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La Resistenza delle donne 1943-1945

2 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il contributo del genio femminile alla Resistenza

La gratuità del servizio alla Resistenza probabilmente allora non era così evidente, ma risulta essere un messaggio ancora oggi estremamente attuale. Offrire un contributo al bene comune (allora era la lotta per la libertà) senza avere la certezza e l'aspettativa di poter trarre nessun altro vantaggio che la possibilità di offrire una società più giusta: un atteggiamento che allora scattò in modo quasi automatico in molti, un atteggiamento che diventa provocazione per il nostro tempo, soprattutto di fronte a un deficit di partecipazione e di voglia di occuparsi delle cose di tutti. Un'altra piccola annotazione che potrebbe ben descrivere il contributo del genio femminile alla Resistenza. Le donne, allora come oggi, sanno portare concretezza e attenzione ai piccoli particolari che sono decisivi per la buona riuscita di qualsiasi azione. La concretezza appartiene soprattutto alle donne ed è merce rara in un universo maschile che rischia di trascurare le piccole cose solo apparentemente inutili.

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Il riconoscimento dell’impegno

Dopo la Liberazione la qualifica di partigiano fu riconosciuta a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiuto almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche). Poste così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veniva messo fuori gioco e che - salvo casi eccezionali - per loro si sarebbe potuto parlare solo di «contributo» dato alla Resistenza, un termine che già contiene in sé un senso di inferiorità e di dipendenza. Come hanno mostrato ormai diverse studiose, esiste un forte divario tra il numero di donne che a vario titolo si opposero al nazifascismo e il numero di quante si videro effettivamente riconosciuto il lavoro svolto. Ciò non toglie che a livello nazionale furono riconosciute a quel tempo circa 35.000 partigiane e 70.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, una cifra piuttosto consistente. Di loro, 4653 furono arrestate, torturate, condannate; 2750 deportate e 623 fucilate o cadute in combattimento. Alle donne furono assegnate 19 medaglie d'oro al valore militare, di cui 15 alla memoria.

La memoria della Resistenza al femminile è stata poi limitata dal silenzio di tante protagoniste di quegli anni duri. Un silenzio che per molte donne è stato una scelta consapevole. Complessivamente parlando, però, il silenzio delle donne è stato quello più «assordante», per vari motivi: l'abitudine alla sottomissione all'uomo e al capo famiglia, il timore di passare per una «poco di buono» e per una donna rotta a chissà quali avventure, o al contrario l'idea di aver fatto solo il proprio dovere o comunque nulla di eccezionale in un tempo come quello della guerra.

Le donne furono presenti in tutti gli ambiti della Resistenza organizzata: scontro armato, informazione, approvvigionamento e collegamento, stampa e propaganda, trasporto di armi e munizioni, organizzazione sanitaria, organizzazione di scioperi e manifestazioni per il pane e contro il carovita e il mercato nero.

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La «staffetta» era qualcosa di più che una semplice «postina» come verrebbe da pensare: era colei che portava ordini e comunicazioni, ma anche armi e munizioni, che accompagnava uomini in fuga verso la salvezza e così via. Il rischio era sempre elevato e bisognava dimostrare notevole sangue freddo e tanta fortuna quando ci si imbatteva in un qualsivoglia posto di blocco: tanto più che bisognava mettere in conto non solo di rischiare la vita, ma di diventare oggetto di sgradite e pesanti attenzioni maschili.

Inoltre occorre considerare che tutte le attività informative svolte dalle ragazze e dalle donne.

 

La capacità di iniziativa individuale

Il punto di partenza cronologico è naturalmente l'8 settembre 1943, anche se non si possono dimenticare tanti precedenti, come l'antifascismo dimostrato nel corso del Ventennio o come le proteste pubbliche di madri e mogli per il graduale peggioramento delle condizioni di vita tra 1942 e 1943. Proprio al momento dell'annuncio dell'armistizio e di fronte al disfacimento delle nostre forze armate e alla cattura, quasi senza colpo ferire, di centinaia di migliaia di nostri soldati, le donne seppero reagire con inattesa decisione e inventiva.

Il maternage di massa - ovvero la sensibilità e la capacità di esplicare funzioni materne e protettive verso i nostri soldati in quei giorni di settembre - spinse un'infinità di donne di ogni età e di ogni regione italiana a considerare come propri figli quanti passavano davanti alle loro abitazioni, chiedendo un pezzo di pane, un abito borghese, un pagliericcio per riposare. Capacità di iniziativa individuale e fantasia segnarono i comportamenti di molte donne.

Nella pianura emiliana fiorirono le cosiddette «case di latitanza», che punteggiarono tutto il territorio. Per esempio nel Reggiano se ne trovavano a Campegine, Gattatico, Montecchio, S. Ilario d'Enza, Poviglio e così via, fino alla montagna. Erano generalmente poveri casolari sperduti in mezzo alle campagne: alcune nascondevano temporaneamente partigiani, disertori, alleati, ex prigionieri, mentre altre erano adibite allo smistamento dei giovani dalla pianura alla montagna e dalla montagna alla pianura. Le donne di queste case erano disposte a collaborare con la Resistenza e quindi pronte a preparare cibi e coperte per quanti si rivolgevano a loro in un qualsiasi momento del giorno e della notte. Erano le donne che curavano i feriti e li sorreggevano nei primi passi di convalescenza. Erano le donne che sostenevano gli ospiti nei momenti di sconforto, offrendo loro parole di speranza e d'incoraggiamento ed erano sempre loro che sostenevano la curiosità dei piccoli che sapevano, ma non dovevano sapere, inventando frasi di circostanza. Con coraggio nascondevano armi nei rifugi, nei fienili o nei doppi fondi dei mobili e celavano i loro uomini di fronte alle insistenze dei fascisti e dei tedeschi, trovando sempre le scuse più credibili per proteggerli dall'arresto.

In questo caso, se scoperte, al rischio dell'arresto o della fucilazione si aggiungeva quello di veder immediatamente bruciata la propria abitazione:

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fu quel che capitò a Genoeffa Cocconi Cervi, la moglie di Alcide e la madre dei sette celebri fratelli. Genoeffa morì di crepacuore dopo la fucilazione dei figli e dopo un nuovo incendio della sua casa nel novembre 1944.

L’assistenza offerta a tutte le categorie di perseguitati comportava dunque notevoli rischi e non può certo essere intesa come una sorta di scelta più tranquilla e meno coraggiosa rispetto alla lotta armata.

Una forma diversa di solidarietà fu manifestata dalle donne che si attivarono per portare soccorso agli antifascisti incarcerati.

Donne coraggiose si prodigarono negli ospedali per curare i feriti - veri o presunti che fossero - e per celare, magari sotto improbabili ma terribili diagnosi mediche, ebrei e ricercati. Furono in primo piano, naturalmente, molte suore, come quelle dell'ospedale Niguarda di Milano o della Poliambulanza di Brescia. Ricordiamo il caso di Maria Peron, lei stessa infermiera a Niguarda: proprio in quanto coinvolta nelle operazioni di salvataggio di ebrei e partigiani all'interno delle strutture dell'ospedale, ella rischiò l'arresto e dovette lasciare Milano. Si recò presso le formazioni partigiane della Val Grande e divenne ben presto leggendaria per la sua capacità di organizzare i servizi di cura e di reperimento dei medicinali, in una zona di guerra soggetta a numerosi rastrellamenti. Maria esercitò di fatto l'attività del chirurgo e salvò più di una vita, conquistando in tal modo una sorta di parità professionale e diventando popolare anche presso i valligiani.

A Torino donne, appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, si diedero un compito ancora più delicato e rischioso: «quando si veniva a sapere che c'erano dei caduti in città, certe donne andavano a togliere la corda agli impiccati, li lavavano, li componevano. Altre pensavano a portare i garofani rossi al cimitero. Le tombe dei partigiani erano sempre tutte infiorate.

 

I Gruppi di Difesa della Donna

I Gruppi di Difesa della Donna ebbero un importante ruolo: non solo sostenere la lotta partigiana, ma anche sensibilizzare le donne, far loro maturare una coscienza politica e prepararle in tal modo alle responsabilità del dopoguerra. Nati a Milano nel novembre '43 per iniziativa del Partito Comunista italiano, del Partito Socialista di Unità Proletaria e del Partito d’Azione, questi gruppi si diffusero dal 1944 in tutta Italia e vennero riconosciuti ufficialmente dal Comitato di Liberazione Alta Italia. Tra queste donne agirono figure celebri come Camilla Ravera, Lina Merlin e Ada Gobetti. Nell'aprile del '44, nacque il giornale «Noi Donne»

1945-gen-NOI-DONNE.JPG

che insisteva sull'importanza e la specificità del ruolo delle donne nella difesa delle case e nella lotta quotidiana contro il carovita, invitando appunto a prepararsi «ad amministrare e governare». Il loro programma era semplice, ma di notevole importanza:

«Le donne italiane vogliono avere il diritto al lavoro, ma che non sia permesso sottoporla a sforzi che pregiudicano la loro salute e quella dei loro figli. Esse chiedono:

- la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, dell'impiego delle donne nelle lavorazioni nocive;

- essere pagate con una salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini;

- delle vacanze sufficienti e l'assistenza nel periodo che precede e che segue il parto;

- la possibilità di allevare i propri bimbi, di vederli imparare una professione, di saperli sicuri del proprio avvenire; di partecipare all'istruzione professionale e non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici soltanto a lavori meno qualificati;

- la possibilità di accedere a qualsiasi impiego, all'insegnamento in qualsiasi scuola, unico criterio di scelta: il merito;

- di partecipare alla vita sociale, nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi locali e nazionali.

Non mancava, ovviamente, la richiesta del pieno diritto di voto politico e amministrativo per tutte le donne.

In questo contesto, in molte località italiane, si ebbero ripetute mobilitazioni al fine di raccogliere viveri, indumenti, sigarette, medicinali per aiutare concretamente le formazioni partigiane ad affrontare l'inverno del 1944.

