizie sulle battaglie, sullo schieramento internazionale, sulle denunce alla Società delle Nazioni, sull'afflusso di nuove truppe fasciste) sia argomenti che riguardano la vita delle masse popolari italiane. E qui si parla dell'aumento dei prezzi che in effetti è notevole nel 1937 e annulla i vantaggi del generale aumento dei salari e degli stipendi agli impiegati, delle condizioni di vita dei contadini e degli operai, dei profitti delle grandi aziende. E si insiste sulla crescente sudditanza dell’Italia alla Germania nazista.

Bibliografia:

Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epocaStazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

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8 marzo: Giornata internazionale della donna

8 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

    8-marzo-2013.jpg

 

Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca

Ragazza dalle guance d’aurora,

o spero che a narrarti riesca

La mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco: la truppa tedesca la città

dominava. Siam pronti.

Chi non vuole chinare la testa

Con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

Oltre il ponte ch’è in mano nemica,

Vedevam l’altra riva, la vita.

Tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte.

Tutto il bene avevamo nel cuore.

A vent’anni la vita è oltre il ponte.

Oltre il fuoco comincia l’amore.

...

Non è detto che fossimo santi,

L’eroismo non è sovrumano.

Corri, abbassati, dài, balza avanti.

Ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano,

Dietro il tronco, il cespuglio,

il canneto l’avvenire di un mondo

più umano, più giusto,

più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Ormai tutti han famiglia, hanno figli.

Che non sanno la storia di ieri. Io son

Solo e passeggio tra i tigli

Con te, cara, che allora non c’eri.

Vorrei che quei nostri pensieri

Quelle nostre speranze d’allora

Rivivessero in quel che tu speri,

ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Italo Calvino

 

 

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Resistenza armata e resistenza civile, due forme di risposta del popolo italiano alla crisi aperta dall’8 settembre 1943

28 Août 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Uno scenario squallido e desolato: è questa la prima impressione che si fanno dell’Italia gli anglo-americani al momento del loro sbarco in Sicilia nel luglio 1943.

Sicilia-carta-sbarco-alleato-1943.jpg

Una distesa di campi spogli in cui si affacciano villaggi fatiscenti; e la gente porta, impressi addosso, i segni di una miseria endemica.

Il regime fascista è giunto al suo epilogo. L’esercito è sul punto di sfasciarsi. Sotto i colpi della disfatta andranno sbriciolandosi anche le strutture dello Stato.

A provocare, in quelle giornate fatidiche, lo sgretolamento dello Stato italiano è l’armistizio dell’8 settembre.

Con la partenza precipitosa di Vittorio Emanuele III e del governo Badoglio da Roma, il mattino del 9 settembre, si apre la fase più drammatica e dolorosa della storia unitaria d’Italia. Solo pochi giorni dopo Mussolini, prelevato da un commando tedesco e trasferito al nord, dà vita alla Repubblica Sociale Italiana. Due governi rivendicano il diritto di rappresentare il paese, l’esercito è abbandonato al suo destino senza precise direttive. Un intero popolo, duramente provato dalla guerra, dalla miseria e dalla fame, è allo sbando.

Il fascismo aveva contribuito alla nazionalizzazione delle masse in Italia. Mentre il Risorgimento si fondava sul binomio nazione e libertà - «Patriae unitati, civium libertati» sta scritto sul monumento in Roma a Vittorio Emanuele III – nel processo di nazionalizzazione operato dal fascismo il secondo di questi valori era del tutto negato e calpestato.

patriae unitati

 

Badoglio annunciando l’armistizio ha dato la direttiva ambigua di reagire agli attacchi «di qualsiasi provenienza»: si finge di ignorare la minaccia tedesca incombente. La memoria operativa n°44 inviata ai comandanti delle truppe, in Italia e all’estero, ha indicato nei tedeschi il nemico da cui difendersi. Ma un dispaccio del 9 settembre, prescrivendo di «reagire immediatamente e energicamente et senza speciali ordini at ogni violenza armata germanica», aggiungeva che non doveva «essere presa iniziativa di atti ostili contro germanici» e che non si doveva fare causa comune con la resistenza locale.

