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dedicata a tutti i partigiani torturati

25 Avril 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Torture

 

Nulla è cambiato.

Il corpo prova dolore,

deve mangiare e respirare e dormire,

ha la pelle sottile, e subito sotto - sangue,

ha una buona scorta di denti e di unghie,

le ossa fragili le giunture stirabili.

Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

 

Nulla è cambiato.

Il corpo trema, come tremava

prima e dopo la fondazione di Roma,

nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,

le torture c’erano, e ci sono, solo la terra è più piccola

e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

 

Nulla è cambiato.

C'è soltanto più gente,

alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,

reali, insinuate, temporanee e inesistenti,

ma il grido con cui il corpo ne risponde

era, è e sarà un grido di innocenza,

secondo un registro e una scala eterni.

 

Nulla è cambiato.

Se non forse i modi, le cerimonie, le danze.

Il gesto delle mani che proteggono il capo

è rimasto però lo stesso.

Il corpo si torce, dimena e svincola,

fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,

illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

 

Nulla è cambiato.

Tranne il corso dei fiumi,

la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.

Tra questi paesaggi l'animula vaga,

sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,

a se stessa estranea, inafferrabile,

ora certa, ora incerta della propria esistenza,

mentre il corpo c'è, e c'è, e c'è

e non trova riparo.

 

Wislawa Szymborska

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“Ribelli” per amore

15 Avril 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Storie di sacerdoti durante la guerra di Liberazione.

«Sono preti che hanno educato al senso autentico della libertà».

Cardinale Carlo Maria Martini

 

Sacerdoti della Brianza deportati nei lager nazisti

Durante la Resistenza una cinquantina furono i sacerdoti italiani che furono deportati, identificati con il triangolo rosso dei deportati politici. Erano stati accusati di aver avuto contatti o aver aiutato partigiani, ebrei, militari sbandati, renitenti alla leva, prigionieri alleati evasi, oppure di aver biasimato in pubblico le violenze tedesche, consegnato bigliettini clandestini alle famiglie o impartito l’estrema unzione a partigiani in fin di vita. Essi furono destinati per lo più a Dachau, alla baracca 26, sulla base di accordi intercorsi con la Santa Sede, e la loro opera nei campi fu di conforto ai compagni deportati; alcuni di loro furono adibiti ai lavori pesanti nelle cave di Mauthausen o nelle gallerie di Melk o Ebensee e in 14 persero la vita.

Dachau.jpg 

 

Nel libro di Pietro Arienti “Dalla Brianza ai lager del III Reich sono riportate le vicissitudini di due sacerdoti brianzoli, don Riccardo Corti e don Mauro Bonzi.

DALLA-BRIANZA-AI-LAGER-DEL-TERZO-REICH.jpg 

Don Riccardo Corti

Nato nel 1876, era parroco dal 1909 di Giovenzana, una località ora frazione di Colle Brianza, posta a quasi 700 metri d'altitudine. La vicenda di deportazione di questo anziano prete è dettagliatamente e con molta cura descritta dallo stesso don Riccardo che, appena tornato dalla prigionia, completò di sua mano nel Liber chronicon parrocchiale ciò che suo fratello, il missionario del Pime padre Ferruccio, aveva già cominciato a fare nel periodo in cui lo sostituì alla guida della comunità di Giovenzana. Lo scritto è stato recuperato e meritoriamente stampato e pubblicato nel 1978 e costituisce la fonte principale per esporre quanto accadde al sacerdote della Brianza lecchese.

Subito dopo l'armistizio dell'8 settembre, i campi di prigionia in cui erano custoditi i militari alleati si svuotarono e parecchi di loro sconfinarono nella provincia di Como dirigendosi verso la Svizzera neutrale. Contravvenendo alle dure disposizioni emanate dalle nuove autorità fasciste e soprattutto dall'occupante tedesco, buona parte della popolazione che s'imbattè in questi fuggiaschi, offrì loro rifugio e protezione; alcuni furono anche inglobati nelle prime formazioni partigiane che andavano formandosi nell'alto lecchese. Don Riccardo Corti, più per carità sacerdotale ed umana che per altri motivi, accolse parecchi ex-prigionieri sistemandoli in parte a Pessina, una località appartenente al beneficio parrocchiale nella quale erano state edificate due piccole baite, altri otto nella casa del sacrestano dove avevano cominciato a svolgere piccoli lavori domestici e ad aiutare nei campi, mentre un altro gruppo si nascondeva nei boschi più a monte. Già due volte nel mese di settembre due sconosciuti erano saliti a Giovenzana e avevano invitato il parroco ad accettare delle armi per equipaggiare gli sbandati onde utilizzarli, dicevano, per contrastare i tedeschi da poco arrivati nella pianura. Don Riccardo rifiutò fermamente l'offerta dei due che erano evidentemente dei provocatori, ma commise l'imprudenza di acconsentire bonariamente a condurre i visitatori a Pessina e a Cagliano, l'altra località in cui erano rifugiati presso le famiglie del luogo altri ex-militari.

Il 9 ottobre 1943, festa patronale di S. Donnino, quegli individui si ripresentarono, mettendogli cibo e vestiario per i prigionieri ospitati e salirono ancora a Pessina.

Don Corti, quando si troverà già in carcere, apprenderà che gli emissari fascisti erano stati imbeccati da alcuni sfollati che, ripresi dal parroco per la loro condotta, si erano vendicati. L'11 ottobre, all'alba, il curato si era già alzato per eseguire i primi servizi religiosi del mattino; dopo pochi attimi alla porta della chiesa alcuni uomini bussarono in maniera violenta e ordinarono di aprire i battenti. Come il sacerdote eseguì il comando si vide puntare contro una pistola mentre un altro milite con il mitra lo sospinse, insieme alla domestica, sulla piazzetta del paese dove, notarono, c'erano già gli otto militari stranieri alloggiati dal sacrestano, circondati da 32 tedeschi delle SS con a capo un maresciallo. Il sottufficiale ordinò una requisizione nella casa dell’ecclesiastico, i soldati se ne uscirono con alcune uova e un pezzo di formaggio con le quali completarono una ricca colazione ordinata all'osteria del paese. Mentre i tedeschi mangiavano e bevevano, si sentirono improvvisamente spari e scoppi di bombe provenire da Pessina e dai boschi circostanti. La caccia ai fuggiaschi era sfociata in uno scontro armato nel quale furono uccisi due spagnoli volontari nell'esercito inglese, Josè Martinez e Andrea Sanchez. Alla fine dell'operazione furono caricati su due camion delle SS 26 prigionieri, mentre su due auto distinte, fra due poliziotti italiani, sedettero don Riccardo Corti e il fratello padre Ferruccio, presente a Giovenzana per aiutare la parrocchia e che in questo frangente fu duramente percosso. Fra la paura e lo sgomento della popolazione locale, la colonna si mosse scendendo a Galbiate per passare poi da Lecco e da lì raggiungere alle quattro del pomeriggio, Bergamo.

Nel presidio tedesco della città orobica don Corti subì il primo interrogatorio da parte dello stesso maresciallo che lo aveva arrestato. Gli s'imputò il fatto di aver dato rifugio ai prigionieri fuggiti trasgredendo agli ordini germanici trasmessi alla radio, comparsi sui giornali ed esposti agli albi comunali. Il sacerdote rispose che a Giovenzana non c'erano apparecchi radiofonici, né edicole e l'albo non esisteva; il graduato minacciò di dare fuoco al paese considerando l'appoggio offerto agli evasi da tutta la sua popolazione ma il parroco si assunse tutta la responsabilità dell' accaduto.

Conclusa l'inquisizione fu associato col fratello alle carceri di S. Agata a Bergamo alta. Il 14 ottobre i due prelati furono già trascinati davanti ad un tribunale tedesco per un processo che si dimostrò solo una formalità di facciata. Il presidente non fece altro che leggere un fascicolo accusatorio in tedesco e, senza la presenza di alcun testimone e di alcun avvocato, provvide a condannare padre Ferruccio a due mesi di carcere che scontò a Bergamo stessa, e a comminare al sessantottenne parroco di Giovenzana ben un anno e mezzo di prigione. Don Corti entrò in questa fase in un periodo di grande abbattimento morale, aggravato anche dai problemi fisici portati dall'artrite che gli impedivano un agevole uso delle mani e dalla comparsa della febbre.

Ai primi di dicembre si recò a visitarlo l'arcivescovo di Milano cardinale Ildefonso Schuster, portandogli cibo e soldi e il conforto religioso. Con lui in cella furono in seguito aggregati altri tre sacerdoti bergamaschi, don Alessandro Ceresoli assistente a Ponte S. Pietro, don Alessandro Brumana, parroco di Valcava e don Antonio Seghezzi assistente diocesano dell'Azione Cattolica. Saranno tutti deportati in Germania e Seghezzi morirà a Dachau poco dopo la liberazione; di quest'ultimo è in corso la causa di beatificazione.

Dopo due mesi e mezzo trascorsi al S. Agata, don Riccardo, insieme agli altri preti reclusi, fu trasferito al forte S. Mattia di Verona: era il 24 dicembre 1943. Il forte S. Mattia era un residuo intatto del sistema di fortificazione di Verona, edificato Dagli austriaci nel 1843 sull'altura più elevata dei dintorni della città. I tedeschi, dopo l'occupazione, lo avevano adibito a carcere duro per detenuti politici. Il forte è scavato nella roccia, è tetro e umido e, osserva il parroco di Giovenzana:

      Il maresciallo che dirige detto carcere è semplicemente terribile, minaccioso, insolente e molto generoso nel dispensare calci, pugni e scappellotti a chiunque, e le guardie ne seguono l'esempio

I sacerdoti vennero rinchiusi in una grande cella, dove però potevano starei una trentina di prigionieri e in verità se ne stiparono quarantacinque, in una perenne semioscurità per la mancanza di luce. Dormirono su brande vecchie e marce e i pidocchi e le cimici abbondavano. Solo due buglioli servivano per questa massa di persone e il fetore era opprimente. L'alimentazione giornaliera era costituita da un surrogato di caffè, una zuppa di sole verdure e mezza pagnotta ammuffita. Le condizioni di Don Riccardo inevitabilmente peggiorarono ancora, dimagrì considerevolmente e l’artrite gli causò forti dolori ora anche alle gambe, perciò fu dichiarato inabile al lavoro. Malgrado questa classificazione che avrebbe dovuto evitargli la deportazione in Germania, il 14 gennaio 1944 venne incluso in una lista con diciotto prigionieri politi ci da spedire in Germania. Alle tre del mattino il gruppetto fu caricato su un autocarro e condotto alla stazione di Verona dove una tradotta, nella stessa giornata, li recapitò a Monaco di Baviera, nel carcere situato sette chilometri fuori dalla grande città.

Paradossalmente l'anziano parroco trovò qui delle condizioni di prigionia, soprattutto in termini di pulizia, luce e calore, migliori che a Verona; continuavano invece i maltrattamenti dei guardiani e per la prima volta don Riccardo fu svestito dell'abito talare per indossare la divisa da galeotto, un'evenienza che a sessantotto anni doveva ulteriormente pesare sull'animo del deportato. Nel carcere di Monaco rimase 47 giorni, sempre rinchiuso in cella, con la sola possibilità, due volte la settimana di uscire all'aria aperta in cortile per mezz'ora. Erano giorni di terribili bombardamenti sulla capitale della Baviera e quando le bombe cadevano le guardie correvano nei rifugi, mentre i prigionieri rimanevano in cella, pregando affinché il carcere non fosse centrato.

Il 26 febbraio don Corti venne chiamato dalla guardia, gli fu restituito l'abito ecclesiastico con la comunicazione che sarebbe rientrato in Italia. Si trattava di un inganno, in realtà già il 5 gennaio il Generale plenipotenziario delle Forze armate tedesche in Italia aveva respinto al cardinal Schuster la domanda di grazia. Insieme ad altri reclusi, fu portato per tre giorni alla stazione di polizia di Monaco e poi, il giorno 29, inviato, dopo una giornata terribile trascorsa nello spazio angusto di un vagone cellulare, a Donauworth, città bavarese sul Danubio a 45 chilometri da Augsburg. A piedi, ammanettati per due, con un freddo terribile e le strade piene di neve, la colonna dei detenuti fu fatta affluire alla caserma della polizia e poi trasportata al carcere per lavori forzati del piccolo paese di Kaisheim. Don Corti perse di nuovo la tonaca e vestì di nuovo la divisa del galeotto e, come tutti i sacerdoti detenuti, per spregio, adibito al mestiere di calzolaio. Montagne di scarpe arrivavano in vagoni merci da varie zone d'occupazione tedesca e i prigionieri effettuavano la cernita e il recupero del materiale ancora godibile.

Dopo circa tre mesi di questa vita, parve aprirsi uno spiraglio. Il 26 maggio venne data comunicazione al parroco detenuto che gli era stata concessa la grazia per l'intercessione sempre del cardinal Schuster. Era vero solo in parte, l'arcivescovo ci aveva riprovato ma la concessione avvenne solo alla fine di luglio, così don Riccardo convisse penosamente per mesi con questa speranza. Nel frattempo, in considerazione della sua età e del suo stato di salute, fu dirottato ad un lavoro più leggero in ambito cartario, nella produzione di sacchetti e quaderni.