 IMI stazione Pordenone

Nella Resistenza armata

Nella Resistenza non furono molte le combattenti vere e proprie, e tuttavia non mancano esempi in tal senso. Furono diverse le ragazze che chiesero, con maggiore o minore successo, di imparare a sparare e di poterlo poi fare davvero.

donna-partigiana.jpg 1945 25 aprile Milano partigiane

Elisa Oliva fu comandante in Valdossola e, in seguito, ricordò di aver così risposto a chi le voleva togliere il comando: «Non sono venuta qua per cercarmi un innamorato. Io sono qua per combattere e ci rimango solo se mi date un'arma e mi mettete nel quadro di quelli che devono fare la guardia e le azioni. In più farò l'infermiera. Se siete d'accordo resto, se no me ne vado [...] Al primo combattimento ho dimostrato che l'arma non la tenevo solo per bellezza, ma per mirare e per colpire [...]

Anche nei GAP militarono donne che parteciparono direttamente ad azioni rischiose e alla preparazione ed esecuzione di attentati (a Roma, Carla Capponi fu partecipe dell'attentato di via Rasella, nei GAP di Milano Onorina Brambilla, con il marito Giovanni Pesce fu protagonista della lotta armata).

Alcune delle donne martiri della Resistenza hanno conosciuto violenze inenarrabili prima di essere uccise. Occorre tener conto anche la mera violenza psicologica esercitata in occasione di interrogatori o di processi. Rileggere cronache e testimonianze del tempo spinge a guardare con infinita ammirazione a donne che conservarono sangue freddo e dignità assoluta.

Visioni tradizionali e pregiudizi accompagnarono l'impegno delle donne nella Resistenza, specialmente quando esse si trovavano, volutamente o forzatamente a condividere la vita delle formazioni in montagna. Di conseguenza le giovani partigiane finirono per essere sommariamente identificate con figure di donne “facili” tanto che i comandi della Resistenza cercarono di dettare regole e porre limiti rigidi. Nell'agosto del 44 il comando della 19a brigata d'assalto Garibaldi, intitolata a Eusebio Giambone, comunicò al comando generale delle Brigate Garibaldi di aver costituito al proprio interno un distaccamento femminile composto da staffette e da familiari dei propri partigiani.

staffette partigiane

Nacquero comunque molti rapporti affettivi più o meno duraturi, che per lo più ambivano a una situazione di ricerca di solidità e di serietà, tanto che non mancarono i matrimoni celebrati alla macchia o nei paesi delle zone liberate, anche con l'assistenza del prete.

Dopo la Liberazione tutti i pregiudizi emersero - o riemersero - con prepotenza. In tante sfilate per le vie cittadine alle donne partigiane arrivò l'ordine di non sfilare, oppure di farlo figurando solo come crocerossine.

 

La Resistenza e l’impegno politico

Certo è che - una volta fatta la propria scelta - le donne seppero anche passare all'iniziativa, comprendendo che la Resistenza avrebbe costituito un passo decisivo sulla strada dell'emancipazione propria e di tutte le donne.

La partecipazione alla Resistenza - scoperta anche attraverso autonomi percorsi personali - fu così la premessa per un successivo e forte impegno politico: pur tra mille ostacoli e pregiudizi, le donne avrebbero così cominciato a far politica anche entro le istituzioni pubbliche. L’ingresso di quel sparuto gruppetto di 21 deputate alla Costituente (su 110 candidate) può essere visto come il punto di arrivo della lotta resistenziale al femminile e come il punto di partenza per una nuova storia dell'Italia: una volta tanto, in meglio.

1946 donne alla Costituente 

 

Bibliografia

Giorgio Vecchio - LA RESISTENZA DELLE DONNE 1943-1945 – Ed In dialogo – Ambrosianeum – 2010  

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Le donne nella Resistenza

2 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne affrontarono tra il 1940 e il 1945 un periodo dei più scuri: figli e mariti al fronte, a casa razionamento e bombardamenti. L'8 settembre anche la loro rassegnazione doveva trasformarsi: la donna, partecipa attivamente alla lotta di liberazione e prende coscienza del suo ruolo nella nuova società italiana. Lo dimostrano alcuni brani di lettere di donne della Resistenza condannate a morte:

«... A voi conver il dovere di addolcire il dolore di mia madre; ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessari.

 

«Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un soldato che va sul campo di battaglia: sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà. Avrei tanto voluto vedere i tempi nuovi».

 

«Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile».

 

Ha scritto Thomas Mann:

«Tutto ciò sarebbe stato invano, inutile, sciupato il loro sogno e la loro morte? No, non può essere. Non c'è stata idea per cui gli uomini abbiano combattuto e sofferto con cuore puro ed abbiano dato la vita che sia andata distrutta ».

 

La Resistenza fu un fenomeno europeo. Il termine coniato dai francesi indicò l'opposizione che l'Europa fece al nazismo. Fu insieme lotta armata, resistenza passiva, movimento popolare, rivolta patriottica.

In Italia la Resistenza prese l'aspetto di un secondo Risorgimento; un moto che unì e saldò per la prima volta nella storia nazionale uomini diversi per provenienza di classe e per ideali politici. Fu l'incontro delle grandi masse popolari con i partiti antifascisti.

Vi persero la vita 35.000 partigiani; 10.000 civili furono uccisi in azioni di rappresaglia; 33.000 militari perirono nei campi di concentramento; 8.000 furono deportati nei «Lager» per motivi politici; 32.000 caddero combattendo nelle formazioni partigiane che si organizzarono all'estero. Le donne vi parteciparono largamente: 70.000 presero parte ai gruppi di difesa; 35.000 in azioni di guerra partigiana; 16 furono decorate di medaglia d'oro. Perché? Cosa fu che le mosse? Ne abbiamo intervistate alcune.

 

Lidia Beccaria (Cuneo): «Avevo alcuni amici ebrei per cui non riuscivo a capire la presa di posizione contro di loro. non riuscivo a rendermi conto del perché io avrei dovuto rifiutare alcune amicizie che fino al giorno prima mi erano state molto care. Successivamente penso che il colpo maggiore me l'abbiano dato i miei fratelli di ritorno dalla Russia, quando mi hanno raccontato e quello che era successo durante la ritirata e quello che avevano fatto i tedeschi e quello che avevano visto sia in Polonia che in Russia. L'ultimo colpo certamente, a parte il 25 luglio, avvenne il 12-13 settembre quando i primi carri armati tedeschi sono entrati a Mondovì».

 

Sandra Codazzi (Reggio Emilia): «Era assolutamente assurdo, ingiusto, che i tedeschi portassero via gli uomini in quella maniera e sopratutto vedere (vicino al treno nel quale mio padre si trovava, un treno piombato che portava i deportati in Germania) un gruppo di tedeschi e di fascisti che sparavano su noi donne che eravamo andate là per cercare i nostri genitori, fratelli, eccetera. Ecco, ebbi una ribellione enorme e forse per la prima volta nella mia vita ho provato una cosa che poi non ho provato forse più: ho provato cioè che cosa è l'odio ».

 

A. Ciccetti (Milano): «Mettevano dentro la busta-paga un tagliandino dove c'era scritto "Deve pagare 5 lire (ricordo benissimo) per il Partito Fascista, per la tessera del Partito Fascista". Ci ho scritto su: "Rifiuto". Dopo due o tre giorni mi chiamano in direzione e mi dicono: "Tu sei passabile per il Tribunale speciale". "Perché?". "Perché hai rifiutato la tessera del fascio". "lo la rifiuto semplicemente perché è appena morto mio fratello, in guerra. Aveva vent'anni... Dunque la guerra mica l'ho voluta io, l'avete voluta voi. E basta"».

 

Marta Pellegrino (Cuneo): «L'8 settembre, quando, diciamo, si è sfasciato l'esercito, naturalmente ho scelto questa strada, perché ho capito che questi ragazzi in montagna avevano bisogno anche dell'apporto delle donne. Loro da soli non potevano, perché quelli che erano lassù, in montagna, non potevano naturalmente venire in città, perché sarebbero stati arrestati. Ed allora mi sono decisa a fare la staffetta. Ho cominciato ad andare avanti e indietro, a Boves, con la mia bicicletta, a portare armi, munizioni, documenti, notizie, medicinali, viveri, secondo quello che poteva servire».

 

Con la Resistenza la donna diventa protagonista di un avvenimento storico a fianco degli uomini. Accetta la guerra come individuo che vi partecipa responsabilmente di persona; accetta la guerra con le sue regole di violenza; e la guerra non le risparmierà alcuna violenza. Le donne arrestate, condannate, torturate, sono 4.563; le donne fucilate o che nel corso di azioni armate caddero, furono 623; le donne deportate in Germania furono circa 3.000. In montagna parteciparono a tutte le azioni delle formazioni partigiane; e in montagna la donna scopre un'altra dimensione di sé. L'occasione le dimostra che se necessario può prendere il controllo della situazione, può condurre una azione, guidare una formazione. Oltre cinquecento sono state le donne cui sono stati affidati compiti di comando anche militare. Ne abbiamo incontrato alcune; ecco le loro storie nelle interviste di Liliana Cavani:

La sera del 7 novembre a Bologna si combatte contro i tedeschi la battaglia di porta Lame, decisiva per le formazioni partigiane. Fu una ragazza di 17 anni, Germana Boldrini, a dare il segnale dell'attacco partigiano.

 

Germana Boldrini (Bologna): «In quel momento io mi sganciai dai miei compagni di gruppo ed arrivai a Porta Lame, circa un sei-sette minuti prima; e Il ci fu l'attacco, in piazza della Porta, insomma. E quando arrivai a Porta Lame, con la mia arma automatica e le bombe a mano lanciai il fuoco. I miei compagni mi seguirono e ci fu un grande combattimento. Ci furono delle perdite da parte nostra e delle perdite da parte dei tedeschi».

 

Liliana Cavani: «Da dove le veniva questo grande coraggio? ».

Germana Boldrini: «Forse perché in casa mia si è sempre vissuti in quella atmosfera, date le circostanze del mio povero babbo che aveva vissuto dodici anni di confino e quando era a casa era molestato quasi tutti i giorni dai fascisti; e ne ha subito di tutti i colori ed io essendo la più grande, si vede che mi son messa nel sangue quel certo spirito di coraggio per difendere mio padre fino alla morte, perché aveva passato una gioventù tanto crudele, tanto brutta, che mi rimpiangeva il cuore solo a sentirlo parlare, tante volte. E dopo la morte, la morte brutta, fucilato ... ».

 

Liliana Cavani: «Che cosa era accaduto a suo padre? ».