I comportamenti dei comandi sono incerti e contraddittori. Solo in alcuni casi i comandi locali tentano una disperata resistenza (vedi a Roma a Porta San Paolo, a Cefalonia). Ma nel suo insieme già il 10 settembre l’esercito italiano si è disfatto. Alla mancanza di direttive dall’alto, nasce nell’animo di centinaia di migliaia di soldati un imperativo spontaneo: «tutti a casa». Ma non tutti percorrono la via di casa: in alcuni nasce la scelta della resistenza. C’è anche chi si schiera con i tedeschi. Le due scelte sono incomparabili: si combatte da una parte per il “nuovo ordine” nazista che ha insanguinato l’Europa e mandato nei campi di sterminio milioni di ebrei, si combatte dall’altra parte per la libertà.

Resistenza armata e resistenza civile, due forme di risposta del popolo italiano alla crisi aperta dall’8 settembre. Episodi di insurrezione popolare si verificano in molti centri del sud: a Matera, a Rionero in Vulture, a Lanciano.

Anche per coloro che vogliono andare a casa non è facile la via del ritorno. I tedeschi hanno messo prontamente in opera il piano Student per occupare militarmente il territorio della penisola e contrastare l’avanzata degli alleati dal sud. Sbarcati a Salerno il 9 settembre, gli alleati, dopo tenaci combattimenti, avanzano fino alla linea che va da Cassino a Pescara, la cosiddetta linea Gustav, dal nome del generale che comandava le forze tedesche. Molti dei soldati che cercano la via delle loro case cadono nelle mani dei tedeschi. Oltre seicentomila fra soldati e ufficiali sono internati in Germania e saranno posti di fronte alla scelta fra l’adesione alla Repubblica Sociale o la prigionia; solo un’esigua minoranza sceglierà di combattere ancora per Mussolini a fianco dei tedeschi. I soldati in fuga trovano solidarietà e aiuto nella popolazione che fornisce vitto, alloggio, abiti civili e indicazioni sulla dislocazione dei reparti tedeschi. Significativa è anche la solidarietà della popolazione per i prigionieri alleati in fuga dai campi di prigionia in Italia: i tedeschi promettono una ricompensa a chi ne segnali la presenza. Non mancano delazioni, ma ben più numerose sono le offerte di aiuto.

Lo riconobbe Churchill al termine della guerra: «Non fu certo fra le minori imprese della Resistenza italiana l’aiuto dato ai nostri prigionieri di guerra che l’armistizio aveva colto nei campi di concentramento [...] almeno diecimila [...] furono condotti in salvo grazie ai rischi corsi dai membri della Resistenza italiana e dalla semplice gente di campagna».

Altrettanto significativa fu la spontanea mobilitazione in favore degli ebrei.

In un paese precipitato nel caos più totale, l’unica voce che si leva, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza, è quella del fronte antifascista. Esso annuncia la costituzione di un Comitato di Liberazione Nazionale, composto dai rappresentanti di tutte le forze politiche (dal Partito Socialista al partito Comunista, dal Partito d’Azione alla Democrazia Cristiana, dal Partito Liberale alla Democrazia del Lavoro).

L’appello lanciato in quelle ore drammatiche, perché si formino in ogni parte d’Italia dei comitati regionali di liberazione, viene raccolto da alcuni gruppi di militanti antifascisti e di soldati sfuggiti ai tedeschi.

Occorreranno ancora venti lunghi mesi di lotta, fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, per giungere alla liberazione della penisola dall’invasione tedesca, al definitivo riscatto dell’Italia dalla dittatura e al ripristino delle istituzioni democratiche.

 

Unità 10 settembre 1943 1-ottobre-1943-il-combattente-1.jpg

 

Bibliografia:

-  Storia d'Italia dall'unità al 2000, Istituto Luce, 2000

 

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Aprile 1945: l' insurrezione popolare

24 Avril 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Aprile 1945: l' insurrezione popolare

Nei primi mesi del 1945 i due grandi fronti della guerra contro la Germania si rimisero in movimento. Il 12 gennaio veniva sferrata la grande offensiva invernale russa, al termine della quale, nel febbraio, le armate sovietiche, oltrepassato l'Oder, si trovavano a cento miglia da Berlino; l’aviazione anglo-americana sconvolgeva tutto il territorio tedesco, mentre Eisenhower, il 10 marzo, portava le sue truppe ad attestarsi sul Reno. I russi riprendevano intanto l’offensiva, e dopo aver occupato la Slesia e attraversato rapidamente la Cecoslovacchia puntavano su Vienna. Sembrava che la fortezza tedesca non potesse resistere più a lungo, e sempre più disperati apparivano gli appelli e le esortazioni di Goebbels.