Nemmeno quando la decisione di liberare il prelato fu ufficializzata, questi riacquistò la libertà. L'autorità carceraria berlinese, giunta a Kaisheim per altri motivi, scoprì sei telegrammi e tutta la documentazione di concessione della grazia giacente nell'ufficio del direttore che volontariamente l'aveva ignorata impedendo la liberazione del vecchio parroco. Il funzionario e i suoi sottoposti pagarono l'insubordinazione ai superiori con la loro destituzione. Questo fatto ebbe luogo a fine dicembre del '44 ma neanche in quel momento don Corti fu scarcerato. Con una serie di giustificazioni fu trattenuto a Kaisheim fino al 9 febbraio 1945, in pratica, malgrado la grazia, gli si fece scontare tutta la pena alla quale era stato condannato. I guai però non erano finiti, perché l'ormai sessantanovenne parroco quel giorno venne semplicemente messo alla porta; malfermo di salute, senza soldi, senza conoscere la lingua e senza aver mai avuto modo in sedici mesi di comunicare con l'Italia, si trovava in Germania, solo, nel pieno della guerra.

Riuscì ad arrivare a Monaco, ormai rasa al suolo, sotto un'intensa nevicata. Raggiunse, aiutato da una donna, il consolato italiano e fu ricevuto da Vittorio Mussolini in persona. Dopo un'inutile ramanzina sul fatto che ne aveva determinato l'arresto gli venne pagato il viaggio di ritorno. L'anziano deportato, però, poco pratico, sbagliò treno e fu costretto a scendere in una minuscola stazione, ancora una volta senza denaro. Corse il rischio di morire assiderato e fu salvato da un operaio italiano che stava rientrando in Italia attraverso Innsbruck che lo portò con sé.

Don Riccardo Corti l'11 febbraio varcò la frontiera al Brennero e, dopo altre e numerose peripezie, riuscì ad arrivare a Milano. Fu ricevuto da Schuster che gli diede oltre che un po’ di soldi, anche il permesso di riprendere possesso della sua parrocchia di Giovenzana. Il 14 febbraio 1945 il sacerdote rientrava a casa, trionfalmente, fra la sua gente incredula ed entusiasta e gli sguardi malevoli dei militi fascisti.

 Venimmo avvisati che spiavano ogni mio atto e parola, masticavano molto amaro vedendomi ritornato. Nella chiesa affollata all'inverosimile, don Riccardo salutò i suoi parrocchiani e li benedì, dopo un anno e mezzo nelle prigioni del Reich.

       

Don Mauro Bonzi

Nato il 15 gennaio 1904 a Legnano. Ordinato sacerdote nel 1928 fu dapprima destinato al seminario di S. Pietro martire a Seveso e successivamente a quello di Venegono Inferiore. Nel 1939 assunse la carica di rettore del Collegio Pio XI di Desio che mantenne fino all'incarcerazione.

Sembrerebbe che il fermo di don Bonzi sia avvenuto in due fasi. La prima ebbe luogo il 29 aprile 1944 secondo tutte le pubblicazioni che hanno parlato di questo sacerdote. Nel registro d'iscrizione dei detenuti del carcere di S. Vittore viene invece annotata come data d'arresto il 30 aprile, poco cambia, è solo a beneficio della precisione e sempre per la precisione il volume che traccia la storia del Collegio Arcivescovile Pio XI scrive che il rettore venne prelevato alle 17.30 del pomeriggio. Fu una camionetta tedesca che si presentò al collegio, mentre gli insegnanti e i prefetti raccolsero i ragazzi che erano nel cortile per la ricreazione e si chiusero nelle aule finché l'operazione non si concluse. Per quanto riguarda le motivazioni che portarono all'arresto di don Mauro, sempre il registro delle matricole di S. Vittore riporta che il fermo fu operato dall'Ufficio di Polizia Speciale con l'accusa formale di avere violato l'articolo 247 del Codice penale (incitamento alla disobbedienza della legge e all'odio fra le classi sociali) e di "assistenza ai partecipi di cospirazione o di banda armata". Le testimonianze locali portano luce sull'operato di don Bonzi, facendolo apparire come un sicuro appoggio per gli antifascisti desiani e del circondario. Una delle attività del sacerdote era sicuramente il procurare documenti falsi per i renitenti alla leva e gli sbandati. Proprio dal fermo di due dei giovani protetti dai fogli contraffatti e fatti parlare con la tortura, si giunse all'individuazione del rettore del collegio desiano. Si è sempre parlato, poi, di armi nascoste nei sotterranei del collegio e fatte pervenire ai gruppi sui monti, ma niente di dimostrabile è possibile riferire.

Don Bonzi, comunque, era già inviso ai fascisti per la sua freddezza e la sua mancanza di collaborazione con i nuovi occupanti. Il rettore del collegio, sotto interrogatorio, fece convergere su di sé le colpe e le accuse dei fascisti per non compromettere altre persone. Questo è confermato da un rapporto della questura che dichiara il prete reo confesso di:

aver dato assistenza a componenti di bande armate e di aver nascosto nel collegio fucili e munizioni consegnate poi ai banditi. 

A S. Vittore, comunque, è registrato il 2 giugno “proveniente dalle carceri di Monza, consegnato da agenti di P.S.”, questo significa che don Bonzi aveva già trascorso più di un mese nella prigione brianzola prima di essere inoltrato a Milano. Il sacerdote venne messo a disposizione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato e per ordinanza dello stesso organo fu rilasciato il 27 giugno 1944. Qui potrebbe cominciare quindi la seconda fase della vicenda, segnalata da due pubblicazioni, che vede il prelato nuovamente arrestato e inviato da S. Vittore a Bolzano il 7 settembre. All'arrivo nel lager a don Bonzi venne tolto tutto quello che aveva, gli venne consegnata una tuta blu con una croce sulla schiena e il numero di matricola, 3869, da applicare su una gamba dei pantaloni. Durante il periodo di detenzione nel campo di transito, il sacerdote riuscì a far pervenire una lettera alla famiglia di un suo allievo con la quale chiedeva aiuto per un sostegno materiale; la missiva è particolarmente importante perché con l'indirizzo a fondo pagina al quale far pervenire i soccorsi, ci permette di conoscere la matricola e il blocco in cui fu internato e, soprattutto, l'accenno all'avere trascorso già 80 giorni in carcere a Milano, ci suggerisce che se rilascio c'era stato il nuovo arresto era avvenuto dopo pochi giorni, oppure che, malgrado il registro di S. Vittore riporti la data del rilascio, questo significasse solo un passaggio al raggio controllato dai tedeschi e che quindi una scarcerazione non sia mai avvenuta. Ecco il testo della lettera: 

Egregio signor Sparer

Sono il rettore del Collegio Pio XI di Desio, dove il suo Elmar frequenta la scuola. Mi trovo a Bolzano in campo di concentramento dal 7 u.s. come detenuto politico e forse sarò presto trasferito in Germania. Ho già fatto 80 giorni di carcere a Milano e ora mi trovo qui nel bisogno di tutto e nell'impossibilità di avere dal collegio quello che mi occorre. Mi prendo perciò la libertà di chiedere a Lei, per amore del suo Elmer che mi è tanto affezionato, qualche soccorso di vitto (pane o qualcos'altro) perché a dire la verità patisco anche la fame. Se potessi avere anche qualche centinaio di lire, le sarei veramente riconoscente; avrei premura poi di restituire appena sarò tornato a Desio. Non può credere con quanta commozione penso a questa fortuna di avere vicino a me la famiglia di un mio alunno, e forse lo stesso Elmer che sarà a casa in vacanza. Lo abbracci e lo baci per me quel caro figliolo. È la Provvidenza che mi dà questo gran conforto.

E la signorina Maria è costì o a Desio? Se è con lei le faccia i miei saluti più rispettosi. È dalla fine di aprile che soffro per la cattiveria degli uomini: forse me lo sarò meritato e mi rassegno alla volontà di Dio. Preghino per me come io prometto di ricordare loro nelle mie preghiere. Dio benedica lei e la sua famiglia.

Abbia la bontà di spedire la lettera qui unita a mia mamma perché così sono sicuro che la riceverà. La ringrazio dal profondo del cuore e la ossequio.

De.mo

Sac. Mauro Bonzi

Rettore del Collegio Arcivescovile Pio XI, Desio.

P.S. Questa lettera le perviene di nascosto per mano di un soldato che la conosce. Mi faccia risposta con questo stesso mezzo e con precauzione per non incontrare dei guai e per evitarli anche lei. Sac, Mauro Bonzi, matricola 3869. Blocco H. Polizeiliches Durchgangslager, Bolzano.

Bolzano 14/9/44 

Da Bolzano don Mauro scrisse anche al cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, per confermargli che, anche nelle avversità, la fede è ben salda.

Mi manca il conforto della S. Messa e di ogni altro privilegio sacerdotale, ma faccio tutto il possibile per tenermi unito al Signore durante le ore di lavoro e di inoperosità... Questa vita è dura e mortificante ma l'accetto a mia purificazione ed elevazione. 

A Bolzano rimase quasi un altro mese e il 5 ottobre 1944 fu deportato a Dachau dove arrivò il 9 ottobre per essere immatricolato con il numero 113150. Fu classificato come schutz Geistlicher, ossia "cappellano".

Dachau era il lager dove quasi esclusivamente erano stati internati gli ecclesiastici cattolici. Su 2720 religiosi che passarono nelle baracche del campo, 2579 erano cattolici, ne morirono 1034 in gran parte, ben 868, polacchi; gli italiani furono 28, generalmente tutti erano ammassati nel blocco 26 e una parte nel 28.

Sulla sua permanenza a Dachau non abbiamo notizie estese ma diversi sacerdoti anch'essi deportati a Dachau che scrissero delle memorie, lo citano come compagno di prigionia. Così è per padre Giannantonio Agosti, don Angelo Dalmasso, don Paolo Liggeri e don Roberto Angeli. Proprio quest'ultimo nel suo volume Il Vangelo nel lager, racconta la fine della schiavitù nel campo di concentramento che visse in condivisione con don Mauro Bonzi fino al ritorno a casa. Dopo la liberazione avvenuta il 29 aprile 1945: 

Gli ammalati più gravi furono trasportati nelle baracche delle SS fuori dei reticolati ... una parte di quei caseggiati (uffici, residenze, comandi, cucine, magazzini) fu adibita a ospedale da campo. Il comando alleato chiese ai preti di contribuire allo sforzo che stava facendo per salvare migliaia di vite umane. Avevano bisogno d'infermieri. Così il giorno 7 maggio, insieme a don Giovanni, don Berselli, don Camillo Valota, don Bonzi e don Aldrighetti, uscii dal campo ed indossai il camice bianco. Si trattava di curare uomini ridotti a scheletri, incapaci di muoversi, afflitti dalla terribile dissenteria foriera di morte. Bisognava cambiare le lenzuola di ciascuno più volte al giorno, bisognava propinare speciali pillole a determinate ore, misurare e segnare la febbre sulle cartelle cliniche, fare iniezioni, accorrere a tutte le chiamate e soprattutto fare la spola ininterrottamente tra i letti e i gabinetti trasportando le padelle. 

Era una vita dura anche per loro, erano deboli e avevano in testa l'obiettivo di tornare in Italia al più presto. Cinque sacerdoti, fra i quali don Angeli e don Bonzi, decisero così di non aspettare che fossero gli americani ad organizzare una partenza che appariva ancora lontana e abbandonarono la compagnia senza autorizzazione. Il viaggio un po' a piedi e un po' con un'infinità di mezzi a motore, durò dall’8 al 30 maggio. I cinque ormai ex-deportati attraversarono le rovine di Monaco, giunsero in Austria ospitati di volta in volta da parroci e frati a volte ospitali, a volte diffidenti o cortesi. Raggiunsero Innsbruck il 27 maggio ma solo il 30 riuscirono varcare il Brennero. Ed al ritorno in Brianza è legato un fatto che certo a don Bonzi non doveva aver fatto un gran piacere. Don Angeli, livornese, non trovava un passaggio a Bolzano per le sue terre, seguì quindi don Mauro a Monza. Questi poi lo portò a “far visita ad una personalità importante" la quale, dopo avere fatto fare ai due una lunga anticamera, li ricevette abbastanza freddamente e con severità li ammonì: "So che avete sofferto molto, ma dovevate essere più prudenti". Quindi dispose di consegnare loro 500 lire e li congedò. Anni dopo, don Paolo Liggeri confermò che: 

... il cardinal Schuster era rimasto contrariato dalle vicende di don Bonzi, probabilmente per il fatto che si trattava di un esponente di un collegio arcivescovile ... Don Bonzi non era un intellettuale, ma un sacerdote sensibile, di gran cuore e certamente questo lo portò a rischiare, direi più sul piano della carità che politico. 

E forse, per un sacerdote, aver rischiato per la carità è stato più vicino al senso della sua missione che non mille atteggiamenti di prudenza. Il fisico del prete legnanese al suo ritorno era però minato dalla tubercolosi. Fu nominato parroco della città comasca di Lurago Marinone ma la sua attività fu molto breve. La malattia, eredità di Dachau, lo vinse il 28 aprile 1947; don Mauro Bonzi fu sepolto nella sua città natale di Legnano.