Germana Boldrini: «Mio padre è stato fucilato. Prima hanno minato la casa e poi l'hanno fucilato sulle macerie della casa».

Liliana Cavani: «E lei, allora, che ha fatto?».

Germana Boldrini: «Ho pensato che volevo difenderlo, volevo vendicarlo ... Questo è stato tutto quello che ho fatto, poiché io non l'ho visto. L'ho visto due giorni prima di morire, poi non l'ho più visto, neanche sono stata al funerale, niente; ché non gli han fatto un funerale civile, gli han fatto un funerale con un carro da buoi, perché non gli hanno dato il permesso neanche di dargli una carrozza, niente ».

 

Nel 1944, Norma Barbolini aveva 24 anni; era in montagna da tempo con una brigata partigiana comandata dal fratello. Uno degli scontri più violenti con i tedeschi fu quello di Ceresologno, nel Modenese, nel corso del quale Norma prese il comando della brigata.

 

Norma Barbolini: «Poiché mio fratello rimase ferito e abba­stanza gravemente (eravamo impegnati in una battaglia molto impegnativa, anche perché quella lotta si svolse così, quasi a tu per tu tra i tedeschi e partigiani e di conseguenza a un certo momento noi eravamo circondati, dopo che la postazione di mio fratello l'hanno messa a tacere, quindi noi abbiamo dovuto cercare con tutte le nostre forze di resistere a questo combattimento) e poiché lì persone che potessero in quel momento prendere delle decisioni non ne vedevo (c'era anche un certo caos) decisi di prendere io quelle decisioni che ritenevo più opportune e ero sicura che i partigiani mi avrebbero appoggiata; si è fatto tutto il possibile, e di conseguenza lì siamo riusciti a portare a termine la battaglia con un enorme successo, fra l'altro ... ».

Liliana Cavani: «Lei che grado aveva? ».

Norma Barbolini: «Io di capitano e avevamo una taglia, io e mio fratello, di 400.000 lire ».

 

In carcere sono sottoposte a interrogatori estenuanti; come i loro uomini, sono al corrente di cifrari, di codici, dei nomi dei capi, della forza numerica delle formazioni. Il nemico non risparmia mezzi per estorcerglieli.

Subito dopo l'8 settembre, Adriana Locatelli raccolse nella sua casa di Bergamo un gruppo di militari sbandati; li guidò per oltre un anno in azioni partigiane, sin quando i tedeschi riuscirono a catturarla e tentarono di farla parlare con ogni mezzo, nel corso di massacranti interrogatori.

In realtà il contributo delle donne italiane non si limitò alle azioni dirette. Nel 1944 le donne partecipano ai grandi scioperi del Nord, di più, li organizzano, sostituiscono i loro uomini quando chiedono pane, vestiti, carbone, migliori condizioni che mitighino la durezza del conflitto armato. E muoiono in quelle manifestazioni. La prima cade a Forlì, nel corso di uno sciopero. È una madre di 5 figli. Nelle case assolvono ai compiti che la tradizione ha loro affidato: lavorano, tagliano, cuciono, preparano indumenti caldi, confezionano pacchi cui aggiungono i viveri che altre donne porteranno in montagna ai partigiani.

 

Norma Barbolini (Modena): «Indubbiamente noi non avremmo potuto far niente senza le donne montanare, anche perché, quando noi siamo arrivati in montagna, nei primi tempi in cui i fascisti hanno cominciato a fare propaganda contro le bande partigiane (perché le chiamavano le bande partigiane, banda, proprio come dei banditi) e quindi noi ci presentavamo nelle famiglie, con queste donne si discuteva, si parlava, e dopo poco quelle donne erano disposte a dividere il loro pane e qualche volta a darci il loro letto, e quando avevamo dei feriti ci aiutavano. Sono state per noi, le donne della montagna, proprio un appoggio indispensabile».

 

In città fanno muro nel corso dei rastrellamenti a difesa degli uomini e ne salvano a migliaia. In campagna avvertono i partigiani del pericolo. Non distinguono tra i propri figli e i figli degli altri e rischiano la vita dei propri per salvare quella degli altri.

Anna Maria Enriquez Agnoletti, fiorentina, era collegata ad una organizzazione che metteva in salvo gli ebrei. Venne catturata, e dopo essere stata brutalmente percossa, fu sottoposta a continui interrogatori, di giorno e di notte, per una settimana. Alla fìne i tedeschi la fucilarono. In carcere, con lei, ma separatamente, era stata rinchiusa la madre.

 

Maria Montuoro venne catturata a Milano e in seguito portata al campo di sterminio di Ravensbruck.

Nei campi le italiane ebbero una vita particolarmente dura. Alla brutalità dell'organizzazione nazista si aggiungeva la diffidenza delle donne degli altri Paesi, che, specie nei primi tempi, consideravano tutti gli italiani responsabili della guerra fascista. Ma ci fu anche per le italiane l'incontro con mondi differenti dal loro. Per la prima volta si trovarono a vivere in una comunità che abbracciava individui diversi per nazione, con un diverso modo di pensare, diverse regole, diverso tipo di comportamento.

Uscirono dai campi di concentramento, dalla lotta partigiana, dalla clandestinità, delle donne diverse.

 

Nelle immagini seguenti: Elisa Sala, Iris Versari, Salvatrice Benincasa

 Elisa-Sala.jpg Iris-Versari.jpg  Salvatrice Benincasa donna-partigiana.jpgpartigiana-in-bicicletta-Modena-liberata.jpg tina anselmi

Bibliografia:

Liliana Cavani e Paolo Glorioso in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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Lissonesi che sono transitati dal lager di Bolzano

5 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Lissonesi che sono transitati con certezza dal lager di Bolzano diretti verso i lager nazisti (dati ANED). Nessuno è tornato a Lissone:

 

Avvoi Ambrogio

 

Bettega Mario

 

Cassamagnago Fernando

 

Colzani Giulio

 

De Capitani da Vimercate Gianfranco

 

Mazzi Attilio

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il campo di concentramento di Bolzano (DURCHGANGSLAGER BOZEN)

5 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

lager Bolzano

SS-POLIZEI (LICHES) - SAMMEL–u  DURCHGANGSLAGER BOZEN (BOLZANO-GRIES)

lager Bolzano 1

da inizio luglio 1944

prima decade, interna e matricola i primi deportati politici;

25-31 luglio 1944

arrivo di un numeroso gruppo dedetenuti evacuati dal DL Fossoli, per l'ampliamento e allestimento del nuovo lager;

25-31 luglio 1944

in vari trasporti si internano detenuti evacuati da Fossol i;

2 agosto 1944

si conclude l'evacuazione da Fossoli con l'internamento degli ultimi 45 detenuti addetti a mansioni speciali e di funzionamento dell'ex lager emiliano;

2 agosto 1944

primo concentramento di un trasporto di deportazione con 450 detenuti destinati a: Birkenau, Dachau, Buchenwald, Ravensbruk;

2 agosto 1944

trasporto con 327 politici al KL Mauthausen;

17 agosto 1944

internamento di 532 detenuti provenienti dal carcere di Milano-S.Vittore, di cui 191 uomini e 30 donne politiche, 291 uomini e 21 donne scioperanti;

4 settembre 1944

trasporto con 450 detenuti politici al KL Flossenburg;

7 settembre 1944

arrivo di 154 politici dal carcere di S.Vittore - Milano;

20 settembre 1944

arrivo di un altro convoglio di detenuti da Milano-S.Vittore;

8 Ottobre 1944

trasporto con 600 detenuti, di cui 484 al KL Dachau;

24 ottobre 1944

trasporto ad Auschwitz-Birkenau di 350 detenuti di cui 200 politici e 150 ebrei;

novembre-dicembre 1944

partenza di vari trasporti per i KL d'oltralpe;

ultimi trasporti

 

7 gennaio 1945

501 detenuti politici diretti al KL Mauthausen;

18 gennaio 1945

408 detenuti politici diretti al KL Flossenburg;

fine gennaio 1945

917 detenuti politici diretti al KL Mauthausen

4-5 febbraioio 1945

384 detenuti politici diretti al KL-Mauthausen;

vari

 

29 aprile 1945

rilascio di un certificato di scarcerazione (liberazione) a circa 500 detenuti;

30 aprile 1945

estensione del certificato di scarcerazione o dirilascio dal lager a tutti i restanti 2800 detenuti;

30 aprile-10 maggio 1945

il lager passa sotto la direzione del C.I.C.R. di Ginevra fino alla partenza di tutti i detenuti;

4 maggio 1945

chiusura del lager e Liberazione città da parte dei partigiani.

lager Bolzano 2

Note documentarie:

Il campo di Bolzano-Gries fu installato nell'area del magazzeno-garage dell'ex Reggimento Genio-Artiglieria, sito in via Resia alla periferia nel quartiere di Gries. Fin dall'inverno 1943 fu adattato per sistemare e rieducare alcuni detenuti altoatesini, civili e militari, che allora funzionò provvisoriamente come una specie di compagnia di disciplina. Trovandosi il lager di Fossoli in zona "infestata" da "ribelli" partigiani, il comando germanico del Bds a Verona stabilì il trasferimento in zona più sicura e, il 21 luglio 1944, con l'arrivo a Gries di un gruppo di detenuti provenienti da Fossoli, iniziarono i lavori di ampliamento ed allestimento del campo, per ricevere un gran numero prigionieri provenienti da molteplici prigioni di mezza Italia.

Nel nuovo lager fu subito creata una bassa costruzione-bunker con 48 piccole celle di m.1,30 x 3, sempre zeppe di detenuti ritenuti pericolosi, tutti soggetti a molteplici torture, anche a morte.

Furono installati nuovi settori interni per ospitare vari laboratori: falegnameria (30 detenuti addetti), officina meccanica (15/18 detenuti), elettricità (15 detenuti), calzoleria (12), tipografia (10), sartoria (8), cucina (4), infermeria (3), muratori (10), lavanderia, ecc.

Diversamente che a Fossoli, a Bolzano le baracche dimora erano contrassegnate da una lettera. Nell'Hangar-rimessa erano sistemati i blocks dalla A alla F, mentre i blocchi dalla G alla M furono sistemati con la costruzione di un nuovo baraccamento.