Questo favorevole andamento delle operazioni sui fronti occidentale e orientale aveva ripercussioni, naturalmente, anche nell'Italia settentrionale, sebbene fino alla fìne di marzo non fosse ancora iniziata l'offensiva decisiva per le sorti della guerra nel nostro paese.

Nel mese di febbraio, il 14, manifestarono gli studenti dell'Università Bocconi a Milano: dopo aver bloccato tutte le entrate e rastrellato le aule convogliando gli studenti, i professori e gli inservienti nell'atrio della segreteria, uno studente aveva parlato ai presenti, esortandoli a lottare contro i tedeschi e i fascisti. Alcuni agenti, presentatisi all’ingresso dell'edificio, furono assaliti e, nel breve combattimento, uno di essi fu ucciso e un altro ferito gravemente. Il C.L.N.A.I, su proposta del partito d'azione, approvò il 16 febbraio una mozione di plauso e di solidarietà per quegli studenti che, dietro invito dell'Associazione universitaria studentesca, aderente al Fronte della gioventù, avevano affrontato i fascisti con le armi in pugno, contribuendo a dimostrare quanto debole fosse orma il potere che questi esercitavano.

Nel mese di marzo si rimettevano in movimento gli operai e dopo parecchie dimostrazioni, il 28, entravano in sciopero le maestranze degli stabilimenti industriali di Milano e dei principali centri della Lombardia. Anche in questa occasione il C.L.N.A.I. esprimeva il suo «fervido» plauso a quei lavoratori che, con la loro lotta, preparavano la «ormai prossima insurrezione di popolo per l'estirpazione radicale del nazismo e del fascismo e per il trionfo di una democrazia progressiva».

All' inizio di aprile partivano all'attacco le formazioni partigiane: «Ai primi di aprile Alba è riconquistata dai Volontari della Libertà. La Val Pellice è riconquistata, il Pinerolese è invaso. Le formazioni del Monferrato bloccano ogni trasporto nazifascista tra Asti, Alessandria e Torino, occupano quella rete ferroviaria, giungono fin sulle colline attorno a Torino ... In tutta l'Italia le nostre divisioni sono pronte ad affrontare quelle tedesche».

Il 16 aprile il C.L.N.A.I. rivolgeva ai Comitati di agitazione, agli operai, ai tecnici le sue istruzioni e indicava i compiti cui essi dovevano assolvere nella imminente insurrezione: difendere le fabbriche e gli uffici pubblici dalle distruzioni del nemico e passare poi all'attacco per ingrossare le file dei partigiani e per occupare i punti più importanti della città. Da notare che in queste istruzioni il compito di salvare gli impianti produttivi e di pubblica utilità, il patrimonio industriale, non era inteso passivamente bensì attivamente, come pronto e rapido passaggio dalla difesa all’offensiva, ben sapendo come, anche in questo caso, l’unico modo per raggiungere l'intento fosse quello di non rinchiudersi nelle fabbriche, ma di attaccare appena possibile.

Il 18 aprile, quasi raccogliendo subito questo appello, «Torino proclama un grande sciopero ... definendolo la prova generale dell' insurrezione. Lo sciopero si estende al Biellese, Vercellese e Novarese» . Il 19 aprile, il C.L.N.A.I. esortava i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti dell’Italia occupata a seguire l'esempio dei loro compagni piemontesi, che da tempo avevano abbandonato il lavoro al servizio del nemico e si mantenevano compatti in sciopero. Mentre invitava formalmente i comitati di agitazione compartimentali a organizzare l'abbandono immediato e in massa del lavoro, con particolare riguardo al personale di macchina, dichiarava che era giunta l'ora di rifiutarsi a un lavoro che era un servizio al nemico e che metteva a repentaglio, con l'onore nazionale, anche l'avvenire e la vita degli stessi lavoratori.

Le direttive erano applicate senza indugio: il 23 i ferrovieri milanesi dichiaravano lo sciopero generale, contribuendo in misura decisiva a paralizzare i movimenti e il traffico dell'avversario.

Il fascismo però sembrava voler tentare una estrema resistenza, ora accentuando la politica repressiva, ora quella distensiva. Erano le due tendenze che, già inconciliabili in precedenza, tendevano adesso, per l'avvicinarsi dell'estremo pericolo, ad allontanarsi ancor di più l'una dall'altra. Continuavano da un lato gli arresti, i rastrellamenti, la sconfessione degli elementi che cercavano una «pacificazione».