 

Tre sacerdoti nati a Lissone impegnati nella Resistenza

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Nel libro “Memorie di sacerdoti ribelli per amore”, curato da don Giovanni Barbareschi, in cui sono raccolte biografie riguardanti sacerdoti che hanno avuto un qualche ruolo nella Resistenza, sono contenute notizie riguardanti tre sacerdoti originari di Lissone: don Luigi Brusa, don Enrico Cazzaniga, padre Mario Fossati.

libro Memoria di sacerdoti

 

don Luigi Brusa

Nato a Lissone il 16-4-1899, ordinato sacerdote a Milano il 6-6-1925, negli anni dal 1943-45 Rettore del Santuario della Vittoria a Lecco, morto il 29-10-1969.

Persona riservata e oltremodo schiva, non ha lasciato memoria scritta di quanto la sua generosità e la sua carità gli hanno suggerito di fare.

Quello che sappiamo di lui lo si deve a don Aldo Cattaneo, che viene mandato a Lecco ad aiutarlo nel 1944.

Don Luigi ha collegamenti con la Resistenza lecchese, soprattutto con don Teresio Ferraroni, e per la sua attività rischia la deportazione.

Nella cripta del Santuario della Vittoria di cui è Rettore e nel salone sottostante la chiesa, organizza un magazzino di rifornimento di viveri e vestiario coi quali aiuta i gruppi partigiani che operano intorno a Lecco.

Con grande rischio personale ospita ricercati, tra i quali il parroco di Bellano, don Francesco Rovelli, reduce dalle carceri di Como in preoccupanti condizioni di salute, ed anche un giovane sacerdote tedesco, che a un certo punto aveva deciso di abbandonare l’esercito nel quale era stato forzatamente arruolato.

 

don Enrico Cazzaniga

Nato a Bareggia di Lissone il 20-5-1898, ordinato sacerdote a Milano l’11-6-1927, negli anni 1943-45 Parroco di Liscate (MI); morto a Bareggia di Lissone il 15-7-1984.

Dal 1940 è Parroco di Liscate, piccolo paese di milletrecento anime a est di Milano, e lo sarà fino al 1973, per trentatre anni.

Uomo di fede profonda, è per la sua gente una guida energica e sicura, una testimonianza continua di umana solidarietà e di cristiana carità.

Negli anni di guerra in paese sono rimasti i bambini, le donne, gli anziani. Don Enrico coinvolge tutti in una travolgente testimonianza di carità cristiana che dà aiuto agli sfollati della vicina Milano bombardata, ai ricercati politici, agli sbandati renitenti alla leva repubblichina, ai partigiani dei vari gruppi di ideologie diverse.

Dal liber chronicus della parrocchia si apprende l’episodio che fa di don Enrico il “salvatore” del suo paese.

Il 30 aprile 1945 entra in Liscate una colonna di seicentocinquanta tedeschi delle SS con mitragliatrici, cannoncini, mortai. Intendono fermarsi in paese ed organizzare la loro difesa, per poi proseguire la fuga.

Don Enrico fa presente al comandante che la cosa migliore è arrendersi, perché tutte le strade sono ormai bloccate dai partigiani ed è imminente l’arrivo degli Alleati.

Il comandante chiede tempo per riflettere, e nel frattempo don Enrico avverte i nuclei di partigiani dei dintorni, che convergono su Liscate.

Con i tedeschi ci sono anche alcune centinaia di soldati repubblichini e don Enrico intuisce che un’opera di persuasione con loro, assicurandone e proteggendone la fuga, avrebbe convinto anche i tedeschi ad arrendersi. D’accordo con i giovani del paese, rendendosi personalmente garante della salvezza dei repubblichini, procura a tutti abiti civili e favorisce il loro disperdersi nelle campagne adiacenti.

I tedeschi si dicono decisi a distruggere il paese alla minima provocazione partigiana, e per questo piazzano i loro cannoni. Da Melzo arriva una commissione di comandanti partigiani, e tra loro il coadiutore, don Franco Mapelli. Le trattative sono lunghe, laboriose, estenuanti, e solo l’ascendente e la forza morale di don Enrico ottiene che non ci sia nessun atto di provocazione da parte dei partigiani.

È solo il continuo peregrinare da un gruppo all’altro, in quelle ore di difficile attesa, che i gruppi partigiani non reagiscono. I tedeschi, nel pomeriggio, decidono di arrendersi, e il paese è salvo.

Nel 1970, in occasione del 30° di parrocchia, viene conferita a don Enrico l’onorificenza al merito di Cavaliere della Repubblica, onorificenza della quale don Enrico è molto fiero.

Il 26 ottobre 1984, nella seduta consigliare, don Enrico viene ufficialmente commemorato dal Sindaco che ne ricorda i meriti umani e sacerdotali; a lui viene dedicata una strada, «piccolo segno di riconoscenza e di gratitudine verso una persona che ha fatto e operato per il progresso e la crescita di Liscate».

 

Fossati padre Mario

Nato a Lissone il 9-10-1906, ordinato sacerdote per il P.I.M.E. il 22-9-1934, negli anni 1943-45 Parroco di Onno (CO), morto a Rancio di Lecco (CO) il 13-5-1979.

Sui monti sopra Bellagio si erano attendati alcuni gruppi di partigiani. Uno di loro, Giambattista Gradola detto Tino, viene arrestato durante un rastrellamento nel settembre 1944.

I suoi compagni decidono di tentare di liberarlo quando sarà trasportato a Lecco per l’interrogatorio. Organizzano un posto di blocco alle Fornaci vicino a Vassena. Arriva una vettura militare ma non si ferma all’alt; i partigiani sparano verso le ruote riuscendo a colpirle. La vettura sfugge ugualmente. Il giorno dopo si viene a sapere che la vettura militare era giunta a Limonta con un passeggero ferito a morte, il tenente Weber della guarnigione tedesca.

Il partigiano Giambattista Gandola viene giustiziato e i tedeschi minacciano una rappresaglia su tutto il comune di Oliveto Lario (Onno, Vassena, Limonta), rappresaglia che consiste nel bruciare i paesi e nel deportarne in Germania tutti gli uomini.

Padre Mario Fossati, Parroco di Onno, con il parroco di Vassena, cerca di parlamentare con le autorità per venire ad un compromesso.

Come avevano fatto in analoga occasione a Esino Lario, i tedeschi promettono di evitare la distruzione dei paesi se i parroci si impegnano a consegnare tutti i giovani che ancora non si erano presentati alle autorità della Repubblica di Salò. Assicurano contemporaneamente che ogni giovane munito di regolare certificato di esonero avrebbe potuto far ritorno a casa.

Al giorno fissato la comitiva di ventisei giovani guidati dai loro parroci, parte per Como.

Dopo una estenuante attesa ci si accorge che i tedeschi non volevano mantenere le promesse fatte.

Padre mario e il parroco di Vassena segretamente si impegnano a restare con i giovani, disposti a seguirli ovunque e rimandano a casa il parroco di Limonta.
Ventisei giovani con i loro parroci in uno stanzone, nella certezza di essere internati in Germania ... Lì passano la notte. Il mattino seguente, domenica, i sacerdoti celebrano la “Messa al campo” e i giovani ricevono l’Eucarestia. Padre mario annota nel liber chronicus della parrocchia di S. Pietro Martire in Onno: « ... Momenti veramente commoventi ...».

Dopo la Messa i due parroci continuano il loro pellegrinaggio da un’autorità all’altra per chiedere che vengano mantenute le promesse. Dopo un’attesa logorante, improvvisamente arriva la notizia: i tedeschi mantengono la parola data.

Annota ancora padre Mario nel liber chronicus: « ... La mano di Dio non è certamente assente ...».

 

 

Bibliografia:

Pietro Arienti – Dalla Brianza ai lager del III Reich – Bellavite Editore 2012

Giovanni Barbareschi – Ribelli per amore – Milano 1986

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Le donne nella Resistenza in Lombardia

5 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne certamente hanno portato nella Resistenza valori specifici e il loro apporto, anche quando facevano le stesse cose, era profondamente diverso da quello degli uomini. Meno politicizzate, sentivano in compenso più forte l'impegno generale per un mondo diverso e migliore; meno militarizzate, erano in compenso più sensibili alla solidarietà nella lotta senza distinzioni di gruppo; meno protagoniste, profondevano anonima abnegazione a piene mani.

[...]

Nei libri scritti da uomini, storici o politici o, più spesso, da ex comandanti partigiani, le donne compaiono poco, talvolta come nota di colore e sono viste quasi sempre in funzione di aiutanti, di collaboratrici anziché di vere e proprie combattenti in prima persona quali sono state. I capi esprimono la loro riconoscenza, quasi che la partecipazione fosse un aiuto da persona a persona e non un intervento diretto in una lotta tesa alla realizzazione di comuni ideali.

Le donne, anzi, avevano un ideale in più: quello della loro personale liberazione, quello di una società diversa in cui diversa fosse la loro collocazione. Di questo non tutte erano consapevoli, soprattutto all'inizio, ma la cosa balza agli occhi nei fogli clandestini, dove si avanzano rivendicazioni quali il voto, la parità salariale e la parità in famiglia.

[ ... ]

Occorre inoltre ricordare che le donne erano tutte assolutamente volontarie, a differenza degli uomini, in particolare dei giovani in età di leva, per i quali una scelta comunque si imponeva: lasciarsi mandare in un campo di lavoro in Germania, entrare nelle Brigate nere o salire in montagna coi partigiani. Le donne avrebbero potuto restarsene a casa tranquille; trovavano facilmente lavoro appunto in sostituzione degli uomini e da amichevoli rapporti coi tedeschi o coi fascisti avevano solamente da guadagnare, in un momento in cui la mancanza di viveri e di altri generi indispensabili, di cui questi largamente disponevano, si faceva sentire in modo drammatico.

Volontarie quindi, e spesso entusiaste, affrontavano rischi e fatiche con uno spirito che stupiva i compagni.

Erano tante. Difficile fare un conto anche approssimato, perché raramente le donne erano iscritte nei ruolini delle formazioni; questo avveniva solo per le combattenti in armi - non poche - che giunsero anche a funzioni di comando con gradi militari poi ufficialmente riconosciuti alla liberazione. La maggior parte assolvevano a compiti di natura diversa, ma non per questo meno pericolosi.

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C'erano le famose staffette, che erano in verità quasi sempre veri e propri ufficiali di collegamento e non solo «battistrada» nelle azioni e negli spostamenti; quel tipo di lavoro era facilitato dalla maggiore possibilità di movimento per le donne, anche in zone controllate dove gli uomini venivano di regola fermati.

C'erano le informatrici, talvolta addirittura infilate come impiegate negli uffici militari o paramilitari tedeschi o fascisti; a queste facevano capo altre, che portavano le notizie interessanti direttamente alle formazioni, a tappe forzate, magari a piedi o in bicicletta, riuscendo spesso a vanificare progettati rastrellamenti.

C'erano le infermiere, che agivano dentro e fuori dagli ospedali nascondendo e curando feriti, o raggiungendoli in formazione; le dottoresse, che sovraintendevano a una complessa rete di ospedaletti da campo.

C'erano le addette alla stampa, che operavano nelle redazioni clandestine e badavano alla distribuzione di giornali e volantini. C'erano le portatrici d'armi, le segretarie dei comandi, le addette alla organizzazione di alloggi clandestini e luoghi d'incontro per i capi militari e politici.

C'era insomma intorno al movimento partigiano, sia in città che sui monti, una fitta ragnatela di donne che facevano tutto, fronteggiando le situazioni più impensate, spostandosi continuamente, aiutandosi fra loro e scegliendosi l'un l'altra con sicuro intuito in cerchi sempre più larghi, sempre più complessi e sempre più fluidi.

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Bibliografia:

Giuliana Beltrami Gradola - Donna lombarda - a cura di Ada Gigli Marchetti e Nanda Torcellan, Milano, Angeli, 1992. 

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E cominciò la Resistenza

22 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Anche la gente del “Corriere della Sera” pagò il suo contributo di morti alla Resistenza e alla liberazione. Gaetano Afeltra, giornalista del “Corriere della Sera”, racconta gli avvenimenti di quei giorni visti dall’ ”osservatorio di un grande giornale”. 

 

Dopo la sconfessione da parte dei nazisti dell'accordo per Milano, in cui il generale Ruggero aveva creduto, il “Corriere” non era più uscito. Ma mercoledì 15 settembre arrivò un ordine dal comando tedesco ma fatto emanare dalla prefettura. Fu pubblicato in corpo 12 incorniciato in testa all'ottava colonna del giornale. Diceva: «D'ordine delle autorità civili della provincia di Milano il giornale riprende le sue pubblicazioni». A firmarlo come redattore responsabile era Amedeo Lasagna, il più vecchio giornalista del “Corriere”. Una scelta che voleva significare l'obbedienza formale a un atto di forza. L'interregno di Lasagna durò esattamente venti giorni, dal 16 settembre al 5 ottobre.

Ma che cosa successe al “Corriere” durante quel breve periodo? Milano era ormai in mano ai nazisti e ai fascisti di Salò. I pochi redattori rimasti in sede, chi per ragioni di età, chi perché temeva rappresaglie avendo la moglie ebrea e chi per pura necessità di vivere, cercarono di confezionare un giornale distratto, come assente.