Il blocco "A" ospitava circa 130 lavoratori interni fissi; il "B" circa 200 "Arbeiter" dei vari kommandos; il "C" circa 200 detenuti; il "D" circa 250; l"'E" con circa 250 detenuti considerati pericolosi, trasferiti a metà novembre 44 al blocco "F"; l'''F'' ospitava un minimo di 100 donne, sia politiche che ebree ed altre, trasferite poi al blocco "E"; il "G" variava; l"'H" circa 300; l'''I'' circa 250; l'''L'' riservato agli ebrei maschi; etc.

 

Furono internati e transitarono dal campo oltre 15.000 prigionieri di cui 369 tra italiani e stranieri. Dei menzionati, 139 ebrei rimasero nel lager, mentre altri 3350 detenuti furono trattenuti e adibiti a lavori nel lager, nei kommandos di città e nelle dipendenze esterne. Un kommando importante di città era quello operante nella Galleria del Virgolo, dove la ditta I.M.I., trasferiti gli impianti da Ferrara, vi costruiva cuscinetti a sfera; un'altro era in una fabbrica di tende militari dove le detenute cucivano occhielli alle tende.

Le dipendenze esterne di lavoro erano dislocate a: MERANO (400 detenuti), SARENTINO (oltre 200), CERTOSA (50+), VIPITENO (in una fabbrica di armi sfollata qui da Cremona), indi MOSO (Moos), Kdo OT, BRESSANONE, CAMPO TORES, COLLE ISARCO, GARRUTI, MALLES e NURAN.

Questi erano gli orari del campo, per la stagione estiva e per quella invernale:

- sveglia        ore 5 e 5,30 per le donne;

ore 5,30 e 6 per gli uomini;

- adunata      ore 6 e 18 per la conta dei presenti;

- lavoro        ore 7 - 12 e 13 - 17;

- rancio         ore 12 e 17,30;

- silenzio       ore 20 e 21 con chiusura nelle baracche

lager Bolzano 3 lager Bolzano 5

I timbri tondi in questione furono usati dal comando tedesco per autenticare documenti inerenti il lager. La corrispondenza spedita dal campo di Bolzano non porta quindi alcun timbro del lager ma solo il timbro lineare di censura (inchiostro viola).

Ai detenuti lavoratori erano di spettanza i due "pasti" giornalieri mentre per gli inattivi - ammalati o invalidi un solo "pasto".

I contrassegni di categoria conosciuti erano i seguenti:

TRIANGOLO ROSSO      assegnato a comunisti, attivisti politici, partigiani, scioperanti; tutti assegnati a lavori pesanti e destinati ai campi SS di 3° e 2° categoria.

TRIANGOLO ROSA        a sospetti politici di relativo interesse e a rastrellati, adibiti a lavori fuori del campo, con la possibilità di diventare liberi lavoratori o nel peggio dei casi di essere destinati a campi di primo grado. 

TRIANGOLO GIALLO      a ebrei; adibiti a lavori vari all'interno del campo, tutti destinati alla deportazione. Non fu loro assegnata matricola. 

TRIANGOLO BIANCO     (o VERDE) a detenuti considerati ostaggi: personalità varie, famiglie o parenti di partigiani e politici ricercati. È quasi certa la non assegnazione della matricola. 

"ARBEITER"                 non ben definito il motivo del loro arresto. Non portavano alcun distintivo di qualifica ne il numero matricolare. Erano adibiti a lavori leggeri e in seguito destinati a scarcerazione dal campo.

 

VORARBEITER         detenuti specializzati addetti ai laboratori sorti nel lager.

 

lager Bolzano celle


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Doppia cartolina in dotazione al carcere milanese di San Vittore. Cartolina di risposta indirizzata il 6 agosto 1944 al detenuto politico Bruno Galmozzi, nato a Milano il 29/9/1907. Catturato dalla Gestapo il 20 maggio 1944 mentre trasportava verso l'Alto Novarese un grosso carico d'armi e munizioni, fu rinchiuso a S.Vittore al 5° indi al 6° raggio ed ebbe la matricola n°274 US indi la n° 2764. Dieci giorni dopo la ricezione della cartolina-risposta, il 17 agosto, con altri 539 detenuti, il partigiano Galmozzi sarà trasferito allo SS-Durchgangslager di Bolzano-Gries, dove fu assegnato al block A con matr. n°2979, trattenuto al lager quale operaio tecnico e capo tipografia del lager. 

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Biglietto di franchigia scritto il 14 gennaio 45 dal detenuto politico n° 2979 - Bruno Galmozzi, passato alla censura (A), con timbro postale di tipo "E" in data 18 gennaio 1945.· La copia del registro detenuti, qui in fotocopia ridotta, porta elencato il nominativo del l'Haftling in questione, con relativa matricola e blocco .di alloggio - che per i detenuti ' "Vorarbeiter" addetti a lavori tecnici nel lager era la baracca "A".

Come per Fossoli, il campo di Bolzano-Gries era comandato dal tenente-SS Karl Tito (per un periodo era il maresciallo Haage), seguiva il tenente-SS Muller, il maresciallo-SS Hans Haage per la disciplina, l'SS altoatesino Albini Cologna capo del bunker o blocco celle, le SS-ucraine Mischa Seifert e otto Seit torturatori del blocco celle.

Anche il campo di via Resia in BZ-Gries ospitò un buon numero di antifascisti e partigiani stranieri, tra questi parecchi francesi e italiani residenti in Francia.

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L'ingresso dell'ex lager fotografato negli anni seguenti la liberazione; qui sede dell'autorimessa "Resia".

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Biglietto di franchigia mancante del timbro postale delle P.T.di Bolzano ma portante tre censure diverse: del lager (A), dell'Uff.di Bolzano città (apposto al verso - I) e ··dell'Uff.Prov.di Torino. Fu spedito il 7 dicembre 1944 dal partigiano garibaldino Giovanni Costa, nato a Sion (Svizzera), catturato nel settembre 1944 nella zona operativa del canavesano. Costa fa il suo ingresso al lager il 10 novembre 1944 ed ebbe la matr.6628, assegnato al block "C". Il 23 dicembre evade dal campo e clandestinamente raggiunge la sua formazione garibaldina nel canavesano.

Il servizio postale autorizzato dal comando SS del lager ebbe ufficialmente inizio nell'ottobre 1944 fino a tutto febbraio 1945, ma ugualmente uscirono scritti su carta comune che su franchigie del campo. Nella prima metà del suddetto periodo i detenuti, ebrei compresi, ebbero in assegnazione due biglietti al mese, nel secondo periodo la assegnazione fu ridotta a una franchigia al mese. La franchigia veniva concessa ai soli detenuti addetti ai lavori del campo ed a quelli dei kommandos-lavoro di città che delle dipendenze esterne. Nessuna concessione in assoluto per i detenuti nelle celle.

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Veduta interna parziale dall'ingresso lager. Sullo sfondo il blocco Celle, alla sinistra il blocco-baracche dalla A alla F, alla destra l'infermeria ecc. Si precisa che questa foto é stata erroneamente stampata con il negativo in senso sbagliato, pertanto il blocco-baracche deve ritenersi alla destra dell'ingresso.

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Le censuratrici del lager furono le signore: SS-Suzi Ziegler e fraulein Rosa.

I timbri usati dalle poste di Bolzano per le franchigie e le comuni lettere partite dal campo furono i seguenti: a - Deutsche Dienstpost Alpenvorland - Bozen o Bozen l, con lettera “d”; b - annullo muto in due cerchi con la sola data; c - Bolzano ferrovia; d - Bolzano corrispondenza pacchi; e - Bolzano Ferrovia-distribuzione.

Gran parte degli scritti dei detenuti, oltre la censura del campo, furono sottoposti ad altre censure: a Bolzano stessa o alla sede provinciale di destinazione.

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L’hangar dimora con i blocchi dalla “A” alla “F”

Tra uccisioni e decessi conosciuti, nel campo di via Resia si assommano ad oltre 120 morti, tra questi i 23 militari italiani incorporati nelle Missioni segrete alleate e paracadutati o sbarcati da sommergibili e distaccati presso comandi partigiani. Prelevati dal blocco "E" (dei pericolosi) il 12 settembre 1944 alle ore 4 del mattino, furono portati in mutande alle Caserme Mignon di Bolzano e trucidati. Altri furono assassinati sotto tortura nelle celle del lager o al Corpo d'Armata sede della Gestapo. L'Oberscharführer Karl Gutweniger é il responsabile degli eccidi di Fossoli e dei 23 del DL Bolzano.

Nel campo esisteva una organizzazione politica clandestina già all 'inizio della sua attività, formata in gran parte dall'organizzazione già operante a Fossoli. Fino alla fine funzionò un C.L.N. del campo, in contatto costante con il C.L.N. di Bolzano, con il ·C.L.N. di Milano e con il comando generale del C.L.N.A.I. pure a Milano. A Bolzano città il lavoro fu organizzato da "Giacomo" (Francesco Visco Gilardi) e da "Anita" (Franca Turra) in unione a Lilli-Mascagni Nella, ad Andrea e Mario Mascagni, ad "Angelo" (Manlio Longon), a Mons. Daniele Longhi, a "Bepi" (Giuseppe Bombasaro, del gruppo "Bari" Divisione "Alto Adige"), a Marco (Enrico Pedrotto), a "Vincenzo" (Rinaldo Del Fabbro), ad Armando Condanni, a Pavan padre e figlio, a Vito Liberio ed alle Signore: Maria-Antonietta, Pia e Donatella Ruggeri, Gilberti, Fiorenza Liberio, Elena Bonvicini, Mariuccia, ecc. Il collegamento con il CLN Bolzano, con quello di Milano ed il CLNAI fu tenuto da Virginia Scalarini (fiiglia del celebre caricaturista dell'Avanti!) e da Gemma , Bartellini.