D'altro lato, al contrario, il fascismo proseguiva i suoi esperimenti di socializzazione, forse illudendosi ancora di poter attrarre a sé la classe lavoratrice. Il 15 febbraio i giornali annunciavano che presso l'Università di Torino sarebbe stato ben presto inaugurato un corso sulla socializzazione «destinato ai lavoratori, capi delle aziende e dirigenti di imprese ». Il 21 febbraio il «duce» elogiava Padova per la sua «fede nella socializzazione»: «Voi avete cam­minato - aveva detto alla commissione della città recatasi a trovarlo a Gargnano - con passo celere, verso quello che ormai comunemente si chiama lo Stato del Lavoro, e cioè la Repubblica sociale italiana, secondo i primi e immutabili principi del Fascismo. Oltre la socializzazione, cardine fondamentale della Repubblica, le classi operaie hanno ora la responsabilità amministrativa dei Comuni e quella dei problemi annonari che interessano così da vicino il popolo». Il 23 marzo, nell'annuale della fondazione dei fasci, con grandi titoli su tutta la pagina, si scriveva che «la marcia rivoluzionaria continua per la difesa dell'avvenire dell'Italia e la conquista di una più alta giustizia per il popolo». Ancora il 1° aprile il «Corriere della Sera» annunciava che il 21 aprile si sarebbe proceduto «alla socializzazione di due importanti categorie di imprese industriali. Non a caso è stata scelta la data del Natale di Roma. Quest'anno, la festa del lavoro segnerà un nuovo e decisivo progresso campo sociale. Il ritmo della socializzazione diviene infatti sempre più vivace ...».

Il C.L.N.A.I. denunziò (12 aprile) come criminali di guerra i membri del direttorio fascista, e (13 aprile) diede disposizioni alle formazioni partigiane sul modo comportarsi verso i nazifascisti che si arrendevano.

Poi, il 25 aprile, mentre l'insurrezione era nel pieno del suo vittorioso svolgimento, il C.L.N.A.I. abrogava ogni legge e disposizione del governo fascista repubblicano sulla «so­cializzazione »: rispondeva in tal modo alla politica «sociale» del fascismo, che tanta diffidenza e ostilità aveva incontrato fra i lavoratori per il suo persistente corporativismo paternalistico, e apriva la via alla lotta sindacale libera e democratica.

La seduta del C.L.N.A.I. che aveva dato inizio alla insurrezione era stata quella del 19 aprile, in cui era stata approvata la mozione sui ferrovieri. Nella stessa seduta fu decisa anche, su proposta comunista, la proclamazione di una «Giornata dei Martiri e degli Eroi», e si suggerì al governo di Roma di indire tale celebrazione il 2 giugno, anniversario della morte di Garibaldi; venne inoltre discusso e approvato un lungo proclama con cui il C.L.N.A.I. quale delegato del governo italiano, intimava «formalmente» alle forze armate tedesche e fasciste, ai funzionari civili del governo fascista repubblicano, e a quelli dell'apparato di occupazione germanico, di «arrendersi o perire».

Gli Alleati, dopo aver simulato il 5 aprile un attacco sul litorale tirrenico – attacco che li portava a liberare Massa il 10 e Carrara l'11, con l'aiuto dei partigiani, come riconosceva il generale Clark – iniziavano il 9 aprile l'offensiva principale sul fronte dell’VIII Armata schierata sull'Adriatico. Nella notte fra il 20 e il 21 Bologna, la città lungamente contesa, era liberata e vi entravano per primi i soldati italiani della «Legnano», mentre Forlì, Ravenna, Modena, Ferrara venivano liberate dai partigiani. Il 23 aprile insorgeva Genova: le SAP entravano in azione e le formazioni dei patrioti scendevano dai monti circostanti; il giorno dopo il C.L.N. assumeva i pieni poteri.

Intanto il generale Clark, nei giorni precedenti la liberazione di Bologna, annunziava alle forze partigiane dell’Italia settentrionale che la battaglia finale per la liberazione d'Italia e la distruzione dell'invasore era cominciata: «Voi siete preparati a combattere, ma il momento della vostra concertata azione non è ancora giunto. A certe bande sono già state impartite istruzioni speciali. Altre bande si concentreranno nella protezione delle loro zone e delle loro città dalla distruzione, quando il nemico sarà costretto a ritirarsi... A quelle bande che non hanno avuto compiti specifici per l'immediato futuro: voi dovete alimentare la vostra forza e tenervi pronte alla chiamata. Non fate il giuoco del nemico agendo prima del tempo scelto per voi. Non sperperate la vostra forza. Non lasciatevi tentare ad agire prematuramente. Quando verrà il momento, ciascuno di voi e tutti voi sarete chiamati a far la vostra parte nella liberazione dell'Italia e nella distruzione dell'odiato nemico». Ma i partigiani, come non avevano aspettato questo proclama per mettersi in azione, così non rispettarono questi inviti alla prudenza e all'attesa, desiderando mostrare agli Alleati quanto fosse stato decisivo il contributo degli italiani alla liberazione del loro paese. Lo stesso Clark dovrà riconoscere che «i servizi resi dai partigiani furono molti e molto importanti, compresa l'occupazione di parecchie città e di parecchi villaggi».