Ricordo la prima pagina di quel numero: come fondo di quasi tre colonne «Conosci te stesso», che divagava su agricoltura e industria; e un notiziario di agenzia striminzito e scialbo. Esempio, in testa di pagina: «La legge su prestiti e affitti. Secco diniego nordamericano a una richiesta dell'Argentina»; mentre lo sbarco degli alleati a Salerno era confinato in poche righe. Ma questo stato, per dir così, di limbo non poteva durare molto. Alessandro Pavolini cacciò il vecchio Lasagna e mandò Ermanno Amicucci come direttore, Ugo Manunta come vice. Così l'”occupazione” di via Solferino raggiunse il suo culmine.

Il cambio di atmosfera fu subito visibile. Cominciarono a circolare vere e proprie liste di proscrizione con i nomi dei giornalisti, degli scrittori che durante i quarantacinque giorni avevano preso posizione contro la dittatura ventennale, denunciandone le violenze, gli abusi e anche il ridicolo. Riproduco qui i nomi dei redattori e dei collaboratori del “Corriere” per i quali tale denuncia ufficiale poteva significare l'arresto, la deportazione e magari la morte: Domenico Bartoli, Mario Borsa Raffaele Calzini, Camilla Cederna, Benedetto Croce, Ludovico D'Aragona, Luigi Einaudi, Francesco Flora, Ettore lanni, Indro Montanelli, Adolfo Omodeo, Guido Piovene, Filippo Sacchi.

Anche i fratelli Crespi, proprietari del giornale, ebbero I loro guai. Furono arrestati dalla polizia neofascista, fra l'ottobre e il novembre 1943, per la loro “complicità” con le direzione Sacchi e Janni. ...

La disavventura dei fratelli Crespi finì di lì a poco con la loro messa in libertà, ma con la confisca della proprietà del “Corriere della Sera”, che tornò alla famiglia, dopo molti contrasti politici, quasi un anno dopo la Liberazione.

Ma intanto, mentre in via Solferino continuava la vita dimezzata di un quotidiano stretto nella morsa del neofascismo e dell'occupante tedesco, i redattori che avevano lasciato il giornale, ripresisi dal primo tramortimento, cominciavano a cercarsi, a ritrovarsi, a stabilire delle intese. Nasceva così il giornalismo clandestino, il giornalismo della Resistenza.

Era naturale che questo secondo “Corriere” diventasse un centro di raccolta e di propulsione delle forze antifasciste. Dopo l'8 settembre, la struttura di opposizione interna, già esistente fin dal 1942, venne perfezionata, si completò anche con scopi di difesa degli impianti contro eventuali tentativi di occupazione o distruzione dei fascisti e dei nazisti.

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Per proteggersi contro gli arresti e le razzie della repubblica sociale e della Gestapo, era stato organizzato un vero piccolo servizio di avvistamento: giorno e notte qualcuno vigilava gli ingressi, per avvertire i colleghi che fossero stati ricercati dai nazifascisti e invitarli a non entrare, a nascondersi. Tutta una serie capillare di contatti, d'accordo con il C.L.N., agiva per dare rifugio, aiuto ai ricercati; per favorirne, se necessario e possibile, l'allontanamento dalla città. Tutta questa attività antifascista ebbe il suo peso, dopo la liberazione, per assicurare al “Corriere" un volto del tutto diverso da quello che gli avevano imposto vent'anni di controllo fascista.

Appena insediato quale direttore del “Corriere", Amicucci aveva fatto mandare delle lettere al redattori assenti intimando di riprendere il lavoro. L'iniziativa ebbe conseguenze drammatiche, perché l'elenco degli “assenti” venne inviato alla prefettura e qualcuno della segreteria del giornale fornì alle autorità d'occupazione perfino le foto di quanti non erano tornati al lavoro, esponendoli dunque a graavi pericoli. Così fummo costretti tutti a cercare dei rifugi. Montanelli, contro il quale era stato spiccato mandato di cattura, riparò nell'appartamento di Amilcare Morigi,. un collega del “Corriere”. Io andai ad abitare in Via privata Vasto, nell'appartamento lasciato da gente sfollata. .

Per la mia vecchia amicizia con un medico famoso, e famoso antifascista, Paolo Pini, ero entrato in rapporto da tempo con Mario Borsa, Ferruccio Parri, l'avvocato Veratti e altri oppositori del regime. Finii così per essere un punto di riferimento, una specie di “collettore” per tutto quello che riguardava la stampa a Milano. Vedevo molto spesso Lombardi, De Luca, Mazzali, Albasini-Scrosati, Marazza. Ci occorreva un contatto con l’interno del “Corriere”: lo trovammo in Benso Fini.

Fini proveniva dall'antifascismo cattolico; era stato per lungo tempo a Parigi, e là per vivere aveva fatto il vicecorrispondente per il “Corriere”. Allo scoppio della guerra, costretto a rimpatriare, aveva trovato un posto oscuro in redazione. L'essere rimasto al “Corriere” anche dopo l'8 settembre, non era stato per lui una scelta politica libera ma, al contrario, la conseguenza di una drammatica necessità familiare: stava per nascergli un secondo figlio. La moglie, una russa di origine ebraica, era ricercata dai nazifascisti. Il povero Fini era disperato per questa situazione che contrastava con le sue convinzioni. Lo confortai e gli dissi che ci sarebbe stato utilissimo quale nostro occhio e orecchio all'interno del giornale.

Naturalmente questo “Corriere” clandestino, di cui facevano parte, con me, Montanelli, De Vita, Francavilla, Damiano, Morigi, Alonzi (altri, come Lanfranchi, Lanocita, Sacchi, Simonazzi erano rifugiati in Svizzera) si riuniva in posti sempre diversi.

I contatti con la vita interna del giornale erano essenziali, oltretutto perché proprio nella tipografia di via Solferino si stampavano parecchi fogli clandestini.

Il compito affidatomi dal C.L.N. non era solo di occuparmi dei giornalisti in clandestinità, ma anche di tenere contatti con gli operai e gli impiegati del “Corriere”. Sapevo che all'interno del giornale c'era una cellula comunista di cui facevano parte Gibelli Colombini, Ghisalberti, Dalmaso, Baroni, Dall'Olio, Pane e Maluresi, ma non sapevo chi ne fosse il capo, per poter entrare in contatto in vista di un'azione comune. Ne parlai a Riccardo Lombardi, verso la metà d'ottobre del '43'; Lombardi ne parlò a sua volta al rappresentante comunista del C.L.N. Mi fu fissato un incontro per il 2 novembre al cimitero di Musocco, e mi venne indicato il numero del campo, della tomba e anche il nome del defunto. «Lì», mi disse Lombardi, «troverai un signore con aria molto raccolta.» Difatti tutto funzionò alla perfezione. Il signore ai piedi della tomba era Alfredo Acquaviva, classe 1910, che il partito aveva fatto rispondere a un annuncio economico apparso sul “Corriere” dopo i bombardamenti, nel quale l'amministrazione di via Solferino chiedeva un fattorino: anzi, prometteva un premio di ingaggio. Acquaviva fu assunto, riscosse il premio e cominciò a funzionare come capo-cellula del P.C.I. aziendale: uomo onesto ma molto duro, inflessibile, deciso. Sotto la guida di Alfredo la cellula comunista, che già operava all'interno del giornale e che aveva provveduto a introdurre e nascondere armi per una eventuale difesa degli impianti contro ogni tentativo di distruzione da parte dei tedeschi, assunse un ruolo determinante. Si formò subito un C.L.N. aziendale formato da Acquaviva per il P.C.I., da Fraschini per il P.S.I. e da Genchi per la D.C.

Furono organizzati degli scioperi (quello del marzo 1944 partì proprio dal “Corriere”), sabotaggi di vario genere, ritardi di composizione e di uscita del giornale, continui guasti alle macchine; si arrivò fino all'audacia di far entrare, durante l'ora di mensa, tre partigiani in tuta da operai che, montati su un tavolo,·parlarono contro i nazifascisti incitando alla guerriglia anche all'interno del “Corriere”. I tedeschi erano nello stesso stabile, in una sala in fondo alla redazione; guardie repubblichine stavano ai vari ingressi. Eppure l'impresa fu compiuta, sfidando tutti i pericoli, con la complicità, s'intende, del C.L.N. aziendale. Una beffa che sconvolse i tedeschi e i fascisti, i quali, pochi giorni dopo, fecero una retata nello stabilimento, che non giovò a nulla perché nessuno parlò. Gli arrestati dovettero essere rilasciati, altrimenti il giornale non usciva. Nel corso di un'altra incursione in via Solferino, i nazisti, invece, portarono via un cronista, Mario Miniaci, un impiegato e quattro operai.

Miniaci e un operaio riuscirono a cavarsela, e tornarono dal campo di concentramento alla fine del conflitto, ma gli altri tre operai e l'impiegato vi persero la vita.

Con i rappresentanti degli operai del “Corriere” mi incontravo ogni settimana in luoghi sempre diversi. Mi presentavano spesso richieste d'ordine pratico: avevano bisogno di cibo, legna, indumenti. Dicevano - e avevano ragione - che con le assegnazioni della tessera non era possibile sopravvivere senza ricorrere alla borsa nera e ritenevano che l'azienda avesse il dovere di intervenire in loro aiuto. Naturalmente io non potevo far altro che presentare le richieste all'amministratore del “Corriere”, Aldo Palazzi, il quale in quel periodo era invischiato in duplici o addirittura triplici giochi. Doveva barcamenarsi con i tedeschi (per esempio, al “Corriere” si stampava “Sveglia”, un giornale di smaccata propaganda nazifascista); con i neofascisti, per obbedire ai quali aveva applicato all'azienda la “socializzazione” voluta da Salò; infine doveva cercare di tenersi buoni anche i partigiani, più per paura, s'intende, che per convinzione.

I nostri incontri avvenivano di notte. Quando c'era bisogno di vederci, egli si faceva occasionalmente ospitare nell'appartamento di una sua ex segretaria, in via Vasto, nella stessa casa in cui, al terzo piano, ero nascosto io. Io gli presentavo le richieste degli operai quasi in forma d'ultimatum: in genere chiedevano un chilo di lardo, mezzo chilo di burro, trecento grammi di zucchero, qualche pacchetto di sigarette, legna da ardere; magari, una volta tanto, un taglio d'abito, un paio di scarpe.

Procurarsi questi semplici ma preziosissimi beni era impresa difficile in quei tempi. Ma Palazzi non aveva scelta, se voleva frenare il malcontento all'interno dello stabilimento, cosa alla quale egli teneva moltissimo. Così girava per le campagne, pagando questo vettovagliamento a un prezzo carissimo e poi mandando i camion del “Corriere” a ritirare il bottino, che veniva nascosto dietro i pacchi dei giornali. Palazzi ostentava con noi i rischi che correva in tale attività, per farsene un titolo di merito, direi quasi un lasciapassare per il futuro.

La partecipazione di giornalisti, operai e impiegati di via Solferino alla Resistenza fu dunque larga. Molti di noi ebbero fortuna: sia pure fra minacce, disagi, paure, fughe, riuscirono a scampare alla cattura, alla deportazione, addirittura alla morte. Altri pagarono duramente, come i quattro dipendenti che, catturati insieme con Miniaci, lasciarono la vita in un Lager: furono Luigi Tacchini, Otello Ghirardelli, Dionigi Parietti, Ferdinando De Capitani (che si vantava di appartenere alla famiglia dei De Capitani d'Arzago). Anche Indro Montanelli venne arrestato carcerato a San Vittore, condannato a morte per “intelligenza col nemico”, condotto a Gallarate in attesa dell'esecuzione e solo miracolosamente liberato. Giulio Alonzi finì a villa Triste, dove fu sottoposto dalla banda Koch a torture che non lo piegarono, anche se lasciarono nel suo organismo conseguenze che lo fecero poi morire prematuramente.

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Alonzi, nato nel 1893, vecchio antifascista, compagno d'armi di Ferruccio Parri nella prima guerra mondiale era entrato al “Corriere” con Albertini. Rimasto in redazione anche dopo la partenza di Albertini, malgrado la sua ben nota ostilità al regime, e sia pure in una posizione d'ombra, dopo l'8 settembre contribuì a riorganizzare le forze dell'antifascismo anche sul piano militare. Fu tesoriere della Resistenza e comandante delle formazioni Giustizia e Libertà in Lombardia, quindi in stretto contatto con Parri. Catturato dai nazifascisti, fu liberato solo dopo il 25 aprile.

Sulla terribile avventura sono riuscito, dopo anni di intransigente riserbo, a far parlare Mario Miniaci. Un racconto che cercherò di riferire, per quanto mi è possibile, con le sue stesse parole, e che mette soprattutto in luce il carattere di assurdità di tutta la vicenda.