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Il dottor Gilardi, nato a Milano ma residente da quattro anni a Bolzano quale direttore amministrativo delle Acciaierie F.R.O., fu incaricato dal CLN e CLNAI di Milano di allestire e dirigere un servizio clandestino di assistenza agli internati del lager, procurando loro cibo, vestiario, corrispondenza segreta, piani di fuga, documenti falsificati ed evasioni sia dal campo che dai vagoni di deportazione e dai Kdo lavoro. Si conoscono almeno 23 fughe, singole o a gruppetto, riuscite ad opera di "Giacomo"(Gilardi) mentre molte altre favorite ed aiutate. Il 19 dicembre 44, su delazione, "Giacomo" fu catturato e portato nelle celle del Corpo d'Armata - sede della Gestapo per i rituali crudeli interrogatori con sevizie; il 22 fu portato al Lager dove gli fu assegnata la matr.n° 8017 e rinchiuso nella cella 28 del "Bunker-prigione fino al giorno della liberazione. Nell'organizzazione, il posto di Gilardi fu assunto dalla signora Franca Turra coadiuvata da Mariuccia moglie di Gilardi, con altri. 

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Oltre alla assistenza ai detenuti, furono messe in atto numerose fughe dal campo, dai kommandos e durante i trasporti di deportazione. Scoperta dai nazisti tale organizzazione partigiano-assistenziale, furono catturati alcuni dei maggiori esponenti, sottoponendoli a crudeli sevizie sotto interrogatori e carcerandoli alfine nel blocco celle in attesa del peggio, essi sono: Mons.Daniele Longhi (matr. 7.459), "Giacomo" (matr. 8017), Nella Lilli-Mascagni (matr. 10.599) e Mario Mascagni (matr. 10.891).

Mentre imperversava la guerriglia, con i tedeschi ancora padroni del Trentino-Alto Adige, il 29 aprile 1945 i circa 3250 detenuti rimasti nel lager di Bolzano (non più trasportabili in convogli diretti ai KL dal febbraio 45, per impraticabilità delle linee· ferroviarie) furono liberati tramite l'intervento dello svizzero Signor Crastan - delegato ufficiale del C.I.C.R. di Ginevra che, due giorni dopo prende in consegna il lager di via Resia allorchè le SS lasciano il campo.

Il voluminoso incartamento di documenti del lager, compreso quello dell'ex campo di Fossoli, fu dato alle fiamme dalle SS poco prima di lasciare il campo, sia nella stufa del comando campo, sia nella caldaia del Corpo d'Armata sede della Gestapo di Bolzano. Fu salvato un registro matricolare dell'Intendenza che, in data 5 febbraio 1945, elencava gli internati presenti, con numero di matricola fino a 11.116 detenuti matricolati, transitati e diretti ai KL di Germania e di Polonia.

Bolzano fu liberata ed evacuata dai nazisti il 4 maggio 1945. Sul terreno del lager, da decenni sono sorte case popolari, mentre in prossimità é stato eretto un significativo monumento a ri cordo dei detenuti deceduti nel lager e dei morti in deportazione nei KL di oltre confine.

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LETTERA CLANDESTINA DI UNA DETENUTA EBREA TRAMITE LA COMPIACENZA DI UNA DETENUTA POLITICA

Scritto consegnato alla censura del campo in data 29 gennaio 1945, poi inoltrato dalla Kommandantur-SS del lager il 10 febbraio. La lettera é indirizzata alla signora Rosa Franchini (Franchina) residente a Milano - via S.Maurilio 20, da parte della detenuta politica matricola n° 8482 Maria Mariani-Leoni. In realtà, la lettera fu scritta dalla internata ebrea Signora Evelina Montefiore alla madre - signora Olimpia Nizza vedova Montefiore - clandestinamente residente in un paese del varesotto. La signora Franchini, cui é indirizzata la lettera, é la moglie del dottor Bargiotto (funzionario del Comune di Milano) il quale la recapitò poi segretamente alla Signora Nizza fuggita per non essere arrestata e deportata. La Signora Montefiore, nata e residente a Milano - via Compagnoni 21, fu liberata a Bolzano su intervento del delegato del CICR il 29.3.1945. 


tratto da:

pubblicazione di FELICE PIROLA

di FELICE PIROLA (Lissone il 16 febbraio 1923 - Milano 2000), Internato Militare Italiano matricola di prigioniero di guerra n° 69378


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Testimonianza di Onorina Brambilla Pesce “Sandra”, deportata nel campo di concentramento di Bolzano

5 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Onorina Brambilla primo piano

Gappista, medaglia d’oro al valor militare per la sua attività nella Resistenza. Fu catturata il 12 settembre 1944 a causa di una soffiata di una spia. Portata a Monza, presso la “Casa del Balilla” (l’attuale Binario 7), «picchiata con forza», poi trasferita alle carceri di Monza, dove rimase «due mesi in una cella isolata», venne in seguito deportata nel campo di concentramento di Bolzano.

 La sua testimonianza

«Ricordo i chilometri in bicicletta o a piedi per la città, a ogni ora e con ogni tempo, col sole o con la pioggia, spesso passando con il cuore in gola in mezzo ai nazifascisti.

La lotta in città era del tutto particolare, non era come in montagna, dove i partigiani si riunivano in gruppi. In città il gappista era solo, la cospirazione e la lotta clandestina gli imponevano la più assoluta segretezza, talvolta una vita da eremita come nel caso di “Visone” (N.d.A. Giovanni Pesce, diventerà suo marito dopo la Liberazione), che viveva isolato e non incontrava mai nessuno. Il gappista viveva circondato dal nemico, con la possibilità di essere riconosciuto in ogni momento o di essere fermato e perquisito nei continui rastrellamenti».

Giovanni-Pesce-e-Onorina-Brambilla.jpg

 

A Bolzano

«Arrivammo al campo di concentramento di Bolzano il 12 novembre 1944. Fu in quella livida domenica mattina che per la prima volta vidi un campo di prigionia: le baracche, i prigionieri, le mura, i reticolati, le sentinelle sulle piazzole di guardia.

La divisa del campo era una casacca con pantaloni di grossa tela da imballaggio bianco sporco, sulla schiena spiccava una grossa croce in colore rosso che doveva distinguerci come prigioniere. A noi ultime arrivate avevano però dato il permesso di tenerci anche i nostri vestiti. Probabilmente cominciavano a scarseggiare le possibilità di dare a tutti una divisa. Indossai la casacca e pantaloni di tela sopra i miei abiti, perché faceva freddo.

Mi fu assegnato il numero di matricola 6087, col triangolo rosso dei politici e fui destinata al blocco F.

Calci colpi di randello, frustate, accompagnati da urla terribili ci venivano inflitti per i più futili motivi. Guai a non osservare la brutale disciplina.

Le punizioni avvenivano non solo nei blocchi, a volte si veniva portati nella palazzina del Comando, o nelle celle di punizione, che erano stanzette di cemento, buie e gelate. Qui si finiva nelle mani di due giovani ucraini di origine tedesca, Michael Seifert e Otto Stein. Il primo aveva il viso sempre ben rasato, il secondo portava due grandi baffi da tartaro. Massacrarono almeno una ventina di prigionieri.

Il cibo era una disgustosa brodaglia, e chissà cosa c’era nel pane.

Passavamo intere giornate a parlare di cibo la fame non ci abbandonava mai.

Per fortuna potevamo scrivere lettere e ricevere dei pacchi dalle famiglie (che spesso erano trattenuti dai sorveglianti).

Quando i pacchi arrivavano, non duravano un’ora: dividevamo ogni cosa, e questo non era solo un aiuto materiale, ma soprattutto morale. Io li ricevevo da mia madre, che aiutata da Visone, li otteneva dall’organizzazione clandestina.

In tutta la baracca c’era solo una stufa, ma questo non ha mai causato risse per l’accaparramento dei letti più caldi lì intorno. Tra noi donne c’era una certa serenità, cosa che non sempre, accadeva tra gli uomini ...»

 

Bibliografia:

Onorina Brambilla Pesce - Pane bianco – Ed. Arterigere 2012

  

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Testimonianza di Lino Liverani, il partigiano «Colli»

9 Décembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testimonianza di Lino Liverani «Colli»

Brisighella (Ravenna), 1927

partigiano, XXXVI Brigata Garibaldi Alessandro Bianconcini, Appennino imolese-faentino

 

La formazione intanto si ingrandiva sempre più. Affluivano senza sosta nuovi compagni e veri e propri flussi di arrivi caratterizzarono i mesi estivi del '44.

Era un via vai continuo, motivo di soddisfazione ma anche fonte di preoccupazione, perché in larga parte si trattava di persone sprovviste di armamento a cui si doveva provvedere non solo all'inquadramento abituale, ma pure alla dotazione di un' arma in tempi brevi.

Le possibilità di fornirci di armi verteva su tre possibilità: sottrarle al nemico dopo un combattimento; farsele consegnare dagli occupanti nemici di caserme; farcele paracadutare a mezzo di aeroplani alleati tramite appositi e concordati lanci.

Le prime due soluzioni comportavano rischi altissimi che spesso si traducevano in perdite di vite, pur essendo praticate abitualmente.

Il rifornimento a mezzo di lanci aerei da parte delle truppe alleate poteva diventare fattibile solo seguendo certe direttive, direttive che presupponevano contatti con il centro alleato di Bari a mezzo della notissima Radio Londra.

Una volta ottenuta l'autorizzazione da parte del comando alleato s'aspettava che la parola d'ordine fosse ripetuta nella serie dei comunicati serali che facevano da chiusura ai commenti ai fatti del giorno da parte del colonnello Stevens.

Una sera giunse finalmente il segnale convenuto. «I prati sono fioriti».

La comunicazione mise in avviso il comando e tutta l'organizzazione, creando un' attesa spasmodica. I parlottii fitti divennero la costante di quei giorni d'attesa e già si prefiguravano le casse e i colli appesi ai paracadute con le immagini più suggestive. .

Squadre di dieci compagni ebbero il compito di accendere i fuochi e alimentarli continuamente con fascine di legna per determinare l'area di lancio cui indirizzare i paracadute. I fuochi erano costituiti da pile di legna e arbusti di facile combustione, chiaramente visibili dal cielo. L'area aveva una dimensione triangolare con una lunghezza di circa trecento metri e una larghezza nella parte più ampia di circa duecento metri fino a restringersi a punta.

aviolancio-notturno.jpg aviolanci.jpg

Il rischio di venire scoperti dal nemico c'era. La nostra speranza era la notte, quando difficilmente ci avrebbero attaccato. Noi eravamo perfetti conoscitori delle zone e del terreno operativo e quindi un attacco diretto gli avrebbe sicuramente causato diverse perdite. Potevano effettuare attacchi a distanza con cannoneggiamento e mortai, e talvolta accadeva, ma probabilmente il risultato non sarebbe stato adeguato al dispendio di energie necessarie per effettuare l'azione.