Il C.L.N.A.I. dal canto suo continuava a preoccuparsi della difesa degli impianti industriali e di utilità pubblica, poiché sarebbe stata certamente una liberazione pagata a troppo caro prezzo se quegli impianti fossero andati distrutti. Perciò inviava il 21 aprile ai vari C.L.N. e al Comando generale del Corpo Volontari della Libertà una « circolare per l'emergenza» in cui - prevedendo che, favoriti dallo stato d'assedio, reparti di guastatori nemici potessero tentare di «mettere in esecuzione il piano di distruzioni di fabbriche» ecc. e che reparti polizieschi procedessero «al fermo di elementi della Resistenza o ritenuti tali» - dava disposizioni su come rompere il coprifuoco e attaccare ogni pattuglia nazifascista in circolazione. Il 23 aprile poi, dietro proposta del partito liberale, stabiliva le pene per chi si fosse reso responsabile di distruzioni di vie di comunicazione, di impianti industriali e in genere dell'attrezzatura produttiva.

Il C.L.N.A.I. si preoccupava anche di altri problemi che potrebbero apparire meno importanti ma di cui pure ci si doveva interessare per garantire uno sviluppo il più possibile ordinato della vita nell'immediato dopoguerra e per evitare nuove difficoltà. Ad esempio, il 23 aprile approvava deliberazione sulla nomina dei conservatori agli archivi della Repubblica sociale, con cui intendeva assicurare la conservazione degli archivi dei vari ministeri fascisti, salvando il materiale che avrebbe potuto risultare prezioso per una migliore conoscenza - anche ai fini penali - di tanti aspetti di quella repubblica.

Il 24 poi diffidava le autorità tedesche e fasciste dal continuare i maltrattamenti contro gli ebrei rinchiusi nel carcere di San Vittore di Milano con una mozione che era nel tempo stesso una chiara condanna del razzismo e una significativa promessa di un domani ben diverso.

Giunse finalmente l'insurrezione di Milano, la città che aveva guidato per tanti mesi la lotta partigiana: come quasi tutte le città e quasi tutti i villaggi dell'Italia settentrionale, anche Milano voleva liberarsi da sola e presentare agli Alleati una ripresa ordinata e pacifica della vita. Il 29 marzo era stato costituito un Comitato insurrezionale del C.L.N.A.I., composto da Valiani, Pertini e Sereni, che svolse un'azione molto importante vincendo le esitazioni di coloro che non avevano fiducia nell'insurrezione popolare. Il 24 aprile le formazioni partigiane cittadine raccolsero un appello dal C.L.N. milanese perché prendessero le armi; e il giorno seguente, mentre le maestranze occupavano le fabbriche mettendosi agli ordini del C.L.N., la battaglia raggiunse il suo culmine e si profilò senza più incertezze la vittoria.

Mussolini riallacciò attraverso il cardinal Schuster i rapporti con il C.L.N.A.I. per un ultimo, disperato tentativo di salvezza; ma di fronte alla richiesta dei rappresentanti del Comitato di arrendersi senza condizioni, prese tempo e si allontanò dall'Arcivescovado, dove si era svolto il colloquio nel pomeriggio del 25, dicendo che avrebbe dato la sua risposta. Invece partì poco dopo, nella speranza di poter riparare in Svizzera e consegnarsi agli Alleati evitando la resa al C.L.N.A.I., che doveva apparirgli umiliante e penosa. Ormai non gli era rimasto nulla per negoziare da una posizione di forza, giacché i tedeschi avevano già da tempo svolto trattative a sua insaputa e le milizie fasciste non erano più organizzate ed efficienti.

Il C.L.N.A.I. aveva assunto pubblicamente i poteri civili e militari con due proclami emanati il mattino del 25 aprile: il primo che incitava la cittadinanza allo sciopero generale e all'insurrezione sotto la guida del Comitato; e il secondo che dava le prime disposizioni con cui il C.L.N.A.I., delegato del governo italiano, intendeva «assicurare la continuazione della guerra di liberazione a fianco degli Alleati, per garantire e difendere contro chiunque la libertà, la giustizia e la sicurezza pubblica».