«Nel tardo pomeriggio del 2 marzo 1944», racconta Miniaci «stavo lavorando come di consueto in cronaca con vari colleghi ... Verso le 18 e trenta uno dei nostri fattorini viene ad avvertirmi che in saletta d'aspetto ci sono tre guardie repubblichine che chiedono di me. Sorpreso, più che allarmato, vado a sentire che cosa vogliono. Sono giovani in abito civile, l'aria pacifica, facce da bravi ragazzi o quasi. Sono incaricati, dice uno, di accompagnarmi al comando germanico, vi sarò interrogato, non sanno però su che cosa. Mi assicura che, in ogni modo, si tratta solo di informazioni, semplici formalità, mi sbrigherò presto senza fastidi ... Difatti, tornai a casa solo sedici mesi dopo. Le semplici formalità che mi attendevano avrebbero implicato tra l'altro che i miei non sapessero più nulla di me, se ero vivo o morto, e tantomeno dove. Né avrei potuto ricevere io notizie di loro. Il campo di concentramento di Ebensee sarebbe rimasto sino all'ultimo inaccessibile e, anzi, addirittura ignoto anche alla Croce Rossa. Per quattro dei cinque compagni di prigionia che, come me, venivano dal "Corriere", prelevati al giornale o a casa loro, le stesse "semplici formalità" si sarebbero concluse con la morte nel Lager ... »

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Miniaci riteneva di non aver nulla da temere data, come egli la chiama, “la sua scolorita apoliticità”. «Di poter essere stato denunciato da qualcuno non lo pensavo ... mentre seguivo le guardie repubblichine. Mi condussero non al comando germanico, ma in una casa di via Copernico, mi pare al numero 23, e lì mi introdussero in un locale terreno adibito a guardina, già affollata di altre persone. Interrogatori niente, contestazioni nessuna. Era quello il quartier generale del comandante della Guardia Nazionale repubblichina di Milano ... »

Quando, l'indomani, Miniaci e gli altri tre dipendenti del “Corriere” arrestati, vennero trasportati da via Copernico a San Vittore, vi trovarono i colleghi Ferdinando De Capitani, linotipista, e Torquato Spadi, spedizioniere.

«Eravamo anche noi sei destinati alla deportazione con un folto gruppo di professionisti, commercianti, operai accomunati tutti, presto affratellati, dalla medesima sorte. L'indomani venimmo portati alla stazione centrale e stipati in piedi in un carro bestiame che venne sigillato e sorvegliato all' esterno da militari ...

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«Tappa di otto giorni a Innsbruck, poi Mauthausen per quaranta giorni, infine Ebensee. Rapati e depilati, casacca di tela a righe, e per ciascuno sul petto e al polso il numero distintivo. Sul petto anche il triangolo rosso che significava deportato politico, sovversivo. Fame, freddo, percosse, umiliazioni, fatiche da stremare. Ma non è adesso il caso di rievocare quell'inferno. Cose che si sanno, se non si vuole ignorarle.

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«Posso attestare la forza d'animo, la dignità, la prova di carattere che diedero quei quattro del "Corriere" che subirono il martirio sino a soccombere. Ferdinando De Capitani, il più avanzato di età, lo ricordo ancora curvo con la sua gamella in attesa della ripugnante zuppa del campo. Un giorno non lo vidi più nella lunga fila. L'avevano caricato su un autocarro con altri anziani che non potevano reggere a quei lavori rudi, ripartivano per Mauthausen. Camera a gas, circolava questa voce, non c'era da dubitarne.

«Tacchini mi fu a lungo compagno nella massacrante fatica di trasportare a spalla grossi tronchi, si allestivano nuovi blocchi, che erano le baracche per la notte. E poi c'erano i lavori di sterro, nei quali era impiegato anche Spadi, sempre coraggioso. Tacchini si faceva via via più scheletrico, infossato nelle spalle, stringeva i denti e pur trovava la forza di sorridere. Finché la sua fibra cedette. Parietti riuscivo a salutarlo qualche volta nel gabbiotto dove era addetto alla lavanderia, lavorava di lena a strofinare e sciacquare mucchi di indumenti che venivano recuperati dai cadaveri. Non faceva che parlarmi dei suoi quattro figli lasciati in tenera età. Piccolo ma vigoroso, era deciso a resistere. Ma negli ultimi giorni, alla vigilia della liberazione del campo, maneggiando quegli indumenti infetti prese il tifo e ne morì due giorni dopo l'arrivo dei soldati americani.

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«Otello Ghirardelli era stato comandato con altre squadre, me lo vedo ancora davanti al piazzale dell'appello, con quella sua fierezza franca, di galantuomo. La morte stroncò anche lui, prima della grande ecatombe che il Lager vide nelle ultime settimane, quando a Ebensee venivano fatte affluire colonne di deportati dagli altri campi, man mano che gli amencani e i russi avanzavano.»

Miniaci scampò anche all'ultimo rischio. Dopo traversie facilmente immaginabili, il 21 giugno 1945 rimetteva piede a Milano. Più di un anno prima era stato prelevato come una “cosa” senza che nulla gli venisse contestato, senza una spiegazione.

Se mi sono soffermato su queste vicende, è stato per testimoniare che anche la gente del “Corriere della Sera” pagò il suo contributo di morti alla Resistenza e alla liberazione. Già all'indomani dell'8 settembre, avevamo cominciato a capire che ci attendeva un tempo terribile e buio. Quanto lungo e terribile, non potevamo immaginarlo.

 

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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Agosto 1943: Milano prese fuoco

10 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l'Italia. Viva il Re. Firmato: Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, 25 luglio 1943».

Come ripeteva ossessivamente l'eco di questa frase badogliana, la guerra continuava. E con l'agosto le principali città italiane e soprattutto Milano entrarono in un girone infernale di fuoco e distruzione per lo scatenarsi dell'offensiva aerea alleata.

Dal 9 al 16 agosto, ogni notte Milano fu attaccata. E ogni volta non era possibile fare confronti con la furia devastatrice della notte precedente. Furono colpite tutte le zone della città. Il Duomo danneggiato, la Scala diventata un rogo, la Galleria sventrata, Palazzo Reale, Brera, l’Ospedale Maggiore, chiese, musei, fabbriche, case, monumenti distrutti. I binari del tram sradicatii.

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Macerie su macerie. Al mattino, le strade erano percorse da lunghe file di cittadini che arrivavano dalle località di sfollamento, spesso a piedi o in bicicletta, per vedere che cosa era rimasto della propria casa. Sostavano da lontano a osservare le macerie, i falò degli incendi che ardevano ancora qua e là durante la giornata. Dovunque c'era desolazione: crolli e rovine, cumuli di mobili accatastati sui marciapiedi, gruppi di donne e di uomini come inebetiti dall’enormità della tragedia. C'era chi si metteva a scavare tra le macerie sperando di salvare qualcosa. La Città era morta.

Le prime ombre rendevano ancora più atroce lo spettacolo. Le mura smozzicate delle case le occhiaie vuote degli edifici devastati, apparivano come fondali sinistri. A sera riprendeva l'esodo dei cittadini, con ogni mezzo di trasporto. Le vie si ripopolavano di cortei interminabili di ciclisti e di pedoni che recavano seco le massenzie per il pernottamento di fortuna. Poi la città diventava deserta, per un'altra notte.

«L'esodo delle moltitudini migranti sotto un cielo sempre pieno di minaccia» scriveva la cronaca del “Corriere” «è uno spettacolo d'indicibile commozione [...]. E una folla che, solo dopo una lunga resistenza, dopo un fatalismo ostinato, si è decisa a sottrarsi in tutta fretta alla selvaggia furia dei bombardamenti [...]. Nei borghi e nei villaggi ci sono generosi che un po' di posto lo offrono, restringendosi pieni di buona volontà e di fraterna sollecitudine. Ma gli esempi di gretto egoismo non mancano. Vi sono ancora case dalle porte indebitamente chiuse [...]».

Però era anche l'ora della bontà, della solidarietà cristiana. Ricordo solo un piccolo fatto: il parroco della Incoronata a Milano ospitò nella chiesa un buon numero di famiglie con le loro masserizie, trasformando il tempio in albergo, cucina, luogo di soggiorno, riparo. Mai l'Incoronata, come allora, fu la casa del Signore.

Nella confusione generale, il “Corriere” si era a sua volta trasformato in un centro di soccorso, almeno informativo, psicologico. I telefoni squillavano in continuazione, i rimasti in città chiedevano, volevano sapere. Il centralino passava le comunicazioni nel rifugio dove, a turno, eravamo accampati. Mottola e io restavamo di guardia insieme con due tipografi, sperando che arrivasse da un momento all'altro la notizia dell armistizio, pronti a mettere insieme un'edizione straordinaria. Dall'altro capo del filo, il più delle volte, c'era una voce di donna, e dal timbro si capiva che era una donna anziana che voleva sapere, ma soprattutto essere rassicurata, confortata. Ma che cosa potevamo risponderle?

Milano si sgretolava sotto i colpi dei bombardieri, andava in fiamme. Anche il teatro alla Scala fu colpito nella notte del 15 agosto. Era una notte di luna piena. Dal cielo certo si vedevano i tetti delle case, i selciati delle vie. La Scala venne presa in pieno: sembrava una Pompei.

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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L’opposizione al fascismo, in esilio

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Tra il 1922 e il 1926 tanti italiani lasciarono l'Italia.

Aboliti i partiti, soppressa la libertà di stampa, considerati decaduti i deputati che avevano partecipato all'Aventino, sciolte le associazioni sindacali, non rimaneva agli oppositori del fascismo che il carcere, il confino o l'espatrio clandestino. Fino al 1925 l'emigrazione aveva avuto carattere di massa: operai e contadini iscritti ai partiti antifascisti, organizzatori di cooperative e sindacalisti delle leghe bianche e rosse, perseguitati, prendevano la via grigia e triste dell'esilio.

Si è parlato di 300.000 emigrati politici durante il fascismo. Sono cifre difficili a controllare ma si calcola che dei lavoratori italiani in Francia, almeno centomila avevano lasciato l'Italia per ragioni politiche. La Francia, l'Austria, la Svizzera erano infatti le mete preferite dei profughi e in quei Paesi si crearono i primi nuclei dei centri d'opposizione in esilio. Si rinnovava così la tradizione risorgimentale del fuoriuscitismo e dell'esilio e si formarono addirittura alcuni uffici per facilitare l'espatrio clandestino. Uno dei più noti fu quello organizzato a Milano da Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Riccardo Bauer e Giovanni Mira.

Tra il 1926 e il 1927, dopo le leggi eccezionali cominciò l'esodo degli antifascisti più illustri, intellettuali e dirigenti politici. Per 17 anni, idealmente collegati agli uomini rimasti a lottare clandestinamente in Italia, essi formarono quei gruppi di fuorusciti il cui compito era duplice: proseguire la battaglia politica ed ideologica contro il fascismo, assicurando la continuità dei partiti d'opposizione e preparando il terreno alla resistenza armata; e, insieme, testimoniare nel mondo l'esistenza d'un'altra Italia, diversa da quella dei gerarchi e delle camicie nere, anzi ad essa decisamente contraria. I frutti di quella lunga e difficile lotta si raccolsero poi fra il 1943 e il 1945, quando tutta l'Italia migliore si riconobbe negli esuli, nei condannati, nei cospiratori, nelle vittime.

Primo a partire e a raggiungere Parigi fu Francesco Saverio Nitti, ex Presidente del Consiglio. Dopo di lui, Don Luigi Sturzo, che si stabilì a Londra, da dove con articoli e conferenze proseguì la battaglia antifascista. Poi fu la volta di Giuseppe Donati, direttore del Popolo, perseguitato dai fascisti per aver accusato il comandante della Milizia Emilio De Bono al tempo del delitto Matteotti. Quindi varcò la frontiera il grande storico Gaetano Salvemini, maestro dell'antifascismo fiorentino, che con libri e conferenze, in Europa ed in America, rimase fra i più lucidi e irreducibili avversari del regime di Mussolini.

La colonia degli esuli politici si ingrossava di giorno in giorno: Treves, Buozzi, Nenni, Modigliani e il giovane Saragat fra i socialisti; Chiesa, Egidio Reale, Schiavetti, Pacciardi, Trentin fra i repubblicani; Alberto Cianca, direttore del Mondo e collaboratore di Amendola, Carlo Sforza già Ministro degli Esteri, e che lo sarà anche nell'Italia liberata; Palmiro Togliatti che prima di trasferirsi in Russia diresse da Parigi un centro comunista collegato con le reti cospirative italiane.

Spesso passare la frontiera era un'impresa audace e rischiosa. Fu il caso dell'evasione di Filippo Turati, la cui casa, sotto i portici della Galleria di Milano, era vigilata dalla polizia fascista, mentre la sua vita era continuamente minacciata. Turati era l'uomo politico più popolare d'Italia, bisognava sottrarlo all'odio di Mussolini. Carlo Rosselli, Parri, Pertini ed altri, organizzarono l'evasione. Il 21 novembre del 1926 Turati fu fatto uscire di nascosto e condotto in una casa amica a Varese. La polizia fascista, ingannata e accortasi in ritardo della beffa, frugò inutilmente in tutta l'Italia del Nord. Si trattava quindi di far passare Turati oltre la frontiera, e si scelse la strada del mare, perché il vecchio socialista era troppo malato per attraversare i valichi alpini. La notte del 12 dicembre, alla periferia di Savona, sei uomini presero il largo insieme a Turati su una barca a motore, fornita da Francesco Spirito, quasi sotto gli occhi degli agenti. «Con un mare indiavolato - descrisse il viaggio lo stesso Turati - con le onde che riempivano il brevissimo motoscafo, col cielo senza stelle, con una bussola folle, navigammo a lungo senza esser certi della rotta ... ». La traversata durò dodici orribili ore, poi finalmente la Corsica fu in vista e la comitiva raggiunse la rada di Calvi. Turati e Pertini partirono per la Francia, Parri e Rosselli tornarono in Italia con la stessa barca guidata da Italo Oxilia.