La terza sera di attesa, alle 9.30 circa, ecco in lontananza un rumore tenue di aeroplano che aumenta sempre più.

Scatta il dispositivo. Si alimentarono immediatamente i fuochi e le fiamme si alzano rigogliose. L'apparecchio, a fari spenti, sta per entrare nella zona di lancio e appena intravede i fuochi con i faretti di coda rossi fa due segnali consecutivi.

L'intesa è stabilita.

Due giri di virata per scendere al massimo e avvicinarsi al terreno.

Seguimmo le evoluzioni con animo partecipe, ancora un sorvolo e poi un'infinità di ombrelli che s'aprono e ondeggiano sopra le nostre teste. Bisognava aguzzare al massimo i sensi per evitare di non essere colpiti. L'apparecchio si allontana un po', poi vira nuovamente per riportarsi planando sulle nostre teste, e ancora una pioggia di paracadute s'aprirono e fluttuarono leggeri nell' aria.

Fu uno spettacolo che ci dette entusiasmo e ci regalò momenti di gioia in periodi in cui non era facile essere allegri.

Altra virata con annessa planata: il pilota era bravo e maneggiava l'aereo con vera perizia. Ancora un apparire di ombrelloni ondeggianti, poi luci rosse intermittenti di coda a significare che l'operazione era terminata.

Due segnali di luci vicine erano il saluto che il pilota ci mandava.

Iniziava l'operazione di raccolta. Le squadre preposte si buttarono con grande slancio. Ne facevo parte anch'io.

Solo il recupero dei colli e il trasportarli era una fatica del diavolo.

Si trattava anche di pesi valutabili intorno ai centosessanta, cento settanta chili non facilmente trasportabili, soprattutto i cilindri d'acciaio per la forma caratteristica a siluro. Per quelli caduti più lontano dal posto di raduno era una fatica improba.

Alle tre del mattino l'operazione era quasi terminata.

Iniziò quindi l'operazione di apertura dei colli.

Il clima generale era di grande euforia e di grande attesa. I contenitori a cassetta erano colmi di robe varie: indumenti, scarpe e alimenti, tra cui anche marmellate e burro in grossi pani. I contenitori di metallo contenevano armi, munizioni, esplosivi al plastico.

È appena il caso di dire che i materiali pervenuti non erano della quantità da noi desiderata per quanto concerne le armi e le munizioni. Si sarebbe riusciti ad armare forse un paio di compagnie di nuova formazione, integrando l'armamento a un altro paio, ma non avremmo mai coperto il fabbisogno occorrente di tutti.

Pazienza: bisognerà attingere ai metodi classici finora usati, e cioè sottrarli al nemico.

Rimanevano in disparte due cassette di forma particolare, quasi dimenticate nella foga di aprire le casse dei più grandi. Eravamo curiosi di scoprirne il contenuto, anche perché erano stranamente leggere di peso a dispetto delle altre.

All'interno c'erano dei rotoli di carta di una forma a noi sconosciuta. Qualcuno azzardò l'ipotesi che si trattasse di materiali per effettuare segnalazioni visive dall'alto, qualcun altro disse che poteva trattarsi di carta da scrivere per usi particolari. Eravamo tutti un po' perplessi.

Un compagno, fino ad allora rimasto in disparte si avvicinò e ci guardò sorridendo.

- Ma non vedete che è carta igienica?!

Risatina di qualcuno lontano, ma la maggioranza restò in silenzio. Non capivamo:

- Serve per pulirsi il sedere!

E subito la risata fu grande. Per tantissimi di noi si trattò della prima volta che venivamo a contatto con tale accessorio.

Da quel momento la carta igienica per me rappresentò qualcosa di peculiare, legata indissolubilmente a un ricordo particolare, piacevole ma anche tragico.

Allora ci chiedemmo: possibile che tra infinite cose necessarie la carta igienica avesse un ruolo così rilevante, per gli inglesi? Stupisce anche in relazione ai luoghi, in mezzo a montagne e boschi, nostre dimore abituali.

Dimenticammo presto queste domande. Altri e più importanti pensieri si ponevano alle attenzioni delle nostre menti. Come occultare i paracadute affinché non cadessero nelle mani del nemico?

Si decise di tagliarli e darli in parti proporzionali ai vari contadini delle nostre zone che coabitavano con noi e che prestavano ogni attenzione ai nostri bisogni.

Finalmente le loro donne avrebbero avuto indumenti di seta.

 

Bibliografia:

Stefano Faure, Andrea Liparoto, Giacomo Papi - Io sono l'ultimo. Lettere di partigiani italiani - Einaudi 2012

 

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Testimonianza di Anita Malavasi, partigiana «Laila»

29 Novembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testimonianza di Anita Malavasi «Laila» rilasciata nel 2011

Quattro Castella (Reggio Emilia), 21 maggio 1921 

staffetta, partigiana, CXLIV Brigata Garibaldi Antonio Gramsci, Appennino reggiano

 

Mi chiamo Anita Malavasi e il mese di maggio compio ottantanove anni. Sono diventata partigiana dopo l'8 settembre 1943, a Reggio Emilia, facevo trasporto munizioni, stampa, vettovagliamento. Poi, in montagna, mi hanno insegnato le armi, come usarle e accudirle. Il mio nome di battaglia era «Laila». Lo presi da un romanzo che raccontava di una ragazza in Sud America che combatteva al posto del suo fidanzata ucciso. Ero una bella ragazza, ma noi eravamo state educate severamente, anche nel modo di vestire. Però sfruttavamo la nostra bellezza. Quando, con le armi addosso, passavo al posto di blocco in bicicletta mi mettevo la gonna stretta e fingevo di abbassarmela, loro, fessacchiotti, fischiavano e io passavo.

In montagna mi è capitato di uccidere. La donna è sempre donna. Ma nel momento del pericolo anche la donna accetta le regole della guerra. Non è facile. Nata ed educata per dare la vita, in guerra la vita la togli. È importante capire che non siamo diventate combattenti per spirito d'avventura. Ci furono torture orrende. Nella mia formazione avevo una ragazza, Francesca, che era incinta, ma era lo stesso cosi magra che scappò dalla prigione passando tra le sbarre della finestrina del bagno. Per raggiungerci camminò scalza nella neve per dieci chilometri. Quando il bambino nacque lo allattò solo da un seno perché il capezzolo dell' altro le era stato strappato a morsi da un fascista. ...

Era un mondo maschilista. Soltanto tra i partigiani la donna aveva diritti, era un compagno di lotta. La Resistenza ci ha fatto capire che nella società potevamo occupare un posto diverso. I diritti paritari garantiti dalla Costituzione non sono stati un regalo, ma una conquista e un riconoscimento per ciò che le donne hanno fatto nella guerra di Liberazione. Difendere la Costituzione significa difendere la possibilità di garantire un futuro di libertà e democrazia ai figli delle donne.

In montagna si dormiva insieme, per terra, nei boschi, uomini e donne, ma se uno mancava di rispetto veniva punito. L'amore non contava niente. L'importante per noi era aiutare. Io ero anche fidanzata, lo lasciai quando mi disse che fare la partigiana mi avrebbe reso indegna di crescere i suoi figli. Non mi sono più sposata, anche se in montagna, avevo trovato un ragazzo ... lui si, lo avrei sposato se non me lo avessero ucciso, aveva una mentalità aperta, ma uomini così non ne ho più trovati. Si chiamava Trolli Giambattista, nome di battaglia «Fifa», anche se era coraggiosissimo. È morto nella battaglia di Monte Caio nel 1944, a ventitre anni. L'ho saputo solo sei mesi dopo, quando a primavera la neve si sciolse e il corpo fu ritrovato. È sepolto al cimitero di San Bartolomeo. Gli porto ancora i fiori ... Dev'essere stato importante per me, se mentre ne scrivo me lo rivedo davanti agli occhi. L'unico nostro bacio è stato d'addio. 

Bibliografia:

Stefano Faure, Andrea Liparoto, Giacomo Papi - Io sono l'ultimo. Lettere di partigiani italiani - Einaudi 2012

 

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La stampa delle formazioni partigiane

11 Novembre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Impugnare la penna quando si impugna lo sten, parlare un linguaggio fatto di parole quando il nemico di dentro e di fuori non sembra intendere che il rude linguaggio delle bocche da fuoco, potrà apparire a qualcuno un ritrarsi dall’azione, dalla lotta, mentre è tempo di azione e di combattimento. Teniamo a fare sapere a tutti che noi non interrompiamo l'esecuzione dei nostri compiti di guerra; rubiamo tempo al riposo per rivolgersi a questo compito di immensa importanza (da La nostra stampa, «Il Partigiano, Volontario della libertà». Organo della III Divisione garibaldina Cichero, a. I, n. 1, 1° agosto 1944).

Il giornale partigiano nasce nelle formazioni durante la lotta. La redazione, l’apparato tecnico, la diffusione, la sua stessa esistenza sono legati alle vicende della lotta di liberazione, e ne sono a loro volta condizionati. Così i giornali hanno un’esistenza precaria, una periodicità irregolare. «Esce quando e come può», è il sottotitolo di uno dei più diffusi periodici partigiani, «Il Ribelle».

Le condizioni variano di situazione in situazione: non tutti i gruppi partigiani ebbero infatti giornali, e non sempre i giornali furono espressione di un particolare partito. Anche se la situazione dei giornali di formazione legati ai partiti appare più definita ed organicamente strutturata.

15 giugno 1944 il partigiano fronte 1-ottobre-1943-il-combattente-1.jpg

Spesso questi fogli avevano una limitatissima tiratura, poche centinaia di copie, a volte poche decine, erano dattiloscritti, manoscritti, ciclostilati e, in casi sporadici, stampati. La loro diffusione era limitata alla zona controllata dalla formazione, ma costituiva un’indispensabile organo di collegamento con le popolazioni locali.

Ma i giornali di formazione rappresentano soprattutto un materiale indispensabile per ricostruire la vita delle bande, il loro variare nel tempo, la loro maturazione o evoluzione politica, le motivazioni morali della lotta partigiana e i modelli culturali di riferimento.