Nello stesso giorno, a perfezionare il precedente proclama, veniva emanato un decreto sull'amministrazione giustizia. Occorreva fissare norme precise affinché la punizione dei delitti fascisti fosse sottratta alla indignazione popolare e avvenisse con una sanzione di legalità: norme, naturalmente, che tenessero conto dello stato d'animo generale e che traducessero tale stato d'animo in termini giuridici. Con tale decreto, che mirava ad «assolvere il molto delicato compito di offrire alla popolazione seria garanzia che giustizia sarà fatta con serenità e con sollecitudine», il C.L.N.A.I. insediava le Commissioni di giustizia per la funzione inquirente, le Corti d'Assise del popolo per quella giudicante e i Tribunali di guerra per lo stato di emergenza.

Erano gli ultimi atti del dramma che aveva schierato in due campi opposti il nostro popolo: non desiderio di vendetta né spirito di rappresaglia animavano quelle deliberazioni del C.L.N.A.I., ma la naturale aspirazione a ridare alle cose umane e ai valori morali la loro giusta importanza e la loro esatta misura, non più in base a un sogno di oppressione bensì a un ideale di libertà e di giustizia, a quell’ideale che aveva animato gli uomini della Resistenza, che li aveva resi capaci di sopportare con animo sereno tante dure prove.

Ora si era giunti al termine e si poteva ripensare con soddisfazione alle difficoltà superate, ai sacrifici sofferti, si potevano rievocare con un acuto senso di rimpianto e di gratitudine i compagni caduti lungo la strada, quelle «file di morti che non tornano più».

I partigiani guardavano con fierezza ai risultati della loro tenacia: l'esercito che fin dall' inizio si erano sforzati di creare ora esisteva veramente, dopo che era stata vinta la contrarietà dei nemici da un verso e degli Alleati dall'altro. Quell'esercito aveva contribuito efficacemente, e spesso in maniera decisiva, al successo e alla rapida avanzala delle armate anglo-americane, come dovevano riconoscere gli stessi alti Comandi alleati e come ammetterà, nelle sue memorie, perfino Churchill. Basti leggere il rapporto della Special Force (cui spettava il compito di tenere i contatti con le formazioni partigiane, di dirigerne i movimenti e di coordinarli con l'azione tattica dei reparti alleati), in cui si avverte chiaramente la meraviglia per l'appoggio fornito dai patrioti, superiore al previsto e non limitato al controsabotaggio: «Il contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Colla forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale di un nemico di gran lunga superiore ad essi per numero. Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante o cosi poco dispendiosa».

Gli uomini della Resistenza potevano dirsi contenti dei risultati raggiunti sul piano politico: anche qui avevano dovuto lottare, contro la tendenza degli Alleati a limitare e a ridurre il significato e il valore dei C.L.N., ma ora, nel momento dell'insurrezione vittoriosa i C.L.N. assolvevano pienamente al loro importante compito, dirigendo lo slancio popolare, assumendo funzioni di governo, riedificando rapidamente e con grande capacità tutta la struttura di una nuova vita libera e democratica. Il riconoscimento più ampio venne reso proprio dagli inglesi, i quali, nel rapporto citato sopra, parlarono dell'eccellente lavoro compiuto dai C.L.N. prima dell’arrivo dell'A.M.G.: « ... Quanto essi hanno fatto, lo hanno fatto bene e il prestigio del movimento di resistenza italiano non e mai stato più alto che in queste ultime settimane, risultando dell'ottimo lavoro compiuto dal C.L.N.A.I. dai suoi Comitati regionali e provinciali ... Si può dire che essi hanno assolto le loro funzioni nella maniera più soddisfacente e il tempo mostrerà quali conseguenze ciò potrà avere per il futuro politico dell' Italia». Gli inglesi furono pure colpiti dalla consapevolezza e dalla disciplina con cui erano state accolte le disposizioni dei Comandi alleati: «... Tutte le armi e le munizioni vennero consegnate a Pavia, Voghera e nelle città lungo la via Emilia in quasi tutti i casi senza incidenti e in una atmosfera che smentì completamente qualsiasi possibilità di una seconda Grecia». Le gravi preoccupazioni e i timori degli alleati si dimostrarono perciò vani: la Resistenza italiana diede un esempio di compattezza, di unità, di ardore combattivo mai disgiunto dal senso dei limiti entro cui la propria azione doveva essere mantenuta perché fosse veramente efficace: la Resistenza svelò il profondo e diffuso spirito democratico del popolo italiano.