Il processo che si aprì contro di loro a Savona rimase famoso per lo spirito d'indipendenza dei giudici di quel Tribunale ordinario, per la partecipazione del pubblico a favore degli imputati, per il coraggio da loro dimostrato. Quel processo fu una grave sconfitta per il fascismo. Agli imputati, davanti ai giudici ancora indipendenti, fu concesso di rivendicare i motivi ideali che avevano animato il loro gesto, e Rosselli poté collegare pubblicamente l'antifascismo al Risorgimento.

« Socialista - egli disse - venuto al socialismo dopo la disfatta, con la convinzione che il riscatto dei lavoratori debba poggiare su basi morali, per riprendere, integrandola, la tradizione di un Risorgimento rimasto patrimonio di pochi, sento oggi con sicura coscienza che la mia modesta azione si collega, per lo spirito che la informa, a quella dei grandi che combatterono per l'indipendenza italiana».

La condanna, mitissima, equivalse ad un'assoluzione e la folla entusiasta applaudì gli imputati gettando fiori.

A Parigi, l'attività politica degli esuli si andò organizzando. Essi formavano una colonia attiva e rispettata. Nacque una concentrazione antifascista che raccolse tutti i partiti ex aventiniani, meno i comunisti. La sua sede era in Rue Faubourg Saint Denis 103, il suo programma quello di aiutare gli espatri, la stampa clandestina, le manifestazioni contro il regime, la polemica ideologica contro lo stato mussoliniano. Si organizzarono congressi e conferenze in cui si ammoniva l'Europa contro il pericolo della diffusione del contagio fascista. Bruno Buozzi, un operaio, l'ultimo segretario della Confederazione Generale del Lavoro, sciolta dal fascismo, ricostituì l'associazione a Parigi. Quando Mussolini tentò di farlo rientrare in Italia, egli rifiutò con queste parole: 

«Per me, al fascismo, non ho nulla da chiedere. La nostalgia della Patria tortura l'animo mio e quello di molti altri, ma il problema supera le persone. Nelle condizioni attuali, credo di servirla meglio qui piuttosto che a Roma e a Torino per graziosa concessione del fascismo ... Non è colpa mia se oggi in Italia non è possibile fare della politica, intesa nel senso più nobile della parola. In ciò non vi è ombra di rimprovero per i rimasti in Italia. Un popolo non può emigrare. E talvolta io considero veramente eroico chi, restando in Italia, non aderisce al fascismo ... ».

A Parigi, la «Concentrazione» ebbe il suo giornale, La Libertà, diretto da Claudio Treves. Comparve all'estero anche l'Avanti!, sorse una «Lega italiana dei diritti dell'uomo», si moltiplicarono i giornali, le conferenze, i congressi. Gaetano Salvemini si adoperò instancabilmente in due continenti, a mettere in luce ciò che stava accadendo in Italia «sotto la scure del fascismo».

Nel 1929, l'antifascismo italiano in Francia si arricchì di un nuovo arrivo, quello di Carlo Rosselli. Confinato nell'isola di Lipari, Rosselli riuscì a fuggire. L'evasione fu organizzata da un gruppo di antifascisti che, pur facendo la spola con la Francia, non erano ancora emigrati: era il gruppo di Parri, di Bauer, di Rossi, diretto da Parigi da Alberto Tarchiani, ex giornalista e futuro ambasciatore. Dopo un primo tentativo fallito, finalmente nell'estate del 1929, avvenne la coraggiosa fuga. Con Rosselli si trovavano Emilio Lussu e Fausto Nitti, il figlio dell'ex Presidente del Consiglio. Il motoscafo era guidato ancora una volta da Italo Oxilia, il pilota dell'evasione di Turati. Con gli altri c'era Gioacchino Dolci, un giovane operaio romano, che appena uscito dal confino volle tornare per liberare i compagni di prigionia.

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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L’attivismo di Giustizia e Libertà

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il gesto clamoroso di protesta di Ferdinando De Rosa, i voli di Giovanni Bassanesi e Lauro De Bosis.

 

A Parigi, dove circolavano numerosi informatori ed emissari della polizia politica del regime, Rosselli con Cianca, Facchinetti, Lussu, Nitti, Rossetti, Tarchiani e Salvemini fondò una nuova alleanza antifascista, «Giustizia e Libertà », che si proponeva non soltanto di rovesciare il fascismo, ma anche la monarchia. «Giustizia e Libertà », che aveva anche un programma di riforme sociali, diventò presto un movimento autonomo dai partiti, deciso a compiere concrete azioni contro la tirannia fascista.

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Non sempre i suoi metodi di lotta furono condivisi nel mondo dell'emigrazione antifascista. Che i metodi di «Giustizia e Libertà» fossero ispirati da un attivismo più deciso, lo dimostrò l'attentato di Ferdinando De Rosa, un giovane socialista collaboratore di Rosselli. De Rosa volle compiere un gesto clamoroso di protesta, e quando il Principe Umberto andò a Bruxelles a fidanzarsi con Maria José, nell' ottobre del '29, il giovane gli sparò un colpo di pistola, mancandolo. Salvato dal linciaggio e processato, egli dichiarò ai giudici: «In me l'istinto rifuggiva con orrore dal fatto di sangue, ma la ragione me lo imponeva come una suprema opera di giustizia». Condannato ad una pena lieve, De Rosa tornò poi in carcere in Spagna, e morì al comando del battaglione «Ottobre» durante la guerra civile.

Proseguendo nell'attivismo che aveva già suscitato polemiche e discordie interne fra i fuorusciti, il movimento di «Giustizia e Libertà» promosse il volo di Giovanni Bassanesi, un maestro ventunenne. Aiutato da Cianca, da Rosselli e da Tarchiani, e accompagnato dall'intrepido Gioacchino Dolci, Bassanesi superò le Alpi su un piccolo monoplano la mattina dell'11 luglio 1930 e, sorvolando il Duomo di Milano, lanciò per un quarto d'ora manifestini antifascisti. L'impresa venne portata a termine brillantemente ma nel viaggio di ritorno l'aereo cadde sul Gottardo. Bassanesi riuscì a salvarsi ma fu arrestato e processato. Un esito tragico ebbe invece un'altra avventura dello stesso tipo compiuta da un giovanissimo poeta e scrittore, Lauro De Bosis. Il suo fu un sacrificio isolato e romantico, un gesto di puro idealismo. De Bosis non era un aviatore, ma, per mettere in pratica il suo progetto, comprò un aereo ed imparò a pilotarlo. Così, nell'ottobre del 1931 spiccò il volo verso Roma, portando migliaia di manifesti che invitavano il re a liberarsi del fascismo e gli italiani a ribellarsi. Per mezz'ora, alle otto di sera, De Bosis riuscì a lanciare i suoi appelli sulle strade del centro di Roma; poi, inseguito dalla caccia fascista, ripartì verso il mare. Non fu raggiunto, ma a mezza strada fra la costa e l'isola d'Elba, l'aeroplano, rimasto senza benzina, precipitò.

Prima di partire per il volo che sapeva senza ritorno, De Bosis aveva scritto un diario: La storia della mia morte. Vale la pena ricordarlo: 

«Pegaso, è il nome del mio aeroplano, ha la groppa rossa e le ali bianche. Ma non andremo a caccia di chimere. Andremo a portare un messaggio di libertà a un popolo schiavo al di là del mare ... La mia morte non potrà che giovare al successo del volo ... lo sono convinto che il fascismo non cadrà se prima non si troveranno una ventina di giovani che sacrifichino la loro vita per spronare l'animo degli italiani... varrò più morto che vivo ». 

De Bosis aveva dato vita con Mario Vinciguerra ad una alleanza nazionale d'ispirazione liberale che si proponeva di rappresentare, all'infuori dei partiti, l'unità del Paese in caso di emergenza. Con la sua impresa disperata, De Bosis aveva invitato il re a voler rispettare il patto fra la monarchia e il popolo, cioè lo Statuto. Ma il re rimase sordo al suo invito, come lo era stato nel 1925 all'appello dei deputati aventiniani. Lo Statuto ormai era stato sepolto da una nuova legge elettorale e dall'elezione plebiscitaria a lista unica voluta da Mussolini nel 1929. Quelle elezioni furono una farsa. Le schede del « sì» o del «no» erano di colore diverso e facilmente riconoscibili. Entrare in cabina significava già voler nascondere qualcosa ai vigili funzionari del regime, alle camicie nere di guardia, alla milizia armata. E così l'esito era scontato in partenza. Eppure 136.198 italiani ebbero il coraggio di rispondere «no» al fascismo, sfidando le rappresaglie. Dalla Francia, venne il solenne «no» di Turati. 

«No - egli scrisse - perché una gente di recente assurta a dignità di popolo, l'avete retrocessa e degradata a plebe imbavagliata e supina ... No! Perché avete scisso le famiglie, lanciato i figli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, costretti gli spiriti liberi all'atroce alternativa di un duplice esilio: oltre confine; esilio anche più amaro, nella propria terra, sottoposti all'ostracismo del lavoro, inchiodati all'iniquo dilemma: o piegarsi o perire ... ».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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Omaggio al partigiano, giornalista, scrittore Giorgio Bocca

28 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Giorgio Bocca si è spento all’età di 91 anni. 

Nel seguente documento, riportiamo alcuni passi del suo libro «Partigiani della montagna» pubblicato per la prima volta nell’ottobre 1945, sei mesi dopo la fine della guerra di Liberazione, alla quale aveva partecipato come giovane partigiano sulle montagne e nelle valli del cuneense.

  

«Certo non l’abbiamo vinta noi la guerra grossa, ma nella guerriglia la nostra parte l’abbiamo fatta. Solo in rare occasioni guerriglia e guerra grossa si confusero, nelle grandi battaglie dell’agosto 1944 per il controllo dei valichi alpini e alcune furono vinte».

 

«Nell’estate del 1944 siamo usciti per così dire dalla macchia, abbiamo liberato le grandi repubbliche, nella Carnia, a Montefiorino, ad Alba, nelle valli cuneensi, nell’Ossola».

 

A proposito della cosiddetta “zona grigia” …

«Non appartenevano alla “zona grigia” i montanari che ci restarono amici anche se i tedeschi avevano bruciato le loro case … C’erano delle ragioni concrete perché la gente stesse dalla nostra parte: parlavamo la stessa lingua, eravamo in pochi da nutrire, li proteggevamo dagli ammassi e dalle requisizioni. Ma c’era anche quella cosa che solo l’invasore ti rivela: la patria, il luogo in cui sei nato, per cui la tua è guerra di casa. E allora capita che al funerale di un partigiano vada tutto un paese incurante dei fascisti che li fotografano o annotano il loro nome.

La “zona grigia” non c’era nelle grandi repubbliche partigiane che facevano esperienze di democrazia, nessuno che si rifiutasse di essere messo nelle liste elettorali, negli incarichi pubblici. Non era massa grigia i parroci di campagna al completo con noi nonostante il diverso avviso di alcuni vescovi, specie in Emilia, dove le lotte tra borghesi e contadini erano state cruente e dove ci sarebbe stata, alla fine della guerra, una resa dei conti che avrebbe coinvolto parte del clero. Chi c’era nei giorni della Liberazione, delle sfilate partigiane, sa che intere città furono in festa, in tripudio, sa che i balli e i canti per festeggiare il gioioso aprile durarono l’estate intera. Tutti nella montagna e nella campagna sapevano dov’erano i nostri rifugi, i depositi delle nostre armi, del nostro grano, ma li ritrovammo quasi sempre intatti a rastrellamenti finiti.

Dov’erano i dubbiosi della “zona grigia” quando scendemmo nelle città tra due ali di folla e la guerra non era ancora finita, gli Alleati sarebbero arrivati solo cinque o sei giorni dopo, ma i fascisti erano in fuga e non si vedevano italiani che li sostenessero? …

Rischi mortali corsero gli italiani per dare rifugio ai ribelli, per nascondere prigionieri alleati, gli ebrei perseguitati» …

 

«Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di Resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica, la sofferta gestazione di un’Italia diversa» …

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Bibliografia:

Giorgio Bocca – Partigiani della montagna – Istituto Grafico Bertello ottobre 1945 – Feltrinelli 2004

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dai diari di Pietro Nenni

9 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956»

di Pietro Nenni

1929 Nenni esilio Nizza

Pietro Nenni, esule in Francia con altri antifascisti italiani dal novembre 1926,

1942 Nenni confinato politico

viene arrestato dalla Gestapo a Saint Flour, villaggio dell’Auvergne ad un centinaio di chilometri da Vichy dove risiedeva con i suoi familiari, la sera dell’8 febbraio 1943, vigilia del suo cinquantaduesimo compleanno.

Dopo varie peregrinazioni in carceri francesi e tedesche, viene tradotto in Italia: il 24 aprile, a Roma, viene rinchiuso a Regina Coeli nel braccio riservato ai politici a disposizione del Tribunale speciale. Condannato, viene inviato al confino a Ponza, isola delle Pontine.

Il 26 luglio giunge sull’isola la notizia che Benito Mussolini era stato tratto in arresto per ordine del re, in seguito alla seduta del Gran consiglio, dove il “duce” era stato messo in minoranza (19 voti contro 6) su un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito al sovrano a provvedere a norma della Costituzione.