Questi fogli costituirono inoltre lo strumento fondamentale di comunicazione.

All’origine della vasta produzione giornalistica è ravvisabile, certamente, un «bisogno di raccontare», di rendere testimonianza di un’esperienza singolare, aspra e pericolosa.

Il bisogno di raccontare, che è proprio di tutta l'esperienza politica e culturale della generazione uscita dal fascismo e dalla guerra, che trova echi nella memorialistica contemporanea di guerra e concentrazionaria o nei racconti del dopoguerra - si pensi a Fenoglio o a Calvino - ma che nasce, a livello di esperienza collettiva, nella stampa partigiana.

La stampa partigiana si struttura come riproduzione scritta del racconto orale.

Era insomma « una voce che proveniva anche dal basso, dunque, data la mescolanza degli strati sociali nei gruppi partigiani, da attori e testimoni dei fatti, non una voce dall'alto come solo si verificava nei fogli di guerra dell'esercito regolare.

Questa produzione costituisce un solido rapporto fra il partigianato e il retroterra sociale e locale: attua una saldatura fra le motivazioni politiche che hanno determinato l’organizzazione delle bande, e i problemi della popolazione in guerra.

Più difficile è ricostruire un itinerario politico o un programma di rinnovamento sociale negli altri giornali di formazione. Di solito alle origini della scelta resistenziale, almeno nel primo periodo, non c'è una precisa ideologia politica, ma un impulso morale: il desiderio di ritrovare la propria dignità e di cacciare i traditori fascisti o nazisti.

Emerge fortissima l’esigenza di creare una società più giusta, un mondo nuovo.

Si afferma una sentita esigenza di rinnovamento: dalle sofferenze della guerra, dalle lotte e dalle distruzioni deve nascere un mondo nuovo, che abbia come protagonista l’uomo e che sia espressione e sintesi delle libertà civili. La Resistenza deve essere il momento iniziale di questo rinnovamento.

Patrioti I 

I fogli d’ispirazione azionista

Quest’ansia giacobina di rinnovamento viene colta ed espressa soprattutto in alcuni fogli di formazione, specie nei casi in cui più capillare e profonda è l’opera di educazione e la personalità del commissario politico. È il caso dei giornali di ispirazione azionista del Cuneese, organizzati e diretti da Livio Bianco, ma anche di altre testate coordinate dal PdA in Piemonte. Tra queste pubblicazioni, la stampa delle brigate Giustizia e Libertà è forse la più rappresentativa sia per numero, la continuità e la diffusione, sia per il tono generale e l’alta professionalità dei redattori.

Superato il duro inverno 1943-44, con il miglioramento dell'organizzazione politica e militare, il direttivo militare delle brigate GL iniziò a pubblicare l’organo ufficiale delle formazioni «Il Partigiano alpino». Stampato nel Canavese dal febbraio 1944, in due sole pagine, il giornale raggiunse una tiratura di 20.000 copie, diffuse in tutta la regione; dall'agosto ebbe un'importante edizione lombarda, che raggiunse le 10.000 copie e fu diffusa anche nell'Emilia e nel Veneto. Organo destinato precipuamente a militari, il foglio ufficiale delle GL non si limita alle informazioni militari e alle illustrazioni dei problemi strategici, ma propone anche questioni di politica interna, dai problemi istituzionali alla ricostruzione.

Dall'estate del 1944 furono pubblicati nel Cuneese «Giustizia e Libertà», «Quelli della montagna», «La Grana», il giornale umoristico. «Cacasenno» e «Naja repubblichina», un giornale destinato alle formazioni della Rsi. Con il crescere e il successivo organizzarsi di nuove formazioni, anche le testate si moltiplicarono in una vasta serie di pubblicazioni diffuse dalle Langhe al capoluogo piemontese. Specialmente nel bel giornale della I Divisione GL, «Quelli della montagna», si coglie il legame profondo fra il partigiano e la sua terra, che è proprio di tutta la migliore produzione partigiana.

 

Il «Pioniere»

Un caso altrettanto singolare è quello del «Pioniere», un altro giornale di formazione pubblicato a Torre Pellice, centro di una popolazione valligiana profondamente antifascista, ad opera di un piccolo gruppo di redattori guidati da Roberto e Gustavo Malan. Il giornale, ciclostilato nei primi mesi, poi stampato, uscì settimanalmente, con una tiratura che salì dalle 800 copie iniziali fino alle 15.000 stampate nel periodo precedente la liberazione, diffuse anche a Torino e nell’Astigiano. Colpisce negli articoli di fondo del «Pioniere» la profonda e sentita esigenza di un rinnovamento che parta dal basso.

 

«Il Ribelle»

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Carattere assolutamente originale e a se stante rispetto a tutti gli altri organi di formazione, assume il periodico «Il Ribelle», organo delle Fiamme Verdi bresciane. Pur essendo il giornale di una formazione autonoma operante nelle valli lombarde, «Il Ribelle», che porta la falsa indicazione di Brescia, ma viene scritto e stampato nel Milanese è il portavoce di un gruppo di cattolici , laici ed ecclesiastici, non legati alla Democrazia Cristiana, e si mostra aperto ai contributi anche di militanti di altri partiti.

Alle origini del «Ribelle» è il ciclostilato «Brescia libera» pubblicato, dall'ottobre 1943, dallo stesso gruppo di cattolici impegnati in organizzazioni sociali, come le Acli, e di cui facevano parte don Giuseppe Tedeschi, Laura Bianchini, Claudio Sartori, Vittorio E. Alfieri, e soprattutto Teresio Olivelli. Lo stesso Teresio Olivelli, assistente alla cattedra di diritto amministrativo e rettore del collegio Ghislieri di Pavia, fu l'animatore del gruppo. L'intensa spiritualità, l'ansia di ricreare un mondo e una società "più civile e umana, conforme al Vangelo, costituiscono la piattaforma ideale del gruppo.

Da parte sua, Olivelli aveva già elaborato fin dal 1943, uno Schema di discussione sui princìpi informatori di un nuovo ordine·sociale, in cui tutta la grande tradizione del riformismo cattolico lombardo sembra confluire in un'analisi della società e della guerra. Un tema che viene ripreso nell'editoriale del secondo numero - l'unico articolo che poté pubblicare prima dell'arresto e della deportazione a Flossemburg, dove morì - e che espone la filosofia del giornale e della sua redazione:

A questa nuova città aneliamo con tutte le forze; più libera, più giusta, più solidale, più «cristiana». Per essa lottiamo, lottiamo. giorno per giorno, perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono «liberatori». Solo uomini che si liberano. Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti, e del lavoro, nei popoli e fra i popoli; anche quando le scadenze paiono lontane e i meno tenaci si afflosciano: a denti stretti anche se il successo immediato non conforta il teatro degli uomini, perché siano consapevoli che la vitalità d'Italia risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di risurrezione, di combattimento; nel nostro amore.

Giornale più di dibattito ideologico che di informazione militare, «Il Ribelle» seppe tuttavia rispondere anche a esigenze di più vasta divulgazione, pubblicando i documenti delle Fiamme Verdi, un ampio notiziario sulle deportazioni e una varia rassegna della stampa. Costituì comunque in campo cattolico l’esempio più significativo di un programma non integralista, laico e aperto ad ampie riforme statali e sociali.

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La stampa delle formazioni garibaldine

Ancora più complesso il panorama della stampa delle formazioni garibaldine, che rappresenta il gruppo più ampio e numerose di testate (secondo un calcolo di Laura Conti, i giornali delle brigate Garibaldi furono un centinaio rispetto ai 16 di Giustizia e Libertà e ai 12 delle brigate autonome). E tuttavia, questi periodici sono facilmente riconducibili a una tematica unitaria, a un modulo comune, per il rapporto più costante con la direzione centrale e per una maggiore circolazione della stampa di partito. In realtà, anche la stampa garibaldina è opera, almeno nella sua parte più direttamente politica e formativa dei commissari politici, molto più presenti e attivi che nelle altre formazioni, e dei comandanti di divisione.

La stampa garibaldina pubblica quindi, accanto all’organo ufficiale «Il Combattente» nelle sue varie edizioni regionali, una vasta serie di ·testate locali particolarmente numerose nelle vallate alpine del Piemonte o nei territori dove vengono costituite le cosiddette «zone libere». L’organizzazione propagandistica prepara anche una nutrita serie di giornali murali, opuscoli, volantini e, in alcuni casi, di trasmissioni radiofoniche.

Si tratta di una capillare organizzazione del consenso che, mentre accetta la linea politica elaborata dal partito, la interpreta poi individualmente e nelle varie situazioni locali, e secondo le personali capacità dei redattori. Assistiamo così a una riduzione nel locale, o meglio nella concretezza della realtà locale, delle grandi scelte istituzionali o politiche.

Così, se esaminiamo un campione, di necessità limitato, di alcuni di questi giornali, vediamo come, pur in presenza di minore originalità e ricchezza di proposte di trasformazione rispetto ad altri giornali, si realizzi invece in essi una traduzione a livello di massa di concetti e direttive politiche, nel quadro di una determinata situazione militare. Così «Il Partigiano Volontario della libertà» - Organo di una divisione garibaldina che operava nell'entroterra ligure - e pubblicato dal 10 agosto 1944 sotto la direzione del comunista Giovanni Serbandini (Bini), realizza, pur con mezzi molto limitati e primitivi, un difficile rapporto fra la stampa di base, con le sue reminiscenze scolastiche (le vignette, i bozzetti), e le indicazioni di politica generale di mobilitazione e d'informazione locale.

In alcuni giornali del Biellese, come «La Baita» diretta da Francesco Moranino (Gemisto), che raggiunge una tiratura di 4.000 copie a stampa, si ha una più critica valutazione politica e una proposta di modelli di «democrazia progressiva» più aperti alle istanze di rinnovamento. Questo giornale ha la collaborazione anche dei civili ed è particolarmente attento ai problemi sociali.

Sempre in Piemonte, nella contigua Valsesia, esce «La Stella alpina», foglio delle brigate comandate da Cino Moscatelli che continuerà a uscire come settimanale anche durante l'immediato dopoguerra. Quindicinale a stampa di grande formato, quasi sempre di quattro pagine, ben curato e strutturato con grande professionalità, il giornale ha tutte le caratteristiche di una moderna testata locale. In prima pagina le direttive militari, gli articoli d'informazione politica, spesso derivati dagli organi ufficiali di partito, e un'ampia informazione sulla guerra, articolata in varie rubriche («Brigata di eroi», «Corrispondenza garibaldina», «Bollettini di guerra»).