Il 26 aprile segnò la conclusione di questo travagliato e drammatico periodo: i combattimenti continuarono per alcuni giorni ancora, perché i partigiani assalirono con successo, costringendole alla resa, le colonne tedesche che dal Piemonte, dal Piacentino e dalla bassa Lombardia cercavano di aprirsi il varco verso il Brennero; ma in quel giorno il C.L.N.A.I. pose termine all'attività clandestina, passando al nuovo periodo dell'attività pubblica e palese, Il 26 veniva pubblicato il manifesto per l'assunzione dei poteri:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia, delegato del solo governo legale italiano, in nome del Popolo e dei Volontari della Libertà assume tutti i poteri di amministrazione e di governo per la continuazione della guerra di liberazione al fianco delle Nazioni Unite, per l'eliminazione degli ultimi resti del fascismo e per la tutela dei diritti democratici.

Gli italiani devono dargli pieno appoggio. Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del C.L.N. e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali sterminati.

In quello stesso giorno, in un altro documento, si profilava il primo e basilare problema da risolvere per la ricostruzione pacifica di un nuovo ordinamento democratico: all'unanimità il C.L.N.A.I. approvava una mozione sulla riforma del futuro governo, manifestando una fiducia che non poteva andar delusa. poiché solo in essa c'erano le possibilità di un profondo rinnovamento della vita italiana, di quel rinnovamento che era stato uno dei più segreti e costanti ideali della Resistenza:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta ltalia in in vista della riforma del governo che certamente seguirà alla liberazione del Nord, esprime al C.L.N. centrale il voto che i Ministeri decisivi per la condotta della guerra e per il rinnovamento democratico del paese, e in particolare il Ministero degli Interni, siano affidati a uomini che abbiano decisamente combattuto il fascismo sin dal suo sorgere e che diano prova di saper degnamente esprimere i bisogni di vita e di giustizia sociale e le profonde aspirazioni democratiche delle masse lavoratrici e partigiane che sono state all’avanguardia della nostra guerra di liberazione.

Questa mozione apre nuovi problemi, prospetta l’inizio di una nuova lotta politica: la vita, nel suo infaticabile corso, non si arrestava e rapidamente portava con sé altri compiti, facendo svanire a poco a poco nel ricordo le sofferenze, i dolori, le pene e lasciando nell'anima la traccia di una più alta vita morale e l'incitamento a mantenersi sempre degni della grande esperienza della Resistenza.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

Aprile 1945: l' insurrezione popolare
Aprile 1945: l' insurrezione popolare
Aprile 1945: l' insurrezione popolare
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Il documento Wilson

6 Décembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

7 dicembre 1944

La soluzione della crisi governativa incide anche in un altro settore decisivo: pone fine alla lunga attesa della missione del CLNAI, venuta a Roma alla fine di novembre, allo scopo di ottenere una chiarificazione definitiva dei rapporti sia con gli alleati, sia con il governo stesso italiano. La missione era stata originariamente sollecitata dagli alleati, cioè dai loro rappresentanti in Svizzera, quando ancora si sperava nella conclusione vittoriosa dell'offensiva sulla gotica, ma dagli stessi alleati ristretta alle persone di proprio gradimento, a Pizzoni, per le questioni finanziarie e -«Franchi» (Edgardo Sogno), per le questioni politico-militari. Deludendo questa impostazione, essa era stata costituita invece da Parri, Giancarlo Pajetta e Pizzoni, con la partecipazione ormai divenuta secondaria del suddetto Franchi. Arrivata a Roma, aveva ricevuto una accoglienza freddissima da parte di Bonomi il quale s'era affrettato a dichiarare la propria incompetenza, rinviandola agli alleati. Con questi ultimi essa aveva pertanto iniziato una fitta serie di colloqui, dovendo rinunciare - per lo scoppio stesso della crisi - ad avere un qualsiasi appoggio da parte del governo italiano.