 Dal diario di Nenni del 26 luglio 1943:

«Il giorno si spegne sul mare tranquillo in un pulviscolo d'oro e di azzurro che è un tramonto e potrebbe essere un'aurora. Io vado sul molo fra strette di mano e saluti di amici vecchi e nuovi. Mi commuove e mi esalta il pensiero di ciò che la breve notizia “Mussolini è caduto” rappresenta per migliaia di uomini sui quali si è accanita la persecuzione della polizia fascista e per migliaia di famiglie».

Scherzi del destino! Il 28 luglio viene condotto a Ponza anche Benito Mussolini.

 Dal diario di Nenni del 28 luglio 1943:

«Ed ecco, stasera il destino ci riunisce nella breve cerchia di un comune destino, ma Mussolini è un vinto, è l'eroe dannunziano che, ruzzolato dal suo trono di cartapesta, morde la polvere e non c'è attorno a lui che gente che lo rinnega per volgersi verso altre mangiatoie. Noi, i suoi avversari di venti anni, i «rottami» contro i quali egli ha avventato i suoi sarcasmi, noi siamo in piedi per altre tappe, altre lotte, altri cimenti, in piedi con la dignità della nostra vita, in piedi con la fierezza della parola mantenuta, italiani senza aureola di gloria o di successo, ma dei quali si dovrà pur dire che per essi la politica fu una cosa seria. Mentre è stata per Mussolini e per i suoi niente altro che farsa e impostura».

Il 4 agosto, un telegramma del direttore generale della PS Senise ordina la liberazione di Nenni. Il giorno dopo, con un peschereccio arriva a Terracina. Il 6 agosto è a Roma dopo un’assenza di diciassette anni.

«Eccomi a Roma dopo un'assenza di diciassette anni. Anche nella capitale le bandiere garriscono al vento e c'è nei volti e nei cuori della gente un'aria di festa. Le vie sono arcigremite e ciò che mi stupisce è il numero rilevante dei soldati tedeschi che vanno e vengono tra la folla cittadina. Da piazza dell'Esedra a via Nazionale, da piazza Venezia col suo storico palazzotto cinquecentesco ridivenuto silenzioso, al Corso, da piazza del Popolo a piazza Cavour ai lungotevere, vado tra la folla e ne ascolto i discorsi. Come il fascismo pare lontano, il fatto di un'altra epoca. Sui muri non sono che scritte di esecrazione a Mussolini e di evviva a Matteotti. I simboli del fascismo sono già stati scalpellati dai pubblici edifici e si direbbe che non abbiano mai avuto la mi­nima presa nei cuori. Anche la guerra sembra lontana, malgrado i quotidiani bollettini del comando supremo e l'incombente minaccia aerea.

A San Lorenzo una folla chiassosa si aggira fra le rovine del recente bombardamento. Si parla di migliaia di vittime  tuttora insepolte. Ma già il pensiero è volto ad altre cure e chi giace giace.

Il telegrafo mi porta i primi saluti dei miei concittadini e dei compagni di Milano e di Genova. Il comitato provvisorio di riorganizzazione del partito mi nomina direttore dell'« Avanti! ».

Sono di nuovo immerso nell'azione. Che importano più oggi gli anni tetri dell'esilio, i rischi della lotta, le difficoltà della prigionia?».

Nel viaggio verso Milano passa da Faenza:

«Faenza, la mia città natale, da dove si può dire che manco dall'adolescenza, mi ha accolto con affetto. Per quanto il giorno e l'ora del mio arrivo fossero noti a pochi intimi, una folla di centinaia di persone mi ha accolto alla stazione. Per le strade sono oggetto di una curiosità generale e simpatica. A casa delle mie cognate è una ininterrotta processione di amici. Non inutile dunque è stato resistere. Per anni è sembrato che noi fossimo soli e Mussolini ha potuto dileggiarci come rottami. Ma in ogni cuore era un palpito per noi, in ogni mente un pensiero di affetto. Il fascismo era per alcuni una camiciola di forza e per i più una vernice. Raschiata la vernice, strappata la camicia di forza, ecco l'anima popolare prorompere verso le usate convinzioni, socialista, comunista, repubblicana, liberale, democratico-cristiana, tutto fuorché fascista.

Mi ci vuole uno sforzo per sottrarmi alla gioia di questo ritorno e all'affetto di tanti amici. Qui è tutta la mia giovinezza che mi viene incontro. In questo vicolo che si chiama dei Mendicanti sono nato cinquantadue anni or sono e se appena socchiudo gli occhi, in una vecchierella che prende il fresco all'ombra della chiesa di Sant'Agostino posso immaginare mia madre, infagottata di stracci e curva sotto il peso di molti guai e di molta miseria. Questo palazzo dalla facciata severa, che fu dei conti Ginnasi, mi ricorda mio padre che vi era come inserviente e vi chiuse gli occhi alla vita quando io avevo appena cinque anni. In corso Porta Imolese, l'orfanotrofio dove fui per quasi dieci anni, la mia prima prigione, la prigione che battezzano beneficienza. Davanti alla scuola comunale mi assale il ricordo della grande febbre di sapere che mi divorava e che mi fu impossibile appagare. E queste strade che si aprono sui campi, questo fiumiciattolo che sembra un rigagnolo, questi canali mi ricordano i primi passi verso la vita, i primi sogni, le prime lotte, il primo sciopero nel 1908, il primo incontro con Carmen.

Allora la mia giovinezza era protesa alla conquista di un mondo ideale e la povertà mi era di stimolo. Ma il cinquantenne può volgersi indietro e dire all'orfanello di un tempo, al monello che queste viuzze hanno conosciuto indisciplinato e ribelle: «lo non ti ho tradito e sotto i capelli grigi sono sempre quello che fui».

 

L’arrivo a Milano:

«Il treno che mi porta a Milano si ferma a Rogoredo. I binari sono invasi da una folla di fuggiaschi. Intere famiglie aspettano qui da giorni un convoglio che li porti da qualche parte, lungi dalla città devastata.

Imbocco un corso XXVIII Ottobre che è stato ribattezzato corso della Libertà.

Ogni passo verso Milano è una pena e uno schianto. Davanti ai miei occhi esterrefatti si stende un'immensa rovina. Personalmente non ho mai visto niente del genere, per quanto dall'agosto. 1936, da Madrid a Valenza a Barcellona, alla guerra mondiale a Parigi a Tours a Bordeaux lo spettacolo delle città sventrate dal cannone o dalle bombe mi sia diventato abituale. Al centro la desolazione ancora più grande che alla periferia. Corso Vittorio Emanuele, via Manzoni, l'ex Verziere sono ridotti a cumuli di macerie. Un fumo acre avvolge la città. Si respira il fuoco che cova sotto le rovine. Non c'è un tram che funzioni, non un telefono.

Tra le case in rovina si aggirano donne vecchi fanciulli inebetiti. In molti fabbricati si devono ancora iniziare gli scavi per estrarre i cadaveri. Si sente parlare di sepolti vivi che per giorni hanno implorato un soccorso impossibile.

La Scala, Palazzo Marino, la Galleria sono duramente colpiti.

In piazza San Fedele la statua di Manzoni si erge quasi intatta fra i cumuli di rovine. Lungo corso XXII Marzo le deva stazioni sono meno impressionanti. La casa dove ho abitato è in piedi. Di qui sono partito verso l'esilio nei primi giorni del novembre 1926. La mattina dell'1 novembre il mio appartamento era stato saccheggiato con molti altri a titolo di rappresaglia per l'attentato di Bologna contro Mussolini.

Rivedo con gli occhi della memoria le stanze messe a soqquadro, i mobili spezzati, i libri sparpagliati sul selciato della strada, le fotografie dei miei genitori crivellate di colpi, le carte lacerate, le stoviglie infrante, le poche misere cose di una famiglia povera, ma che hanno tutte un pregio inestimabile, calpestate ... Ricordo la crisi di lacrime di mia figlia Vittoria che era rientrata per cercare i suoi quaderni e che un «bravaccio» aveva messo alla porta dicendole: «E considerati fortunata se non mettiamo le mani su tuo padre e non gli facciamo fare la fine di Matteotti ». Oggi questa mia figliola è internata in Germania senza che io sappia esat­tamente dove... e in quali condizioni. E oggi la visione del piccolo sopruso individuale sofferto tanti anni or sono si allarga alla visione della distruzione dell'intera città.

Come sottrarsi al pensiero di un intimo legame fra due fatti così diversi nelle loro proporzioni? Dal delitto contro il singolo il fascismo è passato con la guerra al delitto contro la nazione.

Ma dove sono i giovani fascisti che venti anni fa muovevano baldanzosi all'assalto dell'"Avanti!”, della Camera del lavoro, delle nostre case e delle nostre persone? Dove sono i tremebondi borghesi che acclamavano l'occupazione fascista di Palazzo Marino? Non si vede in Milano una divisa fascista né una scritta fascista né un distintivo del littorio. Tutti sono rientrati nell'ombra. Ci restino per il bene dell'Italia».

Bibliografia:

 

Pietro Nenni -Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956 - Sugarco Ed. 1981

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Wilma Conti: da piccola italiana a partigiana

2 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dedicato alle troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

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Wilma Conti, oggi, nel Museo della Resistenza di Dongo 

 

Wilma Conti: "Ero una piccola italiana"

Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla” (Roberta Cairoli).

Per la giovanissima Wilma Conti, allora quattordicenne, è ciò che accade l'8 settembre 1943 a rappresentare l'inizio della presa di coscienza che la condurrà ad operare nella Resistenza. Una scelta, la sua, che segna una frattura molto forte rispetto al prima e un cambiamento rilevante, considerevole: da piccola italiana a partigiana.

Appena il regime fascista cominciò a pensare al suo futuro capì che questo era legato alle nuove generazioni, che avrebbe dovuto provvedere a fascistizzare. Il fascismo doveva divenire per il bambino una religione in cui credere. Con R.D. Legge 3 aprile 1926 n. 2247 veniva istituita l"'Opera Nazionale Balilla" che raccoglieva in sé i Balilla (dagli 8 ai 14 anni), gli avanguardisti (dai 14 ai 18 anni), le piccole e giovani italiane. Anche la scuola divenne uno stru­mento del regime: i testi erano infatti un delicatissimo strumento culturale, politico, socia­le e dovevano essere adatti a plasmare il tipo dell'italiano nuovo, tutto devoto alla patria e conscio dei propri doveri verso di essa.

Il racconto di Wilma inizia, infatti, con il ricostruire il conflitto interiore tra il condizionamento a cui viene sottoposta nella scuola fascista e l'appartenenza, invece, a una famiglia apertamente antifascista:

«lo ero fascista, nel senso che tutti eravamo fascisti, perché a scuola t'insegnavano ad amare l'Italia, il Re, il Duce: il Duce era una persona importante: "Aveva salvato la Patria dal disordine e l'aveva resa grande, forte, rispettata e temuta dallo straniero ... ". Tutti i libri di scuola erano così impostati. Eravamo tutti inquadrati, senza capire che eravamo sotto una dittatura ... sembrava una cosa normale.

La mia famiglia, invece, era una famiglia di socialisti. Mio padre è sempre stato socialista e non si è mai iscritto al fascio. Mia madre ... Mi ricordo che quando le donne fasciste sono andate a cercare il rame e la fede, mia madre le ha infilate fuori dalla porta e non ha consegnato né rame né fede.

lo mi vergognavo quando le mie maestre mi dicevano: "Siamo andate da tua madre, non ci ha dato la fede ... quegli occhi che ci faceva, ci faceva quasi paura. Ci ha detto di andare via e che a lei la fede l'ha data suo marito in chiesa, e non la dà alla patria: 'Che s'arrangino, e che vadano a cercare la fede e l'oro ai ricchi, non ai poveri che hanno solo la fede al dito!''. Ha detto così senza pensarci due volte. E la stessa cosa fece mia zia Olga, che poi ha fatto la staffetta».

Wilma ricorda (riconoscendone ora l'assurdità) l'entusiasmo, l'emozione di indossare la divisa fascista, la suggestione esercitata dalla figura di Mussolini:

«Io mi ricordo di essere stata portata con tutta la scuola, in divisa, a piedi da Dongo a Gravedona, salendo su per la strada nuova (ancor oggi la chiamano così) costruita proprio nel periodo del fascio. Allora ci fu questa inaugurazione; doveva arrivare il federale: quindi tutti in divisa, uomini e donne fasciste. Ricordo il batticuore che avevamo, che ci metteva ...

Ci condizionavano, ci lavavano davvero il cervello!

E poi Mussolini, quando parlava ... noi pendevamo tutti dalle sue labbra! Mi chiedo, rivedendo oggi i documentari girati sui discorsi di Mussolini, come facevo a credere a questo pallone gonfiato, a questo burattino!»

Frequenti sono poi gli scontri con il padre, che, tuttavia, lascia libera Wilma di avere le proprie idee, convinto che, una volta cresciuta, giungerà da sola alla verità, sarà lei stessa a capire “che è tutto sbagliato”:

«Io andavo a casa a fare delle grosse discussioni con mio padre, difendendo, appunto, le teorie del fascio. Sapevo tutto a memoria, ero davvero molto preparata in cultura fascista!

Lui però non mi ha mai detto niente, l'unica cosa che mi diceva è questa:

"Piantala di raccontare le stupidate che ti raccontano le maestre: tas, stupida, diventa granda che te capisaret quaicos!" »

Wilma continuerà a subire il fascino di Mussolini, anche con lo scoppio della guerra. Racconta:

«La guerra l'aveva decisa il Duce, per cui era giustissima.