Uno sforzo di convogliare le esigenze politiche e operative in un programma di educazione politica di base, si può cogliere in tutta la produzione garibaldina: da quella ricchissima delle zone emiliano-romagnole e marchigiane, in cui predominano gli appelli alla popolazione delle campagne per il sostegno alla lotta partigiana e quindi i problemi della terra, a quelli rivolti più direttamente alle gente cittadina e alla classe operaia.

 settembre 1943 L Azione

Bibliografia

Giovanni De Luna, Nanda Torcellan, Paolo Murialdi – La stampa italiana dalla Resistenza agli anni sessanta – Editori Laterza 1980

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Due incredibili e tragiche storie di deportazione in Germania

25 Août 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Luigi Montrasio e Angelo Mattavelli furono arrestati nel corso delle retate pianificate in reazione allo sciopero del marzo 1944 e deportati a Mauthausen come oppositori politici. 


Luigi Montrasio

Nato il 23 marzo 1909 a Monza. Residente in via Marco d’Agrate 21 dove viveva con la moglie Adele Moltrasio, il figlio di sette anni e la figlia di cinque. Luigi Montrasio, trentacinquenne, lavorava come falegname modellista alla Caproni Areonautica. Venne arrestato per sbaglio il 12 marzo 1944: le guardie cercavano un omonimo che abitava solo a cento metri di distanza e lavorava alla Breda. Il figlio ricorda con sicurezza alcuni aspetti del momento dell’arresto: «Mio padre era appena tornato dal lavoro, era sera inoltrata, intorno alle nove perché si recava al lavoro a Milano in bicicletta. Arrivarono alla porta, lo ricordo bene, quattro militi fascisti guidati e comandati da un tedesco delle SS molto giovane ma anche molto duro. Avevano le generalità dell’altro Montrasio dove era evidente la diversa paternità. Mio papà protestò con forza evidenziando che lui era figlio di Gerardo, non di quell’altro nome. Alla SS non importava nulla, un Luigi Montrasio doveva prendere e un Luigi Montrasio doveva venire con lui. Mi aggrappai piangendo alle gambe di mio padre quasi immobilizzandolo; il rappresentante della razza eletta tedesca mi diede un sonoro calcio nel sedere e dovetti nascondermi sotto il tavolo, avevo solo sette anni».

Giunto a Mauthausen gli fu attribuita la matricola 59001. Fu dislocato a Gusen, in particolare venne assegnato a Gusen II, aperto solo il 9 marzo 1944 per provvedere con i suoi prigionieri allo scavo, in località St. Georgen, di uno dei più grandi sistemi sotterranei progettati dai nazisti per impiantarvi macchinari industriali per la produzione bellica, il B8-Bergkristall-Esche 2 (*), che entrò in produzione alla fine del 1944. I prigionieri giornalmente arrivavano stipati sui treni merci e spinti a calci e con ogni genere di vessazioni nei cantieri. Le condizioni di lavoro erano terribili, tanto che Gusen II fu chiamato “l’inferno degli inferni”. La sopravvivenza media era di quattro mesi. Anche Luigi Montrasio, infatti, morì molto presto, il 19 maggio 1944; era arrivato a Mauthausen il 20 marzo: erano trascorsi solo due mesi dal suo arrivo.

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La storia di Angelo Mattavelli

Nato il 17 gennaio 1925 a Sulbiate dov’era residente in via Orientale 14. Nell’estate del 1943 era stato chiamato alle armi per l’arruolamento in Marina, ma il decorso degli avvenimenti, sfociato con l’armistizio, ne bloccò la partenza. Cercò immediatamente lavoro e lo trovò qualche mese dopo alla Breda di Sesto San Giovanni come apprendista aggiustatore alla Sezione I. Il 12 marzo 1944 fu il suo primo giorno di lavoro. Solo tre giorni dopo, mentre usciva dalla fabbrica, incappò in un rastrellamento nel quale, a caso, i nazifascisti fermavano gli operai che si accingevano a tornare a casa. Angelo Mattavelli venne arrestato per partecipazione ad uno sciopero che si era svolto la settimana prima. Il suo è un incredibile e drammatico episodio di una persona arrestata malgrado non avesse partecipato allo sciopero per il semplice fatto che non era presente perché non ancora assunta.

Il giovane partì per il Reich su carri bestiame. La matricola di Mauthausen fu 61690: il 7 maggio fu spostato nell’orribile bolgia di Gusen II (*). Ammalatosi presto, venne ricoverato il 10 agosto nel revier  di Gusen II, l’infermeria del lager; ne uscì l’8 settembre per essere rinviato a lavorare nelle gallerie dove si producevano gli aviogetti della Luftwaffe. Spremuto delle sue energie, com’era programmato dalle SS in questi campi di sterminio, Angelo Mattavelli fu rimandato a Mauthausen per essere internato nella baracca ospedale. La sua resistenza fu vinta il 21 aprile 1945, quando ridotto a una larva umana, fu mandato a morire nelle camere a gas. Aveva solo vent’anni.

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(*) Gusen II “inferno degli inferni” e il B8-Bergkristall-Esche 2

Quando i bombardamenti strategici degli Alleati iniziarono a colpire i centri della Germania, i tedeschi decisero, per garantire la produzione industriale degli armamenti, di realizzare grandi fabbriche sotterranee.

Il KZ Gusen II venne fondato ufficialmente il 9 marzo 1944 per utilizzare i prigionieri come  manodopera per la costruzione della BERGKRISTALL-ESCHE B8, due impianti sotterranei in Austria, nei pressi di St. Georgen / Gusen.

I prigionieri erano alloggiati in 19 baracche nelle vicinanze del KZ di Gusen I e venivano trasportati con una speciale linea ferroviaria al cantiere St. Georgen all’inizio di ogni turno di lavoro.

Nell’impianto dove lavoravano circa 16.000 prigionieri venivano assemblati gli aerei a reazione Messerschmitt Me 262.

Con una superficie di 50.000 m2, una galleria lunga 10 Km, è stato uno dei più grandi e moderni impianti industriali tedeschi sotterranei. Venne costruito in 13 mesi dai prigionieri del campo di concentramento di Gusen II all'interno del complesso di Mauthausen-Gusen.

Gusen, soprannominato “l’inferno degli inferni” a causa della sua elevata mortalità (fino al 98%), è diventato uno dei più orribili lager nazisti della storia europea. Il periodo medio di sopravvivenza era di 4 mesi. Generalmente chi sopravviveva finiva nel Sanitaetslager del vicino campo di concentramento di Mauthausen, dove la maggior parte moriva oppure veniva inviato al castello di Hartheim, distante una quarantina di chilometri, terribile luogo di esperimenti nazisti su cavie umane.

 

Tratto dal libro di Pietro Arienti “Dalla Brianza ai lager del III Reich”  - Edizioni Bellavite - Missaglia - 2012

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Santina Pezzotta, un’adolescente brianzola nei lager nazisti

20 Août 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Spesso mi sembrava che fosse un terribile sogno, e che svegliandomi sarebbe svanito. A quella realtà ci si rifiutava con tutti se stessi. Confrontavo la vita trascorsa in libertà, pur modesta, con quella del lager e mi pareva impossibile che si potessero costringere degli esseri umani a condurre una simile vita d’inferno, se poi si poteva chiamare vita. Fino a quando avrei resistito? Saremmo morti tutti, e nessuno avrebbe mai saputo in quale modo demente ci avevano fatto morire ... E chi orchestrava tutto erano quegli esseri umani che portavano scritto sulla fibbia del cinturone: “Dio è con noi”».  Antonio Scollo, partigiano diciassettenne deportato, minorenne come Santina Pezzotta.

 

La storia di Santina Pezzotta è tratta dal libro di Pietro Arienti “Dalla Brianza ai lager del III Reich”.

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Santina Pezzotta era nata il 17 gennaio 1928 a Brugherio. Residente al quartiere San Fruttuoso di Monza, era operaia specializzata alla Magneti Marelli, stabilimento “N” di Crescenzago. Apparteneva ad una famiglia decisamente antifascista: il padre Serafino che aveva già subito il confino in Francia ed un arresto in Italia, a Sesto San Giovanni, per propaganda politica, fece parte della Resistenza monzese insieme alla figlia Elisa, attiva nella diffusione di stampa clandestina e nel supporto alle famiglie di partigiani arrestati.

Santina nel 1944 aveva dunque solo sedici anni e non si interessava di politica, come testimonia la sorella Elisa. Il 16 marzo si trovava a Bergamo per un compito di lavoro affidatogli dal padre e si trovò coinvolta in un rastrellamento fascista, teso probabilmente a procurare manodopera da inviare in Germania. ... Un’adolescente arrestata completamente priva di ogni colpa, ed esente da qualsiasi capo di accusa immaginabile, avviata nei più orribili campi di sterminio predisposti dai nazisti ...

Il padre si Santina andò ad urlare ai Militi della Legione Muti in mano ai quali vide il registro degli arresti con il nome della figlia che intanto era in carcere a Bergamo.

Le proteste non servirono a niente e la famiglia non ebbe più nessuna notizia della ragazza per un anno e mezzo, cioè fino al suo rientro in Italia.

Santina fu deportata a Theresienstadt, nome tedesco di Terezin, nei pressi di Praga, che era stata utilizzata come ghetto per gli ebrei cechi prima del loro invio ad Auschwitz. Vi giunse il 27 maggio 1944.

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Elisa Pezzotta racconta che, terminata la guerra, avvicinava ogni mezzo che rimpatriava deportati per chiedere informazioni della sorella. Finalmente una sera, era il 30 aprile 1945, ebbero delle notizie favorevoli che alimentavano la speranza: dopo pochi giorni, infatti, Santina tornò.

Le privazioni di ogni genere che aveva subito la rendevano irriconoscibile, “di una magrezza spettrale e con cicatrici in tutto il corpo”.

San Fruttuoso fece una grande, meritata festa all’adolescente che il fascismo si onora di aver sottoposto senza motivo alle più atroci brutalità dei lager del Reich.

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