Finalmente il 7 dicembre

nella sala del Grand Hotel, da un canto, imponente maestoso come un proconsole, Sir W. Maitland Wilson, dall'altro, - riferisce Parri, - noi quattro si procedeva alla firma al testo dell'accordo in sei punti. Al primo punto la definizione pregiudiziale dei rapporti fra il comandante supremo alleato e il CLNAI: «Il comandante supremo alleato desidera che la più completa cooperazione militare sia stabilita e sia mantenuta fra gli elementi che svolgono attività nel movimento della resistenza; il CLNAI stabilirà e manterrà tale cooperazione in modo da riunire tutti gli elementi che svolgono attività nel movimento della resistenza sia che appartengano ai partiti antifascisti del CLNAI o ad altre organizzazioni antifasciste».

Successivamente, gli impegni assunti dal CLNAI: di far eseguire da parte del CVL «tutte le istruzioni date dal comandante in capo AAI il quale agisce in nome del comandante supremo alleato»; di mantenere al posto di «capo militare del Comando generale del CVL un ufficiale accetto al comandante in capo AAI», di «garantire la legge e l'ordine al momento della ritirata del tedesco e di salvaguardare le risorse economiche del paese in attesa che venga istituito un governo militare alleato ...», di «fare cessione a tale governo di ogni autorità e di tutti i poteri di governo e di amministrazione, precedentemente assunti», di accettare infine che i partigiani nel territorio liberato passassero alle dipendenze dirette del comandante in capo AAI «eseguendo qualsiasi ordine dato da lui o dal governo militare alleato in suo nome compresi gli ordini di scioglimento e di consegna delle armi, quando ciò venisse richiesto».

Il documento concludeva con l'obbligo di « consultare le missioni alleate ... in tutte le questioni riguardanti la resistenza armata, le misure antiincendi e il mantenimento dell'ordine».

In cambio di tanti impegni, garanzie e oneri,«un'assegnazione mensile non eccedente 160 milioni di lire» veniva «consentita per conto del comando supremo alleato per far fronte alle spese del CLNAI e di tutte le altre organizzazioni antifasciste». Ma anche sul modo d'erogazione di tale somma e sulle quote spettanti alle varie zone sanciva il controllo del solito «comandante in capo AAI».

Il documento può apparire deludente, in taluni punti persino umiliante per la Resistenza. Ben si comprendono le reazioni immediate che esso suscitò al momento della firma nei rappresentanti del CLNAI («Ad un certo momento, - testimonia Parri, - ci domandammo se convenisse firmare») e anche quelle meno immediate, ma ancor più aspre che la sua lettura suscitò in seno al CLNAI (i rappresentanti socialisti arrivarono al punto di giudicarlo «un documento di asservimento del CLNAI alla politica britannica»).

«Ma, - continua lo stesso Parri, - firmammo. Troppo grande, troppo importante, quella che avevamo ottenuto per non lasciare in seconda linea le altre considerazioni». Al di là della forma, la sostanza era questa: che gli alleati riconoscevano di fatto al CLNAI il compito di guidare la lotto armata nel Nord e rinunciavano definitivamente alla loro politica di trattare con questo o quel settore del movimento partigiano (si ricordi quali erano state le richieste iniziali degli alleati per la formazione della stessa missione), Il finanziamento - certo utile e prezioso anche in se stesso - aveva tuttavia validità in quanto sanciva questa nuovo corso nei rapporti fra alleati e Resistenza: i primi ottenevano in cambio una serie d'impegni a garanzia che non si ripetesse in Italia una «soluzione tipo Grecia» (situazione già esclusa pregiudizialmente da tutta la condotta politica del CLNAI); la seconda vedeva infine riconosciuta a accettata la propria validità o la propria impostazione politica e militare; gli alleati erano costretti a riconoscere l'esistenza dell'esercito popolare dopo che in tanti modi s'erano adoperati per impedirne la nascita e lo sviluppo, prima sostenendo la tesi dei piccoli gruppi di «informatori e di sabotatori», poi limitando al minimo o negando del tutto i propri aiuti.

Il 26 dicembre vi fu una dichiarazione bipartita tra governo italiano e CLNAI.

Eccone il testo nella sua integrità:

Il Governo italiano riconosce il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI) quale organo dei partiti antifascisti nel territorio occupato dal nemico. Il governo italiano delega il CLNAI a rappresentarlo nella lotta che i patrioti hanno impegnato contro i fascisti e i tedeschi nell'Italia non ancora liberata. Il CLNAI accetta di agire a tal fine come delegato dal governo italiano il quale è riconosciuto dai governi alleati come successore del governo che firmò le condizioni di armistizio ed è la sola autorità legittima in quella parte d'Italia che è già stata o sarà in seguito restituita al governo italiano dal governo militare alleato.

Bibliografia:

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana – Einaudi 1964

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