Mi ricordo, per esempio, i commenti alla vigilia della guerra. Allora facevo la quinta elementare: durante l'intervallo sentivo dire dai miei compagni: "Forse scoppia la guerra". E mi è rimasta impressa una frase ripetuta da due o tre miei compagni, che poi si vede che, essendo figli di fascisti, la sentivano dire in casa: "Ci vuole proprio una guerra per rimettere a posto le cose". Mi è rimasta in mente».

Con il prolungarsi della guerra, però, le sue certezze cominciano lentamente a scricchiolare. C'è un episodio, in particolare, nella sua memoria che la disorienta, la confonde, che le fa intravedere una realtà diversa da quella appresa sui banchi di scuola:

«I nostri soldati erano a combattere in Russia. Il segretario del fascio, un ragazzo giovane, veterinario del paese, era stato richiamato e mandato in Russia, appunto.

Tornato dalla Russia ferito, per cui dovettero amputargli una gamba perché congelata, questo ragazzo aveva detto al signor Moschini (Mario Moschini "Brivio" fece parte del CLN di Dongo, costituito si il 15 maggio 1944, quale rappresentante del Partito d'Azione. Alcune delle riunioni si svolgevano anche in casa sua), il macellaio di Dongo, poi esponente del CLN, che era andato a trovarlo in ospedale, queste parole che il Moschini riferì poi a noi: "Avevate ragione, perché se dovessi essere ancora valido, adesso saprei io da che parte stare: non più dalla parte del fascio, bensì dall'altra parte". Ed era il segretario del fascio!

Tante piccole cose che cominciano a farti capire che era tutto sbagliato.

Come mai da piccola italiana sono diventata un'antifascista? Perché ho visto quelli che scappavano l'8 settembre: qui a Dongo era passato un battaglione di militari che cercavano di andare a casa, per cui ricordo che mio padre aveva dato vestiti, scarpe, perché potessero spogliarsi. Qualcuno si è fermato in Dongo ed è andato a lavorare alla Falck, qualcun'altro è salito in montagna a fare il partigiano.

Alla Falck venivano anche presi, perché i dirigenti della fabbrica erano antifascisti».

«Arrivavano, poi, da Como, portati dalla zia Olga, i primi ragazzi che scappavano, che non volevano andare a militare perché si dovevano arruolare nella Repubblica Sociale e così ho capito che era tutto sbagliato!»

Il passo dalla consapevolezza all'azione è breve. All'inizio del 1944 si costituisce a Dongo il primo CLN: ne fa parte, tra gli altri, Luigi Conti, il padre di Wilma. I collegamenti con il CLN di Como vengono tenuti, con il grado di ufficiale di collegamento, dall'intraprendente Olga Martinelli Scanagatta ("Zita"), la zia. Si insedia, poi, in una casa sotto la chiesa di S. Gottardo, il comando della 52a Brigata Garibaldi. La trattoria gestita dai suoi genitori serve come punto di riferimento per lo scambio d'informazioni e di ordini. Wilma inizia, così, con l'esuberanza dei suoi quattordici anni, la sua attività di staffetta, attraversando paesi, prima mai visti, arrampicandosi per i monti, assaporando, dunque, anche una certa libertà, allora piuttosto inconsueta; Wilma è preziosa: la sua giovane età le consente, infatti, di passare inosservata. Racconta:

«Con un'altra ragazza, Elisabetta, la figlia di Giulio Paracchini, poi diventato comandante partigiano (Giulio Paracchini, tenente comandante del distaccamento "Gramsci" della 52a Brigata Garibaldi, muore il 24 aprile 1945 nel corso di un violentissimo scontro con i fascisti a Pornacchino. Decorato con la Croce di guerra al Valor Militare; decorato con due Croci di guerra al merito; decorato con medaglia d'oro dal comune di Sesto San Giovanni), andavamo sui monti a portare il pane, a portare le calze, a portare vestiti, a portare biglietti, a portare di tutto un po'.

Poi, vagavo per il paese ad avvisare questo, quell'altro, a portare qualche bigliettino, perché essendo una ragazzina passavo e nessuno mi fermava. Mio padre, che faceva parte del CLN, mi mandava a portare ordini a destra e a manca anche in alcuni paesi vicini, ma non molto lontani perché, per noi, il viaggio in bicicletta, per chi aveva la bicicletta, da Dongo a Gravedona costituiva già un grosso avvenimento.

Era difficilissimo spostarsi, a piedi o in bicicletta, per cui se non c'era un motivo grave per spostarsi, nessuno si spostava. Conoscevo Menaggio, per esempio, ma non avevo mai visto Como. Quando, per dire, sono stati arrestati tutti nel dicembre del '44, e si è trattato di seguire i prigionieri che da Menaggio dovevano essere portati a Como, mi sono offerta di andare con un'altra ragazza, pensando che Como fosse appena dopo Menaggio ... »

Parallelamente, svolge il lavoro di segretaria per Enrico Caronti ("Romolo"), il Commissario politico della 52a Brigata Garibaldi, servendosi della trattoria per i loro incontri:

«Io battevo a macchina tutti gli ordini che dovevano andare ai partigiani. Lui scriveva molto. La macchina da scrivere, in un primo tempo era in casa mia. A casa mia c'era una trattoria, per ciò lui veniva lì facendo finta di prendere il caffè o qualcos'altro. Poi, fingendo di andare alla toilette, che si trovava fuori, saliva una scala entrando in una camera. Io lo raggiungevo. Così mi dettava parecchie cose. Ciò che mi dettava erano cose che potevo anche sapere. Le cose più importanti, quelle segrete, le scriveva lui e mi diceva: "Ades, tusa, va' fö a giugà".

Per me Caronti era un idolo».

La notte tra il 21 e il 22 dicembre 1944 ha inizio a Dongo una grossa retata: arrestano 44 persone, tra cui tutti i membri del CLN, tranne uno, e successivamente il comando della 52a Brigata. Dopo l'arresto del padre, Wilma corre ad avvertire Paracchini e il Comando, scavalcando la recinzione che separa le abitazioni.

Nella mattinata del 22 dicembre a Menaggio, presso la sede della Brigata nera, iniziano gli interrogatori. Le sevizie sono particolarmente crudeli: «Pugni, pedate, sollevamento da terra per i capelli, scudisciate a corpo nudo, calci al basso ventre, torsioni delle braccia, colpi di bottiglia e di caricatori di mitra sulla testa e sul viso».

C'è un ricordo ancora molto vivo in Wilma, scolpito nella sua mente: l'immagine del padre precocemente invecchiato, nel giro di una notte, in seguito alle torture subite, che lei inizialmente non riesce a riconoscere tra la folla dei prigionieri nella piazza di Menaggio, pronti per essere trasportati alle carceri di S. Donnino a Como:

«Dopo la messa del mattino, siamo andati, tutti in bicicletta, a vedere in Caserma, a Menaggio, che fine avessero fatto le persone arrestate. Quando, giunti nella piazza dove c'era un gran movimento, un gran fermento con le brigate nere che cercavano di allontanare tutte le persone, arrivano due camion vuoti per il trasporto, e arrivano i prigionieri: tutti vanno a salutarli. Io cerco mio padre e mio padre non lo vedo. Ad un certo punto vedo un vecchietto curvo, che cammina piano, con i capelli tutti bianchi e con indosso il cappotto di mio padre: era mio padre, dopo averne prese talmente tante, fino alla rottura di un testicolo».

Da quel momento, l'attività di Wilma subisce un'accelerazione: le viene assegnato un compito estremamente delicato: tenere i collegamenti tra Como e i pochi rimasti sulle montagne; un compito che adempie con abilità, utilizzando come copertura le visite al padre detenuto nel carcere di S. Donnino. Il nuovo incarico la induce ad affrontare quotidianamente le numerose difficoltà che accompagnano ogni spostamento in quegli anni di guerra, cui si aggiungono i rischi legati all'attività clandestina:

«Avanti e indietro in bicicletta, perché i mezzi non c'erano, mi ero fatta un allenamento.

Mi ricordo la prima volta che sono andata a Como: ho impiegato quattro ore. Poi, con l'allenamento, in un'ora e mezza, due ore, facevo la spola tra Como e Dongo. Bisogna anche tenere presente che in tutti i paesi dislocati sulle montagne non c'erano le strade, solo sentieri, per cui era davvero un'impresa.

Non c'era in me il gusto dell'avventura: io ero convinta che se m'avessero preso con qualche cosa mi avrebbero interrogato e mi avrebbero anche picchiato, questo pensavo: per cui stavo molto attenta».

Ricorda anche il timore del padre, vedendole addosso, a pochi metri dalle Brigate Nere, la borsa tipicamente usata dalle staffette, per il trasporto del materiale:

«Le borse delle staffette erano tutte uguali, perché era un segno di riconoscimento: aveva il doppiofondo. Io adoravo la borsa di mia zia. Per cui, alcune volte, quando andavo a Como le chiedevo di prestarmela, alla fine me l'ha regalata. Un giorno, arrivo a Como con questa borsa; mi avvicino alle carceri di S. Donnino, perché avevo un pacchetto da consegnare al papà, e vedo che arriva la Brigata Nera con quattro prigionieri, tutti e quattro di Dongo, tra cui mio padre. Due fascisti davanti, quattro dietro. Ho cominciato a chiamare: "Papà". Lui mi guarda e mi fa cenno di andare via. Ma io l'ho seguito dal carcere fino alla casa del fascio, con le Brigate Nere che m'intimavano di andarmene, "No - dicevo - io seguo mio padre!". Poi entrano, ed entro anch'io. Quando mio padre, sulle scale, si è voltato e si è accorto che avevo la borsa, mi ha detto, dopo, che si era preso uno spavento perché pensava che avessero arrestato anche me.

Dopo un piano di scale, c'era un graduato che diceva: "Quella lì cosa ci fa qui?!" "Continua a rincorrerci perché vuole salutare suo padre". "E lasciaglielo salutare, mandali in quella stanza!".

Infatti, mi lasciò vedere mio padre che mi disse: "Cosa sei qui a fare con questa borsa, scappa! Tanto ci chiedono solo due cose, poi ci mandano via. Stiamo tutti bene, vai!". Invece, lì, è stato torturato un'altra volta».

Non c'è un particolare stratagemma adottato da Wilma per ingannare il nemico: la sua aria da ragazzina, il suo candore, la sua freschezza hanno facile gioco con tedeschi e fascisti:

«Avevo un viso d'angelo e passavo tranquillamente, guardandoli e facendo un mezzo sorriso e nessuno mi ha mai detto niente: ho viaggiato con roba nella borsa vicino a tedeschi e fascisti facendo finta di niente. Nessuno mi ha fermata. Sono stata fortunata. Ma il rischio c'era, tanto che penso che a un figlio o a un nipote non farei mai fare quello che i miei hanno fatto fare a me».

Cosa spinge, dunque, una ragazzina di quattordici anni a "rischiare la pelle"? Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla:

«La patria era una cosa importantissima (l'avevamo inculcata); la libertà, che ho capito veramente solo in quel momento e che in realtà non avevamo mai avuto, era una cosa importantissima anch'essa: con queste persone che opprimevano e torturavano le popolazioni, bisognava darci un taglio. La libertà oggi i giovani non sanno neanche cos'è, perché è una cosa acquisita. Noi lo sappiamo, perché sappiamo cosa abbiamo sofferto per conquistarla.

Nel suo racconto, Wilma ritorna più volte sulle violenze, sulle torture perpetrate dai fascisti, perdonate o dimenticate troppo in fretta:

A parte, le frustate, i pugni, i calci, mio padre e altre persone di Como avevano tutti i segni sui polsi: i fascisti glieli legavano dietro, mettevano delle catenelle, poi giravano con una vite in modo da farle penetrare nelle carni; poi mettevano loro un cerchio di ferro sulla testa e lo stringevano finché non svenivano ... E adesso alcuni si chiedono: "Perché 'poverini' sono stati ammazzati?!" Hanno goduto subito dell'amnistia, hanno goduto subito della libertà acquistata dagli altri, i quali altri, i partigiani, ad un certo momento, sono diventati i carnefici. Il processo di epurazione: una farsa! »

Dalle sue parole la delusione traspare chiaramente, delusione anche per le troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

 

Tratto dal libro:

Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell'esperienza delle donne del Comasco 1922-1945 di Roberta Cairoli. Edizioni NodoLibri Como

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Le vicende dell’Antifascismo e della Resistenza nel Comasco hanno visto sovente protagoniste figure femminili, presenti su tutti i fronti, da quello dell’opposizione intellettuale a quello dell’assistenza, dalla cospirazione e dal sostegno all’espatrio di antifascisti e perseguitati fino alla partecipazione in prima persona alla lotta in armi. Nonostante i molti nomi noti (da Giuseppina Tuissi “Gianna” a Ginevra Bedetti Masciadri, da Anita Pusterla a Francesca Ciceri, da Alda Vio a Marisa Girola) fino ad ora mancava una ricostruzione esauriente di questo impegno femminile.

Roberta Cairoli, giovane ricercatrice di storia contemporanea, ha fatto tesoro delle fonti d’archivio e delle testimonianze diaristiche per consegnarci una ricostruzione completa e vivace, capace di restituire non solo il valore delle vicende personali di molte donne, ma anche il clima complessivo del periodo.

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